Storia della farfalla che sbatte le ali in Cina e altre storie sulla questione del libero arbitrio

Di Massimo Acciai Baggiani

codice celesteChi non si è mai fermato a riflettere, affascinato, sulla catena di cause ed effetti che, in modo complesso e imprevedibile, formano la trama della nostra esistenza e della storia dell’umanità – con i propri piccoli eventi personali e i grandi eventi storici? È un tema che attraversa tutta la filosofia e la letteratura, di ogni paese. Il cosiddetto “effetto farfalla” (una farfalla sbatte le ali in Cina e a New York piove) ha esercitato una forte attrazione anche su di me (in un mio racconto mi domandavo cosa accadesse se si potesse intervenire, con un gesto banale, in questa catena infinita e deviarne il corso in tutt’altra direzione[1]). Il giochino del “e se…” a livello storico ha dato vita al filone ucronico (ne sa qualcosa il mio amico e collega scrittore Carlo Menzinger[2]) e a un livello ridotto a film come Sliding doors. La riflessione ci porta lontano, fino a domandarci se il destino esista, se il nostro futuro sia effettivamente “già scritto”, e se quindi il nostro libero arbitrio non sia altro che una pietosa illusione. Non ho ovviamente una risposta a questa grande domanda, su cui si sono scontrati pensatori e religiosi fin dall’inizio dei tempi: certo, l’idea di essere solo un burattino nelle mani del Destino o di una divinità antropomorfa non mi piace affatto: preferisco pensare di essere padrone della mia vita e delle mie decisioni.

Non proprio così pare pensarla Franco Del Moro, direttore di Ellin Selae, autore di un delizioso libretto (anche dal punto di vista del formato editoriale) basato sulla chiromanzia – la divinazione effettuata attraverso la “lettura” del palmo della mano. Già il mio incontro con l’autore ha qualcosa che sembra avvalorare le sue teorie: ne avevo sentito parlare diversi anni fa da un comune “amico” (che poi, da parte mia, non si è rivelato tale), ma è solo grazie al Pisa Book Festival del 2019, quindi a un evento del tutto “casuale”, che ho fatto la conoscenza vis-à-vis con questo personaggio[3]. Franco Del Moro è un signore piuttosto fuori dagli schemi, a cui non piace seguire la corrente: musicista, ambientalista, appassionato bibliofilo, ha scritto e pubblicato diversi libri sulla spiritualità, sull’editoria e su tanti altri argomenti interessanti. Di lui ho letto Le vie dei libri[4] e altri articoli e racconti su «Ellin Selae», restando catturato dalla sua scrittura anche là dove non mi trovavo d’accordo. Certamente anche Codice Celeste[5] è stato spunto per me di confronto e riflessione su una tematica, quella del “destino”, su cui ho riflettuto a lungo nella mia vita.

Il volume comprende sei racconti, ispirati ciascuno ad una delle principali linee della mano. Ciascuno racconto è preceduto da una breve introduzione che chiarisce il legame della storia narrata con la chiromanzia – qualcosa che associo più alla narrativa gotica o dark (e lì mi piace) mentre sono molto scettico al riguardo per l’applicazione nel mondo reale. La spiegazione chiromantica quindi mi interessa poco; invece i racconti sono belli, interessanti, hanno catturato tutti quanti la mia attenzione, in particolare quello intitolato A cosa servono gli angeli, associato alla linea della vita.

Quest’ultimo riporta un dialogo tra un morente e il suo angelo custode, il quale gli confida di essere intervenuto più volte nella sua vita per modificarne il corso, in senso positivo. Gli angeli custodi infatti, secondo l’autore, hanno la capacità di conoscere quella catena di cause ed effetti di cui dicevamo prima, e scegliere tra i possibili “destini” (Menzinger parlerebbe di “universi divergenti”) che si andranno poi a concretizzare, mentre quelli “scartati” collasseranno (e qui Menzinger non si troverebbe d’accordo). Quindi esisterebbe un’unica linea temporale, quella “giusta”, guidata da una sorta di divinità che nel racconto rimane solo accennata[6]. Solo una divinità infatti può conoscere il tessuto infinitamente complesso delle vicende umane, come lascia presupporre l’angelo del racconto: «Vedi, il destino è come la trama di un tappeto: davanti è un disegno perfetto, ma dietro è tutto un groviglio di fili che apparentemente si incrociano casualmente, senza ordine. Non pensare che i grandi eventi dipendano sempre da grandi decisioni, a volte mentre cammini per la strada basta girare lo sguardo a destra anziché a sinistra e tutta la vita prende un altro corso!»[7]

È esattamente quanto teorizzano gli scrittori ucronici (me compreso), con la differenza che le varie linee temporali coesistono in universi paralleli (teoria del multiverso). In questo universo sono uno scrittore che ha pubblicato una ventina di libri, in un altro universo sono morto a vent’anni, in un altro ancora ho incontrato l’amore della mia vita e ho un figlio, oppure ho vinto il Nobel…

La tematica del piccolo evento che determina grandi effetti – come il “sacrificio” di un pettirosso che risana il rapporto ormai in crisi di una coppia – torna nell’ultimo racconto della raccolta, Il miracolo del pettirosso. «Io non credo» afferma uno dei due protagonisti «esistano i miracoli grandiosi, con apparizioni, materializzazioni ed effetti speciali stile Hollywood. Per me i miracoli sono queste coincidenze che si verificano in momenti molto speciali, la cui pregnanza con la situazione e il cui significato è tale da non poter lasciare spazio al dubbio»[8]: insomma quelle che Jung chiamava “sincronicità”. Le nostre vite sono piene di questi segni, come se l’universo – o la nostra stessa vita – volesse comunicarci qualcosa, mandarci un messaggio che richiede attenzione. Io, ripeto, non credo al destino già segnato, ma credo che nell’universo esista un grande mistero, ben lontano da quello promosso dalle varie religioni organizzate, che non riusciremo mai a comprendere del tutto.

Firenze, 24 maggio 2020

Bibliografia

Del Moro F., Codice celeste, Murazzano, Ellin Selae, 2000.

Note

[1] Acciai Baggiani M., Il meccanismo inconoscibile, inedito.

[2] Acciai Baggiani M., Il sognatore divergente, Firenze, Porto Seguro, 2018.

[3] Acciai Baggiani M., Pisa Book Festival 2019, in «Segreti di Pulcinella»

[4] Del Moro F., Le vie dei libri, Milano, La Vita Felice, 2006.

[5] Del Moro F., Codice celeste, Murazzano, Ellin Selae, 2000.

[6] L’angelo però tiene a prendere le distanze dalla religione organizzata, infatti non mette piede in chiese e cattedrali, luoghi dove la vera spiritualità, a cui crede l’autore, è più lontana.

[7] Del Moro F., Codice celeste, Murazzano, Ellin Selae, 2000, p. 66.

[8] Ivi, pp. 105-106.

Mariella Bettarini, il coraggio della coerenza

Di Massimo Acciai Baggiani

bettariniHa proprio ragione Michele Brancale, quando scrive che siamo in tanti ad avere un debito di riconoscenza verso Mariella Bettarini[1]. Da parte mia il debito è enorme sia dal punto di vista umano che artistico, fin dai tempi d’oro delle Giubbe Rosse – lo storico caffè letterario attorno a cui girava la vita artistica fiorentina nel primo decennio di questo secolo[2]. Fu in quell’ambiente che conobbi Mariella e la sua compagna Gabriella Maleti (venuta a mancare il giorno di pasqua di quattro anni fa). All’epoca frequentavo un corso per esperti di audiovisivi, realizzai come prova per l’esame un dvd sui luoghi e i personaggi della poesia fiorentina[3]: non poteva mancare un nome come quello di Mariella Bettarini, tanto nota nell’ambiente poetico quanto disponibile e gentile. La intervistai proprio alle Giubbe. Da lì nacque un’amicizia che proseguì poi nelle riunioni de «L’Area di Broca» (di cui sono redattore dal 2006). Grazie a lei ho capito cosa fosse davvero la poesia (non ciò che pensavo di praticare all’epoca: io sono infatti più un narratore che un poeta) e sono venuto in contatto con molte persone interessanti.

