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Manzoni era un bigotto?

Di Massimo Acciai Baggiani

I-promessi-sposiLa risposta, a mio parere è: “ni”. Se per “bigotto” indichiamo «chi assiduamente e scrupolosamente osserva le pratiche del culto senza afferrarne l’intima essenza religiosa» (Google) o una «persona che ha una religiosità solo esteriore, non riscontrabile nei fatti» (Wikidizionario), certamente Alessandro Manzoni non era un bigotto. Lui ci credeva veramente alla Provvidenza e al messaggio cristiano (non sappiamo se anche nell’intimo, ma di sicuro nella sua immagine pubblica). Tuttavia se per “bigotto” intendiamo «persona o pensiero che mostra una grande religiosità unita ad altrettanta intolleranza e mancanza di flessibilità» (Wikidizionario) o «persona che mostra zelo esagerato più nelle pratiche esterne che nello spirito della religione, osservando con ostentazione e pignoleria tutte le regole del culto» (Treccani), Manzoni risponde in parte a questa definizione, ma non più dei suoi contemporanei. I personaggi de I promessi sposi, che mi sono riletto per l’ennesima volta durante questa quarantena da Covid-19, un capitolo al giorno[1], mostrano una grande varietà di intendere il sentimento religioso: completamente esteriore in Don Abbondio, portato alle estreme conseguenze in Fra’ Cristoforo.

Dopo averlo detestato a scuola, come la maggioranza degli studenti di ieri e di oggi, ho poi riscoperto questo romanzo celeberrimo (ma solo in Italia, all’estero non lo conosce nessuno) per conto mio, in una serie di letture, fatte a distanza di anni, che mi trovavano ogni volta “diverso” (e quindi capace di letture “diverse”). Questa del 2020 ho deciso che sarà la lettura “definitiva”, per me. D’altra parte le altre cose scritte dal Manzoni sono del tutto illeggibili, a partire dagli odiosi 5 maggio e Marzo 1821, costretti ad imparare a memoria sui banchi di scuola.

Molte le cose che sono state dette su questo libro, e molte quelle che vorrei chiosare io, a partire dalla lingua in cui è scritto, ma dovrei scriverne un libro a parte. Non è una lettura agevole. Non lo era quando è stato scritto – i «venticinque lettori» che aveva in mente il Manzoni erano persone colte, lombardi, in grado di comprendere (se non di parlare) una lingua che in Italia era prevalentemente scritta e padroneggiata da pochi[2]. Non è facile da leggere nemmeno oggi, anche se per motivi diversi. Io auspicherei una “traduzione” in lingua corrente, ma sarei lapidato da professori e puristi. Sull’attualizzazione linguistica ho le mie idee, abbiate pazienza: per me ha senso anche “tradurre” la Divina Commedia o il Decamerone, in alternativa al testo originale. Penso che una versione de I promessi sposi in italiano del XXI secolo sarebbe interessante da leggere, sicuramente più accattivante: in pratica un’operazione parallela a quella che il Manzoni finge di fare “riscrivendo” il manoscritto dell’anonimo secentista, che giudicava illeggibile dal punto di vista stilistico. Ecco, non si offenda il Manzoni se, a distanza di due secoli, possiamo dare un giudizio simile riguardo al suo italiano ottocentesco: anzi penso che avallerebbe questa riscrittura visto che lui stesso lo ha suggerito implicitamente riportando nella sua lingua un testo di due secoli prima.

A proposito, ricordo la bellissima ristampa anastatica della Mondadori di qualche anno fa. Quando ero studente universitario scoprii, grazie al prof. Toschi[3] che in genere le edizioni del capolavoro sono “monche”: manca l’apparato iconografico, le incisioni realizzate da Francesco Gonin con la supervisione dello stesso Manzoni. Leggere I promessi sposi senza illustrazioni è un po’ come ascoltare una canzone senza la musica: un ulteriore penalizzazione per gli studenti. I promessi sposi erano un romanzo illustrato, non dimentichiamolo, “multimediale” ante litteram.

