I Pooh divergenti (prima parte)

Di Massimo Acciai Baggiani

L’autore del racconto, Massimo Acciai Baggiani – Foto di Italo Magnelli

Dove sono gli altri tre?

Stefano D’Orazio

Se non fossi io, questo io di adesso,
io con la mia faccia,
me lo chiedo spesso sai cosa sarei,
il meccanico che ha l’anima
molto più pulita delle mani
o il furbo che non se le sporca mai.

Valerio Negrini

A SDO e VN

1

Tutto ebbe inizio con una sparizione, la sera del 2 marzo 1990. M. accese il suo pc e andò allo scaffale dove custodiva le sue cassette di musica. Aveva già in mente cosa mettere su mentre avrebbe scritto il racconto che aveva in testa. La mano sicura si mosse verso lo spazio occupato dagli album dei Pooh… e si fermò confusa. Per un attimo pensò che qualcuno fosse entrato in camera sua e avesse spostato le cassette, ma scartò subito l’ipotesi: nessuno avrebbe osato. Da quando aveva compiuto quattordici anni aveva sempre difeso la sua privacy strenuamente, non avrebbe comunque avuto senso che i suoi genitori fossero entrati in camera sua – zona off limits per chiunque – e avessero messo le mani sui suoi tesori.

Guardò meglio. Le cassette erano disposte in rigoroso ordine alfabetico, per cantante o gruppo, e per ordine cronologico all’interno di ogni artista. I Pooh non c’erano. Mancavano tutte le loro cassette, da Per quelli come noi a Oasi. Si passava direttamente dalle Orme ai Queen.

Scrivere con un sottofondo musicale era un’abitudine che si portava avanti da quando aveva deciso che avrebbe fatto lo scrittore, ossia da quando era bambino. Ascoltava un po’ di tutto, ma amava soprattutto la musica melodica italiana, e i Pooh in particolare. Era un vero esperto. Aveva ereditato questa passione da sua madre, fan della prima ora dell’ormai storico gruppo. Si poteva dire che M. era cresciuto con i Pooh, con le loro canzoni meravigliose, dal periodo beat a quello progressive, fino a quello elettronico. Conosceva a memoria tutte le loro canzoni, compresa quella nuovissima che avevano portato a Sanremo quell’anno: i quattro avevano spiazzato tutti portando un testo sulla solitudine anziché una canzone d’amore. Erano i favoriti. La canzone in gara, Uomini soli, era bellissima e lo aveva rapito fin dal primo ascolto, la prima serata del Festival.

Già, il Festival. Non vedeva l’ora che arrivasse il giorno dopo, per la finale. Quel pensiero lo distolse per un po’ dal mistero delle cassette sparite, ma solo per poco. Non sapendo che altro fare, andò in cucina e chiese a sua madre, la quale – come immaginava – cascò dalle nuvole.

«Va’ a vedere che sono entrati i ladri e hanno portato via proprio le cassette dei Pooh!» disse, buttandosi su una sedia.

Sua madre lo guardò stranita.

«Chi sono questi Pooh? Un gruppo nuovo?» disse la donna, mentre stirava.

M. ebbe un sussulto.

«Ah ah, molto divertente.»

«Comunque io non ho toccato niente in camera tua» disse la donna, ma M. stava già uscendo dalla stanza. Quella faccenda lo aveva sconvolto più di quanto immaginava. Gli ci erano voluti anni per completare l’opera omnia degli album dei Pooh: ce li aveva tutti, rigorosamente in cassette – non aveva mai posseduto un giradischi né un lettore di cd, quella strana innovazione musicale non lo aveva mai convinto, sarebbe passata presto, pensava. Aveva cura di quegli oggetti come veri e propri tesori: si preoccupava di riavvolgere il nastro ad ogni uso (aveva saputo che così duravano più a lungo) e tenere lontana la polvere e l’entropia, maledizione di quei supporti così delicati. Che tristezza il pensiero che un giorno quei nastri, nonostante le sue cure maniacali, si sarebbero consumati al punto da essere inascoltabili.

