Considerazioni sul concetto di libertà

Di Massimo Acciai Baggiani

Martin_Luther_King,_Jr.«La mia libertà finisce dove comincia la vostra» diceva Martin Luther King. Questa frase, su cui mi trovo assolutamente d’accordo, è di estrema attualità in questo periodo di misure di contenimento di una pandemia, ma merita dei chiarimenti. Io la interpreto così, alla luce degli eventi di questi giorni: la libertà non è fare tutto ciò che ti passa per la testa, fregandotene delle conseguenze delle tue azioni sugli altri. Quella non è libertà, è un’altra cosa. Le parole sono importanti, come diceva qualcuno, e alcune si prestano facilmente a fraintendimenti. Quando leggo, sui social, post contro il governo che ha «annullato le sacre libertà costituzionali» di uscire di casa e aggregarsi, o quando vedo esponenti di Forza Nuova che portano una bandiera con suscritto «Libertà» mentre vanno a fare una marcia non autorizzata a piazza San Pietro, o ancora quando sento un fascista che auspica l’abolizione del reato di apologia del fascismo in nome della «libertà di pensiero», penso che forse questa parola, «libertà» sia la più fraintesa del vocabolario di tutte le lingue, e mi cascano le braccia.

Premetto che io sono anarchico – precisamente un “anarchico utopico” (ossia per me il mondo perfetto è un mondo in cui non c’è bisogno di leggi o regole, perché spontaneamente gli uomini e le donne si rispettano e vivono in armonia): può sembrare quindi strano che in questo momento storico mi faccia acceso difensore di regole che limitano la “libertà”, per me bene supremo («Liberté, égalité, fraternité» riassumono la mia idea politica). No, non c’è nessun paradosso: la libertà in cui credo non è quella di uscire di casa ed esporsi/esporre al contagio, solo perché si ha la fregola di fare due passi, ma quella di essere liberi anche tra le mura domestiche, pensando a coloro che vorrebbero esserci a casa ma non possono – perché non ce l’hanno una casa, oppure perché devono andare al lavoro, rischiando la vita. La libertà in cui credo io è, purtroppo, qualcosa che si concretizzerà per l’uomo del futuro, quando supererà la propria umanità per non estinguersi: per l’uomo reale, di oggi («effettuale» direbbe Machiavelli), ci vogliono purtroppo delle regole, soprattutto per gli italiani; ma che siano regole basate sul buonsenso, che mirino al bene di tutti senza creare privilegi, e che vengano imposte al riottoso italiano che crede sempre di essere più “furbo” degli altri (e ritiene la “furbizia” una virtù).

220px-Former_President_Toda«Un uomo è libero nel momento in cui desidera esserlo» scriveva Voltaire; Josei Toda, secondo presidente della Soka Gakkai, arrestato, durante la seconda guerra mondiale, dal regime militare giapponese per le sue idee pacifiste e democratiche, dichiarava di essere più libero lui in prigione che suoi carcerieri. Grandi uomini, direte, certo. A me queste quattro mura vanno strette, non dico di no: mi manca il caffè che ero solito prendere al bar, leggendo il giornale, mi mancano le passeggiate, le corse in bicicletta, mi manca il mio lavoro (perso a causa della quarantena), mi mancano il contatto con i miei amici e tante piccole cose che prima davo per scontate. A volte mi sembra di impazzire, lo confesso. Ma il mio sacrificio è ben poca cosa rispetto a quello di altri, e comunque il pensiero di contribuire, seppure in piccolissima parte, alla soluzione di questa pandemia, affinché ci siano meno vittime possibile, mi rende sopportabile questa reclusione, le dà un senso.

Io resto a casa quindi. Perché dunque ce l’ho con chi dice «Tu resta pure a casa, io esco! Se poi vengo contagiato, almeno me ne andrò a testa alta, libero, e non come un pecorone sorvegliato dai droni!»? Perché, come diceva Luther King, la tua libertà sta invadendo la mia, ossia quella di poter uscire di casa il prima possibile, in sicurezza, quando questo casino sarà passato grazie anche al sacrificio di molti che, come me, se ne stanno a casa. Se tu esci, metti in pericolo anche me, indirettamente, oltre che te stesso.

