Le figure degli Indi

Di Massimo Acciai Baggiani

fibonacciLeggere un libro di Paolo Ciampi equivale a imbarcarsi per un viaggio; un invito che accetto sempre con gioia, soprattutto in questo periodo in cui i viaggi sono diventati difficili e rischiosi e sembra di essere tornati indietro nella storia. Così è stato per Parole in viaggio, Per le Foreste Sacre, Tra una birra e una storia e Dove erano le isole, di cui ho già parlato in altrettanti articoli; L’uomo che ci regalò i numeri ha confermato la mia opinione sulla prosa di Paolo, leggera e ricchissima al tempo stesso, da cui trasuda sempre un grande lavoro di ricerca, condotto con la curiosità di un bambino che parte alla scoperta del mondo.

Paolo ha trattato moltissimi argomenti di genere storico e biografico: stavolta ci accompagna indietro di otto secoli, tra il mondo cristiano e quello arabo. Protagonista di questo libro è Leonardo “Bigollo” (“bighellone”), conosciuto secoli dopo come Fibonacci. A lui si deve un libro importantissimo nella storia della matematica, il Liber Abbaci (1202), e l’introduzione in Europa delle “figure degli Indi”, ossia i nostri numeri “arabi” (derivati in realtà dalla civiltà indiana, ben più antica). Ricordo a tal proposito di un’inchiesta provocatoria di qualche tempo fa, volta a smascherare allo stesso tempo il razzismo e l’ignoranza dell’elettore italiano, in cui si chiedeva se fosse giusto che a scuola si insegnassero i numeri arabi invece di quelli latini: domanda trabocchetto per chi non è stato attento durante gli anni scolastici, o per gli analfabeti di ritorno. Inutile dire che molti sono cascati nel “tranello” linguistico.

Lo scontro di civiltà – quella cristiana e quella islamica – era piuttosto acceso anche all’epoca di Leonardo Fibonacci, vissuto a cavallo tra il XII e il XIII secolo (si ignorano le date precise di nascita e morte): solo che allora se si nasceva in un certo contesto religioso era piuttosto difficile cambiare fede (beh, nelle odierne teocrazie islamiche lo è ancora…). Al nostro protagonista, pisano, mercante figlio di mercanti, poco importava come il suo interlocutore chiamasse dio: per lui contavano cose ben più concrete. Fu durante un suo viaggio giovanile in Cabilia (nell’attuale Algeria) che si imbatté in quei misteriosi e geniali simboli verso cui i suoi correligionari erano diffidenti (e lo sarebbero rimasti a lungo): il suo manuale di calcolo sarebbe stata la base per tutta la matematica successiva, un’autentica rivoluzione di cui lo stesso Fibonacci forse non intuiva la portata.

Paolo Ciampi ci racconta il percorso umano di quest’uomo medievale, dall’adolescenza alla morte, con la sua caratteristica prosa sospesa tra narrativa e saggistica, intrecciandola con la propria esperienza di padre: la figlia è alle prese con la battaglia contro la matematica, materia che non piace particolarmente nemmeno a Paolo ma che impara a conoscere meglio e ad apprezzare proprio seguendo le orme di Fibonacci, personaggio quasi mitologico.

Le vicende scolastiche della piccola Stella scorrono parallele a quelle antiche del nostro Leonardo: ciò mi porta a considerare la mia personale esperienza con la scuola dell’obbligo e con i numeri. Oggi potrei dire, con Antonello Venditti, «la matematica non sarà mai il mio mestiere»[1]: paradossalmente però da bambino subivo il fascino magnetico per le cifre, i countdown, la rappresentazione grafica delle date (cosa che mi è rimasta). Più avanti, anche per alcune formule matematiche. Poi, come troppo spesso accade, ho incontrato dei pessimi insegnanti che mi hanno fatto sentire inadeguato e negato. E pensare che, dopo il diploma in ragioneria (materia dove non ho mai avuto la sufficienza, in una scuola scelta per me dai miei genitori), mi sono iscritto alla facoltà di Fisica! Ma sono durato poco: dopo un mese dall’inizio dei corsi ho capito che era meglio passare a Lettere visto che i professori parlavano una lingua a me incomprensibile: quella dell’analisi matematica. Mi è rimasto un certo timore reverenziale per equazioni e formule, che guardo come potrei guardare la scrittura araba. Sì,  confesso che c’è anche una certa frustrazione nel non comprendere quel linguaggio.

