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Annihilation: un techno-thriller di Pierfrancesco Prosperi

Di Massimo Acciai Baggiani

La figura di Ettore Majorana ha sempre affascinato giornalisti, scrittori e semplici cultori di misteri; perfino cantanti come Franco Battiato, suo conterraneo, lo hanno omaggiato («Mi piacciono le scelte radicali: la morte consapevole che si autoimpose Socrate, la scomparsa misteriosa e unica di Majorana»[1]). Il caso della sua sparizione, il 25 marzo 1938, è rimasto insoluto e probabilmente la domanda che tanti si sono posti – che ne è stato di lui? – non troverà mai una risposta certa, a meno di futuri improbabili sviluppi. Di risposte invece ne ha trovate tante in ambito narrativo, ispirando libri che vanno dal thriller alla pura fantascienza: io stesso sono stato catturato da questa vicenda e ne ho tratto spunto per un romanzo breve, ancora inedito, intitolato Lettere da uno strano mondo.

Tra i vari romanzi che hanno cercato di dare delle risposte, quello di Pierfrancesco Prosperi è a mio avviso uno dei più interessanti. Ben documentato, come tutti i libri dello scrittore aretino famoso per le sue opere di genere fantastico, Annihilation è un techno-thriller ambientato per lo più negli anni Settanta, quando la Cortina di Ferro divideva ancora Oriente e Occidente e la Guerra Fredda aleggiava con la minaccia dell’olocausto nucleare. Prosperi descrive un complotto internazionale molto verosimile, chiamando in causa molti personaggi del mondo della fisica e della politica, citando lettere e disseminando la narrazione di frequenti colpi di scena. Ovviamente non spoilerò il finale, basti sapere tutto ruota intorno alla creazione di un’arma ancora più terrificante dell’atomica (ma chi mastica un po’ di fisica avrà intuito di cosa si tratta già dal titolo…).

La ricostruzione storica è convincente: l’autore ci trasporta in anni non molto lontani in termini assoluti (io ero già nato nel 1976) ma che hanno visto un mondo molto diverso dal nostro presente, da un punto di vista tecnologico e politico. Nel gioco di spionaggio in cui il giornalista Giulio Balsamo rischia la vita, ci spostiamo tra l’Italia, la Germania orientale e la Crimea, alla ricerca degli appunti del fisico scomparso, in un romanzo che sembra, non a caso, la sceneggiatura di un film (dico “non a caso” perché, come l’autore spiega nella prefazione, le sue ricerche riguardo alla figura di Majorana dovevano concretizzarsi in un progetto cinematografico). Insomma, un libro che non può mancare nella libreria di un appassionato di misteri, partorito da un grande narratore italiano contemporaneo.

Firenze, 21 dicembre 2020

Bibliografia

Prosperi P., Annihilation, Arezzo, Edizioni Helicon, 2020.


[1] In Mesopotamia, dall’album Giubbe Rosse del 1989.

Il Professore dell’isola Nascosta

Di Michele Ceri

Seconda parte


Trascorrevano gli anni e il Capitano cominciò un periodo di grande studio, tale da diventare in parole povere : Professore: punto e basta, senza sé e senza ma.
 Al neo- Professore si affezionò un ragazzetto, che già da anni lo conosceva. Questo lo aiutava a fare la spesa e nei lavori domestici.  Procurò molti elementi, libri, carte ecc… che servirono al Professore per realizzare ciò che in seguito vedremo.
 Cominciò un periodo in cui Thomasenn si dedicò, come ho già detto,  interamente allo studio.  Difatti lo scopo principale della sua esistenza divenne la costruzione  di un congegno definito: Macchina del Tele Trasporto. Ma era “matto” il Capitano dell’aviazione? Certamente non era una cosa da poco.  Il cosiddetto Professore, per la sua grande passione nei riguardi di varie materie scientifiche, dedicò così un lunghissimo periodo, ben quarant’anni, alla costruzione della macchina per il Tele-Trasporto. Ma di che cosa si trattava?
Si trattava di un’invenzione propria, nata  dalla sua immaginazione, dai suoi studi. Tale congegno doveva avere  molte caratteristiche. Diciamo che poteva spostarsi da un posto all’altro, nel giro di pochi minuti. Poteva giungere prima in una popolatissima metropoli giapponese, per poi arrivare sui monti del Tibet; oppure comparire nel groviglio della Foresta Amazzonica. Possedeva svariate caratteristiche. Infatti poteva anche restare invisibile, poteva effettuare fotografie e piccoli video. Inoltre stimolava assai la curiosità.
Almeno così era nel progetto del Professore, che lui custodiva dentro di sé.
Era arrivato a quello scopo anche spinto da una lettura che aveva fatto anni prima, quando tentava la carriera militare. Sta di fatto che curiosamente, conservava con se un libro, inerente la costruzione di una Macchina del Tempo. Quello restava assai interessante anche se non letto, quasi sconosciuto. Quel testo era stato scritto nientemeno che durante l’Ottocento, a Londra, da alcuni scienziati e studiosi. Il titolo era :” L’autentica vicenda della  costruzione della Macchina del teletrasporto”:
Il nostro Professore lo teneva sempre con sé e l’aveva comunque sia già letto varie volte.
 Nel periodo successivo alla morte della Signora, si dedicò come ho già detto in tutto e per tutto alla costruzione della Macchina.  Studiava ore ed ore nello studio sotterraneo, lì vi  passava gran parte della giornata. Lo studio  traboccava di tanti disegni, libri, saggi, fotografie, mappe geografiche e mappe celesti ecc…  inoltre vi era addirittura anche un bellissimo pappagallo, che molto colorato era. Si trattava di un animale assai singolare; ogni due ore, sempre, immancabilmente e con precisione, pronunciava la parola : Professore, Professore e poi rimaneva in silenzio per altre due ore. Il Professore gli voleva molto bene. Inoltre voleva assai bene al ragazzo con cui aveva stretto amicizia dopo  la scomparsa della ricca signora Somanoeav, quel triste giorno di vent’anni fa.
Trascorsi tanti anni, quello che era un ragazzo adesso era un uomo maturo, affascinato dal Professore.
Giulio: “- Sei veramente un grande, caro Professore. Per me significhi molto, sei come un babbo che io purtroppo non ho conosciuto ( te sai la mia storia. ) Ti conosco bene e da tanti anni.  La tua invenzione, chiamiamola così, è sicuramente di grande rilevanza. Diventerai famoso.
Ma lo sai che vorrei provarla, si fare un esperimento. Beh, verrà anche il momento di questo.-“:
Professore: “_ Prima di tutto, ti ringrazio per i tuoi vivissimi complimenti. Devo confessarti che mi hai aiutato, in qualche modo. Anche se non proprio direttamente.
Sono sempre stato affascinato dalla scienza, sino dai tempi dell’Università .Va bene che poi decisi di fare la carriera militare, nell’Aviazione.
Mi ricordo che da piccolo, durante il mio quarto compleanno dissi qualcosa su di un orologio, una battuta. Mia zia mi osservò attentamente e con orgoglio e disse: “- Te diventerai importante.-“:
Adesso, dopo quarant’anni  mi ritornano alla mente tali parole. E così  ripenso a quella che era la mia vita, prima  di precipitare con l’aereo, su quest’isola.
In I. Ho una sorella, un fratello ed anche un nipote, che si chiama: Gabriele. Vorrei tanto rivederlo. Infatti, lo vidi per l’ultima volta che era piccolo.-“:
 Dopo il compimento del lavoro e passati quarant’anni dalla sua permanenza sull’Isola,  intuiva di generare gelosie all’interno del mondo scientifico, sapeva d’incuriosire e interessare i politici dell’intero globo. Inoltre la sua invenzione avrebbe potuto interessare vari tipi di persone e poteva essere utilizzata per molteplici scopi.

