Manzoni era un bigotto?

Di Massimo Acciai Baggiani

I-promessi-sposiLa risposta, a mio parere è: “ni”. Se per “bigotto” indichiamo «chi assiduamente e scrupolosamente osserva le pratiche del culto senza afferrarne l’intima essenza religiosa» (Google) o una «persona che ha una religiosità solo esteriore, non riscontrabile nei fatti» (Wikidizionario), certamente Alessandro Manzoni non era un bigotto. Lui ci credeva veramente alla Provvidenza e al messaggio cristiano (non sappiamo se anche nell’intimo, ma di sicuro nella sua immagine pubblica). Tuttavia se per “bigotto” intendiamo «persona o pensiero che mostra una grande religiosità unita ad altrettanta intolleranza e mancanza di flessibilità» (Wikidizionario) o «persona che mostra zelo esagerato più nelle pratiche esterne che nello spirito della religione, osservando con ostentazione e pignoleria tutte le regole del culto» (Treccani), Manzoni risponde in parte a questa definizione, ma non più dei suoi contemporanei. I personaggi de I promessi sposi, che mi sono riletto per l’ennesima volta durante questa quarantena da Covid-19, un capitolo al giorno[1], mostrano una grande varietà di intendere il sentimento religioso: completamente esteriore in Don Abbondio, portato alle estreme conseguenze in Fra’ Cristoforo.

Dopo averlo detestato a scuola, come la maggioranza degli studenti di ieri e di oggi, ho poi riscoperto questo romanzo celeberrimo (ma solo in Italia, all’estero non lo conosce nessuno) per conto mio, in una serie di letture, fatte a distanza di anni, che mi trovavano ogni volta “diverso” (e quindi capace di letture “diverse”). Questa del 2020 ho deciso che sarà la lettura “definitiva”, per me. D’altra parte le altre cose scritte dal Manzoni sono del tutto illeggibili, a partire dagli odiosi 5 maggio e Marzo 1821, costretti ad imparare a memoria sui banchi di scuola.

Molte le cose che sono state dette su questo libro, e molte quelle che vorrei chiosare io, a partire dalla lingua in cui è scritto, ma dovrei scriverne un libro a parte. Non è una lettura agevole. Non lo era quando è stato scritto – i «venticinque lettori» che aveva in mente il Manzoni erano persone colte, lombardi, in grado di comprendere (se non di parlare) una lingua che in Italia era prevalentemente scritta e padroneggiata da pochi[2]. Non è facile da leggere nemmeno oggi, anche se per motivi diversi. Io auspicherei una “traduzione” in lingua corrente, ma sarei lapidato da professori e puristi. Sull’attualizzazione linguistica ho le mie idee, abbiate pazienza: per me ha senso anche “tradurre” la Divina Commedia o il Decamerone, in alternativa al testo originale. Penso che una versione de I promessi sposi in italiano del XXI secolo sarebbe interessante da leggere, sicuramente più accattivante: in pratica un’operazione parallela a quella che il Manzoni finge di fare “riscrivendo” il manoscritto dell’anonimo secentista, che giudicava illeggibile dal punto di vista stilistico. Ecco, non si offenda il Manzoni se, a distanza di due secoli, possiamo dare un giudizio simile riguardo al suo italiano ottocentesco: anzi penso che avallerebbe questa riscrittura visto che lui stesso lo ha suggerito implicitamente riportando nella sua lingua un testo di due secoli prima.

A proposito, ricordo la bellissima ristampa anastatica della Mondadori di qualche anno fa. Quando ero studente universitario scoprii, grazie al prof. Toschi[3] che in genere le edizioni del capolavoro sono “monche”: manca l’apparato iconografico, le incisioni realizzate da Francesco Gonin con la supervisione dello stesso Manzoni. Leggere I promessi sposi senza illustrazioni è un po’ come ascoltare una canzone senza la musica: un ulteriore penalizzazione per gli studenti. I promessi sposi erano un romanzo illustrato, non dimentichiamolo, “multimediale” ante litteram.

Detto questo, perché è utile e piacevole leggere (o rileggere) questo vecchio romanzo ottocentesco anche ai tempi dei social e degli e-book, magari al di fuori degli obblighi scolastici? Le curatrici dell’edizione che mi letto durante la pandemia indicano i seguenti motivi:

  1. «il romanzo è bello»: sì, vero, premesso che il concetto di “bello” è soggettivo. È un romano appassionante, un meccanismo perfetto, se fosse un’auto sarebbe una “fuoriserie” (riprendo l’immagine dalle curatrici). Trovo però un peccato che il Manzoni abbia eliminato molti degli elementi gotici presenti nel Fermo e Lucia, (a me piace il gotico…).
  2. «è ancora attuale»: in effetti in questo periodo di pandemia il pensiero non può che andare alla peste di Milano di quattro secoli fa, e trovare perfino inquietanti parallelismi (anche allora c’erano i “complottisti” e i “negazionisti” – Don Ferrante, la caccia agli untori, eccetera, e anche allora il governo è intervenuto in ritardo e ha commesso vari errori). Questo facile confronto ha cominciato a riecheggiare nei media fin dall’inizio del lockdown (termine che non sarebbe piaciuto al Manzoni), ma al di là di questo aspetto contingente il romanzo è sempre attuale perché presenta degli archetipi, dei personaggi uguali in tutte le epoche storiche. Quanti Abbondi e Rodrighi conosciamo ancora oggi?
  3. «è un romanzo perfettamente costruito»: non a caso ci ha lavorato per decenni, il nostro Manzoni; c’è una perfezione ammirevole, un respiro così ampio e un equilibrio che stupisce ancora oggi. Punti deboli: i capitoli-saggio in cui si dilunga su questioni storiche che oltre a risultare ostiche e di scarso interesse, sono anche prolisse: i capitoli 31 e 32 sono illeggibili, si potrebbero togliere e la storia ne gioverebbe.

La storia è nota a tutti, quindi non c’è bisogno di spoilerarla né di soffermarmici: la do per scontata. Vorrei però passare in rassegna i personaggi più importanti con le mie impressioni:

1) Don Abbondio, che entra in scena per primo. È uno dei personaggi più interessanti: il Manzoni ha parole aspre per lui, tramite la bocca del cardinale Federigo, ma in fondo anche di affetto. È tragicomico: un uomo nato nel secolo sbagliato (ma forse se fosse nato ai nostri giorni si sarebbe fatto prete comunque), un vaso di coccio che viaggia insieme a vasi di ferro, stando in continua apprensione. Non è cattivo: quanti di noi davanti ai bravi avrebbero reagito diversamente? Per lui salvare la pelle è la cosa più importante: in questo posso comprenderlo in pieno, in quando la vita che abbiamo è una ed è l’unica cosa veramente preziosa. Cavoli, lo stavano minacciando di morte! Io avrei fatto altrettanto, lo confesso senza ipocrisie. Non amo i martiri; li rispetto ma non comprendo la loro filosofia. Se il mondo fosse popolato solo dal modello “Abbondio”, seguace del “vivi e lascia vivere”, sarebbe certo un mondo migliore, senza guerre e prepotenze, ma purtroppo il mondo è ben diverso e così abbiamo bisogno di eroi (che ammiro ma con cui non mi identifico).

2) Renzo, ragazzo simpatico ma ingenuo nei momenti sbagliati. Nel finale elenca diverse cose che non rifarebbe, e ci auguriamo che abbia imparato la lezione. Di lui mi piace la sua sete di giustizia, che alcuni contestano essere sete di “vendetta”: ma per me le due parole indicano lo stesso concetto. Fossi stato Renzo avrei mandato a quel paese Fra Cristoforo e sarei andato diretto da Don Rodrigo per farlo fuori… dopo aver preparato però un piano adeguato. Non sarei stato così impulsivo, quello no.

4) Di Don Rodrigo non si può dire altro che era un bullo scemo, ma non più della maggioranza dei suoi compagni “nobili” dell’epoca (e anche dei “potenti” di oggi); su di lui non c’è molto altro da dire, non mi fa pena nemmeno quando viene colpito dalla peste.

5) Fra’ Cristoforo ha dei tratti che me lo rendono simpatico (il difendere gli umili, il dare addosso ai prepotenti) e altri che proprio non capisco e non approvo: quando, nel capitolo 35 incontra Renzo nel lazzaretto lo “costringe” non solo a perdonare il suo aguzzino, Don Rodrigo, ma addirittura ad “amarlo”. Come si possa amare a comando, per di più uno che ti ha rovinato la vita, questo rimane un mistero che il Manzoni non spiega. Nemmeno Cristoforo lo spiega: dà per scontato che sia così. Come il cardinale Borromeo, anche Cristoforo pretende dagli altri la stessa inflessibilità, lo stesso rigore, con cui hanno forgiato la propria vita. Alla fine dei tratti di prepotenza, retaggio della sua antica vita da nobile, rispuntano fuori nel pretendere che gli altri la vedano come lui; perciò lo trovo un personaggio ambiguo per cui non riesco a provare una simpatia senza riserve. D’altronde lo stesso narratore, nella chiusura del romanzo, chiede si suoi “25 lettori” di voler bene all’autore secentesco e al narratore stesso (che sappiamo essere la stessa persona); si può dire che se l’opera ci è piaciuta non c’è bisogno di questa richiesta, e se non c’è piaciuta accettiamo comunque le scuse che – per pararsi il culo – Manzoni mette proprio nell’ultima frase come “captatio benevolentiae”.

