Il desiderio è per definizione insoddisfatto

Amore è donare quello che non si ha a qualcuno che non lo vuole, sosteneva Jacque Lacan. E Vincenzo Cardarelli, poeta, scrittore e giornalista, diceva che l’amore, sul nascere ha di questi improvvisi pentimenti. Se il desiderio è per definizione insoddisfatto e questo succedo siccome quando amiamo noi torniamo a sperimentare in modo abbastanza vivo il senso di solitudine. L’uomo nella sua vita deve pagare per crescere l’insoddisfazione.

Gli psicanalisti e i poeti conoscono che la crescita esiste verso una dimensione adulta’ e rimasta sempre legata anche al desiderio enorme di cogliere ciò che da bambini ci è stato precluso. L’amore (come il desiderio) è il vissuto dell’assenza, è come se noi – come sostiene Aldo Caratenuto – il percorso dell’esistenza, sperimentassimo continuamente un’insoddisfazione profonda nonostante tutto che riusciamo ad afferrare. Il senso d’illimitato è sempre nell’amore. Infatti noi sentiamo non solo un’ apparente pienezza, ma anche che quella pienezza è falsa secondo Aldo Caratenuto. Cosi l’amore è un’insoddisfazione. Misteri dolorosi e fertili della mancanza d’amore.

Il greco filosofo Christos Yannaras scrive: «Quando nasce, l’eros (amore) nasce la vita. Attoniti tocchiamo con mano come possa la povertà dell’esistere trasfigurarsi in ricchezza inattesa di vita. Momenti quotidiani di routine si mutano in esperienza di festa, poiché la quotidianità incarna, ora, la reciprocità della relazione. Non c’è un tempo con un passato e un futuro, né uno spazio più vicino e più lontano. Il tempo è solamente un presente, e lo spazio solamente immediatezza di presenza, Spazio senza spazio la vicinanza, che dimensioni non conosce, dell’Altro, e tempo senza tempo la natura, che conosce solo pienezza, della reciproca offerta di sé. Al primo segno di reciprocità che l’Altro ci accorda, investiamo tutto il nostro naturale istinto di vita. Senza riserve e senza misura. Viviamo solo per l’Altro e grazie l’Altro. Diamo tutto, giochiamo tutto. Ogni garanzia, ogni sicurezza. I nostri legami e i nostri doveri. Il nostro buon nome, il nostro prestigio o la nostra fame. I nostri progetti, le nostre speranze. Pronti a tutto, persino alla morte, a favore dell’essere amato.»

L’amore è la grande nostalgia, la grande assenza (insoddisfatto), perché anche la vita è una grande mancanza. Finalmente la mancanza è l’essenza della vita.  E come dirà Massimo Recalcati «La mancanza non è afflizione, pena, mutilazione della vita. Questa è una rappresentazione solo nichilistica. Non è quello che mi interessa. La psicoanalisi mette in luce che la mancanza è generativa, perché essa costituisce il nutrimento vitale del nostro desiderio, che non è solo rimpianto nostalgico per una pienezza irraggiungibile, ma una potenza, una forza, un’energia trasformativa che rende la mancanza condizione di un’apertura verso l’Altro ricca di vita e di mondo, capace di colmare, come scrive il poeta, il cuore dell’uomo… Il desiderio manifesta la mancanza che abita l’essere umano, né è la sua espressione più pura. Come accade agli innamorati che si incontrano dopo un certo periodo di lontananza: non si chiede all’amato cosa ci ha portato, non lo si investe con una domanda rivolta all’avere. La domanda d’amore è sempre la stessa: ti sono mancato? La mia assenza è stata per te una presenza? »

Apostolos Apostolou

Docente di Filosofia.

Vladimir Jankélévitch: L’innocenza è fatta per essere perduta

       Nella filosofia dell’Occidente non c’è innocenza. Nascere – secondo la filosofia dell’Occidente significa- è comparire in giudizio.  Secondo Jean Jacques Rousseau questo è il dramma originale. Non siamo mai accettati come tali nell’innocenza delle nostre apparizioni. Dobbiamo incessantemente provare ciò che siamo. E Jean Paul Sartre, parla di Alterità degli Altri. L’Altro si pone come un “non me”, e come scrive nella sua opera “L’essere e il nulla” p, 279, gli altri sono la negazione radicale della mia esperienza. “L’ inferno sono gli altri” come dirà Jean Paul Sartre, sicuramente ma in questo inferno ci dobbiamo e vogliamo vivere. Cosi l’innocenza non c’è.  Esistere è espiare pagare indefinitamente l’audacia di parlare in prima persona secondo Jean Jacques Rousseau. Il tribunale degli altri non formula alcun verdetto definitivo. Se io non sono mai condannato non può mai espiare fino al mio ultimo respiro.

