Il guru

Di Massimo Acciai Baggiani

 

In un discorso del 21 agosto 1974 Bhagwan Shree Rajneesh (più noto come Osho) parlava della necessità, da parte del discepolo, di affidarsi completamente al Maestro, di avere in lui una fiducia totale, altrimenti la “realizzazione” è impossibile1. Fidarsi. Ciecamente.

Lo stesso concetto è ribadito anche da altri “guru” che nel secolo scorso dalla “spirituale” ma sfigatissima India si sono trasferiti nell’“opulento” e “materialista” Occidente (soprattutto negli USA): ad esempio Paramahansa Yogananda2 e Śrīla Prabhupāda3 (che, come Osho, hanno dato vita ad organizzazioni di successo) pretendono dai loro adepti assoluta obbedienza (in particolare Prabhupāda, fondatore dell’ISKON e Maestro di quei personaggi bizzarri che percorrono le strade cantando «Hare Krishna, hare Krishna…» con abiti arancioni e la testa rasata, durante l’iniziazione richiede di essere adorato come Dio4). La regola dell’obbedienza non è tuttavia prerogativa soltanto dei santoni orientali: ne abbiamo vari esempi anche nelle tradizioni monoteiste occidentali e del Medio Oriente. «Abbandonarsi», «Vincere ogni dubbio», «fare tutto ciò che richiede il Maestro».

In un discorso tenuto qualche giorno dopo (e riportato nello stesso libro) Osho riconosce tuttavia che distinguere tra un vero guru e uno falso è la questione più «imbarazzante» che si pone in campo spirituale da tempi immemorabili: prima di affidarmi totalmente a un maestro spirituale devo sapere con certezza che si tratta di un autentico guru e non di un ciarlatano, ma come faccio a saperlo se parto già col dubbio e quindi non mi affido totalmente? In altre parole: un circolo vizioso.

Per quanto mi riguarda, io non mi fido ciecamente di nessuno, se non sono costretto dalle circostanze (ad esempio se dovessi subire un intervento chirurgico, penso che dovrei fidarmi, gioco forza, di chi lo effettuerebbe). Non mi realizzerò spiritualmente, forse, ma almeno non rischio di farmi raggirare. Tuttavia, se proprio dovessi affidarmi a qualcuno penso che sarebbe piuttosto semplice riconoscere un impostore, più semplice di quanto si pensi. Basta usare il buon senso.

Se il guru chiede soldi, ad esempio, magari un campanello d’allarme mi scatta (quindi, caro Ron Hubbard, non sarò mai dei tuoi) oppure se semina odio verso chi ha un orientamento sessuale diverso dal mio, o una diversa fede, o ha atteggiamenti sessuofobi o razzisti, anche in questi casi posso anche ascoltare ciò che ha da dire ma mi guardo bene di affidargli completamente la mia vita o la mia “anima” (quindi sono esclusi i monoteismi basati sulla Bibbia, la Torah e il Corano). Anche se impone dei “precetti” e limita in qualche modo la mia libertà (il cui unico limite è il rispetto della libertà altrui, per dirla con Voltaire) imponendomi una certa dieta, un certo abbigliamento, un certo comportamento sessuale (chissà perché tutte le religioni sono ossessionate, in misura maggiore o minore, dal sesso), cosa leggere o non leggere, se e cosa guardare al cinema o in TV, come curarmi, eccetera… beh, no grazie, ho un cervello e un libero arbitrio e preferisco non rinunciarvi se il guru non mi convince.

Quale guru dunque mi convince?

Sarei tentato di rispondere «nessuno», quantomeno non mi affiderei ciecamente a nessuno, anche perché spesso i sedicenti guru si contraddicono (lo stesso Osho prima invita ad affidarsi al Maestro, poi invita a non seguirlo…) e comunque affidarsi completamente è pericoloso. Si rischia il fanatismo. Si rischia di ritrovarsi, nel peggiore dei casi, con dell’esplosivo legato addosso, su un furgone a spiaccicare passanti e farsi abbattere dalle forze dell’ordine o su un aereo in rotta di collisione con qualche luogo affollato, o magari a ingurgitare del veleno in un suicidio di massa. Nel migliore dei casi si rischia di ritrovarsi alleggeriti di un po’ di denaro e fare la figura dei fessi.

È vero che da anni seguo in effetti un Maestro: tuttavia “sensei” Ikeda, terzo presidente della Soka Gakkai, non ha mai imposto nulla ai suoi discepoli (anche se si fidava ciecamente del suo Maestro, Toda, il quale a sua volta aveva la stessa devozione per Makiguchi, il primo presidente). Il buddismo – questa è una delle prime cose che mi hanno attratto di esso – è Libertà. Non viene imposto neppure di smettere di fumare (su questo argomento ho già scritto un lungo articolo5): sarà il karma a mostrare al fumatore i danni del suo vizio: lasciatemi comunque rilevare la non coerenza del “buddista” fumatore, così come del “buddista” drogato o che ama sfoggiare abiti firmati o macchine sportive da centinaia di migliaia di euro (Osho, ricordiamolo, era noto come il «guru delle Rolls-Royce» mentre i suoi discepoli vivevano nella povertà, ma conosco anche membri della Gakkai che possiedono Porche o Ferrari).

