Rileggendo Il Libro di Alice

di Massimo Acciai Baggiani

La letteratura può dividersi idealmente in quattro categorie, risultanti dalla combinazione dell’età di chi scrive e di quella del pubblico di lettori. È una classificazione un po’ strana, certo, ma ha dei lati interessanti. Tra gli scrittori (intendo questo termine nel senso più ampio possibile) vi sono:

A) adulti che scrivono per adulti;

B) adulti che scrivono per bambini e/o adolescenti;

C) bambini e adolescenti che scrivono per adulti;

D) bambini e adolescenti che scrivono per bambini e/o adolescenti.

La prima grande categoria comprende tutta la letteratura mondiale propriamente detta, tout court. La seconda, pure molto ampia, coincide con la letteratura per l’infanzia (che a sua volta può dividersi in letteratura rivolta esclusivamente ai bambini e adolescenti, e letteratura godibile anche da parte degli adulti). Le altre due categorie sono invece piuttosto particolari, si può discutere se si tratti effettivamente di “letteratura” e in che misura.

Vi sono stati, e vi sono tuttora, bambini prodigio nel campo della musica – il cui talento può essere valutato con lo stesso metro usato per gli adulti – anche se non sono molti, ma ancora meno numerosi sono i “bambini scrittori” e le “bambine scrittrici” che hanno visto pubblicate le loro opere giovanili. Il motivo è piuttosto comprensibile: la scrittura si nutre del vissuto e delle letture, quindi un bambino non ha ancora avuto, di solito, abbastanza tempo per fare esperienza nell’uno e nell’altro campo. Ai bambini piace raccontare, questo si sa, soprattutto agli adulti, ma al di là della tecnica, che si affina solo col tempo e la pratica, la grande fantasia che può possedere un bambino non è supportata dall’esperienza del mondo, di chi è venuto prima. Nella categoria C troviamo i temi scolastici, l’occasione più frequente in cui un bambino è chiamato a scrivere qualcosa che potrebbe assomigliare a un testo letterario, ma solo per gli occhi degli insegnanti – appunto – mentre per la categoria D non saprei fare molti esempi, visto che le storie che i bambini si raccontano sono per lo più orali, e le lettere che scrivono agli amici sono pubblicate solo in casi particolari.

Vi sono però delle eccezioni, alcune celebri. Anna Frank (1929-1945) iniziò a scrivere il suo diario il giorno del suo tredicesimo compleanno. Giacomo Leopardi (1798-1837) sapeva «scrivere in latino fin dall’età di nove-dieci anni e padroneggiare i metodi di versificazione italiana in voga nel Settecento»[1] e tra i suoi scritti “puerili” vi sono dissertazioni filosofiche e astronomiche. L’italo-americano Christopher Paolini (1983) ha scritto a quindici anni il primo libro della sua fortunatissima saga fantasy, Eragon, da cui è stato tratto anche un film. Più in piccolo e più vicino a noi troviamo, ad esempio, il fiorentino Roberto Orlandini (2000), il “baby-poeta” che ha iniziato la sua carriera a sette anni e ha esordito a dodici col suo primo libro scritto in un linguaggio antico[2], non consono alla sua età, e l’aretino Jacopo Rossi (1988), che a undici anni ha scritto il suo primo romanzo, pubblicato a tredici[3]. Il fatto che questi giovanissimi scrittori, che si rivolgono chiaramente a un pubblico adulto (categoria C della mia classificazione) o più raramente di adolescenti e adulti (categoria D, come nel caso di Paolini) in quanto il linguaggio che usano non corrisponde a quello dei loro coetanei, siano diventati così famosi è dovuto soprattutto alla loro età. Il sospetto che in realtà dietro le loro opere si nasconda un ghostwriter con più anni sulle spalle potrebbe essere legittimo, in alcuni casi: su questo non indago e non ne avrei i mezzi. Prendo per buono che siano effettivamente loro gli autori, che proprio la loro età li ponga al di sopra del sospetto di prestarsi a imbrogli. Perfino l’attivista ambientalista svedese Greta Thunberg (2003), altra giovanissima autrice[4], fu accusata di essere “pilotata” da qualche adulto (accusa che viene naturalmente da ambienti di destra e che non prendo nemmeno in considerazione).