Detto questo, perché è utile e piacevole leggere (o rileggere) questo vecchio romanzo ottocentesco anche ai tempi dei social e degli e-book, magari al di fuori degli obblighi scolastici? Le curatrici dell’edizione che mi letto durante la pandemia indicano i seguenti motivi:

  1. «il romanzo è bello»: sì, vero, premesso che il concetto di “bello” è soggettivo. È un romano appassionante, un meccanismo perfetto, se fosse un’auto sarebbe una “fuoriserie” (riprendo l’immagine dalle curatrici). Trovo però un peccato che il Manzoni abbia eliminato molti degli elementi gotici presenti nel Fermo e Lucia, (a me piace il gotico…).
  2. «è ancora attuale»: in effetti in questo periodo di pandemia il pensiero non può che andare alla peste di Milano di quattro secoli fa, e trovare perfino inquietanti parallelismi (anche allora c’erano i “complottisti” e i “negazionisti” – Don Ferrante, la caccia agli untori, eccetera, e anche allora il governo è intervenuto in ritardo e ha commesso vari errori). Questo facile confronto ha cominciato a riecheggiare nei media fin dall’inizio del lockdown (termine che non sarebbe piaciuto al Manzoni), ma al di là di questo aspetto contingente il romanzo è sempre attuale perché presenta degli archetipi, dei personaggi uguali in tutte le epoche storiche. Quanti Abbondi e Rodrighi conosciamo ancora oggi?
  3. «è un romanzo perfettamente costruito»: non a caso ci ha lavorato per decenni, il nostro Manzoni; c’è una perfezione ammirevole, un respiro così ampio e un equilibrio che stupisce ancora oggi. Punti deboli: i capitoli-saggio in cui si dilunga su questioni storiche che oltre a risultare ostiche e di scarso interesse, sono anche prolisse: i capitoli 31 e 32 sono illeggibili, si potrebbero togliere e la storia ne gioverebbe.

La storia è nota a tutti, quindi non c’è bisogno di spoilerarla né di soffermarmici: la do per scontata. Vorrei però passare in rassegna i personaggi più importanti con le mie impressioni:

1) Don Abbondio, che entra in scena per primo. È uno dei personaggi più interessanti: il Manzoni ha parole aspre per lui, tramite la bocca del cardinale Federigo, ma in fondo anche di affetto. È tragicomico: un uomo nato nel secolo sbagliato (ma forse se fosse nato ai nostri giorni si sarebbe fatto prete comunque), un vaso di coccio che viaggia insieme a vasi di ferro, stando in continua apprensione. Non è cattivo: quanti di noi davanti ai bravi avrebbero reagito diversamente? Per lui salvare la pelle è la cosa più importante: in questo posso comprenderlo in pieno, in quando la vita che abbiamo è una ed è l’unica cosa veramente preziosa. Cavoli, lo stavano minacciando di morte! Io avrei fatto altrettanto, lo confesso senza ipocrisie. Non amo i martiri; li rispetto ma non comprendo la loro filosofia. Se il mondo fosse popolato solo dal modello “Abbondio”, seguace del “vivi e lascia vivere”, sarebbe certo un mondo migliore, senza guerre e prepotenze, ma purtroppo il mondo è ben diverso e così abbiamo bisogno di eroi (che ammiro ma con cui non mi identifico).

2) Renzo, ragazzo simpatico ma ingenuo nei momenti sbagliati. Nel finale elenca diverse cose che non rifarebbe, e ci auguriamo che abbia imparato la lezione. Di lui mi piace la sua sete di giustizia, che alcuni contestano essere sete di “vendetta”: ma per me le due parole indicano lo stesso concetto. Fossi stato Renzo avrei mandato a quel paese Fra Cristoforo e sarei andato diretto da Don Rodrigo per farlo fuori… dopo aver preparato però un piano adeguato. Non sarei stato così impulsivo, quello no.

4) Di Don Rodrigo non si può dire altro che era un bullo scemo, ma non più della maggioranza dei suoi compagni “nobili” dell’epoca (e anche dei “potenti” di oggi); su di lui non c’è molto altro da dire, non mi fa pena nemmeno quando viene colpito dalla peste.

