Rileggendo Il Libro di Alice

di Massimo Acciai Baggiani

La letteratura può dividersi idealmente in quattro categorie, risultanti dalla combinazione dell’età di chi scrive e di quella del pubblico di lettori. È una classificazione un po’ strana, certo, ma ha dei lati interessanti. Tra gli scrittori (intendo questo termine nel senso più ampio possibile) vi sono:

A) adulti che scrivono per adulti;

B) adulti che scrivono per bambini e/o adolescenti;

C) bambini e adolescenti che scrivono per adulti;

D) bambini e adolescenti che scrivono per bambini e/o adolescenti.

La prima grande categoria comprende tutta la letteratura mondiale propriamente detta, tout court. La seconda, pure molto ampia, coincide con la letteratura per l’infanzia (che a sua volta può dividersi in letteratura rivolta esclusivamente ai bambini e adolescenti, e letteratura godibile anche da parte degli adulti). Le altre due categorie sono invece piuttosto particolari, si può discutere se si tratti effettivamente di “letteratura” e in che misura.

Vi sono stati, e vi sono tuttora, bambini prodigio nel campo della musica – il cui talento può essere valutato con lo stesso metro usato per gli adulti – anche se non sono molti, ma ancora meno numerosi sono i “bambini scrittori” e le “bambine scrittrici” che hanno visto pubblicate le loro opere giovanili. Il motivo è piuttosto comprensibile: la scrittura si nutre del vissuto e delle letture, quindi un bambino non ha ancora avuto, di solito, abbastanza tempo per fare esperienza nell’uno e nell’altro campo. Ai bambini piace raccontare, questo si sa, soprattutto agli adulti, ma al di là della tecnica, che si affina solo col tempo e la pratica, la grande fantasia che può possedere un bambino non è supportata dall’esperienza del mondo, di chi è venuto prima. Nella categoria C troviamo i temi scolastici, l’occasione più frequente in cui un bambino è chiamato a scrivere qualcosa che potrebbe assomigliare a un testo letterario, ma solo per gli occhi degli insegnanti – appunto – mentre per la categoria D non saprei fare molti esempi, visto che le storie che i bambini si raccontano sono per lo più orali, e le lettere che scrivono agli amici sono pubblicate solo in casi particolari.

Vi sono però delle eccezioni, alcune celebri. Anna Frank (1929-1945) iniziò a scrivere il suo diario il giorno del suo tredicesimo compleanno. Giacomo Leopardi (1798-1837) sapeva «scrivere in latino fin dall’età di nove-dieci anni e padroneggiare i metodi di versificazione italiana in voga nel Settecento»[1] e tra i suoi scritti “puerili” vi sono dissertazioni filosofiche e astronomiche. L’italo-americano Christopher Paolini (1983) ha scritto a quindici anni il primo libro della sua fortunatissima saga fantasy, Eragon, da cui è stato tratto anche un film. Più in piccolo e più vicino a noi troviamo, ad esempio, il fiorentino Roberto Orlandini (2000), il “baby-poeta” che ha iniziato la sua carriera a sette anni e ha esordito a dodici col suo primo libro scritto in un linguaggio antico[2], non consono alla sua età, e l’aretino Jacopo Rossi (1988), che a undici anni ha scritto il suo primo romanzo, pubblicato a tredici[3]. Il fatto che questi giovanissimi scrittori, che si rivolgono chiaramente a un pubblico adulto (categoria C della mia classificazione) o più raramente di adolescenti e adulti (categoria D, come nel caso di Paolini) in quanto il linguaggio che usano non corrisponde a quello dei loro coetanei, siano diventati così famosi è dovuto soprattutto alla loro età. Il sospetto che in realtà dietro le loro opere si nasconda un ghostwriter con più anni sulle spalle potrebbe essere legittimo, in alcuni casi: su questo non indago e non ne avrei i mezzi. Prendo per buono che siano effettivamente loro gli autori, che proprio la loro età li ponga al di sopra del sospetto di prestarsi a imbrogli. Perfino l’attivista ambientalista svedese Greta Thunberg (2003), altra giovanissima autrice[4], fu accusata di essere “pilotata” da qualche adulto (accusa che viene naturalmente da ambienti di destra e che non prendo nemmeno in considerazione).

