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Riflessione critica e domanda a Massimo Acciai Baggiani di Giuseppe Macauda

Evento su Zoom del 17 luglio 2020 – Effetti di natura in versi e narrazioni
[Vedi video su Youtube, dal minuto 6.30]
[articolo su Controluce.it]

Ascoltando il suo intervento a Palazzo dei Medici di Firenze, in occasione della presentazione del numero 106 della rivista «L’area di Broca», ho avuto modo di apprendere la sua passione per la narrativa e che nel passato ha scritto poesie spinto dall’ispirazione del momento o dalla voglia di esternare un pensiero su un tema sociale importante, senza un vero progetto poetico. È questo il caso del Lamento del migrante. In quell’occasione affermò anche di aver dato, nel 2018, l’addio alla poesia per dedicarsi completamente alla narrativa. Ora, siccome quando a Sappada scrive «Seduto su una roccia ho raccolto il respiro del monte» o a Pratolino «Il fragore dell’acqua riporta il mio cuore alla vita« e «Nei suoni del bosco la vera entità di tutti i fenomeni» emerge un raffinato lirismo capace di emozionare ogni sensibile lettore, Le chiedo perché vuole escludere la convivenza tra poesia e narrativa, visto che, in fondo, appartengono a due vene diverse che pescano nello stesso cuore…

reading prato 2017RISPOSTA: Innanzitutto la ringrazio per le belle parole e per il ricordo di quell’incontro che, in questo tempo di Covid che ha messo un freno a eventi artistici in presenza, pare così lontano. Lamento del migrante, scritto sotto la pressione dei drammatici eventi di attualità, è ufficialmente l’ultima mia poesia, anche se ne ho scritte poi poche altre, strettamente private, senza comunque considerarmi più “poeta”: questo semplicemente perché poeta è per me una persona più coinvolta con la poesia che con la prosa, che di poesia ne ha letta molta e non l’ha solo prodotta, che ragiona in modo “poetico”. Poesia e narrativa non si escludono affatto a vicenda, ben inteso, anzi si può trovare l’una nell’altra e viceversa, e sono d’accordo sull’origine comune dallo stesso cuore, anche se seguono regole formali diverse, di metrica e di retorica. Poesia e narrativa possono occupare uguale spazio nella produzione di un artista – si può essere poeti e scrittori eccellenti allo stesso tempo – ma non è il mio caso, non ritengo di essermi applicato in egual misura ai due campi artistici. Comunque la poesia resta una parte importante della mia produzione passata e ritengo che la poesia non sia solo quella che si trova nei libri: anche un tramonto che accende una cima brulla, lo sguardo misterioso di un gatto, una vecchia canzone dei Pooh, il sorriso della donna amata sono poesie allo stato puro, se si sanno cogliere con la giusta sensibilità.

LAMENTO DEL MIGRANTE

Anch’io sono migrante:
i miei geni ricordano
le cacce alla belva africana,
nella savana,
coi compagni ominidi
e la loro vita di cristallo.
Non ho senso di appartenenza:
le mie radici non sono nel passato
bensì nel futuro,
quando non saranno più
tribù
fratricide
ma uomini e donne
liberi dai pregiudizi.
Sì, la mia patria è il futuro:
l’ho visitato con l’immaginazione.
È un posto bellissimo,
costantemente m’avvicino
ma dispero tornare a casa.

Firenze, giorno dell’Opinione del ’26 (20 settembre 2018)
Scritta appositamente per l’incontro di Marzia Carocci del 22 settembre.

IMPRESSIONI DI VENDEMMIAIO

Qui.
Ora.
Nei suoni del bosco,
in un cerbiatto che salta veloce,
in una coppia che spinge un passeggino sul sentiero,
ne fango memore dell’ultimo nubifragio,
nelle lame di luce tra i fusti, tra le foglie,
nell’odore di terra umida,
nell’ultima domenica di ora legale,
in questo autunno estivo,
in questa estate che non vuol morire,
la vera entità di tutti i fenomeni.

Villa Demidoff, Pratolino, 28 vendemmiaio dell’anno 223 (19 ottobre 2014)

LE CASCATELLE

Il fragore insistente dell’acqua
che rode pian piano la roccia
riporta il mio cuore alla vita,
riempie le orecchie mai stanche.
L’estate arroventa l’asfalto
ma qui si conserva l’autunno:
mi poso su un masso cortese,
raccolto il respiro del monte.

Sappada, Cascatelle, 12 termidoro ’25 (30 luglio 2017)

Cinque visioni di Ulisse

Di Massimo Acciai Baggiani

ulisseIl mito di Ulisse da millenni fa versare fiumi di inchiostro in tutto il mondo. Da quando Omero (o chiunque sia il vero autore, o autori, dei poemi a lui attribuiti) ha messo in versi questa straordinaria storia, tutta la letteratura occidentale si è confrontata con questo personaggio: ogni scrittore e poeta che ha fatto i conti con Ulisse ha rielaborato a modo il mito, quindi si può dire che le visioni dell’Itacese sono molteplici, declinate in innumerevoli scritti. In un libro che ho letto di recente[1], dono dell’amica Clara Vella, sono riportate quattro di queste “visioni”: quella originale di Omero, quella medievale di Dante e quelle ottocentesche di Tennyson e Giovanni Pascoli. Eterno Ulisse nasce da una conferenza dell’ANILS[2] tenutasi a Firenze un paio di settimane prima del lockdown[3]; quattro i relatori (Fabrizio Catania, Ana López Rico, Massimo Seriacopi, Clara Vella) hanno riportato il punto di vista di altrettanti gigante della letteratura occidentale.

Catania nel suo capitolo ha sottolineato il carattere della “molteplicità”, attraverso il prefisso greco poly (molto) che compare negli aggettivi usati da Omero per definire il suo eroe: polymetis (“dalla molta astuzia”), polytlas (“che molto sopporta con pazienza”), eccetera, fornendo esempi per ciascuno di essi. L’Ulisse omerico è l’eroe che unisce la forza e il coraggio con l’intelligenza: perciò può battere avversari più forti di lui (come Polifemo), considerando tutte le possibili soluzioni al problema e scegliendo quella più adeguata.

