Una ventata poetica dalla Romania

Di Massimo Acciai Baggiani

Qualche giorno fa un pacco è giunto da Bucarest. All’interno ho trovato quattro libri di poesia: uno dell’amica Lucia Dragotescu (Poezii / Poezie), due di sua figlia Codruţa (Lipograme / Lipogrammi e Tautograme şi Lipograme) ed uno del poeta Aurelian Sorin Dumitrescu (Între cer şi pământ / Tra cielo e terra) [1]. Tutti editi dalla casa editrice România de Mâine durante questo sfortunato 2020. Tutti bilingui – in rumeno e in italiano – con l’eccezione di uno. Le traduzioni in italiano sono tutte di Lucia, carissima amica e collega scrittrice fin dal lontano 2007, quando la conobbi tramite il comune amico Paolo Filippi (il cui ricordo aleggia anche in Poezii /Poezie, dopo il libro esplicitamente a lui dedicato Poem-Poema / Iubire pierdută – Amore perduto [2]). Insomma, una ventata di poesia è giunta da lontano a rallegrare la giornata alla faccia del Covid.

Nel primo libro, quello di Lucia, è presente una mia prefazione (in italiano e in rumeno), a cui rimando. Lucia declama l’amore per la sua terra e le sue tradizioni, anche letterarie, e la sua apertura al mondo, ad altre culture e lingue – soprattutto quella italiana, che ama profondamente. Come dichiara l’autrice nell’Epilogo finale, il volume raccoglie la sua produzione poetica a partire dagli anni Sessanta dello scorso secolo, quando frequentava il liceo (anch’io ho iniziato a quell’età a versificare): una silloge dedicata alla figlia, pensata senza scopi commerciali, ma donata dall’autrice alle più grandi biblioteche rumene, moldave e italiane (io stesso ho consegnato le copie alla Biblioteca Nazionale Centrale di Firenze).

Anche di Codruţa ho avuto il piacere e l’onore di pubblicare alcuni testi su Segreti di Pulcinella, insieme a quelli della madre Lucia. I suoi lipogrammi (ricordiamo che per “lipogramma” intendiamo un testo in cui è bandita una certa lettera) sono stati resi, in traduzione, semplicemente sopprimendo la lettera mancante (ma la comprensione non ne risente), mentre nell’originale la poetessa è ricorsa a sinonimi. Le poesie accennano spesso alla pandemia che stiamo vivendo, con toni apocalittici. Si parla anche di religione, ritorna spesso la fede tradizionale. Interessanti anche i tautogrammi (che, a differenza del lipogramma, è un testo le cui parole cominciano tutte con la stessa lettera – testi ovviamente intraducibili, o di difficilissima traduzione, senza perdere la qualifica di “tautogramma”): questi li ho letti direttamente in rumeno, lingua che ho iniziato a studiare l’anno scorso.

Per finire, qualche parola anche sul libro di Dumitrescu, autore pure lui presente nelle pagine elettroniche di Segreti di Pulcinella (e sempre nella duplice versione, curata da Lucia). Dumitrescu, collega bibliotecario di Lucia Dragotescu, curatrice di questa edizione (e autrice della prefazione), ha messo insieme poesie nuove e vecchie in una sorta di «confessione fatta al lettore» [3] su tematiche vicine alla sua vita: l’amore, le stagioni, la storia del popolo rumeno, le radici, i ricordi d’infanzia. Versi che vengono dal cuore, come anche quelli di Lucia e Codruţa: un cuore che batte per la poesia e per l’identità rumena.

Firenze, 26 ottobre 2020

Bibliografia

Dragotescu C., Lipograme / Lipogrammi, Bucarest, Editura Fundaţiei România de Mâine, 2020.
Dragotescu C., Tautograme şi Lipograme, Bucarest, Editura Fundaţiei România de Mâine, 2020.
Dragotescu L., Poezii /Poezie, Bucarest, Editura Fundaţiei România de Mâine, 2020.
Dumitrescu A.S., Între cer şi pământ / Tra cielo e terra, Bucarest, Editura Fundaţiei România de Mâine, 2020.


[1] Nel pacco c’erano anche le copie destinate alla Biblioteca Nazionale Centrale di Firenze (quindi anche Poem-Poema / Iubire pierdută – Amore perduto di Lucia Dragotescu) e una copia di Poezii / Poezie per l’amica Patrizia Beatini, autrice della mia fotografia in fondo al libro.

[2] Editura fundaţiei România de Mâine, 2018.

