Uno dei libri più belli che ho letto

Di Massimo Acciai Baggiani

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Michael Ende (1929-1995) è universalmente noto per libri “per bambini” quali Momo e La storia infinita ma, come altri grandi narratori per l’infanzia (ad esempio Roald Dahl), ha scritto anche cose geniali per un pubblico più adulto, e anche la sua produzione per i più giovani è godibilissima anche dai “grandi”. È il caso di una raccolta di racconti uscita in Germania tre anni prima della scomparsa di questo straordinario autore: La prigione della libertà. Io ho letto l’edizione italiana proprio qualche settimana prima della morte di Ende, quando avevo vent’anni, e ho sentito il desiderio di rileggerla a un quarto di secolo di distanza, durante il nuovo lockdown dovuto alla seconda ondata del Covid. Una lettura che mi aveva entusiasmato da giovane e che mi ha emozionato di nuovo. Tanta acqua è passata sotto i ponti, e si dice giustamente che una seconda lettura di un testo a distanza di tanti anni è molto diversa: tante cose non notate allora le ho colte adesso, a partire dai riferimenti colti e le fonti che hanno ispirato Ende.

Un libro magico e filosofico, escheriano, che fa riflettere e sognare. L’ossimoro del titolo si spiega nell’omonimo racconto, il penultimo della raccolta, ma la riflessione sulla libertà dell’Uomo attraversa tutto il libro, insieme al tema del viaggio di ricerca. Il libro si apre con un capolavoro assoluto: Il traguardo di un lungo viaggio. Cyril, il protagonista, figlio di un lord inglese, non ha mai avuto una vera e propria casa, sempre in viaggio col padre da un albergo all’altro; tuttavia sente come una nostalgia cocente per qualcosa che non sa spiegare. Non è certo un eroe, il nostro Cyril, anzi è un personaggio tutt’altro che positivo: chiuso nel suo egoismo sarà fonte di dolore per chi gli sta accanto. Ma non è nemmeno una persona assolutamente malvagia. È un’anima ombrosa, questo sì, in pena, impegnata in una sorta di ricerca mistica del “paradiso”. Molti sono i punti di contatto con un altro grande giovane dannato inglese di fine Ottocento (da un indizio si ricava che il lungo racconto è ambientato in quegli anni): il Dorian Gray del capolavoro di Oscar Wilde (1854-1900). Il fascino di quest’ultimo fa da contraltare con l’aspetto tutt’altro che piacevole di Cyril, ma entrambi spezzano un cuore femminile, sono colpevoli di omicidio, sono insoddisfatti della vita, cercano qualcosa di più. Doria Gray legherà il suo destino a un quadro, così come Cyril, il quale scoprirà in un misterioso dipinto il suo destino: un palazzo fantastico in una landa desolata, un luogo che potrebbe chiamare “casa”. Un luogo che cercherà di raggiungere con qualsiasi mezzo, dopo essere stato indirettamente indirizzato da uno strano vecchio incontrato nel ghetto veneziano. Il diciannovesimo secolo, ricordiamo, è tempo di grandi esplorazioni: gli “spazi bianchi” sull’atlante vanno via via riempiendosi, restano sempre meno luoghi da scoprire. In uno di questi, precisamente tra le montagne dell’Hindu Kush, si trova il palazzo, che potrebbe essere creato proprio dalla fede incrollabile del protagonista: si confronti a tal proposito il dialogo tra Cyril e il vecchio ebreo con un racconto di Jorge Luis Borges (1899-1986), Tlön, Uqbar, Orbis Tertius[1]. Borges nel suo racconto lungo mostra come le idee possano manifestarsi nel mondo fisico, rifacendosi alle teorie del filosofo George Berkeley (1685-1753).

Il secondo racconto sarà dedicato esplicitamente al grande scrittore argentino: Il corridoio di Borromeo Colmi parla di un luogo impossibile, un corridoio progettato e fatto costruire, a Roma, dall’architetto-mago seicentesco (personaggio inventato da Ende) in modo che chi lo percorre diventa sempre più piccolo, fino a perdersi, forse, nel mondo subatomico o forse in un’altra dimensione. Il riferimento a Borges è presente soprattutto nello stile, nel gusto per le invenzioni biografiche e bibliografiche.