La cosa notevole non è tanto che gli scrittori inizino presto a scrivere – penso anzi che sia una cosa piuttosto comune, posso citare nel piccolo anche il mio caso (ho scritto la mia prima “poesia” all’età di otto anni e prima di finire le elementari avevo fondato un gruppo poetico, insieme a due miei compagni di classe, chiamato Golden Eagle Team). Scrittori si nasce, uno scrittore ce l’ha nel sangue, nel Dna. La cosa rara è che il piccolo autore scriva in modo molto più maturo per la sua età, tanto da attirare l’attenzione degli adulti. Allora accade qualcosa di inconsueto: il mondo degli adulti accoglie il bambino, o la bambina, nel mondo dell’editoria. A volte della grande editoria. È il caso, esemplare, di Alice Sturiale (1983-1996) che nella sua breve ma intensa vita ha prodotto un vasto corpus di scritti, poi pubblicati postumi alla sua morte dalla casa editrice fiorentina Polistampa, e quindi, l’anno successivo, dalla Rizzoli. L’opera ha avuto una straordinaria fortuna, con traduzioni in varie lingue e continue ristampe che arrivano fino a oggi. Il libro ha ricevuto recensioni illustri (tra cui quella di Mario Luzi), ha ispirato canzoni, è entrato nelle antologie scolastiche e ad Alice sono state intitolate scuole, ludoteche e giardini, come è ben esposto nella postfazione all’edizione Rizzoli di quest’anno 2020, scritta dai genitori per fare il punto a 24 anni di distanza dalla prima edizione[5]. Lodevole la decisione di quest’ultimi di donare i proventi delle royalties (certo consistenti) alle associazioni per disabili. Un gesto che Alice, condannata fin dalla nascita a non poter usare le gambe in modo autonomo, avrebbe sicuramente approvato.

Alice è stata definita “l’Anna Frank italiana”, credo in riferimento alla maturità della sua scrittura, alle terribili difficoltà di cui ha reso testimonianza nei suoi scritti, alla sua visione del mondo, all’intensità con cui ha vissuto e alla sua morte prematura. Le similitudini con la celebre ragazzina olandese si fermano qui: Alice ovviamente non ha dovuto nascondersi per anni in un appartamento claustrofobico e non è morta in un lager. La stessa Alice si è anzi sempre dichiarata una bambina fortunata[6], in quanto circondata dall’amore di genitori e amici.

Il libro di Alice è stato curato dall’amica Mariella Bettarini[7], a cui era legata da una lontana parentela (la nonna di Alice era biscugina della mamma di Mariella); è grazie a lei, Mariella, che sono venuto a conoscenza di questo straordinario libro: devo dire tra l’altro che ha fatto un ottimo lavoro. Mariella non ha incontrato mai la lontana cugina, ma la bambina ha lasciato il segno nella sua vita, così come ha fatto nei cuori e nelle menti di tutti coloro che l’hanno conosciuta di persona.

Ma chi era Alice Sturiale? Cosa aveva di straordinario? Per rispondere occorre ripercorrere, almeno in sintesi, la sua vita. Ne troviamo notizia in fondo al Libro di Alice[8]. Figlia del giornalista Leonardo Sturiale[9], il cui cognome ci rivela l’origine siciliana di una parte della sua famiglia, Alice nasce a Firenze il 18 novembre 1983. Prima che la piccola compia un anno le fu diagnosticata l’atrofia muscolare spinale: una malattia che l’avrebbe condannata alla sedia a rotelle. La maggior parte delle persone si sarebbe demoralizzata, avrebbe condotto una vita triste: non Alice, la quale anzi si è poi lanciata in attività in aperta sfida al suo handicap, quali lo scoutismo e lo sci. L’affetto delle persone care e la tecnologia l’hanno certo aiutata – nel ’93 ha avuto in regalo uno scooter elettrico – ma senza lo stato vitale altissimo della bambina, che l’ha sempre sostenuta (a parte comprensibilissimi momenti di scoramento), di lei non si parlerebbe oggi in tutto il mondo. È morta improvvisamente il 20 gennaio 1996, a scuola, «mentre rideva per la battuta di un compagno»[10]. Possiamo immaginare che, circondata dall’affetto dei suoi amici, in un ambiente che amava, non abbia sofferto: non a tutti è data questa fortuna.

Alice a Rapallo a casa della zia quando Alice aveva forse 9 o 10 anni, ha l’aria arguta e sbarazzina che le è tipica. Per gentile concessione di Leonardo Sturiale che ringrazio per questo “bonus”.

Dicevamo che i bambini hanno grande vitalità ma poco vissuto. Nel caso di Alice ciò è vero in termini di tempo oggettivo, ma i suoi dodici anni li ha vissuti intensamente: ciò, unito alla sua sensibilità e rara intelligenza, le ha consentito di produrre testi molto maturi per la sua età. Il suo “corpus letterario” è molto vario: prevalgono naturalmente i temi scolastici ma vi sono anche molte poesie e diverse lettere. Mariella Bettarini lo ha suddiviso in quattro parti, ciascuna a sua volta divisa in aree tematiche omogenee.

La prima parte, dopo la brevissima introduzione di Mariella, si apre con alcune prose e poesie sulla natura, in cui emerge la meraviglia per il Creato, visto attraverso la fede cristiana della bambina. Già in questo primo gruppo di testi trovo una sintonia di sentire: anche io, pur essendo ateo, rimango sempre incantato dalle meraviglie di questo pianeta – la neve, il vento, le stagioni, i fiori, le nuvole. In questi testi Alice ci dà saggio del suo spirito di osservazione e delle sue doti descrittive. Seguono “Storie vere e inventate” dove troviamo la narratrice: visti i miei interessi per la narrativa fantastica ho apprezzato le sue storielle fantascientifiche (Una storia di fantascienza e Il messia dei marziani) che mi ricordano quelle che scrivevo io durante la ricreazione, in giardino, sulla scalinata della palestra della scuola elementare Giacomo Matteotti.