Terza parte.


Capitolo primo
Sogni, incontri e vecchie amicizie.



Gabriele, un tempo studente nella medesima classe di Riccardo il Mago “ principiante “,  aveva anche lui fatto parte della medesima compagnia dell’altro. I due si conoscevano bene, da molto tempo e avevano condiviso , tante avventure.
Cosa accadde a Gabriele? Sogni dalle caratteristiche inquietanti , misteriosi argomenti. Accadde che una  sera  preso  dal sonno, dopo una giornata stancante  s’addormentò subito, e…
 Mentre dormiva  gl’apparve lo zio. Che in realtà era proprio lo stesso Capitano, Militare inglese Thomassen. I due erano la stessa persona: lo zio di Gabriele era il Capitano scomparso sull’Isola Nascosta.  Gabriele conosceva quest’ultimo soltanto dalle foto e dai racconti di sua mamma. Durante la visione onirica venne a conoscenza degli studi dello zio. Si reso conto come il simpatico parente avesse impiegato  circa trent’anni della propria esistenza nello scopo di inventare e costruire una: Macchina  per il Teletrasporto. Né più, né meno. Inoltre gl’apparve nientemeno che un’isola famosissima per vari studi : L’Isola Nascosta.
 Notò anche, all’interno dello studio un bellissimo pappagallo, dagli eccentrici colori, che lo colpì. Lo  guardò negl’occhi e rimase affascinato, gli trasmise qualcosa, ma cosa?!!
 Poi si svegliò.
 Il sole già si mostrava assai alto e illuminava tutto, era una bella giornata di settembre. Il sogno emanava inquietudine. Così  appena fatta colazione decise di informare di tutto ciò i suoi amici stretti. Telefonò a Giorgio, persona molto sveglia, per informarlo, così che  lui rimase sbalordito, del resto l’argomento  appariva irreale e c’era da restare meravigliati.
 Gli ritornarono alla mente alcuni momenti, propria la mamma gli aveva parlato del Capitano dell’aeronautica. Si gli apparvero alla mente anche alcune fotografie. Adesso aveva capito tutto. Ecco quello che era accaduto, dopo tanti anni, su di un’Isola misteriosa, direi Nascosta.
In un secondo momento, Gabriele pensò di parlare del sogno anche al vecchio, amico; si Riccardo il celebre  Mago. Infatti il sogno gli procurava addirittura ansia ed inoltre lo incuriosiva assai. Riflettendo su tutto ciò, capì che ascoltare il parere del Mago, poteva essere una cosa che lo potesse, aiutare, rassicurare.
Tra sé e sé si domandava se veramente quello che considerava lo zio, fosse stato in grado, anche se con molti anni di studio, di costruire nientemeno che, un tale congegno.
 E se tutto ciò, tutto quello che gli era apparso in sogno fosse veramente vero? Si domandò!
Gabriele, informò una seconda volta, per telefono  lo stesso Giorgio. Così,  lui in un secondo momento, allarmato di quello che stava accadendo a Gabriele e insospettito, chiese spiegazioni ulteriori. Così  tutto il gruppo decise, per aiutare l’amico, di riunirsi nella casa di campagna proprietà  di Gabriele, situata fuori del centro abitato, in campagna. Gabriele vi arrivò con la macchina, li altri tre presero un bus e poi fecero un pezzetto di strada a piedi. Li colpì immediatamente la bellezza del luogo, non faceva freddo.
 Quello che un tempo era Il miglior amico di Riccardo riuscì a raccontare il sogno, ad essere preciso a esporre con le parole la propria fantasia e farsi comunque sia capire.  Parlarono molto; successivamente  ognuno espresse il proprio parere, ma non litigarono. In dei momenti si fecero coraggio l’un l’altro. Come ai tempi della scuola, delle compagnie infatti è vero, si sentivano uniti.
Tutti insieme si fecero coraggio e concordarono di narrare il tutto al vecchio Riccardo, adesso “Mago” tanto per essere consigliati. Forse ne sapeva un po’ più di loro.
 Cosi avvenne.
 Immediatamente, il giorno successivo, lunedì, presero un appuntamento. L’appuntamento era fissato per mercoledì.  Così mercoledì mattina,insieme  si recarono all’affascinante studio dell’esperto.
 Gabriele per fortuna restava informato su dove si trovava adesso la casa del  “Mago”. Raggiunsero il luogo con la macchina e  mentre Gabriele guidava, gli tornarono alla mente cose, episodi del passato. Come le mode, oppure le compagnie. Quel mondo per loro non esisteva più, anche se dentro tutti loro si percepivano ancora un po’ “adolescenti”, sognatori.
 Il vecchio Riccardo era stata avvisato dell’imminente arrivo dallo stesso Gabriele.  Riceveva così  tutto il gruppo, nel suo studio che si trovava nella propria casa.
Lì fece entrare ma però convenne di ascoltare  solamente  Gabriele, da parte; rappresentava l’amico prediletto. I due, anche in quel momento, dopo tanto tempo,  si stimavano molto a vicenda.
 Appena si videro, nel momento in cui i loro sguardi s’incrociarono vennero presi da una sensazione bellissima, non spiegabile.  Si fissarono e poi abbracciarono per qualche minuto.
 Poi Gabriele espose varie domande al Mago; quest’ultimo gli  consigliava  di approfondire le intuizioni. Poi ad un certo punto, come un fulmine a ciel sereno, s’alzò di scatto dalla seggiola. Riccardo:” Ma, cosa hai detto ?  Isola Nascosta? Ho già sentito parlare di quel luogo. –“: Si mise la mano destra sopra la fronte.
Una cosa è certa, disse, dovete raggiungere l’Isola Nascosta e al più presto possibile. Magari assieme agli altri tre amici. Dovevano compiere coraggiosamente quel passo. Il consiglio  dell’amico Mago adesso  restava sempre più categorico: recarsi lì.  Era la miglior cosa da fare, la più sensata. Gabriele doveva capire se il sogno fosse vero, doveva rendersi conto  chi fosse materialmente suo zio, conoscere da vicino il grande Professore . Ed inoltre verificare le sue scoperte, anche  metterle forse in atto? Almeno questo restava opportuno anche dalla lettura delle carte, che il “Mago” aveva attuato all’amico e dall’oroscopo.
I quattro uscirono dal palazzo, luogo d’abitazione di Riccardo e si diressero al bar per prendere un caffè e discutere ancora un po’, sull’argomento.
Ecco che la loro vita si prestava ad un cambiamento, nasceva qualcosa d’imprevisto, che lì avrebbe legati gli uni agli altri, ancor più di prima.  Destino…
Decisero così, alla fine, assieme, di tentare, di fare un bel viaggio, sull’Isola  Nascosta. sulle tracce dello zio . Ad un certo punto uno dei tre amici ricevette una telefonata nientemeno che dal “ Mago “, in persona. Questo affermò decisamente che si sarebbe aggiunto al loro gruppo, con lo scopo di giungere alla destinazione. Quest’ultimo era curiosissimo di visitare la suddetta Isola Nascosta, così voleva approfittare della situazione per arrivare sull’isola.
  Non sapevano però con certezza se avessero  trovato il parente di Gabriele. Tutto restava avvolto in una luce di mistero, non possedevano notizie sicure, si sarebbero mossi un po’ a casaccio. Ma a loro, conveniva lo stesso. Si trattava di un viaggio molto avventuroso.
Trascorse due settimane dall’incontro con il Mago,poi  tutti insieme si decisero e comprarono i biglietti per poi partire. Cos’ì  Riccardo stesso li accompagnò.


