Un giallo e una storia d’amore in provincia

Di Massimo Acciai Baggiani

maledetta-primavera-x1000Lo stile di Paolo Cammilli è inconfondibile: le sue frequenti buffe similitudini, i suoi personaggi profondamente umani, le sue trame ricche, le contraddizioni dei sentimenti, le storie di sesso e vendette. Oggi voglio parlarti, caro lettore, del suo romanzo di esordio, Maledetta primavera, edito nel 2012 dalla sua etichetta editoriale Porto Seguro (dove svolgevo attività di editor, prima della quarantena da Covid-19), e poi ripubblicato da Newton & Compton nel 2014. Un romanzo che è un po’ un giallo, un po’ un thriller, ma soprattutto love story, e molto altro.

Come nel suo romanzo successivo, Io non sarò come voi (Sperling Kupfer, 2015), più maturo, in cui tra l’altro compare il protagonista Fabrizio Montagnèr in un cammeo, Paolo ci presenta una vicenda torbida in cui si intrecciano le storie private di un gran numero di personaggi. Lo sfondo è Settimo Naviglio, un immaginario paesino di circa tremila abitanti, situato nella provincia milanese; l’autore ce ne dà una efficace descrizione in uno dei capitoli iniziali: è un luogo noioso, dove «le cose non accadono»[1], dove non è mai nato un solo personaggio famoso, dove «d’inverno fa un freddo boia ed è tutto grigio. È grigio il cielo, sono grigi i palazzi, è grigio l’asfalto e sono grigi i campi con l’erba morta. Pure il verde sembra grigio. Quando c’è il sole è ancora peggio, con quei raggi pallidi che sembrano frecce di ghiaccio. Se invece arriva la giornata di nebbia, la situazione migliora un pochino. Viene a crearsi una certa atmosfera, un po’ di magia, e non si vede più niente. Che forse è meglio. Con la primavera cambia tutto, ma da un po’ di tempo a questa parte la stagione dei mandorli in fiore dura sempre meno. Arriva subito l’estate e quel caldo che addormenta tutto. Se non hai in casa l’aria condizionata o un ventilatore con le pale di un elicottero Apache, ti conviene telare e passare la giornata al fresco in un qualche centro commerciale.» (riporto uno stralcio della descrizione di Settimo Naviglio perché questo brano mi è piaciuto particolarmente e mi pare rappresentativo del Cammilli più poetico e malinconico).

Su questo sfondo provinciale si muovono, come dicevamo, molti soggetti. I protagonisti però sono due – perché ci sono sempre due protagonisti nei romanzi di Paolo: uno maschile e uno femminile –, Fabrizio Montagnèr e Carlotta “Totta” Magonio. Il primo è un P.R. trentacinquenne, la seconda è una ragazza dolce e orgogliosa che frequenta persone non proprio limpide (come la sua “amica” Ginevra): i due si conoscono su Facebook, da una parte Montagnèr e dall’altra le due amichette che condividono lo stesso profilo farlocco. Già sappiamo come andrà a finire: il nostro “eroe” si innamorerà della sfuggente Totta e quando sarà infine riuscito a conquistarla farà una delle sue perché è un «cazzone, e i cazzoni fanno le cazzate»[2]. Di cosa si tratta? Di una cosa banalissima: il Montagnèr va a letto proprio con l’amica di Carlotta, la spregiudicata Ginevra, da cui viene sedotto.

Intorno a questa storia di corna ruota la parte più giallistica del libro, con un tentativo di omicidio che si ricollega a un vecchio delitto, per risolvere il quale interviene ad un certo punto una sorta di parodia di Dylan Dog, l’ “investigatore dei sogni” David Cramp; un personaggio che si è guadagnato le mie simpatie. Il fattaccio rivitalizza il sonnacchioso paese, perché «in un luogo in cui la vita di tutti i giorni è qualcosa di molto vicino a una disgrazia, una disgrazia somiglia molto alla vita»[3]. Ovviamente non spoilerò la soluzione di questo piccolo mistero di provincia – che comunque conferma la bravura del Cammilli nelle scene di suspense. Non sono un grande appassionato di romanzi polizieschi, ma devo dire che a un certo punto le indagini hanno preso anche me, anche se non sarei mai arrivato alla soluzione. Tra l’altro, come mi ha fatto notare l’autore, la vicenda ha più piani di lettura e un forte legame “mascherato” con fatti di cronaca reali: sotto i nomi dei personaggi si celano (spesso sotto forma di calembours) persone famose. Al lettore più accorto scoprire quali.

Ma la vicenda “gialla” è secondo me secondaria rispetto al tormentato rapporto tra Fabrizio e Totta. I personaggi di Paolo hanno sempre una certa “ambiguità”, una contraddizione insanabile, spesso agiscono sotto effetto di alcolici, mancano di lucidità e di una forte volontà: perciò anche in questo romanzo non ci sono figure del tutto positive o del tutto negative, se non nelle scelte finali. Carlotta è un misto di dolcezza e crudeltà, Fabrizio sarebbe un bravo ragazzo, “innamorato”, ma, anche se soltanto in un’occasione, risulterà infedele. È la sua natura, non può farci nulla, come lo scorpione della famosa storiella che vede per protagonista anche una rana – non a caso citata dal Cammilli (e citata anche in una canzone degli 883[4]).

