I vicini – Finale di Federica Milella

Leggi la prima parte di MASSIMO ACCIAI BAGGIANI

Non hai dormito neppure stanotte. La radio si è accesa puntuale per svegliarti e tu l’hai ignorata nel tentativo di gustare un’ultima manciata di minuti di sonno.

Timbri il cartellino con trentacinque minuti di ritardo, il viso spento e la macchia gialla sul colletto della camicia – hai indossato la stessa del giorno prima – ti causano un rimprovero da parte della tua Superiore, pugliese, di dodici anni più giovane di te.

Lo stress accumulato non ha aiuto a migliorare la giornata. Torni a casa, dopo essere passato in farmacia, e assumi un paio di pasticche di ansiolitici.

Questa sera non è diversa dalle altre, quell’orrendo suono, che i giovani chiamano musica, filtra dai vetri, dal pavimento e vibra su tutte le pareti del tuo appartamento. Guardi la TV con le cuffie, il programma è noioso, ti appisoli sul divano.

Il male alle orecchie ti desta all’improvviso; scaraventi via le cuffie strappando il connettore dal televisore: è rotto. Il pavimento pulsa ancora mosso dal fracasso sottostante. Nel tornare lucido, balena nella tua mente un’idea!

Apri il freezer, ricordavi bene, trovi intonsa una Saint Honoré comprata in offerta al supermercato. La togli dalla scatola di cartone e vi inietti il liquido di una fialetta con l’uso di una siringa. Che cosa è? Il sonnifero che non hai mai assunto, nascosto nel cassetto delle medicine da mesi.

Pensi che in questo modo, i vicini rumorosi, anticipino il sonno di qualche ora.

Accomodi la torta su un piatto, respiri profondamente e scendi le scale del condominio. Arrivato al piano sottostante al tuo, suoni il campanello dell’appartamento delle universitarie.

Ti apre una ragazza paffutella, coperta appena da un fazzoletto che usano chiamare minigonna e una camicetta poco abbottonata dai disegni imbarazzanti.

Gli occhi ti cadono inevitabilmente sulla scollatura, finché lei non abbaia qualcosa che non capisci.

«Vi ho portato un dolce. Così, per far pace.»

E le porgi il piatto.

«Noi non mangiamo quella roba, siamo a dieta, sa? Ma l’appoggi pure su quel tavolo.»

Ti lascia entrare indirizzandoti verso la cucina. Attraversi la sala, un porcile sarebbe stato più pulito, vedi le altre due inquiline coi rispettivi compagni che bevono, si baciano… non perdi tempo a osservare quello schifo e poggi il dono sul tavolo. Neanche il tempo di girarti che un gattaccio dal pelo annodato affonda la sua lurida bocca sulla corona di bignè.

«Almeno qualcuno lo mangia.» Sghignazza la ragazza.

Stringi i pugni. Nonostante il sonno, l’adrenalina messa in circolo dalla rabbia che ti sale dalla pancia ti spinge a reagire.

Mosso da un impeto irrefrenabile, afferri l’abbondante braccio della tua vicina, la mano affonda nell’adipe. Come si fa a essere così grassi a vent’anni? Pensi, stringendo la presa.

«Ma che fai, scemo?» Grida lei.

Con un rapido scatto, le tappi la bocca riempiendola di ciò che è rimasto della torta. Non smetti di premere finché non gliela hai fatta ingoiare tutta. La sovradose del sonnifero l’addormenta dopo qualche minuto.

Casa loro non è diversa dalla tua, ti sai muovere e nascondi il corpo addormentato nella stanza delle scope.

Nessuno si è accorto di nulla, tra il fracasso e il menefreghismo giovanile, neanche il suo ragazzo si è degnato di cercarla.

Ti sei tolto una piccola soddisfazione; senza guardare in faccia gli altri, cammini verso il portone d’ingresso.

Ma che fai? Perché ti sei fermato?

Torni sui tuoi passi rientrando in cucina. Il compagno della poveretta chiusa nello sgabuzzino ti ha seguito.

«Scusa, hai mica visto…»

«Vuoi una fetta di dolce?» Gli chiedi, ignorando la sua domanda.

Neanche ti ha chiesto chi sei!

Accetta e comincia a mangiare famelico, come se non lo facesse da giorni.

Lo osservi inorridito fino a quando non termina di leccare il piattino. Stappi una bottiglia di birra con l’intento di porgergliela, ma questi cade in ginocchio, si appoggia al muro e inizia a russare sbavando dalla bocca.

Lo trascini a tener compagnia alla fidanzata.

Adesso basta, esci da quella casa e prendi le tre gocce di sonnifero, visto che è certo che funziona.