L’Ulisse dantesco invece è molto diverso. Il noto dantista prof. Seriacopi ce lo spiega bene nel suo capitolo. L’astuzia se non impiegata per scopi alti, in accordo con gli insegnamenti divini, non solo non è positiva, ma condurrà inevitabilmente alla dannazione. Ulisse, ricordiamolo, è collocato da Dante all’inferno tra i fraudolenti, e la sua morte è causata dalla sua stessa sete di conoscenza: ma non della conoscenza “giusta”. L’Itacese ricercava quella proibita, che non serve alla salvezza dell’anima. L’intelligenza se usata in modo distorto è condannabile. Piccola parentesi personale: Seriacopi cita un altro grande dantista, nonché poeta, scomparso tragicamente: Massimiliano Chiamenti[4], di cui sono stato amico molti anni fa.

Per Alfred Tennyson, il grande poeta inglese paladino del romanticismo contro il conformismo e l’industrializzazione selvaggia della sua terra, che vive il dissidio tra fede e scienza tipico del XIX secolo, il peregrinare di Ulisse è simbolo dell’Uomo in cerca di se stesso e dei grandi misteri della vita. «Novello Faust», simbolo della volontà di lottare e cercare la verità, è un personaggio sicuramente positivo, molto lontano dalla condanna dantesca, come sottolinea la Vella.

Infine l’Ulisse pascoliano, di cui ci parla López Rico, ricalca l’autobiografia del grande poeta italiano del decadentismo. Pascoli era intriso di cultura greca, conosceva bene il contesto culturale, e coglie l’aspetto doloroso dell’eroe antico nel suo lungo poema L’ultimo viaggio, che allude all’ultima ricerca intrapresa da Ulisse dopo il suo ritorno a Itaca, «alla scoperta dell’ambiguo confine tra il sogno e il vero». Solo dopo la morte, Ulisse, accolto di nuovo da Calipso, troverà un senso positivo, una speranza.

Il libro si chiude qui, con una corposa bibliografia. Questo mio articolo invece vorrei proseguirlo aggiungendo un’ultima visione dell’eroe dell’Odissea: quella del sottoscritto, con tutta l’umiltà del caso. Premesso che ho sempre sentito molto lontani i poemi omerici, pur con la fascinazione che sentivo da bambino per le storie fantastiche e avventurose di cui sono pregni, e soprattutto dopo aver letto i libri di Luciano De Crescenzo[5] che metteva in luce anche gli aspetti crudeli – tipici di quel contesto storico e culturale – di Ulisse e dei suoi compagni, violenti saccheggiatori e guerrieri privi di scrupoli, condivido la sete di conoscenza che invece Dante condanna. Davvero «fatti non foste a viver come bruti»[6]: tuttavia concordo col vate fiorentino sulla finalità dell’intelligenza che l’Itacese ha avuto in sorte, usata a fini discutibili. Ulisse rappresenta un po’ la ragione senza cuore: è ben impiegata quando usata per salvarsi la vita (come nel caso dello stratagemma dei montoni di Polifemo) ma quando è usata per nuocere al prossimo allora diventa un disvalore.

Nessuno degli “eroi” omerici ha orrore del sangue, e nessuno di loro trova inaccettabile uccidere gli indifesi: Ulisse non fa eccezione. Perciò il termine “eroe” non lo trovo appropriato per questi personaggi: per me l’eroe è positivo, protegge i deboli e si batte per dei valori alti, di pace e compassione, e soprattutto è capace di amore disinteressato verso tutti, perfino verso i nemici. I miei eroi sono Ludwik Zamenhof, Shakyamuni, Nichiren Daishonin e tutti i medici che hanno fatto progredire la Medicina.

Firenze, 13 luglio 2020

Bibliografia

AAVV., Eterno Ulisse. Omero, Dante, Tennyson, Pascoli, Firenze, Porto Seguro, 2020.

Note

[1] AAVV., Eterno Ulisse. Omero, Dante, Tennyson, Pascoli, Firenze, Porto Seguro, 2020.

[2] Associazione Nazionale Insegnanti di Lingue Straniere, di cui sono consigliere (nella sezione di Firenze) dal 2018, partecipando con un mio intervento anche all’ultima videoconferenza, in tempo di Covid, sull’insegnamento dell’italiano L2 (7 luglio 2020).

[3] Precisamente il 21 febbraio 2020, presso il liceo Leonardo Da Vinci.

[4] Ivi, p. 35.

[5] De Crescenzo L., Nessuno. L’Odissea raccontata ai lettori d’oggi, Milano, Mondadori, 1997.

[6] Inferno, Canto XXVI.

Rileggendo Il Libro di Alice

di Massimo Acciai Baggiani

La letteratura può dividersi idealmente in quattro categorie, risultanti dalla combinazione dell’età di chi scrive e di quella del pubblico di lettori. È una classificazione un po’ strana, certo, ma ha dei lati interessanti. Tra gli scrittori (intendo questo termine nel senso più ampio possibile) vi sono:

A) adulti che scrivono per adulti;

B) adulti che scrivono per bambini e/o adolescenti;

C) bambini e adolescenti che scrivono per adulti;

D) bambini e adolescenti che scrivono per bambini e/o adolescenti.

La prima grande categoria comprende tutta la letteratura mondiale propriamente detta, tout court. La seconda, pure molto ampia, coincide con la letteratura per l’infanzia (che a sua volta può dividersi in letteratura rivolta esclusivamente ai bambini e adolescenti, e letteratura godibile anche da parte degli adulti). Le altre due categorie sono invece piuttosto particolari, si può discutere se si tratti effettivamente di “letteratura” e in che misura.

Vi sono stati, e vi sono tuttora, bambini prodigio nel campo della musica – il cui talento può essere valutato con lo stesso metro usato per gli adulti – anche se non sono molti, ma ancora meno numerosi sono i “bambini scrittori” e le “bambine scrittrici” che hanno visto pubblicate le loro opere giovanili. Il motivo è piuttosto comprensibile: la scrittura si nutre del vissuto e delle letture, quindi un bambino non ha ancora avuto, di solito, abbastanza tempo per fare esperienza nell’uno e nell’altro campo. Ai bambini piace raccontare, questo si sa, soprattutto agli adulti, ma al di là della tecnica, che si affina solo col tempo e la pratica, la grande fantasia che può possedere un bambino non è supportata dall’esperienza del mondo, di chi è venuto prima. Nella categoria C troviamo i temi scolastici, l’occasione più frequente in cui un bambino è chiamato a scrivere qualcosa che potrebbe assomigliare a un testo letterario, ma solo per gli occhi degli insegnanti – appunto – mentre per la categoria D non saprei fare molti esempi, visto che le storie che i bambini si raccontano sono per lo più orali, e le lettere che scrivono agli amici sono pubblicate solo in casi particolari.