Molto è stato scritto su Mariella e la sua opera. Sono state fatte tesi di laurea, recensioni, incontri a lei dedicati, eccetera. Un’antologia di questi testi critici è possibile trovarla riunita in A parole – in immagini, ponderosa auto-antologia uscita nel 2008 per le edizioni Gazebo (fondate dalla stessa Mariella insieme a Gabriella). Un’altra antologia importante, e più recente, di tributi alla nostra poetessa è rappresentata dal volume curato da Bonifacio Vincenzi, Mariella Bettarini, il coraggio della coerenza, uscito in tempo di coronavirus, di cui Mariella mi ha fatto dono pochi giorni fa. Il libro, che fa parte di un ciclo di pubblicazioni dedicato ai poeti del centro Italia, raccoglie testimonianze di intellettuali e amici che la conoscono bene personalmente: Davide Puccini, Giuliano Ladolfi, Luigi Fontanelli, Michele Brancale, Rosaria Lo Russo, Franca Alaimo, Antonella Pierangeli, Roberto Maggiani e Giorgio Linguaglossa. Dieci autori che, in un’opera corale, hanno tracciato il percorso poetico e biografico dell’autrice, da Il pudore e l’effondersi (sua prima raccolta, uscita nel 1966) a Poesie per mamma Elda (2019): una carriera artistica che copre oltre mezzo secolo e che ha avuto riconoscimenti da nomi importanti quali Mario Luzi e Pasolini.

Sulla sua poetica non aggiungo nulla di mio: è già stata analizzata molto bene in questo libro e in decine di altri interventi nel corso dei decenni. Mi limiterò, col consenso dell’autrice, a riportare una lirica dalla sua ultima raccolta, Poesie per mamma Elda, da me tradotta in esperanto, con la speranza che i versi di Mariella possano così essere gustati (per quanto lo permette una traduzione) anche da un pubblico internazionale quale quello esperantista. Lo merita.

sei la matrice –
il corpo lo devo a te
sei la Matrice del mistero –
lo devo a te –
sei la matrice – se vivo
lo devo a te –
sei tu
la Mediatrice tra il Nulla
e me – il Tutto e me –
sei la Matrice –
colei che ha dato corpo a un Soffio
che vagava
che ha dato fiato
a un corpo che (non volente) doveva
poi esseresei l’orma del Mistero –
sei la Matrice
vi estas la matrico –
la korpon mi ŝuldas al vi
vi estas la Matrico de la mistero –
mi ŝuldas al vi –
vi estas la matrico – se mi vivas
mi ŝuldas al vi –
vi estas
la Perantino inter la Nulo
kaj mi – la Ĉio kaj mi –
vi estas la Matrico –
tiu kiu donis korpon al Blovo
kiu vagis
kiu donis spiron
al korpo kiu (nevolonte) devis
poste estivi estas la spuro de la Mistero –
vi estas la Matrico

Firenze, 16 maggio 2020

Bibliografia

Vincenzi B. (a cura di), Mariella Bettarini, il coraggio della coerenza, Francavilla Marittima, Macabor, 2020.

Note

[1] In Vincenzi B. (a cura di), Mariella Bettarini, il coraggio della coerenza, Francavilla Marittima, Macabor, 2020, p. 37.

[2] Prima che la gestione passasse a proprietari che non condividevano la politica mecenatesca dei fratelli Smalzi.

[3] Intitolato Firenze Poesia (2005).

Neologiorno n.11: Singletudine

di Stefi Pastori Gloss

[sin-gle-tù-di-ne]

SIGN condizione vitale di allegra solitudine per persone senza legami affettivi stabili.

Derivato dalla voce inglese [single] ‘singolo, non sposato e comunque non accoppiato, nubile, celibe’, in crasi con il lemma italiano [solitudine], un matrimonio – forse insperato nella vita – almeno realizzato tra parole.

La vita da single per le donne, assunse un tempo il connotato di  ‘zitella’, identificante la donna ormai rimasta sola per l’incipiente età, che nessuno più avrebbe voluto come compagna di vita, contenente un concentrato di acidità pari a quello di centinaia di tonnellate di limoni, per essere poi emanato nei più disparati settori della vita, dalle amicizie – sempre femminili – alle frequentazioni di chiesa – immancabili, per grazia divina – a quelle lavorative – soprattutto con il capo, sempre, ahi lasso, maschio. In definitiva, la zitella non godette di popolarità, nemmeno di quella accondiscendente tipica della carità cosiddetta cristiana.

La condizione da single per gli uomini traducevasi in ‘scapolo’, o ‘scapolone’ se vivente con la madre, rimasto solo per sospetta inettitudine casalinga o malcelata omosessualità, tutto casa-lavoro-forse chiesa, forse no, specialmente nel secondo caso. Tuttavia, non sviluppava gradi di acidità, e se vivente per conto proprio, assunse ad un certo punto della storia italiana la felliniana caratteristica di vitellone, notturno giocoso e perditempo con le donne, per compiacere gli altri vitelloni cui si accompagnava in branco.

Non è noto quando la parola single si fece strada nell’universo delle zitelle e degli scapoloni per ovviare agli aspetti negativi delle loro vite, ma è certo che nel lontano 2007 una single per scelta altrui coniò singletudine, a rivalsa dell’abbandono subito, connotando la propria vita di gioiosa solitudine.

Il successo di questa parola è dovuto anche all’affermarsi dei siti di dating, dove i single maschi cercavano donne sposate per rimanere vitelloni ab aeternum, le donne single speravano invece nel principe azzurro, che si rivelava immancabilmente nero, senza speranza per zitella alcuna.

Ma occorsero svariati anni dalla nascita di detti siti perché singletudine si affermasse con il forte sollievo di chi, di tale status, ne scegliesse sublime la convenienza di non avvitare il tappo del dentifricio dimenticato dal partner, di non detergere la tavoletta del water spruzzata di eau de fogne, di non turarsi le orecchie per non ascoltare l’ennesima lamentela mattutina.

Idee di Marcello Fois sulla scrittura che non condivido

Di Massimo Acciai Baggiani

fois«Caro simpatizzante, ho buttato via il suo dattiloscritto perché non c’è niente che mi fa più paura al mondo che leggere qualcosa che non è mai stato scritto»[1]: questa frase, citazione di una lettera scritta da Marcello Fois, scrittore sardo, a un ragazzo che gli aveva inviato in lettura una sua opera di 500 pagine vantandone l’“originalità”, mi ha fatto venire un brivido. A parte il sacrilegio di buttare nella spazzatura l’opera di un collega che, con atto di fiducia, ha affidato il proprio “figlio” (perché per uno scrittore, il proprio libro è come un figlio) a uno sconosciuto, a parte la totale mancanza di rispetto per il lavoro altrui, il signor Fois ha dimostrato la tipica cattiveria e arroganza che hanno troppo spesso gli autori “arrivati” nei confronti di chi ha avuto meno fortuna (perché di questo si tratta in molti casi di autori giunti alla grande editoria: di fortuna e poco altro). Il signor Fois con questa sbruffonata si è alienato per sempre la mia simpatia. Non credo che leggerò mai una sua opera.

Spesso uno scrittore è anche un teorico della scrittura: non può fare a meno, a un certo punto della sua carriera, di voler insegnare agli altri come si scrive, convinto di possedere la ricetta che vada bene per tutti i palati. Il Manuale di lettura creativa del Fois dovrebbe in realtà intitolarsi Manuale di scrittura creativa, visto che soprattutto di questo si tratta: ma non sarebbe stato abbastanza “originale”. Tuttavia il libro di Fois l’ho letto con interesse in quanto mi ha dato spunto per chiarire il mio punto di vista sulla scrittura, mettendo in evidenza i molti punti in cui sono in totale disaccordo con lui, e anche i pochi concetti con cui invece mi trovo d’accordo.