Ma non lo fai. Apri lo sportellino del contatore e stacchi la corrente.

I quattro ragazzi in sala sono brilli, non si rendono conto di essere rimasti al buio, piuttosto si accorgono del silenzio che li circonda.

Le ragazze starnazzano lamentele, uno dei maschi si alza dal divano.

Che intenzioni hai? No, non lo fare!

Celato nel buio ti sposti alle sue spalle e con una presa, che sembra vulcaniana, gli stringi il collo.

Ma sei impazzito?

L’uomo non riesce a respirare, figuriamoci a gridare. Quando senti il corpo smettere di agitarsi, molli la presa.

Lo hai ucciso?

È svenuto, pensi con un pizzico di delusione.

Nascosto il disgraziato dietro al divano, rifletti sulla prossima mossa.

La ragazza rimasta sola continua a lamentarsi a gran voce coprendo il rumore dei tuoi movimenti; la coppia invece è avvinghiata sul divano con addosso ormai la sola biancheria.

Dammi retta, torna a casa, forse sei ancora in tempo.

Ma no. Ti rechi nuovamente in cucina, con la luce dello smartphone, frughi nei cassetti. Trovato quello che cercavi, ti lasci guidare dagli interminabili piagnucolii fino a raggiungere le spalle della studentessa.

No, no. Quello no! Non ci posso credere.

Hai tagliato con le forbici la treccia della sventurata e continui a sforbiciarle i capelli. Ubriaca com’è, si accorge dello scempio quando ormai la sua capigliatura fa invidia a un militare.

Urla come una forsennata, la coppia accanto a lei ha ben di meglio da fare, così che lei corre in bagno chiudendosi dentro in lacrime.

Il tuo ghigno mi spaventa, hai una strana luce negli occhi.

Osservi la coppia in atteggiamenti intimi, ma non è quello che ti eccita, bensì l’idea di ciò che puoi ancora fare.

«Dai, siamo rimasti soli. Chi vuoi che ci veda?» Dice il ragazzo.

Lei non risponde e continua a baciarlo.

«Ti vergogni? Non faccio nulla di male» continua lui. «Così non è divertente».

«Non sto facendo niente.» Risponde lei.

«Smettila, non mi diverto.»

Più lui cerca di toccarla, più lei gli scansa le mani.

«Ma che c’hai?» Chiede indispettito.

«Ma nulla, sei tu che non fai che lamentarti.»

«Mi lamento? E non ti viene in mente il motivo?»

«Che sei solo noioso.»

«Noioso? Mi pareva tu avessi quattro mani, ma se le usi per non farti toccare, sai dove devi andare? A spigare!»

Il giovanotto si alza con modi bruschi, raccata i vestiti ed esce dall’appartamento con solo i calzoni in dosso.

Sbattuta la porta, la ragazza rimane sola.

A parer mio – e non dovrei avere pareri – tu hai dei seri problemi di comportamento.

Stanotte dormo, domani si vedrà, rimugini tra te e te.

L’ultima persona che può turbare il tuo sonno sta lì, sul divano, triste e pensierosa; non ha capito quello che hai fatto, non si è accorta che schiaffeggiavi le mani del suo ragazzo quando cercava di toccarla.

E adesso?

Torni un attimo in cucina.

Ti prego, questo non farlo. Fermo!

Le lanci addosso l’animale tignoso, vittima del dolce al sonnifero. La sfortunata studentessa sobbalza dallo spavento, cerca di capire cosa l’abbia aggredita: il suo gatto.

Un grido disumano squarcia il silenzio, getta lontano la bestia addormentata, credendola morta e fugge di casa verso una meta indefinita.

 

FINALE 1

Ti senti soddisfatto?

Adesso sì che hanno avuto ciò che meritano.

Torni nel tuo appartamento, ti corichi appagato dal servizio che hai reso al sonno.

Chiudi gli occhi, indugi un solo momento per goderti il beato silenzio, poi ti rilassi e ti spengi.

La sera seguente, tornato dal lavoro, vieni a sapere, dalla signora del piano di sopra, che le tre vicine rumorose hanno disdetto l’affitto per spostarsi più in centro, vicino alla loro Università.

 

FINALE 2

Ti senti soddisfatto?

Adesso sì che hanno avuto ciò che meritano.

Torni nel tuo appartamento, ti corichi appagato dal servizio che hai reso al sonno.

Chiudi gli occhi, indugi un solo momento per goderti il beato silenzio, poi ti rilassi e ti spengi… al contrario della tua sveglia che ti annuncia l’inizio di una nuova giornata.