Lista di 150 album musicali che mi porterei sull’isola deserta (non in ordine di importanza)

Di Massimo Acciai Baggiani

1-29) Tutti gli album di inediti dei Pooh

30) Pooh: 25 la nostra storia

31-44) Tutti gli album di inediti dei Queen (eccetto Flash Gordon)

45) Pink Floyd: Ummagumma

46) Pink Floyd: Atom Heart Mother

47) Pink Floyd: The Dark Side of the Moon

48) Pink Floyd: Wish You Were Here

49) Pink Floyd: Animals

50) Pink Floyd: The Division Bell

51-58) Genesis: gli album inediti da Trespass a …And Then There Were Three…

59) Banco del Muto Soccorso: Banco del Mutuo Soccorso

60) Banco del Muto Soccorso: Darwin!

61) Banco del Muto Soccorso: Io sono nato libero

62) Banco del Muto Soccorso: Come in un’ultima cena

63) Banco del Muto Soccorso: Canto di primavera

64) Banco del Muto Soccorso: Non mettere le dita nel naso

65) Banco del Muto Soccorso: Il 13

66) Le Orme: Amico di ieri

67) Le Orme: Felona e Sorona

68) Le Orme: L’infinito

69) Premiata Forneria Marconi: Storia di un minuto

70) Premiata Forneria Marconi: Per un amico

71) Francesco Guccini: L’isola non trovata

72) Francesco Guccini: Radici

73) Francesco Guccini: Via Paolo Fabbri 43

74) Francesco Guccini: Amerigo

75) Francesco Guccini: Metropolis

76) Francesco Guccini: Guccini

77) Edoardo Bennato: Sono solo canzonette

78) Riccardo Fogli: Mondo

79) Abba: The Definitive Collection

80) David Bowie: Space Oddity

81) Elton John: Greatest Hits 1970 – 2002

82-83) Beatles: 1962-1966 e 1967-1970

84) Baustelle: La moda del lento

85) Le Vibrazioni: Come far nascere un fiore

86) Lucio Battisti: Emozioni

87) Lucio Dalla: Cambio

88) Alejandro Sanz: Más

89) King Crimson: Island

90-118) Tutti gli album di inediti di Mike Oldfield

119) Cesare Cremonini: Bagus

120-123) Tutti gli album inediti dei Transatlantic

124-125) Neal Morse: Testimony 1 e 2

126) Neal Morse: One

127) Neal Morse: Sola Scriptura

128) Neal Morse: Lifeline

129) Neal Morse: Momentum

130) The Neal Morse Band: The Grand Experiment

131) The Neal Morse Band: The Similitude of a Dream

132) The Neal Morse Band: The Great Adventure

133-138) Primi sei album di inediti dei Renaissance

139) Emerson, Lake & Palmer: Fanfare for the Common Man – The Anthology

140) Haven’s Magic: Attraverso il cielo

141-142) Claudio Rocchi: Volo magico n. 1 e 2

143) Claudio Rocchi e Paolo Tofani: Un gusto superiore

144) Genesis: We Can’t Dance

145) Vangelis: L’Apocalypse des Animaux

146) Vangelis: Blade Runner

147) Vangelis: Oceanic

148) 883: Gli anni

149) Roby Facchinetti: Fai col cuore

150) Red Canzian: Io & Red

Su cinque racconti di Massimo Acciai Baggiani

 di Massimo Seriacopi

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Foto di Patrizia Beatini

La chiarezza e il coraggio che mostra nell’esporre le proprie idee in occasione di recensioni a scritti altrui costituisce, evidentemente, un’ottima base di preparazione per gli scritti propri, nel caso di Massimo Acciai Baggiani; o forse,viceversa, è la scrittura creativa esercitata che permette a questo interessante autore di penetrare così sensibilmente nelle opere che recensisce e di proporne lucide e profonde recensioni, come si può verificare nel corso del ricco percorso di critico letterario tracciato negli anni da questo fine intellettuale e letterato.

Infatti nelle sue creazioni narrative, in ognuno dei cinque “casi” qui presi in esame, subito risaltano la limpidità compositiva ed espositiva per quanto riguarda il significante, con una raffinatezza nell’uso linguistico e nello stile mai affettata, e il coraggio di negazione di stereotipi e di soluzioni scontate, poiché anche quando Massimo propone una aemulatio o cita apertamente autori “consolidati” dalla tradizione narrativa sa percorrere strade inusitate e improntate, appunto, a una coraggiosa originalità.

I risultati? Affascinanti, sia per l’attrattiva che il godimento della lettura promette, sia per i contenuti, che molto invitano a riflettere sulle situazioni etiche, politiche, sociali che permeano l’esistenza umana (e quindi non sfugga una valenza “educativa”, nel senso etimologico del termine).

E proponiamo allora qualche osservazione su ognuno dei cinque racconti analizzati, cominciando da Che tu possa vivere in tempi interessanti, rendiconto di un percorso di vita che, oltre a proporre una meditazione sul senso dell’esistere (e sulla solitudine esistenzial, imposta e/o scelta), non rinuncia a infliggere oneste stilettate al modus operandi dell’attuale contesto sociale.

Pars destruens e pars construens arrivano allora a convivere felicemente: alla critica sociale si affianca una esemplarità di pensiero e di itinerario esistenziale che insegna, che fa desiderare di essere migliori, come quando ci si innamora, perché questo lo scrittore dimostra di essere, un innamorato di alti e nobili ideali che si augura, evidentemente, di sapere condivisi e di vedere realizzati nella loro applicazione concreta.

Inversione gravitazionale applica egregiamente la tecnica dello straniamento e del ribaltamento del punto di vista: in una compagine sociale nella quale per darci sicurezza si tende all’omologazione, vogliamo provare, propone tra le righe Massimo, a vedere cosa succede se ribaltiamo completamente il punto di vista, l’ottica dalla quale osserviamo il mondo? Certo sarà difficoltoso muoversi, specie all’inizio, in un contesto così radicalmente ribaltato; ma se poi scopriamo che è meglio tuffarsi nella vertigine che non abbracciare un vuoto travestito da ineluttabile richiesta delle convenzioni, rinunciando così alle proprie pulsioni verso l’eterno e l’infinito, invece che condurre un esserci senza vera vita che ci rinchiude in una dimensione asfittica?

E ancora, in Le mappe lunari, una invitante esaltazione delle passioni, la scoperta del proprio daimon, lo scontro con un destino che sembra voler troncare le nostre aspettative, e il titanico slancio verso quello che dobbiamo, e ripeto dobbiamo, realizzare di noi, se la vita ha un senso, se gliene vogliamo dare uno, pur conoscendo i nostri limiti, le nostre fragilità, il nostro punto d’arrivo alla fine.

E poi il corrosivo racconto L’ultima e la prima goccia, degno di un’operetta morale di leopardiana memoria (quella del Dialogo di un folletto e di uno gnomo, per intenderci), per riflettere sul fatto che su questo pianeta siamo ospiti, troppo spesso non rispettosi e nocivi nei confronti di chi ci dà sostentamento, e non padroni che diventano un cancro per l’ambiente; incalzante e lucidissima, la narrazione rivela grande efficacia.

Per concludere, Nadia e Ultimino (La gente nei tuoi occhi), gustosa presentazione di un futuro distopico forse non così lontano o irrealizzabile e del confronto tra allucinazioni (che però portano verso una speranza, come il nome russo della protagonista etimologicamente suggerisce) e condizioni reali (a volte più allucinanti delle allucinazioni), tra disagio nel contatto con la moltitudine e volontà di comunicazione vera con “l’altro da sé”, ma con la considerazione, anche, che la breve e difficile esistenza umana non ci lascia presagire un buon finale, e che proprio per questo al nostro “volo di farfalla” dobbiamo impegnarci a dare un senso che altruisticamente si apra verso la solidarietà.

Di tutti questi elementi le narrazioni di Massimo Acciai Baggiani si sostanziano e su tutto questo indaga con tali strumenti letterari regalandoci così utile e piacevole sapientemente miscelati.

