L’amante – prima parte

Di Michele Ceri

Questo racconto si svolge negli Stati Uniti nel periodo della Grande Depressione. I protagonisti sono tre, appunto, due uomini e una donna: James Clark, Arnold Smith  e Jane Miller.
 La Grande Depressione è durata dal 1929 fino alla fine della Seconda Guerra Mondiale. Ma qui gli avvenimenti principali della vicenda, cominciano e  si svolgono a partire dal 1934, quindi in un periodo di ripresa economica.
Il primo personaggio è James Clark.  James era un banchiere. Nientemeno che un  impiegato di banca di New York. I  suoi genitori, la famiglia Clark era di fede protestante e di origini europee. Probabilmente inglesi.
E’ assai risaputo che gli Stati Uniti sono il paese della libera concorrenza per eccellenza. James  politicamente apparteneva alla categoria dei liberali di sinistra, la cui fede politica rimaneva  nel controllo, parziale, dell’economia da parte dello Stato.
 Con la crisi economica di fine anni ’20 le cose riguardanti il lavoro, sono molto peggiorate. La  banca dove lavorava  ha rischiato il fallimento, causando  un grosso disagio iniziale anche nei suoi clienti. Ed è in questo momento che dovrà reagire sia economicamente che interiormente a questo triste avvenimento. E’ qui che è messo alla prova. Ma si sa che come scrisse S., nell’ Amleto: “ Ci sono più cose in cielo e in terra, Orazio, di quante non ne sogni  la tua filosofia.-”:
Sposato, con Jemma Hiller, impiegata, amava pescare e giocare a carte.
Il banchiere Clark conservava molte aspettative nell’intervento statale in economia, ai fini di un beneficio economico per la propria attività e anche come soluzione alla crisi.


 Adesso comincio a descrivere Arnold Smith, l’altro protagonista, forse più simpatico e anche più sfortunato.


Smith era principalmente un bravo Professore di materie umanistiche, abitante  in New York.
Si sentiva per la propria cultura superiore, rispetto a molti, anche se restava un po’ imbranato, come carattere.
 Si recava a lavorare nientemeno che in bicicletta e non fumava. Oltre che insegnare  era scapolo, sensibile e comunque sia  gli piacevano molto le donne. Però aveva con loro un tipo di rapporto un po’ infantile, anche se non eccessivo. Niente di grave, comunque sia. Cantava nel coro della chiesetta vicino a casa sua. Quando si recava in chiesa che fosse per pregare oppure per la messa, o per cantare era contentissimo e gioioso. Durante la predica del pastore rimaneva attentissimo.
Nonostante fosse credente, l’amore per la cultura  lo aveva influenzato positivamente e fatto crescere. Così amava assai l’Europa. E insieme la razionalità. Diciamo che non sopravvalutava il sentimento alla ragione. Anzi… Aveva e custodiva dentro di sé un grande sogno: quella di trasferirsi in Europa.  Considerava ottimisticamente l’Europa, per vari motivi. Il primo intanto perché storicamente quel continente rappresentava il luogo d’origine, la patria. Inoltre perché, contrariamente ai Totalitarismi nascenti l’Europa era stata la culla dell’Illuminismo e della Rivoluzione Francese.
A scuola, nel suo lavoro si dimostrava molto bravo, piaceva molto agli alunni. Il Professor Smith  trascorreva una buona parte del pomeriggio  a prepararsi per il giorno seguente, oppure a studiare la musica e cantare. Quando poi in classe interrogava qualcuna delle sue alunne, ne rimaneva mezzo innamorato.


 Ma addentriamoci maggiormente in questa storia, guardiamo da vicino i protagonisti.


Come si rividero James Clark e Arnold Smith? Direi come s’ incontrarono dopo tanto tempo?
 I due si rividero una sera a casa di un amica di James. Si trattava di una cena in una casa di un amica della moglie di quest’ultimo che conosceva, guarda caso, anche il Professor Arnold.
 L’abitazione dove cominciavano ad arrivare gli invitati era situata un po’ fuori da New York e si trattava di una bella dimora, ampia e con il giardino. Molti li  ospiti. Per la maggior parte si trattava di  insegnanti e impiegati di banche. In tutto erano dodici persone, tutte di ceto medio.
 James e Arnold si rividero dopo tanti anni, davanti alla porta di casa del proprietario nonché organizzatore della festa. Inizialmente non si ravvisarono, poi si. Ironia della sorte i due si conoscevano addirittura dalle scuole ( ); finite le scuole ( ) però non si erano più visti. Pur essendo stati buoni amici, in quel periodo. Ora dopo anni e anni si erano nuovamente incontrati e fu per entrambi, si per tutti e due una cosa bellissima.
 Entrarono insieme, nell’ appartamento dell’invitante, aggiungendosi agli altri. Si abbracciarono a lungo  fra sé, si sedettero e si misero subito a parlare; James :”- Ma dai, sei il vecchio Arnold il riccioluto bambinetto di una volta. Hai la mia stessa età, non è vero ? Ci rivediamo dopo tanti anni. Adesso cosa fai ? Che professione svolgi? Ma non eri te innamorato della musica e anche della fogliolina con i capelli biondi, brava a disegnare ?-“:
Arnold :”- Chi l’avrebbe mai detto. Sei James. Guarda che ultimamente ho sentito parlare di te. Sei banchiere, vero ? Toglimi una curiosità, anzi due. Possiedi un telefono ? Come ti vanno le cose economicamente ?.-“: James, sorridendo : “- Grazie per l’interesse. Adesso già un po’ meglio. Poi c’è questo Presidente che molto stimo e nel quale operato rivolgo molte mie speranze.-“:
Ci fu un attimo di silenzio tra i due, mentre la moglie del padrone di casa  prendeva i dolci che  avevano portato per metterli al fresco.
James s’accese una sigaretta, mentre l’altro, che non fumava, lo guardava senza parlare, quasi incantato dalla figura del vecchio amico.
Attesero seduti il momento della cena. Il padrone di casa, un nobile nei sentimenti, lì presentò al resto degli ospiti e la cosa divenne entusiasmante e vivace. I presenti si scambiarono idee e superficialità della vita stessa. Invitato :”-  Ma lei è il Professor Arnold Smith! La conosco perché l’ho notata nel coro, anche io canto nella vostra medesima chiesetta.-“: Arnold:”- Si, sì, sono il Professor Arnold.-“:
 Dopo una mezz’ora, tutti iniziarono a mangiare Il cibo preparato  era buono e vario, inoltre tutti continuarono a discutere.
Il cielo era chiaro e limpido, poche le nuvole leggere e senza cattiveria. La luna sembrava guardasse, oltre a rischiarare la zona e a affievolire la natura, a mitigare l’oscurità. Mentre ombre dorate nascevano, in qua ed in là.
 Ma l’attenzione degli invitati non era tanto per la musica della natura, ma per altro.
Ad un certo punto da un lato della stanza sbucò un gatto, bello pasciuto, che si mise a guardare i commensali e  rimase lì  fermo e immobile per un minuto. Aveva il pelo colorato di bianco e grigio e un musino dolcissimo. Arnold riuscì a prenderlo in collo ad accarezzarlo dolcemente, poi Maigrett ( la padrona di casa ) lo afferrò e lo fece uscire di casa, mettendolo nel giardino. In diversi non notarono questo avvenimento e continuarono a parlare. Ad un certo momento, poi, la conversazione s’allargò a tutti. Gli argomenti di discussione toccati dagli invitati erano molti: dalla Crisi economica al Proibizionismo, al lavoro e  alla fede religiosa. Ognuno diceva il proprio pensiero.
Arnold ad un certo punto s’infervorò parlando con un impiegato “ saputello “ e quasi non s’arrabbiò sul serio. Comunque fece senza dubbio bella figura…  Ad un certo momento nella stanza tutti restarono zitti, tranne che il Professor Smith, che si dilungò riguardo un discorso politico che entusiasmò i presenti. Ne seguì un applauso generale. 
Dopo cena, finito il dolce, portato da Arnold, tutti si sedettero, alcuni sulle poltrone del salotto, altri sul divano. La cena piacque a tutti e molto. La sua fine placò gli animi per un momento; tutti pensarono a rilassarsi e a sorseggiare qualche liquore e un caffè macchiato. Qualcuno s’accese una sigaretta oppure mise del tabacco nella pipa. Arnold appoggiò la testa su di un cuscino, fra l’altro ben ornato e probabilmente di valore.  Seguì un momento di silenzio che avvicinò gli animi di tutti. Il proprietario nonché invitante accese il giradischi e vi introdusse un disco di musica classica. Nella stanza vi era anche un pianoforte.
Dopo il silenzio e la musica del giradischi riprese la discussione, ma più tiepida rispetto a quella della cena.
Venne così il momento di andarsene e felicemente i due vecchi amici si scambiarono  i rispettivi numeri di telefono, poco diffuso ma presente in quel tempo. Decisero di risentirsi al più presto: in onore della vecchia amicizia.
Tornato a casa James ripensò ad Arnold e quest’ultimo ripensò a James, mentre il tempo passava velocemente e  la lancetta dell’orologio segnava  le tre di notte.
 Il giorno seguente, il Professore si svegliò alle sette del mattino e prese un caffellatte con alcuni biscotti. Si recò al lavoro.
 Si trovò ad affrontare una dura mattinata. I suoi alunni erano già abbastanza grandi. Sapeva infondere passione fra gli studenti, nelle materie da lui insegnate.
 Ritornato stanco, si sdraiò sul divano. Prima di cena poi entrò in salotto e il suo sguardo si posò su di uno scaffale. Lì vi erano svariati libri e così cominciò a prenderne qualcuno in mano, osservandolo da vicino. Una volta era un famoso romanzo, la volta dopo un saggio di storia. Mentre s’affaccendava sui libri, spuntò dal nulla un  vecchio album di fotografie.  Come era finito lì ?Lo estrasse dallo scaffale e lo aprì. Saltò le foto dell’infanzia, quelle riguardanti i genitori e poco dopo si ritrovava davanti nientemeno che ad una vecchio foto di classe.  Appartenente alla terza ( ). Cominciò lentamente ad osservarla e riconobbe anche James, si il vecchio James che aveva rivisto la sera precedente e con il quale si era scambiato il rispettivo numero telefonico. Nella foto l’amico aveva i capelli lisci  castano chiari e sorrideva, abbracciato ai compagni.
 Erano passati molti anni…


Adesso veramente inizia, la storia…


 I due si erano risentiti per telefono ( che in pochi possedevano ) e si parlarono molto. Comunque sia l’incontro alla sontuosa cena, aveva colpito fortemente l’animo d’entrambi. Adesso si sarebbero messi in gioco; ognuno essendo se stesso, restando se stesso. Qualunque fosse il momento storico, le circostanze, gli imprevisti.
 Così una sera, qualche giorno dopo l’ avvenimento dove si erano ritrovati, il telefono del Professore si mise a squillare. Era il suo vecchio amico, che lo invitava a giocare a carte a casa di un  conoscente. Arnold  inizialmente rimase incerto, impaurito della pericolosità ma poi ripensandoci accettò felicemente; del resto il gioco delle carte rientrava nei propri interessi, almeno sino ad un certo punto. Fissarono  per  sabato seguente dopo cena, davanti alla chiesetta dove normalmente Arnold cantava nel coro. Arnold doveva aspettare tre giorni: mercoledì, giovedì e venerdì. Ma la cosa non lo disturbava affatto. Sicuramente avrebbe studiato, sia per la scuola che per il coro. Inoltre venerdì sera, dopo cena era stato organizzato un concerto proprio nella chiesetta da Smith frequentata. E partecipò anche a quell’impegno.
Puntuale arrivò sabato sera, il giorno fatidico, che entrambi aspettavano felicemente. James passò con la macchina a prendere l’amico, davanti il luogo di culto per andare a giocare a carte; il viaggio non fu per niente monotono. Cosa accadde ? I due  conversarono  e  molto; si rammentavano addirittura il periodo delle scuole, quando tutti e due erano molto vivaci. Il  ricordo creava a tutti e due un   sentimento forte nel cuore, una sensazione di grande felicità e affetto. Il banchiere ripensava quando Arnold fece la dichiarazione alla bambina più carina della loro classe. L’amico si ricordava ancora vari particolari, ad esempio che   quando successe quel fatto frequentavano l’’ultimo anno. Allo stesso tempo, anche Arnold si rammentava che una volta James leticò con un compagno di classe di cui però adesso non ricordava più il nome; chissà che fine avesse fatto. Ma ci sarebbero da dire tante altre cose anche su quel periodo,  che nei ricordi faceva ancora emozionare i due.
  La casa dell’altro amico di James era in città. Arrivarono a destinazione   in poco tempo. James presentò il compagno a John, così si chiamava e poco dopo arrivarono altri. John aveva un aspetto curioso, quasi caratteriale ma intelligente allo stesso tempo. Gli si notavano i baffi, lunghi e scuri, l’erre moscia e gl’occhiali. Inoltre  amava fumare e molto; bastava guardarlo un po’, per rendersi conto che era tabagista. Ma, non preoccupatevi troppo non era né mafioso, nè un delinquente. Gli piaceva giocare a carte, punto e basta. Anche se la cosa in se, insospettiva chiunque. Durante le partite non venivano fatte delle puntate di denaro, del resto era vietato. Giocavano quasi sempre a Poker ed il gruppo di base restava composto da quattro sei persone. Quella sera vinse per diverse volte un certo George, mentre James vinse soltanto due volte. Mentre stavano giocando  John, offrì a tutti un bicchiere di whyscky. Clark il banchiere lo bevve lentamente, sorseggiandolo per diverse minuti. Il fatto di bere gli conferiva un discreto senso di fiducia in se stesso e anche di allegria. Sentiva la necessità di bere, la voglia di divertirsi ancora di più, quasi di trasgredire. Tutti fumavano, tranne Arnold, che tra l’altro amava giocare a carte, ma   non vinse mai. Ma partecipò, tra le risate degli altri che lo sbeffeggiavano. Venne  però colpito dall’ atmosfera ed il luogo; mentre era tarda notte, nella loro stanza lentamente si formava una nebbiolina di fumo. Inoltre  uno dei partecipanti  sborniato, attirò l’attenzione di tutti. Il gioco si protrasse per ore, fino a notte fonda. Poi la serata volse al termine; mentre l’alba, faceva capolino, s’affacciava puntuale all’orizzonte, tutti se ne tornarono a casa.
 Il ritorno fu veloce, con l’amico che guidava a meraviglia la macchina, trasmettendo un senso di tranquillità.
 Il Professore veniva toccato dall’ atmosfera del momento, infatti si diffondeva un’aria vivace, accentuata anche dal fatto che stava sorgendo il sole, stava cominciando un altro giorno. Intanto James giunse alla porta della casa dell’amico, salutandolo. Quest’ultimo aprì il portone dell’edificio dove abitava, cercando di fare meno rumore possibile e rientrò con calma in casa. Si coricò stanco morto sul divano, mentre gli occhi gli si chiudevano ad intermittenza.  : “-Che nottata !-.”: Penso a voce alta, ma nessuno lo sentì visto che tutti dormivano e le lancette dell’orologio segnavano le quattro  del mattino.
 Poi si mise il pigiama e si coricò sul letto; aveva la finestra socchiusa, dalla quale si riusciva a vedere il cielo  e a sentire,a volte, il rumore di qualche macchina, di quelle poche che c’erano.
 Ma dentro si percepiva agitato ed irrequieto assai. Ma perché? In lui nasceva il timore  che l’amico di vecchia data lo potesse traviare facendolo giocare a carte, in ambienti poco ortodossi; ma per adesso era solamente timore. Per fortuna nessuno dei giocatori, quella notte aveva scommesso denaro.
 Le ore erano trascorse velocemente e così il giungere della mattina colpiva tutti. Il caro Professore, nel suo animo, nonostante tutto, anche con il passare del tempo, conservò un felice ricordo della serata. Forse perché era la prima volta che era uscito a James, il suo caro amico.


Arnold Smith e James Clark si sono oramai già rivisti e  dopo tanti anni erano tornati amici. La loro è una vicenda  di una grande amicizia.
Ecco che però il racconto si dimostra per quello che è. S’aggiunge un altro importante avvenimento. Quest’ultimo caratterizzerà l’insieme dell’opera.




Vicino all’abitazione di Arnold rimaneva un  sontuoso e costoso Ristorante, dove lui  non vi era mai stato, ma assai rinomato. Una sera tutti e due  decisero di andare a cena proprio nel  medesimo Ristorante; fissarono per  le 20:00 davanti all’entrata. Erano incuriositi da quel luogo. Sapevano soltanto che si mangiava bene…
 Il Ristorante  “ Italian Food “ aveva esteriormente un aspetto severo, ma anche affascinante. Il portone aveva caratteristiche europee. Il proprietario del Ristorante, o meglio i possessori  erano italiani.
 Entrambi si ritrovarono sulla porta d’ingresso  e scambiarono due parole. Subito dopo entrarono. Squadrarono l’interno e rimasero affascinati dall’architettura interna del luogo.
E adesso cosa accadde? Vennero accolti immediatamente da una giovane, gentile e carina cameriera, che lì colpì, tutti e due, immediatamente;  lasciarono i cappotti, nel guardaroba, era inverno  e si accomodarono a tavola. I due, dopo alcuni secondi si guardarono subito  negl’ occhi colpiti dalla bellezza della giovane.   : “-E’ bellissima !!!-. “: pensarono entrambi. Lei ricambiò l’attenzione dei due con un sorriso, amichevole…
 Presero in mano il menù e cominciarono a consultarlo vivamente. Poco dopo arrivò la  cameriera a prendere le ordinazioni. Tutti i due la fissarono.
 Mangiarono molto. Un antipastino di mare, un primo e per secondo della carne arrosto, con contorno di patate arrosto. Poi alla fine un dolcetto. Alla fine della cena , poi James, che era un tipo molto sveglio, sicuramente maggiormente riguardo all’amico, riuscì a parlare  con la cameriera e le chiese come si chiamava.
 Intanto tutti e due  avendo anche un po’ bevuto del vino bianco di origine italiana,  brilli e vivaci mentalmente, cominciarono una  discussione che  cadde subito sulla bellezza della cameriera. I due , rimasero assieme, al tavolo del Ristorante ancora per un quarantina di minuti a parlare. Ma il tempo trascorreva così velocemente, che non s’accorsero di niente.
James:”- Come va adesso, amico? E Arnold:”- abbastanza bene; sono rimasto affascinato dalla cameriera, ecco tutto.
J:”- Anche io.-“: A:”- vorrei molto conoscerla, farci perlomeno amicizia.”:- J:”- A chi lo dici.-“: A:”.- Sei un grande, perché non ti fai dare il proprio numero di telefono ?-“:
 E cosi coraggiosamente James riuscì nell’intento. Si fece dare il numero da : Jane !
Tornato a casa Arnold si addormentò quasi subito. Sapeva che la mattina seguente doveva recarsi a scuola. Però fece un sogno molto inquietante. Sognò di essere nella chiesetta vicino a casa sua dove stava cantando nel coro. Ad un certo punto entrava nella chiesetta nientemeno che la cameriera del Ristorante. Proprio Jane. Era bellissima e cominciò a guardarlo. Poi dopo averlo guardato uscì. Nel sogno   ad  ascoltare Arnold cantare apparivano tra l’altro, anche alcuni suoi allievi.
Arrivò il sole mattiniero e tra i due l’amicizia continuava ad aumentare sempre di più, con il tempo.


Il lago appare la meta di un viaggio, ma rappresenta anche  un luogo di riflessione, di pausa tra la vita dei due e la loro sensibilità.


 Trascorsero alcuni giorni dalla cena all’ “ Italian Food “, così, una domenica mattina sempre lo stesso mese sul presto, i due si contattarono nuovamente per telefono. A. rispose velocemente anche se ancora leggermente addormentato. A.:”- Chi è?-“: Si trattava di James che in breve cercò di ricordargli  anche la propria passione per la pesca. Il banchiere invitò il compagno ad andare al lago più vicino, a pescare, proprio la medesima mattina. Era contentissimo e trasmetteva felicità. James :”- Inoltre, conoscendo la tua indole, vorrei aggiungere che ti porterò in un posto meraviglioso, dove sicuramente non sei mai stato. Si tratta del Lago Hanoy, non lontano da New York. Io ci vado spesso, quasi tutte le domeniche, almeno d’inverno. Sono innamorato da quel luogo, dalla tranquillità che trasmette.-“:
Arnold, rispose :”- Grazie, sei un amico a cercarmi. Sono molto curioso, di quanto mi stai dicendo. Anche se non so assolutamente, pescare. Ma accetto di venire.-“: Arnold assonnato, ma non disturbato, scese dal letto e mise sul fuoco la macchinetta del caffè. Era mattina presto, per essere Domenica. L’orologio scandiva le otto e quaranta. Per fortuna aveva preso la messa il giorno precedente. Così bevve una tazza di caffèlatte, si fece la barba e si vestì. Trascorso poco tempo, l’amico  suonò al campanello. Era passata più di un’ora dalla telefonata; scese le scale ed entrò nella macchina dell’ amico. Durante il viaggio i due parlarono  ancora e proprio  della bella cameriera. Arnold era  colpito per la bellezza del viso e delle mani; a James di lei piaceva molto anche il volto, la voce e la sensualità con cui si muoveva. Ma che tipo era? Si domandarono. Che carattere aveva e quali interessi?
Poi lo capiremo!
Arrivarono al lago abbastanza velocemente. La strada per giungervi era caratterizzata da due file di alberi che la costeggiavano. L’ultimo tratto era ameno,spoglio e con il terreno sassoso. Vi rimaneva, abbastanza grande un parcheggio
 Lo sguardo di Arnold si soffermava sulla superficie del lago. Era mattina, vicino a mezzogiorno. Splendeva in alto il sole, mentre parcheggiarono l’auto.
Il  lago rimaneva assai vasto, ma non grandissimo e lo si attraversava tutto con lo sguardo. Vi volavano sopra alcuni uccelli, che ogni qualvolta emettevano particolari suoni. Vi nuotavano alcune varietà di pesci. Inoltre c’è da specificare che  la pesca veniva ammessa, ma si doveva pagare una somma di denaro per praticarla. James, benestante,  si poteva permettere di pescare. Preparò l’occorrente, aprì la canna e pescò per un paio d’ore; Arnold solamente dieci minuti e poi si mise ad osservare l’amico e a pascersi nell’atmosfera di calma che il lago emanava.
 Poi, i due decisero di pranzare. Infatti lì vicino vi rimaneva un negozietto dove facevano degli ottimi panini. Il Professore si fece fare due panini con dell’affettato e formaggio, James un pezzo grande di schiacciata all’olio con il salame. E per finire, entrambi una barretta di cioccolato con nocciole e della frutta. Bevvero dell’acqua, niente alcolici per fortuna d’entrambi.
 Dopo mangiato si riposarono restando sulla riva del lago e sonnecchiarono, tutti e due. L’atmosfera emanava pace e calma. Durante il pomeriggio James ripescò per un’oretta. Arnold, sonnecchiò.
Quando il sole stanco stava per scomparire all’orizzonte, decisero di tornare a casa.
 Per Arnold la sera rimase accompagnata dall’effetto immaginario della giovane e carina Jane. Il ricordo vivo della ragazza s’intrecciava con l’oscurità a tratti prepotente della notte che stava arrivando; luci ed ombre, sguardi e gesti, curiosità ed affinità si mescolavano fra loro. Poi  il ricordo del lago, con la sua immancabile calma e luce del sole riflessa. Arnold chiuse gl’occhi più volte. Poco prima d’ addormentarsi del tutto gl’apparve il volto della ragazza Jane, la cameriera del Ristorante, mentre al Ristorante li serviva.