Vi sono però delle eccezioni, alcune celebri. Anna Frank (1929-1945) iniziò a scrivere il suo diario il giorno del suo tredicesimo compleanno. Giacomo Leopardi (1798-1837) sapeva «scrivere in latino fin dall’età di nove-dieci anni e padroneggiare i metodi di versificazione italiana in voga nel Settecento»[1] e tra i suoi scritti “puerili” vi sono dissertazioni filosofiche e astronomiche. L’italo-americano Christopher Paolini (1983) ha scritto a quindici anni il primo libro della sua fortunatissima saga fantasy, Eragon, da cui è stato tratto anche un film. Più in piccolo e più vicino a noi troviamo, ad esempio, il fiorentino Roberto Orlandini (2000), il “baby-poeta” che ha iniziato la sua carriera a sette anni e ha esordito a dodici col suo primo libro scritto in un linguaggio antico[2], non consono alla sua età, e l’aretino Jacopo Rossi (1988), che a undici anni ha scritto il suo primo romanzo, pubblicato a tredici[3]. Il fatto che questi giovanissimi scrittori, che si rivolgono chiaramente a un pubblico adulto (categoria C della mia classificazione) o più raramente di adolescenti e adulti (categoria D, come nel caso di Paolini) in quanto il linguaggio che usano non corrisponde a quello dei loro coetanei, siano diventati così famosi è dovuto soprattutto alla loro età. Il sospetto che in realtà dietro le loro opere si nasconda un ghostwriter con più anni sulle spalle potrebbe essere legittimo, in alcuni casi: su questo non indago e non ne avrei i mezzi. Prendo per buono che siano effettivamente loro gli autori, che proprio la loro età li ponga al di sopra del sospetto di prestarsi a imbrogli. Perfino l’attivista ambientalista svedese Greta Thunberg (2003), altra giovanissima autrice[4], fu accusata di essere “pilotata” da qualche adulto (accusa che viene naturalmente da ambienti di destra e che non prendo nemmeno in considerazione).

La cosa notevole non è tanto che gli scrittori inizino presto a scrivere – penso anzi che sia una cosa piuttosto comune, posso citare nel piccolo anche il mio caso (ho scritto la mia prima “poesia” all’età di otto anni e prima di finire le elementari avevo fondato un gruppo poetico, insieme a due miei compagni di classe, chiamato Golden Eagle Team). Scrittori si nasce, uno scrittore ce l’ha nel sangue, nel Dna. La cosa rara è che il piccolo autore scriva in modo molto più maturo per la sua età, tanto da attirare l’attenzione degli adulti. Allora accade qualcosa di inconsueto: il mondo degli adulti accoglie il bambino, o la bambina, nel mondo dell’editoria. A volte della grande editoria. È il caso, esemplare, di Alice Sturiale (1983-1996) che nella sua breve ma intensa vita ha prodotto un vasto corpus di scritti, poi pubblicati postumi alla sua morte dalla casa editrice fiorentina Polistampa, e quindi, l’anno successivo, dalla Rizzoli. L’opera ha avuto una straordinaria fortuna, con traduzioni in varie lingue e continue ristampe che arrivano fino a oggi. Il libro ha ricevuto recensioni illustri (tra cui quella di Mario Luzi), ha ispirato canzoni, è entrato nelle antologie scolastiche e ad Alice sono state intitolate scuole, ludoteche e giardini, come è ben esposto nella postfazione all’edizione Rizzoli di quest’anno 2020, scritta dai genitori per fare il punto a 24 anni di distanza dalla prima edizione[5]. Lodevole la decisione di quest’ultimi di donare i proventi delle royalties (certo consistenti) alle associazioni per disabili. Un gesto che Alice, condannata fin dalla nascita a non poter usare le gambe in modo autonomo, avrebbe sicuramente approvato.

Alice è stata definita “l’Anna Frank italiana”, credo in riferimento alla maturità della sua scrittura, alle terribili difficoltà di cui ha reso testimonianza nei suoi scritti, alla sua visione del mondo, all’intensità con cui ha vissuto e alla sua morte prematura. Le similitudini con la celebre ragazzina olandese si fermano qui: Alice ovviamente non ha dovuto nascondersi per anni in un appartamento claustrofobico e non è morta in un lager. La stessa Alice si è anzi sempre dichiarata una bambina fortunata[6], in quanto circondata dall’amore di genitori e amici.

Il libro di Alice è stato curato dall’amica Mariella Bettarini[7], a cui era legata da una lontana parentela (la nonna di Alice era biscugina della mamma di Mariella); è grazie a lei, Mariella, che sono venuto a conoscenza di questo straordinario libro: devo dire tra l’altro che ha fatto un ottimo lavoro. Mariella non ha incontrato mai la lontana cugina, ma la bambina ha lasciato il segno nella sua vita, così come ha fatto nei cuori e nelle menti di tutti coloro che l’hanno conosciuta di persona.

Ma chi era Alice Sturiale? Cosa aveva di straordinario? Per rispondere occorre ripercorrere, almeno in sintesi, la sua vita. Ne troviamo notizia in fondo al Libro di Alice[8]. Figlia del giornalista Leonardo Sturiale[9], il cui cognome ci rivela l’origine siciliana di una parte della sua famiglia, Alice nasce a Firenze il 18 novembre 1983. Prima che la piccola compia un anno le fu diagnosticata l’atrofia muscolare spinale: una malattia che l’avrebbe condannata alla sedia a rotelle. La maggior parte delle persone si sarebbe demoralizzata, avrebbe condotto una vita triste: non Alice, la quale anzi si è poi lanciata in attività in aperta sfida al suo handicap, quali lo scoutismo e lo sci. L’affetto delle persone care e la tecnologia l’hanno certo aiutata – nel ’93 ha avuto in regalo uno scooter elettrico – ma senza lo stato vitale altissimo della bambina, che l’ha sempre sostenuta (a parte comprensibilissimi momenti di scoramento), di lei non si parlerebbe oggi in tutto il mondo. È morta improvvisamente il 20 gennaio 1996, a scuola, «mentre rideva per la battuta di un compagno»[10]. Possiamo immaginare che, circondata dall’affetto dei suoi amici, in un ambiente che amava, non abbia sofferto: non a tutti è data questa fortuna.

Alice a Rapallo a casa della zia quando Alice aveva forse 9 o 10 anni, ha l’aria arguta e sbarazzina che le è tipica. Per gentile concessione di Leonardo Sturiale che ringrazio per questo “bonus”.

