Quegli incontri del lunedì sera…

Di Massimo Acciai Baggiani

elefantinoA volte faccio lo sforzo di uscire di casa dopo cena: vinco la mia naturale pigrizia che mi porterebbe a mettermi davanti alla tv (oppure, ultimamente, davanti a un buon libro) e vado in via Corelli, a Novoli. Qui, in un cortile interno, sorge il centro Devadatta, di proprietà dei Ricostruttori. C’è un parcheggio ghiaioso davanti a una costruzione bassa; entrando da una porta a vetri si accede in un salone in cui aleggia profumo d’incenso. Sul pavimento c’è un mosaico. Un’altra porta da su una grande sala con le pareti di un giallo acceso, quasi arancione, con tante sedie e al centro un grande tavolo di legno, d’aspetto antico.

Qui si tengono interessanti incontri su tematiche filosofiche e religiose, solitamente il lunedì alle 21. Chi li organizza è un movimento religioso che risponde al nome di “Ricostruttori nella preghiera”[1]: fondato nel secolo scorso da padre Gian Vittorio Cappelletto, questo movimento mette d’accordo il cattolicesimo con la mistica orientale attraverso l’antica pratica ascetica dell’esicasmo, in un interessante sincretismo. Io l’ho scoperto per caso, anni fa; trovato un volantino che annunciava un ciclo di conferenze sul tema della morte – tematica purtroppo ben presente nei miei pensieri in quel periodo, di poco successivo alla dipartita di mia mamma per un tumore – decisi di andare a sentire cosa avevano da dire al riguardo. Dietro al suddetto tavolo di legno sedeva un tipo con barba e capelli lunghi, che pareva ispirarsi nel look a Osho o a qualche altro santone indiano. Il suo nome era Guidalberto Bormolini, monaco, autore di libri sul vegetarianismo, la barba dei profeti e l’amore per gli animali nel cristianesimo. Difficile indovinarne l’età: il volto era praticamente nascosto, si vedevano solo gli occhi – vivaci e penetranti. Aveva l’aspetto di uno gnomo buono, o di un babbo natale in borghese.

Mi colpì subito; aveva del carisma. Il suo approccio tranquillizzante al “fine vita” (su cui ha seguito corsi accademici di tutto rispetto) era quello che mi ci voleva per dissipare le ombre minacciose che circondavano per me questo tema spinoso. Durante il suo monologo facevo frequenti gesti di scongiuro, di nascosto – come ebbe a dire qualcuno, morire è una scocciatura per chiunque – ma al tempo stesso ascoltavo incantato. Facendo un excursus dotto dai filosofi greci a oggi, Guidalberto si scagliava contro la rimozione moderna della morte:

«Oggi il pensiero della morte è tenuto lontano, viene negato» diceva (più o meno) «come se non esistesse. È un terribile tabù. Oggi la gente si augura di morire all’improvviso, senza accorgersene. È proprio quello che i grandi maestri del passato temevano più di ogni altra cosa!»

Poi ci raccontò di un suo amico, morto di tumore dopo una lunga sofferenza (Guidalberto ama raccontare storie, è un narratore nato), ritenendolo «fortunato» (sic!) per aver avuto tempo di prepararsi a quell’evento e di riconciliarsi con Gesù e con l’Assoluto (così i Ricostruttori definiscono dio). Ecco, questa è una cosa che non mi tornava, ma andiamo avanti. Cosa ci aspetta nell’Aldilà? Dato per scontato che ci sia qualcosa e che la nostra mente non finisca con il corpo (su questo già nutro diversi dubbi…), il nostro Guidalberto, rifacendosi a scritti di mistici medievali che affermavano di aver compiuto il viaggio di andata e quello di ritorno dal “mondo dei più” (ben prima di Dante), affermava di conoscere bene la risposta. Cioè, quello che ci raccontava non era solo il resoconto di qualche testo esoterico: lui ci credeva realmente, come se quei testi fossero la guida Michelin della geografia oltremondana. Ci raccontava allora che tutte le antiche tradizioni religiose del mondo, sia orientali che occidentali (dal Libro tibetano dei morti ai santi nostrani) parlano di un percorso dell’anima, della durata di quaranta giorni, che deve attraversare varie tappe – alcune confortanti, altre spaventose – prima di giungere a un «grande fuoco d’amore». Il fuoco uno lo assocerebbe piuttosto agli inferi; invece questa immagine inquietante accomunerebbe tutte le anime, sia quelle “buone” che quelle “cattive”, secondo la visione accettata dai Ricostruttori.

