Isole

Di Massimo Acciai Baggiani

dove erano le isoleL’idea dell’isola mi ha sempre affascinato.

Anni fa, dopo aver finito un libro sulla metafora del giardino in letteratura[1], avevo in programma di fare una ricerca analoga sulla metafora dell’isola: non ne ho poi fatto nulla, spaventato dalla mole immane di lavoro che avrebbe richiesto quel progetto. Lascio ad altri questo compito, per me mi basta sognarle, le isole, e fantasticare: andarci di persona espone a un confronto spesso deludente con le proprie fantasie[2].

Per me l’isola è insieme incubo-prigione (l’isola di Robinson Crusoe, quella del dottor Moreau[3], l’isola d’If[4]) e rifugio-utopia (l’Isola-che-non-c’è[5], l’isola di Pala[6], l’Isola-non-trovata di cui parla Guccini[7], l’Isola delle Rose[8]): in ogni caso suscita in me forti emozioni. È con questo spirito che ho letto un recente libro firmato da Paolo Ciampi insieme a Arnaldo Melloni e Massimiliano Scudeletti, Dove erano le isole, dedicato alle isole del Mediterraneo: ogni capitolo un’isola, ogni isola diverse storie. All’inizio di ogni capitolo ci sono le indicazioni su come raggiungere l’isola e consigli su cosa portarsi dietro (un libro, una canzone, un oggetto…): un avvincente portolano che ci invita a scoprire luoghi lontani dalla routine delle nostre giornate continentali, che ci fa viaggiare con l’immaginazione se non possiamo farlo fisicamente. I libri di Ciampi sono sempre carichi di suggestioni, di spunti, di letteratura e di curiosità: neanche questo deluderà il lettore.

Firenze, 8 gennaio 2020

Bibliografia

  • Ciampi P., Melloni A., Scudeletti M., Dove erano le isole. Portolano mediterraneo delle storie e delle rotte dimenticate, Firenze, Aska, 2019.

Note

[1] Acciai M., Spurio L., La metafora del giardino in letteratura, Aosta, Faligi, 2011.

[2] Finora le uniche isole che ho visitato, tutte in territorio italiano, sono: due isole del lago Trasimeno, l’isola d’Elba e la Sicilia.

[3] Wells H.G., L’isola del dottor Moreau.

[4] L’isola dove viene imprigionato ingiustamente il protagonista de Il conte di Montecristo di A. Dumas.

[5] Quella dove vive Peter Pan e i suoi amici nei romanzi di J.M. Barrie.

[6] Huxley A., L’isola.

[7] Guccini F., L’isola non trovata, nell’omonimo album del 1971.

[8] La micronazione creata dall’ingegner Giorgio Rosa al largo di Rimini nel 1968, la cui lingua ufficiale era l’Esperanto.

Il Cimitero degli Inglesi nei racconti di due autori fiorentini contemporanei

Di Massimo Acciai Baggiani

ciampi tra una birra e una storiaTra i libri che Paolo Ciampi mi ha donato in occasione dell’incontro a lui dedicato dal GSF alla Laurenziana c’è un curioso volumetto uscito qualche mese fa con l’editore senese Betti. Si intitola Tra una birra e una storia e raccoglie otto racconti inediti o usciti in precedenza in antologie. Ciampi, instancabile viaggiatore in terre remote, ha rivolto stavolta la sua attenzione alla sua regione: la Toscana. Una terra ricca di passato e di storie, appunto, che pur svolgendosi nel presente richiamano storie molto più antiche e, ovviamente, tutte autentiche. Tutti gli otto racconti sono a loro modo interessanti, ma quello che mi ha catturato di più è quello dedicato al Cimitero degli Inglesi, definito affettuosamente da Ciampi «la mia Spoon River». La «montagnola» del celebre cimitero monumentale, nato nella prima metà dell’Ottocento per ospitare gli stranieri “acattolici” che hanno trovato a Firenze la loro ultima dimora, richiama in effetti l’altrettanto celebre “collina” del capolavoro di Edgar Lee Masters. Io l’ho visitato una sola volta, per caso, un pomeriggio primaverile. Il cancello, che di solito trovo chiuso, quel giorno era aperto e un richiamo irresistibile mi ha spinto ad attraversarlo. È stato come uscire dal prosaico traffico dei viali di circonvallazione ed entrare in un altro mondo; un mondo di silenzio, di raccoglimento, di poesia. Un mondo che parla di altri luoghi, di altri tempi, quando ancora la mia città aveva le sue mura – là dove adesso corrono le automobili – e c’era più poesia. È utile ricordare che il Cimitero degli Inglesi ha ispirato un grande e controverso artista, lo svizzero Arnold Böcklin, per la sua più celebre serie di dipinti: L’isola dei morti. I morti nella narrazione di Ciampi riprendono vita, metaforicamente parlando, e continuano a parlarci, attraverso i secoli, ripetendo il loro monito a goderci il dono preziosissimo della vita finché di questa non resterà che una lapide e forse la memoria nei posteri.

