I vicini (un racconto a finali alternativi)

Di Massimo Acciai Baggiani

Questo racconto è un’opera di fantasia. Personaggi, luoghi e avvenimenti sono frutto dell’inventiva dell’autore e vengono usati in modo fittizio. Qualsiasi somiglianza con persone reali, vive o defunte, fatti o luoghi è assolutamente casuale.

1bnOgni tempesta inizia con una singola goccia. Tutto principiò una notte di aprile; sei andato a letto come al solito, dopo il film in prima serata, e ti eri addormentato dopo il solito tempo, indefinito, di attesa del sonno. Un rumore di risa sguaiate ti sveglia a metà di un bel sogno. Ancora mezzo addormentato, ti rendi conto che proviene dal piano inferiore. L’appartamento è stato di nuovo affittato. Avevi sperato che i nuovi vicini sarebbero stati più educati di quelli vecchi, o magari che l’appartamento rimanesse vuoto per molto tempo, forse per sempre. Comprendi che la pace è finita. Rimani indeciso se alzarti da letto o provare a riaddormentarti ugualmente, nonostante la festa alcolica che si svolge sotto di te, senza alcun rispetto per il regolamento condominiale. Alla fine decidi di alzarti: le risate sono insopportabili e non riusciresti comunque a riposare. Ti rivesti sbuffando, ti infili il cappotto – nelle scale fa freddo – e scendi. Suoni il campanello.

«Potete far silenzio?» rispondi alla voce femminile, proveniente dall’altro lato del portone, che ti domanda la tua identità con accento meridionale.

«Sì certo, ci scusi.»

Ritorni a letto. C’è di nuovo silenzio, ma fai molta più fatica a riaddormentarti nonostante la stanchezza e la consapevolezza di doverti alzare presto l’indomani.

Passano alcune settimane senza storia. Alla fine di marzo ricomincia la notte alcolica delle studentesse universitarie – ché tali sono, come sei venuto a sapere da altri coinquilini – e comprendi che dovrai alzarti di nuovo. Nuove scuse e nuova incazzatura.

Il tuo lavoro ti costringe ad alzarti presto la mattina, spesso prima del sorgere del sole in inverno. Lavori duramente, hai il sacrosanto diritto di dormire la notte. Le studentesse non sembrano voler comprendere. Hai provato a dirglielo con le buone; hai parlato al vento. Il terzo richiamo non è così cortese e provoca risentimento nelle giovanette che hanno invitato i loro amici (o trombamici) nell’appartamento, facente parte – certo – di un condominio costruito con materiali  scadenti che lasciano passare anche il rumore di uno starnuto.

«Insomma, cosa vuole?!» dice la portavoce dell’allegra brigata, aprendo il portone «Siamo solo parlando! Non è neanche mezzanotte!»

«Manca un quarto d’ora a mezzanotte» fai notare, cercando di mantenere la calma «e comunque il regolamento condominiale dice che dopo le dieci non si può far casino».

«Io sono in casa mia e faccio quello che mi pare!»

«No, siamo in un condominio e non si può disturbare i vicini.»

«Si compri un paio di tappi per le orecchie!»

Il suggerimento non è malvagio, anche se ancora non pensi che dovrai ricorrervi davvero. Sei sempre stato un tipo rispettoso, accomodante, paziente, ma a tutto c’è un limite. La vita ti ha insegnato che se ti fai mettere i piedi in testa una volta, poi dovrai lottare sempre per non ritrovarteli per sempre sulla capoccia i dannati piedi. Fai presente che non sta a te munirti di tappi per le orecchie ma a loro rispettare le regole. Ricevi il portone in faccia. Suoni di nuovo. Nessuno risponde. Riprende la musica. Batti un pugno sul portone, infine sei costretto a ritornare a casa e chiamare la polizia. La vita stasera ti insegna un’altra cosa: la polizia non può fare (o non vuole fare) nulla per te, è troppo impegnata a fare altro che intervenire per una questione di vicini rumorosi e maleducati. Prendi mentalmente nota di passare domani in farmacia a informarti sui dannati tappi.

Per un altro paio di settimane non ci sono altre feste. Deve essere tempo di esami, pensi, oppure le studentesse sono tornate al loro paese per le vacanze pasquali. Comunque sia le notti sono tranquille e i tappi per le orecchie, che comunque hai acquistato per ogni evenienza, giacciono inutilizzati nella loro scatola riposta nel comodino accanto al letto. Arrivi perfino ad illuderti che abbiano imparato un po’ di buone maniere.

Le giornate si vanno allungando, le notti sono sempre più tiepide e brevi. Sta arrivando l’estate. La senti nell’aria, trasportata da una brezza gentile odorosa di fiori. Ci sono stati un paio di episodi notturni e hai potuto sperimentare i tuoi tappi per le orecchie. Non è che isolino perfettamente e comunque sono fastidiosi da indossare. Quel corpo estraneo che rende tutto ovattato ma che ti fa sentire bene il pulsare del tuo sangue, i tuoi battiti cardiaci, non è che sia proprio il massimo. È chiaro, non ci sei abituato. Meglio comunque delle risate da gallina delle ragazze e degli urletti dei loro ospiti maschili, con cui si stanno intrattenendo fino a ben oltre la mezzanotte. Sei tornato giù a bussare, è chiaro, ma non hai ottenuto nulla. La terza volta è sbucato un tizio, palesemente ubriaco, che ti si è piazzato davanti, proprio sul muso, come se volesse picchiarti. Tu l’hai guardato senza indietreggiare, con fermezza, e quello ha abbassato lo sguardo ed è rientrato in casa. La festa però è andata avanti, finché il sonno è riuscito a vincere il tuo nervosismo e il fastidio auricolare.

