Una storia dimenticata: La famiglia Acciaioli di Firenze e la torre dell’Acropolis di Atene

 Di Apostolos Apostolou

apostolos2Acropolis un nome che da solo esprime il simbolo di una civiltà eterna. L’Acropoli di Atene si può considerare la più rappresentativa delle acropoli greche. È una rocca, spianata nella parte superiore, che si eleva di 156 metri sul livello del mare sopra la città di Atene. Il pianoro è largo 140 m e lungo quasi 280 m. È anche conosciuta come Cecropia in onore del leggendario uomo-serpente Cecrope, il primo re ateniese. Il Partenone dell’Acropolis realizzato da Ictino Callicrate e Fidia tra il 447 e il 432 a.C., per volontà di Pericle a celebrazione della potenza culturale e politica di Atene, il Partenone già poco dopo la sua costruzione, nel 426, fu gravemente danneggiato da un violento terremoto; un incendio nel III o IV secolo d.C.,verosimilmente nel 267 durante il sacco degli Eruli. Nel tardo impero romano il Partenone fu trasformato in chiesa dedicata alla Vergine Maria. Nell’Acropolis tra gli anni 1205 e 1308 si elevava sulla destra dei Propilei una torre, alta 26 metri.

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Secondo Peter Locke, invece, è molto probabile che l’edificio fosse stato costruito dalla potente famiglia borgognone de la Roche. Si ricorda che la famiglia de la Roche fu la prima a dominare sullo stato crociato di Atene. Nel 1388 la torre apparteneva alla famiglia fiorentina degli Acciaiuoli, un ramo della quale comprò il titolo nobiliare relativo al Ducato di Atene e governò quello stato crociato costituito sul territorio greco per 73 anni.

Durante il periodo del loro dominio, gli Acciaiuoli convertirono i Propilei in palazzo e chiusero l’antico ingresso all’area sacra. Purtroppo nella costruzione furono impiegati anche blocchi di marmo provenienti dai monumenti dell’Acropoli. Il Ducato di Atene fu uno degli Stati crociati costituito in Grecia dopo la Quarta crociata (1205) a seguito della conquista dell’Impero Bizantino.

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Blasone degli  Acciaiuoli

Il primo duca di Atene fu Ottone de la Roche, un condottiero borgognone della quarta crociata, già feudatario della Franca Contea, grazie a Bonifacio del Monferrato. Il titolo, però, fu riconosciuto ufficialmente solo nel 1280. Dal 1395 al 1402 i veneziani controllarono il Ducato.

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Blasone dei De la Roche come Duchi di Atene

Nel 1444 Atene divenne tributaria di Costantino XI Paleologo, il despota della Morea ed erede al trono bizantino. Nel 1456, dopo la Caduta di Costantinopoli ad opera dell’Impero Ottomano il sultano Mehmed II conquistò quello che restava del Ducato. Dopo la conquista di Atene da parte degli Ottomani (1456), gli Acciaiuoli si ritirarono dalla città. In questo periodo la torre fu trasformata in magazzino del sale. A quel tempo l’edificio è conosciuto come Γουλάς (Goulas) o Κουλάς (Koulas), dalla parola turca “kule” che significa proprio “torre”. Nel Medioevo l’acropoli fu trasformata in fortezza militare prima dai Franchi e poi dai Turchi. Nel 1687 i veneziani bombardarono l’acropoli, causando ingenti danni al Partenone, che, poiché conteneva dei depositi di polvere da sparo, saltò in aria.

Durante la guerra d’indipendenza greca (1821-1832) la torre fu utilizzata come prigione. Tra le persone detenute qui anche dodici ateniesi di spicco- per aver partecipato alla rivoluzione. E durante l’assedio dell’Acropoli nove di quei dodici cittadini furono giustiziati. Un po’ più tardi qui fu imprigionato anche Odysseas Androutsos, uno dei famosi eroi della lotta per l’indipendenza della Grecia. Eppure, il capo greco fu imprigionato e ucciso non dai Turchi, ma dai suoi avversari politici. Durante i lavori di liberazione dell’acropoli di Atene dalle strutture fortificate costruite dai turchi, nel 1852-1853 l’archeologo francese Charles Ernest Beulé scoprì la grande scalinata che conduce all’acropoli e la porta fortificata di epoca romana, da allora chiamata Porta Beulé, che tuttora costituisce l’accesso principale al complesso archeologico.

Fonti:

La torre perduta dell’ Acropolis. Puntogrecia.gr

Miller, William: The Latins in the Levant, a History of Frankish Greece (1204–1566). New York: E.P. Dutton and Company.

Lock, Peter  «The Frankish Tower on the Acropolis, Athens: The Photographs of William J. Stillman». Annual of the British School at Athens.

Valeris Massimo Manfredi: Akropolis. La grande epopea di Atene. Ediz. Mondadori.

Luciano Canfora: Il mondo di Atene. Ediz. Laterza.

John Gill: Atene Ritratto di una città. Ediz. Odoya.

