Riflessioni personali su “Io non sarò come voi”

Di Massimo Acciai Baggiani

io-non-saro-come-voi-112620Non sono molti i colleghi scrittori, tra quelli che conosco personalmente, ad aver fatto il salto alla grande editoria. Paolo Cammilli è uno di questi. Mio concittadino, quasi mio coetaneo, ha esordito con un best seller quale Maledetta primavera (in origine pubblicato con la Porto Seguro[1], casa editrice da lui fondata nel 2011, poi ripubblicato nel 2014 da Newton Compton) – romanzo che ha avuto importanti riconoscimenti, di vendita e di critica – Paolo ha pubblicato successivamente altri due romanzi – Io non sarò come voi (Sperling & Kupfer, 2015) e Conta fino a dieci (Sperling & Kupfer, 2017) – e, mentre sto scrivendo, sta lavorando al quarto[2]. Paolo non è un autore prolifico, almeno rispetto al sottoscritto o a un autore americano, tuttavia i suoi libri sono densi, complessi, testimoniano una grande meditazione e lavoro di ricerca. I dettagli sono importanti per Paolo; i suoi personaggi sono tridimensionali, vivi, profondi. Il suo stile, che ricorre spesso alla similitudine e alla metafora (generalmente con sfumature comiche), è accattivante e scorrevole. In effetti i suoi libri si leggono in un paio di giorni al massimo; tengono il lettore incollato alle pagine, proprio come un buon thriller.

Chi ritiene che in un libro gli eroi positivi debbano essere ben separati dai cattivi fin dalle prime pagine, probabilmente non apprezzerà Io non sarò come voi. Ne rimarrà disorientato. Qui non ci sono personaggi del tutto buoni o del tutto cattivi, se non sul finale – che sarei tentato di spoilerare (ma mi trattengo). I personaggi sono persone comuni, con le loro contraddizioni e meschinità: i giovani protagonisti vivono quell’età ancora in bilico tra la scelta del Bene e del Male, influenzati (probabilmente troppo) dalle loro compagnie e dal loro breve vissuto, ostaggi degli ormoni, con una personalità ancora in fieri. Io non sarò come voi si può definire un romanzo di formazione, in cui i personaggi cambiano, prendono decisioni importanti che determineranno il loro destino e quello altrui.

La storia, mi ha confidato l’autore, nasce da uno dei tanti fatti di cronaca che purtroppo riempiono i quotidiani. Si tratta di uno stupro di branco: una ragazzina viene violentata da “amici”, coetanei che lei conosceva bene. Una storia squallida, banale perfino nel suo orrore, che nelle mani di Paolo diventa lo spunto per una riflessione molto profonda – a dispetto dello stile spesso ironico e scanzonato – sull’animo umano, sul conformismo, sul sacrificio.

Protagonista è Fabio Arricò, un sedicenne un po’ sfigato che per tutto il romanzo ci appare, almeno a me, piuttosto ambiguo. Un antieroe. Fabio vive i problemi e le insicurezze di molti adolescenti di qualsiasi epoca storica (si parla di una generazione avanti rispetto alla mia o a quella di Paolo, ma potrebbe essere anche una storia del passato), che non sanno imporre la propria volontà, subiscono passivamente le idee del branco, anche quando la situazione sfugge di mano e rischia di provocare delle tragedie (vedi la scena del lancio di sassi dal cavalcavia[3] o quella in cui uno dei loro amici rischia di finire affogato). Personalmente ho vissuto un’adolescenza piuttosto anomala e solitaria, estranea alle dinamiche del gruppo di amici (vivevo molto nel mio mondo, mi vedevo con pochi amici, singolarmente), quindi non mi riconosco a pieno nella storia, e non sono nemmeno molto d’accordo con una mia amica che sostiene che a quell’età non si ha un’identità pienamente sviluppata e perciò «si ha bisogno del gruppo» (nel mio caso non è stato così): tuttavia ho letto con una certa trepidazione la vicenda che, come un meccanismo ben congegnato (come si dice debba essere un romanzo che funziona), conduce al precipitare degli eventi e allo scioglimento finale.

