Due amiche a Istanbul

Di Massimo Acciai Baggiani

Risultati immagini per la bastarda di istanbul«Fatti risalenti a molte generazioni fa continuano ad avere conseguenze anche oggi»: così conclude Banu, armena residente nella capitale turca insieme alla famiglia composta da donne, con l’eccezione di Mustafa, il fratello che emigrerà in America e sposerà l’americanissima Rose. La conclusione dell’anziana turca riassume le intricate vicende della famiglia turca Kazanci che si intrecciano con quelle dell’armena dei Tchakhmakhchian: la giovane Armanoush (detta Amy), figliastra di Mustafa, farà un viaggio dall’Arizona a Istanbul alla ricerca delle proprie radici, sfidando la vecchia inimicizia tra turchi e armeni, e troverà l’amicizia di Asya, la “bastarda” figlia di Zeliha, la quale conserva gelosamente segreto il nome del padre. Sullo sfondo di una Turchia moderna su cui il sanguinoso passato dell’eccidio armeno getta ancora una luce sinistra, la scrittrice Elif Shafak ha costruito un romanzo complesso e avvincente, ricco di storie e colpi di scena, da cui Angelo Savelli ha tratto l’omonimo spettacolo La bastarda di Istambul, in replica al Teatro di Rifredi fino al 25 novembre. Bravissime le attrici e l’attore, ottime le scenografie: da non perdere.

Firenze, 16 novembre 2018

I fantasmi del passato

moicaArticolo di Massimo Acciai Baggiani

La forma della neve, il nuovo romanzo di Donatella Moica, racconta un anno di vita di Virginia, psicologa quarantenne che si trasferisce dalla sua «piccola città di provincia un po’ sonnacchiosa» in un’anonima metropoli, seguendo il suo sogno d’amore con Mattia, un uomo divorziato e con prole che poco dopo la lascia quando lei vuole un figlio da lui. La donna rimane nella metropoli e trova lavoro come psicologa in una casa di riposo per anziani, Villa Bianca, diretta da Masaki Tamakura, un anziano giapponese con cui crea un rapporto di stima e affetto. Intanto Virginia impara a conoscere i propri pazienti e incontra, nel parco della villa, una strana bambina solitaria di nome Danielle che pare non avere una famiglia. La donna si prende a cuore la sorte della bambina misteriosa, pensando perfino di adottarla; intanto Masaki viene ricoverato in seguito a un ictus. Virginia va a trovarlo tutti i giorni, parlandogli di sé e raccontandogli storie. Mi fermo qui per non spoilerare troppo: la storia prosegue con diversi colpi di scena fino al commovente finale.

Romanzo rivolto palesemente a un pubblico femminile, intimista, filosofico, in cui le riflessioni e i monologhi della protagonista sono preponderanti rispetto alla trama. Lo stile ricorda la Tamaro di Va’ dove ti porta il cuore (peraltro citato nel libro): viene dato grande spazio ai sentimenti, all’introspezione, al mondo psicologico della protagonista. Gli altri personaggi appaiono più abbozzati: solo Danielle si distingue nell’aura di mistero che l’avvolge. Ci domandiamo se la bambina sia una sorta di allucinazione della protagonista, legata al suo desiderio frustrato di maternità, oppure una specie di fantasma che vive di “vita” propria, dando una sfumatura paranormale al romanzo. Una lettura che fa riflettere e sognare.

Firenze, 31 ottobre 2018

Bibliografia

Moica D., La forma della neve, Forlì, Capire edizioni, 2018.

