Fiorentini all’Inferno

Di Antonella Bausi

Bene amici, buona serata a tutti ed eccomi qui a cercare di fare un po’ di chiacchiere sui fiorentini presenti nella Divina Commedia. Tanti anni fa, circa cinquanta per la precisione, mio padre mi regalò un libro di Indro Montanelli intitolato “Dante ed il suo secolo”. Mi ci tuffai a pesce ed ovviamente lo lessi e lo rilessi perché allora ero una ragazzina e tante cose non le potevo capire. Ricordo però che una frase mi colpì ..”Dante per popolare l’inferno ed il paradiso non ebbe bisogno di cercare lontano da Firenze, per il purgatorio si”.

In effetti c’è del vero; Firenze è sempre stata una città dalle passione estreme e dai contrasti forti. Non per nulla dei toscani in generale e dei fiorentini in particolare si è detto che hanno “il paradiso negli occhi e l’inferno in bocca”. Dentro di noi si oscilla dalla preghiera alla bestemmia, dall’amore per il sublime alla battuta ribalda e triviale, dall’ascesi mistica al vizio e quindi non c’è da stupirsi che anche nella “Fiorenza sobria e pudica” rimpianta da Dante, vizi e virtù abbondassero, i primi forse più delle seconde.

Quindi partiamo con i… fiorentini all’inferno. Stranamente nei primi cerchi non se ne trovano, nemmeno tra i lussuriosi, come sarebbe logico aspettarsi. Bisogna arrivare al sesto canto, girone golosi, dove facciamo conoscenza con un certo Ciacco che giace sotto una pioggia fetida. Ciacco non è un nome vero ma un soprannome che significa porco e che fu dato ad un membro della famiglia dell’Anguillaia  “….Voi fiorentini mi chiamaste Ciacco..” dice lui. Si sa che fu un banchiere, ma godereccio com’era sperperò il patrimonio ed allora si trasformò in scroccone e parassita autoinvitandosi a feste e banchetti. Di sicuro quando lo vedevano avvicinare i malcapitati di turno si davano alla fuga perché quello era capace di mangiarsi in un giorno le provviste di una settimana. Ciacco si vendica dei suoi concittadini affermando che l’inferno è pieno di loro perché superbi, avari ed invidiosi.
Nel canto ottavo, girone iracondi, troviamo tutto pieno di fango, Filippo de’ Caviccioli detto Argenti, ricchissimo cavaliere che si guadagnò questo soprannome perché una volta fece ferrare il suo cavallo con zoccoli d’argento. Ricco ma superbo, attaccabrighe, violento tanto che sembra che durante una lite avesse preso a schiaffi lo stesso Dante
il quale non voleva prestarsi ai suoi maneggi. e Dante, giù nella palude stigia il riccone, tiè!!!

Canto decimo, girone eretici ..qui sono due e famosi! Cavalcante de’ Cavalcanti, padre del poeta Guido che ricco e raffinato com’era ebbe fama di epicureo e il grande Farinata degli Uberti. E’ indubbiamente uno dei canti più belli e dove Dante rende omaggio al nemico di parte si, ma gran signore e soprattutto ad un vero fiorentino. Su di lui non
spreco parole si sa che fu grande in tutto ed anche se fu artefice della più sanguinosa sconfitta fiorentina, fu anche colui che la “difese a viso aperto”. I suoi nemici per dirne male dovettero inventarsi l’accusa di eresia, cosa normale a quei tempi.

Girone suicidi canto tredicesimo: qui abbiamo un anonimo fiorentino che dice di essersi impiccato nella propria casa e nel quale è parso ravviare Lotto degli Agli giurista famoso che si uccise sembra per il rimorso di aver pronunciato una condanna ingiusta. Perla rara direi, certi magistrati di oggi sono pregati di prendere esempio!!!
Canti quindicesimo e sedicesimo, sodomiti… fiorentini a sfare! Nulla di strano del resto perché la sodomia allora era chiamata “vizio fiorentino”. Primeggia Brunetto Latini che Dante chiama maestro.
Notaio di parte guelfa, subì l’esilio dopo Montaperti e scrisse un trattatello di sapere universale detto “Il tesoretto”. Gli piacevano i ragazzi, e allora? Nessuno è perfetto così come piacevano al Conte Guido Guerra, valoroso cavaliere che fa compagnia a Ser Brunetto. Tegghiaio Aldobrandi degli Adimari fu uomo di grande buonsenso tanto che si adoperò affinché non fosse dichiarata la disastrosa guerra contro Siena, ma questo non lo salvò dal preferire la compagnia maschile. Invece l’ultimo signore che troviamo una scusa ce l’aveva. Pare infatti che Jacopo Rusticucci avesse per così dire, saltato il fosso, a causa della moglie brutta ed arpia che gli avevano imposto.

