L’intruso

Di Massimo Acciai Baggiani

Il giardino delle delizie, Hieronymus Bosch

Quando venne la sua ora, Teofilo chiuse gli occhi serenamente confidando nella certezza della sua destinazione ultraterrena. Per ottant’anni era vissuto seguendo la Legge del Signore, studiando regolarmente le Scritture, andando a messa tutti i giorni e pregando mattina e pomeriggio. Non aveva trascurato la carità verso i poveri, il sacramento della confessione, la fedeltà coniugale e l’educazione cristiana verso figli e nipoti. Aveva anche lui peccato, naturalmente: l’uomo è peccatore, altrimenti sarebbe Dio, o la Madonna. Perfino i santi avevano peccato prima di diventare tali. I suoi peccati però erano stati veniali, cancellati dal pentimento, dall’assoluzione del prete e dalle rinnovate preghiere. Era sempre stato generoso nelle sue offerte alla Chiesa, molto attivo nella vita parrocchiale, aveva fatto molto volontariato come catechista e per altre opere ecclesiastiche. Da quando, chierichetto, serviva il sacerdote a quando ricevette – da un altro sacerdote molto più giovane di lui – l’estrema unzione, non c’era stato giorno in cui il suo pensiero non fosse rivolto a Dio e a come rafforzare la propria fede. Aveva fatto pellegrinaggi in Terra Santa, a Medjugorje, a Roma, a Lourdes e a Santiago di Compostela. Aveva servito pasti caldi presso la Caritas. Aveva ammonito i peccatori, sia in famiglia che fuori, e aveva incontrato perfino il Santo Padre da cui aveva ricevuto una benedizione speciale. Tutti quei momenti passarono davanti agli occhi moribondi di Teofilo, negli ultimi istanti, come un film di assoluta fede cristiana.

«Figlio caro, benvenuto in Paradiso» gli disse una voce calda e amichevole, senza età, proprio come se l’era immaginata. Dio in persona lo aveva accolto nell’eterna beatitudine, ricompensa di una vita di privazioni e mortificazioni dell’io. «Da oggi questa sarà la tua casa, fino alla fine dei tempi. Sono finite le tue tribolazioni; gioisci nell’Amore!»

«Signore Onnipotente di Misericordia! Sia lode eterna a Te!» disse, in preda a un’emozione incontenibile, mentre sentiva le lacrime che gli bagnavano il volto. Sì, aveva ancora un volto, e un corpo, così come sulla terra: ma si trattava di un corpo splendido, giovane, privo degli acciacchi che avevano caratterizzato i suoi ultimi anni di vecchiaia: tutto come aveva scritto Sant’Agostino. Sentiva una grandissima energia nel sangue che il suo cuore potente spingeva nelle vene, nei muscoli, negli organi e nelle ossa. Non si era insomma mai sentito tanto vivo e perfetto.

«Adesso va’ a esplorare la tua nuova dimora» lo esortò la stessa voce, che sembrava essere trasmessa direttamente alla sua testa, come se gli provenisse da dentro.

Teofilo non se lo fece ripetere. Aprì gli occhi e si trovò davanti una sorta di immenso giardino pieno di verde e di fiori così colorati e profumati da far sfigurare quelli più belli che aveva visto in vita. Si guardò poi le mani, notando con stupore come le rughe e le macchie avessero lasciato il posto alla pelle liscia e a dita ben proporzionate e forti. Sentiva che con una stretta di mano avrebbe potuto stritolare il tronco di un albero. Guardò poi il resto del corpo, coperto da una tunica immacolata da cui spuntavano i piedi nudi. Avrebbe desiderato avere uno specchio a disposizione, ma si rimproverò subito. No, non poteva peccare di vanità proprio il suo primo giorno in Paradiso: doveva accettare con umiltà quel corpo meraviglioso che gli era stato donato dall’Altissimo.