Proprio mentre sto scrivendo, si è accesa una polemica che vede contrapporsi il governo italiano e i vescovi cattolici. Con ciascuna parte si schierano i laici e i fedeli più irresponsabili (molti no-vax, qualche fascistello di Forza Nuova, eccetera). Già Salvini aveva proposto di riaprire le chiese per pasqua (idea sostenuta con veemenza anche da Davide Rondoni, versificatore ciellino, su Facebook); idea balzana per fortuna non presa in considerazione da chi gestisce questa quarantena (in modo non ottimale forse, ma sicuramente lodevole). Con la fase 2 si è riaccesa la polemica quando nel discorso di Conte non è stata contemplata la riapertura alle cerimonie religiose (salvo i funerali, con un massimo di 15 partecipanti morto compreso). Subito si è parlato di «attentato alla libertà di culto» e il povero Conte, intimorito, sta già pensando di fare marcia indietro. I cattolici si fanno sempre riconoscere: già durante la quarantena più di un prete aveva trasgredito la legge, con la sicumera di essere al di sopra dei decreti del governo, adesso vorrebbero riportare il popolo nelle chiese, pur se «garantendo la sicurezza» (come si può garantire la sicurezza al 100%? Il rischio, per quanto piccolo, non sarà mai pare a zero[1]).

Trovo che ciò sia semplicemente pazzesco. Noi buddisti, come tutte le altre fedi presenti sul territorio italiano, abbiamo sospeso le nostre riunioni e nessuno si è lamentato; è prevalso il buon senso. Perché i cattolici invece vorrebbero il solito trattamento privilegiato, mettendo a rischio la salute di tutti? La risposta è: perché il cattolicesimo è una religione basata più sulla “pancia” che sul cervello, più sull’egoismo che sull’altruismo. A molti cattolici piace far polemica; quando si parla di preti pedofili o cardinali che si rifanno l’attico con i soldi destinati ai poveri si sentono attaccati, quando invece si chiede loro di collaborare col personale medico, che combatte in prima linea per salvare il culo anche a loro, trovano appropriato remare contro, per buttarla in politica, per ostacolare la “scienza materialista”. Il medioevo non è mai finito; resiste in molte sacche, per fortuna minoritarie, ancora oggi. La “libertà” di andare a messa cozza con il diritto alla salute e alla sicurezza di tutti, ma al signor Rondoni e al signor Salvini questo non importa: l’importante è ribadire che l’Italia non è uno stato laico (come sancito dalla Costituzione) ma è “terra cattolica”.

Il discorso sulla libertà di uscire di casa a fare due passi o per andare a messa si inserisce in un discorso ben più ampio, che meriterebbe un intero libro, ma il succo è sempre lo stesso. Libertà è rispettare e farsi rispettare. La “libertà” di chi diffonde fake news su Facebook o in televisione, di chi grida al complotto, di chi propaga odio verso gli omosessuali, i pacifisti, le donne, i migranti o chi segue un’altra religione, di chi vorrebbe riportare in auge idee del triste Ventennio… non è vera libertà. Cos’è? La lingua italiana è molto limitata da questo punto di vista, non è una lingua adatta alle sottigliezze filosofiche.

voltaire«Internet?» diceva Umberto Eco «Ha dato diritto di parola agli imbecilli: prima parlavano solo al bar e subito venivano messi a tacere». Questa frase mi ha sempre irritato, perché è troppo generica ed è anche falsa: gli “imbecilli” vengono subito messi a tacere anche sui social, non è cambiato nulla da questo punto di vista. Se uno è in buona fede ma male informato ha comunque diritto a dire la sua; se sostituiamo la parola “imbecilli” con “fascisti” (nel senso più ampio del termine) allora concordo con Eco (sulla prima parte della sua frase). I fascisti, che quando erano al potere non hanno mai riconosciuto il diritto di parola agli avversari, e oggi usano molto e a sproposito il termine “libertà” e ci aggiungono anche – proprio loro! – il termine “dittatura”, non coglierebbero certo l’ironia di questa frase di Voltaire: «Proclamo ad alta voce la libertà di pensiero e muoia chi non la pensa come me».