Dicevamo che i bambini hanno grande vitalità ma poco vissuto. Nel caso di Alice ciò è vero in termini di tempo oggettivo, ma i suoi dodici anni li ha vissuti intensamente: ciò, unito alla sua sensibilità e rara intelligenza, le ha consentito di produrre testi molto maturi per la sua età. Il suo “corpus letterario” è molto vario: prevalgono naturalmente i temi scolastici ma vi sono anche molte poesie e diverse lettere. Mariella Bettarini lo ha suddiviso in quattro parti, ciascuna a sua volta divisa in aree tematiche omogenee.

La prima parte, dopo la brevissima introduzione di Mariella, si apre con alcune prose e poesie sulla natura, in cui emerge la meraviglia per il Creato, visto attraverso la fede cristiana della bambina. Già in questo primo gruppo di testi trovo una sintonia di sentire: anche io, pur essendo ateo, rimango sempre incantato dalle meraviglie di questo pianeta – la neve, il vento, le stagioni, i fiori, le nuvole. In questi testi Alice ci dà saggio del suo spirito di osservazione e delle sue doti descrittive. Seguono “Storie vere e inventate” dove troviamo la narratrice: visti i miei interessi per la narrativa fantastica ho apprezzato le sue storielle fantascientifiche (Una storia di fantascienza e Il messia dei marziani) che mi ricordano quelle che scrivevo io durante la ricreazione, in giardino, sulla scalinata della palestra della scuola elementare Giacomo Matteotti.

Queste storie hanno il sapore della fiaba, anche quando sono vicende reali come quella della volpe addomesticata da un frate camaldolese (proprio come nel capolavoro di Antoine de Saint-Exupéry, Il piccolo principe) – quest’ultima vicenda mi sarebbe piaciuto citarla nel mio libro sul Casentino, nel capitolo dedicato all’eremo di Camaldoli[11], l’avessi letta prima… è dolcissima. Sempre a proposito di animali, la sezione successiva è tutta dedicata ai nostri amici a quattro zampe; qui trovo un’altra cosa in comune con Alice, ossia il suo amore per i gatti. Al suo testo L’amore del mio gatto avrei voluto rispondere con il mio L’amore di un gatto[12].

Segue la sezione intitolata “Io” in cui Alice traccia un autoritratto, “confessandosi” con grande libertà, parlandoci anche delle sue debolezze. Alice espone le sue idee, i suoi sogni, e ci regala riflessioni profonde; una frase mi ha colpito in particolare: «Io sono soddisfatta di quello che sono»[13]. È un’affermazione importante. Quanti possono dire altrettanto? In altri punti riconosco anche il mio pensiero, ad esempio nel desiderio di possedere «un grande potere per guarire i mali del mondo: fame, morte, violenze, sofferenze, malattie e soprattutto la guerra che è la radice di tutti questi gravissimi problemi»[14] Subito dopo Alice dichiara di non sapere come fare in quanto non capisce nulla di politica: cara Alice, vorrei dirle, ci capisci più te di quelli che i politici lo fanno di professione…

Nel libro spuntano qua e là paesaggi fiorentini anche a me cari, come la piazza D’Azeglio col suo giardino: io quel giardino lo ricordo per altri eventi legati agli anni, gli stessi, che ho passato alla vicina scuola per ragionieri Duca d’Aosta, ben diversi da quelli vissuti dall’autrice. Ritrovo invece lo stesso sentimento, comune a molti studenti, del passaggio traumatico da una scuola all’altra: lasciare il mondo ormai noto in cui si è trascorsa buona parte della propria vita (e cinque anni sono tanti per un bambino…) per trovarsi nell’ignoto.

La sezione “Affetti” si apre con un acrostico (genere poetico caro anche a Mariella Bettarini) e prosegue con una galleria di ritratti familiari. In questa sezione Alice ci racconta anche la sua esperienza negli scout, molto positiva nonostante la sua malattia, e il congresso a Loppiano (pure io ne ricordo uno, e ho dedicato un capitolo alla cittadella dei Focolarini in un mio recente libro[15]). Ma non ci sono solo gioie nella vita: la grande sensibilità dell’autrice si esprime anche negli scritti dedicati all’amica del cuore, Phoung, a cui deve dire addio alla fine delle elementari (lei si trasferirà in Australia), mantenendo comunque un rapporto epistolare riportato anche nel libro. Alice scrive lettere anche agli adulti, ad esempio al frate camaldolese Don Paolo, con cui si confida; all’uomo di chiesa racconta perfino di quella volta che ha mandato affanculo un ragazzino colpevole di aver fatto un apprezzamento poco gradito sul suo aspetto fisico![16]

Un altro tema caro ad Alice è naturalmente quello delle barriere architettoniche e dell’inciviltà dei “camminanti”, poco attenti alle esigenze dei meno fortunati. Non mancano i bilanci della propria vita e i ricordi piacevoli delle vacanze in montagna e al mare, nell’amata Sardegna (dove ha potuto entrare in acqua con la carrozzella, come testimonia una foto nel libro[17]).

La scuola è al centro del libro. Alice ne parla di continuo. C’è un punto che, riletto oggi in tempo di Covid, mi ha fatto pensare a come certe cose non cambino: una lunga assenza (per motivi di salute, come nel caso di Alice[18], o per via del lockdown) suscita nostalgia nei piccoli alunni, tanto da far loro rimpiangere le aule e i banchi. Fare lezione attraverso lo schermo di un computer non è la stessa cosa.

La seconda parte del libro ci presenta un’Alice “saggista”. Tutti sappiamo che la scrittura si nutre di letture: qui l’autrice ci parla dei libri che ha amato – in primis Il piccolo principe, lettura fondamentale anche nella mia formazione – ma commenta pure passi dei testi sacri, film che ha visto, poesie, quadri, articoli di cronaca. Mi ha fatto sorridere quando scrive, riguardo al Leopardi: «Sono sicura che se a quei tempi ci fossero stati gli antidepressivi o dei buoni psichiatri, e se Leopardi avesse avuto a che fare con questi, oggi non avremmo la sua poesia»[19]. Questa affermazione potrebbe dare spunto a un lungo dibattito, che riserverò a un altro articolo. Sempre parlando del grande poeta recanatese, c’è un’espressione usata da Alice che mi ha colpito: «Allora io sono entrata in me stessa»[20]. La usa commentando Il passero solitario, parlando di quella sensazione di solitudine che fa parte anche della sua vita pur affollata di amici. Vi sono momenti in cui «la solitudine è una cosa fantastica»[21] per l’auto-osservazione; gli scrittori, i filosofi e i sognatori lo sanno bene.