L’epoca del coronavirus

Di Apostolos Apostolou

apSiamo davanti a una Chimera? Il simbolo del cambiamento e della trasformazione, quasi come se nel codice genetico umano fosse inciso il concetto di evoluzione, fin dall’antichità) o la storia si è fermata? E questo perché la saturazione supera l’eccedente di qui parlava Bataille. E’ vero, abbiamo superato un certo punto di reversibilità di contraddizione nelle cose e siamo entrati da viventi in un universo di non contraddizione d’infatuazione, di estasi, di stupefazione di fronte a processi irreversibili e che tuttavia non hanno senso. La macchina contatore (cioè counter della storia, della società) si è finita. E nella drammatica europea la Germania nega la solidarietà. Oggi abbiamo bisogno una risurrezione come mai prima d’ora. Il coronavirus è qui e la vita ha nuove requisiti. Albert Camus era il primo che ha capito com’ è la vita dal buio della malattia.
La peste venne pubblicato nel 1947 e valse ad Albert Camus. La peste è costruito come una tragedia in cinque atti. La storia è ambientata nella città algerina di Orano, in un imprecisato momento degli anni quaranta. Protagonista della peste è Bernard Rieux, medico francese residente a Orano, e il romanzo è condotto come cronaca scritta in terza persona dallo stesso Rieux. La città fu colpita da epidemia di peste un giorno d’ aprile 194… quando il medico Rieux scopre il cadavere di un ratto sul suo pianerottolo. Un giorno Rieux accompagna la moglie, gravemente malata, alla stazione di Orano, dove prenderà un treno per raggiungere una non meglio precisata località per curarsi. Poco dopo la partenza della donna, scoppia un’improvvisa moria di ratti. La peste già si trova nella città di Orano. I protagonisti delle storie sono: Bernard Rieux: medico che lotta contro la peste. Jean Tarrou: figlio di un pubblico ministero francese. Joseph Grand: segretario comunale. Cottard: che aveva, in aprile, per ragioni sconosciute tentato di suicidarsi, sembra provare una insana soddisfazione nella disgrazia dei suoi concittadini. Padre Paneloux: gesuita che interpreta la peste come flagello divino. Raymond Rambert: giornalista parigino che cerca in ogni modo di scappare dalla città per tornare dalla donna amata. Michel: è il primo a morire di peste. Castel: vecchio dottore contro la peste che sviluppa un siero contro il morbo. Othon: giudice istruttore. Richard: altro medico della città. La madre di Rieux, anche la moglie di Rieux che si allontana dalla città prima dell’inizio dell’epidemia per il trattamento di una grave malattia. Tutti sono protagonisti che esistono anche oggi. Le persone di Albert Camus tentano di interpretare l’ enigma della vita e della morte, anche sentono che la vita respira la vera perdita. Ciascuno ha determinati limiti di sensibilità oltre i quali il vero non esiste anche il falso non esiste e a lunga scadenza la vita diventa qualcosa di spaventoso.
I dialoghi hanno una forte che rivendicano un posto nella storia al processo di devastazione, anche i dialoghi indicano l’inevitabile disperazione e insieme il tempo segreto della vita. Una vita dell’inevitabile disperazione, ma la vita è sempre la poesia del desiderio e sempre la poesia del reale, ma il passaggio del realismo secondo Albert Camus non è la morte ma la forza della vita. Tutte le persone del romanzo la peste di Camus cambiano sotto un flagello inarrestabile. Nel romanzo ci sono quelli che combattono il flagello senza risparmiarsi. Ci sono quelli che accettano con fede il flagello come destino. Quelli che cercano di scappare dalla lotta di flagello. Ci sono tutti i caratteri che dovevano accettare e dovevano sconfiggere la malattia. Casta dare un’ occhiata ad alcuni narrati nel libro di Albert Camus.
«E per tutta una settimana i prigionieri della peste si divincolarono, nei limiti del possibile; alcuni di loro, come Rambert, arrivavano perfino ad immaginare, lo si vede, di agire ancora da uomini liberi, di poter ancora scegliere. Ma effettivamente si poteva dire che allora, alla metà del mese di Agosto, la peste aveva ricoperto ogni cosa:non vi erano più destini individuali, ma una storia collettiva, la peste, e dei sentimenti condivisi da tutti. Il più forte era quello della separazione e dell’esilio, con tutto quanto comportava di paura e di rivolta.»
E poi leggiamo: «Sì, bisognava ricominciare e la peste non dimenticava mai qualcuno troppo a lungo: durante il mese di dicembre fiammeggiò nei petti dei nostri concittadini, accese il forno, popolò i campi d’ombre con le mani vuote, insomma non cessò di progredire con la sua andatura paziente e a scatti. Le autorità avevano contato sui giorni freddi per bloccare il cammino della peste, ma questa passava traverso i primi rigori della stagione senza disarmare. Bisognava aspettare ancora; ma non si aspetta più a forza di aspettare, e la nostra città intera viveva senza futuro.»
Anche «Il male che è nel mondo viene quasi sempre dall’ignoranza, e la buona volontà può fare guai quanto la malvagità, se non è illuminata. Gli uomini sono buoni piuttosto che malvagi, e davvero non si tratta di questo; ma essi più o meno ignorano, ed è quello che si chiama virtù o vizio, il vizio più disperato essendo quello dell’ignoranza che crede di sapere tutto e che allora si autorizza a uccidere. L’anima dell’assassino è cieca, e non esiste vera bontà né perfetto amore senza tutta la chiaroveggenza possibile. Ecco: lei è capace di morire per un’idea, è visibile a occhio nudo. Ebbene, io ne ho abbastanza delle persone che muoiono per un’idea. Non credo all’eroismo, so che è facile e ho imparato ch’era omicida. Quello che m’interessa è che si viva e che si muoia di quello che si ama. In verità, tutto per loro diventava presente; bisogna dirlo, la peste aveva tolto a tutti la facoltà dell’amore e anche dell’amicizia; l’amore, infatti, richiede un po’ di futuro, e per noi non c’erano più che attimi. Dico soltanto che ci sono sulla terra flagelli e vittime, e che bisogna, per quanto è possibile, rifiutarsi di essere col flagello.“Ci sono negli uomini più cose da ammirare che da disprezzare.” ….I flagelli, invero, sono una cosa comune, ma si crede difficilmente ai flagelli quando ti piombano sulla testa. Nel mondo ci sono state, in egual numero, pestilenze e guerre; e tuttavia pestilenze e guerre colgono gli uomini sempre impreparati. Il dottor Rieux era impreparato, come lo erano i nostri concittadini, e in tal modo vanno intese le sue esitazioni. In tal modo va inteso anche com’egli sia stato diviso tra l’inquietudine e la speranza. Quando scoppia una guerra, la gente dice: «Non durerà, è cosa troppo stupida».
Ma anche leggiamo: «E non vi è dubbio che una guerra sia davvero troppo stupida, ma questo non le impedisce di durare. La stupidaggine insiste sempre, ce se n’accorgerebbe se non si pensasse sempre a se stessi. I nostri concittadini, al riguardo, erano come tutti quanti, pensavano a se stessi. In altre parole, erano degli umanisti: non credevano ai flagelli. Il flagello non è commisurato all’uomo, ci si dice quindi che il flagello è irreale, è un brutto sogno che passerà. Ma non passa sempre, e di cattivo sogno in cattivo sogno sono gli uomini che passano, e gli umanisti, in primo luogo, in quanto non hanno preso le loro precauzioni. I nostri concittadini non erano più colpevoli d’altri, dimenticavano di essere modesti, ecco tutto, e pensavano che tutto era ancora possibile per loro, il che supponeva impossibili i flagelli. Continuavano a concludere affari e a preparare viaggi, avevano delle opinioni. Come avrebbero pensato ala peste, che sopprime il futuro, i mutamenti di luogo e le discussioni? Essi si credevano liberi, e nessuno sarà mai libero sino a tanto che ci saranno i flagelli.»