6) Gertrude, la Monaca di Monza, è certo una povera disgraziata, a cui il Manzoni avrebbe consigliato di rassegnarsi alla sua monacazione forzata e a trovare conforto nella stessa fede – che nelle sue condizioni avrebbe perso anche una santa. Il Manzoni ovviamente disapprova la violenza psicologica del padre di Gertrude, ma non disapprova ciò che era assolutamente normale nel ‘600, nell’800 e perfino ai giorni nostri tra le famiglie cattoliche: imporre la propria religione ai figli. Gli stessi Renzo e Lucia faranno altrettanto, allevando nel “timor di Dio” la loro numerosa prole, come su ordine (più che consiglio) di fra’ Cristoforo morente nel lazzaretto. Parlare di libertà di culto era fuori luogo per Manzoni, anche per questo non metto un “no” netto sulla domanda iniziale sulla sua bigottaggine. Gertrude ha fatto bene a venire meno ai voti di castità pronunciati contro la sua volontà, magari poteva scegliersi un soggetto meno losco rispetto ad Egidio per romperli…

7) L’Innominato mi dà lo spunto per una riflessione sui “cattivi” che diventano “buoni”. È una cosa rara in letteratura: di solito i cattivi fanno una brutta fine e anche se puniti non si pentono affatto, anzi. Qualche volta trionfano pure (come accade spesso nella realtà). Personalmente godo quando il cattivo di turno ha quel che si merita, ma godrei ancora di più se si pentisse e rimediasse al male fatto: perciò il personaggio dell’Innominato mi piace, anche perché non si limita a pentirsi formalmente (quello riesce a tutti, se non si deve pagare per i propri errori) ma si dà attivamente da fare per rimediare. La trovo una cosa bellissima, l’episodio più bello del romanzo, ma anche utopica: le persone, nella realtà ma anche in letteratura, non cambiano così radicalmente, purtroppo. È più frequente anzi che i buoni diventino cattivi che viceversa.

8) il personaggio comunque più “bigotto” è senza dubbio Lucia, la «madonnina infilzata»; immagino come dev’essere l’intimità tra lei e Renzo, anche se nell’ultimo capitolo si arguisce che il sesso non sia mancato (la prole è numerosa), ma a letto mi sa che era una che “lo faceva solo per dovere”.

Tornando alla questione iniziale, Manzoni, con tutta la sua intelligenza e sensibilità, è figlio del suo tempo: nell’Europa dell’Ottocento, per molti versi simile a quella del Seicento, ci si poteva ancora scannare per motivi religiosi[4]. Non che all’epoca non esistessero pensatori materialisti (ce n’erano perfino nel XVII secolo: i “libertini” Cyrano de Bergerac, Gabriel Naudé e Gassendi, per fare qualche nome) ma accettare che l’altro adori un altro dio o, peggio ancora, sia ateo, era chiedere troppo a un uomo di quell’epoca (e anche a molti uomini e donne di oggi, purtroppo). Con Manzoni non credo sarebbe stato possibile parlare di ateismo: con penso proprio che avrei potuto intavolare un dialogo con lui se, grazie a una macchina del tempo, me lo fossi trovato davanti. E poi, alla fine, i promessi sposi non potevano andarsi a sposare altrove, da qualche altro prete, senza create tanti «imbrogli»?

Firenze, 7 maggio 2020

Note

[1] Nell’edizione scolastica a cura di Daniela Ciocca e Tina Ferri (A.Mondadori scuola, 2009).

[2] Il “popolo italiano”, non ancora unito politicamente, parlava gli innumerevoli dialetti: la Questione della Lingua si sarebbe proposta all’indomani dell’Unità, e avrebbe chiamato in causa lo stesso Manzoni

[3] Con cui mi sono laureato.

[4] Come oggi avviene in contesti di fanatismo islamico o induista.

Alcune riflessioni su guerre e genocidi

Di Massimo Acciai Baggiani

marainiTra i molti libri letti durante la quarantena, un romanzo di Dacia Maraini mi ha dato l’occasione per mettere per scritto alcune riflessioni su tematiche toccate dalla storia, ambientata in Europa in piena guerra fredda. Il treno dell’ultima notte non è un libro per stomaci delicati: la Maraini non risparmia al lettore che, come la protagonista, «vuole mettere il naso nella merda»[1], nessuno degli orrori dei lager nazisti o dei regimi cosiddetti “comunisti”, «cose talmente vere che sembrano finte, talmente vere che diventano sublimi nella loro irrealtà.»[2] tanto che anche noi lettori ne siamo sconvolti, ci sentiamo in qualche modo incapaci di capire fino in fondo l’orrore, perfino vagamente colpevoli anche se siamo nati decenni dopo quell’epoca oscura. Quando si pensa di esserci abituati alla narrazione dei crimini del nazismo, capita di leggere un libro come questo e di esserne ancora scossi.

La storia è quella di un viaggio all’inferno: non quello dantesco nell’aldilà, ma quello di Amara, giornalista italiana ossessionata dalla ricerca di Emanuele, antico compagno di giochi d’infanzia, primo amore, scomparso come tanti ebrei nell’orrore della seconda guerra mondiale. Amara vive a Firenze, nel mio stesso quartiere, Rifredi: molti sono i luoghi citati a me familiari (via Alderotti, Villa Lorenzi, via degli Incontri, piazza Dalmazia, il Terzolle… ma anche il mio amato Monte Morello).

Amara è stata appena sfiorata dalla guerra (anche se pure lei ha fatto la fame); si è poi rifatta una vita, si è sposata, ma non ha mai dimenticato Emanuele, la cui famiglia benestante ha avuto la poco brillante idea di tornare a Vienna (da cui molti ebrei fuggivano) proprio durante le persecuzioni razziali, sicura della propria intoccabilità aristocratica. Adesso, Amara è una donna e fa la giornalista: può attraversare confini. Il viaggio la porta, in piena guerra fredda, oltre cortina, da Auschwitz a Vienna e da qui a Budapest, dove capita alla vigilia della rivoluzione ungherese del 1956 – e come giornalista mancherà lo “scoop” a causa delle difficoltà di comunicazioni col suo giornale in Italia – in un’Europa dell’Est ancora ferita, sotto un regime non meno sanguinario di quello da poco sconfitto. Amara incontrerà due uomini che la aiuteranno nella sua ricerca disperata che, suo malgrado, giungerà a una conclusione: non quella sperata purtroppo. Emanuele è morto e sepolto: al suo posto c’è un uomo distrutto, imbestialito, che non ha mai saputo superare il trauma di Dachau.

Manca insomma il lieto fine: non può esserci, dal lager non se ne esce vivi neppure se si viene salvati – come già dimostrato da Primo Levi. Si è comunque morti dentro. L’orrore è assoluto. Ancora oggi gli ebrei giustamente ci tengono a che non venga mai dimenticato – anche se molti hanno la memoria corta e le nuove generazioni pare non abbiano imparato molto dai padri. Il 27 gennaio, Giorno della Memoria, è dedicato al Genocidio per antonomasia, la Shoah, l’Olocausto. Guai a dimenticarlo, o aggiungere postille, altrimenti si viene tacciati come minimo di antisemitismo, se non proprio di nazismo.

Dopo la lettura del romanzo della Maraini – come dopo qualsiasi testimonianza dei lager (da Se questo è un uomo a Schindler’s list) non sarebbe però male prendere una qualsiasi Bibbia e aprirla a Deuteronomio 7,1-5:

«Quando il SIGNORE, il tuo Dio, ti avrà introdotto nel paese che vai a prendere in possesso, e avrai scacciato molti popoli: gli Ittiti, i Ghirgasei, gli Amorei, i Cananei, i Ferezei, gli Ivvei e i Gebusei, sette popoli più grandi e più potenti di te; quando il SIGNORE, il tuo Dio, li avrà dati in tuo potere e tu li avrai sconfitti, tu li voterai allo sterminio[3]; non farai alleanza con loro e non farai loro grazia. Non t’imparenterai con loro, non darai le tue figlie ai loro figli e non prenderai le loro figlie per i tuoi figli, perché distoglierebbero da me i tuoi figli che servirebbero dèi stranieri e l’ira del SIGNORE si accenderebbe contro di voi. Egli ben presto vi distruggerebbe. Invece farete loro così: demolirete i loro altari, spezzerete le loro statue, abbatterete i loro idoli d’Astarte e darete alle fiamme le loro immagini scolpite.»

Cosa vorresti insinuare? Mi domanderebbe qualcuno, non necessariamente ebreo. Vorresti dire forse che la Shoah è stata una sorta di punizione karmica per l’antico genocidio biblico dei cananei e compagnia bella?

Sarebbe una lettura un po’ banale e comunque fuorviante. Non credo nel karma collettivo; penso che ognuno abbia solo il proprio karma personale, ed è più che sufficiente. Gli ebrei del XX secolo non erano fisicamente gli stessi che uccidevano donne e bambini in “terra santa”, né lo avrebbero mai fatto. La stragrande maggioranza degli ebrei di oggi, come di quelli del secolo scorso, è composta da brava gente, poco ortodossa, pacifica e priva di fanatismo: un po’ come i cattolici. Sì, ci sono anche i fanatici, come in qualsiasi gruppo umano, ma sono pochi e non fanno testo. Pochi tra i cattolici hanno letto il Deuteronomio, così come non tutti gli ebrei conoscono o approvano la Torah (nascere ebreo è un fatto etnico, non una scelta religiosa: se si ha la sfiga di nascere tra ebrei osservanti si subisce una mutilazione genitale da piccoli, ma c’è a chi va peggio… ad esempio a chi nasce femmina in un paese islamico): a coloro però che condannano la Shoah e approvano i genocidi compiuti dai propri antenati, dico solo che non fanno un buon servizio alla propria causa. Non vedo una grande differenza tra il credo ariano della “razza superiore” e quella del “popolo eletto” promossa dagli ebrei antichi e da quelli moderni che bombardano i palestinesi in nome della medesima “terra promessa”[4].

