Se nasco un’altra volta…

Di Massimo Acciai Baggiani

simone bosco«Se nasco un’altra volta rifaccio la mia strada» cantavano i Pooh[1]; Simone, protagonista del romanzo di Marcovalerio Bianchi Le cinque vite di Simone Bosco, non la pensa certo così, e chi d’altronde, potendo rinascere, vorrebbe vivere una vita identica alla precedente? Lo aveva già dichiarato Giacomo Leopardi nel Dialogo tra un passeggere e un venditore di almanacchi [2], che la vita è meglio prenderla come viene, senza conoscere il futuro, e io mi trovo abbastanza d’accordo. Se qualcuno chiede a un buddista perché non ricordiamo neanche una delle nostre infinite esistenze passate, probabilmente si sentirà rispondere: «Perché sarebbe traumatico tenere memoria di tutti i dolori che abbiamo subito, morte compresa, e le gioie non avrebbero più il sapore della novità».

Queste sono ovviamente solo ipotesi: nessuno ha vissuto più di una vita, se non in senso metaforico (si dice che chi conosce due lingue vive due vite…). L’ipotesi fantastica da cui parte l’amico Marcovalerio nel suo primo romanzo apre la strada a infiniti sviluppi e a molteplici morali che possiamo trarne. Simone Bosco nella prima vita è un rappresentante di medicinali che tradisce la moglie Giovanna e, scoperto da quest’ultima, viene abbandonato: per la disperazione il nostro Simone si dà all’alcol e si lancia in una folle corsa in auto che si conclude con un incidente fatale. A 31 anni si presenta davanti a Dio, pentito per la sua infedeltà verso una donna che comunque amava, e questi gli concede una seconda possibilità per spendere meglio la sua esistenza. Lo rimanda quindi nella Firenze del 1974, quando, quattordicenne, frequenta il primo anno del liceo scientifico, ma con il famoso “senno di poi”. All’inizio cerca di seguire il solco della vita precedente ma finisce presto per deviarne, accorgendosi che, se si comporta come nel passato, anche le altre persone avranno reazioni analoghe, mentre se fa qualcosa di diverso influisce anche sul futuro degli altri. Un futuro ucronico, ben inteso: d’altra parte che senso avrebbe rinascere per rifare gli stessi errori?

Così Simone riesce a conquistare di nuovo la sua Giovanna e stavolta di prefigge di esserle fedele. Purtroppo sarà proprio lei a tradirlo, qualche anno dopo il matrimonio, mostrando un lato che il nostro innamorato protagonista non aveva notato nella prima vita e di cui è costretto a prendere atto. Dopo una dura vita di umiliazioni e dispiaceri, ma anche di amicizie vere, Simone muore in tarda età e si ritrova di nuovo davanti al Padreterno: stavolta è sicuro di non aver commesso grandi peccati, quindi si stupisce quando viene di nuovo rispedito indietro.

Nella terza vita Simone incontra il grande, vero amore, – Miriam – ma lei muore per un tumore e lui crede di aver ritrovato l’amore in Vera, una donna divorziata con un figlio straviziato che finirà in carcere per droga e tentato omicidio. Neanche nella quarta vita gli va tanto meglio, anche se diventa un uomo ricco e si toglie qualche soddisfazione. Solo con la quinta e ultima vita Simone realizzerà pienamente la propria esistenza e troverà finalmente la felicità.

Simone Bosco ha molte cose in comune con Giacomo Perotti, protagonista del secondo romanzo di Marcovalerio, Il precipizio [3]: entrambi maturano attraverso varie esperienze dolorose, partendo da una visione poco seria dell’amore e superficiale della vita, ed entrambi si trovano a gestire grosse somme di denaro che non sempre utilizzano al meglio (ma spesso Simone dà prova di grande generosità). Entrambi i romanzi sono quindi dei bildungsroman, ma Le cinque vite di Simone Bosco rientra anche nel genere dell’ucronia: non quella che coinvolge la Storia dei libri di scuola, ma le molte storie personali di persone anonime. A differenza di quanto teorizza Carlo Menzinger [4] nei suoi romanzi, rifacendosi al famoso “effetto farfalla” [5], non pare che le azioni di Simone creino linee temporali molto diverse su vasta scala: quella più notevole si ha nell’ultima vita, quando scopre che Miriam in quell’esistenza non è morta di tumore. Nel romanzo ci sono anche elementi fantascientifici, visto che parte degli eventi si svolge nei decenni futuri del XXI secolo [6].

