Un altro punto di vista

Di Massimo Acciai Baggiani

Nel 1920, in Germania, apparve un curioso libretto intitolato Der Papalagi (poi pubblicato in Italia nella mitica collana «Millelire stampa alternativa», col titolo di Papalagi), a nome di un tale Tuivii di Tiavea, samoano, tradotto in tedesco da Erich Scheurmann (1878-1957). In realtà l’aveva scritto proprio lo stesso Scheurmann, giocando sulla finzione letteraria del “buon selvaggio” che ha molto da insegnare a noi poveri “papalagi” (così i samoani indicano l’uomo bianco) rivolgendosi però ai suoi conterranei. Che fosse una finzione era abbastanza chiaro fin dalle prime pagine, anche se come “contraffazione” devo dire che è fatta piuttosto bene.

Come ci vedrebbe dunque, noi occidentali, un abitante di isole remote dove si viveva ancora relativamente lontani dalla frenetica vita moderna? La domanda mi riporta ad un mio racconto di fantascienza, Intervista al primo viaggiatore del tempo[1], in cui immaginavo un uomo dei nostri tempi a cui è dato in sorte di passare una settimana in un futuro non meglio specificato, per poi tornare indietro a riferire ai contemporanei ciò che ha visto. Tale futuro è così lontano dalla nostra cultura, dal nostro pensiero, dal nostro mondo, che il viaggiatore del tempo è del tutto incapace di spiegarcelo, in primis perché non l’ha capito lui stesso.

Il parallelismo col libro di Tuivii/Scheurmann nasce spontaneo: pur non avendolo letto all’epoca, avevo fatto una riflessione simile: il saggio samoano che visita l’Europa e scrive poi una sorta di manuale antropologico ad uso del suo popolo, mettendolo in guardia dalle diavolerie inventate dall’uomo bianco per rovinare la vita a se stesso e al prossimo, somiglia un po’ a un viaggiatore del tempo che viene da una terra dove ancora si vive come gli antenati di diecimila anni fa. Il personaggio di Tuivii è un attento osservatore, molto acuto, ma – un po’ perché nella sua lingua non esiste la terminologia relativa alle cose del “papalagi”, mancando nelle isole samoane il denaro, il cinema, i giornali, le città, eccetera, e un po’ perché evidentemente il suo soggiorno non è stato abbastanza lungo – il racconto del “buon selvaggio” ha effetto di comico straniamento alla nostra lettura di occidentali. Apparentemente il buon Tuiviii non ha capito nulla dello stile di vita europeo ma, guardando meglio, forse al contrario ha capito molto di più di noi, immersi in questo inferno di avidità, egoismo e malattia.

Non so se il “selvaggio” samoano un secolo fa vivesse davvero in una sorta di Eden, probabilmente no, ma certo le osservazioni di Tuivii sono sorprendentemente attuali e dovrebbero far riflettere anche noi uomini occidentali del XXI secolo. A differenza infatti del mio viaggiatore del tempo, il protagonista-narratore di questo libro racconta un sacco di cose, riporta molte informazioni (sebbene deformate dalla sua cultura, in cui un palazzo è una “capanna” molto grande o un “cassone di pietra”, il cinema è il “luogo della falsa vita”, il denaro è “il tondo metallo e la carta pesante”, eccetera) e mette in relazione logica le cose rapportandole alla vita semplice che conduceva in patria.

Riporto alcuni estratti in cui l’autore spiega con grande efficacia la “follia” del papalagi; ad esempio parlando del “tondo metallo”, scrive:

«Senza denaro in Europa sei un uomo senza testa, un uomo senza membra. Un niente. Devi avere denaro. Ne hai bisogno per il cibo, per l’acqua da bere, per il sonno. Quanto più denaro possiedi, tanto migliore è la tua vita. Se hai denaro puoi avere in cambio tutto il tabacco che vuoi, gli anelli o i panni più belli. Hai molto denaro? Puoi avere molto. Perciò tutti ne vogliono avere molto. E ciascuno vuole averne di più degli altri. Da qui l’avidità e l’occhio teso al denaro in ogni ora del giorno. Getta un tondo metallo nella sabbia e i bambini vi si lanceranno sopra, lotteranno fra di loro per prenderlo e chi lo afferra e lo tiene, il vincitore, è felice. Ma raramente qualcuno getta denaro nella sabbia. […]

