Jean Baurillard: La poesia come sovversione autentica. Il poema di Jean Baudrillard in Nevada nel 1996

Di Apostolos Apostolou

Poesia (il termine deriva dal verbo greco poièo, che significa «fare, produrre»), secondo Aristotele la poesia è arte di produrre composizioni verbali con la metafora, metonimia e metamorfosi. Metafora (“trasferimento” da μετά cioè oltre e il verbo greco φέρω, cioè io porto) è il significato della parola, è un tropo tramite il quale sostituiamo un termine con un altro in una frase, con lo scopo di creare delle immagini di forte carica espressiva. La metonimia (scambio del nome da greco μετά cioè oltre e la parola όνομα cioè nome) fatto linguistico-espressivo o figura di parola che consiste nel designare una cosa o persona coi nome di un altra cosa o persona avente con la prima un rapporto di dipendenza. E metamorfosi (dal greco μετά cioè oltre e la parola greca μορφή cioè forma) è il  mutamento nella forma e nella struttura delle frase e del sviluppo delle frase. Cosi la poesia con la metamorfosi diventa storia e il mito diventa contemporaneo.

Jean Baudrillard (Reims 1929-Parigi 2007) sociologo, filosofo, fotografo ma anche poeta, (è vero che pochi conoscono, che Jean Baudrillard esisteva anche poeta) esprime una nuova esperienza della poesia cioè la poesia del cambio. Cambiare la visuale, cambiare in qualche mondo, la nostra porzione di mondo. Oggi la vita esiste nella metastasi, anche la poesia frequenta la vita. Nel 1999, Jean Baudrillard in Nevada recita la sua poesia sostenuta dalla musica, era un viaggio tra musica e poesia. I giornali in America hanno scritto: «Incredibile ma vero! Baudrillard recita la sua poesia sostenuta da un gruppo di star con Tom Watson, Mike Kelley, George Hurley, Lynn Johnston, Dave Muller e Amy Stoll, la cantante ospite speciale Allucquère Rosanne Stone. Registrato dal vivo come parte del Chance Festival al Whiskey Pete’s Casino di Stateline Nevada, 1996»

Qui possiamo ascoltare Jean Baudrillard quando recita la sua poesia in Nevada, Casino di Stateline. https://soundcloud.com/interferencial/suicide-moi-jean-baudrillard-the-chance-band   anche qui:  https://youtu.be/GzSc8_QD_tU?t=204

I segni secondo J. Baudrillard  forse, non devono entrare per vocazione in opposizioni regolate a fini significativi, questa è  la loro destinazione attuale. Ma il loro destino è forse molto diverso è forse quello di sedursi tra loro e quindi di sedurci. E’ una logica totalmente diversa che regolerebbe cosi la loro circolazione segreta. La domanda siamo in una semiologia convenzionale? E la poesia dove è? Scrive J. Baudrillard  «Bisogna dire che il poetico è al contrario un processo di sterminazione del valore. La legge del poema è in realtà di far sì, secondo un processo rigoroso, che non resti nulla. In questo si oppone al discorso linguistico che, invece, è un processo di accumulazione,di produzione e distribuzione del linguaggio come valore. Il poetico è irriducibile al modo di significazione, che è semplicemente il modo di produzione dei valori linguistici. Essendo irriducibile alla linguistica, esso costituisce la scienza di questo modo diproduzione.»

Ma dove si trova la seduzione della poesia? La domanda è che cosa è la seduzione? E J. Baudrillard dirà che la seduzione è ciò che va dall’ uno all’ altro senza passare dallo stesso. Per esempio nella metamorfosi si passa da una forma all’altra senza passare per il senso. Nella poesia si va da un segno all’altro senza passare per il riferimento dirà J. Baudrillard. Con la poesia l’uomo traspare alla luce lo attraversa oppure illumina da tutte le parti sovraesposto senza difesa a tutte le fonti di luce.

Punti

[1] J. Baudrillard, L’échange symbolique et la mort, Gallimard, Paris 1976, tr. it. ID., Lo scambio simbolico e la morte,  Feltrinelli, Milano1979.

Apostolos Apostolou

Docente di Filosofia

Ludwig Wittgenstein: filosofo analitico, poeta o metafisico?