Queste storie hanno il sapore della fiaba, anche quando sono vicende reali come quella della volpe addomesticata da un frate camaldolese (proprio come nel capolavoro di Antoine de Saint-Exupéry, Il piccolo principe) – quest’ultima vicenda mi sarebbe piaciuto citarla nel mio libro sul Casentino, nel capitolo dedicato all’eremo di Camaldoli[11], l’avessi letta prima… è dolcissima. Sempre a proposito di animali, la sezione successiva è tutta dedicata ai nostri amici a quattro zampe; qui trovo un’altra cosa in comune con Alice, ossia il suo amore per i gatti. Al suo testo L’amore del mio gatto avrei voluto rispondere con il mio L’amore di un gatto[12].

Segue la sezione intitolata “Io” in cui Alice traccia un autoritratto, “confessandosi” con grande libertà, parlandoci anche delle sue debolezze. Alice espone le sue idee, i suoi sogni, e ci regala riflessioni profonde; una frase mi ha colpito in particolare: «Io sono soddisfatta di quello che sono»[13]. È un’affermazione importante. Quanti possono dire altrettanto? In altri punti riconosco anche il mio pensiero, ad esempio nel desiderio di possedere «un grande potere per guarire i mali del mondo: fame, morte, violenze, sofferenze, malattie e soprattutto la guerra che è la radice di tutti questi gravissimi problemi»[14] Subito dopo Alice dichiara di non sapere come fare in quanto non capisce nulla di politica: cara Alice, vorrei dirle, ci capisci più te di quelli che i politici lo fanno di professione…

Nel libro spuntano qua e là paesaggi fiorentini anche a me cari, come la piazza D’Azeglio col suo giardino: io quel giardino lo ricordo per altri eventi legati agli anni, gli stessi, che ho passato alla vicina scuola per ragionieri Duca d’Aosta, ben diversi da quelli vissuti dall’autrice. Ritrovo invece lo stesso sentimento, comune a molti studenti, del passaggio traumatico da una scuola all’altra: lasciare il mondo ormai noto in cui si è trascorsa buona parte della propria vita (e cinque anni sono tanti per un bambino…) per trovarsi nell’ignoto.

La sezione “Affetti” si apre con un acrostico (genere poetico caro anche a Mariella Bettarini) e prosegue con una galleria di ritratti familiari. In questa sezione Alice ci racconta anche la sua esperienza negli scout, molto positiva nonostante la sua malattia, e il congresso a Loppiano (pure io ne ricordo uno, e ho dedicato un capitolo alla cittadella dei Focolarini in un mio recente libro[15]). Ma non ci sono solo gioie nella vita: la grande sensibilità dell’autrice si esprime anche negli scritti dedicati all’amica del cuore, Phoung, a cui deve dire addio alla fine delle elementari (lei si trasferirà in Australia), mantenendo comunque un rapporto epistolare riportato anche nel libro. Alice scrive lettere anche agli adulti, ad esempio al frate camaldolese Don Paolo, con cui si confida; all’uomo di chiesa racconta perfino di quella volta che ha mandato affanculo un ragazzino colpevole di aver fatto un apprezzamento poco gradito sul suo aspetto fisico![16]

Un altro tema caro ad Alice è naturalmente quello delle barriere architettoniche e dell’inciviltà dei “camminanti”, poco attenti alle esigenze dei meno fortunati. Non mancano i bilanci della propria vita e i ricordi piacevoli delle vacanze in montagna e al mare, nell’amata Sardegna (dove ha potuto entrare in acqua con la carrozzella, come testimonia una foto nel libro[17]).

La scuola è al centro del libro. Alice ne parla di continuo. C’è un punto che, riletto oggi in tempo di Covid, mi ha fatto pensare a come certe cose non cambino: una lunga assenza (per motivi di salute, come nel caso di Alice[18], o per via del lockdown) suscita nostalgia nei piccoli alunni, tanto da far loro rimpiangere le aule e i banchi. Fare lezione attraverso lo schermo di un computer non è la stessa cosa.

La seconda parte del libro ci presenta un’Alice “saggista”. Tutti sappiamo che la scrittura si nutre di letture: qui l’autrice ci parla dei libri che ha amato – in primis Il piccolo principe, lettura fondamentale anche nella mia formazione – ma commenta pure passi dei testi sacri, film che ha visto, poesie, quadri, articoli di cronaca. Mi ha fatto sorridere quando scrive, riguardo al Leopardi: «Sono sicura che se a quei tempi ci fossero stati gli antidepressivi o dei buoni psichiatri, e se Leopardi avesse avuto a che fare con questi, oggi non avremmo la sua poesia»[19]. Questa affermazione potrebbe dare spunto a un lungo dibattito, che riserverò a un altro articolo. Sempre parlando del grande poeta recanatese, c’è un’espressione usata da Alice che mi ha colpito: «Allora io sono entrata in me stessa»[20]. La usa commentando Il passero solitario, parlando di quella sensazione di solitudine che fa parte anche della sua vita pur affollata di amici. Vi sono momenti in cui «la solitudine è una cosa fantastica»[21] per l’auto-osservazione; gli scrittori, i filosofi e i sognatori lo sanno bene.