Qui apro una parentesi personale: per me il vero amore non può essere mai infedele, in quanto se si ha a cuore la felicità dell’amata/o non si farà mai nulla per farla/o soffrire; il sesso non avrà alcun potere sul cuore (ma forse la penso così perché sono un sognatore e per me il sesso è sempre stato secondario in un rapporto). Il sentimento che Francesco prova per Totta secondo me non è dunque vero amore, anche se lui – una volta resosi conto della «cazzata» (che cercherà dapprima di nascondere), una volta scoperto farà di tutto per farsi perdonare quell’unica volta che ha ceduto agli istinti. Ma sa che «si può perdonare ma non dimenticare»[5] e che Carlotta non gliela farà passare liscia tanto facilmente: se lo dovrà sudare, e molto. Alla fine il sospirato “perdono” arriva, in fondo lei era davvero “innamorata” (anche se pure lei aveva avuto una storiella vacanziera) ma Carlotta pretenderà una giusta umiliazione e comunque dichiarerà che non potrà mai più fidarsi e che pure lei “si farà i cazzi suoi”. Indietro non si torna, quando ci sono le corna (ahah mi è venuta la rima!), ed è giusto così.

Firenze, 28 aprile 2020

Bibliografia

Cammilli P., Maledetta primavera, Firenze, Porto Seguro, 2012.

Note

[1] Cammilli P., Maledetta primavera, Firenze, Porto Seguro, 2012, p. 44.

[2] Ibidem, p. 348.

[3] Ibidem, p. 184.

[4] La rana e lo scorpione, nell’album Grazie mille (1999): «schiena e portami sull’altra sponda”- La rana rispose: – “Fossi matta! Così appena siamo in acqua mi pungi e mi uccidi!” -“Per quale motivo dovrei farlo” – incalzò lo scorpione – “Se ti pungo tu muori e io annego!”- La rana stette un attimo a pensare, e convintasi della sensatezza dell’obiezione dello scorpione, lo caricò sul dorso e insieme entrarono in acqua. A metà del tragitto la rana sentì un dolore intenso provenire dalla schiena, e capì di essere stata punta dallo scorpione. Mentre entrambi stavano per morire la rana chiese all’insano ospite il perché del folle gesto. -“Perché sono uno scorpione” – rispose lui.»

[5] Ibidem, p. 384.

Riflessioni personali su “Io non sarò come voi”

Di Massimo Acciai Baggiani

io-non-saro-come-voi-112620Non sono molti i colleghi scrittori, tra quelli che conosco personalmente, ad aver fatto il salto alla grande editoria. Paolo Cammilli è uno di questi. Mio concittadino, quasi mio coetaneo, ha esordito con un best seller quale Maledetta primavera (in origine pubblicato con la Porto Seguro[1], casa editrice da lui fondata nel 2011, poi ripubblicato nel 2014 da Newton Compton) – romanzo che ha avuto importanti riconoscimenti, di vendita e di critica – Paolo ha pubblicato successivamente altri due romanzi – Io non sarò come voi (Sperling & Kupfer, 2015) e Conta fino a dieci (Sperling & Kupfer, 2017) – e, mentre sto scrivendo, sta lavorando al quarto[2]. Paolo non è un autore prolifico, almeno rispetto al sottoscritto o a un autore americano, tuttavia i suoi libri sono densi, complessi, testimoniano una grande meditazione e lavoro di ricerca. I dettagli sono importanti per Paolo; i suoi personaggi sono tridimensionali, vivi, profondi. Il suo stile, che ricorre spesso alla similitudine e alla metafora (generalmente con sfumature comiche), è accattivante e scorrevole. In effetti i suoi libri si leggono in un paio di giorni al massimo; tengono il lettore incollato alle pagine, proprio come un buon thriller.

Chi ritiene che in un libro gli eroi positivi debbano essere ben separati dai cattivi fin dalle prime pagine, probabilmente non apprezzerà Io non sarò come voi. Ne rimarrà disorientato. Qui non ci sono personaggi del tutto buoni o del tutto cattivi, se non sul finale – che sarei tentato di spoilerare (ma mi trattengo). I personaggi sono persone comuni, con le loro contraddizioni e meschinità: i giovani protagonisti vivono quell’età ancora in bilico tra la scelta del Bene e del Male, influenzati (probabilmente troppo) dalle loro compagnie e dal loro breve vissuto, ostaggi degli ormoni, con una personalità ancora in fieri. Io non sarò come voi si può definire un romanzo di formazione, in cui i personaggi cambiano, prendono decisioni importanti che determineranno il loro destino e quello altrui.

La storia, mi ha confidato l’autore, nasce da uno dei tanti fatti di cronaca che purtroppo riempiono i quotidiani. Si tratta di uno stupro di branco: una ragazzina viene violentata da “amici”, coetanei che lei conosceva bene. Una storia squallida, banale perfino nel suo orrore, che nelle mani di Paolo diventa lo spunto per una riflessione molto profonda – a dispetto dello stile spesso ironico e scanzonato – sull’animo umano, sul conformismo, sul sacrificio.

Protagonista è Fabio Arricò, un sedicenne un po’ sfigato che per tutto il romanzo ci appare, almeno a me, piuttosto ambiguo. Un antieroe. Fabio vive i problemi e le insicurezze di molti adolescenti di qualsiasi epoca storica (si parla di una generazione avanti rispetto alla mia o a quella di Paolo, ma potrebbe essere anche una storia del passato), che non sanno imporre la propria volontà, subiscono passivamente le idee del branco, anche quando la situazione sfugge di mano e rischia di provocare delle tragedie (vedi la scena del lancio di sassi dal cavalcavia[3] o quella in cui uno dei loro amici rischia di finire affogato). Personalmente ho vissuto un’adolescenza piuttosto anomala e solitaria, estranea alle dinamiche del gruppo di amici (vivevo molto nel mio mondo, mi vedevo con pochi amici, singolarmente), quindi non mi riconosco a pieno nella storia, e non sono nemmeno molto d’accordo con una mia amica che sostiene che a quell’età non si ha un’identità pienamente sviluppata e perciò «si ha bisogno del gruppo» (nel mio caso non è stato così): tuttavia ho letto con una certa trepidazione la vicenda che, come un meccanismo ben congegnato (come si dice debba essere un romanzo che funziona), conduce al precipitare degli eventi e allo scioglimento finale.