5) Fra’ Cristoforo ha dei tratti che me lo rendono simpatico (il difendere gli umili, il dare addosso ai prepotenti) e altri che proprio non capisco e non approvo: quando, nel capitolo 35 incontra Renzo nel lazzaretto lo “costringe” non solo a perdonare il suo aguzzino, Don Rodrigo, ma addirittura ad “amarlo”. Come si possa amare a comando, per di più uno che ti ha rovinato la vita, questo rimane un mistero che il Manzoni non spiega. Nemmeno Cristoforo lo spiega: dà per scontato che sia così. Come il cardinale Borromeo, anche Cristoforo pretende dagli altri la stessa inflessibilità, lo stesso rigore, con cui hanno forgiato la propria vita. Alla fine dei tratti di prepotenza, retaggio della sua antica vita da nobile, rispuntano fuori nel pretendere che gli altri la vedano come lui; perciò lo trovo un personaggio ambiguo per cui non riesco a provare una simpatia senza riserve. D’altronde lo stesso narratore, nella chiusura del romanzo, chiede si suoi “25 lettori” di voler bene all’autore secentesco e al narratore stesso (che sappiamo essere la stessa persona); si può dire che se l’opera ci è piaciuta non c’è bisogno di questa richiesta, e se non c’è piaciuta accettiamo comunque le scuse che – per pararsi il culo – Manzoni mette proprio nell’ultima frase come “captatio benevolentiae”.

6) Gertrude, la Monaca di Monza, è certo una povera disgraziata, a cui il Manzoni avrebbe consigliato di rassegnarsi alla sua monacazione forzata e a trovare conforto nella stessa fede – che nelle sue condizioni avrebbe perso anche una santa. Il Manzoni ovviamente disapprova la violenza psicologica del padre di Gertrude, ma non disapprova ciò che era assolutamente normale nel ‘600, nell’800 e perfino ai giorni nostri tra le famiglie cattoliche: imporre la propria religione ai figli. Gli stessi Renzo e Lucia faranno altrettanto, allevando nel “timor di Dio” la loro numerosa prole, come su ordine (più che consiglio) di fra’ Cristoforo morente nel lazzaretto. Parlare di libertà di culto era fuori luogo per Manzoni, anche per questo non metto un “no” netto sulla domanda iniziale sulla sua bigottaggine. Gertrude ha fatto bene a venire meno ai voti di castità pronunciati contro la sua volontà, magari poteva scegliersi un soggetto meno losco rispetto ad Egidio per romperli…

7) L’Innominato mi dà lo spunto per una riflessione sui “cattivi” che diventano “buoni”. È una cosa rara in letteratura: di solito i cattivi fanno una brutta fine e anche se puniti non si pentono affatto, anzi. Qualche volta trionfano pure (come accade spesso nella realtà). Personalmente godo quando il cattivo di turno ha quel che si merita, ma godrei ancora di più se si pentisse e rimediasse al male fatto: perciò il personaggio dell’Innominato mi piace, anche perché non si limita a pentirsi formalmente (quello riesce a tutti, se non si deve pagare per i propri errori) ma si dà attivamente da fare per rimediare. La trovo una cosa bellissima, l’episodio più bello del romanzo, ma anche utopica: le persone, nella realtà ma anche in letteratura, non cambiano così radicalmente, purtroppo. È più frequente anzi che i buoni diventino cattivi che viceversa.

8) il personaggio comunque più “bigotto” è senza dubbio Lucia, la «madonnina infilzata»; immagino come dev’essere l’intimità tra lei e Renzo, anche se nell’ultimo capitolo si arguisce che il sesso non sia mancato (la prole è numerosa), ma a letto mi sa che era una che “lo faceva solo per dovere”.

Tornando alla questione iniziale, Manzoni, con tutta la sua intelligenza e sensibilità, è figlio del suo tempo: nell’Europa dell’Ottocento, per molti versi simile a quella del Seicento, ci si poteva ancora scannare per motivi religiosi[4]. Non che all’epoca non esistessero pensatori materialisti (ce n’erano perfino nel XVII secolo: i “libertini” Cyrano de Bergerac, Gabriel Naudé e Gassendi, per fare qualche nome) ma accettare che l’altro adori un altro dio o, peggio ancora, sia ateo, era chiedere troppo a un uomo di quell’epoca (e anche a molti uomini e donne di oggi, purtroppo). Con Manzoni non credo sarebbe stato possibile parlare di ateismo: con penso proprio che avrei potuto intavolare un dialogo con lui se, grazie a una macchina del tempo, me lo fossi trovato davanti. E poi, alla fine, i promessi sposi non potevano andarsi a sposare altrove, da qualche altro prete, senza create tanti «imbrogli»?