L’estate è arrivata. Non quella ufficiale, che comincia col solstizio, ma quella climatica, molto più precoce. Le feste studentesche si sono spostate in terrazza, proprio sotto la finestra della tua camera da letto. Affacciarsi per urlare loro di farla finita non è più produttivo che suonare il campanello; c’è solo la differenza che adesso puoi vederli in faccia, i cafoni, mentre si prendono gioco di te. Ti tocca dormire con la finestra chiusa, e anche così il chiacchierio e le risate passano e ti raggiungono nel letto. Ormai ti stai quasi abituando ai tappi, ma non a quel sopruso. Hai provato a rivolgerti all’amministratore, perfino al padrone di casa, ma hai trovato solo un muro di omertà, di quelli che piacciono ai mafiosi. Di quelli tipicamente italiani, di chi se ne lava le mani. L’amministratore ti ha promesso che avrebbe mandato una raccomandata, ma anche se lo avesse fatto certo non ha avuto alcun effetto, anzi pare che adesso i giovani lo facciano apposta a far casino, sicuri della loro impunità.

Hai pensato anche a un avvocato, ma come dimostrare il danno che ti stanno causando? E poi gli avvocati costano, e siamo in Italia dove spesso è l’innocente ad essere punito mentre i colpevoli sono tutelati dagli stessi che dovrebbero sanzionarli. No, non è quella la soluzione. Non sei uno sprovveduto, hai sentito tante storie del genere. Perfino una poliziotta con cui hai parlato al telefono – più gentile dei suoi colleghi – ti ha confidato che perfino lei ha lo stesso problema e non c’è stato verso di risolverlo se non traslocando. L’idea di traslocare da una casa dove hai vissuto per decenni, da molto prima che nascessero quei mocciosi rompiballe, non la prendi neanche in considerazione. La soluzione deve stare altrove.

Già, ma dove? Intanto le studentesse hanno preso a organizzare cene in terrazza tutte le sere. Cenano tardi le maledette, come usa dalle loro parti. Alle undici sono ancora a tavola, a spettegolare e ridacchiare, tanto che fai perfino fatica a seguire la televisione. Tu senti tutti i loro discorsi, anche se non te ne può fregare di meno, e ogni sera ti sgoli affacciandoti alla finestra. Sei solo. Gli altri vicini non sembrano infastiditi quanto te da quel comportamento incivile, oppure sono rassegnati, sta di fatto che da quella parte non puoi sperare alcun aiuto.

FINALI ALTERNATIVI DI:

1) Federica Milella

2) Marcella Spinozzi Tarducci

3) Barbara Mancini

4) Vittoria Zedda

5) Luigi De Rosa

FINALE DI MASSIMO ACCIAI BAGGIANI

Una notte che ti affacci noti lo sguardo di una delle ragazze, quella più arrogante e strafottente. Quel suo sguardo derisorio, mentre gli dici per l’ennesima volta che non hanno diritto a fare feste fino a tarda notte, fa scattare qualcosa in te, nella tua mente già provata dal nervoso e dalla cattiva qualità del sonno. Sei sempre stata una persona impulsiva, emotiva, con un’alta considerazione per ciò che è giusto e ciò che non lo è. Quella notte è stato raggiunto un punto di non ritorno.

Poi un giorno hai visto in televisione per caso un documentario sulla Stazione Spaziale Internazionale. «Nel vuoto non si tramettono i suoni» dice la voce di Piero Angela «perciò le scene di battaglia di Star wars, con quelle esplosioni rumorose, non sono verosimili». Nel vuoto non si trasmettono i suoni. È come l’ultimo tassello che va improvvisamente a posto nel puzzle. Quell’informazione scientifica ti accompagna per tutta la notte insonne, col ronzio del tuo sangue che pulsa veloce nelle orecchie, turate dai tappi ormai logori. Nel vuoto…

Il giorno successivo lo passi a casa, su internet. Trovi vari tutorial su come convertire un compressore per pneumatici, o da frigo, in una pompa a vuoto. È meno complesso di quanto avevi immaginato. Lo puoi fare, tanto più che non sei del tutto digiuno di meccanica e hai un’ottima manualità. Nel pomeriggio ti procuri il necessario in un negozio di ferramenta lontano da casa. Agirai questa notte stessa.

Aspetti il momento opportuno guardando la televisione, senza capire una parola del film thriller che stanno trasmettendo. La tua mente lavora senza posa al piano, affinandolo, cercando i punti deboli, risolvendo le magagne. L’orologio in cucina batte mezzanotte, poi l’una, le due. Alle tre la festa è al culmine dei decibel e del tasso alcolico. Lo puoi sentire chiaramente appoggiando l’orecchio sul parquet. Divertitevi, divertitevi, ragazzini, pensi, finché lo potete. Poi riderò io.

Sei sicuro che sia una buona idea? A prescindere se il tuo piano per risolvere drasticamente il problema del rumore andrà a buon fine o meno, sei sicuro che domattina non te le pentirai, anche se nessuno dovesse risalire a te? Hai ragione, il piano è talmente perfetto che non hai da temere di venire scoperto. È il momento di entrare in azione. Vai a prendere il trapano a punta lunga e lo appoggi, con un tuffo al cuore, al parquet. Il rumore della punta che affonda nel pavimento viene coperto dalla musica ad alto volume, sempre più sfrontata, che proviene dal piano di sotto. Dopo qualche minuto senti un piccolo contraccolpo. Spengi il trapano e dai un’occhiata al minuscolo foro che mette adesso in comunicazione il tuo appartamento con quello delle maledette studentesse. Nessuno potrebbe notarlo, nessuno ti ha sentito. Il tuo occhio cade su una coppia che si sta slinguando sul divano. A questo punto vi inserisci il cavo del compressore su cui hai lavorato tutto il pomeriggio e lo metti in moto. Il tuo sguardo è fisso sul manometro, la cui lancetta sale con lentezza esasperante da 0 a 100. Quella è la percentuale di vuoto che stai creando nel salotto delle ragazze, così gradualmente che non se ne stanno rendendo conto.