Il sole del giorno dopo,  alto, riscaldava tutta la città. Era trascorso un giorno soltanto la loro amicizia si rafforzava continuamente, ora dopo ora.   I due continuavano naturalmente a vedersi, a stare assieme, a discutere ed a chiacchierare. Quella mattina caratterizzata da una forte energia solare, scelsero d’incontrarsi lì proprio lì al Parco. Un luogo molto bello e assai conosciuto.


Nei pressi del centro cittadino restava un non piccolo e famoso Parco e all’interno vi rimaneva addirittura un laghetto. Vi volavano tipici uccelli, che emettevano suoni, in continuazione. In città tutti lo conoscevano. Nessuno  poteva dire di non esserci mai stato.
Quel giorno il sole splendeva alto di giallo orgoglioso, mentre in lontananza si sentivano degli schiamazzi di bambini, che lì vi  giocavano.
 Era appena mezzogiorno.
 I due amici si erano dati appuntamento proprio lì…
Il primo ad arrivare, rimase il Professore, il signor Smith. Si salutarono calorosamente per poi rimanere una decina di minuti senza parlare. Il silenzio restava però solamente apparente, dentro conservavano una grande volontà di parlare e molto. Pur rimanendo senza parlare si trasmisero molte cose. A cominciare dalla gita al lago, per non parlare della cena al sontuoso e rinomato Ristorante. Nei loro animi era conservato il ricordo della cameriera Jane…
 Mentre stavano zitti ad un certo punto arrivò un gruppetto di ragazzi non ancora maturi e vivacissimi. Quest’ultimi cominciarono a scherzare e a giocare davanti a loro. Fecero capannello. Qualcuno addirittura urlava. Ma dopo qualche minuto lasciarono il posto, che tornò ad essere del tutto tranquillo. I due  cominciarono finalmente a chiacchierare. Discussero molto e di svariati argomenti. Il tema più importante rimase il  grande beneficio apportato al paese dalla Politica economica voluta dal Presidente  che entrambi asserivano di stimare moltissimo. Poi il tema del discorso piano piano scivolò sull’Europa. Entrambi erano d’accordo nel valutare ottimisticamente l’Europa. Si proprio l’Europa. Europa come luogo d’origine, Europa dei nascenti Totalitarismi, ma anche Europa della Rivoluzione Francese e del Rinascimento. Tutti e due si dilungarono molto, discussero tanto e ognuno dal proprio punto di vista, con la propria cultura ed esperienza. Trascorsa una mezz’orettta nella quale avevano esposto tante cose,  arrivarono  ad una conclusione. Di che conclusione si trattava ? Valutarono entrambi la bellezza di fare, prima o poi  un viaggio in Europa, magari anche assieme. Tra i due il professore restava quello  più affascinato e anche quello più deciso.
Ad un certo punto, mentre già avevano terminato di conversare da alcuni minuti, apparve davanti a loro un cagnolino al guinzaglio di una bella ma non più giovane signora, dall’aspetto appartenente all’alta borghesia. James:”-Come si chiama questo bel cagnolino ?-“: Domandò brillantemente. E la signora come annoiata dalla domanda, rispose :” .-Eveline .- “:un attimo dopo arrivò un’altra persona con un altro cane al guinzaglio. Il cane, molto grosso  aveva un aspetto cattivo, contrariamente al precedente. Appena vide Eveline, iniziò ad abbaiare. Successivamente anche Eveline si mise ad abbaiare. Poi i padroni li fecero calmare. Questo spezzò la giornata e anche la loro chiacchierata in due momenti.
 Velocemente giunsero le  15 e 30 del pomeriggio. Dopo una breve pausa di silenzio e riflessione, nata dall’incontro con i due cagnolini i due ripresero a parlare. Arnold  si mise a discutere della propria professione. Amava insegnare. Raccontava all’amico come gli alunni gli volevano un gran bene. Inoltre amava moltissimo la musica classica. Trascorreva il tempo libero anche ad applicarsi a tale materia; specialmente  gli piaceva il canto. Inoltre  il giovane Professore così tutti i martedì sera, dopo cena si recava nella chiesetta situata vicinissimo al proprio alloggio, per cantare. Faceva parte del coro. Questo lo rendeva felice e contento di se stesso. Quando il coro era ben funzionante vi era un eco bellissimo e i suoni si riflettevano sulle pareti; chi entrava nella piccola chiesa in quei momenti ne restava  come estasiato. Non appariva strano che vi entrassero  anche dei bambini accompagnati dai genitori. Faceva parte del coro anche un giovane ed una giovane ragazza, che  frequentavano la medesima scuola dove insegnava Arnold; i due non lo avevano come insegnante, ma lo conoscevano per fama. Aveva rinomanza di essere molto bravo. Arnold concluse la conversazione e prese la parola James. Quest’ultimo parlava della sua felicità antecedente al rischiato fallimento della propria banca. Per lui la crisi economica con le sue conseguenze era stata nettamente la fine di un sogno. Comunque sia, nel tempo  alla crisi si era contrapposta la politica economica del Presidente il quale aveva applicato un piano economico noto con il termine  di : Nuovo Corso. E di questo si doveva essere felici.
 Conclusa la discussione   optarono per abbandonare il Parco e tornarono alle dimore.
 Di nuovo sera, ancora inverno, faceva molto freddo. Dalla finestra di casa, al caldo il banchiere notava le svariate luci che provenivano dai moltissimi appartamenti vicino al suo, lo incuriosivano. S’interrogava sugli abitanti del suo condominio, il tutto lo incuriosiva, ma lo agitava un po’.
 Sua moglie era una discreta donna di 40 anni. Per adesso non avevano figli, anche se ne avrebbero voluti avere. A causa del periodo storico, come ho già detto avevano così già avuto molta preoccupazione, ma per adesso il momento peggiore era fortunatamente trascorso.
Comunque sia, dopo le otto cenarono. 


 Ma la bella cameriera che fine aveva fatto?
Siamo tutti sicuri che lei, si proprio lei  sia l’eroina di tutta la vicenda? Adesso tutti lo capiranno, nel bene e nel male.


 Ecco il terzo personaggio, del nostro racconto : Jane Miller, la cameriera.  Anche lei  restava di origine europea, precisamente inglese. Il padre era preside di una scuola, la mamma, maestra. Era di famiglia benestante. Curiosamente il nonno della giovane ragazza amava  molto la musica, classica e suonava due strumenti il pianoforte e la tromba. Tra la sua passione anche il blues e il jazz. Aveva trasmesso la passione alla nipote. Questa l’aveva conosciuto anche se adesso erano passati molti anni dalla sua morte. Lei però  conservava nel cuore un bellissimo ricordo e aveva di lui un’ottima immagine. Jane Miller aveva poco più di vent’anni ed abitava, come Arnold e James in New York. Era proprio una bella ragazza, giovane, alta abbastanza, aveva i capelli lisci marroni scuri e gli occhi neri. Aveva anche delle belle mani e  sapeva  suonare abbastanza bene il pianoforte che rappresentava il suo  strumento preferito. Le piaceva soprattutto la musica classica italiana, nello specifico Monteverdi, Bach, Vivaldi ecc… sapeva parlare bene e si muoveva anche seducentemente.   Jane aveva studiato per un periodo sino all’Università, ma poi non aveva continuato gli studi accademici. Comunque sia si era dedicata molto alla musica. Aveva anche lavorato come commessa o cameriera. Adesso era cameriera al Ristorante  “ Italian Food “ e restava felice.
 Oltre alla musica amava e s’interessava di cinema. Il cinema   nato da poco, si diffondeva proprio in quel periodo.  Amava come regista soprattutto Orson Welles. Aveva già visto  “Quarto Potere”, alcune volte e ne rimaneva affascinata.
 La sua vita sentimentale restava piuttosto piena di vicende amorose, per la sua età. Aveva infatti conosciuto molti ragazzi con qualcuno era stata anche fidanzata. Alcuni restavano nel tempo di lei, ancora innamorati. Gli stessi Arnold e James che avevano visto Jane solamente una volta,   rimanevano assai  colpiti  dal suo fascino e  erano quasi innamorati.


 Quando i due amici la conobbero, ne rimasero   sedotti. Inizialmente i due pensavano di fare una nuova amicizia, ma si trattava di un’analisi superficiale. Cosa gli aspettava?




 Trascorse l’inverno e giunse una bizzarra giornata di primavera, di sabato sera. I due amici  decisero di andare al cinema. Così, raggiunsero in macchina la sala cinematografica, che non si trovava molto lontano, dall’abitazione del signor Arnold. Quel giorno  proiettavano un film d’autore, un film di fantascienza, probabilmente il primo , precisamente del regista Fritz Lang, ovvero: Metropolis. La sala  piena, per non dire stracolma, non rimaneva grande. Fecero i biglietti ed entrarono molto incuriositi.
 A fare la  maschera vi era un giovane ragazzo di vent’anni che aveva dei tratti somatici duri. Lui li guardò attentamente, come per trasmettere ordine e disciplina, ma rimase immediatamente incuriosito dai due. Che  fosse geloso di qualcosa?
 Mentre si stavano per sedere,lo sguardo del Professore  notò immediatamente la dolce Jane. Proprio, la giovane cameriera del Ristorante. Tutto avvenne in un lampo, lasciando dentro i due un grande piacere. I due si salutarono molto calorosamente, come se si conoscessero da molto tempo. Qualche attimo dopo la notò anche James che la salutò velocemente. Il film in questione rimase interessante. Passato l’incontro caratterizzato da alcuni sguardi, apparvero le prime immagini del film e tutti stettero in silenzio; le immagini parlavano.
 Con il dispiacere di tutti il film terminava.
 All’uscita entrambi cercarono di rintracciare la giovane che però era uscita prima di loro.
Così non riuscirono a trovarla ed a parlarci e neanche la salutarono. James :”- Sarà per un’altra volta; cavolo, è così carina.-“: Arnold :”- Prima o dopo ce la facciamo a conoscerla meglio. Sarei già molto contento se diventasse nostra amica.-“:
 Ma cosa pensava Jane di tutto ciò? Era felice o turbata? Diciamo che rimaneva contenta dell’interesse nei loro riguardi.
 La sera prima di addormentarsi Arnold cominciò a pensare  intensamente alla  gentile cameriera. Si domandava fino a che punto avrebbe potuto diventare amica di lui e di James. Si percepiva comunque dentro di se titubante sul da farsi, anche perché non era mai stato veramente amico di una donna ne tanto meno fidanzato.


 Ecco chi è Jane da un certo punto di vista: un’artista. Una amante della musica.


 Dopo la serata al cinema, che aveva divertito tutti Arnold provò a contattarla telefonicamente cosa che piacque molto alla carina amante della musica e cameriera. Ella si era comunque scusata dell’uscita veloce dal cinema. Confessò al Professore di essere timida. Arnold la rassicurò.
 Intanto, pochi giorni dopo invitò i due amici a sentire un suo concerto in una chiesa, alla periferia di New York. James si congratulò fortemente con Arnold per la sua abilità nel relazionarsi con Jane. I tre stavano per divenire dei buoni amici? Sicuramente e forse qualcosa di più, chissà… Il futuro nascondeva delle sorprese. La vita si dimostrava imprevedibile…
Il concerto fu molto bello e brillante. I pezzi suonati da Jane erano autori importanti. La giovane ragazza era bravissima, anche per il fatto che  studiava il pianoforte sin da piccola. Fra li spettatori si percepiva una sensazione di forte passione e  l’atmosfera all’interno della piccola chiesa restava molto intensa e romantica. Arnold e James rimasero sbalorditi. Si notava una non indifferente bravura.
 Alla fine del concerto, James fumò una  sigaretta e lo stesso fece Arnold per una volta. Poi fuori dalla chiesa i due riuscirono finalmente a parlarci.  Ebbero modo di conoscere definitivamente la giovane. Tutti insieme decisero di rivedersi e al più presto possibile.
Gentilmente James propose a Jane di accompagnarla, con la macchina gentilmente all’abitazione. Lei acconsentì felicemente.
 Per la strada del ritorno  parlottarono tra di loro e risero. Si salutarono dandosi calorosamente la mano. Un altro giorno era trascorso: adesso era giunto il momento di dire che la loro amicizia si era allargata. Nel bene e nel male…
 Come accadeva però quasi sempre la sera, ad Arnold cominciarono ad apparire i primi dubbi, le prime preoccupazioni. Avvertiva che Jane avesse la possibilità un giorno di fare litigare lui e James. Nonostante tutto il Professore si stava già innamorando di Jane e percepiva che la cosa pian piano sarebbe aumentata. Anche lo stesso James ebbe modo di ripensare all’accaduto, ma giudicò sostanzialmente positiva tutta la vicenda. James aveva sicuramente un carattere più calmo di Arnold. Lo si notava spesso.

Il Professore dell’isola Nascosta

Di Michele Ceri

Seconda parte


Trascorrevano gli anni e il Capitano cominciò un periodo di grande studio, tale da diventare in parole povere : Professore: punto e basta, senza sé e senza ma.
 Al neo- Professore si affezionò un ragazzetto, che già da anni lo conosceva. Questo lo aiutava a fare la spesa e nei lavori domestici.  Procurò molti elementi, libri, carte ecc… che servirono al Professore per realizzare ciò che in seguito vedremo.
 Cominciò un periodo in cui Thomasenn si dedicò, come ho già detto,  interamente allo studio.  Difatti lo scopo principale della sua esistenza divenne la costruzione  di un congegno definito: Macchina del Tele Trasporto. Ma era “matto” il Capitano dell’aviazione? Certamente non era una cosa da poco.  Il cosiddetto Professore, per la sua grande passione nei riguardi di varie materie scientifiche, dedicò così un lunghissimo periodo, ben quarant’anni, alla costruzione della macchina per il Tele-Trasporto. Ma di che cosa si trattava?
Si trattava di un’invenzione propria, nata  dalla sua immaginazione, dai suoi studi. Tale congegno doveva avere  molte caratteristiche. Diciamo che poteva spostarsi da un posto all’altro, nel giro di pochi minuti. Poteva giungere prima in una popolatissima metropoli giapponese, per poi arrivare sui monti del Tibet; oppure comparire nel groviglio della Foresta Amazzonica. Possedeva svariate caratteristiche. Infatti poteva anche restare invisibile, poteva effettuare fotografie e piccoli video. Inoltre stimolava assai la curiosità.
Almeno così era nel progetto del Professore, che lui custodiva dentro di sé.
Era arrivato a quello scopo anche spinto da una lettura che aveva fatto anni prima, quando tentava la carriera militare. Sta di fatto che curiosamente, conservava con se un libro, inerente la costruzione di una Macchina del Tempo. Quello restava assai interessante anche se non letto, quasi sconosciuto. Quel testo era stato scritto nientemeno che durante l’Ottocento, a Londra, da alcuni scienziati e studiosi. Il titolo era :” L’autentica vicenda della  costruzione della Macchina del teletrasporto”:
Il nostro Professore lo teneva sempre con sé e l’aveva comunque sia già letto varie volte.
 Nel periodo successivo alla morte della Signora, si dedicò come ho già detto in tutto e per tutto alla costruzione della Macchina.  Studiava ore ed ore nello studio sotterraneo, lì vi  passava gran parte della giornata. Lo studio  traboccava di tanti disegni, libri, saggi, fotografie, mappe geografiche e mappe celesti ecc…  inoltre vi era addirittura anche un bellissimo pappagallo, che molto colorato era. Si trattava di un animale assai singolare; ogni due ore, sempre, immancabilmente e con precisione, pronunciava la parola : Professore, Professore e poi rimaneva in silenzio per altre due ore. Il Professore gli voleva molto bene. Inoltre voleva assai bene al ragazzo con cui aveva stretto amicizia dopo  la scomparsa della ricca signora Somanoeav, quel triste giorno di vent’anni fa.
Trascorsi tanti anni, quello che era un ragazzo adesso era un uomo maturo, affascinato dal Professore.
Giulio: “- Sei veramente un grande, caro Professore. Per me significhi molto, sei come un babbo che io purtroppo non ho conosciuto ( te sai la mia storia. ) Ti conosco bene e da tanti anni.  La tua invenzione, chiamiamola così, è sicuramente di grande rilevanza. Diventerai famoso.
Ma lo sai che vorrei provarla, si fare un esperimento. Beh, verrà anche il momento di questo.-“:
Professore: “_ Prima di tutto, ti ringrazio per i tuoi vivissimi complimenti. Devo confessarti che mi hai aiutato, in qualche modo. Anche se non proprio direttamente.
Sono sempre stato affascinato dalla scienza, sino dai tempi dell’Università .Va bene che poi decisi di fare la carriera militare, nell’Aviazione.
Mi ricordo che da piccolo, durante il mio quarto compleanno dissi qualcosa su di un orologio, una battuta. Mia zia mi osservò attentamente e con orgoglio e disse: “- Te diventerai importante.-“:
Adesso, dopo quarant’anni  mi ritornano alla mente tali parole. E così  ripenso a quella che era la mia vita, prima  di precipitare con l’aereo, su quest’isola.
In I. Ho una sorella, un fratello ed anche un nipote, che si chiama: Gabriele. Vorrei tanto rivederlo. Infatti, lo vidi per l’ultima volta che era piccolo.-“:
 Dopo il compimento del lavoro e passati quarant’anni dalla sua permanenza sull’Isola,  intuiva di generare gelosie all’interno del mondo scientifico, sapeva d’incuriosire e interessare i politici dell’intero globo. Inoltre la sua invenzione avrebbe potuto interessare vari tipi di persone e poteva essere utilizzata per molteplici scopi.

Terza parte.


Capitolo primo
Sogni, incontri e vecchie amicizie.



Gabriele, un tempo studente nella medesima classe di Riccardo il Mago “ principiante “,  aveva anche lui fatto parte della medesima compagnia dell’altro. I due si conoscevano bene, da molto tempo e avevano condiviso , tante avventure.
Cosa accadde a Gabriele? Sogni dalle caratteristiche inquietanti , misteriosi argomenti. Accadde che una  sera  preso  dal sonno, dopo una giornata stancante  s’addormentò subito, e…
 Mentre dormiva  gl’apparve lo zio. Che in realtà era proprio lo stesso Capitano, Militare inglese Thomassen. I due erano la stessa persona: lo zio di Gabriele era il Capitano scomparso sull’Isola Nascosta.  Gabriele conosceva quest’ultimo soltanto dalle foto e dai racconti di sua mamma. Durante la visione onirica venne a conoscenza degli studi dello zio. Si reso conto come il simpatico parente avesse impiegato  circa trent’anni della propria esistenza nello scopo di inventare e costruire una: Macchina  per il Teletrasporto. Né più, né meno. Inoltre gl’apparve nientemeno che un’isola famosissima per vari studi : L’Isola Nascosta.
 Notò anche, all’interno dello studio un bellissimo pappagallo, dagli eccentrici colori, che lo colpì. Lo  guardò negl’occhi e rimase affascinato, gli trasmise qualcosa, ma cosa?!!
 Poi si svegliò.
 Il sole già si mostrava assai alto e illuminava tutto, era una bella giornata di settembre. Il sogno emanava inquietudine. Così  appena fatta colazione decise di informare di tutto ciò i suoi amici stretti. Telefonò a Giorgio, persona molto sveglia, per informarlo, così che  lui rimase sbalordito, del resto l’argomento  appariva irreale e c’era da restare meravigliati.
 Gli ritornarono alla mente alcuni momenti, propria la mamma gli aveva parlato del Capitano dell’aeronautica. Si gli apparvero alla mente anche alcune fotografie. Adesso aveva capito tutto. Ecco quello che era accaduto, dopo tanti anni, su di un’Isola misteriosa, direi Nascosta.
In un secondo momento, Gabriele pensò di parlare del sogno anche al vecchio, amico; si Riccardo il celebre  Mago. Infatti il sogno gli procurava addirittura ansia ed inoltre lo incuriosiva assai. Riflettendo su tutto ciò, capì che ascoltare il parere del Mago, poteva essere una cosa che lo potesse, aiutare, rassicurare.
Tra sé e sé si domandava se veramente quello che considerava lo zio, fosse stato in grado, anche se con molti anni di studio, di costruire nientemeno che, un tale congegno.
 E se tutto ciò, tutto quello che gli era apparso in sogno fosse veramente vero? Si domandò!
Gabriele, informò una seconda volta, per telefono  lo stesso Giorgio. Così,  lui in un secondo momento, allarmato di quello che stava accadendo a Gabriele e insospettito, chiese spiegazioni ulteriori. Così  tutto il gruppo decise, per aiutare l’amico, di riunirsi nella casa di campagna proprietà  di Gabriele, situata fuori del centro abitato, in campagna. Gabriele vi arrivò con la macchina, li altri tre presero un bus e poi fecero un pezzetto di strada a piedi. Li colpì immediatamente la bellezza del luogo, non faceva freddo.
 Quello che un tempo era Il miglior amico di Riccardo riuscì a raccontare il sogno, ad essere preciso a esporre con le parole la propria fantasia e farsi comunque sia capire.  Parlarono molto; successivamente  ognuno espresse il proprio parere, ma non litigarono. In dei momenti si fecero coraggio l’un l’altro. Come ai tempi della scuola, delle compagnie infatti è vero, si sentivano uniti.
Tutti insieme si fecero coraggio e concordarono di narrare il tutto al vecchio Riccardo, adesso “Mago” tanto per essere consigliati. Forse ne sapeva un po’ più di loro.
 Cosi avvenne.
 Immediatamente, il giorno successivo, lunedì, presero un appuntamento. L’appuntamento era fissato per mercoledì.  Così mercoledì mattina,insieme  si recarono all’affascinante studio dell’esperto.
 Gabriele per fortuna restava informato su dove si trovava adesso la casa del  “Mago”. Raggiunsero il luogo con la macchina e  mentre Gabriele guidava, gli tornarono alla mente cose, episodi del passato. Come le mode, oppure le compagnie. Quel mondo per loro non esisteva più, anche se dentro tutti loro si percepivano ancora un po’ “adolescenti”, sognatori.
 Il vecchio Riccardo era stata avvisato dell’imminente arrivo dallo stesso Gabriele.  Riceveva così  tutto il gruppo, nel suo studio che si trovava nella propria casa.
Lì fece entrare ma però convenne di ascoltare  solamente  Gabriele, da parte; rappresentava l’amico prediletto. I due, anche in quel momento, dopo tanto tempo,  si stimavano molto a vicenda.
 Appena si videro, nel momento in cui i loro sguardi s’incrociarono vennero presi da una sensazione bellissima, non spiegabile.  Si fissarono e poi abbracciarono per qualche minuto.
 Poi Gabriele espose varie domande al Mago; quest’ultimo gli  consigliava  di approfondire le intuizioni. Poi ad un certo punto, come un fulmine a ciel sereno, s’alzò di scatto dalla seggiola. Riccardo:” Ma, cosa hai detto ?  Isola Nascosta? Ho già sentito parlare di quel luogo. –“: Si mise la mano destra sopra la fronte.
Una cosa è certa, disse, dovete raggiungere l’Isola Nascosta e al più presto possibile. Magari assieme agli altri tre amici. Dovevano compiere coraggiosamente quel passo. Il consiglio  dell’amico Mago adesso  restava sempre più categorico: recarsi lì.  Era la miglior cosa da fare, la più sensata. Gabriele doveva capire se il sogno fosse vero, doveva rendersi conto  chi fosse materialmente suo zio, conoscere da vicino il grande Professore . Ed inoltre verificare le sue scoperte, anche  metterle forse in atto? Almeno questo restava opportuno anche dalla lettura delle carte, che il “Mago” aveva attuato all’amico e dall’oroscopo.
I quattro uscirono dal palazzo, luogo d’abitazione di Riccardo e si diressero al bar per prendere un caffè e discutere ancora un po’, sull’argomento.
Ecco che la loro vita si prestava ad un cambiamento, nasceva qualcosa d’imprevisto, che lì avrebbe legati gli uni agli altri, ancor più di prima.  Destino…
Decisero così, alla fine, assieme, di tentare, di fare un bel viaggio, sull’Isola  Nascosta. sulle tracce dello zio . Ad un certo punto uno dei tre amici ricevette una telefonata nientemeno che dal “ Mago “, in persona. Questo affermò decisamente che si sarebbe aggiunto al loro gruppo, con lo scopo di giungere alla destinazione. Quest’ultimo era curiosissimo di visitare la suddetta Isola Nascosta, così voleva approfittare della situazione per arrivare sull’isola.
  Non sapevano però con certezza se avessero  trovato il parente di Gabriele. Tutto restava avvolto in una luce di mistero, non possedevano notizie sicure, si sarebbero mossi un po’ a casaccio. Ma a loro, conveniva lo stesso. Si trattava di un viaggio molto avventuroso.
Trascorse due settimane dall’incontro con il Mago,poi  tutti insieme si decisero e comprarono i biglietti per poi partire. Cos’ì  Riccardo stesso li accompagnò.