[3] Come scrive il poeta nella Premessa.

Nota sopra un romanzo giallo di fantascienza in Ido

Di Massimo Acciai Baggiani

Il romanzo breve L’asasino di Gonçalo (L’assassinio di Gonçalo in italiano) di Tiberio Madonna, idista casertano, è molte cose: è un giallo ma anche un racconto fantascientifico, è una storia spassosa, uno spaccato di ambiente idista, una metanarrazione, ed è a mio parere un piccolo capolavoro della letteratura idista italiana. L’opera mi ha incuriosito per diverse ragioni: per la lingua in cui è scritta, perché conosco personalmente l’autore [1] – è stato lui a introdurmi nel fantastico mondo dell’Ido (per chi non lo sapesse, è una lingua artificiale figlia dell’esperanto ma con meno fortuna) – e soprattutto perché vi compaio anch’io come personaggio, niente meno che sospettato di omicidio. Mi ha fatto una strana impressione leggere d’un fiato un poliziesco per scoprire se fossi io l’assassino!

Ma rispetto la regola aurea delle recensioni di gialli: non spoilererò. Concentrerò la mia attenzione, in questo articolo, su alcune particolarità di questo romaneto. L’azione si svolge nel futuro, precisamente nel 2206. Il mondo non pare cambiato tantissimo; le innovazioni tecnologiche descritte dall’autore si limitano ai mezzi di trasporto (ci saranno macchine che corrono a cinque metri dal suolo e, per i voli intercontinentali, si useranno dischi volanti di derivazione extraterrestre) e ai mezzi di comunicazione (la televisione sarà tridimensionale e “circonderà” letteralmente lo spettatore).

La storia parte dall’Internaciona Odo-Renkonto a Berlino, dove si riuniscono i più famosi odisti del mondo (odo e odisti sono chiari riferimenti a Ido e idisti), ossia poeti in aperta rivalità tra loro. I vari personaggi, come comprenderà al volo chi frequenta l’ambiente idista, sono ispirati tutti a persone reali, compresa la prima vittima, il portoghese Gonçalo [2]. Come dicevo, vi figuro anch’io, come new entry (all’epoca avevo iniziato a studiare questa lingua), anche se Tiberio mi fa troppo onore inserendomi tra i poeti idisti: in fondo ho scritto solo una poesia e un racconto in Ido…[3]

Alla prima vittima ne seguirà una seconda, poi una terza, e così via, fino a giungere a cinque: tutti odisti e tutti di volta in volta sospettati dai detective incaricati delle indagini, i tedeschi Detlef Drogi e Rudolf Scheng, i quali dovranno seguire gli indizi e sciogliere tre enigmi, spostandosi in varie nazioni europee e di oltreoceano. Pare che l’imprendibile assassino si sia messo in testa di sterminare l’intera categoria (e non facciamo battute sull’esiguità del numero…).

Al di là della storia – appassionante e divertente, si può leggere in una giornata – penso che il libro di Tiberio (naturalmente presente pure lui, quale vittima di omicidio) sia un ottimo testo per avvicinarsi alla letteratura idista. È anche un ottimo testo didattico, essendo lo stile piano e la lingua non troppo complessa; ne consiglio l’adozione in un corso di Ido. Naturalmente il mio invito a leggerlo è rivolto anche ai samideanoj esperantisti, i quali non avranno difficoltà a comprenderlo anche senza aver studiato la lingua in cui è scritto, vista la vicinanza tra Esperanto e Ido; sarebbe un’ottima occasione per superare quell’inimicizia e reciproca diffidenza di vecchia data che ancora separa idisti ed esperantisti, in fondo accomunati dagli stessi ideali di pace e fratellanza mondiale.

Firenze, 23 ottobre 2020

Bibliografia

Madonna T., L’asasino di Gonçalo, Editerio La Plumo, 2018.

Io insieme a Tiberio Madonna alla stazione di Santa Maria Novella, a Firenze (18 ottobre 2020).

[1] che me ne ha regalata una copia durante un nostro breve incontro alla stazione di Santa Maria Novella, dove ha fatto scalo tornando a casa.

[2] Riferimento a Gonçalo Neves, agronomo, poeta esperantista e idista.

[3] Un verso della mia poesia Uldie (in italiano, Un giorno o l’altro) è citato e parafrasato nel romanzo di Tiberio («Kad lu apertos lua pordo por ni?»), inoltre ho tradotto in Ido il mio racconto La lingvovendejo (che diventa La linguovendeyo).