Un futuro contraddittorio

Di Massimo Acciai Baggiani

lucky starrIsaac Asimov (1920-1992) è e rimarrà per sempre un mito per me, un vero gigante della fantascienza, tuttavia alcuni suoi libri, per sua stessa ammissione, risentono in misura maggiore o minore dell’obsolescenza a cui questo genere narrativo è condannato dal continuo avanzare della conoscenza scientifica. Questo nulla toglie alla godibilità dei suoi romanzi e racconti, ambientati in un futuro remoto: un buon intreccio e una buona narrazione rimangono tali anche se vengono superati i presupposti astronomici. Di Asimov ho letto buona parte della sua sterminata produzione, dalla narrativa alla saggistica; mi mancava il ciclo di Lucky Starr. Ho colmato di recente questa lacuna; la lettura dei sei romanzi che compongono la saga, scritti tutti negli anni Cinquanta e ambientati in un futuro distante migliaia di anni, mi ha suscitato diverse riflessioni.

Vediamo innanzitutto di cosa si tratta. Lucky Starr è un giovane agente del Consiglio delle Scienze, una potente organizzazione governativa la cui giurisdizione si estende sull’intero sistema solare: il suo vero nome è David, il soprannome Lucky (“fortunato”) gli viene dal fatto che riesce a cavarsela brillantemente in ogni situazione grazie anche all’aiuto della sua buona stella (giusto per rimanere in tema spaziale) oltre che alla sua intelligenza e coraggio, e dall’aiuto dei suoi amici. Ciascuno dei sei romanzi che lo vedono protagonista è ambientato in un luogo specifico del Sistema – nell’ordine: Marte, la Cintura degli Asteroidi, Venere, Mercurio, le lune di Giove e gli anelli di Saturno – colonizzato da secoli dai terrestri (diventati poi marziani, venusiani, eccetera), tranne Saturno (lì c’è una storia a parte, narrata nell’ultimo romanzo).

Le vicende del nostro Consigliere rientrano a pieno titolo nella fantascienza d’azione, ma con contaminazioni di spionaggio e giallo. Lucky è in pratica una sorta di 007 futuribile, che lavora per il suo pianeta, la Terra, contro il cattivo di turno – quasi sempre legato ai perfidi Siriani (in questo universo narrativo l’Umanità ha scoperto il salto nell’iperspazio e ha colonizzato vari esopianeti nella Galassia), o ai Siriani stessi (che fanno la loro comparsa di persona alla fine del ciclo). Sua spalla, amico e collaboratore è il nano Bigman (nome ironico ovviamente), marziano, con cui stringe un sodalizio nel primo romanzo per portarlo avanti per tutta la serie.

Lasciando da parte le vicende spionistiche (pure interessanti) e le descrizioni (non più attuali) dei vari pianeti, mi interessa qui analizzare l’immagine asimoviana del futuro. Lo trovo contraddittorio: da una parte si parla di un mondo altamente tecnologico, basato sulla scienza e il razionalismo, con invenzioni strabilianti e un universo le cui distanze astronomiche sono ridotte enormemente da astronavi in grado di viaggiare più veloci della luce, che al tempo stesso sono alla portata economica di tutti o quasi; dall’altra parte è un mondo culturalmente primitivo, al livello di western. I personaggi appaiono ben poco civili, sempre pronti a menar le mani e a buttarsi in scazzottate che sono fuori luogo perfino nel nostro presente; gli uomini (siano Terrestri, Marziani, Venusiani, Siriani eccetera) sono rimasti bellicosi come durante la Guerra Fredda e i politici non sono migliori di quelli del passato. Solo i robot, paradossalmente, sono più evoluti degli uomini, in quanto impediti dalle tre famose leggi della robotica a ricorrere alla violenza e all’inganno. Non c’è stato insomma alcun progresso dal punto di vista morale, tranne un sottinteso ateismo, e continua a valere quanto notato da Salvatore Quasimodo nella sua poesia Uomo del mio tempo. Ottimista sotto molti aspetti, in questo Asimov è pessimista: la sua visione storica è statica dal punto di vista della psiche umana: non importa quale sia il livello tecnologico raggiunto, gli ideali rivoluzionari di libertà, fraternità e uguaglianza rimarranno sempre irraggiungibili. Addirittura si avrà un’involuzione in un futuro ancora più remoto: l’intera Galassia sarà sotto un Imperatore![1]

La vita umana non sarà sacra e inviolabile nemmeno tra trentamila anni (questo pare il limite, se non erro, a cui si spinge il Ciclo della Fondazione), e ciò rende possibile le profezie di Hari Seldon tramite la sua Psicostoria. Questa è l’unica cosa che non condivido del grande scrittore americano: per come la vedo io (e non solo io) l’uomo è arrivato a un bivio; se non muterà di paradigma, se continuerà con la solita visione nazionalista e violenta, andrà incontro a un’estinzione sicura entro questo secolo, altro che trentamila anni! La visione politica di Asimov non è sostenibile in un’ottica di futuro remoto, l’uomo potrebbe distruggere questo pianeta ben prima di poterne colonizzare altri. Ma questo non era prevedibile, credo, settanta anni fa, quando Asimov ha creato questo ciclo…

Concludo con una nota che da esperantista e linguista mi ha colpito: Asimov non fa mai menzione in questo ciclo di quali lingue parlino i vari personaggi, lasciando supporre che si tratti dell’inglese o di qualche sua evoluzione, tranne appunto nell’ultimo libro del ciclo, Lucky Starr e gli anelli di Saturno, trattando di una conferenza interstellare: «I discorsi, com’era uso in questi incontri interstellari, si svolgevano in interlingua, l’amalgama di lingue che era usato in tutta la galassia»[2]. Non ho potuto fare a meno di domandarmi come potrebbe essere questa “interlingua”, frutto dell’incontro di lingue parlate migliaia di anni nel futuro (non troppo lontane dall’inglese, visti i nomi dei personaggi), ma di certo non è l’omonima Interlingua sviluppata dall’International Auxiliary Language Association (IALA) né tanto meno dell’Esperanto, il quale si basa su principi di pacifismo e fratellanza tra i popoli del tutto assenti nel ciclo di Lucky Starr.

Firenze, 27 luglio 2020

Bibliografia

Asimov I., Tutto Asimov Space Ranger, Firenze, Giunti Marzocco, 1978.

Note

[1] Si veda appunto il Ciclo dell’Impero e quello della Fondazione.

[2] Asimov I., Tutto Asimov Space Ranger. Robot, Firenze, Giunti Marzocco, 1978, p. 116. Per quanto riguarda le altre opere asimoviane, mi viene fatto notare da un membro di un gruppo FB di fantascienza, la lingua parlata nella Galassia questa è il Galattico, ma viene chiamata con nomi diversi nei vari romanzi, anche questa è una conseguenza del fatto che sono stati scritti nell’arco di un quarantennio. In Abissi d’acciaio, primo libro del Ciclo dei Robot, il protagonista Elijah Baley dice che la lingua parlata sulla Terra è l’Inglese e che, con lievi differenze, era usato anche nei mondi Spaziali. In I Robot dell’Alba, ambientato temporalmente una decina di anni dopo Abissi d’acciaio, Asimov usa l’espressione “Interstellare” per definire la lingua parlata nella Galassia. Infine ne I Robot e l’Impero, ambientato 200 anni dopo I Robot dell’Alba, compare per la prima volta l’espressione Galattico. Ci sono riferimenti all’Inglese anche in altri Romanzi Asimoviani. Ne Le Correnti dello Spazio, approssimativamente 4000/5000 anni dopo I Robot e l’Impero, si accenna ad un pianeta del Settore di Sirio, non ricordo quale ma non era la Terra, dove «il dialetto era tanto primitivo da poter quasi essere confuso con quella lingua leggendaria e, morta da millenni, che era l’Inglese». Infine in Paria dei Cieli, circa l’anno 12000 dc, si accenna ad iscrizioni trovate su Sirio, Arturo ed Alfa Centauri vecchie di 100.000 anni, e che erano state decifrate solo nell’ultimo decennio, iscrizioni che poi si scoprirà essere in Inglese.

Esperienze con l’insegnamento dell’italiano L2

Intervento di Massimo Acciai alla videoconferenza ANILS, 7 luglio 2020.

io e michelle 9 febbraio 2017 censurataIl mio interesse per la glottodidattica deriva dal mio interesse per lo studio delle lingue[1]. Già da studente facevo le mie osservazioni sui metodi didattici con cui venivo in contatto (nella scuola pubblica, in quella privata, nelle lezioni individuali e in quelle con corsi da autodidatta), provando il desiderio di approfondire l’argomento.