Capitolo secondo.
Il Mago ed il Professore.



Contentissimi presero l’aereo: destinazione l’Isola Nascosta.
 Giunti a destinazione, terminato il viaggio,  sbalorditi  di tutto quello che stava accadendo,si  domandarono come incontrare il grande Professore. In un certo senso si muovevano nel buio, non possedevano notizie certe.
Dal centro di M. si diressero in periferia, l’ì vicino appariva il mare, spumoso e carico d’energia, che affascinava molto; chiunque restava ammirato. Da quel punto lo sguardo attraversava chilometri e chilometri di mare oceanico, per poi perdersi nel nulla, nello schiumoso vuoto.
  Imprevedibilmente , mentre girellavano in vicinanza del maestoso  mare, vennero incuriositi da un gruppetto di bambini.  Come un miracolo, sulla scogliera notarono un personaggio, circondato da piccoletti, che fumava la pipa. Aveva un posizione che li attrasse, perché spirituale, rivolta verso il mistero della natura . Romantica, essenzialmente. Furono i bambini stessi che notarono i quattro e con i loro giochi fecero in modo che il gruppo incontrasse l’audace  inventore. I piccoletti cominciarono a giocherellare, mentre il gruppo d’amici osservava il panorama e incuriosito fissava, come fosse un incantesimo, quella figura che altro non era se non  il Professore, vero e proprio,in carne ed ossa.
 Senza nessuna incertezza, i quattro si presentarono.
 Il Mago, si Riccardo, si commosse e al tempo stesso nei suoi occhi apparve una luce, di curiosità, che faceva al tempo stesso brillare le poche lacrime. Immediatamente  gli torno alla mente il passato, il periodo dell’adolescenza, con le sue sfumature e ancora il distacco dalla città, la conoscenza del cugino del babbo, il periodo vissuto nella bellissima villa, lo studio della musica e del giardinaggio. Notava come sia il bis-cugino che il Professore, fossero parimenti affascinanti e misteriosi e conservassero delle similitudini.
  Successivamente, dopo un istante di silenzio lo stesso Gabriele si presentò allo scienziato. Gli strinse fortemente la  mano, gli confessò di essere suo nipote. In quel momento  sul volto del  grande Professore apparve un sorriso  e i due s’abbracciarono. Professore :”- Ma guarda che dopo anni e anni di completa solitudine, di studi, ecco che conosco da vicino proprio il mio vero nipote. Come ti chiami ?.-:” Gabriele:”- Gabriele. Sono proprio curioso di conoscerla. Ma siamo  parenti, non è vero?.-“: Gabriele gli confessò di averlo sognato, di essere venuto a conoscenza di tutto. I due si fissarono, venne così un momento empatico.
 Successivamente, dopo le presentazioni il Professore li condusse nella propria casa. All’interno la dimora aveva tre stanze, più uno studio  sotterraneo. Il nipote intanto  osservava l’arredamento, fra i tanti oggetti  vi era anche un pianoforte, lasciato lì probabilmente dall’anziana signora S.…
Poi il  Professore  li fece accomodare nientemeno che nello studio sotterraneo. Soltanto lo studio stesso trasmetteva un grande fascino. Non era disordinato affatto, molte però  le carte geografiche appese al muro, anche astronomiche. Trascorsi due minuti, un bellissimo pappagallo cominciò a dire due parole, :” Professore, Professore.-“: il gruppo rimase meravigliato e successivamente tutti risero. Poi inspiegabilmente, cosa senza precedenti disse :”- Gabriele, c’è suo nipote, Gabriele…-“: tutte e cinque le persone presenti, sorrisero senza però ridere. Riccardo osservò il verde e giallo animale.
 Poi il loro sguardo si posò su di una parte, lateralmente sulla  sinistra, lì appariva  la  grande novità scientifica: la Macchina del Tele-trasporto.
 Il gruppo rimase in silenzio per una diecina di minuti, osservando tutto ciò che era da guardare, analizzando da vicino proprio la stessa Macchina. Questa trasmetteva una carica forte d’energia ma anche di mistero. Attraeva anche per la forma. Aveva le caratteristiche di una macchina da formula uno. Poteva contenere massimo quattro persone.
 I quattro, nonostante fossero emozionatissimi, come comprensibile, rivolsero tuttavia allo scienziato alcune domande. Nacque una interessante ed  intensa  discussione. Il Professore cominciò il suo racconto, descrivendo un po’ la propria vita, per poi narrare i giorni ed i momenti del lavoro scientifico.  Non ci volle molto per capire che sarebbero oramai  entrati a far parte della storia, più precisamente della storia della fantascienza. Quelli che una volta erano una ribelle compagnia d’amici, di sognatori adesso avrebbe potuto  appartenere alla Storia, nel bene e nel male. I sogni divenivano realtà…
Sapevano che se la notizia fosse stata diffusa il Professore sarebbe  diventato famoso. Avrebbe sicuramente ricevuto un premio.
 Però prima di tutto dovevano utilizzarla, sperimentarla. Ma come, quando ?
 Gabriele, avanzò l’ipotesi, plausibile di effettuare un viaggio, o  meglio un viaggietto. Anche per dimostrare del tutto e a tutti il lavoro del Professore.
Montarono in quattro, il Professore, il Mago, Gabriele e Giorgio. Come ho detto la Macchina, invenzione dello zio di Gabriele, non effettuava viaggi nel tempo, ma nei luoghi più diversi, sii.
Decisero di provarla e indirizzarono il viaggio proprio, nella Villa di campagna dove Riccardo, l’odierno Mago aveva vissuto, per superare la crisi interiore. Era passato molto tempo. Apparvero nel giardino della Villa, dove a potare le rose vi era proprio il biscugino di Riccardo: Antonio. Quest’ultimo all’inizio rimase sbalordito ed esterefatto. Poi riconobbe l’”allievo” e tutti e cinque risero, abbracciandosi.
I quattro avventurieri spiegarono tutto, per filo e per segno, la loro vicenda. Lo stesso Professore parlò molto. Antonio li mostrò la Villa, che lui manteneva benissimo.
Poi tornarono sull’Isola Nascosta.
Naturalmente nei prevedibili viaggi, gli avventurieri potevano anche restare invisibili, non venire notati e magari scattare foto oppure video.
 Il gruppetto, dopo tutto si congratulò ancora calorosamente con il Professore, che dal canto suo felicissimo gli offrì del thè ed alcune caramelle. Rimasero un po’ di tempo insieme.
 Ecco come il Mago, riusciva a conoscere l’altro grande personaggio, Il Professore. Adesso, si adesso, i loro occhi luccicavano di energia, si guardavano, coglievano i pensieri della mente.

FINALE

Da quel viaggio sull’Isola e l ‘altro nella Villa, trascorsero alcuni anni, ma poco tempo dopo  la scoperta venne  resa pubblica ed il gruppetto di quattro amici più il Professore divenne famoso, in tutto il mondo. I giornali di  mezzo mondo diffusero la notizia. Dunque accadde che Gabriele contattasse un amico giornalista, che già conosceva dai tempi delle Compagnie. A lui spiegò tutto. Narrò del sogno, della conoscenza dello zio : Il famoso Professore dell’isola Nascosta. Il quale giornalista, lo ringrazio e entusiasmato fece a Gabriele ulteriori domande. Pensava anche  come la stessa storia avrebbe potuto essere sicuramente scritta, tutto quello raccontato dal nipote Gabriele poteva benissimo diventare un libro, un romanzo vero e proprio. Ma ancora questo progetto rimaneva un sogno. Probabilmente però avrebbe, sicuramente potuto avverarsi.
Marco il giornalista comunque sia, seguendo le indicazioni del  vecchio amico scrisse un articolo eccezionale, che in molti lessero. Così  diventarono famosi…
Dopo il momento iniziale, dove divennero famosi, ancora curiosi di tutto quello che stava accadendo, vogliosi di sperimentare altro ancora,  decisero di rivedersi insieme. Così si misero d’accordo nel tornare con l’aereo, sull’Isola Nascosta, si proprio lì, sulle scogliere. Una volta luogo di lavoro, meditazione e ammirazione del grande Professore.
 Era inverno, in Italia. Appena già cominciato l’inverno, faceva freddo, si stava bene in casa.
I quattro si ritrovarono a casa di Gabriele, per discutere dell’imminente viaggio.
Sembrava come fossero guidati dal Destino verso un qualcosa di avventuroso, magico. Dai ritrovi nei boschi erano passati alle spiagge di R. Poi al primo viaggio sull’Isola, dove al centro di tutti rimase la conoscenza della prima macchina per il Tele-Trasporto. Poi la fama.
Effettuato il volo in aereo, arrivarono sull’Isola e la prima cosa che fecero rimase quella di soffermarsi ancora una volta sul panorama, bellissimo…
 Arrivati sull’Isola, si diressero sulle scogliere. Tutto era suggestivo; restarono senza parole, emozionati, attratti dall’energia che vi era.
Ad un certo momento da lontano si notava un’imbarcazione, adibita a trasportare passeggeri. Una nave da crociera. Nessuno di loro poteva saperlo, ma lì vi viaggiava nientemeno che Anna, un tempo amica di Laura moglie di Riccardo.
Gabriele stava per addormentarsi, mentre la notte scendeva. Il colore della luna argentata cominciava ad illuminare la spiaggia, gli scogli, il burrascoso mare, che brillava e lasciava dentro la sensazione di nostalgia, non irrazionale. Chissà forse cominciava per loro un successivo periodo di amicizia e non solo, di arricchimento, soddisfazione e continua ammirazione della natura.
Altro non sappiamo:  potrebbe essere che insieme impiegassero il tempo utilizzando la Macchina acquistando sempre maggior fama e ricchezza interiore.
Forse anche adesso, in questo momento staranno viaggiando; potranno  essere ovunque.  Soddisfatti del consiglio del Mago e  della scoperta del grande Professore …

La vera storia del mago e del professore dell’isola nascosta (prima parte)

Di Michele Ceri

Questa  che inizio adesso  a leggere, riguarda appunto :  La vera storia del Mago e del Professore dell’Isola Nascosta . Non si tratta di una vicenda inventata da me, oppure di una visione onirica, ma di un libro vero e proprio. Che ci crediate o no !  Si tratta di un romanzo scritto da un giornalista, mio amico. Io stesso  ho proposto a lui e descritto, l’argomento.
Tengo personalmente  tale testo nella biblioteca di casa, in salotto. Oggi mentre prendo il libro dallo scaffale per leggerlo, è un giorno d’autunno, quando gli alberi sono colorati di giallo e marrone, mentre per  piccoli e  giovani inizia la scuola. Quando   il sole scompare velocemente e la  notte inizia il suo racconto.
 Afferro con la mano destra il volume. Si tratta di un libro, un romanzo breve, inizialmente pubblicato da  una famosa casa editrice, ma poi uscito con il tempo, fuori dal commercio. Comunque sia conosco l’autore, che era un mio vecchio amico. Anche lui frequentava la nostra compagnia, un tempo.
 Ho  letto  la medesima opera, da solo, per ben due volte. Non mi sono mai stancato, anzi la mia curiosità rimaneva alta. Mi sono divertito molto.
 Capita che, da un po’ di tempo, legga alcune pagine di questo testo  davanti ai miei amici, quando alcune volte la sera dopo cena,  c’incontriamo nel mio salotto. Nonostante tutto  loro mi  ascoltano interessatissimi. Dedichiamo a questo  pochi minuti, poi giochiamo a carte, oppure vediamo un film.
Oggi leggerò da solo, dentro di me, interamente questo testo. Precisamente  per la terza volta. Spero che anche a voi piaccia.
Ecco, inizio…

Le Compagnie.                         

Tutto comincia  fra la fine degli anni settanta ed i primi anni ottanta, in Italia. Si,  anni musicalmente  caratterizzati  dalla disco music; ma non solo, era il momento anche dell’Heavy metal, della New Wave e  del Punk. Esistevano  gruppi come gli Iron Maiden oppure  i Metallica. E non solo,  altri ed altri ancora; per restare nell’ambito Heavy Metal, possiamo citare i Saxon,  AC DC,  Motorhead. Potrei citare nomi e nomi di gruppi, riempiendo la pagina, ma non lo farò.  ( Ma ve li ricordate i Duran  Duran?)
Inizialmente la vicenda riguarda adolescenti. Si proprio degli adolescenti.   Come vivevano, appunto loro in  quel periodo?  Uno dei divertimenti più gettonati era la Discoteca, oppure concerti di vario tipo. Andavano tutti a ballare oppure indossavano magliette particolari. Nei gruppi girava spesso e volentieri l’Hashish. I ritrovi erano svariati: dai Bar, alle Piazze, sino addirittura  ai boschi. Lì bastava una coperta un po’ di fumo e  dell’allegria per toccare il cielo con un dito, per sentirsi felici; tutti insieme. Il resto restava superfluo, le cose giravano così. Anche se il lunedì tutto ricominciava e si tornava a scuola, volenti o nolenti, felici o scontenti.
 In quel periodo i ragazzi si riunivano in  compagnie, che di solito prendevano il nome proprio dal luogo ove questi  si ritrovavano. Così esisteva la compagnia detta “ Di Via Lunga “, oppure “ Del Ponte Rosso “, ecc…
 Ecco che spunta, che  fa capolino il nostro  “ eroe “: Riccardo. Ma chi era Riccardo?  A quel tempo,  un giovane di  sedici anni, alto, magro innamorato della vita, che frequentava una compagnia di “fighetti”. Il  loro gruppo prendeva il nome dal luogo del ritrovo, era così noto a tutti come “ Compagnia del Pontone “  ( Infatti nel medesimo posto dove si ritrovavano vi era un ponte, di medie dimensioni. Inoltre un fiumiciattolo, d’estate sempre asciutto )
 Le varie compagnie si conoscevano tutte, anche se solo per nome. Fra di se i giovani si raccontavano, storie ed aneddoti e questo li rendeva allegri. Era un mondo a parte. Per lo meno diverso da quello degli adulti.
 Riccardo pur avendo sedici anni, dentro spiritualmente era assai maturo. Fumava  le sigarette sino dall’età di quattordici anni, ma  le comprava di nascosto. In molti comunque, avevano questo vizio. Riccardo anche se a modo suo, era molto amato. Forse perché era se stesso davanti a tutti e  tutt’altro che vile. Si distingueva dal gruppo, anche se faceva parte del gruppo.
In quel periodo Riccardo aveva la passione per la musica in generale, ma nello specifico per l’Hard Rock e l’Heavy Metal. Difatti spensieratamente, insieme al carissimo amico Gabriele, ogni venerdì pomeriggio di solito acquistava addirittura un disco. Questo un po’ a scapito del rendimento scolastico, anche se da lui abbastanza considerato. Aveva delle capacità superiori alla norma e qualcuno lo capiva. Voleva fare la collezione di tutti gli album, di gruppi come Black Sabbath, AC DC.
A scuola la materie più amate erano quelle umanistiche, anche se andava bene anche a matematica.
Nella loro compagnia, in molti  ,eccentrici,  indossavano magliettine  e scarpe firmate. La  sensazione che si percepiva è che loro fossero dei materialisti, attaccati a valori commerciali. Che fosse realmente vero?
 Comandati da chissà quale Dio inoltre i ragazzi della  compagnia stessa di Riccardo, ma anche altre, trascorrevano le giornate a girare con motorini truccati. Per forza di cosa conoscevano tutte le strade, non temevano niente e nessuno. La  loro compagnia ,  si componeva di dieci, dodici ragazzetti, che vivevano al massimo il loro periodo, di ragazzi. In tutto e per tutto. Ma si sa che l’adolescenza è anche mistero, è un qualcosa che dentro rimane anche quando sei  vecchio ed  è come tutta la vita: una crescita…
Fra loro, nella medesima “ Compagnia del Pontone “ vi era anche, come già accennto,Gabriele, il migliore amico di Riccardo. Quest’ultimo apparteneva se lo volessimo classificare, al tipo di persone indicabili come:  “sognatori”. Amava molto la musica, specialmente l’Hard Rock, comprava molti dischi, fornendosi in un negozio molto famoso, custodiva l’idea di formare un gruppo musicale ed esibirsi, ma per adesso quel progetto restava soltanto un  sogno…

La vacanza a R.

Con  l’ arrivo della  primavera, capitò che il loro gruppo, si ritrovasse  per parlare delle vacanze estive. Era giunto il momento preciso, si dovevano muovere per realizzare qualcosa. Stava per accadere un fatto nuovo, originale, quello di  mostrare ancora di più, al mondo intero, la loro “ribellione”, la loro  “stravaganza “.
 Si ritrovarono così  ad un bar della zona, che tra l’altro restava molto conosciuto, per discutere. Erano  le  tre del pomeriggio. Era primavera e tutto rifioriva, rinasceva anche nella natura; si potevano intuire tante cose, l’immaginazione restava forte. I partecipanti fra loro comunicavano una grande felicità. La riunione non lunga, rimase caratterizzata dagli scherzi di quei ragazzi e dalla loro vivacità. Nonostante tutto, si trovarono d’accordo. Non litigarono, anzi terminata la riunione si sentivano dentro di loro ancora di più amici, ancor più se stessi ( e non è poco).
 Tale riunione durò un’ora e mezzo e molti furono gl’interventi, i consigli, le indicazioni e anche, soprattutto le risate. Conclusero che il  loro  scopo restava quello di trascorrere una settimana a R., luogo famoso per le discoteche e la vita notturna. La cosa li attraeva tantissimo; per vari motivi.  Fra tutte le cose, di più gli piaceva e affascinava restava  il fatto d’imbroccare. Presero ciò, senza dubbio come un vero e proprio scopo, da realizzare.
Intanto il tempo correva e…
 Arrivò il 1° agosto, data della partenza. Il momento del viaggio rimase bellissimo, romantico, suggestivo anche  perché in treno.  Partirono in dieci, soltanto in due non parteciparono, forse troppo timidi. C’e l’avevano fatta.
Il ritrovo era fissato davanti all’edicola della Stazione. Il primo a giungere si dimostrò, Gianni, ragazzo di poche parole ma molto intelligente. Poi Giorgio che studente ribelle, frequentava la stessa classe di Riccardo e Gabriele. Amava e piaceva alle studentesse…
Ecco appena scoccate le otto il gruppo era al completo e tutti si fissarono per alcuni minuti, senza distrarsi troppo da quello che era la loro avventura, del momento.
Riccardo osservò l’orologio e con la sguardo si soffermò sulla sigaretta accesa di Gabriele. Questo sorrise, leggermente ma in molti lo notarono.
L’unica cosa da considerare, si tratta comunque di un dato di fatto, era la mancanza di ragazze.
Fecero il più velocemente i biglietti di andata e ritorno per poi salire sul treno.
Partirono.
 Nel treno tutti insieme risero e risero,per minuti interi. Si sentivano adesso amici più che mai, ribelli, se stessi. Poi durante il viaggio ringraziarono Gianni, che era stato l’ideatore vero e proprio della vacanza. Così durante il tragitto, si girarono verso di lui, applaudendo. Riccardo :”- Ti devo ringraziare davanti a tutti, per la tua bellissima idea. Grazie, caro.-“: Lui rimase immobile, commosso e dentro di sé percepiva una grande felicità. Poi, Gianni :”- Sono certo che ci divertiremo. Anzi, ma che dico sarà un’autentica avventura, da ricordare per sempre.-“.( Che avesse ragione ?) 
 Dopo quattro ore di treno, giunsero a R.; stavano realizzando lo scopo.
 La città stessa dove arrivarono restava di per se affascinante, così rimasero colpiti, per il fatto di essere lì, quella medesima estate. Certamente si trattava di un luogo assai alla moda, senza dubbio commerciale, consumistico, ma che nonostante tutto li attraeva assai; ragionavano da giovani.
Qualcuno già si chiedeva se ci fossero concerti Heavy Metal…
Avevano già  prenotato la villeggiatura proprio in un albergo a tre stelle, per una settimana e la spesa rimaneva bassa.
 Già appena arrivati, immediatamente capirono quale fosse la sostanza di tutto, la caratteristica fondamentale della loro vacanza. Sapevano da subito quello che dovevano fare; nel bene e nel male.  Come si può immaginare, lì  trascorrevano le giornate  sulla spiaggia e la notte  in discoteca. Raggiungevano la spiaggia al mattino e vi rimanevano sino alle cinque del pomeriggio. Dopo cena, percorrevano un po’ a piedi la strada principale, già stracolma di persone, ridendo e scherzando. Poi finalmente, una volta giunte le undici, entravano tutti insieme, in banda, in discoteca.  Vi  rimanevano sino alle cinque del mattino, spensierati e felici. Usciti li aspettava il romanticismo dell’alba,  l’odore del mare, l’amore nel cuore.
 Amavano principalmente la musica dance, ovvero la disco music,che sapeva arrivare al loro cuore per parlargli…
 In quei momenti di divertimento sfrenato, di amore e passione per la musica, una notte conobbero in discoteca tre ragazze: Laura, Giulia e Anna. Giulia era molto chiacchierona, Anna timida ma carina, Laura la più bella delle tre. Queste avevano la stessa  età. Durante una chiacchierata Laura ed Anna confessarono amichevolmente sorridendo di essere della stessa città : F. Gabriele e Riccardino risero sotto i baffi, ma poi trapelò dai loro volti una grande felicità. Gabriele:”- Ma dai, che coincidenza. Siamo tutti abitanti della stessa città.-“: Giulia, dolcissima, però non si scompose molto e fece l’occhiolino alle altre due amiche.
Poi il precedente silenzio venne rotto dalle note del pezzo “ Big in Japan “, dei favolosi Alhaville. Allora in quell’attimo, in quella scintilla, tutto il loro gruppo, di maschi, s’alzò in piedi e occupò il centro della sala da ballo. Una manciata di secondi dopo li seguirono anche le tre ragazze, da pochissimo conosciute. Poi tutti a pogare con “Jump” dei van Haelen.
Quella stessa sera presi dal romanticismo, ebbero una nobilissima idea. Uscirono dalla Discoteca che le lancette dell’orologio  segnavano le due della notte. Ma dentro di loro si sentivano ancora vivi. Così non tornarono tutti all’albergo. Si  tutti tranne Riccardo, Gabriele e altri due. Così si diressero nientemeno che sulla spiaggia. Insieme a loro naturalmente, le tre ragazze conosciute quella sera. Mentre s’incamminavano sulla spiaggia, commentarono la serata in discoteca. Parlarono molto della musica, che era varia.
Poi si distesero sulla sabbia, che Riccardo e Laura già si tenevano per mano. Mancavano tre giorni ancora, al termine della vacanza. Comunque sia Riccardo e Gabriele scambiarono i numeri di cellulari con le ragazze. Precisamente non Giulia, perché di un’altra città.
Si sentiva il mare calmo in lontananza e si notava il cielo stellato, terso, pulito, stellato, come d’estate avviene.
 Quel giorno finiva,  lasciando dentro Riccardo un sentimento di malinconia.
 Ma le cose stavano cambiando.
 Tornati alla vita di sempre, Laura e Riccardo si frequentarono da subito . Si misero insieme. Amare, si amavano.
Riccardo e Laura cominciarono la loro vita di coppia, felici di  amarsi. Tra i due  Il più contento appariva Riccardo. Infatti aveva tutto ciò che desiderava: il motorino, la ragazza, gli amici e poi,  era  giovane.
Trascorse del tempo ( un anno ? ) e arrivò l’anno dell’Esame per il conseguimento del Diploma. Riccardo avrebbe preso il Diploma Professionale, di cinque anni. Laura, invece si diplomava in scuola magistrale. La sua ambizione restava quella d’ insegnare. Voleva laurearsi in Pedagogia e quindi insegnare.
Intanto il grande rapporto d’amicizia con Gabriele, appariva ridimensionato. Si vedevano poco, anche se continuavano a stimarsi a vicenda. Accadeva che si sentissero per telefono e chiacchieravano molto. Gabriele si sentiva snobbato,ma passava sopra anche perché voleva un gran bene all’amico. Sostanzialmente lo capiva. Gabriele :”- Ciao, Riccardo ti sto chiamando dopo tanto tempo. Come stai ? Io abbastanza bene e Laura ? Lo sai che questo pomeriggio sono stato al nostro solito negozio di dischi ed ho comprato il primo Album degli “ Iron Maiden “.-“.
Riccardo:”- Ma dai. Intanto mi fa enormemente piacere sentirti. Anche se mi faccio sentire poco, per ovvi motivi, per me sei sempre un carissimo amico. Devo confessarti che non ho in casa il primo Album degli Iron Maiden. Sono però sicuro di tenere il primo Album dei “ Black Sabbath.-“:
Gabriele:”-  Mentre era dentro il negozio e consultavo i dischi, con lo sguardo mi sono girato e ho notato che passava una vespa, con un conducente ed un passeggero. Lo sai che probabilmente il passeggero era nientemeno che Anna, si Anna l’amica di Laura.-“.
Riccardo:”- Dopo tutto non è tanto strano. Anche lei abita qui.-“.
Gabriele :”- Ciao, a presto.-“:
Anche Riccardo posò la cornetta.
Intanto,  nell’animo di  Riccardo, cominciavano ad apparire i primi cambiamenti, le prime riflessioni alla luna…
 Come mai? Anche se ancora non l’ho detto,desiderava   diventare guidatore d’autobus, ciò l’attraeva molto. Almeno sino ad adesso. Però chi lo conosceva pensava tutt’altro. Tale progetto a molti appariva come un sogno irrealizzabile, una cosa senza fondamento. S’intuiva che non fosse la persona adatta e che fosse letteralmente in preda della fantasia. Ma lui rimaneva affascinato da quel tipo di lavoro, come del resto gli adolescenti con la musica.