Ma che carini: sono tutti quanti strafatti, pensi con un sogghigno. Non si stanno rendendo conto di respirare sempre meno ossigeno, come se stessero salendo un una montagna altissima. Mentre la lancetta si avvicina a 100 l’altitudine sale, sale, sale. Ora sono a 1000 metri. A 2000. Ecco, a 2500 iniziano i primi sintomi del “mal di montagna”. Il loro organismo è in stato di ipossia, ma ancora non se ne rendono conto salvo un fastidioso mal di testa di cui daranno al colpa alle birre vuotate una dopo l’altra, senza ritegno. La pressione continua a scendere mentre “l’altitudine” continua a salire. È trascorsa un’ora abbondante da quando ha messo in moto la pompa a vuoto. Adesso è come se fossero in cima al Monte Bianco. Qualcuno di sicuro ha vomitato sul pavimento, altri saranno crollati sui divani, con la bava alla bocca. La musica è appena meno forte, ma ancora ce ne vuole per zittirsi. Per precauzione accendi il tuo stereo a tutto volume – vorresti pure vedere se qualcuno dei tuoi vicini omertosi si lamenta del casino alle cinque di notte! – per continuare a coprire il motore. Adesso ragazzi e ragazze, quelli che non sono già crollati nell’incoscienza, sono in grave stato di confusione. Stai godendo come una bestia. State per conquistare l’Everest, carissimi, brindate! pensi mentre il tuo sogghigno si allarga sempre di più. Sei sicuro che a questo punto nessuno ti disturberà mai più: sono tutti morti per edema polmonare. L’odore che giunge alle tue narici indica che qualcuno se l’è fatta letteralmente addosso. È un profumo celestiale per te. Adesso volate verso Marte, amici cari, pensi.

Spengi il compressore. Non c’è motivo di proseguire, anche se ti resta la curiosità di sapere se, con la lancetta spinta fino a 100, i corpi si gonfierebbero fino a scoppiare come Schwarzenegger in Atto di forza. Meglio non scoprirlo, ciò potrebbe tradirti; al contrario, dei corpi asfissiati in un appartamento dove già sta tornando l’atmosfera originaria, cancellando le tracce del tuo delitto, resterà un enigma insolubile. Forse qualcuno darà la colpa all’alcol o a qualche droga. L’ultimo tocco consiste nel chiudere il buco che hai fatto nel pavimento. Questa notte riuscirai finalmente a dormire tranquillo.

Firenze, 24 pratile – 2 messidoro ’28 (12-20 giugno 2020)

Autore contro Personaggio

Di Massimo Acciai Baggiani

unamunoI metaromanzi mi hanno sempre affascinato, fin da adolescente, quando scoprii La storia infinita (Michael Ende), proseguendo poi con Il mondo di Sofia[1] (Jostein Gaarder), Sei personaggi in cerca d’autore (Luigi Pirandello), fino a Niebla (Miguel de Unamuno): romanzo sperimentale, quest’ultimo, assolutamente geniale. Una felice scoperta nata, come al solito, dal Caso che me lo ha fatto trovare – nella lingua originale – allo scaffale del libero scambio.

Unamuno (1864-1936) in questa “nivola” si è reso personaggio al pari degli altri, dialogando – nell’ultimo stupendo capitolo – col protagonista, Augusto Pérez. Il romanzo-nivola di Unamuno, scritto nel 1907, rompe gli schemi della narrativa realista spagnola dell’epoca; la storia di Augusto è piuttosto banale in sé: si innamora di una donna, incontrata per caso, ma lei non lo ricambia, lo tradisce con un altro, lui soffre e pensa al suicidio. Tuttavia due sono i punti interessanti: il capitolo 6, in cui l’erudito Paparrigópulos riassume il suo studio sull’universo femminile nell’assunto che «las mujeres todas no tienen sino una sola y misma alma, un alma colectiva, repartidas en todas ellas […] todas son una sola y misma mujer»[2] (ossia che in realtà tutte le donne sono una sola medesima donna[3]), e soprattutto il capitolo 9, quello in cui appunto Augusto, deciso a suicidarsi per la delusione amorosa, si confronta con lo stesso Autore, Miguel de Unamuno. Questi al pari di un dio gli rivela che non può suicidarsi, non perché non ne abbia il coraggio ma perché per uccidersi bisogna essere vivi, e lui non lo è in quanto non ha vita propria. È solo il prodotto di un sogno, di una fantasia. Come reagiremmo noi a una simile notizia? Chiaramente di ribelleremo, e così fa il nostro Augusto. Anzi, il protagonista fa di più: rilancia l’accusa di “non esistere” allo stesso Unamuno e rivendica il suo libero arbitrio. A questo punto è l’Autore a comunicargli che sarà lui a “ucciderlo”, minaccia che poi metterà in atto, come una sorta di dio veterotestamentario, salvo poi pentirsene; ma Augusto obietta che lui continuerà comunque a vivere nella mente dei suoi lettori, in una sorta di “immortalità”.

Chi l’ha vinta dunque? A me piace pensare che nello scontro tra Autore e Personaggio sia quest’ultimo ad avere l’ultima parola, in quanto è senz’altro vero che una volta che un libro viene pubblicato sfugge dal controllo dell’autore e passa a quello del lettore. Mi piace immaginare che ciò accada anche per i miei personaggi – che non hanno certo lo spessore psicologico di un Augusto Pérez (in quanto nei miei libri ha più importanza la trama che i personaggi) – e come accade di frequente nella fan-fiction[4]. Un buon personaggio, pur nella sua vita “fittizia”, supera talvolta la vita limitata del suo autore.

Al di là della riflessione sulla scrittura, la “nivola” di Unamuno è anche una metafora della nostra vita, a cui siamo chiamati a dare un senso. C’è chi accetta un dio come proprio “autore” e chi, come il sottoscritto, preferisce scriversi da solo la propria “storia”, in nome di una sacrosanta Libertà. Qui il discorso entrerebbe nel filosofico e nel misticismo, si farebbe troppo ampio per un articoletto come questo (rimando però a un libro sulle religioni che sto per pubblicare[5]). In conclusione ritengo questo piccolo capolavoro spagnolo di cent’anni fa un’ottima occasione di riflessione per scrittori e non.