Secondo il Fois il complimento migliore che si può fare a uno scrittore è «Ho letto un libro che avrei voluto scrivere io»[2]. Certo fa piacere, ma indica anche una certa invidia di fondo, un mettersi in competizione (odio la competizione): per me un complimento migliore sarebbe: «Mi sono affezionato alla storia, l’ho sentita mia». Capita di rado: io leggo almeno un centinaio di libri all’anno – per lavoro o per piacere – e quelli a cui mi sono “affezionato”, che ricordo anche a distanza di anni, si contano sulle dita di una mano. Che per il Fois la scrittura sia competizione si evince anche da questa frase, qualche pagina più in là: «Se uno non è abbastanza presuntuoso da pensare di poter essere il migliore, lo scrittore non lo fa. Ma se non è abbastanza umile da capire che tantissimi prima di lui hanno tentato e, spesso, fallito, questo lavoro non lo fa lo stesso. Nel primo caso declinerà la scrittura come atto ininfluente, nel secondo la declinerà come atto esclusivamente narcisistico. In tutti e due i casi non dura.»[3] No caro mio, uno non scrive per raggiungere i primi posti in classifica: uno scrive per lo stesso motivo per cui respira. Per vivere. Un vero scrittore, all’estremo, scriverebbe anche se fosse sicuro che nessuno lo leggerà. Scrivere è un imperativo interiore, fa parte della natura stessa della persona. Non è un mestiere come un altro.[4] Scrivere non è mai “ininfluente”: ogni parola influisce sul mondo, magari in modo minimo ma influisce, e sicuramente influisce sulla vita di chi scrive. Il lato “narcisistico” lo si può trovare in chi partecipa a molti concorsi letterari e si esalta se una giuria ha giudicato il suo testo migliore degli altri, come se questo fosse un giudizio assoluto (un’altra giuria avrebbe emesso un verdetto diverso…): questo lo trovo un po’ ridicolo visto dall’esterno, ma è un peccato veniale. Ognuno avrebbe la propria lista di autori a cui dare il Nobel, se dipendesse da lui, e confrontando queste liste non se ne troverebbe una identica all’altra.

Agli scrittori “arrivati” piace distinguersi, anche lessicalmente, dai propri colleghi, creando parole alternative perché non si abbia a confondere lo “scrittore” (di cui si sentono degni rappresentanti) con chi fa la stessa operazione (scrivere) ma con ben altri risultati. Fois adopera il termine “scrivente” per indicare tutti i suoi colleghi che affollano le librerie togliendo visibilità ai suoi “capolavori”: come piante che crescono sempre più in alto contendendosi la luce solare. Lo scopo dello scrivere, secondo Fois, è entrare nella storia della letteratura la quale «non si è quasi mai fatta con i campioni di incasso, ma con i campioni di resistenza»[5]. Fois è sicuro, con un atto di notevole preveggenza, che gli scrittori attuali (lui compreso?) non sono destinati a durare. Ma come? Non avevi insinuato che scopo dello scrittore è vendere? Che «il più nobile sforzo che uno scrittore possa fare è quello di avere tanti lettori»[6]? Adesso suggerisci l’equazione “molte vendite = scarsa qualità”? Mi paiono idee un po’ confuse…

Qualche accenno ai lettori comunque non manca visto che «non si scrive senza leggere»[7]. Nella stragrande maggioranza dei casi è così, questo non lo nego: io stesso sono un forte lettore, ma non mancano le eccezioni. Ci sono persone che pur avendo letto pochissimi libri in vita loro, o addirittura nessuno, scrivono come bambini delle elementari ma esprimendo il loro mondo interiore con una spontaneità che può risultare interessante tanto quanto il pensiero filtrato attraverso migliaia di letture[8]. I testi di questi autori non-lettori riempiono gli archivi diaristici, come quello di Pieve Santo Stefano, dove affluiscono studiosi da tutto il mondo: vogliamo buttarli via, signor Fois?

Non manca la solita frecciata al web, già lanciata da Umberto Eco[9]. Anche secondo Fois Internet «ha trasmesso l’illusione che chiunque abbia titoli per parlare di letteratura»[10]. Beh? Dov’è finito il sacrosanto diritto di parola? Un lettore che tu definisci “mediocre” non ha pure lui diritto ad avere i suoi gusti? Per essere definito da te persona titolata a parlare di letteratura deve essere uno che apprezza i tuoi libri? Io penso invece che chiunque abbia il diritto di dire “mi piace” o “non mi piace” di qualsiasi libro, fosse pure la Divina Commedia o I promessi sposi. Non esiste critico che può convincere qualcuno, soprattutto insultandone l’intelligenza, che quello che ha davanti è un capolavoro o una schifezza. Il lettore è il sommo giudice delle proprie letture, e ha tutto il diritto di criticare o lodare un libro sulla propria bacheca FB o blog, almeno finché siamo in democrazia e non in dittatura.

Altra “perla” del Fois: «Peculiarità del romanzo è di non trattare mai di felicità perché finisce sempre e comunque un attimo prima del suo raggiungimento»[11] Nella mia visione la felicità invece è centrale nel romanzo: chi è tanto masochista da leggere qualcosa che lo deprime, senza essere costretto? La lettura per me è parte della mia ricerca della felicità: amo il lieto fine, o comunque quello che lascia spazio alla speranza di una felicità futura. Perfino il Leopardi, col suo pessimismo cosmico, indicava agli uomini una via di riscatto, nel suo invito a unirsi fraternamente contro la “natura matrigna” e a cadere eroicamente nell’impari lotta (con questo non dico di trovarmi del tutto d’accordo col Leopardi, che di certo non è tra i miei autori preferiti).

Molti sono i generi scartati dal nostro Fois, ad esempio i libri “analgesico”: «se un romanzo, o presunto tale, agisce da analgesico, da oppiaceo contro la realtà, si può affermare che ci troviamo di fronte a un placebo e non, come dovrebbe, a un medicinale, nel senso che alla letteratura spetta generare anticorpi e non anestetizzare»[12]. E chi lo ha detto mai che uno non si possa anche leggere un libro di puro intrattenimento? Perché chiamare con disprezzo “paraletteratura” ciò che svolge comunque un’importante funzione, ossia di far passare qualche ora gradevole alla casalinga che, in vacanza sotto l’ombrellone, si legge un romanzetto rosa? Può essere vero che il Moccia di turno sia un «prodotto con la data di scadenza»[13], ma allora non dovremmo più bere latte perché sulla confezione c’è indicato entro quando va consumato? (non è il genere di libri che amo, ma riconosco il diritto altrui ad amarli anche se io non li leggerei)

Più avanti, continuando l’invettiva contro i libri che vendono più dei suoi, Fois conia il termine “romanzoidi” («oggetti con forma di romanzo senza la sostanza del romanzo»[14]): questo termine mi ha fatto ridere per la sua assurdità, come se ogni romanzo mirasse a cambiare il mondo. L’etica dello scrivere secondo Fois nasce da questa inquietudine; per lui «se si rinuncia a cambiare il mondo si rinuncia alla scrittura pur scrivendo»[15]. Lascio al lettore la riflessione su questo assioma.

C’è una cosa su cui però mi trovo in totale accordo: «il lettore deve avere la percezione che sappiamo di cosa stiamo parlando, con autorevolezza»[16]. Troppi autori scrivono senza conoscere l’argomento, o per esperienza personale o grazie a un lavoro preparatorio di ricerca che dovrebbe essere svolto molto seriamente: con questo non dico che chi si sente di scrivere di getto una storia senza conoscere bene l’ambientazione non debba farlo – la scrittura per me è innanzitutto libertà – ma rischia di cadere nel ridicolo se sgamato dal lettore. Se ad esempio io ambiento una storia negli anni Ottanta e inserisco un personaggio che riceve una telefonata sullo smartphone o un’e-mail… beh, ci siamo capiti.

Chi sono dunque, in sintesi, lo “scrittore” e il “lettore” per Fois? «Lo scrittore vive di scrittura, il lettore compra libri». Io direi “non necessariamente” in entrambi i casi: ci sono scrittori, divenuti anche famosi, entrati nella “letteratura”, che in vita non hanno venduto nemmeno un libro, come ci sono lettori, come il sottoscritto, che leggono molto ma non comprano libri (io li reperisco o agli scaffali del libero scambio – istituzione che trovo geniale –, oppure in biblioteca, o tramite scambi con i colleghi scrittori, o ancora tramite il mio lavoro di editor). La scrittura viene sempre prima dell’editoria e delle librerie: nasce dalla narrazione orale, dal gusto di raccontare storie, e quel gusto per fortuna non ci sarà mai un Fois che potrà guidarlo.

Firenze, 12 maggio 2020

Bibliografia

Fois M., Manuale di lettura creativa, Torino, Einaudi, 2016.

Note

[1] Fois M., Manuale di lettura creativa, Torino, Einaudi, 2016, p. 13.

[2] Ivi, p. 5.

[3] Ivi, pp. 11-12.

[4] Vedi Acciai M., Chi è davvero uno scrittore? Ovvero: poniamo che nessuno compri più libri…, in «Sìlarus», n. 274, marzo-aprile 2011.

[5] Fois M., op. cit, p. 23.

