La vera storia di Annie Wilkes

Di Massimo Acciai Baggiani

Dal film Misery non deve morire (1990)

Quante falsità sono state dette e scritte su quella vicenda di Paul. È tutta una grossa calunnia: non dovete credergli! Non ero io la cattiva della storia, tutto al contrario: era lui il carnefice e io la vittima. Gli ho salvato la vita, l’ho curato come neanche sua madre avrebbe fatto e lui come ringraziamento mi ha sequestrata in casa mia e poi mi uccisa. Mi ha uccisa due volte, a pensarci bene: la prima fisicamente, la seconda col suo libro in cui ha rigirato la frittata, dipingendomi come una psicopatica assassina.

È tempo che io racconti la verità, davanti a questo Tribunale ultraterreno.

Non nego di aver portato a casa mia Paul dopo l’incidente. Era ferito e privo di sensi, e in quella maledetta tempesta di neve sarebbe morto senza il mio intervento. Erano gli anni Ottanta, non c’erano cellulari e casa mia era davvero isolata, altrimenti avrei avvertito subito i soccorsi. La tempesta durò a lungo; ero un’infermiera, sapevo cosa fare e lo feci. Mi presi cura di quello scrittore da quattro soldi, ingrato e dall’ego ipertrofico, senza nemmeno sapere chi fosse. Io certa spazzatura non la leggo: in casa mia avreste potuto trovare i classici russi e francesi, insomma della vera letteratura, non certo le avventure sentimentali di Misery Chastain, che conosco solo per sentito dire.

Che Paul fosse un cattivo soggetto non l’ho capito subito. All’inizio anzi sembrava piuttosto simpatico e cordiale, anche se il suo narcisismo era evidente. Innanzitutto si stupì moltissimo di non essere stato riconosciuto subito come personaggio pubblico – ma io i rotocalchi rosa non li leggo – e, quando mi disse il suo nome e notò la mia espressione perplessa, ebbe un lampo nello sguardo che non mi piacque per niente. Se avessi colto quel primo inquietante segnale, se avessi dato retta al mio istinto, adesso sarei ancora viva, a rileggermi in veranda Dostoevskij o Proust.

Sì sono una lettrice dai gusti raffinati. Non fraintendetemi: non è che non mi piaccia la letteratura del mio paese – l’America ha avuto scrittori di prim’ordine – ma l’esotismo della vecchia Europa mi affascina di più. Paul, come sapete, mi accusò perfino di averlo costretto a bruciare il suo romanzo Bolidi, ma, dovete credermi, quel romanzo non l’ha mai scritto! Il suo ritiro in montagna non aveva prodotto assolutamente nulla, il “caro” Paul era in pieno blocco dello scrittore, perciò aveva ucciso la sua eroina nel suo ultimo romanzo edito, si era venuto a noia da solo, non ne poteva più. Sono stato il capro espiatorio anche di quello…

Ma la fantasia non gli mancava, questo no. Si è inventato una storia pazzesca, compreso che fossi stata io a costringerlo a scrivere Il ritorno di Misery, solo per me, quando in realtà se lo sarà fatto scrivere da un ghostwriter dopo avermi assassinato, certo non lo ha scritto a casa mia sotto la minaccia di un martello.

Ma andiamo con ordine.

Paul riaprì gli occhi ventiquattr’ore dopo che lo avevo tolto dai rottami della sua auto, pulito dal sangue, bendato e messo a letto. Mi presentai e gli spiegai che, a causa della tormenta, eravamo isolati e senza corrente elettrica. Qualche albero doveva essere caduto sui cavi elettrici. A lume di candela in una casa in mezzo al bosco, lontana dalla strada principale, ci si può sentire un po’ a disagio, glielo concedo, ma la sua reazione fu spropositata. Mi minacciò urlandomi epiteti irripetibili.

