Neologiorno n.12: Mangerezza

di Stefi Pastori Gloss

[man-ge-rèz-za]

SIGN Aplologia tra mangiare e leggerezza. Dicesi di individuo che si alimenta con leggerezza, che, in certi casi, significa superficialità. Da mangiare, ovvero masticare e ingerire; consumare, corrodere, dal francese antico ‘mangier’, che attraverso l’ipotetica forma intermedia ‘mandicare’ arriva dal latino manducare, derivato di màndere ‘masticare’. Ovviamente si tratta di un’azione del tutto essenziale alla sopravvivenza, ma nel caso del personaggio per il quale è stato creato questo neologiorno, trattasi non solo di sopravvivenza personale, bensì di inquadramento sociale e lavorativo, quindi va oltre al mero sopravvivere. Rispetto al mangiare, mangerezza ne supera la funzione di fulcro delle relazioni sociali, elemento rituale di base, giocato dai bambini, strutturato identitariamente in famiglia, luogo senza cui l’incontro fra persone, per piacere o lavoro, quasi non esiste, diventando strumento per il raggiungimento dell’obiettivo di auto realizzazione personale. Ovviamente, mangiare è anche di un verbo profondamente usurato a forza di essere pronunciato nei secoli: per tirare fuori un mangiare dal manducare latino serve una masticazione lunghissima. A maggior ragione sarà per il neologiorno mangerezza: ma sarà sufficiente una lettura approfondita ed esaustiva del romanzo, senza esercitare gli imprescrittibili diritti del lettore di Daniel Pennac. Infatti, solo in questo modo il lettore potrà scoprire perché è legato così profondamente a leggerezza che, nel caso del personaggio, non è limitatezza di peso, come dato qualitativo o funzionale, data la sua corpulenza; nemmeno mancanza di controllo nel comportamento, indice di scarsa serietà e di frivola noncuranza, o, con altro senso figurato, futilità, banalità. Bensì trattasi di agilità o scioltezza non solo fisica, ma soprattutto mentale, in quanto riferibile a dote innata di delicatezza o anche a un grado notevole di abilità acquisita, il che si adatta perfettamente alle caratteristiche costitutive del personaggio, così astuto e scientificamente calcolatore. Siamo sempre a parlare di mangiare, è naturale che ci si ritorni anche per significati figurati, perciò pensiamo alla mangerezza del recinto divorato dalla ruggine, perché superficialmente non trattato in superficie, alla mangerezza delle parole non pronunciate per mancata sollecitudine, ma anche a quella mangerezza irregolare così tipica in questi tempi di anoressici o bulimici, o quella del cugino che ha fatto sparire con calcoli raffinati il patrimonio di famiglia. E finiamo al principio: il suono. Ci fa aprire e chiudere la bocca come una insalivazione, alternando l’apertura massima della A alle nasali (anche durante la masticazione l’aria dovrebbe passare dal naso), e alla complessità del GI che travolge gola, lingua, denti e labbra. Per non parlare della E che, a seconda della regionalità della pronuncia, potrà essere APERTA – vedi il milanese nord italico – e quindi richiamare stomaci dilatati; o CHIUSA – vedi il romanesco o il fiorentino centro italico – che attiene più alla leggiadra arguzia di chi attua l’azione con secondi fini. Un verbo che è un vero epitome mimico, di una finezza che non ci sfuggirà in quelle occasioni in cui lo diremo.

Neologiorno n.11: Singletudine

di Stefi Pastori Gloss

[sin-gle-tù-di-ne]

SIGN condizione vitale di allegra solitudine per persone senza legami affettivi stabili.

Derivato dalla voce inglese [single] ‘singolo, non sposato e comunque non accoppiato, nubile, celibe’, in crasi con il lemma italiano [solitudine], un matrimonio – forse insperato nella vita – almeno realizzato tra parole.

