I figli di Ferdinando

Di Antonella Bausi

La storia di Ferdinando, primo granduca Medici di questo nome, è fatta di improvvisi colpi di scena. Quarto figlio maschio di Cosimo, sembra destinato ad un’esistenza ricca e doviziosa ma oscura quando improvvisamente le cose si rovesciano. Nel 1562, a causa delle febbri malariche che imperversavano sulla costa toscana, muoiono repentinamente Giovanni e Garzia i due fratelli che lo precedono e Ferdinando eredita, è il caso di dirlo, il cappello cardinalizio che Giovanni aveva ricevuto giovanissimo.

Anche lui è un ragazzo, tredici anni circa, ma ormai è avviato ad una vita da porporato piena di agi e vicina al potere. Ferdinando, almeno in apparenza, ne sembra appagato e si costruisce una solida fama di mecenate ed esteta. Muore il padre, Francesco diviene Granduca e lui é discretamente al fianco del fratello, pago di essere l’eminenza grigia del granducato.

Nel 1587, altro capovolgimento e questa volta davvero grosso. Improvvisamente (?) muoiono in simultanea il fratello Francesco e la sua seconda e amatissima moglie, Bianca Cappello. Che la veneziana gli stia sulle scatole non è un segreto per nessuno e gli fa rabbia vedere il granduca così asservito alla donna; quindi, quando entrambi se ne vanno al creatore, le voci di veleno si sprecano. Comunque niente lo tocca e diventa Granduca.

Oddio, lui per la verità sarebbe sempre Cardinale di Santa Romana Chiesa, ma a quei tempi diventare Cardinale non voleva dire prendere gli ordini sacri. Il rosso cappello era una prebenda, una sinecura familiare che di solito veniva riservata al secondogenito delle famiglie che dominavano. Però si era previdenti e, visto che la nera signora con la falce colpiva indiscriminatamente, a prendere gli ordini sacri si aspettava perché poteva accadere che si dovesse rinunciare al cardinalato per prendere il posto del primogenito defunto. E così fu anche per Ferdinando, cardinale ma non sacerdote, ed il suo caso non sarà il primo ne l’ultimo nelle case regnanti del tempo.

Dato l’addio alla porpora però bisogna pensare a sposarsi e fare figli altrimenti l’unico erede è il fratello Don Pedro. Non sia mai, Pedro o Pietro che dir si voglia, è uno sciagurato, vizioso e pervertito che ha anche all’attivo l’omicidio della moglie; per motivi di onore ma sempre omicida è. Inoltre è corrotto e legato a doppio filo alla Spagna. Lasciar fare a lui vorrebbe dire rendere la Toscana ancor più suddita di Filippo II e della sua politica restrittiva.

Quindi darsi da fare e guardarsi intorno. La cosa non è facile; occorre valutare bene i pro ed i contro delle varie candidate, non offendere la potentissima Spagna ma nemmeno legarsi a lei a doppio filo. Comunque Ferdinando è un ottimo partito anche se non più giovanissimo (sfiora i quaranta, ma che fa) ed anche se da tempo ha un legame neppure troppo segreto con la bellissima Clelia Farnese, vedova di un Cesarini e figlia naturale del potentissimo cardinale Alessandro. E’ un legame che a Roma tutti conoscono e che produrrà uno dei più velenosi epigrammi di Pasquino; “Il medico cavalca la mula Farnese”, si trova scritto alludendo così alla nascita bastarda della bella donna.

Ma l’amore passa in secondo piano rispetto alla politica e così salutata Clelia, che si risposerà disastrosamente con un Pio di Sassuolo, Ferdinando intavola trattative con la Francia o meglio con la sua lontana parente Caterina, che regge le sorti del paese d’oltralpe. Guarda caso Caterina ha sottomano la sposa giusta, sua nipote Cristina, figlia della sua defunta figlia Claudia sposata al Duca di Lorena. Non è più giovanissima per i canoni dell’epoca, ha circa ventiquattro anni, non è certo una bellezza, ma l’affare va in porto.

Cristina arriva dunque a Livorno e diventa la nuova granduchessa. Porta una bella dote ma anche un’austerità ed un bigottismo che infetteranno tutta Firenze.