Resettando l’umanità

reset

Articolo di Massimo Acciai Baggiani

È quasi impossibile essere originali nello scrivere un romanzo sul day after: il filone post-apocalittico è molto ampio e ormai inflazionato, pur continuando ad affascinare il pubblico di ogni età e latitudine. Claudio Secci con Reset è riuscito a mettere insieme un ottimo romanzo che va ad arricchire questo filone, riuscendo a emozionarci con le vicende di Tim, il protagonista e narratore in prima persona, alle prese con i problemi di sopravvivenza di un mondo “resettato” da una catastrofe astronomica: un mondo ostile, stravolto, inadatto alla vita, in cui è facile smarrire la propria umanità e abbandonarsi agli istinti più primitivi e bestiali. L’asteroide 403 Pathos giunge sulla Terra in un futuro prossimo, in un momento particolare: l’umanità è sull’orlo di una guerra mondiale che risulterebbe ancora più disastrosa dell’impatto; forse questa sciagura pare in realtà la salvezza dell’uomo che, anziché essere annientato in una guerra nucleare, riceve un necessario scossone e una seconda possibilità di ricominciare da capo. Tra i pochi sopravvissuti c’è appunto Tim, in carcere per un delitto che non ha commesso: uomo deciso, pieno di risorse, coraggio e saldi principi, viene liberato all’ultimo da un secondino pietoso e deve cavarsela con le proprie forze.

reset2.jpgL’autore ci descrive con perizia e verosimiglianza (è evidente un grande lavoro di ricerca) lo scenario del dopo impatto: terremoti devastanti, piogge acide, polveri tossiche che oscurano per anni il cielo facendo precipitare l’intero globo in un lunghissimo inverno oscuro. L’aria è irrespirabile: occorre muoversi con una maschera antigas, cercare i beni di prima necessità, difendersi dai cannibali, raggiungere un Centro di Produzione approntato dal governo per dare una chance ai sopravvissuti. Tim trova sul suo cammino degli alleati (il lupo Leg) e degli avversari temibili: riuscirà tuttavia a congiungersi con una comunità di persone civili che sopravvive in un rifugio. Dalla vita solitaria e selvaggia della prima parte del romanzo Tim passa alle dinamiche di un gruppo chiuso di persone che collaborano per far risorgere il genere umano. Non sarà facile tirare avanti fino al momento in cui le temperature risaliranno, il sole tornerà ad illuminare la terra e sarà di nuovo possibile coltivare gli orti. Dallo stato di prostrazione e disgusto per la vita, sperimentato durante il carcere, Tim ritroverà un senso alla propria esistenza e troverà perfino l’amore. La morale rispecchia quanto scritto da Ray Bradbury a chiusura di Fahrenheit 451, ossia che l’uomo non si arrende mai, è sempre pronto a rialzarsi e ricominciare per quanto sia stato duramente colpito.

reset1Il libro di Secci, scritto con uno stile essenziale e immediato – che lascia comunque spazio a riflessioni esistenziali e filosofiche, ti cattura fin dal primo capitolo e ti rende partecipe della vicenda che potrebbe riguardare l’umanità (speriamo di no) in un futuro forse neanche tanto lontano. Quindi è facile identificarsi e fare il tifo per Tim e gli altri compagni di buona volontà del Centro: una lettura che non delude e che appassiona.

Firenze, 25 ottobre 2018

Bibliografia

Secci C., Reset, Roma, Watson edizioni, 2018

Sito dell’autore: http://www.claudiosecci.it/

Altri romanzi di Claudio Secci

Inoltre Claudio Secci ha pubblicato inoltre libri a sfondo sociale presentati nelle scuole di tutta Italia.

UNA PASSEGGIATA NEI BOSCHI CON UN POETA

Ho appena finito di fare una passeggiata letteraria “Per le foreste sacre” con Paolo Ciampi, “un buddista nei luoghi di San Romualdo e San Francesco” (come recitano titolo e sottotitolo del libro di viaggio e riflessione dello scrittore e giornalista fiorentino).

C’è sempre tanta poesia e tanta riflessione nei libri di Paolo Ciampi.

Questo suo volume pubblicato, giustamente, da una casa specializzata nel genere la “Edizioni dei cammini”, racconta di un viaggio tra Toscana e Romagna, tra le foreste casentinesi.

Il viaggio parte non lontano da Firenze, da Castagno D’Andrea e San Benedetto in Alpe, si addentra nel parco nazionale, raggiunge Camaldoli e altri borghi, ma è soprattutto un andare tra boschi, di albero in albero.

