JEAN BAUDRILLARD (VS) MICHEL FOUCAULT

Di Apostolos Apostolou 

Si on échappe à la mort, on échappe forcément à la vie

(Se scampiamo alla morte, scampiamo per forza alla vita)

BAUDRILLARD

Jean-Marc Mandosio con il libro “Longevità di un’impostura: Michel Foucault” distrugge il mito di Michel Foucault. Dimenticare l’ impostore dirà J. M. Mandosio. Però il primo che ha scritto “dimenticare di Michel Foucault” era J. Baudrillard.    Secondo G. Mayos Solsona «Baudrillard si fa conoscere al grande pubblico con il libro Dimenticare Foucault (1977). Una volta ancora, cerca di superare il critico (Foucault), denunciando il fatto che costui ha falsificato o tagliato la propria critica, e che lo ha fatto in base al vecchio idolo della “volontà di verità”. Baudrillard denuncia Foucault perchè costui tuttavia – dice – nella “Verità” come assoluto, identificandola con le relazioni di potere e con il potere configuratore del potere (se mi si permette il gioco di parole)». Baudrillard accusa Foucault è di non aver visto che la legge trascendente non si oppone al desiderio e all’immanenza, ma che il desiderio è la versione molecolare della Legge.

Anche G. Mayos Solsona sostiene che: «Significativamente, Foucault non nega di disprezzare Baudrillard, accusandolo di polemizzare con l’unico scopo di cercare la fama, in un gioco completamente frivolo. In un certo senso, Foucault ha ragione; ma Baudrillard considera dimostrata la propria tesi e la propria superamento critica del critico più radicale che si è inginocchiato davanti all’idolo “Verità”. In tutti i casi, il mondo mediatico consacra il gesto di Baudrillard di sfidare il mostro intellettuale più grande del momento, addirittura riconosciuto nel mondo anglosassone».

  1. Baudrillard, dirà che il potere seduce. Ma non nel senso volgare di un desiderio delle masse, di un desiderio complice (tautologia che torna a fondare la seduzione nel desiderio degli altri) – il potere seduce in virtù di quella reversibilità che l’ossessione e su cui si costituisce un ciclo minimo. Niente più dominanti e dominati, niente più vittime e carnefici (sfruttatori e sfruttati questi si che esistono, ben separati, da una parte e dall’altra, perché non v’ è  reversibilità nella produzione, ma non accade niente di essenziale a questo livello). [1] Nessuna posizione separata: il potere si compie secondo un rapporto duale, in cui lancia la sfida alla società e dove è sfidato a esistere. Se non può scambiarsi secondo questo ciclo minimo di seduzione di sfida e di astuzia, scompare, molto semplicemente. Secondo Baudrillard il potere in fondo non esiste. E questo perché non esiste mai l’unilateralità di un rapporto di forza su cui si potrebbe costituire una struttura di potere e insieme una relazione del potere del suo moto perpetuo. Questo sarebbe il sogno del potere un sogno falso che ci è  imposto dalla ragione. [2] Esiste una seduzione di potere? Ecco la domanda che pone Baudrillard. Il potere è seducente solo quando ridiventa una specie di sfida a se stesso, altrimenti dirà Baudrillard è solo esercizio di potere, e soddisfa solo una logica egemonica della ragione.

E’ fatto che la divinizzazione del potere viene come incarnazione e come secolarizzazione dopo la fine della metafisica. Oggi il mondo è aperto al suo ritorno e questo significa che ogni terrorista è terrorizzato. Cosi il potere è dappertutto. Se la vita è scelta mistica, ideale ascetico fuga dal mondo, il potere si trova nella realtà e anche nel sogno dell’uomo, e perciò tutti i sogni saranno disciplinati della realtà. Cosi la vita diventa un’umiliazione e «noi siamo i nomadi che cercano» come diceva anche M. Foucault.

Secondo Baudrillard la seduzione è più forte del potere, essendo un processo reversibile e mortale, mentre il potere pretende di essere irreversibile, cumulative e immortale come il  valore. [3] Vuole condividere tutte le illusioni del reale e della produzione, vuole appartenere al campo del reale e cosi fluttua nell’ immaginario e nella superstizione di se stesso. L’immaginario imprigiona il potere e perciò, il potere è un insieme di rapporti di forza.  Cosi il potere non cambia continuazione evolve. Secondo M. Foucault il potere è una realtà immortale, sempre attiva, semovente, incorruttibile.[4] Si vuole rendere il potere come il sesso dirà Baudrillard un’istanza reversibile cosi come si vuole rendere il desiderio un energia irreversibile, e tutto perché nel nostro immaginario accordiamo senso solo a ciò che è irreversibile. Nel nostro immaginario accordiamo senso solo a ciò che è irreversibile (sostiene Baudrillard). Il valore come – accumulazione, progresso, crescessi irreversibili – è il senso stesso della loro liberazione. Iniettate la più piccola dose di reversibilità – dirà Baudrillard – economici, politici, istituzionali, sessuali e tutto immediatamente sprofonderà. [5]

Secondo Baudrillard, Foucault vede la produzione (cioè il potere) come discorso è  affascinato dallo spiegamento del discorso (del potere) irreversibile e dalla saturazione interstiziale di un campo di parola, che è  il tempo stesso l’ istituzione di uno spazio di potere culminante in quello del sapere che lo riflette o che lo inventa.[6] Dietro questa stasi appartiene del potere e del sapere, che sembra liberarsi e scaturire ovunque, in mondo, probabilmente, ci sono solo metastasi del potere, proliferazioni cancerose di una struttura ormai confusa e disorganizzata, e se il potere si  generalizza e può essere oggi individuato a tutti i livelli  – vediamo il potere molecolare e insieme la politica ibrida –  se sta diventando un cancro, nel senso che le sue cellule proliferano in tutte le direzioni senza più obbedire al buon vecchio codice genetico del politico, tutto questo accade perché è lui stesso a essere affetto dal cancro e in piena decomposizione.[7] Il potere imprigiona la vita, imprigiona lo sguardo, è l’imbarazzo di vivere in un mondo che non lascia il sogno di sfuggire.

 

Note:

[1] J. Baudrillard : De  la séduction, Éditions Galilée 1979,.

In Italiano Della Seduzione, EdIzione SE, 1997, p, 54

[2] Lo stesso, p. 54,55

[3] Lo stesso, p. 55

[4] Lo stesso, p.55

[5] Lo stesso. p,56.

 

 

Pensieri filosofici e poetici

Di Apostolos Apostolou

I

All’assenza di vera vita è offerto il palliativo di una morta a rate.

II

Il nichilismo ha vinto ogni cosa. Il Dio compreso, la rappresentazione è finita, e l’uomo studia le leggi della morta.

