I vicini (un racconto a finali alternativi)

Di Massimo Acciai Baggiani

Questo racconto è un’opera di fantasia. Personaggi, luoghi e avvenimenti sono frutto dell’inventiva dell’autore e vengono usati in modo fittizio. Qualsiasi somiglianza con persone reali, vive o defunte, fatti o luoghi è assolutamente casuale.

1bnOgni tempesta inizia con una singola goccia. Tutto principiò una notte di aprile; sei andato a letto come al solito, dopo il film in prima serata, e ti eri addormentato dopo il solito tempo, indefinito, di attesa del sonno. Un rumore di risa sguaiate ti sveglia a metà di un bel sogno. Ancora mezzo addormentato, ti rendi conto che proviene dal piano inferiore. L’appartamento è stato di nuovo affittato. Avevi sperato che i nuovi vicini sarebbero stati più educati di quelli vecchi, o magari che l’appartamento rimanesse vuoto per molto tempo, forse per sempre. Comprendi che la pace è finita. Rimani indeciso se alzarti da letto o provare a riaddormentarti ugualmente, nonostante la festa alcolica che si svolge sotto di te, senza alcun rispetto per il regolamento condominiale. Alla fine decidi di alzarti: le risate sono insopportabili e non riusciresti comunque a riposare. Ti rivesti sbuffando, ti infili il cappotto – nelle scale fa freddo – e scendi. Suoni il campanello.

«Potete far silenzio?» rispondi alla voce femminile, proveniente dall’altro lato del portone, che ti domanda la tua identità con accento meridionale.

«Sì certo, ci scusi.»

Ritorni a letto. C’è di nuovo silenzio, ma fai molta più fatica a riaddormentarti nonostante la stanchezza e la consapevolezza di doverti alzare presto l’indomani.

Passano alcune settimane senza storia. Alla fine di marzo ricomincia la notte alcolica delle studentesse universitarie – ché tali sono, come sei venuto a sapere da altri coinquilini – e comprendi che dovrai alzarti di nuovo. Nuove scuse e nuova incazzatura.

Il tuo lavoro ti costringe ad alzarti presto la mattina, spesso prima del sorgere del sole in inverno. Lavori duramente, hai il sacrosanto diritto di dormire la notte. Le studentesse non sembrano voler comprendere. Hai provato a dirglielo con le buone; hai parlato al vento. Il terzo richiamo non è così cortese e provoca risentimento nelle giovanette che hanno invitato i loro amici (o trombamici) nell’appartamento, facente parte – certo – di un condominio costruito con materiali  scadenti che lasciano passare anche il rumore di uno starnuto.

«Insomma, cosa vuole?!» dice la portavoce dell’allegra brigata, aprendo il portone «Siamo solo parlando! Non è neanche mezzanotte!»

«Manca un quarto d’ora a mezzanotte» fai notare, cercando di mantenere la calma «e comunque il regolamento condominiale dice che dopo le dieci non si può far casino».

«Io sono in casa mia e faccio quello che mi pare!»

«No, siamo in un condominio e non si può disturbare i vicini.»

«Si compri un paio di tappi per le orecchie!»

Il suggerimento non è malvagio, anche se ancora non pensi che dovrai ricorrervi davvero. Sei sempre stato un tipo rispettoso, accomodante, paziente, ma a tutto c’è un limite. La vita ti ha insegnato che se ti fai mettere i piedi in testa una volta, poi dovrai lottare sempre per non ritrovarteli per sempre sulla capoccia i dannati piedi. Fai presente che non sta a te munirti di tappi per le orecchie ma a loro rispettare le regole. Ricevi il portone in faccia. Suoni di nuovo. Nessuno risponde. Riprende la musica. Batti un pugno sul portone, infine sei costretto a ritornare a casa e chiamare la polizia. La vita stasera ti insegna un’altra cosa: la polizia non può fare (o non vuole fare) nulla per te, è troppo impegnata a fare altro che intervenire per una questione di vicini rumorosi e maleducati. Prendi mentalmente nota di passare domani in farmacia a informarti sui dannati tappi.

Per un altro paio di settimane non ci sono altre feste. Deve essere tempo di esami, pensi, oppure le studentesse sono tornate al loro paese per le vacanze pasquali. Comunque sia le notti sono tranquille e i tappi per le orecchie, che comunque hai acquistato per ogni evenienza, giacciono inutilizzati nella loro scatola riposta nel comodino accanto al letto. Arrivi perfino ad illuderti che abbiano imparato un po’ di buone maniere.

