I Pooh divergenti (seconda parte)

Di Massimo Acciai Baggiani

L’autore del racconto, Massimo Acciai Baggiani – Foto di Italo Magnelli

[prima parte]

5

Nei giorni successivi M. e l’amico perfezionarono il loro piano. Quando furono pronti entrarono in azione.

«Ci serve un musicista» aveva detto M., il quale aveva preso qualche lezione di chitarra in passato, ma aveva presto rinunciato perché era troppo doloroso per i polpastrelli, inoltre era stonatissimo.

«Conosco la persona adatta» aveva risposto l’amico, con un mezzo sorriso.

«Deve essere fidato, non vorrei che ci rubasse le canzoni. È un patrimonio importante…»

«Non ti preoccupare, ad ogni modo ce ne servono poche per il momento.»

L’incontro con il musicista, tale Tommaso, avvenne qualche giorno dopo in una sala prove di proprietà dello stesso chitarrista, nel quartiere di Rifredi, in una corte oscura e umida. Tommaso era un giovane sui venticinque anni, con un pizzetto e lunghi capelli ricci da musicista. La storia che si erano inventati era strana ma aveva funzionato: M. si era spacciato per una sorta di medium che aveva avuto le canzoni dall’Aldilà, in una visione. Il chitarrista lo aveva guardato come niente fosse, evidentemente era abituato a frequentare gente strana, a ogni modo accettò con un prezzo di favore vista l’amicizia con l’investigatore. M. si vergognava come un ladro a “stonare” le canzoni dei Pooh, era veramente uno strazio, ma era l’unico modo per tentare di fare capire all’orecchio esperto di Tommaso come poteva suonare la melodia di cui lui cercava le note sulla sua chitarra acustica.

«Ehi, non è niente male ‘sta roba!» aveva commentato Tommaso, ricevuto l’ok da M. per la sua versione acustica di Tanta voglia di lei. «Ora la registriamo.»

Tommaso era un polistrumentista: registrò il demo con la chitarra, quindi aggiunse la tastiera e un arrangiamento rudimentale. M. era galvanizzato, dopo tutto – aveva pensato – le canzoni non erano perdute, si era ricordato il testo parola per parola, era uno dei suoi brani preferiti. Quando intonò Pensiero Tommaso era estasiato, invece l’investigatore non pareva molto impressionato. Dopo un paio di giorni la cassetta era pronta: conteneva i vecchi successi degli anni Settanta, da Pierre a Dammi solo un minuto, eccetera. Alla fine, M. volle includere anche Uomini soli, per chiudere in bellezza.

M. e Tommaso erano molto soddisfatti.

«Tanta roba» continuava a ripetere il chitarrista «roba buona». M. lo guardava geloso, sperando che Tommaso non facesse brutti scherzi.

«Adesso abbiamo i demo» disse l’amico «non ci resta che andare a far visita al buon Facchinetti».

6

Approfittarono del primo fine settimana libero – intanto M. era dovuto tornare sui banchi, essendo finita l’occupazione – per fare il primo viaggio a Bergamo. M. attinse ai suoi risparmi della paghetta dei suoi genitori, mentre l’amico lo aiutò per l’albergo. Partirono sabato pomeriggio, dopo la scuola. M. aveva con sé il suo fido zaino dove aveva infilato quelle poche cose che gli servivano per passare la notte fuori. L’amico investigatore passò a prendere M. con la sua Renault 5 rossa alle tre in punto e insieme si diressero verso nord, in autostrada.

Era una bella giornata primaverile, nel cielo poche nubi, non faceva affatto freddo. L’autoradio trasmetteva un vecchio successo di Lucio Battisti.

«Ripassiamo il piano» aveva detto a un certo punto l’amico investigatore. «Come d’accordo, ho preso appuntamento col signor Facchinetti con la scusa di un’intervista sul cinema, per il giornalino scolastico. Io sono tuo fratello maggiore. Ci ha creduto. Come ti chiami?»

