Alcune riflessioni su guerre e genocidi

Di Massimo Acciai Baggiani

marainiTra i molti libri letti durante la quarantena, un romanzo di Dacia Maraini mi ha dato l’occasione per mettere per scritto alcune riflessioni su tematiche toccate dalla storia, ambientata in Europa in piena guerra fredda. Il treno dell’ultima notte non è un libro per stomaci delicati: la Maraini non risparmia al lettore che, come la protagonista, «vuole mettere il naso nella merda»[1], nessuno degli orrori dei lager nazisti o dei regimi cosiddetti “comunisti”, «cose talmente vere che sembrano finte, talmente vere che diventano sublimi nella loro irrealtà.»[2] tanto che anche noi lettori ne siamo sconvolti, ci sentiamo in qualche modo incapaci di capire fino in fondo l’orrore, perfino vagamente colpevoli anche se siamo nati decenni dopo quell’epoca oscura. Quando si pensa di esserci abituati alla narrazione dei crimini del nazismo, capita di leggere un libro come questo e di esserne ancora scossi.

La storia è quella di un viaggio all’inferno: non quello dantesco nell’aldilà, ma quello di Amara, giornalista italiana ossessionata dalla ricerca di Emanuele, antico compagno di giochi d’infanzia, primo amore, scomparso come tanti ebrei nell’orrore della seconda guerra mondiale. Amara vive a Firenze, nel mio stesso quartiere, Rifredi: molti sono i luoghi citati a me familiari (via Alderotti, Villa Lorenzi, via degli Incontri, piazza Dalmazia, il Terzolle… ma anche il mio amato Monte Morello).

Amara è stata appena sfiorata dalla guerra (anche se pure lei ha fatto la fame); si è poi rifatta una vita, si è sposata, ma non ha mai dimenticato Emanuele, la cui famiglia benestante ha avuto la poco brillante idea di tornare a Vienna (da cui molti ebrei fuggivano) proprio durante le persecuzioni razziali, sicura della propria intoccabilità aristocratica. Adesso, Amara è una donna e fa la giornalista: può attraversare confini. Il viaggio la porta, in piena guerra fredda, oltre cortina, da Auschwitz a Vienna e da qui a Budapest, dove capita alla vigilia della rivoluzione ungherese del 1956 – e come giornalista mancherà lo “scoop” a causa delle difficoltà di comunicazioni col suo giornale in Italia – in un’Europa dell’Est ancora ferita, sotto un regime non meno sanguinario di quello da poco sconfitto. Amara incontrerà due uomini che la aiuteranno nella sua ricerca disperata che, suo malgrado, giungerà a una conclusione: non quella sperata purtroppo. Emanuele è morto e sepolto: al suo posto c’è un uomo distrutto, imbestialito, che non ha mai saputo superare il trauma di Dachau.

Manca insomma il lieto fine: non può esserci, dal lager non se ne esce vivi neppure se si viene salvati – come già dimostrato da Primo Levi. Si è comunque morti dentro. L’orrore è assoluto. Ancora oggi gli ebrei giustamente ci tengono a che non venga mai dimenticato – anche se molti hanno la memoria corta e le nuove generazioni pare non abbiano imparato molto dai padri. Il 27 gennaio, Giorno della Memoria, è dedicato al Genocidio per antonomasia, la Shoah, l’Olocausto. Guai a dimenticarlo, o aggiungere postille, altrimenti si viene tacciati come minimo di antisemitismo, se non proprio di nazismo.

Dopo la lettura del romanzo della Maraini – come dopo qualsiasi testimonianza dei lager (da Se questo è un uomo a Schindler’s list) non sarebbe però male prendere una qualsiasi Bibbia e aprirla a Deuteronomio 7,1-5:

«Quando il SIGNORE, il tuo Dio, ti avrà introdotto nel paese che vai a prendere in possesso, e avrai scacciato molti popoli: gli Ittiti, i Ghirgasei, gli Amorei, i Cananei, i Ferezei, gli Ivvei e i Gebusei, sette popoli più grandi e più potenti di te; quando il SIGNORE, il tuo Dio, li avrà dati in tuo potere e tu li avrai sconfitti, tu li voterai allo sterminio[3]; non farai alleanza con loro e non farai loro grazia. Non t’imparenterai con loro, non darai le tue figlie ai loro figli e non prenderai le loro figlie per i tuoi figli, perché distoglierebbero da me i tuoi figli che servirebbero dèi stranieri e l’ira del SIGNORE si accenderebbe contro di voi. Egli ben presto vi distruggerebbe. Invece farete loro così: demolirete i loro altari, spezzerete le loro statue, abbatterete i loro idoli d’Astarte e darete alle fiamme le loro immagini scolpite.»

Cosa vorresti insinuare? Mi domanderebbe qualcuno, non necessariamente ebreo. Vorresti dire forse che la Shoah è stata una sorta di punizione karmica per l’antico genocidio biblico dei cananei e compagnia bella?

Sarebbe una lettura un po’ banale e comunque fuorviante. Non credo nel karma collettivo; penso che ognuno abbia solo il proprio karma personale, ed è più che sufficiente. Gli ebrei del XX secolo non erano fisicamente gli stessi che uccidevano donne e bambini in “terra santa”, né lo avrebbero mai fatto. La stragrande maggioranza degli ebrei di oggi, come di quelli del secolo scorso, è composta da brava gente, poco ortodossa, pacifica e priva di fanatismo: un po’ come i cattolici. Sì, ci sono anche i fanatici, come in qualsiasi gruppo umano, ma sono pochi e non fanno testo. Pochi tra i cattolici hanno letto il Deuteronomio, così come non tutti gli ebrei conoscono o approvano la Torah (nascere ebreo è un fatto etnico, non una scelta religiosa: se si ha la sfiga di nascere tra ebrei osservanti si subisce una mutilazione genitale da piccoli, ma c’è a chi va peggio… ad esempio a chi nasce femmina in un paese islamico): a coloro però che condannano la Shoah e approvano i genocidi compiuti dai propri antenati, dico solo che non fanno un buon servizio alla propria causa. Non vedo una grande differenza tra il credo ariano della “razza superiore” e quella del “popolo eletto” promossa dagli ebrei antichi e da quelli moderni che bombardano i palestinesi in nome della medesima “terra promessa”[4].