Capitolo secondo.
Il Mago ed il Professore.



Contentissimi presero l’aereo: destinazione l’Isola Nascosta.
 Giunti a destinazione, terminato il viaggio,  sbalorditi  di tutto quello che stava accadendo,si  domandarono come incontrare il grande Professore. In un certo senso si muovevano nel buio, non possedevano notizie certe.
Dal centro di M. si diressero in periferia, l’ì vicino appariva il mare, spumoso e carico d’energia, che affascinava molto; chiunque restava ammirato. Da quel punto lo sguardo attraversava chilometri e chilometri di mare oceanico, per poi perdersi nel nulla, nello schiumoso vuoto.
  Imprevedibilmente , mentre girellavano in vicinanza del maestoso  mare, vennero incuriositi da un gruppetto di bambini.  Come un miracolo, sulla scogliera notarono un personaggio, circondato da piccoletti, che fumava la pipa. Aveva un posizione che li attrasse, perché spirituale, rivolta verso il mistero della natura . Romantica, essenzialmente. Furono i bambini stessi che notarono i quattro e con i loro giochi fecero in modo che il gruppo incontrasse l’audace  inventore. I piccoletti cominciarono a giocherellare, mentre il gruppo d’amici osservava il panorama e incuriosito fissava, come fosse un incantesimo, quella figura che altro non era se non  il Professore, vero e proprio,in carne ed ossa.
 Senza nessuna incertezza, i quattro si presentarono.
 Il Mago, si Riccardo, si commosse e al tempo stesso nei suoi occhi apparve una luce, di curiosità, che faceva al tempo stesso brillare le poche lacrime. Immediatamente  gli torno alla mente il passato, il periodo dell’adolescenza, con le sue sfumature e ancora il distacco dalla città, la conoscenza del cugino del babbo, il periodo vissuto nella bellissima villa, lo studio della musica e del giardinaggio. Notava come sia il bis-cugino che il Professore, fossero parimenti affascinanti e misteriosi e conservassero delle similitudini.
  Successivamente, dopo un istante di silenzio lo stesso Gabriele si presentò allo scienziato. Gli strinse fortemente la  mano, gli confessò di essere suo nipote. In quel momento  sul volto del  grande Professore apparve un sorriso  e i due s’abbracciarono. Professore :”- Ma guarda che dopo anni e anni di completa solitudine, di studi, ecco che conosco da vicino proprio il mio vero nipote. Come ti chiami ?.-:” Gabriele:”- Gabriele. Sono proprio curioso di conoscerla. Ma siamo  parenti, non è vero?.-“: Gabriele gli confessò di averlo sognato, di essere venuto a conoscenza di tutto. I due si fissarono, venne così un momento empatico.
 Successivamente, dopo le presentazioni il Professore li condusse nella propria casa. All’interno la dimora aveva tre stanze, più uno studio  sotterraneo. Il nipote intanto  osservava l’arredamento, fra i tanti oggetti  vi era anche un pianoforte, lasciato lì probabilmente dall’anziana signora S.…
Poi il  Professore  li fece accomodare nientemeno che nello studio sotterraneo. Soltanto lo studio stesso trasmetteva un grande fascino. Non era disordinato affatto, molte però  le carte geografiche appese al muro, anche astronomiche. Trascorsi due minuti, un bellissimo pappagallo cominciò a dire due parole, :” Professore, Professore.-“: il gruppo rimase meravigliato e successivamente tutti risero. Poi inspiegabilmente, cosa senza precedenti disse :”- Gabriele, c’è suo nipote, Gabriele…-“: tutte e cinque le persone presenti, sorrisero senza però ridere. Riccardo osservò il verde e giallo animale.
 Poi il loro sguardo si posò su di una parte, lateralmente sulla  sinistra, lì appariva  la  grande novità scientifica: la Macchina del Tele-trasporto.
 Il gruppo rimase in silenzio per una diecina di minuti, osservando tutto ciò che era da guardare, analizzando da vicino proprio la stessa Macchina. Questa trasmetteva una carica forte d’energia ma anche di mistero. Attraeva anche per la forma. Aveva le caratteristiche di una macchina da formula uno. Poteva contenere massimo quattro persone.
 I quattro, nonostante fossero emozionatissimi, come comprensibile, rivolsero tuttavia allo scienziato alcune domande. Nacque una interessante ed  intensa  discussione. Il Professore cominciò il suo racconto, descrivendo un po’ la propria vita, per poi narrare i giorni ed i momenti del lavoro scientifico.  Non ci volle molto per capire che sarebbero oramai  entrati a far parte della storia, più precisamente della storia della fantascienza. Quelli che una volta erano una ribelle compagnia d’amici, di sognatori adesso avrebbe potuto  appartenere alla Storia, nel bene e nel male. I sogni divenivano realtà…
Sapevano che se la notizia fosse stata diffusa il Professore sarebbe  diventato famoso. Avrebbe sicuramente ricevuto un premio.
 Però prima di tutto dovevano utilizzarla, sperimentarla. Ma come, quando ?
 Gabriele, avanzò l’ipotesi, plausibile di effettuare un viaggio, o  meglio un viaggietto. Anche per dimostrare del tutto e a tutti il lavoro del Professore.
Montarono in quattro, il Professore, il Mago, Gabriele e Giorgio. Come ho detto la Macchina, invenzione dello zio di Gabriele, non effettuava viaggi nel tempo, ma nei luoghi più diversi, sii.
Decisero di provarla e indirizzarono il viaggio proprio, nella Villa di campagna dove Riccardo, l’odierno Mago aveva vissuto, per superare la crisi interiore. Era passato molto tempo. Apparvero nel giardino della Villa, dove a potare le rose vi era proprio il biscugino di Riccardo: Antonio. Quest’ultimo all’inizio rimase sbalordito ed esterefatto. Poi riconobbe l’”allievo” e tutti e cinque risero, abbracciandosi.
I quattro avventurieri spiegarono tutto, per filo e per segno, la loro vicenda. Lo stesso Professore parlò molto. Antonio li mostrò la Villa, che lui manteneva benissimo.
Poi tornarono sull’Isola Nascosta.
Naturalmente nei prevedibili viaggi, gli avventurieri potevano anche restare invisibili, non venire notati e magari scattare foto oppure video.
 Il gruppetto, dopo tutto si congratulò ancora calorosamente con il Professore, che dal canto suo felicissimo gli offrì del thè ed alcune caramelle. Rimasero un po’ di tempo insieme.
 Ecco come il Mago, riusciva a conoscere l’altro grande personaggio, Il Professore. Adesso, si adesso, i loro occhi luccicavano di energia, si guardavano, coglievano i pensieri della mente.