Ora, quando uno ha molto denaro, molto più della maggior parte degli altri uomini, così tanto che potrebbe con esso rendere il lavoro più facile a cento, mille uomini, lui non dà loro nulla; mette le mani sopra il metallo rotondo e siede sopra la carta pesante e c’è avidità e voluttà nei suoi occhi. E se gli chiedi «Che cosa vuoi fare con tutto quel tuo denaro? Qui sulla terra non puoi fare molto più che rivestirti, placare la tua fame e la tua sete», allora non sa che cosa rispondere, oppure dice: «Voglio averne ancora di più. Sempre di più. E ancora di più». E, così, ben presto ti avvedi che il denaro lo ha fatto ammalare e che tutti i suoi sensi sono posseduti dal denaro. È malato e invasato perché ha dato la sua anima al metallo rotondo e alla carta pesante, e non ne ha mai abbastanza e non può smettere di desiderarne sempre di più. Non è più capace di pensare: «Voglio andarmene dal mondo senza molestie e senza ingiustizie, così come ci sono venuto, poiché il Grande Spirito mi ha inviato nel mondo anche senza metallo rotondo e senza carta pesante». Assai pochi pensano a questo. Per lo più restano nella loro malattia, non guariscono mai nel loro cuore e godono del potere che dà il molto denaro. Si gonfiano d’orgoglio come frutti marci sotto le piogge tropicali. Con voluttà lasciano che molti dei loro fratelli facciano i lavori più duri, per poter essi stessi ingrassare nella pigrizia e prosperare. E fanno questo senza che la loro coscienza si ammali. Si vantano delle loro belle dita pallide che ora non si sporcano più. Il pensiero di derubare continuamente gli altri delle loro energie e di usarle per se stessi non li disturba e non toglie loro il sonno. Non pensano affatto di dare agli altri una parte del tanto denaro che hanno, per rendere loro più facile il lavoro e più lieve la fatica.

Così in Europa c’è una metà che deve fare molto lavoro sporco, mentre l’altra metà lavora poco o niente del tutto. La prima metà non ha mai tempo per starsene al sole, la seconda ne ha molto. Il Papalagi dice: «Non tutti gli uomini possono avere ugualmente tanto denaro e mettersi tutti contemporaneamente seduti al sole». Secondo questa dottrina egli si prende il diritto di essere crudele, per amore del denaro. Il suo cuore è duro e il suo sangue freddo, sì, egli mente, inganna, è sempre disonesto e pericoloso quando la sua mano si tende verso il denaro. Spesso un Papalagi ne uccide un altro per denaro. Oppure lo uccide con il veleno delle parole, lo stordisce con esse per rapinarlo. Perciò di rado uno si fida di un altro, perché tutti sono consapevoli della loro grande debolezza. Per questo tu non sai mai se un uomo che ha molto denaro è buono nel fondo del suo cuore, perché potrebbe anche essere molto cattivo. Noi non sappiamo mai come e dove ha preso i suoi tesori.»[2]

Personalmente mi trovo molto d’accordo: il concetto non potrebbe essere spiegato meglio, così come quando parla della cronica mancanza di tempo del papalagi, di come usa troppo la testa e non riesce a godersi la vita e le cose belle che questa offre, di come distorce la realtà per i suoi fini egoistici, di come si ammala di solitudine e di depressione per la vita non naturale che è costretto a trascorrere, prigioniero delle convenzioni, fin da piccolo.

In linea generale condivido abbastanza il pensiero del “selvaggio”, ma su alcune cose mi trovo in disaccordo. Quando ad esempio va sul mistico, parlando del Grande Spirito che il papalagi continua ad offendere, il mio pensiero ateo non lo segue più, così quando si scaglia contro il progresso tecnologico che invece, a mio parere, se impiegato bene renderà la vita un paradiso concreto per i posteri (se, come spero, sapranno superare il proprio egoismo e diventare “transumani”).

Prima di concludere e invitare alla lettura di questo interessante libriccino (non va letto di fretta, ogni paragrafo va meditato), un ultimo parallelismo con un altro breve scritto che ho tradotto in italiano da alcuni appunti in esperanto di un anonimo kirghiso, col titolo di Piccola grammatica ragionevole di utopiano[3], in cui troviamo l’idea di termini diversi per indicare il reale possesso (“la mia mano”, “il mio cuore”, eccetera) da ciò che non appartiene intimamente all’uomo ma o lo ha acquistato col denaro o ha con esso un altro tipo di relazione (ad esempio di parentela: “mia mamma”, “mio fratello”, eccetera).

Confrontiamo questi due testi:

«Quando un uomo dice: “La mia testa è mia e non appartiene ad altri che a me”, allora per lui è veramente così e nessuno può avere qualcosa da ridire. Nessuno ha maggior diritto alla propria mano destra che il possessore di quella mano. Fin qui do al Papalagi tutte le ragioni. Ma lui dice anche: “La palma è mia”. Solo perché cresce proprio davanti alla sua capanna. Come se l’avesse fatta crescere lui stesso. La palma però non è affatto sua. Mai. È la mano di Dio che l’ha fatta uscire dalla terra. Dio ha molte mani. Ogni albero, ogni fiore, ogni filo d’erba, il mare, il cielo, le nuvole che in cielo camminano, tutto questo sono le mani di Dio. Noi possiamo afferrare queste cose e goderne, ma non possiamo dire… “La mano di Dio è la mia mano”. Il Papalagi però lo fa.