Questo è insomma soprattutto un romanzo psicologico, anche se non mancano l’azione e i colpi di scena. Il desiderio di vendetta di Fabio verso Caterina, colpevole di averlo “snobbato” pur conoscendo il suo “amore” (difficile definirlo tale, sfugge a una definizione netta), è in fondo il desiderio di rivalsa del ragazzo comune verso chi appartiene a una classe sociale superiore, ma non è solo questo: nell’amodio (amore + odio) di Fabio c’è molto di più. Non meno complessa e ambivalente è la protagonista femminile, Caterina Valenti, così come i suoi sentimenti verso Fabio. Il lettore può trovare spiazzanti certi cambi improvvisi di umore, ma così sono le persone reali: angeli e demoni nello stesso corpo, codardi e «valorosi», teneri e feroci. Tutti noi, se ci trovassimo in determinate circostanze, potremo rivelarci eroi o mostri: questa è la mia lettura. Tutti noi siamo chiamati a scegliere il Bene o il Male, ed è soltanto una nostra prerogativa umana: questo a mio parere il messaggio del romanzo. Un libro che rimane impresso a lungo nella memoria.

Firenze, 24 aprile 2020

Bibliografia

Cammilli P., Io non sarò come voi, Milano, Sperling & Kupfer, 2015.

Note

[1] Presso cui svolgo attività di editor e impaginatore, e con cui ho pubblicato cinque miei libri negli ultimi tre anni.

[2] Ambientato in un campo profughi mediorentale.

[3] Anche questa pratica riempiva le pagine di cronaca, soprattutto negli anni Novanta, per alcune tragedie.

Chille’s Corner – Speciale – Giornata Mondiale del Libro

Massimo Acciai Baggiani legge la fine di Due passi indietro (Porto Seguro, 2020) durante il Chille’s Corner – Speciale – Giornata Mondiale del Libro, organizzato da Chille de la Balanza, evento online del 23 aprile 2020.

Alcune riflessioni su guerre e genocidi

Di Massimo Acciai Baggiani

marainiTra i molti libri letti durante la quarantena, un romanzo di Dacia Maraini mi ha dato l’occasione per mettere per scritto alcune riflessioni su tematiche toccate dalla storia, ambientata in Europa in piena guerra fredda. Il treno dell’ultima notte non è un libro per stomaci delicati: la Maraini non risparmia al lettore che, come la protagonista, «vuole mettere il naso nella merda»[1], nessuno degli orrori dei lager nazisti o dei regimi cosiddetti “comunisti”, «cose talmente vere che sembrano finte, talmente vere che diventano sublimi nella loro irrealtà.»[2] tanto che anche noi lettori ne siamo sconvolti, ci sentiamo in qualche modo incapaci di capire fino in fondo l’orrore, perfino vagamente colpevoli anche se siamo nati decenni dopo quell’epoca oscura. Quando si pensa di esserci abituati alla narrazione dei crimini del nazismo, capita di leggere un libro come questo e di esserne ancora scossi.

La storia è quella di un viaggio all’inferno: non quello dantesco nell’aldilà, ma quello di Amara, giornalista italiana ossessionata dalla ricerca di Emanuele, antico compagno di giochi d’infanzia, primo amore, scomparso come tanti ebrei nell’orrore della seconda guerra mondiale. Amara vive a Firenze, nel mio stesso quartiere, Rifredi: molti sono i luoghi citati a me familiari (via Alderotti, Villa Lorenzi, via degli Incontri, piazza Dalmazia, il Terzolle… ma anche il mio amato Monte Morello).

Amara è stata appena sfiorata dalla guerra (anche se pure lei ha fatto la fame); si è poi rifatta una vita, si è sposata, ma non ha mai dimenticato Emanuele, la cui famiglia benestante ha avuto la poco brillante idea di tornare a Vienna (da cui molti ebrei fuggivano) proprio durante le persecuzioni razziali, sicura della propria intoccabilità aristocratica. Adesso, Amara è una donna e fa la giornalista: può attraversare confini. Il viaggio la porta, in piena guerra fredda, oltre cortina, da Auschwitz a Vienna e da qui a Budapest, dove capita alla vigilia della rivoluzione ungherese del 1956 – e come giornalista mancherà lo “scoop” a causa delle difficoltà di comunicazioni col suo giornale in Italia – in un’Europa dell’Est ancora ferita, sotto un regime non meno sanguinario di quello da poco sconfitto. Amara incontrerà due uomini che la aiuteranno nella sua ricerca disperata che, suo malgrado, giungerà a una conclusione: non quella sperata purtroppo. Emanuele è morto e sepolto: al suo posto c’è un uomo distrutto, imbestialito, che non ha mai saputo superare il trauma di Dachau.