Firenze, 17 giugno 2020

Bibliografia

  • Acciai Baggiani M., Letture per la quarantena, Firenze, Edizioni Segreti di Pulcinella, 2020.
  • Acciai Baggiani M., La vera religione, Firenze, Edizioni Segreti di Pulcinella, 2020 (di prossima uscita).
  • De Unamuno M., Niebla, Recanati, Eli, 2011.

Note

[1] Acciai Baggiani M., Letture per la quarantena, Firenze, Edizioni Segreti di Pulcinella, 2020, pp. 90-93.

[2] De Unamuno M., Niebla, Recanati, Eli, 2011, p. 88.

[3] Ne era convinto anche Valerio Negrini quando ha scritto il testo di Amica mia (dall’album Dove comincia il sole, dei Pooh, 2010).

[4] Mi viene in mente ad esempio la raccolta di racconti fantastici Sparta ovunque, basata sul mondo ucronico creato da Carlo Menzinger, di prossima pubblicazione, anche se in quel caso non sono i personaggi ma l’ambientazione ad essere ripresi dai vari autori (tra cui il sottoscritto).

[5] Acciai Baggiani M., La vera religione, Firenze, Edizioni Segreti di Pulcinella, 2020 (di prossima uscita).

Due libri in uno

Di Massimo Acciai Baggiani

Habent sua fata libelli
Terenziano Mauro

luciano realeQuesto è un articolo un po’ diverso da quelli che scrivo di solito: qui infatti non mi preme tanto analizzare un libro ma raccontare le curiose circostanze grazie alle quali ne sono venuto in possesso. Il libro in questione è un romanzo breve (ma più propriamente un racconto) di Luciano Reale intitolato Ricordami in un albero, uscito insieme al libro di mio zio Siro Baggiani La natura ha pensato a tutto. Quando dico “uscito insieme” intendo proprio in senso letterale, in quanto la copia che avevo ordinato del libro di mio zio mi è arrivata mescolata al libro di Reale, per un errore di impaginazione di Lulu, il servizio editoriale americano al quale ci siamo rivolti sia io (in quanto curatore del libro di mio zio) sia il signor Reale. Come l’anonimo lettore di Se una notte d’inverno un viaggiatore, quando ho aperto la mia copia, giuntami per pacco postale, mi sono ritrovato con due libri in uno. Invece di prendermela con l’editore pasticcione, mi sono messo a leggere l’inatteso “regalo” e ho scoperto un altro fatto curioso: i due libri sono pure affini per argomento, parlando entrambi della natura con la nostalgia dell’uomo moderno, desideroso di evasione e di contatto col verde e gli alberi.

copertina_siro2Dello zibaldone composto da mio zio durante la quarantena ne ho già parlato altrove; il racconto di Luciano Reale invece merita qualche parola. Non è un capolavoro, anzi è una lettura leggera e per nulla originale, ma si legge volentieri in poco tempo e suscita in effetti il desiderio di una vita più naturale, più attenta, in cui i sentimenti sono importanti. È la storia, narrata in prima persona, di un uomo che perde la donna amata, trova l’affetto di un cane, e in sua memoria (della donna, non del cane) pianta un albero. Compare anche una misteriosa “Fata degli Alberi”, che sembra rappresentare la voce interiore del protagonista, del quale seguiamo tutta la vita – dall’infanzia alla vecchiaia – in una cinquantina scarsa di pagine: il tutto sullo sfondo dei Monti Rossi, alle pendici dell’Etna.

Fine della pubblicità al libro dell’autore siciliano. Io penso che ciò che accade non accada per caso: Jung parlava di “sincronicità”, altri parlano di “segnali” che l’universo ci invia. A me viene da chiedermi come devo interpretare questo “segnale” che mi ha portato a leggere un libro, per pura curiosità, di cui altrimenti non avrei mai sospettato l’esistenza. Forse la risposta va trovata in un terzo libro, quello di Italo Calvino…

Firenze, 15 giugno 2020

Bibliografia

  • Baggiani S., La natura ha pensato a tutto, Firenze, Edizioni Segreti di Pulcinella, 2020.
  • Calvino I., Se una notte d’inverno un viaggiatore, Torino, Einaudi, 1979.
  • Reale L., Ricordami in un albero, Edizioni Casa del Parco, 2020.

 

SOUVENIR

La poésie de tes yeux
coulait comme une lave.
Inutiles ces mots qui décrivent ton
visage.
Inutile le poème.

La passion de tes yeux
s’est carbonisée en lignes noires,
elle est devenue poussière,
poussière de pierre, d’étoile.

Inutiles mots
Inutiles souvenirs.

Le trottoir est matérialiste.

Nous marchons au-dessus
Nos pas, nos bottes,
nos cheveux teints-
Toute cette poussière colorée,
Esprit maquillé de diamants…

L’amour de tes yeux ne me
voyait plus.
Je n’étais plus la reine des fausses
lumières.

Il n’était plus l’Elu.
MANUELA LEA ORITA

Antonio Messina – “Il pianto della nube”

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Il pianto della nube, il canto della rinascita, del risveglio, la forza poetica dell’impeto e del temporale! Gocce di pioggia che scivolano sopra un tappeto rigoglioso (versi, idee, rime pensieri), un enorme prato verde accarezzato/tormentato da correnti d’aria che si sviluppano lungo un tragitto pregno degli influssi magici della meteorologia; tutte le poesie della raccolta, sembrano collegate da un unico cordone ombelicale. Parole che compiono un tragitto breve, che tentano di addolcire i vari strati della sofferenza, di mitigare la malvagità, percepita dall’autore come preponderante e “Suprema”.

Il pianto della nube, un delicato scivolar di versi all’interno di un contenitore dove alte parole, armonie e altri suoni amorevoli si fondono all’unisono con quel tempo che, spesso sfugge alla logica, rifugiandosi nel grembo della Grande Musica Madre, ch’è Madre di tutti quei poeti mistici, che dalla parola traggono, linfa lirica, assoluta e vitale.

Dalla prefazione di Fabio Strinati

 

Antonio Messina, è nato a Partanna TP e vive a Padova.