Cosi l’innocenza è fatta per essere perduta. Secondo pensiero greco non esiste l’innocenza né alla verità, né alla speranza. Esiste solo nel giogo. Perciò Eraclito dice: «αιών παις έστι παίζων πεσσεύων΄παιδός ή βασιληίη» cioè evo di vita bimbo che per gioco pedine sposta sovrano potere di bimbo. E’ l’’innocenza dei bambini  una magica sensazione che lo fa vivere in un mondo tutto suo; un mondo così semplice, così fantastico dove tutto sembra essere una spettacolare magia. E il gioco dei bambini e l’ innocenza. Perché il gioco dei bambini come scrive anche Don Miguel Ruiz, “l’ essenza della padronanza  dell’ amore” esprime la libertà assoluta  e l’amore assoluta “Se osservate i bambini di due o tre anni, vedrete che giocano e ridono tutto il tempo.       La loro immaginazione è potente, il loro modo di sognare è un’avventura e un’esplorazione. Quando qualcosa non va per il verso giusto reagiscono e si difendono, ma poi non ci pensano più e si concentrano di nuovo sul momento presente, tornando a giocare e a divertirsi. Vivono nel momento. Non si vergognano del passato e non si preoccupano del futuro. Esprimono ciò che sentono e non hanno paura di amare. I momenti più felici della nostra vita sono quando giochiamo come bambini. Da piccoli eravamo innocenti, e ci veniva naturale esprimere l’amore.” Ecco perché Platone sostiene che il gioco è la potenza dell’anima è il dono dei Dei. Scrive: «Io dico che dobbiamo occuparci di ciò che è serio, e non di ciò che serio non è: e per natura ciò che è divino è degno di ogni interesse, come un essere beato, mentre l’uomo, come dicevamo prima, è soltanto un giocattolo fabbricato dagli dèi, ed in effetti questa è la sua parte migliore. In conseguenza di questa concezione, ogni uomo e ogni donna devono vivere giocando al meglio possibile questo gioco, pensando il contrario di ciò che oggi si pensa».(Leggi, 803c, traduzione di Enrico Pegone).

L’innocenza oggi non esiste. E questo perché come dice Nietzsche io non so da che lato voltarmi. Sono tutto quello che non può trovare sfogo. La vita oggi ha sempre la struttura di una promessa e l’innocenza dell’esistenza,o del reale genera inevitabilmente delusione. Accusare paranoicamente, un oscuro sistema di tutti i mali che ci tocca subite. Cosi l’innocenza è fatta per essere perduta come sosteneva Vladimir Jankélévitch.

Apostolos Apostolou

Docente di Filosofia

Jacques Derrida: La scusa è come l’amore

Di Apostolos Apostolou

 

Le parole illuminano la nostra storia – dice la filosofia della lingua, – perché la storia delle nostre parole è la nostra storia. Il filosofo francese Jacques Derrida (1930-2004) analizza la parola pardon, chiedo scusa, scusare – perdonare   La parola pardon ha tema la parola Don , cioè il dono.  Il dono come il perdono come la xenia parola greca che significa ospitalità, come la testimonianza, sono parole figure, sono figure come dirà Jacques Derrida dell’impossibile.

L’impossibile non esprime un’utopia, secondo Jacques Derrida. «L’impossibile di cui parlo non è utopico perché dà, al contrario il suo movimento stesso il desiderio, all’azione e alla decisione è la figura stessa del reale».

Jacques Derrida fu influenzato dalla filosofia di Marcel Mauss (1872-1950) quando lui sosteneva che «il dono per quando spontaneo non è libero perché costituisce un’aspettativa della sua restituzione, perché fa parte di un sistema di obblighi e diritti proprio della società in cui si appartiene».

Jacques Derrida vuole cambiare questo pensiero. Il dono non è scambio, non è pagamento, non è ricompensa, non sono rapporti d’affari (nel saggio del 1991 intitolato Donare il tempo – La moneta falsa).  Non è qualcosa che deve essere pagato, non è qualcosa che può essere comprato e non esiste nel cerchio economico dello scambio.