Manca insomma il lieto fine: non può esserci, dal lager non se ne esce vivi neppure se si viene salvati – come già dimostrato da Primo Levi. Si è comunque morti dentro. L’orrore è assoluto. Ancora oggi gli ebrei giustamente ci tengono a che non venga mai dimenticato – anche se molti hanno la memoria corta e le nuove generazioni pare non abbiano imparato molto dai padri. Il 27 gennaio, Giorno della Memoria, è dedicato al Genocidio per antonomasia, la Shoah, l’Olocausto. Guai a dimenticarlo, o aggiungere postille, altrimenti si viene tacciati come minimo di antisemitismo, se non proprio di nazismo.

Dopo la lettura del romanzo della Maraini – come dopo qualsiasi testimonianza dei lager (da Se questo è un uomo a Schindler’s list) non sarebbe però male prendere una qualsiasi Bibbia e aprirla a Deuteronomio 7,1-5:

«Quando il SIGNORE, il tuo Dio, ti avrà introdotto nel paese che vai a prendere in possesso, e avrai scacciato molti popoli: gli Ittiti, i Ghirgasei, gli Amorei, i Cananei, i Ferezei, gli Ivvei e i Gebusei, sette popoli più grandi e più potenti di te; quando il SIGNORE, il tuo Dio, li avrà dati in tuo potere e tu li avrai sconfitti, tu li voterai allo sterminio[3]; non farai alleanza con loro e non farai loro grazia. Non t’imparenterai con loro, non darai le tue figlie ai loro figli e non prenderai le loro figlie per i tuoi figli, perché distoglierebbero da me i tuoi figli che servirebbero dèi stranieri e l’ira del SIGNORE si accenderebbe contro di voi. Egli ben presto vi distruggerebbe. Invece farete loro così: demolirete i loro altari, spezzerete le loro statue, abbatterete i loro idoli d’Astarte e darete alle fiamme le loro immagini scolpite.»

Cosa vorresti insinuare? Mi domanderebbe qualcuno, non necessariamente ebreo. Vorresti dire forse che la Shoah è stata una sorta di punizione karmica per l’antico genocidio biblico dei cananei e compagnia bella?

Sarebbe una lettura un po’ banale e comunque fuorviante. Non credo nel karma collettivo; penso che ognuno abbia solo il proprio karma personale, ed è più che sufficiente. Gli ebrei del XX secolo non erano fisicamente gli stessi che uccidevano donne e bambini in “terra santa”, né lo avrebbero mai fatto. La stragrande maggioranza degli ebrei di oggi, come di quelli del secolo scorso, è composta da brava gente, poco ortodossa, pacifica e priva di fanatismo: un po’ come i cattolici. Sì, ci sono anche i fanatici, come in qualsiasi gruppo umano, ma sono pochi e non fanno testo. Pochi tra i cattolici hanno letto il Deuteronomio, così come non tutti gli ebrei conoscono o approvano la Torah (nascere ebreo è un fatto etnico, non una scelta religiosa: se si ha la sfiga di nascere tra ebrei osservanti si subisce una mutilazione genitale da piccoli, ma c’è a chi va peggio… ad esempio a chi nasce femmina in un paese islamico): a coloro però che condannano la Shoah e approvano i genocidi compiuti dai propri antenati, dico solo che non fanno un buon servizio alla propria causa. Non vedo una grande differenza tra il credo ariano della “razza superiore” e quella del “popolo eletto” promossa dagli ebrei antichi e da quelli moderni che bombardano i palestinesi in nome della medesima “terra promessa”[4].