La felicità dell’individuo

Di Massimo Acciai Baggiani

Di solito non scrivo articoli critici sulle mie letture, soprattutto se si tratta di un gigante della fantascienza quale Arthur C. Clarke (1917-2008), di cui ho apprezzato molte opere, a partire dal ciclo di Odissea nello spazio. Tuttavia il suo romanzo La città e le stelle (The City and the Stars, 1956) non mi ha soddisfatto appieno.

La storia del protagonista, Alvin, si svolge in un futuro lontanissimo. Alvin vive a Diaspar, una città con una storia di un miliardo di anni alle spalle, ritenuta – a torto, come scopriremo – l’unica città rimasta sul pianeta Terra ormai trasformato in un deserto ostile. Diaspar è un luogo affascinante ed edonistico: i suoi abitanti hanno raggiunto una sorta di immortalità grazie ai Banchi Memoria, gestiti da un Computer Centrale (quasi una sorta di divinità informatica), che li ricrea a lunghi intervalli di tempo ogni volta che lasciano il proprio corpo fisico. I Banchi Memoria provvedono a tutti i bisogni dei dieci milioni di cittadini, plasmando “magicamente” la materia. A Diaspar non si è mai sicuri di cosa sia veramente “reale”, si vive in una sorta di realtà virtuale che confonde i sensi e tiene impegnate le persone per innumerevoli vite, in modo che, nonostante la popolazione sia sempre la stessa (anche se a rotazione presente in buona parte nei Banchi Memoria) e non nascano più individui nuovi, non ci si annoia mai e non c’è decadenza.

Alvin è un’eccezione. Ad intervalli di milioni di anni nasce un Unico, ossia un individuo che non ha vissuto altre vite precedenti, destinato a grandi cose. Alvin è uno di questi. Dovrà scoprire qual è la sua missione, che coinvolge niente di meno che il destino della razza umana. Incontrerà sul suo cammino un altro personaggio anomalo come lui, anche se in modo diverso, che lo aiuterà a trovare risposte alle sue molte domande – ad esempio sul perché gli abitanti di Diaspar hanno orrore di tutto ciò che sta fuori dalla città. La sua avventura lo porterà proprio all’esterno, in un’altra città di cui a Diaspar si ignorava l’esistenza: una città altrettanto longeva ma che ha fatto una scelta opposta riguardo all’immortalità. A Lys infatti la gente nasce e muore come nel nostro tempo; vive una vita essenzialmente agreste, con un uso limitato delle macchine, ed ha sviluppato la telepatia.

Dopo l’incontro con questa seconda civiltà, la storia si sposta su altri pianeti e prende un respiro realmente cosmico – lascio questa parte finale al lettore, senza svelare altro – ma quello che mi ha colpito è la contrapposizione tra filosofie di vita così diverse; filosofie che Alvin vorrebbe conciliare, facendo incontrare di nuovo, dopo un miliardo di anni, le due civiltà, fondendole con il meglio di ciascuna. Qui il mio pensiero diverge da quello del protagonista (e di Clarke): Diaspar è un mondo perfetto così com’è, stabile, in cui il problema della morte è stato superato brillantemente. Perché dunque tornare a morire? Giusto per tornare a procreare nel modo tradizionale? Per avere intorno dei bambini?

Gli abitanti di Lys considerano che senza ricambio generazionale non ci può essere evoluzione (come se Lys non fosse rimasta immutata per eoni, così come Diaspar…) e scopo dell’amore è proprio quello di mettere al mondo figli.

«Alvin sapeva, con certezza che andava al di là di ogni logica, che per il benessere della razza era necessaria l’unione delle due culture. In un caso simile la felicità individuale non ha alcuna importanza[1] Clarke è sempre stato piuttosto sciovinista nei confronti della razza umana, un po’ in tutte le sue opere; l’individuo conta poco, ciò che conta è la “razza” a cui appartiene. La sua felicità è subordinata al trionfo della specie. Personalmente non cambierei mai l’immortalità (se l’avessi) con la conquista delle stelle da parte del genere umano. È chiaro che l’immortalità ha come prezzo l’azzeramento delle nascite, per ovvi motivi, ma mi pare un prezzo più che accettabile. Non condivido il desiderio del protagonista di cambiare lo status quo, senza il permesso di milioni di individui abituati a “morire” e “rinascere” con tutti i loro ricordi e la loro personalità, mettendo in pericolo il loro diritto ad essere immortali. Entrambe le città, Lys e Diaspar, considerano inferiori gli abitanti dell’altra, perfettamente soddisfatte del proprio stile di vita: perché cambiarlo dunque?