La cosa notevole non è tanto che gli scrittori inizino presto a scrivere – penso anzi che sia una cosa piuttosto comune, posso citare nel piccolo anche il mio caso (ho scritto la mia prima “poesia” all’età di otto anni e prima di finire le elementari avevo fondato un gruppo poetico, insieme a due miei compagni di classe, chiamato Golden Eagle Team). Scrittori si nasce, uno scrittore ce l’ha nel sangue, nel Dna. La cosa rara è che il piccolo autore scriva in modo molto più maturo per la sua età, tanto da attirare l’attenzione degli adulti. Allora accade qualcosa di inconsueto: il mondo degli adulti accoglie il bambino, o la bambina, nel mondo dell’editoria. A volte della grande editoria. È il caso, esemplare, di Alice Sturiale (1983-1996) che nella sua breve ma intensa vita ha prodotto un vasto corpus di scritti, poi pubblicati postumi alla sua morte dalla casa editrice fiorentina Polistampa, e quindi, l’anno successivo, dalla Rizzoli. L’opera ha avuto una straordinaria fortuna, con traduzioni in varie lingue e continue ristampe che arrivano fino a oggi. Il libro ha ricevuto recensioni illustri (tra cui quella di Mario Luzi), ha ispirato canzoni, è entrato nelle antologie scolastiche e ad Alice sono state intitolate scuole, ludoteche e giardini, come è ben esposto nella postfazione all’edizione Rizzoli di quest’anno 2020, scritta dai genitori per fare il punto a 24 anni di distanza dalla prima edizione[5]. Lodevole la decisione di quest’ultimi di donare i proventi delle royalties (certo consistenti) alle associazioni per disabili. Un gesto che Alice, condannata fin dalla nascita a non poter usare le gambe in modo autonomo, avrebbe sicuramente approvato.

Alice è stata definita “l’Anna Frank italiana”, credo in riferimento alla maturità della sua scrittura, alle terribili difficoltà di cui ha reso testimonianza nei suoi scritti, alla sua visione del mondo, all’intensità con cui ha vissuto e alla sua morte prematura. Le similitudini con la celebre ragazzina olandese si fermano qui: Alice ovviamente non ha dovuto nascondersi per anni in un appartamento claustrofobico e non è morta in un lager. La stessa Alice si è anzi sempre dichiarata una bambina fortunata[6], in quanto circondata dall’amore di genitori e amici.

Il libro di Alice è stato curato dall’amica Mariella Bettarini[7], a cui era legata da una lontana parentela (la nonna di Alice era biscugina della mamma di Mariella); è grazie a lei, Mariella, che sono venuto a conoscenza di questo straordinario libro: devo dire tra l’altro che ha fatto un ottimo lavoro. Mariella non ha incontrato mai la lontana cugina, ma la bambina ha lasciato il segno nella sua vita, così come ha fatto nei cuori e nelle menti di tutti coloro che l’hanno conosciuta di persona.

Ma chi era Alice Sturiale? Cosa aveva di straordinario? Per rispondere occorre ripercorrere, almeno in sintesi, la sua vita. Ne troviamo notizia in fondo al Libro di Alice[8]. Figlia del giornalista Leonardo Sturiale[9], il cui cognome ci rivela l’origine siciliana di una parte della sua famiglia, Alice nasce a Firenze il 18 novembre 1983. Prima che la piccola compia un anno le fu diagnosticata l’atrofia muscolare spinale: una malattia che l’avrebbe condannata alla sedia a rotelle. La maggior parte delle persone si sarebbe demoralizzata, avrebbe condotto una vita triste: non Alice, la quale anzi si è poi lanciata in attività in aperta sfida al suo handicap, quali lo scoutismo e lo sci. L’affetto delle persone care e la tecnologia l’hanno certo aiutata – nel ’93 ha avuto in regalo uno scooter elettrico – ma senza lo stato vitale altissimo della bambina, che l’ha sempre sostenuta (a parte comprensibilissimi momenti di scoramento), di lei non si parlerebbe oggi in tutto il mondo. È morta improvvisamente il 20 gennaio 1996, a scuola, «mentre rideva per la battuta di un compagno»[10]. Possiamo immaginare che, circondata dall’affetto dei suoi amici, in un ambiente che amava, non abbia sofferto: non a tutti è data questa fortuna.

