La straordinaria nevicata dell’85

Recensione di Chiara Sardelli (28 luglio 2021)

Una lettura facile o meglio dire scorrevole questa del libro di Massimo Acciai Baggiani che pure affronta temi importanti.

La trama è presto detta: il protagonista del romanzo soffre di una amnesia che gli impedisce di trattenere e valorizzare nella veglia cosciente i ricordi dell’infanzia e della prima giovinezza. Per questo si vede costretto ad affidarsi agli album fotografici di quei primi anni di vita che gli restituiscono degli spezzati, frammenti iconici di eventi importanti nell’ambito familiare ed anche di cronache del quotidiano. Talvolta banali, eppure così potentemente cariche di emozioni. Potrà altrimenti ricorrere all’amico Matteo, compagno di classe che dall’elementari continua a frequentarlo. Come succede spesso, la svolta decisiva nella vita di questo quarantenne smemorato avviene per caso. Durante una conferenza in cui per l’appunto si parla di viaggi nel tempo avviene l’incontro fatale con Guidalberto Negrini, un uomo si potrebbe dire dalle mille risorse.

Il tizio, quasi vivesse due vite in contemporanea, nella dimensione ordinaria lavora alle Poste e abita un modesto appartamento in un palazzone ottocentesco nel centro storico di Firenze; e lì cominciano gli elementi extra ordinem: la moglie fattucchiera, gli esperimenti e i poteri paranormali di Guidalberto che si rileva abile ipnotizzatore, oltre ad una figlia ventiduenne che, come Beatrice per Dante, guiderà il nostro eroe in un viaggio nel tempo risalente all’inverno del 1985 ( da qui il titolo del romanzo). Come nell’inferno che si rispetti, il protagonista, personaggio senza nome, dovrà affrontare il mostro, cosiddetto anti-engramma che ha determinato la sua amnesia e soprattutto incontrare il suo sé bambino, accettarlo e reintegrarlo nella sua identità adulta.

Con leggerezza Massimo ci parla di questo peregrinare agli inferi fino a risalire a riveder le stelle. Ci parla del passato e del futuro, di come anzi il futuro parlerebbe a chi vi ci fosse catapultato con un salto temporale di circa trenta anni. Delle aspettative andate deluse, ma anche delle scoperte e delle innovazioni che vanno ben oltre gli sforzi e i prodotti della nostra immaginazione cristallizzata nel presente di trenta anni prima.

Non so se si possa parlare di un romanzo fantascientifico in senso proprio, almeno di non inquadrarlo nella fantascienza speculativa. Poiché la lettura porta a riflettere sulle antiche saggezze, sulle tecniche della meditazione, note alle pratiche buddhiste ed allo stile di vita zen, sul potere salvifico della parola che si fa verbo o meglio mantra, sull’unione che nasce dal padroneggiare lingue in comune. Che se poi la lingua è l’esperanto, di cui l’autore è fantastico seguace, meglio. Spero di avervi dato un’idea di questa opera, curiosa e seria ad un tempo, anche se per entrare in empatia, bisogna stare tra queste pagine e trovarvi il proprio personalissimo modo di starci.

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