La terza parte è interamente in versi. Alice usa il verso libero, non ama le rime o le metafore, il linguaggio è piano. Nelle sue liriche la piccola poetessa parla del suo handicap, dei luoghi che ama (la Sardegna, l’Argentiera), e molte sono dedicate alle amiche o alla sua prima “cotta” adolescenziale (per un tale Lapo), svelando in campo sentimentale un’inattesa timidezza, assente in altri testi. Trovo significativo che il suo ultimo scritto, risalente a un mese prima della sua scomparsa, sia proprio una poesia, Pozzanghera (gennaio 1996).

Qui si chiudono idealmente gli scritti di Alice. La quarta e ultima parte infatti è dedicata alle testimonianze di amici e parenti: i ricordi della nonna Laura, quelli di Phuong e dei compagni di scuola, i messaggi commossi dei “lupetti”, di Don Paolo (suo padre spirituale). Un ultimo saluto corale che rende giustizia alla grandezza d’animo di Alice, amata e benvoluta da tutti. Io non l’ho mai conosciuta di persona (quando lei frequentava le elementari io ero alle superiori e poi all’università) ma un po’ sento di averla incontrata, attraverso i suoi scritti e le foto che completano il suo libro: me ne sono fatto un’idea, e mi piace pensare che, se fossi stato suo compagno, sarebbe nata una bella amicizia sulla base del comune amore per la scrittura.

Firenze, 5-7 luglio 2020

Bibliografia

  • Acciai Baggiani M., Baggiani P., Magnelli I., Cercatori di storie e misteri, Firenze, Porto Seguro, 2019.
  • Acciai Baggiani M., Magnelli I., Due passi indietro, Porto Seguro, 2020.
  • De Saint-Exupéry A., Il piccolo principe, Milano, Mondadori, 2015.
  • Frank A., Diario, Milano, Einaudi, 2014.
  • Orlandini R., Tra l’aspettar del tempo e il morir del giorno, Empoli, Ibiskos Ulivieri, 2012.
  • Paolini C., Eragon, Milano, Rizzoli, 2012.
  • Rossi J., Brividi di fanciullo, Cortona, Calosci, 2001.
  • Sturiale A., Il libro di Alice, Firenze, Polistampa, 1996.
  • Thunberg G., La nostra casa è in fiamme, Milano, Mondadori, 2019.

[1] Da Wikipedia

[2] Orlandini R., Tra l’aspettar del tempo e il morir del giorno, Empoli, Ibiskos Ulivieri, 2012.

[3] Rossi J., Brividi di fanciullo, Cortona, Calosci, 2001.

[4] Thunberg G., La nostra casa è in fiamme, Milano, Mondadori, 2019.

[5] Sturiale A., Il libro di Alice, Milano, Rizzoli, 2020, pp. 249-251.

[6] Sturiale A., Il libro di Alice, Firenze, Polistampa, 1996, p. 219.

[7] https://it.wikipedia.org/wiki/Mariella_Bettarini

[8] Sturiale A., op. cit., pp. 215-220.

[9] Con cui l’amica Mariella mi ha messo in contatto: persona gentilissima, che ringrazio per avermi inviato la sua postfazione.

[10] Ivi, p. 220.

[11] Acciai Baggiani M., Baggiani P., Magnelli I., Cercatori di storie e misteri, Firenze, Porto Seguro, 2019, pp. 235-249.

[12] « L’amore di un gatto è semplice: / basta accarezzarlo sulla testa, / basta ascoltare le sue fusa, / basta tenerlo sulle ginocchia. / È la cosa più semplice che esista. // Il mondo invece è complicato, / le persone sono complicate: /oggi ti sono amiche, domani ti tradiscono. / Se non ti cercano, forse è per orgoglio. / Se ti cercano, forse è per interesse. // Una volta avevo un gatto / e in qualche modo lui aveva me. / Tornato dall’ennesima porta in faccia / lo trovai sul divano, acciambellato: / mi sedetti e lo presi in collo. // L’amore di un gatto è semplice: / basta accarezzarlo sulla testa, / basta guardarlo negli occhi / e trovarvi un grande mistero. / Un mistero semplice.»

[13] Sturiale A., op. cit., p. 75.

[14] Ivi, p. 73.

[15] Acciai Baggiani M., Magnelli I., Due passi indietro, Porto Seguro, 2020, pp. 77-100.

[16] Sturiale A., op. cit., p. 129.

[17] Ivi, p. 142

[18] Ivi, pp. 144-145.

[19] Ivi, p. 168.

[20] Ivi, p. 165.

[21] Ibidem.

Presentazione di “Due passi indietro” presso il parco d’arte Bum Bum Ga

Domenica 5 luglio 2020, ore 17:00, si è tenuta la presentazione del libro di Massimo Acciai Baggiani e Italo Magnelli “Due passi indietro” (Porto Seguro editore, 2020), nell’incantevole scenario del parco d’arte Bum Bum Ga, creato da Carmelo Librizzi negli anni Settanta. Giornata soleggiata, perfetta per passare una piacevole domenica estiva, non eccessivamente calda, sul prato ad ascoltare la musica di Carmelo e dei suoi amici musicisti. Dopo la presentazione è stato offerto un rinfresco agli ospiti intervenuti. Il video dell’evento è disponibile su YouTube.

Ultimo libro della Trilogia delle radici: stavolta i nostri instancabili “cercatori di storie e misteri” si spingono fino al Chianti e al Valdarno, terra – quest’ultima – che ha dato i natali a Italo Magnelli. Tanti i personaggi incontrati e intervistati (l’artista Carmelo Librizzi, le sorelle Fineschi, il dottor Briganti, tanto per citarne alcuni) e tante le storie di guerra e di “fantasmi” raccolte, in una carrellata che parte dalla preistoria e arriva ai giorni nostri, alla scoperta di due territori che tanto hanno dato alla cultura e alla storia del mondo. L’ultimo misterioso viaggio tra scoperte e segreti.

Ascoltando le canzoni di Lorenzo Pini

Di Massimo Acciai Baggiani

lorenzo piniRecentemente ho scoperto con sorpresa e piacere che un mio ex compagno delle elementari ha intrapreso la carriera musicale. Si tratta di Lorenzo Pini, fiorentino come me, trapiantato nella terra lombarda, così duramente colpita dal Covid. Qualche mese prima della pandemia, Lorenzo aveva messo su Youtube i sei brani che compongono il suo primo album, Uno, tutti scritti e interpretati da lui: canzoni semplici ma non banali, arrangiate con la chitarra, strumento di cui Lorenzo è insegnante, che si inseriscono a buon diritto nella tradizione della musica d’autore italiana. Uno è un’opera piacevole da ascoltare in ogni occasione, ma ne consiglio un ascolto attento per cogliere la poesia delle parole dell’autore, il quale ha voluto giocare con i titoli della track-list che iniziano tutti con l’articolo indeterminativo (Un giorno all’improvviso, Un’ora in mezzo al mare, Una vecchia canzone, Un incontro per vivere, Una notte sola, Un uomo sulla terra) ripreso anche nel titolo dell’album. Un esordio senza dubbio interessante a cui è seguito il singolo Stanze, pubblicato su Youtube giusto qualche settimana fa.

