Suoni folktronici

Di Massimo Acciai Baggiani

folktronic soundsL’ascolto di Folktronic Sounds mi sorprende piacevolmente per l’ecletticità e la versatilità di Margherita Pirri. Ho ascoltato, e recensito, i suoi precedenti lavori – da Daydream (2011) a Music from the World (2020, con Luna bianca) – già evidenziando la bravura di questa giovane cantautrice e polistrumentista milanese, da me intervistata nel 2011 per il suo album d’esordio. Dalla canzone d’autore (in italiano, inglese e francese) alla colonna sonora per documentari, dai jingle pubblicitari alla musica per sfilate di moda: a Margherita piace sperimentare, cimentarsi in generi nuovi, riuscendo bene in tutti i suoi progetti musicali. Lo conferma in questo ultimo album di brani scritti per alcune sfilate Max Mara e Liu Jo; Margherita si è studiata bene il contesto in cui la sua musica sarebbe stata eseguita, con i suoi ritmi e tempi, confezionando un cd digitale (di cui si può avere un assaggio su Spotify ) lontano dal suo stile originario ma non meno interessante e godibile, pure in quarantena.

Il genere, come suggerisce il titolo, è quello della “folktronica” (il quale unisce le sonorità folk con quelle dell’elettronica), ma non mancano altre influenze. I testi sono interamente in inglese. Oltre ad aver suonato tutti gli strumenti, Margherita ha curato anche gli arrangiamenti e il mixaggio.

L’album è stato quindi pubblicato dall’etichetta siciliana Trichorus; comprende sette brani di durata variabile tra i tre e i quattro minuti (uno supera i cinque). Il primo, It’s all right, è un brano ballabile molto positivo: un invito a dimenticare le preoccupazioni, quindi risulta anche molto attuale, in linea col motto #andràtuttobene di questo periodo. Segue Run away, brano dance che ci riporta a un mondo di fantasia in cui il protagonista corre senza meta, da una parte all’altra seguendo il suono della sua immaginazione. Is this what you want è una canzone d’amore, un dialogo-mantra con una persona che vuole troppo, che non si accontenta. Inside your mind esprime invece il desiderio di distanziarsi dal mondo, di ascoltare la propria mente e non sentire niente del mondo esterno; ne è protagonista una persona che non è andata al di là del luogo dov’è nata. Anche Sad old song è una canzone d’amore: un amore sofferto, come possiamo arguire dal titolo. You and me è un altro brano dance mentre l’ultimo, After sunset, è un lounge strumentale.

La musica è stata composta, come dicevamo, per accompagnare le sfilate di moda, ma la trovo molto adatta anche da ascoltare in privato sul divano, per rilassarsi, o come sottofondo per lavorare al pc o per la lettura, o anche in macchina (per chi la può prendere), viaggiando sulle note di una grande artista del nostro tempo.

Firenze, 4 maggio 2020

Un giallo e una storia d’amore in provincia

Di Massimo Acciai Baggiani

maledetta-primavera-x1000Lo stile di Paolo Cammilli è inconfondibile: le sue frequenti buffe similitudini, i suoi personaggi profondamente umani, le sue trame ricche, le contraddizioni dei sentimenti, le storie di sesso e vendette. Oggi voglio parlarti, caro lettore, del suo romanzo di esordio, Maledetta primavera, edito nel 2012 dalla sua etichetta editoriale Porto Seguro (dove svolgevo attività di editor, prima della quarantena da Covid-19), e poi ripubblicato da Newton & Compton nel 2014. Un romanzo che è un po’ un giallo, un po’ un thriller, ma soprattutto love story, e molto altro.