Per arrivare preparati al “fine vita” occorre dunque una sorta di “allenamento”: occorrono le giuste visualizzazioni durante il momento fatidico, in cui bisogna essere ben coscienti. Guidalberto Bormolini è un esperto nell’ “accompagnare” le persone in questo delicato momento: ne ha assistite tante di anime nella sua carriera religiosa, tanto che immagino i pensieri dei presenti quando appare al fianco di qualche moribondo, oltre a quelli dell’interessato. Non so se mi piacerebbe averlo accanto a me (o a un mio caro) nel momento del “gran finale” – non fosse altro per il fatto che sono ateo e anticlericale – ma bisogna riconoscere che ci sa fare col suo tono pacato e il suo sorriso sbarazzino. Bisogna riconoscergli anche un certo umorismo, di cui dà prova durante le sue conferenze. L’umorismo è una cosa che apprezzo sempre; è utile per esorcizzare le paure della malattia e della morte. A me continua a far paura, non ci posso fare nulla: non so se al di là c’è il nulla, c’è il fuoco, c’è un bel giardino fiorito oppure se c’è la reincarnazione sulla Terra o su qualche altro pianeta; da buddista dovrei aver fede in quest’ultima possibilità, ma rimango profondamente agnostico su questa tematica. Certo l’idea della reincarnazione mi piace di più rispetto a quella del fuoco eterno, la trovo più seducente, meno definitiva…

A proposito di buddismo, un’altra tematica su cui mi trovo in profondo disaccordo con padre Guidalberto e con padre Cappelletto è sulla loro visione degli insegnamenti di Shakyamuni – quelli che ho abbracciato quasi diciotto anni fa e che ho approfondito con molte letture. Cappelletto sostiene in un suo libro che il Buddha «non volle mai far parola di Dio, dell’anima e della sopravvivenza dell’anima, tanto che qualcuno arrivò all’assurda conclusione che Buddha fosse un ateo e non credesse nella sopravvivenza dell’anima.»[2] Mi pare che nel suo “corso elementare di storia delle religioni” l’autore abbia approfondito poco il pensiero buddista per non notare un’incompatibilità insanabile con la credenza in qualche divinità di tipo monoteista, e il buon Guidalberto gli è andato dietro in modo acritico. Il fatto che Shakyamuni non abbia parlato di dio non significa, non negandolo esplicitamente, che ne ammetteva l’esistenza: sarebbe come dire che la scienza moderna ammette indirettamente l’esistenza dei folletti dal momento che nessuno scienziato ne ha mai parlato sulle riviste specialistiche. Con tutto il rispetto per chi crede in un essere superiore, il buddismo è una religione atea: dio è negato indirettamente ma non meno chiaramente. Io non mi permetterei mai di sostenere che Gesù fosse ateo, perché quindi volete invadere col vostro teismo le religioni altrui? Perché vi dà così fastidio che qualcuno creda in qualcosa di mistico che non prevede una croce e una cattedrale?

Ma torniamo, dopo questa doverosa parentesi, al tema della morte, trovo poco compassionevole augurare a qualcuno la sofferenza di un male terminale (ne so qualcosa: mia mamma ha lottato contro il cancro per lunghi anni…). Personalmente spero, se proprio me ne devo andare, di farlo in modo improvviso e indolore, il più tardi possibile, magari facendo sesso.