La terza parte è interamente in versi. Alice usa il verso libero, non ama le rime o le metafore, il linguaggio è piano. Nelle sue liriche la piccola poetessa parla del suo handicap, dei luoghi che ama (la Sardegna, l’Argentiera), e molte sono dedicate alle amiche o alla sua prima “cotta” adolescenziale (per un tale Lapo), svelando in campo sentimentale un’inattesa timidezza, assente in altri testi. Trovo significativo che il suo ultimo scritto, risalente a un mese prima della sua scomparsa, sia proprio una poesia, Pozzanghera (gennaio 1996).

Qui si chiudono idealmente gli scritti di Alice. La quarta e ultima parte infatti è dedicata alle testimonianze di amici e parenti: i ricordi della nonna Laura, quelli di Phuong e dei compagni di scuola, i messaggi commossi dei “lupetti”, di Don Paolo (suo padre spirituale). Un ultimo saluto corale che rende giustizia alla grandezza d’animo di Alice, amata e benvoluta da tutti. Io non l’ho mai conosciuta di persona (quando lei frequentava le elementari io ero alle superiori e poi all’università) ma un po’ sento di averla incontrata, attraverso i suoi scritti e le foto che completano il suo libro: me ne sono fatto un’idea, e mi piace pensare che, se fossi stato suo compagno, sarebbe nata una bella amicizia sulla base del comune amore per la scrittura.

Firenze, 5-7 luglio 2020

Bibliografia

  • Acciai Baggiani M., Baggiani P., Magnelli I., Cercatori di storie e misteri, Firenze, Porto Seguro, 2019.
  • Acciai Baggiani M., Magnelli I., Due passi indietro, Porto Seguro, 2020.
  • De Saint-Exupéry A., Il piccolo principe, Milano, Mondadori, 2015.
  • Frank A., Diario, Milano, Einaudi, 2014.
  • Orlandini R., Tra l’aspettar del tempo e il morir del giorno, Empoli, Ibiskos Ulivieri, 2012.
  • Paolini C., Eragon, Milano, Rizzoli, 2012.
  • Rossi J., Brividi di fanciullo, Cortona, Calosci, 2001.
  • Sturiale A., Il libro di Alice, Firenze, Polistampa, 1996.
  • Thunberg G., La nostra casa è in fiamme, Milano, Mondadori, 2019.

[1] Da Wikipedia

[2] Orlandini R., Tra l’aspettar del tempo e il morir del giorno, Empoli, Ibiskos Ulivieri, 2012.

[3] Rossi J., Brividi di fanciullo, Cortona, Calosci, 2001.

[4] Thunberg G., La nostra casa è in fiamme, Milano, Mondadori, 2019.

[5] Sturiale A., Il libro di Alice, Milano, Rizzoli, 2020, pp. 249-251.

[6] Sturiale A., Il libro di Alice, Firenze, Polistampa, 1996, p. 219.

[7] https://it.wikipedia.org/wiki/Mariella_Bettarini

[8] Sturiale A., op. cit., pp. 215-220.

[9] Con cui l’amica Mariella mi ha messo in contatto: persona gentilissima, che ringrazio per avermi inviato la sua postfazione.

[10] Ivi, p. 220.

[11] Acciai Baggiani M., Baggiani P., Magnelli I., Cercatori di storie e misteri, Firenze, Porto Seguro, 2019, pp. 235-249.

[12] « L’amore di un gatto è semplice: / basta accarezzarlo sulla testa, / basta ascoltare le sue fusa, / basta tenerlo sulle ginocchia. / È la cosa più semplice che esista. // Il mondo invece è complicato, / le persone sono complicate: /oggi ti sono amiche, domani ti tradiscono. / Se non ti cercano, forse è per orgoglio. / Se ti cercano, forse è per interesse. // Una volta avevo un gatto / e in qualche modo lui aveva me. / Tornato dall’ennesima porta in faccia / lo trovai sul divano, acciambellato: / mi sedetti e lo presi in collo. // L’amore di un gatto è semplice: / basta accarezzarlo sulla testa, / basta guardarlo negli occhi / e trovarvi un grande mistero. / Un mistero semplice.»

[13] Sturiale A., op. cit., p. 75.

[14] Ivi, p. 73.

[15] Acciai Baggiani M., Magnelli I., Due passi indietro, Porto Seguro, 2020, pp. 77-100.