Questo è insomma soprattutto un romanzo psicologico, anche se non mancano l’azione e i colpi di scena. Il desiderio di vendetta di Fabio verso Caterina, colpevole di averlo “snobbato” pur conoscendo il suo “amore” (difficile definirlo tale, sfugge a una definizione netta), è in fondo il desiderio di rivalsa del ragazzo comune verso chi appartiene a una classe sociale superiore, ma non è solo questo: nell’amodio (amore + odio) di Fabio c’è molto di più. Non meno complessa e ambivalente è la protagonista femminile, Caterina Valenti, così come i suoi sentimenti verso Fabio. Il lettore può trovare spiazzanti certi cambi improvvisi di umore, ma così sono le persone reali: angeli e demoni nello stesso corpo, codardi e «valorosi», teneri e feroci. Tutti noi, se ci trovassimo in determinate circostanze, potremo rivelarci eroi o mostri: questa è la mia lettura. Tutti noi siamo chiamati a scegliere il Bene o il Male, ed è soltanto una nostra prerogativa umana: questo a mio parere il messaggio del romanzo. Un libro che rimane impresso a lungo nella memoria.

Firenze, 24 aprile 2020

Bibliografia

Cammilli P., Io non sarò come voi, Milano, Sperling & Kupfer, 2015.

Note

[1] Presso cui svolgo attività di editor e impaginatore, e con cui ho pubblicato cinque miei libri negli ultimi tre anni.

[2] Ambientato in un campo profughi mediorentale.

[3] Anche questa pratica riempiva le pagine di cronaca, soprattutto negli anni Novanta, per alcune tragedie.

Alcune riflessioni su guerre e genocidi

Di Massimo Acciai Baggiani

marainiTra i molti libri letti durante la quarantena, un romanzo di Dacia Maraini mi ha dato l’occasione per mettere per scritto alcune riflessioni su tematiche toccate dalla storia, ambientata in Europa in piena guerra fredda. Il treno dell’ultima notte non è un libro per stomaci delicati: la Maraini non risparmia al lettore che, come la protagonista, «vuole mettere il naso nella merda»[1], nessuno degli orrori dei lager nazisti o dei regimi cosiddetti “comunisti”, «cose talmente vere che sembrano finte, talmente vere che diventano sublimi nella loro irrealtà.»[2] tanto che anche noi lettori ne siamo sconvolti, ci sentiamo in qualche modo incapaci di capire fino in fondo l’orrore, perfino vagamente colpevoli anche se siamo nati decenni dopo quell’epoca oscura. Quando si pensa di esserci abituati alla narrazione dei crimini del nazismo, capita di leggere un libro come questo e di esserne ancora scossi.

La storia è quella di un viaggio all’inferno: non quello dantesco nell’aldilà, ma quello di Amara, giornalista italiana ossessionata dalla ricerca di Emanuele, antico compagno di giochi d’infanzia, primo amore, scomparso come tanti ebrei nell’orrore della seconda guerra mondiale. Amara vive a Firenze, nel mio stesso quartiere, Rifredi: molti sono i luoghi citati a me familiari (via Alderotti, Villa Lorenzi, via degli Incontri, piazza Dalmazia, il Terzolle… ma anche il mio amato Monte Morello).

Amara è stata appena sfiorata dalla guerra (anche se pure lei ha fatto la fame); si è poi rifatta una vita, si è sposata, ma non ha mai dimenticato Emanuele, la cui famiglia benestante ha avuto la poco brillante idea di tornare a Vienna (da cui molti ebrei fuggivano) proprio durante le persecuzioni razziali, sicura della propria intoccabilità aristocratica. Adesso, Amara è una donna e fa la giornalista: può attraversare confini. Il viaggio la porta, in piena guerra fredda, oltre cortina, da Auschwitz a Vienna e da qui a Budapest, dove capita alla vigilia della rivoluzione ungherese del 1956 – e come giornalista mancherà lo “scoop” a causa delle difficoltà di comunicazioni col suo giornale in Italia – in un’Europa dell’Est ancora ferita, sotto un regime non meno sanguinario di quello da poco sconfitto. Amara incontrerà due uomini che la aiuteranno nella sua ricerca disperata che, suo malgrado, giungerà a una conclusione: non quella sperata purtroppo. Emanuele è morto e sepolto: al suo posto c’è un uomo distrutto, imbestialito, che non ha mai saputo superare il trauma di Dachau.

Manca insomma il lieto fine: non può esserci, dal lager non se ne esce vivi neppure se si viene salvati – come già dimostrato da Primo Levi. Si è comunque morti dentro. L’orrore è assoluto. Ancora oggi gli ebrei giustamente ci tengono a che non venga mai dimenticato – anche se molti hanno la memoria corta e le nuove generazioni pare non abbiano imparato molto dai padri. Il 27 gennaio, Giorno della Memoria, è dedicato al Genocidio per antonomasia, la Shoah, l’Olocausto. Guai a dimenticarlo, o aggiungere postille, altrimenti si viene tacciati come minimo di antisemitismo, se non proprio di nazismo.

Dopo la lettura del romanzo della Maraini – come dopo qualsiasi testimonianza dei lager (da Se questo è un uomo a Schindler’s list) non sarebbe però male prendere una qualsiasi Bibbia e aprirla a Deuteronomio 7,1-5:

«Quando il SIGNORE, il tuo Dio, ti avrà introdotto nel paese che vai a prendere in possesso, e avrai scacciato molti popoli: gli Ittiti, i Ghirgasei, gli Amorei, i Cananei, i Ferezei, gli Ivvei e i Gebusei, sette popoli più grandi e più potenti di te; quando il SIGNORE, il tuo Dio, li avrà dati in tuo potere e tu li avrai sconfitti, tu li voterai allo sterminio[3]; non farai alleanza con loro e non farai loro grazia. Non t’imparenterai con loro, non darai le tue figlie ai loro figli e non prenderai le loro figlie per i tuoi figli, perché distoglierebbero da me i tuoi figli che servirebbero dèi stranieri e l’ira del SIGNORE si accenderebbe contro di voi. Egli ben presto vi distruggerebbe. Invece farete loro così: demolirete i loro altari, spezzerete le loro statue, abbatterete i loro idoli d’Astarte e darete alle fiamme le loro immagini scolpite.»