Basta guardarne i ritratti sia giovanili che quelli fatti in età matura; dignitosa, rigida, impettita con il viso sfigurato da un naso che definire importante è un eufemismo ed un’espressione talmente acida che la imbruttisce ancora di più. Sarà da lei che i Medici futuri prenderanno certe fattezze lorenesi le quali, unite a quelle non proprio belle ereditate dagli antenati fiorentini, faranno di loro tra i più brutti regnanti d’Europa. Come se non bastasse, Cristina, che sopravvive al figlio ed alla nuora, avrà un influsso deleterio anche sul nipote Ferdinando e sul governo del granducato. Grazie a lei la corte medicea diventerà ciò che di più simile ad un convento si possa vedere. Preti, frati, suore, ecclesiastici impiccioni la faranno da padrone con conseguenze disastrose anche per il piccolo stato. Inoltre si rivela un vero “sepolcro imbiancato” nei confronti della quasi cognata, Livia Vernazza, la donna di piccola virtù che Don Giovanni de’ Medici (il bastardo di Cosimo) aveva sposato. Disgustata all’idea di averla come parente, riuscirà a spogliarla di quasi tutti gli averi che il marito le aveva lasciato, confinandola in un convento. Una condotta veramente cristiana non c’è che dire.

Come moglie e come madre forse sarà stata brava, nel senso che ha inculcato principi cristiani ai figli ed ha saputo educarli ma ha anche trasmesso loro grettezza morale ed una religione esasperatamente formale e non sentita.

Per quanto riguarda i figli nati da questo connubio, nessuno di loro ebbe una gran salute o vivacità d’ingegno quasi che il glorioso sangue mediceo, attraverso lei, si fosse annacquato in modo irreparabile.

Cominciamo dai maschi: Cosimo, il primogenito, secondo granduca del suo nome. Esile, pallido, nasuto, morirà a trent’anni consumato dalla tubercolosi e, secondo le malelingue, sfinito dalla robusta moglie Maria Maddalena d’Austria con la quale riesce a fare (però!) ben nove figli in pochi anni; apprezza Galileo con il quale ha studiato, per quanto la sua coscienza di cattolico retrivo glielo consente ma è conosciuto soprattutto perché (sempre dietro consiglio materno) fa chiudere il pluri centenario Banco Mediceo. Non sia mai che il puzzo di bottega inquini la recente dignità granducale.

Francesco, quartogenito e secondo maschio, vorrebbe fare il soldato contro i Turchi ma non ci riesce perché muore a vent’anni prima ancora di riuscire ad impugnare un’arma. Bruttino pure lui e soprattutto, almeno all’aspetto, privo di linfa vitale che sparisce così dal panorama storico sanza infamia e sanza lode.

Carlo, che viene subito dopo, è creato Cardinale ed è noto come amante delle arti che indubbiamente ama più della vita ecclesiastica anche se mai il suo nome verrà legato a scandali o intemperanze. A Roma lo vedono poco perché preferisce, e questo gli va ad onore, restaurare le antiche ville medicee che gli sono arrivate in eredità. Il suo ritratto ce lo mostra abbastanza pingue e questo serve ad addolcirne i lineamenti sgraziati. Dagli occhi bulbosi traluce il sorriso ironico e fine di chi ha compreso come vanno le cose nel mondo ed ha cercato di prendere il meglio che la vita possa offrire. Rispetto ai fratelli morirà anziano (settantenne) e non lascerà un brutto ricordo.

Lorenzo, il più giovane dei maschi, che preferì sempre la caccia e i cavalli alla carriera diplomatica e militare, ebbe anche lui salute malferma, che però trascurò per accompagnare le sorelle Claudia e Caterina nei loro viaggi nuziali. Non si sposò mai, non si sa se per mancanza di candidate adatte o per pigrizia, e morì cinquantenne forse a causa dei troppi medicamenti ingeriti.

A questi va anche aggiunto Filippo morto a quattro anni ma si sa che la morte falciava anche nelle culle delle case regnanti.

Passiamo ora alle femmine che purtroppo assomigliavano parecchio alla madre e quindi non erano delle belle donne. Avevano tutte il naso e la bocca dei Lorena con in aggiunta la curva delle guance squadrata e pendula, piene di sussiego, acide … Insomma non proprio delle miss.