Clarke non approfondisce la questione, appena accennata e subito risolta dal protagonista con la considerazione sopra citata. La storia è molto più ampia, tanto che ci si perde, dà le vertigini, finisce per risultare esagerata. Viene da dire che l’autore ha fatto il passo più lungo della gamba: tutti questi miliardi di anni, di stelle, l’Impero Galattico, creature onnipotenti e disincarnate alla fine annoiano, risultano poco credibili. Si giunge alla fine del libro con un senso di vuoto, di inconsistenza. Ciò che rimane impresso, almeno a me come lettore, è proprio la città di Diaspar: un’utopia che Clarke vuol fare apparire come distopia[2]. A me non dispiacerebbe essere cittadino di questa sorta di paradiso, per quanto artificiale e legato alla memoria digitale di una macchina tanto complessa da aver sviluppato una sua personalità. Applaudo quindi a questa creazione visionaria ma sbadiglio al resto…

Firenze, 20 ottobre 2020

Bibliografia

Clarke A.C., La città e le stelle, Milano, L’Unità, 1993.


[1] Clarke A.C., La città e le stelle, Milano, L’Unità, 1993, p. 206. Il corsivo è mio.

[2] Un po’ come nel “mondo nuovo” di Aldous Huxley, il cui motto è proprio “Stabilità”.

Italiano L2/LS fai da te

Di Massimo Acciai Baggiani

In questi giorni è uscito un interessante libro di un amico e collega docente, nonché poeta [1] e scrittore. Si tratta di Italiano L2/LS fai da te di Roberto Balò, un testo rivolto agli insegnanti, o meglio “facilitatori linguistici”, che nasce dalla lunga esperienza dell’autore presso l’Accademia del Giglio – la scuola fiorentina da lui fondata e diretta insieme a Lorenzo Capanni e Cecilia Pontenani.

Roberto conosce a fondo la materia, sia dal punto di vista teorico che pratico (tra i ringraziamenti figura anche Alan Pona): la sua guida attinge molto dal blog adgblog.it, diventato poi una testata giornalistica registrata; un’autentica miniera di materiale accumulato negli anni, preziosissimo per chi svolge il nostro mestiere. Le attività proposte da Roberto sono varie e coinvolgenti, ad ogni livello. Roberto invita gli insegnanti a sfruttare i nuovi media, risorse eccellenti se usate con creatività: il suddetto blog contiene infatti moltissimi materiali audio e video, tratti dalla rete e didattizzati ad hoc. È stato infatti dimostrato che per abbassare il filtro affettivo è utile usare le stesse tecnologie, gli stessi linguaggi informatici usati dalle nuove generazioni di “nativi digitali” – e che comunque l’uso delle immagini, ad esempio, è ottimo anche per studenti più in là con gli anni.

Non dobbiamo temere, noi insegnanti, di proporre spezzoni di film, videoclip, canzoni, insomma materiali autentici ed attuali: le vecchie lezioni frontali, col solo ausilio del libro di testo, sono superate; occorre guardare al futuro. Trovo ottima a tal proposito l’idea di Roberto di inserire, in appendice, delle tabelle con film e canzoni consigliati per i diversi livelli e obiettivi didattici.

In conclusione, da insegnante ho scoperto un tesoro inaspettato, che sfrutterò con i miei studenti. Consiglio con piacere la lettura di questo manuale e… buon lavoro a tutti!

Firenze, 10 ottobre 2020

Bibliografia

Balò R., Italiano L2/LS fai da te. Guida pratica per insegnanti/facilitatori linguistici, Bergamo, Sestante edizioni, 2020.

Roberto Balò

[1] Di lui ho recensito la sua silloge Cartografie, vedi Acciai Baggiani M., Viaggi e mappe di Roberto Balò, in Letture per la quarantena, Firenze, Edizioni Segreti di Pulcinella, 2020, pp. 172-173. Ho inoltre scritto la prefazione della sua ultima opera letteraria: il poema di fantascienza Saga (Porto Seguro, 2019).