«Valerio, naturalmente. Diamo a Cesare quel che è di Cesare.»

«Quando abbiamo poi messo piede in casa sua verrà la parte più difficile: convincerlo. Qui devi essere bravo tu a parlare.»

«Sì, appena si renderà conto che quella dell’intervista era una scusa potrebbe buttarci fuori di casa, forse anche denunciarci. Ma non credo lo farà, non dopo aver ascoltato il nastro. Anche se nella vita fa altro, è pur sempre un musicista: un grande musicista. Riconoscerà il suo stile, forse alcune di quelle melodie le aveva già composte per conto suo, senza diffonderle.»

«Probabile. Ma rischiamo grosso.»

«Chi non risica non rosica. Comunque la musica ce l’hanno nel sangue, la nostra proposta piacerà sicuramente.»

Seguirono alcuni minuti di silenzio, riempito dalla voce di Battisti: «Acqua azzurraaaa… acqua chiaraaaa».

«Tanto vale raccontargli la verità» disse a un certo punto il ragazzo. «Non credi?»

«Pessima idea, ti prenderebbe per pazzo. Già io faccio fatica a credere a questa storia, e ti conosco da anni. Come reagirebbe un perfetto sconosciuto se gli dici che in un universo parallelo è un cantante famoso che ha venduto decine di milioni di dischi?»

«Già, non è il caso. È più semplice seguire la tua idea.»

«Atteniamoci al piano, ok?»

Il ragazzo annuì, gli occhi fissi sull’autostrada che filava veloce.

Altri minuti di silenzio. Battisti aveva lasciato il posto al bollettino del traffico.

«Ma perché hanno scelto questo nome?» domandò l’investigatore.

«Chi?»

«I Pooh, chi altri?»

«È stata la segretaria della Vedette, la loro prima casa discografica. Aliki Andris era fan dell’orsacchiotto della Disney. Un nome breve e facile da ricordare, che li ha poi proiettati nella leggenda.»

«Ma se sono così bravi, come mai non hanno avuto successo come solisti o con altri gruppi?»

«Venivano tutti da altri gruppi, infatti, quando hanno formato i Pooh. Red ad esempio era la voce e la chitarra dei Capsicum Red, un gruppo progressive attivo fino al ’73, quando è passato appunto ai Pooh. Avevano fatto anche un album molto interessante… Comunque, tra i Pooh si è creata una sinergia, una “magia” se vuoi, che va al di là dei contributi dei singoli componenti. I lavori solisti di Facchinetti, Red e Dody – sì, hanno fatto anche album solisti – non sono a mio parere al livello dei lavori in cui hanno lavorato insieme, pur essendo opere più che dignitose. Vedi, è difficile da spiegare…»

«Sì sì, va bene. Siamo quasi arrivati. Passiamo prima in albergo a lasciare i bagagli e darci una rinfrescata.»

7

L’ostello si trovava nella parte alta e più suggestiva della città: un edificio anonimo ma con servizi in camera e costi contenuti. I due amici avevano preso una stanza doppia, per risparmiare. M. era abituato a dividere la stanza col fratello e, durante le gite scolastiche, con altre persone. Ai genitori aveva raccontato una balla riguardo a quel viaggio, e un po’ si sentiva in colpa, ma cos’altro poteva fare?

Viaggiare lo metteva sempre di buon umore. Sentire la strada che va, dormire in un letto diverso, aprire la mattina la finestra su un diverso paesaggio, ascoltare i suoni di altre città e respirarne gli odori. Molti dei suoi racconti, pensò, avevano a che fare con viaggi, in questo mondo reale ma più spesso in mondi fantastici partoriti dalla sua fantasia. M. era un creatore di mondi e gli piaceva costruirli fino ai più piccoli dettagli: adesso che si era trovato in una storia che poteva essere uno dei suoi racconti “ai confini della realtà”. Prese mentalmente nota di scriverci qualcosa sopra, non appena quella storia fosse finita. Sperò in un lieto fine, per quanto azzardato.