Il volume è stato pubblicato nel marzo 2017. Il viaggio si svolge in questa parte dell’anno, ma non saprei di quale, forse il 2016 o il 2015, chissà! Mi stupisco a leggere del loro andare più o meno negli stessi giorni dell’anno, quasi che fossi davvero con Paolo Ciampi e i suoi amici. Ho letto, così, per esempio, il capitolo sul 1 maggio proprio durante la festa dei lavoratori. Perché lo dico? Perché questa, pur essendo solo una coincidenza, mi pare quasi un segno di comunanza tra me e questo scritto.

Anche io amo camminare. Purtroppo di rado mi riesce farlo nei boschi ma è proprio lì che mi piace stare. Amo più la montagna e le sue foreste che le città o il mare. È quella l’aria che mi tonifica, è quello il silenzio in cui riesco a dormire, è quello il clima in cui mi sento a mio agio. E non è così comune, perché, scrive Ciampi, “c’è anche l’uomo che la natura non solo non la ascolta più, ma fa di tutto per togliersela di torno” e non posso non pensare alle nostre città a come ogni intrusione della natura sia vista come disordine e sporcizia, senza capire che a essere fuori posto è proprio la nostra città.

A farmi apprezzare queste pagine non solo una questione di luoghi e di un amore per l’andare, per l’osservare la natura, con il desiderio di comprenderla, (senza, nel mio caso, gli strumenti adeguati per farlo appieno), ma anche questa capacità di abbinare al cammino il pensiero e la riflessione, questo gusto per la citazione veloce, questa ricerca del senso delle parole, perché dietro di esse si nasconde anche il senso delle cose.

 

Di Paolo Ciampi ho già letto altro e ogni volta è un piacere. L’ho conosciuto come autore leggendo “Gli occhi di Salgari” e “Beatrice”, due belle biografie, così piene di poesia e l’ho riletto di recente in “L’aria ride”, un libro a metà tra la biografia e il racconto di viaggio.

Lo stile è riconoscibile, leggero come il passo di un viandante, colto come la parola di chi ama il pensiero e che è pronto a far propri quello altrui per farne germinare di nuovi, in sé e nei suoi lettori.

Eccolo allora qui citare un’anonima guida alpina con il bel “ho molto cammino dentro” su cui ci invita a riflettere. Mi pare quasi la chiave di lettura di questo libro. Aver cammino dentro è anche avere vissuto ed essersi scoperti, perché i viaggi “ci aiutano a scoprire qualcosa, anche di noi”. Eccolo citare Walt Whitman “non esiste la morte / E se mai è esistita, portava alla vita”. Eppure “ogni passo, in effetti, è prima di tutto un addio” (scrive Ciampi).

Eccolo cercare una comunione con il bosco e gli alberi, riflettendo sulle parole di John Muir “Quanto poco conosciamo ancora della vita delle piante: le loro speranze, paure, gioie e dolori!” Chi pensa in tal modo di una pianta? Oppure alla frase di Rilke “Alla felicità non si ascende, nella felicità si cade”.

Eccolo interrogarsi sul senso di parole (e di quel che significano veramente) come asceta, eremita, anacoreta, sacro, precario, decidere, edicola, tabernacolo, miracolo, foreste, forestieri o persino di termini stranieri come serendipity. Forse il motivo per cui ama esplorare così i nomi è nella frase di Antonio Tabucchi che cita “nei nomi c’è il tempo passato assieme”. Per amare e comprendere qualcosa o qualcuno ci vuole del tempo passato assieme.

Si rammarica allora Ciampi perché “non ho tempo passato insieme a questo albero che ora vorrei sentire parte di me”. Oggi non ho più un rapporto “personale” con degli alberi, ma da ragazzo ne ho piantati tanti e curati a lungo. Erano alberi cui non avevo dato un nome, ma che conoscevo uno per uno. Mia madre diceva degli alberi che aveva curato, che per lei erano come dei figli. Questo si può creare, se si passa del tempo assieme. Anche con un albero. Del resto “Dio pose l’uomo in un giardino perché lo coltivasse e lo custodisse” osserva Ciampi citando la Genesi. E io mi chiedo quanto  cristiani, ebrei e mussulmani (per tutti loro quel libro, che li accomuna, dovrebbe essere sacro) abbiano rispettato questo compito. Come abbiamo curato il nostro giardino?