Firenze, 14 aprile 2020

Note

[1] Neanche nei supermercati il rischio è zero, ma se permettete far provvista di cibo è un attimino più importante che andare in chiesa. Si può pregare benissimo anche da casa.

L’epoca del coronavirus

Di Apostolos Apostolou

apSiamo davanti a una Chimera? Il simbolo del cambiamento e della trasformazione, quasi come se nel codice genetico umano fosse inciso il concetto di evoluzione, fin dall’antichità) o la storia si è fermata? E questo perché la saturazione supera l’eccedente di qui parlava Bataille. E’ vero, abbiamo superato un certo punto di reversibilità di contraddizione nelle cose e siamo entrati da viventi in un universo di non contraddizione d’infatuazione, di estasi, di stupefazione di fronte a processi irreversibili e che tuttavia non hanno senso. La macchina contatore (cioè counter della storia, della società) si è finita. E nella drammatica europea la Germania nega la solidarietà. Oggi abbiamo bisogno una risurrezione come mai prima d’ora. Il coronavirus è qui e la vita ha nuove requisiti. Albert Camus era il primo che ha capito com’ è la vita dal buio della malattia.
La peste venne pubblicato nel 1947 e valse ad Albert Camus. La peste è costruito come una tragedia in cinque atti. La storia è ambientata nella città algerina di Orano, in un imprecisato momento degli anni quaranta. Protagonista della peste è Bernard Rieux, medico francese residente a Orano, e il romanzo è condotto come cronaca scritta in terza persona dallo stesso Rieux. La città fu colpita da epidemia di peste un giorno d’ aprile 194… quando il medico Rieux scopre il cadavere di un ratto sul suo pianerottolo. Un giorno Rieux accompagna la moglie, gravemente malata, alla stazione di Orano, dove prenderà un treno per raggiungere una non meglio precisata località per curarsi. Poco dopo la partenza della donna, scoppia un’improvvisa moria di ratti. La peste già si trova nella città di Orano. I protagonisti delle storie sono: Bernard Rieux: medico che lotta contro la peste. Jean Tarrou: figlio di un pubblico ministero francese. Joseph Grand: segretario comunale. Cottard: che aveva, in aprile, per ragioni sconosciute tentato di suicidarsi, sembra provare una insana soddisfazione nella disgrazia dei suoi concittadini. Padre Paneloux: gesuita che interpreta la peste come flagello divino. Raymond Rambert: giornalista parigino che cerca in ogni modo di scappare dalla città per tornare dalla donna amata. Michel: è il primo a morire di peste. Castel: vecchio dottore contro la peste che sviluppa un siero contro il morbo. Othon: giudice istruttore. Richard: altro medico della città. La madre di Rieux, anche la moglie di Rieux che si allontana dalla città prima dell’inizio dell’epidemia per il trattamento di una grave malattia. Tutti sono protagonisti che esistono anche oggi. Le persone di Albert Camus tentano di interpretare l’ enigma della vita e della morte, anche sentono che la vita respira la vera perdita. Ciascuno ha determinati limiti di sensibilità oltre i quali il vero non esiste anche il falso non esiste e a lunga scadenza la vita diventa qualcosa di spaventoso.
I dialoghi hanno una forte che rivendicano un posto nella storia al processo di devastazione, anche i dialoghi indicano l’inevitabile disperazione e insieme il tempo segreto della vita. Una vita dell’inevitabile disperazione, ma la vita è sempre la poesia del desiderio e sempre la poesia del reale, ma il passaggio del realismo secondo Albert Camus non è la morte ma la forza della vita. Tutte le persone del romanzo la peste di Camus cambiano sotto un flagello inarrestabile. Nel romanzo ci sono quelli che combattono il flagello senza risparmiarsi. Ci sono quelli che accettano con fede il flagello come destino. Quelli che cercano di scappare dalla lotta di flagello. Ci sono tutti i caratteri che dovevano accettare e dovevano sconfiggere la malattia. Casta dare un’ occhiata ad alcuni narrati nel libro di Albert Camus.