Eleonora, secondogenita e prima delle femmine, viene proposta in moglie a Filippo III di Spagna dopo la morte della sua prima moglie, Margherita d’Austria nel 1611, ma viene cortesemente rifiutata perché inadatta. Rimane a casa  e muore all’età di ventisei anni, forse di vaiolo.

Caterina, avrebbe dovuto sposare il primogenito di Giacomo I d’Inghilterra ma  si vedrà bocciare il matrimonio addirittura dal Papa perché lo sposo era protestante. Si sarà consolata presto anche perché il giovane Stuart morì poco dopo il fallimento della trattativa. Si effettua per lei un matrimonio di ripiego con il parente Ferdinando Gonzaga duca di Mantova, anche lui scardinalato dopo la morte del fratello Francesco. Peccato che Ferdinando avesse già contratto un matrimonio neanche tanto segreto con la bella Camilla Faà (dalla quale ha anche un figlio) e non amasse per niente la rigida Medici. Matrimonio glaciale (e forse neppure valido) dal quale non nascono  ne amore ne figli. Ferdinando muore giovane e Caterina si ritira in un monastero. Tuttavia è una donna intelligente ed il nipote Ferdinando II la richiama a corte e le conferisce l’incarico di governatrice di Siena, incarico che svolge egregiamente prima di andarsene all’altro mondo ancora giovane a trentacinque anni.

Peggior sorte tocca a Maddalena che nasce deforme o forse ritardata e quindi viene collocata, pur senza mai prendere i voti, nel  Convento della Crocetta in Via Laura, o meglio in un palazzo attiguo al convento. Per consentirle si spostarsi nella sua residenza senza fare le scale che per lei presentavano difficoltà, questa fu dotata di passaggi sopraelevati che le permettevano anche di andare in Chiesa e nell’attiguo monastero senza scendere per strada in modo che nessuno la potesse vedere e speculare sul suo aspetto disgraziato. Di quest’opera fatta per un’infelice principessa, ancor oggi rimangono quattro archi che si possono vedere in Via Laura ed in Via della Pergola. Anche lei se va giovane, a trentatre anni avvolta in vita ed in morte dal silenzio e dall’oblio, ma fa in tempo ad educare e non nel modo migliore, la giovanissima nipote Vittoria la quale porterà sempre in se l’impronta delle piccinerie monastiche e l’arroganza e la superficialità di un credo religioso vissuto solo proforma e mai sentito.

Guardiamo il ritratto di Claudia, ultima della covata. Anche lei ha il naso lungo e bulboso della madre e la brutta mascella lorenese ma gli occhi chiari, il labbro turgido ma non troppo, la rendono la più carina fra le sorelle.

A diciassette anni le fanno sposare il quindicenne Federico Ubaldo della Rovere, figlio del duca d’Urbino, giovane vizioso che farà appena in tempo a darle una figlia, Vittoria, che due anni dopo muore, sfinito dalle malattie veneree e dagli stravizi.

Il ducato d’Urbino alla morte del vecchio Duca privo di eredi maschi, passerà così alla Chiesa e Claudia torna a Firenze con la figlioletta che viene promessa al cugino Ferdinando. Matrimonio disastroso dal punto di vista sentimentale ma che porterà a Firenze la collezione dei tesori d’arte urbinati. Meglio che nulla…

Claudia è una donna fredda senza slanci per nessuno, figlia compresa. Quando nel 1626 sposa Leopoldo V d’Austria, fratello dell’imperatore Ferdinando II, dandogli quattro figli e diventando così per  matrimonio contessa del Tirolo, se ne andrà senza voltarsi indietro e senza un pensiero per la figlioletta che lascia a Firenze sotto le cure della madre e della cognata e che lei non rivedrà mai più. Bigotta come la madre sarà una paladina della Chiesa Cattolica e della Controriforma.

Beh, direi che nell’aldilà Francesco insieme a Bianca Cappello si sarà fregato le mani all’indirizzo del poco amato fratello dicendosi … “ma guarda quest’imbecille. Per produrre sti sgorbi mi doveva avvelenare.. Poveri Medici”!!

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