Ha pubblicato narrativa e poesia (il fantasy per ragazzi “Laura e il treno per Elintur e altri racconti”, edito dalle Edizioni il Foglio è stato adottato come testo di narrativa dagli Istituti Levi-Montalcini Partanna TP/Tommasi di Lampedusa S. Margherita Belice AG. Alcune sue liriche sono state pubblicate in antologie poetiche.

Intervista ad Angelica Romanin, autrice di “Nel futuro che ci attende”

A cura di Massimo Acciai Baggiani

angelica romaninHo scoperto l’ultimo romanzo di Angelica Romanin, Nel futuro che ci attende, quasi per caso, navigando su Facebook: titolo e copertina hanno catturato subito la mia attenzione. L’autrice mi ha inviato una copia, che ho letto in pochi giorni e recensito, quindi le ho chiesto se fosse possibile intervistarla – ovviamente tramite internet (vista la distanza, soprattutto in questi tempi di coronavirus). Angelica si resa disponibile, molto gentilmente: la ringrazio di cuore.

 

  • Mi puoi parlare dei tuoi studi, la tua formazione culturale?

Ho studiato lingue e ho frequentato la facoltà di scienze biologiche, ma la mia formazione culturale la devo soprattutto alla mia curiosità unita alla mia timidezza, perché entrambe mi hanno spinto da subito verso la lettura, che credo sia il modo migliore di conoscere il mondo senza doverlo per forza affrontare…

  • Quale peso ha il retroterra culturale nella creazione letteraria?

Credo che sia molto importante. Alla fine in ciò che si scrive si mette molto di sé stessi, e anche quando la storia è un opera di fantasia si finisce comunque per attingere ad un bagaglio di esperienze personali.

  • Quando e come hai iniziato a scrivere?

Il mio primo libro l’ho scritto a 30 anni, dopo un periodo un po’ particolare, ma in realtà amo scrivere da sempre.

Ho iniziato a 6 anni col mio primo diario e ancora devo smettere 😄

  • Quali sono stati i tuoi modelli, gli autori che hai amato di più, che hanno contribuito a formare il tuo stile?

Amo molto leggere, e per quanto riguarda i generi non sono particolarmente selettiva. Leggo autori anche molto diversi tra loro. Ad esempio, per quanto riguarda la fantascienza ho una predilezione per Schätzing e Crichton, ma mi piacciono moltissimo anche Baricco, Cohelo, Zafón… Diciamo che attraverso delle fasi. Ho avuto la fase horror con Koontz, Stephen King, Edgar A. Poe, H.P.Lovecraft… quella più spirituale e introspettiva con Dyer, Cohelo, Chopra… Ma ho amato anche molti classici, come Il maestro e Margherita di Bulgakov, Demian e Shiddarta di Hesse, Il rosso e il nero di Stendhal… Come vedi, in diverse fasi della mia vita ho apprezzato differenti autori, e penso che ognuno di loro abbia dato un piccolo contributo alla mia formazione.

  • Quanto conta per te l’ispirazione, quanto la tecnica?

La tecnica sicuramente è importante, ma senza l’ispirazione non credo abbia molto senso. Se dovessi scrivere solo usando la tecnica non mi divertirei. L’entusiasmo che si prova nel buttare giù idee ed emozioni quando si è ispirati è decisamente più soddisfacente.

  • Cosa pensi dei concorsi letterari?

Sinceramente non mi hanno mai interessato… non so darti un parere.

  • Le parole chiave dell’èra attuale, battezzata “èra digitale” sono: multimedialità, mass media, integrazione, virtualità. Cosa hanno cambiato le nuove tecnologie digitali nella creazione artistica, se hanno cambiato qualcosa?

A me sono servite tanto. Sia per quanto riguarda le ricerche, sia perché mi hanno dato la possibilità di far conoscere il mio libro senza passare per forza da una casa editrice. Probabilmente la loro utilità consiste nel fatto che ci rendono tutti un po’ più indipendenti e liberi, sia di conoscere che di farci conoscere.

  • Manterrà il proprio ruolo il testo cartaceo di fronte al dilagare di internet e degli ipertesti?

Spero di sì. Io, personalmente, lo preferisco. Il semplice gesto di girare pagina e sentire la consistenza della carta sulle dita è un piacere che non vorrei negarmi. Però non nego l’utilità di un lettore eBook nel quale in un minimo spazio può stare anche un’intera enciclopedia

  • Ci puoi parlare del tuo romanzo d’esordio?

L’ho scritto dopo la fine di una relazione molto importante. Era in parte autobiografico e l’ho iniziato più che altro per parlare male del mio ex 😁

No, scherzo. In realtà all’epoca soffrivo di attacchi di panico, ed è stata proprio la mia psicoterapeuta a suggerirmi di scrivere per esorcizzare il problema. Mi sono stupita anch’io quando ne è uscito un romanzo ironico e divertente che ha riscosso un discreto successo…

  • Veniamo al tuo secondo romanzo, Nel futuro che ci attende, col quale hai cambiato completamente genere. Si tratta di un’opera di climate fiction, che ci mette in guardia dai danni che l’Uomo ha arrecato al pianeta, fino a mettere in pericolo la sua stessa esistenza come specie. Com’è nata l’idea?

Ho sempre amato la fantascienza e in particolare quella apocalittica, dove l’umanità è in pericolo, e quale periodo più simile ad una imminente apocalisse di questo?😅 Così ho cercato di unire il piacere per una lettura avvincente con la necessità di informare le persone sulla catastrofe imminente, sperando di far riflettere e far prendere consapevolezza della necessità di cambiare immediatamente il nostro modello di sviluppo.

  • Dietro al romanzo si intuisce un grande lavoro preparatorio di ricerca…

Sì, ho fatto molte ricerche, sia sul web, che consultando esperti in diversi settori, come la chimica o la geologia… Mi ha impiegato molto tempo, ma devo dire che informarmi su questi argomenti è stato divertente quasi quanto scrivere il romanzo.

  • Personalmente ritieni che la razza umana si estinguerà entro questo secolo, come profetizzano in molti, oppure saprà trovare in tempo la saggezza necessaria per cambiare paradigma mentale e svoltare verso un futuro migliore?