Cosa vorresti insinuare? Mi domanderebbe qualcuno, non necessariamente ebreo. Vorresti dire forse che la Shoah è stata una sorta di punizione karmica per l’antico genocidio biblico dei cananei e compagnia bella?

Sarebbe una lettura un po’ banale e comunque fuorviante. Non credo nel karma collettivo; penso che ognuno abbia solo il proprio karma personale, ed è più che sufficiente. Gli ebrei del XX secolo non erano fisicamente gli stessi che uccidevano donne e bambini in “terra santa”, né lo avrebbero mai fatto. La stragrande maggioranza degli ebrei di oggi, come di quelli del secolo scorso, è composta da brava gente, poco ortodossa, pacifica e priva di fanatismo: un po’ come i cattolici. Sì, ci sono anche i fanatici, come in qualsiasi gruppo umano, ma sono pochi e non fanno testo. Pochi tra i cattolici hanno letto il Deuteronomio, così come non tutti gli ebrei conoscono o approvano la Torah (nascere ebreo è un fatto etnico, non una scelta religiosa: se si ha la sfiga di nascere tra ebrei osservanti si subisce una mutilazione genitale da piccoli, ma c’è a chi va peggio… ad esempio a chi nasce femmina in un paese islamico): a coloro però che condannano la Shoah e approvano i genocidi compiuti dai propri antenati, dico solo che non fanno un buon servizio alla propria causa. Non vedo una grande differenza tra il credo ariano della “razza superiore” e quella del “popolo eletto” promossa dagli ebrei antichi e da quelli moderni che bombardano i palestinesi in nome della medesima “terra promessa”[4].

Io non credo nei genocidi di serie A e in quelli di serie B: un genocidio è unico, e non può avere mai alcuna giustificazione. Ma è corretto dunque accostare uno sterminio avvenuto millenni fa ad uno accaduto nella “civilissima” Europa del XX secolo, dopo l’Illuminismo, la Rivoluzione Francese e Americana, e poco prima della Dichiarazione universale dei diritti umani? A chi si è posto la mia stessa domanda – ebbene sì, non sono il primo – è stato risposto con un NO secco. Un bambino trucidato tremila anni fa non vale un bambino gasato ottanta anni fa. Era un altro mondo, quello in cui agivano gli ebrei veterotestamentari: altri valori, altra considerazione della vita umana. Bene, sono d’accordo: nel 1000 a.C. un genocidio era normale amministrazione, non si scandalizzava nessuno. Perché dovremmo scandalizzarci, oggi, se un dio “misericordioso” ordinò al proprio popolo di cancellarne altri sette? Risponderei: per la stessa ragione per cui oggi ci scandalizziamo se decine di milioni di ebrei (e omosessuali, e zingari, e comunisti, ed esperantisti…) sono stati assassinati e ridotti in cenere. Perché la vita umana è sempre sacra. È più sacra di qualsiasi culto, di qualsiasi nazionalismo, di qualsiasi bandiera, di qualsiasi ideale. Uno degli argomenti più forti con cui sostengo il mio ateismo e il mio antifascismo è proprio questo: un dio buono non avrebbe mai permesso un singolo omicidio, figuriamoci quello di un intero popolo, e figuriamoci poi ancora di più se ordinato dallo stesso dio.

Il discorso si potrebbe ampliare agli innumerevoli genocidi e alle altrettanto innumerevoli guerre della Storia nota – gli armeni, gli indios, gli indiani d’America, i catari, e chi più ne ha più ne metta – ma penso di aver chiarito il punto. Una guerra giusta non esiste. Solo il giorno in cui non esisteranno più “popoli” – ebrei, islamici, italiani, americani, africani, eccetera – ma ci sarà un unico grande “popolo”, quello “umano”, anzi quello degli “esseri senzienti”, solo allora e non prima si potrà parlare di “giustizia” anche in concreto. L’uomo vedrà mai quel giorno? Solo se saprà vincere la sua oscurità e saprà riconoscere se stesso nell’altro, se si sentirà parte integrante dell’universo intero, se capirà che fare del male agli altri è in fondo farlo a se stesso… solo allora l’uomo sarà divenuto simile a una divinità, ma certo non quella hitleriana dell’Antico Testamento o delle altre religioni teiste. Spiace dirlo, ma è così. Io credo che l’uomo si meriti questo futuro luminoso, fintanto che sulla terra esisteranno dei sognatori.

Firenze, 21 aprile 2020

Bibliografia

Maraini M., Il treno dell’ultima notte, Milano, Rizzoli, 2010.

Note

[1] Maraini M., Il treno dell’ultima notte, Milano, Rizzoli, 2010, p. 413.

[2] Ibidem.

[3] Il corsivo è mio.

[4] A pag. 144-145 del romanzo della Maraini c’è un’interessante “confessione” di alcuni ebrei ritornati da Israele che, pur non rinnegando la loro fede ebraica e sostenendo le ragioni del proprio popolo, mettono in discussione la soluzione armata alla questione palestinese, usando esplicitamente la parola “invasione”.

Letture per la quarantena

La mia raccolta di articoli e recensioni letterarie, suggerimenti di lettura per la quarantena da Covid-19, è da oggi disponibile in cartaceo, per chi lo desidera, al prezzo di 15 euro, ordinabile qui.