Fanny Sweetbread

Di Massimo Acciai Baggiani

Il primo libro che ho letto di Margherita Pink (è uno pseudonimo), Mimì e gli altri [1], mi era piaciuto, ma Fanny Sweetbread e il risveglio di Eromur devo dire che mi è piaciuto molto di più. Si tratta di una storia fantasy caratterizzata da una grande vena creativa che ricorda il miglior Michael Ende. La possiamo definire anche una favola moderna, con frequenti richiami all’attualità. L’autrice ha dato vita a personaggi indimenticabili, sia tra i buoni che tra i cattivi – il tema cardine è infatti l’eterno scontro tra il Bene e il Male – quali ad esempio la dolce protagonista, una bambina di pane zuccherato creata dalla panettiera/pasticcera Perla (insomma, una versione al femminile di Pinocchio), e i suoi amici Alba, Tramonto, John Green, eccetera. Sul campo si schierano rettiliani, fate, gnomi, creature senza cuore e senza sangue, draghi, samurai e chi più ne ha più ne metta: parrebbe un guazzabuglio, ma magicamente la storia scorre con la sua coerenza e riesce a catturare l’attenzione dei lettori, e non solo quelli giovanissimi a cui è indirizzata (la buona narrativa per la gioventù è godibile anche dagli adulti).

Due in particolare sono le cose, marginali alla storia, che hanno attirato maggiormente la mia attenzione: da linguista mi ha incuriosito la “lingua verde”, parlata dalle fate, ispirata al ladino, e la descrizione del sistema scolastico di Cornelia (la città immaginaria dove si svolge il romanzo). Quest’ultimo, descritto nel capitolo 12, mi ha fatto ripensare alle mie considerazioni sulla scuola che avevo espresso nel mio racconto-saggio La nevicata [2]. Le curiose materie di studio – la “sentimentalstoria”, la “superecertaecosostenibilità”, il “pentapitagoresimo”, la “ciclicità umana” e il “loveworld” – sono fantastiche, ma soprattutto condivido l’invito, rivolto ad ogni bambino, ad «ascoltare la propria “canzone del cuore” […] e seguire la propria “leggenda personale”». Penso che sarebbe utile farlo anche nelle nostre scuole italiane anziché riempire la testa dei bambini con nozioni inutili, imparate a pappagallo.

Un altro punto di forza del romanzo sta nell’umorismo, di cui le pagine abbondano, e nei giochi di parole (a partire da vari nomi di personaggi), senza dimenticare i moltissimi riferimenti culturali che magari sfuggiranno ai lettori più giovani ma che forniscono più livelli di lettura. Un libro insomma di cui consiglio la lettura a chi sa abbandonarsi alla fantasia e non ha il vizio di prendersi troppo sul serio.

Firenze, 11 ottobre 2020

Bibliografia

Pink M., Fanny Sweetbread e il risveglio di Eromur, Autopubblicazione, 2020.


[1] Felice Felino & Margherita Pink, Mimì e gli altri, Autopubblicazione, 2020.

[2] In Acciai M., La nevicata e altri racconti, Montag edizioni, 2013 (terza edizione: ilmiolibro.it, 2017).

Un anno che passerà alla storia

Di Massimo Acciai Baggiani

Non c’è alcun dubbio che questo 2020 (“anno bisesto, anno funesto”) sarà ricordato come l’anno del Covid, così come non c’era dubbio che questo evento di portata mondiale avrebbe ispirato gli scrittori e artisti di tutti i generi. Chi infatti meglio di uno scrittore può raccontare gli stati d’animo di chi quest’epoca l’ha vissuta in prima persona? Chi può trovare le giuste parole per un evento che mette a dura prova chi vuol raccontarlo senza cadere nella retorica?

Di libri sul Covid-19 ne sono già usciti diversi, mentre scrivo in questo inizio di autunno – quando, se non dalla pandemia, siamo almeno usciti dal lockdown – e così di antologie a tema cominciano a riempirsi gli scaffali. Quella di cui voglio parlare in questo articolo – a cui ho partecipato anch’io con un mio testo scritto a marzo, in piena quarantena – presenta molti aspetti interessanti. Racconti ai tempi del coronavirus, edito da Booksprint edizioni ad agosto, raccoglie le testimonianze di 239 autori che in 638 pagine hanno composto un mosaico molto variegato di come quest’evento epocale ha inciso nella vita degli italiani. Si tratta quindi di storie vissute – con alcune eccezioni di storie fantasiose, come quella dell’amico Carlo Menzinger – che parlano di vite stravolte, paure, eroismi, fragilità e resilienza: insomma un prezioso documento per i posteri che sarebbe interessante riesaminare tra qualche anno, ma che è utile leggere anche adesso che nel Covid ci siamo ancora dentro.