Simone mi è tuttavia più simpatico di Giacomo; anche lui ha i suoi difetti, è un personaggio molto umano in questo, ma viene dal basso, non ha alle spalle una vita di privilegi, quindi ha anche più cuore, soprattutto alla fine. Come Giacomo, anche Simone vive molte avventure sessuali frivole, ma conosce anche l’amore nel suo senso più puro.

Lo stile narrativo di Marcovalerio possiede l’ampio respiro degli autori russi ottocenteschi: qualcuno lo ha rimproverato di essere troppo prolisso, ma io non lo trovo un difetto. I suoi romanzi scorrono bene e appassionano, anche perché sono ricchi di colpi di scena e azione. Tra i molti luoghi in cui quest’opera prima è ambientata ce n’è uno che mi è particolarmente caro, anche se viene solo accennato di sfuggita: Sappada [7]. Molto interessanti anche le dettagliate descrizioni dei luoghi visitati dal protagonista (dalla Romania, al Brasile, al Perù, eccetera) che fanno di questo libro anche un interessante esempio di narrativa di viaggio.

Il primo romanzo di Marcovalerio è uscito in contemporanea al mio Radici, con lo stesso editore (da me consigliatogli): Porto Seguro. Lo stesso del secondo. So che l’autore sta lavorando a un terzo libro, ispirato al Covid… aspetto con ansia di leggerlo.

Corezzo, 16 agosto 2020

Bibliografia

Bianchi M., Le cinque vite di Simone Bosco, Firenze, Porto Seguro, 2017.
Bianchi M., Il precipizio, Firenze, Porto Seguro, 2019.

Note

[1] Se nasco un’altra volta, in Asia non Asia (1985).

[2] Leopardi G., Operette morali.

[3] Vedi il mio articolo Il precipizio.

[4] Anche lui ha dedicato un articolo al romanzo di Marcovalerio.

[5] Una farfalla sbatte le ali in Sudamerica e dopo qualche tempo si sviluppa un uragano dall’altra parte del mondo, per una serie inconoscibile di eventi concatenati.

[6] Penso che in questo sia stato aiutato dall’amico comune Marco Martino, citato tra l’altro nei ringraziamenti accanto al mio nome.

[7] Bianchi M., Le cinque vite di Simone Bosco, Firenze, Porto Seguro, 2017, p. 124. Vedi anche i miei racconti sappadini in Un fiorentino a Sappada, Lettere Animate, 2017.

Il Precipizio

Di Massimo Acciai Baggiani

il precipizioCol suo secondo romanzo Marcovalerio Bianchi si conferma un narratore di grande spessore, e non mi riferisco solo allo spessore dei suoi libri (corposi ma scorrevoli): dopo Le cinque vite di Simone Bosco (2017) Marcovalerio, fiorentino, amico di vecchia data, si è cimentato con un romanzo di tipo realistico, ambientato per lo più a Milano, che racconta la caduta e la successiva nuova ascesa di un industriale vittima di un raggiro ad opera della moglie infedele che con un piano criminale gli porta via tutto il patrimonio. Il titolo, Il precipizio, riassume bene l’idea alla base, un “precipitare” sempre più in basso prima della risalita.

Detta così non sembra giustificare le 562 pagine dell’opera: in realtà succedono tante cose e i colpi di scena non mancano di certo. La psicologia del protagonista, l’ingegner Giacomo Perotti, è ben approfondita e dinamica: da figlio di papà, abituato a vivere nella bambagia, si ritrova catapultato in un mondo a lui ignoto, quello di chi fa fatica ad arrivare a fine mese, per tornare poi nel suo mondo con un nuovo bagaglio umano e una maturità che fa rientrare Il precipizio tra i bildungsroman o romanzi di formazione. Se nella prima opera Simone Bosco vive ben cinque vite diverse, il nostro Giacomo ne vive in un certo senso due: quella prima della caduta nel “precipizio” e quella dopo il tragico evento.