        «Ogni proposizione che scrivo mira sempre al tutto, alla stessa cosa cioè sempre di nuovo. Come se tutte mie proposizioni fossero solo aspetti della stessa cosa da diversi punti di vista». Ludwig Wittgenstein Vermische Bemerkungen, 1930.  L. Wittgenstein, filosofo analitico o poetico, pensatore metafisico, o scienziato positivo? Sicuramente Wittgenstein era un uomo carismatico affascinante, intelligente e metafisico. Un docente dallo sguardo metafisico e dalla mente capace di vedere messi inediti della filosofia di Occidente e nei pensieri dei grandi. Un poeta della filosofia, e questo perché un filosofo deve essere allievo dell’ontologia e insieme analitico e può permettersi la vision deliranti di un poeta.

Dal mescolarsi di tentativi razionali e mitici che si creano le «più fondamentali confusione (dalle quali è piena la filosofia)» Ludwig Wittgenstein Tractatus Logico Philosophicus  3.324. Filosofare sul trascendente dovrebbe essere il carattere del sovra-ragionale che stimola quelle corde del metafisico. Esistono secondo Ludwig Wittgenstein ambiti d’esperienza delle qualità, ambiti non riconducibili alla logica oggettivistica o “meccanicistica” della visione naturalistica ed estetica naturale sensibile, come anche gli analoghi ambiti dell’esperienza del dolore o del benessere. Caratteristico è il detto di Ludwig Wittgenstein «Non posso mostrare all’altro il mio mal di denti, e neppure posso dimostrargli che ho il mare di denti». Ludwig Wittgenstein, Grammatica filosofica. Quando Ludwig Wittgenstein, dice che «I limiti del mio linguaggio significano i limiti del mio mondo» 5.6  Tractatus Logico Philosophicus. Qui i limiti sono i confini dell’esperienza sensibile dei suoi effetti prodotti poetici – combinatori – sintattici sono prodotti dell’intelligenza / immaginazione / intuizione dell’ uomo come dice il greco filosofo Christos Yannaras. Solo relativamente, allusivamente e in parabole come uno specchio il linguaggio significa la realtà.

Il soggetto è metafisico secondo Wittgenstein non appartiene al mondo ma anche limita il mondo, dice per esempio «Il soggetto non appartiene al mondo, ma è un limite del mondo». 5.632 Tractatus. Tutti ambiscono a risalire alla definizione e alla spiegazione dell’evento esistenziale in sé. «Vi è davvero dell’ineffabile: esso mostra sé, è il Mistico». 6.522 Tractatus. Poesia secondo L. Wittgenstein è l’esperienza che delimita l’evidenza o il carattere apodittico della conoscenza mistica. «Non come il mondo è, è il Mistico, ma che esso è» 644 Tractatus. La coerenza di senso e linguistica del termine metafisica rimane sospesa se nel significato di metafisica cerchiamo qualcosa di più rispetto all’individuazione dell’esistenza. «Essa significherà l’indicibile rappresentando chiaro il dicibile […]».  Tractatus 4.115.

Apostolos Apostolou
Docente di filosofia

La fine dell’arte o la morte della fantasia?

Di Apostolos Apostolou

G.W.F.Hegel nell’Estetica (Aesthetik 1820) scriveva: “ L’arte dal lato della sua suprema destinazione è e rimane per noi un passato. Con ciò essa ha perduto pure per noi ogni genuina verità e vitalità, ed è relegata nella nostra rappresentazione più di quanto non faccia valere nella realtà la sua necessità di una volta e non assuma il suo posto superiore. Ciò che in noi ora è suscito dalle opere d’arte è, oltre il godimento immediato, anche il nostro giudizio, poiché noi sottoponiamo alla nostra meditazione il contenuto, i mazzi di manifestazione dell’opera d’arte e l’appropriatezza o meno, di entrambi…L’arte ci invia alla meditazione…La spiegazione sta nell’urgenza di un’arte come cultura e dell’adesione dell’arte alla vita.” [1]

Se possiamo dire che l’arte è l’esperienza della bellezza, questa constatazione conduce alle seguenti domante. Qual è fattore cioè l’elemento che traduce determinate informazioni dei sensi in esperienza della bellezza? Anche, qual è l’elemento comune che rende esperienza della bellezza una determinata visione, una determinata sensazione del tatto, dell’odorato, del gusto? Ma anche quale elemento conferisce bellezza? Quale criterio ci permette di distinguere l’arte alta dai primi e immaturi tentativi, l’artista dotato da chi è semplicemente privo di talento? Oggi non c’è nessun elemento o criterio esperienziale.