Io non credo nei genocidi di serie A e in quelli di serie B: un genocidio è unico, e non può avere mai alcuna giustificazione. Ma è corretto dunque accostare uno sterminio avvenuto millenni fa ad uno accaduto nella “civilissima” Europa del XX secolo, dopo l’Illuminismo, la Rivoluzione Francese e Americana, e poco prima della Dichiarazione universale dei diritti umani? A chi si è posto la mia stessa domanda – ebbene sì, non sono il primo – è stato risposto con un NO secco. Un bambino trucidato tremila anni fa non vale un bambino gasato ottanta anni fa. Era un altro mondo, quello in cui agivano gli ebrei veterotestamentari: altri valori, altra considerazione della vita umana. Bene, sono d’accordo: nel 1000 a.C. un genocidio era normale amministrazione, non si scandalizzava nessuno. Perché dovremmo scandalizzarci, oggi, se un dio “misericordioso” ordinò al proprio popolo di cancellarne altri sette? Risponderei: per la stessa ragione per cui oggi ci scandalizziamo se decine di milioni di ebrei (e omosessuali, e zingari, e comunisti, ed esperantisti…) sono stati assassinati e ridotti in cenere. Perché la vita umana è sempre sacra. È più sacra di qualsiasi culto, di qualsiasi nazionalismo, di qualsiasi bandiera, di qualsiasi ideale. Uno degli argomenti più forti con cui sostengo il mio ateismo e il mio antifascismo è proprio questo: un dio buono non avrebbe mai permesso un singolo omicidio, figuriamoci quello di un intero popolo, e figuriamoci poi ancora di più se ordinato dallo stesso dio.

Il discorso si potrebbe ampliare agli innumerevoli genocidi e alle altrettanto innumerevoli guerre della Storia nota – gli armeni, gli indios, gli indiani d’America, i catari, e chi più ne ha più ne metta – ma penso di aver chiarito il punto. Una guerra giusta non esiste. Solo il giorno in cui non esisteranno più “popoli” – ebrei, islamici, italiani, americani, africani, eccetera – ma ci sarà un unico grande “popolo”, quello “umano”, anzi quello degli “esseri senzienti”, solo allora e non prima si potrà parlare di “giustizia” anche in concreto. L’uomo vedrà mai quel giorno? Solo se saprà vincere la sua oscurità e saprà riconoscere se stesso nell’altro, se si sentirà parte integrante dell’universo intero, se capirà che fare del male agli altri è in fondo farlo a se stesso… solo allora l’uomo sarà divenuto simile a una divinità, ma certo non quella hitleriana dell’Antico Testamento o delle altre religioni teiste. Spiace dirlo, ma è così. Io credo che l’uomo si meriti questo futuro luminoso, fintanto che sulla terra esisteranno dei sognatori.

Firenze, 21 aprile 2020

Bibliografia

Maraini M., Il treno dell’ultima notte, Milano, Rizzoli, 2010.

Note

[1] Maraini M., Il treno dell’ultima notte, Milano, Rizzoli, 2010, p. 413.

[2] Ibidem.

[3] Il corsivo è mio.

[4] A pag. 144-145 del romanzo della Maraini c’è un’interessante “confessione” di alcuni ebrei ritornati da Israele che, pur non rinnegando la loro fede ebraica e sostenendo le ragioni del proprio popolo, mettono in discussione la soluzione armata alla questione palestinese, usando esplicitamente la parola “invasione”.

Lo Stupore e il Mistero

Di Massimo Acciai Baggiani

giussaniInnumerevoli sono i movimenti sorti nell’ambito della chiesa cattolica, soprattutto nello scorso secolo. Io ne ho conosciuti personalmente tre: quello dei Ricostruttori, dei Focolarini (a cui ho dedicato un capitolo nel mio libro Due passi indietro[1]), ma quelli che ho frequentato più a lungo sono senza dubbio i Ciellini: più o meno una decina d’anni. Premetto che non sono mai stato un seguace di don Giussani (1922-2005), né ho mai aderito a Comunione e Liberazione: quando incontrai per la prima volta il movimento, creato dal prete lombardo nel 1954, ero una ateissima matricola alla facoltà di Fisica e Matematica, nell’autunno del ‘94.

Avevo ufficializzato il mio ateismo con i miei genitori[2] un paio di anni prima e da un anno non frequentavo più la parrocchia di Santo Stefano in Pane, soprattutto dopo il disastroso campo di lavoro a Cuneo, nell’estate del ’93, quando mi venne la malaugurata idea di fare volontariato nella Emmaus. Fui abbordato da studenti universitari più grandi e invitato a studiare con loro. Quegli incontri si concludevano con una sospetta preghiera, a cui partecipavo mio malgrado. All’epoca non avevo idea di cosa fosse CL: lo avrei scoperto comunque col tempo. Abbandonati gli studi di Fisica, dopo solo un mese, mi iscrissi a Lettere: all’inizio del nuovo anno accademico, nel ’95, fui di nuovo abbordato alla segreteria studenti da alcuni ciellini che davano una mano alle matricole a compilare i vari moduli. Tra questi c’era una ragazza che mi piaceva molto fisicamente.

Mi lasciai così convincere a partecipare alle loro “scuole di comunità”: delle riunioni che si tenevano con cadenza settimanale[3], se ricordo bene, dove venivano lette e commentate le opere del Giussani. Si trattava di libri scritti con un linguaggio oscuro, ermetico, in una sorta di gergo teologico-filosofico in cui ricorrevano parole chiave quali “stupore”, “Mistero[4]”, “Volto[5]”, “incontro[6]”, eccetera. Erano lezioni in cui capivo poco o nulla, di una noia mortale, e a cui partecipavo malvolentieri; ma come dir di no a un bel visino che per lo più mi prendeva in considerazione? Bisogna dire che all’epoca il mio rapporto con l’altro sesso era piuttosto problematico: ero timidissimo, le ragazze mi ignoravano, quindi scambiai per interesse e amicizia il fatto che la ciellina in questione mi venisse a cercare, fosse pure solo per fare proselitismo. Partecipai così alle loro gite, alle feste universitarie, alle conferenze[7], ai capodanni e soprattutto alle vacanze estive in montagna.

Ammetto che tra il 1996 e il 2004 ho trascorso delle fantastiche settimane sulle Alpi (La Thuile, la Val di Fassa, la Svizzera…): erano degli ottimi organizzatori, il programma era sempre interessante, i luoghi bellissimi e gli alberghi di prim’ordine e a basso prezzo. Unico neo: le loro ossessive scuole di comunità, che comunque riuscivo a disertare quasi sempre.

Dal punto di vista umano invece lasciavano parecchio a desiderare: in dieci anni non ho mai stretto una vera amicizia, e anzi ricordo quando, durante la mia ultima vacanza sulle Dolomiti ebbi un piccolo incidente durante una camminata[8] e nessuno mi aiutò: tanto per restare in tema, mi sentivo un po’ come il tizio del Vangelo scavalcato dai vari preti, in attesa di un buon samaritano che non arrivò mai. Ricordo anche che erano molto inquadrati, come tanti soldatini: le camminate venivano svolte tutte in fila indiana – una fila lunghissima, visto che si parlava di centinaia di persone – lungo i sentieri montani, in assoluto silenzio (io ascoltavo musica con le cuffie), ligi alle direttive dall’Alto. La cosa più sconcertante per me però era assistere all’Angelus, una preghiera che veniva fatta la mattina con voce robotica e alienata. Ricordo anche un altro episodio che la dice lunga sull’ipocrisia ciellina: un giorno uscendo da una delle loro riunioni in montagna non trovai più l’ombrello, che avevo lasciato all’ingresso del salone. Stava piovendo, così feci una corsa sotto l’acqua fino all’albergo, domandandomi chi fosse quel figlio di puttana che me lo aveva fregato: venne fuori che era stata la moglie di uno dei capi, perché aveva dimenticato il suo in hotel e aveva pensato di prendere quello di un “sottoposto”. Quando ne chiesi la restituzione, quella mi guardò come se fossi un rompiscatole e mi chiese: «Adesso?»

Nel 2001 mi laureai, l’anno successivo incontrai il buddismo di Nichiren Daishonin, ma continuai a frequentarli ancora per un paio di anni, sfruttandoli come “agenzia di viaggi”, così come loro avevano sfruttato me. Ovviamente non ho mai parlato delle mie idee religiose con loro, non le avrebbero comprese e sarei stato allontanato senza tanti complimenti[9].

Non ho mai letto per intero un libro di Giussani – verso cui i ciellini hanno un vero e proprio culto della personalità, tant’è che un giorno che apparve su tetto dell’albergo fu inneggiato neanche fosse apparsa la Madonna! – ma se è vero che dai frutti si riconosce l’albero, non credo che mi sarei sentito a mio agio a dialogare con costui. Colto, coltissimo, non dico di no – i riferimenti letterari e filosofici abbondavano nei suoi testi, spesso reinterpretati a modo suo[10] – ma arido e cervellotico, tutto il contrario di una Chiara Lubich[11] o di un Guidalberto Bormolini[12]. Anni dopo aver chiuso con i ciellini mi è capitato tra le mani un suo testo didattico per l’ora di religione ad uso dei licei: l’ho preso per curiosità dal solito scaffale del libero scambio e ho cercato di comprendere che cosa mi ero perso negli anni universitari, alla luce di un bagaglio culturale più ampio e di tanti dialoghi con esponenti di religioni diverse. Non un granché, mi pare: Giussani era un conservatore, dietro un’apparente adesione alla razionalità propugnava idee medievali, cadeva spesso in contraddizione, aveva insomma qualcosa di respingente per me.