Io non credo nei genocidi di serie A e in quelli di serie B: un genocidio è unico, e non può avere mai alcuna giustificazione. Ma è corretto dunque accostare uno sterminio avvenuto millenni fa ad uno accaduto nella “civilissima” Europa del XX secolo, dopo l’Illuminismo, la Rivoluzione Francese e Americana, e poco prima della Dichiarazione universale dei diritti umani? A chi si è posto la mia stessa domanda – ebbene sì, non sono il primo – è stato risposto con un NO secco. Un bambino trucidato tremila anni fa non vale un bambino gasato ottanta anni fa. Era un altro mondo, quello in cui agivano gli ebrei veterotestamentari: altri valori, altra considerazione della vita umana. Bene, sono d’accordo: nel 1000 a.C. un genocidio era normale amministrazione, non si scandalizzava nessuno. Perché dovremmo scandalizzarci, oggi, se un dio “misericordioso” ordinò al proprio popolo di cancellarne altri sette? Risponderei: per la stessa ragione per cui oggi ci scandalizziamo se decine di milioni di ebrei (e omosessuali, e zingari, e comunisti, ed esperantisti…) sono stati assassinati e ridotti in cenere. Perché la vita umana è sempre sacra. È più sacra di qualsiasi culto, di qualsiasi nazionalismo, di qualsiasi bandiera, di qualsiasi ideale. Uno degli argomenti più forti con cui sostengo il mio ateismo e il mio antifascismo è proprio questo: un dio buono non avrebbe mai permesso un singolo omicidio, figuriamoci quello di un intero popolo, e figuriamoci poi ancora di più se ordinato dallo stesso dio.

Il discorso si potrebbe ampliare agli innumerevoli genocidi e alle altrettanto innumerevoli guerre della Storia nota – gli armeni, gli indios, gli indiani d’America, i catari, e chi più ne ha più ne metta – ma penso di aver chiarito il punto. Una guerra giusta non esiste. Solo il giorno in cui non esisteranno più “popoli” – ebrei, islamici, italiani, americani, africani, eccetera – ma ci sarà un unico grande “popolo”, quello “umano”, anzi quello degli “esseri senzienti”, solo allora e non prima si potrà parlare di “giustizia” anche in concreto. L’uomo vedrà mai quel giorno? Solo se saprà vincere la sua oscurità e saprà riconoscere se stesso nell’altro, se si sentirà parte integrante dell’universo intero, se capirà che fare del male agli altri è in fondo farlo a se stesso… solo allora l’uomo sarà divenuto simile a una divinità, ma certo non quella hitleriana dell’Antico Testamento o delle altre religioni teiste. Spiace dirlo, ma è così. Io credo che l’uomo si meriti questo futuro luminoso, fintanto che sulla terra esisteranno dei sognatori.

Firenze, 21 aprile 2020

Bibliografia

Maraini M., Il treno dell’ultima notte, Milano, Rizzoli, 2010.

Note

[1] Maraini M., Il treno dell’ultima notte, Milano, Rizzoli, 2010, p. 413.

[2] Ibidem.

[3] Il corsivo è mio.

[4] A pag. 144-145 del romanzo della Maraini c’è un’interessante “confessione” di alcuni ebrei ritornati da Israele che, pur non rinnegando la loro fede ebraica e sostenendo le ragioni del proprio popolo, mettono in discussione la soluzione armata alla questione palestinese, usando esplicitamente la parola “invasione”.

Considerazioni sul concetto di libertà

Di Massimo Acciai Baggiani

Martin_Luther_King,_Jr.«La mia libertà finisce dove comincia la vostra» diceva Martin Luther King. Questa frase, su cui mi trovo assolutamente d’accordo, è di estrema attualità in questo periodo di misure di contenimento di una pandemia, ma merita dei chiarimenti. Io la interpreto così, alla luce degli eventi di questi giorni: la libertà non è fare tutto ciò che ti passa per la testa, fregandotene delle conseguenze delle tue azioni sugli altri. Quella non è libertà, è un’altra cosa. Le parole sono importanti, come diceva qualcuno, e alcune si prestano facilmente a fraintendimenti. Quando leggo, sui social, post contro il governo che ha «annullato le sacre libertà costituzionali» di uscire di casa e aggregarsi, o quando vedo esponenti di Forza Nuova che portano una bandiera con suscritto «Libertà» mentre vanno a fare una marcia non autorizzata a piazza San Pietro, o ancora quando sento un fascista che auspica l’abolizione del reato di apologia del fascismo in nome della «libertà di pensiero», penso che forse questa parola, «libertà» sia la più fraintesa del vocabolario di tutte le lingue, e mi cascano le braccia.

Premetto che io sono anarchico – precisamente un “anarchico utopico” (ossia per me il mondo perfetto è un mondo in cui non c’è bisogno di leggi o regole, perché spontaneamente gli uomini e le donne si rispettano e vivono in armonia): può sembrare quindi strano che in questo momento storico mi faccia acceso difensore di regole che limitano la “libertà”, per me bene supremo («Liberté, égalité, fraternité» riassumono la mia idea politica). No, non c’è nessun paradosso: la libertà in cui credo non è quella di uscire di casa ed esporsi/esporre al contagio, solo perché si ha la fregola di fare due passi, ma quella di essere liberi anche tra le mura domestiche, pensando a coloro che vorrebbero esserci a casa ma non possono – perché non ce l’hanno una casa, oppure perché devono andare al lavoro, rischiando la vita. La libertà in cui credo io è, purtroppo, qualcosa che si concretizzerà per l’uomo del futuro, quando supererà la propria umanità per non estinguersi: per l’uomo reale, di oggi («effettuale» direbbe Machiavelli), ci vogliono purtroppo delle regole, soprattutto per gli italiani; ma che siano regole basate sul buonsenso, che mirino al bene di tutti senza creare privilegi, e che vengano imposte al riottoso italiano che crede sempre di essere più “furbo” degli altri (e ritiene la “furbizia” una virtù).