Secondo filosofo Jean Baurillard viviamo la patologia di terzo tipo. «Come nelle nostre società abbiamo a che fare con una violenza nuova, nata dal paradosso di una società permissiva e pacificata, cosi abbiamo a che fare con nuove malattie che sono quelle di corpi superprotetti dal loro scudo artificiale, medico o informatico, vulnerabile quindi a tutti i virus, alle reazioni a catena più “perverse” e più inattese. Una patologia che non rileva più dall’accidente o dell’anomia, ma dell’anomalia. Esattamente quanto avviene per il corpo sociale, dove le stesse cause comportano gli stessi effetti perversi, le stesse disfunzioni imprevedibili che possiamo assimilare al disordine genetico delle cellule, e anche qui a forza di superprotezione, di supercodificazione, di superinquadramento. Il sistema sociale nella misura stessa della sofisticazione delle sue protesi. E la medicina farà una bella fatica a scongiurare questa patologia inedita, perché essa stessa fa parte del sistema di superprotezione, di accanimento protezione profilattico del corpo.» La virulenza secondo Jean Baurillard si impossessa di un corpo, di una rete o di un sistema nel momento in cui esso espelle tutti gli elementi negativi.» Il corpo oggi è diventato un non-corpo, una macchina virtuale i virus se ne impossessano. «Quando si consegna il corpo alle protesi e nello stesso tempo alle fantasie genetiche, si disorganizzano i suoi sistemi di difesa. Un tale corpo frattale votato alla moltiplicazione delle proprie funzioni esterne si vede nello stesso tempo votato alla demoltiplicazione interna delle proprie cellule. Entra in metastasi: le metastasi interne e biologiche sono simmetriche a quelle metastasi esterne che sono le protesi, i sistemi reticolari, i collegamenti…La profilassi assoluta è micidiale. La medicina non mostra di averlo capito quando tratta il cancro e l’ Aids quasi fossero malattie convenzionali mentre si tratta di malattie nate dal trionfo della profilassi e dalla medicina, malattie nate dalla scomparsa delle malattie, dalla liquidazione dalle forme patogene. Patologia di terzo tipo, inaccessibile a qualunque farmacopea dell’epoca precedente – quella delle cause visibili e degli effetti meccanici. A un tratto tutte le affezioni appaiono di origine immunodeficiente. »
Anni fa, diceva Jean Baudrillard, sapevamo guarire le malattie della forma; ora siamo senza difesa di fronte alle patologie della formula. Cosi Aids, Evd- Ehf, Sars, Mers, Coronavirus, sono virus della formula. Anche la pandemia oggi in tutto il mondo è qui, ci vuole il tempo, per immunità di gregge come sostiene il medico Sir Patrich Vallance.

Punti:
Albert Camus: La peste. Gallimard, Paris 1947. In italiano Bompiani 2017 .
Jean Baudrillard: La trasparenza del male. Edizioni Sugarco.

Apostolos Apostolou
Scrittore Docente di Filosofia – Atene.

Antonim Artaud Jacques Derrida: Il soffio invisibile del desiderio

Di Apostolos Apostolou

derrida 1Antonin Artaud (Marsiglia, 4 settembre 1896 – Ivry-sur-Seine, 4 marzo 1948) è stato un drammaturgo, attore, saggista e regista teatrale francese. Non era solo un attore, un regista, un poeta, ma anche un sogno lui stesso dentro il sogno. Era lo splendore della splendida trasparenza. Era una forma pura della scrittura e insieme la nudità della forma. Era l’affascinante amaro della vita, la domanda  senza risposta. All’età di quattro anni, Antonin Artaud fu colpito da una grave forma di meningite, alla quale furono attribuiti tutti i problemi neurologici di cui Artaud soffrì in seguito, in particolare crisi di nevralgia, balbuzie ed episodi di depressione grave.

Sosteneva che il mondo è sempre alla mercé della bugia potente.  Che cosa rimane dalla bugia? Il pensiero i prologhi che sono esauriti. «Il pensiero mi abbandona a tutti i livelli. Dalla pura essenza del pensiero fino al fatto esteriore della sua materializzazione attraverso le parole. Parole, forme di frasi, direzioni interiori del pensiero, reazioni semplici dello spirito, sono alla costante ricerca del mio essere intellettuale». Il mio essere intellettuale che cosa è ? La perdita.  Che altro è? Il momento in cui la fantasia liberata dal senso particolare della realtà si leva  verticalmente al sussurro melodioso delle onde vita.  Scrive: «a uno sprofondamento centrale dell’anima, a una specie di erosione, essenziale e insieme fugace, del pensiero […]. Dunque c’è un qualcosa che distrugge il mio pensiero; un qualcosa che non mi impedisce di essere ciò che potrei essere, ma che mi lascia, se posso dire, in sospeso. Un qualcosa di furtivo che mi toglie le parole che ho trovato» (A. Artaud, lettera del 29 gennaio 1924, in Correspondance avec Jacques Rivière, in Œuvres complètes, Paris, Gallimard, 1956-1994 (d’ora in poi abbreviato in Œ. C. e seguito dal numero del volume).

