PIOGGIA

Di Michele Ceri

Il padre d’Antonio restava una figura particolare. Un uomo d’altri tempi, in sostanza.
Accadeva che volesse costruire una veranda in legno, vera e propria, nell’ampia terrazza. Antonio ancora piccolo, giocava su lo stesso loggiato, proprio con i coetanei. Quei ragazzetti erano tutti molto vivaci, tanto da far preoccupare, a volte i genitori.
Babbo cominciò il lavoro. Inizialmente si pensava che la cosa richiedesse molto tempo, ma invece il portico venne edificato in meno di due anni. Giovanni, il padre fece tutto da solo. Usò molte assi di legno assai pregiato, inoltre una serie di attrezzi; si può affermare con certezza che custodiva proprio sulla medesima terrazza un luogo, dove vi erano custoditi una molteplicità di utensili. Si erano conservati ed utilizzati due tipi di seghe, una sega elettrica, tre tipi di martello, una macchina per levigare il legno, cacciaviti ecc…
Da tutto quel lavoro, durato qualche anno, nacque una veranda stupenda; il loggiato appena edificato veniva adibito a cameretta e vi restava posto, accanto, anche per un salottino.
Ma il genitore d’Antonio aveva altre particolari qualità, da non sottovalutare, assolutamente. Il padre, proprio in quel periodo si esercitava con il vuoto di pensiero, la meditazione. Seguiva gl’esercizi la notte, prima di prendere sonno. Abbinava respiro e immagine di un astro. Fece presente di questo anche al figlio e questo si sentiva assai incuriosito da volere provare anche lui stesso…
Trascorsero già undici anni dalla costruzione della veranda. Antonio non era più un bambino certamente.
Sicuramente Antonio, conosceva già suo padre. Molto, da un certo punto di vista.
Certo del babbo avevo stima, lo conosceva abbastanza bene, ma non aveva capito tutto.
Come tutti gli anni, giunse il periodo estivo. Proprio durante quel medesimo anno, ancora non avevano trascorso le ferie in alcun posto. Ma sicuramente sarebbe arrivato il momento di fuggire e giustamente, dalla città. Destinazione Val nascosta; come ogni anno.
Difatti , alcuni amici della mamma a loro affittavano, da anni, una carinissima casina nel bosco, Località Gemmes , presso Val Nascosta. Si trattava di una villetta, sopra il paesino, nascosta tra il verde; questa trasmetteva qualcosa di magico. Emanava mistero: lì Antonio si sentiva protetto, sicuro e vicino ai familiari. Cosa che arricchiva molto il suo cuore. Vi aveva trascorso molte estati. Ma ardentemente, ancora sognava di tornarci. E nessuno avrebbe potuto opporsi a quel suo desiderio.
Oltre a tutto ciò, come successo a molti, prima dell’inizio delle vacanze, aveva sostenuto l’Esame di Stato. Superò la prova con una votazione più che sufficiente. Si sentiva soddisfatto, ma si trovava ad affrontare un cambiamento. E grande.
Guardando dietro gli appariva l’eroico passato, ma il futuro lo spaventava e non poco. Per alcuni aspetti doveva cominciare nuovamente tutto da capo. Ma non voleva darsi per vinto; si trattava sostanzialmente di una battaglia con se stesso. Si sforzava di superare mentalmente i problemi riguardanti il futuro. Cosa l’aspettava? Anche se maturo, le difficoltà sarebbero giunte sicuramente. Lasciava alle spalle il periodo spensierato della scuola, la prima adolescenza. Con tutte le sue caratteristiche. Un pizzico di malinconia lo toccava, leggera come una carezza e difficile da dimenticare, come il vento di primavera o le sere di settembre.
Così mentre il tempo trascorreva lentamente, come accade quando sei giovane, al tempo stesso la mente anelava fortemente a qualcosa di misterioso, curiosava nei punti più affascinanti e sensibili della vita stessa, come il primo bacio, la prima sigaretta, lo studio di uno strumento da piccolo…
Alla fine, per fortuna, la mamma riuscì a stabilire il periodo delle vacanze, proprio nella Val Nascosta, in quella medesima casetta da sempre oramai deputata al trascorrere delle vacanze della famiglia Araldi. Si trattava di un toccasana, di un avvenimento positivo e molto fortunato. Per tutti: mamma, babbo e figlio.
Ma però la signora Araldi, malata d’influenza, sarebbe partita qualche giorno dopo.