Massimo Acciai Baggiani

copertina_quarantena3«L’idea di questa pubblicazione mi è venuta, come suggerisce il titolo, durante la quarantena per il Covid-19. Ho pensato che potevo dare dei suggerimenti di lettura, a chi lo desidera, per occupare questi giorni-fotocopia, da reclusi, per coloro che non lavorano e hanno tempo in abbondanza. Ho pensato di renderla disponibile per condividere le mie letture di questi anni: si tratta infatti di una raccolta di articoli e recensioni varie apparsi per buona parte già su «Segreti di Pulcinella» o su varie riviste cartacee e online («L’Area di Broca», «PASSARnous», eccetera).
Buona lettura e buona quarantena, nella speranza che questa emergenza passi presto e si torni ad affollare librerie e biblioteche, e a leggere nei parchi o nei bar anziché su uno schermo a casa.» (dall’Introduzione)

AUTORI CITATI: Daniel Pennac, Carlo Menzinger, J.R.R. Tolkien, Virgilio Martini, Giacomo Casanova, Cristian Vitali, Luigi De Rosa, Marino Cassini, Jostein Gaarder, Michael Ende, Giovanni Arpino, Antonella Castello, Massimo Mongai, Simonetta Biserni, Guillame Musso, Luigi Serafini, Italo Calvino, Marco Bazzato, José Monti, Antonio Messina, Michele Protopapas, Alfredo Betocchi, Claudio Secci, Marco Roselli, Giovanni Brami, Sergio Calamandrei, Carlo Menzinger, Simonetta Bumbi, Francesco Verso, Pierfrancesco Prosperi, Caterina Pomini, Fabio Strinati, Sunshine Faggio, Monica Fantaci, Sara Bensi, Floriana Porta, Andrea Chimenti, Roberto Balò, Vessela Lulova Tzalova, Liliana Ugolini, Roberto Mosi, Piera Donna, Debora Scrofani, Riccardo Olivieri, Ulrich Lins, Leone Maestro, Claudia Gusso, Maria Antonietta Nardone, Giulia Bovone, Enrico Taddei, Giulia Nuti, Mauro Bertoli, Antonella Bausi, Diego Marani, Jhumpa Lahiri, Andrea Marcolongo, Andrea Carraresi, Fiorella Carcereri, Vittorio Bocchi, Gabriella Maleti, Giuseppe Festa, Nazlı Eray, Walter Veltroni, Paolo Pajer, L. Koenig, Marco Malvaldi, Tiziano Cosani, Maria Rosaria Perilli, Osho, Rachel Joyce, Amita Trasi, Francesca Bertuzzi, Barbara Pascoli, Francesco D’Agostino, Gigi Paoli, Donatella Moica, Arto Paasilinna, Francesco Felici, Raimondo Preti, Elvis Dona, Paolo Seganti, Erich Scheurmann, George Orwell, Timo F., Marco Scaldini, Natalia Ginzburg, Paolo Cammilli e molti altri.

Foto di copertina di Italo Magnelli

Storia di un cittadino del mondo

Di Massimo Acciai Baggiani

nikoAlbania. Questa parola mi evoca il ricordo di due persone che ho conosciuto, a distanza di molti anni l’una dall’altra. La prima volta che sentii parlare dell’Albania fu dalla mia vicina di casa, albanese appunto: una bella ragazza di vent’anni (io ne avevo ventiquattro) approdata nell’appartamento di fronte al mio, dove faceva la badante, con cui strinsi amicizia[1]. All’epoca non avevo nessuna idea delle condizioni di quella terra, così vicina e al tempo così lontana dall’Italia. Sapevo solo che non vi si doveva vivere molto bene visto che molti la lasciavano per un futuro incerto in Italia, la quale doveva apparire agli albanesi come l’America agli italiani del secolo scorso.

Approfondii la conoscenza di questa terra – dove non sono ancora mai stato – con un altro incontro voluto dal destino. Nel 2019 il mio datore di lavoro, Paolo Cammilli, mi spedì a presentare il romanzo autobiografico di un autore albanese, pubblicato con Porto Seguro tre anni prima. L’autore era Elvis Dona e il romanzo me lo sono letto tutto d’un fiato poco prima della presentazione, presso l’ex manicomio di San Salvi: in un centinaio di pagine Elvis, un ragazzo simpatico e gentile, raccontava in un italiano perfetto le sue vicende di immigrato.

elvisHo scritto poi un articolo, dopo quella lettura[2]: la sua storia ricorda per molti aspetti quella descritta nel romanzo di Paolo Seganti, più noto come attore[3], Niko. Trovato per caso in uno scaffale del libero scambio – come avviene per la maggior parte delle mie letture – mi ha subito catturato per lo stile scanzonato, pieno di ironia anche nel descrivere situazioni drammatiche, ma anche profondo quando serve. Come non provare subito un’istintiva simpatia per il protagonista, Nikolin Gjeloshi (detto Niko), così come per il già citato Elvis[4]? Per la loro capacità di reagire alle situazioni più difficili, senza farsi mai abbattere. Per la loro profonda umanità, il non arrendersi al male che li circonda, alla diffidenza verso gli stranieri (che sfocia a volte in aperto razzismo), il mantenersi puri di cuore e non perdere l’entusiasmo verso la vita.

Niko fugge dall’Albania all’indomani della dittatura, ricorrendo a scafisti senza scrupoli, e, giunto in Sicilia, deve rifarsi una vita partendo da zero, dormendo in un cartone, elemosinando un lavoro, conquistandosi con la sua onestà e spirito di sacrificio il rispetto e le simpatie degli italiani. Tornerà più volte nella sua terra, in varie occasioni (per assistere la madre morente, per portare in Italia la moglie, per semplice nostalgia…) e i suoi rientri clandestini saranno sempre rocamboleschi, degni di un film. La sua forza d’animo davanti alle traversie della vita risulterà alla fine vincente: Niko si farà una posizione in Italia e si integrerà alla perfezione.