Firenze, 7 maggio 2020

Note

[1] Nell’edizione scolastica a cura di Daniela Ciocca e Tina Ferri (A.Mondadori scuola, 2009).

[2] Il “popolo italiano”, non ancora unito politicamente, parlava gli innumerevoli dialetti: la Questione della Lingua si sarebbe proposta all’indomani dell’Unità, e avrebbe chiamato in causa lo stesso Manzoni

[3] Con cui mi sono laureato.

[4] Come oggi avviene in contesti di fanatismo islamico o induista.

Undici novelle e cinque racconti di Gianni Marucelli

Di Massimo Acciai Baggiani

marucelliTra le scoperte libresche di questa quarantena, che da una parte mi ha dato tanto tempo per rimettermi in pari con i libri rimasti indietro, c’è una deliziosa raccolta di racconti il cui titolo mi ha colpito subito (i titoli sono importanti): Undici novelle per l’ora del tè e altri racconti. Un po’ perché amo prendere il tè mentre leggo[1], un po’ perché è un titolo che incuriosisce (che tipo di racconti sono adatti all’ora del tè?), mi sono messo a leggerlo e l’ho finito appunto nell’intervallo di due tè (ossia due giorni).

L’autore è Gianni Marucelli, da cui ho avuto in dono il libro. Si tratta di un signore fiorentino che si divide tra gli interessi letterari e saggistici e l’attivismo ambientalista (è infatti direttore della rivista «L’Uomo, l’Italia, l’Ambiente», organo dell’associazione Pro Natura: rivista a cui collaboro anch’io): l’ho conosciuto tramite il comune amico Carlo Menzinger agli incontri alla Laurenziana del GSF[2] e alle presentazioni letterarie presso la Allianz Bank[3]. L’interesse per le tematiche ambientali unisce Marucelli e Menzinger ed è presente nella narrativa di entrambi gli autori.

Si tratta di testi molto vari, ambientati nel passato e nel futuro, che spaziano tra la favola e la fantascienza; lo stile è agile, scorrevole, accattivante. Anche la lunghezza dei singoli testi è varia: alcuni sono brevissimi, altri più articolati. Vediamo dunque nel dettaglio queste undici novelle (prima parte) e cinque racconti (seconda parte), almeno quelli che ho trovato più interessanti.

Il libro si apre con una sorta di frammento apocrifo della vita di Gesù: un Gesù inedito, animalista, coerente con il suo messaggio di amore per tutte le creature. Giuliana invece ci presenta una storia inquietante, paranormale: è un racconto lungo, che attraversa molti anni. Tra le storie più “animaliste” mi è piaciuta molto Fata Dorina e i suoi angeli, e non poteva essere altrimenti per un gattofilo come me: gli “angeli” felini del racconto sono tenerissimi e aprono il cuore. La seconda parte presenta più vicende fantascientifiche: la visione del futuro di Marucelli si accorda con quella di Menzinger; entrambe sono piuttosto pessimistiche. L’Uomo, ci mettono in guardia entrambi gli autori, finirà col rovinare il pianeta a causa della sua ottusità e avidità. Io voglio sperare che l’Umanità sappia ravvedersi a tempo e creare un mondo migliore; nelle mie opere sono sempre stato più portato per l’utopia piuttosto che per la distopia, come i miei colleghi. Il gatto è un racconto molto rappresentativo in tal senso: questa umanità disperata, ridotta a vivere nel sottosuolo che si contende con i ratti, è una metafora agghiacciante di ciò che ci aspetta se non cambiamo paradigma mentale. Ma la speranza non manca mai, ed è nei bambini, nelle nuove generazioni, capaci ancora di sognare.

Firenze, 7 maggio 2020

Bibliografia

Marucelli G., Undici novelle per l’ora del tè e altri racconti, Genova, Liberodiscrivere, 2012.