Le giornate si vanno allungando, le notti sono sempre più tiepide e brevi. Sta arrivando l’estate. La senti nell’aria, trasportata da una brezza gentile odorosa di fiori. Ci sono stati un paio di episodi notturni e hai potuto sperimentare i tuoi tappi per le orecchie. Non è che isolino perfettamente e comunque sono fastidiosi da indossare. Quel corpo estraneo che rende tutto ovattato ma che ti fa sentire bene il pulsare del tuo sangue, i tuoi battiti cardiaci, non è che sia proprio il massimo. È chiaro, non ci sei abituato. Meglio comunque delle risate da gallina delle ragazze e degli urletti dei loro ospiti maschili, con cui si stanno intrattenendo fino a ben oltre la mezzanotte. Sei tornato giù a bussare, è chiaro, ma non hai ottenuto nulla. La terza volta è sbucato un tizio, palesemente ubriaco, che ti si è piazzato davanti, proprio sul muso, come se volesse picchiarti. Tu l’hai guardato senza indietreggiare, con fermezza, e quello ha abbassato lo sguardo ed è rientrato in casa. La festa però è andata avanti, finché il sonno è riuscito a vincere il tuo nervosismo e il fastidio auricolare.

L’estate è arrivata. Non quella ufficiale, che comincia col solstizio, ma quella climatica, molto più precoce. Le feste studentesche si sono spostate in terrazza, proprio sotto la finestra della tua camera da letto. Affacciarsi per urlare loro di farla finita non è più produttivo che suonare il campanello; c’è solo la differenza che adesso puoi vederli in faccia, i cafoni, mentre si prendono gioco di te. Ti tocca dormire con la finestra chiusa, e anche così il chiacchierio e le risate passano e ti raggiungono nel letto. Ormai ti stai quasi abituando ai tappi, ma non a quel sopruso. Hai provato a rivolgerti all’amministratore, perfino al padrone di casa, ma hai trovato solo un muro di omertà, di quelli che piacciono ai mafiosi. Di quelli tipicamente italiani, di chi se ne lava le mani. L’amministratore ti ha promesso che avrebbe mandato una raccomandata, ma anche se lo avesse fatto certo non ha avuto alcun effetto, anzi pare che adesso i giovani lo facciano apposta a far casino, sicuri della loro impunità.

Hai pensato anche a un avvocato, ma come dimostrare il danno che ti stanno causando? E poi gli avvocati costano, e siamo in Italia dove spesso è l’innocente ad essere punito mentre i colpevoli sono tutelati dagli stessi che dovrebbero sanzionarli. No, non è quella la soluzione. Non sei uno sprovveduto, hai sentito tante storie del genere. Perfino una poliziotta con cui hai parlato al telefono – più gentile dei suoi colleghi – ti ha confidato che perfino lei ha lo stesso problema e non c’è stato verso di risolverlo se non traslocando. L’idea di traslocare da una casa dove hai vissuto per decenni, da molto prima che nascessero quei mocciosi rompiballe, non la prendi neanche in considerazione. La soluzione deve stare altrove.

Già, ma dove? Intanto le studentesse hanno preso a organizzare cene in terrazza tutte le sere. Cenano tardi le maledette, come usa dalle loro parti. Alle undici sono ancora a tavola, a spettegolare e ridacchiare, tanto che fai perfino fatica a seguire la televisione. Tu senti tutti i loro discorsi, anche se non te ne può fregare di meno, e ogni sera ti sgoli affacciandoti alla finestra. Sei solo. Gli altri vicini non sembrano infastiditi quanto te da quel comportamento incivile, oppure sono rassegnati, sta di fatto che da quella parte non puoi sperare alcun aiuto.

FINALI ALTERNATIVI DI:

1) Federica Milella

2) Marcella Spinozzi Tarducci

3) Barbara Mancini

4) Vittoria Zedda

5) Luigi De Rosa

FINALE DI MASSIMO ACCIAI BAGGIANI

Una notte che ti affacci noti lo sguardo di una delle ragazze, quella più arrogante e strafottente. Quel suo sguardo derisorio, mentre gli dici per l’ennesima volta che non hanno diritto a fare feste fino a tarda notte, fa scattare qualcosa in te, nella tua mente già provata dal nervoso e dalla cattiva qualità del sonno. Sei sempre stata una persona impulsiva, emotiva, con un’alta considerazione per ciò che è giusto e ciò che non lo è. Quella notte è stato raggiunto un punto di non ritorno.

Poi un giorno hai visto in televisione per caso un documentario sulla Stazione Spaziale Internazionale. «Nel vuoto non si tramettono i suoni» dice la voce di Piero Angela «perciò le scene di battaglia di Star wars, con quelle esplosioni rumorose, non sono verosimili». Nel vuoto non si trasmettono i suoni. È come l’ultimo tassello che va improvvisamente a posto nel puzzle. Quell’informazione scientifica ti accompagna per tutta la notte insonne, col ronzio del tuo sangue che pulsa veloce nelle orecchie, turate dai tappi ormai logori. Nel vuoto…

Il giorno successivo lo passi a casa, su internet. Trovi vari tutorial su come convertire un compressore per pneumatici, o da frigo, in una pompa a vuoto. È meno complesso di quanto avevi immaginato. Lo puoi fare, tanto più che non sei del tutto digiuno di meccanica e hai un’ottima manualità. Nel pomeriggio ti procuri il necessario in un negozio di ferramenta lontano da casa. Agirai questa notte stessa.