Così finalmente alla metà di luglio, lui e il padre, partirono, con la felicità della mamma.
Antonio, ancora non capiva che si stava per aprire una finestra sulla sua vita, dalla cui apertura avrebbe potuto scorgere qualcosa per poi riflettere sull’esistenza, su suo padre, e altro…
Durante il viaggio capì del tutto chi fosse suo padre. E questo non è assolutamente poco.
Cosa accadde? Dopo quattro ore dalla partenza, sull’autostrada cominciò a piovere. Pioveva moltissimo, senza esclusione di colpi. Le gocce fitte e forti sbattevano la loro cima appuntita sulla macchina. Colpivano il metallo senza ferirlo, mentre penetravano nell’animo dei due: padre e figlio; guidatore e passeggero. Il rumore rimaneva assordante, monotono e continuo; sembrava parlasse, anche se non si capiva materialmente cosa volesse dire. Il cielo restava coperto e colorato di blu scuro. Non si scorgeva salvezza, da tutto ciò; tutto e tutti, qualsiasi cosa, sembrava come inghiottita dal buio nero del mondo. Assente la luce. L’acqua si percepiva come la marea, schiumosa, notturna. Salata e selvaggia. Circolavano molte macchine; il tragitto restava ancora lungo. Cosa accadeva? Certamente non cessava mai di piovere.
Antonio si trovava in macchina, seduto sul sedile; accanto il padre. Egli imperterrito andava avanti, correva, guidava, concentrato al massimo,: anche se dall’alto scendeva, imprevedibile, la rabbia della natura. Potevano anche morire, fare un incidente, oppure fermarsi, a causa della potenza distruttrice manifestata dal tempo.
Non dimenticherà mai quel giorno, quella sera, la pioggia incessante, i tuoni i fulmini e le macchine che attraversavano il continuo cielo d’asfalto.
Trascorsero quasi due ore, poi provvidenzialmente la forza oscura del cielo cessò. I due avevano sicuramente percorso un bel tragitto, un notevole numero di chilometri. Cento, duecento ? Chissà. Ecco che dopo pochissimi minuti, apparve in lontananza, ma pienamente visibile, l’arcobaleno. Successe che immediatamente, entrambi si ricordarono di essere se stessi, di essere ancora vivi, di poter osservare il cielo… Questo incuriosiva assai entrambi.
Ancora oggi, dopo tanti anni, Antonio si domanda come abbia fatto, sia materialmente che spiritualmente il babbo a continuare a guidare, nonostante tutto. Sicuramente il babbo aveva dentro di sé un grande spirito, senza dubbio. Del resto era la stessa persona, che da piccolo era riuscito a costruire la veranda e che addirittura l’aveva un poco indirizzato al vuoto di pensiero. Si lo stesso.
Così quest’ultimo , anche se in modo non programmato e senza tante parole gli dimostrò una cosa molto importante; come nella vita non ci s’arrende mai e che per vincere le battaglie che durante la vita accadono, si deve insistere. La vita gli ha insegnato questo; attraverso il padre, quel viaggio, quella pioggia.
Anche adesso, che Antonio è adulto del tutto, dopo anni, a volte ripensa a quei tempi, in cui sua la famiglia trascorreva le ferie estive in quella villetta in Val Gemmes nella zona montana della Val Nascosta.
Si rammenta che lì, anche gli stessi ragionamenti più importanti, sul passato e sul futuro si fermavano, un attimo. Regnava una sensazione come di silenzio. Inoltre i monti attraverso i colori erano avvolti da una sensazione di mistero. Vivere lì significava dimenticare il resto, tornare piccoli…
Quello che in quei momenti, maggiormente lo colpiva e che vivamente ricordava dentro di sé rimanevano il paesaggio, la bellezza della natura. Assieme anche agli animali lì presenti. Come ad esempio la marmotta, o l’aquila. Ma anche le mucche ed altro.
Antonio :”- Mi piace immaginare come la vita dopo la morte sia un luogo che potrebbe essere simile a quello delle Dolomiti. Ecco che lì avrei la possibilità di incontrare, oltre al sole splendente, anche e nuovamente, amici e parenti.
E vivere per sempre con loro-.”:
Anche durante il ritorno, curiosamente piovve ma molto meno. Cascava una leggera pioggerellina, tesa a significare pace tra cielo e terra.

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