[16] Sturiale A., op. cit., p. 129.

[17] Ivi, p. 142

[18] Ivi, pp. 144-145.

[19] Ivi, p. 168.

[20] Ivi, p. 165.

[21] Ibidem.

Mariella Bettarini, il coraggio della coerenza

Di Massimo Acciai Baggiani

bettariniHa proprio ragione Michele Brancale, quando scrive che siamo in tanti ad avere un debito di riconoscenza verso Mariella Bettarini[1]. Da parte mia il debito è enorme sia dal punto di vista umano che artistico, fin dai tempi d’oro delle Giubbe Rosse – lo storico caffè letterario attorno a cui girava la vita artistica fiorentina nel primo decennio di questo secolo[2]. Fu in quell’ambiente che conobbi Mariella e la sua compagna Gabriella Maleti (venuta a mancare il giorno di pasqua di quattro anni fa). All’epoca frequentavo un corso per esperti di audiovisivi, realizzai come prova per l’esame un dvd sui luoghi e i personaggi della poesia fiorentina[3]: non poteva mancare un nome come quello di Mariella Bettarini, tanto nota nell’ambiente poetico quanto disponibile e gentile. La intervistai proprio alle Giubbe. Da lì nacque un’amicizia che proseguì poi nelle riunioni de «L’Area di Broca» (di cui sono redattore dal 2006). Grazie a lei ho capito cosa fosse davvero la poesia (non ciò che pensavo di praticare all’epoca: io sono infatti più un narratore che un poeta) e sono venuto in contatto con molte persone interessanti.

Molto è stato scritto su Mariella e la sua opera. Sono state fatte tesi di laurea, recensioni, incontri a lei dedicati, eccetera. Un’antologia di questi testi critici è possibile trovarla riunita in A parole – in immagini, ponderosa auto-antologia uscita nel 2008 per le edizioni Gazebo (fondate dalla stessa Mariella insieme a Gabriella). Un’altra antologia importante, e più recente, di tributi alla nostra poetessa è rappresentata dal volume curato da Bonifacio Vincenzi, Mariella Bettarini, il coraggio della coerenza, uscito in tempo di coronavirus, di cui Mariella mi ha fatto dono pochi giorni fa. Il libro, che fa parte di un ciclo di pubblicazioni dedicato ai poeti del centro Italia, raccoglie testimonianze di intellettuali e amici che la conoscono bene personalmente: Davide Puccini, Giuliano Ladolfi, Luigi Fontanelli, Michele Brancale, Rosaria Lo Russo, Franca Alaimo, Antonella Pierangeli, Roberto Maggiani e Giorgio Linguaglossa. Dieci autori che, in un’opera corale, hanno tracciato il percorso poetico e biografico dell’autrice, da Il pudore e l’effondersi (sua prima raccolta, uscita nel 1966) a Poesie per mamma Elda (2019): una carriera artistica che copre oltre mezzo secolo e che ha avuto riconoscimenti da nomi importanti quali Mario Luzi e Pasolini.

Sulla sua poetica non aggiungo nulla di mio: è già stata analizzata molto bene in questo libro e in decine di altri interventi nel corso dei decenni. Mi limiterò, col consenso dell’autrice, a riportare una lirica dalla sua ultima raccolta, Poesie per mamma Elda, da me tradotta in esperanto, con la speranza che i versi di Mariella possano così essere gustati (per quanto lo permette una traduzione) anche da un pubblico internazionale quale quello esperantista. Lo merita.

sei la matrice –
il corpo lo devo a te
sei la Matrice del mistero –
lo devo a te –
sei la matrice – se vivo
lo devo a te –
sei tu
la Mediatrice tra il Nulla
e me – il Tutto e me –
sei la Matrice –
colei che ha dato corpo a un Soffio
che vagava
che ha dato fiato
a un corpo che (non volente) doveva
poi esseresei l’orma del Mistero –
sei la Matrice
vi estas la matrico –
la korpon mi ŝuldas al vi
vi estas la Matrico de la mistero –
mi ŝuldas al vi –
vi estas la matrico – se mi vivas
mi ŝuldas al vi –
vi estas
la Perantino inter la Nulo
kaj mi – la Ĉio kaj mi –
vi estas la Matrico –
tiu kiu donis korpon al Blovo
kiu vagis
kiu donis spiron
al korpo kiu (nevolonte) devis
poste estivi estas la spuro de la Mistero –
vi estas la Matrico

Firenze, 16 maggio 2020

Bibliografia

Vincenzi B. (a cura di), Mariella Bettarini, il coraggio della coerenza, Francavilla Marittima, Macabor, 2020.

Note

[1] In Vincenzi B. (a cura di), Mariella Bettarini, il coraggio della coerenza, Francavilla Marittima, Macabor, 2020, p. 37.

[2] Prima che la gestione passasse a proprietari che non condividevano la politica mecenatesca dei fratelli Smalzi.

[3] Intitolato Firenze Poesia (2005).

Scrivere è un’attività piacevole?