Per caso sono venuto a sapere del corso di glottodidattica presso l’Istituto Il David, a Firenze. Mi si è aperto un mondo. Alla fine del breve corso ho capito che quella sarebbe stata la mia strada. In quello stesso anno ho seguito un altro corso, presso il Centro Internazionale Studenti Giorgio La Pira, con relativo tirocinio, per prepararmi all’esame DITALS I – per l’abilitazione all’insegnamento dell’italiano L2, certificato dall’Università per Stranieri di Siena – superato brillantemente nel 2013. Qui ho conosciuto Edoardo Masciello, che è stato il mio punto di riferimento: nel corso preparatorio applicava lo stesso approccio induttivo che usava nelle lezioni agli stranieri, per dimostrarcene l’efficacia. Ricordo l’ammirazione che Masciello aveva per Balboni e la sua Unità di Apprendimento, di cui sottolineava sempre l’importanza della fase iniziale di motivazione/contestualizzazione e il recupero delle conoscenze pregresse (posizione che condivido). Negli anni successivi ho seguito vari corsi di aggiornamento per insegnanti promossi da Alma Edizioni e da Edilingua[2], che ho trovato molto utili.

Successivamente ho fatto un anno di volontariato presso il Centro: le classi erano mediamente numerose, composte da giovani adulti di varia provenienza geografica e livello di istruzione. Nelle mie lezioni usavo il testo preparato dagli stessi responsabili della scuola[3], affiancato ad altri testi dello stesso Masciello come la sua Piccola Grammatica Ragionevole[4] (rivolta ai docenti). Le lezioni erano informali e gli studenti motivati. Oltre alla lingua presentavo anche la cultura italiana (ogni lingua reca con sé una cultura, non è possibile separare le due cose). Nelle lezioni era gradito un approccio empatico: ricordo che una collega una volta disse: «Se proprio non è possibile comprendervi, comunicate attraverso un sorriso».

Ho poi fatto volontariato presso la Caritas. Qui mi sono trovato davanti a studenti molto diversi: per lo più extracomunitari con basso livello di istruzione e conoscenza dell’italiano, il cui obiettivo era raggiungere il prima possibile il livello di sopravvivenza A2. Qui non usavo libri di testo ma adattavo di volta in volta la lezione alle esigenze che emergevano nel dialogo con gli studenti.

Finalmente è iniziato poi il lavoro retribuito, sempre svolto in istituti privati fiorentini. Ho fatto lezioni individuali presso l’Istituto Il David, dove già avevo seguito il corso di glottodidattica, con studenti già ad un ottimo livello di italiano (C1 e C2) desiderosi di perfezionarsi nella conversazione. Anche in questo caso ho usato un testo, ciclostilato, della stessa scuola, oltre a improvvisare la lezione in base alle richieste degli studenti.

Esperienza completamente diversa è stata quella presso la Florence University of the Arts – università americana con sede a Firenze. Qui ho passato un semestre seguendo due classi di universitari americani di età compresa tra i 19 e 21 anni. Il curriculo era rigido e testo usato era in italiano, studiato apposta per gli universitari, ma ero “costretto” a tenere le mie lezioni in inglese vista la scarsa attitudine degli anglofoni per il metodo diretto. L’approccio era quello più tradizionale della lezione frontale, con test in classe e interrogazioni, più simile alla scuola pubblica. La classe era omogenea ma non molto motivata essendo una sorta di istruzione obbligatoria per conseguire i crediti da spendere al loro rientro negli Stati Uniti. Con gli studenti americani utilizzavo anche il proiettore e facevo ascoltare canzoni in italiano.

La mia ultima esperienza lavorativa, conclusasi l’anno scorso, è stata presso l’Accademia d’Italiano. Qui le classi erano disomogenee e poco numerose – ho avuto a che fare soprattutto con giapponesi – ma gli studenti molto attenti e motivati. Usavamo come testo di riferimento il Nuovo Espresso[5], che integravo con fotocopie da altri testi. Non sono un fanatico della tecnologia, quindi non ho mai usato molto testi multimediali, pur riconoscendo l’utilità e l’importanza di usare le nuove tecnologie (questa importanza è emersa soprattutto durante il lockdown da Covid, come ben sanno gli insegnanti che hanno dovuto passare alle videolezioni).

Ho insegnato a tutti i livelli del QCER (dall’A1 al C2) e ho avuto diverse tipologie di classi (omogenee, internazionali, numerose, poco numerose, eccetera) sperimentando sempre approcci diversi in base ai bisogni di apprendimento di chi mi trovavo davanti, sempre cercando di fare lezioni “divertenti” e informali per abbassare il filtro affettivo, con attenzione anche all’aspetto multiculturale. Di grande aiuto è stata la mia conoscenza di molte lingue straniere, che usavo in classe per accattivarmi la simpatia degli studenti. Seguendo il modello educativo collaborativo già teorizzato da Don Lorenzo Milani, basato sul lavoro di gruppo e sullo “scambio”, ho imparato a mia volta molto su culture diverse, in un mutuo arricchimento.

Bibliografia

  • AAVV, Ci ciamo! Comunicare, interagire, contaminarsi con l’italiano, Firenze, Centro Internazionale Studenti Giorgio La Pira, 2010.
  • AAVV, Nuovo Espresso, Firenze, Alma Edizioni, 2017.
  • Acciai Baggiani M., Una finestra sull’italiano. Il convegno Edilingua per insegnanti di italiano L2, in «Italiano per stranieri», numero 21, anno 2016, Edizioni Edilingua.
  • Acciai Baggiani M., Dal CLIL alla Flipped Classroom, in «Scuola e Lingue Moderne», numero 1-3, marzo 2017, Loescher editore.
  • Acciai Baggiani M., Felici F., Ghimíle ghimilàma. breve panoramica su alcune lingue artificiali, rivitalizzate e più o meno manipolate, Venafro, Edizioni Eva, 2016.
  • Balboni P., Le sfide di Babele: insegnare le lingue nelle società complesse, Torino, UTET, 2002
  • Balboni P., Didattica dell’italiano come lingua seconda e straniera, Torino, Bonacci, 2014
  • Marin T., Diadori P., Via del Corso, Roma, Edilingua, 2017.
  • Masciello E., Pona A., Piccola grammatica ragionevole per l’insegnamento e l’apprendimento dell’italiano come L2, Firenze, Centro Internazionale Studenti Giorgio La Pira, 2010.
  • Masciello E., Quaderno di appunti e spunti di grammatica italiana, Firenze, Centro Internazionale Studenti Giorgio La Pira, 2006.

Note

[1] Sono anche esperantista e glottoteta, curatore di un libro sulle lingue inventate: Acciai Baggiani M., Felici F., Ghimíle ghimilàma. breve panoramica su alcune lingue artificiali, rivitalizzate e più o meno manipolate, Venafro, Edizioni Eva, 2016, in cui parlo anche di questioni di glottodidattica.

[2] Acciai Baggiani M., Una finestra sull’italiano. Il convegno Edilingua per insegnanti di italiano L2, in «Italiano per stranieri», numero 21, anno 2016, Edizioni Edilingua.

[3] AAVV, Ci ciamo! Comunicare, interagire, contaminarsi con l’italiano, Firenze, Centro Internazionale Studenti Giorgio La Pira, 2010.

[4] Masciello E., Pona A., Piccola grammatica ragionevole per l’insegnamento e l’apprendimento dell’italiano come L2, Firenze, Centro Internazionale Studenti Giorgio La Pira, 2010.

[5] AAVV, Nuovo Espresso, Firenze, Alma Edizioni, 2017.

Cinque visioni di Ulisse

Di Massimo Acciai Baggiani

ulisseIl mito di Ulisse da millenni fa versare fiumi di inchiostro in tutto il mondo. Da quando Omero (o chiunque sia il vero autore, o autori, dei poemi a lui attribuiti) ha messo in versi questa straordinaria storia, tutta la letteratura occidentale si è confrontata con questo personaggio: ogni scrittore e poeta che ha fatto i conti con Ulisse ha rielaborato a modo il mito, quindi si può dire che le visioni dell’Itacese sono molteplici, declinate in innumerevoli scritti. In un libro che ho letto di recente[1], dono dell’amica Clara Vella, sono riportate quattro di queste “visioni”: quella originale di Omero, quella medievale di Dante e quelle ottocentesche di Tennyson e Giovanni Pascoli. Eterno Ulisse nasce da una conferenza dell’ANILS[2] tenutasi a Firenze un paio di settimane prima del lockdown[3]; quattro i relatori (Fabrizio Catania, Ana López Rico, Massimo Seriacopi, Clara Vella) hanno riportato il punto di vista di altrettanti gigante della letteratura occidentale.