FINALE

Da quel viaggio sull’Isola e l ‘altro nella Villa, trascorsero alcuni anni, ma poco tempo dopo  la scoperta venne  resa pubblica ed il gruppetto di quattro amici più il Professore divenne famoso, in tutto il mondo. I giornali di  mezzo mondo diffusero la notizia. Dunque accadde che Gabriele contattasse un amico giornalista, che già conosceva dai tempi delle Compagnie. A lui spiegò tutto. Narrò del sogno, della conoscenza dello zio : Il famoso Professore dell’isola Nascosta. Il quale giornalista, lo ringrazio e entusiasmato fece a Gabriele ulteriori domande. Pensava anche  come la stessa storia avrebbe potuto essere sicuramente scritta, tutto quello raccontato dal nipote Gabriele poteva benissimo diventare un libro, un romanzo vero e proprio. Ma ancora questo progetto rimaneva un sogno. Probabilmente però avrebbe, sicuramente potuto avverarsi.
Marco il giornalista comunque sia, seguendo le indicazioni del  vecchio amico scrisse un articolo eccezionale, che in molti lessero. Così  diventarono famosi…
Dopo il momento iniziale, dove divennero famosi, ancora curiosi di tutto quello che stava accadendo, vogliosi di sperimentare altro ancora,  decisero di rivedersi insieme. Così si misero d’accordo nel tornare con l’aereo, sull’Isola Nascosta, si proprio lì, sulle scogliere. Una volta luogo di lavoro, meditazione e ammirazione del grande Professore.
 Era inverno, in Italia. Appena già cominciato l’inverno, faceva freddo, si stava bene in casa.
I quattro si ritrovarono a casa di Gabriele, per discutere dell’imminente viaggio.
Sembrava come fossero guidati dal Destino verso un qualcosa di avventuroso, magico. Dai ritrovi nei boschi erano passati alle spiagge di R. Poi al primo viaggio sull’Isola, dove al centro di tutti rimase la conoscenza della prima macchina per il Tele-Trasporto. Poi la fama.
Effettuato il volo in aereo, arrivarono sull’Isola e la prima cosa che fecero rimase quella di soffermarsi ancora una volta sul panorama, bellissimo…
 Arrivati sull’Isola, si diressero sulle scogliere. Tutto era suggestivo; restarono senza parole, emozionati, attratti dall’energia che vi era.
Ad un certo momento da lontano si notava un’imbarcazione, adibita a trasportare passeggeri. Una nave da crociera. Nessuno di loro poteva saperlo, ma lì vi viaggiava nientemeno che Anna, un tempo amica di Laura moglie di Riccardo.
Gabriele stava per addormentarsi, mentre la notte scendeva. Il colore della luna argentata cominciava ad illuminare la spiaggia, gli scogli, il burrascoso mare, che brillava e lasciava dentro la sensazione di nostalgia, non irrazionale. Chissà forse cominciava per loro un successivo periodo di amicizia e non solo, di arricchimento, soddisfazione e continua ammirazione della natura.
Altro non sappiamo:  potrebbe essere che insieme impiegassero il tempo utilizzando la Macchina acquistando sempre maggior fama e ricchezza interiore.
Forse anche adesso, in questo momento staranno viaggiando; potranno  essere ovunque.  Soddisfatti del consiglio del Mago e  della scoperta del grande Professore …

I veri supereroi secondo Riccardo Clementi

Di Massimo Acciai Baggiani

È uscito un bel libro a cui ho avuto il piacere di partecipare in qualità di prefatore e di editor: I supereroi (quelli veri) del ‘900. Personaggi straordinari raccontati ai bambini di Riccardo Clementi. Ha avuto una vicenda editoriale un po’ travagliata questo libro: sarebbe dovuto uscire a marzo, ma poi c’è stato il Covid e la casa editrice ha dovuto sospendere le attività. Finalmente è disponibile ai lettori, che lo attendevano con ansia. Sono onorato di aver fatto da tramite tra l’autore, conosciuto mentre stavo scrivendo il mio di libro (Due passi indietro, insieme all’amico fotografo Italo Magnelli), e l’editore (presso cui lavoravo come editor, appunto). Riccardo è una persona molto gentile e disponibile; il suo aiuto è stato prezioso per il capitolo del mio libro dedicato alle miniere di lignite del Valdarno e alla centrale elettrica ENEL di Santa Barbara, e per questo lo ringrazio di core. Questo suo libro è indirizzato ai bambini ma è godibile, a mio parere, anche da un pubblico adulto. Riccardo ci racconta, dando la parola a venti grandi personaggi del secolo passato, le vicende di vite straordinarie che nulla hanno ad invidiare ai supereroi Marvel o DC. Storie vere, verissime, eppure quasi incredibili. Ma è grazie a questi eroi che il mondo in cui viviamo oggi è migliore rispetto al passato; a loro va la nostra eterna gratitudine, così come il nostro sentito ringraziamento va a Riccardo Clementi per averne attualizzato la vita e fatta conoscere alle nuove generazioni, quelle che speriamo siano ispirate da questo libro.

Firenze, 27 novembre 2020

Bibliografia

Clementi R., I supereroi (quelli veri) del ‘900. Personaggi straordinari raccontati ai bambini, Firenze, Porto Seguro, 2020.

Per acquisarlo presso l’editore clicca qui.

O vibrație poetică din România

O vibrație poetică din România

Postat pe 26 octombrie 2020
De Massimo Acciai Baggiani – trad. Lucia Dragotescu

Acum câteva zile a sosit un colet din București. Înăuntru am găsit patru cărți de poezie: una a prietenei Lucia Dragotescu (Poezii / Poesie), două a fiicei sale Codruța (Lipograme / Lippogrammi, și Tautograme și Lipograme) și una a poetului Aurelian Sorin Dumitrescu (Între cer și pământ / Tra Cielo e Terra), toate publicate de editura Fundației România de Mâine în acest nefericit an 2020. Toate bilingve – în română și italiană – cu excepția uneia. Traducerile în italiană sunt făcute de Lucia, o prietenă dragă și colegă scriitoare din 2007, când am cunoscut-o prin prietenul comun Paolo Filippi (a cărui amintire rămâne și în Poezii / Poesie, după cartea dedicată în mod explicit lui Poem-Poema / Iubire pierdută – Amore perduto [2]). Pe scurt, o vibrație de poezie a venit de departe pentru a lumina ziua în fața virusului Covid.
În prima carte, cea a Luciei, există o prefață a mea (în italiană și în română), la care mă refer. Lucia își declară dragostea pentru pământul său și tradițiile sale, inclusiv literare, și deschiderea către lume, spre alte culturi și limbi – în special cea italiană, pe care o iubește profund. Așa cum declară autoarea în Epilogul final, volumul își colectează producția poetică începând cu anii șaizeci ai secolului trecut, pe când frecventa liceul (am început să versific și eu la acea vârstă): un volum dedicat fiicei sale, conceput fără scopuri comerciale, dar donat de autoare celor mai mari biblioteci românești, moldovenești și italiene (eu însumi am livrat exemplarele Bibliotecii Centrale Naționale din Florența).
Din poeziile Codruței am avut plăcerea și onoarea de a publica câteva texte în Segreti di Pulcinella, împreună cu cele ale mamei Lucia. Lipogramele ei (amintiți-vă că prin „lipogramă” înțelegem un text în care este interzisă o anumită literă) au fost redate, în traducere, pur și simplu prin ștergerea literei lipsă (dar înțelegerea nu este afectată), în timp ce în original poetul a recurs la sinonime. Poeziile indică adesea pandemia pe care o trăim, cu tonuri apocaliptice. Se vorbește și despre religie, credința tradițională revine adesea. De asemenea, sunt interesante tautogramele (care, spre deosebire de lipogramă, este un text ale cărui cuvinte încep cu aceeași literă – texte netraductibile, sau foarte dificil de tradus, fără a pierde calificarea de “tautogramă”): le-am citit direct în română, o limbă pe care am început să o învăț anul trecut.
În sfârșit, câteva cuvinte și despre cartea lui Dumitrescu, autor însuși prezent în paginile electronice ale revistei „Segreti di Pulcinella” (și întotdeauna în versiunea dublă, editată de Lucia). Dumitrescu, coleg bibliotecar al Luciei Dragotescu, care s-a ocupat de îngrijirea acestei ediții ak volumulei (și autoare a prefaței), a reunit poezii noi și vechi într-un fel de „mărturisire făcută cititorului” pe teme apropiate vieții sale: dragostea, anotimpurile, istoria poporului român, rădăcinile, amintirile copilăriei, versuri care vin din inimă, precum și cele ale Luciei și Codruței: o inimă care bate pentru poezie și pentru identitatea românească.
Florența, 26 octombrie 2020