Ci sono molti amici di Antonim Artaud. Amici affascinati dalla voce del sogno del soffio invisibile di Antonim Artaud. Un amico era Derrida che credeva che ogni spirito profondo ha bisogno di una maschera  e Antonim Artaud  splende sulla volta della maschera. Secondo Derrida, Antonim Artaud non cerca qualche sistemazione definitiva della faccenda che si chiama arte, letteratura, pensiero. «Artaud non tenta né un rinnovamento, né una critica, e neppure rimette in discussione il teatro classico: egli intende distruggere in modo effettivo, attivo e non teorico, la civiltà occidentale, le sue religioni, la totalità della filosofia che fornisce le basi e lo scenario al teatro tradizionale» La parole soufflée, cit., pp. 281-283. «Artaud ha dunque il merito di ricordarci le difficoltà in cui si imbatte chiunque tenti di pensare altrimenti, perché «la trasgressione della metafisica […] rischia sempre di tornare alla metafisica» La parole soufflée, cit., p. 292. Non esiste la necessità di dar forma alla sua forma più profonda perché non esiste un senso della necessità. Sempre esiste un tempo segreto della vita come condannata felicità.  Come scrive Derrida, Artaud accetta un corpo anti-logico, anti-filosofico, anti-intellettuale,anti-dialettico.

Scrive Derrida: «il soggettile chi è sopporta (souffle) tutto senza soffrire (souffrir). Dunque senza lamentarsi. Partisce, ma resta impassibile. Accetta e riceve tutto, come un ricettacolo universale. (Derrida Antonin Artaud –Forsennare il soggettive.» Edizione A ABSCONDITA, a cur a di Alfonso Cariolato Jacques.) E poi scrive Derrida: « Visto che raffigura anche il luogo, il posto, di tutte le figure, pensiamo alla chora del Timeo. il soggettile raffigura l’ Altro, o meglio, l’ Altro divenuto parte avversa, l’ opposto supposto , luogo portatore di tutti i sottosposti, i succubi e gli incubi, rappresenti di tutti i rappresentanti della violazione da contrastare.»

Artaud sta sul limite scrive Derrida. «Non tanto sul limite di quella distruzione della civiltà occidentale che Artaud perseguiva in opposizione a quella che chiamava l’ espropriazione teologica e dunque contro il corpo ridotto a organismo e diventato mera giacenza morta, materiale, sottoposta; ma il limite proprio di ogni distruzione, la quale resta implacabilmente all’ interno di quanto intende distruggere.» (Derrida Antonin Artaud –Forsennare il soggettive.» Edizione A ABSCONDITA, a cur a di Alfonso Cariolato Jacques.)

La prontezza creativa secondo di Artaud è una preparazione, esiste nel primo bagliore. Nessuna metafisica non ha senso, solo la metafisica del corpo esiste che è una metafisica che esprime quello che non ancora e tuttavia si. Il corpo secondo Artaud giace tra le righe aspettando pazientemente colui che darà la risposta.

Apostolos Apostolou
Scrittore e Docente di Filosofia.

La semiotica del poema Itaca di K. Kavafis

Di Apostolos Apostolou

kavafisKavafis (1863-1933) è di gran lunga poeta greco più tradotto. La sua opera ha sedotto scrittori e intellettuali in tutto il mondo. Un poema più bello di Kostantinos Kavafis è Itaca. Secondo la Wikipedia il poema Itaca: «..Struggente poesia sul senso della vita concepita come viaggio verso una meta che si raggiungerà dopo lunghe peregrinazioni. Il riferimento mitologico è al celeberrimo viaggio di Ulisse nell’Odissea. Il poeta afferma in questa lirica che non bisogna avere fretta di giungere a destinazione, alla propria “Itaca”, ma bisogna approfittare del viaggio (e quindi della vita) per esplorare il mondo, crescere intellettualmente e ampliare il proprio patrimonio di conoscenze. In ultima analisi, il senso di Itaca è proprio quello di fungere da stimolo per il viaggio, più che da meta da raggiungere e fine a se stessa. “Itaca” è un viaggio nel quale non è importante se la meta è poi deludente. È giusto apprendere il più possibile durante il viaggio, vivere esperienze, tenendo sempre presente il sentimento forte e deciso che porterà a destinazione. E se poi, giungendo ad Itaca, rimerremo delusi poiché non avrà risposto alle nostre aspettative, non saremo tristi. Itaca è stata la meta che ci ha fatto intraprendere il viaggio e la causa di tutte quelle belle esperienze.»

Itaca

Quando ti metterai in viaggio per Itaca

devi augurarti che la strada sia lunga,

fertile in avventure e in esperienze.

I Lestrigoni e i Ciclopi

o la furia di Nettuno non temere,

non sarà questo il genere d’incontri

se il pensiero resta alto e un sentimento

fermo guida il tuo spirito e il tuo corpo.

In Ciclopi e Lestrigoni, no certo

né nell’irato Nettuno incapperai

se non li porti dentro

se l’anima non te li mette contro.

 

Devi augurarti che la strada sia lunga.

Che i mattini d’estate siano tanti

quando nei porti − finalmente, e con che gioia −

toccherai terra tu per la prima volta:

negli empori fenici indugia e acquista

madreperle coralli ebano e ambre

tutta merce fina, anche profumi

penetranti d’ogni sorta, piú profumi

inebrianti che puoi,

va in molte città egizie

impara una quantità di cose dai dotti.

 

Sempre devi avere in mente Itaca –

raggiungerla sia il pensiero costante.

Soprattutto, non affrettare il viaggio;

fa che duri a lungo, per anni, e che da vecchio

metta piede sull’isola, tu, ricco

dei tesori accumulati per strada

senza aspettarti ricchezze da Itaca.

Itaca ti ha dato il bel viaggio,

senza di lei mai ti saresti messo

in viaggio: che cos’altro ti aspetti?