Io non credo nei genocidi di serie A e in quelli di serie B: un genocidio è unico, e non può avere mai alcuna giustificazione. Ma è corretto dunque accostare uno sterminio avvenuto millenni fa ad uno accaduto nella “civilissima” Europa del XX secolo, dopo l’Illuminismo, la Rivoluzione Francese e Americana, e poco prima della Dichiarazione universale dei diritti umani? A chi si è posto la mia stessa domanda – ebbene sì, non sono il primo – è stato risposto con un NO secco. Un bambino trucidato tremila anni fa non vale un bambino gasato ottanta anni fa. Era un altro mondo, quello in cui agivano gli ebrei veterotestamentari: altri valori, altra considerazione della vita umana. Bene, sono d’accordo: nel 1000 a.C. un genocidio era normale amministrazione, non si scandalizzava nessuno. Perché dovremmo scandalizzarci, oggi, se un dio “misericordioso” ordinò al proprio popolo di cancellarne altri sette? Risponderei: per la stessa ragione per cui oggi ci scandalizziamo se decine di milioni di ebrei (e omosessuali, e zingari, e comunisti, ed esperantisti…) sono stati assassinati e ridotti in cenere. Perché la vita umana è sempre sacra. È più sacra di qualsiasi culto, di qualsiasi nazionalismo, di qualsiasi bandiera, di qualsiasi ideale. Uno degli argomenti più forti con cui sostengo il mio ateismo e il mio antifascismo è proprio questo: un dio buono non avrebbe mai permesso un singolo omicidio, figuriamoci quello di un intero popolo, e figuriamoci poi ancora di più se ordinato dallo stesso dio.

Il discorso si potrebbe ampliare agli innumerevoli genocidi e alle altrettanto innumerevoli guerre della Storia nota – gli armeni, gli indios, gli indiani d’America, i catari, e chi più ne ha più ne metta – ma penso di aver chiarito il punto. Una guerra giusta non esiste. Solo il giorno in cui non esisteranno più “popoli” – ebrei, islamici, italiani, americani, africani, eccetera – ma ci sarà un unico grande “popolo”, quello “umano”, anzi quello degli “esseri senzienti”, solo allora e non prima si potrà parlare di “giustizia” anche in concreto. L’uomo vedrà mai quel giorno? Solo se saprà vincere la sua oscurità e saprà riconoscere se stesso nell’altro, se si sentirà parte integrante dell’universo intero, se capirà che fare del male agli altri è in fondo farlo a se stesso… solo allora l’uomo sarà divenuto simile a una divinità, ma certo non quella hitleriana dell’Antico Testamento o delle altre religioni teiste. Spiace dirlo, ma è così. Io credo che l’uomo si meriti questo futuro luminoso, fintanto che sulla terra esisteranno dei sognatori.

Firenze, 21 aprile 2020

Bibliografia

Maraini M., Il treno dell’ultima notte, Milano, Rizzoli, 2010.

Note

[1] Maraini M., Il treno dell’ultima notte, Milano, Rizzoli, 2010, p. 413.

[2] Ibidem.

[3] Il corsivo è mio.

[4] A pag. 144-145 del romanzo della Maraini c’è un’interessante “confessione” di alcuni ebrei ritornati da Israele che, pur non rinnegando la loro fede ebraica e sostenendo le ragioni del proprio popolo, mettono in discussione la soluzione armata alla questione palestinese, usando esplicitamente la parola “invasione”.

Letture per la quarantena

La mia raccolta di articoli e recensioni letterarie, suggerimenti di lettura per la quarantena da Covid-19, è da oggi disponibile in cartaceo, per chi lo desidera, al prezzo di 15 euro, ordinabile qui.

Massimo Acciai Baggiani

copertina_quarantena3«L’idea di questa pubblicazione mi è venuta, come suggerisce il titolo, durante la quarantena per il Covid-19. Ho pensato che potevo dare dei suggerimenti di lettura, a chi lo desidera, per occupare questi giorni-fotocopia, da reclusi, per coloro che non lavorano e hanno tempo in abbondanza. Ho pensato di renderla disponibile per condividere le mie letture di questi anni: si tratta infatti di una raccolta di articoli e recensioni varie apparsi per buona parte già su «Segreti di Pulcinella» o su varie riviste cartacee e online («L’Area di Broca», «PASSARnous», eccetera).
Buona lettura e buona quarantena, nella speranza che questa emergenza passi presto e si torni ad affollare librerie e biblioteche, e a leggere nei parchi o nei bar anziché su uno schermo a casa.» (dall’Introduzione)