Ho letto anch’io, come Paolo e sua figlia, Il mago de numeri di Hans Magnus Enzensberger, trovandolo interessante, ma non tanto quanto L’uomo che sapeva contare di Malba Tahan. Ho letto anche altri libri divulgativi sull’argomento, ma a livello pratico non sono mai andato molto oltre le quattro operazioni fondamentali. A ciascuno il suo mestiere. Non concordo affatto con quell’autore (non ricordo il nome) il quale sosteneva che chi non ha familiarità con l’algebra fa bene a sentirsi inferiore, perché lo è: trovo che sia un pessimo incipit per un libro che vorrebbe avvicinare il pubblico al tema (captatio malevolentiae, direbbe Eco). I rompicapi matematici mi fanno venire l’emicrania, ma la matematica che c’è nelle litografie di Maurits Cornelis Escher e nelle opere di Michael Ende, e anche in questo saggio-romanzo di Paolo Ciampi, mi fa sognare.

Firenze, 19 luglio 2020

Bibliografia

  • Ciampi P., L’uomo che ci regalò i numeri, Milano, Mursia, 2016.
  • Enzensberger H.M, Il mago dei numeri, Torino, Giulio Einaudi Editore, 1997.
  • Tahan M., L’uomo che sapeva contare, Milano, Salani, 2000.

Note

[1] In Notte prima degli esami.

Racconti di fiorentini ambientati a Firenze

Di Massimo Acciai Baggiani

fiorentini per sempreFiorentini per sempre è un’antologia uscita in tempi di coronavirus, curata da Paolo Mugnai per la collana di Edizioni della Sera, dedicata alle città e regioni italiane: la stessa collana che comprende Toscani per sempre (a cui ho partecipato col mio Racconto casentinese), curata anch’essa dal Mugnai. Anche qui sono riuniti 24 autori, rigorosamente fiorentini (anche se non tutti di nascita), che hanno dato vita a un ritratto corale affascinante della loro città. Ovviamente l’opera non ha pretese di esaustività – gli scrittori fiorentini viventi sono ben più di 24 – ma rappresenta uno spaccato della nuova narrativa praticata nel capoluogo toscano. Tra questi autori ne figurano alcuni che conosco personalmente – oltre al curatore, Carlo Menzinger, Paolo Ciampi, Enrico Zoi… – e altri li ho scoperti per la prima volta leggendo queste pagine. Il filo conduttore dei 24 racconti, per altro molto eterogenei, è naturalmente l’amore per la propria città, declinata secondo le diverse sensibilità e generi narrativi. Ci sono racconti storici, altri ambientati nel presente, altri ancora di genere fantascientifico: non li ho trovati tutti ugualmente interessanti, devo essere sincero, ma ve ne sono davvero di notevoli.

Io sono fiorentino di nascita, anche se i miei genitori non sono cresciuti in questa città (sono comunque toscani), e il mio legame con Firenze inizia prestissimo. Firenze fa da sfondo a diverse mie opere letterarie: è il luogo che conosco meglio, che vivo quotidianamente, con cui ho un rapporto di “amodio”. Non sono per nulla campanilista, ma qui stanno le mie radici, i miei affetti, la maggior parte dei miei ricordi. Non ho partecipato a questa antologia solo perché avevo già preso parte all’altra (e non mi pareva giusto togliere spazio ad altri), ma pure io avrei potuto presentare più di un racconto che parlasse di questa piccola ma celebre cittadina nella vallata dell’Arno, forse un po’ troppo legata al suo passato e poco interessata ai suoi abitanti attuali. Sono tuttavia un fiorentino poco aderente allo stereotipo: non mi interessa il calcio (in costume o no), odio i sanpietrini in centro, detesto la folla di turisti, non amo molto le burle o il linguaggio sboccato, non vado matto per film quali Amici miei e non frequento il trippaio.