Io lo lasciai solo a smaltire la rabbia, che era principalmente quella di non averlo riconosciuto e di averlo trattato da pari. Queste celebrità con la puzza sotto il naso mi hanno fatto sempre vomitare, ma sono stata comunque un’ottima ospite. L’ho lavato, gli ho dato da mangiare, gli ho cambiato le bende e ho fatto tutto quello che gli avrebbero fatto all’ospedale, anzi di più. Non aveva alcuna fretta di andarsene; aveva trovato l’alibi perfetto per sparire un po’ dalla circolazione, da una moglie che probabilmente lo tradiva e lo vessava, da un editore che lo metteva sotto pressione per un nuovo libro – che non era in grado di scrivere – e magari anche qualche creditore. Insomma, io non l’ho trattenuto affatto contro la sua volontà a casa mia; vi assicuro che era un ospite più che consenziente, ero io semmai che volevo liberarmene al più presto. Non era certo un buon conversatore, non aveva letto neanche una pagina di Tolstoj o di Hugo, era capace soltanto di parlare di baseball e scopate, con un linguaggio che avrebbe fatto arrossire un noto critico d’arte italiano.

Mi ero trasformata nella sua serva, e questo non mi piaceva. Si stava approfittando della mia buona educazione e spirito da crocerossina. Perché allora non l’ho buttato subito fuori di casa? Giusta domanda, difficile risposta. Mi stava ricattando: forte della sua posizione di vip, avrebbe raccontato una versione ben diversa se io non lo avessi tenuto «fuori dal mondo» – così diceva – ancora un altro po’. Fino a quando? «Un altro po’» rispondeva, evasivo. Col tempo finii col sospettare che quando è uscito fuori strada durante la tormenta stesse già pianificando di sparire. Magari aveva qualche conto in sospeso con la malavita…

Mi viene da ridere al pensiero di me che lo avrei costretto a resuscitare la sua Misery. Era lui che costringeva me ad ascoltarlo mentre mi leggeva il suo ultimo romanzo con la sua eroina che muore – ne aveva una copia nella sua borsa, accidenti a me e a quando ho preso anche quella, anziché lasciarla in macchina dove sarebbe stata trovata al disgelo. «Ti devo educare alla buona lettura» mi ripeteva. Quando sollevavo qualche obiezione diventava una belva.

Ormai le sue ferite erano guarite e aveva ripreso le forze, e con esse era aumentato il suo potere su di me. Di carattere sono sempre stata timida e remissiva, quell’uomo mi faceva paura. Non osavo contraddirlo. Quando facevo osservare che sarei comunque dovuta andare in città per segnalare il guasto al cavo telefonico, lui me lo impedì. «Dove credi di andare?» mi urlava «Mettiti piuttosto in poltrona che ti devo educare alla buona lettura».

L’amputazione del suo piede? Non gliel’ho praticata per punirlo di un suo tentativo di fuga, come ha dichiarato alle forze dell’ordine. No, ho dovuto tagliarli quel maledetto piede marcio, andato in cancrena per una ferita che si era procurato durante una delle sue passeggiate nel bosco, in mia compagnia naturalmente, sotto la minaccia del fucile del mio ex marito, custodito per tanti anni nel salotto in una teca.

«Insomma Paul» gli dissi quel giorno «Ti fermerai ancora a lungo?»

«Un altro po’. Tu non sai quante donne vorrebbero avermi come ospite, non riconosci la fortuna che ti è capitata.»

In quel momento mise un piede in fallo e finì in una trappola dimenticata lì da qualche cacciatore. Fu così che si ferì, ma non perse i sensi. Con la pistola puntata lo riportai a casa, lo misi a letto e cercai di curarlo al meglio, ma i farmaci erano ormai esauriti. Dovetti amputare, senza anestesia. Fu lui stesso a ordinarmelo. Avrei potuto approfittare di quel suo momento di debolezza, ma ero troppo impegnata a salvargli, ancora una volta, la vita. Mal me ne incorse, a me e al poliziotto che capitò a casa mia un giorno in cerca di Paul, fraintendendo completamente la situazione. Il poliziotto pensava che fossi io la sequestratrice e che tenessi nascosto lo scrittore. Giunse a me per puro caso, non per via di quell’indizio, inventato da Paul, che mi attribuiva un’autentica ossessione per i suoi romanzi. Altra falsità.

