Vita di Gianluigi Redaelli, narrata da lui medesimo

Di Massimo Acciai Baggiani

L’autobiografia è oggi considerata un genere piuttosto controverso, che suscita accesi dibattiti sull’opportunità di rendere pubblici fatti privati in cui sono coinvolte persone reali che potrebbero non gradire. Oltre che sul “se” (c’è chi pensa che solo i personaggi famosi abbiamo il “diritto” di scrivere le proprie memorie) si discute anche sul “quando” (molti pensano che vadano scritte in vecchiaia, dopo i settant’anni per intenderci) e sul “cosa” (molti obiettano che, a meno di non aver vissuto eventi eccezionali, non vale la pena scrivere di una vita banale che potrebbe annoiare il lettore). Insomma, quello autobiografico è un genere a parte nella storia della letteratura: ha avuto grande fortuna nel Settecento (bellissima la Vita dell’Alfieri), oggi fa storcere un po’ il naso. Eppure ogni autobiografia è preziosa, sia che venga pubblicata sia che resti nel cassetto per i posteri: personalmente ho deciso di far conservare le mie memorie (iniziate a scrivere quando avevo 18 anni e periodicamente aggiornate) presso l’Archivio Diaristico Nazionale di Pieve Santo Stefano – straordinario ente che raccoglie migliaia di diari e memorie di persone “comuni”.

Quando mi sono trovato la corposa autobiografia di Gianluigi Redaelli (il primo volume si compone di ben 516 pagine!) mi è venuto spontaneo pensare: “O mamma!”. Ma già dalle prime pagine mi ha conquistato. Lo stile è accattivante, ironico, scorrevole. I fatti narrati seguono in parallelo le vicende personali dell’autore, nato nel 1943, sullo sfondo dei grandi eventi e i molti mutamenti avvenuti in Italia dal secondo dopoguerra al 1974 (anno in cui si chiude il primo volume, l’unico per ora scritto e pubblicato sotto il titolo, significativo, di Però, quante ne ho passate!). Il lungo sottotitolo, a mo’ di quei titoli chilometrici che andavano di moda fino all’Ottocento, chiarisce meglio il contenuto: Vita di Gian ovvero l’evoluzione attraverso 50 anni di esperienze di un uomo, quasi, qualunque, da tagliato fuori a figlio del ‘68 e militante impegnato.

Tutti noi, riguardando indietro alla nostra vita, soprattutto a una certa età, possiamo dire, con Redaelli: «Però, quante ne ho passate!». Le vite, anche quelle più comuni, sono piene di avvenimenti che, se narrati in modo adeguato, possono suscitare l’attenzione anche del lettore che non conosce direttamente l’autore (come nel mio caso): è il caso di Gianluigi “Gian” Redaelli, il quale d’altronde non è nuovo nella scrittura. Il suo libro si basa su un diario che teneva fin da giovane e che riempiva con considerazioni sugli eventi politici e di costume, oltre che con poesie varie, come un moderno zibaldone a cui attinge a piene mani per il suo libro, con ampie citazioni.

Seguiamo così l’autore nelle sue prime esperienze infantili, nei suoi primi amori, nell’esperienza non molto positiva del servizio di leva (siamo negli anni Sessanta, prima dell’obiezione di coscienza), nei suoi viaggi (particolarmente interessante quello in Pakistan), nei suoi primi lavori legati alla scrittura e alla creatività (come enigmista e poi come giornalista), e nel suo impegno politico, per la difesa dei diritti dei più deboli. Però, quante ne ho passate! è un libro ricco di aneddoti, a volte spassosi, altre volte drammatici: una sorta di confessione in vecchiaia che si legge quasi come un romanzo. Alla fine della lettura si può in effetti concordare con Redaelli: ne ha passate davvero tante!

Firenze, 10 gennaio 2021

Bibliografia

Redaelli G., Però, quante ne ho passate! Vita di Gian ovvero l’evoluzione attraverso 50 anni di esperienze di un uomo, quasi, qualunque, da tagliato fuori a figlio del 68 e militante impegnato, Napoli, Eracle, 2018

Sei racconti di vita irreale

Di Massimo Acciai Baggiani

shen fuA volte le uniche cose che sappiamo di un autore derivano dalla sua autobiografia, e a volte l’autobiografia è l’unica cosa che ha scritto. Così vite assolutamente ordinarie, di cui non avremmo saputo nulla, attraversano i secoli e giungono fino a noi, lettori del Duemila. È il caso di Shen Fu, un oscuro funzionario vissuto nella Cina di due secoli e mezzo fa. L’unico suo libro è Sei racconti di vita irreale (Fu-Sheng Liu-Chi); io l’ho letto nella versione italiana curata da Lionello Lanciotti. Una lettura particolare per me, lontana dai libri che leggo di solito, resa disagevole dalla grande quantità di note, indispensabili per comprendere il contesto storico e culturale, tra tradizione, confucianesimo, taoismo, buddismo e letteratura.

È insolita anche come autobiografia, in quanto non segue il canonico ordine cronologico ma è strutturata in sei capitoli (ma a noi ne sono giunti solo quattro) che seguono altrettante tematiche. Il primo “racconto”, intitolato La gioia del ricordo del gineceo, è dedicato alla memoria della moglie Yün, il grande amore dell’autore, morta prematuramente. Il loro rapporto ci appare molto “moderno” e paritario. All’epoca i matrimoni erano combinati dalle famiglie e spesso gli sposi si vedevano per la prima volta appena dopo la cerimonia: possiamo immaginare quindi molti legami male assortiti e tante corna (ma il concubinaggio era una cosa accettata socialmente, anzi la stessa moglie spesso sceglieva la concubina per il marito), ossia privi d’amore; non è il caso di Shen e Yün. Il loro è un sentimento puro e assoluto, anche se non mancano altre figure femminili e ménage à trois (come scriveva Oscar Wilde: le catene del matrimonio sono troppo pesanti da portare solo in due).

Segue La gioia dei momenti d’ozio, capitolo tutto sommato noioso per noi occidentali, ma ci ricorda che i ritmi in oriente sono diversi da quelli frenetici dell’occidente, e la vita là sanno gustarsela meglio che qui, con maggiore consapevolezza (o almeno questa è la mia impressione). Dopo le gioie però vengono i dolori, e così il terzo capitolo – Malinconia nel ricordare le difficoltà – contiene la narrazione dei lutti e delle disavventure del nostro povero Shen. Il padre lo caccia di casa, la moglie e i figli muoiono giovani, si ritrova solo senza il figlio maschio che dovrebbe, alla sua morte, officiare i riti funebri. L’ultimo capitolo (l’ultimo che ci è giunto) si intitola Le gioie del vagabondaggio ed è tutto dedicato ai viaggi del nostro funzionario: una sorta di guida turistica della Cina a cavallo tra Settecento e Ottocento, non di facile lettura per noi italiani ma comunque affascinante.

Non sappiamo a che età è morto Shen Fu: sappiamo solo che è arrivato almeno a 46 anni (era nato nel 1763). A volte le autobiografie sono completate da qualche persona di fiducia dell’autore, incaricata di scrivere quelle pagine che per ovvi motivi l’autore stesso non può scrivere (come ad esempio nel caso di Vittorio Alfieri): non è così per Shen Fu, la cui opera ci è giunta solo per due terzi. Chissà cosa ne è stato di lui.

Firenze, 10 maggio 2020

Bibliografia

Shen Fu, Racconti di vita irreale, Venezia, Marsilio, 1993.