L’uomo si alzò e cominciò a camminare verso il sole, che splendeva in un cielo turchino ma i cui raggi non gli ferivano gli occhi come avrebbero fatto sulla terra. Anche la vista era tornata perfetta, non aveva più bisogno di occhiali e le sue cataratte erano ormai ricordi. L’aria era quella di una tipica giornata primaverile, con una leggera brezza profumata che accarezzava la pelle. Teofilo il Paradiso se lo immaginava più… spirituale, più dantesco, ma tutto sommato pareva che Dante ne avesse dato un’immagine troppo incorporea. Sembrava piuttosto una di quelle immagini degli opuscoli dei Testimoni di Geova: c’erano boschetti di abeti e faggi, piccoli ruscelli gorgoglianti di acqua purissima e fresca che formavano laghetti, prati che sembravano appena falciati, cespugli di rose e mirti, il cinguettio di passerotti e, in lontananza, cime imponenti, innevate. Più in basso si vedeva un insieme di case, un villaggio. Si avviò in quella direzione.

Man mano che si avvicinava, notava l’architettura delle case a due piani, circondate dal verde, sparse lungo un fiume attraversato da vari ponticelli di legno. Le case erano in stile tirolese e l’insieme faceva pensare al villaggio dolomitico dove era solito passare le vacanze estive da ragazzo. C’era un grande silenzio, rotto solo dalla brezza che passava in mezzo agli alberi, dal canto degli uccelli e dal mormorio del fiume. Avvicinandosi ancora notò alcune persone che passeggiavano lungo il fiume o che chiacchieravano seduti su alcune panchine. Erano tutti vestiti come lui, con una lunga tunica bianca. Erano tutti giovani e bellissimi, uomini e donne. Si domandò se anche lui fosse così piacente; stavolta cedette a quel piccolo tocco di vanità e si specchiò in una pozza d’acqua. Stentò a riconoscersi. Non era mai stato così bello, nemmeno quando aveva vent’anni e tutta la vita davanti.

Tornò a confrontarsi con gli abitanti di quel villaggio montano. Erano forse angeli? O altre anime reincarnate come la sua? Raggiunta la coppia più vicina, seduta a conversare sul prato, li interrogò al riguardo.

«Fummo una coppia di sposi sulla terra» rispose il ragazzo, tenendo dolcemente la mano della sua compagna. «Adesso siamo uniti qui in Paradiso, per sempre. Sia lode a Dio!»

«Sempre sia lodato!» rispose.

Che carini, pensò prima di ringraziare e proseguire. Giunse in una piazzetta lastricata in pietra serena, al cui centro una fontana di smeraldo zampillava liquidi di vari colori. Nella fontana c’erano alcuni ragazzi che giocavano a schizzarsi e ridevano felici. Teofilo si intrattenne a parlare con loro per qualche tempo, poi fu indirizzato verso la sua nuova casa, preparata per lui.

«Entra nella tua dimora» lo invitò, suadente, la stessa Voce divina. «C’è una sorpresa che ti aspetta.»

Appena varcata la porta intravide una figura femminile intenta a preparare un dolce in cucina. Sentiva il profumo della sua torta preferita, quella di mele. Riconobbe subito il modo particolare in cui la torta era stata cucinata.

«Donata!» urlò Teofilo, al colmo della gioia. La donna si voltò e per poco non le cadde il vassoio per la sorpresa.

«Amore mio!» esclamò, gettandosi tra le sue braccia. La donna era molto più bella di come ricordava sua moglie, morta diversi anni prima, eppure era lei, senza ombra di dubbio. Era così come quando l’aveva conosciuta, da giovane, ma con lo sguardo molto più brillante e come circondato da un’aura di bontà e fede.

«Sono così contenta di vederti! Aspetta anche di vedere i tuoi genitori, gli amici andati e tutte le persone care che sono qui ad aspettarti!»

«Non vedo l’ora! Ma prima restiamo un po’ insieme, noi due, vuoi?»

Venne sera. Le stelle in cielo erano miliardi, non se ne vedevano così tante nemmeno sulla cima più alta della terra, nella notte più limpida. Cenarono raccontandosi tante cose, mangiando non più per fame ma solo per piacere, scambiandosi carezze e gesti d’amore. La prima notte in Paradiso trascorse nella gioia più piena, prima di abbandonarsi al dolce sonno.

Il giorno successivo fu svegliato da un raggio di sole che filtrava dalle tendine della camera da letto. Donata stava già preparando il caffè, l’aroma stuzzicava le sue radici. Caffè in Paradiso? Pensò, un po’ perplesso. Perché no? Cosa sarebbe il paradiso senza il suo caffè quotidiano, che aveva bevuto fino al suo ultimo giorno sulla terra?