[6] Ivi, p. 44.

[7] Ivi, p. 22.

[8] Mi viene in mente come esempio mio zio Siro Baggiani e il suo La quercia di Giotto e altri scritti mugellani (N.O.S.M., 2019).

[9] «I social media danno diritto di parola a legioni di imbecilli che prima parlavano solo al bar dopo un bicchiere di vino, senza danneggiare la collettività. Venivano subito messi a tacere, mentre ora hanno lo stesso diritto di parola di un Premio Nobel. È l’invasione degli imbecilli.» (Ansa)

[10] Fois M., op. cit, p. 23.

[11] Ivi, p. 25.

[12] Ivi, p. 29.

[13] Ibidem.

[14] Ivi, p. 31.

[15] Ivi, p. 35.

[16] Ivi. P. 37.

Neologiorno n.10: Pirsingare

di Stefi Pastori Gloss

Pirsingare [pir-sin-gare (io pir-sìn-go)]

SIGN Azione del perforare con ago sterile alcune parti del corpo per l’inserimento di anelli, orecchini e simili. Derivato dall’angloamericano (to) pierce “perforare, trapassare” con traslitterazione italiana della pronuncia britannica. Pratica oggi ornamentale rapidamente diffusasi nei paesi europei, Italia compresa, iniziata in Gran Bretagna dagli anni Settanta del secolo scorso, è stata introdotta dalla subcultura giovanile dei punk caratterizzata dalla ribellione alle convenzioni sociali e dal rifiuto radicale del modello di vita borghese, con finalità dunque  sovversive, venendo poi a costituirsi in fenomeno di costume in una ventina d’anni. L’usanza di manipolare il corpo contraddistinguendolo con traforazione di narici, setto nasale e lobo delle orecchie, scarificazioni, tatuaggi, inserimento di protesi allo scopo di ottenere deformazioni rispetto alla normale forma corporea, è tuttavia assai antica e già diffusa in tutto il mondo in diverse società tribali. In particolare, la foratura del labbro è diffusa nell’Africa nera e nell’America Meridionale. Gli Eschimesi pirsingano gli angoli delle labbra, mentre alcune tribù brasiliane lo fanno alle guance. Presso alcune tribù del Brasile orientale e tra le popolazione andine è endemico il ‘botoco’: dischi o cilindri di vari materiali ficcati nel lobo, man mano sostituiti con altri più grandi fino che questo si deforma riducendosi a mera striscia di pelle che tocca le spalle. Qui in Europa sono definiti dilatatori e talvolta chi li introduce nei propri lobi dopo qualche anno li elimina, facendosi  rimuovere chirurgicamente l’area deformata, quasi in forma di inusitata richiesta di perdono al proprio corpo. Queste prassi di alterazione del soma non hanno finalità puramente decorative, ma anche complesse liturgie traslate e esoterico-cerimoniali: in particolare sono un fattore dei ‘riti di iniziazione’ molto dolorosi, segnanti l’ingresso dell’individuo nell’età adulta o in un’aggregazione sociale attraverso il superamento di cimenti di coraggio e di resistenza al dolore, persino con abbondanti perdite di sangue. La sopportazione delle sofferenze  in stoico silenzio è un elemento fondamentale della cerimonia, in quanto dimostra coraggio e valore del soggetto. A riguardo della sottocultura punk, ribellismo e trasgressione sono comuni a molti gruppi giovanili, ma nei punk la protesta e il distacco dalla società ‘normale’ si manifestano attraverso forme espressive straordinariamente creative, soprattutto nel campo della musica e della moda. Rigettando i canoni morali ed estetici accettati dalla massa, i punk creano uno stile di abbigliamento da una parte formalmente trasandato, dall’altra curato nei minimi particolari e di forte impatto visivo: tentacolari pettinature dai colori rutilanti e orpelli inventati con oggetti poveri, come catene e borchie, lamette, spille da balia, spilloni infilati nel naso, nelle orecchie e nelle guance, barrette di ferro al sopracciglio, sferette d’acciaio sotto il labbro, anelli applicati al setto nasale, ai capezzoli e ai genitali, raggiungono lo scopo di suscitare sconcerto e repulsione nei benpensanti. In definitiva, pirsingarsi rappresenta una sorta di arcano rituale che consacra l’appartenenza al gruppo e l’autoesclusione dal resto della società attraverso il superamento di prove fisiche e di imperturbabilità al dolore. Negli anni Ottanta i creatori di moda intuiscono il potenziale dell’estetica punk e saccheggiano a piene mani il suo repertorio espressivo, compreso il piercing. Addomesticato e spogliato della sua carica disinibita, il piercing si trasla da corpo ad ornamento degli abiti. Non scandalizzano quasi più corpi, lingue e volti incastonati da anelli, sferette e barrette, sempre più spesso in oro e argento anziché in ferro e acciaio come gli ornamenti dei punk originari. Farsi pirsingare Il piercing non è più un rito iniziatico praticato con strumenti di fortuna, doloroso e rischioso: oggi le perforazioni sono effettuate di solito con strumenti sterilizzati e talvolta in anestesia locale. Nato come una dichiarazione di guerra contro la società, il piercing è stato trasformato in un innocuo fenomeno di costume e prontamente inglobato in quel modello di vita borghese che il movimento punk voleva scardinare.

Alcune riflessioni su guerre e genocidi

Di Massimo Acciai Baggiani

marainiTra i molti libri letti durante la quarantena, un romanzo di Dacia Maraini mi ha dato l’occasione per mettere per scritto alcune riflessioni su tematiche toccate dalla storia, ambientata in Europa in piena guerra fredda. Il treno dell’ultima notte non è un libro per stomaci delicati: la Maraini non risparmia al lettore che, come la protagonista, «vuole mettere il naso nella merda»[1], nessuno degli orrori dei lager nazisti o dei regimi cosiddetti “comunisti”, «cose talmente vere che sembrano finte, talmente vere che diventano sublimi nella loro irrealtà.»[2] tanto che anche noi lettori ne siamo sconvolti, ci sentiamo in qualche modo incapaci di capire fino in fondo l’orrore, perfino vagamente colpevoli anche se siamo nati decenni dopo quell’epoca oscura. Quando si pensa di esserci abituati alla narrazione dei crimini del nazismo, capita di leggere un libro come questo e di esserne ancora scossi.

La storia è quella di un viaggio all’inferno: non quello dantesco nell’aldilà, ma quello di Amara, giornalista italiana ossessionata dalla ricerca di Emanuele, antico compagno di giochi d’infanzia, primo amore, scomparso come tanti ebrei nell’orrore della seconda guerra mondiale. Amara vive a Firenze, nel mio stesso quartiere, Rifredi: molti sono i luoghi citati a me familiari (via Alderotti, Villa Lorenzi, via degli Incontri, piazza Dalmazia, il Terzolle… ma anche il mio amato Monte Morello).

Amara è stata appena sfiorata dalla guerra (anche se pure lei ha fatto la fame); si è poi rifatta una vita, si è sposata, ma non ha mai dimenticato Emanuele, la cui famiglia benestante ha avuto la poco brillante idea di tornare a Vienna (da cui molti ebrei fuggivano) proprio durante le persecuzioni razziali, sicura della propria intoccabilità aristocratica. Adesso, Amara è una donna e fa la giornalista: può attraversare confini. Il viaggio la porta, in piena guerra fredda, oltre cortina, da Auschwitz a Vienna e da qui a Budapest, dove capita alla vigilia della rivoluzione ungherese del 1956 – e come giornalista mancherà lo “scoop” a causa delle difficoltà di comunicazioni col suo giornale in Italia – in un’Europa dell’Est ancora ferita, sotto un regime non meno sanguinario di quello da poco sconfitto. Amara incontrerà due uomini che la aiuteranno nella sua ricerca disperata che, suo malgrado, giungerà a una conclusione: non quella sperata purtroppo. Emanuele è morto e sepolto: al suo posto c’è un uomo distrutto, imbestialito, che non ha mai saputo superare il trauma di Dachau.

Manca insomma il lieto fine: non può esserci, dal lager non se ne esce vivi neppure se si viene salvati – come già dimostrato da Primo Levi. Si è comunque morti dentro. L’orrore è assoluto. Ancora oggi gli ebrei giustamente ci tengono a che non venga mai dimenticato – anche se molti hanno la memoria corta e le nuove generazioni pare non abbiano imparato molto dai padri. Il 27 gennaio, Giorno della Memoria, è dedicato al Genocidio per antonomasia, la Shoah, l’Olocausto. Guai a dimenticarlo, o aggiungere postille, altrimenti si viene tacciati come minimo di antisemitismo, se non proprio di nazismo.