La vita da single per le donne, assunse un tempo il connotato di  ‘zitella’, identificante la donna ormai rimasta sola per l’incipiente età, che nessuno più avrebbe voluto come compagna di vita, contenente un concentrato di acidità pari a quello di centinaia di tonnellate di limoni, per essere poi emanato nei più disparati settori della vita, dalle amicizie – sempre femminili – alle frequentazioni di chiesa – immancabili, per grazia divina – a quelle lavorative – soprattutto con il capo, sempre, ahi lasso, maschio. In definitiva, la zitella non godette di popolarità, nemmeno di quella accondiscendente tipica della carità cosiddetta cristiana.

La condizione da single per gli uomini traducevasi in ‘scapolo’, o ‘scapolone’ se vivente con la madre, rimasto solo per sospetta inettitudine casalinga o malcelata omosessualità, tutto casa-lavoro-forse chiesa, forse no, specialmente nel secondo caso. Tuttavia, non sviluppava gradi di acidità, e se vivente per conto proprio, assunse ad un certo punto della storia italiana la felliniana caratteristica di vitellone, notturno giocoso e perditempo con le donne, per compiacere gli altri vitelloni cui si accompagnava in branco.

Non è noto quando la parola single si fece strada nell’universo delle zitelle e degli scapoloni per ovviare agli aspetti negativi delle loro vite, ma è certo che nel lontano 2007 una single per scelta altrui coniò singletudine, a rivalsa dell’abbandono subito, connotando la propria vita di gioiosa solitudine.

Il successo di questa parola è dovuto anche all’affermarsi dei siti di dating, dove i single maschi cercavano donne sposate per rimanere vitelloni ab aeternum, le donne single speravano invece nel principe azzurro, che si rivelava immancabilmente nero, senza speranza per zitella alcuna.

Ma occorsero svariati anni dalla nascita di detti siti perché singletudine si affermasse con il forte sollievo di chi, di tale status, ne scegliesse sublime la convenienza di non avvitare il tappo del dentifricio dimenticato dal partner, di non detergere la tavoletta del water spruzzata di eau de fogne, di non turarsi le orecchie per non ascoltare l’ennesima lamentela mattutina.

Neologiorno n.10: Pirsingare

di Stefi Pastori Gloss

Pirsingare [pir-sin-gare (io pir-sìn-go)]