Come nel suo romanzo successivo, Io non sarò come voi (Sperling Kupfer, 2015), più maturo, in cui tra l’altro compare il protagonista Fabrizio Montagnèr in un cammeo, Paolo ci presenta una vicenda torbida in cui si intrecciano le storie private di un gran numero di personaggi. Lo sfondo è Settimo Naviglio, un immaginario paesino di circa tremila abitanti, situato nella provincia milanese; l’autore ce ne dà una efficace descrizione in uno dei capitoli iniziali: è un luogo noioso, dove «le cose non accadono»[1], dove non è mai nato un solo personaggio famoso, dove «d’inverno fa un freddo boia ed è tutto grigio. È grigio il cielo, sono grigi i palazzi, è grigio l’asfalto e sono grigi i campi con l’erba morta. Pure il verde sembra grigio. Quando c’è il sole è ancora peggio, con quei raggi pallidi che sembrano frecce di ghiaccio. Se invece arriva la giornata di nebbia, la situazione migliora un pochino. Viene a crearsi una certa atmosfera, un po’ di magia, e non si vede più niente. Che forse è meglio. Con la primavera cambia tutto, ma da un po’ di tempo a questa parte la stagione dei mandorli in fiore dura sempre meno. Arriva subito l’estate e quel caldo che addormenta tutto. Se non hai in casa l’aria condizionata o un ventilatore con le pale di un elicottero Apache, ti conviene telare e passare la giornata al fresco in un qualche centro commerciale.» (riporto uno stralcio della descrizione di Settimo Naviglio perché questo brano mi è piaciuto particolarmente e mi pare rappresentativo del Cammilli più poetico e malinconico).

Su questo sfondo provinciale si muovono, come dicevamo, molti soggetti. I protagonisti però sono due – perché ci sono sempre due protagonisti nei romanzi di Paolo: uno maschile e uno femminile –, Fabrizio Montagnèr e Carlotta “Totta” Magonio. Il primo è un P.R. trentacinquenne, la seconda è una ragazza dolce e orgogliosa che frequenta persone non proprio limpide (come la sua “amica” Ginevra): i due si conoscono su Facebook, da una parte Montagnèr e dall’altra le due amichette che condividono lo stesso profilo farlocco. Già sappiamo come andrà a finire: il nostro “eroe” si innamorerà della sfuggente Totta e quando sarà infine riuscito a conquistarla farà una delle sue perché è un «cazzone, e i cazzoni fanno le cazzate»[2]. Di cosa si tratta? Di una cosa banalissima: il Montagnèr va a letto proprio con l’amica di Carlotta, la spregiudicata Ginevra, da cui viene sedotto.

Intorno a questa storia di corna ruota la parte più giallistica del libro, con un tentativo di omicidio che si ricollega a un vecchio delitto, per risolvere il quale interviene ad un certo punto una sorta di parodia di Dylan Dog, l’ “investigatore dei sogni” David Cramp; un personaggio che si è guadagnato le mie simpatie. Il fattaccio rivitalizza il sonnacchioso paese, perché «in un luogo in cui la vita di tutti i giorni è qualcosa di molto vicino a una disgrazia, una disgrazia somiglia molto alla vita»[3]. Ovviamente non spoilerò la soluzione di questo piccolo mistero di provincia – che comunque conferma la bravura del Cammilli nelle scene di suspense. Non sono un grande appassionato di romanzi polizieschi, ma devo dire che a un certo punto le indagini hanno preso anche me, anche se non sarei mai arrivato alla soluzione. Tra l’altro, come mi ha fatto notare l’autore, la vicenda ha più piani di lettura e un forte legame “mascherato” con fatti di cronaca reali: sotto i nomi dei personaggi si celano (spesso sotto forma di calembours) persone famose. Al lettore più accorto scoprire quali.

Ma la vicenda “gialla” è secondo me secondaria rispetto al tormentato rapporto tra Fabrizio e Totta. I personaggi di Paolo hanno sempre una certa “ambiguità”, una contraddizione insanabile, spesso agiscono sotto effetto di alcolici, mancano di lucidità e di una forte volontà: perciò anche in questo romanzo non ci sono figure del tutto positive o del tutto negative, se non nelle scelte finali. Carlotta è un misto di dolcezza e crudeltà, Fabrizio sarebbe un bravo ragazzo, “innamorato”, ma, anche se soltanto in un’occasione, risulterà infedele. È la sua natura, non può farci nulla, come lo scorpione della famosa storiella che vede per protagonista anche una rana – non a caso citata dal Cammilli (e citata anche in una canzone degli 883[4]).