Dopo la lettura del romanzo della Maraini – come dopo qualsiasi testimonianza dei lager (da Se questo è un uomo a Schindler’s list) non sarebbe però male prendere una qualsiasi Bibbia e aprirla a Deuteronomio 7,1-5:

«Quando il SIGNORE, il tuo Dio, ti avrà introdotto nel paese che vai a prendere in possesso, e avrai scacciato molti popoli: gli Ittiti, i Ghirgasei, gli Amorei, i Cananei, i Ferezei, gli Ivvei e i Gebusei, sette popoli più grandi e più potenti di te; quando il SIGNORE, il tuo Dio, li avrà dati in tuo potere e tu li avrai sconfitti, tu li voterai allo sterminio[3]; non farai alleanza con loro e non farai loro grazia. Non t’imparenterai con loro, non darai le tue figlie ai loro figli e non prenderai le loro figlie per i tuoi figli, perché distoglierebbero da me i tuoi figli che servirebbero dèi stranieri e l’ira del SIGNORE si accenderebbe contro di voi. Egli ben presto vi distruggerebbe. Invece farete loro così: demolirete i loro altari, spezzerete le loro statue, abbatterete i loro idoli d’Astarte e darete alle fiamme le loro immagini scolpite.»

Cosa vorresti insinuare? Mi domanderebbe qualcuno, non necessariamente ebreo. Vorresti dire forse che la Shoah è stata una sorta di punizione karmica per l’antico genocidio biblico dei cananei e compagnia bella?

Sarebbe una lettura un po’ banale e comunque fuorviante. Non credo nel karma collettivo; penso che ognuno abbia solo il proprio karma personale, ed è più che sufficiente. Gli ebrei del XX secolo non erano fisicamente gli stessi che uccidevano donne e bambini in “terra santa”, né lo avrebbero mai fatto. La stragrande maggioranza degli ebrei di oggi, come di quelli del secolo scorso, è composta da brava gente, poco ortodossa, pacifica e priva di fanatismo: un po’ come i cattolici. Sì, ci sono anche i fanatici, come in qualsiasi gruppo umano, ma sono pochi e non fanno testo. Pochi tra i cattolici hanno letto il Deuteronomio, così come non tutti gli ebrei conoscono o approvano la Torah (nascere ebreo è un fatto etnico, non una scelta religiosa: se si ha la sfiga di nascere tra ebrei osservanti si subisce una mutilazione genitale da piccoli, ma c’è a chi va peggio… ad esempio a chi nasce femmina in un paese islamico): a coloro però che condannano la Shoah e approvano i genocidi compiuti dai propri antenati, dico solo che non fanno un buon servizio alla propria causa. Non vedo una grande differenza tra il credo ariano della “razza superiore” e quella del “popolo eletto” promossa dagli ebrei antichi e da quelli moderni che bombardano i palestinesi in nome della medesima “terra promessa”[4].

Io non credo nei genocidi di serie A e in quelli di serie B: un genocidio è unico, e non può avere mai alcuna giustificazione. Ma è corretto dunque accostare uno sterminio avvenuto millenni fa ad uno accaduto nella “civilissima” Europa del XX secolo, dopo l’Illuminismo, la Rivoluzione Francese e Americana, e poco prima della Dichiarazione universale dei diritti umani? A chi si è posto la mia stessa domanda – ebbene sì, non sono il primo – è stato risposto con un NO secco. Un bambino trucidato tremila anni fa non vale un bambino gasato ottanta anni fa. Era un altro mondo, quello in cui agivano gli ebrei veterotestamentari: altri valori, altra considerazione della vita umana. Bene, sono d’accordo: nel 1000 a.C. un genocidio era normale amministrazione, non si scandalizzava nessuno. Perché dovremmo scandalizzarci, oggi, se un dio “misericordioso” ordinò al proprio popolo di cancellarne altri sette? Risponderei: per la stessa ragione per cui oggi ci scandalizziamo se decine di milioni di ebrei (e omosessuali, e zingari, e comunisti, ed esperantisti…) sono stati assassinati e ridotti in cenere. Perché la vita umana è sempre sacra. È più sacra di qualsiasi culto, di qualsiasi nazionalismo, di qualsiasi bandiera, di qualsiasi ideale. Uno degli argomenti più forti con cui sostengo il mio ateismo e il mio antifascismo è proprio questo: un dio buono non avrebbe mai permesso un singolo omicidio, figuriamoci quello di un intero popolo, e figuriamoci poi ancora di più se ordinato dallo stesso dio.

Il discorso si potrebbe ampliare agli innumerevoli genocidi e alle altrettanto innumerevoli guerre della Storia nota – gli armeni, gli indios, gli indiani d’America, i catari, e chi più ne ha più ne metta – ma penso di aver chiarito il punto. Una guerra giusta non esiste. Solo il giorno in cui non esisteranno più “popoli” – ebrei, islamici, italiani, americani, africani, eccetera – ma ci sarà un unico grande “popolo”, quello “umano”, anzi quello degli “esseri senzienti”, solo allora e non prima si potrà parlare di “giustizia” anche in concreto. L’uomo vedrà mai quel giorno? Solo se saprà vincere la sua oscurità e saprà riconoscere se stesso nell’altro, se si sentirà parte integrante dell’universo intero, se capirà che fare del male agli altri è in fondo farlo a se stesso… solo allora l’uomo sarà divenuto simile a una divinità, ma certo non quella hitleriana dell’Antico Testamento o delle altre religioni teiste. Spiace dirlo, ma è così. Io credo che l’uomo si meriti questo futuro luminoso, fintanto che sulla terra esisteranno dei sognatori.

Firenze, 21 aprile 2020

Bibliografia

Maraini M., Il treno dell’ultima notte, Milano, Rizzoli, 2010.

Note

[1] Maraini M., Il treno dell’ultima notte, Milano, Rizzoli, 2010, p. 413.

[2] Ibidem.

[3] Il corsivo è mio.

[4] A pag. 144-145 del romanzo della Maraini c’è un’interessante “confessione” di alcuni ebrei ritornati da Israele che, pur non rinnegando la loro fede ebraica e sostenendo le ragioni del proprio popolo, mettono in discussione la soluzione armata alla questione palestinese, usando esplicitamente la parola “invasione”.

Considerazioni sul concetto di libertà

Di Massimo Acciai Baggiani

Martin_Luther_King,_Jr.«La mia libertà finisce dove comincia la vostra» diceva Martin Luther King. Questa frase, su cui mi trovo assolutamente d’accordo, è di estrema attualità in questo periodo di misure di contenimento di una pandemia, ma merita dei chiarimenti. Io la interpreto così, alla luce degli eventi di questi giorni: la libertà non è fare tutto ciò che ti passa per la testa, fregandotene delle conseguenze delle tue azioni sugli altri. Quella non è libertà, è un’altra cosa. Le parole sono importanti, come diceva qualcuno, e alcune si prestano facilmente a fraintendimenti. Quando leggo, sui social, post contro il governo che ha «annullato le sacre libertà costituzionali» di uscire di casa e aggregarsi, o quando vedo esponenti di Forza Nuova che portano una bandiera con suscritto «Libertà» mentre vanno a fare una marcia non autorizzata a piazza San Pietro, o ancora quando sento un fascista che auspica l’abolizione del reato di apologia del fascismo in nome della «libertà di pensiero», penso che forse questa parola, «libertà» sia la più fraintesa del vocabolario di tutte le lingue, e mi cascano le braccia.