Un altro oggetto impossibile è il protagonista del terzo racconto, La casa in periferia: un edificio che esiste solo all’esterno. La scoperta è di due ragazzini, due fratelli, nella Germania nazista. Anche qui è forte l’impronta borgesiana, che attraversa tutti i racconti: il racconto tra l’altro si riallaccia direttamente al precedente, citando, all’inizio della lunga lettera del professore/io narrante della storia, proprio il corridoio di Colmi.

Anche il quarto racconto (Un po’ piccola, in effetti) presenta un paradosso spaziale: a Roma il protagonista accetta il passaggio da una famiglia locale a bordo della piccola utilitaria del capofamiglia che, all’interno, si rivelerà gigantesca e, di stranezza in stranezza, il protagonista arriverà a perdere il lume della ragione quando scoprirà, in fondo all’auto… un garage! Ende ha vissuto a lungo nella Capitale italiana; amava profondamente questa città e l’ha resa protagonista di varie opere (Momo ad esempio si svolge a Roma, anche se non viene fatto il nome della città). L’amava anche per il suo aspetto fantastico e misterioso.

Entrami i racconti, La casa in periferia e Un po’ piccola, in effetti, sfidano le leggi della fisica come le litografie e incisioni di Maurits Cornelis Escher (1898-1972)[2].

Le catacombe di Mizraim si svolge in un mondo sotterraneo dove vive il Popolo delle Ombre, sottomesso a una dittatura che ricorda un po’ quella del Mondo nuovo di Aldous Huxley: tutti vivono in una routine priva di senso, ma sono a loro modo felici, inconsapevoli della propria prigionia, sotto effetto di un fungo. L’unico su cui il fungo non produce oblio e felicità è il protagonista, Iwri, l’unico anche dotato di libero pensiero: cercherà la via per il mondo esterno, dove spera di trovare la Verità e la Libertà, e quando l’avrà trovata cercherà di portare il popolo alla ribellione contro il “benevolo” dittatore Bechmoth, dapprima privandolo della droga (si pensi alla scena in cui il Selvaggio distrugge le scorte di Soma nel romanzo di Huxley) e poi mettendosi alla guida dei ribelli. Come il dittatore mondiale Mustapha Mond (sempre in Huxley), anche Bechmoth è un personaggio ambiguo, che riesce a insinuare il dubbio nel popolo ribelle, e nello stesso lettore, che in realtà lui non ha fatto altro che proteggere i suoi “figli” dall’infelicità che avrebbero trovato all’esterno, luogo, a quanto dice, inadatto alla vita. Il popolo, dopo qualche attimo di smarrimento, si rivolta contro lo stesso Iwri e lo getta all’Esterno, dove non si sa se troverà il paradiso o l’inferno.

Dagli appunti di Max Muto, il viandante del sogno presenta la missione infinita del protagonista, il quale deve risolvere l’enigma di una città “vivente” nel deserto per poter compiere una missione precedente, che gli servirà per una missione ancora più vecchia, e così via, in una successione apparentemente senza fine, tanto che l’eroe stesso si è dimenticato il punto di partenza del suo viaggio. Alla fine riuscirà a sciogliere l’enigma ma prenderà coscienza che così potrà compiere tutte le sue missioni precedenti e preferirà quindi creare una nuova successione infinita, perché il senso del viaggio non è il punto d’arrivo ma l’azione stessa del viaggiare. Questa Città Bianca immaginata da Ende non sfigurerebbe tra le Città invisibili[3] di Italo Calvino (1923-1985).