220px-Former_President_Toda«Un uomo è libero nel momento in cui desidera esserlo» scriveva Voltaire; Josei Toda, secondo presidente della Soka Gakkai, arrestato, durante la seconda guerra mondiale, dal regime militare giapponese per le sue idee pacifiste e democratiche, dichiarava di essere più libero lui in prigione che suoi carcerieri. Grandi uomini, direte, certo. A me queste quattro mura vanno strette, non dico di no: mi manca il caffè che ero solito prendere al bar, leggendo il giornale, mi mancano le passeggiate, le corse in bicicletta, mi manca il mio lavoro (perso a causa della quarantena), mi mancano il contatto con i miei amici e tante piccole cose che prima davo per scontate. A volte mi sembra di impazzire, lo confesso. Ma il mio sacrificio è ben poca cosa rispetto a quello di altri, e comunque il pensiero di contribuire, seppure in piccolissima parte, alla soluzione di questa pandemia, affinché ci siano meno vittime possibile, mi rende sopportabile questa reclusione, le dà un senso.

Io resto a casa quindi. Perché dunque ce l’ho con chi dice «Tu resta pure a casa, io esco! Se poi vengo contagiato, almeno me ne andrò a testa alta, libero, e non come un pecorone sorvegliato dai droni!»? Perché, come diceva Luther King, la tua libertà sta invadendo la mia, ossia quella di poter uscire di casa il prima possibile, in sicurezza, quando questo casino sarà passato grazie anche al sacrificio di molti che, come me, se ne stanno a casa. Se tu esci, metti in pericolo anche me, indirettamente, oltre che te stesso.

Proprio mentre sto scrivendo, si è accesa una polemica che vede contrapporsi il governo italiano e i vescovi cattolici. Con ciascuna parte si schierano i laici e i fedeli più irresponsabili (molti no-vax, qualche fascistello di Forza Nuova, eccetera). Già Salvini aveva proposto di riaprire le chiese per pasqua (idea sostenuta con veemenza anche da Davide Rondoni, versificatore ciellino, su Facebook); idea balzana per fortuna non presa in considerazione da chi gestisce questa quarantena (in modo non ottimale forse, ma sicuramente lodevole). Con la fase 2 si è riaccesa la polemica quando nel discorso di Conte non è stata contemplata la riapertura alle cerimonie religiose (salvo i funerali, con un massimo di 15 partecipanti morto compreso). Subito si è parlato di «attentato alla libertà di culto» e il povero Conte, intimorito, sta già pensando di fare marcia indietro. I cattolici si fanno sempre riconoscere: già durante la quarantena più di un prete aveva trasgredito la legge, con la sicumera di essere al di sopra dei decreti del governo, adesso vorrebbero riportare il popolo nelle chiese, pur se «garantendo la sicurezza» (come si può garantire la sicurezza al 100%? Il rischio, per quanto piccolo, non sarà mai pare a zero[1]).

Trovo che ciò sia semplicemente pazzesco. Noi buddisti, come tutte le altre fedi presenti sul territorio italiano, abbiamo sospeso le nostre riunioni e nessuno si è lamentato; è prevalso il buon senso. Perché i cattolici invece vorrebbero il solito trattamento privilegiato, mettendo a rischio la salute di tutti? La risposta è: perché il cattolicesimo è una religione basata più sulla “pancia” che sul cervello, più sull’egoismo che sull’altruismo. A molti cattolici piace far polemica; quando si parla di preti pedofili o cardinali che si rifanno l’attico con i soldi destinati ai poveri si sentono attaccati, quando invece si chiede loro di collaborare col personale medico, che combatte in prima linea per salvare il culo anche a loro, trovano appropriato remare contro, per buttarla in politica, per ostacolare la “scienza materialista”. Il medioevo non è mai finito; resiste in molte sacche, per fortuna minoritarie, ancora oggi. La “libertà” di andare a messa cozza con il diritto alla salute e alla sicurezza di tutti, ma al signor Rondoni e al signor Salvini questo non importa: l’importante è ribadire che l’Italia non è uno stato laico (come sancito dalla Costituzione) ma è “terra cattolica”.

Il discorso sulla libertà di uscire di casa a fare due passi o per andare a messa si inserisce in un discorso ben più ampio, che meriterebbe un intero libro, ma il succo è sempre lo stesso. Libertà è rispettare e farsi rispettare. La “libertà” di chi diffonde fake news su Facebook o in televisione, di chi grida al complotto, di chi propaga odio verso gli omosessuali, i pacifisti, le donne, i migranti o chi segue un’altra religione, di chi vorrebbe riportare in auge idee del triste Ventennio… non è vera libertà. Cos’è? La lingua italiana è molto limitata da questo punto di vista, non è una lingua adatta alle sottigliezze filosofiche.

voltaire«Internet?» diceva Umberto Eco «Ha dato diritto di parola agli imbecilli: prima parlavano solo al bar e subito venivano messi a tacere». Questa frase mi ha sempre irritato, perché è troppo generica ed è anche falsa: gli “imbecilli” vengono subito messi a tacere anche sui social, non è cambiato nulla da questo punto di vista. Se uno è in buona fede ma male informato ha comunque diritto a dire la sua; se sostituiamo la parola “imbecilli” con “fascisti” (nel senso più ampio del termine) allora concordo con Eco (sulla prima parte della sua frase). I fascisti, che quando erano al potere non hanno mai riconosciuto il diritto di parola agli avversari, e oggi usano molto e a sproposito il termine “libertà” e ci aggiungono anche – proprio loro! – il termine “dittatura”, non coglierebbero certo l’ironia di questa frase di Voltaire: «Proclamo ad alta voce la libertà di pensiero e muoia chi non la pensa come me».

Firenze, 14 aprile 2020

Note

[1] Neanche nei supermercati il rischio è zero, ma se permettete far provvista di cibo è un attimino più importante che andare in chiesa. Si può pregare benissimo anche da casa.

Neologiorno n.9: Porcellitudine

di Stefi Pastori Gloss

[por-cel-li-tù-di-ne]

SIGN Inequivocabile disposizione innata per certe attività, tendenti per lo più all’erotizzazione delle relazioni umane e non.

Commistione di attitudine, voce dotta recuperata dal latino medievale [aptitudo -ĭnis], derivato  di [aptus] ‘adatto’  dell’inizio del XIV secolo; e porcello, diminutivo grazioso dal latino [porcum] intorno al XIII, che identificherebbe una certa simpatica disinibizione nel sesso. Nata sul finire del 2012, se ne attesta l’utilizzo con l’assidua frequentazione delle chat per incontri per essere meglio descrittivi in determinati contesti di natura sessuale.