Purtroppo io non sono molto ottimista… Diciamo che ci spero, ma l’uomo finora ha dimostrato di avere una visione molto limitata del futuro. Si ha l’idea che i cambiamenti climatici riguardino le future generazioni, così si tende a rimandare, ma non è così. In realtà non resta più molto tempo…

  • Qual è la visione che hai della donna? E dell’uomo?

Per questa domanda mi avvalgo della facoltà di non rispondere 😂 soprattutto per la parte riguardante l’uomo… Però ti do un indizio, il titolo del mio primo libro: Meglio single che male accompagnata 😁

  • Hai mai pensato ad una trasposizione cinematografica dei suoi romanzi? In caso affermativo, quali attori e attrici vedresti bene nei vari ruoli principali?

Certo! Quale scrittore non ci pensa? 😅 Riguardo agli attori non saprei… forse Matthew McConaughey potrebbe rivestire il ruolo di Oliver, Keanu Reeves lo vedrei bene a interpretare Dom, Keira Knightley potrebbe essere una perfetta Liza, e Scarlett Johansson una frizzante Amber.

  • Di cosa ti occupi attualmente? Progetti per il futuro?

Attualmente mi occupo di restauro e decorazione, ma visto l’attuale periodo di crisi, soprattutto scrivo. Ho quasi terminato il seguito del mio primo libro e ho iniziato la stesura di altri due romanzi, di cui uno di fantascienza.

Racconti di fiorentini ambientati a Firenze

Di Massimo Acciai Baggiani

fiorentini per sempreFiorentini per sempre è un’antologia uscita in tempi di coronavirus, curata da Paolo Mugnai per la collana di Edizioni della Sera, dedicata alle città e regioni italiane: la stessa collana che comprende Toscani per sempre (a cui ho partecipato col mio Racconto casentinese), curata anch’essa dal Mugnai. Anche qui sono riuniti 24 autori, rigorosamente fiorentini (anche se non tutti di nascita), che hanno dato vita a un ritratto corale affascinante della loro città. Ovviamente l’opera non ha pretese di esaustività – gli scrittori fiorentini viventi sono ben più di 24 – ma rappresenta uno spaccato della nuova narrativa praticata nel capoluogo toscano. Tra questi autori ne figurano alcuni che conosco personalmente – oltre al curatore, Carlo Menzinger, Paolo Ciampi, Enrico Zoi… – e altri li ho scoperti per la prima volta leggendo queste pagine. Il filo conduttore dei 24 racconti, per altro molto eterogenei, è naturalmente l’amore per la propria città, declinata secondo le diverse sensibilità e generi narrativi. Ci sono racconti storici, altri ambientati nel presente, altri ancora di genere fantascientifico: non li ho trovati tutti ugualmente interessanti, devo essere sincero, ma ve ne sono davvero di notevoli.

Io sono fiorentino di nascita, anche se i miei genitori non sono cresciuti in questa città (sono comunque toscani), e il mio legame con Firenze inizia prestissimo. Firenze fa da sfondo a diverse mie opere letterarie: è il luogo che conosco meglio, che vivo quotidianamente, con cui ho un rapporto di “amodio”. Non sono per nulla campanilista, ma qui stanno le mie radici, i miei affetti, la maggior parte dei miei ricordi. Non ho partecipato a questa antologia solo perché avevo già preso parte all’altra (e non mi pareva giusto togliere spazio ad altri), ma pure io avrei potuto presentare più di un racconto che parlasse di questa piccola ma celebre cittadina nella vallata dell’Arno, forse un po’ troppo legata al suo passato e poco interessata ai suoi abitanti attuali. Sono tuttavia un fiorentino poco aderente allo stereotipo: non mi interessa il calcio (in costume o no), odio i sanpietrini in centro, detesto la folla di turisti, non amo molto le burle o il linguaggio sboccato, non vado matto per film quali Amici miei e non frequento il trippaio.

Tornando all’antologia, i racconti che mi sono piaciuti di più sono soprattutto quelli degli autori che conosco personalmente, in primis Carlo Menzinger che ha contribuito con un racconto futuribile catastrofico che non sarebbe stato male neanche nella sua raccolta Apocalissi Fiorentine (Carlo non ha mai avuto una visione positiva del futuro; giustamente ci mette in guardia dai danni ambientali causati dalla stupidità umana). Cosa succederebbe se i ghiacci si squagliassero e il mare salisse, come profetizzano gli scienziati, di 65 metri? Firenze, avendo un’altitudine media intorno ai 50 metri, finirebbe in buona parte sott’acqua, se non che… ma lascio al lettore il piacere di scoprire questo inquietante futuro.

Paolo Ciampi, grande narratore di viaggio, autore di libri ambientati in terre lontane, traccia nel suo racconto Il venditore di pere cotte il ritratto di un personaggio di altri tempi che pare reincarnarsi in un fiorentino di oggi. Livia Fabruccini invece si concentra su una nota piazza dal nome ambiguo, Piazza della Passera: nome che da bambino mi sono sempre rifiutato di associare a quella parte del corpo femminile – mi sembrava troppo volgare per un toponimo ufficiale – e dove sono tornato in tempi più recenti per presentazioni librarie al Caffè degli Artigiani. Il fantasma dell’Hotel Mayflower, di Alessandro Lazzeri, è uno dei racconti più belli, visto anche il mio interesse per le storie misteriose. Notevole anche Caccia al tesoro di Paolo Mugnai, dove vengono descritte le cose assolutamente da fare a Firenze: un racconto delizioso. Infine Sulla soglia di Enrico Zoi – che chiude il libro, ordinato alfabeticamente – pieno di citazioni cinematografiche e ricordi della vecchia Firenze.

Da leggere anche la prefazione di Marco Vichi, il celebre creatore del commissario Bordelli, e la postfazione di Luciano Artusi, studioso delle tradizioni toscane. Mi fermo qui. Se volete avere un’idea della trama degli altri racconti potete trovarla nell’esauriente articolo di Carlo Menzinger dedicato all’antologia.