Bibliografie

Dragotescu C., Lipograme / Lipogrammi, București, Editura Fundației România de Mâine, 2020.
Dragotescu C., Tautograme și Lipograme, București, Editura Fundației România de Mâine, 2020.
Dragotescu L., Poezii / Poesie, București, Editura Fundației România de Mâine, 2020.
Dumitrescu A.S., Între cer și pământ / Tra Ciello e Terra, București, Editura Fundației România de Mâine, 2020.

Uno dei libri più belli che ho letto

Di Massimo Acciai Baggiani

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Michael Ende (1929-1995) è universalmente noto per libri “per bambini” quali Momo e La storia infinita ma, come altri grandi narratori per l’infanzia (ad esempio Roald Dahl), ha scritto anche cose geniali per un pubblico più adulto, e anche la sua produzione per i più giovani è godibilissima anche dai “grandi”. È il caso di una raccolta di racconti uscita in Germania tre anni prima della scomparsa di questo straordinario autore: La prigione della libertà. Io ho letto l’edizione italiana proprio qualche settimana prima della morte di Ende, quando avevo vent’anni, e ho sentito il desiderio di rileggerla a un quarto di secolo di distanza, durante il nuovo lockdown dovuto alla seconda ondata del Covid. Una lettura che mi aveva entusiasmato da giovane e che mi ha emozionato di nuovo. Tanta acqua è passata sotto i ponti, e si dice giustamente che una seconda lettura di un testo a distanza di tanti anni è molto diversa: tante cose non notate allora le ho colte adesso, a partire dai riferimenti colti e le fonti che hanno ispirato Ende.

Un libro magico e filosofico, escheriano, che fa riflettere e sognare. L’ossimoro del titolo si spiega nell’omonimo racconto, il penultimo della raccolta, ma la riflessione sulla libertà dell’Uomo attraversa tutto il libro, insieme al tema del viaggio di ricerca. Il libro si apre con un capolavoro assoluto: Il traguardo di un lungo viaggio. Cyril, il protagonista, figlio di un lord inglese, non ha mai avuto una vera e propria casa, sempre in viaggio col padre da un albergo all’altro; tuttavia sente come una nostalgia cocente per qualcosa che non sa spiegare. Non è certo un eroe, il nostro Cyril, anzi è un personaggio tutt’altro che positivo: chiuso nel suo egoismo sarà fonte di dolore per chi gli sta accanto. Ma non è nemmeno una persona assolutamente malvagia. È un’anima ombrosa, questo sì, in pena, impegnata in una sorta di ricerca mistica del “paradiso”. Molti sono i punti di contatto con un altro grande giovane dannato inglese di fine Ottocento (da un indizio si ricava che il lungo racconto è ambientato in quegli anni): il Dorian Gray del capolavoro di Oscar Wilde (1854-1900). Il fascino di quest’ultimo fa da contraltare con l’aspetto tutt’altro che piacevole di Cyril, ma entrambi spezzano un cuore femminile, sono colpevoli di omicidio, sono insoddisfatti della vita, cercano qualcosa di più. Doria Gray legherà il suo destino a un quadro, così come Cyril, il quale scoprirà in un misterioso dipinto il suo destino: un palazzo fantastico in una landa desolata, un luogo che potrebbe chiamare “casa”. Un luogo che cercherà di raggiungere con qualsiasi mezzo, dopo essere stato indirettamente indirizzato da uno strano vecchio incontrato nel ghetto veneziano. Il diciannovesimo secolo, ricordiamo, è tempo di grandi esplorazioni: gli “spazi bianchi” sull’atlante vanno via via riempiendosi, restano sempre meno luoghi da scoprire. In uno di questi, precisamente tra le montagne dell’Hindu Kush, si trova il palazzo, che potrebbe essere creato proprio dalla fede incrollabile del protagonista: si confronti a tal proposito il dialogo tra Cyril e il vecchio ebreo con un racconto di Jorge Luis Borges (1899-1986), Tlön, Uqbar, Orbis Tertius[1]. Borges nel suo racconto lungo mostra come le idee possano manifestarsi nel mondo fisico, rifacendosi alle teorie del filosofo George Berkeley (1685-1753).

Il secondo racconto sarà dedicato esplicitamente al grande scrittore argentino: Il corridoio di Borromeo Colmi parla di un luogo impossibile, un corridoio progettato e fatto costruire, a Roma, dall’architetto-mago seicentesco (personaggio inventato da Ende) in modo che chi lo percorre diventa sempre più piccolo, fino a perdersi, forse, nel mondo subatomico o forse in un’altra dimensione. Il riferimento a Borges è presente soprattutto nello stile, nel gusto per le invenzioni biografiche e bibliografiche.

Un altro oggetto impossibile è il protagonista del terzo racconto, La casa in periferia: un edificio che esiste solo all’esterno. La scoperta è di due ragazzini, due fratelli, nella Germania nazista. Anche qui è forte l’impronta borgesiana, che attraversa tutti i racconti: il racconto tra l’altro si riallaccia direttamente al precedente, citando, all’inizio della lunga lettera del professore/io narrante della storia, proprio il corridoio di Colmi.

Anche il quarto racconto (Un po’ piccola, in effetti) presenta un paradosso spaziale: a Roma il protagonista accetta il passaggio da una famiglia locale a bordo della piccola utilitaria del capofamiglia che, all’interno, si rivelerà gigantesca e, di stranezza in stranezza, il protagonista arriverà a perdere il lume della ragione quando scoprirà, in fondo all’auto… un garage! Ende ha vissuto a lungo nella Capitale italiana; amava profondamente questa città e l’ha resa protagonista di varie opere (Momo ad esempio si svolge a Roma, anche se non viene fatto il nome della città). L’amava anche per il suo aspetto fantastico e misterioso.

Entrami i racconti, La casa in periferia e Un po’ piccola, in effetti, sfidano le leggi della fisica come le litografie e incisioni di Maurits Cornelis Escher (1898-1972)[2].