Catania nel suo capitolo ha sottolineato il carattere della “molteplicità”, attraverso il prefisso greco poly (molto) che compare negli aggettivi usati da Omero per definire il suo eroe: polymetis (“dalla molta astuzia”), polytlas (“che molto sopporta con pazienza”), eccetera, fornendo esempi per ciascuno di essi. L’Ulisse omerico è l’eroe che unisce la forza e il coraggio con l’intelligenza: perciò può battere avversari più forti di lui (come Polifemo), considerando tutte le possibili soluzioni al problema e scegliendo quella più adeguata.

L’Ulisse dantesco invece è molto diverso. Il noto dantista prof. Seriacopi ce lo spiega bene nel suo capitolo. L’astuzia se non impiegata per scopi alti, in accordo con gli insegnamenti divini, non solo non è positiva, ma condurrà inevitabilmente alla dannazione. Ulisse, ricordiamolo, è collocato da Dante all’inferno tra i fraudolenti, e la sua morte è causata dalla sua stessa sete di conoscenza: ma non della conoscenza “giusta”. L’Itacese ricercava quella proibita, che non serve alla salvezza dell’anima. L’intelligenza se usata in modo distorto è condannabile. Piccola parentesi personale: Seriacopi cita un altro grande dantista, nonché poeta, scomparso tragicamente: Massimiliano Chiamenti[4], di cui sono stato amico molti anni fa.

Per Alfred Tennyson, il grande poeta inglese paladino del romanticismo contro il conformismo e l’industrializzazione selvaggia della sua terra, che vive il dissidio tra fede e scienza tipico del XIX secolo, il peregrinare di Ulisse è simbolo dell’Uomo in cerca di se stesso e dei grandi misteri della vita. «Novello Faust», simbolo della volontà di lottare e cercare la verità, è un personaggio sicuramente positivo, molto lontano dalla condanna dantesca, come sottolinea la Vella.

Infine l’Ulisse pascoliano, di cui ci parla López Rico, ricalca l’autobiografia del grande poeta italiano del decadentismo. Pascoli era intriso di cultura greca, conosceva bene il contesto culturale, e coglie l’aspetto doloroso dell’eroe antico nel suo lungo poema L’ultimo viaggio, che allude all’ultima ricerca intrapresa da Ulisse dopo il suo ritorno a Itaca, «alla scoperta dell’ambiguo confine tra il sogno e il vero». Solo dopo la morte, Ulisse, accolto di nuovo da Calipso, troverà un senso positivo, una speranza.

Il libro si chiude qui, con una corposa bibliografia. Questo mio articolo invece vorrei proseguirlo aggiungendo un’ultima visione dell’eroe dell’Odissea: quella del sottoscritto, con tutta l’umiltà del caso. Premesso che ho sempre sentito molto lontani i poemi omerici, pur con la fascinazione che sentivo da bambino per le storie fantastiche e avventurose di cui sono pregni, e soprattutto dopo aver letto i libri di Luciano De Crescenzo[5] che metteva in luce anche gli aspetti crudeli – tipici di quel contesto storico e culturale – di Ulisse e dei suoi compagni, violenti saccheggiatori e guerrieri privi di scrupoli, condivido la sete di conoscenza che invece Dante condanna. Davvero «fatti non foste a viver come bruti»[6]: tuttavia concordo col vate fiorentino sulla finalità dell’intelligenza che l’Itacese ha avuto in sorte, usata a fini discutibili. Ulisse rappresenta un po’ la ragione senza cuore: è ben impiegata quando usata per salvarsi la vita (come nel caso dello stratagemma dei montoni di Polifemo) ma quando è usata per nuocere al prossimo allora diventa un disvalore.

Nessuno degli “eroi” omerici ha orrore del sangue, e nessuno di loro trova inaccettabile uccidere gli indifesi: Ulisse non fa eccezione. Perciò il termine “eroe” non lo trovo appropriato per questi personaggi: per me l’eroe è positivo, protegge i deboli e si batte per dei valori alti, di pace e compassione, e soprattutto è capace di amore disinteressato verso tutti, perfino verso i nemici. I miei eroi sono Ludwik Zamenhof, Shakyamuni, Nichiren Daishonin e tutti i medici che hanno fatto progredire la Medicina.

Firenze, 13 luglio 2020

Bibliografia

AAVV., Eterno Ulisse. Omero, Dante, Tennyson, Pascoli, Firenze, Porto Seguro, 2020.

Note

[1] AAVV., Eterno Ulisse. Omero, Dante, Tennyson, Pascoli, Firenze, Porto Seguro, 2020.

[2] Associazione Nazionale Insegnanti di Lingue Straniere, di cui sono consigliere (nella sezione di Firenze) dal 2018, partecipando con un mio intervento anche all’ultima videoconferenza, in tempo di Covid, sull’insegnamento dell’italiano L2 (7 luglio 2020).

[3] Precisamente il 21 febbraio 2020, presso il liceo Leonardo Da Vinci.

[4] Ivi, p. 35.

[5] De Crescenzo L., Nessuno. L’Odissea raccontata ai lettori d’oggi, Milano, Mondadori, 1997.

[6] Inferno, Canto XXVI.

Rileggendo Il Libro di Alice

di Massimo Acciai Baggiani

La letteratura può dividersi idealmente in quattro categorie, risultanti dalla combinazione dell’età di chi scrive e di quella del pubblico di lettori. È una classificazione un po’ strana, certo, ma ha dei lati interessanti. Tra gli scrittori (intendo questo termine nel senso più ampio possibile) vi sono:

A) adulti che scrivono per adulti;

B) adulti che scrivono per bambini e/o adolescenti;

C) bambini e adolescenti che scrivono per adulti;

D) bambini e adolescenti che scrivono per bambini e/o adolescenti.

La prima grande categoria comprende tutta la letteratura mondiale propriamente detta, tout court. La seconda, pure molto ampia, coincide con la letteratura per l’infanzia (che a sua volta può dividersi in letteratura rivolta esclusivamente ai bambini e adolescenti, e letteratura godibile anche da parte degli adulti). Le altre due categorie sono invece piuttosto particolari, si può discutere se si tratti effettivamente di “letteratura” e in che misura.

Vi sono stati, e vi sono tuttora, bambini prodigio nel campo della musica – il cui talento può essere valutato con lo stesso metro usato per gli adulti – anche se non sono molti, ma ancora meno numerosi sono i “bambini scrittori” e le “bambine scrittrici” che hanno visto pubblicate le loro opere giovanili. Il motivo è piuttosto comprensibile: la scrittura si nutre del vissuto e delle letture, quindi un bambino non ha ancora avuto, di solito, abbastanza tempo per fare esperienza nell’uno e nell’altro campo. Ai bambini piace raccontare, questo si sa, soprattutto agli adulti, ma al di là della tecnica, che si affina solo col tempo e la pratica, la grande fantasia che può possedere un bambino non è supportata dall’esperienza del mondo, di chi è venuto prima. Nella categoria C troviamo i temi scolastici, l’occasione più frequente in cui un bambino è chiamato a scrivere qualcosa che potrebbe assomigliare a un testo letterario, ma solo per gli occhi degli insegnanti – appunto – mentre per la categoria D non saprei fare molti esempi, visto che le storie che i bambini si raccontano sono per lo più orali, e le lettere che scrivono agli amici sono pubblicate solo in casi particolari.