A volte è mischiando assieme le parole che da un paio di queste, comunissime, se ne fa una letteraria – il cui significato è lampante per tutti e tutte, da subito.

Porcello: a guardarla, si capisce subito che si parla non di sudiciume nella persona, di sporco (di fango, non lavato, incrostato, puzzolente), ma di piacere. Quel diminutivo ci illumina sulle doti licenziose della persona, che allegramente se la fa con tutti, e tutte, evitando giudizi morali a sottendere un’eventuale recarsi in confessionale.

Anzi, è evidente che si tratta di un più trasparente ‘disinibito’ con la sottolineatura dell’ ‘avere propensione a’. Porcellitudine, pertanto, ci parla di un’espressione verbale di gioia, gradimento, ammirazione di se stesso e dell’altro o altra, o entrambi, specie davanti a un successo altrui (di norma dell’elemento maschile, se vogliamo definire ‘successo’ l’ejaculatio, ma anche femminile, che capita solo a quanto pare quando l’elemento maschile la stimoli a dovere), a un appagamento importante, a un soddisfacimento erotico particolarmente riuscito.

Non cambia l’atto, cambia la partecipazione personale all’atto, più coinvolto, dove il o la porcella che usa la porcellitudine a proprio vantaggio e a quello altrui, prende il tempo e lo spazio per inquadrare le formule di riconoscimento in una situazione condivisa, in un insieme.

Posso dire che voglio fare mia la procellitudine per amarti meglio, o raccontare che Caia si è profusa in porcellitudine sperticata, o descrivere l’effetto che ha sulle mie carni la sua porcellitudine.  Quindi, si parla sì ricercatezza, ma non secca, non distaccata, diplomatica, insomma, direi quasi garbata. Il paradosso è che la nuova parola letteraria, aulica, è meno stentorea e reboante di quella comune, ovvero di ‘libidinoso o libidinosa’.  (Però non riesco a togliermi di testa che la porcellitudine debba essere anche quella che si applica pure nei confronti dell’unico amore di tutti i giorni.)

Per collaborazioni artistiche:
Stefi Pastori Gloss (Gruppo di Lavoro e Osservatorio Sessismo e Stalking)
Profilo FB: https://www.facebook.com/pastoristefania.gloss
Profilo Instagram: @stefipastorigloss
Profilo Twitter: @pastoriGLOSS

Slavoj Žižek: «Coronavirus: un nuovo comunismo può salvarci»

slavojL’ultima opera di Slavoj Žižek è, Virus editore Ponte alle Grazie si descrive la  pandemia di coronavirus  che sta trasformando i rapporti tra individui e le relazioni internazionali tra gli Stati. Slavoj Žižek ha una logica di un bipolarismo che guida in una totale confusione. Che cosa dice: «Questa realtà ci obbliga a ridurre concretamente le nostre libertà? Certo, le quarantene e simili provvedimenti limitano la nostra libertà, e ci vorrebbero dei nuovi Assange qui per smascherare possibili abusi. Ma la minaccia di un contagio virale ha anche dato un impulso formidabile alla formazione di nuovi modi di solidarietà locale e globale, per di più ha reso manifesta la necessità di sottoporre al controllo anche lo stesso potere.» E continua con un’antitesi, – è l’antitesi della logica bipolare – «Magari si propagherà un virus ideologico diverso e molto più benefico, e che ci infetti c’è solo da augurarselo: un virus che ci faccia immaginare una società alternativa, una società che vada oltre lo Stato-nazione e si realizzi nella forma della solidarietà globale e della cooperazione.»

L’antitesi: Il coronavirus è una malattia del globalismo dei confini aperti dell’ economia dello sviluppo oggi si è passati (come dice Giulio Tremonti)   da quello che era considerato il giusto global order a qualcosa di oggettivamente diverso che taluni chiamano global disorder.

La nostra epoca segna un ulteriore passaggio dall’ utopia alla distopia. Il coronavirus è la distopia che viene. Slavoj Žižek  accetta quello che diceva Rahn Emanuel «mai lasciare che una buona crisi vada sprecata» e cosi vede una opportunità di avere un nuovo comunismo. Non è un comunismo politico, ma un comunismo della solidarietà. Che cosa non capisce Slavoj Žižek? Il comunismo è un sistema politico dei rapporti sociali mentre l’epoca della pandemia è una vita a distanza, non ha visto la differenza  Slavoj Žižek, non ha visto anche  che non esiste la solidarietà?  Basta vedere che cosa è successo in Europa. Per esempio la Germania preparava il divieto di export dei dispositivi di protezione: guanti, mascherine, occhiali, tute. Dov’è la solidarietà Slavoj Žižek? Ancora non vedi Slavoj Žižek la realtà?  Non vedi lo sfacelo dell’Europa?

Non siamo in una situazione di emergenza come crede Slavoj Žižek ma siamo in una nuova epoca. Questo non può capire Slavoj Žižek. E come diciamo il topo non vede più il gatto, ma soltanto il formaggio cosi funziona anche Slavoj Žižek.

Il coronavirus, è una vera pandemia, che dovrebbe spingere tutti i Paesi alla realizzazione di un Governo mondiale. Che cosa diceva Jacques Attali nel lontano 2009. « La storia ci insegna che l’umanità evolve significativamente soltanto quando ha realmente paura: allora essa inizialmente sviluppa meccanismi di difesa; a volte intollerabili (dei capri espiatori e dei totalitarismi); a volte inutili (della distrazione); a volte efficaci (delle terapeutiche, che allontanano se necessario tutti i principi morali precedenti). Poi, una volta passata la crisi, trasforma questi meccanismi per renderli compatibili con la libertà individuale ed iscriverli in una politica di salute democratica…E, anche se, come bisogna ovviamente sperare, questa crisi non sarà molto grave, non bisogna dimenticare, come per la crisi economica, di impararne la lezione, affinché prima della prossima crisi – inevitabile – si mettano in atto meccanismi di prevenzione e di controllo, come anche processi logistici di un’equa distribuzione di medicine e di vaccini. Si dovrà per questo, organizzare: una polizia mondiale, un sistema mondiale di stoccaggio (delle risorse) e quindi una fiscalità mondiale. Si arriverebbe allora, molto più rapidamente di quanto avrebbe permesso la sola ragione economica, a mettere le basi di un vero governo mondiale.»  Non sembra che le parole di Jacques Attali siano state ascoltate. Abbiamo una guerra biologica e come diceva Randolpf.  S. Bourne la guerra mantiene lo stato in buona salute. Infine Slavoj Žižek non ha capito niente.  Sicuramente Slavoj Žižek si chiama principe della balordaggine o della sciocchezza.