Premetto che io sono anarchico – precisamente un “anarchico utopico” (ossia per me il mondo perfetto è un mondo in cui non c’è bisogno di leggi o regole, perché spontaneamente gli uomini e le donne si rispettano e vivono in armonia): può sembrare quindi strano che in questo momento storico mi faccia acceso difensore di regole che limitano la “libertà”, per me bene supremo («Liberté, égalité, fraternité» riassumono la mia idea politica). No, non c’è nessun paradosso: la libertà in cui credo non è quella di uscire di casa ed esporsi/esporre al contagio, solo perché si ha la fregola di fare due passi, ma quella di essere liberi anche tra le mura domestiche, pensando a coloro che vorrebbero esserci a casa ma non possono – perché non ce l’hanno una casa, oppure perché devono andare al lavoro, rischiando la vita. La libertà in cui credo io è, purtroppo, qualcosa che si concretizzerà per l’uomo del futuro, quando supererà la propria umanità per non estinguersi: per l’uomo reale, di oggi («effettuale» direbbe Machiavelli), ci vogliono purtroppo delle regole, soprattutto per gli italiani; ma che siano regole basate sul buonsenso, che mirino al bene di tutti senza creare privilegi, e che vengano imposte al riottoso italiano che crede sempre di essere più “furbo” degli altri (e ritiene la “furbizia” una virtù).

220px-Former_President_Toda«Un uomo è libero nel momento in cui desidera esserlo» scriveva Voltaire; Josei Toda, secondo presidente della Soka Gakkai, arrestato, durante la seconda guerra mondiale, dal regime militare giapponese per le sue idee pacifiste e democratiche, dichiarava di essere più libero lui in prigione che suoi carcerieri. Grandi uomini, direte, certo. A me queste quattro mura vanno strette, non dico di no: mi manca il caffè che ero solito prendere al bar, leggendo il giornale, mi mancano le passeggiate, le corse in bicicletta, mi manca il mio lavoro (perso a causa della quarantena), mi mancano il contatto con i miei amici e tante piccole cose che prima davo per scontate. A volte mi sembra di impazzire, lo confesso. Ma il mio sacrificio è ben poca cosa rispetto a quello di altri, e comunque il pensiero di contribuire, seppure in piccolissima parte, alla soluzione di questa pandemia, affinché ci siano meno vittime possibile, mi rende sopportabile questa reclusione, le dà un senso.

Io resto a casa quindi. Perché dunque ce l’ho con chi dice «Tu resta pure a casa, io esco! Se poi vengo contagiato, almeno me ne andrò a testa alta, libero, e non come un pecorone sorvegliato dai droni!»? Perché, come diceva Luther King, la tua libertà sta invadendo la mia, ossia quella di poter uscire di casa il prima possibile, in sicurezza, quando questo casino sarà passato grazie anche al sacrificio di molti che, come me, se ne stanno a casa. Se tu esci, metti in pericolo anche me, indirettamente, oltre che te stesso.

Proprio mentre sto scrivendo, si è accesa una polemica che vede contrapporsi il governo italiano e i vescovi cattolici. Con ciascuna parte si schierano i laici e i fedeli più irresponsabili (molti no-vax, qualche fascistello di Forza Nuova, eccetera). Già Salvini aveva proposto di riaprire le chiese per pasqua (idea sostenuta con veemenza anche da Davide Rondoni, versificatore ciellino, su Facebook); idea balzana per fortuna non presa in considerazione da chi gestisce questa quarantena (in modo non ottimale forse, ma sicuramente lodevole). Con la fase 2 si è riaccesa la polemica quando nel discorso di Conte non è stata contemplata la riapertura alle cerimonie religiose (salvo i funerali, con un massimo di 15 partecipanti morto compreso). Subito si è parlato di «attentato alla libertà di culto» e il povero Conte, intimorito, sta già pensando di fare marcia indietro. I cattolici si fanno sempre riconoscere: già durante la quarantena più di un prete aveva trasgredito la legge, con la sicumera di essere al di sopra dei decreti del governo, adesso vorrebbero riportare il popolo nelle chiese, pur se «garantendo la sicurezza» (come si può garantire la sicurezza al 100%? Il rischio, per quanto piccolo, non sarà mai pare a zero[1]).

Trovo che ciò sia semplicemente pazzesco. Noi buddisti, come tutte le altre fedi presenti sul territorio italiano, abbiamo sospeso le nostre riunioni e nessuno si è lamentato; è prevalso il buon senso. Perché i cattolici invece vorrebbero il solito trattamento privilegiato, mettendo a rischio la salute di tutti? La risposta è: perché il cattolicesimo è una religione basata più sulla “pancia” che sul cervello, più sull’egoismo che sull’altruismo. A molti cattolici piace far polemica; quando si parla di preti pedofili o cardinali che si rifanno l’attico con i soldi destinati ai poveri si sentono attaccati, quando invece si chiede loro di collaborare col personale medico, che combatte in prima linea per salvare il culo anche a loro, trovano appropriato remare contro, per buttarla in politica, per ostacolare la “scienza materialista”. Il medioevo non è mai finito; resiste in molte sacche, per fortuna minoritarie, ancora oggi. La “libertà” di andare a messa cozza con il diritto alla salute e alla sicurezza di tutti, ma al signor Rondoni e al signor Salvini questo non importa: l’importante è ribadire che l’Italia non è uno stato laico (come sancito dalla Costituzione) ma è “terra cattolica”.

Il discorso sulla libertà di uscire di casa a fare due passi o per andare a messa si inserisce in un discorso ben più ampio, che meriterebbe un intero libro, ma il succo è sempre lo stesso. Libertà è rispettare e farsi rispettare. La “libertà” di chi diffonde fake news su Facebook o in televisione, di chi grida al complotto, di chi propaga odio verso gli omosessuali, i pacifisti, le donne, i migranti o chi segue un’altra religione, di chi vorrebbe riportare in auge idee del triste Ventennio… non è vera libertà. Cos’è? La lingua italiana è molto limitata da questo punto di vista, non è una lingua adatta alle sottigliezze filosofiche.

voltaire«Internet?» diceva Umberto Eco «Ha dato diritto di parola agli imbecilli: prima parlavano solo al bar e subito venivano messi a tacere». Questa frase mi ha sempre irritato, perché è troppo generica ed è anche falsa: gli “imbecilli” vengono subito messi a tacere anche sui social, non è cambiato nulla da questo punto di vista. Se uno è in buona fede ma male informato ha comunque diritto a dire la sua; se sostituiamo la parola “imbecilli” con “fascisti” (nel senso più ampio del termine) allora concordo con Eco (sulla prima parte della sua frase). I fascisti, che quando erano al potere non hanno mai riconosciuto il diritto di parola agli avversari, e oggi usano molto e a sproposito il termine “libertà” e ci aggiungono anche – proprio loro! – il termine “dittatura”, non coglierebbero certo l’ironia di questa frase di Voltaire: «Proclamo ad alta voce la libertà di pensiero e muoia chi non la pensa come me».

Firenze, 14 aprile 2020

Note

[1] Neanche nei supermercati il rischio è zero, ma se permettete far provvista di cibo è un attimino più importante che andare in chiesa. Si può pregare benissimo anche da casa.

Neologiorno n.9: Porcellitudine

di Stefi Pastori Gloss

[por-cel-li-tù-di-ne]

SIGN Inequivocabile disposizione innata per certe attività, tendenti per lo più all’erotizzazione delle relazioni umane e non.

Commistione di attitudine, voce dotta recuperata dal latino medievale [aptitudo -ĭnis], derivato  di [aptus] ‘adatto’  dell’inizio del XIV secolo; e porcello, diminutivo grazioso dal latino [porcum] intorno al XIII, che identificherebbe una certa simpatica disinibizione nel sesso. Nata sul finire del 2012, se ne attesta l’utilizzo con l’assidua frequentazione delle chat per incontri per essere meglio descrittivi in determinati contesti di natura sessuale.

A volte è mischiando assieme le parole che da un paio di queste, comunissime, se ne fa una letteraria – il cui significato è lampante per tutti e tutte, da subito.

Porcello: a guardarla, si capisce subito che si parla non di sudiciume nella persona, di sporco (di fango, non lavato, incrostato, puzzolente), ma di piacere. Quel diminutivo ci illumina sulle doti licenziose della persona, che allegramente se la fa con tutti, e tutte, evitando giudizi morali a sottendere un’eventuale recarsi in confessionale.

Anzi, è evidente che si tratta di un più trasparente ‘disinibito’ con la sottolineatura dell’ ‘avere propensione a’. Porcellitudine, pertanto, ci parla di un’espressione verbale di gioia, gradimento, ammirazione di se stesso e dell’altro o altra, o entrambi, specie davanti a un successo altrui (di norma dell’elemento maschile, se vogliamo definire ‘successo’ l’ejaculatio, ma anche femminile, che capita solo a quanto pare quando l’elemento maschile la stimoli a dovere), a un appagamento importante, a un soddisfacimento erotico particolarmente riuscito.