Firenze, 7 giugno 2020

Bibliografia

Mugnai P. (a cura di), Fiorentini per sempre, Roma, Edizioni della Sera, 2020.

Dal superuomo di Nietzsche al superspreader di virus. Nietzsche – Lacan e coronavirus

Di Apostolos Apostolou

coronavirus

Il concetto di superuomo (Übermensch) di Nietzsche rappresenta una figura metaforica dell’uomo che diviene se stesso in una nuova futura epoca contrassegnata dal cosiddetto nichilismo attivo.  Molti dicono che Nietzsche voleva esprimere il nichilismo passivo della nuova epoca, che seguirebbe alla scoperta dell’inesistenza di uno scopo della vita, cosi Nietzsche voleva indicare con il termine superuomo che può essere superato il nichilismo passivo dell’uomo solo con un accrescimento dello spirito personale. Il termine tedesco (Übermensch) superuomo, può comunque essere fatto risalire al greco ὑπεράνθρωπος (hyperànthropos), le cui prime attestazioni sono nel I secolo a.C., con Dionigi di Alicarnasso, e nel II secolo d.C., con Luciano.Questo che sappiamo oggi è che Nietzsche non era il metafisico della volontà di potenza. Il potere di Nietzsche si situa perfino agli antipodi del dominio mentre il volere non può essere confuso con un volontarismo soggettivistico. E’ vero che ha usato questa espressione che simbolizzata nello Zarathustra dal leone perché cosi descrive Nietzsche l’oppressione delle cose e qualunque oppressione della vita e la volontà dell’uomo per trovare un senso nuovo.

”Super-spreader” è un termine vago, che non ha una chiara definizione scientifica, ma indica un paziente che infetta un numero elevato di persone, più della norma. Con il coronavirus il termine di super-spreader, prende la forma di super-diffusore. Super diffusore, è una persona che pur asintomatica o con lievi sintomi trasmette, ovviamente senza alcuna responsabilità, a un numero molto elevato di soggetti il virus. Il francese filosofo Gilles Deleuze aveva parlato di carico materiale della soggettività. La scienza, al futuro misurerà il carico materiale della soggettività secondo Gilles Deleuze. Questo abbiamo vissuto  oggi con il coronavirus. Profeticamente Gilles Deleuze ha visto ciò che sta accadendo oggi.

Il superdiffusore o il  superspreader esprimono anche la nuova patologia, e la nuova antropologia sociale. Jean Baudrillard sosteneva che  viviamo la patologia di terzo tipo. «Come nelle nostre società abbiamo a che fare con una violenza nuova, nata dal paradosso di una società permissiva e pacificata, cosi abbiamo a che fare con nuove malattie che sono quelle di corpi superprotetti dal loro scudo artificiale, medico o informatico, vulnerabile quindi a tutti i virus, alle reazioni a catena più “perverse” e più inattese. Una patologia che non rileva più dall’accidente o dell’anomia, ma dell’anomalia. Esattamente quanto avviene per il corpo sociale, dove le stesse cause comportano gli stessi effetti perversi, le stesse disfunzioni imprevedibili che possiamo assimilare al disordine genetico delle cellule, e anche qui a forza di superprotezione, di supercodificazione, di superinquadramento. Il sistema sociale nella misura stessa della sofisticazione delle sue protesi. E la medicina farà una bella fatica a scongiurare questa patologia inedita, perché essa stessa fa parte del sistema di superprotezione, di accanimento protezione profilattico del corpo.» La virulenza secondo Jean Baurillard «si impossessa di un corpo, di una rete o di un sistema nel momento in cui esso espelle tutti gli elementi negativi.» Il corpo oggi è diventato un non-corpo, una macchina virtuale i virus se ne impossessano. «Quando si consegna il corpo alle protesi e nello stesso tempo alle fantasie genetiche, si disorganizzano i suoi sistemi di difesa. Un tale corpo frattale votato alla moltiplicazione delle proprie funzioni esterne si vede nello stesso tempo votato alla demoltiplicazione interna delle proprie cellule. Entra in metastasi: le metastasi interne e biologiche sono simmetriche a quelle metastasi esterne che sono le protesi, i sistemi reticolari, i collegamenti…La profilassi assoluta è micidiale. La medicina non mostra di averlo capito quando tratta il cancro e l’ Aids quasi fossero malattie convenzionali mentre si tratta di malattie nate dal trionfo della profilassi e dalla medicina, malattie nate dalla scomparsa delle malattie, dalla liquidazione dalle forme patogene. Patologia di terzo tipo, inaccessibile a qualunque farmacopea dell’epoca precedente – quella delle cause visibili e degli effetti meccanici. A un tratto tutte le affezioni appaiono di origine immunodeficiente.»

Il passaggio dal superuomo ai supercontagiosi o al superspreader è la metastasi dell’uomo. Il superuomo è l’uomo con un significativo della metafora aperto mentre il superspreader ha il significativo della scienza, che è  un significativo forclusione come diceva J. Lacan. La scienza si fonda sulla forcluzione. La forclusione del Nome del Padre di cui parla Lacan va inteso infatti come un operatore linguistico che collega significante e significato in un modo che risulta connesso al common-sense. L’insalata di parole, (cioè superspreader, carico mentale, parole della scienza postmoderna) dello schizofrenico mostra in modo eclatante questo scollamento tra i significanti e l’universo semantico del common-sense.

Nel futuro che ci attende

Di Massimo Acciai Baggiani

romanin«Chi vuol esser lieto sia, di doman non v’è certezza» recita un celebre canto carnascialesco. In effetti poche sono le certezze sul nostro futuro personale, come su quello della razza umana, ma qualcosa si può affermarlo con ragionevole probabilità: se l’umanità continua su questa strada ha i giorni contati. D’accordo, non saranno giorni, neppure anni, ma si potrebbe trattare di decenni. Il monito viene dagli scienziati, a cui fa eco la letteratura più recente. Negli ultimi tempi è nato un nuovo genere narrativo denominato climate fiction: si tratta di un filone praticato da autori molto preparati sugli argomenti ecologici e ambientali, basato su serie ricerche scientifiche, e perciò ancora più inquietante: un’opera di tal genere ha le caratteristiche della profezia catastrofica e della distopia, e spesso è corredata da una bibliografia specialistica che la lega all’attualità.