 

 

 

 

 

 

 

 

III

 

Oggi gli uomini vivono esilari dalla loro stessa esistenza.

 

 

 

 

 

 

 

IV

 

Che significa domanda-risposta? Vengo alla luce nel momento in cui mi autodefinisco come domanda, cercando la risposta. La domanda non può quindi avere risposta perché appena si pone si trasforma automaticamente in un’altra domanda.

 

 

 

 

V

 

Le parole sono svanite, e la lingua quasi sempre dispersione… (Le parole sono notazioni per indicare concetti; ma i concetti sono segni può o meno figurati per indicare sensazione spesso ritornati e ritornati assieme, per gruppi di sensazioni. Non basta ancora per comprendersi l’una l’altro, che si usino le stesse parole; occorre usare le stesse parole anche per lo stesso genere di esperienze interiori, occorre infine, avere vicendevolmente “in comune” la propria esperienza. Perciò gli individui di “un unico” popolo si comprendono tra loro meglio di quelli appartenenti a popoli diversi, anche quando costoro si servono nello stesso linguaggio) F.Nietzsche.

 

 

 

VI

 

L’uomo e “antopsia”, cioè un paesaggio di un nuovo realismo.(Platone: Leggi A,631 b, e Repubblica A,427 d)

 

 

 

 

VII

 

Il desiderio non è una ” mancanza ad essere” (Lacan. Lo schema mancanza / desiderio, crea la metafora della diaspora), non è l’assenza, nè la presenza tra le cose ma ciò che diventa preparazione. E il narrativo del desiderio?  E il narrativo del desiderio esiste  dentro il narrativo del reale

 

 

 

 

VIII

Cerchiamo la verità? Però la verità è sempre al plurale. (secondo il pensiero di Derrida)

 

 

 

 

 

IX

La vita diventa anni fa una grande assenza. L’assenza era trasformata in forma pura e proprio in impenetrabile nudità della forma.

 

 

 

 

 

X

La fantasia sarà sottomessa alla volontà.

 

 

 

 

 

XI

 

Oggi viviamo nella dittatura dell’ermeneutica. L’ermeneutica diventa uno dei luoghi privilegiati del confitto delle interpretazioni che prende forma sotto i tratti di un’archeologia della coscienza.

 

 

 

 

XII

 

Siamo pieni di entusiasmo e grand negatori della vita insieme. Cambiamo quello che diceva il vecchio  “Dov’ era l’ Es, deve essere (sarà) l’Io di Freud con quello  “Dove sono Io bisogna che emerga Es”.

 

 

 

XIII

 

L’arte quest’economia dei momenti vissuti è stata assorbita del mercato degli affari.

 

 

 

 

 

XIV

 

L’uomo ogni tanto bisogna fare una pausa.

 

 

 

 

XV

 

L’io non è più un nocciolo essenziale, una sostanza, in un mondo relazione (Wesenskern), ma anche esso è  un orizzonte aperto di possibilità che in maniera indeterminata stabilisce lo stile e la condotta di vita.

 

 

 

 

XVI

 

Ricordiamo sempre, che l’uomo è un movimento senza ritorno verso l’estrarne.

 

 

 

 

 

 

XV

 

In ogni salita c’è una discesa secondo il Dio greco Tesup.

 

 

 

XVI

 

Uomo e “Kairos” significa presenzialtà.

 

 

 

 

XVII

 

L’Altro è lo stesso.

 

 

 

 

XVIII

 

L’ora non è il frammento di un punto-ora sezionato e solo presente ma è esibizione come un “lasciante-vedere”.

 

 

 

 

XIX

 

Le cose hanno quasi sempre un’ ironia del nulla e insieme una dicotomia  di nulla.

 

 

 

 

XX

 

L’uomo non può sopportare il paradosso. (Il paradosso di Russell, e di Schrodinger) Parafrasando la teoria di Schrodinger, possiamo dire che l’uomo sia contemporaneamente sia vivo che morto.(Un particella elementare possiede la capacità di collocarsi in diverse posizioni e anche di esser dotata di quantità d’ energia diverse al medesimo istante.)

 

 

 

 

XXI

 

Ogni narrazione si trasforma in requisitoria.

 

 

XXII

 

La vita non è assento nè ricompensa nè argomentazione.

 

 

 

 

 

XXIII

 

Le idee sono figure del momento in momento.

 

 

 

 

XXIV

 

La vita è un margine di regole. (Platone, Kant, Kafka.)

 

 

 

 

XXV

 

L’uomo ha il diritto di scegliere e insiemi il diritto dell’illusione.

 

 

 

 

XXVI

 

La liberta è un cammino della passione.

 

 

 

 

XXVII

 

Quello che viviamo non è quello che dimostriamo.

 

 

 

 

XXVIII

 

Siamo un segno senza interpretazione.

 

 

 

XXIX

 

L’immagine non può immaginare.

 

 

 

 

 

XXX

 

L’uomo gioca “il gioco”. Il gioco è sinonimo dell’Es e dell’Io può essere paragonato col’ essere.

 

 

 

 

 

XXXI

 

La verità non si trova nella lingua, perché le parole hanno antagonismi, le frasi hanno inimicizie, e i pensieri hanno guerra.

 

 

 

 

 

XXXII

 

 

Non possiamo trascendere, trasfigurare, sognare il reale, siccome il reale è
virtuale.

 

 

 

 

 

XXXIII

 

La vita aspetta ancora, sul bianco foglio.

 

 

 

 

 

XXXIV

 

 

L’uomo è  sempre parole che sfumano nella nebbia.

 

 

 

 

XXXV

 

Possiamo cambiare le cose? Domanda falsa. Perché il cambiamento è inevitabile, la crescita personale è una scelta morta.

 

 

 

 

 

XXXVI

 

Il potere è il garante dello scambio e il guardiano del mito.

 

 

 

 

 

XXXVII

 

Regala il tuo Tempo gratis…Se vuoi ti rimane un po’ dignità.  Diceva O. Elitis.

 

 

 

 

 

 

XXXVIII

 

La vita qualche volte sono i passi sulle sabbie del tempo. Ma anche molte volte diventa una prigioniera del nulla.

 

 

 

 

 

XL

 

La rappresentazione della prosa della vita è finita. Il pubblico si alza. Cerca trovare una strada per tornare a casa. La strada non c’è. Tutte le strade portano a un vicolo cieco.

 

 

 

Apostolos Apostolou

Docente di filosofia

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Quando la poesia cerca un nuovo linguaggio figurato

Di Apostolos Apostolou

Il rimando dal detto al non-detto costituisce il tratto peculiare della lingua dell’esperienza umana dirà Sprachlichkeit. Questo rimando rappresenta la virtualità del non ancora detto che resta sullo sfondo del dire.  Questo non succede con la poesia?