Note

[1] Tè verde deteinato, con qualche goccia di dolcificante, con biscotti integrali o fette biscottate spalmate di marmellata (questa la mia merenda).

[2] Il Gruppo Scrittori Firenze si è riunito periodicamente all’ASD Laurenziana tra maggio 2019 e febbraio 2020.

[3] Dove tra l’altro ho presentato il libro di Menzinger Apocalissi fiorentine (Tabula Fati, 2020).

Blanka luno / Luna bianca

Massimo Acciai Baggiani legge “Blanka luno” (Luna bianca) di Margherita Pirri. Traduzione in Esperanto di Massimo Acciai Baggiani. Video di Massimo Acciai Baggiani.

Massimo Acciai Baggiani legas “Blanka luno” (Luna bianca) de Margherita Pirri. Traduko al Esperanto de Massimo Acciai Baggiani. Video de Massimo Acciai Baggiani.

Qui si può ascoltare la canzone in italiano.

LUNA BIANCA-BLANKA LUNO

Neologiorno n.10: Pirsingare

di Stefi Pastori Gloss

Pirsingare [pir-sin-gare (io pir-sìn-go)]

SIGN Azione del perforare con ago sterile alcune parti del corpo per l’inserimento di anelli, orecchini e simili. Derivato dall’angloamericano (to) pierce “perforare, trapassare” con traslitterazione italiana della pronuncia britannica. Pratica oggi ornamentale rapidamente diffusasi nei paesi europei, Italia compresa, iniziata in Gran Bretagna dagli anni Settanta del secolo scorso, è stata introdotta dalla subcultura giovanile dei punk caratterizzata dalla ribellione alle convenzioni sociali e dal rifiuto radicale del modello di vita borghese, con finalità dunque  sovversive, venendo poi a costituirsi in fenomeno di costume in una ventina d’anni. L’usanza di manipolare il corpo contraddistinguendolo con traforazione di narici, setto nasale e lobo delle orecchie, scarificazioni, tatuaggi, inserimento di protesi allo scopo di ottenere deformazioni rispetto alla normale forma corporea, è tuttavia assai antica e già diffusa in tutto il mondo in diverse società tribali. In particolare, la foratura del labbro è diffusa nell’Africa nera e nell’America Meridionale. Gli Eschimesi pirsingano gli angoli delle labbra, mentre alcune tribù brasiliane lo fanno alle guance. Presso alcune tribù del Brasile orientale e tra le popolazione andine è endemico il ‘botoco’: dischi o cilindri di vari materiali ficcati nel lobo, man mano sostituiti con altri più grandi fino che questo si deforma riducendosi a mera striscia di pelle che tocca le spalle. Qui in Europa sono definiti dilatatori e talvolta chi li introduce nei propri lobi dopo qualche anno li elimina, facendosi  rimuovere chirurgicamente l’area deformata, quasi in forma di inusitata richiesta di perdono al proprio corpo. Queste prassi di alterazione del soma non hanno finalità puramente decorative, ma anche complesse liturgie traslate e esoterico-cerimoniali: in particolare sono un fattore dei ‘riti di iniziazione’ molto dolorosi, segnanti l’ingresso dell’individuo nell’età adulta o in un’aggregazione sociale attraverso il superamento di cimenti di coraggio e di resistenza al dolore, persino con abbondanti perdite di sangue. La sopportazione delle sofferenze  in stoico silenzio è un elemento fondamentale della cerimonia, in quanto dimostra coraggio e valore del soggetto. A riguardo della sottocultura punk, ribellismo e trasgressione sono comuni a molti gruppi giovanili, ma nei punk la protesta e il distacco dalla società ‘normale’ si manifestano attraverso forme espressive straordinariamente creative, soprattutto nel campo della musica e della moda. Rigettando i canoni morali ed estetici accettati dalla massa, i punk creano uno stile di abbigliamento da una parte formalmente trasandato, dall’altra curato nei minimi particolari e di forte impatto visivo: tentacolari pettinature dai colori rutilanti e orpelli inventati con oggetti poveri, come catene e borchie, lamette, spille da balia, spilloni infilati nel naso, nelle orecchie e nelle guance, barrette di ferro al sopracciglio, sferette d’acciaio sotto il labbro, anelli applicati al setto nasale, ai capezzoli e ai genitali, raggiungono lo scopo di suscitare sconcerto e repulsione nei benpensanti. In definitiva, pirsingarsi rappresenta una sorta di arcano rituale che consacra l’appartenenza al gruppo e l’autoesclusione dal resto della società attraverso il superamento di prove fisiche e di imperturbabilità al dolore. Negli anni Ottanta i creatori di moda intuiscono il potenziale dell’estetica punk e saccheggiano a piene mani il suo repertorio espressivo, compreso il piercing. Addomesticato e spogliato della sua carica disinibita, il piercing si trasla da corpo ad ornamento degli abiti. Non scandalizzano quasi più corpi, lingue e volti incastonati da anelli, sferette e barrette, sempre più spesso in oro e argento anziché in ferro e acciaio come gli ornamenti dei punk originari. Farsi pirsingare Il piercing non è più un rito iniziatico praticato con strumenti di fortuna, doloroso e rischioso: oggi le perforazioni sono effettuate di solito con strumenti sterilizzati e talvolta in anestesia locale. Nato come una dichiarazione di guerra contro la società, il piercing è stato trasformato in un innocuo fenomeno di costume e prontamente inglobato in quel modello di vita borghese che il movimento punk voleva scardinare.