Apostolos Apostolou

Scrittore e docente di filosofia.

Lo Stupore e il Mistero

Di Massimo Acciai Baggiani

giussaniInnumerevoli sono i movimenti sorti nell’ambito della chiesa cattolica, soprattutto nello scorso secolo. Io ne ho conosciuti personalmente tre: quello dei Ricostruttori, dei Focolarini (a cui ho dedicato un capitolo nel mio libro Due passi indietro[1]), ma quelli che ho frequentato più a lungo sono senza dubbio i Ciellini: più o meno una decina d’anni. Premetto che non sono mai stato un seguace di don Giussani (1922-2005), né ho mai aderito a Comunione e Liberazione: quando incontrai per la prima volta il movimento, creato dal prete lombardo nel 1954, ero una ateissima matricola alla facoltà di Fisica e Matematica, nell’autunno del ‘94.

Avevo ufficializzato il mio ateismo con i miei genitori[2] un paio di anni prima e da un anno non frequentavo più la parrocchia di Santo Stefano in Pane, soprattutto dopo il disastroso campo di lavoro a Cuneo, nell’estate del ’93, quando mi venne la malaugurata idea di fare volontariato nella Emmaus. Fui abbordato da studenti universitari più grandi e invitato a studiare con loro. Quegli incontri si concludevano con una sospetta preghiera, a cui partecipavo mio malgrado. All’epoca non avevo idea di cosa fosse CL: lo avrei scoperto comunque col tempo. Abbandonati gli studi di Fisica, dopo solo un mese, mi iscrissi a Lettere: all’inizio del nuovo anno accademico, nel ’95, fui di nuovo abbordato alla segreteria studenti da alcuni ciellini che davano una mano alle matricole a compilare i vari moduli. Tra questi c’era una ragazza che mi piaceva molto fisicamente.

Mi lasciai così convincere a partecipare alle loro “scuole di comunità”: delle riunioni che si tenevano con cadenza settimanale[3], se ricordo bene, dove venivano lette e commentate le opere del Giussani. Si trattava di libri scritti con un linguaggio oscuro, ermetico, in una sorta di gergo teologico-filosofico in cui ricorrevano parole chiave quali “stupore”, “Mistero[4]”, “Volto[5]”, “incontro[6]”, eccetera. Erano lezioni in cui capivo poco o nulla, di una noia mortale, e a cui partecipavo malvolentieri; ma come dir di no a un bel visino che per lo più mi prendeva in considerazione? Bisogna dire che all’epoca il mio rapporto con l’altro sesso era piuttosto problematico: ero timidissimo, le ragazze mi ignoravano, quindi scambiai per interesse e amicizia il fatto che la ciellina in questione mi venisse a cercare, fosse pure solo per fare proselitismo. Partecipai così alle loro gite, alle feste universitarie, alle conferenze[7], ai capodanni e soprattutto alle vacanze estive in montagna.

Ammetto che tra il 1996 e il 2004 ho trascorso delle fantastiche settimane sulle Alpi (La Thuile, la Val di Fassa, la Svizzera…): erano degli ottimi organizzatori, il programma era sempre interessante, i luoghi bellissimi e gli alberghi di prim’ordine e a basso prezzo. Unico neo: le loro ossessive scuole di comunità, che comunque riuscivo a disertare quasi sempre.

Dal punto di vista umano invece lasciavano parecchio a desiderare: in dieci anni non ho mai stretto una vera amicizia, e anzi ricordo quando, durante la mia ultima vacanza sulle Dolomiti ebbi un piccolo incidente durante una camminata[8] e nessuno mi aiutò: tanto per restare in tema, mi sentivo un po’ come il tizio del Vangelo scavalcato dai vari preti, in attesa di un buon samaritano che non arrivò mai. Ricordo anche che erano molto inquadrati, come tanti soldatini: le camminate venivano svolte tutte in fila indiana – una fila lunghissima, visto che si parlava di centinaia di persone – lungo i sentieri montani, in assoluto silenzio (io ascoltavo musica con le cuffie), ligi alle direttive dall’Alto. La cosa più sconcertante per me però era assistere all’Angelus, una preghiera che veniva fatta la mattina con voce robotica e alienata. Ricordo anche un altro episodio che la dice lunga sull’ipocrisia ciellina: un giorno uscendo da una delle loro riunioni in montagna non trovai più l’ombrello, che avevo lasciato all’ingresso del salone. Stava piovendo, così feci una corsa sotto l’acqua fino all’albergo, domandandomi chi fosse quel figlio di puttana che me lo aveva fregato: venne fuori che era stata la moglie di uno dei capi, perché aveva dimenticato il suo in hotel e aveva pensato di prendere quello di un “sottoposto”. Quando ne chiesi la restituzione, quella mi guardò come se fossi un rompiscatole e mi chiese: «Adesso?»

Nel 2001 mi laureai, l’anno successivo incontrai il buddismo di Nichiren Daishonin, ma continuai a frequentarli ancora per un paio di anni, sfruttandoli come “agenzia di viaggi”, così come loro avevano sfruttato me. Ovviamente non ho mai parlato delle mie idee religiose con loro, non le avrebbero comprese e sarei stato allontanato senza tanti complimenti[9].

Non ho mai letto per intero un libro di Giussani – verso cui i ciellini hanno un vero e proprio culto della personalità, tant’è che un giorno che apparve su tetto dell’albergo fu inneggiato neanche fosse apparsa la Madonna! – ma se è vero che dai frutti si riconosce l’albero, non credo che mi sarei sentito a mio agio a dialogare con costui. Colto, coltissimo, non dico di no – i riferimenti letterari e filosofici abbondavano nei suoi testi, spesso reinterpretati a modo suo[10] – ma arido e cervellotico, tutto il contrario di una Chiara Lubich[11] o di un Guidalberto Bormolini[12]. Anni dopo aver chiuso con i ciellini mi è capitato tra le mani un suo testo didattico per l’ora di religione ad uso dei licei: l’ho preso per curiosità dal solito scaffale del libero scambio e ho cercato di comprendere che cosa mi ero perso negli anni universitari, alla luce di un bagaglio culturale più ampio e di tanti dialoghi con esponenti di religioni diverse. Non un granché, mi pare: Giussani era un conservatore, dietro un’apparente adesione alla razionalità propugnava idee medievali, cadeva spesso in contraddizione, aveva insomma qualcosa di respingente per me.