Da poco il numero dei decessi nel mondo è diventato a sette cifre, mentre in Italia i numeri stanno salendo dopo i minimi raggiunti in estate. Colpa dell’allergia degli italiani verso le regole? Di negazionisti e complottisti? Di una gestione “all’italiana” dell’emergenza? Oppure ci troviamo davanti a un nemico contro il quale non ci sono misure realmente efficaci? E i vaccini, saranno davvero la soluzione? Saranno sicuri? Gli storici del futuro potranno vederci meglio di noi, che stiamo vivendo questa situazione dall’interno e difettiamo del distacco necessario. Anche a loro consiglierei la lettura di questo libro, voluminoso e, direi, esaustivo sui diversi atteggiamenti che i miei connazionali hanno adottato nei mesi della reclusione, quando si poteva uscire di casa solo in certi casi e con l’autocertificazione.

Da un punto di vista stilistico e letterario, i racconti-saggi (alcuni veri e propri articoli giornalistici) sono quasi tutti di ottimo livello. La “squadra” messa insieme da Vito Pacelli, curatore dell’opera, per raccontare il lockdown è ovviamente molto eterogenea: uomini, donne, giovani, meno giovani, mamme, single, meridionali, settentrionali, lavoratori, disoccupati… insomma di tutto e di più, ognuno con la sua voce, il suo vissuto, i suoi problemi, le sue soluzioni. Tutti accomunati da un sentimento di viva preoccupazione ma anche di speranza: la speranza che questa crisi mondiale ci insegni ad essere migliori, più attenti alle sorti del pianeta, più rispettosi del prossimo, più consapevoli nel vivere i nostri giorni, senza dare per scontata la “libertà” di cui godevamo “prima”.

Questo libro è utilissimo per chi vorrà studiare il fenomeno Covid in Italia, da un punto di vista sociologico e psicologico, ma anche per il lettore non specializzato: è una storia che coinvolge anche lui, a cui nessuno può restare indifferente.

Firenze, 10 ottobre 2020

Bibliografia

AA.VV., Racconti ai tempi del coronavirus, Booksprint, 2020.

La magia dell’estate e dell’infanzia

Di Massimo Acciai Baggiani

Da bambino adoravo l’estate; adesso non è che proprio la odio ma certo non è la mia stagione preferita. Oggigiorno per me la cosa più bella dell’estate (con l’eccezione di quest’anno sciupato dal Covid) è il mio viaggio a Sappada.

Sul finire di quest’estate 2020 mi è capitato tra le mani un libro di Ray Bradbury che mi ha catturato fin dalle prime pagine. Si tratta di un romanzo di formazione del 1957 intitolato L’estate incantata. Bradbury l’ho sempre apprezzato come autore di genere fantastico, quindi ho dovuto faticare un po’ per vederlo in un’altra veste, ma alla fine ho riconosciuto la sua vena poetica e sognatrice che traspare anche in pagine realistiche (o di “realismo magico”, come le definisce Wikipedia) e me lo sono goduto fino all’ultima pagina.

Si tratta di un romanzo corale, un po’ alla Verga, anche se il protagonista è senza dubbio Douglas Spaulding, dodici anni, alter ego dello stesso autore. Doug vive l’estate del 1928 nella cittadina immaginaria di Green Town, nell’Illinois; la sua vicenda si intreccia con quella di alcuni concittadini di età e condizioni diverse, i quali formano un intreccio di racconti nel romanzo che fa pensare a una sorta di Antologia di Spoon River dedicata ai vivi (anche se diversi saranno i personaggi che passeranno “a miglior vita” prima dell’arrivo dell’autunno). Lo sguardo “incantato” di Doug, che all’inizio di questa estate americana scopre dapprima di essere “vivo” e, verso la fine, di dover prima o poi morire, è il filo conduttore delle riflessioni dell’autore sul significato del Tempo e dell’Impermanenza.

Il titolo originale del romanzo è Dandelion Wine, ossia “dente di leone”: la pianta con cui il nonno di Doug prepara durante l’estate un vino che conserverà per tutto l’anno, metafora del sole e dei sapori estivi che rivivono in altri momenti dell’anno. Il personaggio del nonno, come la maggior parte degli anziani in quest’opera, rappresenta la saggezza di chi ha vissuto a lungo e ha uno sguardo sereno sul passato e sul futuro (anche se appare di pensiero piuttosto “conservatore” e non mostra di amare molto le novità). Così come un altro personaggio indimenticabile, quello della signorina Helen Loomis, novantacinquenne, che vive una sorta di amore platonico senile con un giovanotto che si era innamorato di lei vedendo una sua vecchia foto, credendo si trattasse di una ragazza del presente: una storia che mi ha commosso (e non mi succede spesso).