È una storia vera quella raccontata da Seganti? L’autore dichiara di sì, e comunque, anche se non lo fosse, potrebbe benissimo esserlo. Nel corso della narrazione trovano spazio anche alcune riflessioni del protagonista che mi sento di condividere. Innanzitutto la sua visione cosmopolita, che sposo in pieno (non a caso il romanzo ha per sottotitolo Nikolin Gjeloshi, cittadino del mondo): Niko si dichiara di amare «visceralmente» la sua terra, ma al tempo stesso di non appartenere ad alcuna etnia, troppo spesso motivo di odio e pregiudizio: «Mi piacerebbe tanto se la stampa, le radio, le TV a tutte le latitudini, quando danno notizia di qualche misfatto lo rendessero noto dicendo solo il nome dei delinquenti protagonisti. Dare la nazionalità (italiano, marocchino, tedesco, turco, albanese, e ancora…) non fa altro che indirizzare l’opinione pubblica a fare di ogni erba un fascio»[5]. Sono perfettamente d’accordo (anche se io non ho alcun senso di appartenenza): io disapprovo tutti i criminali, non importa la nazionalità: non è che i criminali italiani mi stiano meno antipatici rispetto a quelli di fuori. Può sembrare una riflessione banale, ma di questi tempi è bene ricordarlo.

Ci sono altri pensieri di Niko che mi hanno colpito: «Un grappolo d’uva. Ecco a cosa assomigliano i ricordi, specialmente quelli raggruppati in un periodo come quello dell’infanzia e della giovinezza che, seppur in quell’età non è sempre tutto piacevole, le cose brutte spesso ti sfioravano appena. A dar retta a loro, ai ricordi, staresti sempre voltato all’indietro, rimanendo fermo a guardare. E io voglio andare avanti.»[6] e «Io credo però che, chi non le sa raccontare, le cose, non si accorge nemmeno di viverle: o giù di lì. Però credo anche che, se le storie sono di quelle che fanno male, soffre di meno.»[7] È quello che penso anch’io, in questi giorni di quarantena per il Covid-19, mentre alterno alle letture e alla scrittura di recensioni, l’aggiornamento delle mie memorie[8].

Questa storia di un “cittadino del mondo” è una di quelle che ti fanno passare la voglia di lamentarti di questa nazione disgraziata; c’è sempre chi sta peggio (e anche questa può apparire una banalità), ma in fondo, come ci insegna anche il buddismo, è lo stato vitale quello che conta. Solo con uno stato alto si può affrontare le maree della vita, e il segreto in fondo sta anche nel non prenderla troppo sul serio, nel trovare il lato comico delle cose, insomma nel mostrare un sorriso là dove uno si aspetterebbe un pianto disperato.

Firenze, 8 aprile 2020

Bibliografia

  • Dona E., Io Elvis, immigrato albanese, Firenze, Porto Seguro, 2016.
  • Seganti P., Niko. Nikolin Gjeloshi. Cittadino del mondo, Edilalbo edizioni, 2011.

Note

[1] Di breve durata purtroppo, perché si trasferì presto in un’altra città, per lavoro.

[2] https://segretidipulcinella.wordpress.com/2019/05/11/vi-presento-elvis/

[3] https://it.wikipedia.org/wiki/Paolo_Seganti

[4] Tra l’altro le vicende narrate si svolgono più o meno negli stessi anni, ossia l’ultimo decennio dello scorso secolo.

[5] Seganti P., Niko. Nikolin Gjeloshi. Cittadino del mondo, Edilalbo edizioni, 2011, p. 233.

[6] Seganti P., op. cit., p. 203.

[7] Seganti P., op. cit., p. 147.

[8] Il quarto volume raggiungerà gli altri tre all’Archivio Diaristico Nazionale di Pieve Santo Stefano, ma sarà anch’esso vincolato e non consultabile fino al 2100.

La Bhagavad Gīta: un invito alla violenza?

Di Massimo Acciai Baggiani

bhagavad-gita-cosi-comeMentre il mio amico e collega scrittore Carlo Menzinger si leggeva l’intera Bibbia, tutta d’un fiato, per poi recensirla[1], io facevo qualcosa di analogo con un altro testo sacro: la Baghavad Gīta. Confesso che, a differenza di Carlo, io non ho avuto lo stomaco per portare fino in fondo la lettura[2]: dopo le prime 160 pagine sono saltato alle ultime tre. Non credo tuttavia di aver perso molto: come il testo sacro dei cristiani, anche quello degli induisti è pieno di ripetizioni – anzi di più. Gli insegnamenti che Kṛṣṇa impartisce all’amico guerriero Arjuna (l’intero poema è costituito da un dialogo tra i due) sarebbero sintetizzabili in una pagina. Si tratta quindi di un testo prolisso, scritto in uno stile piuttosto oscuro per chi è a digiuno di filosofia indiana: infatti la maggior parte delle 692 pagine è occupata dalla spiegazione. Sì, avete indovinato: si tratta della versione commentata da Swami Prabhupāda (1896-1977), il santone indiano dall’aspetto poco rassicurante che ha fondato l’ISKON (gli “Hare Kṛṣṇa”) negli anni Sessanta, portandoli in tutto il mondo con il loro famoso mantra, le teste rasate e gli abiti a colori vivaci. La Gīta è il loro testo di riferimento, così come quello di milioni di seguaci di quella strana religione (o piuttosto insieme di sette e scuole yogiche) che è l’induismo moderno.