Che fine avevano fatto le cassette? Poteva essere uno spunto per uno dei suoi racconti, ma ormai l’ispirazione per scrivere era passata. Senza quella musica non se la sentiva di mettersi al pc, così accese la tv e si rassegnò a guardare la semifinale di Sanremo. Almeno avrebbe risentito Uomini soli in versione live, sul palco. Quando spense, qualche ora più tardi, era basito. Non solo i suoi beniamini non si erano esibiti quella sera, ma pare che non fossero nemmeno tra i partecipanti al Festival!

2

«Eppure li ho visti esibirsi ieri l’altro» disse M. all’amico, il quale lo guardava con scetticismo, come si guarda qualcuno che non sai se ti sta prendendo in giro o se è completamente pazzo.

«Quello che dici non ha senso» disse infine l’amico, finendo poi con una sorsata il suo cappuccino. Erano al bar Gherardini, in piazza Dalmazia, seduti al tavolino. M. aveva insistito ad incontrare l’amico più grande, approfittando anche del fatto che non c’era scuola quel giorno: l’istituto tecnico commerciale che frequentava era stato occupato, come tante altre scuole superiori, nei giorni della “Pantera”.

«Non ha senso che nessuno abbia mai sentito nominare i Pooh!» insistette M. sconvolto.

«Io non li ho mai sentiti nominare» ammise candidamente l’amico.

«Non me li sono sognati. Ricordo tutte le loro canzoni, so i testi a memoria, sono dei grandi, immensi.»

«Saranno anche grandi, ma non sono così famosi…»

«No, non capisci. Non è che esistono ma non sono famosi. Io temo che non esistano proprio in questo universo ucronico!»

«Ucro… che?»

«Ucronico. Un universo alternativo identico a quello da cui vengo io, ma in cui i Pooh non sono mai esistiti.»

L’amico scosse la testa con rassegnazione.

«Leggi troppa fantascienza, dacci un taglio, dammi retta. Soprattutto non dire a nessun altro di questa storia se non vuoi ritrovarti in guai seri.»

«Non l’ho detto a nessun altro. Non so come sia potuto succedere, ma è così. L’unica differenza tra questo universo e il mio è che qualcosa ha impedito la nascita dei Pooh. Non so nemmeno se Roby, Red, Dody, Stefano e Valerio esistono anche in questo universo… e qui entri in gioco te.»

«Io??! E cosa posso farci se ti sei ammattito dall’oggi al domani?»

M. gli lanciò uno sguardo pieno di sincerità che l’amico più grande, investigatore privato di grande esperienza e perspicacia, riconobbe subito, convincendolo che l’amico giovane diceva la verità, o almeno ne era arciconvinto.

«Dovresti fare delle ricerche per me» disse. «Non posso pagarti ma…»

«Non è questo il punto. Quello che mi chiedi si risolve in una giornata con i mezzi che ho a disposizione. Basta avere dati di partenza sufficienti: nome, cognome, data e luogo di nascita. Ciò che mi preoccupa è la tua salute mentale, e anche la mia che ti do retta.»

3

M. attese per giorni che l’amico si facesse vivo con delle notizie. L’attesa era trepida. Intanto l’occupazione a scuola era terminata ed era dovuto tornare sui banchi dell’odiato istituto.

Avrebbe potuto un giorno dimenticarsi le canzoni dei Pooh? Ancora le aveva tutte in mente, ma aveva anche l’impressione di vedersele sfuggire di mente da un momento all’altro, perdute per sempre. Ovviamente avrebbe potuto anche tornare nel mondo divergente da cui proveniva, ma ciò poteva capitare tra un minuto come mai più. Non dipendeva da lui. Quello che lui poteva fare era preservare la memoria di quelle canzoni meravigliose. M. non era un cantante né un musicista, era solo un semplice studente e scrittore di fantascienza alle prime armi. Non avrebbe potuto in alcun modo registrare quelle canzoni, ma doveva trovare il modo di farle uscire dalla sua testa e farle entrare nelle teste giuste, di persone che avrebbero potuto fermarle nel tempo. Chi meglio degli stessi Pooh? Solo la voce di Roby & Co. avrebbe potuto rendere quei capolavori della musica moderna, solo la chitarra di Dody avrebbe potuto fare quegli assoli magici, solo il basso di Red e la batteria di Stefano avrebbero potuto valorizzare quelle melodie immortali.