Il dono dirà Jacque Derida richiede una libertà (forse la libertà dell’offerta) e una volontà di donare una responsabilità come offerta una condizione della libertà e un’intenzione e insieme un sapere. Cosi un dono fosse un oggetto dato con gratuità senza chiedere una forma di restituzione.

Anche la scusa si presenta come ciò che non ha luogo e attraverso cui si genera la follia dell’impossibile. La scusa è un dovere al di là del dovere. (Derrida, Donner le temps, 1991 Éditions Galilée, Paris). La scusa, il perdono, è  come l’amore, «perdona qualunque cosa indistintamente, così come perdona a chiunque; perdona tutto a tutti e non si attarda a far distinzioni fra le colpe gravi e le colpe leggere»

Anche secondo  Derrida la scusa  perdona l’inespiabile, crimini cui non vi può essere una punizione proporzionata all’atto commesso, che nessuna circostanza può attenuare. Perché la scusa è un dovere al di là del dovere.  (Derrida, Donner le temps, 1991 Éditions Galilée, Paris). In greco antico e moderno la parola scusa (συγγνώμη) ha un altro senso. Proviene dal verbo «συγγιγνώσκω» che significa: pensare allo stesso modo di uno, avere lo stesso parere o sentimento, consentire, convenire, essere d’accordo,  in qualcosa anche medio 2 confessare, riconoscere, concedere, accordare 3 (medio) essere conscio a sé stesso, avere coscienza di, confessare, riconoscere 4 condonare, compatire, perdonare e il sostantivo (συγγνώμη) significa   1 compatimento, indulgenza, perdono 2 condiscendenza. La parola è sintetica συγ+γνώμη cioè συγ (insieme) e (γνώμη) opinione,  possiamo dunque dire che la scusa in greco antico e moderno produce il contrato tra uomini.

Apostolos Apostolou

Docente di filosofia.

La nuova moda si chiama altermoderno

Nel postmoderno: “La moda, la cultura, la visione e la non-partecipazione politica, il sesso vagabondo ecc, sono altrettanti indizi della perdita dell’individualismo e del sociale in un confusionale societario indefinite, […] Non bisogna dedurne che si tratti di un processo di uniformazione, tutt’ altro. In un insieme organico in cui la comunità è primordiale vediamo elaborarsi un intenso gioco delle differenze in ciò che chiamare reversibilità”(M. Maffesoli, l’ ombra di Dioniso p.27). Però se il modernismo era un internazionalismo che ha voluto unificare e standardizzare i codici di espressione e il postmodernismo, in un certo senso è stata la scia del modernismo, la nuova convenzione, che prende il nome altermodernismo,(il primo che ha parlato di altermoderno era Nicolas Bourriaud) non è un concetto che si pone rispetto al postmoderno, non è il dopo del dopo del moderno, ma una cosa totalmente diversa. Quel che oggi chiamiamo ”altermoderno” è il desiderio che ha qualcuno di agire in modo alternativo.

L’altermoderno definito come quello che toglie la nostalgia di essere moderni cioè programmatici ma anche toglie il principio dell’incertezza di postmoderno, alter moderno considera che l’ arte (anche la filosofia) è l’ insinuazione che coesiste in quel che non si può esprimere. Moderno, postmoderno, altermoderno teorie o miti. Però la questione che si pone rispondere simultaneamente alla corrente sotterranea che si muove all’orizzonte degli orizzonti lontani che ci procura le ci procura le sue luci. Secondo altermoderno la verità si muove sul piano antropologico e non storico, cioè sul piano dell’Altro. Le “cose” si trovano al di là delle loto differenze relative. L’opera d’arte è tras-formazione di un significato in una forma riuscita. La scrittura, del romanzo, o della poesia ha un concetto apertissimo che contiene in sè un’infinità di operazioni. Il pensiero simbolico, il pensiero razionale, il linguaggio, il vero, il bello, il giusto, il bene, esistono nella esperienza di un altro sa sé. Il nuovo plano è: anti-logico, anti-filosofico,anti-intellettuale, anti-dialettico. Come la chora del Timeo cioè quell’amorfo indifferente, onnipotente proprio in quanto non consiste. Parafrasando Van Gogh, solo la vita nuda, niente filosofia, né storia, né mistica, né rito, né letteratura né poesia, né psicurgia o liturgia, niente… La nuova moda oggi é  l’ atermoderno.