apocalissifiorentineLa letteratura sepolcrale vanta grandi capolavori, a partire dai Sepolcri foscoliani, ma è con gli epitaffi di Masters (e più ancora con i versi di De André, che ad essi si ispirano, superando il modello) che viene toccato l’apice, e non a caso Ciampi cita entrambi. Io aggiungerei all’elenco anche un bel racconto di Carlo Menzinger, Il ritorno degli inglesi, dalla raccolta Apocalissi fiorentine, uscita anch’essa nel 2019, a cui ho dedicato un articolo. È interessante un confronto tra i due racconti, dedicati allo stesso tema: entrambi gli autori conoscono bene la storia del Cimitero e dei suoi “inquilini” ma, mentre Ciampi fa rivivere questi ultimi attraverso la lente della Storia, Menzinger li fa risuscitare letteralmente. Sono due generi letterari diversi: il primo è narrativa di viaggio, il secondo è fantascienza. Conosco e apprezzo entrambi gli scrittori – Ciampi e Menzinger – che a loro volta sono amici tra loro; mi piacerebbe vederli un giorno ambedue in un medesimo reading in cui leggono a turno i propri racconti (o l’uno il racconto dell’altro). Il Cimitero degli Inglesi sarebbe la location perfetta: sono sicuro che apprezzerebbero anche i cari estinti, se avessero ancora orecchie.

Firenze, 7 gennaio 2020

Bibliografia

  • Ciampi P., Tra una birra e una storia, Siena, Betti, 2019.
  • Menzinger C., Apocalissi fiorentine, Chieti, Tabula Fati, 2019.

UNA PASSEGGIATA NEI BOSCHI CON UN POETA

Ho appena finito di fare una passeggiata letteraria “Per le foreste sacre” con Paolo Ciampi, “un buddista nei luoghi di San Romualdo e San Francesco” (come recitano titolo e sottotitolo del libro di viaggio e riflessione dello scrittore e giornalista fiorentino).

C’è sempre tanta poesia e tanta riflessione nei libri di Paolo Ciampi.

Questo suo volume pubblicato, giustamente, da una casa specializzata nel genere la “Edizioni dei cammini”, racconta di un viaggio tra Toscana e Romagna, tra le foreste casentinesi.

Il viaggio parte non lontano da Firenze, da Castagno D’Andrea e San Benedetto in Alpe, si addentra nel parco nazionale, raggiunge Camaldoli e altri borghi, ma è soprattutto un andare tra boschi, di albero in albero.

Il volume è stato pubblicato nel marzo 2017. Il viaggio si svolge in questa parte dell’anno, ma non saprei di quale, forse il 2016 o il 2015, chissà! Mi stupisco a leggere del loro andare più o meno negli stessi giorni dell’anno, quasi che fossi davvero con Paolo Ciampi e i suoi amici. Ho letto, così, per esempio, il capitolo sul 1 maggio proprio durante la festa dei lavoratori. Perché lo dico? Perché questa, pur essendo solo una coincidenza, mi pare quasi un segno di comunanza tra me e questo scritto.

Anche io amo camminare. Purtroppo di rado mi riesce farlo nei boschi ma è proprio lì che mi piace stare. Amo più la montagna e le sue foreste che le città o il mare. È quella l’aria che mi tonifica, è quello il silenzio in cui riesco a dormire, è quello il clima in cui mi sento a mio agio. E non è così comune, perché, scrive Ciampi, “c’è anche l’uomo che la natura non solo non la ascolta più, ma fa di tutto per togliersela di torno” e non posso non pensare alle nostre città a come ogni intrusione della natura sia vista come disordine e sporcizia, senza capire che a essere fuori posto è proprio la nostra città.

A farmi apprezzare queste pagine non solo una questione di luoghi e di un amore per l’andare, per l’osservare la natura, con il desiderio di comprenderla, (senza, nel mio caso, gli strumenti adeguati per farlo appieno), ma anche questa capacità di abbinare al cammino il pensiero e la riflessione, questo gusto per la citazione veloce, questa ricerca del senso delle parole, perché dietro di esse si nasconde anche il senso delle cose.

 

Di Paolo Ciampi ho già letto altro e ogni volta è un piacere. L’ho conosciuto come autore leggendo “Gli occhi di Salgari” e “Beatrice”, due belle biografie, così piene di poesia e l’ho riletto di recente in “L’aria ride”, un libro a metà tra la biografia e il racconto di viaggio.