Firenze, 4 luglio 2020

I vicini – Finale di Luigi De Rosa

Leggi la prima parte di MASSIMO ACCIAI BAGGIANI

Alla fine decidi di prendere in mano la situazione.
La tua amica poliziotta ha detto che ha risolto il problema traslocando. Ma se fossero loro ad andarsene?
Il palazzo è tuo. Solo metaforicamente parlando, è ovvio. Non sei un magnate dell’immobiliare, altrimenti non dovresti svegliarti così presto al mattino. Ma è casa tua da anni, quindi conosci ogni singolo buco. In particolare sai delle tubature che ti collegano direttamente con il bagno dell’appartamento occupato dalle gallinelle festaiole. Prima del loro arrivo era avvenuto un incidente con il proprietario precedente: una tubatura si era rotta e l’acqua aveva rovinato tutto il soffitto dell’appartamento di sotto. Un incidente, la cosa si era risolta subito senza insulti, denuncie o aggressioni. Era bastato scusarsi col vecchietto che si era ritrovato l’acqua che gli gocciolava in testa mentre dormiva e fornirgli i dati dell’assicurazione mentre la tubatura veniva riparata.
Quel vecchio signore era davvero una persona civile. Peccato che dopo sei mesi era morto per il diabete e i suoi eredi avevano deciso di affittare l’appartamento a delle barbare.
Ora le ragazze saranno anche delle festaiole ma non sarebbero mai rimaste se qualcosa di disgustoso fosse strisciato all’improvviso facendo loro molta paura.
Chiami quindi la tua amica poliziotta e dopo averle chiesto come sta andando la situazione in città (non molto bene dato quello che senti in tv) le chiedi se le è mai capitato un caso di importazione di animali esotici illegale. Lei ti risponde di sì e ti racconta una pallosa storia su delle lucertole, e allora tu le chiedi se le è mai capitato di fermare un contrabbando di serpenti. Lei ti risponde di no ma aveva sentito ad alcuni colleghi forestieri era invece capitato e tu fai tesoro di tutte le informazioni che la poliziotta ti racconta.
Decidi quindi di passare alla seconda parte del piano. Accendi il tuo portatile e cerchi qualche sito in cui tu possa trovare serpenti in vendita. Sai che è illegale, ma dopotutto non vuoi uccidere nessuno giusto? E’ colpa delle ragazze che decidono di non rispettare il tuo sacro santo diritto di dormire in santa pace.
Trovi un sito e ordini un gigantesco pitone delle rocce, serpente indiano in grado di muoversi in modo lineare e pensi che sia una scelta buona perché così si muoverà meglio nella tubatura.
Aspetti due settimane. Il serpente arriva ma devi andarlo a prendere perché essendo un acquisto illegale il corriere non te lo porta a casa con tanto di saluti. Prendi quindi la tua borsa della palestra (o almeno una borsa che usavi quando avevi il tempo per andare in palestra) e vai a raccogliere il prezioso carico indiano. Porti l’animale a casa e senza pensarci due volte lo porti subito in bagno, lo afferri delicatamente con una mano per una frazione di corpo sotto la testa e con l’altra lo prendi per la coda e indirizzi la sua testa verso il water.
“Vai ragazzo. Io credo in te” gli dici come per dargli coraggio e resti a guardare finché la sua coda non sparisce dentro lo spazio riservato ai tuoi bisogni.
Fatto questo, non resta che cancellare le prove del reato, e a quel punto aspettare.

L’attesa non è lunga. Ad un certo punto uno strillo che sembra essere uscito dal film Shining perfora le pareti svegliandoti nel cuore della notte proprio mentre stavi dormendo. Un paradosso dato che quello che avevi fatto serviva a farti dormire.
Insieme agli altri vicini ti dirigi dove ha avuto origine l’agghiacciante rumore. Una delle ragazze, non più tanto sfrontate e menefreghiste, raccontano quello che per gli altri sembra un episodio bizzarro ma tu sai invece che non lo è: una delle ragazze si era svegliata per andare un attimo in bagno e quando aveva alzato la tavoletta aveva visto qualcosa che sbucava dal buco in fondo. Dopo aver tirato lo sciaquone pensando che fosse il residuo di una precedente visita in bagno, la ragazza si era resa conto che non andava via e si era accorta che era la testa di un serpente morto.
Tu dici alla ragazza di chiamare le autorità e poi consigli agli altri di tornare a letto lasciando che siano loro ad occuparsene.
Il giorno dopo scoprì che le ragazze devono lasciare l’appartamento perché il proprietario pensava che ci fossero proprio le ragazze dietro la dipartita del rettile, immerso nel gabinetto per una “tamarrata” o per uno scherzo da riservare agli altri vicini, i quali scopri con sorpresa che si sono lamentati per il comportamento delle ragazze.
E in quel momento ti accorgi di essere in un palazzo di ipocriti, perché quelle stesse persone prima non avevano detto una parola e invece ora avevano aperto un vero e proprio fronte contro di loro.
Ma a te non importa perché finalmente puoi di nuovo dormire in pace.

I vicini – Finale di Vittoria Zedda

Leggi la prima parte di MASSIMO ACCIAI BAGGIANI

Che fare? Ogni mia richiesta logica e assennata non porta risultati. Cosa inventarsi? Ci vorrebbe una trovata che, al paradosso di tanta maleducazione, fosse un contro paradosso, per prendere in contropiede i vicini “ingombranti”…

Bisogna inventare qualcosa di riprovevole e di esagerato…

Trovato! Il mastino napoletano del mio amico Giulio farebbe al caso mio: è un cane che fa paura solo a guardarlo e se ringhia o abbaia è davvero terribile!

Inviterò a casa mia Giulio col suo cane per far prendere un grosso spavento alla gioventù ribelle. Andremo con il mastino tenuto a guinzaglio su in terrazza, quando i ragazzi sono riuniti per cenare. Dirò loro che, se non si comportano in modo educato, d’ora in avanti avranno a che fare con il molosso. Per la paura presa, smetteranno di fare il loro comodo senza tener conto dei diritti degli altri inquilini.