Apostolos Apostolou

Docente di Filosofia

Jean Baurillard: La poesia come sovversione autentica. Il poema di Jean Baudrillard in Nevada nel 1996

Di Apostolos Apostolou

Poesia (il termine deriva dal verbo greco poièo, che significa «fare, produrre»), secondo Aristotele la poesia è arte di produrre composizioni verbali con la metafora, metonimia e metamorfosi. Metafora (“trasferimento” da μετά cioè oltre e il verbo greco φέρω, cioè io porto) è il significato della parola, è un tropo tramite il quale sostituiamo un termine con un altro in una frase, con lo scopo di creare delle immagini di forte carica espressiva. La metonimia (scambio del nome da greco μετά cioè oltre e la parola όνομα cioè nome) fatto linguistico-espressivo o figura di parola che consiste nel designare una cosa o persona coi nome di un altra cosa o persona avente con la prima un rapporto di dipendenza. E metamorfosi (dal greco μετά cioè oltre e la parola greca μορφή cioè forma) è il  mutamento nella forma e nella struttura delle frase e del sviluppo delle frase. Cosi la poesia con la metamorfosi diventa storia e il mito diventa contemporaneo.

Jean Baudrillard (Reims 1929-Parigi 2007) sociologo, filosofo, fotografo ma anche poeta, (è vero che pochi conoscono, che Jean Baudrillard esisteva anche poeta) esprime una nuova esperienza della poesia cioè la poesia del cambio. Cambiare la visuale, cambiare in qualche mondo, la nostra porzione di mondo. Oggi la vita esiste nella metastasi, anche la poesia frequenta la vita. Nel 1999, Jean Baudrillard in Nevada recita la sua poesia sostenuta dalla musica, era un viaggio tra musica e poesia. I giornali in America hanno scritto: «Incredibile ma vero! Baudrillard recita la sua poesia sostenuta da un gruppo di star con Tom Watson, Mike Kelley, George Hurley, Lynn Johnston, Dave Muller e Amy Stoll, la cantante ospite speciale Allucquère Rosanne Stone. Registrato dal vivo come parte del Chance Festival al Whiskey Pete’s Casino di Stateline Nevada, 1996»

Qui possiamo ascoltare Jean Baudrillard quando recita la sua poesia in Nevada, Casino di Stateline. https://soundcloud.com/interferencial/suicide-moi-jean-baudrillard-the-chance-band   anche qui:  https://youtu.be/GzSc8_QD_tU?t=204

I segni secondo J. Baudrillard  forse, non devono entrare per vocazione in opposizioni regolate a fini significativi, questa è  la loro destinazione attuale. Ma il loro destino è forse molto diverso è forse quello di sedursi tra loro e quindi di sedurci. E’ una logica totalmente diversa che regolerebbe cosi la loro circolazione segreta. La domanda siamo in una semiologia convenzionale? E la poesia dove è? Scrive J. Baudrillard  «Bisogna dire che il poetico è al contrario un processo di sterminazione del valore. La legge del poema è in realtà di far sì, secondo un processo rigoroso, che non resti nulla. In questo si oppone al discorso linguistico che, invece, è un processo di accumulazione,di produzione e distribuzione del linguaggio come valore. Il poetico è irriducibile al modo di significazione, che è semplicemente il modo di produzione dei valori linguistici. Essendo irriducibile alla linguistica, esso costituisce la scienza di questo modo diproduzione.»

Ma dove si trova la seduzione della poesia? La domanda è che cosa è la seduzione? E J. Baudrillard dirà che la seduzione è ciò che va dall’ uno all’ altro senza passare dallo stesso. Per esempio nella metamorfosi si passa da una forma all’altra senza passare per il senso. Nella poesia si va da un segno all’altro senza passare per il riferimento dirà J. Baudrillard. Con la poesia l’uomo traspare alla luce lo attraversa oppure illumina da tutte le parti sovraesposto senza difesa a tutte le fonti di luce.

Punti

[1] J. Baudrillard, L’échange symbolique et la mort, Gallimard, Paris 1976, tr. it. ID., Lo scambio simbolico e la morte,  Feltrinelli, Milano1979.

Apostolos Apostolou

Docente di Filosofia

Ludwig Wittgenstein: filosofo analitico, poeta o metafisico?