È interessante vedere come si rapportava alle altre religioni. Come valutarle? Il sincretismo[13] è da evitare, così come il razionalismo (ossia studiarle tutte e scegliere poi quella che convince di più – soluzione dichiarata «astratta» e «impossibile»[14] – o almeno studiare quelle più diffuse[15] – e qui il Giussani ci fa un po’ sorridere con la constatazione che così, visto che nel I secolo d.C. i cristiani erano una piccola minoranza, «avrei dovuto trascurare quel minuscolo gruppo d’uomini e non avrei mai scoperto che la mia verità era invece proprio lì»[16]). Insomma, l’unico approccio sensato secondo il nostro autore è quello che lui stesso definisce «empirico», il quale consiste – in parole povere – a seguire la religione della propria tradizione. Cioè, se nasci in un paese cattolico non hai scampo: devi essere cattolico! Lo stesso per quanto riguarda i paesi islamici (in quelli purtroppo davvero non hai scampo…), buddisti, scintoisti, eccetera. Non importa se non credi, segui la religione dei tuoi genitori. È insomma una norma «di convenienza»[17], salvo «convertirsi», che può essere anche semplicemente «la scoperta più profonda e più autentica di ciò cui si aderiva prima.»[18]

Trovo questo passo molto significativo. Qualcosa del genere lo sosteneva tra l’altro anche il Dalai Lama, sconsigliando alle persone di cambiare religione rispetto a quella dei genitori per non incorrere in “conflitti psicologici”. Non è una cosa banale come potrebbe apparire. Se uno nasce in un paese multiculturale, con una grande varietà di fedi religiose, sarà portato a una maggiore apertura mentale: molto più difficile averla in un paese monolitico come ad esempio una teocrazia, specie dove l’“apostasia” è un reato da pena capitale. In Italia fino a qualche tempo fa la chiesa cattolica deteneva una sorta di monopolio; oggi per fortuna le cose stanno cambiando anche qui, seppure molto lentamente. Ancora negli anni Novanta i miei genitori si scandalizzavano per la mia “apostasia” (ma io non sono mai stato cattolico, tentavo di spiegargli, sono stato semplicemente battezzato contro la mia volontà). Se potessi parlare con lo spirito del Giussani gli farei notare che, in base a questo ragionamento, se fosse nato duemila anni fa avrebbe anche lui offerto sacrifici a Giove o a Marte, visto che quella era la religione della tradizione, e non avrebbe mai aderito a quel «minuscolo gruppo d’uomini» di cui parlava poche righe sopra, anzi se tutti gli uomini avessero seguito la soluzione «empirica» non sarebbe mai nata alcuna nuova religione, cristianesimo compreso.

Insomma; bisogna restare nella religione dei padri oppure bisogna convertirsi?

Come il Giussani risolva questa contraddizione non è dato saperlo, infatti nel libro cambia subito argomento.

Firenze, 27 marzo 2020

PS: L’ex primo ministro Matteo Renzi è stato ciellino, oltre che compagno di scuola di una mia cara amica, la quale lo ricorda come molto attivo nel movimento e “politico” già allora. Lo chiamavano “il Bomba”.

Bibliografia

  • Giussani L., Scuola di Religione, Torino, SEI, 1999.

Note

[1] Acciai Baggiani M., Magnelli I., Due passi indietro, Firenze, Porto Seguro, 2020, pp. 44-76.

[2] Non la presero bene.

[3] Nelle aule universitarie oppure nella loro stanzetta, nel seminterrato del dipartimento di Italianistica in Piazza Brunelleschi, proprio a fianco della stanza degli Studenti di Sinistra, con cui c’era una rivalità stile Don Cammillo vs Peppone.

[4] Alias il dio cattolico.

[5] Quello del Mistero (vedi sopra).

[6] Quello con CL ovviamente.

[7] Ricordo quella del prof. Franco Cardini, il noto esperto di crociate, cattolicissimo, assenteista a lezione e ai ricevimenti, in cui dava una sorta di giustificazione alle varie guerre di religione combattute nel medioevo.

[8] L’incidente al ginocchio mi impedì di rientrare al lavoro, presso l’Albergo Popolare, e mi costrinse a zoppicare per un bel po’. Ancora oggi è un mio punto debole.

[9] Qualcuno di loro, tra il serio e il faceto, parlava di rogo nei confronti degli odiati Studenti di Sinistra.

[10] Ad esempio la “rilettura” cristiana di Leopardi.

[11] La fondatrice del movimento dei Focolari.

[12] Il prete responsabile della sezione toscana dei Ricostruttori.

[13] Approccio adottato dai Ricostruttori.

[14] Giussani L., Scuola di Religione, Torino, SEI, 1999, p. 119.

[15] Infatti vediamo che la conoscenza del Giussani delle altre religioni è molto superficiale, basta vedere cosa scrive del buddismo (Giussani L., Op. cit., p. 119).

[16] Giussani L., Op. cit., p. 120.

[17] Ibidem.

[18] Ibidem.