Non cambia l’atto, cambia la partecipazione personale all’atto, più coinvolto, dove il o la porcella che usa la porcellitudine a proprio vantaggio e a quello altrui, prende il tempo e lo spazio per inquadrare le formule di riconoscimento in una situazione condivisa, in un insieme.

Posso dire che voglio fare mia la procellitudine per amarti meglio, o raccontare che Caia si è profusa in porcellitudine sperticata, o descrivere l’effetto che ha sulle mie carni la sua porcellitudine.  Quindi, si parla sì ricercatezza, ma non secca, non distaccata, diplomatica, insomma, direi quasi garbata. Il paradosso è che la nuova parola letteraria, aulica, è meno stentorea e reboante di quella comune, ovvero di ‘libidinoso o libidinosa’.  (Però non riesco a togliermi di testa che la porcellitudine debba essere anche quella che si applica pure nei confronti dell’unico amore di tutti i giorni.)

Per collaborazioni artistiche:
Stefi Pastori Gloss (Gruppo di Lavoro e Osservatorio Sessismo e Stalking)
Profilo FB: https://www.facebook.com/pastoristefania.gloss
Profilo Instagram: @stefipastorigloss
Profilo Twitter: @pastoriGLOSS

Slavoj Žižek: «Coronavirus: un nuovo comunismo può salvarci»

slavojL’ultima opera di Slavoj Žižek è, Virus editore Ponte alle Grazie si descrive la  pandemia di coronavirus  che sta trasformando i rapporti tra individui e le relazioni internazionali tra gli Stati. Slavoj Žižek ha una logica di un bipolarismo che guida in una totale confusione. Che cosa dice: «Questa realtà ci obbliga a ridurre concretamente le nostre libertà? Certo, le quarantene e simili provvedimenti limitano la nostra libertà, e ci vorrebbero dei nuovi Assange qui per smascherare possibili abusi. Ma la minaccia di un contagio virale ha anche dato un impulso formidabile alla formazione di nuovi modi di solidarietà locale e globale, per di più ha reso manifesta la necessità di sottoporre al controllo anche lo stesso potere.» E continua con un’antitesi, – è l’antitesi della logica bipolare – «Magari si propagherà un virus ideologico diverso e molto più benefico, e che ci infetti c’è solo da augurarselo: un virus che ci faccia immaginare una società alternativa, una società che vada oltre lo Stato-nazione e si realizzi nella forma della solidarietà globale e della cooperazione.»

L’antitesi: Il coronavirus è una malattia del globalismo dei confini aperti dell’ economia dello sviluppo oggi si è passati (come dice Giulio Tremonti)   da quello che era considerato il giusto global order a qualcosa di oggettivamente diverso che taluni chiamano global disorder.

La nostra epoca segna un ulteriore passaggio dall’ utopia alla distopia. Il coronavirus è la distopia che viene. Slavoj Žižek  accetta quello che diceva Rahn Emanuel «mai lasciare che una buona crisi vada sprecata» e cosi vede una opportunità di avere un nuovo comunismo. Non è un comunismo politico, ma un comunismo della solidarietà. Che cosa non capisce Slavoj Žižek? Il comunismo è un sistema politico dei rapporti sociali mentre l’epoca della pandemia è una vita a distanza, non ha visto la differenza  Slavoj Žižek, non ha visto anche  che non esiste la solidarietà?  Basta vedere che cosa è successo in Europa. Per esempio la Germania preparava il divieto di export dei dispositivi di protezione: guanti, mascherine, occhiali, tute. Dov’è la solidarietà Slavoj Žižek? Ancora non vedi Slavoj Žižek la realtà?  Non vedi lo sfacelo dell’Europa?

Non siamo in una situazione di emergenza come crede Slavoj Žižek ma siamo in una nuova epoca. Questo non può capire Slavoj Žižek. E come diciamo il topo non vede più il gatto, ma soltanto il formaggio cosi funziona anche Slavoj Žižek.

Il coronavirus, è una vera pandemia, che dovrebbe spingere tutti i Paesi alla realizzazione di un Governo mondiale. Che cosa diceva Jacques Attali nel lontano 2009. « La storia ci insegna che l’umanità evolve significativamente soltanto quando ha realmente paura: allora essa inizialmente sviluppa meccanismi di difesa; a volte intollerabili (dei capri espiatori e dei totalitarismi); a volte inutili (della distrazione); a volte efficaci (delle terapeutiche, che allontanano se necessario tutti i principi morali precedenti). Poi, una volta passata la crisi, trasforma questi meccanismi per renderli compatibili con la libertà individuale ed iscriverli in una politica di salute democratica…E, anche se, come bisogna ovviamente sperare, questa crisi non sarà molto grave, non bisogna dimenticare, come per la crisi economica, di impararne la lezione, affinché prima della prossima crisi – inevitabile – si mettano in atto meccanismi di prevenzione e di controllo, come anche processi logistici di un’equa distribuzione di medicine e di vaccini. Si dovrà per questo, organizzare: una polizia mondiale, un sistema mondiale di stoccaggio (delle risorse) e quindi una fiscalità mondiale. Si arriverebbe allora, molto più rapidamente di quanto avrebbe permesso la sola ragione economica, a mettere le basi di un vero governo mondiale.»  Non sembra che le parole di Jacques Attali siano state ascoltate. Abbiamo una guerra biologica e come diceva Randolpf.  S. Bourne la guerra mantiene lo stato in buona salute. Infine Slavoj Žižek non ha capito niente.  Sicuramente Slavoj Žižek si chiama principe della balordaggine o della sciocchezza.

Apostolos Apostolou

Scrittore e docente di filosofia.

Lo Stupore e il Mistero

Di Massimo Acciai Baggiani

giussaniInnumerevoli sono i movimenti sorti nell’ambito della chiesa cattolica, soprattutto nello scorso secolo. Io ne ho conosciuti personalmente tre: quello dei Ricostruttori, dei Focolarini (a cui ho dedicato un capitolo nel mio libro Due passi indietro[1]), ma quelli che ho frequentato più a lungo sono senza dubbio i Ciellini: più o meno una decina d’anni. Premetto che non sono mai stato un seguace di don Giussani (1922-2005), né ho mai aderito a Comunione e Liberazione: quando incontrai per la prima volta il movimento, creato dal prete lombardo nel 1954, ero una ateissima matricola alla facoltà di Fisica e Matematica, nell’autunno del ‘94.

Avevo ufficializzato il mio ateismo con i miei genitori[2] un paio di anni prima e da un anno non frequentavo più la parrocchia di Santo Stefano in Pane, soprattutto dopo il disastroso campo di lavoro a Cuneo, nell’estate del ’93, quando mi venne la malaugurata idea di fare volontariato nella Emmaus. Fui abbordato da studenti universitari più grandi e invitato a studiare con loro. Quegli incontri si concludevano con una sospetta preghiera, a cui partecipavo mio malgrado. All’epoca non avevo idea di cosa fosse CL: lo avrei scoperto comunque col tempo. Abbandonati gli studi di Fisica, dopo solo un mese, mi iscrissi a Lettere: all’inizio del nuovo anno accademico, nel ’95, fui di nuovo abbordato alla segreteria studenti da alcuni ciellini che davano una mano alle matricole a compilare i vari moduli. Tra questi c’era una ragazza che mi piaceva molto fisicamente.

Mi lasciai così convincere a partecipare alle loro “scuole di comunità”: delle riunioni che si tenevano con cadenza settimanale[3], se ricordo bene, dove venivano lette e commentate le opere del Giussani. Si trattava di libri scritti con un linguaggio oscuro, ermetico, in una sorta di gergo teologico-filosofico in cui ricorrevano parole chiave quali “stupore”, “Mistero[4]”, “Volto[5]”, “incontro[6]”, eccetera. Erano lezioni in cui capivo poco o nulla, di una noia mortale, e a cui partecipavo malvolentieri; ma come dir di no a un bel visino che per lo più mi prendeva in considerazione? Bisogna dire che all’epoca il mio rapporto con l’altro sesso era piuttosto problematico: ero timidissimo, le ragazze mi ignoravano, quindi scambiai per interesse e amicizia il fatto che la ciellina in questione mi venisse a cercare, fosse pure solo per fare proselitismo. Partecipai così alle loro gite, alle feste universitarie, alle conferenze[7], ai capodanni e soprattutto alle vacanze estive in montagna.