        «Ogni proposizione che scrivo mira sempre al tutto, alla stessa cosa cioè sempre di nuovo. Come se tutte mie proposizioni fossero solo aspetti della stessa cosa da diversi punti di vista». Ludwig Wittgenstein Vermische Bemerkungen, 1930.  L. Wittgenstein, filosofo analitico o poetico, pensatore metafisico, o scienziato positivo? Sicuramente Wittgenstein era un uomo carismatico affascinante, intelligente e metafisico. Un docente dallo sguardo metafisico e dalla mente capace di vedere messi inediti della filosofia di Occidente e nei pensieri dei grandi. Un poeta della filosofia, e questo perché un filosofo deve essere allievo dell’ontologia e insieme analitico e può permettersi la vision deliranti di un poeta.

Dal mescolarsi di tentativi razionali e mitici che si creano le «più fondamentali confusione (dalle quali è piena la filosofia)» Ludwig Wittgenstein Tractatus Logico Philosophicus  3.324. Filosofare sul trascendente dovrebbe essere il carattere del sovra-ragionale che stimola quelle corde del metafisico. Esistono secondo Ludwig Wittgenstein ambiti d’esperienza delle qualità, ambiti non riconducibili alla logica oggettivistica o “meccanicistica” della visione naturalistica ed estetica naturale sensibile, come anche gli analoghi ambiti dell’esperienza del dolore o del benessere. Caratteristico è il detto di Ludwig Wittgenstein «Non posso mostrare all’altro il mio mal di denti, e neppure posso dimostrargli che ho il mare di denti». Ludwig Wittgenstein, Grammatica filosofica. Quando Ludwig Wittgenstein, dice che «I limiti del mio linguaggio significano i limiti del mio mondo» 5.6  Tractatus Logico Philosophicus. Qui i limiti sono i confini dell’esperienza sensibile dei suoi effetti prodotti poetici – combinatori – sintattici sono prodotti dell’intelligenza / immaginazione / intuizione dell’ uomo come dice il greco filosofo Christos Yannaras. Solo relativamente, allusivamente e in parabole come uno specchio il linguaggio significa la realtà.

Il soggetto è metafisico secondo Wittgenstein non appartiene al mondo ma anche limita il mondo, dice per esempio «Il soggetto non appartiene al mondo, ma è un limite del mondo». 5.632 Tractatus. Tutti ambiscono a risalire alla definizione e alla spiegazione dell’evento esistenziale in sé. «Vi è davvero dell’ineffabile: esso mostra sé, è il Mistico». 6.522 Tractatus. Poesia secondo L. Wittgenstein è l’esperienza che delimita l’evidenza o il carattere apodittico della conoscenza mistica. «Non come il mondo è, è il Mistico, ma che esso è» 644 Tractatus. La coerenza di senso e linguistica del termine metafisica rimane sospesa se nel significato di metafisica cerchiamo qualcosa di più rispetto all’individuazione dell’esistenza. «Essa significherà l’indicibile rappresentando chiaro il dicibile […]».  Tractatus 4.115.

Apostolos Apostolou
Docente di filosofia

La fine dell’arte o la morte della fantasia?

Di Apostolos Apostolou

G.W.F.Hegel nell’Estetica (Aesthetik 1820) scriveva: “ L’arte dal lato della sua suprema destinazione è e rimane per noi un passato. Con ciò essa ha perduto pure per noi ogni genuina verità e vitalità, ed è relegata nella nostra rappresentazione più di quanto non faccia valere nella realtà la sua necessità di una volta e non assuma il suo posto superiore. Ciò che in noi ora è suscito dalle opere d’arte è, oltre il godimento immediato, anche il nostro giudizio, poiché noi sottoponiamo alla nostra meditazione il contenuto, i mazzi di manifestazione dell’opera d’arte e l’appropriatezza o meno, di entrambi…L’arte ci invia alla meditazione…La spiegazione sta nell’urgenza di un’arte come cultura e dell’adesione dell’arte alla vita.” [1]

Se possiamo dire che l’arte è l’esperienza della bellezza, questa constatazione conduce alle seguenti domante. Qual è fattore cioè l’elemento che traduce determinate informazioni dei sensi in esperienza della bellezza? Anche, qual è l’elemento comune che rende esperienza della bellezza una determinata visione, una determinata sensazione del tatto, dell’odorato, del gusto? Ma anche quale elemento conferisce bellezza? Quale criterio ci permette di distinguere l’arte alta dai primi e immaturi tentativi, l’artista dotato da chi è semplicemente privo di talento? Oggi non c’è nessun elemento o criterio esperienziale.