La poesia è il non-detto della propria identità, un topos itinerante (come non luogo) che significa sia dimora che partenza verso l’ estraneo.  Una volontà di ciò che non è, il centro delle grandi assenze, un inizio del non inizio.

Cosi la poesia rimane un divenire. L’esilio della lingua. Il fascino del tutto – nulla, provando sia il tutto che il nulla. Cosi la poesia diventa l’ombra nello spazio – tempo.

La lingua della poesia proviene dall’altro che funziona come dialogo indefinibile. Ecco un poema di Paul Valéry:

Chanson à part 

Que fais-tu ? De tout.

Que vaux-tu ? Ne sais,

Présages, essais,

Puissance et dégoût…

Que vaux-tu ? Ne sais…

Que veux-tu ? Rien, mais tout.

 

Que sais-tu ? L’ennui.

Que peux-tu ? Songer.

Songer pour changer

Chaque jour en nuit.

Que sais-tu ? Songer

Pour changer d’ennui.

 

Que veux-tu ? Mon bien.

Que dois-tu ? Savoir,

Prévoir et pouvoir

Qui ne sert de rien.

Que crains-tu ? Vouloir.

Qui es-tu ? Mais rien !

 

Où vas-tu ? À mort.

Qu’y faire ? Finir,

Ne plus revenir

Au coquin de sort.

Où vas-tu ? Finir.

Que faire ? Le mort

 

Traduzione in italiano:

Cosa fai? Di tutto
Cosa vali? Non so,
Presagi, prove,
Potenza e disgusto…
Cosa vali? Non so….
Cosa vuoi? Nulla, ma tutto
Cosa sai? La noia
Cosa puoi? Pensare
Pensare per mutare
Ogni giorno in notte
Cosa sai? Pensare
Per mutare la noia
Cosa vuoi? Il mio bene
Cosa devi? Sapere
Prevedere e potere
Che a nulla non serve
Cosa temi? Volere
Chi sei? Ma nulla!
Dove vai? A morte
A farci che? Finire
Non più ritornare
Alla porca sorte
Dove vai? Finire
Far cosa? Il Morto

Altre volte la poesia è come una sfida strema che opera come conflitto. E diventa l’orizzonte degli orizzonte lontani che ci procura le sue luci e offre profezie realizzate. E perché no, diventa una poesia clandestina, della memoria e della resistenza. Ecco un poema di  poeta greco Michalis Katsaros.

Il mio testamento.

Resistere

a colui che costruisce una piccola casa e dice: qui sto bene.

Resistere a colui che rientra a casa e dice: Dio sia lodato.

Resistere

al tappeto persiano dei condomini

all’ ometto dietro la scrivania

alla società d’ import-export

all’ istruzione di stato

alle tasse

a me stesso che vi parlo.

Resistere

a colui che per ore intere dal podio saluta le sfilate,

resistere al presidente del tribunale,

alle musiche ai tamburi e alle parate,

a tutti i congressi supremi dove chiacchierano

bevendo caffè i congressisti consiglieri,

a questa signora sterile che distribuisce

santini incenso e mirra

a me stesso che vi parlo.(Michalis Katsaros poeta greco.)

La forza della poesia è la metafora. Il linguaggio riporta una conoscenza relativa cioè non totale, non esatta. Esiste sempre una distanza cognitiva tra la comprensione dei significati e la conoscenza esperienziali dei significati. Questa distanza diventa ancora più grande quando i significanti linguistici trasmettono un senso senza rappresentare immagini o composizione d’immagini della realtà sensibile.

Quanto Aristotele ha parlato di metafora ( da μετά = oltre  e  φέρω = io porto fatto. Paragone abbreviato, fatto  mentalmente ma non espresso, per esempio sei una volpe = sei furbo come una volpe) voleva indicare la comprensione intuitiva della simbolica del linguaggio. Nella lingua esiste sempre il linguaggio figurato. E l’espressione linguistica passa dal polo iconico al polo astratto.

La poesia esprime sempre il rifiuto di esaurire la conoscenza nella sua formulazione. E questo perché l’uomo è una natura con accidenti. L’uomo è una natura con accidenti significa che c’è sempre un elemento che fa la differenzia dell’uomo. La differenza tra la logica concreta e delelemento fuori della logica concreta prende il significato di domanda, ovvero connette il soddisfa il bisogno con qualcun altro, fuori dalla lingua concreta.

Però oggi viviamo  il rifiuto di identificare la comprensione dei significanti con conoscenza dei significati. La regia fra significato e significante non c’è. Il significato e il significante sono scomparsi, ma non a favore di una libertà aleatoria della parola, bensì a favore di una matrice chiamata codice. La reduplicazione dell’identico mette fine alla sua divisione. Dove era, l’Altro è giunto lo Stesso.

Perché succede questo? Ma perché le cose, i segni, le azioni vengono liberati dalla loro idea, dal loro concetto, dalla loro essenza, dal loro valore,  dal loro riferimento, dalla loro origine, e dal loro fine, allora entrano in un’ auto-riproduzione all’ infinito.

Oggi il significato dell’alterità diventa solo comparativo, cioè formale, perché l’altro è definito rispetto ad una data omotropia.  Con altre parole l’altro diventa lo stesso.   L’alterità oggi è diventata psicodramma, sociodrammatica, semiodrammatica, semiodrammatica, melodrammatica. E la poesia non ha la comprensione intuitiva della simbolica del linguaggio. Cosi possiamo dire che oggi  la poesia cerca trovare un linguaggio figurato.

 

Apostolos Apostolou

Docente di Filosofia.