Notevole anche il colonnello Freeleigh, più che novantenne, autentica “macchina del tempo” per i ragazzini che ascoltano incantati i suoi racconti del passato. L’arzillo vecchietto morirà infermo e la sua ultima soddisfazione sarà fare telefonate intercontinentali per sentire i rumori di città lontanissime: quando anche questo piccolo “capriccio” gli verrà negato dai parenti troppo apprensivi, morirà comunque sereno col telefono in mano e i suoi di Città del Messico nelle vecchie orecchie.

La tesi più curiosa del libro è però quella secondo cui agli occhi dei ragazzini i vecchi non hanno mai avuto a loro volta un’infanzia: per loro sono sempre stati così, decrepiti, e così saranno per sempre. A fare le spese di questa curiosa idea è la signora Bentley, vedova e accumulatrice compulsiva. Non butta via nulla, conserva tutto in casa con amore, nell’illusione di poter conservare anche la sua gioventù. Quando delle ragazzine crudeli metteranno in discussione questa visione, insinuando perfino che la foto di lei da bambina, che mostra loro come prova che anche lei è stata come loro, l’abbia rubata, si scatena nell’anziana signora una profonda crisi da cui uscirà convinta che in fondo hanno ragione loro, che il passato non ha importanza e tutto ciò che conta è il momento presente. Decide quindi di farsi aiutare dalle stesse ragazzine a distruggere tutti i suoi ricordi in un falò che, pur diversissimo, a me ricorda sinistramente quelli di un romanzo ben più famoso di Bradbury…[1]

La conclusione a cui giunge la signora Bentley rovescia in pratica il celebre aforisma di Antoine de Saint-Exupéry « Tutti i grandi sono stati bambini una volta (ma pochi di essi se ne ricordano)[2]»: la signora si ricorda fin troppo bene il suo passato, in modo quasi morboso, certo, e il suo cambio improvviso di atteggiamento mi ha lasciato perplesso. Se è vero che è saggio vivere il momento presente, non sono d’accordo che occorra negare le proprie radici, i giorni tristi e felici vissuti, né tanto meno quel momento magico che è l’infanzia. Sbaglia la signora Bentley a volerlo bruciare, e sbagliano le ragazzine stupide a incoraggiarla in quella direzione.

Doug e suo fratello Tom fanno ragionamenti un po’ troppo profondi per la loro età; è fin troppo palese il pensiero dell’autore già maturo che parla attraverso le loro bocche infantili. A parte questo il romanzo è veramente interessante, anche per tante altre vicende su cui ho glissato (la storia della “macchina della felicità”, quella del seria killer detto “Solitario”, quella del tosaerba del nonno, quella della cucina della nonna, eccetera) che formano un mosaico affascinante.

Gli adulti appaiono strani ma sorprendenti agli occhi del protagonista, il quale giungerà alla fine di questa lunga estate profondamente maturato (non a caso, come abbiamo detto, è un Bildungsroman). Leggendolo ho sentito anch’io il profumo dell’erba dove ci si rotola da bambini, quello dei dolciumi e del luna park, perfino quelli dei luoghi oscuri e selvaggi che ci facevano paura a quell’età): solo un grande narratore-poeta come Bradbury poteva riuscire a dipingere a colori così vividi quell’età incantata (anche se pure Stephen King in It se l’è cavata bene – e non a caso il “re del brivido” è un grande ammiratore del suo connazionale).

Firenze, 3 ottobre 2020

Bibliografia Bradbury R., L’estate incantata, Milano, L’Unità, 1993.


[1] Ovviamente sto parlando di Fahrenheit 451.

[2] Vedi la dedica a Il piccolo principe.