Molti dicono che nell’arte non c’è niente da vedere. E questo perché l’arte diventa iconoclastica. Un’iconoclastia moderna che non consiste più nel distruggere le immagini, ma nel fabbricare immagini, una profusione d’immagini in cui non c’è niente da vedere come dirà Jean Baudrillard. «Tutto il dilemma sta in questo: o la simulazione è irreversibile, non vi è un al di là della simulazione, non  è neanche più un evento, è  la nostra banalità assoluta, una oscenità di tutti i giorni, siamo nel nichilismo definitivo e ci prepariamo a una ripetizione insensata di tutte le forme della nostra cultura in attesa di un altro evento imprevedibile – ma da dove potrebbe venire? Oppure vi è comunque un’arte della simulazione, una qualità ironica che risuscita ogni volta le apparenze del mondo per distruggerle. Altrimenti l’arte si limiterebbe ormai, come fa spesso oggi, ad accanirsi sul proprio cadavere. Non bisogna aggiungere la stessa cosa alla stessa cosa, e cosi via en abime: questa è la simulazione povera. Bisogna che ogni immagine tolga qualcosa alla realtà del mondo che in ogni immagine qualcosa sparisca, ma senza cedere alla tentazione dell’ annientamento, dell’ entropia definitiva, bisogna che la sparizione resti viva –  è questo il segreto dell’ arte e della seduzione. Vi è nell’arte – nell’arte contemporanea come pure probabilmente, nell’arte classica – un duplice postulato, dunque una duplice strategia. Una pulsione di annientamento, di cancellazione di tutte le tracce del mondo e della realtà, e una resistenza contraria a tale pulsione. Stando alle parole di Michaux, l’artista è “colui che resiste con tutte le sue forze alla pulsione fondamentale a non lasciare tracce”…» (vede: Jean Baudrillard Illusione, disillusione, estetiche. Edizione Sintomi, traduzione di Laura Guarino).

Cosi secondo Baudrillard, oggi nell’arte tutto sembra programmato per disilludere lo spettatore, al quale non resta che riconoscere una cosa, e cioè che quell’eccesso, che mette purtroppo fine a ogni illusione dell’arte. Forse viviamo lo stadio finale della storia dell’arte cosi come con la potenza dell’economia viviamo lo stadio estremo della politica. Con altre parole abbiamo il vuoto dell’immagine e nello stesso tempo abbiamo il vuoto della nostra immaginaria. Nella cultura individuo – centrica postmoderna molti tentativi di creazione artistica muovono da una chiara incapacità o da un rifiuto di relazione, relazione, con il materiale dell’arte e con il compagno dell’opera d’arte. Un’immagine è precisamente un’astrazione del mondo in due dimensioni, è ciò che toglie una dimensione al mondo reale, e in tal modo inaugura la potenza dell’illusione. Oggi viviamo solo questo che esiste nel mondo dell’illusione che esprime la virtualità. L’immagine non può più immaginare il reale perché essa stessa è il reale, non può più trascenderlo, trasfigurarlo, sognarlo. Perché ne è la realtà  virtuale.

In Italia prima Anceschi ha parlato di momento di massima inquietudine critica dell’ estetica inquietudine che sembra scaturire non solo dalla discussa metafora della morte dell’ arte, ma anche dalla continua invasione di campo da parte di altre discipline che in eccitato stato di espansione, cercato di annettersi non solo talune aree dell’ estetica, ma tutto il territorio. Secondo Vattimo e Perniola l’arte non abbraccia la totalità della vita, ma va considerata come un aspetto di essa che non è morto, ma solo tramontato. Ma come possiamo vedere secondo Anceschi si è preoccupato di difendere l’ autonomia dell’ estetica e Vattimo di rilanciare il discorso sulla morte dell’ arte, mentre Perniola ha indicato quale dev’ essere la funzione dell’ intellettuale e della cultura nella società odierna adombrando anche l’ idea della simulazione.