All’inizio fu l’amore

Di  Apostolos Apostolou

Amanti, fatevi godere sempre di più
BRETON

 

Spesso quando si parla dell’amore si confonde con la sessualità (per esempio la psicoanalisi, la passione. Freud ha fornito a ciò una giustificazione teorica, riducendo l’amore a eros e l’eros a libido, a pura pulsione sessuale che lotta contro ogni repressione e inibizione.) Però abbiamo due facce dell’ amore, come eros, e come agape. Agape, troviamo questa parola per la prima volta nell’opera di Sofocle Edipo a Colono e nell’opera di Euripide Alcesti, e poi troviamo la parola nell’ età ellenistica di Egitto. Agape non significa solo amore, disinteressato, fraterno, o smisurato, ma anche  referenzialità autotrascendente. Perché l’agape è l’autotrascenda l’individualità – naturale, determinata ed esista come autodisposizione alla relazione e al dono di sé. La differenza tra amore e agape non c’è. Perché amore non è solo il desiderio che ha il carattere del bisogno, ma proprio è maggiormente con il significato di domanda. Il desiderio è “domanda d’amore” secondo di Lacan. Dicendo indicativamente Lacan che il desiderio connette il bisogno con la domanda, ma significa che nell’ uomo il bisogno ha carattere relazionale, ha un carattere “trapassa verso” l’ altro. Ecco perché nella Patrologia Cristiana eros e agape è un desiderio dominante della esistenza di una vita – come – relazione è mediato dal bisogno della vitalità. lo Pseudo Dionigi Areopagita scriverà che “Dio è eros ” [1] , sostituendo questo termine a quello di agape nella celebre frase di Giovanni (1 Gv 4,10). Però secondo Platone la parola «agape» non c’è. Eros secondo Platone costituisce il presupposto vitale. Nell’accezione nobile (secondo Platone) esso indicava l’amore per la bellezza, la forza che tiene insieme il mondo e spinge tutti gli esseri all’unità, cioè quel movimento di ascesa verso il divino. Platone scrive: «Perciò, in quanto figlio di Poros e di Penìa, Amore si trova in questa condizione: in primo luogo è sempre povero e tutt’altro che tenero e bello, come invece ritengono i più, anzi è aspro, incolto, sempre scalzo e senza casa, e si sdraia sulla terra nuda, dormendo all’aperto davanti alle porte e per le strade secondo la natura di sua madre, e sempre accompagnato dall’indigenza. Invece per parte di padre insidia i belli e i virtuosi, in quanto è coraggioso e ardito e veemente, e cacciatore astuto, sempre pronto a tessere intrighi, avido di sapienza, ricco di risorse, e per tutta la vita innamorato del sapere, mago ingegnoso e incantatore e sofista; e non è nato né immortale né mortale, ma in un’ora dello stesso giorno fiorisce e vive, se la fortuna gli è propizia, in altra invece muore, ma poi rinasce in virtù della natura del padre, e quel che acquista gli sfugge sempre via, di modo che Amore non è mai né povero né ricco, e d’altra parte sta in mezzo fra la sapienza e l’ignoranza. » (Platone, Simposio, 203c-d-e, trad. it. Franco Ferrari). Fedro inizia la sua dissertazione.”Così io sostengo che Amore è il più antico fra gli dei, il più meritevole di onore e quello che è più padrone di spingere gli uomini da vivi e da morti, all’acquisto della virtù e della felicità.”  Per Fedro l’amore è un dio, più grande di tutti gli dei, più antico di tutti gli dei. Dice: “è talmente forte l’amore che gli eserciti dovrebbero essere fatti da amanti e da amati, allora sarebbero degli eserciti invincibili”. Qual è il segno dell’amore? Il sacrificio. Per Fedro il sacrificio è il più grande segno d’amore e porta come esempio Alcesti. Alcesti aveva un marito, Admeto, che doveva morire. E lui chiese ai suoi genitori: “Per favore, genitori miei, potete morire al posto mio?”. E i genitori gli hanno detto di no. Invece la moglie lo fa. Alcesti muore al posto del marito. È così ammirata dagli dei, che la premiano e, dopo un po’, la riportano in vita. Lacan descrive il sacrificio dell’ amore  cosi: L’amore è dare ciò che non si ha, e non si può amare se non facendosi non averti, anche se si ha.

Con l’amore il desiderio trascende lo scopo della pulsione,e con altre parole possiamo dire che, non si esaurisce nel soddisfacimento degli impulsi, perciò incorpora le pulsioni per la vita della mancanza. La complicata metafora dell’amore è questa inversione di posizioni: quando l’oggetto diventa soggetto, secondo Giancarlo Dotto. E come lui dice è  lì, quando la mano protesa dell’amante evoca «il ceppo» che brucia dell’amato, è lì che si compie per un attimo il miracolo dell’amore. L’amore, per il Lacan errante e transitorio del suo ottavo seminario pubblico, non somiglia a quello di Freud, arreso nella ripetizione dello scacco, nella partita a perdere di Narciso allo specchio, condannato a trovare se stesso nell’altro. (Giancarlo Dotto Giornale la Stampa.) Secondo le leggende più antiche, poi, dal Caos fu generato anche Eros , il dio dell’amore che colpiva con le sue frecce gli uomini e gli dei e li faceva innamorare; altre leggende lo vogliono nato da Afrodite e Ares, ma in ogni caso Eros è simbolo della forza dell’amore che fa girare il mondo, dà la vita e sconvolge l’esistenza, visto che le frecce di Eros portavano un bello scompiglio. Eros o amore non è promessa e non è dedito. Anche l’agape non salve e non custodisce l’eros nella prosa del quotidiano come scrivano molti psicologi. Un greco filosofo scriveva che  l’ eros è una forza centripeta, che trascina il mondo circostante verso di sé, l’ agape è, invece, una forza centrifuga, capace di andare verso ciò che la circonda. Molti teologi dicono che eros e agape sono due facce di un’unica realtà e stanno di loro in rapporto dialettico. Il dialettico tra eros e agape apre la possibilità o forse la necessità di un duplice cammino: vivere l’eros nell’orizzonte dell’agape. Non  c’è questa differenza che dicono e scrivono molti, cioè l’ eros è una relazione che vede il “sé” al primo posto, perché l’ eros è egocentrismo, e l’ agape invece mette l’ “altro” al primo posto è allocentrismo.

L’amore è un ascolto “empatico” che genera effetti positivi è una attenzione anche al proprio sentire. Il greco poeta Odisseas Elitis (premio nobel) scrive:     

È presto ancora in questo mondo, mi senti

I mostri non sono stati domati, mi senti

Il mio sangue perduto e l’affilato, mi senti

Coltello

Come ariete corre nei cieli

E delle stelle spezza i rami, mi senti

Sono io, mi senti

Ti amo, mi senti

Ti prendo per mano, ti conduco, ti metto

La bianca veste nuziale di Ofelia, mi senti

Dove mi lasci, dove vai e chi, mi senti

 

Ti tiene per mano lassù tra i diluvi

 

Le gigantesche liane e la lava dei vulcani

Verrà giorno, mi senti

Che ci seppelliranno e poi, dopo migliaia di anni, mi senti

Non saremo che pietre lucenti, mi senti

Dove si rifrangerà l’indifferenza, mi senti

Degli uomini

E migliaia di pezzi da buttare, mi senti

 

Nell’acqua ad uno ad uno, mi senti

Conto i miei amari ciottoli, mi senti

E il tempo è una grande chiesa, mi senti

Dove le icone a volte, mi senti

Dei Santi

Piangono lacrime vere, mi senti

Le campane aprono in alto, mi senti

Un profondo valico per lasciarmi passare

Gli angeli aspettano con ceri e salmi funebri

Non me ne andrò via di qui, mi senti

O insieme tutti e due o nessuno, mi senti

 

Questo fiore della tempesta e, mi senti

Dell’amore

Una volta per sempre lo cogliemmo, mi senti

E non potrà più fiorire, mi senti

Su altri pianeti o stelle, mi senti

Non c’è la terra e neppure il vento

Lo stesso vento che toccammo, mi senti

 

E non un giardiniere che ci sia riuscito, mi senti

 

Da inverni e bore simili, mi senti

Spuntare un fiore, solo noi, mi senti

In mezzo al mare

Con la sola volontà dell’amore, mi senti

Alzammo intera tutta un’isola, mi senti

Con grotte, promontori e rupi in fiore

Senti, senti

Chi parla nelle acque e chi piange – senti?