Eccolo raffrontare il pensiero di santi cattolici a quello di sapienti buddisti e trovarvi assonanze. E quando cita il buddismo dicendo “per quanto corra una bella differenza tra me e questo abete entrambi siamo manifestazione di Myo, la legge mistica. Tutto lo è, tutto contiene tutto” mi vengono in mente diverse parole ma dal significato simile che ho da poco letto in un saggio di Bergson, il filosofo nobel per la letteratura (“L’evoluzione creatrice”) quando dice che non esistono specie differenti, ma che siamo tutti manifestazione di un’essenza unitaria che è la Vita. È lo stesso impulso iniziale della Vita che ha generato animali, piante e funghi, quell’albero e questo uomo. Siamo tutti parte della stessa cosa. I grandi pensieri, come l’impulso della vita, tendono a convergere e a creare risultati simili lungo percorsi diversi.

Eccolo ricordarci che “se la vita è complicata, io potrei provare a esserlo un po’ meno”: quanti “Uffici Complicazione Cose Semplici” ci sono attorno a noi, mi chiedo.

Eccolo ammonirci, con l’insegnamento buddista “Se accendi una lanterna per un altro, anche la tua strada ne sarà illuminata”: quanta verità in questo concetto così semplice e così disatteso!

E trova persino l’occasione per buttare lì, con noncuranza, un’osservazione economica di non poco conto “ci sono molti modi di fare impresa: e uno, scontato, è approfittare della terra dove sei, fino a derubarla; l’altro è restituire a quella terra qualcosa di ciò che hai guadagnato, magari in cultura, magari in solidarietà”.

Insomma, è stato un vero piacere fare questo cammino, seppur virtuale, con Paolo Ciampi e, come lui, “arrivato alla meta, sbircio la meta dopo”, perché ogni risultato è solo l’inizio di un nuovo cammino e “beato l’uomo che ha sentieri nel cuore” perché avrà sempre un luogo dove andare.

Il volume è corredato  da alcune informazioni sul Parco Nazione delle Foreste Casentinesi, sulla Cooperativa In Quiete (www.cooperativainquiete.it) che organizza passeggiate nella natura ma non solo e, soprattutto, da una bibliografia commentata di alcuni testi che mi sono subito segnato per prossime letture (e c’è l’imbarazzo della scelta).

Carlo Menzinger

Firenze, 08/05/2018

A ciascuno la sua musica

Di Massimo Acciai Baggiani

il negozio di musicaOgnuno, si sa, ha una sua esclusiva “colonna sonora”: canzoni e melodie che hanno accompagnato momenti importanti, o che sono entrati nella testa e nel cuore per non uscirne più. Io, da autore, ascolto quasi sempre musica mentre scrivo: la scelgo in base all’umore del momento o alla storia che sto raccontando. La musica occupa un posto importante nel mio mondo e si intreccia spesso con la scrittura e la lettura. A tal proposito, durante il mio stage da redattore alla Giunti ho avuto il piacere di leggere (e l’incarico di rivedere) in anteprima la traduzione italiana del romanzo di Rachel Joyce Il negozio di musica (The Music Shop nell’originale, uscito nel 2017).

Si tratta di un romanzo molto particolare, una vera chicca per gli appassionati di musica – di qualunque genere, dalla classica alla leggera – ma non solo. Direi anzi che è un libro per tutti. Io l’ho apprezzato per la profonda umanità dei personaggi, oltre che per le frequenti citazioni di compositori antichi e moderni a me cari (e per la scoperta di altri autori che non conoscevo).

Il libro è strutturato come una sorta di doppio concept album di quattro parti (i “lati” A, B, C e D) e una «traccia nascosta» che funge da epilogo. I capitoli richiamano spesso i titoli di brani celebri. La trama è molto semplice e la scrittura scorrevole. La vicenda parte nell’Inghilterra della seconda metà degli anni Ottanta (io ho un ricordo nebuloso e incantato di quel decennio: ero un bambino); nel piccolo mondo di Unity Street – dove si svolge la routine quotidiana della comunità di piccoli negozianti in un clima di cordialità e confidenza – Frank, «una specie di orso bonario che fumava e vendeva musica»[1], gestisce il suo piccolo spazio in cui tiene esclusivamente vinili, ponendo un’eroica e caparbia resistenza agli allora emergenti CD. Attorno a lui si muove una pittoresca fauna urbana: la tatuatrice Maud, padre Anthony con la sua boutique di oggettistica religiosa, un panettiere polacco, i gestori di un’agenzia di pompe funebri, eccetera.