Per Arthur Danto Coleman la fine dell’arte non significa la morte della pittura e dell’arte plastiche – artistiche, e proprio non è la morte del fare arte è invece la fine dei modelli narrativi. Si tratta di un nucleo di problema centrale nella nostra civiltà, non soltanto nella storia dell’arte e nella storia dell’immagine di cui siamo eredi, e vittime ma proprio nella nostra civiltà. Quando parliamo di fine di una narrazione storica dell’arte, non è solo il modello narrativo che aveva incluso anche l’arte moderna e postmoderna, ma la possibilità stessa di un modello narrativo che rappresenti l’arte che ne legga il discorso in senso storico. (The End of Art). Hans Belting è uno storico dell’arte, formatosi come storico dell’arte medievale occidentale e bizantina e secondo Hans Belting   l’icona, di Cristo  ci mostra come un sistema di produzione di potere, cioè   la Chiesa Cattolica, e diventa la narrazione del  consenso. La Chiesa Cattolica sta usando un’immagine per raggiungere un target di consenso, per coinvolgere fasce di popolazione nell’adesione a un’ideologia e a una fede. Anche Donald Kuspit sostiene che oggi nell’arte non ci sono immagini ma solo codici. L’idea di stile diventa “permesso”.

Abbiamo raggiunto una situazione di non ritorno e bisogna perciò riconsiderare le regole del gioco che chiamiamo “storia dell’arte” secondo Belting. «Questo non vuol dire «rigettare necessariamente il canone che è iscritto nel patrimonio di conoscenze ereditato dalla pratica della rispettiva disciplina» e secondo sempre Belting. L’arte e sempre una domanda e Dickie  pensò che la risposta alla domanda “Che cos’è l’arte?” dovesse consistere in una definizione dell’arte e quindi formulò la sua teoria sostenendo che è arte qualunque cosa il mondo dell’arte dichiari tale. Ora, il mondo dell’arte è un’istituzione, che comprende critici, collezionisti, curatori, artisti, storici dell’arte, e via dicendo, e dal momento che ho ritenuto che non c’è arte senza un mondo dell’arte, è ovvio che l’arte deve essere qualcosa di istituzionale.[2] Tutti conosciamo che l’estetica o storia dell’arte, era una sorta di sublimazione, e proprio di controllo da parte della forma. In realtà il regno dell’arte e dell’estetica è quello di una gestione convenzione dell’ illusione. Le immagini sono oggetti ironicamente puri. E l’estetica diventa un oggetto feticcio che cerca una forza. Fine della rappresentazione, fine dell’estetica, fine dell’immagine, apre oggi la banalità tecnica dei nostri oggetti e delle nostre immagini. Il nostro segreto è sempre il segreto della seduzione. Però la seduzione oggi e la tecnologia che fa la parodia di se stessa, vomita se stessa.

Danto era molto ottimista quando scriveva che “…quel che è interessante ed essenziale nell’arte è la capacità spontanea che ha l’artista di permetterci di vedere il suo modo di vedere il mondo – non semplicemente il mondo, come se un dipinto fosse una finestra, ma il mondo nel modo in cui lui ce lo offre.” (La trasfigurazione del banale). Perché gli oggetti si trovano al di là della forma estetica. Sono oggetti banali, oggetti tecnici, oggetti virtuali, oggetto mimetici,  ma non oggetti dell’ estetica, siccome sono oggetti feticci, senza significato, senza valore, offrono l’ illusione pura della tecnica. Perché oggi non c’è un puro pensiero ad un’ esperienza d’ arte.

La domanda è: viviamo la fine dell’arte? o viviamo la morte della fantasia? Il passaggio in una società  dello spettacolo e in una società dell’informazione, ha portato la morte della fantasia, la morte dell’immaginario. La morte (la morte della fantasia) non è un destino oggettivo, ma un appuntamento. Neppure lei può recarvisi, perché è lei questo appuntamento, ossia la congiunzione allusiva dei segni e delle regole che fanno il gioco. La morte è solo un elemento innocente, e questa è l’ironia segreta del racconto, che lo rende diverso da un apologo moralistico o da una banale storia di pulsione di morte, e fa si che lo si consideri un motto di spirito, nella sublimità del piacere.

Note:

  1. G.W.F.Heggel , Estetica Feltrinelli, Milano, pag, 889.
  2. Arthur Coleman Danto. Filosofia Arte Bellezza. di Giacomo Fronzi. MicroMega.

 

Apostolos Apostolou

Docente di Filosofia. Atene.