SIGN Azione del perforare con ago sterile alcune parti del corpo per l’inserimento di anelli, orecchini e simili. Derivato dall’angloamericano (to) pierce “perforare, trapassare” con traslitterazione italiana della pronuncia britannica. Pratica oggi ornamentale rapidamente diffusasi nei paesi europei, Italia compresa, iniziata in Gran Bretagna dagli anni Settanta del secolo scorso, è stata introdotta dalla subcultura giovanile dei punk caratterizzata dalla ribellione alle convenzioni sociali e dal rifiuto radicale del modello di vita borghese, con finalità dunque  sovversive, venendo poi a costituirsi in fenomeno di costume in una ventina d’anni. L’usanza di manipolare il corpo contraddistinguendolo con traforazione di narici, setto nasale e lobo delle orecchie, scarificazioni, tatuaggi, inserimento di protesi allo scopo di ottenere deformazioni rispetto alla normale forma corporea, è tuttavia assai antica e già diffusa in tutto il mondo in diverse società tribali. In particolare, la foratura del labbro è diffusa nell’Africa nera e nell’America Meridionale. Gli Eschimesi pirsingano gli angoli delle labbra, mentre alcune tribù brasiliane lo fanno alle guance. Presso alcune tribù del Brasile orientale e tra le popolazione andine è endemico il ‘botoco’: dischi o cilindri di vari materiali ficcati nel lobo, man mano sostituiti con altri più grandi fino che questo si deforma riducendosi a mera striscia di pelle che tocca le spalle. Qui in Europa sono definiti dilatatori e talvolta chi li introduce nei propri lobi dopo qualche anno li elimina, facendosi  rimuovere chirurgicamente l’area deformata, quasi in forma di inusitata richiesta di perdono al proprio corpo. Queste prassi di alterazione del soma non hanno finalità puramente decorative, ma anche complesse liturgie traslate e esoterico-cerimoniali: in particolare sono un fattore dei ‘riti di iniziazione’ molto dolorosi, segnanti l’ingresso dell’individuo nell’età adulta o in un’aggregazione sociale attraverso il superamento di cimenti di coraggio e di resistenza al dolore, persino con abbondanti perdite di sangue. La sopportazione delle sofferenze  in stoico silenzio è un elemento fondamentale della cerimonia, in quanto dimostra coraggio e valore del soggetto. A riguardo della sottocultura punk, ribellismo e trasgressione sono comuni a molti gruppi giovanili, ma nei punk la protesta e il distacco dalla società ‘normale’ si manifestano attraverso forme espressive straordinariamente creative, soprattutto nel campo della musica e della moda. Rigettando i canoni morali ed estetici accettati dalla massa, i punk creano uno stile di abbigliamento da una parte formalmente trasandato, dall’altra curato nei minimi particolari e di forte impatto visivo: tentacolari pettinature dai colori rutilanti e orpelli inventati con oggetti poveri, come catene e borchie, lamette, spille da balia, spilloni infilati nel naso, nelle orecchie e nelle guance, barrette di ferro al sopracciglio, sferette d’acciaio sotto il labbro, anelli applicati al setto nasale, ai capezzoli e ai genitali, raggiungono lo scopo di suscitare sconcerto e repulsione nei benpensanti. In definitiva, pirsingarsi rappresenta una sorta di arcano rituale che consacra l’appartenenza al gruppo e l’autoesclusione dal resto della società attraverso il superamento di prove fisiche e di imperturbabilità al dolore. Negli anni Ottanta i creatori di moda intuiscono il potenziale dell’estetica punk e saccheggiano a piene mani il suo repertorio espressivo, compreso il piercing. Addomesticato e spogliato della sua carica disinibita, il piercing si trasla da corpo ad ornamento degli abiti. Non scandalizzano quasi più corpi, lingue e volti incastonati da anelli, sferette e barrette, sempre più spesso in oro e argento anziché in ferro e acciaio come gli ornamenti dei punk originari. Farsi pirsingare Il piercing non è più un rito iniziatico praticato con strumenti di fortuna, doloroso e rischioso: oggi le perforazioni sono effettuate di solito con strumenti sterilizzati e talvolta in anestesia locale. Nato come una dichiarazione di guerra contro la società, il piercing è stato trasformato in un innocuo fenomeno di costume e prontamente inglobato in quel modello di vita borghese che il movimento punk voleva scardinare.

Neologiorno n.9: Porcellitudine

di Stefi Pastori Gloss

[por-cel-li-tù-di-ne]

SIGN Inequivocabile disposizione innata per certe attività, tendenti per lo più all’erotizzazione delle relazioni umane e non.

Commistione di attitudine, voce dotta recuperata dal latino medievale [aptitudo -ĭnis], derivato  di [aptus] ‘adatto’  dell’inizio del XIV secolo; e porcello, diminutivo grazioso dal latino [porcum] intorno al XIII, che identificherebbe una certa simpatica disinibizione nel sesso. Nata sul finire del 2012, se ne attesta l’utilizzo con l’assidua frequentazione delle chat per incontri per essere meglio descrittivi in determinati contesti di natura sessuale.

A volte è mischiando assieme le parole che da un paio di queste, comunissime, se ne fa una letteraria – il cui significato è lampante per tutti e tutte, da subito.

Porcello: a guardarla, si capisce subito che si parla non di sudiciume nella persona, di sporco (di fango, non lavato, incrostato, puzzolente), ma di piacere. Quel diminutivo ci illumina sulle doti licenziose della persona, che allegramente se la fa con tutti, e tutte, evitando giudizi morali a sottendere un’eventuale recarsi in confessionale.