Qui apro una parentesi personale: per me il vero amore non può essere mai infedele, in quanto se si ha a cuore la felicità dell’amata/o non si farà mai nulla per farla/o soffrire; il sesso non avrà alcun potere sul cuore (ma forse la penso così perché sono un sognatore e per me il sesso è sempre stato secondario in un rapporto). Il sentimento che Francesco prova per Totta secondo me non è dunque vero amore, anche se lui – una volta resosi conto della «cazzata» (che cercherà dapprima di nascondere), una volta scoperto farà di tutto per farsi perdonare quell’unica volta che ha ceduto agli istinti. Ma sa che «si può perdonare ma non dimenticare»[5] e che Carlotta non gliela farà passare liscia tanto facilmente: se lo dovrà sudare, e molto. Alla fine il sospirato “perdono” arriva, in fondo lei era davvero “innamorata” (anche se pure lei aveva avuto una storiella vacanziera) ma Carlotta pretenderà una giusta umiliazione e comunque dichiarerà che non potrà mai più fidarsi e che pure lei “si farà i cazzi suoi”. Indietro non si torna, quando ci sono le corna (ahah mi è venuta la rima!), ed è giusto così.

Firenze, 28 aprile 2020

Bibliografia

Cammilli P., Maledetta primavera, Firenze, Porto Seguro, 2012.

Note

[1] Cammilli P., Maledetta primavera, Firenze, Porto Seguro, 2012, p. 44.

[2] Ibidem, p. 348.

[3] Ibidem, p. 184.

[4] La rana e lo scorpione, nell’album Grazie mille (1999): «schiena e portami sull’altra sponda”- La rana rispose: – “Fossi matta! Così appena siamo in acqua mi pungi e mi uccidi!” -“Per quale motivo dovrei farlo” – incalzò lo scorpione – “Se ti pungo tu muori e io annego!”- La rana stette un attimo a pensare, e convintasi della sensatezza dell’obiezione dello scorpione, lo caricò sul dorso e insieme entrarono in acqua. A metà del tragitto la rana sentì un dolore intenso provenire dalla schiena, e capì di essere stata punta dallo scorpione. Mentre entrambi stavano per morire la rana chiese all’insano ospite il perché del folle gesto. -“Perché sono uno scorpione” – rispose lui.»

[5] Ibidem, p. 384.

8 Secoli di Misericordia – La storia della Venerabile Arciconfraternita della Misericordia di Firenze

Carissimi, vi voglio segnalare quest’opera di Giovanni Trani (Leone Multimedia) cooperazione con la Venerabile Arciconfraternita della Misericordia di Firenze e la Soprintendenza Archivistica e Bibliografica della Toscana, in cui ho avuto una particina anch’io nei panni di un confratello della Misericordia (nel primo video, “Nessuna ricompensa”). Una serie di documentari ganzissimi, realizzati con grande professionalità, per scoprire una storia tutta fiorentina che parte da lontano…

Adesso i documentari sono anche scaricabili in formato MP4, a questo indirizzo.

Massimo Acciai Baggiani

Riflessioni personali su “Io non sarò come voi”

Di Massimo Acciai Baggiani

io-non-saro-come-voi-112620Non sono molti i colleghi scrittori, tra quelli che conosco personalmente, ad aver fatto il salto alla grande editoria. Paolo Cammilli è uno di questi. Mio concittadino, quasi mio coetaneo, ha esordito con un best seller quale Maledetta primavera (in origine pubblicato con la Porto Seguro[1], casa editrice da lui fondata nel 2011, poi ripubblicato nel 2014 da Newton Compton) – romanzo che ha avuto importanti riconoscimenti, di vendita e di critica – Paolo ha pubblicato successivamente altri due romanzi – Io non sarò come voi (Sperling & Kupfer, 2015) e Conta fino a dieci (Sperling & Kupfer, 2017) – e, mentre sto scrivendo, sta lavorando al quarto[2]. Paolo non è un autore prolifico, almeno rispetto al sottoscritto o a un autore americano, tuttavia i suoi libri sono densi, complessi, testimoniano una grande meditazione e lavoro di ricerca. I dettagli sono importanti per Paolo; i suoi personaggi sono tridimensionali, vivi, profondi. Il suo stile, che ricorre spesso alla similitudine e alla metafora (generalmente con sfumature comiche), è accattivante e scorrevole. In effetti i suoi libri si leggono in un paio di giorni al massimo; tengono il lettore incollato alle pagine, proprio come un buon thriller.