È interessante vedere come si rapportava alle altre religioni. Come valutarle? Il sincretismo[13] è da evitare, così come il razionalismo (ossia studiarle tutte e scegliere poi quella che convince di più – soluzione dichiarata «astratta» e «impossibile»[14] – o almeno studiare quelle più diffuse[15] – e qui il Giussani ci fa un po’ sorridere con la constatazione che così, visto che nel I secolo d.C. i cristiani erano una piccola minoranza, «avrei dovuto trascurare quel minuscolo gruppo d’uomini e non avrei mai scoperto che la mia verità era invece proprio lì»[16]). Insomma, l’unico approccio sensato secondo il nostro autore è quello che lui stesso definisce «empirico», il quale consiste – in parole povere – a seguire la religione della propria tradizione. Cioè, se nasci in un paese cattolico non hai scampo: devi essere cattolico! Lo stesso per quanto riguarda i paesi islamici (in quelli purtroppo davvero non hai scampo…), buddisti, scintoisti, eccetera. Non importa se non credi, segui la religione dei tuoi genitori. È insomma una norma «di convenienza»[17], salvo «convertirsi», che può essere anche semplicemente «la scoperta più profonda e più autentica di ciò cui si aderiva prima.»[18]

Trovo questo passo molto significativo. Qualcosa del genere lo sosteneva tra l’altro anche il Dalai Lama, sconsigliando alle persone di cambiare religione rispetto a quella dei genitori per non incorrere in “conflitti psicologici”. Non è una cosa banale come potrebbe apparire. Se uno nasce in un paese multiculturale, con una grande varietà di fedi religiose, sarà portato a una maggiore apertura mentale: molto più difficile averla in un paese monolitico come ad esempio una teocrazia, specie dove l’“apostasia” è un reato da pena capitale. In Italia fino a qualche tempo fa la chiesa cattolica deteneva una sorta di monopolio; oggi per fortuna le cose stanno cambiando anche qui, seppure molto lentamente. Ancora negli anni Novanta i miei genitori si scandalizzavano per la mia “apostasia” (ma io non sono mai stato cattolico, tentavo di spiegargli, sono stato semplicemente battezzato contro la mia volontà). Se potessi parlare con lo spirito del Giussani gli farei notare che, in base a questo ragionamento, se fosse nato duemila anni fa avrebbe anche lui offerto sacrifici a Giove o a Marte, visto che quella era la religione della tradizione, e non avrebbe mai aderito a quel «minuscolo gruppo d’uomini» di cui parlava poche righe sopra, anzi se tutti gli uomini avessero seguito la soluzione «empirica» non sarebbe mai nata alcuna nuova religione, cristianesimo compreso.

Insomma; bisogna restare nella religione dei padri oppure bisogna convertirsi?

Come il Giussani risolva questa contraddizione non è dato saperlo, infatti nel libro cambia subito argomento.

Firenze, 27 marzo 2020

PS: L’ex primo ministro Matteo Renzi è stato ciellino, oltre che compagno di scuola di una mia cara amica, la quale lo ricorda come molto attivo nel movimento e “politico” già allora. Lo chiamavano “il Bomba”.

Bibliografia

  • Giussani L., Scuola di Religione, Torino, SEI, 1999.

Note

[1] Acciai Baggiani M., Magnelli I., Due passi indietro, Firenze, Porto Seguro, 2020, pp. 44-76.

[2] Non la presero bene.

[3] Nelle aule universitarie oppure nella loro stanzetta, nel seminterrato del dipartimento di Italianistica in Piazza Brunelleschi, proprio a fianco della stanza degli Studenti di Sinistra, con cui c’era una rivalità stile Don Cammillo vs Peppone.

[4] Alias il dio cattolico.

[5] Quello del Mistero (vedi sopra).

[6] Quello con CL ovviamente.

[7] Ricordo quella del prof. Franco Cardini, il noto esperto di crociate, cattolicissimo, assenteista a lezione e ai ricevimenti, in cui dava una sorta di giustificazione alle varie guerre di religione combattute nel medioevo.

[8] L’incidente al ginocchio mi impedì di rientrare al lavoro, presso l’Albergo Popolare, e mi costrinse a zoppicare per un bel po’. Ancora oggi è un mio punto debole.

[9] Qualcuno di loro, tra il serio e il faceto, parlava di rogo nei confronti degli odiati Studenti di Sinistra.

[10] Ad esempio la “rilettura” cristiana di Leopardi.

[11] La fondatrice del movimento dei Focolari.

[12] Il prete responsabile della sezione toscana dei Ricostruttori.

[13] Approccio adottato dai Ricostruttori.

[14] Giussani L., Scuola di Religione, Torino, SEI, 1999, p. 119.

[15] Infatti vediamo che la conoscenza del Giussani delle altre religioni è molto superficiale, basta vedere cosa scrive del buddismo (Giussani L., Op. cit., p. 119).

[16] Giussani L., Op. cit., p. 120.

[17] Ibidem.

[18] Ibidem.

La Bhagavad Gīta: un invito alla violenza?

Di Massimo Acciai Baggiani

bhagavad-gita-cosi-comeMentre il mio amico e collega scrittore Carlo Menzinger si leggeva l’intera Bibbia, tutta d’un fiato, per poi recensirla[1], io facevo qualcosa di analogo con un altro testo sacro: la Baghavad Gīta. Confesso che, a differenza di Carlo, io non ho avuto lo stomaco per portare fino in fondo la lettura[2]: dopo le prime 160 pagine sono saltato alle ultime tre. Non credo tuttavia di aver perso molto: come il testo sacro dei cristiani, anche quello degli induisti è pieno di ripetizioni – anzi di più. Gli insegnamenti che Kṛṣṇa impartisce all’amico guerriero Arjuna (l’intero poema è costituito da un dialogo tra i due) sarebbero sintetizzabili in una pagina. Si tratta quindi di un testo prolisso, scritto in uno stile piuttosto oscuro per chi è a digiuno di filosofia indiana: infatti la maggior parte delle 692 pagine è occupata dalla spiegazione. Sì, avete indovinato: si tratta della versione commentata da Swami Prabhupāda (1896-1977), il santone indiano dall’aspetto poco rassicurante che ha fondato l’ISKON (gli “Hare Kṛṣṇa”) negli anni Sessanta, portandoli in tutto il mondo con il loro famoso mantra, le teste rasate e gli abiti a colori vivaci. La Gīta è il loro testo di riferimento, così come quello di milioni di seguaci di quella strana religione (o piuttosto insieme di sette e scuole yogiche) che è l’induismo moderno.

Si tratta di una parte del Mahābhārata, uno dei più grandi e famosi poemi epici dell’India antica, il quale descrive la guerra per il trono da parte di due gruppi di cugini di stirpe reale: i Kaurava e i Pāṇḍava. Tra i secondi c’è appunto Arjuna, appartenente alla casta dei kṣatriya (sì, già allora c’erano le caste… non bisogna stupirsene, semmai bisognerebbe meravigliarsi che ci siano ancora ai giorni nostri!). Accanto a lui, sul carro da guerra, c’è l’amico e maestro Kṛṣṇa, la “Persona Suprema”; per intenderci, quel giovane dalla pelle bluastra che figura in tante illustrazioni, spesso circondato da belle ragazze indiane, oppure in versione infantile-pucciosa sulle copertine di dischi hippies[3].

La Gīta si apre con gli opposti eserciti schierati sul campo di battaglia di Kurukṣetra. Tutto è pronto per il massacro. Arjuna all’improvviso ha dei ripensamenti; umanamente si domanda se valga poi la pena sterminare i propri parenti per salire su un trono. Ci aspetteremmo che l’ “essere supremo” lo lodi per la sua posizione non-violenta – ciò che definisce, a mio parere, una religione degna di rispetto[4] – e che finisca tutto con un abbraccio corale tra i soldati degli opposti fronti. Macché. Il dio Kṛṣṇa non è affatto contento degli scrupoli di Arjuna, anzi lo rimprovera aspramente per l’idea di voler venir meno ai suoi doveri di soldato. Il massacro deve avvenire, così vuole Kṛṣṇa. Impossibile sottrarsi al compito di sbudellare consanguinei e amici.

Il motivo di tanta crudeltà? Semplice: il mondo materiale non ha alcuna importanza, l’anima è immortale e il suo compito inderogabile è ubbidire al Signore Supremo. Tutto è finalizzato a quello, non c’è altro scopo all’esistenza umana. Tutto ciò ci ricorda qualcosa…[5]

Dunque Kṛṣṇa non è “immorale” nell’approvare, anzi ordinare, la guerra: «la Bhagavad Gīta insegna la più alta moralità […] Si deve diventare devoti di Kṛṣṇa e l’essenza di tutte le religioni è l’abbandono a Lui.»[6] Parole forti quelle che Prabhupāda mette alla fine del suo lungo commento al poema. L’affermazione secondo cui tutte le altre religioni non sono altro che una variante (o corruzione) dell’unica vera – in questo caso dal punto di vista induista – non è nuova: qualcosa del genere lo hanno detto anche Bahá’u’lláh (1817-1892), fondatore del movimento Bahá’í, e più recentemente Raël (1973- ). Chiedere alle varie religioni di rispettare quelle altrui è chiedere troppo, a quanto pare.

Ma da dove nasce quest’odio viscerale per la “materia”? Insomma, per la “ciccia”, di cui sono fatti in modo incontrovertibile i nostri corpi? Perché tutto questo disprezzo per l’appagamento dei sensi? Dalla lettura della Gīta non è chiaro: si insiste fino allo sfinimento che la materia è brutta e cattiva, mentre l’anima spirituale è pura, ma non si capisce perché uno dovrebbe mortificarsi come gli asceti, rinunciando a tutto quello che c’è di bello nel mondo – sesso compreso, per chi ha la fortuna di poterlo praticare. L’assunto della letteratura vedica, che viene dato per scontato, è che “tu non sei il tuo corpo” (come in tutte le religioni d’altronde), che insomma la ciccia sia solo una specie di abito che uno deve togliersi a un certo punto, per prenderne magari un altro (come prevedono le religioni basate sulla reincarnazione, buddismo compreso), a logica non porterebbe automaticamente a liberarsi il prima possibile di questo “abito”, ma anzi a goderselo il più possibile, finché l’abbiamo, sempre nel rispetto degli altri ovviamente. Perché ad esempio fare sesso solo a scopo riproduttivo, esclusivamente nel vincolo matrimoniale? Chi ha inventato questa cosa? Come gli è venuto in mente?