Matrimonio.

 L’Esame di Stato non rappresentò un ostacolo insormontabile  e  così studiando molto , entrambi, lo superarono.
La giovane sostenne un bellissimo esame e ottenne un voto alto. Riccardo superò la prova, ma non ottenne grandi voti; si doveva accontentare.
Lo stesso Gabriele conseguì il diploma e successivamente fra tutti i pensieri del momento, il più duro e difficile d’affrontare era proprio quello che riguardava la sua amicizia con Riccardo.
Trascorso un anno dal diploma,  Riccardo e Laura si sposarono. La cerimonia non si fece in Chiesa, ma rimaneva un matrimonio civile e basta.
Devo dire che la festa, il rinfresco fu un momento per festeggiare. Tutti insieme. Difatti vi parteciparono tanti vecchi amici di Riccardo,  ma anche di Laura. Era un avvenimento che tutti ricorderanno, nel tempo. La cosa più sensazionale, comunque rimase l’esibizione del gruppetto musicale di Gabriele, assai bravo chitarrista. Molti gli applausi e la festa durò a lungo, sino a tarda notte.
  Naturalmente Riccardo e Laura soprattutto, toccavano il cielo dalla felicità.  Laura ( al telefono con Riccardo ). :”- Amore, sono contenta di trascorrere la nostra luna di miele, in Francia. Non sono mai stata in Francia e mi piacerebbe visitare Parigi. Ci divertiremo. Fra l’altro ho intenzione di fare tante foto.
Comunque sia il giorno di partenza è domani l’altro e oggi ci vediamo sicuramente;  non abbiamo fissato una cena al Ristorante di via N. ?.-“:
Riccardo :”- Si, cara. Abbiamo rimandato di un giorno per motivi personali. Staremo lì per una decina di giorni. E poi non ti preoccupare ci sarà molto, da visitare.-“:
 Partirono con la macchina di Riccardo. Avrebbero vistato oltre a Parigi, anche Lione… nel lungo viaggio si fermarono a metà strada, per riposarsi. Posteggiarono la macchina, in un Autogril. Non capirono se il posto fosse autorizzato, o no. Ma nella notte, verso le tre, le quattro arrivò la polizia . Un agente severamente bussò al finestrino del mezzo e li chiese i documenti. Per Riccardo e la moglie furono momenti difficili, ma andò tutto liscio.
 Tenevano accesa anche la radio e questo li riempiva di felicità. Si baciarono. Durante il riposo notturno, chiacchierarono. Le parole data la situazione avevano un sapore particolare, d’avventura. Arrivata l’alba, ripartirono.
Vorrei aggiungere come il babbo di Laura, famoso Professore era d’origine francese. Prima che Laura nascesse aveva insegnato in un liceo di Parigi, assai famoso.  Era Docente di Lingua e Letteratura francese. Amava quindi, Zolà, Maupassant, Flaubert ed altri ancora. A scuola dava molto e si basava soprattutto su” La Bestia umana “ di Zolà,  “Il Rosso ed il nero “ di Sthendal, “Madame Bovary “ di Flaubert. Poi emigrò in Italia, perché lo spostarono e anche perché aveva conosciuto e sposato un’insegnante italiana, anche pittrice. Si la mamma di Laura.
Comunque sia quando Laura nacque i genitori già risiedevano a T. Città anche di Riccardo, Gabriele e Anna, la migliore amica di Laura.
Dopo dodici ore di viaggio, giunsero a Parigi.
Osservando la Torre Eiffel, a Laura tornò alla mente come una fotografia, il quadretto, l’abbozzo sulla medesima Torre,  famosissima in tutto il mondo  che la mamma Serena aveva realizzato tanti anni fa e che anche lei stessa aveva avuto modo di vedere, da piccola. Scattarono molte fotografie. Mangiavano con dei panini all’ora di pranzo, mentre per la cena andavano al Ristorante. A lume di candela.
Altro che momenti scanzonati, per le strade con motorini truccati oppure i ritrovi nei boschi. Questa si, che era un’altra vita. Sicuramente più borghese. Ma Riccardo amava Laura e notava in lei delle qualità nascoste. Che somigliasse alla mamma pittrice?
Pernottarono in un lussuoso albergo.

Il lavoro preferito.

Finita la luna di miele entrambi trascorsero un bel periodo, precisamente  un anno, nel quale si concretizzarono molte cose.
Mentre   il tempo passava velocemente, Riccardo fortunatamente  riusciva a trovare lavoro come guidatore d’Autobus e così tutto sembrava andare bene. Aveva realizzato il suo sogno. Desiderava  ciò, sino dai tempi dell’estate trascorsa a R.. L’amico  Gabriele anche se non condivideva del tutto il sogno del carissimo Riccardo era però, felice per lui; notava che l’amico  lavorava bene e in lui si manifestava molto la predilezione verso quel lavoro. Almeno così appariva. Nella vita quotidiana di Riccardo tutto andava come doveva andare.
Ogni giorno, ogni corsa nell’animo di Riccardo era un viaggio diverso. Che l tragitti avvenissero la mattina presto, oppure terminassero verso ora di cena, non era mai del tutto uguale. Vedeva volti nuovi. Strani personaggi che parlavano al cellulare come niente fosse, scolaresche e anche ragazzi senza biglietto.
Amava quel mestiere.
 Un giorno capitò che durante una corsa, verso mezzogiorno i controllori fecero tre multe, mentre un ragazzo “punkeggiante “, sprovvisto di biglietto riuscì a scendere dal mezzo e correndo s’allontanò. Alcuni passeggeri assai sbalorditi, quasi sgomenti invocarono addirittura l’ambulanza. Ma Riccardo dal canto suo, continuò la corsa, senza troppo lamentarsi. Arrivato al capolinea, tutti scesero, tranne un ragazzetto robusto e alto, dell’età di dodici, tredici anni. Il nostro guidatore un po’ sorpreso gli chiese:”- Come va? Sei piccolo, cosa ci fai ancora sull’autobus? Dove abiti?.-“:
Il ragazzo non si scompose per nulla e spiegò le sue ragioni a Riccardo. Era salito sull’autobus , senza una precisa meta, per fare un viaggetto, per divertirsi un po’.
Rimase d’accordo con Riccardo che sarebbe immediatamente tornato a casa.
Anche il ragazzetto era stato spettatore della fuga del “ Punk “ e così il pomeriggio narrò la vicenda agli amici. Qualcuno rise, altri rimasero incuriositi e  scioccamente desiderosi di fare avventure simili.
Comunque il lavoro per Riccardo rimaneva molto duro. Del resto l’orario pieno era di sette ore giornaliere e a volte lavorava anche la domenica e i giorni di festa.
Ma in casa per Riccardo, cominciavano a manifestarsi piccole incomprensioni. Il babbo che  lavorava in un Bar, assieme alla mamma, non vedeva  bene il lavoro del figlio. Ma però era felicissimi del matrimonio con Laura. Anzi, stimava la giovane anche per la sua provenienza borghese.
Una volta, si un martedì Riccardo e la moglie furono invitati a cena dai genitori di Riccardo. Si trattava di uno degli ultimi momenti di tranquillo matrimonio, fra i due.
L’ideatrice dell’avvenimento era la mamma di Riccardo.
La cena buonissima rivelò ancora di più la bravura in cucina delle madre di Riccardo.
La discussione della serata partì con la politica, ma poi lentamente scivolò su argomenti strani, misteriosi che venivano dagli ospiti considerati anche solo per parlare, anche se dentro venivano da questi, smossi. Ad esempio il gioco dei tarocchi, l’astrologia, ed altro ancora.
Pochi giorni dopo la cena, mentre Riccardo felicemente lavorava , accadde però l’inevitabile: Laura lo lasciò. Non specificò nemmeno tanto il motivo e Riccardo venne  scosso profondamente.  Dentro di sé  sentiva il dolore, forte, intenso, non controllabile. S’interrogava continuamente, si chiedeva  perché Laura lo avesse lasciato così, si domandava come mai così tanto soffrisse e in quei momenti  guardava spesso l’orologio, impaziente.
Il motivo della separazione: Laura preferiva un altro fisicamente, poi era disgustata dal fatto che il marito lavorasse come guidatore d’Autobus.
Si separarono, con atto civile.
 Dopo due dolorosissimi giorni, ancora scosso lo chiamò  l’amico di una volta: Gabriele. Chiacchierarono molto. Gabriele, fra tutti riusciva a capirlo più di chiunque altro. Tra l’altro un prossimo pomeriggio, s’incontrarono ai giardini e chiacchierarono  molto.
Gabriele :”- Ti sono molto vicino. Secondo me anche le cose negative possono essere trasformate in positive. Come in fondo sosteneva M. E., teologo medievale, bravo ma poco studiato. Ma perché non tenti la strada dell’arte. Non so, per me la musica ha un grande valore. E poi,  non dirmi che sei nato per fare il guidatore d’ Autobus.-“.
Riccardo :”- Sii. Ti ringrazio per l’aiuto ed i consigli. Ma la cosa principale è dimenticare Laura.-“:
Gabriele: “- Non c’è dubbio.-“:
 Giunse il primo  cambiamento : si licenziò da guidatore d’autobus. Questo avvenimento rese immediatamente  allegri sia  suo  babbo che  Gabriele . Per non parlare degl’ altri…
Cambiamento di vita.

Quello che un giorno sarebbe comunque sia diventato perlomeno un serio Mago ebbe, come già detto un forte periodo di crisi . In quei giorni i  familiari, Gabriele e gli amici non lo riconoscevano più, era cambiato,  anche fisicamente, dimagrendo assai. Era arrivato a dimagrire  ben dieci chili.  A  tutti quelli che lo conoscevano dispiaceva che soffrisse ma  lui non trovava lo stesso un istante di sollievo e dentro di sé li ringraziava; percepiva la loro solidarietà, lo loro infinita stima. Tutti, comunque avevano intuito tutto  da un po’ di tempo e adesso temevano che le cose potessero anche peggiorare; volevano intervenire in tempo, per evitare aggravamenti, quindi  per aiutarlo gli consigliarono di allontanarsi dalla città, almeno  per un periodo.  Il  suggerimento arrivò soprattutto  dal padre, che era preoccupato molto, per le sorti del figlio.  Destinazione:  una casa colonica di proprietà di un  cugino dello stesso genitore. Un parente alla lontana ma ospitale…che tra l’altro  Riccardo aveva visto soltanto un paio di volte da piccolo, ma di cui aveva sentito  parlare.  Arrivava il momento di conoscerlo, del resto faceva parte della famiglia e non era assolutamente uno sconosciuto.
 Molte rimanevano le domande che Riccardo si poneva, riguardanti soprattutto il futuro.
 Scopo principale dell’allontanamento :  dimenticare Laura ed il suo sorriso indigesto.
Continuava il periodo di grande sofferenza, così d’accordo con se stesso e senza pensarci due volte, ascoltò il consiglio del babbo e prese velocemente la decisione di recarsi fuori città, per stare meglio, per migliorare. Non aveva molte alternative. Restare in città lo faceva soltanto soffrire. Il padre così contattò il parente e si mise d’accordo. Il familiare era assai incuriosito e fece molte domande al babbo . Parlarono a lungo, anche scherzando. Padre: “- Ciao, era molto che non ci parlavamo. Direi, anzi che sono passati due anni da quando ci vedemmo per l’ultima volta. Ci vedemmo un giorno, si c’incontrammo per strada. Però se ti ricordi da piccoli eravamo anche un po’ amici. Si in quel periodo abitavamo vicino e giocavamo insieme. Ah sono trascorsi tanti anni…
Ti ho chiamato perché ho a cuore una cosa. Mio figlio, si Riccardo, non sta affatto bene. Si, si è lasciato da una decina di giorni con Laura, la sua ex moglie. Ma da quel giorno sta passando una brutta crisi interiore.
Secondo il mio parere avrebbe bisogno di allontanarsi dalla città, almeno per un periodo. E so, che te per l’appunto vivi in campagna. Vorrei vivamente che tu l’aiutassi, gli stessi vicino.-“:
Antonio:”- Ciao, prima di tutto. Mi dispiace molto che Riccardino non si senta bene. Lo voglio sicuramente aiutare. Sono curioso, voglio conoscerlo. Per me può traslocare per un periodo e vivere qui, anche per due mesi ( anche sei mesi ). Ma va bene, per la decisione del giorno  dell’allontanamento ci metteremo d’accordo poi…-“:
Padre :”- Mi hai reso felice. Va bene, ci metteremo d’accordo. Comunque sia per me mio figlio può abitare lì da te sino da lunedì, prossimo. Oggi è venerdì, poi…-“:
Ma facciamo un passo indietro, nel tempo.  Tanto per capire chi fosse questo Antonio.
Era originario di una città nella Tambardia, circondata dai  monti Cavallini che erano una catena montuosa assai famosa, anche per il turismo.
Antonio era nato lì, a Millone, precisamente  il 3 aprile 1958. Non aveva né fratelli né sorelle. Ma il babbo era Direttore scolastico e la mamma cucitrice.
Antonio riuscì a prendere il Diploma. Cercava con grande volontà d’emanciparsi il più possibile,di arrivare ad una prestigiosa professione.
È risaputo che da piccolo giocava, a volte, con il padre di Riccardo. Entrambi erano molto vivaci.
Riuscì a diplomarsi e a dedicarsi al giardinaggio.
 Ironia della sorte, senza farlo apposta  il babbo ereditava da un parente , la villa di Oltrarno…
Così Antonio e tutta la famiglia, si trasferirono. Con la grande felicità di Antonio.
La villa restava un po’ lontano dalla città. Grande internamente era circondata da un bellissimo giardino. Magico.
Antonio s’apprestava ad esercitare  il mestiere di Giardiniere, quando un’amica del babbo che gli s’era un po’ affezionata, gli consigliò di studiare sia la chitarra che l’Astrologia e altre materie esoteriche. Il lontano parente di Riccardo, acconsentì.
Da quel momento in poi l’Astrologia, la chitarra e il giardinaggio diventarono il vero scopo della propria vita. Per anni si dedicò a tali argomenti.
Arrivò domenica, il giorno precedente alla  partenza;  Riccardo si domandava quale sarebbe stato il suo futuro. Ultimo giorno di un periodo, quella mattina si percepiva nell’aria  una dolce  energia, l’aria odorava di un qualcosa di nuovo, di non tangibile con la ragione, un qualcosa che colpiva il cuore, i sentimenti, inevitabilmente. Molti erano i sentimenti che Riccardo percepiva; ripensava al passato, al periodo della scuola e all’amicizia con Gabriele. Infine alla vacanza a R., la conoscenza di Laura.
 Fece  i preparativi, molto velocemente. Portava con se anche alcuni libri, di letteratura ed un flauto a cui teneva molto.
Lasciava la città per dimenticare, crescere, maturare .
 Quel medesimo giorno, quell’ultima  sera la notte, al contrario del giorno, si mostrò dura, prepotente, come a significare   con durezza la fine di un periodo ; s’udivano dalle finestre  raffiche di vento… lui anelava ad un cambiamento.
Il giorno aveva indicato un cambiamento che la profondità della notte percepiva.
 Nel sonno, verso le sei del mattino in preda alla malinconia, s’affacciò alla finestra di camera. S’accese una sigaretta. Sembrava come se volesse memorizzare quel paesaggio, quell’istanti, nella mente, per sempre, come il volto di Laura.
Trascorsa la notte, il mattino seguente partì. La casa del lontano  parente non restava lontanissima dall’abitazione di Riccardo, anche se situata in campagna. Desiderava senza dubbio recarvisi in bicicletta e iniziò così il tragitto. Ma dopo poco s’accorse di essere stanco e di chiedere troppo a se stesso. Era anche molto spossato ed agitato. Allora per non peggiorare ancora la situazione,  domandò  al babbo  che già restava  molto preoccupato, d’accompagnarlo e  questo acconsentì.  Salì  in macchina. Alla radio trasmettevano canzoni Heavy metal e questo  diffondeva un  senso  di ribellione, che coincideva con l’avvenimento.
Quando giunse davanti al portone, ad aspettarlo vi era proprio lui, Antonio: il cugino del babbo. Entrambi si sentirono felici e godettero dell’imprevedibilità  del momento, della vita. Chi l’avrebbe mai detto, qualche anno prima?
 Si incontrarono e  si salutarono sulla porta della villa. Adesso, in quel medesimo momento Riccardo ed Antonio si conoscevano direttamente. Riccardo:”- Che piacere, conoscerla.-“:
Antonio:”- E si, ti ho visto alcune volte da piccolo, adesso ci conosceremo. Benvenuto.-“:
 Per Riccardo cominciava un  nuovo periodo e certamente neanche troppo  breve. Riccardo sapeva che avrebbe trascorso un po’ di tempo ospite del  parente e così accadde che, con il tempo, con il passare dei giorni, delle settimane, gli  narrò tante cose. Soprattutto  di Laura, da cui si era appena separato.
 Il  biscugino si dimostrò curioso e si rese conto della sofferenza del parente. Capiva di essere il solo, in quel momento a poterlo effettivamente aiutare e  soffriva per lui.
Antonio  l’ ascoltava, prestava attenzione al racconto che era molto lucido ma pieno di dolore. Narrò tutto, dai rapporti con i genitori sia da piccolo che da grande, delle Compagnie, dell’amico carissimo Gabriele. Ed infine della vacanza a R., dell’amore per Laura, del progetto di guidare gli autobus, sino alla separazione.  Riccardo spiegò al parente che Laura  desiderava addirittura il divorzio. Riccardo:” Tutto questo mi rende infelice,malinconico e triste. Poi che devo dire, è stata lei a lasciarmi. Non prova nessun affetto per me, sono sicuro.-“: I due si guardavano spesso  negl’occhi, questo li attraeva, uno verso l’altro.
 Piano piano, il parente apparve per ciò che veramente era. Si svelò la sua vera essenza, carica di magnetismo, pronta ad aiutare il prossimo, per indole.  Una persona fuori dal comune,  particolare ed interessante. Magari, forse un po’ distratta, fra le nuvole, ma piena d’interessi, molto attiva intellettualmente.  L’aspetto era dichiaratamente di uomo maturo, ma conservava dentro di sé aspetti di ragazzo. Come la naturalezza, l’ironia e la voglia d vivere.  Portava una barba lunga, assai curata. La propria attività, il suo secondo principale interesse, rimaneva misterioso. Oltre a lavorare nella villa, come agricoltore, insieme ad altri,  s’interessava, di religioni orientali, segni zodiacali e altro…  ma restava comunque sia, una persona seria.
Tra Riccardo ed Antonio, piano piano si era creato un ottimo rapporto, di simpatia e felice amicizia. Quest’ultimo, durante le narrazioni  lo guardava alzando ogni tanto lo sguardo; mentre Riccardo a volte  interiormente avrebbe voluto  scappare, fuggire per  tornare da Laura  e abbracciarla, per sempre. Ma si trattava soltanto di pensieri, o meglio d’immaginazione.  In un momento molto intenso poi, gli scesero stille di pianto e così il parente per aiutarlo lo consolò vivamente, abbracciandolo.
Riccardo :”- Vorrei parlarti di un altro problema. Eh si, un tempo, qualche anno fa, custodivo dentro di me un grande sogno: guidare l’autobus. Infatti, dopo il diploma ho fatto domanda all’At. e fortunatamente mi hanno assunto. Anche se tutti, genitori, amici, pensavano che tale lavoro non facesse per me, io continuai per la mia strada. Conservo nel mio cuore tanti ricordi, di quel mestiere. Però ultimamente mi sono licenziato e non provo nessun dispiacere. Ma adesso non so nemmeno che lavoro fare…-“:
Antonio:”_ Mi dispiace assai che tu stia male. Ti parlerò di me stesso, se sei d’accordo. Potrebbe esserti utile. Sai che io ho molti interessi, anche controcorrente.-“:
In dei momenti Riccardo veniva preso dalla nostalgia, nostalgia di casa, dei genitori ed amici e anche della vecchia vita. Ma percepiva che le cose andavano per il verso giusto, anche se alto restava il dolore, soprattutto nel ricordare…
  Il bis cugino, cosciente dell’importanza della cosa, gli stava insegnando anche a curare il giardino.  Inoltre cercava d’aiutarlo attraverso la musica. Ovvero cominciò ad insegnarli, con grande passione come si suona la chitarra; sicuramente non era cosa da poco, ma comunque Antonio partì nell’insegnamento dagli aspetti basilari, ovvero le note, il solfeggio. Inoltre insieme ascoltavano pezzi di musica importanti. Di vario genere. Riccardo si perdeva, dietro brani musicali, anche classici. Ed Antonio era contentissimo di trasmettere a Riccardo i suoi mestieri.
 Il giardinaggio, ma anche lo studio della chitarra lo  stancavano molto. E molto tempo della giornata lo trascorreva così. Dopo  si coricava presto, sicuramente dopo cena, ma presto e senza ascoltare la televisione, chiuso in una stanza per ospiti e con la radio accesa.  Al mattino presto si svegliava,quando tutto prendeva forma, il vento, il suono degli uccelli e il suo stesso animo si mescolava con il resto. Solitamente tirava un vento freddo e leggerissimo, che si fermava sul loro volto e così iniziava la giornata.
Anche la stanza restava particolare, eccentrica.  Appesi al muro alcuni poster. Vi era un balcone che dava proprio sul grande giardino. Riccardo propose ad Antonio di fotografarlo mentre si sporgeva dal balcone, per osservare il panorama.
 Antonio gli fece notare, prima di lasciarlo nuovamente a se stesso, due cose tra di loro simili.
La prima, rivela la grande capacità intuitiva del bis cugino. Questo fece notare all’allievo come fosse realmente portato per alcune specifiche materie ( Astrologia, tarocchi e altro.) La prima caratteristica, assai evidente era il naso un po’ spostato verso destra e il secondo un dito, l’alluce rivolto all’insù. Caratteristiche interessanti che rivelavano una certa insita bravura nelle suddette “filosofie “.
Inoltre gli narrò come esistesse proprio nell’oceano un’Isola allo stesso momento inquietante e misteriosa. Si trattava nientemeno che dell’Isola Nascosta. Quell’isola riservava vari segreti, alcuni ancora irrisolti. Dallo studio e dall’analisi dei resti antichi presenti lì, si capivano tanta cose sull’antichità, addirittura sulla preistoria. C’è anche qualche studioso che sosteneva tesi interessanti sul contatto dei primi abitanti dell’Isola, nientemeno che con gli extraterrestri.
Antonio:” Non ci sono mai stato, ma né ho sentito molto parlare anche dalla mia “insegnante”. Ho visto alcune foto.-“:
Intanto  l’ estate stava terminando.  Venne un temporale fortissimo e i due si ripararono  nella villa. Aveva anche ricevuto quella stessa mattina una lettera da Gabriele, che dopo mesi si faceva risentire. La missiva era profonda.
 Ascoltarono l’album The Wall, dei mitici Pink Floyd e contemporaneamente lesse ad alta voce a davanti ad Antonio, la posta dell’amico carissimo.
Nella lettera Gabriele informava come Laura ed Anna, la vecchia amica, si erano imbarcate per lavorare in navi da crociera.
L’estate finiva, la pioggia divideva le stagioni, Riccardo era cresciuto interiormente, s’intende. Si era molto arricchito, si interiormente.
Rimase lì sino a dicembre,  ai primi giorni d’inverno. Complessivamente  aveva abitato fuori casa, per otto mesi. Ma certamente adesso si sentiva più sicuro, meno deluso, non più innamorato. Il che non è affatto poco.
Il periodo di lontananza da casa, da tutto e tutti era concluso.
 Così tornò a casa, in città. Lasciava tutto alle spalle, Laura, il lontano parente e la nuova vita nella Villa.
I genitori l’accolsero felicemente. Il babbo arrivò al settimo cielo e ringraziò , di persona e vivamente il parente per il proprio aiuto.
Tutto questo contribuì ad aumentare fra loro due i sentimenti di stima e orgoglio.
  Ricorderà per sempre anche la villa dove aveva abitato, che tra l’altro era molto grande e situata nel verde di una campagna  che odorava di saggezza. Ormai restava chiaro; si trattava di uno spartiacque, nella sua vita. Esisteva così un prima ed un dopo. In tutto e per tutto.
Nel seguente periodo si ricordò dell’interesse che Antonio coltivava per alcune materie e così decise lui stesso di dedicarsi, in particolare all’ astrologia, ai tarocchi. Tali conoscenze diventarono per lui oggetto di studio approfondito.  Del resto già era rimasto affascinato dalle parole del  lontano parente, quando suggeriva alcuni argomenti. Con il tempo riuscì a diventare addirittura semi-professionista. Il  cugino del babbo,  venne informato di ciò: provò immenso piacere.
  Non salì più sull’autobus, nemmeno per spostarsi, preferendo la macchina oppure la bicicletta.
Il periodo di lontananza era servito e non poco.
Riccardo, con il tempo venne soprannominato: Il Mago. Ma da chi venne così chiamato? Proprio dal suo vecchio amico :  Gabriele.    Il loro legame rimaneva sicuramente molto forte, come vedremo in seguito. Le loro strade si sarebbero di nuovo incontrate… erano amici dai tempi della vacanza a R., momento in cui Riccardo aveva conosciuto Laura.