Anzi, è evidente che si tratta di un più trasparente ‘disinibito’ con la sottolineatura dell’ ‘avere propensione a’. Porcellitudine, pertanto, ci parla di un’espressione verbale di gioia, gradimento, ammirazione di se stesso e dell’altro o altra, o entrambi, specie davanti a un successo altrui (di norma dell’elemento maschile, se vogliamo definire ‘successo’ l’ejaculatio, ma anche femminile, che capita solo a quanto pare quando l’elemento maschile la stimoli a dovere), a un appagamento importante, a un soddisfacimento erotico particolarmente riuscito.

Non cambia l’atto, cambia la partecipazione personale all’atto, più coinvolto, dove il o la porcella che usa la porcellitudine a proprio vantaggio e a quello altrui, prende il tempo e lo spazio per inquadrare le formule di riconoscimento in una situazione condivisa, in un insieme.

Posso dire che voglio fare mia la procellitudine per amarti meglio, o raccontare che Caia si è profusa in porcellitudine sperticata, o descrivere l’effetto che ha sulle mie carni la sua porcellitudine.  Quindi, si parla sì ricercatezza, ma non secca, non distaccata, diplomatica, insomma, direi quasi garbata. Il paradosso è che la nuova parola letteraria, aulica, è meno stentorea e reboante di quella comune, ovvero di ‘libidinoso o libidinosa’.  (Però non riesco a togliermi di testa che la porcellitudine debba essere anche quella che si applica pure nei confronti dell’unico amore di tutti i giorni.)

Per collaborazioni artistiche:
Stefi Pastori Gloss (Gruppo di Lavoro e Osservatorio Sessismo e Stalking)
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Neologiorno n.8: Stupidezia

di Stefi Pastori Gloss

[stu-pi-de-zia]

SIGN Che ha carattere di spumeggiante e poco impegnativa facezia, vagamente arguta. Condensazione di stupidità e inezia, [dal lat. stupidĭtas -atis, der. di stupĭdus «stupido»] e [dal lat. ineptia, der. di ineptus «inetto»; propr. «cosa da uomo inetto, da uomo sciocco»] Se la stupidità si rende versatile in due modi, come stato di torpore, insensibilità o sbalordimento, causato da condizioni fisiche o morali, oppure riferita allo “stupido”, esprimendo una condizione duratura di “carenza” e “lentezza” nel comprendere, è perché deriva dal verbo latino stupēre che, nella trasposizione in italiano, ha due accezioni distinte: una riguarda chi è “stupito”, in una condizione cioè d’incapacità o passività, indotta da stupore; l’altra, chi è minorato nella sua capacità di intelligere tra le cose.

D’altro canto, inèzia s. f. è cosa di poco conto, di scarso valore o importanza; talora usato per modestia, accennando a opere, letterarie o artistiche proprie, o anche di cose che comportano poca fatica o poca spesa, oppure ancora, con riferimento a fatti, esprime per lo più la futilità, la sproporzione tra la causa e gli effetti.

La signora che ha creato la stupidezia intendeva proprio questo: arguire argomentazioni assonanti alla assenza di acume, come a sottolineare la propria modestia d’ingegno, seppur presente.

Maestro di stupidezie fu Ennio Flaiano, con i suoi leggiadri aforismi, dove la parola aforisma, per l’appunto, può essere ragionevolmente sostituita da stupidezia: la stupidità degli altri mi affascina, ma preferisco la mia.

Con significato concreto, cioè detto, azione, comportamento vacuo, ma allegro, non necessariamente intelligente, ma simpatico.

Questa parola non è la più facile da padroneggiare, ma porta un pensiero raffinato, e saper distinguere e circoscrivere la stupidezia significa saper dominare un tipo speciale di vanità. Descrive un desiderio di auto affermazione, un’aspirazione che non può trovare attuazione per presunta incapacità. Lo zio ha delle velleità da pittore e dipinge stupidezie, il sindaco nell’esercizio della sua funzione amministrativa locale, compie stupidezie di politica nazionale, e “con questa stupidezia, ritenetevi augurati tutti quanti” cit. Grazia Talamonti.