Ammetto che tra il 1996 e il 2004 ho trascorso delle fantastiche settimane sulle Alpi (La Thuile, la Val di Fassa, la Svizzera…): erano degli ottimi organizzatori, il programma era sempre interessante, i luoghi bellissimi e gli alberghi di prim’ordine e a basso prezzo. Unico neo: le loro ossessive scuole di comunità, che comunque riuscivo a disertare quasi sempre.

Dal punto di vista umano invece lasciavano parecchio a desiderare: in dieci anni non ho mai stretto una vera amicizia, e anzi ricordo quando, durante la mia ultima vacanza sulle Dolomiti ebbi un piccolo incidente durante una camminata[8] e nessuno mi aiutò: tanto per restare in tema, mi sentivo un po’ come il tizio del Vangelo scavalcato dai vari preti, in attesa di un buon samaritano che non arrivò mai. Ricordo anche che erano molto inquadrati, come tanti soldatini: le camminate venivano svolte tutte in fila indiana – una fila lunghissima, visto che si parlava di centinaia di persone – lungo i sentieri montani, in assoluto silenzio (io ascoltavo musica con le cuffie), ligi alle direttive dall’Alto. La cosa più sconcertante per me però era assistere all’Angelus, una preghiera che veniva fatta la mattina con voce robotica e alienata. Ricordo anche un altro episodio che la dice lunga sull’ipocrisia ciellina: un giorno uscendo da una delle loro riunioni in montagna non trovai più l’ombrello, che avevo lasciato all’ingresso del salone. Stava piovendo, così feci una corsa sotto l’acqua fino all’albergo, domandandomi chi fosse quel figlio di puttana che me lo aveva fregato: venne fuori che era stata la moglie di uno dei capi, perché aveva dimenticato il suo in hotel e aveva pensato di prendere quello di un “sottoposto”. Quando ne chiesi la restituzione, quella mi guardò come se fossi un rompiscatole e mi chiese: «Adesso?»

Nel 2001 mi laureai, l’anno successivo incontrai il buddismo di Nichiren Daishonin, ma continuai a frequentarli ancora per un paio di anni, sfruttandoli come “agenzia di viaggi”, così come loro avevano sfruttato me. Ovviamente non ho mai parlato delle mie idee religiose con loro, non le avrebbero comprese e sarei stato allontanato senza tanti complimenti[9].

Non ho mai letto per intero un libro di Giussani – verso cui i ciellini hanno un vero e proprio culto della personalità, tant’è che un giorno che apparve su tetto dell’albergo fu inneggiato neanche fosse apparsa la Madonna! – ma se è vero che dai frutti si riconosce l’albero, non credo che mi sarei sentito a mio agio a dialogare con costui. Colto, coltissimo, non dico di no – i riferimenti letterari e filosofici abbondavano nei suoi testi, spesso reinterpretati a modo suo[10] – ma arido e cervellotico, tutto il contrario di una Chiara Lubich[11] o di un Guidalberto Bormolini[12]. Anni dopo aver chiuso con i ciellini mi è capitato tra le mani un suo testo didattico per l’ora di religione ad uso dei licei: l’ho preso per curiosità dal solito scaffale del libero scambio e ho cercato di comprendere che cosa mi ero perso negli anni universitari, alla luce di un bagaglio culturale più ampio e di tanti dialoghi con esponenti di religioni diverse. Non un granché, mi pare: Giussani era un conservatore, dietro un’apparente adesione alla razionalità propugnava idee medievali, cadeva spesso in contraddizione, aveva insomma qualcosa di respingente per me.

È interessante vedere come si rapportava alle altre religioni. Come valutarle? Il sincretismo[13] è da evitare, così come il razionalismo (ossia studiarle tutte e scegliere poi quella che convince di più – soluzione dichiarata «astratta» e «impossibile»[14] – o almeno studiare quelle più diffuse[15] – e qui il Giussani ci fa un po’ sorridere con la constatazione che così, visto che nel I secolo d.C. i cristiani erano una piccola minoranza, «avrei dovuto trascurare quel minuscolo gruppo d’uomini e non avrei mai scoperto che la mia verità era invece proprio lì»[16]). Insomma, l’unico approccio sensato secondo il nostro autore è quello che lui stesso definisce «empirico», il quale consiste – in parole povere – a seguire la religione della propria tradizione. Cioè, se nasci in un paese cattolico non hai scampo: devi essere cattolico! Lo stesso per quanto riguarda i paesi islamici (in quelli purtroppo davvero non hai scampo…), buddisti, scintoisti, eccetera. Non importa se non credi, segui la religione dei tuoi genitori. È insomma una norma «di convenienza»[17], salvo «convertirsi», che può essere anche semplicemente «la scoperta più profonda e più autentica di ciò cui si aderiva prima.»[18]

Trovo questo passo molto significativo. Qualcosa del genere lo sosteneva tra l’altro anche il Dalai Lama, sconsigliando alle persone di cambiare religione rispetto a quella dei genitori per non incorrere in “conflitti psicologici”. Non è una cosa banale come potrebbe apparire. Se uno nasce in un paese multiculturale, con una grande varietà di fedi religiose, sarà portato a una maggiore apertura mentale: molto più difficile averla in un paese monolitico come ad esempio una teocrazia, specie dove l’“apostasia” è un reato da pena capitale. In Italia fino a qualche tempo fa la chiesa cattolica deteneva una sorta di monopolio; oggi per fortuna le cose stanno cambiando anche qui, seppure molto lentamente. Ancora negli anni Novanta i miei genitori si scandalizzavano per la mia “apostasia” (ma io non sono mai stato cattolico, tentavo di spiegargli, sono stato semplicemente battezzato contro la mia volontà). Se potessi parlare con lo spirito del Giussani gli farei notare che, in base a questo ragionamento, se fosse nato duemila anni fa avrebbe anche lui offerto sacrifici a Giove o a Marte, visto che quella era la religione della tradizione, e non avrebbe mai aderito a quel «minuscolo gruppo d’uomini» di cui parlava poche righe sopra, anzi se tutti gli uomini avessero seguito la soluzione «empirica» non sarebbe mai nata alcuna nuova religione, cristianesimo compreso.

Insomma; bisogna restare nella religione dei padri oppure bisogna convertirsi?

Come il Giussani risolva questa contraddizione non è dato saperlo, infatti nel libro cambia subito argomento.

Firenze, 27 marzo 2020

PS: L’ex primo ministro Matteo Renzi è stato ciellino, oltre che compagno di scuola di una mia cara amica, la quale lo ricorda come molto attivo nel movimento e “politico” già allora. Lo chiamavano “il Bomba”.

Bibliografia

  • Giussani L., Scuola di Religione, Torino, SEI, 1999.

Note

[1] Acciai Baggiani M., Magnelli I., Due passi indietro, Firenze, Porto Seguro, 2020, pp. 44-76.

[2] Non la presero bene.

[3] Nelle aule universitarie oppure nella loro stanzetta, nel seminterrato del dipartimento di Italianistica in Piazza Brunelleschi, proprio a fianco della stanza degli Studenti di Sinistra, con cui c’era una rivalità stile Don Cammillo vs Peppone.

[4] Alias il dio cattolico.

[5] Quello del Mistero (vedi sopra).

[6] Quello con CL ovviamente.

[7] Ricordo quella del prof. Franco Cardini, il noto esperto di crociate, cattolicissimo, assenteista a lezione e ai ricevimenti, in cui dava una sorta di giustificazione alle varie guerre di religione combattute nel medioevo.

[8] L’incidente al ginocchio mi impedì di rientrare al lavoro, presso l’Albergo Popolare, e mi costrinse a zoppicare per un bel po’. Ancora oggi è un mio punto debole.

[9] Qualcuno di loro, tra il serio e il faceto, parlava di rogo nei confronti degli odiati Studenti di Sinistra.

[10] Ad esempio la “rilettura” cristiana di Leopardi.

[11] La fondatrice del movimento dei Focolari.

[12] Il prete responsabile della sezione toscana dei Ricostruttori.

[13] Approccio adottato dai Ricostruttori.

[14] Giussani L., Scuola di Religione, Torino, SEI, 1999, p. 119.

[15] Infatti vediamo che la conoscenza del Giussani delle altre religioni è molto superficiale, basta vedere cosa scrive del buddismo (Giussani L., Op. cit., p. 119).

[16] Giussani L., Op. cit., p. 120.

[17] Ibidem.

[18] Ibidem.