Frank è un intenditore e ha una peculiarità riguardo alla musica: «Classica, rock, jazz, blues, heavy metal, punk. Purché si trattasse di vinili, non esistevano tabù e se spiegavi a Frank cosa volevi, o anche solo di che umore eri quel giorno, in pochi minuti ti trovava il brano giusto. Era un suo talento. Un dono. Sapeva di cosa gli altri avessero bisogno, anche quando loro non lo sapevano»[2]. Questo talento si è affinato fin dall’infanzia, quando la madre, Peg (personaggio piuttosto bohémienne e sopra le righe, ma profondamente umano), lo ha iniziato ad un ascolto consapevole, raccontandogli aneddoti su Vivaldi, Beethoven e altri grandi. Il ricordo della madre, morta prematuramente, è un leit motiv e ritorna in frequenti flash back nel corso del romanzo: in particolare mi ha colpito un’osservazione della donna riguardo all’importanza del silenzio e delle pause nei pezzi musicali:

«La musica viene dal silenzio, e alla fine vi ritorna… un viaggio. Capisci? […] E naturalmente il silenzio che si sente prima dell’inizio di un brano musicale è sempre diverso da quello che si sente alla fine.»[3]

Tutto scorre più o meno tranquillamente fino all’arrivo in negozio di una misteriosa e affascinante ragazza tedesca, Ilse. Da quel momento in poi, la vita di Frank non sarà più la stessa…

Un libro da leggere e da rileggere; consiglio di tenere aperta, durante la lettura, una pagina di Youtube per ricercare i brani citati… anche se un giradischi con i vinili, nel limite delle possibilità, sarebbe decisamente meglio.

Firenze, 2 luglio 2018

 

[1] R. Joyce, Il negozio di musica, Firenze, Giunti, 2018, p. 9.

[2] Ibidem, pp. 9-10.

[3] Ibidem, p. 45.

Maschere inquietanti

Di Massimo Acciai Baggiani

MASCHERAQuante maschere indossiamo ogni giorno! Non occorre scomodare Pirandello con le sue Maschere nude: ognuno di noi può rendersi conto da solo del fatto che la società, fin dall’infanzia, gli ha imposto una maschera, un ruolo, anzi molti ruoli diversi da giocare su questo palcoscenico smisurato da cui, a un certo punto, scenderemo tutti quanti per lasciare il posto ad altri attori. Mostrare il nostro vero volto è concesso solo in particolari circostanze, e di solito non è una bella scoperta.

Le maschere sono sempre un po’ inquietanti, anche se ci mostrano un sorriso clownesco. Con la loro fissità, la loro rigidità, i tratti caricaturali: a volte fanno davvero paura! Non è un caso che la maschera sia associata spesso al genere horror, come avviene ad esempio nei quattro racconti scelti da ABEditore per l’antologia a tema Dentro la maschera, uscita quest’anno con la prefazione di Sara Elisa Riva.

Nomi importanti della narrativa ottocentesca europea: da Marcel Schwob (Il Re dalla Maschera d’Oro) a Gustav Meyrink (L’Uomo sulla Bottiglia), da Guy de Maupassant (La Maschera) all’intramontabile Edgar Alla Poe (La Maschera della Morte Rossa). Deliziosi racconti da brivido, non molto noti al grande pubblico, che esplorano la psiche umana partendo proprio dall’esteriorità. La maschera serve a nascondere qualcosa di mostruoso e inaccettabile (un volto da lebbroso, un volto vecchio e cadente) o comunque qualcosa che deve essere tenuto segreto, e che proprio per questo stimola ai massimi livelli la curiosità.