Della stupidezia si hanno le prime attestazioni sul finire degli  anni ’10 del Duemila. È un termine che mette allo scoperto l’ego di chi la emette e scava nella psicologia di quella persona. Ci fa leggere una sua cifra importante, talvolta grave e pericolosa, talvolta solo vincitrice sulle peggiori faccende di vita karmica.

Neologiorno n.7: Cuoriciare

di Stefi Pastori Gloss

[cuo-ri-cià-re (io cuo-rì-cio)]

SIGN Esprimere gradimento, se non addirittura amore, sui Social tramite la ‘reazione del cuore’.

Che sia dal latino ‘cord, cordis’ o dal greco ‘ker, kear, kardia’, in entrambi i casi si origina perché non presente sui vocabolari italiani, quindi necessario all’attualità, che ci vede tutti e tutte protagonisti sui Social. Questa è una parola scivolosa, perché è affascinante ma ha un significato tutt’altro che limpido. Anche se il senso originale è chiaro, le sue interpretazioni prendono colori inattesi – e in una certa misura comuni e in effetti gagliarde. È insomma una terra viva da esplorare. Soprattutto nei melmosi territori delle relazioni interpersonali. Il sentimento da cui si svolge tutto il resto, e da cui possiamo provare a farci guidare, è l’adorare qualcosa o l’atteggiamento di qualcuno, se non persino l’amore, ingenerando in alcuni casi, in particolar modo quelli degli EmmeDiEffe, grandi situazioni grandemente equivoche. Mostrano una certa irruente abilità desultoria, perché il bambinopuò lasciarsi andare ad efferate espressioni amorose senza causare drammi o dilemmi, mentre l’adulto o l’adulta, ebbri, si riprendono solo arrampicandosi, se non addirittura piroettando sugli specchi, pur di recuperare la mala figura. Non sono movenze eleganti. Il cuoriciare è un moto certo, che sta nel tempo, e non dissimula l’intenzione. Insomma, l’atto del cuoriciare, derivato immantinente da quello del piaciare, ha avuto una gran presa sull’immaginario dei frequentatori di Social.

Neologiorno n.6: Frattaim

di Stefi Pastori Gloss

[frat-tàim]

SIGN Avverbio non indispensabile per sostituire ‘frattempo’ nella locuzione ‘nel frattempo’.

Dall’unione di ‘frat-’ come prefisso – sebbene inesistente, almeno nel lemma prescelto, perché sarebbe ‘fra-’ , dell’avverbio italiano ‘frat-tempo’ e della traslitterazione fonetica del nome inglese ‘time’ ovvero ‘tempo’.

È curioso vedere per la glossopoieta come un inglese appreso in tenera età da mamma (non compassionevole, ma alessitimica, il cui obiettivo precipuo non era tanto la cultura dei figli, quanto il poter dimostrare a tutti la propria bravura nell’esercizio – solo presunto – della sue mansioni di madre trasmettendo loro non affetto ma nozionismo), dicevamo curioso per lei come sia rimasta condizionata da questo inglese appreso in fanciullezza.

Si può solo supporre che la nascita di ‘frattaim’ sia precocissima almeno quanto l’apprendimento sia dell’inglese sia dell’ironia da usare come scudo contro le violenze e soprusi della vita (tra cui, quelli appunto della madre). Digressioni personali a parte, volendo comunque recuperare un valore grammaticale della lingua italiana, in questo neologiorno quel suffisso ‘fra-’ (tra diverse cose, in mezzo) ci dà nette prescrizioni spazio-temporali, gestendo le nostre attività o complementari nell’azione, o adiacenti nello spazio o contemporanee nel tempo, attingendo dalla fisica di Einstein e della sua Teoria della relatività la propria forza intrinseca, senza scadere nella quantistica, tanto vituperata da movimenti New Age e/o pseudo buddisti, senza offesa per i Devoti e le Devote del Sutra del Loto.