Suoni folktronici

Di Massimo Acciai Baggiani

folktronic soundsL’ascolto di Folktronic Sounds mi sorprende piacevolmente per l’ecletticità e la versatilità di Margherita Pirri. Ho ascoltato, e recensito, i suoi precedenti lavori – da Daydream (2011) a Music from the World (2020, con Luna bianca) – già evidenziando la bravura di questa giovane cantautrice e polistrumentista milanese, da me intervistata nel 2011 per il suo album d’esordio. Dalla canzone d’autore (in italiano, inglese e francese) alla colonna sonora per documentari, dai jingle pubblicitari alla musica per sfilate di moda: a Margherita piace sperimentare, cimentarsi in generi nuovi, riuscendo bene in tutti i suoi progetti musicali. Lo conferma in questo ultimo album di brani scritti per alcune sfilate Max Mara e Liu Jo; Margherita si è studiata bene il contesto in cui la sua musica sarebbe stata eseguita, con i suoi ritmi e tempi, confezionando un cd digitale (di cui si può avere un assaggio su Spotify ) lontano dal suo stile originario ma non meno interessante e godibile, pure in quarantena.

Il genere, come suggerisce il titolo, è quello della “folktronica” (il quale unisce le sonorità folk con quelle dell’elettronica), ma non mancano altre influenze. I testi sono interamente in inglese. Oltre ad aver suonato tutti gli strumenti, Margherita ha curato anche gli arrangiamenti e il mixaggio.

L’album è stato quindi pubblicato dall’etichetta siciliana Trichorus; comprende sette brani di durata variabile tra i tre e i quattro minuti (uno supera i cinque). Il primo, It’s all right, è un brano ballabile molto positivo: un invito a dimenticare le preoccupazioni, quindi risulta anche molto attuale, in linea col motto #andràtuttobene di questo periodo. Segue Run away, brano dance che ci riporta a un mondo di fantasia in cui il protagonista corre senza meta, da una parte all’altra seguendo il suono della sua immaginazione. Is this what you want è una canzone d’amore, un dialogo-mantra con una persona che vuole troppo, che non si accontenta. Inside your mind esprime invece il desiderio di distanziarsi dal mondo, di ascoltare la propria mente e non sentire niente del mondo esterno; ne è protagonista una persona che non è andata al di là del luogo dov’è nata. Anche Sad old song è una canzone d’amore: un amore sofferto, come possiamo arguire dal titolo. You and me è un altro brano dance mentre l’ultimo, After sunset, è un lounge strumentale.

La musica è stata composta, come dicevamo, per accompagnare le sfilate di moda, ma la trovo molto adatta anche da ascoltare in privato sul divano, per rilassarsi, o come sottofondo per lavorare al pc o per la lettura, o anche in macchina (per chi la può prendere), viaggiando sulle note di una grande artista del nostro tempo.