Ma Roby e gli altri esistevano ancora, almeno loro? E cosa facevano, in caso affermativo, se non avevano formato i Pooh? Stavano comunque seguendo carriere musicali separate? O facevano tutt’altro mestiere? Che poi bisognava scoprire cos’era successo all’origine: all’inizio i Pooh erano diversi, l’unico che aveva attraversato completamente la carriera venticinquennale del gruppo era Valerio Negrini, il “quinto Pooh occulto”, il poeta del gruppo dopo che aveva abbandonato le bacchette della batteria nel 1971, lasciando il testimone a Stefano D’Orazio. Dei Pooh in nuce a M. importava poco, per lui il gruppo era composto da quei mitici quattro (più il quinto occulto), come i Beatles (erano scomparsi anche loro? No, loro c’erano ancora[1]). Gli ex Pooh, compreso il bravissimo Riccardo Fogli, appartenevano ad altre epoche, di quando M. non era ancora nato.

Già rimettere insieme quattro perfetti sconosciuti, ammesso che esistessero anche lì, per formare un gruppo musicale era un’impresa titanica. Non aveva idea di come avrebbe fatto, sapeva solo che doveva farlo, almeno tentare.

Il piano gli si andava formando nella mente. A scuola aveva imparato che un grosso problema diventa solubile solo se lo si suddivide in piccoli problemi. Il primo passo era accertarsi che i componenti dei Pooh esistessero, il secondo passo era trovarli e farli incontrare. Il terzo passo era convincerli a suonare insieme, e il quarto passo era trasmettere loro quell’immensa eredità artistica che avevano accumulato in un quarto di secolo prima che sfumasse nell’oblio. Tic toc, il tempo si andava esaurendo. Già cominciava ad avere vuoti di memoria per quanto riguarda i testi. Per gli arrangiamenti ci avrebbero pensato gli stessi Pooh rinati, i Pooh “divergenti”; non sarebbero stati identici agli originali ma bisognava accontentarsi. Intanto riempiva interi quaderni con i testi.

Era immerso in queste considerazioni quando suonò il telefono di casa.

«Vediamoci tra un’ora al solito bar» disse la voce all’altro capo. Era l’amico investigatore, naturalmente. M. fu scosso da un brivido.

4

La giornata era fredda e un po’ grigia. M. arrivò con largo anticipo e nell’attesa si mise a leggere il giornale sul tavolo del bar; il quarantesimo Festival di Sanremo era stato vinto da Toto Cutugno con Gli amori, a Bologna il comitato centrale del PCI aveva approvato la mozione del segretario Achille Occhetto, per la nascita di un nuovo partito riformatore. A M. la politica non interessava: certo, aveva seguito con entusiasmo il crollo del muro di Berlino, qualche mese prima, e si rallegrava che di lì a pochi giorni si sarebbero tenute le prime libere elezioni in Germania dell’Est dopo 57 anni (i Pooh avevano parlato del famigerato Muro in due canzoni risalenti al decennio appena trascorso: Lettera da Berlino Est e Come saremo).

Mise via il giornale quando vide arrivare l’amico, il quale si sedette con fare misterioso, ordinando un caffè macchiato.

«Allora?» domandò smanioso M.

Quello fece un largo sorriso come a godere nel prolungare l’attesa dell’amico.

«Prima il caffè» disse.

M. gli lanciò un’occhiataccia, quindi si mise l’anima in pace e attese. La Betty, la proprietaria del bar, arrivò con un paio di tazzine fumanti. M. finì in un sorso la sua, mentre l’amico grande si gustò la sua con estenuante lentezza.

«Iniziamo da Camillo Lorenzo Ferdinando Facchinetti, in arte “Roby”, nato a Bergamo il 1° maggio 1944» iniziò l’amico. «In effetti esiste, ma non si chiama “Roby”.»

«Vedi, te lo dicevo!»

«Beh, non mi stupisce, sai quanti Facchinetti con quel nome esistono?»

«Ma non nati a Bergamo quel giorno preciso. Poi il soprannome “Roby” glielo avranno dato in campo musicale… a proposito, fa il musicista anche in questo universo?»

«Non dire così, lo sai che mi fa strano quando dici “questo universo”! Comunque non so se suona ancora, ma certo non è il suo mestiere principale.»