 

E se la trovi povera, non per questo Itaca ti avrà deluso.

Fatto ormai savio, con tutta la tua esperienza addosso

già tu avrai capito ciò che Itaca vuole significare.
(Traduzione di Margherita Dalmàti e Nelo Risi) da “Constantinos Kavafis, Cinquantacinque poesie”, Torino, Einaudi, 1968

Kavafis ha scritto il poema Itaca  in seconda persona singolare. All’inizio del poema c’è un desiderio (Quando ti metterai in viaggio per Itaca devi augurarti che la strada sia lunga), questo desiderio è la prospezione (prospection secondo Roland Barthers e secondo la lingua di semiotica). E la retrospettiva, o rétrospective in lingua di semiotica sono le avventure e le esperienze (fertile in avventure e in esperienze). Il dispositio (captatio/partitio, narratio, confirmatio peroratio) secondo semiologia cioè la disposizione, o l’ordine della materia, è l’avventura, i Lestrigoni e i Ciclopi e insieme i momenti di felici che danno un senso potente, imbattibile, infallibile. (Devi augurarti che la strada sia lunga. Che i mattini d’estate siano tanti quando nei porti − finalmente, e con che gioia − toccherai terra tu per la prima volta: negli empori fenici indugia e acquista madreperle coralli ebano e ambre tutta merce fina, anche profumi penetranti d’ogni sorta, piú profumi inebrianti che puoi, va in molte città egizie impara una quantità di cose dai dotti).

La dénotation, la denotazione, nella poesia di K. Kavafis è  la difficoltà della vita. A nessuno piacciono le difficoltà, ma se desideriamo davvero raggiungere i nostri obiettivi, dobbiamo allenarci e sviluppare le possibilità. E le possibilità sono le esperienze, in ogni esperienza, anche nelle più difficili esiste il lato positivo,esiste la potenza creativa, quando non lo vogliamo vedere, è appunto perché noi pensiamo che non ci sia, e non credendoci, non ci sforziamo nemmeno di provare a trovare quel lato positivo che si trasforma automaticamente in volontà.  N. Abbagnano sosteneva che le possibilità umane sono già, da questo punto di vista, possibilità realizzate in quanto date o concesse all’uomo dall’essere stesso che tutte le contiene nella loro compiuta realizzazione.

E come diciamo in semiologia le pas a pas  il passo dopo passo cioè  le code symbolique  il codice simbolico è la memoria, che ha come destinatario me ed è  formulata con parole che nel frattempo si sono – come per magia – trasformate in arte.(Ecco come la memoria  individuale diventa arte e poesia).  Avventure e momenti felici, sono memorie e fanne tesoro e ti accompagneranno per tutta la vita, perché saranno gli unici che ti aiuteranno a vivere, lontane da te ma non lontane dalla sua esistenza. La connotation, (secondo semiotica) la connotazione, o quello che diciamo Panfocus, è la memoria.

Kavafis conosceva che la poesia è una forma di memoria, anche che la memoria e la lingua sono due modi del reale, cosi  il lavoro della poesia è  un gioco fuoco della memoria, – ecco perché K. Kavafis è un poeta storico e insieme un poeta grande – perché se il mio passato  ha il dovere di presupporla (la memoria) il mio futuro deve già contenerla. E ogni poema rivendica un posto nella mia memoria, nella mia storia.

Apostolos Apostolou

Docente di Filosofia

Il desiderio è per definizione insoddisfatto

Amore è donare quello che non si ha a qualcuno che non lo vuole, sosteneva Jacque Lacan. E Vincenzo Cardarelli, poeta, scrittore e giornalista, diceva che l’amore, sul nascere ha di questi improvvisi pentimenti. Se il desiderio è per definizione insoddisfatto e questo succedo siccome quando amiamo noi torniamo a sperimentare in modo abbastanza vivo il senso di solitudine. L’uomo nella sua vita deve pagare per crescere l’insoddisfazione.

Gli psicanalisti e i poeti conoscono che la crescita esiste verso una dimensione adulta’ e rimasta sempre legata anche al desiderio enorme di cogliere ciò che da bambini ci è stato precluso. L’amore (come il desiderio) è il vissuto dell’assenza, è come se noi – come sostiene Aldo Caratenuto – il percorso dell’esistenza, sperimentassimo continuamente un’insoddisfazione profonda nonostante tutto che riusciamo ad afferrare. Il senso d’illimitato è sempre nell’amore. Infatti noi sentiamo non solo un’ apparente pienezza, ma anche che quella pienezza è falsa secondo Aldo Caratenuto. Cosi l’amore è un’insoddisfazione. Misteri dolorosi e fertili della mancanza d’amore.

Il greco filosofo Christos Yannaras scrive: «Quando nasce, l’eros (amore) nasce la vita. Attoniti tocchiamo con mano come possa la povertà dell’esistere trasfigurarsi in ricchezza inattesa di vita. Momenti quotidiani di routine si mutano in esperienza di festa, poiché la quotidianità incarna, ora, la reciprocità della relazione. Non c’è un tempo con un passato e un futuro, né uno spazio più vicino e più lontano. Il tempo è solamente un presente, e lo spazio solamente immediatezza di presenza, Spazio senza spazio la vicinanza, che dimensioni non conosce, dell’Altro, e tempo senza tempo la natura, che conosce solo pienezza, della reciproca offerta di sé. Al primo segno di reciprocità che l’Altro ci accorda, investiamo tutto il nostro naturale istinto di vita. Senza riserve e senza misura. Viviamo solo per l’Altro e grazie l’Altro. Diamo tutto, giochiamo tutto. Ogni garanzia, ogni sicurezza. I nostri legami e i nostri doveri. Il nostro buon nome, il nostro prestigio o la nostra fame. I nostri progetti, le nostre speranze. Pronti a tutto, persino alla morte, a favore dell’essere amato.»