Vi invito dunque ad acquistare questo libricino della nota casa editrice milanese, che ha pubblicato tra l’altro anche il mio La compagnia dei viaggiatori del tempo, caratterizzata dalla cura della veste grafica e dalla ricerca sui classici internazionali e sugli autori contemporanei italiani. Per gli amanti dell’horror gotico di qualità.

 

 

Firenze, 2 ottobre 2018

Emojitaliano

Articolo di Massimo Acciai Baggiani

Pinocchio_CopertinaDa molti anni ormai mi occupo di lingue e traduzioni: ho scritto un libro sull’argomento (Ghimile ghimilama) e tradotto una raccolta di racconti di un autore bengalese dall’esperanto all’italiano (La vita di Damoru), inoltre ho letto molti testi legati a queste tematiche, ma mai mi ero imbattuto in un caso singolare come quello del capolavoro collodiano reso in “emojitaliano” da un team di docenti. Si può parlare di traduzione? Certo l’emojitaliano non è una lingua nel senso comune del termine: è sì un sistema di comunicazione, di tipo iconico, ha una sua grammatica, un suo lessico, e tutti gli elementi di un linguaggio – come sanno bene, già da tempo coloro che quotidianamente usano gli emoji sul loro smartphone e sul web – ma manca ad esempio la parte fonetica essendo una lingua solo scritta. Pur nascendo dall’italiano, come suggerisce il nome, si tratta di una lingua artificiale (quindi più affine all’esperanto), di un sistema di scrittura vicino ai geroglifici egizi, quindi un sistema nuovissimo che si rifà a qualcosa di molto antico, addirittura precedente alla scrittura fonetica che usiamo nella maggior parte del mondo.

Ma cosa sono dunque gli emoji? Come ci ricordano gli autori nel preambolo del libro, si tratta di «pittogrammi in uso nei sistemi di messaggistica digitale e nei social network, rappresentazioni iconiche e simboli di referenti del reale, repertori di immagini ora disponibili in tastiere autonome nei dispositivi portatili come smartphone e tablet delle ultime generazioni»[1], da non confondere con gli emoticon «combinazioni di punteggiatura e diacritici per la rappresentazione di espressioni del volto umano […] tipici elementi del paralinguaggio» da cui traggono origine.[2]

L’operazione portata avanti dallo sforzo congiunto dei tre autori (in collaborazione con i molti traduttori elencati tra i ringraziamenti[3]), definito da questi «esperimento di riscrittura creativa»[4], può apparire folle; certo è originale e curiosa: il libro riporta, con testo a fronte in lingua originale, la prima versione delle Avventure di Pinocchio, ossia Storia di un burattino (che termina con l’impiccagione del protagonista) tradotta in questa bizzarra lingua pittografica. Una volta entrati nella logica della traduzione il gusto dell’operazione sta nello scoprire come sono state rese di volta in volta parole “difficili” utilizzando il limitato numero di emoji. In fondo al volume c’è un dizionario emojitaliano-italiano che il lettore più paziente può consultare per comprendere il testo tradotto senza confrontarlo col testo originario a fronte; ma non è escluso l’altro sistema, più semplice.

Un esperimento estremamente creativo dunque, quasi ludico, che ha il merito di essere il primo esempio di scrittura in emoji di un testo italiano, ma per sua natura un’opera di nicchia: complimenti dunque all’editore Apice, di Sesto Fiorentino, che ha avuto il coraggio e l’apertura mentale di pubblicarlo.

Firenze, 2 ottobre 2018

 Bibliografia

Acciai M., Felici F. (a cura di), Ghimile ghimilama, Venafro, Eva edizioni, 2016.

Chiusaroli F., Monti J., Sangati F., Pinocchio in Emojitaliano, Sesto Fiorentino, Apice, 2017.

[1] Chiusaroli F., Monti J., Sangati F., Pinocchio in Emojitaliano, Sesto Fiorentino, Apice, 2017, p. 6.

[2] Ibidem.

[3] Chiusaroli F., Monti J., Sangati F., op cit., p. 16.

[4] Chiusaroli F., Monti J., Sangati F., op cit., p. 10.