Molti dicono che nell’arte non c’è niente da vedere. E questo perché l’arte diventa iconoclastica. Un’iconoclastia moderna che non consiste più nel distruggere le immagini, ma nel fabbricare immagini, una profusione d’immagini in cui non c’è niente da vedere come dirà Jean Baudrillard. «Tutto il dilemma sta in questo: o la simulazione è irreversibile, non vi è un al di là della simulazione, non  è neanche più un evento, è  la nostra banalità assoluta, una oscenità di tutti i giorni, siamo nel nichilismo definitivo e ci prepariamo a una ripetizione insensata di tutte le forme della nostra cultura in attesa di un altro evento imprevedibile – ma da dove potrebbe venire? Oppure vi è comunque un’arte della simulazione, una qualità ironica che risuscita ogni volta le apparenze del mondo per distruggerle. Altrimenti l’arte si limiterebbe ormai, come fa spesso oggi, ad accanirsi sul proprio cadavere. Non bisogna aggiungere la stessa cosa alla stessa cosa, e cosi via en abime: questa è la simulazione povera. Bisogna che ogni immagine tolga qualcosa alla realtà del mondo che in ogni immagine qualcosa sparisca, ma senza cedere alla tentazione dell’ annientamento, dell’ entropia definitiva, bisogna che la sparizione resti viva –  è questo il segreto dell’ arte e della seduzione. Vi è nell’arte – nell’arte contemporanea come pure probabilmente, nell’arte classica – un duplice postulato, dunque una duplice strategia. Una pulsione di annientamento, di cancellazione di tutte le tracce del mondo e della realtà, e una resistenza contraria a tale pulsione. Stando alle parole di Michaux, l’artista è “colui che resiste con tutte le sue forze alla pulsione fondamentale a non lasciare tracce”…» (vede: Jean Baudrillard Illusione, disillusione, estetiche. Edizione Sintomi, traduzione di Laura Guarino).

Cosi secondo Baudrillard, oggi nell’arte tutto sembra programmato per disilludere lo spettatore, al quale non resta che riconoscere una cosa, e cioè che quell’eccesso, che mette purtroppo fine a ogni illusione dell’arte. Forse viviamo lo stadio finale della storia dell’arte cosi come con la potenza dell’economia viviamo lo stadio estremo della politica. Con altre parole abbiamo il vuoto dell’immagine e nello stesso tempo abbiamo il vuoto della nostra immaginaria. Nella cultura individuo – centrica postmoderna molti tentativi di creazione artistica muovono da una chiara incapacità o da un rifiuto di relazione, relazione, con il materiale dell’arte e con il compagno dell’opera d’arte. Un’immagine è precisamente un’astrazione del mondo in due dimensioni, è ciò che toglie una dimensione al mondo reale, e in tal modo inaugura la potenza dell’illusione. Oggi viviamo solo questo che esiste nel mondo dell’illusione che esprime la virtualità. L’immagine non può più immaginare il reale perché essa stessa è il reale, non può più trascenderlo, trasfigurarlo, sognarlo. Perché ne è la realtà  virtuale.

In Italia prima Anceschi ha parlato di momento di massima inquietudine critica dell’ estetica inquietudine che sembra scaturire non solo dalla discussa metafora della morte dell’ arte, ma anche dalla continua invasione di campo da parte di altre discipline che in eccitato stato di espansione, cercato di annettersi non solo talune aree dell’ estetica, ma tutto il territorio. Secondo Vattimo e Perniola l’arte non abbraccia la totalità della vita, ma va considerata come un aspetto di essa che non è morto, ma solo tramontato. Ma come possiamo vedere secondo Anceschi si è preoccupato di difendere l’ autonomia dell’ estetica e Vattimo di rilanciare il discorso sulla morte dell’ arte, mentre Perniola ha indicato quale dev’ essere la funzione dell’ intellettuale e della cultura nella società odierna adombrando anche l’ idea della simulazione.

Per Arthur Danto Coleman la fine dell’arte non significa la morte della pittura e dell’arte plastiche – artistiche, e proprio non è la morte del fare arte è invece la fine dei modelli narrativi. Si tratta di un nucleo di problema centrale nella nostra civiltà, non soltanto nella storia dell’arte e nella storia dell’immagine di cui siamo eredi, e vittime ma proprio nella nostra civiltà. Quando parliamo di fine di una narrazione storica dell’arte, non è solo il modello narrativo che aveva incluso anche l’arte moderna e postmoderna, ma la possibilità stessa di un modello narrativo che rappresenti l’arte che ne legga il discorso in senso storico. (The End of Art). Hans Belting è uno storico dell’arte, formatosi come storico dell’arte medievale occidentale e bizantina e secondo Hans Belting   l’icona, di Cristo  ci mostra come un sistema di produzione di potere, cioè   la Chiesa Cattolica, e diventa la narrazione del  consenso. La Chiesa Cattolica sta usando un’immagine per raggiungere un target di consenso, per coinvolgere fasce di popolazione nell’adesione a un’ideologia e a una fede. Anche Donald Kuspit sostiene che oggi nell’arte non ci sono immagini ma solo codici. L’idea di stile diventa “permesso”.