Chi cerca l’altro, chi grida – senti?

Sono io che grido ed io che piango, mi senti

Ti amo, ti amo, mi senti. [2]

L’amore ha saputo preservare la sua dose di liberta. L’amore non s’è  mai separato da una certa clandestinità, battezzata intimità. Oggi la scintilla della passione amorosa si spegne sotto le ceneri della falsa comunicazione.

Punti:

1  Pseudo- Dionigi Areopagita, I nomi divini, IV,12 (PG, 3, 709 ss.)

2 O.Elitis Monogramma, Traduzione P.M.Minucci.

Apostolos Apostolou

Docente di Filosofia.

 

Kostas Axelos il gioco del mondo

Di Apostolos Apostolou

Kostas Axelos scrittore e filosofo francese di origine greca nato ad Atene nel 1924 e morto a Parigi nel 2010. Secondo Enciclopedia italiana Treccani, Kostas Axelos   attivista della resistenza greca durante l’occupazione nazifascista, venne poi espulso dal partito comunista e condannato a morte perché trockista; nel 1945, riparato a Parigi, studiò filosofia. Ricercatore presso il CNRS (1950-57) e poi presso l’École pratique des hautes études (1957-59), insegnò alla Sorbona dal 1962 al 1973, e tradusse in francese opere di Heidegger e Lukács. L’articolato confronto con il marxismo (Marx penseur de la technique, 1964; trad. it. Marx pensatore della tecnica) il pensiero di Heidegger (Einfuhrung in ein kunftiges Denken: Uber Marx und Heidegger, 1966; trad. it. Marx e Heidegger) e il recupero del pensiero «aurorale» di Eraclito (Heraclite et la philosophie, 1962) conduce A. al «pensiero planetario» (Vers la pensee planetaire, 1964). L’orizzonte della riflessione filosofica è la problematica totalità del «mondo». Il mondo complesso dell’era della tecnica, nato dall’interazione col pensiero, è conoscibile a partire dall’analisi dei «giochi» logico-linguistici (Le jeu du monde, 1969); all’interno degli «orizzonti del mondo» (Horizons du monde, 1974) l’uomo, potendo dosare partecipazione e distacco dal gioco di cui è parte, può acquisire una saggezza e un’etica complessa, ossia problematica (Pour une ethique problematique, 1972; trad. it. Per un’etica problematica): non essendovi un «padrone del gioco», egli può imparare a «giocarlo».

Nel 1954 Axelos fondò la rivista di filosofia ”Arguments” insieme al sociologo e filosofo Edgar Morin e dirigeva tuttora l’omonima collana presso le Editions de Minuit, di cui era uno dei principali collaboratori. si affermò nel panorama accademico nel 1961 con la pubblicazione del libro ”Marx, pensatore della tecnica”, a cui seguì nel 1962 ”Eraclito e la filosofia”. Critico  di Jean Paul Sartre, Kostas Axelos era un profondo pensatore libero un filosofo sensibile.  Per diversi anni vicino a Gilles Deleuze, quest’ultimo ne prese le distanze in seguito ad un articolo critico di Axelos apparso all’uscita del suo libro ”L’anti-Edipo” ha detto K. Axelos che Deleuze e Guattari hanno scritto un libro materialistico L’Anti-Œdipe. (Kostas Axelos « Sept questions à un philosophe », Le Monde, 28 avril 1972) à la sortie de L’Anti-Œdipe (écrit en collaboration avec Félix Guattari). K. Axelos descrive in critica la antitesi tra meccanicismo e vitalismo c’ era quella tra determinismo e finalismo. Il determinismo vale nel mondo fisico in cui ogni fatto è il risultato inevitabile di altri fatti, che ne sono le cause senza che  si possa intravvedere un piano o disegno di insieme. [1]

I primi lavori importanti di Kostas Axelos parlano di filosofia che si chiama il gioco del mondo. Il gioco nella storia della filosofia inizia con Eraclito quando dice: “Il tempo è un bimbo che gioca, con le tessere di una scacchiera: di un bimbo è il regno”. Diels-Kranz 22 B 52. Questo è davvero un frammento difficile, come provano le numerose e diverse interpretazioni. Secondo Giorgio Colli, questo frammento di Eraclito significa che “la vita è un fanciullo che gioca, che sposta i pezzi sulla scacchiera: reggimento di un fanciullo”. Giorgio Colli “La sapienza greca” vol III (cfr. Bibliografia). Platone scriveva che «l’uomo è fatto per essere un giocattolo, strumento di Dio, e ciò è veramente la migliore cosa in lui. Egli deve, dunque, seguendo quella natura e giocando i giochi più belli, vivere la sua vita, proprio all’inverso di come fa ora».[2] Per Platone dunque l’uomo è soltanto un giocattolo nelle mani degli dei, non un giocatore che possa sedersi al loro tavolo. Secondo Aristotele tutta la società – come relazioni sociali – è un grande gioco, nel quale ogni pezzo si muove secondo regole predeterminate.[3]

E poi incontriamo il gioco nella filosofia di  Kant, che vede nel gioco  una funzione biologica di sviluppo materiale e spirituale nell’uomo anche questo succede  in molte specie animali.[4] Il gioco nella storia di filosofia continua con il pensiero di  Friedrich Schiller, che sostiene che il gioco è un’attività ineliminabile nella natura umana che non persegue alcun fine esterno a sé stessa, né esso è ispirato da un preciso scopo razionale, ma è un atto dove sensibilità e razionalità convivono nell’azione ludica rendendo l’uomo libero. Cosi il gioco diventa un’armonia di forma e materia un’armonia della bellezza e l’essenza umana. E cosi secondo Schiller «l’uomo è completamente uomo solo quando gioca nella vita».[5] Hegel sostiene che il gioco diventa lo spirito e con la sua volontà, e con il suo perduto nel mondo acquista il  mondo.[6] Friedrich Nietzsche trova il gioco nel caos dionisiaco: «bisogna avere ancora un caos dentro di sé per partorire una stella danzante» (Cosi parlò Zarathustra)[7]. Molti dicono che il fanciullo che gioca è dunque il simbolo dell’avvento dell’oltreuomo. Secondo D. Fratelli Krell, Heidegger trova il gioco in una poesia di Nietzsche con titolo a Johann Wolfgang Goethe (Welt-spiel das herrische, / Mischt Sein und Schein / Das Ewig-Narrische / Mischt uns-hineim!…) Anche J. Granier riferisce in questo poema di Nietzsche e la relazione con la filosofia di Heidegger, una filosofia che da una potenza nel gioco della vita. [8]

