Neologiorno n.4: Dottità

di Stefi Pastori Gloss

[dot-ti-tà]

Saggezza, senno, assennatezza, sapienza, buonsenso, raziocinio, giudizio, criterio, equilibrio, attenzione, prudenza, accortezza, avvedutezza, discernimento, oculatezza, ma con quel pizzico di ironia in più che rende intrigante le parole altrimenti troppo consuete.

Propriamente, rafforzativo concettuale derivato da [dotto], voce avveduta recuperata dal latino [doctus] di etimologia incerta.

Uomo, o donna dotta, che fa della saggezza la propria dottità. È in questo splendore intellettuale che il termine ‘saggezza’ è andato a instupidire. Il caso ormai lo conosciamo: parole brillanti, ampie, ricche, che per pigrizia si infilano in locuzioni stereotipate fino a morirci – scordato ogni uso diverso. Ma vediamo bene quale è la prosperità dell’essere dotti e perché è stato necessario sostituirle tale locuzione con un neologismo arricchente, vivificante, rinnovativo come dottità.

La creazione del nuovo neologismo (oh che pleonasmo!) è certificata a marzo 2019 dalla pubblicazione della recensione di un’opera poetica dell’ottima Gabriella Montanari. E più precisamente, nel seguente passaggio: “Riferimenti letterari – leopardiani omerici – in GIORNATE EPATICHE «… e il naufragar verdastro nella noia (…)», «Cantami, o Diva.» confermano la dottità della Montanari”, la quale è cortesemente invitata dall’autora a versare il contributo promesso all’IBAN graziosamente suggerito in privato, grazie. In poche parole, la famigerata recensora ha preferito all’impiego di saggezza coniare un neologismo, perché dottità ne contiene tutti i significati, tutte le accezioni, con in più il divertimento, “quella piccola dose di necessaria ironia, per renderla credibile (pensiamo la dottità come attributo fondante del nome di uno dei sette nani).”

L’azione del divertire va intesa secondo il suo stesso etimo: dal latino [divertĕre] ‘volgere altrove, deviare’, non solo fisicamente, nel senso dello spazio, da un’altra parte, in luoghi altri dal solito, ma anche mentalmente, allontanarsi dall’abitudine del quotidiano, dal già detto, dal già fatto. A tale scopo, se la tradizione poetica del romanticismo utilizzava un linguaggio aulico, quella dei moderni cercava di scardinare l’aulico con accostamenti inusuali (l’immenso che illumina), quella dei contemporanei gioca con le parole grazie a ironia e autoironia. In questo atteggiamento, si inserisce l’azione creattiva (sì, con due T) della recensora.

Con il succitato patrimonio di significati concreti, la via per quelli figurati è ricca di promesse. Leggendo una grande Poeta se ne apprezza la dottità priva di sbavature; il film ci fa godere di una fotografia nel pieno della sua dottità; la forza di una narrazione può essere la sua struttura tutta dottità, necessaria ed essenziale. Ma si può anche parlare di come l’esperienza dolorosa ci lasci la mente sorprendentemente piena di dottità, di come da un certo caos tempestoso emerga un pensiero perspicace e quindi saturi di dottità il pensante.

È un crinale, la dottità, dove la saggezza incontra l’ironia.

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