Aspetti il momento opportuno guardando la televisione, senza capire una parola del film thriller che stanno trasmettendo. La tua mente lavora senza posa al piano, affinandolo, cercando i punti deboli, risolvendo le magagne. L’orologio in cucina batte mezzanotte, poi l’una, le due. Alle tre la festa è al culmine dei decibel e del tasso alcolico. Lo puoi sentire chiaramente appoggiando l’orecchio sul parquet. Divertitevi, divertitevi, ragazzini, pensi, finché lo potete. Poi riderò io.

Sei sicuro che sia una buona idea? A prescindere se il tuo piano per risolvere drasticamente il problema del rumore andrà a buon fine o meno, sei sicuro che domattina non te le pentirai, anche se nessuno dovesse risalire a te? Hai ragione, il piano è talmente perfetto che non hai da temere di venire scoperto. È il momento di entrare in azione. Vai a prendere il trapano a punta lunga e lo appoggi, con un tuffo al cuore, al parquet. Il rumore della punta che affonda nel pavimento viene coperto dalla musica ad alto volume, sempre più sfrontata, che proviene dal piano di sotto. Dopo qualche minuto senti un piccolo contraccolpo. Spengi il trapano e dai un’occhiata al minuscolo foro che mette adesso in comunicazione il tuo appartamento con quello delle maledette studentesse. Nessuno potrebbe notarlo, nessuno ti ha sentito. Il tuo occhio cade su una coppia che si sta slinguando sul divano. A questo punto vi inserisci il cavo del compressore su cui hai lavorato tutto il pomeriggio e lo metti in moto. Il tuo sguardo è fisso sul manometro, la cui lancetta sale con lentezza esasperante da 0 a 100. Quella è la percentuale di vuoto che stai creando nel salotto delle ragazze, così gradualmente che non se ne stanno rendendo conto.

Ma che carini: sono tutti quanti strafatti, pensi con un sogghigno. Non si stanno rendendo conto di respirare sempre meno ossigeno, come se stessero salendo un una montagna altissima. Mentre la lancetta si avvicina a 100 l’altitudine sale, sale, sale. Ora sono a 1000 metri. A 2000. Ecco, a 2500 iniziano i primi sintomi del “mal di montagna”. Il loro organismo è in stato di ipossia, ma ancora non se ne rendono conto salvo un fastidioso mal di testa di cui daranno al colpa alle birre vuotate una dopo l’altra, senza ritegno. La pressione continua a scendere mentre “l’altitudine” continua a salire. È trascorsa un’ora abbondante da quando ha messo in moto la pompa a vuoto. Adesso è come se fossero in cima al Monte Bianco. Qualcuno di sicuro ha vomitato sul pavimento, altri saranno crollati sui divani, con la bava alla bocca. La musica è appena meno forte, ma ancora ce ne vuole per zittirsi. Per precauzione accendi il tuo stereo a tutto volume – vorresti pure vedere se qualcuno dei tuoi vicini omertosi si lamenta del casino alle cinque di notte! – per continuare a coprire il motore. Adesso ragazzi e ragazze, quelli che non sono già crollati nell’incoscienza, sono in grave stato di confusione. Stai godendo come una bestia. State per conquistare l’Everest, carissimi, brindate! pensi mentre il tuo sogghigno si allarga sempre di più. Sei sicuro che a questo punto nessuno ti disturberà mai più: sono tutti morti per edema polmonare. L’odore che giunge alle tue narici indica che qualcuno se l’è fatta letteralmente addosso. È un profumo celestiale per te. Adesso volate verso Marte, amici cari, pensi.

Spengi il compressore. Non c’è motivo di proseguire, anche se ti resta la curiosità di sapere se, con la lancetta spinta fino a 100, i corpi si gonfierebbero fino a scoppiare come Schwarzenegger in Atto di forza. Meglio non scoprirlo, ciò potrebbe tradirti; al contrario, dei corpi asfissiati in un appartamento dove già sta tornando l’atmosfera originaria, cancellando le tracce del tuo delitto, resterà un enigma insolubile. Forse qualcuno darà la colpa all’alcol o a qualche droga. L’ultimo tocco consiste nel chiudere il buco che hai fatto nel pavimento. Questa notte riuscirai finalmente a dormire tranquillo.

Firenze, 24 pratile – 2 messidoro ’28 (12-20 giugno 2020)

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