Ludwig Wittgenstein vede il gioco nel linguaggio, e questo perché  il linguaggio è un “specchio del mondo”, “immagine della realtà” nella lingua ci sono infiniti giochi linguistici. «Si pensa che l’apprendere il linguaggio consista nel denominare oggetti. E cioè: uomini, forme, colori, dolori, stati d’animo, numeri, ecc. Come s’è detto, il denominare è simile all’attaccare a una cosa un cartellino con un nome. Si può dire che questa è una preparazione all’uso della parola. Ma a che cosa ci prepara? » [9] (L. Wittgenstein, Ricerche filosofiche, par. 26). Il gioco linguistico cioè è un modo di alterare la lingua, come nei codici linguistici quelli cioè usati principalmente da gruppi che cercano di mascherare le loro conversazioni per non essere capiti dagli altri. Un gioco linguistico prevede una trasformazione semplice del parlato che poi viene estesa a tutto il discorso. Un parlante che si è ben addestrato nel procedimento riesce a parlare e a capire nello stesso intervallo di tempo del parlato normale. Nel pensiero di Hans-Georg Gadamer il gioco ha un’autonomia, che proviene dai regoli del gioco. «L’autentico soggetto del gioco non è il giocatore ma il gioco stesso. È il gioco che ha in sua balia il giocatore, lo irretisce nel gioco, lo fa stare al gioco. Il gioco come tale non lascia più sussistere per nessuno l’identità di chi gioca. Tutti domandano solo più che cosa è il gioco, che cosa esso significa. I giocatori non sono più; ciò che è, è solo ciò che da essi è giocato.» [10]

Johan Huizinga con la sua opera con titolo Homo Ludens sosteneva che “a cultura sorge in forma ludica, la cultura è dapprima giocata. Nei giochi e con i giochi la vita sociale si riveste di forme sopra-biologiche che le conferiscono maggior valore. Con quei giochi la collettività esprime la sua interpretazione della vita e del mondo. Dunque ciò non significa che il gioco muta o si converte in cultura, ma piuttosto che la cultura nelle sue fasi originarie, porta il carattere di un gioco” [11] Freud diceva che il gioco è un fare umano simbolico (S. Freud. L’interpretazione dei sogni, opere volume 3, Ed. Paolo Boringhieri. Torino. 1967)

  1. Abbagnano, definisce il gioco come “un’attività od operazione che si esercita o si esegue solo in vista di se stessa e non per il fine cui tende o per il risultato che produce”[12] Caillois ha detto che “giochi che si fondano, contrariamente all’agon, su una decisione che non dipende dal giocatore sulla quale egli non può minimamente far presa; giochi nei quali si tratta di vincere non tanto su un avversario quanto sul destino.[13]  Per essere più precisi, il destino è il solo artefice della vittoria e questa, quando c’è rivalità, significa esclusivamente che il vincitore è stato più favorito dalla sorte che il vinto” Fink, contestare che il gioco sia un “fenomeno” dimostrabile e continuamente provato.“Il gioco appartiene essenzialmente alla costituzione d’essere dell’esistenza umana, è un fenomeno esistenziale fondamentale…Noi giochiamo con la serietà, l’autenticità, il lavoro e la lotta, l’amore e la morte. E giochiamo perfino con il gioco”.[14] Anche Derrida vede il gioco come  negazione di tutte le filosofie, presa di coscienza anti-filosofica che “gioca” con i termini della lingua filosofica tradizionale. E’ l’autosuperamento della filosofia mediante la sua De-costruzione.[15]

Kostas Axelos dice che “il gioco non è un elemento costitutivo (predicato) del mondo, il gioco, gioca il mondo” [16] e continua “il mondo è contemporaneamente o nello stesso tempo, il nulla, ( il non essere), e insieme  il tutto,  il nihilo e l’ essere”. [17] In altre parole secondo Kostas Axelos il gioco è intrecciato, è ciò che si dice e si scrive ma non è il vissuto, siccome ciò che è vissuto non si dice e non si scrive. L’uomo nel mondo è  errante e insieme ingannato.[18]  Secondo Axelos l’uomo «non si può fare altro che giocare su e con il gioco dei due sensi della parola gioco: giocare come una porta gioca sul proprio asse e giocare come un gioco. La sistematica più o meno esplicita delle regole del gioco umano e delle sue trasgressioni, cioè la problematica etica, armonizzerebbe sotto forma di un equilibrio sempre instabile la partecipazione dell’uomo al gioco del mondo». [19] Il gioco come oggetto di una rappresentazione per un soggetto ri-produce le nuove linee di un’ermeneutica del presente,centrata sulla constatazione dei processi,dalla vita ( per sé ) alla vita ( in sé). [20]

Anche quando parla di etica Kostas Axelos sosteneva «affonda le sue radici nelle grandi potenze, che legano il gioco dell’uomo e il gioco del mondo, ed è intimamente legata ad esse, comandata da esse, che, a sua volta, comanda. Tutte – magia, miti, religione; poesia ed arte; politica; filosofia; scienze e tecnica – si accompagnano ad una certa morale corrente ed usuale – più usuale che proclamata – e prescrivono un’etica normativa» [21] e continua dicendo “quale l’uomo, giocattolo – giocatore, posta in gioco del Gioco del Mondo, cioè dell’Essere, non può sperare nulla, condannato com’è ad un eterno presente, senza alcuna speranza futura di trasformazione”.Oggi secondo Kostas Axelos  «non si può fare altro che giocare su e con il gioco dei due sensi della parola gioco: giocare come una porta gioca sul proprio asse e giocare come un gioco. La sistematica più o meno esplicita delle regole del gioco umano e delle sue trasgressioni, cioè la problematica etica, armonizzerebbe sotto forma di un equilibrio sempre instabile la partecipazione dell’uomo al gioco del mondo» [22]  Axelos era un pensatore  che vedeva il gioco, come apertura, Cosi giocando un gioco planetario, fatto di accettazione e di rinunzia di rivendicazione e di riconciliazione e insieme di contrazione, e di contestazione, in altre parole un gioco che agli consenta di giocare nel distacco e nell’ indifferenza. [23]