Possiamo dunque dire che se aspettiamo qualcosa da qualcuno, nel frattaim ci esercitiamo nella pazienza, che ascoltiamo musica nel frattaim dell’esercizio delle nostre attività lavorative e che nel frattaim della lettura di questo neologiorno vi siete annoiati, nevvero?

Neologiorno n.5: Suddico

di Stefi Pastori Gloss

[sud-dì-co]

SIGN Riferito a umano di sesso maschile o femminile (e non a esseri inanimati o insenzienti) relativo alle regioni, ai paesi, alle popolazioni della parte più meridionale non solo dell’emisfero boreale, ma che addirittura osa abitare le regioni italiane al di sotto del Po (almeno per i milanesi). Quell’ “osa” è da intendere in senso autoironico, visto che la glossopieta è milanese ma terrona nel cuore. Contrapposto a nordico, cioè  del nord, relativo alle regioni, ai paesi, alle popolazioni della parte più settentrionale dell’emisfero boreale. Va notato che a nordico non era ancora stato giustapposto un pari termine australe, e che quindi vacava nella lingua italiana.

La storia del nostro paese è caratterizzata dalle onnipresenti divergenze tra Nord e Sud, due territori differenti che spesso si sono sottomesse agli stereotipi senza risparmiarsi attributi poco fausti. Tra questi la fanno da padrone polentoni e terroni. Il dizionario, notando che entrambi presentano il suffisso -one (con valore d’agente o di appartenenza), riporta alcune etimologie in parallelo, tutte con sentore dispregiativo. Se terrone risulta un composto di terra “come frutto di incrocio fa terre[moto] e [meridi]one”; o assume il significato di “mangiatore di terra” in corrispondenza a polentone, mangia polenta “italiano del nord”; come “persona dal colore scuro della pelle, simile alla terra”; o, ancora, come “originario di terre soggette a terremoti” (terre matte, terre ballerine); allora risulta indispensabile in nome del Valore, non solo arricchire il vocabolario italiano, ma soprattutto ripristinare un senso più umanistico dell’antinomia Nord Sud, anche se oggi la parola terrone sta avendo una “rivalutazione” in senso positivo. Questo cambio di rotta è riscontrabile nell’uso che il sostantivo ha nelle varie pagine social, curate dagli studenti meridionali che vivono nel settentrione d’Italia, i quali ironizzano sugli stereotipi che negli anni passati hanno nutrito diffidenza e razzismo così da favorire un reale uso scherzoso della parole terrone e dei suoi derivati. Parafrasando Luciano De Crescenzo in Così parlò Bellavista, in fondo siamo tutti un po’ terroni.

Con significato ristretto agli abitanti nativi delle zone meridionali della Penisola Italica, e in particolare regione Lazio, Campania, Marche, Molise, Umbria, Puglia, Calabria e Sicilia (e per i milanesi, già la Liguria e l’Emilia Romagna sarebbero identificabili come Sud, figuriamoci la Toscana): civiltà suddiche, però, in cui l’Homo Sapiens apparve nelle sue forme più acculturate, più, come dire, da Nobel. In antropologia fisica, razza suddica caratterizzata da brachicefalia, accentuata pigmentazione, statura bassa, microcefalia, fisico atticciato, quadrato, robusto, faccia e naso bassi e larghi. E negli atteggiamenti lavorativi – o pseudo tali – dall’essere sfaccendata Non fotografa il momento e l’inclinazione dell’ozioso, e non ha i tratti caricaturali del perditempo e del fannullone: l’inazione dello sfaccendato è colta con intelligenza elegante nello stato di povertà di chi non ha faccende. Anche perché l’ozio non è il padre dei vizi, ma della creatività.

Neologiorno n.4: Dottità

di Stefi Pastori Gloss

[dot-ti-tà]

Saggezza, senno, assennatezza, sapienza, buonsenso, raziocinio, giudizio, criterio, equilibrio, attenzione, prudenza, accortezza, avvedutezza, discernimento, oculatezza, ma con quel pizzico di ironia in più che rende intrigante le parole altrimenti troppo consuete.