Le catacombe di Mizraim si svolge in un mondo sotterraneo dove vive il Popolo delle Ombre, sottomesso a una dittatura che ricorda un po’ quella del Mondo nuovo di Aldous Huxley: tutti vivono in una routine priva di senso, ma sono a loro modo felici, inconsapevoli della propria prigionia, sotto effetto di un fungo. L’unico su cui il fungo non produce oblio e felicità è il protagonista, Iwri, l’unico anche dotato di libero pensiero: cercherà la via per il mondo esterno, dove spera di trovare la Verità e la Libertà, e quando l’avrà trovata cercherà di portare il popolo alla ribellione contro il “benevolo” dittatore Bechmoth, dapprima privandolo della droga (si pensi alla scena in cui il Selvaggio distrugge le scorte di Soma nel romanzo di Huxley) e poi mettendosi alla guida dei ribelli. Come il dittatore mondiale Mustapha Mond (sempre in Huxley), anche Bechmoth è un personaggio ambiguo, che riesce a insinuare il dubbio nel popolo ribelle, e nello stesso lettore, che in realtà lui non ha fatto altro che proteggere i suoi “figli” dall’infelicità che avrebbero trovato all’esterno, luogo, a quanto dice, inadatto alla vita. Il popolo, dopo qualche attimo di smarrimento, si rivolta contro lo stesso Iwri e lo getta all’Esterno, dove non si sa se troverà il paradiso o l’inferno.

Dagli appunti di Max Muto, il viandante del sogno presenta la missione infinita del protagonista, il quale deve risolvere l’enigma di una città “vivente” nel deserto per poter compiere una missione precedente, che gli servirà per una missione ancora più vecchia, e così via, in una successione apparentemente senza fine, tanto che l’eroe stesso si è dimenticato il punto di partenza del suo viaggio. Alla fine riuscirà a sciogliere l’enigma ma prenderà coscienza che così potrà compiere tutte le sue missioni precedenti e preferirà quindi creare una nuova successione infinita, perché il senso del viaggio non è il punto d’arrivo ma l’azione stessa del viaggiare. Questa Città Bianca immaginata da Ende non sfigurerebbe tra le Città invisibili[3] di Italo Calvino (1923-1985).

La prigione della libertà è il più filosofico e borgesiano dei racconti, e anche il più inquietante della raccolta. Si parla nientemeno che del libero arbitrio. Intere biblioteche sono state scritte su questo argomento, liquidato dalle religioni monoteiste con un semplice abbandonarsi alla volontà di dio («Non cade foglia che Dio non voglia» dice il proverbio). Il mendicante cieco del racconto, ambientato nel mondo islamico (“islam”, ricordiamo, significa “sottomissione a Dio”) ha fatto una sorta di patto col diavolo (quello musulmano, ovviamente: Iblis) che lo imprigiona in una stanza enorme su cui si aprono 111 porte. Lui dovrà sceglierne una per uscire, ma non c’è alcun indizio su quale possa essere quella giusta, e la scelta sarà irrevocabile visto che, una volta aperta una porta, tutte le altre scompariranno. Dietro alla porta prescelta potrà esserci un mostro terribile o un giardino di delizie. Il protagonista è letteralmente paralizzato dalla scelta, sapendo che non c’è Allah a guidare la sua scelta ma ne sarà totalmente responsabile. Se anche non scegliere è una scelta, allora questa sarà la via “scelta” dal protagonista. Chiara è la metafora della nostra vita, fatta di innumerevoli “porte” che, una volta chiuse, scompaiono (un fisico quantistico direbbe che “le possibilità collassano”). Ogni porta si apre su un universo ucronico, “divergente” come direbbe il mio amico Carlo Menzinger: quante volte ci siamo domandati, una volta messa in atto una certa scelta, cosa sarebbe accaduto se avessimo preso una decisione diversa? Non lo sapremo mai, se non usando la fantasia. Solo a livello quantistico due possibilità possono coesistere nel medesimo universo (o, meglio, multiverso); non nella nostra quotidianità. A noi il “terribile peso” della libertà e della responsabilità delle nostre azioni, a cui io – da ateo convinto – non rinuncerei comunque mai.

Questo libro straordinario si chiude con un racconto sconcertante: La leggenda di Indicavia. Il racconto ripercorre l’intera esistenza di un “cercatore di miracoli”, la cui sete di conoscenza si corrompe nella ciarlataneria e nel vizio, tanto che quando finalmente trova l’accesso al Mondo dei Veri Miracoli non si sente degno di attraversarlo; preferirà indicarlo ad altri cercatori più puri di lui. Il cerchio si chiude: la ricerca di Hieronumus Horleiper, alias Matto, alias conte Athanasio d’Arcana, alias Indicavia (quanti nomi cambia, mutando di volta in volta identità!), si ricollega a quella di Cyril Abercomby, e a quella di tutte le anime sensibili che vivono nel fango ma guardano alle stelle (per dirla con Oscar Wilde).

Mi piace chiudere questo mio articolo, che vuole essere un invito a scoprire questi otto piccoli capolavori che compongono uno dei libri più interessanti (a mio parere) della narrativa del secolo scorso, con una citazione dall’ultimo racconto. Un brano in cui Ende riflette sul ruolo di fingitore dell’artista (scrittore compreso), il quale, come un prestigiatore, produce “miracoli” (fa emozionare il lettore con storie inventate) ma non ci crede in prima persona (quanto lavoro c’è dietro alle trame di un romanzo o di un racconto, ben dissimulato dalla bravura dell’autore!): «Un artista non deve credere ai miracoli, altrimenti non è in grado di produrli. Per questo, chi crede nei miracoli non diventerà mai un vero artista. […] il nostro mestiere è la bugia, l’illusione. Tutta l’arte è così. Un pittore dipinge un quadro[4], la gente l’osserva rapita, a volte paga anche molto denaro per esso, ma, in realtà, di che si tratta? Di un pezzo di tela e di un po’ di colori. Tutto il resto è niente, non esiste! […] e anche i poeti, che raccontano lunghe storie di fatti mai accaduto, e che mai sarebbero potuti accadere […] Il mondo vuole essere ingannato. […] Solo, vi sono bugiardi buoni e cattivi, e un vero artista ha da essere un maestro della menzogna.»[5] Si confronti con l’estetica di Oscar Wilde.

Firenze, 18 novembre 2020

Bibliografia

Ende M., La prigione della libertà, Milano, TEA, 1995.


[1] Nella raccolta Finzioni (1944).

[2] Una cui opera è giustamente riportata nella copertina dell’edizione italiana del libro di Ende.

[3] Libro del 1972.

[4] Altro punto di contatto con Il traguardo di un lungo viaggio.

[5] Ende M., La prigione della libertà, Milano, TEA, 1995, pp. 195-196.

Libri di Stephen King che ho letto

Stephen King è il primo autore che ho iniziato a leggere e amare, quando avevo 15 anni. Di lui ho letto tanti romanzi, raccolte di racconti e un saggio. Gli ho anche dedicato un racconto, Qualcuno bussò alla porta, apparso di recente sul numero 23 di “IF – Insolito & Fantastico“. Oggi (4 novembre 2020) mi è venuta voglia di fare il punto della situazione delle mie letture kinghiane, elaborando le seguenti tabelle (in azzurro i libri che ho letto, con indicato sulla colonna di destra l’anno di lettura).

Massimo Acciai Baggiani

I viaggi poetici di Vittoria Zedda

Di Massimo Acciai Baggiani

Ho conosciuto Vittoria Zedda, scrittrice e poetessa di origini sarde, a un corso di scrittura da lei tenuto presso la Banca del Tempo di Firenze. È stata un’esperienza positiva per me, quel corso: mi ha dato l’occasione di confrontarmi con una collega con più esperienza, la quale mi ha dato diversi stimoli creativi. È grazie a lei che ho riscoperto il piacere di scrivere a mano, su un quadernone, magari in un bar davanti a un caffè fumante, mettendo da parte per un po’ la tastiera del computer. Ricordo in particolare gli inviti a scrivere versi: la poesia ha sempre avuto un posto centrale per Vittoria.

