La felicità dell’individuo

Di Massimo Acciai Baggiani

Di solito non scrivo articoli critici sulle mie letture, soprattutto se si tratta di un gigante della fantascienza quale Arthur C. Clarke (1917-2008), di cui ho apprezzato molte opere, a partire dal ciclo di Odissea nello spazio. Tuttavia il suo romanzo La città e le stelle (The City and the Stars, 1956) non mi ha soddisfatto appieno.

La storia del protagonista, Alvin, si svolge in un futuro lontanissimo. Alvin vive a Diaspar, una città con una storia di un miliardo di anni alle spalle, ritenuta – a torto, come scopriremo – l’unica città rimasta sul pianeta Terra ormai trasformato in un deserto ostile. Diaspar è un luogo affascinante ed edonistico: i suoi abitanti hanno raggiunto una sorta di immortalità grazie ai Banchi Memoria, gestiti da un Computer Centrale (quasi una sorta di divinità informatica), che li ricrea a lunghi intervalli di tempo ogni volta che lasciano il proprio corpo fisico. I Banchi Memoria provvedono a tutti i bisogni dei dieci milioni di cittadini, plasmando “magicamente” la materia. A Diaspar non si è mai sicuri di cosa sia veramente “reale”, si vive in una sorta di realtà virtuale che confonde i sensi e tiene impegnate le persone per innumerevoli vite, in modo che, nonostante la popolazione sia sempre la stessa (anche se a rotazione presente in buona parte nei Banchi Memoria) e non nascano più individui nuovi, non ci si annoia mai e non c’è decadenza.

Alvin è un’eccezione. Ad intervalli di milioni di anni nasce un Unico, ossia un individuo che non ha vissuto altre vite precedenti, destinato a grandi cose. Alvin è uno di questi. Dovrà scoprire qual è la sua missione, che coinvolge niente di meno che il destino della razza umana. Incontrerà sul suo cammino un altro personaggio anomalo come lui, anche se in modo diverso, che lo aiuterà a trovare risposte alle sue molte domande – ad esempio sul perché gli abitanti di Diaspar hanno orrore di tutto ciò che sta fuori dalla città. La sua avventura lo porterà proprio all’esterno, in un’altra città di cui a Diaspar si ignorava l’esistenza: una città altrettanto longeva ma che ha fatto una scelta opposta riguardo all’immortalità. A Lys infatti la gente nasce e muore come nel nostro tempo; vive una vita essenzialmente agreste, con un uso limitato delle macchine, ed ha sviluppato la telepatia.

Dopo l’incontro con questa seconda civiltà, la storia si sposta su altri pianeti e prende un respiro realmente cosmico – lascio questa parte finale al lettore, senza svelare altro – ma quello che mi ha colpito è la contrapposizione tra filosofie di vita così diverse; filosofie che Alvin vorrebbe conciliare, facendo incontrare di nuovo, dopo un miliardo di anni, le due civiltà, fondendole con il meglio di ciascuna. Qui il mio pensiero diverge da quello del protagonista (e di Clarke): Diaspar è un mondo perfetto così com’è, stabile, in cui il problema della morte è stato superato brillantemente. Perché dunque tornare a morire? Giusto per tornare a procreare nel modo tradizionale? Per avere intorno dei bambini?

Gli abitanti di Lys considerano che senza ricambio generazionale non ci può essere evoluzione (come se Lys non fosse rimasta immutata per eoni, così come Diaspar…) e scopo dell’amore è proprio quello di mettere al mondo figli.

«Alvin sapeva, con certezza che andava al di là di ogni logica, che per il benessere della razza era necessaria l’unione delle due culture. In un caso simile la felicità individuale non ha alcuna importanza[1] Clarke è sempre stato piuttosto sciovinista nei confronti della razza umana, un po’ in tutte le sue opere; l’individuo conta poco, ciò che conta è la “razza” a cui appartiene. La sua felicità è subordinata al trionfo della specie. Personalmente non cambierei mai l’immortalità (se l’avessi) con la conquista delle stelle da parte del genere umano. È chiaro che l’immortalità ha come prezzo l’azzeramento delle nascite, per ovvi motivi, ma mi pare un prezzo più che accettabile. Non condivido il desiderio del protagonista di cambiare lo status quo, senza il permesso di milioni di individui abituati a “morire” e “rinascere” con tutti i loro ricordi e la loro personalità, mettendo in pericolo il loro diritto ad essere immortali. Entrambe le città, Lys e Diaspar, considerano inferiori gli abitanti dell’altra, perfettamente soddisfatte del proprio stile di vita: perché cambiarlo dunque?

Clarke non approfondisce la questione, appena accennata e subito risolta dal protagonista con la considerazione sopra citata. La storia è molto più ampia, tanto che ci si perde, dà le vertigini, finisce per risultare esagerata. Viene da dire che l’autore ha fatto il passo più lungo della gamba: tutti questi miliardi di anni, di stelle, l’Impero Galattico, creature onnipotenti e disincarnate alla fine annoiano, risultano poco credibili. Si giunge alla fine del libro con un senso di vuoto, di inconsistenza. Ciò che rimane impresso, almeno a me come lettore, è proprio la città di Diaspar: un’utopia che Clarke vuol fare apparire come distopia[2]. A me non dispiacerebbe essere cittadino di questa sorta di paradiso, per quanto artificiale e legato alla memoria digitale di una macchina tanto complessa da aver sviluppato una sua personalità. Applaudo quindi a questa creazione visionaria ma sbadiglio al resto…

Firenze, 20 ottobre 2020

Bibliografia

Clarke A.C., La città e le stelle, Milano, L’Unità, 1993.


[1] Clarke A.C., La città e le stelle, Milano, L’Unità, 1993, p. 206. Il corsivo è mio.

[2] Un po’ come nel “mondo nuovo” di Aldous Huxley, il cui motto è proprio “Stabilità”.