Propriamente, rafforzativo concettuale derivato da [dotto], voce avveduta recuperata dal latino [doctus] di etimologia incerta.

Uomo, o donna dotta, che fa della saggezza la propria dottità. È in questo splendore intellettuale che il termine ‘saggezza’ è andato a instupidire. Il caso ormai lo conosciamo: parole brillanti, ampie, ricche, che per pigrizia si infilano in locuzioni stereotipate fino a morirci – scordato ogni uso diverso. Ma vediamo bene quale è la prosperità dell’essere dotti e perché è stato necessario sostituirle tale locuzione con un neologismo arricchente, vivificante, rinnovativo come dottità.

La creazione del nuovo neologismo (oh che pleonasmo!) è certificata a marzo 2019 dalla pubblicazione della recensione di un’opera poetica dell’ottima Gabriella Montanari. E più precisamente, nel seguente passaggio: “Riferimenti letterari – leopardiani omerici – in GIORNATE EPATICHE «… e il naufragar verdastro nella noia (…)», «Cantami, o Diva.» confermano la dottità della Montanari”, la quale è cortesemente invitata dall’autora a versare il contributo promesso all’IBAN graziosamente suggerito in privato, grazie. In poche parole, la famigerata recensora ha preferito all’impiego di saggezza coniare un neologismo, perché dottità ne contiene tutti i significati, tutte le accezioni, con in più il divertimento, “quella piccola dose di necessaria ironia, per renderla credibile (pensiamo la dottità come attributo fondante del nome di uno dei sette nani).”

L’azione del divertire va intesa secondo il suo stesso etimo: dal latino [divertĕre] ‘volgere altrove, deviare’, non solo fisicamente, nel senso dello spazio, da un’altra parte, in luoghi altri dal solito, ma anche mentalmente, allontanarsi dall’abitudine del quotidiano, dal già detto, dal già fatto. A tale scopo, se la tradizione poetica del romanticismo utilizzava un linguaggio aulico, quella dei moderni cercava di scardinare l’aulico con accostamenti inusuali (l’immenso che illumina), quella dei contemporanei gioca con le parole grazie a ironia e autoironia. In questo atteggiamento, si inserisce l’azione creattiva (sì, con due T) della recensora.

Con il succitato patrimonio di significati concreti, la via per quelli figurati è ricca di promesse. Leggendo una grande Poeta se ne apprezza la dottità priva di sbavature; il film ci fa godere di una fotografia nel pieno della sua dottità; la forza di una narrazione può essere la sua struttura tutta dottità, necessaria ed essenziale. Ma si può anche parlare di come l’esperienza dolorosa ci lasci la mente sorprendentemente piena di dottità, di come da un certo caos tempestoso emerga un pensiero perspicace e quindi saturi di dottità il pensante.

È un crinale, la dottità, dove la saggezza incontra l’ironia.

Neologiorno n. 3: Gattume

Gattume [gat-tù-me]

