La Bhagavad Gīta: un invito alla violenza?

Di Massimo Acciai Baggiani

bhagavad-gita-cosi-comeMentre il mio amico e collega scrittore Carlo Menzinger si leggeva l’intera Bibbia, tutta d’un fiato, per poi recensirla[1], io facevo qualcosa di analogo con un altro testo sacro: la Baghavad Gīta. Confesso che, a differenza di Carlo, io non ho avuto lo stomaco per portare fino in fondo la lettura[2]: dopo le prime 160 pagine sono saltato alle ultime tre. Non credo tuttavia di aver perso molto: come il testo sacro dei cristiani, anche quello degli induisti è pieno di ripetizioni – anzi di più. Gli insegnamenti che Kṛṣṇa impartisce all’amico guerriero Arjuna (l’intero poema è costituito da un dialogo tra i due) sarebbero sintetizzabili in una pagina. Si tratta quindi di un testo prolisso, scritto in uno stile piuttosto oscuro per chi è a digiuno di filosofia indiana: infatti la maggior parte delle 692 pagine è occupata dalla spiegazione. Sì, avete indovinato: si tratta della versione commentata da Swami Prabhupāda (1896-1977), il santone indiano dall’aspetto poco rassicurante che ha fondato l’ISKON (gli “Hare Kṛṣṇa”) negli anni Sessanta, portandoli in tutto il mondo con il loro famoso mantra, le teste rasate e gli abiti a colori vivaci. La Gīta è il loro testo di riferimento, così come quello di milioni di seguaci di quella strana religione (o piuttosto insieme di sette e scuole yogiche) che è l’induismo moderno.

Si tratta di una parte del Mahābhārata, uno dei più grandi e famosi poemi epici dell’India antica, il quale descrive la guerra per il trono da parte di due gruppi di cugini di stirpe reale: i Kaurava e i Pāṇḍava. Tra i secondi c’è appunto Arjuna, appartenente alla casta dei kṣatriya (sì, già allora c’erano le caste… non bisogna stupirsene, semmai bisognerebbe meravigliarsi che ci siano ancora ai giorni nostri!). Accanto a lui, sul carro da guerra, c’è l’amico e maestro Kṛṣṇa, la “Persona Suprema”; per intenderci, quel giovane dalla pelle bluastra che figura in tante illustrazioni, spesso circondato da belle ragazze indiane, oppure in versione infantile-pucciosa sulle copertine di dischi hippies[3].

La Gīta si apre con gli opposti eserciti schierati sul campo di battaglia di Kurukṣetra. Tutto è pronto per il massacro. Arjuna all’improvviso ha dei ripensamenti; umanamente si domanda se valga poi la pena sterminare i propri parenti per salire su un trono. Ci aspetteremmo che l’ “essere supremo” lo lodi per la sua posizione non-violenta – ciò che definisce, a mio parere, una religione degna di rispetto[4] – e che finisca tutto con un abbraccio corale tra i soldati degli opposti fronti. Macché. Il dio Kṛṣṇa non è affatto contento degli scrupoli di Arjuna, anzi lo rimprovera aspramente per l’idea di voler venir meno ai suoi doveri di soldato. Il massacro deve avvenire, così vuole Kṛṣṇa. Impossibile sottrarsi al compito di sbudellare consanguinei e amici.

Il motivo di tanta crudeltà? Semplice: il mondo materiale non ha alcuna importanza, l’anima è immortale e il suo compito inderogabile è ubbidire al Signore Supremo. Tutto è finalizzato a quello, non c’è altro scopo all’esistenza umana. Tutto ciò ci ricorda qualcosa…[5]

Dunque Kṛṣṇa non è “immorale” nell’approvare, anzi ordinare, la guerra: «la Bhagavad Gīta insegna la più alta moralità […] Si deve diventare devoti di Kṛṣṇa e l’essenza di tutte le religioni è l’abbandono a Lui.»[6] Parole forti quelle che Prabhupāda mette alla fine del suo lungo commento al poema. L’affermazione secondo cui tutte le altre religioni non sono altro che una variante (o corruzione) dell’unica vera – in questo caso dal punto di vista induista – non è nuova: qualcosa del genere lo hanno detto anche Bahá’u’lláh (1817-1892), fondatore del movimento Bahá’í, e più recentemente Raël (1973- ). Chiedere alle varie religioni di rispettare quelle altrui è chiedere troppo, a quanto pare.