AUTORI CITATI: Daniel Pennac, Carlo Menzinger, J.R.R. Tolkien, Virgilio Martini, Giacomo Casanova, Cristian Vitali, Luigi De Rosa, Marino Cassini, Jostein Gaarder, Michael Ende, Giovanni Arpino, Antonella Castello, Massimo Mongai, Simonetta Biserni, Guillame Musso, Luigi Serafini, Italo Calvino, Marco Bazzato, José Monti, Antonio Messina, Michele Protopapas, Alfredo Betocchi, Claudio Secci, Marco Roselli, Giovanni Brami, Sergio Calamandrei, Carlo Menzinger, Simonetta Bumbi, Francesco Verso, Pierfrancesco Prosperi, Caterina Pomini, Fabio Strinati, Sunshine Faggio, Monica Fantaci, Sara Bensi, Floriana Porta, Andrea Chimenti, Roberto Balò, Vessela Lulova Tzalova, Liliana Ugolini, Roberto Mosi, Piera Donna, Debora Scrofani, Riccardo Olivieri, Ulrich Lins, Leone Maestro, Claudia Gusso, Maria Antonietta Nardone, Giulia Bovone, Enrico Taddei, Giulia Nuti, Mauro Bertoli, Antonella Bausi, Diego Marani, Jhumpa Lahiri, Andrea Marcolongo, Andrea Carraresi, Fiorella Carcereri, Vittorio Bocchi, Gabriella Maleti, Giuseppe Festa, Nazlı Eray, Walter Veltroni, Paolo Pajer, L. Koenig, Marco Malvaldi, Tiziano Cosani, Maria Rosaria Perilli, Osho, Rachel Joyce, Amita Trasi, Francesca Bertuzzi, Barbara Pascoli, Francesco D’Agostino, Gigi Paoli, Donatella Moica, Arto Paasilinna, Francesco Felici, Raimondo Preti, Elvis Dona, Paolo Seganti, Erich Scheurmann, George Orwell, Timo F., Marco Scaldini, Natalia Ginzburg, Paolo Cammilli e molti altri.

Foto di copertina di Italo Magnelli

Vladimir Majakovskij – Reading Live Streaming

Al minuto 1h 41m inizia un intervento di Massimo Acciai Baggiani con una lettura di Majakovskij, una canzone con testo mio e musica di Paolo Filippi e una mia poesia sulla quarantena, durante il Vladimir Majakovskij – Reading Live Streaming dell’associazione Punk Tank, 14 aprile 2020.

Considerazioni sul concetto di libertà

Di Massimo Acciai Baggiani

Martin_Luther_King,_Jr.«La mia libertà finisce dove comincia la vostra» diceva Martin Luther King. Questa frase, su cui mi trovo assolutamente d’accordo, è di estrema attualità in questo periodo di misure di contenimento di una pandemia, ma merita dei chiarimenti. Io la interpreto così, alla luce degli eventi di questi giorni: la libertà non è fare tutto ciò che ti passa per la testa, fregandotene delle conseguenze delle tue azioni sugli altri. Quella non è libertà, è un’altra cosa. Le parole sono importanti, come diceva qualcuno, e alcune si prestano facilmente a fraintendimenti. Quando leggo, sui social, post contro il governo che ha «annullato le sacre libertà costituzionali» di uscire di casa e aggregarsi, o quando vedo esponenti di Forza Nuova che portano una bandiera con suscritto «Libertà» mentre vanno a fare una marcia non autorizzata a piazza San Pietro, o ancora quando sento un fascista che auspica l’abolizione del reato di apologia del fascismo in nome della «libertà di pensiero», penso che forse questa parola, «libertà» sia la più fraintesa del vocabolario di tutte le lingue, e mi cascano le braccia.

Premetto che io sono anarchico – precisamente un “anarchico utopico” (ossia per me il mondo perfetto è un mondo in cui non c’è bisogno di leggi o regole, perché spontaneamente gli uomini e le donne si rispettano e vivono in armonia): può sembrare quindi strano che in questo momento storico mi faccia acceso difensore di regole che limitano la “libertà”, per me bene supremo («Liberté, égalité, fraternité» riassumono la mia idea politica). No, non c’è nessun paradosso: la libertà in cui credo non è quella di uscire di casa ed esporsi/esporre al contagio, solo perché si ha la fregola di fare due passi, ma quella di essere liberi anche tra le mura domestiche, pensando a coloro che vorrebbero esserci a casa ma non possono – perché non ce l’hanno una casa, oppure perché devono andare al lavoro, rischiando la vita. La libertà in cui credo io è, purtroppo, qualcosa che si concretizzerà per l’uomo del futuro, quando supererà la propria umanità per non estinguersi: per l’uomo reale, di oggi («effettuale» direbbe Machiavelli), ci vogliono purtroppo delle regole, soprattutto per gli italiani; ma che siano regole basate sul buonsenso, che mirino al bene di tutti senza creare privilegi, e che vengano imposte al riottoso italiano che crede sempre di essere più “furbo” degli altri (e ritiene la “furbizia” una virtù).