Tornando all’antologia, i racconti che mi sono piaciuti di più sono soprattutto quelli degli autori che conosco personalmente, in primis Carlo Menzinger che ha contribuito con un racconto futuribile catastrofico che non sarebbe stato male neanche nella sua raccolta Apocalissi Fiorentine (Carlo non ha mai avuto una visione positiva del futuro; giustamente ci mette in guardia dai danni ambientali causati dalla stupidità umana). Cosa succederebbe se i ghiacci si squagliassero e il mare salisse, come profetizzano gli scienziati, di 65 metri? Firenze, avendo un’altitudine media intorno ai 50 metri, finirebbe in buona parte sott’acqua, se non che… ma lascio al lettore il piacere di scoprire questo inquietante futuro.

Paolo Ciampi, grande narratore di viaggio, autore di libri ambientati in terre lontane, traccia nel suo racconto Il venditore di pere cotte il ritratto di un personaggio di altri tempi che pare reincarnarsi in un fiorentino di oggi. Livia Fabruccini invece si concentra su una nota piazza dal nome ambiguo, Piazza della Passera: nome che da bambino mi sono sempre rifiutato di associare a quella parte del corpo femminile – mi sembrava troppo volgare per un toponimo ufficiale – e dove sono tornato in tempi più recenti per presentazioni librarie al Caffè degli Artigiani. Il fantasma dell’Hotel Mayflower, di Alessandro Lazzeri, è uno dei racconti più belli, visto anche il mio interesse per le storie misteriose. Notevole anche Caccia al tesoro di Paolo Mugnai, dove vengono descritte le cose assolutamente da fare a Firenze: un racconto delizioso. Infine Sulla soglia di Enrico Zoi – che chiude il libro, ordinato alfabeticamente – pieno di citazioni cinematografiche e ricordi della vecchia Firenze.

Da leggere anche la prefazione di Marco Vichi, il celebre creatore del commissario Bordelli, e la postfazione di Luciano Artusi, studioso delle tradizioni toscane. Mi fermo qui. Se volete avere un’idea della trama degli altri racconti potete trovarla nell’esauriente articolo di Carlo Menzinger dedicato all’antologia.

Firenze, 7 giugno 2020

Bibliografia

Mugnai P. (a cura di), Fiorentini per sempre, Roma, Edizioni della Sera, 2020.

Isole

Di Massimo Acciai Baggiani

dove erano le isoleL’idea dell’isola mi ha sempre affascinato.

Anni fa, dopo aver finito un libro sulla metafora del giardino in letteratura[1], avevo in programma di fare una ricerca analoga sulla metafora dell’isola: non ne ho poi fatto nulla, spaventato dalla mole immane di lavoro che avrebbe richiesto quel progetto. Lascio ad altri questo compito, per me mi basta sognarle, le isole, e fantasticare: andarci di persona espone a un confronto spesso deludente con le proprie fantasie[2].

Per me l’isola è insieme incubo-prigione (l’isola di Robinson Crusoe, quella del dottor Moreau[3], l’isola d’If[4]) e rifugio-utopia (l’Isola-che-non-c’è[5], l’isola di Pala[6], l’Isola-non-trovata di cui parla Guccini[7], l’Isola delle Rose[8]): in ogni caso suscita in me forti emozioni. È con questo spirito che ho letto un recente libro firmato da Paolo Ciampi insieme a Arnaldo Melloni e Massimiliano Scudeletti, Dove erano le isole, dedicato alle isole del Mediterraneo: ogni capitolo un’isola, ogni isola diverse storie. All’inizio di ogni capitolo ci sono le indicazioni su come raggiungere l’isola e consigli su cosa portarsi dietro (un libro, una canzone, un oggetto…): un avvincente portolano che ci invita a scoprire luoghi lontani dalla routine delle nostre giornate continentali, che ci fa viaggiare con l’immaginazione se non possiamo farlo fisicamente. I libri di Ciampi sono sempre carichi di suggestioni, di spunti, di letteratura e di curiosità: neanche questo deluderà il lettore.