Ho letto questo romanzo con grande interesse ma non senza una certa sofferenza viste le tematiche sociali che mi stanno molto a cuore. La tesi sostenuta, che condivido in pieno, riguarda la grande povertà dal punto di vista umano che si trova nel mondo dei ricchi, come se quantità di denaro posseduto e ricchezza interiore fossero inversamente proporzionali. Giacomo non fa eccezione: all’inizio è un personaggio piuttosto frivolo, interessato più al sesso e a godersi la sua posizione di privilegiato, anche se mostra dei lati sensibili – come quando prende le difese della cuoca maltrattata dalla prima moglie, Helga, per una piccola sbadataggine, e interviene alla cena per arginare le odiose invettive del marchese ospite contro il mondo operaio. Tuttavia solo quando si troverà dall’altra parte inizierà a comprendere le difficoltà dei poveri – gli unici che, dopo la caduta, si comporteranno gentilmente con lui: ma fino a che punto? Quando riavrà indietro il suo patrimonio e i cattivi saranno puniti, diventerà un filantropo, o almeno rinuncerà al lusso per accontentarsi di uno stile di vita più sobrio? Parrebbe di no: la natura delle persone non cambia così radicalmente, Giacomo riprenderà la vita di prima, pare che la sua disavventura gli abbia insegnato meno di quello che il lettore sperava… (almeno io come lettore).

Non è cattivo Giacomo, anche se non è certo un eroe senza macchia. Se le donne che conosce non sono dei modelli di fedeltà, neppure lui lo è, anche se si dichiara innamorato della seconda moglie Elisa (quella che lo pugnalerà alle spalle), qualche scappatella se la concede sempre volentieri, è fatto così.

I personaggi più generosi e più autentici li troviamo nelle “classi basse”. Le persone altolocate sono dominate infatti dall’avidità e dall’ipocrisia: la corsa al denaro e al potere è tutto. Mi viene in mente un accostamento con due romanzi letti tempo fa: Fiorirà l’aspidistra di George Orwell e Papalagi di Tuiavii di Tiavea, a cui ho dedicato un articolo [1]. Nel romanzo di Orwell il protagonista, Gordon, ha un rapporto ambivalente col denaro: di totale rifiuto ma anche di bisogno. È presente un marcato masochismo, riscontrabile anche in Giacomo Perotti che, dominato dall’orgoglio, pur di nascondere le sue condizioni miserabili alla ex moglie e ai figli, si priva di denaro che farebbe molto più comodo a lui. Quanto al romanzo-saggio di Tuiavii (in realtà un falso letterario di Erich Scheurmann), questa folle adorazione del denaro è descritta benissimo e non c’è da aggiungere altro. Confesso che il mio totale disprezzo per il lusso e la mia idea romantica di fedeltà in amore mi impediscono di provare una totale simpatia per Giacomo, che pure mostra molti lati positivi: non si arrende mai, affronta con determinazione e ottimismo tutte le difficoltà e le tragedie, e certo ho fatto il tifo per lui nella sua rivincita degna di un novello Conte di Montecristo.

Il precipizio è un romanzo ad ampio respiro, che abbraccia oltre cinquant’anni di vita del protagonista – si sente la lezione delle grandi storie russe dell’Ottocento – attraverso gli eventi storici dell’epoca che arrivano a toccare il nostro Giacomo (come il tristemente famoso tsunami del 2004 nel sud est asiatico, dove perde i genitori) oppure i molteplici personaggi secondari con cui viene in contatto (c’è anche un accenno alla strage dell’Heysel). Dietro l’opera si vede chiaramente un enorme lavoro di ricerca e documentazione; interessanti a tal proposito le notizie storiche sui navigli di Milano [2] e il capitolo marinaro sulla traversata dell’Atlantico in barca. Questo vale anche le per località più esotiche in cui è ambientata la storia (la Thailandia, l’America Centrale). Per quanto riguarda la parte più finanziaria, Marcovalerio si è avvalso della consulenza di un esperto, Carlo Menzinger, non a caso citato in fondo al libro tra i ringraziamenti. Carlo ha pure lui dedicato un articolo a questo libro [3]. Non si ripeterà mai abbastanza che un buon libro è fatto di tanta, tanta ricerca preparatoria.

Dunque un romanzo corale, in cui moltissime vite si intrecciano (come d’altronde avviene anche nella vita reale) e gli eventi si combinano in un sapiente meccanismo narrativo che porta al meritato lieto fine. Un’opera seconda alla cui presentazione, nel dicembre 2019 all’Antico Caffè a Firenze, ho fatto da relatore con grande piacere [4].

Firenze, 6 agosto 2020

presentazione precipizio

Bibliografia

Bianchi M., Il precipizio, Firenze, Porto Seguro, 2019.

Note

[1] Acciai Baggiani M., La battaglia contro il denaro, in «Le stanze di carta»

[2] Milano, a differenza dell’autore, non mi ha mai affascinato come città; la ricordo soprattutto perché ci viveva il mio caro amico prematuramente scomparso Alessandro Rizzo.

[3] Menzinger C., Le disavventure di un imprenditore, nel suo blog

[4] https://www.youtube.com/watch?v=Q-53Zxbv1GI