Vi sono però delle eccezioni, alcune celebri. Anna Frank (1929-1945) iniziò a scrivere il suo diario il giorno del suo tredicesimo compleanno. Giacomo Leopardi (1798-1837) sapeva «scrivere in latino fin dall’età di nove-dieci anni e padroneggiare i metodi di versificazione italiana in voga nel Settecento»[1] e tra i suoi scritti “puerili” vi sono dissertazioni filosofiche e astronomiche. L’italo-americano Christopher Paolini (1983) ha scritto a quindici anni il primo libro della sua fortunatissima saga fantasy, Eragon, da cui è stato tratto anche un film. Più in piccolo e più vicino a noi troviamo, ad esempio, il fiorentino Roberto Orlandini (2000), il “baby-poeta” che ha iniziato la sua carriera a sette anni e ha esordito a dodici col suo primo libro scritto in un linguaggio antico[2], non consono alla sua età, e l’aretino Jacopo Rossi (1988), che a undici anni ha scritto il suo primo romanzo, pubblicato a tredici[3]. Il fatto che questi giovanissimi scrittori, che si rivolgono chiaramente a un pubblico adulto (categoria C della mia classificazione) o più raramente di adolescenti e adulti (categoria D, come nel caso di Paolini) in quanto il linguaggio che usano non corrisponde a quello dei loro coetanei, siano diventati così famosi è dovuto soprattutto alla loro età. Il sospetto che in realtà dietro le loro opere si nasconda un ghostwriter con più anni sulle spalle potrebbe essere legittimo, in alcuni casi: su questo non indago e non ne avrei i mezzi. Prendo per buono che siano effettivamente loro gli autori, che proprio la loro età li ponga al di sopra del sospetto di prestarsi a imbrogli. Perfino l’attivista ambientalista svedese Greta Thunberg (2003), altra giovanissima autrice[4], fu accusata di essere “pilotata” da qualche adulto (accusa che viene naturalmente da ambienti di destra e che non prendo nemmeno in considerazione).

La cosa notevole non è tanto che gli scrittori inizino presto a scrivere – penso anzi che sia una cosa piuttosto comune, posso citare nel piccolo anche il mio caso (ho scritto la mia prima “poesia” all’età di otto anni e prima di finire le elementari avevo fondato un gruppo poetico, insieme a due miei compagni di classe, chiamato Golden Eagle Team). Scrittori si nasce, uno scrittore ce l’ha nel sangue, nel Dna. La cosa rara è che il piccolo autore scriva in modo molto più maturo per la sua età, tanto da attirare l’attenzione degli adulti. Allora accade qualcosa di inconsueto: il mondo degli adulti accoglie il bambino, o la bambina, nel mondo dell’editoria. A volte della grande editoria. È il caso, esemplare, di Alice Sturiale (1983-1996) che nella sua breve ma intensa vita ha prodotto un vasto corpus di scritti, poi pubblicati postumi alla sua morte dalla casa editrice fiorentina Polistampa, e quindi, l’anno successivo, dalla Rizzoli. L’opera ha avuto una straordinaria fortuna, con traduzioni in varie lingue e continue ristampe che arrivano fino a oggi. Il libro ha ricevuto recensioni illustri (tra cui quella di Mario Luzi), ha ispirato canzoni, è entrato nelle antologie scolastiche e ad Alice sono state intitolate scuole, ludoteche e giardini, come è ben esposto nella postfazione all’edizione Rizzoli di quest’anno 2020, scritta dai genitori per fare il punto a 24 anni di distanza dalla prima edizione[5]. Lodevole la decisione di quest’ultimi di donare i proventi delle royalties (certo consistenti) alle associazioni per disabili. Un gesto che Alice, condannata fin dalla nascita a non poter usare le gambe in modo autonomo, avrebbe sicuramente approvato.

Alice è stata definita “l’Anna Frank italiana”, credo in riferimento alla maturità della sua scrittura, alle terribili difficoltà di cui ha reso testimonianza nei suoi scritti, alla sua visione del mondo, all’intensità con cui ha vissuto e alla sua morte prematura. Le similitudini con la celebre ragazzina olandese si fermano qui: Alice ovviamente non ha dovuto nascondersi per anni in un appartamento claustrofobico e non è morta in un lager. La stessa Alice si è anzi sempre dichiarata una bambina fortunata[6], in quanto circondata dall’amore di genitori e amici.

Il libro di Alice è stato curato dall’amica Mariella Bettarini[7], a cui era legata da una lontana parentela (la nonna di Alice era biscugina della mamma di Mariella); è grazie a lei, Mariella, che sono venuto a conoscenza di questo straordinario libro: devo dire tra l’altro che ha fatto un ottimo lavoro. Mariella non ha incontrato mai la lontana cugina, ma la bambina ha lasciato il segno nella sua vita, così come ha fatto nei cuori e nelle menti di tutti coloro che l’hanno conosciuta di persona. Gabriella Maleti, scrittrice e videomaker, l’ha omaggiata, nel 2006, con un video intitolato appunto Alice (in cui tra l’altro ha utilizzato alcune mie musiche).

Ma chi era Alice Sturiale? Cosa aveva di straordinario? Per rispondere occorre ripercorrere, almeno in sintesi, la sua vita. Ne troviamo notizia in fondo al Libro di Alice[8]. Figlia del giornalista Leonardo Sturiale[9], il cui cognome ci rivela l’origine siciliana di una parte della sua famiglia, Alice nasce a Firenze il 18 novembre 1983. Prima che la piccola compia un anno le fu diagnosticata l’atrofia muscolare spinale: una malattia che l’avrebbe condannata alla sedia a rotelle. La maggior parte delle persone si sarebbe demoralizzata, avrebbe condotto una vita triste: non Alice, la quale anzi si è poi lanciata in attività in aperta sfida al suo handicap, quali lo scoutismo e lo sci. L’affetto delle persone care e la tecnologia l’hanno certo aiutata – nel ’93 ha avuto in regalo uno scooter elettrico – ma senza lo stato vitale altissimo della bambina, che l’ha sempre sostenuta (a parte comprensibilissimi momenti di scoramento), di lei non si parlerebbe oggi in tutto il mondo. È morta improvvisamente il 20 gennaio 1996, a scuola, «mentre rideva per la battuta di un compagno»[10]. Possiamo immaginare che, circondata dall’affetto dei suoi amici, in un ambiente che amava, non abbia sofferto: non a tutti è data questa fortuna.

Alice a Rapallo a casa della zia quando Alice aveva forse 9 o 10 anni, ha l’aria arguta e sbarazzina che le è tipica. Per gentile concessione di Leonardo Sturiale che ringrazio per questo “bonus”.

Dicevamo che i bambini hanno grande vitalità ma poco vissuto. Nel caso di Alice ciò è vero in termini di tempo oggettivo, ma i suoi dodici anni li ha vissuti intensamente: ciò, unito alla sua sensibilità e rara intelligenza, le ha consentito di produrre testi molto maturi per la sua età. Il suo “corpus letterario” è molto vario: prevalgono naturalmente i temi scolastici ma vi sono anche molte poesie e diverse lettere. Mariella Bettarini lo ha suddiviso in quattro parti, ciascuna a sua volta divisa in aree tematiche omogenee.

La prima parte, dopo la brevissima introduzione di Mariella, si apre con alcune prose e poesie sulla natura, in cui emerge la meraviglia per il Creato, visto attraverso la fede cristiana della bambina. Già in questo primo gruppo di testi trovo una sintonia di sentire: anche io, pur essendo ateo, rimango sempre incantato dalle meraviglie di questo pianeta – la neve, il vento, le stagioni, i fiori, le nuvole. In questi testi Alice ci dà saggio del suo spirito di osservazione e delle sue doti descrittive. Seguono “Storie vere e inventate” dove troviamo la narratrice: visti i miei interessi per la narrativa fantastica ho apprezzato le sue storielle fantascientifiche (Una storia di fantascienza e Il messia dei marziani) che mi ricordano quelle che scrivevo io durante la ricreazione, in giardino, sulla scalinata della palestra della scuola elementare Giacomo Matteotti.

Queste storie hanno il sapore della fiaba, anche quando sono vicende reali come quella della volpe addomesticata da un frate camaldolese (proprio come nel capolavoro di Antoine de Saint-Exupéry, Il piccolo principe) – quest’ultima vicenda mi sarebbe piaciuto citarla nel mio libro sul Casentino, nel capitolo dedicato all’eremo di Camaldoli[11], l’avessi letta prima… è dolcissima. Sempre a proposito di animali, la sezione successiva è tutta dedicata ai nostri amici a quattro zampe; qui trovo un’altra cosa in comune con Alice, ossia il suo amore per i gatti. Al suo testo L’amore del mio gatto avrei voluto rispondere con il mio L’amore di un gatto[12].