Firenze, 8 gennaio 2020

Bibliografia

  • Ciampi P., Melloni A., Scudeletti M., Dove erano le isole. Portolano mediterraneo delle storie e delle rotte dimenticate, Firenze, Aska, 2019.

Note

[1] Acciai M., Spurio L., La metafora del giardino in letteratura, Aosta, Faligi, 2011.

[2] Finora le uniche isole che ho visitato, tutte in territorio italiano, sono: due isole del lago Trasimeno, l’isola d’Elba e la Sicilia.

[3] Wells H.G., L’isola del dottor Moreau.

[4] L’isola dove viene imprigionato ingiustamente il protagonista de Il conte di Montecristo di A. Dumas.

[5] Quella dove vive Peter Pan e i suoi amici nei romanzi di J.M. Barrie.

[6] Huxley A., L’isola.

[7] Guccini F., L’isola non trovata, nell’omonimo album del 1971.

[8] La micronazione creata dall’ingegner Giorgio Rosa al largo di Rimini nel 1968, la cui lingua ufficiale era l’Esperanto.

Il Cimitero degli Inglesi nei racconti di due autori fiorentini contemporanei

Di Massimo Acciai Baggiani

ciampi tra una birra e una storiaTra i libri che Paolo Ciampi mi ha donato in occasione dell’incontro a lui dedicato dal GSF alla Laurenziana c’è un curioso volumetto uscito qualche mese fa con l’editore senese Betti. Si intitola Tra una birra e una storia e raccoglie otto racconti inediti o usciti in precedenza in antologie. Ciampi, instancabile viaggiatore in terre remote, ha rivolto stavolta la sua attenzione alla sua regione: la Toscana. Una terra ricca di passato e di storie, appunto, che pur svolgendosi nel presente richiamano storie molto più antiche e, ovviamente, tutte autentiche. Tutti gli otto racconti sono a loro modo interessanti, ma quello che mi ha catturato di più è quello dedicato al Cimitero degli Inglesi, definito affettuosamente da Ciampi «la mia Spoon River». La «montagnola» del celebre cimitero monumentale, nato nella prima metà dell’Ottocento per ospitare gli stranieri “acattolici” che hanno trovato a Firenze la loro ultima dimora, richiama in effetti l’altrettanto celebre “collina” del capolavoro di Edgar Lee Masters. Io l’ho visitato una sola volta, per caso, un pomeriggio primaverile. Il cancello, che di solito trovo chiuso, quel giorno era aperto e un richiamo irresistibile mi ha spinto ad attraversarlo. È stato come uscire dal prosaico traffico dei viali di circonvallazione ed entrare in un altro mondo; un mondo di silenzio, di raccoglimento, di poesia. Un mondo che parla di altri luoghi, di altri tempi, quando ancora la mia città aveva le sue mura – là dove adesso corrono le automobili – e c’era più poesia. È utile ricordare che il Cimitero degli Inglesi ha ispirato un grande e controverso artista, lo svizzero Arnold Böcklin, per la sua più celebre serie di dipinti: L’isola dei morti. I morti nella narrazione di Ciampi riprendono vita, metaforicamente parlando, e continuano a parlarci, attraverso i secoli, ripetendo il loro monito a goderci il dono preziosissimo della vita finché di questa non resterà che una lapide e forse la memoria nei posteri.

apocalissifiorentineLa letteratura sepolcrale vanta grandi capolavori, a partire dai Sepolcri foscoliani, ma è con gli epitaffi di Masters (e più ancora con i versi di De André, che ad essi si ispirano, superando il modello) che viene toccato l’apice, e non a caso Ciampi cita entrambi. Io aggiungerei all’elenco anche un bel racconto di Carlo Menzinger, Il ritorno degli inglesi, dalla raccolta Apocalissi fiorentine, uscita anch’essa nel 2019, a cui ho dedicato un articolo. È interessante un confronto tra i due racconti, dedicati allo stesso tema: entrambi gli autori conoscono bene la storia del Cimitero e dei suoi “inquilini” ma, mentre Ciampi fa rivivere questi ultimi attraverso la lente della Storia, Menzinger li fa risuscitare letteralmente. Sono due generi letterari diversi: il primo è narrativa di viaggio, il secondo è fantascienza. Conosco e apprezzo entrambi gli scrittori – Ciampi e Menzinger – che a loro volta sono amici tra loro; mi piacerebbe vederli un giorno ambedue in un medesimo reading in cui leggono a turno i propri racconti (o l’uno il racconto dell’altro). Il Cimitero degli Inglesi sarebbe la location perfetta: sono sicuro che apprezzerebbero anche i cari estinti, se avessero ancora orecchie.