«E per tutta una settimana i prigionieri della peste si divincolarono, nei limiti del possibile; alcuni di loro, come Rambert, arrivavano perfino ad immaginare, lo si vede, di agire ancora da uomini liberi, di poter ancora scegliere. Ma effettivamente si poteva dire che allora, alla metà del mese di Agosto, la peste aveva ricoperto ogni cosa:non vi erano più destini individuali, ma una storia collettiva, la peste, e dei sentimenti condivisi da tutti. Il più forte era quello della separazione e dell’esilio, con tutto quanto comportava di paura e di rivolta.»
E poi leggiamo: «Sì, bisognava ricominciare e la peste non dimenticava mai qualcuno troppo a lungo: durante il mese di dicembre fiammeggiò nei petti dei nostri concittadini, accese il forno, popolò i campi d’ombre con le mani vuote, insomma non cessò di progredire con la sua andatura paziente e a scatti. Le autorità avevano contato sui giorni freddi per bloccare il cammino della peste, ma questa passava traverso i primi rigori della stagione senza disarmare. Bisognava aspettare ancora; ma non si aspetta più a forza di aspettare, e la nostra città intera viveva senza futuro.»
Anche «Il male che è nel mondo viene quasi sempre dall’ignoranza, e la buona volontà può fare guai quanto la malvagità, se non è illuminata. Gli uomini sono buoni piuttosto che malvagi, e davvero non si tratta di questo; ma essi più o meno ignorano, ed è quello che si chiama virtù o vizio, il vizio più disperato essendo quello dell’ignoranza che crede di sapere tutto e che allora si autorizza a uccidere. L’anima dell’assassino è cieca, e non esiste vera bontà né perfetto amore senza tutta la chiaroveggenza possibile. Ecco: lei è capace di morire per un’idea, è visibile a occhio nudo. Ebbene, io ne ho abbastanza delle persone che muoiono per un’idea. Non credo all’eroismo, so che è facile e ho imparato ch’era omicida. Quello che m’interessa è che si viva e che si muoia di quello che si ama. In verità, tutto per loro diventava presente; bisogna dirlo, la peste aveva tolto a tutti la facoltà dell’amore e anche dell’amicizia; l’amore, infatti, richiede un po’ di futuro, e per noi non c’erano più che attimi. Dico soltanto che ci sono sulla terra flagelli e vittime, e che bisogna, per quanto è possibile, rifiutarsi di essere col flagello.“Ci sono negli uomini più cose da ammirare che da disprezzare.” ….I flagelli, invero, sono una cosa comune, ma si crede difficilmente ai flagelli quando ti piombano sulla testa. Nel mondo ci sono state, in egual numero, pestilenze e guerre; e tuttavia pestilenze e guerre colgono gli uomini sempre impreparati. Il dottor Rieux era impreparato, come lo erano i nostri concittadini, e in tal modo vanno intese le sue esitazioni. In tal modo va inteso anche com’egli sia stato diviso tra l’inquietudine e la speranza. Quando scoppia una guerra, la gente dice: «Non durerà, è cosa troppo stupida».
Ma anche leggiamo: «E non vi è dubbio che una guerra sia davvero troppo stupida, ma questo non le impedisce di durare. La stupidaggine insiste sempre, ce se n’accorgerebbe se non si pensasse sempre a se stessi. I nostri concittadini, al riguardo, erano come tutti quanti, pensavano a se stessi. In altre parole, erano degli umanisti: non credevano ai flagelli. Il flagello non è commisurato all’uomo, ci si dice quindi che il flagello è irreale, è un brutto sogno che passerà. Ma non passa sempre, e di cattivo sogno in cattivo sogno sono gli uomini che passano, e gli umanisti, in primo luogo, in quanto non hanno preso le loro precauzioni. I nostri concittadini non erano più colpevoli d’altri, dimenticavano di essere modesti, ecco tutto, e pensavano che tutto era ancora possibile per loro, il che supponeva impossibili i flagelli. Continuavano a concludere affari e a preparare viaggi, avevano delle opinioni. Come avrebbero pensato ala peste, che sopprime il futuro, i mutamenti di luogo e le discussioni? Essi si credevano liberi, e nessuno sarà mai libero sino a tanto che ci saranno i flagelli.»