Chi ritiene che in un libro gli eroi positivi debbano essere ben separati dai cattivi fin dalle prime pagine, probabilmente non apprezzerà Io non sarò come voi. Ne rimarrà disorientato. Qui non ci sono personaggi del tutto buoni o del tutto cattivi, se non sul finale – che sarei tentato di spoilerare (ma mi trattengo). I personaggi sono persone comuni, con le loro contraddizioni e meschinità: i giovani protagonisti vivono quell’età ancora in bilico tra la scelta del Bene e del Male, influenzati (probabilmente troppo) dalle loro compagnie e dal loro breve vissuto, ostaggi degli ormoni, con una personalità ancora in fieri. Io non sarò come voi si può definire un romanzo di formazione, in cui i personaggi cambiano, prendono decisioni importanti che determineranno il loro destino e quello altrui.

La storia, mi ha confidato l’autore, nasce da uno dei tanti fatti di cronaca che purtroppo riempiono i quotidiani. Si tratta di uno stupro di branco: una ragazzina viene violentata da “amici”, coetanei che lei conosceva bene. Una storia squallida, banale perfino nel suo orrore, che nelle mani di Paolo diventa lo spunto per una riflessione molto profonda – a dispetto dello stile spesso ironico e scanzonato – sull’animo umano, sul conformismo, sul sacrificio.

Protagonista è Fabio Arricò, un sedicenne un po’ sfigato che per tutto il romanzo ci appare, almeno a me, piuttosto ambiguo. Un antieroe. Fabio vive i problemi e le insicurezze di molti adolescenti di qualsiasi epoca storica (si parla di una generazione avanti rispetto alla mia o a quella di Paolo, ma potrebbe essere anche una storia del passato), che non sanno imporre la propria volontà, subiscono passivamente le idee del branco, anche quando la situazione sfugge di mano e rischia di provocare delle tragedie (vedi la scena del lancio di sassi dal cavalcavia[3] o quella in cui uno dei loro amici rischia di finire affogato). Personalmente ho vissuto un’adolescenza piuttosto anomala e solitaria, estranea alle dinamiche del gruppo di amici (vivevo molto nel mio mondo, mi vedevo con pochi amici, singolarmente), quindi non mi riconosco a pieno nella storia, e non sono nemmeno molto d’accordo con una mia amica che sostiene che a quell’età non si ha un’identità pienamente sviluppata e perciò «si ha bisogno del gruppo» (nel mio caso non è stato così): tuttavia ho letto con una certa trepidazione la vicenda che, come un meccanismo ben congegnato (come si dice debba essere un romanzo che funziona), conduce al precipitare degli eventi e allo scioglimento finale.

Questo è insomma soprattutto un romanzo psicologico, anche se non mancano l’azione e i colpi di scena. Il desiderio di vendetta di Fabio verso Caterina, colpevole di averlo “snobbato” pur conoscendo il suo “amore” (difficile definirlo tale, sfugge a una definizione netta), è in fondo il desiderio di rivalsa del ragazzo comune verso chi appartiene a una classe sociale superiore, ma non è solo questo: nell’amodio (amore + odio) di Fabio c’è molto di più. Non meno complessa e ambivalente è la protagonista femminile, Caterina Valenti, così come i suoi sentimenti verso Fabio. Il lettore può trovare spiazzanti certi cambi improvvisi di umore, ma così sono le persone reali: angeli e demoni nello stesso corpo, codardi e «valorosi», teneri e feroci. Tutti noi, se ci trovassimo in determinate circostanze, potremo rivelarci eroi o mostri: questa è la mia lettura. Tutti noi siamo chiamati a scegliere il Bene o il Male, ed è soltanto una nostra prerogativa umana: questo a mio parere il messaggio del romanzo. Un libro che rimane impresso a lungo nella memoria.

Firenze, 24 aprile 2020

Bibliografia

Cammilli P., Io non sarò come voi, Milano, Sperling & Kupfer, 2015.

Note

[1] Presso cui svolgo attività di editor e impaginatore, e con cui ho pubblicato cinque miei libri negli ultimi tre anni.

[2] Ambientato in un campo profughi mediorentale.

[3] Anche questa pratica riempiva le pagine di cronaca, soprattutto negli anni Novanta, per alcune tragedie.

Chille’s Corner – Speciale – Giornata Mondiale del Libro

Massimo Acciai Baggiani legge la fine di Due passi indietro (Porto Seguro, 2020) durante il Chille’s Corner – Speciale – Giornata Mondiale del Libro, organizzato da Chille de la Balanza, evento online del 23 aprile 2020.