Firenze, 4 maggio 2020

Un giallo e una storia d’amore in provincia

Di Massimo Acciai Baggiani

maledetta-primavera-x1000Lo stile di Paolo Cammilli è inconfondibile: le sue frequenti buffe similitudini, i suoi personaggi profondamente umani, le sue trame ricche, le contraddizioni dei sentimenti, le storie di sesso e vendette. Oggi voglio parlarti, caro lettore, del suo romanzo di esordio, Maledetta primavera, edito nel 2012 dalla sua etichetta editoriale Porto Seguro (dove svolgevo attività di editor, prima della quarantena da Covid-19), e poi ripubblicato da Newton & Compton nel 2014. Un romanzo che è un po’ un giallo, un po’ un thriller, ma soprattutto love story, e molto altro.

Come nel suo romanzo successivo, Io non sarò come voi (Sperling Kupfer, 2015), più maturo, in cui tra l’altro compare il protagonista Fabrizio Montagnèr in un cammeo, Paolo ci presenta una vicenda torbida in cui si intrecciano le storie private di un gran numero di personaggi. Lo sfondo è Settimo Naviglio, un immaginario paesino di circa tremila abitanti, situato nella provincia milanese; l’autore ce ne dà una efficace descrizione in uno dei capitoli iniziali: è un luogo noioso, dove «le cose non accadono»[1], dove non è mai nato un solo personaggio famoso, dove «d’inverno fa un freddo boia ed è tutto grigio. È grigio il cielo, sono grigi i palazzi, è grigio l’asfalto e sono grigi i campi con l’erba morta. Pure il verde sembra grigio. Quando c’è il sole è ancora peggio, con quei raggi pallidi che sembrano frecce di ghiaccio. Se invece arriva la giornata di nebbia, la situazione migliora un pochino. Viene a crearsi una certa atmosfera, un po’ di magia, e non si vede più niente. Che forse è meglio. Con la primavera cambia tutto, ma da un po’ di tempo a questa parte la stagione dei mandorli in fiore dura sempre meno. Arriva subito l’estate e quel caldo che addormenta tutto. Se non hai in casa l’aria condizionata o un ventilatore con le pale di un elicottero Apache, ti conviene telare e passare la giornata al fresco in un qualche centro commerciale.» (riporto uno stralcio della descrizione di Settimo Naviglio perché questo brano mi è piaciuto particolarmente e mi pare rappresentativo del Cammilli più poetico e malinconico).

Su questo sfondo provinciale si muovono, come dicevamo, molti soggetti. I protagonisti però sono due – perché ci sono sempre due protagonisti nei romanzi di Paolo: uno maschile e uno femminile –, Fabrizio Montagnèr e Carlotta “Totta” Magonio. Il primo è un P.R. trentacinquenne, la seconda è una ragazza dolce e orgogliosa che frequenta persone non proprio limpide (come la sua “amica” Ginevra): i due si conoscono su Facebook, da una parte Montagnèr e dall’altra le due amichette che condividono lo stesso profilo farlocco. Già sappiamo come andrà a finire: il nostro “eroe” si innamorerà della sfuggente Totta e quando sarà infine riuscito a conquistarla farà una delle sue perché è un «cazzone, e i cazzoni fanno le cazzate»[2]. Di cosa si tratta? Di una cosa banalissima: il Montagnèr va a letto proprio con l’amica di Carlotta, la spregiudicata Ginevra, da cui viene sedotto.

Intorno a questa storia di corna ruota la parte più giallistica del libro, con un tentativo di omicidio che si ricollega a un vecchio delitto, per risolvere il quale interviene ad un certo punto una sorta di parodia di Dylan Dog, l’ “investigatore dei sogni” David Cramp; un personaggio che si è guadagnato le mie simpatie. Il fattaccio rivitalizza il sonnacchioso paese, perché «in un luogo in cui la vita di tutti i giorni è qualcosa di molto vicino a una disgrazia, una disgrazia somiglia molto alla vita»[3]. Ovviamente non spoilerò la soluzione di questo piccolo mistero di provincia – che comunque conferma la bravura del Cammilli nelle scene di suspense. Non sono un grande appassionato di romanzi polizieschi, ma devo dire che a un certo punto le indagini hanno preso anche me, anche se non sarei mai arrivato alla soluzione. Tra l’altro, come mi ha fatto notare l’autore, la vicenda ha più piani di lettura e un forte legame “mascherato” con fatti di cronaca reali: sotto i nomi dei personaggi si celano (spesso sotto forma di calembours) persone famose. Al lettore più accorto scoprire quali.