Segue la sezione intitolata “Io” in cui Alice traccia un autoritratto, “confessandosi” con grande libertà, parlandoci anche delle sue debolezze. Alice espone le sue idee, i suoi sogni, e ci regala riflessioni profonde; una frase mi ha colpito in particolare: «Io sono soddisfatta di quello che sono»[13]. È un’affermazione importante. Quanti possono dire altrettanto? In altri punti riconosco anche il mio pensiero, ad esempio nel desiderio di possedere «un grande potere per guarire i mali del mondo: fame, morte, violenze, sofferenze, malattie e soprattutto la guerra che è la radice di tutti questi gravissimi problemi»[14] Subito dopo Alice dichiara di non sapere come fare in quanto non capisce nulla di politica: cara Alice, vorrei dirle, ci capisci più te di quelli che i politici lo fanno di professione…

Nel libro spuntano qua e là paesaggi fiorentini anche a me cari, come la piazza D’Azeglio col suo giardino: io quel giardino lo ricordo per altri eventi legati agli anni, gli stessi, che ho passato alla vicina scuola per ragionieri Duca d’Aosta, ben diversi da quelli vissuti dall’autrice. Ritrovo invece lo stesso sentimento, comune a molti studenti, del passaggio traumatico da una scuola all’altra: lasciare il mondo ormai noto in cui si è trascorsa buona parte della propria vita (e cinque anni sono tanti per un bambino…) per trovarsi nell’ignoto.

La sezione “Affetti” si apre con un acrostico (genere poetico caro anche a Mariella Bettarini) e prosegue con una galleria di ritratti familiari. In questa sezione Alice ci racconta anche la sua esperienza negli scout, molto positiva nonostante la sua malattia, e il congresso a Loppiano (pure io ne ricordo uno, e ho dedicato un capitolo alla cittadella dei Focolarini in un mio recente libro[15]). Ma non ci sono solo gioie nella vita: la grande sensibilità dell’autrice si esprime anche negli scritti dedicati all’amica del cuore, Phoung, a cui deve dire addio alla fine delle elementari (lei si trasferirà in Australia), mantenendo comunque un rapporto epistolare riportato anche nel libro. Alice scrive lettere anche agli adulti, ad esempio al frate camaldolese Don Paolo, con cui si confida; all’uomo di chiesa racconta perfino di quella volta che ha mandato affanculo un ragazzino colpevole di aver fatto un apprezzamento poco gradito sul suo aspetto fisico![16]

Un altro tema caro ad Alice è naturalmente quello delle barriere architettoniche e dell’inciviltà dei “camminanti”, poco attenti alle esigenze dei meno fortunati. Non mancano i bilanci della propria vita e i ricordi piacevoli delle vacanze in montagna e al mare, nell’amata Sardegna (dove ha potuto entrare in acqua con la carrozzella, come testimonia una foto nel libro[17]).

La scuola è al centro del libro. Alice ne parla di continuo. C’è un punto che, riletto oggi in tempo di Covid, mi ha fatto pensare a come certe cose non cambino: una lunga assenza (per motivi di salute, come nel caso di Alice[18], o per via del lockdown) suscita nostalgia nei piccoli alunni, tanto da far loro rimpiangere le aule e i banchi. Fare lezione attraverso lo schermo di un computer non è la stessa cosa.

La seconda parte del libro ci presenta un’Alice “saggista”. Tutti sappiamo che la scrittura si nutre di letture: qui l’autrice ci parla dei libri che ha amato – in primis Il piccolo principe, lettura fondamentale anche nella mia formazione – ma commenta pure passi dei testi sacri, film che ha visto, poesie, quadri, articoli di cronaca. Mi ha fatto sorridere quando scrive, riguardo al Leopardi: «Sono sicura che se a quei tempi ci fossero stati gli antidepressivi o dei buoni psichiatri, e se Leopardi avesse avuto a che fare con questi, oggi non avremmo la sua poesia»[19]. Questa affermazione potrebbe dare spunto a un lungo dibattito, che riserverò a un altro articolo. Sempre parlando del grande poeta recanatese, c’è un’espressione usata da Alice che mi ha colpito: «Allora io sono entrata in me stessa»[20]. La usa commentando Il passero solitario, parlando di quella sensazione di solitudine che fa parte anche della sua vita pur affollata di amici. Vi sono momenti in cui «la solitudine è una cosa fantastica»[21] per l’auto-osservazione; gli scrittori, i filosofi e i sognatori lo sanno bene.

La terza parte è interamente in versi. Alice usa il verso libero, non ama le rime o le metafore, il linguaggio è piano. Nelle sue liriche la piccola poetessa parla del suo handicap, dei luoghi che ama (la Sardegna, l’Argentiera), e molte sono dedicate alle amiche o alla sua prima “cotta” adolescenziale (per un tale Lapo), svelando in campo sentimentale un’inattesa timidezza, assente in altri testi. Trovo significativo che il suo ultimo scritto, risalente a un mese prima della sua scomparsa, sia proprio una poesia, Pozzanghera (gennaio 1996).

Qui si chiudono idealmente gli scritti di Alice. La quarta e ultima parte infatti è dedicata alle testimonianze di amici e parenti: i ricordi della nonna Laura, quelli di Phuong e dei compagni di scuola, i messaggi commossi dei “lupetti”, di Don Paolo (suo padre spirituale). Un ultimo saluto corale che rende giustizia alla grandezza d’animo di Alice, amata e benvoluta da tutti. Io non l’ho mai conosciuta di persona (quando lei frequentava le elementari io ero alle superiori e poi all’università) ma un po’ sento di averla incontrata, attraverso i suoi scritti e le foto che completano il suo libro: me ne sono fatto un’idea, e mi piace pensare che, se fossi stato suo compagno, sarebbe nata una bella amicizia sulla base del comune amore per la scrittura.

Firenze, 5-7 luglio 2020

Bibliografia

  • Acciai Baggiani M., Baggiani P., Magnelli I., Cercatori di storie e misteri, Firenze, Porto Seguro, 2019.
  • Acciai Baggiani M., Magnelli I., Due passi indietro, Porto Seguro, 2020.
  • De Saint-Exupéry A., Il piccolo principe, Milano, Mondadori, 2015.
  • Frank A., Diario, Milano, Einaudi, 2014.
  • Orlandini R., Tra l’aspettar del tempo e il morir del giorno, Empoli, Ibiskos Ulivieri, 2012.
  • Paolini C., Eragon, Milano, Rizzoli, 2012.
  • Rossi J., Brividi di fanciullo, Cortona, Calosci, 2001.
  • Sturiale A., Il libro di Alice, Firenze, Polistampa, 1996.
  • Thunberg G., La nostra casa è in fiamme, Milano, Mondadori, 2019.

[1] Da Wikipedia

[2] Orlandini R., Tra l’aspettar del tempo e il morir del giorno, Empoli, Ibiskos Ulivieri, 2012.

[3] Rossi J., Brividi di fanciullo, Cortona, Calosci, 2001.

[4] Thunberg G., La nostra casa è in fiamme, Milano, Mondadori, 2019.

[5] Sturiale A., Il libro di Alice, Milano, Rizzoli, 2020, pp. 249-251.

[6] Sturiale A., Il libro di Alice, Firenze, Polistampa, 1996, p. 219.

[7] https://it.wikipedia.org/wiki/Mariella_Bettarini

[8] Sturiale A., op. cit., pp. 215-220.

[9] Con cui l’amica Mariella mi ha messo in contatto: persona gentilissima, che ringrazio per avermi inviato la sua postfazione.

[10] Ivi, p. 220.

[11] Acciai Baggiani M., Baggiani P., Magnelli I., Cercatori di storie e misteri, Firenze, Porto Seguro, 2019, pp. 235-249.

[12] « L’amore di un gatto è semplice: / basta accarezzarlo sulla testa, / basta ascoltare le sue fusa, / basta tenerlo sulle ginocchia. / È la cosa più semplice che esista. // Il mondo invece è complicato, / le persone sono complicate: /oggi ti sono amiche, domani ti tradiscono. / Se non ti cercano, forse è per orgoglio. / Se ti cercano, forse è per interesse. // Una volta avevo un gatto / e in qualche modo lui aveva me. / Tornato dall’ennesima porta in faccia / lo trovai sul divano, acciambellato: / mi sedetti e lo presi in collo. // L’amore di un gatto è semplice: / basta accarezzarlo sulla testa, / basta guardarlo negli occhi / e trovarvi un grande mistero. / Un mistero semplice.»

[13] Sturiale A., op. cit., p. 75.

[14] Ivi, p. 73.

[15] Acciai Baggiani M., Magnelli I., Due passi indietro, Porto Seguro, 2020, pp. 77-100.