Raggiunse la sua sposa in salotto e fecero colazione insieme.

«Oggi ti aspetta una giornata piena» gli disse baciandolo sulla fronte «ci sono molte persone da incontrare, e avrai diverse sorprese».

Gli strizzò l’occhio, quindi lo accompagnò alla porta e lo salutò con un bacio meno casto, sulla bocca. Teofilo aveva scoperto la sera prima che il Paradiso non è asessuale, e d’altra parte come avrebbe fatto a conservare la propria identità se lo avessero privato della sua virilità? Solo che il sesso lassù non aveva nulla di peccaminoso o di animalesco: era un’unione perfetta di anime e di corpi, non più finalizzata alla procreazione, come sulla terra, ma al puro Amore.

Con questi pensieri l’uomo si addentrò nel cuore del paese, verso la fontana della piazza centrale. Immaginò che nel Paradiso ci fossero innumerevoli paesini come quello, e forse anche paesaggi marini o di altro tipo oltre quelle montagne ignote. Ci sarebbe stato tempo per esplorare quel mondo. Molto, molto tempo.

Teofilo rivide i suoi genitori, morti entrambi durante un’epidemia quando era molto piccolo, poi rivide il sacerdote che lo aveva battezzato e iniziato al suo cammino di fede. Rivide anche i suoi vecchi insegnanti, i suoi compagni di scuola, i suoi amici di gioventù e della maturità, perfino alcuni degli amici di vecchiaia che lo avevano preceduto di poco. Erano tutti molto cambiati, eppure li riconobbe all’istante. Salutò e abbracciò tutti, scambiandosi informazioni sul mondo terreno.

Poi lo vide. Sulle prime pensò di aver avuto una sorta di allucinazione. Ma come poteva avere allucinazioni con la sua vista perfetta? No, era proprio lui. Non era possibile sbagliarsi, per quanto assurdo. Davanti a lui, seduto su una panchina a corteggiare una ragazza bionda dai tratti nordici, c’era Eleuterio.

Quando il giovane si accorse di essere osservato, si voltò verso Teofilo e corse a stringergli la mano.

«Vecchio mio!» esclamò scuotendogli il braccio con vigore «Lo sapevo che saresti finito quassù anche tu, era troppo scontato! Beh, come ti trovi? Quando sei arrivato?»

Teofilo ci mise un po’ per riprendersi dalla sorpresa e ribattere.

«Tu piuttosto, che ci fai qui?»

Avrebbe voluto dirgli: che ci fa un ateo impenitente come te, anticlericale e donnaiolo, in un luogo di cui ha sempre negato l’esistenza insieme a quella dell’Amore Divino e della sacralità della Chiesa?

Ma è ovvio! Pensò subito dopo.

«Dunque ti sei pentito all’ultimo secondo, oppure ci hai sempre presi in giro per tutto questo tempo?» disse, abbozzando un sorriso.

L’altro lo guardò in modo beffardo.

«Io pentito? E di cosa? Non ho mai fatto del male a nessuno, ho sempre rispettato le idee di tutti. Mi sarei dovuto pentire di non aver creduto in un dio inventato dagli uomini per giustificare i peggiori crimini del Potere?»

«Ah, ma eppure adesso devi credere per forza!» esclamò Teofilo, recuperando la sua sicurezza.

«No caro, continuo a credere che la tua chiesa cattolica sia un’organizzazione criminale e che il dio della Bibbia sia un babau per adulti. L’ho sempre creduto e non ho cambiato idea.»

Se qualcuno avesse bestemmiato in chiesa, Teofilo avrebbe avuto un infarto. Ma bestemmiare addirittura in Paradiso! Se avesse avuto un cuore capace di andare in tilt, certo sarebbe accaduto in quel momento.

«No, non è possibile. Non è possibile che Dio ti abbia ammesso in Paradiso. Sei un intruso qua, non capisco come tu ci sia finito, ma questo non è il posto per te. Te ne devi andare subito. Capito? SUBITO!!!»

Per la prima volta in vita sua Teofilo perse davvero la calma. Il suo tono di voce era talmente alto che tutti si voltarono a guardarlo, sorpresi, interrompendo le proprie occupazioni.