Canto diciassette usurai. Da notare la finezza del Sommo che per presentare i peccatori prima ci mostra il loro blasone. Leone azzurro in campo rosso per Catello de’ Gianfigliazzi guelfo nero oltre che strozzino, oca bianca, per Ciapo degli Obriachi e tre montoni in campo d’oro per Buiamonte de’ Becchi che fu gonfaloniere e banchiere ma
che per brama di guadagno, poi fallì venendo condannato per truffa. Bei tempi!!
Scendiamo ancora e nel venticinquesimo vanto fra i ladri si trovano Cianfa dei Donati, ladro di cose e di bestiame ed Agnolello de’ Brunelleschi che non contento di rubare anche ai propri genitori, passava dalla loro bottega ed attingeva alla cassa, così per gradire.
Troviamo anche Buoso Donati che non potendo più per limiti di età, lucrare grazie alla carica pubblica che ricopriva, fece in modo che tale carica la ricevesse un suo protetto (che gli avrà allungato di sicuro una sostanziosa bustarella), un certo Guercio de’ Cavalcanti che troviamo qui insieme al suo amico. Andiamo oltre e nel ventottesimo canto tra i seminatori di discordia troviamo discordia troviamo Mosca de’ Lamberti che “fu mal seme per la gente tosca”. Il signore in questione è ricordato per aver pronunziato la famosa frase cosa fatta capo ha” in merito all’uccisione di Buontelmonte dei Buontelmonti, si proprio di quel ragazzo che scatenò un putiferio a Firenze con i suoi sospiri amorosi. Mosca con le sue parole praticamente provocò quella scissione che fu detta fra guelfi e ghibellini. Non male neppure per quei tempi, visto quello che poi accadde.

Sempre fra i seminatori di discordia troviamo, ahimè un parente di Dante, Geri del Bello. I Del Bello era la casata che si era originata da un prozio di Dante ed infatti questo Geri era un cugino del padre del Sommo Poeta. Pare che fosse un rissoso ed un violento ed alla fine venne ucciso da un Sacchetti. Nessuno aveva vendicato questa morte e l’onta pesava ancora sulla famiglia Alighieri.

Trentesimo canto, troviamo Gianni Schicchi di cui vi ho parlato insieme
all’alchimista Capocchio, arso sul rogo. Coraggio, siamo al canto trentadue quello dei traditori, sia dei parenti che della patria, dove però si abbonda in fiorentini, segno che il  tradimento a Firenze era uno sport piuttosto diffuso. Il primo che Dante trova nel Cocito, il lago gelato è Bocca degli Abati, il ghibellino infiltratosi fra i guelfi a Montaperti e che recidendo con un colpo di spada, la mano al porta stendardo fiorentino, decretò in pratica la sconfitta di Firenze.. Di lui potrei parlarvi abbondantemente (gli ho dedicato un capitolo nel libro che ho scritto sulla sua famiglia) ma non vi annoierò oltre limitandomi a dire che sicuramente Bocca era parente stretto del nonno materno di Dante, il poeta Durante degli Abati e che questa parentela con un traditore doveva urtare parecchio il suscettibile Alighieri; infatti gli rifila un pedatone nel viso che neanche Ronaldo…e poi gli strappa i capelli…. Insomma un comportamento non certo da gentelman. Andiamo avanti e subito dopo troviamo i Conti Alberti fratelli che non seppero far altro che scannarsi fra loro, Sassol Mascheroni che per ereditare da uno zio
vecchio e malazzato ma che ahimè aveva un figlioletto pensò bene di farlo fuori ma si ritrovò poi senza testa quando il misfatto fu scoperto.
Ultimo, per fortuna Gianni Soldanieri, ghibellino ma che tradì i suoi compagni nel 1266 quando si trattò di cacciare i filo imperiali da Firenze.
Qui da l’inferno è tutto, passo e chiudo sperando di non aver dimenticato nessun dannato (non vorrei venissero a tirarmi i piedi stanotte.
Se vi ho annoiato, mandatemi pure all’inferno, troverò tanti concittadini.

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