Per superare la forma tipica morta della filosofia, dovremo riaprire lo spazio – tempo della poeticità del mondo. Organizzare, se possibile un pensiero interrogativo che non sia  ne’ positivo, cioè logico, ne’ scientifico, cioè funzionalità ne’ psicanalitico ossia narrativa e teoria delle proiezioni, ne’ micro-costruzioni sociologiche ossia ideologie prosaiche. Distinguere l’ apertura futura non detta e non pensata dell’ uomo, capire che la nostra epoca non ci appartiene, come una proprietà nostra ma invece che siamo noi che apparteniamo ad essa come se fossimo suoi figli, in un’ apertura culturale e poetica in una produttività sociale e divergente. Per questo dobbiamo essere aperti al fascino del tutto- nulla, provando sia il tutto che il nulla. Il gioco del mondo si fa da quando il mondo è mondo e fino alla fine del mondo con questo disperante ritardo che è l’eredità delle redenzioni. La questione che si pone è come rispondere simultaneamente alla corrente sotterranea che si muove all’ombra nello spazio-tempo e all’orizzonte degli orizzonti lontani che si procura le sue luci.

 

Apostolos Apostolou

Docente di filosofia

 

Punti:

[1] Kostas Axelos , Sept questions à un philosophe , Le Monde, 28 avril 1972

[2] Platone, Leggi, in Opere complete, vol.VII, Laterza, Bari,1983, pp. 228

[3] Aristotele, Politica, in Opere, vol.IX, ed. Laterza, Bari. p.6

[4] Im. Kant, Critica del giudizio, Ed, Laterza, 1997, pp, 26.33.65

[5] J.C.F.Schiller, il gioco, un’attività che ha per fine se stessa. I Masnadieri, Ed. Mondadori,

[6] Eugen Fink, Oasi della gioia. Idee per un’ontologia del gioco, Salerno, Edizioni 10/17,  1987, p. 22.

[7] Nietzsche, Così parlò Zarathustra, ed. Adelphi, Milano 2000, p.25

[8] Eugen Fink, Oasi della gioia. Idee per un’ontologia del gioco, Salerno, Edizioni 10/17,  1987, p, 239  E.Fink, La philosophie de Nietzsche, Ed. Minuit, 1965 p, 78

[9] L. Wittgenstein, Ricerche filosofiche.Ed. Einaudi 2009

[10] Hans-Georg Gadamer, Verità e metodo, Studi Bompiani, 2004, Bergamo, p. 137 « Il primato del gioco rispetto ai giocatori, quando si tratta del soggetto umano che si atteggia nel comportamento ludico, viene riconosciuto in maniera peculiare anche dai giocatori stessi. Ancora una volta sono qui gli usi impropri della parola a fornire le migliori indicazioni per scoprire la sua natura propria. Si dice ad esempio di qualcuno che “gioca” con le possibilità o con i progetti. Ciò che s’intende dire con tale espressione è chiaro: quel tale non si è ancora seriamente risolto per quelle possibilità. D’altro lato, però, tale libertà non è priva di pericoli. Anzi il gioco stesso è un rischio per chi lo gioca. Solo con possibilità serie si può giocare. Ciò significa chiaramente che uno si abbandona ad esse al punto che possono prendere il sopravvento e farsi valere contro di lui. Il fascino che il gioco esercita sul giocatore risiede proprio in questo rischio. Ciò che si gode in esso è una libertà di decisione che però nello stesso tempo è minacciata è irrevocabilmente limitata. Si pensi ad esempio ai giochi di pazienza. Ma lo stesso vale nell’ambito della vita seria. Se qualcuno, per compiacersi della propria libertà di scelta, sfugge a decisioni importanti e urgenti, oppure si occupa di possibilità che in realtà non prende sul serio e che quindi non implicano il rischio che egli le scelga e, di conseguenza si limiti, costui lo si chiama verspielt (poco serio) »

[11] J. Huizinga. Homo Ludens, Ed, Einaudi 2002, pp, 11,15.

[12] N.Abbagnano. Dizionario di filosofia. Ed, UTET, p, 525

[13] R.Caillois. Gioco e sacro. Ed. Bollati Boringhieri, 2001, pp,33,37

[14] Eugen Fink. Oasi della gioia. Idee per un’ontologia del gioco, Salerno, Edizioni 10/17, 1987, pp, 50, 52.

[15]  J. Derrida. L’Écriture et la Différence. Ed. Seuil 1967.

[16] K.Axelos. Le Jeu du monde, Paris, Les Éditions de Minuit, 1969, p, 241

[17] K. Axelos. Horizons du monde, Paris, Les Éditions de Minuit, 1974, p,73

[18] K. Axelos. Horizons du monde, Paris, Les Éditions de Minuit, 1974 p, 46

[19] K. Axelos. Systématique ouverte, Paris, Les Éditions de Minuit, 1984, p, 54

[20] K. Axelos. Horizons du monde, Paris, Les Éditions de Minuit, 1974 p, 16

[21] K. Axelos. Entretiens, Paris, Scholies/Fata Morgana, 1973, p,34

[22] K. Axelos. Pour une éthique problématique, Paris, Les Éditions de Minuit, 1972, p,60

[23] K. Axelos. Vers la pensée planétaire, Paris, Les Éditions de Minuit, 1964, p, 27.

 

 

 

 

Gli stadi della vita

Di Apostolos Apostolou

 

“So you are saying that human agreement decides what is false and what is true?” — It is what human beings say that is false and true; and they agree in the language they use. That is not agreement in opinions but in form of life.” (Wittgenstein, Philosophical Investigations, para. 241)

L’uomo nella sua natura, è un’animale capace di pensare. Il pensiero (noesis – dianoia – intelletto – pensiero) corrisponde alla parola latina “cogitatio”. La parola “pensiero” ha quattro significati: si può definire come qualsiasi attività intuitiva. Il primo significato è il più vasto del termine. Con esso s’intende qualsiasi attività spirituale o l’insieme di tali attività. Il pensiero di Spinoza, di Cartesio, di  Leibniz, di  Kant, ecc. Il secondo significato è quello per cui il termine indica l’attività dell’intelletto in genere in quando distino dalla sensibilità e dall’attività pratica. Cosi ogni azione come pensiero, esige un’applicazione pratica e allora nasce la pratica filosofica. Nel mondo ci sono molti modelli della vita. Si può dire che ogni popolo, ogni paese, ha avuto una propria scala della vita, o possiamo dire che ha trovato gli stadi della vita. Tutte le civiltà, nei loro valori immediati per l’uomo nascono si sviluppano, declinano e muoiono. Ma di ognuno di esse rimane il patrimonio della scala di vita che come le onde del mare, corrono gli oceani degli stadi della vita, fino agli estremi limiti del mondo, lasciando su ogni spiaggia il loro segno. Molti di questi segni saranno cancellati dalle ondate successive ma l’uomo potrà raccoglierne qualcuno e sarà capace di svilupparlo. Cosi la vita si può dividere in stadi.