Eleuterio lo guardò senza scomporsi, prevedendo quella reazione.

«Forse mi preferiresti giù ai “piani bassi”?» replicò sorridendo. «Quello sarebbe un luogo più adatto a me? Così mi offendi. Ti stupiresti a sapere che laggiù ci sono tanti che andavano regolarmente a messa, come te, e perfino di più, e che sulla terra sono considerati santi o poco meno. Beh, i casi della vita sono strani, così come i casi della morte. Quando sono arrivato quassù ho scoperto che al Boss non importa un fico secco quante ostie hai ingerito o quante mani di porporati hai baciato. Sono altre le cose di cui tiene con…»

«Basta! Non voglio sentire altro. Roba da matti. E voi cosa avete da guardare??»

Così dicendo se ne andò infuriato, rifacendo in senso contrario la strada percorsa quel mattino con uno stato d’animo anch’esso contrario.

Entrò in casa come una furia, spaventando Donata.

«Che è successo, tesoro?» gli domandò la donna. «Ti preparo una camomilla; quassù sono meglio di qualunque farmaco per calmare i nerv..»

«Non ho bisogno di camomille!!» le urlò, poi, pentendosi subito della sua reazione eccessiva, domandò scusa alla moglie.

«È che proprio non mi aspettavo di vedere quel mangiapreti di Eleuterio quassù. Capisci? Che ci fa uno come lui in mezzo ai beati? Uno che ha sempre mancato di rispetto al Crocifisso e alla Religione Cattolica? Non capisco, non capisco…»

La donna lo guardò con benevolenza.

«All’inizio mi sono stupita anch’io. Ricordi sul letto di morte ha rifiutato perfino il funerale in chiesa? Ha mandato a quel paese il prete che la famiglia aveva chiamato per l’estrema unzione, sperando che all’ultimo tuffo si convertisse. Ricordi quando dicevamo che non esistono atei quando l’aereo precipita? Macché! È vissuto e morto da ateo, coerente fino alla fine. Non mi davo pace per questa stranezza, poi ho capito.»

«Io invece proprio non capisco. Vado a pregare. Dove si trova la chiesa del paese?»

«Non ci sono chiese qui, caro. Anche questa è una cosa che ho capito solo dopo.»

«Coosa??»

Solo in quel momento notò che in casa non c’erano crocifissi e nemmeno simboli religiosi.

«Il vero Dio è un po’ diverso da quello di cui ci hanno parlato laggiù.»

Teofilo si lasciò cadere su una sedia di legno, completamente annichilito. Tutta la gioia provata il giorno prima era scomparsa, come se non fosse mai esistita.

«Signore Onnipotente!» disse Teofilo, le mani giunte, a voce alta come aveva fatto innumerevoli volte in vita. Aveva camminato a lungo nel paese e fuori alla ricerca di una chiesa, o anche di una semplice cappella, incapace di credere che in Paradiso non vi fosse un luogo dove celebrare una messa o ritirarsi in preghiera. Alla fine aveva dovuto arrendersi all’evidenza, quindi si era cercato un angolo solitario, nell’abetaia alle porte del villaggio. Si era inginocchiato su una grossa pietra e aveva iniziato la sua invocazione, con le lacrime agli occhi.

«Signore, rispondimi, ti prego!»

L’unica risposta che ebbe fu lo squittio di uno scoiattolo che salì veloce su un ramo.

«Signore!»

«Che c’è, figliolo? Ti vedo turbato.»

«Ma come, non dovresti già saperlo?»

«Certo carissimo, ma per voi uomini è importante esprimere a parole i vostri turbamenti, così da chiarirli prima di tutto a voi stessi mentre ne parlate agli altri. Perciò pregate. Io non ho bisogno delle vostre preghiere, quelle servono soltanto a voi, per darvi conforto e mettere ordine nei vostri pensieri. Certo, vi sarebbe più utile pregare con parole vostre anziché con formule prestabilite e impersonali…»

«Ma non è stato proprio Tuo figlio a darci il Padre Nostro?»