Il corso purtroppo è stato interrotto dal Covid, come molte attività artistiche e culturali, ma ho avuto occasione di incontrare di nuovo Vittoria e parlare ancora di libri e di storie, quest’estate, quando questo dannato virus ha allentato un po’ la presa. Ho avuto così in dono il suo libro di poesie Taccuino di viaggio, autopubblicato con Lulu, che ho letto nei giorni seguenti.

Una silloge interessante, questa, che abbraccia un’intera vita. L’autrice ci fa dono di se stessa, del suo vissuto, dei paesaggi della sua terra insulare, dei suoi amori e dei momenti, da quelli quotidiani (come il ritratto della “micina che non voleva farsi accarezzare”), alle stagioni metereologiche e del cuore. Il viaggio è il filo conduttore della silloge: un viaggio spesso interiore, nella memoria, nei sentimenti, nella natura. Vittoria ci invita ad essere suoi compagni, attraverso i suoi versi (e anche attraverso le foto che arricchiscono il libro): vale la pena seguirla.

Firenze, 3 novembre 2020

Bibliografia

Zedda V., Taccuino di viaggio, Lulu, 2015.

La fragilità di Leopardi

Di Massimo Acciai Baggiani

Alessandro D’Avenia è un autore che non amo particolarmente, anche se i suoi romanzi non mi sono dispiaciuti. Quando sono arrivato però alla saggistica, in particolare a quella sua strana rilettura di Giacomo Leopardi che è L’arte di essere fragili (sottotitolo: Come Leopardi può salvarti la vita), sono rimasto piuttosto perplesso. Non è stata una lettura facile per me: il libro mi ha respinto fin dalle prime pagine, ma io mi sono incaponito a leggerlo fino in fondo, anche su consiglio di amici che lo avevano apprezzato. La sensazione che mi è rimasta è un po’ quella di aver sprecato il mio tempo.

Ovviamente la promessa del sottotitolo non è stata mantenuta. Se anche le poesie del celebre recanatese possano salvare la vita a qualcuno, certo il libro di D’Avenia non chiarisce come: sia a causa del linguaggio piuttosto astratto e fumoso (linguaggio che vorrebbe essere “poetico” ma che finisce per essere ermetico), sia perché in realtà all’autore piace più parlare di se stesso che di Leopardi, del quale tra l’altro dà una lettura forzata e tendenziosa in senso cristiano. Questa operazione di una lettura cattolica di Leopardi – che è in pratica un tradimento della sua opera poetica e in prosa – l’aveva già proposta molto prima di lui un tale Luigi Giussani, fondatore di Comunione e Liberazione, il cui stile è forse non a caso molto vicino a quello di D’Avenia (ossia astratto e fumoso): in altre parole, le pagine di D’Avenia puzzano di ciellino, con uso abbondante di quelle che sono le parole chiave dei libri-predica di Giussani (già sentite fino alla nausea quando frequentavo quel discutibile movimento religioso): “stupore”, “mistero”, “destino”, “rapimento”.

L’unica conclusione che condivido di D’Avenia è quella secondo la quale – in certi casi – i libri possono salvare la vita; anche se non necessariamente quelli di Leopardi. Nel mio caso, come per quei pochi italiani amanti della lettura, i libri sono stati salvifici durante il lockdown, insieme alla scrittura che di questi si nutre, insieme del vissuto di ogni scrittore. Durante quei mesi terribili ho letto un po’ di tutto, ma certo non mi sarebbe mai venuto in mente di leggere i Canti, le Operette morali o lo Zibaldone – con tutto il rispetto per il grande Giacomo, uno dei pochi poeti che ho amato durante gli anni di scuola ed approfondito successivamente – perché ero già abbastanza depresso di mio.

Certo, l’equazione, piuttosto superficiale, “Leopardi = figato”, non trova d’accordo nemmeno me, ma non mi trovo affatto d’accordo con D’Avenia quando vuole trovare dell’ottimismo a tutti i costi in un autore sicuramente grande ma profondamente deluso dall’ «infinita vanità del tutto» [1]. D’Avenia sostiene che proprio il fatto che dal “nulla” che ci circonda abbia tratto dei versi stupendi inficia il suo messaggio nichilista e pessimista, come se la scrittura non fosse un tentativo di esorcizzare quei demoni che ogni autore ha dentro. La fragilità di Leopardi è quella degli animi sensibili, che hanno il coraggio di guardare l’abisso sul cui bordo trascorriamo i nostri brevi anni, ed è anche quella di chi ha il coraggio di guardare questo abisso e trovare le parole per descriverlo, ma certo non indica il modo per uscirne. Leopardi era ateo, mettetevelo in testa cari cattolici: ateo, ateissimo, fino alla fine, così come lo era Shakyamuni nonostante i ridicoli tentativi di alcuni cattolici nel negarne l’ateismo. A voi cattolici farebbe piacere se si iniziasse a sostenere che in fondo Gesù era ateo? La salvezza non può venire né da Leopardi né da qualche divinità più di quanto la guarigione può venire da un placebo: forse potrebbe venire dall’amore, come suggerisce D’Avenia, ma il nostro Giacomino l’ha presa in quel posto anche da quel punto di vista, come tanti prima e dopo di lui.

Personalmente la vedevo esattamente come l’apostolo del “pessimismo cosmico” quando avevo 15-20 anni, prima di incontrare il buddismo: ma questa è un’altra storia che esula da questo mio breve articolo “leopardiano”.

Il saggio di D’Avenia è scritto sotto forma di lettere a senso unico al grande recanatese… è facile scrivere a chi non può rispondere (rifacendosi al principio silenzio-assenso?), ma penso che Leopardi nelle sue ipotetiche repliche a queste lettere, che sfidano le leggi temporali, avrebbe pure lui molto da contestare di questa sua rilettura moderna.

Firenze, 31 ottobre 2020

Bibliografia

D’Avenia A., L’arte di essere fragili, Milano, Mondadori, 2016.


[1] Da A se stesso.

Una ventata poetica dalla Romania

Di Massimo Acciai Baggiani

Qualche giorno fa un pacco è giunto da Bucarest. All’interno ho trovato quattro libri di poesia: uno dell’amica Lucia Dragotescu (Poezii / Poezie), due di sua figlia Codruţa (Lipograme / Lipogrammi e Tautograme şi Lipograme) ed uno del poeta Aurelian Sorin Dumitrescu (Între cer şi pământ / Tra cielo e terra) [1]. Tutti editi dalla casa editrice România de Mâine durante questo sfortunato 2020. Tutti bilingui – in rumeno e in italiano – con l’eccezione di uno. Le traduzioni in italiano sono tutte di Lucia, carissima amica e collega scrittrice fin dal lontano 2007, quando la conobbi tramite il comune amico Paolo Filippi (il cui ricordo aleggia anche in Poezii /Poezie, dopo il libro esplicitamente a lui dedicato Poem-Poema / Iubire pierdută – Amore perduto [2]). Insomma, una ventata di poesia è giunta da lontano a rallegrare la giornata alla faccia del Covid.