Si tratta di una parte del Mahābhārata, uno dei più grandi e famosi poemi epici dell’India antica, il quale descrive la guerra per il trono da parte di due gruppi di cugini di stirpe reale: i Kaurava e i Pāṇḍava. Tra i secondi c’è appunto Arjuna, appartenente alla casta dei kṣatriya (sì, già allora c’erano le caste… non bisogna stupirsene, semmai bisognerebbe meravigliarsi che ci siano ancora ai giorni nostri!). Accanto a lui, sul carro da guerra, c’è l’amico e maestro Kṛṣṇa, la “Persona Suprema”; per intenderci, quel giovane dalla pelle bluastra che figura in tante illustrazioni, spesso circondato da belle ragazze indiane, oppure in versione infantile-pucciosa sulle copertine di dischi hippies[3].

La Gīta si apre con gli opposti eserciti schierati sul campo di battaglia di Kurukṣetra. Tutto è pronto per il massacro. Arjuna all’improvviso ha dei ripensamenti; umanamente si domanda se valga poi la pena sterminare i propri parenti per salire su un trono. Ci aspetteremmo che l’ “essere supremo” lo lodi per la sua posizione non-violenta – ciò che definisce, a mio parere, una religione degna di rispetto[4] – e che finisca tutto con un abbraccio corale tra i soldati degli opposti fronti. Macché. Il dio Kṛṣṇa non è affatto contento degli scrupoli di Arjuna, anzi lo rimprovera aspramente per l’idea di voler venir meno ai suoi doveri di soldato. Il massacro deve avvenire, così vuole Kṛṣṇa. Impossibile sottrarsi al compito di sbudellare consanguinei e amici.

Il motivo di tanta crudeltà? Semplice: il mondo materiale non ha alcuna importanza, l’anima è immortale e il suo compito inderogabile è ubbidire al Signore Supremo. Tutto è finalizzato a quello, non c’è altro scopo all’esistenza umana. Tutto ciò ci ricorda qualcosa…[5]

Dunque Kṛṣṇa non è “immorale” nell’approvare, anzi ordinare, la guerra: «la Bhagavad Gīta insegna la più alta moralità […] Si deve diventare devoti di Kṛṣṇa e l’essenza di tutte le religioni è l’abbandono a Lui.»[6] Parole forti quelle che Prabhupāda mette alla fine del suo lungo commento al poema. L’affermazione secondo cui tutte le altre religioni non sono altro che una variante (o corruzione) dell’unica vera – in questo caso dal punto di vista induista – non è nuova: qualcosa del genere lo hanno detto anche Bahá’u’lláh (1817-1892), fondatore del movimento Bahá’í, e più recentemente Raël (1973- ). Chiedere alle varie religioni di rispettare quelle altrui è chiedere troppo, a quanto pare.

Ma da dove nasce quest’odio viscerale per la “materia”? Insomma, per la “ciccia”, di cui sono fatti in modo incontrovertibile i nostri corpi? Perché tutto questo disprezzo per l’appagamento dei sensi? Dalla lettura della Gīta non è chiaro: si insiste fino allo sfinimento che la materia è brutta e cattiva, mentre l’anima spirituale è pura, ma non si capisce perché uno dovrebbe mortificarsi come gli asceti, rinunciando a tutto quello che c’è di bello nel mondo – sesso compreso, per chi ha la fortuna di poterlo praticare. L’assunto della letteratura vedica, che viene dato per scontato, è che “tu non sei il tuo corpo” (come in tutte le religioni d’altronde), che insomma la ciccia sia solo una specie di abito che uno deve togliersi a un certo punto, per prenderne magari un altro (come prevedono le religioni basate sulla reincarnazione, buddismo compreso), a logica non porterebbe automaticamente a liberarsi il prima possibile di questo “abito”, ma anzi a goderselo il più possibile, finché l’abbiamo, sempre nel rispetto degli altri ovviamente. Perché ad esempio fare sesso solo a scopo riproduttivo, esclusivamente nel vincolo matrimoniale? Chi ha inventato questa cosa? Come gli è venuto in mente?

Non ho risposte, ma certo quelle che si possono dedurre dai testi sacri non sono molto convincenti. Se esiste un dio che ha creato i sensi, penso che lo abbia fatto proprio per soddisfarli, altrimenti sarebbe un dio sadico, quantomeno schizofrenico. Con ciò non affermo che potrebbe esistere un dio – nego del tutto questa possibilità – sto parlando per assurdo. Mi convince di più l’assunto che corpo e anima (qualunque cosa questa parola indichi) sono inscindibili e che, come scriveva Valerio Negrini «l’anima e il corpo se li stacchi non sai più chi sei»[7]. La violenza quindi mirata a separare queste due entità – sia con la spada che con il lavaggio del cervello – è sempre condannabile. Non esiste guerra giusta, tantomeno se ordinata da una divinità: su questo sono arcisicuro.

Ci sono poi altre cose discutibili, dal mio punto di vista, nella fede degli Hare Kṛṣṇa: dietro i loro sorrisi un po’ ebeti c’è questa violenza (che deriva appunto dalla Gīta) e il loro vegetarianismo in questo senso mi puzza non poco: se provi compassione per gli animali macellati come puoi approvare la macellazione di esseri umani su un campo di battaglia? C’è qualcosa che non torna, così come l’affermazione del guru indiano che se proprio non si vuole rinunciare alla carne è consigliabile almeno limitarsi ad ammazzare i maiali (per via della loro “immoralità sessuale”… di nuovo la fobia del sesso dei religiosi) oppure nutrirsi dei cadaveri di animali già morti (magari per malattia?)[8] e che il guru (Prabhupāda si riferisce ovviamente a se stesso) va adorato come un Dio[9]. No, non era ironico il nostro santone: diceva sul serio. I suoi seguaci l’hanno preso in parola, almeno per la sua venerazione come divinità (se poi vadano a giustiziare suini perché fanno ciò che loro vorrebbero fare ma non possono, oppure a mangiare carcasse di vacche putrefatte, non so… spero per loro di no).