Alcune riflessioni su guerre e genocidi

Di Massimo Acciai Baggiani

marainiTra i molti libri letti durante la quarantena, un romanzo di Dacia Maraini mi ha dato l’occasione per mettere per scritto alcune riflessioni su tematiche toccate dalla storia, ambientata in Europa in piena guerra fredda. Il treno dell’ultima notte non è un libro per stomaci delicati: la Maraini non risparmia al lettore che, come la protagonista, «vuole mettere il naso nella merda»[1], nessuno degli orrori dei lager nazisti o dei regimi cosiddetti “comunisti”, «cose talmente vere che sembrano finte, talmente vere che diventano sublimi nella loro irrealtà.»[2] tanto che anche noi lettori ne siamo sconvolti, ci sentiamo in qualche modo incapaci di capire fino in fondo l’orrore, perfino vagamente colpevoli anche se siamo nati decenni dopo quell’epoca oscura. Quando si pensa di esserci abituati alla narrazione dei crimini del nazismo, capita di leggere un libro come questo e di esserne ancora scossi.

La storia è quella di un viaggio all’inferno: non quello dantesco nell’aldilà, ma quello di Amara, giornalista italiana ossessionata dalla ricerca di Emanuele, antico compagno di giochi d’infanzia, primo amore, scomparso come tanti ebrei nell’orrore della seconda guerra mondiale. Amara vive a Firenze, nel mio stesso quartiere, Rifredi: molti sono i luoghi citati a me familiari (via Alderotti, Villa Lorenzi, via degli Incontri, piazza Dalmazia, il Terzolle… ma anche il mio amato Monte Morello).

Amara è stata appena sfiorata dalla guerra (anche se pure lei ha fatto la fame); si è poi rifatta una vita, si è sposata, ma non ha mai dimenticato Emanuele, la cui famiglia benestante ha avuto la poco brillante idea di tornare a Vienna (da cui molti ebrei fuggivano) proprio durante le persecuzioni razziali, sicura della propria intoccabilità aristocratica. Adesso, Amara è una donna e fa la giornalista: può attraversare confini. Il viaggio la porta, in piena guerra fredda, oltre cortina, da Auschwitz a Vienna e da qui a Budapest, dove capita alla vigilia della rivoluzione ungherese del 1956 – e come giornalista mancherà lo “scoop” a causa delle difficoltà di comunicazioni col suo giornale in Italia – in un’Europa dell’Est ancora ferita, sotto un regime non meno sanguinario di quello da poco sconfitto. Amara incontrerà due uomini che la aiuteranno nella sua ricerca disperata che, suo malgrado, giungerà a una conclusione: non quella sperata purtroppo. Emanuele è morto e sepolto: al suo posto c’è un uomo distrutto, imbestialito, che non ha mai saputo superare il trauma di Dachau.

Manca insomma il lieto fine: non può esserci, dal lager non se ne esce vivi neppure se si viene salvati – come già dimostrato da Primo Levi. Si è comunque morti dentro. L’orrore è assoluto. Ancora oggi gli ebrei giustamente ci tengono a che non venga mai dimenticato – anche se molti hanno la memoria corta e le nuove generazioni pare non abbiano imparato molto dai padri. Il 27 gennaio, Giorno della Memoria, è dedicato al Genocidio per antonomasia, la Shoah, l’Olocausto. Guai a dimenticarlo, o aggiungere postille, altrimenti si viene tacciati come minimo di antisemitismo, se non proprio di nazismo.

Dopo la lettura del romanzo della Maraini – come dopo qualsiasi testimonianza dei lager (da Se questo è un uomo a Schindler’s list) non sarebbe però male prendere una qualsiasi Bibbia e aprirla a Deuteronomio 7,1-5:

«Quando il SIGNORE, il tuo Dio, ti avrà introdotto nel paese che vai a prendere in possesso, e avrai scacciato molti popoli: gli Ittiti, i Ghirgasei, gli Amorei, i Cananei, i Ferezei, gli Ivvei e i Gebusei, sette popoli più grandi e più potenti di te; quando il SIGNORE, il tuo Dio, li avrà dati in tuo potere e tu li avrai sconfitti, tu li voterai allo sterminio[3]; non farai alleanza con loro e non farai loro grazia. Non t’imparenterai con loro, non darai le tue figlie ai loro figli e non prenderai le loro figlie per i tuoi figli, perché distoglierebbero da me i tuoi figli che servirebbero dèi stranieri e l’ira del SIGNORE si accenderebbe contro di voi. Egli ben presto vi distruggerebbe. Invece farete loro così: demolirete i loro altari, spezzerete le loro statue, abbatterete i loro idoli d’Astarte e darete alle fiamme le loro immagini scolpite.»