Alice a Rapallo a casa della zia quando Alice aveva forse 9 o 10 anni, ha l’aria arguta e sbarazzina che le è tipica. Per gentile concessione di Leonardo Sturiale che ringrazio per questo “bonus”.

Dicevamo che i bambini hanno grande vitalità ma poco vissuto. Nel caso di Alice ciò è vero in termini di tempo oggettivo, ma i suoi dodici anni li ha vissuti intensamente: ciò, unito alla sua sensibilità e rara intelligenza, le ha consentito di produrre testi molto maturi per la sua età. Il suo “corpus letterario” è molto vario: prevalgono naturalmente i temi scolastici ma vi sono anche molte poesie e diverse lettere. Mariella Bettarini lo ha suddiviso in quattro parti, ciascuna a sua volta divisa in aree tematiche omogenee.

La prima parte, dopo la brevissima introduzione di Mariella, si apre con alcune prose e poesie sulla natura, in cui emerge la meraviglia per il Creato, visto attraverso la fede cristiana della bambina. Già in questo primo gruppo di testi trovo una sintonia di sentire: anche io, pur essendo ateo, rimango sempre incantato dalle meraviglie di questo pianeta – la neve, il vento, le stagioni, i fiori, le nuvole. In questi testi Alice ci dà saggio del suo spirito di osservazione e delle sue doti descrittive. Seguono “Storie vere e inventate” dove troviamo la narratrice: visti i miei interessi per la narrativa fantastica ho apprezzato le sue storielle fantascientifiche (Una storia di fantascienza e Il messia dei marziani) che mi ricordano quelle che scrivevo io durante la ricreazione, in giardino, sulla scalinata della palestra della scuola elementare Giacomo Matteotti.

Queste storie hanno il sapore della fiaba, anche quando sono vicende reali come quella della volpe addomesticata da un frate camaldolese (proprio come nel capolavoro di Antoine de Saint-Exupéry, Il piccolo principe) – quest’ultima vicenda mi sarebbe piaciuto citarla nel mio libro sul Casentino, nel capitolo dedicato all’eremo di Camaldoli[11], l’avessi letta prima… è dolcissima. Sempre a proposito di animali, la sezione successiva è tutta dedicata ai nostri amici a quattro zampe; qui trovo un’altra cosa in comune con Alice, ossia il suo amore per i gatti. Al suo testo L’amore del mio gatto avrei voluto rispondere con il mio L’amore di un gatto[12].

Segue la sezione intitolata “Io” in cui Alice traccia un autoritratto, “confessandosi” con grande libertà, parlandoci anche delle sue debolezze. Alice espone le sue idee, i suoi sogni, e ci regala riflessioni profonde; una frase mi ha colpito in particolare: «Io sono soddisfatta di quello che sono»[13]. È un’affermazione importante. Quanti possono dire altrettanto? In altri punti riconosco anche il mio pensiero, ad esempio nel desiderio di possedere «un grande potere per guarire i mali del mondo: fame, morte, violenze, sofferenze, malattie e soprattutto la guerra che è la radice di tutti questi gravissimi problemi»[14] Subito dopo Alice dichiara di non sapere come fare in quanto non capisce nulla di politica: cara Alice, vorrei dirle, ci capisci più te di quelli che i politici lo fanno di professione…

Nel libro spuntano qua e là paesaggi fiorentini anche a me cari, come la piazza D’Azeglio col suo giardino: io quel giardino lo ricordo per altri eventi legati agli anni, gli stessi, che ho passato alla vicina scuola per ragionieri Duca d’Aosta, ben diversi da quelli vissuti dall’autrice. Ritrovo invece lo stesso sentimento, comune a molti studenti, del passaggio traumatico da una scuola all’altra: lasciare il mondo ormai noto in cui si è trascorsa buona parte della propria vita (e cinque anni sono tanti per un bambino…) per trovarsi nell’ignoto.