Carl Gustav Jung, fondatore della psicologia analitica, che ha descritto il ruolo dei complessi e l’inconscio collettivo, parla di due periodi di fondamentale importanza: quello prima dei trentacinque anni e quello dopo questa età. Prima dei trentacinque anni, la persona è piena di forza utilizzata per apprendere un mestiere, per il matrimonio, per i figli; dopo i trentacinque anni, la persona è meno energica ed ha acquisito saggezza. Secondo William Shakespeare, l’uomo passa dagli stadi: Bambino – allievo – amante – soldato – giudice – vecchio rimbambito. E secondo Athur Rimbaud l’uomo passa dagli stadi: Profeta – viaggiatore – vagabondo – credente. ( voyant, voyageur, voyou, voué).  Un proverbio indiano narra che ci sono quattro stadi della vita dell’uomo. Il primo è lo stadio in cui s’impara; il secondo è quello in cui s’insegna, o si servono gli altri; nel terzo si va nel bosco, il bosco profondo del silenzio, della riflessione, del ripensamento, ma anche  aprirà  (il terzo stadio)  o  potrà  riordinare con gratitudine tutto ciò che ho ricevuto, ricordare le persone che ho incontrato, gli stimoli che mi sono stati dati e che in questi ventidue anni non sono riuscito a elaborare – nel bosco, passeggiando tra gli alberi, si rimettono in ordine le memorie. Nel quarto stadio, particolarmente significativo per la mistica e l’ascetica indù, si impara a mendicare; l’andare a mendicare è il sommo della vita ascetica. Qui possiamo ricordare che negli stadi del cammino della vita, Kierkegaard distingue tre condizioni o possibilità esistenziali fondamentali, alle quali egli da il nome di “stadi”, poiché possono essere considerati come momenti successivi dello sviluppo individuale.

Queste determinazioni sono lo stadio estetico, lo stadio etico e lo stadio religioso.  La vita estetica questo tipo di vita è quello scelto dall’esteta, ovvero colui che considera la vita un’ opera d’ arte. Poi secondo Kierkegaard esiste la vita etica. La vita etica è rappresentata dal buon marito fedele il quale segue la morale. E nell’ultima fase secondo Kierkegaard esiste la vita religiosa. La vita religiosa è “il rapporto assoluto con l’Assoluto”.Ovvero l’uomo scegliendo questo tipo di vita può raggiungere l’infinito e può liberarsi della disperazione e dell’angoscia. Secondo la dottrina detta degli Ashrama, la vita si svolge in quattro stadi successivi, Brahmacharia l’apprendistato, / Garhasthya  la sovranità, / Vanaprastha l’eremitaggio, /  Samnyasa l’abbandono.

  1. Vico sostiene che ci sono tre stadi della storia che presentano le fasi della vita. Il primo stadio, o età degli dei – subito dopo la formazione del consorzio civile – è segnato dall’incontrastato dominio dei sensi e della fantasia, dai quali gli uomini come fanciulli si fanno guidare. All’età degli dei segue l’età degli eroi: in questa fase parte degli attributi divini vengono assorbiti dalla condizione umana: vige la legge del più forte. La terza età è l’età degli uomini ed è dominata dalla ragione: nasce il senso del dovere e la subordinazione alle leggi che il consorzio sceglie per il bene comune.

Dalla storia conosciamo che l’uomo aveva una serie passaggi codificati per esistere come membro della società di tempi antichi secondo l’antropologia. Ci sono riti, e i riti sono stadi della vita o la scala della vita. I riti della vita hanno tre fasi secondo degli antropologi: la separazione; la transizione che permette l’adattamento alla nuova condizione;il re-inserimento che segna il rientro nella società, ma in una posizione differente. Il rito era nei tempi antichi il modo per affrontare e risolvere le crisi di passaggio che caratterizzano le fasi diverse dalla vita: nascita, adolescenza, vita adulta, menopausa fino alla morte.

Oggi che la velocità è arrivata a permeare ogni aspetto della società moderna abbiamo una antropologica  crisi perché nessuna fase di passaggio ne è esente, mentre il rito che permetteva il suo superamento positivo è scomparso, lasciando un vuoto di senso e significato. Possiamo dire che oggi l’accelerazione è diventata l’imperativo che domina non solo l’innovazione tecnologica, ma anche i gesti della vita di ogni giorno, in una guerra perenne contro le limitazioni di spazio e tempo. Per la mente dell’uomo moderno, lo spazio e il tempo sono essenzialmente delle limitazioni. I riti di passaggio ben precisi, erano la transizione da una fase all’altra della vita. Cosi, abbiamo una particolare fase del ciclo di vita determinava, abbiamo l’identificazione con dei ruoli personali, familiari e sociali ben chiari e determinati.

Con il nuovo scambio simbolico non esistono le fasi o gli stadi della vita. In questo momento, come dirà  Baudrillard, le persone sono in una nuova era di simulazione in cui la riproduzione sociale (l’elaborazione delle informazioni, la comunicazione e via dicendo) sostituisce la produzione in quanto forma organizzatrice della società. Perché oggi viviamo come sostiene Baudrillard “La fine del lavoro. La fine della produzione. La fine dell’economia politica. La fine della dialettica significante/significato che facilita l’accumulo di conoscenza e di significato, del sintagma lineare del discorso cumulativo. E, nello stesso tempo, la fine dello scambio valore/uso che è la sola cosa che rende possibili l’accumulo e la produzione sociale. La fine della dimensione lineare del discorso. La fine della dimensione lineare dei beni. La fine dell’era classica del segno. La fine dell’era della produzione”. In un’epoca che i segni e i codici proliferano e producono altri segni in cicli senza fine, la vita sociale e la cultura sono tutte governate dal modo di simulazione, tramite il quale i codici e i modelli determinano come i beni siano consumati e usati, come sia spiegata la politica, come la cultura sia prodotta e consumata, e come la vita quotidiana sia vissuta. E nella vita quotidiana gli stadi sono vuoti, come codici, modelli e anche sono  segni vuoti, perché vivono in una “iperrealtà” di simulazioni in cui le immagini e l’attività dei segni sostituiscono i concetti.

Apostolos Apostolou

Docente di fisosolia.