L’auto si infilò nel parcheggio dell’ostello, semideserto, quindi i due amici si incamminarono verso la reception con i loro zaini sulle spalle. Dietro il bancone c’era una donna sulla trentina, bionda e con occhi verdi. Sulla targhetta appuntata sul seno si leggeva “Benedetta”. Consegnò loro le chiavi della 414, al quarto piano, e augurò “buon soggiorno” con voce professionale, dopo aver comunicato l’orario della cena.

«Ce la sbrigheremo in un paio d’ore» disse l’amico più grande. «Un lavoretto da niente» scherzò dando una pacca sulle spalle del ragazzo. La stanza era spartana, ma per una notte andava bene. M. si augurò che l’amico non russasse.

L’appuntamento con Facchinetti era alle 17 a casa sua. Avevano acquistato una mappa della città e l’amico investigatore aveva già studiato il percorso.

«Ho letto da qualche parte che in America stanno lavorando a un congegno che sarà presto disponibile in tutte le auto e che indicherà la strada da seguire basandosi sul segnale GPS, insomma un navigatore elettronico…»

«Eh, e poi sono io che legge troppa fantascienza!» lo interruppe M.

«Vado a prendere un caffè al bar, vieni anche tu?»

«No grazie, adesso non mi va. Vado a fare un giro.»

L’ostello era labirintico, enorme, smisurato, vagamente escheriano e pieno d’ombre. Il ragazzo girellò un po’ nel silenzio, quindi si ritrovò di nuovo nella hall. Qui si buttò su uno dei divani. Solo allora notò di non essere solo.

8

La ragazza poteva avere più o meno la sua età. Era molto carina. Aveva capelli lunghi, neri come l’inchiostro, che teneva sciolti sulle spalle, e occhi azzurri. Il viso era un ovale perfetto. M. scoprì i propri limiti di scrittore nel tentare di descriverla, come se stesse buttando giù un racconto. D’altronde i suoi personaggi non erano ben caratterizzati fisicamente, erano piuttosto bidimensionali. Lei invece era lì, “pur presente e viva” con i suoi “tratti dolci e gli occhi d’acqua pura” (come avrebbe detto Valerio, bravissimo, lui, nei suoi ritratti femminili). Il ragazzo restò a fissarla, incapace di distogliere lo sguardo, finché lei non si voltò.

«Fai una foto, durerà più a lungo!» disse ridendo.

M. si sentì sprofondare dalla vergogna. Arrossì fino alle orecchie, non sapendo più dove guardare. Borbottò alcune scuse. La ragazza si alzò e si avviò verso l’ascensore.

«Beh ciao» disse prima di sparire.

Il ragazzo rimase basito.

M. aveva scoperto da poco l’amore: quel sentimento adolescenziale, così fresco e genuino da far girare la testa come vino forte, così nuovo e grande che poteva spaventare. Il ragazzo infatti non osava parlare all’altro sesso, era timido in modo patologico. Soffriva e si crogiolava nella sua solitudine in parte voluta. Non a caso Uomini soli gli era piaciuta al primo ascolto. Spesso le canzoni dei Pooh lo consolavano, gli davano forza, lo tiravano su quando era triste e lo facevano cantare (anche se era stonato) quando era allegro. Erano la sua Ars amatoria, il suo manuale d’amore, un’antologia di tutti i possibili casi che possono capitare a due persone nel vasto campo dei sentimenti per lui in buona parte sconosciuti. Tuttavia credeva all’amore a prima vista e soprattutto credeva alle favole.

Avrebbe voluto correrle dietro, dirle qualcosa di arguto e di intelligente per non farla andare via, ma era troppo tardi e comunque non gli veniva in mente nulla. Come al solito, quando si trattava di ragazze perdeva la parola. Tornò sconsolato al divano, aspettando che scendesse l’amico per andare all’appuntamento, ormai vicino. Si sentiva molto nervoso e recitò tra sé un mantra rassicurante.

[continua]

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