L’epoca del coronavirus

Di Apostolos Apostolou

apSiamo davanti a una Chimera? Il simbolo del cambiamento e della trasformazione, quasi come se nel codice genetico umano fosse inciso il concetto di evoluzione, fin dall’antichità) o la storia si è fermata? E questo perché la saturazione supera l’eccedente di qui parlava Bataille. E’ vero, abbiamo superato un certo punto di reversibilità di contraddizione nelle cose e siamo entrati da viventi in un universo di non contraddizione d’infatuazione, di estasi, di stupefazione di fronte a processi irreversibili e che tuttavia non hanno senso. La macchina contatore (cioè counter della storia, della società) si è finita. E nella drammatica europea la Germania nega la solidarietà. Oggi abbiamo bisogno una risurrezione come mai prima d’ora. Il coronavirus è qui e la vita ha nuove requisiti. Albert Camus era il primo che ha capito com’ è la vita dal buio della malattia.
La peste venne pubblicato nel 1947 e valse ad Albert Camus. La peste è costruito come una tragedia in cinque atti. La storia è ambientata nella città algerina di Orano, in un imprecisato momento degli anni quaranta. Protagonista della peste è Bernard Rieux, medico francese residente a Orano, e il romanzo è condotto come cronaca scritta in terza persona dallo stesso Rieux. La città fu colpita da epidemia di peste un giorno d’ aprile 194… quando il medico Rieux scopre il cadavere di un ratto sul suo pianerottolo. Un giorno Rieux accompagna la moglie, gravemente malata, alla stazione di Orano, dove prenderà un treno per raggiungere una non meglio precisata località per curarsi. Poco dopo la partenza della donna, scoppia un’improvvisa moria di ratti. La peste già si trova nella città di Orano. I protagonisti delle storie sono: Bernard Rieux: medico che lotta contro la peste. Jean Tarrou: figlio di un pubblico ministero francese. Joseph Grand: segretario comunale. Cottard: che aveva, in aprile, per ragioni sconosciute tentato di suicidarsi, sembra provare una insana soddisfazione nella disgrazia dei suoi concittadini. Padre Paneloux: gesuita che interpreta la peste come flagello divino. Raymond Rambert: giornalista parigino che cerca in ogni modo di scappare dalla città per tornare dalla donna amata. Michel: è il primo a morire di peste. Castel: vecchio dottore contro la peste che sviluppa un siero contro il morbo. Othon: giudice istruttore. Richard: altro medico della città. La madre di Rieux, anche la moglie di Rieux che si allontana dalla città prima dell’inizio dell’epidemia per il trattamento di una grave malattia. Tutti sono protagonisti che esistono anche oggi. Le persone di Albert Camus tentano di interpretare l’ enigma della vita e della morte, anche sentono che la vita respira la vera perdita. Ciascuno ha determinati limiti di sensibilità oltre i quali il vero non esiste anche il falso non esiste e a lunga scadenza la vita diventa qualcosa di spaventoso.
I dialoghi hanno una forte che rivendicano un posto nella storia al processo di devastazione, anche i dialoghi indicano l’inevitabile disperazione e insieme il tempo segreto della vita. Una vita dell’inevitabile disperazione, ma la vita è sempre la poesia del desiderio e sempre la poesia del reale, ma il passaggio del realismo secondo Albert Camus non è la morte ma la forza della vita. Tutte le persone del romanzo la peste di Camus cambiano sotto un flagello inarrestabile. Nel romanzo ci sono quelli che combattono il flagello senza risparmiarsi. Ci sono quelli che accettano con fede il flagello come destino. Quelli che cercano di scappare dalla lotta di flagello. Ci sono tutti i caratteri che dovevano accettare e dovevano sconfiggere la malattia. Casta dare un’ occhiata ad alcuni narrati nel libro di Albert Camus.
«E per tutta una settimana i prigionieri della peste si divincolarono, nei limiti del possibile; alcuni di loro, come Rambert, arrivavano perfino ad immaginare, lo si vede, di agire ancora da uomini liberi, di poter ancora scegliere. Ma effettivamente si poteva dire che allora, alla metà del mese di Agosto, la peste aveva ricoperto ogni cosa:non vi erano più destini individuali, ma una storia collettiva, la peste, e dei sentimenti condivisi da tutti. Il più forte era quello della separazione e dell’esilio, con tutto quanto comportava di paura e di rivolta.»
E poi leggiamo: «Sì, bisognava ricominciare e la peste non dimenticava mai qualcuno troppo a lungo: durante il mese di dicembre fiammeggiò nei petti dei nostri concittadini, accese il forno, popolò i campi d’ombre con le mani vuote, insomma non cessò di progredire con la sua andatura paziente e a scatti. Le autorità avevano contato sui giorni freddi per bloccare il cammino della peste, ma questa passava traverso i primi rigori della stagione senza disarmare. Bisognava aspettare ancora; ma non si aspetta più a forza di aspettare, e la nostra città intera viveva senza futuro.»
Anche «Il male che è nel mondo viene quasi sempre dall’ignoranza, e la buona volontà può fare guai quanto la malvagità, se non è illuminata. Gli uomini sono buoni piuttosto che malvagi, e davvero non si tratta di questo; ma essi più o meno ignorano, ed è quello che si chiama virtù o vizio, il vizio più disperato essendo quello dell’ignoranza che crede di sapere tutto e che allora si autorizza a uccidere. L’anima dell’assassino è cieca, e non esiste vera bontà né perfetto amore senza tutta la chiaroveggenza possibile. Ecco: lei è capace di morire per un’idea, è visibile a occhio nudo. Ebbene, io ne ho abbastanza delle persone che muoiono per un’idea. Non credo all’eroismo, so che è facile e ho imparato ch’era omicida. Quello che m’interessa è che si viva e che si muoia di quello che si ama. In verità, tutto per loro diventava presente; bisogna dirlo, la peste aveva tolto a tutti la facoltà dell’amore e anche dell’amicizia; l’amore, infatti, richiede un po’ di futuro, e per noi non c’erano più che attimi. Dico soltanto che ci sono sulla terra flagelli e vittime, e che bisogna, per quanto è possibile, rifiutarsi di essere col flagello.“Ci sono negli uomini più cose da ammirare che da disprezzare.” ….I flagelli, invero, sono una cosa comune, ma si crede difficilmente ai flagelli quando ti piombano sulla testa. Nel mondo ci sono state, in egual numero, pestilenze e guerre; e tuttavia pestilenze e guerre colgono gli uomini sempre impreparati. Il dottor Rieux era impreparato, come lo erano i nostri concittadini, e in tal modo vanno intese le sue esitazioni. In tal modo va inteso anche com’egli sia stato diviso tra l’inquietudine e la speranza. Quando scoppia una guerra, la gente dice: «Non durerà, è cosa troppo stupida».
Ma anche leggiamo: «E non vi è dubbio che una guerra sia davvero troppo stupida, ma questo non le impedisce di durare. La stupidaggine insiste sempre, ce se n’accorgerebbe se non si pensasse sempre a se stessi. I nostri concittadini, al riguardo, erano come tutti quanti, pensavano a se stessi. In altre parole, erano degli umanisti: non credevano ai flagelli. Il flagello non è commisurato all’uomo, ci si dice quindi che il flagello è irreale, è un brutto sogno che passerà. Ma non passa sempre, e di cattivo sogno in cattivo sogno sono gli uomini che passano, e gli umanisti, in primo luogo, in quanto non hanno preso le loro precauzioni. I nostri concittadini non erano più colpevoli d’altri, dimenticavano di essere modesti, ecco tutto, e pensavano che tutto era ancora possibile per loro, il che supponeva impossibili i flagelli. Continuavano a concludere affari e a preparare viaggi, avevano delle opinioni. Come avrebbero pensato ala peste, che sopprime il futuro, i mutamenti di luogo e le discussioni? Essi si credevano liberi, e nessuno sarà mai libero sino a tanto che ci saranno i flagelli.»