Firenze, 7 gennaio 2020

Bibliografia

  • Ciampi P., Tra una birra e una storia, Siena, Betti, 2019.
  • Menzinger C., Apocalissi fiorentine, Chieti, Tabula Fati, 2019.

UNA PASSEGGIATA NEI BOSCHI CON UN POETA

Ho appena finito di fare una passeggiata letteraria “Per le foreste sacre” con Paolo Ciampi, “un buddista nei luoghi di San Romualdo e San Francesco” (come recitano titolo e sottotitolo del libro di viaggio e riflessione dello scrittore e giornalista fiorentino).

C’è sempre tanta poesia e tanta riflessione nei libri di Paolo Ciampi.

Questo suo volume pubblicato, giustamente, da una casa specializzata nel genere la “Edizioni dei cammini”, racconta di un viaggio tra Toscana e Romagna, tra le foreste casentinesi.

Il viaggio parte non lontano da Firenze, da Castagno D’Andrea e San Benedetto in Alpe, si addentra nel parco nazionale, raggiunge Camaldoli e altri borghi, ma è soprattutto un andare tra boschi, di albero in albero.

Il volume è stato pubblicato nel marzo 2017. Il viaggio si svolge in questa parte dell’anno, ma non saprei di quale, forse il 2016 o il 2015, chissà! Mi stupisco a leggere del loro andare più o meno negli stessi giorni dell’anno, quasi che fossi davvero con Paolo Ciampi e i suoi amici. Ho letto, così, per esempio, il capitolo sul 1 maggio proprio durante la festa dei lavoratori. Perché lo dico? Perché questa, pur essendo solo una coincidenza, mi pare quasi un segno di comunanza tra me e questo scritto.

Anche io amo camminare. Purtroppo di rado mi riesce farlo nei boschi ma è proprio lì che mi piace stare. Amo più la montagna e le sue foreste che le città o il mare. È quella l’aria che mi tonifica, è quello il silenzio in cui riesco a dormire, è quello il clima in cui mi sento a mio agio. E non è così comune, perché, scrive Ciampi, “c’è anche l’uomo che la natura non solo non la ascolta più, ma fa di tutto per togliersela di torno” e non posso non pensare alle nostre città a come ogni intrusione della natura sia vista come disordine e sporcizia, senza capire che a essere fuori posto è proprio la nostra città.

A farmi apprezzare queste pagine non solo una questione di luoghi e di un amore per l’andare, per l’osservare la natura, con il desiderio di comprenderla, (senza, nel mio caso, gli strumenti adeguati per farlo appieno), ma anche questa capacità di abbinare al cammino il pensiero e la riflessione, questo gusto per la citazione veloce, questa ricerca del senso delle parole, perché dietro di esse si nasconde anche il senso delle cose.

 

Di Paolo Ciampi ho già letto altro e ogni volta è un piacere. L’ho conosciuto come autore leggendo “Gli occhi di Salgari” e “Beatrice”, due belle biografie, così piene di poesia e l’ho riletto di recente in “L’aria ride”, un libro a metà tra la biografia e il racconto di viaggio.

Lo stile è riconoscibile, leggero come il passo di un viandante, colto come la parola di chi ama il pensiero e che è pronto a far propri quello altrui per farne germinare di nuovi, in sé e nei suoi lettori.

Eccolo allora qui citare un’anonima guida alpina con il bel “ho molto cammino dentro” su cui ci invita a riflettere. Mi pare quasi la chiave di lettura di questo libro. Aver cammino dentro è anche avere vissuto ed essersi scoperti, perché i viaggi “ci aiutano a scoprire qualcosa, anche di noi”. Eccolo citare Walt Whitman “non esiste la morte / E se mai è esistita, portava alla vita”. Eppure “ogni passo, in effetti, è prima di tutto un addio” (scrive Ciampi).