L’amore è la grande nostalgia, la grande assenza (insoddisfatto), perché anche la vita è una grande mancanza. Finalmente la mancanza è l’essenza della vita.  E come dirà Massimo Recalcati «La mancanza non è afflizione, pena, mutilazione della vita. Questa è una rappresentazione solo nichilistica. Non è quello che mi interessa. La psicoanalisi mette in luce che la mancanza è generativa, perché essa costituisce il nutrimento vitale del nostro desiderio, che non è solo rimpianto nostalgico per una pienezza irraggiungibile, ma una potenza, una forza, un’energia trasformativa che rende la mancanza condizione di un’apertura verso l’Altro ricca di vita e di mondo, capace di colmare, come scrive il poeta, il cuore dell’uomo… Il desiderio manifesta la mancanza che abita l’essere umano, né è la sua espressione più pura. Come accade agli innamorati che si incontrano dopo un certo periodo di lontananza: non si chiede all’amato cosa ci ha portato, non lo si investe con una domanda rivolta all’avere. La domanda d’amore è sempre la stessa: ti sono mancato? La mia assenza è stata per te una presenza? »

Apostolos Apostolou

Docente di Filosofia.

Vladimir Jankélévitch: L’innocenza è fatta per essere perduta

       Nella filosofia dell’Occidente non c’è innocenza. Nascere – secondo la filosofia dell’Occidente significa- è comparire in giudizio.  Secondo Jean Jacques Rousseau questo è il dramma originale. Non siamo mai accettati come tali nell’innocenza delle nostre apparizioni. Dobbiamo incessantemente provare ciò che siamo. E Jean Paul Sartre, parla di Alterità degli Altri. L’Altro si pone come un “non me”, e come scrive nella sua opera “L’essere e il nulla” p, 279, gli altri sono la negazione radicale della mia esperienza. “L’ inferno sono gli altri” come dirà Jean Paul Sartre, sicuramente ma in questo inferno ci dobbiamo e vogliamo vivere. Cosi l’innocenza non c’è.  Esistere è espiare pagare indefinitamente l’audacia di parlare in prima persona secondo Jean Jacques Rousseau. Il tribunale degli altri non formula alcun verdetto definitivo. Se io non sono mai condannato non può mai espiare fino al mio ultimo respiro.

Cosi l’innocenza è fatta per essere perduta. Secondo pensiero greco non esiste l’innocenza né alla verità, né alla speranza. Esiste solo nel giogo. Perciò Eraclito dice: «αιών παις έστι παίζων πεσσεύων΄παιδός ή βασιληίη» cioè evo di vita bimbo che per gioco pedine sposta sovrano potere di bimbo. E’ l’’innocenza dei bambini  una magica sensazione che lo fa vivere in un mondo tutto suo; un mondo così semplice, così fantastico dove tutto sembra essere una spettacolare magia. E il gioco dei bambini e l’ innocenza. Perché il gioco dei bambini come scrive anche Don Miguel Ruiz, “l’ essenza della padronanza  dell’ amore” esprime la libertà assoluta  e l’amore assoluta “Se osservate i bambini di due o tre anni, vedrete che giocano e ridono tutto il tempo.       La loro immaginazione è potente, il loro modo di sognare è un’avventura e un’esplorazione. Quando qualcosa non va per il verso giusto reagiscono e si difendono, ma poi non ci pensano più e si concentrano di nuovo sul momento presente, tornando a giocare e a divertirsi. Vivono nel momento. Non si vergognano del passato e non si preoccupano del futuro. Esprimono ciò che sentono e non hanno paura di amare. I momenti più felici della nostra vita sono quando giochiamo come bambini. Da piccoli eravamo innocenti, e ci veniva naturale esprimere l’amore.” Ecco perché Platone sostiene che il gioco è la potenza dell’anima è il dono dei Dei. Scrive: «Io dico che dobbiamo occuparci di ciò che è serio, e non di ciò che serio non è: e per natura ciò che è divino è degno di ogni interesse, come un essere beato, mentre l’uomo, come dicevamo prima, è soltanto un giocattolo fabbricato dagli dèi, ed in effetti questa è la sua parte migliore. In conseguenza di questa concezione, ogni uomo e ogni donna devono vivere giocando al meglio possibile questo gioco, pensando il contrario di ciò che oggi si pensa».(Leggi, 803c, traduzione di Enrico Pegone).

L’innocenza oggi non esiste. E questo perché come dice Nietzsche io non so da che lato voltarmi. Sono tutto quello che non può trovare sfogo. La vita oggi ha sempre la struttura di una promessa e l’innocenza dell’esistenza,o del reale genera inevitabilmente delusione. Accusare paranoicamente, un oscuro sistema di tutti i mali che ci tocca subite. Cosi l’innocenza è fatta per essere perduta come sosteneva Vladimir Jankélévitch.

Apostolos Apostolou

Docente di Filosofia

Jacques Derrida: La scusa è come l’amore

Di Apostolos Apostolou

 

Le parole illuminano la nostra storia – dice la filosofia della lingua, – perché la storia delle nostre parole è la nostra storia. Il filosofo francese Jacques Derrida (1930-2004) analizza la parola pardon, chiedo scusa, scusare – perdonare   La parola pardon ha tema la parola Don , cioè il dono.  Il dono come il perdono come la xenia parola greca che significa ospitalità, come la testimonianza, sono parole figure, sono figure come dirà Jacques Derrida dell’impossibile.

L’impossibile non esprime un’utopia, secondo Jacques Derrida. «L’impossibile di cui parlo non è utopico perché dà, al contrario il suo movimento stesso il desiderio, all’azione e alla decisione è la figura stessa del reale».

Jacques Derrida fu influenzato dalla filosofia di Marcel Mauss (1872-1950) quando lui sosteneva che «il dono per quando spontaneo non è libero perché costituisce un’aspettativa della sua restituzione, perché fa parte di un sistema di obblighi e diritti proprio della società in cui si appartiene».