«Era per darvi un esempio, una guida… poi gli uomini hanno frainteso molte cose di quanto ha detto mio figlio. Anzi, i vangeli sono stati rimaneggiati in modo vergognoso dai cosiddetti “uomini di chiesa”. Sì, non ti stupire: avete fatto molti errori, voi “cristiani”, alcuni anche molto gravi. Perfino l’Antico Testamento ne è pieno: mi dipinge come un cattivone, vendicativo e assetato di sangue. Nulla di più lontano dal vero. Non ho mai comandato a nessuno di sterminare popoli, donne e bambini compresi: quella è una cosa che hanno scritto i sacerdoti per giustificare le loro guerre di conquista. Non ho mai ordinato a nessuno di ammazzare il proprio figlio e non ho mandato nessun diluvio a sterminarvi. Tutte invenzioni letterarie, miti. Mio figlio le ha condannate, ma voi avete capito tutto il contrario. Qualcuno in buona fede, molti in mala fede. Il vero motivo per cui Gesù è finito sulla croce è perché aveva predicato l’Amore universale e si era scagliato contro l’odio degli ebrei verso i gentili. Aveva rinnegato la fede ebraica già durante il suo primo viaggio in Oriente…»

«In Oriente?»

«Sì, in Persia, in India, perfino in Giappone. Gli evangelisti non ne parlano; iniziano la narrazione da quando aveva trent’anni, ma prima ha fatto molte altre cose “scomode” per la nascente comunità di cristiani, di cui non ha mai saputo nulla oppure di cui ha taciuto.»

«E perché non sei mai intervenuto contro chi ti calunniava?» disse Teofilo con un filo di voce.

«Ho parlato attraverso molti uomini del passato, che però non sono stati ascoltati. Molti di loro sono stati uccisi in modo orrendo, che ancora mi offende. Non c’è peggior sordo di chi non vuol sentire.»

«Ma avresti potuto…»

«… intervenire in modo soprannaturale, con “effetti speciali”? No, non ho mai fatto tutte le cose strane che mi si attribuiscono nella Bibbia. Ho creato l’universo con certe regole precise, con leggi fisiche che hanno il loro perché: non avrebbe senso per me violarle, anche se potessi. Al legislatore non è dato violare le leggi che emana, o cambiarle a proprio uso e consumo. Non posso nemmeno forzare la logica; ad esempio non posso creare una pietra talmente pesante che nemmeno io possa sollevare, altrimenti non sarei onnipotente, come ha insinuato qualcuno. Comunque queste provocazioni filosofiche contano poco. Mi sono riservato di spiegarvi tutto “quassù”, con calma. Quassù vigono leggi diverse rispetto a “laggiù”, come avrai notato. Qui non c’è vecchiaia, malattia o morte. Nessuno soffre la fame e non ci sono ricchi o poveri. Quassù davvero non avete alcuna scusa per non essere felici, non avete motivo di lamentarvi. I cattivi soggetti stanno in un altro luogo, dove sono liberi di fare tutto il male che vogliono, senza danneggiare le brave persone.»

«Ma… ma… perché allora li hai creati?»

«Io non ho creato nessuno “cattivo”: ho dato la libera scelta a ciascuno e la capacità di scegliere. Non ho mai obbligato nessuno ad adorarmi col ricatto dell’inferno, non sono un boss mafioso che se non ubbidisci te la fa pagare. Se qualcuno non crede in me o non vuole sottostare ai rituali che vi siete inventati a me non interessa; l’importante è che rispetti gli altri e non li faccia soffrire. Non costringo nessuno ad amare il prossimo; “amare” è un verbo che non regge l’imperativo. I comandamenti che mi attribuite sono in buona parte assurdi: va bene “non uccidere”, perché uccidere è una cosa sbagliata, e va bene anche “non rubare”, se non è proprio necessario, ma il resto non ha proprio senso. Per stare qui basta che uno si sia comportato bene con gli altri.»