Ma la vicenda “gialla” è secondo me secondaria rispetto al tormentato rapporto tra Fabrizio e Totta. I personaggi di Paolo hanno sempre una certa “ambiguità”, una contraddizione insanabile, spesso agiscono sotto effetto di alcolici, mancano di lucidità e di una forte volontà: perciò anche in questo romanzo non ci sono figure del tutto positive o del tutto negative, se non nelle scelte finali. Carlotta è un misto di dolcezza e crudeltà, Fabrizio sarebbe un bravo ragazzo, “innamorato”, ma, anche se soltanto in un’occasione, risulterà infedele. È la sua natura, non può farci nulla, come lo scorpione della famosa storiella che vede per protagonista anche una rana – non a caso citata dal Cammilli (e citata anche in una canzone degli 883[4]).

Qui apro una parentesi personale: per me il vero amore non può essere mai infedele, in quanto se si ha a cuore la felicità dell’amata/o non si farà mai nulla per farla/o soffrire; il sesso non avrà alcun potere sul cuore (ma forse la penso così perché sono un sognatore e per me il sesso è sempre stato secondario in un rapporto). Il sentimento che Francesco prova per Totta secondo me non è dunque vero amore, anche se lui – una volta resosi conto della «cazzata» (che cercherà dapprima di nascondere), una volta scoperto farà di tutto per farsi perdonare quell’unica volta che ha ceduto agli istinti. Ma sa che «si può perdonare ma non dimenticare»[5] e che Carlotta non gliela farà passare liscia tanto facilmente: se lo dovrà sudare, e molto. Alla fine il sospirato “perdono” arriva, in fondo lei era davvero “innamorata” (anche se pure lei aveva avuto una storiella vacanziera) ma Carlotta pretenderà una giusta umiliazione e comunque dichiarerà che non potrà mai più fidarsi e che pure lei “si farà i cazzi suoi”. Indietro non si torna, quando ci sono le corna (ahah mi è venuta la rima!), ed è giusto così.

Firenze, 28 aprile 2020

Bibliografia

Cammilli P., Maledetta primavera, Firenze, Porto Seguro, 2012.

Note

[1] Cammilli P., Maledetta primavera, Firenze, Porto Seguro, 2012, p. 44.

[2] Ibidem, p. 348.

[3] Ibidem, p. 184.

[4] La rana e lo scorpione, nell’album Grazie mille (1999): «schiena e portami sull’altra sponda”- La rana rispose: – “Fossi matta! Così appena siamo in acqua mi pungi e mi uccidi!” -“Per quale motivo dovrei farlo” – incalzò lo scorpione – “Se ti pungo tu muori e io annego!”- La rana stette un attimo a pensare, e convintasi della sensatezza dell’obiezione dello scorpione, lo caricò sul dorso e insieme entrarono in acqua. A metà del tragitto la rana sentì un dolore intenso provenire dalla schiena, e capì di essere stata punta dallo scorpione. Mentre entrambi stavano per morire la rana chiese all’insano ospite il perché del folle gesto. -“Perché sono uno scorpione” – rispose lui.»

[5] Ibidem, p. 384.

8 Secoli di Misericordia – La storia della Venerabile Arciconfraternita della Misericordia di Firenze

Carissimi, vi voglio segnalare quest’opera di Giovanni Trani (Leone Multimedia) cooperazione con la Venerabile Arciconfraternita della Misericordia di Firenze e la Soprintendenza Archivistica e Bibliografica della Toscana, in cui ho avuto una particina anch’io nei panni di un confratello della Misericordia (nel primo video, “Nessuna ricompensa”). Una serie di documentari ganzissimi, realizzati con grande professionalità, per scoprire una storia tutta fiorentina che parte da lontano…

Adesso i documentari sono anche scaricabili in formato MP4, a questo indirizzo.

Massimo Acciai Baggiani