Secondo filosofo Jean Baurillard viviamo la patologia di terzo tipo. «Come nelle nostre società abbiamo a che fare con una violenza nuova, nata dal paradosso di una società permissiva e pacificata, cosi abbiamo a che fare con nuove malattie che sono quelle di corpi superprotetti dal loro scudo artificiale, medico o informatico, vulnerabile quindi a tutti i virus, alle reazioni a catena più “perverse” e più inattese. Una patologia che non rileva più dall’accidente o dell’anomia, ma dell’anomalia. Esattamente quanto avviene per il corpo sociale, dove le stesse cause comportano gli stessi effetti perversi, le stesse disfunzioni imprevedibili che possiamo assimilare al disordine genetico delle cellule, e anche qui a forza di superprotezione, di supercodificazione, di superinquadramento. Il sistema sociale nella misura stessa della sofisticazione delle sue protesi. E la medicina farà una bella fatica a scongiurare questa patologia inedita, perché essa stessa fa parte del sistema di superprotezione, di accanimento protezione profilattico del corpo.» La virulenza secondo Jean Baurillard si impossessa di un corpo, di una rete o di un sistema nel momento in cui esso espelle tutti gli elementi negativi.» Il corpo oggi è diventato un non-corpo, una macchina virtuale i virus se ne impossessano. «Quando si consegna il corpo alle protesi e nello stesso tempo alle fantasie genetiche, si disorganizzano i suoi sistemi di difesa. Un tale corpo frattale votato alla moltiplicazione delle proprie funzioni esterne si vede nello stesso tempo votato alla demoltiplicazione interna delle proprie cellule. Entra in metastasi: le metastasi interne e biologiche sono simmetriche a quelle metastasi esterne che sono le protesi, i sistemi reticolari, i collegamenti…La profilassi assoluta è micidiale. La medicina non mostra di averlo capito quando tratta il cancro e l’ Aids quasi fossero malattie convenzionali mentre si tratta di malattie nate dal trionfo della profilassi e dalla medicina, malattie nate dalla scomparsa delle malattie, dalla liquidazione dalle forme patogene. Patologia di terzo tipo, inaccessibile a qualunque farmacopea dell’epoca precedente – quella delle cause visibili e degli effetti meccanici. A un tratto tutte le affezioni appaiono di origine immunodeficiente. »
Anni fa, diceva Jean Baudrillard, sapevamo guarire le malattie della forma; ora siamo senza difesa di fronte alle patologie della formula. Cosi Aids, Evd- Ehf, Sars, Mers, Coronavirus, sono virus della formula. Anche la pandemia oggi in tutto il mondo è qui, ci vuole il tempo, per immunità di gregge come sostiene il medico Sir Patrich Vallance.

Punti:
Albert Camus: La peste. Gallimard, Paris 1947. In italiano Bompiani 2017 .
Jean Baudrillard: La trasparenza del male. Edizioni Sugarco.

Apostolos Apostolou
Scrittore Docente di Filosofia – Atene.

Neologiorno n.8: Stupidezia

di Stefi Pastori Gloss

[stu-pi-de-zia]

SIGN Che ha carattere di spumeggiante e poco impegnativa facezia, vagamente arguta. Condensazione di stupidità e inezia, [dal lat. stupidĭtas -atis, der. di stupĭdus «stupido»] e [dal lat. ineptia, der. di ineptus «inetto»; propr. «cosa da uomo inetto, da uomo sciocco»] Se la stupidità si rende versatile in due modi, come stato di torpore, insensibilità o sbalordimento, causato da condizioni fisiche o morali, oppure riferita allo “stupido”, esprimendo una condizione duratura di “carenza” e “lentezza” nel comprendere, è perché deriva dal verbo latino stupēre che, nella trasposizione in italiano, ha due accezioni distinte: una riguarda chi è “stupito”, in una condizione cioè d’incapacità o passività, indotta da stupore; l’altra, chi è minorato nella sua capacità di intelligere tra le cose.

D’altro canto, inèzia s. f. è cosa di poco conto, di scarso valore o importanza; talora usato per modestia, accennando a opere, letterarie o artistiche proprie, o anche di cose che comportano poca fatica o poca spesa, oppure ancora, con riferimento a fatti, esprime per lo più la futilità, la sproporzione tra la causa e gli effetti.

La signora che ha creato la stupidezia intendeva proprio questo: arguire argomentazioni assonanti alla assenza di acume, come a sottolineare la propria modestia d’ingegno, seppur presente.

Maestro di stupidezie fu Ennio Flaiano, con i suoi leggiadri aforismi, dove la parola aforisma, per l’appunto, può essere ragionevolmente sostituita da stupidezia: la stupidità degli altri mi affascina, ma preferisco la mia.

Con significato concreto, cioè detto, azione, comportamento vacuo, ma allegro, non necessariamente intelligente, ma simpatico.

Questa parola non è la più facile da padroneggiare, ma porta un pensiero raffinato, e saper distinguere e circoscrivere la stupidezia significa saper dominare un tipo speciale di vanità. Descrive un desiderio di auto affermazione, un’aspirazione che non può trovare attuazione per presunta incapacità. Lo zio ha delle velleità da pittore e dipinge stupidezie, il sindaco nell’esercizio della sua funzione amministrativa locale, compie stupidezie di politica nazionale, e “con questa stupidezia, ritenetevi augurati tutti quanti” cit. Grazia Talamonti.

Della stupidezia si hanno le prime attestazioni sul finire degli  anni ’10 del Duemila. È un termine che mette allo scoperto l’ego di chi la emette e scava nella psicologia di quella persona. Ci fa leggere una sua cifra importante, talvolta grave e pericolosa, talvolta solo vincitrice sulle peggiori faccende di vita karmica.