Cosa vorresti insinuare? Mi domanderebbe qualcuno, non necessariamente ebreo. Vorresti dire forse che la Shoah è stata una sorta di punizione karmica per l’antico genocidio biblico dei cananei e compagnia bella?

Sarebbe una lettura un po’ banale e comunque fuorviante. Non credo nel karma collettivo; penso che ognuno abbia solo il proprio karma personale, ed è più che sufficiente. Gli ebrei del XX secolo non erano fisicamente gli stessi che uccidevano donne e bambini in “terra santa”, né lo avrebbero mai fatto. La stragrande maggioranza degli ebrei di oggi, come di quelli del secolo scorso, è composta da brava gente, poco ortodossa, pacifica e priva di fanatismo: un po’ come i cattolici. Sì, ci sono anche i fanatici, come in qualsiasi gruppo umano, ma sono pochi e non fanno testo. Pochi tra i cattolici hanno letto il Deuteronomio, così come non tutti gli ebrei conoscono o approvano la Torah (nascere ebreo è un fatto etnico, non una scelta religiosa: se si ha la sfiga di nascere tra ebrei osservanti si subisce una mutilazione genitale da piccoli, ma c’è a chi va peggio… ad esempio a chi nasce femmina in un paese islamico): a coloro però che condannano la Shoah e approvano i genocidi compiuti dai propri antenati, dico solo che non fanno un buon servizio alla propria causa. Non vedo una grande differenza tra il credo ariano della “razza superiore” e quella del “popolo eletto” promossa dagli ebrei antichi e da quelli moderni che bombardano i palestinesi in nome della medesima “terra promessa”[4].

Io non credo nei genocidi di serie A e in quelli di serie B: un genocidio è unico, e non può avere mai alcuna giustificazione. Ma è corretto dunque accostare uno sterminio avvenuto millenni fa ad uno accaduto nella “civilissima” Europa del XX secolo, dopo l’Illuminismo, la Rivoluzione Francese e Americana, e poco prima della Dichiarazione universale dei diritti umani? A chi si è posto la mia stessa domanda – ebbene sì, non sono il primo – è stato risposto con un NO secco. Un bambino trucidato tremila anni fa non vale un bambino gasato ottanta anni fa. Era un altro mondo, quello in cui agivano gli ebrei veterotestamentari: altri valori, altra considerazione della vita umana. Bene, sono d’accordo: nel 1000 a.C. un genocidio era normale amministrazione, non si scandalizzava nessuno. Perché dovremmo scandalizzarci, oggi, se un dio “misericordioso” ordinò al proprio popolo di cancellarne altri sette? Risponderei: per la stessa ragione per cui oggi ci scandalizziamo se decine di milioni di ebrei (e omosessuali, e zingari, e comunisti, ed esperantisti…) sono stati assassinati e ridotti in cenere. Perché la vita umana è sempre sacra. È più sacra di qualsiasi culto, di qualsiasi nazionalismo, di qualsiasi bandiera, di qualsiasi ideale. Uno degli argomenti più forti con cui sostengo il mio ateismo e il mio antifascismo è proprio questo: un dio buono non avrebbe mai permesso un singolo omicidio, figuriamoci quello di un intero popolo, e figuriamoci poi ancora di più se ordinato dallo stesso dio.

Il discorso si potrebbe ampliare agli innumerevoli genocidi e alle altrettanto innumerevoli guerre della Storia nota – gli armeni, gli indios, gli indiani d’America, i catari, e chi più ne ha più ne metta – ma penso di aver chiarito il punto. Una guerra giusta non esiste. Solo il giorno in cui non esisteranno più “popoli” – ebrei, islamici, italiani, americani, africani, eccetera – ma ci sarà un unico grande “popolo”, quello “umano”, anzi quello degli “esseri senzienti”, solo allora e non prima si potrà parlare di “giustizia” anche in concreto. L’uomo vedrà mai quel giorno? Solo se saprà vincere la sua oscurità e saprà riconoscere se stesso nell’altro, se si sentirà parte integrante dell’universo intero, se capirà che fare del male agli altri è in fondo farlo a se stesso… solo allora l’uomo sarà divenuto simile a una divinità, ma certo non quella hitleriana dell’Antico Testamento o delle altre religioni teiste. Spiace dirlo, ma è così. Io credo che l’uomo si meriti questo futuro luminoso, fintanto che sulla terra esisteranno dei sognatori.