La sezione “Affetti” si apre con un acrostico (genere poetico caro anche a Mariella Bettarini) e prosegue con una galleria di ritratti familiari. In questa sezione Alice ci racconta anche la sua esperienza negli scout, molto positiva nonostante la sua malattia, e il congresso a Loppiano (pure io ne ricordo uno, e ho dedicato un capitolo alla cittadella dei Focolarini in un mio recente libro[15]). Ma non ci sono solo gioie nella vita: la grande sensibilità dell’autrice si esprime anche negli scritti dedicati all’amica del cuore, Phoung, a cui deve dire addio alla fine delle elementari (lei si trasferirà in Australia), mantenendo comunque un rapporto epistolare riportato anche nel libro. Alice scrive lettere anche agli adulti, ad esempio al frate camaldolese Don Paolo, con cui si confida; all’uomo di chiesa racconta perfino di quella volta che ha mandato affanculo un ragazzino colpevole di aver fatto un apprezzamento poco gradito sul suo aspetto fisico![16]

Un altro tema caro ad Alice è naturalmente quello delle barriere architettoniche e dell’inciviltà dei “camminanti”, poco attenti alle esigenze dei meno fortunati. Non mancano i bilanci della propria vita e i ricordi piacevoli delle vacanze in montagna e al mare, nell’amata Sardegna (dove ha potuto entrare in acqua con la carrozzella, come testimonia una foto nel libro[17]).

La scuola è al centro del libro. Alice ne parla di continuo. C’è un punto che, riletto oggi in tempo di Covid, mi ha fatto pensare a come certe cose non cambino: una lunga assenza (per motivi di salute, come nel caso di Alice[18], o per via del lockdown) suscita nostalgia nei piccoli alunni, tanto da far loro rimpiangere le aule e i banchi. Fare lezione attraverso lo schermo di un computer non è la stessa cosa.

La seconda parte del libro ci presenta un’Alice “saggista”. Tutti sappiamo che la scrittura si nutre di letture: qui l’autrice ci parla dei libri che ha amato – in primis Il piccolo principe, lettura fondamentale anche nella mia formazione – ma commenta pure passi dei testi sacri, film che ha visto, poesie, quadri, articoli di cronaca. Mi ha fatto sorridere quando scrive, riguardo al Leopardi: «Sono sicura che se a quei tempi ci fossero stati gli antidepressivi o dei buoni psichiatri, e se Leopardi avesse avuto a che fare con questi, oggi non avremmo la sua poesia»[19]. Questa affermazione potrebbe dare spunto a un lungo dibattito, che riserverò a un altro articolo. Sempre parlando del grande poeta recanatese, c’è un’espressione usata da Alice che mi ha colpito: «Allora io sono entrata in me stessa»[20]. La usa commentando Il passero solitario, parlando di quella sensazione di solitudine che fa parte anche della sua vita pur affollata di amici. Vi sono momenti in cui «la solitudine è una cosa fantastica»[21] per l’auto-osservazione; gli scrittori, i filosofi e i sognatori lo sanno bene.

La terza parte è interamente in versi. Alice usa il verso libero, non ama le rime o le metafore, il linguaggio è piano. Nelle sue liriche la piccola poetessa parla del suo handicap, dei luoghi che ama (la Sardegna, l’Argentiera), e molte sono dedicate alle amiche o alla sua prima “cotta” adolescenziale (per un tale Lapo), svelando in campo sentimentale un’inattesa timidezza, assente in altri testi. Trovo significativo che il suo ultimo scritto, risalente a un mese prima della sua scomparsa, sia proprio una poesia, Pozzanghera (gennaio 1996).