Lo stile è riconoscibile, leggero come il passo di un viandante, colto come la parola di chi ama il pensiero e che è pronto a far propri quello altrui per farne germinare di nuovi, in sé e nei suoi lettori.

Eccolo allora qui citare un’anonima guida alpina con il bel “ho molto cammino dentro” su cui ci invita a riflettere. Mi pare quasi la chiave di lettura di questo libro. Aver cammino dentro è anche avere vissuto ed essersi scoperti, perché i viaggi “ci aiutano a scoprire qualcosa, anche di noi”. Eccolo citare Walt Whitman “non esiste la morte / E se mai è esistita, portava alla vita”. Eppure “ogni passo, in effetti, è prima di tutto un addio” (scrive Ciampi).

Eccolo cercare una comunione con il bosco e gli alberi, riflettendo sulle parole di John Muir “Quanto poco conosciamo ancora della vita delle piante: le loro speranze, paure, gioie e dolori!” Chi pensa in tal modo di una pianta? Oppure alla frase di Rilke “Alla felicità non si ascende, nella felicità si cade”.

Eccolo interrogarsi sul senso di parole (e di quel che significano veramente) come asceta, eremita, anacoreta, sacro, precario, decidere, edicola, tabernacolo, miracolo, foreste, forestieri o persino di termini stranieri come serendipity. Forse il motivo per cui ama esplorare così i nomi è nella frase di Antonio Tabucchi che cita “nei nomi c’è il tempo passato assieme”. Per amare e comprendere qualcosa o qualcuno ci vuole del tempo passato assieme.

Si rammarica allora Ciampi perché “non ho tempo passato insieme a questo albero che ora vorrei sentire parte di me”. Oggi non ho più un rapporto “personale” con degli alberi, ma da ragazzo ne ho piantati tanti e curati a lungo. Erano alberi cui non avevo dato un nome, ma che conoscevo uno per uno. Mia madre diceva degli alberi che aveva curato, che per lei erano come dei figli. Questo si può creare, se si passa del tempo assieme. Anche con un albero. Del resto “Dio pose l’uomo in un giardino perché lo coltivasse e lo custodisse” osserva Ciampi citando la Genesi. E io mi chiedo quanto  cristiani, ebrei e mussulmani (per tutti loro quel libro, che li accomuna, dovrebbe essere sacro) abbiano rispettato questo compito. Come abbiamo curato il nostro giardino?

Eccolo raffrontare il pensiero di santi cattolici a quello di sapienti buddisti e trovarvi assonanze. E quando cita il buddismo dicendo “per quanto corra una bella differenza tra me e questo abete entrambi siamo manifestazione di Myo, la legge mistica. Tutto lo è, tutto contiene tutto” mi vengono in mente diverse parole ma dal significato simile che ho da poco letto in un saggio di Bergson, il filosofo nobel per la letteratura (“L’evoluzione creatrice”) quando dice che non esistono specie differenti, ma che siamo tutti manifestazione di un’essenza unitaria che è la Vita. È lo stesso impulso iniziale della Vita che ha generato animali, piante e funghi, quell’albero e questo uomo. Siamo tutti parte della stessa cosa. I grandi pensieri, come l’impulso della vita, tendono a convergere e a creare risultati simili lungo percorsi diversi.

Eccolo ricordarci che “se la vita è complicata, io potrei provare a esserlo un po’ meno”: quanti “Uffici Complicazione Cose Semplici” ci sono attorno a noi, mi chiedo.

Eccolo ammonirci, con l’insegnamento buddista “Se accendi una lanterna per un altro, anche la tua strada ne sarà illuminata”: quanta verità in questo concetto così semplice e così disatteso!

E trova persino l’occasione per buttare lì, con noncuranza, un’osservazione economica di non poco conto “ci sono molti modi di fare impresa: e uno, scontato, è approfittare della terra dove sei, fino a derubarla; l’altro è restituire a quella terra qualcosa di ciò che hai guadagnato, magari in cultura, magari in solidarietà”.

Insomma, è stato un vero piacere fare questo cammino, seppur virtuale, con Paolo Ciampi e, come lui, “arrivato alla meta, sbircio la meta dopo”, perché ogni risultato è solo l’inizio di un nuovo cammino e “beato l’uomo che ha sentieri nel cuore” perché avrà sempre un luogo dove andare.

Il volume è corredato  da alcune informazioni sul Parco Nazione delle Foreste Casentinesi, sulla Cooperativa In Quiete (www.cooperativainquiete.it) che organizza passeggiate nella natura ma non solo e, soprattutto, da una bibliografia commentata di alcuni testi che mi sono subito segnato per prossime letture (e c’è l’imbarazzo della scelta).

Carlo Menzinger

Firenze, 08/05/2018