Neologiorno n.12: Mangerezza

di Stefi Pastori Gloss

[man-ge-rèz-za]

SIGN Aplologia tra mangiare e leggerezza. Dicesi di individuo che si alimenta con leggerezza, che, in certi casi, significa superficialità. Da mangiare, ovvero masticare e ingerire; consumare, corrodere, dal francese antico ‘mangier’, che attraverso l’ipotetica forma intermedia ‘mandicare’ arriva dal latino manducare, derivato di màndere ‘masticare’. Ovviamente si tratta di un’azione del tutto essenziale alla sopravvivenza, ma nel caso del personaggio per il quale è stato creato questo neologiorno, trattasi non solo di sopravvivenza personale, bensì di inquadramento sociale e lavorativo, quindi va oltre al mero sopravvivere. Rispetto al mangiare, mangerezza ne supera la funzione di fulcro delle relazioni sociali, elemento rituale di base, giocato dai bambini, strutturato identitariamente in famiglia, luogo senza cui l’incontro fra persone, per piacere o lavoro, quasi non esiste, diventando strumento per il raggiungimento dell’obiettivo di auto realizzazione personale. Ovviamente, mangiare è anche di un verbo profondamente usurato a forza di essere pronunciato nei secoli: per tirare fuori un mangiare dal manducare latino serve una masticazione lunghissima. A maggior ragione sarà per il neologiorno mangerezza: ma sarà sufficiente una lettura approfondita ed esaustiva del romanzo, senza esercitare gli imprescrittibili diritti del lettore di Daniel Pennac. Infatti, solo in questo modo il lettore potrà scoprire perché è legato così profondamente a leggerezza che, nel caso del personaggio, non è limitatezza di peso, come dato qualitativo o funzionale, data la sua corpulenza; nemmeno mancanza di controllo nel comportamento, indice di scarsa serietà e di frivola noncuranza, o, con altro senso figurato, futilità, banalità. Bensì trattasi di agilità o scioltezza non solo fisica, ma soprattutto mentale, in quanto riferibile a dote innata di delicatezza o anche a un grado notevole di abilità acquisita, il che si adatta perfettamente alle caratteristiche costitutive del personaggio, così astuto e scientificamente calcolatore. Siamo sempre a parlare di mangiare, è naturale che ci si ritorni anche per significati figurati, perciò pensiamo alla mangerezza del recinto divorato dalla ruggine, perché superficialmente non trattato in superficie, alla mangerezza delle parole non pronunciate per mancata sollecitudine, ma anche a quella mangerezza irregolare così tipica in questi tempi di anoressici o bulimici, o quella del cugino che ha fatto sparire con calcoli raffinati il patrimonio di famiglia. E finiamo al principio: il suono. Ci fa aprire e chiudere la bocca come una insalivazione, alternando l’apertura massima della A alle nasali (anche durante la masticazione l’aria dovrebbe passare dal naso), e alla complessità del GI che travolge gola, lingua, denti e labbra. Per non parlare della E che, a seconda della regionalità della pronuncia, potrà essere APERTA – vedi il milanese nord italico – e quindi richiamare stomaci dilatati; o CHIUSA – vedi il romanesco o il fiorentino centro italico – che attiene più alla leggiadra arguzia di chi attua l’azione con secondi fini. Un verbo che è un vero epitome mimico, di una finezza che non ci sfuggirà in quelle occasioni in cui lo diremo.

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