Firenze, 21 aprile 2020

Bibliografia

Maraini M., Il treno dell’ultima notte, Milano, Rizzoli, 2010.

Note

[1] Maraini M., Il treno dell’ultima notte, Milano, Rizzoli, 2010, p. 413.

[2] Ibidem.

[3] Il corsivo è mio.

[4] A pag. 144-145 del romanzo della Maraini c’è un’interessante “confessione” di alcuni ebrei ritornati da Israele che, pur non rinnegando la loro fede ebraica e sostenendo le ragioni del proprio popolo, mettono in discussione la soluzione armata alla questione palestinese, usando esplicitamente la parola “invasione”.

Letture per la quarantena

La mia raccolta di articoli e recensioni letterarie, suggerimenti di lettura per la quarantena da Covid-19, è da oggi disponibile in cartaceo, per chi lo desidera, al prezzo di 15 euro, ordinabile qui.

Massimo Acciai Baggiani

copertina_quarantena3«L’idea di questa pubblicazione mi è venuta, come suggerisce il titolo, durante la quarantena per il Covid-19. Ho pensato che potevo dare dei suggerimenti di lettura, a chi lo desidera, per occupare questi giorni-fotocopia, da reclusi, per coloro che non lavorano e hanno tempo in abbondanza. Ho pensato di renderla disponibile per condividere le mie letture di questi anni: si tratta infatti di una raccolta di articoli e recensioni varie apparsi per buona parte già su «Segreti di Pulcinella» o su varie riviste cartacee e online («L’Area di Broca», «PASSARnous», eccetera).
Buona lettura e buona quarantena, nella speranza che questa emergenza passi presto e si torni ad affollare librerie e biblioteche, e a leggere nei parchi o nei bar anziché su uno schermo a casa.» (dall’Introduzione)

AUTORI CITATI: Daniel Pennac, Carlo Menzinger, J.R.R. Tolkien, Virgilio Martini, Giacomo Casanova, Cristian Vitali, Luigi De Rosa, Marino Cassini, Jostein Gaarder, Michael Ende, Giovanni Arpino, Antonella Castello, Massimo Mongai, Simonetta Biserni, Guillame Musso, Luigi Serafini, Italo Calvino, Marco Bazzato, José Monti, Antonio Messina, Michele Protopapas, Alfredo Betocchi, Claudio Secci, Marco Roselli, Giovanni Brami, Sergio Calamandrei, Carlo Menzinger, Simonetta Bumbi, Francesco Verso, Pierfrancesco Prosperi, Caterina Pomini, Fabio Strinati, Sunshine Faggio, Monica Fantaci, Sara Bensi, Floriana Porta, Andrea Chimenti, Roberto Balò, Vessela Lulova Tzalova, Liliana Ugolini, Roberto Mosi, Piera Donna, Debora Scrofani, Riccardo Olivieri, Ulrich Lins, Leone Maestro, Claudia Gusso, Maria Antonietta Nardone, Giulia Bovone, Enrico Taddei, Giulia Nuti, Mauro Bertoli, Antonella Bausi, Diego Marani, Jhumpa Lahiri, Andrea Marcolongo, Andrea Carraresi, Fiorella Carcereri, Vittorio Bocchi, Gabriella Maleti, Giuseppe Festa, Nazlı Eray, Walter Veltroni, Paolo Pajer, L. Koenig, Marco Malvaldi, Tiziano Cosani, Maria Rosaria Perilli, Osho, Rachel Joyce, Amita Trasi, Francesca Bertuzzi, Barbara Pascoli, Francesco D’Agostino, Gigi Paoli, Donatella Moica, Arto Paasilinna, Francesco Felici, Raimondo Preti, Elvis Dona, Paolo Seganti, Erich Scheurmann, George Orwell, Timo F., Marco Scaldini, Natalia Ginzburg, Paolo Cammilli e molti altri.

Foto di copertina di Italo Magnelli