Non ho risposte, ma certo quelle che si possono dedurre dai testi sacri non sono molto convincenti. Se esiste un dio che ha creato i sensi, penso che lo abbia fatto proprio per soddisfarli, altrimenti sarebbe un dio sadico, quantomeno schizofrenico. Con ciò non affermo che potrebbe esistere un dio – nego del tutto questa possibilità – sto parlando per assurdo. Mi convince di più l’assunto che corpo e anima (qualunque cosa questa parola indichi) sono inscindibili e che, come scriveva Valerio Negrini «l’anima e il corpo se li stacchi non sai più chi sei»[7]. La violenza quindi mirata a separare queste due entità – sia con la spada che con il lavaggio del cervello – è sempre condannabile. Non esiste guerra giusta, tantomeno se ordinata da una divinità: su questo sono arcisicuro.

Ci sono poi altre cose discutibili, dal mio punto di vista, nella fede degli Hare Kṛṣṇa: dietro i loro sorrisi un po’ ebeti c’è questa violenza (che deriva appunto dalla Gīta) e il loro vegetarianismo in questo senso mi puzza non poco: se provi compassione per gli animali macellati come puoi approvare la macellazione di esseri umani su un campo di battaglia? C’è qualcosa che non torna, così come l’affermazione del guru indiano che se proprio non si vuole rinunciare alla carne è consigliabile almeno limitarsi ad ammazzare i maiali (per via della loro “immoralità sessuale”… di nuovo la fobia del sesso dei religiosi) oppure nutrirsi dei cadaveri di animali già morti (magari per malattia?)[8] e che il guru (Prabhupāda si riferisce ovviamente a se stesso) va adorato come un Dio[9]. No, non era ironico il nostro santone: diceva sul serio. I suoi seguaci l’hanno preso in parola, almeno per la sua venerazione come divinità (se poi vadano a giustiziare suini perché fanno ciò che loro vorrebbero fare ma non possono, oppure a mangiare carcasse di vacche putrefatte, non so… spero per loro di no).

«Diffidate dei buddisti che mangiano carne» diceva una seguace di Prabhupāda, durante una conferenza a cui ho assistito. Io piuttosto diffido di chi non mangia carne ma approva il sistema delle caste, la fede cieca nel guru e la guerra di religione.

Firenze, 14 marzo 2020

Bibliografia

  • A.C. Bhaktivedanta Swami Prabhupāda (a cura di), La Bhagavad Gīta così com’è, The Bhaktivedanta Book Trust, 2013.
  • A.C. Bhaktivedanta Swami Prabhupāda, Viaggio alla scoperta del sé, The Bhaktivedanta Book Trust, 1997.
  • Satsvarupa dasa Goswami, Śrila Prabhupada, The Bhaktivedanta Book Trust International, 1994.

Note

[1] https://carlomenzinger.wordpress.com/2020/03/10/leggere-la-bibbia-tutta-dun-fiato

[2] Neanche la Bibbia ho letto per intero e tutta di seguito, perché farmi del male fino a tal punto?

[3] Ad esempio sulla copertina dell’album di Cesare Cremonini Bagus (2002).

[4] Vedi il mio articolo La vera religione.

[5] Krishna e Geova hanno diversi tratti in comune, a partire dalle idee sanguinarie…

[6] A.C. Bhaktivedanta Swami Prabhupāda (a cura di), La Bhagavad Gīta così com’è, The Bhaktivedanta Book Trust, 2013, p. 655.

[7] Anima e corpo, in Facchinetti R., Fai col cuore (1993).

[8] Queste “perle” di trovano in A.C. Bhaktivedanta Swami Prabhupāda, Viaggio alla scoperta del sé, The Bhaktivedanta Book Trust, 1997.

[9] Satsvarupa dasa Goswami, Śrila Prabhupada, The Bhaktivedanta Book Trust International, 1994.

Quegli incontri del lunedì sera…

Di Massimo Acciai Baggiani

elefantinoA volte faccio lo sforzo di uscire di casa dopo cena: vinco la mia naturale pigrizia che mi porterebbe a mettermi davanti alla tv (oppure, ultimamente, davanti a un buon libro) e vado in via Corelli, a Novoli. Qui, in un cortile interno, sorge il centro Devadatta, di proprietà dei Ricostruttori. C’è un parcheggio ghiaioso davanti a una costruzione bassa; entrando da una porta a vetri si accede in un salone in cui aleggia profumo d’incenso. Sul pavimento c’è un mosaico. Un’altra porta da su una grande sala con le pareti di un giallo acceso, quasi arancione, con tante sedie e al centro un grande tavolo di legno, d’aspetto antico.

Qui si tengono interessanti incontri su tematiche filosofiche e religiose, solitamente il lunedì alle 21. Chi li organizza è un movimento religioso che risponde al nome di “Ricostruttori nella preghiera”[1]: fondato nel secolo scorso da padre Gian Vittorio Cappelletto, questo movimento mette d’accordo il cattolicesimo con la mistica orientale attraverso l’antica pratica ascetica dell’esicasmo, in un interessante sincretismo. Io l’ho scoperto per caso, anni fa; trovato un volantino che annunciava un ciclo di conferenze sul tema della morte – tematica purtroppo ben presente nei miei pensieri in quel periodo, di poco successivo alla dipartita di mia mamma per un tumore – decisi di andare a sentire cosa avevano da dire al riguardo. Dietro al suddetto tavolo di legno sedeva un tipo con barba e capelli lunghi, che pareva ispirarsi nel look a Osho o a qualche altro santone indiano. Il suo nome era Guidalberto Bormolini, monaco, autore di libri sul vegetarianismo, la barba dei profeti e l’amore per gli animali nel cristianesimo. Difficile indovinarne l’età: il volto era praticamente nascosto, si vedevano solo gli occhi – vivaci e penetranti. Aveva l’aspetto di uno gnomo buono, o di un babbo natale in borghese.

Mi colpì subito; aveva del carisma. Il suo approccio tranquillizzante al “fine vita” (su cui ha seguito corsi accademici di tutto rispetto) era quello che mi ci voleva per dissipare le ombre minacciose che circondavano per me questo tema spinoso. Durante il suo monologo facevo frequenti gesti di scongiuro, di nascosto – come ebbe a dire qualcuno, morire è una scocciatura per chiunque – ma al tempo stesso ascoltavo incantato. Facendo un excursus dotto dai filosofi greci a oggi, Guidalberto si scagliava contro la rimozione moderna della morte:

«Oggi il pensiero della morte è tenuto lontano, viene negato» diceva (più o meno) «come se non esistesse. È un terribile tabù. Oggi la gente si augura di morire all’improvviso, senza accorgersene. È proprio quello che i grandi maestri del passato temevano più di ogni altra cosa!»

A me sembra una bischerata, mi trovo più in linea col pensiero di Norbert Elias: «se vi si riflette, ci si rende conto che non è la morte ad ispirare terrore, ma la rappresentazione anticipata della morte. Se cadessi morto sul colpo per me non ci sarebbe nulla di terribile; non ci sarei più, non potrei più provare terrore. Terrore e paura possono essere suscitati solo dalla coscienza della morte. Per i morti non ci sono più timore né gioia»[1bis]. Insomma, il problema della morte riguarda i vivi, non i morti.

Poi ci raccontò di un suo amico, morto di tumore dopo una lunga sofferenza (Guidalberto ama raccontare storie, è un narratore nato), ritenendolo «fortunato» (sic!) per aver avuto tempo di prepararsi a quell’evento e di riconciliarsi con Gesù e con l’Assoluto (così i Ricostruttori definiscono dio). Ecco, questa è una cosa che non mi tornava, ma andiamo avanti. Cosa ci aspetta nell’Aldilà? Dato per scontato che ci sia qualcosa e che la nostra mente non finisca con il corpo (su questo già nutro diversi dubbi…), il nostro Guidalberto, rifacendosi a scritti di mistici medievali che affermavano di aver compiuto il viaggio di andata e quello di ritorno dal “mondo dei più” (ben prima di Dante), affermava di conoscere bene la risposta. Cioè, quello che ci raccontava non era solo il resoconto di qualche testo esoterico: lui ci credeva realmente, come se quei testi fossero la guida Michelin della geografia oltremondana. Ci raccontava allora che tutte le antiche tradizioni religiose del mondo, sia orientali che occidentali (dal Libro tibetano dei morti ai santi nostrani) parlano di un percorso dell’anima, della durata di quaranta giorni, che deve attraversare varie tappe – alcune confortanti, altre spaventose – prima di giungere a un «grande fuoco d’amore». Il fuoco uno lo assocerebbe piuttosto agli inferi; invece questa immagine inquietante accomunerebbe tutte le anime, sia quelle “buone” che quelle “cattive”, secondo la visione accettata dai Ricostruttori.