Altra caratteristica comune alla climate fiction: è quasi sempre ambientata in un futuro prossimo, tanto vicino da riguardare non solo la prossima generazione ma perfino molti di noi lettori. Autori di best seller vi si sono dedicati, ne abbiamo interessanti esempi anche in Italia: conosco autori che portano avanti il loro messaggio ecologista attraverso i loro romanzi e racconti, come Carlo Menzinger, Piero Dolara, Gianni Marucelli e Francesco Verso. Alla fine di quest’anno dovrebbe anche uscire Psicosfera, romanzo scritto a quattro mani, da me e Carlo Menzinger, sempre su tematiche ambientiali-fantascientifiche. Ultimamente a queste conoscenze personali si è aggiunta un’altra paladina del nostro pianeta: la ferrarese Angelica Romanin, autrice di Nel futuro che ci attende, romanzo fantascientifico uscito quest’anno, ai tempi del Covid.

Si tratta di un romanzo appassionante, con un finale a sorpresa. Il tema è quello della prossima estinzione dell’umanità, ma il punto di vista non è quello che il lettore viene portato a credere. La storia inizia dal ritrovamento, tra i ghiacci antartici, di un manufatto antichissimo e misterioso, che parla di una catastrofe antidiluviana. L’idea alla base ricorda molto quella di Robin Cook nel romanzo Esperimento; la Romanin non esce comunque male dal confronto con lo scrittore americano, la sua opera ha una sua originalità, è ben scritta e soprattutto ha molti più richiami all’attualità. Confesso di averla letta non senza un certo turbamento: l’Uomo sembra non imparare mai dai propri errori, cieco ai campanelli d’allarme lanciati dalla scienza – la stessa in parte responsabile del disastro ma al tempo stesso possibile soluzione se usata con buonsenso –, eppure non tutte le speranze sono perdute, il punto di non ritorno non è stato raggiunto. Dipende tutto da noi, da cosa faremo, o non faremo, nei prossimi anni.

A partire da adesso.

Firenze, 4 giugno 2020

Bibliografia

  • Cook R., Esperimento, Milano, Sperling & Kupfer, 2000.
  • Dolara P., L’ultimo rifugio, Firenze, Porto Seguro, 2019.
  • Menzinger C., Apocalissi Fiorentine, Chieti, Tabula Fati, 2019.
  • Romanin A., Nel futuro che ci attende, autopubblicazione, 2020.
  • Verso F., Paura R., Antropocene – L’umanità come forza geologica, Future Fiction, 2018.

Neologiorno n.12: Mangerezza

di Stefi Pastori Gloss

[man-ge-rèz-za]

SIGN Aplologia tra mangiare e leggerezza. Dicesi di individuo che si alimenta con leggerezza, che, in certi casi, significa superficialità. Da mangiare, ovvero masticare e ingerire; consumare, corrodere, dal francese antico ‘mangier’, che attraverso l’ipotetica forma intermedia ‘mandicare’ arriva dal latino manducare, derivato di màndere ‘masticare’. Ovviamente si tratta di un’azione del tutto essenziale alla sopravvivenza, ma nel caso del personaggio per il quale è stato creato questo neologiorno, trattasi non solo di sopravvivenza personale, bensì di inquadramento sociale e lavorativo, quindi va oltre al mero sopravvivere. Rispetto al mangiare, mangerezza ne supera la funzione di fulcro delle relazioni sociali, elemento rituale di base, giocato dai bambini, strutturato identitariamente in famiglia, luogo senza cui l’incontro fra persone, per piacere o lavoro, quasi non esiste, diventando strumento per il raggiungimento dell’obiettivo di auto realizzazione personale. Ovviamente, mangiare è anche di un verbo profondamente usurato a forza di essere pronunciato nei secoli: per tirare fuori un mangiare dal manducare latino serve una masticazione lunghissima. A maggior ragione sarà per il neologiorno mangerezza: ma sarà sufficiente una lettura approfondita ed esaustiva del romanzo, senza esercitare gli imprescrittibili diritti del lettore di Daniel Pennac. Infatti, solo in questo modo il lettore potrà scoprire perché è legato così profondamente a leggerezza che, nel caso del personaggio, non è limitatezza di peso, come dato qualitativo o funzionale, data la sua corpulenza; nemmeno mancanza di controllo nel comportamento, indice di scarsa serietà e di frivola noncuranza, o, con altro senso figurato, futilità, banalità. Bensì trattasi di agilità o scioltezza non solo fisica, ma soprattutto mentale, in quanto riferibile a dote innata di delicatezza o anche a un grado notevole di abilità acquisita, il che si adatta perfettamente alle caratteristiche costitutive del personaggio, così astuto e scientificamente calcolatore. Siamo sempre a parlare di mangiare, è naturale che ci si ritorni anche per significati figurati, perciò pensiamo alla mangerezza del recinto divorato dalla ruggine, perché superficialmente non trattato in superficie, alla mangerezza delle parole non pronunciate per mancata sollecitudine, ma anche a quella mangerezza irregolare così tipica in questi tempi di anoressici o bulimici, o quella del cugino che ha fatto sparire con calcoli raffinati il patrimonio di famiglia. E finiamo al principio: il suono. Ci fa aprire e chiudere la bocca come una insalivazione, alternando l’apertura massima della A alle nasali (anche durante la masticazione l’aria dovrebbe passare dal naso), e alla complessità del GI che travolge gola, lingua, denti e labbra. Per non parlare della E che, a seconda della regionalità della pronuncia, potrà essere APERTA – vedi il milanese nord italico – e quindi richiamare stomaci dilatati; o CHIUSA – vedi il romanesco o il fiorentino centro italico – che attiene più alla leggiadra arguzia di chi attua l’azione con secondi fini. Un verbo che è un vero epitome mimico, di una finezza che non ci sfuggirà in quelle occasioni in cui lo diremo.