Nel primo libro, quello di Lucia, è presente una mia prefazione (in italiano e in rumeno), a cui rimando. Lucia declama l’amore per la sua terra e le sue tradizioni, anche letterarie, e la sua apertura al mondo, ad altre culture e lingue – soprattutto quella italiana, che ama profondamente. Come dichiara l’autrice nell’Epilogo finale, il volume raccoglie la sua produzione poetica a partire dagli anni Sessanta dello scorso secolo, quando frequentava il liceo (anch’io ho iniziato a quell’età a versificare): una silloge dedicata alla figlia, pensata senza scopi commerciali, ma donata dall’autrice alle più grandi biblioteche rumene, moldave e italiane (io stesso ho consegnato le copie alla Biblioteca Nazionale Centrale di Firenze).

Anche di Codruţa ho avuto il piacere e l’onore di pubblicare alcuni testi su Segreti di Pulcinella, insieme a quelli della madre Lucia. I suoi lipogrammi (ricordiamo che per “lipogramma” intendiamo un testo in cui è bandita una certa lettera) sono stati resi, in traduzione, semplicemente sopprimendo la lettera mancante (ma la comprensione non ne risente), mentre nell’originale la poetessa è ricorsa a sinonimi. Le poesie accennano spesso alla pandemia che stiamo vivendo, con toni apocalittici. Si parla anche di religione, ritorna spesso la fede tradizionale. Interessanti anche i tautogrammi (che, a differenza del lipogramma, è un testo le cui parole cominciano tutte con la stessa lettera – testi ovviamente intraducibili, o di difficilissima traduzione, senza perdere la qualifica di “tautogramma”): questi li ho letti direttamente in rumeno, lingua che ho iniziato a studiare l’anno scorso.

Per finire, qualche parola anche sul libro di Dumitrescu, autore pure lui presente nelle pagine elettroniche di Segreti di Pulcinella (e sempre nella duplice versione, curata da Lucia). Dumitrescu, collega bibliotecario di Lucia Dragotescu, curatrice di questa edizione (e autrice della prefazione), ha messo insieme poesie nuove e vecchie in una sorta di «confessione fatta al lettore» [3] su tematiche vicine alla sua vita: l’amore, le stagioni, la storia del popolo rumeno, le radici, i ricordi d’infanzia. Versi che vengono dal cuore, come anche quelli di Lucia e Codruţa: un cuore che batte per la poesia e per l’identità rumena.

Firenze, 26 ottobre 2020

Bibliografia

Dragotescu C., Lipograme / Lipogrammi, Bucarest, Editura Fundaţiei România de Mâine, 2020.
Dragotescu C., Tautograme şi Lipograme, Bucarest, Editura Fundaţiei România de Mâine, 2020.
Dragotescu L., Poezii /Poezie, Bucarest, Editura Fundaţiei România de Mâine, 2020.
Dumitrescu A.S., Între cer şi pământ / Tra cielo e terra, Bucarest, Editura Fundaţiei România de Mâine, 2020.


[1] Nel pacco c’erano anche le copie destinate alla Biblioteca Nazionale Centrale di Firenze (quindi anche Poem-Poema / Iubire pierdută – Amore perduto di Lucia Dragotescu) e una copia di Poezii / Poezie per l’amica Patrizia Beatini, autrice della mia fotografia in fondo al libro.

[2] Editura fundaţiei România de Mâine, 2018.

[3] Come scrive il poeta nella Premessa.

Nota sopra un romanzo giallo di fantascienza in Ido

Di Massimo Acciai Baggiani

Il romanzo breve L’asasino di Gonçalo (L’assassinio di Gonçalo in italiano) di Tiberio Madonna, idista casertano, è molte cose: è un giallo ma anche un racconto fantascientifico, è una storia spassosa, uno spaccato di ambiente idista, una metanarrazione, ed è a mio parere un piccolo capolavoro della letteratura idista italiana. L’opera mi ha incuriosito per diverse ragioni: per la lingua in cui è scritta, perché conosco personalmente l’autore [1] – è stato lui a introdurmi nel fantastico mondo dell’Ido (per chi non lo sapesse, è una lingua artificiale figlia dell’esperanto ma con meno fortuna) – e soprattutto perché vi compaio anch’io come personaggio, niente meno che sospettato di omicidio. Mi ha fatto una strana impressione leggere d’un fiato un poliziesco per scoprire se fossi io l’assassino!

Ma rispetto la regola aurea delle recensioni di gialli: non spoilererò. Concentrerò la mia attenzione, in questo articolo, su alcune particolarità di questo romaneto. L’azione si svolge nel futuro, precisamente nel 2206. Il mondo non pare cambiato tantissimo; le innovazioni tecnologiche descritte dall’autore si limitano ai mezzi di trasporto (ci saranno macchine che corrono a cinque metri dal suolo e, per i voli intercontinentali, si useranno dischi volanti di derivazione extraterrestre) e ai mezzi di comunicazione (la televisione sarà tridimensionale e “circonderà” letteralmente lo spettatore).

La storia parte dall’Internaciona Odo-Renkonto a Berlino, dove si riuniscono i più famosi odisti del mondo (odo e odisti sono chiari riferimenti a Ido e idisti), ossia poeti in aperta rivalità tra loro. I vari personaggi, come comprenderà al volo chi frequenta l’ambiente idista, sono ispirati tutti a persone reali, compresa la prima vittima, il portoghese Gonçalo [2]. Come dicevo, vi figuro anch’io, come new entry (all’epoca avevo iniziato a studiare questa lingua), anche se Tiberio mi fa troppo onore inserendomi tra i poeti idisti: in fondo ho scritto solo una poesia e un racconto in Ido…[3]

Alla prima vittima ne seguirà una seconda, poi una terza, e così via, fino a giungere a cinque: tutti odisti e tutti di volta in volta sospettati dai detective incaricati delle indagini, i tedeschi Detlef Drogi e Rudolf Scheng, i quali dovranno seguire gli indizi e sciogliere tre enigmi, spostandosi in varie nazioni europee e di oltreoceano. Pare che l’imprendibile assassino si sia messo in testa di sterminare l’intera categoria (e non facciamo battute sull’esiguità del numero…).

Al di là della storia – appassionante e divertente, si può leggere in una giornata – penso che il libro di Tiberio (naturalmente presente pure lui, quale vittima di omicidio) sia un ottimo testo per avvicinarsi alla letteratura idista. È anche un ottimo testo didattico, essendo lo stile piano e la lingua non troppo complessa; ne consiglio l’adozione in un corso di Ido. Naturalmente il mio invito a leggerlo è rivolto anche ai samideanoj esperantisti, i quali non avranno difficoltà a comprenderlo anche senza aver studiato la lingua in cui è scritto, vista la vicinanza tra Esperanto e Ido; sarebbe un’ottima occasione per superare quell’inimicizia e reciproca diffidenza di vecchia data che ancora separa idisti ed esperantisti, in fondo accomunati dagli stessi ideali di pace e fratellanza mondiale.

Firenze, 23 ottobre 2020

Bibliografia

Madonna T., L’asasino di Gonçalo, Editerio La Plumo, 2018.

Io insieme a Tiberio Madonna alla stazione di Santa Maria Novella, a Firenze (18 ottobre 2020).

[1] che me ne ha regalata una copia durante un nostro breve incontro alla stazione di Santa Maria Novella, dove ha fatto scalo tornando a casa.

[2] Riferimento a Gonçalo Neves, agronomo, poeta esperantista e idista.

[3] Un verso della mia poesia Uldie (in italiano, Un giorno o l’altro) è citato e parafrasato nel romanzo di Tiberio («Kad lu apertos lua pordo por ni?»), inoltre ho tradotto in Ido il mio racconto La lingvovendejo (che diventa La linguovendeyo).