Poi basterà registrare i latrati del cane e, al bisogno, mettere in funzione il registratore. Finalmente il silenzio sarà assicurato! Evviva! La soluzione è stata trovata!

I vicini – Finale di Barbara Mancini

Leggi la prima parte di MASSIMO ACCIAI BAGGIANI

Ti aggiri per la casa da mezz’ora ormai, su e giù in modo nevrotico, decidi di metterti al computer e cercare qualcosa su Google:” rimedi per vicini rumorosi, come liberarsi di vicini fastidiosi” e cose così, ma trovi solo consigli inverosimili e storie assurde.

Decidi di indossare le cuffie e guardare un film per isolarti totalmente, anche questa sera, hai rimediato una soluzione momentanea.

Ti svegli intorno all’una, ti sei addormentato sul divano, senti un insolito silenzio.

Ti alzi e vai a lavarti i denti, ascolti per sicurezza quel silenzio meraviglioso, assicurandoti che sia veritiero.

Ti sdrai nel letto con un sorriso compiaciuto e ti addormenti come un bambino sospirando.

Al mattino, vieni svegliato da voci e rumori, felice di aver dormito bene, metti su il caffè e ti affacci nel giardino per vedere che succede e assisti ad una scena che ha dell’assurdo: poliziotti ovunque, vicini dell’altro palazzo che scattano foto con il cellulare, ma la scena più agghiacciante è quella nel centro del giardino condominiale.

Le ragazze dell’appartamento e i loro amici seduti intorno al tavolo che sembrano ancora dormire, no, non stanno dormendo: sono morti.

Ognuno di loro è accasciato sulla sedia e dalle loro bocche scende un rivolo di liquido blu scuro.

Rimani impietrito, poi senti una voce rauca, vedi due agenti che ammanettano una vecchina di circa ottant’anni, la riconosci, è la signora del piccolo alimentari vicino casa che abita nello stesso condominio e la senti gracidare: «Sì, il cianuro e lo stramonio nel vino gli ho messo a questi delinquenti! Vedrai non la fanno più confusione da qui in avanti!»

Fai qualche passo indietro ti siedi impietrito sul tuo divano, senti il caffè salire, non riesci ad alzarti, poi scatti a spegnere il fornello e rimani a fissare incredulo la tua cucina, senti le voci provenire da fuori, vedi uomini in tuta bianca che fanno prelievi, tremi.

L’anziana assassina viene portata via con una volante, la gente, da lontano, affacciata alla finestra, spettegola e fa filmini da mettere in rete.

Ti versi il caffè, ti siedi di nuovo sul divano e fai un sospiro.

Stramonio…

«Perché non ci ho pensato prima?!»

I vicini – Finale di Marcella Spinozzi Tarducci

Leggi la prima parte di MASSIMO ACCIAI BAGGIANI

Poi una sera decidi di suonare di nuovo quel maledetto campanello, infuriato come non mai. Al suono insistito che fai, improvvisamente e direi inaspettatamente la porta si apre con una certa lentezza, e ti rivela la presenza di una ragazza giovanissima e molto bella che guarda stupita la tua aria adirata, incredula che qualcuno possa essere disturbato dal baccano che anche dall’ingresso si sente distintamente. Le parole che avevi preparato ti muoiono in bocca e quasi a tua insaputa sorridi.

«Vuoi partecipare alla festa?» ti chiede «Siamo in tanti ma per te c’è ancora posto!»

Entri come un automa, passi sul terrazzo seguendo la ragazza che ti presenta a tutti i componenti della brigata che ti accolgono con grande cordialità, una ti porge un bicchiere di vino, un’altra ti propone un bignè, e all’improvviso ti accorgi di stare benissimo e di aver perso inutilmente tante occasioni.

Carolina, la ragazza che ti ha aperto la porta, ti guarda con occhi dolci e vuole brindare con te. Scopri improvvisamente che la vita è bella

I vicini – Finale di Federica Milella

Leggi la prima parte di MASSIMO ACCIAI BAGGIANI

Non hai dormito neppure stanotte. La radio si è accesa puntuale per svegliarti e tu l’hai ignorata nel tentativo di gustare un’ultima manciata di minuti di sonno.

Timbri il cartellino con trentacinque minuti di ritardo, il viso spento e la macchia gialla sul colletto della camicia – hai indossato la stessa del giorno prima – ti causano un rimprovero da parte della tua Superiore, pugliese, di dodici anni più giovane di te.

Lo stress accumulato non ha aiuto a migliorare la giornata. Torni a casa, dopo essere passato in farmacia, e assumi un paio di pasticche di ansiolitici.

Questa sera non è diversa dalle altre, quell’orrendo suono, che i giovani chiamano musica, filtra dai vetri, dal pavimento e vibra su tutte le pareti del tuo appartamento. Guardi la TV con le cuffie, il programma è noioso, ti appisoli sul divano.

Il male alle orecchie ti desta all’improvviso; scaraventi via le cuffie strappando il connettore dal televisore: è rotto. Il pavimento pulsa ancora mosso dal fracasso sottostante. Nel tornare lucido, balena nella tua mente un’idea!

Apri il freezer, ricordavi bene, trovi intonsa una Saint Honoré comprata in offerta al supermercato. La togli dalla scatola di cartone e vi inietti il liquido di una fialetta con l’uso di una siringa. Che cosa è? Il sonnifero che non hai mai assunto, nascosto nel cassetto delle medicine da mesi.

Pensi che in questo modo, i vicini rumorosi, anticipino il sonno di qualche ora.

Accomodi la torta su un piatto, respiri profondamente e scendi le scale del condominio. Arrivato al piano sottostante al tuo, suoni il campanello dell’appartamento delle universitarie.

Ti apre una ragazza paffutella, coperta appena da un fazzoletto che usano chiamare minigonna e una camicetta poco abbottonata dai disegni imbarazzanti.

Gli occhi ti cadono inevitabilmente sulla scollatura, finché lei non abbaia qualcosa che non capisci.

«Vi ho portato un dolce. Così, per far pace.»

E le porgi il piatto.

«Noi non mangiamo quella roba, siamo a dieta, sa? Ma l’appoggi pure su quel tavolo.»

Ti lascia entrare indirizzandoti verso la cucina. Attraversi la sala, un porcile sarebbe stato più pulito, vedi le altre due inquiline coi rispettivi compagni che bevono, si baciano… non perdi tempo a osservare quello schifo e poggi il dono sul tavolo. Neanche il tempo di girarti che un gattaccio dal pelo annodato affonda la sua lurida bocca sulla corona di bignè.

