Storia di un cittadino del mondo

Di Massimo Acciai Baggiani

nikoAlbania. Questa parola mi evoca il ricordo di due persone che ho conosciuto, a distanza di molti anni l’una dall’altra. La prima volta che sentii parlare dell’Albania fu dalla mia vicina di casa, albanese appunto: una bella ragazza di vent’anni (io ne avevo ventiquattro) approdata nell’appartamento di fronte al mio, dove faceva la badante, con cui strinsi amicizia[1]. All’epoca non avevo nessuna idea delle condizioni di quella terra, così vicina e al tempo così lontana dall’Italia. Sapevo solo che non vi si doveva vivere molto bene visto che molti la lasciavano per un futuro incerto in Italia, la quale doveva apparire agli albanesi come l’America agli italiani del secolo scorso.

Approfondii la conoscenza di questa terra – dove non sono ancora mai stato – con un altro incontro voluto dal destino. Nel 2019 il mio datore di lavoro, Paolo Cammilli, mi spedì a presentare il romanzo autobiografico di un autore albanese, pubblicato con Porto Seguro tre anni prima. L’autore era Elvis Dona e il romanzo me lo sono letto tutto d’un fiato poco prima della presentazione, presso l’ex manicomio di San Salvi: in un centinaio di pagine Elvis, un ragazzo simpatico e gentile, raccontava in un italiano perfetto le sue vicende di immigrato.

elvisHo scritto poi un articolo, dopo quella lettura[2]: la sua storia ricorda per molti aspetti quella descritta nel romanzo di Paolo Seganti, più noto come attore[3], Niko. Trovato per caso in uno scaffale del libero scambio – come avviene per la maggior parte delle mie letture – mi ha subito catturato per lo stile scanzonato, pieno di ironia anche nel descrivere situazioni drammatiche, ma anche profondo quando serve. Come non provare subito un’istintiva simpatia per il protagonista, Nikolin Gjeloshi (detto Niko), così come per il già citato Elvis[4]? Per la loro capacità di reagire alle situazioni più difficili, senza farsi mai abbattere. Per la loro profonda umanità, il non arrendersi al male che li circonda, alla diffidenza verso gli stranieri (che sfocia a volte in aperto razzismo), il mantenersi puri di cuore e non perdere l’entusiasmo verso la vita.

Niko fugge dall’Albania all’indomani della dittatura, ricorrendo a scafisti senza scrupoli, e, giunto in Sicilia, deve rifarsi una vita partendo da zero, dormendo in un cartone, elemosinando un lavoro, conquistandosi con la sua onestà e spirito di sacrificio il rispetto e le simpatie degli italiani. Tornerà più volte nella sua terra, in varie occasioni (per assistere la madre morente, per portare in Italia la moglie, per semplice nostalgia…) e i suoi rientri clandestini saranno sempre rocamboleschi, degni di un film. La sua forza d’animo davanti alle traversie della vita risulterà alla fine vincente: Niko si farà una posizione in Italia e si integrerà alla perfezione.

È una storia vera quella raccontata da Seganti? L’autore dichiara di sì, e comunque, anche se non lo fosse, potrebbe benissimo esserlo. Nel corso della narrazione trovano spazio anche alcune riflessioni del protagonista che mi sento di condividere. Innanzitutto la sua visione cosmopolita, che sposo in pieno (non a caso il romanzo ha per sottotitolo Nikolin Gjeloshi, cittadino del mondo): Niko si dichiara di amare «visceralmente» la sua terra, ma al tempo stesso di non appartenere ad alcuna etnia, troppo spesso motivo di odio e pregiudizio: «Mi piacerebbe tanto se la stampa, le radio, le TV a tutte le latitudini, quando danno notizia di qualche misfatto lo rendessero noto dicendo solo il nome dei delinquenti protagonisti. Dare la nazionalità (italiano, marocchino, tedesco, turco, albanese, e ancora…) non fa altro che indirizzare l’opinione pubblica a fare di ogni erba un fascio»[5]. Sono perfettamente d’accordo (anche se io non ho alcun senso di appartenenza): io disapprovo tutti i criminali, non importa la nazionalità: non è che i criminali italiani mi stiano meno antipatici rispetto a quelli di fuori. Può sembrare una riflessione banale, ma di questi tempi è bene ricordarlo.

Ci sono altri pensieri di Niko che mi hanno colpito: «Un grappolo d’uva. Ecco a cosa assomigliano i ricordi, specialmente quelli raggruppati in un periodo come quello dell’infanzia e della giovinezza che, seppur in quell’età non è sempre tutto piacevole, le cose brutte spesso ti sfioravano appena. A dar retta a loro, ai ricordi, staresti sempre voltato all’indietro, rimanendo fermo a guardare. E io voglio andare avanti.»[6] e «Io credo però che, chi non le sa raccontare, le cose, non si accorge nemmeno di viverle: o giù di lì. Però credo anche che, se le storie sono di quelle che fanno male, soffre di meno.»[7] È quello che penso anch’io, in questi giorni di quarantena per il Covid-19, mentre alterno alle letture e alla scrittura di recensioni, l’aggiornamento delle mie memorie[8].

Questa storia di un “cittadino del mondo” è una di quelle che ti fanno passare la voglia di lamentarti di questa nazione disgraziata; c’è sempre chi sta peggio (e anche questa può apparire una banalità), ma in fondo, come ci insegna anche il buddismo, è lo stato vitale quello che conta. Solo con uno stato alto si può affrontare le maree della vita, e il segreto in fondo sta anche nel non prenderla troppo sul serio, nel trovare il lato comico delle cose, insomma nel mostrare un sorriso là dove uno si aspetterebbe un pianto disperato.

Firenze, 8 aprile 2020

Bibliografia

  • Dona E., Io Elvis, immigrato albanese, Firenze, Porto Seguro, 2016.
  • Seganti P., Niko. Nikolin Gjeloshi. Cittadino del mondo, Edilalbo edizioni, 2011.

Note

[1] Di breve durata purtroppo, perché si trasferì presto in un’altra città, per lavoro.

[2] https://segretidipulcinella.wordpress.com/2019/05/11/vi-presento-elvis/

[3] https://it.wikipedia.org/wiki/Paolo_Seganti

[4] Tra l’altro le vicende narrate si svolgono più o meno negli stessi anni, ossia l’ultimo decennio dello scorso secolo.

[5] Seganti P., Niko. Nikolin Gjeloshi. Cittadino del mondo, Edilalbo edizioni, 2011, p. 233.

[6] Seganti P., op. cit., p. 203.

[7] Seganti P., op. cit., p. 147.

[8] Il quarto volume raggiungerà gli altri tre all’Archivio Diaristico Nazionale di Pieve Santo Stefano, ma sarà anch’esso vincolato e non consultabile fino al 2100.

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