[16] Sturiale A., op. cit., p. 129.

[17] Ivi, p. 142

[18] Ivi, pp. 144-145.

[19] Ivi, p. 168.

[20] Ivi, p. 165.

[21] Ibidem.

Autore contro Personaggio

Di Massimo Acciai Baggiani

unamunoI metaromanzi mi hanno sempre affascinato, fin da adolescente, quando scoprii La storia infinita (Michael Ende), proseguendo poi con Il mondo di Sofia[1] (Jostein Gaarder), Sei personaggi in cerca d’autore (Luigi Pirandello), fino a Niebla (Miguel de Unamuno): romanzo sperimentale, quest’ultimo, assolutamente geniale. Una felice scoperta nata, come al solito, dal Caso che me lo ha fatto trovare – nella lingua originale – allo scaffale del libero scambio.

Unamuno (1864-1936) in questa “nivola” si è reso personaggio al pari degli altri, dialogando – nell’ultimo stupendo capitolo – col protagonista, Augusto Pérez. Il romanzo-nivola di Unamuno, scritto nel 1907, rompe gli schemi della narrativa realista spagnola dell’epoca; la storia di Augusto è piuttosto banale in sé: si innamora di una donna, incontrata per caso, ma lei non lo ricambia, lo tradisce con un altro, lui soffre e pensa al suicidio. Tuttavia due sono i punti interessanti: il capitolo 6, in cui l’erudito Paparrigópulos riassume il suo studio sull’universo femminile nell’assunto che «las mujeres todas no tienen sino una sola y misma alma, un alma colectiva, repartidas en todas ellas […] todas son una sola y misma mujer»[2] (ossia che in realtà tutte le donne sono una sola medesima donna[3]), e soprattutto il capitolo 9, quello in cui appunto Augusto, deciso a suicidarsi per la delusione amorosa, si confronta con lo stesso Autore, Miguel de Unamuno. Questi al pari di un dio gli rivela che non può suicidarsi, non perché non ne abbia il coraggio ma perché per uccidersi bisogna essere vivi, e lui non lo è in quanto non ha vita propria. È solo il prodotto di un sogno, di una fantasia. Come reagiremmo noi a una simile notizia? Chiaramente di ribelleremo, e così fa il nostro Augusto. Anzi, il protagonista fa di più: rilancia l’accusa di “non esistere” allo stesso Unamuno e rivendica il suo libero arbitrio. A questo punto è l’Autore a comunicargli che sarà lui a “ucciderlo”, minaccia che poi metterà in atto, come una sorta di dio veterotestamentario, salvo poi pentirsene; ma Augusto obietta che lui continuerà comunque a vivere nella mente dei suoi lettori, in una sorta di “immortalità”.

Chi l’ha vinta dunque? A me piace pensare che nello scontro tra Autore e Personaggio sia quest’ultimo ad avere l’ultima parola, in quanto è senz’altro vero che una volta che un libro viene pubblicato sfugge dal controllo dell’autore e passa a quello del lettore. Mi piace immaginare che ciò accada anche per i miei personaggi – che non hanno certo lo spessore psicologico di un Augusto Pérez (in quanto nei miei libri ha più importanza la trama che i personaggi) – e come accade di frequente nella fan-fiction[4]. Un buon personaggio, pur nella sua vita “fittizia”, supera talvolta la vita limitata del suo autore.

Al di là della riflessione sulla scrittura, la “nivola” di Unamuno è anche una metafora della nostra vita, a cui siamo chiamati a dare un senso. C’è chi accetta un dio come proprio “autore” e chi, come il sottoscritto, preferisce scriversi da solo la propria “storia”, in nome di una sacrosanta Libertà. Qui il discorso entrerebbe nel filosofico e nel misticismo, si farebbe troppo ampio per un articoletto come questo (rimando però a un libro sulle religioni che sto per pubblicare[5]). In conclusione ritengo questo piccolo capolavoro spagnolo di cent’anni fa un’ottima occasione di riflessione per scrittori e non.

Firenze, 17 giugno 2020

Bibliografia

  • Acciai Baggiani M., Letture per la quarantena, Firenze, Edizioni Segreti di Pulcinella, 2020.
  • Acciai Baggiani M., La vera religione, Firenze, Edizioni Segreti di Pulcinella, 2020 (di prossima uscita).
  • De Unamuno M., Niebla, Recanati, Eli, 2011.

Note

[1] Acciai Baggiani M., Letture per la quarantena, Firenze, Edizioni Segreti di Pulcinella, 2020, pp. 90-93.

[2] De Unamuno M., Niebla, Recanati, Eli, 2011, p. 88.

[3] Ne era convinto anche Valerio Negrini quando ha scritto il testo di Amica mia (dall’album Dove comincia il sole, dei Pooh, 2010).

[4] Mi viene in mente ad esempio la raccolta di racconti fantastici Sparta ovunque, basata sul mondo ucronico creato da Carlo Menzinger, di prossima pubblicazione, anche se in quel caso non sono i personaggi ma l’ambientazione ad essere ripresi dai vari autori (tra cui il sottoscritto).

[5] Acciai Baggiani M., La vera religione, Firenze, Edizioni Segreti di Pulcinella, 2020 (di prossima uscita).

Due libri in uno

Di Massimo Acciai Baggiani

Habent sua fata libelli
Terenziano Mauro

luciano realeQuesto è un articolo un po’ diverso da quelli che scrivo di solito: qui infatti non mi preme tanto analizzare un libro ma raccontare le curiose circostanze grazie alle quali ne sono venuto in possesso. Il libro in questione è un romanzo breve (ma più propriamente un racconto) di Luciano Reale intitolato Ricordami in un albero, uscito insieme al libro di mio zio Siro Baggiani La natura ha pensato a tutto. Quando dico “uscito insieme” intendo proprio in senso letterale, in quanto la copia che avevo ordinato del libro di mio zio mi è arrivata mescolata al libro di Reale, per un errore di impaginazione di Lulu, il servizio editoriale americano al quale ci siamo rivolti sia io (in quanto curatore del libro di mio zio) sia il signor Reale. Come l’anonimo lettore di Se una notte d’inverno un viaggiatore, quando ho aperto la mia copia, giuntami per pacco postale, mi sono ritrovato con due libri in uno. Invece di prendermela con l’editore pasticcione, mi sono messo a leggere l’inatteso “regalo” e ho scoperto un altro fatto curioso: i due libri sono pure affini per argomento, parlando entrambi della natura con la nostalgia dell’uomo moderno, desideroso di evasione e di contatto col verde e gli alberi.

copertina_siro2Dello zibaldone composto da mio zio durante la quarantena ne ho già parlato altrove; il racconto di Luciano Reale invece merita qualche parola. Non è un capolavoro, anzi è una lettura leggera e per nulla originale, ma si legge volentieri in poco tempo e suscita in effetti il desiderio di una vita più naturale, più attenta, in cui i sentimenti sono importanti. È la storia, narrata in prima persona, di un uomo che perde la donna amata, trova l’affetto di un cane, e in sua memoria (della donna, non del cane) pianta un albero. Compare anche una misteriosa “Fata degli Alberi”, che sembra rappresentare la voce interiore del protagonista, del quale seguiamo tutta la vita – dall’infanzia alla vecchiaia – in una cinquantina scarsa di pagine: il tutto sullo sfondo dei Monti Rossi, alle pendici dell’Etna.

Fine della pubblicità al libro dell’autore siciliano. Io penso che ciò che accade non accada per caso: Jung parlava di “sincronicità”, altri parlano di “segnali” che l’universo ci invia. A me viene da chiedermi come devo interpretare questo “segnale” che mi ha portato a leggere un libro, per pura curiosità, di cui altrimenti non avrei mai sospettato l’esistenza. Forse la risposta va trovata in un terzo libro, quello di Italo Calvino…

Firenze, 15 giugno 2020

Bibliografia

  • Baggiani S., La natura ha pensato a tutto, Firenze, Edizioni Segreti di Pulcinella, 2020.
  • Calvino I., Se una notte d’inverno un viaggiatore, Torino, Einaudi, 1979.
  • Reale L., Ricordami in un albero, Edizioni Casa del Parco, 2020.