«Almeno qualcuno lo mangia.» Sghignazza la ragazza.

Stringi i pugni. Nonostante il sonno, l’adrenalina messa in circolo dalla rabbia che ti sale dalla pancia ti spinge a reagire.

Mosso da un impeto irrefrenabile, afferri l’abbondante braccio della tua vicina, la mano affonda nell’adipe. Come si fa a essere così grassi a vent’anni? Pensi, stringendo la presa.

«Ma che fai, scemo?» Grida lei.

Con un rapido scatto, le tappi la bocca riempiendola di ciò che è rimasto della torta. Non smetti di premere finché non gliela hai fatta ingoiare tutta. La sovradose del sonnifero l’addormenta dopo qualche minuto.

Casa loro non è diversa dalla tua, ti sai muovere e nascondi il corpo addormentato nella stanza delle scope.

Nessuno si è accorto di nulla, tra il fracasso e il menefreghismo giovanile, neanche il suo ragazzo si è degnato di cercarla.

Ti sei tolto una piccola soddisfazione; senza guardare in faccia gli altri, cammini verso il portone d’ingresso.

Ma che fai? Perché ti sei fermato?

Torni sui tuoi passi rientrando in cucina. Il compagno della poveretta chiusa nello sgabuzzino ti ha seguito.

«Scusa, hai mica visto…»

«Vuoi una fetta di dolce?» Gli chiedi, ignorando la sua domanda.

Neanche ti ha chiesto chi sei!

Accetta e comincia a mangiare famelico, come se non lo facesse da giorni.

Lo osservi inorridito fino a quando non termina di leccare il piattino. Stappi una bottiglia di birra con l’intento di porgergliela, ma questi cade in ginocchio, si appoggia al muro e inizia a russare sbavando dalla bocca.

Lo trascini a tener compagnia alla fidanzata.

Adesso basta, esci da quella casa e prendi le tre gocce di sonnifero, visto che è certo che funziona.

Ma non lo fai. Apri lo sportellino del contatore e stacchi la corrente.

I quattro ragazzi in sala sono brilli, non si rendono conto di essere rimasti al buio, piuttosto si accorgono del silenzio che li circonda.

Le ragazze starnazzano lamentele, uno dei maschi si alza dal divano.

Che intenzioni hai? No, non lo fare!

Celato nel buio ti sposti alle sue spalle e con una presa, che sembra vulcaniana, gli stringi il collo.

Ma sei impazzito?

L’uomo non riesce a respirare, figuriamoci a gridare. Quando senti il corpo smettere di agitarsi, molli la presa.

Lo hai ucciso?

È svenuto, pensi con un pizzico di delusione.

Nascosto il disgraziato dietro al divano, rifletti sulla prossima mossa.

La ragazza rimasta sola continua a lamentarsi a gran voce coprendo il rumore dei tuoi movimenti; la coppia invece è avvinghiata sul divano con addosso ormai la sola biancheria.

Dammi retta, torna a casa, forse sei ancora in tempo.

Ma no. Ti rechi nuovamente in cucina, con la luce dello smartphone, frughi nei cassetti. Trovato quello che cercavi, ti lasci guidare dagli interminabili piagnucolii fino a raggiungere le spalle della studentessa.

No, no. Quello no! Non ci posso credere.

Hai tagliato con le forbici la treccia della sventurata e continui a sforbiciarle i capelli. Ubriaca com’è, si accorge dello scempio quando ormai la sua capigliatura fa invidia a un militare.

Urla come una forsennata, la coppia accanto a lei ha ben di meglio da fare, così che lei corre in bagno chiudendosi dentro in lacrime.

Il tuo ghigno mi spaventa, hai una strana luce negli occhi.

Osservi la coppia in atteggiamenti intimi, ma non è quello che ti eccita, bensì l’idea di ciò che puoi ancora fare.

«Dai, siamo rimasti soli. Chi vuoi che ci veda?» Dice il ragazzo.

Lei non risponde e continua a baciarlo.

«Ti vergogni? Non faccio nulla di male» continua lui. «Così non è divertente».

«Non sto facendo niente.» Risponde lei.

«Smettila, non mi diverto.»

Più lui cerca di toccarla, più lei gli scansa le mani.

«Ma che c’hai?» Chiede indispettito.

«Ma nulla, sei tu che non fai che lamentarti.»

«Mi lamento? E non ti viene in mente il motivo?»

«Che sei solo noioso.»

«Noioso? Mi pareva tu avessi quattro mani, ma se le usi per non farti toccare, sai dove devi andare? A spigare!»

Il giovanotto si alza con modi bruschi, raccata i vestiti ed esce dall’appartamento con solo i calzoni in dosso.

Sbattuta la porta, la ragazza rimane sola.

A parer mio – e non dovrei avere pareri – tu hai dei seri problemi di comportamento.

Stanotte dormo, domani si vedrà, rimugini tra te e te.

L’ultima persona che può turbare il tuo sonno sta lì, sul divano, triste e pensierosa; non ha capito quello che hai fatto, non si è accorta che schiaffeggiavi le mani del suo ragazzo quando cercava di toccarla.

E adesso?

Torni un attimo in cucina.

Ti prego, questo non farlo. Fermo!

Le lanci addosso l’animale tignoso, vittima del dolce al sonnifero. La sfortunata studentessa sobbalza dallo spavento, cerca di capire cosa l’abbia aggredita: il suo gatto.

Un grido disumano squarcia il silenzio, getta lontano la bestia addormentata, credendola morta e fugge di casa verso una meta indefinita.

 

FINALE 1

Ti senti soddisfatto?

Adesso sì che hanno avuto ciò che meritano.

Torni nel tuo appartamento, ti corichi appagato dal servizio che hai reso al sonno.

Chiudi gli occhi, indugi un solo momento per goderti il beato silenzio, poi ti rilassi e ti spengi.

La sera seguente, tornato dal lavoro, vieni a sapere, dalla signora del piano di sopra, che le tre vicine rumorose hanno disdetto l’affitto per spostarsi più in centro, vicino alla loro Università.

 

FINALE 2

Ti senti soddisfatto?

Adesso sì che hanno avuto ciò che meritano.

Torni nel tuo appartamento, ti corichi appagato dal servizio che hai reso al sonno.

Chiudi gli occhi, indugi un solo momento per goderti il beato silenzio, poi ti rilassi e ti spengi… al contrario della tua sveglia che ti annuncia l’inizio di una nuova giornata.