Per arrivare preparati al “fine vita” occorre dunque una sorta di “allenamento”: occorrono le giuste visualizzazioni durante il momento fatidico, in cui bisogna essere ben coscienti. Guidalberto Bormolini è un esperto nell’ “accompagnare” le persone in questo delicato momento: ne ha assistite tante di anime nella sua carriera religiosa, tanto che immagino i pensieri dei presenti quando appare al fianco di qualche moribondo, oltre a quelli dell’interessato. Non so se mi piacerebbe averlo accanto a me (o a un mio caro) nel momento del “gran finale” – non fosse altro per il fatto che sono ateo e anticlericale – ma bisogna riconoscere che ci sa fare col suo tono pacato e il suo sorriso sbarazzino. Bisogna riconoscergli anche un certo umorismo, di cui dà prova durante le sue conferenze. L’umorismo è una cosa che apprezzo sempre; è utile per esorcizzare le paure della malattia e della morte. A me continua a far paura, non ci posso fare nulla: non so se al di là c’è il nulla, c’è il fuoco, c’è un bel giardino fiorito oppure se c’è la reincarnazione sulla Terra o su qualche altro pianeta; da buddista dovrei aver fede in quest’ultima possibilità, ma rimango profondamente agnostico su questa tematica. Certo l’idea della reincarnazione mi piace di più rispetto a quella del fuoco eterno, la trovo più seducente, meno definitiva…

A proposito di buddismo, un’altra tematica su cui mi trovo in profondo disaccordo con padre Guidalberto e con padre Cappelletto è sulla loro visione degli insegnamenti di Shakyamuni – quelli che ho abbracciato quasi diciotto anni fa e che ho approfondito con molte letture. Cappelletto sostiene in un suo libro che il Buddha «non volle mai far parola di Dio, dell’anima e della sopravvivenza dell’anima, tanto che qualcuno arrivò all’assurda conclusione che Buddha fosse un ateo e non credesse nella sopravvivenza dell’anima.»[2] Mi pare che nel suo “corso elementare di storia delle religioni” l’autore abbia approfondito poco il pensiero buddista per non notare un’incompatibilità insanabile con la credenza in qualche divinità di tipo monoteista, e il buon Guidalberto gli è andato dietro in modo acritico. Il fatto che Shakyamuni non abbia parlato di dio non significa, non negandolo esplicitamente, che ne ammetteva l’esistenza: sarebbe come dire che la scienza moderna ammette indirettamente l’esistenza dei folletti dal momento che nessuno scienziato ne ha mai parlato sulle riviste specialistiche. Con tutto il rispetto per chi crede in un essere superiore, il buddismo è una religione atea: dio è negato indirettamente ma non meno chiaramente. Io non mi permetterei mai di sostenere che Gesù fosse ateo, perché quindi volete invadere col vostro teismo le religioni altrui? Perché vi dà così fastidio che qualcuno creda in qualcosa di mistico che non prevede una croce e una cattedrale?

Ma torniamo, dopo questa doverosa parentesi, al tema della morte, trovo poco compassionevole augurare a qualcuno la sofferenza di un male terminale (ne so qualcosa: mia mamma ha lottato contro il cancro per lunghi anni…). Personalmente spero, se proprio me ne devo andare, di farlo in modo improvviso e indolore, il più tardi possibile, magari facendo sesso.

La morale cattolica della sofferenza che avvicina a dio mi è piuttosto estranea: mi piace di più il messaggio buddista del “siamo su questa terra per essere felici e a nostro agio”. Ben vengano quindi gli antidolorifici e l’eutanasia, se scelta dal diretto interessato (il quale ha ben diritto di decidere cosa fare della propria vita). Mi viene in mente un passo dello straordinario romanzo di Aldous Huxley, Il mondo nuovo, quando cioè John “il Selvaggio” assiste la madre morente in un ipertecnologico hospice del futuro, circondata da tutte le distrazioni possibili per rendere meno traumatico il trapasso (c’è anche la televisione… e il romanzo è del 1932!). I bambini vengono portati in visita per mostrare loro come la morte non sia una cosa così terribile: i moribondi sono infatti sedati, sotto effetto di droghe, non si rendono nemmeno conto di quanto sta accadendo. La reazione scomposta del Selvaggio davanti alla morte della genitrice traumatizza profondamente i bambini in gita, per cui viene rimproverato dall’insegnante: sta facendo passare il messaggio sbagliato, ossia che la morte è dolore e la perdita è lacerante. Ecco, la mia simpatia va verso l’insegnante, anche se ammetto che la questione è molto complessa e delicata…

Morire secca a tutti, suppongo anche a padre Guidalberto: altrimenti coloro che accolgono con gioia la morte cercherebbero di anticiparla, avremmo un mondo di suicidi, comunque senza farmaci salvavita. È facile filosofeggiare quando non abbiamo davanti la Nera Signora. Quanto a me, mi sento più vicino a quanto scrive Raël[3] riguardo alla «legittima aspirazione alla vita eterna», sostenendo che se si è in salute (fisica e psichica) nessuno di noi desidererebbe morire, vorremmo anzi vivere e godere all’infinito e, secondo lui, grazie alla clonazione aliena ciò sarebbe possibile[4]. Qui mi dissocio: sono d’accordo sull’aspirazione all’immortalità ma non penso sia possibile raggiungerla con la clonazione: due cloni sono due individui distinti e anche se fossero identici la sopravvivenza dell’uno nulla toglie alla paura di quello che perisce… Inoltre gli alieni descritti dal profeta francese appartengono alla fantascienza; genere letterario che amo molto ma che non confondo con la realtà.

Al di là delle diverse idee sulle grandi domande dell’Uomo, devo riconoscere ai Ricostruttori un grande senso dell’ospitalità: le conferenze, tutte gratuite, terminano sempre con una tisana e biscotti offerti da loro, inoltre tre-quattro volte l’anno c’è una grande cena vegetariana a buffet, a cui segue uno spettacolo, gratuita (a parte quei cinque euro per associarsi), abbondante e squisita. Anche sulla scelta vegetariana ci sarebbe molto da dire, ma non sono abbastanza documentato: posso solo dire che il buddismo è una religione atea ma non prescrive alcuna norma alimentare particolare, come sostiene qualcuno (ad esempio gli Hare Krishna, altro movimento religioso che pretende di insegnare il buddismo ai buddisti). Il buddismo è libertà: perciò non prevede alcun dio.

Firenze, 3 marzo 2020

Bibliografia

  • Acciai Baggiani M., Milella F. (a cura di), Perché non siamo fatti per vivere in eterno?, Firenze, Porto Seguro, 2019.
  • Cappelletto G.V., L’uomo verso l’Assoluto, Pinerolo, stampato nel 1997 presso Tipografia Giuseppini.
  • Elias N., La solitudine del morente, Bologna, Il Mulino, 1985.
  • Huxley A., Brave New World, 1932 (Il mondo nuovo. Ritorno al mondo nuovo, Milano Mondadori, 1991).
  • Räel, Sì alla clonazione umana, Nova Diffusion, 2001.

Note

[1] https://www.iricostruttori.org/

[1bis] Elias N., La solitudine del morente, Bologna, Il Mulino, 1985, p. 62.

[2] Cappelletto G.V., L’uomo verso l’Assoluto, Pinerolo, stampato nel 1997 presso Tipografia Giuseppini, vol. 2, p. 98.

[3] «Claude Maurice Marcel Vorilhon, conosciuto come Räel, è un giornalista, scrittore e predicatore francese, fondatore della religione ufologica conosciuta come movimento raeliano.» (Da Wikipedia)

[4] Räel, Sì alla clonazione umana, Nova Diffusion, 2001.

La vera religione

Di Massimo Acciai Baggiani

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Foto di Patrizia Beatini

Prevedo che questo articolo sarà frainteso e farà incavolare molti fra i lettori ma, siccome generalmente il parere degli altri non è vincolante per la mia scrittura (nei limiti della legge, ovvio), io lo scrivo lo stesso e poi ciascuno rimarrà molto probabilmente della propria idea. Il mio scopo non è quello di convincere nessuno, ma solo di chiarire agli altri (e anche a me stesso) il mio punto di vista sulla religione; assolutamente NON sulle singole persone che abbracciano (o dichiarano di abbracciare) una certa religione, io giudico gli altri in base alle azioni e alle parole individuali.

L’idea che ciascuno consideri la propria l’unica “vera” religione, verrebbe da dire che è antica come l’uomo. Invece no. I popoli antichi di solito erano molto tolleranti in fatto religioso: ognuno adorava i propri dèi ma rispettava quelli altrui, i quali spesso venivano anzi inglobati in altre religioni sotto altri nomi, e per non offendere nessuna divinità (non si sa mai) ci si asteneva dal perseguitare chi aveva un pantheon diverso, almeno non dal punto di vista religioso. I romani, sanguinari e barbari, erano però aperti ad altri culti (Mithra, Iside, eccetera…): quelli che non potevano tollerare erano i cristiani, perché a ben guardare erano i primi a non tollerare gli altri (come avrebbero poi tristemente dimostrato non appena preso il potere).

Una volta mi è capitato tra le mani un libretto edito dai testimoni di Geova, intitolato L’uomo alla ricerca di Dio. In questo trattatello vengono passare in rassegna le religioni più diffuse al mondo, in ordine cronologico (induismo, buddismo, taoismo, confucianesimo, scintoismo, ebraismo, cristianesimo, islam, per finire naturalmente con l’ “unica vera” religione: quella approvata da Geova). L’anonimo autore del libretto (chissà perché tutta la letteratura geovista è anonima…) stabiliva all’inizio i criteri per poter definire una religione “vera” e rigettare le altre, degne della distruzione finale di Armageddon – nel tipico stile apocalittico che tanto piace a questa setta. Prendendo spunto da questo libretto mi ripropongo qui di fare pure io una disamina delle varie religioni con cui sono venuto a contatto, come studioso autodidatta di credenze umane (dal punto di vista antropologico, filosofico e letterario), prendendo in considerazione anche le religioni “nuove” e stabilendo alcuni criteri su cui dare una valutazione personale.