 

Dal superuomo di Nietzsche al superspreader di virus. Nietzsche – Lacan e coronavirus

Di Apostolos Apostolou

coronavirus

Il concetto di superuomo (Übermensch) di Nietzsche rappresenta una figura metaforica dell’uomo che diviene se stesso in una nuova futura epoca contrassegnata dal cosiddetto nichilismo attivo.  Molti dicono che Nietzsche voleva esprimere il nichilismo passivo della nuova epoca, che seguirebbe alla scoperta dell’inesistenza di uno scopo della vita, cosi Nietzsche voleva indicare con il termine superuomo che può essere superato il nichilismo passivo dell’uomo solo con un accrescimento dello spirito personale. Il termine tedesco (Übermensch) superuomo, può comunque essere fatto risalire al greco ὑπεράνθρωπος (hyperànthropos), le cui prime attestazioni sono nel I secolo a.C., con Dionigi di Alicarnasso, e nel II secolo d.C., con Luciano.Questo che sappiamo oggi è che Nietzsche non era il metafisico della volontà di potenza. Il potere di Nietzsche si situa perfino agli antipodi del dominio mentre il volere non può essere confuso con un volontarismo soggettivistico. E’ vero che ha usato questa espressione che simbolizzata nello Zarathustra dal leone perché cosi descrive Nietzsche l’oppressione delle cose e qualunque oppressione della vita e la volontà dell’uomo per trovare un senso nuovo.

”Super-spreader” è un termine vago, che non ha una chiara definizione scientifica, ma indica un paziente che infetta un numero elevato di persone, più della norma. Con il coronavirus il termine di super-spreader, prende la forma di super-diffusore. Super diffusore, è una persona che pur asintomatica o con lievi sintomi trasmette, ovviamente senza alcuna responsabilità, a un numero molto elevato di soggetti il virus. Il francese filosofo Gilles Deleuze aveva parlato di carico materiale della soggettività. La scienza, al futuro misurerà il carico materiale della soggettività secondo Gilles Deleuze. Questo abbiamo vissuto  oggi con il coronavirus. Profeticamente Gilles Deleuze ha visto ciò che sta accadendo oggi.

Il superdiffusore o il  superspreader esprimono anche la nuova patologia, e la nuova antropologia sociale. Jean Baudrillard sosteneva che  viviamo la patologia di terzo tipo. «Come nelle nostre società abbiamo a che fare con una violenza nuova, nata dal paradosso di una società permissiva e pacificata, cosi abbiamo a che fare con nuove malattie che sono quelle di corpi superprotetti dal loro scudo artificiale, medico o informatico, vulnerabile quindi a tutti i virus, alle reazioni a catena più “perverse” e più inattese. Una patologia che non rileva più dall’accidente o dell’anomia, ma dell’anomalia. Esattamente quanto avviene per il corpo sociale, dove le stesse cause comportano gli stessi effetti perversi, le stesse disfunzioni imprevedibili che possiamo assimilare al disordine genetico delle cellule, e anche qui a forza di superprotezione, di supercodificazione, di superinquadramento. Il sistema sociale nella misura stessa della sofisticazione delle sue protesi. E la medicina farà una bella fatica a scongiurare questa patologia inedita, perché essa stessa fa parte del sistema di superprotezione, di accanimento protezione profilattico del corpo.» La virulenza secondo Jean Baurillard «si impossessa di un corpo, di una rete o di un sistema nel momento in cui esso espelle tutti gli elementi negativi.» Il corpo oggi è diventato un non-corpo, una macchina virtuale i virus se ne impossessano. «Quando si consegna il corpo alle protesi e nello stesso tempo alle fantasie genetiche, si disorganizzano i suoi sistemi di difesa. Un tale corpo frattale votato alla moltiplicazione delle proprie funzioni esterne si vede nello stesso tempo votato alla demoltiplicazione interna delle proprie cellule. Entra in metastasi: le metastasi interne e biologiche sono simmetriche a quelle metastasi esterne che sono le protesi, i sistemi reticolari, i collegamenti…La profilassi assoluta è micidiale. La medicina non mostra di averlo capito quando tratta il cancro e l’ Aids quasi fossero malattie convenzionali mentre si tratta di malattie nate dal trionfo della profilassi e dalla medicina, malattie nate dalla scomparsa delle malattie, dalla liquidazione dalle forme patogene. Patologia di terzo tipo, inaccessibile a qualunque farmacopea dell’epoca precedente – quella delle cause visibili e degli effetti meccanici. A un tratto tutte le affezioni appaiono di origine immunodeficiente.»

Il passaggio dal superuomo ai supercontagiosi o al superspreader è la metastasi dell’uomo. Il superuomo è l’uomo con un significativo della metafora aperto mentre il superspreader ha il significativo della scienza, che è  un significativo forclusione come diceva J. Lacan. La scienza si fonda sulla forcluzione. La forclusione del Nome del Padre di cui parla Lacan va inteso infatti come un operatore linguistico che collega significante e significato in un modo che risulta connesso al common-sense. L’insalata di parole, (cioè superspreader, carico mentale, parole della scienza postmoderna) dello schizofrenico mostra in modo eclatante questo scollamento tra i significanti e l’universo semantico del common-sense.

Neologiorno n.12: Mangerezza

di Stefi Pastori Gloss

[man-ge-rèz-za]

SIGN Aplologia tra mangiare e leggerezza. Dicesi di individuo che si alimenta con leggerezza, che, in certi casi, significa superficialità. Da mangiare, ovvero masticare e ingerire; consumare, corrodere, dal francese antico ‘mangier’, che attraverso l’ipotetica forma intermedia ‘mandicare’ arriva dal latino manducare, derivato di màndere ‘masticare’. Ovviamente si tratta di un’azione del tutto essenziale alla sopravvivenza, ma nel caso del personaggio per il quale è stato creato questo neologiorno, trattasi non solo di sopravvivenza personale, bensì di inquadramento sociale e lavorativo, quindi va oltre al mero sopravvivere. Rispetto al mangiare, mangerezza ne supera la funzione di fulcro delle relazioni sociali, elemento rituale di base, giocato dai bambini, strutturato identitariamente in famiglia, luogo senza cui l’incontro fra persone, per piacere o lavoro, quasi non esiste, diventando strumento per il raggiungimento dell’obiettivo di auto realizzazione personale. Ovviamente, mangiare è anche di un verbo profondamente usurato a forza di essere pronunciato nei secoli: per tirare fuori un mangiare dal manducare latino serve una masticazione lunghissima. A maggior ragione sarà per il neologiorno mangerezza: ma sarà sufficiente una lettura approfondita ed esaustiva del romanzo, senza esercitare gli imprescrittibili diritti del lettore di Daniel Pennac. Infatti, solo in questo modo il lettore potrà scoprire perché è legato così profondamente a leggerezza che, nel caso del personaggio, non è limitatezza di peso, come dato qualitativo o funzionale, data la sua corpulenza; nemmeno mancanza di controllo nel comportamento, indice di scarsa serietà e di frivola noncuranza, o, con altro senso figurato, futilità, banalità. Bensì trattasi di agilità o scioltezza non solo fisica, ma soprattutto mentale, in quanto riferibile a dote innata di delicatezza o anche a un grado notevole di abilità acquisita, il che si adatta perfettamente alle caratteristiche costitutive del personaggio, così astuto e scientificamente calcolatore. Siamo sempre a parlare di mangiare, è naturale che ci si ritorni anche per significati figurati, perciò pensiamo alla mangerezza del recinto divorato dalla ruggine, perché superficialmente non trattato in superficie, alla mangerezza delle parole non pronunciate per mancata sollecitudine, ma anche a quella mangerezza irregolare così tipica in questi tempi di anoressici o bulimici, o quella del cugino che ha fatto sparire con calcoli raffinati il patrimonio di famiglia. E finiamo al principio: il suono. Ci fa aprire e chiudere la bocca come una insalivazione, alternando l’apertura massima della A alle nasali (anche durante la masticazione l’aria dovrebbe passare dal naso), e alla complessità del GI che travolge gola, lingua, denti e labbra. Per non parlare della E che, a seconda della regionalità della pronuncia, potrà essere APERTA – vedi il milanese nord italico – e quindi richiamare stomaci dilatati; o CHIUSA – vedi il romanesco o il fiorentino centro italico – che attiene più alla leggiadra arguzia di chi attua l’azione con secondi fini. Un verbo che è un vero epitome mimico, di una finezza che non ci sfuggirà in quelle occasioni in cui lo diremo.