«E cosa fa oggi?»

«Gli ho telefonato fingendo un’indagine statistica; gli ho chiesto il mestiere e altre informazioni che potrebbero interessarti. Il tuo Roby Facchinetti oggi lavora nel cinema, ha iniziato come comparsa in alcuni film italiani e qualcosa anche all’estero, poi ha fatto l’aiuto regista in alcune pellicole più recenti, niente di che. Ah, ha anche firmato un paio di colonne sonore di film indipendenti in Lombardia. È sposato e ha una famiglia piuttosto numerosa. La prima figlia…»

«Alessandra!!» quasi gridò M., reprimendo la voglia di intonare il ritornello lì al bar, davanti alla gente.

«Sì, lei, non urlare. In questo periodo sta lavorando ad un film, ma non mi ha detto di più per questioni di privacy.»

«Bene, e uno ce l’abbiamo. Hai trovato anche gli altri quattro?»

«Ne ho trovati quattro su cinque. Donato Battaglia, il tuo “Dody”, nato a Bologna il 1° giugno 1951, è un pilota automobilistico, corre col kart. Bruno “Red” Canzian, nato a Quinto di Treviso il 30 novembre 1951, è uno psicologo e un pittore con l’hobby del bonsai. Stefano D’Orazio, nato a Roma, nel quartiere di Monteverde, il 12 settembre 1948, fa il regista e lo scrittore. Ha pubblicato di recente un curioso romanzo su un tizio che fa naufragio in un’isola deserta… no, non è Robinson Crusoe, ahah… infine c’è Valerio Negrini, concittadino di Dody, è nato il 4 maggio 1946. Di lui si è persa ogni traccia. Poker mancato.»

«È sempre stato un tipo schivo. È lui che ha fondato i Pooh, insieme a Mauro Bertoli: nel 1962 si chiamavano Jaguards, poi nel 1966 cambiarono nome ispirandosi al famoso orsacchiotto. È stato lui a far entrare Roby e Dody nel gruppo. In che senso si sono perse le tracce?»

«Non è stato semplice, Negrini è stato l’osso più duro. Ho dovuto fare una ricerca più approfondita rispetto agli altri, che per fortuna non hanno cambiato residenza. Pare che nel 1960 sia scomparso durante un viaggio aereo sull’Artico…»

Il viso di M. si illuminò.

«Ecco l’inghippo!» esclamò. «Senza Valerio niente Pooh, nemmeno nella loro versione primitiva. Era lui il fondatore. È quello il punto di divergenza.»

«Non capisco.»

«I nostri universi sono identici per tutto e in tutto fino al 1960, fino a quel viaggio aereo che nel mio mondo Valerio non ha mai fatto, oppure da cui è tornato sano e salvo. Qui invece non è tornato e non ha potuto fondare i Pooh. È semplice.»

«E questo cosa implica?»

«Che è una fortuna che io mi ricordi a memoria tutti i suoi testi, altrimenti il piano non funzionerebbe. Naturalmente mi dispiace per il povero Valerio.»

«Capisco. Gli altri sono tutti sposati e con molti figli» continuò l’amico. «Ah, anche Roby Facchinetti ha pubblicato un libro, un romanzo su una ragazzina che fugge da casa.»

«Piccola Katy…»

«Sì, esatto. La protagonista si chiama proprio così, ma come fai a saperlo? È stato pubblicato con un piccolo editore…»

«Eh, c’è tutta una storia dietro…» disse M. reprimendo di nuovo l’impulso a cantare “Oh oh, Piccola Katy, vai vai vaiiiii…”.

«Ma tu davvero ti ricordi a memoria tutti i testi?»

«Per ora» sospirò M. «solo per ora.»

«Bene, la prima fase del tuo piano è completa. Abbiamo i contatti. Adesso?»

«Adesso dobbiamo farli incontrare e convincerli a lavorare insieme.»

«E come?» «Hai presente il film sui Blues Brothers?»

[continua]


[1] Se l’idea alla base di questo racconto, o malizioso lettore, ti ricorda quella di Yesterday, film diretto nel 2019 da Danny Boyle, non ti inganni del tutto, ma il mio racconto sviluppa poi in modo originale il tema. [N.d.A.]

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