La nuova  professione.

Intanto il soprannominato Mago, in seguito al periodo di lontananza, si dedicava tutto e per tutto nell’ approfondire alcuni argomenti. Leggeva, leggeva, libri comprati in una specifica libreria. Di chi libreria si trattava?
Era situata vicino casa di Riccardo, ma non si notava molto. Infatti si trovava su di un angolo, vicino ad una farmacia. Vendeva anche libri usati e di tutti i tipi. Dai romanzi e le poesie ai saggi storici, per arrivare proprio a libri di tipo esoterico-astrologico, ecc..
Il nostro protagonista  capitava lì due, tre volte alla settimana e vi spendeva abbastanza soldi. Ma sapeva, aveva capito che quella era la strada giusta. A volte si fermava anche a chiacchierare con il proprietario; persona già di un certo livello culturale e assai preparato anche in materie inerenti l’esoterismo. Di corporatura era slanciato, con due spalle abbastanza forti, anche se non grandissime. Il suo corpo misurava il metro e ottanta.
Capitava che il “Mago “  e lo stesso Michelangelo, ovvero il proprietario, chiacchierassero assai.  Impiegavano il pallido tempo pomeridiano a discutere di vari argomenti ( Fra cui anche la storia e la letteratura ). A volte s’affacciavano clienti che non si curavano della discussione per poi partecipare animosamente anche loro.
 C’era da sbizzarrirsi, ve lo assicuro.
Un mattino, mentre stava consumando la colazione squillò il suo cellulare. Si lo stava chiamando Antonio si il biscugino. Riccardo inizialmente non ci credeva e s’impappinò molto; la voce gli era come cambiata era calata di tono. Poi sorrise.
Antonio :”- Dai, sono io, sono proprio io. Come te la passi?.-“:
Riccardo :”- Ti abbraccio. Mi fa molto piacere sentirti. Dal periodo della mia lontananza è già passato più di un anno. Nonostante il tempo, mi ricordo vivamente di te.-“:
Antonio:”- Ho saputo da tuo padre che hai continuato a dedicarti alle materie esoteriche, come ti avevo insegnato. Prediligi l’astrologia? Fai i tarocchi? E la psicomagia?.
Comunque sia ti sto chiamando per invitarti a partecipare ad un corso di Astrologia, a Torino presso la Biblioteca Thoreau. Sei d’accordo? Non preoccuparti per il viaggio, ho la macchina e guiderei io.-“:
Riccardo:”- Sono felicissimo. Parteciperò al corso, quasi sicuramente. quando si  svolge ?-“:
Antonio:”- In questo periodo prenatalizio, ovvero fra una settimana.
Volevo aggiungere che le spese ci verranno rimborsate.-“:
Riccardo:”- Grazie, ti farò sapere in settimana.-“:
il “Mago” riflettette per qualche giorno e poi decise che avrebbe sicuramente partecipato al Corso.
Avvertì il parente e i due fissarono il giorno della partenza.
Dentro di se Riccardo già immaginava come il corso sarebbe stato interessante e istruttivo. Un evento da non perdere, dunque…
Trascorsa una settimana, arrivò il momento di partire.
Il corso risultò essere interessantissimo. Tanti gli argomenti e gli autori trattati.
Per caso i due incontrarono la stessa Giulia, amica di Laura e che Riccardo aveva un po’ conosciuto nella vacanza a R., anni fa.
 Infatti Riccardo volse lo sguardo indietro, quando  avvertì che una giovane donna lo stava salutando. Si scambiarono due occhiate veloci; senza parlarsi si presentarono, per poi abbracciarsi.
Erano commossi.
Il bis cugino fece una risatina sotto i baffi, per poi presentarsi a Giulia.
 Il corso era principalmente incentrato sull’Astrologia, che è una scienza molto complessa. Ma in alcuni momenti vennero considerate anche le religioni, i tarocchi e la psicologia.
Il “ Mago “ tornò un po’ indietro nel tempo con il pensiero, si a quando guidava gli autobus. Ma per un attimo. Si sentiva cresciuto e dentro di se percepiva Gabriele, che lo consigliava.
Adesso stava diventando un semi-professionista e la cosa lo rallegrava, gli dava impulsi di curiosità.

Nobile in cielo

Di Michele Ceri

Raimondo, mio fratello possedeva una grande fantasia. Io l’ho conosciuto molto bene e posso testimoniare.
Antonello, suo padre e anche il mio,  era una persona particolare. Infatti, fra le tante, credeva di essere un personaggio importante. In che senso?  Credeva fermamente di discendere da una famiglia illustre, ma che dico: nobile. Lo diceva a tutti, amici e conoscenti. C’è  da sottolineare che qualcuno, l’ascoltava attentamente e lo credeva addirittura  vero . Inoltre per darsi un certo tono,  anche per rabbia, di fronte all’evidenza aveva richiesto allo Stato la qualifica di Cavaliere. Ottenuto il documento lo teneva affisso in  salotto. Lo celebrava molto  da solo e ci teneva assai.
Detto questo a parte il volere della sua immaginazione, sapeva benissimo di non appartenere alla nobiltà.  
Anche lo stesso mio fratello, s’identificava  attraverso la fantasia in un personaggio nobile. Difatti, giocava con il titolo nobiliare di Conte. Alle feste tra bambini, i  coetanei lo seguivano. Durante quei giochi mio  fratello restava contentissimo, arrivava al settimo cielo. Ma anche lui non era concretamente, storicamente, nobile.
Giunsero  anche quell’ anno fatidico le feste natalizie. Quell’avvenimento ci rendeva assai felici, ci ritrovavamo per mangiare , ci scambiavamo i regali. Era festa. Raimondo aveva dieci anni, io, sua sorella, dodici.
Era sera tardi, il cielo scuro rimaneva accompagnato da un freddo vento.  Accadde che trovammo i regali incartati, nascosti  come di regola, in un angolo del salotto. Io li vidi per primo. Restammo sbalorditi, emozionati. Rappresentavano uno fra le cose più belle del Natale. Vicino era l’albero, chiaramente già tutto addobbato. Venimmo presi entrambi da una vivace gioia e altrettanta curiosità. Osservavamo l’albero fissando lo sguardo sulle lucine, appariscenti e di tanti colori : giallo, rosso, arancione, blu. Il vento intanto continuava a soffiare sui vetri delle finestre e si notavano la luna e le  stelle.
  Ma alla fine di tali sensazioni, aprimmo i doni. Mancavano però,  ancora due giorni al Natale. Trasgredimmo e provammo una sensazione particolare, come quando si mangia qualcosa di buono. Non sto qui a descrivere di che regali si trattasse. Ma restammo tutti e due felici.
Mi ricordo che la lancetta dell’orologio segnava le undici della sera. Mancavano  due  giorni al tanto atteso giorno. Dopo l’accaduto, trascorremmo alcune ore della notte a ridacchiare; poi ci ritirammo nelle nostre stanze, era molto tardi…
 Nessuno della famiglia ci aveva né visto né sentito. Avevamo trasgredito e ci  sentivamo  in colpa. E non poco.
Si trattava di un nuovo inizio ?
 Passata la notte e giunto  Il giorno seguente, in poco tempo i nostri genitori, s’accorsero di tutto. Dopo colazione, notarono i contenuti dei pacchi, già aperti. Così  rimasero molto colpiti e in preda all’arrabbiatura,  ci punirono. Nostro padre alzò la voce, cosa che accadeva soltanto in rare circostanze, nostra madre inveì su di noi.  Ci ordinarono di saltare direttamente il pranzo; mancava solamente  un  giorno alla tanto amata, festa.
Io rimasi tutto il pomeriggio nella mia cameretta, quasi piangevo.  Soffrivo moltissimo.
 Ma mio fratello, scappò di casa. Erano le cinque del pomeriggio.
Da quel giorno, da quel momento, Raimondo non fece mai più parte della nostra famiglia. Infatti appena scappato di casa, si diresse nel circostante bosco. S’aggrappò ad un ramo, salì in cima,  coraggiosamente quasi alla vetta.
Lasciò un foglio scritto appeso al tronco, della medesima pianta.  Lì diceva espressamente che non sarebbe mai più sceso. Per nessuna ragione.
Raimondo: “ Sono montato su questo bellissimo albero, sopra una pianta che diventerà per me, da oggi, la seconda casa. Adesso sono: Nobile in cielo.-“:
Strano a dirsi, ma vero, l’albero sul quale era salito si allungava molto verso il cielo. E poi appena saliti,  ad essere attenti, per chi ci faceva attenzione si notava che non aveva cima, o meglio la parte più in alto piano piano si trasformava in una scaletta. Ma dove portava la scaletta?
 Successivamente Raimondo  capì che giungeva proprio sulla stessa luna. Si l’astro che la notte ci appare d’argento colorato, sede del senno di Orlando in un celebre opera di Ariosto. Adesso mio fratello si sentiva ancora più importante, oltre a fingersi nobile viveva tra gli alberi e non solo poeticamente ma anche realmente poteva mettere piede nientemeno che sulla superficie lunare.
Dai giochi con i ragazzini, passava a girellare tra un ramo ed un altro. Del resto lì vi erano molti alberi. Si trovava nel bosco appartenente  a tutte le tre famiglie abitanti delle villette lì presenti. Erano i luoghi della sua infanzia, dei giochi…
 Cominciò la sua nuova vita.
Ad un certo punto, lo raggiunse una dolcissima scimmia,  di una tinta marroncina colorata  che gli donò un canocchiale.
 Ancora mio fratello non capiva da dove saltasse fuori. Si trattava di un animaletto  molto sveglio, all’apparenza.  Giramondo, ovvero il vecchio Raimondo,  si sentì felicissimo.  Con il passare del tempo tra i due nacque un’amicizia ed una forte simpatia.
Dunque   decise di sfruttare immediatamente, il regalo della scimmietta; così, incuriosito, e felice, in basso sporse lo sguardo  e notò immediatamente la figura di una carinissima ragazza, che già conosceva e di cui  era da molto tempo innamorato. Si chiamava Vanda,  soprannominata anche, Vandina. Aveva i capelli castano chiaro, le lentiggini e la stessa età del giovane Raimondo. Giramondo approfittò della situazione e cominciò a farle la serenata, con un altro regalo della scimmietta, il piffero.  Vandina però probabilmente non si rendeva conto, ma sentiva la musica e fissava lo sguardo in alto. Ma non vedeva nessuno.
Trascorse una mezz’ora  e Giramondo poi  s’addormentò dolcemente, mantenendo forte  il ricordo della ragazzetta.
Intanto in casa tutti eravamo preoccupati, anche perché avevano letto il bigliettino scritto da Raimondo.  Mio padre e mia madre si chiedevano quando Raimondo li avrebbe perdonati, quando sarebbe sceso per tornare alla vita di  sempre. Io  già avevo capito  che mio fratello sarebbe rimasto in alto, su in alto per sempre. Cercavo di rimanere più calma possibile, ma soffrivo…
Stavano per accadere cose fantastiche, adesso vedremo.
Proprio mentre mio fratello dall’alto osservava in qua ed in là, apparvero nel bosco alcuni ragazzetti, che giocavano. Si notava uno di loro, leggermente più alto e grosso. Sicuramente aveva qualche anno in più, degli altri. Ecco, si, lui dirigeva il gioco. Poi Giramondo s’accorse che in realtà si trattava di due gruppetti e piuttosto  vivaci. Si rincorrevano velocissimi; poi  la loro attenzione si soffermò sulla casa della gentile Vandina. Entrambi i due gruppi si diressero alla sua porta. La ragazza s’affacciò alla finestra e tutti l’osservarono. Trascorsero cinque minuti, ma la sensazione che tutti avevano era come se fosse passato ancor più  tempo. Improvvisamente uno di loro, tirò fuori da uno zainetto un pallone e così tutti si misero a giocare. Ad un certo momento, dopo una ventina di minuti leticarono un po’, formando un capannello. Uno di loro pianse.
Alle   sette della sera, tornarono a casa.
Giunse la notte, la luna piena illuminava gl’alberi e  il bosco, mio fratello  si percepiva un tutt’uno con la natura, forse perché viveva tra gli alberi. Si sentivano, ogni tanto, rumori di animali notturni che popolavano il bosco. Il suono della sera nel bosco, aveva aspetti particolari, colpiva l’animo ma restava difficile da spiegare con le parole di sempre, era qualcosa di misterioso e affascinante, da ascoltare attentamente come fosse musica vera e propria, ma che cambiava un po’, come tutto cambia, notte dopo notte.
Giramondo si frugò nelle tasche, prese una sigaretta e l’accese. L’aveva rubato al babbo. Fumava pochissimo, ma quando lo faceva gli piaceva tantissimo. Lo faceva per trasgredire e a volte si sentiva in colpa.
Intanto  però non riusciva  ad addormentarsi. Rimuginava su ciò che era accaduto nel pomeriggio. Si sentiva geloso, di quei  fanciulli che aveva visto giocare con  Vanda. Si, proprio, invidioso. Loro potevano parlare con la ragazzetta, giocare, toccarla. Notava, dall’alto la casa della ragazza e immaginava di parlarci. Cosa singolare dalla casa di Vanda si notava in una stanza la luce ancora accesa; questo incuriosì ancora di più mio fratello, che   intanto, parlottava dentro di sé. Poi s’addormentò. Così era già trascorso il secondo giorno, da quando Raimondo era fuggito.
Il giorno seguente, si svegliò che il sole rimaneva già alto e riscaldava tutto. Aveva dormito molto. Mentre sbadigliava gli  s’avvicinò un uccellino fischiettante. Gli fece tenerezza e così  gli sorrise. Poi stranamente s’accorse che il volatile parlava con lui. Strano, disse: fra sé e sé. Così misero su una discussione vera e propria. Ogni tanto il passerotto rideva e lui si divertiva ad ascoltare quel suono,  quella vibrazione che quell’armonia emanava. Questo l’arricchiva molto.
  Adesso eravamo in inverno e il vero momento per vivere nel bosco, non era adesso,  ma la  primavera. Non mancava però molto a quella stagione ed inoltre non  era  per adesso, fortunatamente  troppo freddo. Perlomeno in quei giorni. Giramondo già pensava alla bellezza della primavera. Quando tutto è in fiore, anche la vita stessa rinasce…

Passati ancora due giorni, io ed i miei genitori, preoccupati, uscimmo dalla villa di nostra proprietà e ci recammo nel bosco. Volevamo tentare l’ultima carta. Ma non riuscimmo a trovare il familiare e meno che mai, a parlarci. Purtroppo. La ferita generata da mio fratello non si era ancora rimarginata. Tutti in casa soffrivamo, il ricordo stesso, restava doloroso. Mia mamma, poco dopo tornata dal bosco, pianse.
Nel pomeriggio riapparve  a Giramondo la scimmietta, che cercò di capire quali fossero i suoi interessi. I due parlottarono.  Così  il dolce animale gli regalò un libro. Ma non difficile. Si la vita sull’albero, il ricordo della  vecchia vita restavano anche tristi e la lettura di un libro oppure la serenata con il piffero allietava assai l’animo.
Un giorno, dopo che aveva trascorso la mattinata a leggere, s’accorse che quell’uccellino che aveva conosciuto poco tempo fa, giaceva privo di vita, su di un ramo, su  una grossa fronda. A Giramondo, scesero alcune lacrime; ma poi s’accorse che altri passerotti stavano già compiangendo il volatile scomparso. Erano tutti in fila su di un ramoscello. Tutto aveva l’aspetto di un funerale…
Si trattava di una decina di uccellini, che ad un certo punto si presentarono  al giovane  finto nobile e  inoltre, dissero a voce alta il proprio nome. Poi intonarono assieme una musica adatta al momento. Giramondo ascoltava quella sinfonia e rimase sorpreso ed affascinato al medesimo tempo.
Il piccolo e dolce animale, disse l’amica scimmia, era stato ucciso da quei medesimi ragazzi, che giorni fa giocavano fra loro, sotto  i medesimi alberi.
 Proprio mentre guardava in qua ed in là, approfittando del canocchiale, scorse anche se restando su di un ramo alto, che nella villa vicino alla  casa propria, si dava una festa. Contento  ed incuriosito ancora di più, cominciò ad osservare, in quella direzione. Notò , poco dopo la presenza del  suo insegnante privato di flauto. Quest’ultimo, abbastanza alto, teneva baffi piuttosto lunghi.  In quel momento  parlottava con la padrona di casa. Mio fratello non capiva però, le parole.
 Ad un certo punto, entrò nella stanza una presenza femminile con un cagnolino al guinzaglio. Si mostrò a tutti; si trattava di Sandra, una vecchia amica di Giramondo, che abitava accanto al suo grande amore, la Vandina.  Sandra, carina e dai capelli biondi, andava come tutti a scuola. Ad un certo punto il suo sguardo , venne attratto da qualcosa; infatti notò un  pianoforte e vi si diresse per suonarlo. Lo strumento era sistemato in una sala della villa, anche se non in  quella maggiormente  ampia, ma forse la più bella. Il Professore, presente nella stanza, l’osservò attentamente. Poi  Sandra, nonostante tutto cominciò a suonare. Ruppe la timidezza. Eseguì svariati pezzi di musica classica e tutti l’ascoltarono. Anche se ancora molto giovane, aveva già acquisito una certa bravura nel suonare. Il maestro rimase felice e anche  a lui vennero fatti elogi.
Al calar del sole, gli invitati se ne andarono.
Giunse un’altra notte.
 Il giorno seguente accadde l’inimmaginabile.
Proprio mentre Giramondo scrutava il bosco, attratto come sempre da qualcosa in qua ed in là, apparve una tigre asiatica, vera e propria. Il giovane “nobile “ si domandò cosa ci facesse una tigre lì, vicino alle abitazioni.
In pratica l’animale era stranamente  scappato dallo zoo. Adesso in molti si trovavano  in pericolo. Mio fratello iniziò, con il canocchiale, ad osservarla: era d’aspetto bellissima.
Poi il padre di Vanda, molto  preoccupato avvertì la polizia. La tigre venne ricondotta immediatamente allo zoo. La giornata trascorsa venne ricordata da loro, per sempre. La paura aveva toccato tutti. Anche lo stesso mio fratello che adesso viveva sugli alberi.
Proprio mentre l’inverno era alla fine e s’avvicinava la primavera, la famiglia che abitava accanto a quella di Vanda, decise di andarsene. Volevano vendere la villetta dove, ormai da anni abitavano. Anche mio fratello lo seppe. Giramondo lo seppe dall’amica scimmietta. Fu così che, con il canocchiale,  tra l’altro graditissimo regalo, cominciò ad osservare quella stessa abitazione.
Giunsero i giorni del trasloco. A Vanda , tutto questo dispiaceva molto. La villa a fianco delle altre due sarebbe stata venduta. Ma a chi ?, Si domandavano in tanti.
Il trasloco durò, temporalmente  mezza giornata. Giramondo seguì, dalla cima dell’albero quello che accadeva.
 Questo sicuramente segnava un grande cambiamento, anche per me che conoscevo la ragazzetta.  Mi colpì un forte dolore. Che però seppi dominare. Io stessa ricordavo dei giochi tutti insieme.
L’abitazione, venne occupata da uno strano signore. Si trattava di un grandissimo studioso. Mio fratello l’osservava, da lontano. Era curioso, quello che faceva. Così  Giramondo  la sera al tramonto, quasi tutti i giorni, guardava in quella direzione, sino ad annoiarsi. Il signore, era un grande Professore Universitario   di lingua e letteratura italiana. Trascorreva il maggior numero dei pomeriggi, solo a studiare.  Aveva un’altra passione, quella per  il giardinaggio. Questa  non rappresentava un lavoro vero e proprio, ma un divertimento. Infatti curava minuziosamente il giardino, circostante  alla propria casa. A volte capitava che Giramondo lo notasse dall’alto, mentre annaffiava i fiori oppure piantasse semi di frutta nei vasi. Il giardino, già rigoglioso, con l’arrivo dello studioso divenne meraviglioso.
 Quest’ultimo,aveva addirittura un’amante, che contattava giorno per giorno. Si chiamava Silvia ed era sposata.
 Questo è tutto ciò che so.
Una volte ricevette una visita; si trattava di propri cugini, che da molto tempo non vedeva. Quest’ultimi, fratello e sorella pernottarono lì, in una cameretta riservata agli ospiti.