Secondo filosofo Jean Baurillard viviamo la patologia di terzo tipo. «Come nelle nostre società abbiamo a che fare con una violenza nuova, nata dal paradosso di una società permissiva e pacificata, cosi abbiamo a che fare con nuove malattie che sono quelle di corpi superprotetti dal loro scudo artificiale, medico o informatico, vulnerabile quindi a tutti i virus, alle reazioni a catena più “perverse” e più inattese. Una patologia che non rileva più dall’accidente o dell’anomia, ma dell’anomalia. Esattamente quanto avviene per il corpo sociale, dove le stesse cause comportano gli stessi effetti perversi, le stesse disfunzioni imprevedibili che possiamo assimilare al disordine genetico delle cellule, e anche qui a forza di superprotezione, di supercodificazione, di superinquadramento. Il sistema sociale nella misura stessa della sofisticazione delle sue protesi. E la medicina farà una bella fatica a scongiurare questa patologia inedita, perché essa stessa fa parte del sistema di superprotezione, di accanimento protezione profilattico del corpo.» La virulenza secondo Jean Baurillard si impossessa di un corpo, di una rete o di un sistema nel momento in cui esso espelle tutti gli elementi negativi.» Il corpo oggi è diventato un non-corpo, una macchina virtuale i virus se ne impossessano. «Quando si consegna il corpo alle protesi e nello stesso tempo alle fantasie genetiche, si disorganizzano i suoi sistemi di difesa. Un tale corpo frattale votato alla moltiplicazione delle proprie funzioni esterne si vede nello stesso tempo votato alla demoltiplicazione interna delle proprie cellule. Entra in metastasi: le metastasi interne e biologiche sono simmetriche a quelle metastasi esterne che sono le protesi, i sistemi reticolari, i collegamenti…La profilassi assoluta è micidiale. La medicina non mostra di averlo capito quando tratta il cancro e l’ Aids quasi fossero malattie convenzionali mentre si tratta di malattie nate dal trionfo della profilassi e dalla medicina, malattie nate dalla scomparsa delle malattie, dalla liquidazione dalle forme patogene. Patologia di terzo tipo, inaccessibile a qualunque farmacopea dell’epoca precedente – quella delle cause visibili e degli effetti meccanici. A un tratto tutte le affezioni appaiono di origine immunodeficiente. »
Anni fa, diceva Jean Baudrillard, sapevamo guarire le malattie della forma; ora siamo senza difesa di fronte alle patologie della formula. Cosi Aids, Evd- Ehf, Sars, Mers, Coronavirus, sono virus della formula. Anche la pandemia oggi in tutto il mondo è qui, ci vuole il tempo, per immunità di gregge come sostiene il medico Sir Patrich Vallance.

Punti:
Albert Camus: La peste. Gallimard, Paris 1947. In italiano Bompiani 2017 .
Jean Baudrillard: La trasparenza del male. Edizioni Sugarco.

Apostolos Apostolou
Scrittore Docente di Filosofia – Atene.