«Ma allora l’inferno…»

«L’inferno era già sulla terra, e lo avete sperimentato tutti, chi più chi meno. Quelli che hanno ucciso, truffato, stuprato e sterminato sono in un luogo speciale dove stanno meditando sul male fatto. Non li costringo a pentirsi, non credo nel pentimento che non viene dal cuore. Il grande poeta Dante ha immaginato un luogo degno delle fantasie perverse di De Sade, ma avete frainteso anche lui: il suo era un invito a non sprecare la vita, a vivere intensamente e con gioia. La sua era una metafora dell’inferno che già esiste nel cuore di chi vive nel senso di colpa e nello smarrimento esistenziale. Ci sono sì persone che provano piacere a compiere il male: bene, loro possono sfogarsi quanto vogliono nel luogo speciale che gli ho destinato, separato da chi vuole vivere in pace. Quella faccenda del separare le pecore dai capri è stata del tutto fraintesa e mal riportata nel vangelo. In qualunque momento i “capri” possono venire “quassù”, se e quando avranno smaltito la loro sete di violenza e saranno pronti a vivere in armonia. Nessuna condanna è eterna, altrimenti sarei peggiore dei vostri giudici più severi: loro al massimo possono dare l’ergastolo. D’altra parte le persone che hanno fatto soffrire hanno trovato ampia consolazione quassù e già hanno dimenticato quanto subìto sulla terra, quindi il male che quei soggetti hanno fanno non è “infinito”.»

«Ma allora il Male chi l’ha creato?»

«Il Male serve all’esistenza del Bene così come il buio serve a definire la luce: conosci il principio dei contrari di Eraclito? Grande testa, quel greco, aveva capito molto anche con quella faccenda del fiume…»

«Quindi tutti i sacramenti e i rituali cattolici non servono a nulla?»

«Non ho detto questo. Servono nella misura in cui vi si trova conforto e vi rendono persone migliori. È chiaro che se uno va a messa e poi picchia la moglie e i figli, per lui è del tutto tempo perso. Ad ogni modo ci sono tante altre cose, al di fuori della vostra chiesa, a rendere migliori le persone, e non sto parlando di altre confessioni. So che non ti piace il fatto che abbia accolto quassù anche Eleuterio, perché in vita non ha abbracciato nessuna fede religiosa. Beh, lo hai mal giudicato; è un bravo ragazzo, non ha mai fatto male a nessuno e anzi ha amato molto. Pensa che un giorno ha salvato un gattino abbandonato davanti a una chiesa, ignorato dal prete. Solo per questa azione, dettata solo dall’Amore, meriterebbe di stare qui, ma ha fatto molto altro. Certo, anche lui, come tutti, ha fatto degli errori e ha combattuto la sua battaglia interiore contro il suo lato oscuro, e dovessi vedere la faccia che ha fatto quando dopo la morte me lo sono trovato davanti! Era troppo divertente! Naturalmente l’ho rassicurato subito, gli ho detto che non me la sono presa a male per il fatto di avermi bestemmiato, in quanto quello che bestemmiava era un altro dio creato dagli uomini, e anzi mi sono unito ai suoi insulti verso un dio che ordinerebbe di uccidere dei bambini o gradisce che le sue creature vengano bruciate su un rogo. Adesso siamo amici; facciamo ogni mattina una passeggiata lungo il fiume, fino alla sorgente, chiacchierando del più e del meno. È un grande conversatore, spiritoso e arguto, ma questo lo sapresti anche tu se fossi stato ad ascoltarlo quando era in vita, anziché volargli le spalle e parlare male di lui ai bambini al catechismo… tra l’altro lui di te ha sempre parlato bene; era con l’ipocrisia e la corruzione della chiesa, e l’ottusità di molti “credenti”, che ce l’aveva.»

«Mi dispiace Signore, ho peccato di maldicenza, è vero, ma come potevo sapere che nella Tua immensa misericordia avresti approvato le sue scelte sbagliate?»

«Continui a giudicarlo. Ricordi cosa scriveva Luca? “Non giudicate, e non sarete giudicati; non condannate, e non sarete condannati; perdonate, e vi sarà perdonato.” I suoi pochi errori glieli ho perdonati, come ho perdonati i tuoi anche se sono un po’ di più; qui però avete l’occasione di ricominciare tutto daccapo. Non è meraviglioso tutto ciò?»

Teofilo aveva il cuore gonfio di commozione. Era come se un velo fosse caduto dai suoi occhi. Gli tornarono alla mente tanti momenti della vita di Eleuterio a cui non aveva fatto caso; cose che ora gli apparivano sotto una luce diversa. Sentiva gli occhi lucidi e un groppo alla gola.

«Hai ragione, Signore Buono e Giusto, hai perfettamente ragione. Perdonami di aver dubitato della Tua saggezza. Voglio andare subito ad abbracciare il mio amico Eleuterio. Caro amico, quanto mi sono sbagliato! Ma voglio rimediare.»