La prigione della libertà è il più filosofico e borgesiano dei racconti, e anche il più inquietante della raccolta. Si parla nientemeno che del libero arbitrio. Intere biblioteche sono state scritte su questo argomento, liquidato dalle religioni monoteiste con un semplice abbandonarsi alla volontà di dio («Non cade foglia che Dio non voglia» dice il proverbio). Il mendicante cieco del racconto, ambientato nel mondo islamico (“islam”, ricordiamo, significa “sottomissione a Dio”) ha fatto una sorta di patto col diavolo (quello musulmano, ovviamente: Iblis) che lo imprigiona in una stanza enorme su cui si aprono 111 porte. Lui dovrà sceglierne una per uscire, ma non c’è alcun indizio su quale possa essere quella giusta, e la scelta sarà irrevocabile visto che, una volta aperta una porta, tutte le altre scompariranno. Dietro alla porta prescelta potrà esserci un mostro terribile o un giardino di delizie. Il protagonista è letteralmente paralizzato dalla scelta, sapendo che non c’è Allah a guidare la sua scelta ma ne sarà totalmente responsabile. Se anche non scegliere è una scelta, allora questa sarà la via “scelta” dal protagonista. Chiara è la metafora della nostra vita, fatta di innumerevoli “porte” che, una volta chiuse, scompaiono (un fisico quantistico direbbe che “le possibilità collassano”). Ogni porta si apre su un universo ucronico, “divergente” come direbbe il mio amico Carlo Menzinger: quante volte ci siamo domandati, una volta messa in atto una certa scelta, cosa sarebbe accaduto se avessimo preso una decisione diversa? Non lo sapremo mai, se non usando la fantasia. Solo a livello quantistico due possibilità possono coesistere nel medesimo universo (o, meglio, multiverso); non nella nostra quotidianità. A noi il “terribile peso” della libertà e della responsabilità delle nostre azioni, a cui io – da ateo convinto – non rinuncerei comunque mai.

Questo libro straordinario si chiude con un racconto sconcertante: La leggenda di Indicavia. Il racconto ripercorre l’intera esistenza di un “cercatore di miracoli”, la cui sete di conoscenza si corrompe nella ciarlataneria e nel vizio, tanto che quando finalmente trova l’accesso al Mondo dei Veri Miracoli non si sente degno di attraversarlo; preferirà indicarlo ad altri cercatori più puri di lui. Il cerchio si chiude: la ricerca di Hieronumus Horleiper, alias Matto, alias conte Athanasio d’Arcana, alias Indicavia (quanti nomi cambia, mutando di volta in volta identità!), si ricollega a quella di Cyril Abercomby, e a quella di tutte le anime sensibili che vivono nel fango ma guardano alle stelle (per dirla con Oscar Wilde).

Mi piace chiudere questo mio articolo, che vuole essere un invito a scoprire questi otto piccoli capolavori che compongono uno dei libri più interessanti (a mio parere) della narrativa del secolo scorso, con una citazione dall’ultimo racconto. Un brano in cui Ende riflette sul ruolo di fingitore dell’artista (scrittore compreso), il quale, come un prestigiatore, produce “miracoli” (fa emozionare il lettore con storie inventate) ma non ci crede in prima persona (quanto lavoro c’è dietro alle trame di un romanzo o di un racconto, ben dissimulato dalla bravura dell’autore!): «Un artista non deve credere ai miracoli, altrimenti non è in grado di produrli. Per questo, chi crede nei miracoli non diventerà mai un vero artista. […] il nostro mestiere è la bugia, l’illusione. Tutta l’arte è così. Un pittore dipinge un quadro[4], la gente l’osserva rapita, a volte paga anche molto denaro per esso, ma, in realtà, di che si tratta? Di un pezzo di tela e di un po’ di colori. Tutto il resto è niente, non esiste! […] e anche i poeti, che raccontano lunghe storie di fatti mai accaduto, e che mai sarebbero potuti accadere […] Il mondo vuole essere ingannato. […] Solo, vi sono bugiardi buoni e cattivi, e un vero artista ha da essere un maestro della menzogna.»[5] Si confronti con l’estetica di Oscar Wilde.

Firenze, 18 novembre 2020

Bibliografia

Ende M., La prigione della libertà, Milano, TEA, 1995.


[1] Nella raccolta Finzioni (1944).

[2] Una cui opera è giustamente riportata nella copertina dell’edizione italiana del libro di Ende.

[3] Libro del 1972.

[4] Altro punto di contatto con Il traguardo di un lungo viaggio.

[5] Ende M., La prigione della libertà, Milano, TEA, 1995, pp. 195-196.

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