Jacques Derrida vuole cambiare questo pensiero. Il dono non è scambio, non è pagamento, non è ricompensa, non sono rapporti d’affari (nel saggio del 1991 intitolato Donare il tempo – La moneta falsa).  Non è qualcosa che deve essere pagato, non è qualcosa che può essere comprato e non esiste nel cerchio economico dello scambio.

Il dono dirà Jacque Derida richiede una libertà (forse la libertà dell’offerta) e una volontà di donare una responsabilità come offerta una condizione della libertà e un’intenzione e insieme un sapere. Cosi un dono fosse un oggetto dato con gratuità senza chiedere una forma di restituzione.

Anche la scusa si presenta come ciò che non ha luogo e attraverso cui si genera la follia dell’impossibile. La scusa è un dovere al di là del dovere. (Derrida, Donner le temps, 1991 Éditions Galilée, Paris). La scusa, il perdono, è  come l’amore, «perdona qualunque cosa indistintamente, così come perdona a chiunque; perdona tutto a tutti e non si attarda a far distinzioni fra le colpe gravi e le colpe leggere»

Anche secondo  Derrida la scusa  perdona l’inespiabile, crimini cui non vi può essere una punizione proporzionata all’atto commesso, che nessuna circostanza può attenuare. Perché la scusa è un dovere al di là del dovere.  (Derrida, Donner le temps, 1991 Éditions Galilée, Paris). In greco antico e moderno la parola scusa (συγγνώμη) ha un altro senso. Proviene dal verbo «συγγιγνώσκω» che significa: pensare allo stesso modo di uno, avere lo stesso parere o sentimento, consentire, convenire, essere d’accordo,  in qualcosa anche medio 2 confessare, riconoscere, concedere, accordare 3 (medio) essere conscio a sé stesso, avere coscienza di, confessare, riconoscere 4 condonare, compatire, perdonare e il sostantivo (συγγνώμη) significa   1 compatimento, indulgenza, perdono 2 condiscendenza. La parola è sintetica συγ+γνώμη cioè συγ (insieme) e (γνώμη) opinione,  possiamo dunque dire che la scusa in greco antico e moderno produce il contrato tra uomini.

Apostolos Apostolou

Docente di filosofia.

La nuova moda si chiama altermoderno

Nel postmoderno: “La moda, la cultura, la visione e la non-partecipazione politica, il sesso vagabondo ecc, sono altrettanti indizi della perdita dell’individualismo e del sociale in un confusionale societario indefinite, […] Non bisogna dedurne che si tratti di un processo di uniformazione, tutt’ altro. In un insieme organico in cui la comunità è primordiale vediamo elaborarsi un intenso gioco delle differenze in ciò che chiamare reversibilità”(M. Maffesoli, l’ ombra di Dioniso p.27). Però se il modernismo era un internazionalismo che ha voluto unificare e standardizzare i codici di espressione e il postmodernismo, in un certo senso è stata la scia del modernismo, la nuova convenzione, che prende il nome altermodernismo,(il primo che ha parlato di altermoderno era Nicolas Bourriaud) non è un concetto che si pone rispetto al postmoderno, non è il dopo del dopo del moderno, ma una cosa totalmente diversa. Quel che oggi chiamiamo ”altermoderno” è il desiderio che ha qualcuno di agire in modo alternativo.

L’altermoderno definito come quello che toglie la nostalgia di essere moderni cioè programmatici ma anche toglie il principio dell’incertezza di postmoderno, alter moderno considera che l’ arte (anche la filosofia) è l’ insinuazione che coesiste in quel che non si può esprimere. Moderno, postmoderno, altermoderno teorie o miti. Però la questione che si pone rispondere simultaneamente alla corrente sotterranea che si muove all’orizzonte degli orizzonti lontani che ci procura le ci procura le sue luci. Secondo altermoderno la verità si muove sul piano antropologico e non storico, cioè sul piano dell’Altro. Le “cose” si trovano al di là delle loto differenze relative. L’opera d’arte è tras-formazione di un significato in una forma riuscita. La scrittura, del romanzo, o della poesia ha un concetto apertissimo che contiene in sè un’infinità di operazioni. Il pensiero simbolico, il pensiero razionale, il linguaggio, il vero, il bello, il giusto, il bene, esistono nella esperienza di un altro sa sé. Il nuovo plano è: anti-logico, anti-filosofico,anti-intellettuale, anti-dialettico. Come la chora del Timeo cioè quell’amorfo indifferente, onnipotente proprio in quanto non consiste. Parafrasando Van Gogh, solo la vita nuda, niente filosofia, né storia, né mistica, né rito, né letteratura né poesia, né psicurgia o liturgia, niente… La nuova moda oggi é  l’ atermoderno.

Apostolos Apostolou

Docente di Filosofia

Jean Baurillard: La poesia come sovversione autentica. Il poema di Jean Baudrillard in Nevada nel 1996

Di Apostolos Apostolou

Poesia (il termine deriva dal verbo greco poièo, che significa «fare, produrre»), secondo Aristotele la poesia è arte di produrre composizioni verbali con la metafora, metonimia e metamorfosi. Metafora (“trasferimento” da μετά cioè oltre e il verbo greco φέρω, cioè io porto) è il significato della parola, è un tropo tramite il quale sostituiamo un termine con un altro in una frase, con lo scopo di creare delle immagini di forte carica espressiva. La metonimia (scambio del nome da greco μετά cioè oltre e la parola όνομα cioè nome) fatto linguistico-espressivo o figura di parola che consiste nel designare una cosa o persona coi nome di un altra cosa o persona avente con la prima un rapporto di dipendenza. E metamorfosi (dal greco μετά cioè oltre e la parola greca μορφή cioè forma) è il  mutamento nella forma e nella struttura delle frase e del sviluppo delle frase. Cosi la poesia con la metamorfosi diventa storia e il mito diventa contemporaneo.