Trascorsero tre anni, dalla fuga di mio fratello da casa. Adesso Giramondo aveva tredici anni. Il giorno stesso del suo compleanno, il tredicesimo, a casa festeggiammo nonostante tutto . Anche se naturalmente mio fratello mancava. Fu una festicciola tra di noi. Mio fratello però, seguì tutto da uno dei rami più  alti e grossi.
Io affettuosamente, scattai alcune foto. Ma anche quel giorno, come tutto, passò. Mi lasciò dentro una sensazione indescrivibile con le parole, ancora più intensa; un desiderio irrefrenabile, una ricerca della vita, con la V maiuscola. Un interessamento spontaneo del passato, un’ accettazione sofferente del presente. A tutti, alla fine caddero alcune lacrime. Sembrava che dal giorno della fuga di mio fratello fosse trascorso poco tempo. Il suo ricordo restava forte, era ancora come se lui fosse ancora tra noi; mangiare la torta, quella torta sembrava quasi mettersi in contatto con lui.
Giramondo decise un giorno assolato, di fare alcune letture; sì letture anche difficili. Ma era solo un sogno, visto che lui ancora era piccolo. L’amica scimmietta,  saputolo alla fine, vogliosa di soddisfare Giramondo, gli fece pervenire alcuni difficili testi. Lui gli conservava gelosamente…

SECONDA PARTE.

Mentre s’interrogava sulla bellezza e difficoltà di alcune letture alcuni misteriosi personaggi apparvero nel bosco, all’improvviso, sbucando da un qualcosa…
Apparve inizialmente, agli occhi di mio fratello, un cane, dall’aspetto tranquillo, pacifico, non molto grosso e di color marrone scuro, a chiazze. Mio fratello cominciò ad osservarlo con il canocchiale, per capire meglio ciò che stava accadendo. Meravigliato  scese vicinissimo all’animale che strano ma vero,  parlava; disse il suo nome a Giramondo. Si chiamava Ulisse. Questo spiegò a mio fratello alcune cose. Difatti egli aveva la dote sia di parlare che di vedere da lontano, anche da molto lontano. Giramondo rimase giustamente  sorpreso.
Prima ancora che potesse elaborare felicemente quanto accaduto, mio fratello divenne  oggetto di un’ ulteriore  strana apparizione . Si mostrò davanti a lui e a tutti gli effetti, nientemeno che il celebre Scienziato S. Si trattava di un medico filosofo, grande intenditore di extraterrestri, alieni, mostri spaziali, ecc… aveva in merito una  grandissima cultura.
Infine la terza ed ultima apparizione: Mister F. che esternamente sembrava un mezzo fantasma; F. per chi non lo sapesse stava per Futuro.
I tre personaggi, guardarono il tronco dell’albero, casa di mio fratello e risero. Poi, uno alla volta, eccetto Ulisse, si presentarono all’abitante dei boschi. Giramondo restava esterefatto. Venne preso anch’egli dalla forza della risata.
 Qualche secondo dopo le presentazioni, lo Scienziato cominciò a parlare.
Scienziato:”- Da molti anni, studio l’Universo e i suoi abitanti. Sono criticato dai Professori di molte Università, ma in merito sono il più esperto, nel mondo. Il mondo Accademico è invidioso, anche se fa finta di niente,  mi snobba.
 Gli alieni esistono veramente  e sono di vari  tipi. Sia  nella nostra galassia, che  in altre. Il qui presente cane Ulisse mi ha accompagnato nello studio, analizzando ogni cosa con la sua possente vista.  Ecco che dopo queste parole, Ulisse scosse la testa e prese ad abbaiare. Tutti i presenti  lo guardarono, sorridendo. Lui fissava l’ albero, dove rimaneva seduto mio fratello.
Giramondo in quei momenti osservò tutto attentamente. Ma chi erano loro? C’era da fidarsi? ( Si stropicciò gli occhi ).
La sua vita però sarebbe a questo punto cambiata, arricchita di altre cose; incominciava un ulteriore capitolo e l’immaginazione aumentava vertiginosamente. Giramondo lo capì subito.
 Eravamo al crepuscolo, tutto cominciava a tacere, nella zona e  tra non molto sarebbero comparsi  i suoni  della notte, quando anche la luna sembra parlare…
E Mister F., chi era?
 Per specificare direi intanto che quest’ultimo aveva un rapporto empatico con la natura. Gli piaceva molto osservare i  paesaggi, si perdeva tra i colori. Di lui non si sapeva niente; né dove fosse nato, né da dove provenisse. Era molto amico dello Scienziato e di Ulisse.
Alto, portava la barba molto lunga, quasi del tutto bianca. Fumava qualche sigaretta, che stranamente erano lunghissime e sapevano di miele. Le conosceva soltanto lui, non si sa nemmeno dove le comprasse; forse su qualche altro pianeta, qui non esistevano.
Scendendo nei dettagli,  il cane Ulisse, il giorno seguente la loro conoscenza,  raccontò molte cose sulla vita dello Scienziato.
E mio fratello l’ascoltò, meravigliato quasi del tutto; mentre il dolce animale raccontava, Giramondo sembrava addirittura identificarsi in quelle esposizioni. A volte pensava senza però essere visto:” ( Ma cosa dice ? ).”:
Si, lo Scienziato assai concentrato sullo studio degli extraterrestri, da anni,  così raccontava Ulisse,ebbe la grande fortuna (oppure sfortuna ) di venire a contatto con gli alieni si, conobbe abitanti di altri pianeti.
 Come era accaduto ?
Mentre infatti, anni fa, lo Scienziato stava studiando assiduamente e con buoni risultati, in luogo con dei resti antichissimi, preistorici, apparvero proprio gli extraterrestri. Esattamente  si trovava vicino a caverne affascinanti, per un qualcosa di misterioso, con pezzi di prato singolari come attraversati da una luce argentata e presenti tracce di un qualcosa di particolare ma quasi del tutto sconosciuto.
Apparvero la notte, o meglio dopo un’ora il tramonto del sole. Inizialmente  lo Studioso rimase colpito da un fosforescente raggio di luce, accompagnato dalla visione di quei personaggi, ritenuti da molti, fantastici. Erano circa quattro. Lo Scienziato inizialmente rimase  sbalordito, in quanto non aveva previsto tale avvenimento. Poi disse :” Ho così capito tutto.-“: Poi girò la testa un po’ disturbato. Era per ben due volte fortunato.
Ecco che un personaggio apparso, come normalmente si fa si presentò.
Lo studioso, prese così  l’ occasione al volo ( dentro era felicissimo ).
Lo fecero salire sull’astronave, che osservò nei dettagli.
Venne invitato a fare un viaggio, anche a scopo di lavoro su di un pianeta lontano, in fondo alla nostra galassia. Si trattava di “ Combat “ “ un pianeta non grandissimo. Ma pieno di sorprese.
Accettò l’incarico, senza farsi troppe domande. Gli venne affidata un’astronave di loro fabbricazione, capace di raggiungere velocemente, pianeti, luoghi lontanissimi.  Andava velocissimo.
Di che tipo di astrusa macchina si sta parlando ?
Nessuno è quasi certo aveva mai visto un  tale congegno, sulla terra; almeno da così vicino.  Lo Scienziato l’osservò attentamente. Che aspetto  aveva ?
Possedeva esternamente caratteristiche di una macchina di formula uno, almeno per quanto concerne la parte davanti, le portiere. Ma invece il posto centrale, era molto più capiente. Potevano starci in tre persone, forse quattro.
Chiaramente attaccate non apparivano le due ruote. Infatti apparivano le ali.
 Lo Scienziato assicurò che l’avrebbe utilizzata.   
Intanto mio fratello si chiese :”- Cosa sta accadendo ?”:
Si cosa ci facevano tutti quei simpatici personaggi, più mio fratello nel bosco, fra l’altro  vicino alla nostra casa? Fatto sta che comunque sia, i nostri familiari non si resero conto di niente; tranne io, che anche adesso sto raccontando…
Dopo la confessione di Ulisse qualche minuto dopo, lo Scienziato  S. cominciò   nuovamente a parlare. Gli altri due presenti, e mio fratello si guardarono attentamente negli occhi.
Scienziato:”-  Già proprio con il mio primo incontro con gli alieni, avvenuto in quel misterioso luogo , ero riuscito in qualche modo a sfatare alcuni enigmi su presunti altri abitanti dell’Universo. Quello che precedentemente anche io stesso supponevo senza essere completamente sicuro, con l’incontro in quel luogo, tutto si risolse, oramai direi senza dubbi.
Però tali argomenti continuavano a incidere su di me, sulla mia esistenza. Ero ancora molto curioso, febbricitante, direi.
Inoltre ironia della sorte, aveva conservato in un posto segreto, proprio la piccola astronave, regalo degli stessi exaterrestri. Era bellissima, sia esternamente che all’interno. Volevo in qualsiasi modo utilizzarla, per sfatare altri dubbi.
 Ma poi recentemente, proposi di dì  effettuare un ulteriore viaggio, che proseguisse il lavoro del primo e con lo scopo di capire  il rapporto degli alieni con l’essere umano, con la nostra galassia.
Anche l’amico  cane sbalordito era felice, abbaiò per alcune volte.
Lo scienziato s’affidava molto alla collaborazione, sia d’Ulisse che di Mister F. Erano inseparabili.
Chiaramente tutto questo avveniva prima che mio fratello conoscesse quel “ Trio “.
Gli alieni inoltre, conoscendo un po’ lo Scienziato e la propria arguta curiosità, gli avevano donato un manuale, scritto da loro stessi, riguardante li alieni presenti nell’Universo… tale libro gli consentì di essere più preparato durante il percorso nello spazio di capire ancora di più, ciò a cui andava incontro.
Iniziarono il viaggio, proprio loro tre.
Prima di tutto cominciarono, sempre nella nostra galassia, ad osservare un pianeta dove la terra ferma appariva circondata dall’acqua. Similmente alla Terra, prima che si fossero configurati i continenti. Ulisse abbaiando un po’ fu il primo a notare tutto, del resto la sua dote di vedere da lontano avrebbe affascinato chiunque, ma anche quell’aspetto apparteneva all’immaginazione e basta?
Ulisse descriveva e M. F. annotava instancabilmente quanto esposto.
 Nell’isola gigante non vi erano abitanti, ma nel mare sì. Anche se il gruppetto non riuscì a capire molto di più.
Lasciarono la nostra galassia, ovvero la Via dell’Avventura e entrarono in un sistema quasi sconosciuto  a tutti ,scienziati compresi.
Si sa ma la voglia di capire, di andare fino in fondo dello Scienziato S. era illimitata, come anche immenso e senza fine è l’Universo.
Mister F. ridacchiava ogni qual’volta appariva qualcosa, che sembrava strano, sconosciuto. A volte si fissava fuori con lo sguardo dall’oblò, i colori luccicavano sembrava un quadro fiammingo. Lui amava queste cose. A volte accendeva una delle sue sigarette.

Il viaggio si manifestava lungo e pieno di mistero. Tra i tre apparve una paura, un timore. Questo dopo essere venuti a contatto, con un’astronave con a bordo alcuni alieni e animali spaziali. Quest’oggetto li incuriosì moltissimo, inoltre ebbero occasione di stabilire una relazione.

Stavano giungendo sempre di più ai confini dell’Universo, quando decisero di tornare sulla Terra. Avevano già visto molte cose. E sicuramente per adesso restavano i primi al mondo ad avere specifiche informazioni.
 Il loro racconto terminò e i tre più Giramondo si fissarono rendendosi conto di essere nel bosco.
 Tutto questo aveva dei riscontri positivi, era sicuramente servito a qualcosa. Lo Scienziato aveva, fatto alcune foto e accresciuto così la propria cultura e informazioni  sugli alieni.
Adesso poteva ancor più considerarsi il più esperto sulla Terra. Anche se a questo punto  i professori adesso l’avrebbero sicuramente ancor più invidiato.
Ecco che con l’apparizione avevano conosciuto Giramondo, adesso divennero amici, collaboratori.  Mio fratello era rimasto stupito e incuriosito da tutto ciò. Tutto  accresceva la sua fantasia, come quando da bambini si gioca e ci si diverte e le ore passano velocemente.
 In quel momento i tre fatidici personaggi e mio fratello si sentivano uniti, legati dalle loro stesse fantasie.
 Anche nello spazio, come sulla terra, il  tempo trascorreva velocemente. Così  sopra i rami del tanto amato bosco, casa adesso e per sempre,  di mio fratello.
 Così , Giramondo non era più un ragazzetto, anche se noi in famiglia lo ricordavamo ancora come tale. Pensavamo molto spesso a lui, al suo atteggiamento, alla sua voce, alla sua florida fantasia. Il vuoto che aveva creato era incolmabile.
Così accadde che anche la vita nel bosco, sui rami veniva anche quella interrotta.
 Intanto cosa accadeva a Giramondo ?
 ‘Già, è anche vero se vi ricordate bene, che un albero del bosco abitato da mio fratello, il primo sul quale era salito, arrivava a toccare la Luna, anche se attraverso una scaletta. Si la luna, proprio la luna… 
 Era giunto il momento dell’ultimo, grande cambiamento. Mio fratello decise di sfidarsi fino alla fine. Così salì  in alto, più in alto possibile, per poi guardare con nostalgia, il panorama. Apparivano, le case il bosco e i ricordi aumentavano a dismisura; gli scesero stille di pianto. Terminata la commozione,  l’avventura continuava.
Giunto sul ramo più alto, decise di continuare a camminare e così salì sulla scala.
La scala si elevava sino alla luna, ma vi erano un  numero eccessivo di  chilometri da fare. Ma sopra di essa si viaggiava molto velocemente. Sembrava di volare. Ad un certo momento si sentì stanco e ironia della sorte apparvero i tre personaggi, che l’invitarono a continuare il viaggio sopra la loro astronave. Giramondo acconsentì.
Quando finalmente e tutti insieme giunsero sulla luna ecco che davanti, in un locale, si svolgeva un concerto musicale, stranissimo. A suonare infatti,  vi partecipavano animaletti spaziali ed alieni. Ascoltarono  il concerto per due ore. 
Giramondo venne colpito molto da un animaletto dall’apparenza di peluche che suonava il flauto. Il coro era assai suggestivo e Giramondo rimase esterefatto, commosso; la sua intelligenza lo faceva ragionare a dismisura  come una fontana che emette molta acqua, perché aperta continuamente.

Così i giorni trascorrevano e al tempo stesso  Giramondo si divertiva ad osservare, su di un albero finto e con il canocchiale, la vita dei presenti abitanti. Era curiosissimo e letteralmente affascinato. Inoltre non aveva grandi rimpianti.
Anche il “ Trio “ andava avanti, coltivava dei progetti…
Ad un  certo momento, un giorno accadde che dei piccoli extraterrestri , si avvicinassero al grosso albero e lì si misero a parlare, ad alta voce.
Giramondo rimase incuriosito da tutto ciò e così riuscì a parlare con loro. Chiacchierarono molto.
Cominciò piano piano un periodo in cui Giramondo trascorreva il tempo parlando con quei ragazzi. Gli raccontava molte cose. Sia della propria famiglia, ma anche della successiva vita sui rami degli alberi. Parlava molto, descriveva: la scimmietta, Vandina la giovane ragazza della quale si sentiva innamorato, dell’uccellino, della tigre scappata dallo zoo e giunta nel nostro bosco. Tutti l’ascoltavano, ridendo, oppure facendo domande.
Un pomeriggio appuntò tutte le sue avventure su di un diario, che possedeva perché regalato dalla scimmietta, tanto tempo prima. Ridacchiava, fra sé e sé, adesso era solo, le ombre l’unica compagnia.
Dopo qualche anno, venne preso dalla nostalgia, condizionato anche da quello che aveva scritto tempo prima sul diario. Pianse.
Ecco che qui termina il mio racconto su mio fratello, nobile in terra ed in cielo.

PIOGGIA

Di Michele Ceri

Il padre d’Antonio restava una figura particolare. Un uomo d’altri tempi, in sostanza.
Accadeva che volesse costruire una veranda in legno, vera e propria, nell’ampia terrazza. Antonio ancora piccolo, giocava su lo stesso loggiato, proprio con i coetanei. Quei ragazzetti erano tutti molto vivaci, tanto da far preoccupare, a volte i genitori.
Babbo cominciò il lavoro. Inizialmente si pensava che la cosa richiedesse molto tempo, ma invece il portico venne edificato in meno di due anni. Giovanni, il padre fece tutto da solo. Usò molte assi di legno assai pregiato, inoltre una serie di attrezzi; si può affermare con certezza che custodiva proprio sulla medesima terrazza un luogo, dove vi erano custoditi una molteplicità di utensili. Si erano conservati ed utilizzati due tipi di seghe, una sega elettrica, tre tipi di martello, una macchina per levigare il legno, cacciaviti ecc…
Da tutto quel lavoro, durato qualche anno, nacque una veranda stupenda; il loggiato appena edificato veniva adibito a cameretta e vi restava posto, accanto, anche per un salottino.
Ma il genitore d’Antonio aveva altre particolari qualità, da non sottovalutare, assolutamente. Il padre, proprio in quel periodo si esercitava con il vuoto di pensiero, la meditazione. Seguiva gl’esercizi la notte, prima di prendere sonno. Abbinava respiro e immagine di un astro. Fece presente di questo anche al figlio e questo si sentiva assai incuriosito da volere provare anche lui stesso…
Trascorsero già undici anni dalla costruzione della veranda. Antonio non era più un bambino certamente.
Sicuramente Antonio, conosceva già suo padre. Molto, da un certo punto di vista.
Certo del babbo avevo stima, lo conosceva abbastanza bene, ma non aveva capito tutto.
Come tutti gli anni, giunse il periodo estivo. Proprio durante quel medesimo anno, ancora non avevano trascorso le ferie in alcun posto. Ma sicuramente sarebbe arrivato il momento di fuggire e giustamente, dalla città. Destinazione Val nascosta; come ogni anno.
Difatti , alcuni amici della mamma a loro affittavano, da anni, una carinissima casina nel bosco, Località Gemmes , presso Val Nascosta. Si trattava di una villetta, sopra il paesino, nascosta tra il verde; questa trasmetteva qualcosa di magico. Emanava mistero: lì Antonio si sentiva protetto, sicuro e vicino ai familiari. Cosa che arricchiva molto il suo cuore. Vi aveva trascorso molte estati. Ma ardentemente, ancora sognava di tornarci. E nessuno avrebbe potuto opporsi a quel suo desiderio.
Oltre a tutto ciò, come successo a molti, prima dell’inizio delle vacanze, aveva sostenuto l’Esame di Stato. Superò la prova con una votazione più che sufficiente. Si sentiva soddisfatto, ma si trovava ad affrontare un cambiamento. E grande.
Guardando dietro gli appariva l’eroico passato, ma il futuro lo spaventava e non poco. Per alcuni aspetti doveva cominciare nuovamente tutto da capo. Ma non voleva darsi per vinto; si trattava sostanzialmente di una battaglia con se stesso. Si sforzava di superare mentalmente i problemi riguardanti il futuro. Cosa l’aspettava? Anche se maturo, le difficoltà sarebbero giunte sicuramente. Lasciava alle spalle il periodo spensierato della scuola, la prima adolescenza. Con tutte le sue caratteristiche. Un pizzico di malinconia lo toccava, leggera come una carezza e difficile da dimenticare, come il vento di primavera o le sere di settembre.
Così mentre il tempo trascorreva lentamente, come accade quando sei giovane, al tempo stesso la mente anelava fortemente a qualcosa di misterioso, curiosava nei punti più affascinanti e sensibili della vita stessa, come il primo bacio, la prima sigaretta, lo studio di uno strumento da piccolo…
Alla fine, per fortuna, la mamma riuscì a stabilire il periodo delle vacanze, proprio nella Val Nascosta, in quella medesima casetta da sempre oramai deputata al trascorrere delle vacanze della famiglia Araldi. Si trattava di un toccasana, di un avvenimento positivo e molto fortunato. Per tutti: mamma, babbo e figlio.
Ma però la signora Araldi, malata d’influenza, sarebbe partita qualche giorno dopo.
Così finalmente alla metà di luglio, lui e il padre, partirono, con la felicità della mamma.
Antonio, ancora non capiva che si stava per aprire una finestra sulla sua vita, dalla cui apertura avrebbe potuto scorgere qualcosa per poi riflettere sull’esistenza, su suo padre, e altro…
Durante il viaggio capì del tutto chi fosse suo padre. E questo non è assolutamente poco.
Cosa accadde? Dopo quattro ore dalla partenza, sull’autostrada cominciò a piovere. Pioveva moltissimo, senza esclusione di colpi. Le gocce fitte e forti sbattevano la loro cima appuntita sulla macchina. Colpivano il metallo senza ferirlo, mentre penetravano nell’animo dei due: padre e figlio; guidatore e passeggero. Il rumore rimaneva assordante, monotono e continuo; sembrava parlasse, anche se non si capiva materialmente cosa volesse dire. Il cielo restava coperto e colorato di blu scuro. Non si scorgeva salvezza, da tutto ciò; tutto e tutti, qualsiasi cosa, sembrava come inghiottita dal buio nero del mondo. Assente la luce. L’acqua si percepiva come la marea, schiumosa, notturna. Salata e selvaggia. Circolavano molte macchine; il tragitto restava ancora lungo. Cosa accadeva? Certamente non cessava mai di piovere.
Antonio si trovava in macchina, seduto sul sedile; accanto il padre. Egli imperterrito andava avanti, correva, guidava, concentrato al massimo,: anche se dall’alto scendeva, imprevedibile, la rabbia della natura. Potevano anche morire, fare un incidente, oppure fermarsi, a causa della potenza distruttrice manifestata dal tempo.
Non dimenticherà mai quel giorno, quella sera, la pioggia incessante, i tuoni i fulmini e le macchine che attraversavano il continuo cielo d’asfalto.
Trascorsero quasi due ore, poi provvidenzialmente la forza oscura del cielo cessò. I due avevano sicuramente percorso un bel tragitto, un notevole numero di chilometri. Cento, duecento ? Chissà. Ecco che dopo pochissimi minuti, apparve in lontananza, ma pienamente visibile, l’arcobaleno. Successe che immediatamente, entrambi si ricordarono di essere se stessi, di essere ancora vivi, di poter osservare il cielo… Questo incuriosiva assai entrambi.
Ancora oggi, dopo tanti anni, Antonio si domanda come abbia fatto, sia materialmente che spiritualmente il babbo a continuare a guidare, nonostante tutto. Sicuramente il babbo aveva dentro di sé un grande spirito, senza dubbio. Del resto era la stessa persona, che da piccolo era riuscito a costruire la veranda e che addirittura l’aveva un poco indirizzato al vuoto di pensiero. Si lo stesso.
Così quest’ultimo , anche se in modo non programmato e senza tante parole gli dimostrò una cosa molto importante; come nella vita non ci s’arrende mai e che per vincere le battaglie che durante la vita accadono, si deve insistere. La vita gli ha insegnato questo; attraverso il padre, quel viaggio, quella pioggia.
Anche adesso, che Antonio è adulto del tutto, dopo anni, a volte ripensa a quei tempi, in cui sua la famiglia trascorreva le ferie estive in quella villetta in Val Gemmes nella zona montana della Val Nascosta.
Si rammenta che lì, anche gli stessi ragionamenti più importanti, sul passato e sul futuro si fermavano, un attimo. Regnava una sensazione come di silenzio. Inoltre i monti attraverso i colori erano avvolti da una sensazione di mistero. Vivere lì significava dimenticare il resto, tornare piccoli…
Quello che in quei momenti, maggiormente lo colpiva e che vivamente ricordava dentro di sé rimanevano il paesaggio, la bellezza della natura. Assieme anche agli animali lì presenti. Come ad esempio la marmotta, o l’aquila. Ma anche le mucche ed altro.
Antonio :”- Mi piace immaginare come la vita dopo la morte sia un luogo che potrebbe essere simile a quello delle Dolomiti. Ecco che lì avrei la possibilità di incontrare, oltre al sole splendente, anche e nuovamente, amici e parenti.
E vivere per sempre con loro-.”:
Anche durante il ritorno, curiosamente piovve ma molto meno. Cascava una leggera pioggerellina, tesa a significare pace tra cielo e terra.