Lasciatemelo solo rimarcare, non certo impedire questi comportamenti incoerenti. Perfino il Dalai Lama ha manifestato atteggiamenti un po’ impositivi (la seguente affermazione, ad esempio, mi ha lasciato alquanto perplesso: «La pratica della compassione è obbligatoria per chiunque e, se fossi un dittatore, imporrei a tutti di agire così».6).

Nessuna imposizione dunque, nessun guru da adorare come una divinità o come un suo rappresentante terreno. Il “guru”, autoinvestendosi di questo potere sugli adepti, dimostra già di essere un impostore. Avere un atteggiamento di superiorità, guardare gli altri dal basso verso l’alto, imporre la propria fede sono indizi ben chiari, ai miei occhi, di ciò che un Maestro NON è. Dunque ne restano pochi di veri maestri, a ben vedere, e magari sono proprio quelli che non vogliono insegnare nulla a nessuno, che vivono nell’ombra, lontano dai riflettori, insegnando indirettamente e inconsapevolmente col loro esempio più che con le parole. Sto cominciando a pensare che il vero guru sia una contraddizione in termini, un doloroso ossimoro: certo, sarebbe bello – e comodo – affidarmi a qualcuno che sia degno della mia fiducia, ma dovrei conoscere talmente bene quella persona che per giudicarla correttamente dovrei essere un illuminato a mia volta, e quindi sarebbe inutile a quel punto farmi guidare da un altro.

Intanto che cerco di sciogliere questo nodo gordiano (invano, temo, visto che l’umanità ci ha provato per innumerevoli generazioni) mi affido a ciò di cui sono sicuro, ossia al fatto che la Libertà sia una cosa buona. A tal proposito mi viene in mente una recente conversazione avuta con un testimone di Geova, all’ombra di un alberello in piazza Dalmazia in un’afosa mattinata di inizio estate:

«Lei si ritiene libero?» faccio io, fissandolo negli occhi.

«Sì certo.»

«E cos’è dunque la Libertà?»

«È quella di scegliere Geova Dio.»

«E obbedire ciecamente ai suoi ordini? Magari uccidere dei bambini indifesi?»

«Fare ciò che ci comanda, sì. Se Geova ha ordinato l’uccisione dei bambini cananei avrà avuto le Sue buone ragioni.»

«Dunque lei è un burattino nelle mani del suo dio?»

«Ma come si permette??!»

«La mia non era un’affermazione, era una domanda.»

Riacquista la calma. Cerca un passo dalla sua Bibbia, anzi dalla Traduzione del Nuovo Mondo delle Sacre Scritture, e mi cita:

«Non appartiene all’uomo terreno la sua via. Non appartiene all’uomo che cammina nemmeno di dirigere il suo passo7

«E dov’è qui il libero arbitrio? L’Uomo dunque è libero?»

«No, l’Uomo non è libero.»

«Capisco. Arrivederci.»

Il guru spesso di dichiara portavoce di qualche divinità, salvo poi comportarsi verso i propri adepti come la divinità che sostiene di rappresentare. Alcuni possono essere in buona fede, certo, non sono tutti assetati di potere, denaro e sesso: ma la domanda sul come riconoscere un vero guru resta insoluta anche scartando quelli che hanno scritto libri su come liberarsi dalle illusioni di maya (e cadere in altre illusioni più pericolose) o hanno lasciato insegnamenti orali alle masse; insegnamenti spesso contraffatti o traditi nelle interpretazioni dei loro esegeti.

Appurata dunque, secondo me, l’impossibilità logica (e il rischio) di fidarsi completamente di qualcuno che non si conosce a fondo, resto dell’idea che è bene sentire tante campane diverse, ascoltare tanti “guru”, ma poi fare sempre e soltanto di testa propria, prendendo il buono da ciascuno insegnamento come l’ape dai molteplici fiori (metafora usata dai filosofi antichi, che mi è sempre piaciuta), mettendo sempre il buonsenso sopra di tutti: rispettare tutti, non imporre né farsi imporre niente, vivere e lasciar vivere.

 

Firenze, 30 giugno 2018

 

Note

  1. Osho, Il seme della ribellione, vol. 1, Tradate, Oshoba Libri, 2000, pp. 13-35.
  2. Paramahansa Yogananda, Autobiografia di uno yogi, Astrolabio, 1971.
  3. Satsvarūpa dāsa Goswami, Śrīla Prabhupāda, The Bhaktivedanta Book Trust International, 1994.
  4. Ivi, pp. 99-100.
  5. Massimo Acciai Baggiani, Buddismo e dipendenze, in «Segreti di Pulcinella» n. 46, gennaio 2015.
  6. Dalai Lama, La via della tranquillità, Milano, BUR, 2003, p. 30.
  7. Ger. 10, 23.

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