La fragilità di Leopardi

Di Massimo Acciai Baggiani

Alessandro D’Avenia è un autore che non amo particolarmente, anche se i suoi romanzi non mi sono dispiaciuti. Quando sono arrivato però alla saggistica, in particolare a quella sua strana rilettura di Giacomo Leopardi che è L’arte di essere fragili (sottotitolo: Come Leopardi può salvarti la vita), sono rimasto piuttosto perplesso. Non è stata una lettura facile per me: il libro mi ha respinto fin dalle prime pagine, ma io mi sono incaponito a leggerlo fino in fondo, anche su consiglio di amici che lo avevano apprezzato. La sensazione che mi è rimasta è un po’ quella di aver sprecato il mio tempo.

Ovviamente la promessa del sottotitolo non è stata mantenuta. Se anche le poesie del celebre recanatese possano salvare la vita a qualcuno, certo il libro di D’Avenia non chiarisce come: sia a causa del linguaggio piuttosto astratto e fumoso (linguaggio che vorrebbe essere “poetico” ma che finisce per essere ermetico), sia perché in realtà all’autore piace più parlare di se stesso che di Leopardi, del quale tra l’altro dà una lettura forzata e tendenziosa in senso cristiano. Questa operazione di una lettura cattolica di Leopardi – che è in pratica un tradimento della sua opera poetica e in prosa – l’aveva già proposta molto prima di lui un tale Luigi Giussani, fondatore di Comunione e Liberazione, il cui stile è forse non a caso molto vicino a quello di D’Avenia (ossia astratto e fumoso): in altre parole, le pagine di D’Avenia puzzano di ciellino, con uso abbondante di quelle che sono le parole chiave dei libri-predica di Giussani (già sentite fino alla nausea quando frequentavo quel discutibile movimento religioso): “stupore”, “mistero”, “destino”, “rapimento”.

L’unica conclusione che condivido di D’Avenia è quella secondo la quale – in certi casi – i libri possono salvare la vita; anche se non necessariamente quelli di Leopardi. Nel mio caso, come per quei pochi italiani amanti della lettura, i libri sono stati salvifici durante il lockdown, insieme alla scrittura che di questi si nutre, insieme del vissuto di ogni scrittore. Durante quei mesi terribili ho letto un po’ di tutto, ma certo non mi sarebbe mai venuto in mente di leggere i Canti, le Operette morali o lo Zibaldone – con tutto il rispetto per il grande Giacomo, uno dei pochi poeti che ho amato durante gli anni di scuola ed approfondito successivamente – perché ero già abbastanza depresso di mio.

Certo, l’equazione, piuttosto superficiale, “Leopardi = figato”, non trova d’accordo nemmeno me, ma non mi trovo affatto d’accordo con D’Avenia quando vuole trovare dell’ottimismo a tutti i costi in un autore sicuramente grande ma profondamente deluso dall’ «infinita vanità del tutto» [1]. D’Avenia sostiene che proprio il fatto che dal “nulla” che ci circonda abbia tratto dei versi stupendi inficia il suo messaggio nichilista e pessimista, come se la scrittura non fosse un tentativo di esorcizzare quei demoni che ogni autore ha dentro. La fragilità di Leopardi è quella degli animi sensibili, che hanno il coraggio di guardare l’abisso sul cui bordo trascorriamo i nostri brevi anni, ed è anche quella di chi ha il coraggio di guardare questo abisso e trovare le parole per descriverlo, ma certo non indica il modo per uscirne. Leopardi era ateo, mettetevelo in testa cari cattolici: ateo, ateissimo, fino alla fine, così come lo era Shakyamuni nonostante i ridicoli tentativi di alcuni cattolici nel negarne l’ateismo. A voi cattolici farebbe piacere se si iniziasse a sostenere che in fondo Gesù era ateo? La salvezza non può venire né da Leopardi né da qualche divinità più di quanto la guarigione può venire da un placebo: forse potrebbe venire dall’amore, come suggerisce D’Avenia, ma il nostro Giacomino l’ha presa in quel posto anche da quel punto di vista, come tanti prima e dopo di lui.

Personalmente la vedevo esattamente come l’apostolo del “pessimismo cosmico” quando avevo 15-20 anni, prima di incontrare il buddismo: ma questa è un’altra storia che esula da questo mio breve articolo “leopardiano”.

Il saggio di D’Avenia è scritto sotto forma di lettere a senso unico al grande recanatese… è facile scrivere a chi non può rispondere (rifacendosi al principio silenzio-assenso?), ma penso che Leopardi nelle sue ipotetiche repliche a queste lettere, che sfidano le leggi temporali, avrebbe pure lui molto da contestare di questa sua rilettura moderna.

Firenze, 31 ottobre 2020

Bibliografia

D’Avenia A., L’arte di essere fragili, Milano, Mondadori, 2016.


[1] Da A se stesso.