Eccolo cercare una comunione con il bosco e gli alberi, riflettendo sulle parole di John Muir “Quanto poco conosciamo ancora della vita delle piante: le loro speranze, paure, gioie e dolori!” Chi pensa in tal modo di una pianta? Oppure alla frase di Rilke “Alla felicità non si ascende, nella felicità si cade”.

Eccolo interrogarsi sul senso di parole (e di quel che significano veramente) come asceta, eremita, anacoreta, sacro, precario, decidere, edicola, tabernacolo, miracolo, foreste, forestieri o persino di termini stranieri come serendipity. Forse il motivo per cui ama esplorare così i nomi è nella frase di Antonio Tabucchi che cita “nei nomi c’è il tempo passato assieme”. Per amare e comprendere qualcosa o qualcuno ci vuole del tempo passato assieme.

Si rammarica allora Ciampi perché “non ho tempo passato insieme a questo albero che ora vorrei sentire parte di me”. Oggi non ho più un rapporto “personale” con degli alberi, ma da ragazzo ne ho piantati tanti e curati a lungo. Erano alberi cui non avevo dato un nome, ma che conoscevo uno per uno. Mia madre diceva degli alberi che aveva curato, che per lei erano come dei figli. Questo si può creare, se si passa del tempo assieme. Anche con un albero. Del resto “Dio pose l’uomo in un giardino perché lo coltivasse e lo custodisse” osserva Ciampi citando la Genesi. E io mi chiedo quanto  cristiani, ebrei e mussulmani (per tutti loro quel libro, che li accomuna, dovrebbe essere sacro) abbiano rispettato questo compito. Come abbiamo curato il nostro giardino?

Eccolo raffrontare il pensiero di santi cattolici a quello di sapienti buddisti e trovarvi assonanze. E quando cita il buddismo dicendo “per quanto corra una bella differenza tra me e questo abete entrambi siamo manifestazione di Myo, la legge mistica. Tutto lo è, tutto contiene tutto” mi vengono in mente diverse parole ma dal significato simile che ho da poco letto in un saggio di Bergson, il filosofo nobel per la letteratura (“L’evoluzione creatrice”) quando dice che non esistono specie differenti, ma che siamo tutti manifestazione di un’essenza unitaria che è la Vita. È lo stesso impulso iniziale della Vita che ha generato animali, piante e funghi, quell’albero e questo uomo. Siamo tutti parte della stessa cosa. I grandi pensieri, come l’impulso della vita, tendono a convergere e a creare risultati simili lungo percorsi diversi.

Eccolo ricordarci che “se la vita è complicata, io potrei provare a esserlo un po’ meno”: quanti “Uffici Complicazione Cose Semplici” ci sono attorno a noi, mi chiedo.

Eccolo ammonirci, con l’insegnamento buddista “Se accendi una lanterna per un altro, anche la tua strada ne sarà illuminata”: quanta verità in questo concetto così semplice e così disatteso!

E trova persino l’occasione per buttare lì, con noncuranza, un’osservazione economica di non poco conto “ci sono molti modi di fare impresa: e uno, scontato, è approfittare della terra dove sei, fino a derubarla; l’altro è restituire a quella terra qualcosa di ciò che hai guadagnato, magari in cultura, magari in solidarietà”.

Insomma, è stato un vero piacere fare questo cammino, seppur virtuale, con Paolo Ciampi e, come lui, “arrivato alla meta, sbircio la meta dopo”, perché ogni risultato è solo l’inizio di un nuovo cammino e “beato l’uomo che ha sentieri nel cuore” perché avrà sempre un luogo dove andare.

Il volume è corredato  da alcune informazioni sul Parco Nazione delle Foreste Casentinesi, sulla Cooperativa In Quiete (www.cooperativainquiete.it) che organizza passeggiate nella natura ma non solo e, soprattutto, da una bibliografia commentata di alcuni testi che mi sono subito segnato per prossime letture (e c’è l’imbarazzo della scelta).

Carlo Menzinger

Firenze, 08/05/2018