Jean Baudrillard (Reims 1929-Parigi 2007) sociologo, filosofo, fotografo ma anche poeta, (è vero che pochi conoscono, che Jean Baudrillard esisteva anche poeta) esprime una nuova esperienza della poesia cioè la poesia del cambio. Cambiare la visuale, cambiare in qualche mondo, la nostra porzione di mondo. Oggi la vita esiste nella metastasi, anche la poesia frequenta la vita. Nel 1999, Jean Baudrillard in Nevada recita la sua poesia sostenuta dalla musica, era un viaggio tra musica e poesia. I giornali in America hanno scritto: «Incredibile ma vero! Baudrillard recita la sua poesia sostenuta da un gruppo di star con Tom Watson, Mike Kelley, George Hurley, Lynn Johnston, Dave Muller e Amy Stoll, la cantante ospite speciale Allucquère Rosanne Stone. Registrato dal vivo come parte del Chance Festival al Whiskey Pete’s Casino di Stateline Nevada, 1996»

Qui possiamo ascoltare Jean Baudrillard quando recita la sua poesia in Nevada, Casino di Stateline. https://soundcloud.com/interferencial/suicide-moi-jean-baudrillard-the-chance-band   anche qui:  https://youtu.be/GzSc8_QD_tU?t=204

I segni secondo J. Baudrillard  forse, non devono entrare per vocazione in opposizioni regolate a fini significativi, questa è  la loro destinazione attuale. Ma il loro destino è forse molto diverso è forse quello di sedursi tra loro e quindi di sedurci. E’ una logica totalmente diversa che regolerebbe cosi la loro circolazione segreta. La domanda siamo in una semiologia convenzionale? E la poesia dove è? Scrive J. Baudrillard  «Bisogna dire che il poetico è al contrario un processo di sterminazione del valore. La legge del poema è in realtà di far sì, secondo un processo rigoroso, che non resti nulla. In questo si oppone al discorso linguistico che, invece, è un processo di accumulazione,di produzione e distribuzione del linguaggio come valore. Il poetico è irriducibile al modo di significazione, che è semplicemente il modo di produzione dei valori linguistici. Essendo irriducibile alla linguistica, esso costituisce la scienza di questo modo diproduzione.»

Ma dove si trova la seduzione della poesia? La domanda è che cosa è la seduzione? E J. Baudrillard dirà che la seduzione è ciò che va dall’ uno all’ altro senza passare dallo stesso. Per esempio nella metamorfosi si passa da una forma all’altra senza passare per il senso. Nella poesia si va da un segno all’altro senza passare per il riferimento dirà J. Baudrillard. Con la poesia l’uomo traspare alla luce lo attraversa oppure illumina da tutte le parti sovraesposto senza difesa a tutte le fonti di luce.

Punti

[1] J. Baudrillard, L’échange symbolique et la mort, Gallimard, Paris 1976, tr. it. ID., Lo scambio simbolico e la morte,  Feltrinelli, Milano1979.

Apostolos Apostolou

Docente di Filosofia

Ludwig Wittgenstein: filosofo analitico, poeta o metafisico?

        «Ogni proposizione che scrivo mira sempre al tutto, alla stessa cosa cioè sempre di nuovo. Come se tutte mie proposizioni fossero solo aspetti della stessa cosa da diversi punti di vista». Ludwig Wittgenstein Vermische Bemerkungen, 1930.  L. Wittgenstein, filosofo analitico o poetico, pensatore metafisico, o scienziato positivo? Sicuramente Wittgenstein era un uomo carismatico affascinante, intelligente e metafisico. Un docente dallo sguardo metafisico e dalla mente capace di vedere messi inediti della filosofia di Occidente e nei pensieri dei grandi. Un poeta della filosofia, e questo perché un filosofo deve essere allievo dell’ontologia e insieme analitico e può permettersi la vision deliranti di un poeta.

Dal mescolarsi di tentativi razionali e mitici che si creano le «più fondamentali confusione (dalle quali è piena la filosofia)» Ludwig Wittgenstein Tractatus Logico Philosophicus  3.324. Filosofare sul trascendente dovrebbe essere il carattere del sovra-ragionale che stimola quelle corde del metafisico. Esistono secondo Ludwig Wittgenstein ambiti d’esperienza delle qualità, ambiti non riconducibili alla logica oggettivistica o “meccanicistica” della visione naturalistica ed estetica naturale sensibile, come anche gli analoghi ambiti dell’esperienza del dolore o del benessere. Caratteristico è il detto di Ludwig Wittgenstein «Non posso mostrare all’altro il mio mal di denti, e neppure posso dimostrargli che ho il mare di denti». Ludwig Wittgenstein, Grammatica filosofica. Quando Ludwig Wittgenstein, dice che «I limiti del mio linguaggio significano i limiti del mio mondo» 5.6  Tractatus Logico Philosophicus. Qui i limiti sono i confini dell’esperienza sensibile dei suoi effetti prodotti poetici – combinatori – sintattici sono prodotti dell’intelligenza / immaginazione / intuizione dell’ uomo come dice il greco filosofo Christos Yannaras. Solo relativamente, allusivamente e in parabole come uno specchio il linguaggio significa la realtà.

Il soggetto è metafisico secondo Wittgenstein non appartiene al mondo ma anche limita il mondo, dice per esempio «Il soggetto non appartiene al mondo, ma è un limite del mondo». 5.632 Tractatus. Tutti ambiscono a risalire alla definizione e alla spiegazione dell’evento esistenziale in sé. «Vi è davvero dell’ineffabile: esso mostra sé, è il Mistico». 6.522 Tractatus. Poesia secondo L. Wittgenstein è l’esperienza che delimita l’evidenza o il carattere apodittico della conoscenza mistica. «Non come il mondo è, è il Mistico, ma che esso è» 644 Tractatus. La coerenza di senso e linguistica del termine metafisica rimane sospesa se nel significato di metafisica cerchiamo qualcosa di più rispetto all’individuazione dell’esistenza. «Essa significherà l’indicibile rappresentando chiaro il dicibile […]».  Tractatus 4.115.

Apostolos Apostolou
Docente di filosofia