Lau si chiama nella nostra lingua il mio e il tuo, ed è quasi una sola e unica cosa. Nella lingua del Papalagi non ci sono parole che significhino due cose ben diverse meglio de… «il mio» e «il tuo». Mio è tutto ciò che appartiene solo e unicamente a me. Tuo è ciò che appartiene solo e unicamente a te. Per tale ragione, di tutto ciò che sta nella cerchia della sua capanna il Papalagi dice: “È mio”. E nessuno ha diritto su queste cose all’infuori di lui. Quando vai da un Papalagi e presso di lui vedi qualcosa, un frutto, un albero, un’acqua, un bosco, un mucchio di terra, subito egli dice: “Questo è mio. Guardati dal toccare ciò che è mio!” Ma se tu lo fai ugualmente, allora si mette a gridare, ti chiama ladro, una parola che rappresenta una grande vergogna, e questo soltanto perché hai osato toccare un “mio” del tuo prossimo. Accorrono i suoi amici e i servi del grande capo, ti mettono in catene e ti conducono nella fale pui pui e tu sei messo al bando per tutta la vita.

Perché uno non abbia a prendere le cose che sono dell’altro, questo, e cioè il ciò che è mio e il ciò che è tuo, è accuratamente regolato da leggi speciali. E in Europa ci sono persone che non fanno altro che badare a che nessuno trasgredisca queste leggi, che al Papalagi nulla venga portato via di ciò ch’egli ha fatto suo. Con questo il Papalagi vuol dare a vedere di avere un reale diritto su queste cose, come se Dio stesso gli avesse concesso ciò che possiede per tutti i tempi. Come se davvero la palma, l’albero, il fiore, il mare, il cielo con le sue nuvole gli appartenessero.»[4]

A parte l’accenno a dio, pare proprio un’utopia comunista. L’utopia invece dell’anonimo kirghiso concorda sul possesso inalienabile della mano destra, ad esempio, a cui accenna anche il samoano, ma per il resto ammette il possesso esclusivo di ciò che è stato regolarmente acquistato:

«In utopiano dobbiamo distinguere tre casi che in italiano sono resi con lo stesso elemento grammaticale: il possessivo. Le espressioni “la mia ragazza” e “il mio libro” sono concettualmente diverse: nel primo caso di tratta di un rapporto di relazione (nello specifico, di amore) mentre solo nel secondo caso di può parlare di possesso, nel caso che il libro sia stato regolarmente acquistato o regalato. L’utopiano distingue rigorosamente questi due casi: athà (e declinazioni) indica che il parlante ha una relazione di qualche tipo con il sostantivo seguente (un amico, un parente, un animale domestico, eccetera) mentre jubb e le sue declinazioni, che non si usano mai per gli esseri viventi, indicano il regolare possesso. “La mia ragazza” si traduce pertanto athà su, mentre “il mio libro” jubb aston. L’espressione, grammaticalmente scorretta, *jubb su è estremamente maleducata.

C’è un terzo caso che potremmo definire “possessivo vero e proprio”. Si tratta di ciò che è intimamente e veramente in possesso del soggetto; qualcosa che possiede soltanto lui o lei e che non può acquisire o cedere. “La mia mano”, “il mio cuore”, “la mia mente”, “il mio corpo” si rendono in utopiano con athé kram, athé nam, athé kymill e athé voss. In sostanza l’utopiano distingue tra ciò che può essere acquistato e ciò che non può essere acquistato; fatto testimoniato dalla comune origine del relativo e del possessivo vero e proprio.»[5]

L’ideale di fratellanza, uguaglianza e libertà espresso dal buon samoano (affine agli ideali illuministi che purtroppo non hanno trovato applicazione poi nella Rivoluzione Francese) mi spinge a un confronto sconsolato con quanto sta avvenendo oggi in Italia e nel mondo. Come ripeto sempre, l’Uomo è a un bivio: sta solo alla saggezza di tutti scegliere se continuare su questa strada – che porterà inevitabilmente all’estinzione – o se cambiare paradigma mentale e pensare globalmente, come un’unica specie umana. Sentirsi separati da altri popoli, come se ciò che avviene in Africa non riguardasse gli europei o gli italiani, è una visione miope e sciocca che conduce al disastro.

Firenze, 8 giugno 2019

Bibliografia

  • Anonimo Kirghiso, Gramatiketo razona de utopia lingvo, «Literatura foiro» n. 300 (agosto 2019), a cura di Acciai Baggiani M.
  • Acciai M., Intervista al primo viaggiatore del tempo, in «L’area di Broca», n. 96-97, Lug. 2012 – Giu. 2013.
  • Tuiavii di Tiavea, Der Papalagi. Die Reden des Südseehäuptlings Tuiavii aus Tiavea, Erstauflage Felsen, Buchenbach (Baden) 1920 (Trad it. Papalagi, Millelire stampa alternativa, 1992).

[1] Pubblicato in «L’area di Broca», n. 96-97, Lug. 2012 – Giu. 2013.

[2] Tuiavii di Tiavea, Papalagi, Millelire stampa alternativa, 1992, pp. 17-19.

[3] Per testo in esperanto, curato da me, vedi «Literatura foiro» n. 300 (agosto 2019).

[4] Tuiavii di Tiavea, op. cit., pp. 31-32.

[5] Ebbene sì, lo confesso: come il buon selvaggio Tuiavii di Tiavea è un’invenzione letteraria del “traduttore” Erich Scheurmann, così l’anonimo esperantista kirghiso è un personaggio che mi sono inventato e di cui mi sono finto a mia volta traduttore.

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