La morale cattolica della sofferenza che avvicina a dio mi è piuttosto estranea: mi piace di più il messaggio buddista del “siamo su questa terra per essere felici e a nostro agio”. Ben vengano quindi gli antidolorifici e l’eutanasia, se scelta dal diretto interessato (il quale ha ben diritto di decidere cosa fare della propria vita). Mi viene in mente un passo dello straordinario romanzo di Aldous Huxley, Il mondo nuovo, quando cioè John “il Selvaggio” assiste la madre morente in un ipertecnologico hospice del futuro, circondata da tutte le distrazioni possibili per rendere meno traumatico il trapasso (c’è anche la televisione… e il romanzo è del 1932!). I bambini vengono portati in visita per mostrare loro come la morte non sia una cosa così terribile: i moribondi sono infatti sedati, sotto effetto di droghe, non si rendono nemmeno conto di quanto sta accadendo. La reazione scomposta del Selvaggio davanti alla morte della genitrice traumatizza profondamente i bambini in gita, per cui viene rimproverato dall’insegnante: sta facendo passare il messaggio sbagliato, ossia che la morte è dolore e la perdita è lacerante. Ecco, la mia simpatia va verso l’insegnante, anche se ammetto che la questione è molto complessa e delicata…

Morire secca a tutti, suppongo anche a padre Guidalberto: altrimenti coloro che accolgono con gioia la morte cercherebbero di anticiparla, avremmo un mondo di suicidi, comunque senza farmaci salvavita. È facile filosofeggiare quando non abbiamo davanti la Nera Signora. Quanto a me, mi sento più vicino a quanto scrive Raël[3] riguardo alla «legittima aspirazione alla vita eterna», sostenendo che se si è in salute (fisica e psichica) nessuno di noi desidererebbe morire, vorremmo anzi vivere e godere all’infinito e, secondo lui, grazie alla clonazione aliena ciò sarebbe possibile[4]. Qui mi dissocio: sono d’accordo sull’aspirazione all’immortalità ma non penso sia possibile raggiungerla con la clonazione: due cloni sono due individui distinti e anche se fossero identici la sopravvivenza dell’uno nulla toglie alla paura di quello che perisce… Inoltre gli alieni descritti dal profeta francese appartengono alla fantascienza; genere letterario che amo molto ma che non confondo con la realtà.

Al di là delle diverse idee sulle grandi domande dell’Uomo, devo riconoscere ai Ricostruttori un grande senso dell’ospitalità: le conferenze, tutte gratuite, terminano sempre con una tisana e biscotti offerti da loro, inoltre tre-quattro volte l’anno c’è una grande cena vegetariana a buffet, a cui segue uno spettacolo, gratuita (a parte quei cinque euro per associarsi), abbondante e squisita. Anche sulla scelta vegetariana ci sarebbe molto da dire, ma non sono abbastanza documentato: posso solo dire che il buddismo è una religione atea ma non prescrive alcuna norma alimentare particolare, come sostiene qualcuno (ad esempio gli Hare Krishna, altro movimento religioso che pretende di insegnare il buddismo ai buddisti). Il buddismo è libertà: perciò non prevede alcun dio.

Firenze, 3 marzo 2020

Bibliografia

  • Acciai Baggiani M., Milella F. (a cura di), Perché non siamo fatti per vivere in eterno?, Firenze, Porto Seguro, 2019.
  • Cappelletto G.V., L’uomo verso l’Assoluto, Pinerolo, stampato nel 1997 presso Tipografia Giuseppini.
  • Huxley A., Brave New World, 1932 (Il mondo nuovo. Ritorno al mondo nuovo, Milano Mondadori, 1991).
  • Räel, Sì alla clonazione umana, Nova Diffusion, 2001.

Note

[1] https://www.iricostruttori.org/

[2] Cappelletto G.V., L’uomo verso l’Assoluto, Pinerolo, stampato nel 1997 presso Tipografia Giuseppini, vol. 2, p. 98.

[3] «Claude Maurice Marcel Vorilhon, conosciuto come Räel, è un giornalista, scrittore e predicatore francese, fondatore della religione ufologica conosciuta come movimento raeliano.» (Da Wikipedia)

[4] Räel, Sì alla clonazione umana, Nova Diffusion, 2001.

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