Abbiamo raggiunto una situazione di non ritorno e bisogna perciò riconsiderare le regole del gioco che chiamiamo “storia dell’arte” secondo Belting. «Questo non vuol dire «rigettare necessariamente il canone che è iscritto nel patrimonio di conoscenze ereditato dalla pratica della rispettiva disciplina» e secondo sempre Belting. L’arte e sempre una domanda e Dickie  pensò che la risposta alla domanda “Che cos’è l’arte?” dovesse consistere in una definizione dell’arte e quindi formulò la sua teoria sostenendo che è arte qualunque cosa il mondo dell’arte dichiari tale. Ora, il mondo dell’arte è un’istituzione, che comprende critici, collezionisti, curatori, artisti, storici dell’arte, e via dicendo, e dal momento che ho ritenuto che non c’è arte senza un mondo dell’arte, è ovvio che l’arte deve essere qualcosa di istituzionale.[2] Tutti conosciamo che l’estetica o storia dell’arte, era una sorta di sublimazione, e proprio di controllo da parte della forma. In realtà il regno dell’arte e dell’estetica è quello di una gestione convenzione dell’ illusione. Le immagini sono oggetti ironicamente puri. E l’estetica diventa un oggetto feticcio che cerca una forza. Fine della rappresentazione, fine dell’estetica, fine dell’immagine, apre oggi la banalità tecnica dei nostri oggetti e delle nostre immagini. Il nostro segreto è sempre il segreto della seduzione. Però la seduzione oggi e la tecnologia che fa la parodia di se stessa, vomita se stessa.

Danto era molto ottimista quando scriveva che “…quel che è interessante ed essenziale nell’arte è la capacità spontanea che ha l’artista di permetterci di vedere il suo modo di vedere il mondo – non semplicemente il mondo, come se un dipinto fosse una finestra, ma il mondo nel modo in cui lui ce lo offre.” (La trasfigurazione del banale). Perché gli oggetti si trovano al di là della forma estetica. Sono oggetti banali, oggetti tecnici, oggetti virtuali, oggetto mimetici,  ma non oggetti dell’ estetica, siccome sono oggetti feticci, senza significato, senza valore, offrono l’ illusione pura della tecnica. Perché oggi non c’è un puro pensiero ad un’ esperienza d’ arte.

La domanda è: viviamo la fine dell’arte? o viviamo la morte della fantasia? Il passaggio in una società  dello spettacolo e in una società dell’informazione, ha portato la morte della fantasia, la morte dell’immaginario. La morte (la morte della fantasia) non è un destino oggettivo, ma un appuntamento. Neppure lei può recarvisi, perché è lei questo appuntamento, ossia la congiunzione allusiva dei segni e delle regole che fanno il gioco. La morte è solo un elemento innocente, e questa è l’ironia segreta del racconto, che lo rende diverso da un apologo moralistico o da una banale storia di pulsione di morte, e fa si che lo si consideri un motto di spirito, nella sublimità del piacere.

Note:

  1. G.W.F.Heggel , Estetica Feltrinelli, Milano, pag, 889.
  2. Arthur Coleman Danto. Filosofia Arte Bellezza. di Giacomo Fronzi. MicroMega.

 

Apostolos Apostolou

Docente di Filosofia. Atene.

Finalmente è uscita l’antologia per i 15 anni di Segreti di Pulcinella!

nessun altro

Finalmente è uscita l’antologia per i 15 anni di Segreti di Pulcinella!!

Autori presenti (in ordine alfabetico):

Acciai Baggiani Massimo
Apostolou Apostolos
Balò Roberto
Cantucci Andrea
D’Angelo Rossana
Dragotescu Lucia
Ferrari Alessandra
Ferrari Emanuela
Gherardotti Erika
Guglielmino Francesco
Gurrado Salvatore
Martinuzzi Emanuele
Menzinger Carlo
Panizzo Francesco Luigi
Strinati Fabio

Il prezzo, per una curiosa coincidenza, è 15 euro, come il numero degli autori presenti e il numero degli anni della rivista

Presto organizzeremo delle presentazioni a FIRENZE.