Di Massimo Acciai Baggiani

1bnScriveva Natalia Ginzburg, riferendosi alla scrittura: «questo mestiere non è mai una consolazione o uno svago. Non è una compagnia. Questo mestiere è un padrone, un padrone capace di frustarci a sangue, un padrone che grida e condanna. Noi dobbiamo inghiottire saliva e lagrime e stringere i denti e asciugare il sangue delle nostre ferite e servirlo. Servirlo quando lui lo chiede. Allora anche ci aiuta a stare in piedi, a tenere i piedi ben fermi sulla terra, ci aiuta a vincere la follia e il delirio, la disperazione e la febbre. Ma vuol essere lui a comandare e si rifiuta di darci retta quando abbiamo bisogno di lui.»[1]

Questa affermazione, piuttosto forte, letta per caso in macchina aspettando il verde al semaforo, mi ha suscitato una serie di riflessione sulla mia attività preferita (non dico mestiere, in quanto non mi dà di che vivere): scrivere. Dirò innanzitutto che io la vedo in maniera praticamente opposta rispetto alla Ginzburg: per me l’atto di scrivere non è accompagnato da sofferenza, bensì da gioia, e non mi toglie energie, anzi me le dona. D’altra parte come potrebbe un anarchico come me accettare un padrone, per lo più autoimposto? Io scrivo cosa e quando voglio, seguendo l’ispirazione del momento (a meno che non si tratti di articoli o recensioni promesse a qualcuno) e questo è uno degli indubbi vantaggi di uno scrittore “non professionista” rispetto a chi è sotto contratto con la Mondadori o la Newton & Compton e deve magari consegnare un romanzo di quattrocento pagine entro due mesi, pena la perdita di denaro (molto denaro). Non a caso Paolo Cammilli[2] si dichiara d’accordo con la Ginzburg: il suo è infatti il punto di vista di uno scrittore professionista. Cammilli, anzi, distingue tra chi “fa lo scrittore” e chi “è uno scrittore”, indicando nel primo colui che si guadagna il pane attraverso il suo mestiere.[3]

Dello stesso avviso è il giornalista pratese Raimondo Preti. In Tutti giù per terra scrive: «Chiariamo subito una cosa: scrivere non è un piacere. Non si tratta di cantare con una bella voce o di imbrattare una tela sperando che qualcuno dica che è un capolavoro. Scrivere è un gioco di capelli strappati, sigarette che bruciano fino al dito e unghie ciancicate.»[4] Di «lotta orribile ed estenuante, come un periodo di dolorosa malattia» parla anche George Orwell in un suo saggio del 1936[5]; il celebre scrittore inglese si riferisce in più punti alla «fatica di scrivere»[6], allo «sforzo descrittivo quasi contro la mia volontà, come una sorta di costrizione esterna»[7], eccetera, a cui lo scrittore è spinto da «egoismo», «entusiasmo estetico», «impulso storico» e «scopo politico»: quattro ragioni per scrivere che sono presenti, a suo dire, in ogni scrittore, pur se in proporzioni diverse, e che rispondono alla logica domanda “Ma allora chi glielo fa fare?”.[8]

Come tutte le cose che all’inizio si fanno per passione, inevitabilmente (pare) anche la scrittura “dilettantistica” quando diventa “professionale” – qualcuno direbbe “quando si fa sul serio” – muta la propria natura trasformandosi da “piacere” in “dovere”. Non essendo mai stato uno scrittore di professione – scrittore sì, ma solo per passione – non mi azzardo a fare un confronto tra i due approcci al foglio bianco…  posso solo dire che, dal mio punto di vista, la scrittura è godimento e soprattutto libertà; anzi è l’azione più libera che uno scrittore può fare. Scrivendo rompo le catene della realtà – forse anche per questo prediligo il genere fantastico – creo sulla carta mondi utopici, decido la sorte dei personaggi a cui do vita (come una sorta di divinità), elaboro trame e supero col pensiero e la fantasia i miei limiti geografici e temporali. Mi trovo insomma d’accordo con l’amico e collega Carlo Menzinger[9], il quale rifiuta perfino la definizione di “mestiere” applicato alla scrittura e replica: «Scrivere un mestiere? Dio no, no!!! Scrivere è un sogno. Scrivere è un gioco. Scrivere è creare mondi nuovi. Scrivere è essere Dei! Cosa c’entra il mestiere? Quello è per falegnami, avvocati, medici e idraulici. Però scrivere non è facile, né cosa lieve. Scrivere è tecnica e metodo e cultura e infinite letture.»[10]

Infatti non bisogna pensare che la scrittura non segua delle sue regole – in primis quella della coerenza interna e della verosimiglianza – se vuol essere efficace, e che non ci sia dietro un lavoro preparatorio fatto di ricerca e di letture. Ammetto che documentarsi per scrivere un libro può essere faticoso e a volte frustrante (anche se Internet ha facilitato molto le cose), ma lo scrivere in sé estremamente liberatorio. Il processo della scrittura, come giustamente nota Menzinger, è per molti aspetti affine al sogno[11]: la differenza sta nel fatto che il sogno non contiene nessuna logica (se non forse quella che vi scorgeva Freud[12]) mentre un buon romanzo o un buon racconto risponde a una logica ferrea, pena l’infrangersi della “sospensione dell’incredulità”. Personalmente infatti per le mie storie ho tratto ispirazione dai sogni in più occasioni, rielaborandoli e piegandoli alla scrittura. Tornando alla Ginzburg, credo piuttosto che sia lo scrittore il padrone e la scrittura l’umile serva – e non il contrario.