«Diffidate dei buddisti che mangiano carne» diceva una seguace di Prabhupāda, durante una conferenza a cui ho assistito. Io piuttosto diffido di chi non mangia carne ma approva il sistema delle caste, la fede cieca nel guru e la guerra di religione.

Firenze, 14 marzo 2020

Bibliografia

  • A.C. Bhaktivedanta Swami Prabhupāda (a cura di), La Bhagavad Gīta così com’è, The Bhaktivedanta Book Trust, 2013.
  • A.C. Bhaktivedanta Swami Prabhupāda, Viaggio alla scoperta del sé, The Bhaktivedanta Book Trust, 1997.
  • Satsvarupa dasa Goswami, Śrila Prabhupada, The Bhaktivedanta Book Trust International, 1994.

Note

[1] https://carlomenzinger.wordpress.com/2020/03/10/leggere-la-bibbia-tutta-dun-fiato

[2] Neanche la Bibbia ho letto per intero e tutta di seguito, perché farmi del male fino a tal punto?

[3] Ad esempio sulla copertina dell’album di Cesare Cremonini Bagus (2002).

[4] Vedi il mio articolo La vera religione.

[5] Krishna e Geova hanno diversi tratti in comune, a partire dalle idee sanguinarie…

[6] A.C. Bhaktivedanta Swami Prabhupāda (a cura di), La Bhagavad Gīta così com’è, The Bhaktivedanta Book Trust, 2013, p. 655.

[7] Anima e corpo, in Facchinetti R., Fai col cuore (1993).

[8] Queste “perle” di trovano in A.C. Bhaktivedanta Swami Prabhupāda, Viaggio alla scoperta del sé, The Bhaktivedanta Book Trust, 1997.

[9] Satsvarupa dasa Goswami, Śrila Prabhupada, The Bhaktivedanta Book Trust International, 1994.

Il diario di Angela: una riscrittura moderna di De Amicis

Di Massimo Acciai Baggiani

a-scuola-con-angelaProprio qualche giorno fa scrivevo un articolo[1] sulla lettura nelle scuole elementari auspicando, come gli autori del saggio Il leggere inutile[2], l’adozione di testi che non offendessero l’intelligenza e i diritti dei bambini. Ecco, penso che A scuola con Angela, dell’amico e collega scrittore Andrea Carraresi, risponda a questo criterio: adottato in diversi istituti didattici toscani, è un buon libro da dare in mano a un allievo di quarta elementare. L’autore, nato a Calenzano e residente a Sesto Fiorentino, è stato non a caso insegnante prima che scrittore: in questo libretto, sapientemente illustrato da Marco Campostrini, la protagonista racconta in prima persona il suo primo anno scolastico in Italia, presso la Edmondo De Amicis. Il sottotitolo recita Diario, un po’ segreto, di una bambina di quarta elementare tra favole e realtà: Angela è quella bambina, nata in Russia, cresciuta in un orfanotrofio che, come in un romanzo dickensiano, trova il suo riscatto presso un’amorevole famiglia italiana adottiva che vive nella Piana sestese, all’ombra di Monte Morello[3]. Angela è una bambina intelligente e sensibile; apprende rapidamente la “lingua del sì” (dimenticandosi la sua lingua madre, con cui taglia ogni rapporto, per lei doloroso) e si integra benissimo tra i suoi compagni. Altre figure importanti, oltre a quelle della maestra e dei compagni, sono quelle dei genitori e soprattutto del nonno Andrea: da quest’ultimo la nostra Angela apprende molte cose, oltre all’italiano, che le saranno utili nella vita.

Il modello di questo “diario” è chiaramente il libro più noto di De Amicis, Cuore (curiosa la coincidenza col nome della scuola frequentata da Angela[4]): un libro che ho sempre trovato orrendo, al contrario di questa riscrittura moderna di Carraresi. A scuola con Angela è sì centrato sui sentimenti e sugli affetti, riprende lo schema delle storie, raccontate dalla maestra, che intervallano la narrazione della protagonista – storie che contengono sempre una morale –, ma non è un libro melenso né moralista. La storia di Angela è quella di una bambina autentica, che vive le paure e le contraddizioni delle sue coetanee, che matura nel corso dell’anno scolastico e a cui non possiamo fare a meno di voler bene.

L’ho letto con piacere, pur avendo frequentato la quarta elementare ormai da 35 anni, e penso che adesso lo passerò a mio nipote Manuel, che invece la sta frequentando adesso. Tante cose sono cambiate nella didattica (non abbastanza, secondo me[5]) ma l’animo dei bambini è sempre lo stesso: di meraviglia davanti alla natura e di perplessità davanti al mondo incomprensibile degli adulti. Oggi bisogna parlare loro di cose attuali, come il rispetto per l’ambiente, ma anche di cose valide in tutte le epoche storiche come l’amore immenso dei genitori nei loro confronti.

Firenze, 13 marzo 2020

Bibliografia

  • AA.VV., Il leggere inutile: indagine sui testi di lettura della scuola elementare, Milano, Emme Edizioni, 1975.
  • Acciai M., La nevicata e altri racconti, Tolentino, Edizioni Montag, 2013.
  • Carraresi P.A., A scuola con Angela, Firenze, Florence Art Edizioni, 2014.

Note

[1] Acciai M., Quando leggere diventa inutile, in «Segreti di Pulcinella»

[2] AA.VV., Il leggere inutile: indagine sui testi di lettura della scuola elementare, Milano, Emme Edizioni, 1975.

[3] Luogo che mi è molto caro, dove ho trascorso solitarie ore di lettura e scrittura quando ero giovane, e a cui ho dedicato diversi racconti e poesie: si tratta di un’altura nei pressi di Firenze.

[4] Scuola che esiste davvero.

[5] Vedi il mio racconto La nevicata, in Acciai M., La nevicata e altri racconti, Tolentino, Edizioni Montag, 2013.