  1. La guerra

La prima cosa su cui mi interrogo è come la religione in questione si pone davanti alla guerra. Viene giustificata? Viene addirittura incoraggiata? Una religione degna del mio rispetto naturalmente pone un netto rifiuto a questa follia umana – la più grande che si possa concepire. Qui già cadono tutte le religioni monoteiste antiche (l’ebraismo, l’islam…). Il cristianesimo merita un discorso a parte visto che nei vangeli c’è una ferma condanna della violenza, ma non dimentichiamo che Gesù era ebreo, non cristiano, e che le varie chiese cosiddette “cristiane” hanno sempre benedetto i vari massacri di turno, fino a tempi recentissimi. Solo con gli ultimi pontefici c’è stata una presa di posizione contro la guerra, peraltro timida e inascoltata dai cosiddetti “cristiani”: pensiamo che meno di un secolo fa il clero andava a braccetto col fascismo…

«Noi però condanniamo la guerra» diranno i testimoni di Geova «anzi siamo andati in prigione e nei lager per esserci rifiutati di fare il servizio militare!» Sì, bravi ragazzi, però giustificate il genocidio compiuto dagli ebrei dell’antico testamento nei confronti dei cananei (approvato dagli ebrei moderni, gli stessi che deplorano la shoah), a cui erano andati ad invadere la terra, e aspettate con ansia la battaglia di Armageddon, in cui non vedete l’ora di veder perire tra atroci tormenti tutti quelli che non la pensano come voi. No cari, neppure voi siete uomini e donne di pace.

Riguardo alla guerra perfino una religione “insospettabile” quale quella induista (che poi è un insieme di culti diversi accomunati dall’essere nati in India e di avere le stesse divinità che poi sono una sola), una religione vegetariana, tutta sorrisi, rassegnazione, canti, non violenza gandhiana, eccetera… ha alla base un testo, il Mahabharata (e in primis la Bhagavad-Gita), che è un autentico invito alla battaglia, allo sterminio, in nome di un totale disprezzo del mondo materiale (e quindi della vita). Quindi no, non ci siamo nemmeno qui…

Il buon Raël predica spesso la pace, ma i “suoi” elohim (gli alieni che afferma di aver incontrato e che avrebbero creato l’umanità grazie all’ingegneria genetica) sono tutt’altro che pacifici: non sono altro che una rivisitazione fantascientifica dei personaggi biblici, quindi si rimanda alle religioni monoteiste anche se i raeliani affermano di rappresentare una terza via contrapposta al creazionismo e all’evoluzionismo.

Che dire della posizione di Ron Hubbard, creatore di Scientology, riguardo alla guerra? Beh, non occorre leggere Dianetics o i suoi libri di carattere “religioso”: basta leggere i suoi romanzi di fantascienza. Hubbard è un americano di destra, e con questo ho detto tutto.

Pare che quelli contrari alla guerra – nella teoria e nella pratica – siano i buddisti e i pastafariani…

  1. La sessualità e l’orientamento sessuale

Una religione degna di rispetto non discrimina gli omosessuali, i trans, i bisessuali o chiunque abbia gusti sessuali diversi dal canonico rapporto etero. Una vera religione non obbliga neppure le persone a sposarsi, né lo vieta: in altre parole non si immischia nella vita privata dei fedeli, là dove questi non facciano del male a nessuno. Se esistesse un dio, certo non sarebbe un guardone che spia cosa succede nelle camere da letto, nei prati, o in qualsiasi altro luogo dove si consumi un rapporto sessuale: penso che se esistesse un dio, non gliene potrebbe fregare di meno, altrimenti avrebbe creato solo etero.

Detto ciò, guardiamo in dettaglio le varie fedi. Purtroppo bisogna notare che sono poche quelle che non danno precetti al riguardo, lasciando libertà in un campo dove secondo me tutto dovrebbe essere ammesso (purché tra persone adulte e consenzienti). Sulle religioni monoteiste non apro nemmeno il discorso, sarebbe superfluo[1]: i preti sono sessuofobi in pubblico e, nel peggiore dei casi, pedofili nel privato. Restano i raeliani, i pastafariani e i buddisti tra i sostenitori dell’amore libero; anzi i raeliani forse lo sono fin troppo ma, se a uno sta bene portare le corna, chi sono io per giudicare?

  1. Denaro

Una religione degna di rispetto è gratuita. Non c’è da pagare nulla. È aperta anche a chi non ha un soldo. Che poi vi siano da pagare le bollette della chiesa, del tempio o dell’istituto religioso di turno è un’altra cosa: per quello c’è il contributo volontario dei fedeli, in base a ciò che possono (o vogliono) donare. Il centro del culto non è il denaro. Questo vale per la quasi totalità delle fedi mondiali.

C’è una religione invece che ha messo al centro la pecunia, facendone quasi una divinità a parte: scientology. Prima di fondarla, Ron Hubbard dichiarò, in tempi non sospetti, che chiunque volesse guadagnare rapidamente un milione di dollari non aveva da far altro che creare una nuova religione. I fatti gli hanno dato ragione.

Dall’altra parte abbiamo il “comunismo” delle prime comunità cristiane, poi riproposto nei vari ordini religiosi (francescano, benedettino, eccetera). Peccato però che la chiesa cattolica non abbia dato seguito al messaggio di povertà e umiltà del primo cristianesimo e ribadito dal “poverello d’Assisi”. Per quanto mi riguarda il denaro non è né lo “sterco del diavolo”, né un fine: è semplicemente un mezzo che va usato saggiamente e in modo non egoistico. L’avidità è lontana da qualsiasi idea di spiritualità.

  1. Proselitismo

Una religione degna di rispetto non ha bisogno di fare proselitismo; per meglio dire, non è il suo scopo. Non mira a fare numeri. Non mira a “convincere” o a “convertire”. È piuttosto una proposta che può essere accolta o rifiutata, senza la minaccia di punizioni divine o karmiche. Senza insistenza. Personalmente sono contrario anche al lavaggio del cervello che i genitori fanno ai figli in materia religiosa: i bambini vanno lasciati liberi, devono pensare alle cose da bambini non a quelle degli adulti, imposte dagli adulti. Un bambino non comprende la complessa dottrina di un testo religioso; sceglierà quando sarà grande e avrà gli elementi per decidere per conto suo se e quale religione seguire, eventualmente.

La storia delle religioni monoteiste invece è piena di proselitismo fatto con la spada (vedi il tema della guerra) o con la violenza psicologica, col plagio delle giovani menti. È sbagliato, anche se fatto con le migliori intenzioni. Cristianesimo e islam hanno fatto autentiche carneficine per contendersi le “anime”: gli ebrei non fanno proselitismo in quanto ebrei si nasce, non si diventa. È un fatto etnico. Però l’ebraismo viene imposto ai figli, i quali subiscono disgustose mutilazioni in nome del dio cruento della torah. Anche questo è sbagliato, così come quello che i musulmani, compresi quelli “moderati”, fanno ai loro figli e soprattutto alle loro figlie.

Nel buddismo che pratico io, ossia la variante italiana della Soka Gakkai, per fortuna non esiste questa imposizione sui bambini, e anche shakubuku – termine che indica la diffusione del buddismo di Nichiren Daishonin – viene portato avanti senza l’insistenza dei testimoni di Geova: io personalmente lo intendo come un semplice parlare di buddismo a chi lo richiede espressamente, ma soprattutto farlo “con la propria vita”, con i fatti più che con le parole (un buddista che parla di compassione e di saggezza e poi fuma, si ubriaca e vota Salvini cade in un vistoso ossimoro…).

  1. Libertà

L’ho messo per ultimo ma in realtà è il criterio più importante, che ingloba tutti gli altri. Una religione che nega la libertà individuale non è una religione: è una prigione, uno strumento di schiavitù del Potere, una dittatura, una cosa atroce. L’islam ha fatto della servitù il suo pilastro fondamentale (islam in arabo significa “sottomissione, abbandono, consegna totale di sé a Dio”) ma non è l’unica: anche nelle altre due religioni “del Libro” l’obbedienza è una virtù. Pure Krishna richiede sottomissione totale, altrimenti sono dolori. Vedi anche il mio articolo sui guru. È difficile in effetti trovare una divinità che lascia liberi i propri adoratori (fa eccezione il “Prodigioso Spaghetto Volante” del pastafarianesimo… ma quella è dichiaratamente una parodia di religione monoteista, non viene presa sul serio nemmeno dagli stessi pastafariani).

Il tema della libertà è molto complesso e delicato, non si può certo esaurire in poche parole. Chi può dirsi davvero libero? Tutte le religioni parlano di libero arbitrio, ma poi l’uomo sembra più una sorta di burattino nelle mani del Grande Burattinaio. Eppure la schiavitù non piace a nessuno, almeno in teoria: né da parte di altri uomini o donne, né dalle proprie paure, limiti o malattie.

Trovo straordinario che una religione nata in India oltre venticinque secoli fa – il buddismo – già mettesse al centro la libertà, mentre tutto intorno regnava la schiavitù. La buddità viene descritta infatti come uno stato di “assoluta libertà”. Da anarchico quale sono questa cosa mi trova del tutto d’accordo.

  Guerra Sessualità libera Denaro Proselitismo impositivo Libertà
Testimoni di Geova F C F C
Hare Krishna F C F C
Mahikari C F
Raeliani F F F
Pastafariani C F F
Scientologisti F A C
Mormoni F C F C
Evangelici F C F C
Avventisti F C F C
Ebrei F C C
Islamici F C F C
Brahma Kumaris C
Paramahansa Yogananda C
Veri cristiani C C F
Buddisti C F F

F = Favorevoli                   C = Contrari                        A = Attaccamento

Firenze, 25 febbraio 2020

Note

[1] Discorso a parte merita il Cantico dei Cantici, contenuto nell’antico testamento: testo dedicato all’amore carnale, non necessariamente solo tra uomo e donna (come ha magistralmente fatto notare Roberto Benigni in un suo recente intervento televisivo).