Ho sentito comunque altre voci di amici e colleghi scrittori. Marco Bazzato[13] ad esempio si dichiara concorde in parte con la Ginzburg, «visto che quando il demone di una storia reclama di uscire, alla fine è lui che conduce il gioco, noi siamo solo i veicoli della storia, non ne siamo gli effettivi signori e padroni. Questo almeno vale per me, sia quando scrivo, così come quando rileggo per correggere o per revisionare. È la storia stessa che dice in che direzione vuole andare, cosa vuole e cosa soprattutto non vuol fare. È una vita, una serie di vite, dentro lo scrittore, vite che emergono, vengono concepite, crescono nel ventre della nostra mente e poi sono espulse, a volte in modo anche doloroso, come un parto, dove sia la gestazione che l’espulsione a differenza di una gravidanza umana, non dura necessariamente nove mesi, ma può essere più breve o più lunga, così come il travaglio, prima della nascita, del termine ufficioso della gravidanza stessa, perché poi un libro inizia a vivere solamente quando l’opera diviene di dominio pubblico. Lì, allora inizia il suo percorso di vita. Percorso che potrebbe essere brevissimo oppure durare anche per secoli. Facendo però una ricerca etimologica del termine mestiere, tra i diversi significati, ho trovato che questa potrebbe essere la più calzante, se vogliamo associarla a ciò che la scrittrice forse intendeva: “dal fr. ant. mestier (mod. métier), che è dal lat. ministerĭu(m) ‘ministero, ufficio’, deriv. diminĭster ‘ministro, servo’.” Se naturalmente vogliamo escludere la componente economica, legata al termine più comune di svolgere un mestiere, per trarne principalmente un tornaconto economico. Quindi, la scrittrice poteva anche voler intendere una forma di servizio, essere servi del proprio bisogno, del proprio piacere interiore, della propria passione, dell’amore che si prova per la scrittura e anche per gli sforzi che, coloro che sono abituati a farlo, non sentono, ma che richiedono dispendi di energie intellettuali e fisiche, in certi momenti non indifferenti. Stephen King, autore che forse a molti può non piacere, disse grosso modo che, ora non ho il libro sottomano, che tutti coloro che scrivono sono scrittori, indipendentemente dal fatto che ne traggano un ricavo economico, ma qualsiasi persona che ha qualcosa da dire e soprattutto lo sa dire, può e deve considerarsi uno scrittore. […] Il processo creativo credo che sia un mistero per tutti, dove ci nascondiamo dietro diverse definizioni, ma la scintilla, l’input che abbiamo nel metterci innanzi ad un foglio word bianco e lasciare uscire le lettere, le parole, le frasi, per arrivare alla fine del percorso, mettendo il punto finale, rimarrà forse l’ultima frontiera, probabilmente per sempre inesplorata, perché, per quanto magari lo vogliamo, non possiamo essere contemporaneamente dentro e fuori noi stessi, senza mai poter avere una vera visone di insieme, ma forse è anche questo l’aspetto migliore, in quanto potrebbe essere una scoperta e una riscoperta quotidiana che si rinnova di volta in volta.»[14]

Scrive d’altro canto Michele Protopapas[15]: «Io pianifico tutto. La storia, prima di essere scritta è stata domata (altro che mostro, è docile come un gattino): scelgo quali tecniche e quali trucchi usare, determino numero di personaggi e definisco come devono interagire. Solo dopo che è stata pianificata, riassunta in scaletta, confezionata mentalmente, inizio a scrivere. E da lì è tutto in discesa.»[16]

La poetessa Mariella Bettarini è intervenuta nella discussione replicandomi che «se si scrive essendo felici, allora si è felici di scrivere. Se si è infelici, la scrittura allevia molto l’infelicità, e tuttavia non sappiamo se è la scrittura a farci stare meglio, o è il nostro stare meglio che ci permette di scrivere.»[17] Su questo non so rispondere, comunque mi pare una domanda interessante, così come mi pare degna di nota la definizione che fornisce Alessandro Franci nella sua citazione: «“Scrivere è tentare di sapere cosa si scriverebbe se si scrivesse” dice M. Duras[18]. Lo consiglio. D’altronde Rilke scrive al signor Kappus: “Ricordate la ragione che vi chiama a scrivere; esaminate s’essa estenda le sue radici nel più profondo luogo del vostro cuore, confessatevi se sareste costretto a morire, quando vi si negasse di scrivere. Questo anzitutto: domandatevi nell’ora più silenziosa della vostra notte: devo io scrivere? Scavate dentro voi stesso per una profonda risposta. E se questa dovesse suonare consenso, se v’è concesso di affrontare questa grave domanda con un forte e semplice ‘debbo’, allora edificate la vostra vita secondo questa necessità.”[19]»[20]