Ma da dove nasce quest’odio viscerale per la “materia”? Insomma, per la “ciccia”, di cui sono fatti in modo incontrovertibile i nostri corpi? Perché tutto questo disprezzo per l’appagamento dei sensi? Dalla lettura della Gīta non è chiaro: si insiste fino allo sfinimento che la materia è brutta e cattiva, mentre l’anima spirituale è pura, ma non si capisce perché uno dovrebbe mortificarsi come gli asceti, rinunciando a tutto quello che c’è di bello nel mondo – sesso compreso, per chi ha la fortuna di poterlo praticare. L’assunto della letteratura vedica, che viene dato per scontato, è che “tu non sei il tuo corpo” (come in tutte le religioni d’altronde), che insomma la ciccia sia solo una specie di abito che uno deve togliersi a un certo punto, per prenderne magari un altro (come prevedono le religioni basate sulla reincarnazione, buddismo compreso), a logica non porterebbe automaticamente a liberarsi il prima possibile di questo “abito”, ma anzi a goderselo il più possibile, finché l’abbiamo, sempre nel rispetto degli altri ovviamente. Perché ad esempio fare sesso solo a scopo riproduttivo, esclusivamente nel vincolo matrimoniale? Chi ha inventato questa cosa? Come gli è venuto in mente?

Non ho risposte, ma certo quelle che si possono dedurre dai testi sacri non sono molto convincenti. Se esiste un dio che ha creato i sensi, penso che lo abbia fatto proprio per soddisfarli, altrimenti sarebbe un dio sadico, quantomeno schizofrenico. Con ciò non affermo che potrebbe esistere un dio – nego del tutto questa possibilità – sto parlando per assurdo. Mi convince di più l’assunto che corpo e anima (qualunque cosa questa parola indichi) sono inscindibili e che, come scriveva Valerio Negrini «l’anima e il corpo se li stacchi non sai più chi sei»[7]. La violenza quindi mirata a separare queste due entità – sia con la spada che con il lavaggio del cervello – è sempre condannabile. Non esiste guerra giusta, tantomeno se ordinata da una divinità: su questo sono arcisicuro.

Ci sono poi altre cose discutibili, dal mio punto di vista, nella fede degli Hare Kṛṣṇa: dietro i loro sorrisi un po’ ebeti c’è questa violenza (che deriva appunto dalla Gīta) e il loro vegetarianismo in questo senso mi puzza non poco: se provi compassione per gli animali macellati come puoi approvare la macellazione di esseri umani su un campo di battaglia? C’è qualcosa che non torna, così come l’affermazione del guru indiano che se proprio non si vuole rinunciare alla carne è consigliabile almeno limitarsi ad ammazzare i maiali (per via della loro “immoralità sessuale”… di nuovo la fobia del sesso dei religiosi) oppure nutrirsi dei cadaveri di animali già morti (magari per malattia?)[8] e che il guru (Prabhupāda si riferisce ovviamente a se stesso) va adorato come un Dio[9]. No, non era ironico il nostro santone: diceva sul serio. I suoi seguaci l’hanno preso in parola, almeno per la sua venerazione come divinità (se poi vadano a giustiziare suini perché fanno ciò che loro vorrebbero fare ma non possono, oppure a mangiare carcasse di vacche putrefatte, non so… spero per loro di no).

«Diffidate dei buddisti che mangiano carne» diceva una seguace di Prabhupāda, durante una conferenza a cui ho assistito. Io piuttosto diffido di chi non mangia carne ma approva il sistema delle caste, la fede cieca nel guru e la guerra di religione.

Firenze, 14 marzo 2020

Bibliografia

  • A.C. Bhaktivedanta Swami Prabhupāda (a cura di), La Bhagavad Gīta così com’è, The Bhaktivedanta Book Trust, 2013.
  • A.C. Bhaktivedanta Swami Prabhupāda, Viaggio alla scoperta del sé, The Bhaktivedanta Book Trust, 1997.
  • Satsvarupa dasa Goswami, Śrila Prabhupada, The Bhaktivedanta Book Trust International, 1994.

Note

[1] https://carlomenzinger.wordpress.com/2020/03/10/leggere-la-bibbia-tutta-dun-fiato

[2] Neanche la Bibbia ho letto per intero e tutta di seguito, perché farmi del male fino a tal punto?

[3] Ad esempio sulla copertina dell’album di Cesare Cremonini Bagus (2002).

[4] Vedi il mio articolo La vera religione.

[5] Krishna e Geova hanno diversi tratti in comune, a partire dalle idee sanguinarie…

[6] A.C. Bhaktivedanta Swami Prabhupāda (a cura di), La Bhagavad Gīta così com’è, The Bhaktivedanta Book Trust, 2013, p. 655.

[7] Anima e corpo, in Facchinetti R., Fai col cuore (1993).

[8] Queste “perle” di trovano in A.C. Bhaktivedanta Swami Prabhupāda, Viaggio alla scoperta del sé, The Bhaktivedanta Book Trust, 1997.

[9] Satsvarupa dasa Goswami, Śrila Prabhupada, The Bhaktivedanta Book Trust International, 1994.

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