Neologismo denominale che definisce in termini dispregiativi un coacervo di gatti. Stavolta la glossopoieta ha formato un neologiorno appartenente alla categoria degli ‘derivati alterati peggiorativi’. Dato che tale suffissazione non determina un cambiamento nella parte del discorso, ma solo di un nome comune, il suffisso può determinare un importante mutamento semantico. Gattume, infatti, più che “colonia di gatti”, appartenendo alla mente di un omicida seriale  ne rivela l’immondizia spirituale. Comune a molti derivati è una connotazione spregiativa. I suffissi maggiormente rappresentativi del gruppo sono quelli, appunto, in -ume [lat. -ūmen, che indicava in origine l’idea verbale astratta]. In questo caso, trattasi di derivazione da nome comune di animale – e non da concetto astratto – ovvero dal lat. tardo cattus, forse voce celtica, mammifero domestico tra i più noti e diffusi, appartenente al genere Felis della famiglia felidi, detto anche ‘gatto domestico’ per distinguerlo da altre specie affini. Il gatto domestico è uno degli animali da compagnia più comuni, scelto per l’affettività (sebbene conservi una notevole indipendenza), ma anche per l’abilità nella caccia a roditori o piccoli rettili, specie comunemente indesiderate. Si ritiene che la domesticazione del gatto sia avvenuta circa diecimila anni fa, nel Vicino Oriente, dalla sottospecie del Felis silvestris ybica. Tra le molte razze, sono particolarmente apprezzate le comuni soriano ed europeo; le pregiate certosino e siamese, a pelo corto, d’Angora, a pelo medio e persiano, a pelo lungo. Il gatto possiede caratteri tipici della famiglia Felidi, tra cui: clavicola non articolata, che gli permette di attraversare varchi angusti e di arrampicarsi con facilità, deambulazione digitigrada, zampe provviste di cuscinetti plantari, unghie retrattili, occhi e naso circondati da lunghe vibrisse con funzione tattile, buona vista notturna, ottima percezione dei suoni acuti, olfatto finissimo. Ha taglia di 2,5-7 kg; alcune razze fino a 11 kg. Vive in media quattordici-vent’anni; raggiunge la maturità sessuale in quattro-dieci mesi. Il gatto domestico va in estro più volte nel corso dell’anno; la gravidanza dura sessantatré-sessantacinque giorni e sono partoriti tre-cinque piccoli. Comunica per mezzo di una varietà di vocalizzazioni, miagolii, fusa e soffi. Al contrario del solitario gatto selvatico, i gatti randagi si raggruppano spesso in colonie, nelle quali si instaura una rete di rapporti tra individui, interpretata da molti etologi come una forma primitiva di socialità. I gatti randagi che riacquistano un comportamento selvatico (gatti ferali) possono ibridarsi con il gatto selvatico, alterandone il patrimonio genetico. Sono inoltre vettori di malattie e, soprattutto in condizioni di isolamento geografico (come nelle isole), la loro attività di predazione può pesare notevolmente sulle specie selvatiche più vulnerabili. Il sistema più noto per contrastare il randagismo felino è la sterilizzazione. Il gatto può contrarre malattie infettive contagiose anche per l’uomo (rabbia, tubercolosi, setticemia emorragica ecc.), parassitarie (dermatofizie come la tigna favosa e l’erpete tonsurante; parassitosi intestinali quali le teniasi e l’ascaridiosi), disturbi gastro-intestinali ecc. Il graffio del gatto può essere causa, tra l’altro, di linforeticulosi benigna da inoculazione. Ed è proprio per tali caratteristiche relative a possibili contagi che il protagonista negativo di questo giallo utilizza il termine ‘gattume’, non pertanto perché riferito alla mitologica figura materna, quanto come identificazione di eziopatogenesi di contagi. Dotato di straordinaria agilità, il gatto ha comunque corpo snello, di piccola o media statura, con pelame a colori varî – ma nella fattispecie del romanzo, selezionato nella varietà rosso per il richiamo alla capigliatura materna. Assunto come termine di paragone per la sua agilità, per le caratteristiche d’impenetrabilità e tendenza al furto che gli si attribuiscono, forse in modo un tantino stereotipato, il gatto entra di diritto in alcune interessanti locuzioni. Infatti, se sono agile, mi muovo e salto di scatto senza difficoltà, vengo paragonato ad un gatto. Se la mia collega è universalmente riconosciuta come manipolatrice, ambigua, sorniona, infida, ladra, ecco che viene inquadrata come gatta(morta).  Ma tra le locuzioni più intriganti ai fini della comprensione della psicologia del protagonista negativo del romanzo, si trova: ‘giocare con qualcuno come il gatto col topo’, ovvero provare compiacimento nel ritardare il momento di colpirlo, sapendo che non ha scampo. Ed è proprio ciò che fa l’omicida seriale di ANGELÌA PILCHER BOLLITA, l’assassino di gattini a Bardonecchia.