È interessante anche la definizione di Marco Di Bari, scrittore fiorentino: «La scrittura è una risorsa per il buio, il dubbio, la troppa gioia, l’illuminazione. Però ti allontana dalle persone reali, dal tangibile e dal restituire emozioni dirette. La scrittura parla di una vita ma rischia di confondersi con la vita stessa, senza esserlo.»[21]

Mi viene in mente a tal riguardo Pirandello quando affermava che «la vita o si scrive o la si vive; io non l’ho mai vissuta, se non scrivendola.»[22]

Con quest’aforisma d’autore, che penso possa mettere d’accordo un po’ tutti, chiudo questo breve articolo su un argomento su cui non si finirà mai di discutere, spesso scontrandoci, ma che continua ad appassionare generazioni di scrittori in cerca di una propria identità e di una ragione per spiegare a se stessi e agli altri perché si mettono davanti a un foglio bianco (sia esso cartaceo o elettronico) per riempirlo di parole, invece di occuparsi di attività più redditizie dal punto di vista economico.

Firenze, 21 aprile 2019

Bibliografia

  • M. Acciai, Chi è davvero uno scrittore? Ovvero: poniamo che nessuno compri più libri…, Sìlarus, n. 274, marzo-aprile 2011
  • M. Acciai Baggiani, Il sognatore divergente, Porto Seguro, Firenze 2018.
  • M. Acciai Baggiani, I racconti di Michele Protopapas, tra horror e fantascienza, Passparnous n. 62, aprile 2018.
  • M. Duras, Scrivere, Feltrinelli, Milano 1994.
  • S. Freud, L’interpretazione dei sogni, Einaudi, Torino 2013.
  • N. Ginzburg, Le piccole virtù, Einaudi, Torino 1993.
  • C. Menzinger di Preussenthal, Il narratore di Rifredi, Porto Seguro, Firenze 2019.
  • G. Orwell, Nel ventre della balena e altri saggi, Bompiani, Milano 1996.
  • L. Pirandello, Il fu Mattia Pascal, Giunti, Firenze 1994.
  • R. Preti, Tutti giù per terra, Porto Seguro, Firenze 2019.
  • M. Rilke, Lettere a un giovane poeta, Adelphi, Milano 1980.

Note

[1] N. Ginzburg, Le piccole virtù, Einaudi, Torino 1993, p. 88.

[2] Direttore di Porto Seguro Editore e autore di bestseller quali Maledetta primavera (Newton & Compton, 2014), Io non sarò come voi (Sperling & Kupfer, 2015) e Conta fino a dieci (Sperling & Kupfer, 2017).

[3] Io ho dato una definizione diversa nel mio articolo Chi è davvero uno scrittore? Ovvero: poniamo che nessuno compri più libri…, Sìlarus, n. 274, marzo-aprile 2011.

[4] R. Preti, Tutti giù per terra, Porto Seguro, Firenze 2019, p. 157.

[5] G. Orwell, Nel ventre della balena e altri saggi, Bompiani, Milano 1996, p. 105.

[6] G. Orwell, op. cit., p. 104.

[7] Ivi, p. 99.

[8] Ivi, pp. 100-101.

[9] Autore fiorentino di cui ho scritto la biografia letteraria: M. Acciai Baggiani, Il sognatore divergente, Porto Seguro, Firenze 2018.

[10] Questa come altre testimonianze che seguono sono tratte da una conversazione sulla mia bacheca di Facebook, in data 19 marzo 2019 e giorni seguenti.

[11] Come sostengo anche nell’intervista che Menzinger mi ha fatto nel suo saggio su di me: C. Menzinger di Preussenthal, Il narratore di Rifredi, Porto Seguro, Firenze 2019.

[12] Ne L’interpretazione dei sogni (1900).

[13] Scrittore italiano trapiantato in Bulgaria, vedi http://marco-bazzato.blogspot.com/

[14] Vedi nota 10.

[15] «Classe 1980, palermitano d’origine greca, residente a Prato, laurea in Ingegneria Aerospaziale, insegnante di scrittura, matematica e scienze» M. Acciai Baggiani, I racconti di Michele ​Protopapas, tra horror e fantascienza.

[16] Vedi nota 10.

[17] Vedi nota 10.

[18] M. Duras, Scrivere, Milano, Feltrinelli 1994.

[19] M. Rilke, Lettere a un giovane poeta.

[20] Vedi nota 10.

[21] Vedi nota 10.

[22] L. Pirandello, Il fu Mattia Pascal.