Il professore sull’isola

di Michele Ceri

Faceva caldo. Era l’inizio dell’estate.
Francesco sonnecchiava ancora, ore : otto del mattino.
Ad un certo punto suonò il campanello , che interruppe istantaneamente quel po’ di silenzio che ancora vigeva. Francesco velocemente scese dal letto e rispose al citofono. Si trattava del postino. Subito dopo, si vestì, scese le scale, per ritirare una lettera. Apprese subito, guardando la busta che Il mittente era nientemeno che il suo vecchio Professore di lettere, delle superiori: Alfonso Gatti. L’allievo rimase emozionatissimo, per vari motivi. Ancor prima di aprire e leggere la lettera, venne preso da un grande senso di felicità, perché era tanto che non aveva più rapporti di nessun tipo con l’insegnante. Già da due anni, per essere precisi.
Tornato nell’appartamento, salutato il postino, passarono alcuni secondi, caratterizzati dall’enfasi, poi Francesco, anche se emozionato aprì la busta e iniziò a leggere il contenuto.
Leggendo veniva fuori che il Professore non stava fisicamente bene, che inoltre era contento se Francesco lo fosse andato a trovare. Specificava che adesso viveva su di un’isola, soprannominata Isola Calma.
Inoltre fece presente all’allievo che proprio lì sull’Isola si sarebbe tenuto un interessantissimo Seminario, che trattava di letteratura… si, nello specifico dell’arte dello scrivere. Lo stesso Alfonso vi avrebbe partecipato, come insegnante. Francesco si domandò :” Però, interessante !-.:”
Il pensiero di lui, volò immediatamente proprio sul luogo dove adesso viveva il caro Professore; ovvero l’ Isola calma. Tale nome l’aveva già molto incuriosito. Isola calma: così veniva chiamata da sempre; si scorgeva all’orizzonte, anche dalla terra ferma. Non grandissima di dimensione, emanava eppure un forte senso di tranquillità appunto, proprio per la sua bellezza e soprattutto perché vi era molta vegetazione e la spiaggia appariva sotto delle scogliere. Dai faraglioni la vista era eccezionale: s’assisteva ai giochi del mare. La calma era solamente apparente..
Quest’ultima ospitava il famoso Professore, che era stato anni prima insegnante di Francesco stesso.
Dopo aver letto la missiva, Francesco guardava un attimo l’orologio , poi sporse la testa alla finestra; notava un panorama bellissimo, il sole già sorto, nuvole sparse, cielo limpido. Il tempo era già abbondantemente entrato nella stagione estiva, in tutti gli aspetti e fra non molto sarebbe arrivato il caldo torrido, almeno stando ai metereologi. Ma questo impauriva lo stesso Francesco, anche perché in quelle circostanze aumentavano le sensazioni negative e il tempo passava più lentamente, lasciando spazio ad eccessivi ragionamenti.
Nei seguenti giorni Francesco si trovò a riflettere, sia su quanto affermato nella lettera che sul rapporto avuto anni prima con l’insegnante. L’idea inoltre del seminario lo aveva molto colpito anche perché lui stesso amava la letteratura. Ovvero sia leggere ma anche scrivere; soprattutto scrivere. Era curioso dell’invito.
Scese la notte…
Prima ancora che fosse trascorsa una settimana dal ricevimento della lettera, Francesco decise di recarsi sull’Isola; sia per andare a trovare il caro Professore, che come specificato nella missiva aveva avuto una forte influenza, che per partecipare al Seminario. Voleva molto bene al Signor Gatti e l’intristiva molto che in questo periodo non stesse proprio benissimo; anche se possiamo dire che il peggio era passato.
Così avvisò i propri genitori e poi la sorella. Quest’ultima saputolo sorrise e rimase felice.
Il giorno della partenza cadeva di venerdì. Faceva assai caldo già la mattina.
Francesco fatta la valigia, preparatosi velocemente, come ultima cosa accarezzava il cane Black, il suo piccolo grande amico a quattro zampe, che incuriosito gli saltava addosso, come affascinato da tutto quello che stava girando intorno al padrone.
Francesco :”- Ciao caro, a presto.-“: e sorprendentemente il cane abbaiò con tono festoso. A quel punto Il padrone lo scrutò attentamente e pensò dentro di sé che non tra non molto si sarebbero sicuramente rivisti. Ma nel cuore s’insinuava nonostante tutto una ferita piccola.
Chiamò un taxi per arrivare alla Stazione, che restava non lontano. In dieci minuti giunse alla Stazione e poi si mise in coda alla biglietteria. Il viaggio per raggiungere l’Isola cominciava alla stazione di V. dove Francesco si fermò una ventina di minuti; il tempo volò e arrivò il treno che lo avrebbe condotto al Porto. Per raggiungere l’isola da casa propria, il tempo necessario era di due ore di treno e mezz’ora di battello.
Con se stesso aveva già stabilito di non restare molto a casa del Professore, qualche giorno, meno di una settimana sicuramente. Si sentiva comunque sia felice e certamente non imbarazzato, si trattava di una decisione personale, caratterizzata da un anelito di trasformazione e maturazione interiore. Dettata dalla propria intelligenza, dalla propria curiosità . Intuiva che sicuramente avrebbe imparato qualcosa. Aveva chiarito con se stesso, che tutto quello che stava per accadere sarebbe stato giusto e quindi questa vicenda valeva la pena viverla, per quello che era.
Durante il viaggio in treno gli tornarono alla mente ricordi dell’infanzia, quando assieme ai genitori, trascorreva le ferie su di un’altra Isola, di cui però non ricordava il nome, ma dove vi erano sia il mare che la pineta.
Arrivò finalmente al Porto, dopo due ore trascorse anche a ricordare. S’imbarcò…
Appena salito sopra la nave, avvertì del malessere; perché ? Sopraggiunsero pensieri che apparivano spesso, nei momenti in cui cercava di realizzarsi, oppure nei casi in cui sperimentava qualcosa di diverso.
Tutto odorava d’ estate.
L’isola già si notava all’orizzonte. Ciò, vista dalla nave, appariva come fosse un quadro; la natura il pittore. Ma come mai la chiamavano Isola calma? A questa domanda Francesco, per adesso non sapeva rispondere. Chi lo sapeva? Si domandò.
Appena arrivato sull’Isola accortamente contattò con il cellulare immediatamente il grande Professore che, già l’aspettava felicissimo dell’evento; egli inviò un’amica a prendere il caro allievo, con la propria macchina, una vecchia cinquecento. Sorrise e rimase zitto.
Nel frattempo, Francesco si sedette su di una panchina, restando sempre nei pressi del Porto. Aspettava con tranquillità, fumando, ma non era nervoso; tutt’altro. Velocemente prese al bar un caffè e si distrasse da tutto, un attimo. Sentiva dentro se stesso una forte emozione. Ma ambiva andare avanti , superare anche gli ostacoli interiori, che già molto si erano presentati…
L’amica del Professore, in una trentina di minuti giunse al Porto e riconobbe Francesco dalla descrizione datagli dal Signor Gatti. I due si strinsero la mano calorosamente anche se non si conoscevano; ad entrambi brillarono gl’occhi, in quanto dettato dalla sensazione del momento. In quel momento non pronunciarono parole, solo qualche sguardo e intensa curiosità, reciproca.
In poco meno di mezz’ora, giunsero alla Villa dove abitava il Professore. Quest’ultimo già in là con l’età, portava un aspetto signorile; calmo, colto ed intelligente, aveva i capelli quasi tutti bianchi, ma manteneva comunque un aspetto giovanile. Ma quanti anni aveva? Sicuramente vicino ai settanta.
Nella vita aveva insegnato per molti anni ,senza mai essere eccessivamente severo; però dava molto agli alunni e in cambio pretendeva da loro, era stato molto amato, dagli studenti. Tra cui anche lo stesso Francesco ma certamente in molti lo ricordavano, anche adesso che non insegnava più.
Fatto sta che da un po’ di tempo aveva smesso di fumare, si ci era riuscito alla fine ma però in compenso mangiava dei cioccolatini; ne comprava molti e di vari tipi e in grande quantità, così che s’accumulavano lentamente sul tavolino del salotto, accanto alla televisione. Era un mucchietto che giustamente lui gustava quasi sempre, nel momento che guardava il mare, oppure quando seguiva programmi interessanti alla televisione, oppure quando leggeva o scriveva.
Abitava sull’isola dal momento che era venuto in pensione, ovvero da due anni.
Il luogo, la villa, risultava molto bella, sia per la zona ed anche per come l’edificio appariva curato. All’esterno rimaneva un grande giardino, idilliaco e l’ì il Signor Gatti trascorreva molto del suo tempo, leggendo, ammirando il paesaggio, addirittura meditando. Si divertiva ad osservare il mare, che a volte quieto e a volte arrabbiato, emanava sensazioni particolari, diffondeva energia; soprattutto d’inverno, quando non vi era nessuno, tranne la natura, compagna fedele d’ogni tempo; conversava interiormente con tutti, osservando il panorama, punto e basta.
Aveva ereditato la villa da un parente della mamma. Che fortuna, adesso era: ricco!
Francesco e Alfonso si rivedevano finalmente , così si presero fra le braccia e si baciarono affettuosamente. Fortissima l’emozione, i due si scambiarono molti sentimenti, in pochissimi attimi .
Del resto all’ allievo caddero stille di pianto ed anche Alfonso si commosse. Tutto ciò restava comprensibile, dopotutto.
Passato il momento dei saluti e dell’ emozione iniziale, cominciarono a parlare.
Inizialmente il Professore gli ricordò di non stare ancora bene, di avere avuto una forte influenza, ma di tenere comunque insieme ad altri, un breve Seminario sulla letteratura, incentrato sull’arte dello scrivere.
Inoltre insieme, ricordarono alcuni avvenimenti , accaduti a scuola. L’allievo l’ascoltava, rammentando dentro di sé quei momenti, quei giorni per riscoprirli nel presente. Poi il Professore, domandò :”-Ciao caro amico, hai fatto bene a raggiungermi. Sono sicuro che sei venuto qui anche per il Seminario, non è vero?-“.
Francesco :”- Volevo rivederla; sa lei una volta era il mio Professore d’italiano, e…e si il seminario deve essere molto interessante-“:
Subito dopo, all’allievo cominciarono a tremare un po’ le mani, agitato si guardava intorno.
La discussione tra i due divenne prolissa, cosi si narrarono cose del passato, rivivendole. Si ricordavano del primo giorno di scuola, delle interessanti lezioni del Gatti e della politica studentesca. Infine degli innamoramenti. Entrambi si ricordavano molto di quei tempi. Elencarono diversi avvenimenti.
Passato un attimo, facendo chiarezza , Francesco spiegò di avere dei dubbi riguardo se stesso, la propria vita. Fatalmente e senza vergogna o timore, gli mostrò le proprie poesie, scritte proprio in quest’ultimo periodo. Ed anche un paio di racconti. Si trattava di una quindicina di poesie e due racconti, che Francesco aveva scritto tempo prima, e che aveva portato con sé. Al Professore s’illuminarono gl’occhi e :”_Bello-“: esclamò con voce profonda, forte e maschile. Si percepiva subito la sua contentezza. Professore:”- Sicuramente li leggerò subito.-“: disse mentre li sfogliava. Curiosava in qua ed in là con lo sguardo, lasciando una tenera vibrazione nel cuore del vecchio allievo, che si intrecciava dentro di lui con il rumorio del forte vento, presente a volte sull’Isola.
Passarono due minuti e Alfonso decise di sedersi sul divano per cominciare a leggere attentamente e interamente il materiale. Era molto convinto e interessato. Dopotutto Francesco rimaneva un suo l’allievo, era di lui orgoglioso , senza dubbio.
Trascorsero quaranta minuti, di pieno silenzio; mentre il signor Gatti leggeva, dentro di sé silenziosamente e il più lentamente possibile, Francesco l’osservava senza parlare, contando con la mente i secondi, senza però distrarsi in pensieri lontani. Restava per adesso, sulle spine. Comprensibile, dopotutto.
Professore:”- Complimenti, hai fatto un bel lavoro. Anche se per adesso sei all’inizio, caro mio. Francamente devi insistere-.”. In realtà si trattava di lavori veramente, veramente carini. Poi Alfonso completò la lettura, con orgoglio. Così, in quel momento la signora del passaggio entrò nella stanza con del thè ; nel vassoio vi erano anche biscottini, caramelle e cioccolatini. Di vario tipo. Quest’ ultima aveva qualcosa di particolare, si notava quando camminava o sorrideva. Possedeva una forte femminilità e così attirava l’attenzione… Francesco l’osservava nei vari movimenti.
Lo sai disse il Professore, in un secondo momento, mi ha colpito molto la poesia “Solitudine” che è interessante ed il formidabile racconto “Riprese “. Che fantasia che possiedi, continua così caro mio…
I due continuarono a parlare, sorseggiando la bevanda che restava calda. Francesco:”- Si però, le spiego, ho bisogno di qualche consiglio …-“: Il Professore annuì con la testa, posò delicatamente sul tavolo la tazza del thè e volse lo sguardo indagatore sugl’occhi dell’amico. Lo fissò. Quest’ultimo restava al massimo interessato del giudizio dell’altro.
Alfonso:”- Sicuramente stai cercando la tua strada, che si svela magicamente davanti a te. Giorno dopo giorno, ora dopo ora, attimo dopo attimo. Secondo me, io l’ho sempre intuito: sei un’artista. Ma per adesso, ascoltami bene, lo sappiamo soltanto io e te. Comunque ti darò alcuni consigli, per aiutarti. Mi rimane a cuore quello che fai. Non lo sai, ancora ma ti devo comunque sia confessare che anche io da giovane avrei voluto diventare artista, sii pittore precisamente. Ma questo soltanto da giovane adolescente. In un secondo momento, da più grande ho scelto di dedicarmi all’insegnamento. Non ti dico altro.
Frequentai l’Università, con l’intento d’insegnare. Con il tempo, quella medesima occupazione diventò lo scopo principale della mia vita. Mai decisi di abbandonare il lavoro d’insegnante; rappresentava la mia ancora di salvezza, la sola via d’uscita alla tristezza ed assurdità della vita. Rimanevo attaccato alla professione come un ostrica allo scoglio. Ed è così infatti, che ci siamo incontrati: in un ‘aula della scuola. Ma da quel periodo da quei momenti già sono trascorsi due anni. Quel periodo, molto bello, non esiste più. È terminato, come del resto tutto; lo sai , purtroppo tutto finisce, devi capirlo. Noi stessi, la vita sulla terra ecc… tutti siamo destinati a scomparire. Pensaci bene., caro mio.”: Poi aggiunge, Professore :”- La vita, devi sapere è imprevedibile. La si deve accettare così come viene. Oggi non puoi sapere con certezza come staranno per noi le cose fra un anno. E non conviene nemmeno fare troppi ragionamenti. Però, ascolta il mio consiglio, secondo me l’arte, con tutte le sue caratteristiche e tipicità rappresenta l’unica certezza, come anche gli stessi affetti i sentimenti, anche se dobbiamo avere la chiave giusta per capirli…-“:
Francesco intanto l’ascoltava sempre più affascinato. Sapeva già che il Professore era un grande, ma in quei momenti vennero meno tutti i possibili dubbi. Dopo una nuova ma breve pausa di silenzio, il Prof. Continuò a parlare. :”- Sono sicuro che la tua strada sia certamente, quella dello scrittore; come prima cosa sono contento che in questi prossimi due giorni tu partecipi al Seminario, tenuto anche da me. Poi, il giovane:”- Sono tutto orecchie-“: Professore :”- Come prima cosa, ti consiglio vivamente di osservare la realtà. Si come ti consiglio adesso io. Disse così ed indicò il paesaggio che si notava dalla finestra della villa. Appariva, il mare. Francesco s’emozionò. Già aveva avvertito la bellezza del mare, ma gustava molto di più tutto ciò, tutto quello che lo circondava. Poi di nuovo, il Professore :”- Lo scrittore sostanzialmente deve esercitare se stesso al vuoto di pensiero; quindi alla meditazione.-“: A questo punto il Professore iniziò a tossire, dovuto forse alla discussione e la solita signora accorse con un bicchiere d’acqua. Si scusò vivamente. Poi riprese a parlare, con voce ancora più scolpita. In parole povere, per farla breve indicò, come cosa iniziale, all’amico, di ascoltare brani dei Pink Floyd, prima d’addormentarsi; questo valeva già come meditazione. Alfonso stesso amava molto il gruppo dei Pink Floyd, in tutti i loro cambiamenti, con le loro sfaccettature, restava musicalmente il suo gruppo preferito. Lo stesso Francesco amava e conosceva, quel gruppo.
Come ultima cosa gli descrisse con una metafora il lavoro dello scrittore, ovvero: un lavoro verso un fuoco ancora non spento del tutto, dove un qualsiasi essere umano soffia sopra affinché non si spenga definitivamente. Lì i legnetti sono ardenti e rossi dal calore, si sentono scricchiolii, continuamente. Rimangono sempre accesi, emanando un leggerissimo calore.

L’allievo ponderò sopra le parole del Signor Gatti, per una mezz’oretta, osservando il mare, come si fa con un consiglio che viene dal cuore di una persona che molto si stima.
Francesco pernottò lì.
Il primo giorno sull’isola era terminato. Si trattava di una giornata vissuta all’insegna dei ricordi e caratterizzata da alcuni consigli. Nella seconda giornata, la prima e importante cosa che svolse Francesco era il breve Seminario incentrato sull’arte dello scrivere. Anche da lì, sicuramente sarebbero nate cose assai interessanti.
Durante il tanto desiderato Seminario, lo sguardo di Francesco si posava su di una giovanissima ragazza. Infatti appena entrato nello stanzone della Villa, fra l’altro ampio e ben arredato, notava immediatamente Elena mentre il breve corso cominciava, finalmente.
Ad un certo momento anche Elena, resasi conto di essere guardata, fissò da lontano il giovane . Anche se erano trascorsi soltanto pochi minuti, i loro cuori rimanevano già vicini, entrambi vibravano e desideravano così conoscersi.
Durante il primo giorno vennero analizzati vari scrittori: Herman Hesse, Italo Svevo, Zolà, Dostoyeskyvc. L’attenzione e la concentrazione di tutti rimaneva al massimo; tutto restava bellissimo.
Durante la pausa, Francesco si presentò ad Elena. Lo fece spontaneamente, senza darsi molte arie. La giovane però addirittura arrossì.
Anche Elena era stata allieva del Professor Gatti. Ma con Francesco fino ad adesso non si erano ancora conosciuti, perché lei era di qualche anno più grande.
Terminata la pausa, la presentazione, riprese il Seminario. Intanto il corso stava diventando ancora più interessante. Adesso gli autori presi in considerazione furono: Camus, Sartre e Calvino. Giunse il momento dell’intervento del Signor Gatti, che affascinò tutti e non poco. Nonostante l’influenza avuta e passata da pochi giorni, riuscì a fare un’interessantissimo intervento.
La parte finale, tenuta lo stesso dal caro Professore restava dedicata alle “Lezioni Americane “ di Italo Calvino. I partecipanti si concentrarono molto. Alla fine gli allievi stessi scrissero un qualcosa, poi il Seminario si concluse.
Ad un certo momento, un allievo tirò fuori dalla custodia una chitarra folk e cominciò a suonare pezzi dei mitici Pink Floyd. Inizialmente suscitò curiosità, tutti ascoltavano attentamente, commovendosi. Li stessi Francesco ed Elena si commossero, per varì motivi. Tutto era bellissimo: il luogo, il Professore, gli autori trattati al Seminario, la loro nuova conoscenza, la musica.
Tra loro due intanto stava nascendo una relazione vera e propria.
Passarono le quattro ore di seminario e dopo il ricco proprietario fece visitare all’amico, attentamente la villa. Mentre visitavano la casa, Francesco ebbe modo di riparlare con il vecchio insegnante. Francesco:” Sono colpito dai tuoi consigli e ti ringrazio per le parole d’incoraggiamento.-“: il Professore rimase incantato davanti a tanta ammirazione.
Poi continuarono la gita che durò più di un’ora perché l’abitazione rimaneva assai grande. Insieme a loro vi era naturalmente la stessa Elena. A lei brillavano gl’occhi dalla felicità. La costruzione bellissima, antica ma rifatta esternamente, manteneva un aspetto importante anche all’interno. Lì erano presenti addirittura anche alcuni affreschi, di periodo Rococò. Uno rimaneva da restaurare. Ma per fare ciò occorrevano molti soldi. Francesco diventava sempre più entusiasta, lentamente con il trascorrere del tempo.
Alla villa apparteneva anche un bellissimo giardino, con una piccola vasca rotonda con dentro alcuni pesciolini e anche due tartarughe. Quest’ultime incuriosivano molto gli ospiti. ( Ma perché ?)Francesco, come capitava spesso a tutti gl’ospiti della dimora, attraversò per intero la piccola piscina con lo sguardo, fissando leggermente le tartarughe. La luce del sole estivo si rifletteva sull’acqua, creava eccentrici colori.
Sempre durante la seconda giornata, i due comunque sia, scesero sul mare, che si trovava anche proprio sotto la villa.
Per giungerci si doveva scendere delle scalette. Vi restarono tutto il primo pomeriggio; discutendo.
In lontananza si avvistavano sia yacht che navi da carico. L’allievo, incuriosito domandò al Signor Gatti da dove provenisse il termine Isola Calma. Ma purtroppo anche il Professore non era in grado di saperlo. Entrambi rimasero ignoranti, si guardarono però a lungo, parlando pur restando in silenzio.
Venne nuovamente la notte.
Il giorno successivo, ovvero il terzo, non accadde nient’altro di rilevante. A parte la solita passione per alcuni argomenti e l’attenzione verso la bellezza della vita sull’isola.
Oramai anche il Seminario era terminato, così giunse il momento di ripartire, di tornare a casa. Francesco comunque sia, rimaneva contento di aver rivisto il caro, grande Professore e di aver ricevuto da lui, consigli. Inoltre il suo cuore già pulsava enormemente per Elena. Adesso appariva più chiara la strada della vita da percorrere, venivano meno i soliti dubbi. Si sentiva assai incoraggiato. Si trattava di un percorso bello,anche se lungo e difficile. C’è da sottolineare che, Il Professore, poi dopotutto restava contentissimo e orgoglioso di lui. Quest’ultimo, lo salutò vivamente, poi s’affacciò alla finestra per vederlo scomparire all’orizzonte, mentre lui s’avvicinava al Porto.
Ma si sarebbero nuovamente rivisti? Quale sarebbe stato il loro destino? E la relazione con Elena, appena cominciata? Francesco sarebbe veramente diventato scrittore? Tante restavano le domande che Francesco si poneva.
Al ritorno, mentre si trovava sul battello, apparve come raramente soltanto avviene, un tramonto eccezionale. All’orizzonte l’isola rimaneva avvolta a ovest da un rosa bordeau poi man mano che l’oscurità cresceva, tutto sembrava sfumare, prima il rosa, poi il celeste e l’arancione, poi il grigiore. Infine il buio. Loro due si tenevano per mano.
L’aspirante poeta affascinato da tanta bellezza, scattò una foto ad Elena ed allo stesso panorama.
Come il paesaggio emanava tanto splendore, anche dentro Francesco la vena artistica sembrava prevalere sul resto. Si sedette in una poltroncina all’aperto, in prossimità della prua; rimase in silenzio. Il mare, le poesie e il ricordo del Professore comunicavano sensazioni per il suo cuore e per tutti.