220px-Former_President_Toda«Un uomo è libero nel momento in cui desidera esserlo» scriveva Voltaire; Josei Toda, secondo presidente della Soka Gakkai, arrestato, durante la seconda guerra mondiale, dal regime militare giapponese per le sue idee pacifiste e democratiche, dichiarava di essere più libero lui in prigione che suoi carcerieri. Grandi uomini, direte, certo. A me queste quattro mura vanno strette, non dico di no: mi manca il caffè che ero solito prendere al bar, leggendo il giornale, mi mancano le passeggiate, le corse in bicicletta, mi manca il mio lavoro (perso a causa della quarantena), mi mancano il contatto con i miei amici e tante piccole cose che prima davo per scontate. A volte mi sembra di impazzire, lo confesso. Ma il mio sacrificio è ben poca cosa rispetto a quello di altri, e comunque il pensiero di contribuire, seppure in piccolissima parte, alla soluzione di questa pandemia, affinché ci siano meno vittime possibile, mi rende sopportabile questa reclusione, le dà un senso.

Io resto a casa quindi. Perché dunque ce l’ho con chi dice «Tu resta pure a casa, io esco! Se poi vengo contagiato, almeno me ne andrò a testa alta, libero, e non come un pecorone sorvegliato dai droni!»? Perché, come diceva Luther King, la tua libertà sta invadendo la mia, ossia quella di poter uscire di casa il prima possibile, in sicurezza, quando questo casino sarà passato grazie anche al sacrificio di molti che, come me, se ne stanno a casa. Se tu esci, metti in pericolo anche me, indirettamente, oltre che te stesso.

Proprio mentre sto scrivendo, si è accesa una polemica che vede contrapporsi il governo italiano e i vescovi cattolici. Con ciascuna parte si schierano i laici e i fedeli più irresponsabili (molti no-vax, qualche fascistello di Forza Nuova, eccetera). Già Salvini aveva proposto di riaprire le chiese per pasqua (idea sostenuta con veemenza anche da Davide Rondoni, versificatore ciellino, su Facebook); idea balzana per fortuna non presa in considerazione da chi gestisce questa quarantena (in modo non ottimale forse, ma sicuramente lodevole). Con la fase 2 si è riaccesa la polemica quando nel discorso di Conte non è stata contemplata la riapertura alle cerimonie religiose (salvo i funerali, con un massimo di 15 partecipanti morto compreso). Subito si è parlato di «attentato alla libertà di culto» e il povero Conte, intimorito, sta già pensando di fare marcia indietro. I cattolici si fanno sempre riconoscere: già durante la quarantena più di un prete aveva trasgredito la legge, con la sicumera di essere al di sopra dei decreti del governo, adesso vorrebbero riportare il popolo nelle chiese, pur se «garantendo la sicurezza» (come si può garantire la sicurezza al 100%? Il rischio, per quanto piccolo, non sarà mai pare a zero[1]).

Trovo che ciò sia semplicemente pazzesco. Noi buddisti, come tutte le altre fedi presenti sul territorio italiano, abbiamo sospeso le nostre riunioni e nessuno si è lamentato; è prevalso il buon senso. Perché i cattolici invece vorrebbero il solito trattamento privilegiato, mettendo a rischio la salute di tutti? La risposta è: perché il cattolicesimo è una religione basata più sulla “pancia” che sul cervello, più sull’egoismo che sull’altruismo. A molti cattolici piace far polemica; quando si parla di preti pedofili o cardinali che si rifanno l’attico con i soldi destinati ai poveri si sentono attaccati, quando invece si chiede loro di collaborare col personale medico, che combatte in prima linea per salvare il culo anche a loro, trovano appropriato remare contro, per buttarla in politica, per ostacolare la “scienza materialista”. Il medioevo non è mai finito; resiste in molte sacche, per fortuna minoritarie, ancora oggi. La “libertà” di andare a messa cozza con il diritto alla salute e alla sicurezza di tutti, ma al signor Rondoni e al signor Salvini questo non importa: l’importante è ribadire che l’Italia non è uno stato laico (come sancito dalla Costituzione) ma è “terra cattolica”.