Storie moderne di un Abruzzo leggendario

Di Massimo Acciai Baggiani

Ogni regione d’Italia ha i suoi abitanti leggendari e le sue superstizioni. Personalmente ne ho raccolte diverse nella mia Trilogia delle Radici [1], relative alle province di Firenze ed Arezzo – un esempio per tutti, il “badalischio” casentinese – ma se avessi esteso la mia ricerca ad altre province, o regioni italiane, avrei trovato cose non meno interessanti. In Abruzzo ad esempio troviamo personaggi mitologici antichissimi e dai nomi bizzarri – quali la “pandafeche” (un fantasma femminile) e i “mazzamurelli” (folletti boschivi) – che animano leggende la cui origine si perde nella notte dei tempi. La casa editrice abruzzese Tabula Fati [2] ha pubblicato quest’anno un’antologia curata da David Ferrante, abruzzese pure lui, a cui hanno partecipato anche autori di altre regioni, quali Carlo Menzinger. Suo il racconto Spirito di lupo, che parte da tempi preistorici fino ad arrivare a un “luparo” il quale nel secondo dopoguerra subisce l’ira del dio Mamerte (il Marte latino) per il suo scarso rispetto verso queste magnifiche creature selvagge. Quando Carlo si dedica al racconto storico si può star sicuri che lo fa con grande impegno e con adeguato studio della materia.

Interessanti anche gli altri racconti (di Giovanni D’Alessandro, Laura Di Nicola, David Ferrante, Melania Fusconi, Silvia Ganzitti, Annalisa Marcellini, Angelo Marenzana, Annarita Petrino, Nicoletta Romanelli e Manuela Toto), tra fate, fantasmi, folletti dispettosi e lupi mannari, che coinvolgono perfino il poeta Ovidio. Il bello di questo genere di narrativa, sospesa tra folklore e modernità (si tratta infatti di autori tutti contemporanei), è quel gusto della scoperta antropologica e fantastica che sta dietro le fiabe, le quali incantano a qualsiasi età.

Firenze, 3 ottobre 2020

Bibliografia

AA.VV., Fate, pandefeche e mazzamurelli. Storie di miti, superstizioni e leggende d’Abruzzo, Chieti, Tabula Fati, 2020.


[1] Acciai Baggiani M., Baggiani P., Magnelli I., Trilogia delle Radici, Firenze, Porto Seguro, 2017-2020 (composto da Radici, Cercatori di storie e misteri e Due passi indietro).

[2] Con cui uscirà a brevissimo un’antologia di racconti ambientati dell’universo narrativo di Via da Sparta, creato dal mio amico Carlo Menzinger (già autore presso Tabula Fati di un altro libro di racconti suoi): Sparta Ovunque (a cui ho partecipato anch’io).

La paziente zero

Di Massimo Acciai Baggiani

La settimana scorsa ho partecipato a un simpatico giochino nell’ambito della Fiera del Thriller & Noir: bisognava indovinare il nome di uno degli autori in calendario. Vinsi io e il premio consisteva appunto in una copia del libro presentato dall’autore, anzi dall’autrice, in questione: Angela Gagliano. Milanese, ha esordito con un fantasy nel 2012 e ha pubblicato l’anno scorso un interessante romanzo thriller intitolato La paziente zero, ambientato a Parigi. Protagonista è Colette, ragazza trasferitasi nella capitale e psicanalizzata a sua insaputa dalla sorella maggiore, in modo del tutto non ortodosso. Una fine indagine psicologica di un rapporto familiare, con un finale a sorpresa che eviterò di spoilerare. Molto interessante anche l’intervista che le ha fatto Claudio Secci durante la summenzionata fiera, in cui parla anche del suo rapporto con la scrittura.

Firenze, 27 settembre 2020

Bibliografia

Gagliano A., La paziente zero, Bari, Les Flâneurs edizioni, 2019.

Storia di una suora progressista

Di Massimo Acciai Baggiani

Col loro secondo romanzo la coppia Delìa-Riato, Andrea e Nicoletta, conferma quanto ho già scritto riguardo all’opera prima, L’incanto del silenzio: grande preparazione storica unita a uno stile avvincente in cui si fondono le due personalità degli autori. La Diciottesima è un’opera breve ambientata alla fine del XVIII secolo, a Teramo, in un convento di monache: in un’epoca di grande fermento intellettuale, all’indomani della rivoluzione americana e poco prima di quella francese, si svolge la vicenda umana di Emma, la “diciottesima” suora, monacata a forza per volere di un prete che vede in lei un pericoloso testimone delle sue malefatte. Gli ingredienti del thriller ci sono tutti, ma non mancano quelli più propriamente culturali e sociali. Un libro da leggersi tutto d’un fiato, lasciandosi trasportare da suggestioni illuministe e oscurità dell’animo.

Firenze, 26 settembre 2020

Bibliografia

Riato N., Delìa A., La Diciottesima, Amazon, 2020.