GENEALOGIA FUTURA

Un  racconto di Michele Ceri

1) Una colonia lontano lontano.

Era l’anno 2065 e fuori faceva molto freddo, anzi si gelava. John era appena tornato a casa dopo una mattinata piena di lavoro, svolgeva la professione di giornalista come il nonno e si occupava soprattutto di politica. Appena entrato in casa godette immediatamente dei comfort dell’abitazione; adesso tutto era computerizzato, anche nella sua. Appena una persona entrava si accendevano le due luci centrali del corridoio, poi il salotto stesso veniva immediatamente illuminato e al centro vi era un pannello sul quale apparivano immagini inerenti alla natura. John sbadigliò per un attimo, poi prese il telecomando e accese lo stereo. Si cominciò a sentire le note di un pezzo di musica classica, probabilmente Bach. Si sedette sulla poltrona più larga della stanza e cominciò a leggere attentamente il giornale. Era rilassatissimo. Dopo poco arrivò sua moglie maestra elementare, aiutata nel lavoro comunque dall’ innovazioni tecnologiche. I due si salutarono e si baciarono calorosamente sino ad abbracciarsi. Jane- come va, tutto bene? John- Si va tutto bene e te invece? Lei annuì con la testa. Cominciò a preparare la cena; la cucina stessa era computerizzata. Ecco che mise a bollire un po’ d’acqua per la pastasciutta e accese un grosso fornello dove sistemò una teglia per cucinare la carne. Preparò poi un po’ d’insalata. Intanto erano già rientrati nel tardo pomeriggio anche i loro due figli: un ragazzino di dieci anni e una bambina di sei. Rispettivamente facevano l’uno la prima media, l’altra la seconda elementare.

Tutti riuniti cenarono. Il babbo raccontava alla mamma delle ultime elezioni ovvero quelle di medio termine. Pareva fosse riconfermato il candidato democratico e questo rendeva contento il giornalista.

Dopo la cena i genitori accompagnarono i due bambini a letto nella loro stanza e il babbo rimase un po’ lì con loro. Si mise a leggerli un po’ la bibbia. Poi i due s’addormentarono.

La loro era proprio una bella famiglia. Si volevano reciprocamente molto bene.

Se non che, il padre John venne a sapere una cosa molto curiosa dal suo capoufficio riguardante la creazione definitiva delle colonie su Marte; già esistevano delle colonie su Marte, ma non erano ancora state sperimentate del tutto. A lui veniva chiesto di lavorare come giornalista su Marte. Quindi si sarebbe trasferito lì con tutta la famiglia, per un periodo, si un periodo… di tale decisione, la moglie inizialmente era titubante, ciò si può comprendere facilmente poi l’avventuroso viaggio affascinò anche lei. I piccoli per adesso non sapevano niente. Nessuno li aveva informati per precauzione, perché non si agitassero troppo.

La vita per adesso continuava tranquillamente, però più il tempo trascorreva più i due genitori erano decisi a compiere il viaggio. Non sapevano però ancora per quanto tempo sarebbero rimasti su Marte e le loro vite sicuramente sarebbero cambiate. Ma la cosa era attuabile. La cosa più interessante riguardava il lavoro di giornalista che John avrebbe svolto proprio su Marte e che probabilmente sarebbe stato più intrepido rispetto al corrispettivo sulla terra, almeno per un periodo.

2) I ricordi e l’ultimo periodo.

A volte succedeva che John parlasse ai propri figli di suo babbo, che scriveva romanzi gialli e anche di suo nonno che era giornalista. Quando il babbo narrava ai figli le vicende del babbo e del nonno loro erano molto felici; si divertivano ad ascoltare le avventure del bisnonno che scriveva sui giornali articoli dalla parte dei neri e del loro nonno che passava il tempo narrando storie intricate. :”- A che età è morto il nostro nonno?-“: Domandavano a volte i piccoli presi da un’infinita curiosità. Soprattutto la piccola si emozionava moltissimo davanti ai racconti e a volte, commossa, piangeva anche.

Il 20 ottobre 2065 era nientemeno che il compleanno della piccola L., che avrebbe compiuto sette anni. Contentissima, volle in tutte le maniere fare una festa. Così i genitori decisero di organizzare un rinfresco con tanta roba da mangiare. L. invitò moltissimi compagni di classe e amici e alla festa partecipò naturalmente anche il fratello maggiore. Arrivò il momento della torta e delle candeline. Poi uscirono tutti nel giardino dove si misero a guardare le stelle. Che emozione!!!

Intanto, passato un po’ di tempo dalla festa di compleanno, il babbo aveva comprato dei libri e delle riviste riguardanti le colonie su Marte, che leggeva appassionatamente nei momenti di relax. Si faceva una cultura in merito. Veniva attratto ed incuriosito specialmente dall’ attività sportive e ricreative che i coloni svolgevano durante l’anno. Ad esempio il gioco del calcio, del ping pong, oppure quello delle carte. I coloni erano tutti ex cittadini americani. La cosa ingelosiva molti governi del mondo che però su questo aspetto si trovavano molto più indietro degli Stati Uniti stessi . La Russia stava studiando qualcosa di simile da attuare però sulla Luna. A volte John s’interrogava sull’esistenza o meno degli extraterrestri; infatti sia nei libri che sulle riviste non si parlava affatto di quest’ultimi.

Il secondo figlio di John e Jane si chiamava G. . Accadde che quest’ultimo litigò con un compagno di scuola, dopo una partitella a calcio. Lui ed il suo amico si offesero a parole e anche si colpirono fisicamente. Quando G. tornò a casa restava segnato sulla fronte da un graffio e aveva qualche livido. Quando lo vide, il babbo venne preso da un’ansia tremenda e per qualche decina di secondi balbettò. Poi i due s’abbracciarono calorosamente. Il giornalista lo medicò lui stesso e velocemente. Ecco che dopo un’ ora rincasò anche la madre stessa , che rimase piuttosto impressionata dell’accaduto ma non disse niente.

Dopo un po’ di tempo, anche i piccoli vennero messi al corrente del viaggio e della permanenza sul pianeta rosso. Più che i giorni trascorrevano più la voglia di partire aumentava. I figli di John stavano discretamente, s’impegnavano a scuola e si divertivano. Anche la mamma era contenta e soddisfatta. Ma tutti, comunque sia erano contenti della possibilità di cambiare abitazione. Il babbo era molto documentato in merito. Leggeva continuamente saggi sul’argomento. Si sarebbe trattato di un’avventura da sperimentare. Allargare il campo lavorativo alle colonie: una bell’ impresa. Trascorse già alcune settimane, dal compleanno della piccola mentre John era seduto sulla poltrona di casa pensando al futuro, il campanello squillo egli si apprestò ad aprire. Entrarono la moglie seguita dai due figli. Tutti e quattro si abbracciarono e baciarono calorosamente. Sul volto del padre, che con il pensiero era già su Marte comparvero alcune lacrime. Era commosso. Con un movimento della testa riuscì ad accendere la televisione e successivamente insieme si recarono a tavola per consumare la cena. Durante la cena il discorso scivolò proprio sulle colonie. Tutta la famiglia ascoltò con attenzione e curiosità quanto detto dal padre. Ad un certo momento la piccola disse:”- non vedrò più le mie amiche!-”:. Il grandicello rise. Terminata la cena i bambini se ne andarono a letto e i genitori rimasero a chiacchierare davanti alla televisione che era un grande pannello, sino a tardi e seguirono vari programmi. Eravamo in un periodo di elezioni di medio termine. Le idee politiche dei due coincidevano. E fortunatamente non erano conservatori. Ad un certo punto la piccola scese le scale affermando di non riuscire ad addormentarsi. L: “- Non riesco a dormire.-”:” – Ho paura, paura degli alieni. Immediatamente John salì le scale e prese la figlia per mano. John:”- Ti racconterò qualche storia così ti prenderà sonno- :” :”- Si babbo grazie, ho proprio paura.-”:. Il babbo cominciò a parlare instancabilmente del nonno giornalista, come lui. Arrivò la notte.

La mattina seguente si recò in ufficio. Aveva in testa molte idee e svariate mansioni da svolgere. Doveva intanto informarsi definitivamente sui vari viaggi su Marte. Inoltre doveva stabilire del tutto con il capoufficio il lavoro che sarebbe andato a svolgere sulla colonia. Velocemente il capoufficio gli spiegò che suo compito rimaneva proprio quello di fare un reportage sulle colonie di Marte. Doveva raccogliere più informazioni possibili per poi pubblicarle una volta tornato sulla Terra. In un secondo momento si doveva informare sui prezzi, sul tipo di casa e sul periodo di lontananza. Sapeva che la cosa era interessante anche a livello lavorativo. Infatti sarebbe stato remunerato molto e la cosa aveva la sua rilevanza; alla fine, sarebbe passato alla storia. Uscito da lavorò si recò immediatamente all’Agenzia di viaggi per ricevere informazioni certe. All’ufficio lo accolse una giovanissima ragazza che aveva i capelli castani e ricciuti. Probabilmente i due si erano già conosciuti, nel periodo dell’Università. Così si salutarono calorosamente. Erano sicuramente più di cinque anni che non si vedevano. Poi lei gli diede le debite informazioni.

Tornato a casa, si rese conto che non era una cosa facile tranquillizzare la piccola riguardo al viaggio sul pianeta rosso. Infatti L. appena sentiva parlare di Marte cominciava a correre per tutta la casa. John poi si era informato già di tutto. Sarebbero partiti alla fine d’Agosto, ovvero dopo sei mesi ancora e arrivati una quindicina di giorni dopo. Non era invece stabilita del tutto la data del ritorno. John era totalmente spinto dalla devozione verso il proprio lavoro e voleva andare sino in fondo.

3) Marte.

Arrivò il giorno della partenza. Era programmato a New York, il 22 agosto del 2066. John aveva parlato definitivamente con il Capoufficio ed aveva stabilito tutto. Il tempo di permanenza sul nuovo pianeta era di 4 mesi. Dopo qualche minuti arrivò la navicella predisposta al viaggio, così i quattro salirono all’interno. Tutti e quattro chiusero gl’occhi dall’emozione, tirando un respiro di sollievo.

La navicella era di recente fabbricazione. Il viaggio fu bellissimo e senza problemi. Inizialmente le immagini che si coglievano erano quelle della terra in lontananza, poi sopraggiunse il vuoto. La piccola pianse. Mentre il grandicello era affascinato e attratto dall’ avvenimento. Il loro non era un addio, sapevano che avrebbero rivisto tutto: la casa, la scuola, il mondo del lavoro, gli amici. E poi quattro mesi non sono certo un’eternità. Però non sapevano del tutto cosa gli attendeva. I bambini sarebbero comunque andati a scuola, probabilmente però affiancati da due operatori; la madre invece avrebbe continuato a lavorare come maestra, nell’ unica scuola “elementare” della Colonia. Il lavoro del padre era l’aspetto centrale di tutto e riguardava proprio le colonie. Il viaggio, trascorsi 15 giorni terminò. Erano arrivati su Marte. Un ufficiale ed un soldato accompagnarono i quattro alla nuova dimora e gli regalarono una mappa del pianeta e delle rispettive colonie . Immediatamente John cominciò ad appuntarsi tutto. L’abitazione era carina ed accogliente così appena arrivati usufruirono dello stereo e si misero ad ascoltare alcuni brani di musica: di vario genere . La piccola era felicissima, il momento di tristezza era scomparso. Il giorno dopo arrivarono a casa i due educatori, incaricati di seguire i bambini. Stabilirono con loro un ottimo rapporto. Anche e soprattutto dal punto di vista umano. Come sempre andarono a scuola, anche se comunque sia oramai l’insegnamento rimaneva tutto computerizzato. Arrivò la sera e nuovamente si misero a guardare la televisione mediante un grosso pannello situato al centro dell’abitazione, nel salotto. Fortunatamente davano gli stessi programmi della Terra. Poi, stanchi si coricarono tutti. Durante la notte accadde che John fece un sogno molto vicino all’incubo. Chissa !!! Sognò di non fare più ritorno sulla terra, di essere rapito; ma da chi? Poi lo svegliò la luce che entrava dalle tende. Si recò a lavorare. L’ufficio non era molto lontano. Già aveva molte cose da scrivere ed era solamente l’inizio. Rimase lì per ben otto ore. Venne nuovamente la sera. Alla televisione davano un’importante partita di football. A tavola i figli raccontarono quello che avevano fatto a scuola. Il più grande aveva svolto un bellissimo tema., mentre L. aveva continuato a studiare il flauto. Adesso, trascorsa una settimana dal loro arrivo sul pianeta la famiglia cominciava già ad ambientarsi su Marte. Tutti erano molto impegnati e lavoravano assiduamente mentre la sera si ritrovavano sempre per parlare della giornata trascorsa e consumare la cena. Trascorse un mesetto e John parlò molto con il Capoufficio sulla terra. Quest’ultimo era molto contento del lavoro svolto dal collega che riguardava soprattutto l’attività sportive svolte sul pianeta. Gli consigliava di continuare così come stava facendo. Poi sempre quel giorno prese la navicella che lo doveva portare a casa. Solamente gli capitò un avvenimento stranissimo e ai limiti del reale. Infatti ad un certo momento la navicella cambiò improvvisamente direzione; questo fece impaurire notevolmente il giornalista. Si sentiva tutto rimescolare: non capiva più niente. La sensazione che provò era come di essere spinto da un’altra forza, più energica della navicella stessa e ad un certo punto apparvero un paio di “ alieni “, che entrarono velocemente nella navicella e portarono John nella propria, così che lui riuscì appena a notare uno di loro. Poi lo bendarono e lo portarono lontano, lontano, chissà dove. Probabilmente gli fecero assumere qualche sostanza particolare, anche se leggera. Provava delle sensazioni particolari, difficili da descrivere.

Quando riaprì gli occhi si trovava in una stanza di colore bianco e con alcuni piccoli spiragli. Piano piano per forza di cose cominciò a conoscere i due “ alieni “ e a discutere. Loro si dimostrarono nonostante tutto simpatici e gentili. Gli spiegarono alcune cose. Poi gli comunicarono di stare studiando l’essere umano. La piccola colonia li aveva indispettiti e incuriositi. Cominciavano così a studiare la nostra specie. Il loro era un obbiettivo molto ambizioso e difficile: interessarsi della storia d’ognuno, di ogni famiglia, o almeno di parecchie. Ad un certo punto arrivò quello che ad occhio e croce doveva essere il capo. Era vestito di grigio e rosso, portava un casco nero sulla testa. Non si vedeva il suo volto ma si notavano gli occhi che apparivano scuri e vivaci e i capelli molto lunghi. Successivamente gli porsero un Libro Molto Grande, dove erano scritte le storie dei progenitori di John e non solo, ma lui non notò altro. Vi erano narrate le storie genealogiche di moltissime persone. Il Libro iniziava con la storia più vecchia, ovvero quella di un Conquistador spagnolo, avo di John. Poi successivamente vi era scritta la storia di un macchinista aderente al Sindacato durante i primi del Novecento e infine vi rimanevano narrate le vicende del nonno giornalista, per arrivare al babbo scrittore di gialli. E John a quel punto iniziò a leggere.

4) Genealogia.

Era l ‘anno 1492. L’ anno della scoperta dell’America. L’anno che sanciva la fine del Medioevo e segnava l’inizio dell’età moderna. In quel periodo storico la Spagna cominciava a dominare il mondo; a partire da quell’anno cominciarono le scoperte geografiche. Gli spagnoli erano molto interessati ai viaggi, soprattutto verso l’America Centrale, con lo scopo d’espandere il loro dominio. Ed è proprio in uno di questi viaggi che s’ imbarcò C., il nostro protagonista, avo di John. La spedizione era comandata da Cortes. Cortes si scontrò duramente con la civiltà azteca. Vi fu la lunga battaglia per la conquista di T..Da un lato vi erano gli spagnoli con Cortes, dall’altro gli Aztechi con Montezuma. T. venne espugnata nel 1521. Dopo la medesima battaglia gli spagnoli presero il sopravvento in quei territori. Comunque sia c’è da specificare che la civiltà Azteca, ma anche le altre erano molto evolute. Ad esempio lo si poteva notare nell’architettura: esistevano città, templi, strade. C. era interessatissimo a tutto quello che gli si mostrava davanti. Una volta, poco dopo la fine della durissima battaglia di T., scorse in cielo degli oggetti luminosi che però non sapeva classificare. Erano oggetti non identificati.

Successe che C. dopo il 1521 strinse amicizia con una nativa di quelle terre e tra loro nacque un bellissimo rapporto. La nativa imparò ben presto alcune parole dell’alfabeto spagnolo. C. rimase letteralmente e del tutto affascinato. Non volevo lasciare l’amica ne quelle terre, si trovava bene lì. Successivamente nacque una relazione amorosa tra lui e lei; infatti quest’ultima era molto bella e C. ne restava fortemente innamorato. Lei rimase incinta. Poi i Conquistadores fecero ritorno in Spagna e purtroppo anche C. tornò con loro. Dalla giovane atzeca nacque un bambinetto. Avo appunto di John, il giornalista.

Quest’ultimo sbadigliò lungamente, stanco della lettura. E volse lo sguardo un po’ fuori. Poi continuò a leggere.

Si trattava della storia di suo bisnonno, discendente del Conquistadores vissuto agli inizi del xx secolo e che svolgeva il lavoro di macchinista. Il periodo storico nel quale vive il nostro protagonista è quello successivo alla Guerra di Secessione.T. era macchinista, tra i primi nella storia degli Stati Uniti.

Sfruttato decise di associarsi al sindacato e cominciò anche ad interessarsi di politica. Divenne un militante. Partecipava assiduamente alle manifestazione anche se pericolose. Purtroppo venne accusato di essere rivoluzionario e di possedere armi. Lo condannarono a cinque anni di carcere. Ma in realtà era innocente. Nel periodo che trascorse in carcere, passò gran parte del tempo studiando e leggendo, cose riguardanti svariati argomenti. Finalmente uscì dal carcere. Ma rimase un personaggio ribelle e politicizzato.

John era arrivato nella lettura del Libro al proprio nonno. Suo nonno svolgeva la professione di giornalista, come lui. Era laureato. In un primo periodo si era interessato alle recensioni, di vario genere. Successivamente si era dedicato ai problemi sociali come quello sulla causa dei neri. Il problema dei diritti civili dei neri. Per questo rimaneva ostile a molti. La sua attività di giornalista era dalla parte dei neri e arrivò persino a conoscere Marthin Luther King; partecipava anche ad alcune iniziative politiche portate avanti dal pastore. Durante il periodo dell’Università aveva conosciuto una giovane e carina ragazza, L. i due successivamente si sposarono. Il matrimonio era di rito cattolico. Dalla loro unione nacquero due figli: un maschio ed una femmina. Il maschio diverrà proprio il padre di John.

Ecco che John aveva terminato di leggere anche la storia del nonno. E così iniziò molto incuriosito quella del babbo.

Suo babbo era molto colto, nello specifico per ciò che riguarda le materie umanistiche. Era infatti figlio di un grande giornalista. Studiò molto sino a laurearsi, con ottimi voti; la sua vera passione era quella di scrivere. Sin da piccolo aveva coltivato il piacere della scrittura. Scriveva poesie e i suoi maestri dicevano che scriveva bene. Poi gli nacque la passione per il genere “giallo”. Lesse molto. E scrisse molto…

John era arrivato alla fine del Libro Grande che gli avevano mostrato gli alieni. Era stupito, sbalordito e incuriosito al massimo. Il suo animo era stato stimolato, era felice, di una felicità molto luminosa. Così gli venne alla mente un’idea: una volta tornato sulla terra avrebbe scritto un romanzo proprio sulla storia della sua famiglia. I dati i riferimenti storici li avrebbe presi dal ricordo del manoscritto. Ad un certo momento s’addormentò. Quando riaprì gli occhi si trovava nientemeno che nella propria navicella. Quella che utilizzava per spostarsi. Rimaneva contento ed incuriosito per tutto quello che era accaduto. Decise però che inizialmente non avrebbe parlato dell’incontro con gli “alieni” con i figli, per non impressionarli; bensì avrebbe raccontato tutto alla moglie. Si chiedeva se la moglie l’avrebbe capito e compreso. Forse si, da solo si rispondeva .Avrebbe infine avvertito dell’accaduto il capoufficio, chiedendogli qualche consiglio. Così oltre al lavoro giornalistico sulle colonie avrebbe lavorato ad una seconda cosa: alla stesura di un romanzo. Il titolo del romanzo sarebbe stato “ Storia familiare”.

John era del tutto soddisfatto dell’esperienza fatta su Marte. Era contento di tutto. Sia del lavoro svolto come giornalista che del testo storico mostrato a lui dagli “alieni”. La moglie ed i bambini stavano bene. Passarono altri due mesi dall’incontro di John con gli alieni. Così adesso, trascorsi i sei mesi sarebbero tutti e quattro tornati sulla terra. Questo dispiaceva un po’ a tutta la famiglia, ma era giunta l’ora del ritorno. Mentre preparavano le valige la bambina si commosse leggermente e chiese al padre :”- Ce ne andiamo?-”:. Il papà annuì con la testa. Dal viso della mamma scesero due lacrime. La mamma era un carattere particolare; maestra era comunque sia attratta dai viaggi e dalle novità. Ottimista di natura, quest’esperienza l’aveva arricchita moltissimo. Ci fu un attimo di silenzio assordante nel vuoto dello spazio.

La partenza era fissata per il (-), precisamente alle 5:00 del mattino. Si svegliarono un oretta prima. Presero una navetta che li condusse alla navicella. Quest’ultima era un nuovo modello ed era comodissima. Vi erano molti comfort. Salirono a bordo. All’inizio si notava Marte che lentamente scompariva. La piccola si mise a salutare con la mano il pianeta. Trascorsero due settimane poi cominciò ad apparire la terra. Si la vecchia terra. John già aveva in mente di pubblicare il reportage e di iniziare a scrivere il romanzo. Tutto questo lo rendeva molto felice. Atterrarono.

La mattina seguente John si recò dal capoufficio che era molto soddisfatto del lavoro svolto da lui. C. :”- Ti meriteresti un premio.-”:. John :”-Ti ringrazio-”: poi palesò anche l’interesse di scrivere un romanzo. Ma non si mise a spiegare niente.

Tutto andò a buon fine; con il tempo John scrisse e pubblicò il romanzo con il titolo di “Storia familiare”, mentre tutta la famiglia rimase per sempre soddisfatta della bellissima esperienza fatta sul pianeta rosso.