L’uomo si alzò dalla pietra su cui era inginocchiato e diede un’occhiata alla cima, su cui si stava abbassando il sole, dipingendole di un rosa pallido. Non tramonti il sole sopra la vostra ira, scriveva San Paolo: Teofilo capì di non avere molto tempo. Corse giù in paese con quanto fiato aveva in corpo, ossia tantissimo vista la sua nuova forma fisica. Corse e ad ogni persona che incontrava rivolgeva la stessa domanda: «Dov’è Eleuterio?»

Nessuno sapeva dove fosse.

Alla fine, sconsolato, tornò a casa. Sulla porta sentì un paio di voci che parlavano e ridevano. Una voce maschile e una femminile. Riconobbe quella della moglie e subito fu avvampato dalla gelosia. Possibile che queste cose capitassero anche in Paradiso?

Spalancò la porta con gran rumore, pronto a saltare addosso all’amante di sua moglie, quando si bloccò all’improvviso. Davanti a lui, seduti al tavolino del salotto, Donata ed Eleuterio stavano sorbendo una tisana con i biscotti. Si erano interrotti a quell’irruzione e ora lo guardavano sbigottiti.

Rimasero per lunghi attimi immobili, quindi fu Eleuterio a rompere quell’imbarazzo. Si alzò e andò ad abbracciare Teofilo.

«Amico mio, dopo il nostro incontro ero venuto a cercarti qui a casa. Non mi hai dato tempo di salutarti a modo e spiegarti alcune cose.»

«Non ce n’è bisogno caro» disse Teofilo ricambiando l’abbraccio. «Mi ha spiegato tutto direttamente l’Altissimo. Scusami per la mia reazione: non sei un intruso, semmai lo sono stato io quando mi sono arrabbiato con te, e pure poco fa quando stavo per metterti le mani addosso, fraintendendo ancora una volta tutto. Sono stato un bigotto, cieco e ignorante, ma ero in buona fede.»

«Lo so, altrimenti non saresti qui. Donata mi ha riferito della vostra discussione. Era preoccupata per te, non ti aveva mai vista così turbato.»

«È vero, caro» confermò la donna, invitando con un gesto il marito a sedersi in loro compagnia. «Eri proprio fuori della grazia di Dio; vedo comunque che hai già parlato con Lui.»

«Lui? Lei? Esso? Penso che il genere grammaticale e sessuale sia irrilevante» disse Eleuterio versando una tazza di tisana per Teofilo. «A me la prima volta è apparso sotto forma di Dea, vista la mia propensione per il genere femminile. Ma penso che dipenda da come uno se lo immagina, dalla propria educazione: in fondo è una voce nella testa, non si può vedere con gli occhi, nemmeno con questi occhi perfetti. Per me ha una voce di donna, per voi maschile, ma l’importante è il messaggio che, da ateo, condivido: vivi e lascia vivere. Prova questa tisana al bergamotto, è deliziosa. Io e tua moglie abbiamo parlato a lungo: volevo venirti a cercare nel bosco ma mi ha convinto che avevi bisogno di parlare a tu per tu col Grande Capo, o con la Dea Madre come la chiamo io.»

«Qui al villaggio ci facciamo spesso visita a vicenda» spiegò Donata. «Le giornate sono lunghe e il paese è piccolo: fa piacere avere un po’ di compagnia ogni tanto. Abbiamo tutta l’eternità da far passare, ahaha. Domani potremmo andare a trovare i tuoi genitori, abitano qui vicino.»

«Certamente, ma intanto ceniamo tutti insieme. Eleuterio, sarai nostro graditissimo ospite, non accetto un no.»

«Non voglio offenderti, non di nuovo, sennò mi picchi» disse il ragazzo facendo l’occhiolino. «Vi do una mano ad apparecchiare.»

«Ho già la cena sul fuoco, basterà per tutti e tre. Cena vegetariana, naturalmente.»

«Benissimo. Prima di metterci a tavola vogliamo fare una preghiera di ringraziamento? Eleuterio, la vuoi fare tu?»

Firenze, 6-7 vendemmiaio ’29 (27-28 settembre 2020)

Il paradiso secondo i Testimoni di Geova

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