Il guru

Di Massimo Acciai Baggiani

 

In un discorso del 21 agosto 1974 Bhagwan Shree Rajneesh (più noto come Osho) parlava della necessità, da parte del discepolo, di affidarsi completamente al Maestro, di avere in lui una fiducia totale, altrimenti la “realizzazione” è impossibile1. Fidarsi. Ciecamente.

Lo stesso concetto è ribadito anche da altri “guru” che nel secolo scorso dalla “spirituale” ma sfigatissima India si sono trasferiti nell’“opulento” e “materialista” Occidente (soprattutto negli USA): ad esempio Paramahansa Yogananda2 e Śrīla Prabhupāda3 (che, come Osho, hanno dato vita ad organizzazioni di successo) pretendono dai loro adepti assoluta obbedienza (in particolare Prabhupāda, fondatore dell’ISKON e Maestro di quei personaggi bizzarri che percorrono le strade cantando «Hare Krishna, hare Krishna…» con abiti arancioni e la testa rasata, durante l’iniziazione richiede di essere adorato come Dio4). La regola dell’obbedienza non è tuttavia prerogativa soltanto dei santoni orientali: ne abbiamo vari esempi anche nelle tradizioni monoteiste occidentali e del Medio Oriente. «Abbandonarsi», «Vincere ogni dubbio», «fare tutto ciò che richiede il Maestro».

In un discorso tenuto qualche giorno dopo (e riportato nello stesso libro) Osho riconosce tuttavia che distinguere tra un vero guru e uno falso è la questione più «imbarazzante» che si pone in campo spirituale da tempi immemorabili: prima di affidarmi totalmente a un maestro spirituale devo sapere con certezza che si tratta di un autentico guru e non di un ciarlatano, ma come faccio a saperlo se parto già col dubbio e quindi non mi affido totalmente? In altre parole: un circolo vizioso.

Per quanto mi riguarda, io non mi fido ciecamente di nessuno, se non sono costretto dalle circostanze (ad esempio se dovessi subire un intervento chirurgico, penso che dovrei fidarmi, gioco forza, di chi lo effettuerebbe). Non mi realizzerò spiritualmente, forse, ma almeno non rischio di farmi raggirare. Tuttavia, se proprio dovessi affidarmi a qualcuno penso che sarebbe piuttosto semplice riconoscere un impostore, più semplice di quanto si pensi. Basta usare il buon senso.

Se il guru chiede soldi, ad esempio, magari un campanello d’allarme mi scatta (quindi, caro Ron Hubbard, non sarò mai dei tuoi) oppure se semina odio verso chi ha un orientamento sessuale diverso dal mio, o una diversa fede, o ha atteggiamenti sessuofobi o razzisti, anche in questi casi posso anche ascoltare ciò che ha da dire ma mi guardo bene di affidargli completamente la mia vita o la mia “anima” (quindi sono esclusi i monoteismi basati sulla Bibbia, la Torah e il Corano). Anche se impone dei “precetti” e limita in qualche modo la mia libertà (il cui unico limite è il rispetto della libertà altrui, per dirla con Voltaire) imponendomi una certa dieta, un certo abbigliamento, un certo comportamento sessuale (chissà perché tutte le religioni sono ossessionate, in misura maggiore o minore, dal sesso), cosa leggere o non leggere, se e cosa guardare al cinema o in TV, come curarmi, eccetera… beh, no grazie, ho un cervello e un libero arbitrio e preferisco non rinunciarvi se il guru non mi convince.

Quale guru dunque mi convince?

Sarei tentato di rispondere «nessuno», quantomeno non mi affiderei ciecamente a nessuno, anche perché spesso i sedicenti guru si contraddicono (lo stesso Osho prima invita ad affidarsi al Maestro, poi invita a non seguirlo…) e comunque affidarsi completamente è pericoloso. Si rischia il fanatismo. Si rischia di ritrovarsi, nel peggiore dei casi, con dell’esplosivo legato addosso, su un furgone a spiaccicare passanti e farsi abbattere dalle forze dell’ordine o su un aereo in rotta di collisione con qualche luogo affollato, o magari a ingurgitare del veleno in un suicidio di massa. Nel migliore dei casi si rischia di ritrovarsi alleggeriti di un po’ di denaro e fare la figura dei fessi.

È vero che da anni seguo in effetti un Maestro: tuttavia “sensei” Ikeda, terzo presidente della Soka Gakkai, non ha mai imposto nulla ai suoi discepoli (anche se si fidava ciecamente del suo Maestro, Toda, il quale a sua volta aveva la stessa devozione per Makiguchi, il primo presidente). Il buddismo – questa è una delle prime cose che mi hanno attratto di esso – è Libertà. Non viene imposto neppure di smettere di fumare (su questo argomento ho già scritto un lungo articolo5): sarà il karma a mostrare al fumatore i danni del suo vizio: lasciatemi comunque rilevare la non coerenza del “buddista” fumatore, così come del “buddista” drogato o che ama sfoggiare abiti firmati o macchine sportive da centinaia di migliaia di euro (Osho, ricordiamolo, era noto come il «guru delle Rolls-Royce» mentre i suoi discepoli vivevano nella povertà, ma conosco anche membri della Gakkai che possiedono Porche o Ferrari).

Lasciatemelo solo rimarcare, non certo impedire questi comportamenti incoerenti. Perfino il Dalai Lama ha manifestato atteggiamenti un po’ impositivi (la seguente affermazione, ad esempio, mi ha lasciato alquanto perplesso: «La pratica della compassione è obbligatoria per chiunque e, se fossi un dittatore, imporrei a tutti di agire così».6).

Nessuna imposizione dunque, nessun guru da adorare come una divinità o come un suo rappresentante terreno. Il “guru”, autoinvestendosi di questo potere sugli adepti, dimostra già di essere un impostore. Avere un atteggiamento di superiorità, guardare gli altri dal basso verso l’alto, imporre la propria fede sono indizi ben chiari, ai miei occhi, di ciò che un Maestro NON è. Dunque ne restano pochi di veri maestri, a ben vedere, e magari sono proprio quelli che non vogliono insegnare nulla a nessuno, che vivono nell’ombra, lontano dai riflettori, insegnando indirettamente e inconsapevolmente col loro esempio più che con le parole. Sto cominciando a pensare che il vero guru sia una contraddizione in termini, un doloroso ossimoro: certo, sarebbe bello – e comodo – affidarmi a qualcuno che sia degno della mia fiducia, ma dovrei conoscere talmente bene quella persona che per giudicarla correttamente dovrei essere un illuminato a mia volta, e quindi sarebbe inutile a quel punto farmi guidare da un altro.

Intanto che cerco di sciogliere questo nodo gordiano (invano, temo, visto che l’umanità ci ha provato per innumerevoli generazioni) mi affido a ciò di cui sono sicuro, ossia al fatto che la Libertà sia una cosa buona. A tal proposito mi viene in mente una recente conversazione avuta con un testimone di Geova, all’ombra di un alberello in piazza Dalmazia in un’afosa mattinata di inizio estate:

«Lei si ritiene libero?» faccio io, fissandolo negli occhi.

«Sì certo.»

«E cos’è dunque la Libertà?»

«È quella di scegliere Geova Dio.»

«E obbedire ciecamente ai suoi ordini? Magari uccidere dei bambini indifesi?»

«Fare ciò che ci comanda, sì. Se Geova ha ordinato l’uccisione dei bambini cananei avrà avuto le Sue buone ragioni.»

«Dunque lei è un burattino nelle mani del suo dio?»

«Ma come si permette??!»

«La mia non era un’affermazione, era una domanda.»

Riacquista la calma. Cerca un passo dalla sua Bibbia, anzi dalla Traduzione del Nuovo Mondo delle Sacre Scritture, e mi cita:

«Non appartiene all’uomo terreno la sua via. Non appartiene all’uomo che cammina nemmeno di dirigere il suo passo7

«E dov’è qui il libero arbitrio? L’Uomo dunque è libero?»

«No, l’Uomo non è libero.»

«Capisco. Arrivederci.»

Il guru spesso di dichiara portavoce di qualche divinità, salvo poi comportarsi verso i propri adepti come la divinità che sostiene di rappresentare. Alcuni possono essere in buona fede, certo, non sono tutti assetati di potere, denaro e sesso: ma la domanda sul come riconoscere un vero guru resta insoluta anche scartando quelli che hanno scritto libri su come liberarsi dalle illusioni di maya (e cadere in altre illusioni più pericolose) o hanno lasciato insegnamenti orali alle masse; insegnamenti spesso contraffatti o traditi nelle interpretazioni dei loro esegeti.

Appurata dunque, secondo me, l’impossibilità logica (e il rischio) di fidarsi completamente di qualcuno che non si conosce a fondo, resto dell’idea che è bene sentire tante campane diverse, ascoltare tanti “guru”, ma poi fare sempre e soltanto di testa propria, prendendo il buono da ciascuno insegnamento come l’ape dai molteplici fiori (metafora usata dai filosofi antichi, che mi è sempre piaciuta), mettendo sempre il buonsenso sopra di tutti: rispettare tutti, non imporre né farsi imporre niente, vivere e lasciar vivere.

 

Firenze, 30 giugno 2018

 

Note

  1. Osho, Il seme della ribellione, vol. 1, Tradate, Oshoba Libri, 2000, pp. 13-35.
  2. Paramahansa Yogananda, Autobiografia di uno yogi, Astrolabio, 1971.
  3. Satsvarūpa dāsa Goswami, Śrīla Prabhupāda, The Bhaktivedanta Book Trust International, 1994.
  4. Ivi, pp. 99-100.
  5. Massimo Acciai Baggiani, Buddismo e dipendenze, in «Segreti di Pulcinella» n. 46, gennaio 2015.
  6. Dalai Lama, La via della tranquillità, Milano, BUR, 2003, p. 30.
  7. Ger. 10, 23.