Il discorso sulla libertà di uscire di casa a fare due passi o per andare a messa si inserisce in un discorso ben più ampio, che meriterebbe un intero libro, ma il succo è sempre lo stesso. Libertà è rispettare e farsi rispettare. La “libertà” di chi diffonde fake news su Facebook o in televisione, di chi grida al complotto, di chi propaga odio verso gli omosessuali, i pacifisti, le donne, i migranti o chi segue un’altra religione, di chi vorrebbe riportare in auge idee del triste Ventennio… non è vera libertà. Cos’è? La lingua italiana è molto limitata da questo punto di vista, non è una lingua adatta alle sottigliezze filosofiche.

voltaire«Internet?» diceva Umberto Eco «Ha dato diritto di parola agli imbecilli: prima parlavano solo al bar e subito venivano messi a tacere». Questa frase mi ha sempre irritato, perché è troppo generica ed è anche falsa: gli “imbecilli” vengono subito messi a tacere anche sui social, non è cambiato nulla da questo punto di vista. Se uno è in buona fede ma male informato ha comunque diritto a dire la sua; se sostituiamo la parola “imbecilli” con “fascisti” (nel senso più ampio del termine) allora concordo con Eco (sulla prima parte della sua frase). I fascisti, che quando erano al potere non hanno mai riconosciuto il diritto di parola agli avversari, e oggi usano molto e a sproposito il termine “libertà” e ci aggiungono anche – proprio loro! – il termine “dittatura”, non coglierebbero certo l’ironia di questa frase di Voltaire: «Proclamo ad alta voce la libertà di pensiero e muoia chi non la pensa come me».

Firenze, 14 aprile 2020

Note

[1] Neanche nei supermercati il rischio è zero, ma se permettete far provvista di cibo è un attimino più importante che andare in chiesa. Si può pregare benissimo anche da casa.

Riflessioni dalla terrazza

La bravissima Irene Ranaldi, Presidente associazione culturale “Ottavo Colle”, legge in diretta il mio raccontino “Riflessioni dalla terrazza”, nell’ambito di “Racconti di città dal davanzale”, 12 aprile 2020.

Massimo Acciai Baggiani

 

Un mese di quarantena volato come uno strano sogno, ma ognuna di queste quasi ottocento ore è rimasta incisa in profondità nel mio pensiero, nella mia vita. Per la prima volta ho festeggiato il mio compleanno senza amici, per la prima volta ho perso il conto dei giorni della settimana. Giorni-fotocopia questi, scanditi da una routine con poche varianti. Con l’arrivo della primavera, ho messo una sdraio in terrazza e ci passo qualche ora nel pomeriggio a leggere e a osservare quell’angolo di mondo, dal terzo piano. In questo momento il cielo è privo di nubi. Mio padre sta giocando a burraco con la sua compagna, in salotto. Anche se in questo cortile interno non giunge mai il rumore del traffico, salvo le sirene delle ambulanze, il silenzio non è mai completo, nemmeno in quest’ora sonnolenta. Voci infantili giungono dal palazzo di fronte. C’è un grande terrazzo dove, in un tempo che pare lontanissimo, si tenevano assurde feste notturne, in estate. Le ragazze del secondo piano se ne sono andate, quindi niente più inopportuni karaoke o chiacchiericci a mezzanotte. I glicini spandono il loro odore, sfacciato e irreale. Qualcuno passa l’aspirapolvere, qualcun altro ha acceso la lavatrice. Niente avviene in strada, tutto sta nelle case attorno a me. Un cane abbaia in lontananza. Il vento profumato sulla pelle. La foresta di antenne dello skyline. Qualche tempo fa ho visto gente che, la sera, agitava la torcia dello smartphone cantando l’inno di Mameli. Un’altra volta qualcuno suonava la chitarra. Mi ha fatto tenerezza. Su una terrazza sventola il tricolore. I vestiti stesi ad asciugare ondeggiano davanti a me, riparandomi dal sole. Presto arriveranno le zanzare, mi domando se diffonderanno il contagio. Speriamo di no. La consapevolezza di vivere un evento storico e la banalità di un pomeriggio d’aprile, a impigrire su una sdraio.

Firenze, 22 germinale ’28 (11 aprile 2020)