Qui si chiudono idealmente gli scritti di Alice. La quarta e ultima parte infatti è dedicata alle testimonianze di amici e parenti: i ricordi della nonna Laura, quelli di Phuong e dei compagni di scuola, i messaggi commossi dei “lupetti”, di Don Paolo (suo padre spirituale). Un ultimo saluto corale che rende giustizia alla grandezza d’animo di Alice, amata e benvoluta da tutti. Io non l’ho mai conosciuta di persona (quando lei frequentava le elementari io ero alle superiori e poi all’università) ma un po’ sento di averla incontrata, attraverso i suoi scritti e le foto che completano il suo libro: me ne sono fatto un’idea, e mi piace pensare che, se fossi stato suo compagno, sarebbe nata una bella amicizia sulla base del comune amore per la scrittura.

Firenze, 5-7 luglio 2020

Bibliografia

  • Acciai Baggiani M., Baggiani P., Magnelli I., Cercatori di storie e misteri, Firenze, Porto Seguro, 2019.
  • Acciai Baggiani M., Magnelli I., Due passi indietro, Porto Seguro, 2020.
  • De Saint-Exupéry A., Il piccolo principe, Milano, Mondadori, 2015.
  • Frank A., Diario, Milano, Einaudi, 2014.
  • Orlandini R., Tra l’aspettar del tempo e il morir del giorno, Empoli, Ibiskos Ulivieri, 2012.
  • Paolini C., Eragon, Milano, Rizzoli, 2012.
  • Rossi J., Brividi di fanciullo, Cortona, Calosci, 2001.
  • Sturiale A., Il libro di Alice, Firenze, Polistampa, 1996.
  • Thunberg G., La nostra casa è in fiamme, Milano, Mondadori, 2019.

[1] Da Wikipedia

[2] Orlandini R., Tra l’aspettar del tempo e il morir del giorno, Empoli, Ibiskos Ulivieri, 2012.

[3] Rossi J., Brividi di fanciullo, Cortona, Calosci, 2001.

[4] Thunberg G., La nostra casa è in fiamme, Milano, Mondadori, 2019.

[5] Sturiale A., Il libro di Alice, Milano, Rizzoli, 2020, pp. 249-251.

[6] Sturiale A., Il libro di Alice, Firenze, Polistampa, 1996, p. 219.

[7] https://it.wikipedia.org/wiki/Mariella_Bettarini

[8] Sturiale A., op. cit., pp. 215-220.

[9] Con cui l’amica Mariella mi ha messo in contatto: persona gentilissima, che ringrazio per avermi inviato la sua postfazione.

[10] Ivi, p. 220.

[11] Acciai Baggiani M., Baggiani P., Magnelli I., Cercatori di storie e misteri, Firenze, Porto Seguro, 2019, pp. 235-249.

[12] « L’amore di un gatto è semplice: / basta accarezzarlo sulla testa, / basta ascoltare le sue fusa, / basta tenerlo sulle ginocchia. / È la cosa più semplice che esista. // Il mondo invece è complicato, / le persone sono complicate: /oggi ti sono amiche, domani ti tradiscono. / Se non ti cercano, forse è per orgoglio. / Se ti cercano, forse è per interesse. // Una volta avevo un gatto / e in qualche modo lui aveva me. / Tornato dall’ennesima porta in faccia / lo trovai sul divano, acciambellato: / mi sedetti e lo presi in collo. // L’amore di un gatto è semplice: / basta accarezzarlo sulla testa, / basta guardarlo negli occhi / e trovarvi un grande mistero. / Un mistero semplice.»

[13] Sturiale A., op. cit., p. 75.

[14] Ivi, p. 73.

[15] Acciai Baggiani M., Magnelli I., Due passi indietro, Porto Seguro, 2020, pp. 77-100.

[16] Sturiale A., op. cit., p. 129.

[17] Ivi, p. 142

[18] Ivi, pp. 144-145.

[19] Ivi, p. 168.

[20] Ivi, p. 165.

[21] Ibidem.

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