Quando il poliziotto giunse a casa mia lui lo accolse con una fucilata nella schiena. Ormai sapeva di essersi compromesso troppo con me, con tutte quelle minacce: pensava, a ragione, che lo avrei denunciato. Non saprei dire quando prese la decisione di far fuori anche me, se già ci pensava prima della visita del poliziotto oppure fu quello il punto di non ritorno, certo da quel momento le cose precipitarono. Lui mi prese per i capelli, mi trascinò in casa e mi scagliò addosso la vecchia macchina da scrivere Royal (con la “n” fuori uso) che fu di mio marito e che Paul odiava perché non riusciva a cavarci fuori neanche mezza pagina. Io mi difesi con tutte le mie forze, comprendendo a quel punto che si trattava di me o lui.

Se avessi vinto io la storia sarebbe stata raccontata in modo molto diverso, credetemi.

Firenze, 6-7 floreale ’29 (25-26 aprile 2021)

Libri di Stephen King che ho letto

Stephen King è il primo autore che ho iniziato a leggere e amare, quando avevo 15 anni. Di lui ho letto tanti romanzi, raccolte di racconti e un saggio. Gli ho anche dedicato un racconto, Qualcuno bussò alla porta, apparso di recente sul numero 23 di “IF – Insolito & Fantastico“. Oggi (4 novembre 2020) mi è venuta voglia di fare il punto della situazione delle mie letture kinghiane, elaborando le seguenti tabelle (in azzurro i libri che ho letto, con indicato sulla colonna di destra l’anno di lettura).

Massimo Acciai Baggiani

Vita e morte di Pennywise

Di Massimo Acciai Baggiani

Stephen King non è certo un autore che ha bisogno di presentazioni. Amato alla follia da milioni di lettori in tutto il mondo, e disprezzato da colleghi e critici invidiosi, è senza dubbio uno degli scrittori più prolifici e notevoli di questo secolo e di quello passato. Su di lui è stato scritto moltissimo, ma il saggio di cui intendo parlare in questa sede riguarda una sua opera in particolare: un romanzo corposo, il più lungo composto da King (se si eccettuano le serie), forse il più rappresentativo: It. Io lo lessi a diciassette anni, nell’estate del ’92, e devo confessare che, insieme ad altri suoi libri, ha influenzato profondamente gli inizi della mia carriera di scrittore. Personalmente ho omaggiato King varie volte, ne ho fatto perfino un personaggio di un mio racconto, Qualcuno bussò alla porta[1].

Grande amore e grande rispetto quindi per il “Re del brivido”. Lo stesso che condivido con Emiliano Sabadello, autore di un’analisi accurata del capolavoro kinghiano, Pennywise, edito da Toutcourt nel 2019. In circa duecento pagine Sabadello traccia una vera e propria biografia del “clown danzante” più famoso del mondo, vera icona del terrore che a distanza di tre decenni abbondanti non ha perso nulla della sua carica paurosa. A cosa deve King questo straordinario successo? Sabadello lo spiega molto bene: il romanzo tratta temi immortali quali l’amicizia, l’infanzia, il passaggio all’età adulta, il rapporto tra ciò che è reale e ciò che non lo è. Tematiche che attraversano tutte le 1238 pagine dell’edizione italiana, tra continui salti temporali dagli anni Cinquanta agli Ottanta e viceversa, nella cittadina inventata di Derry (dove King ambienterà altre storie inquietanti): solo la sinergia e l’unione profonda tra i sette protagonisti del romanzo, i Perdenti, nella versione infantile e in quella adulta, riuscirà a sconfiggere un avversario che si potrebbe credere immortale e invincibile. Questo è il grande messaggio del romanzo: soli si soccombe, insieme si può affrontare qualsiasi mostro.

Può sembrare una morale un po’ semplice, ma non lo è affatto, come non dobbiamo dare per scontata mai la Realtà. Sabadello chiama a supporto della sua analisi filosofi del calibro di Hegel, Wittgenstein, Marx e il nostro Pasolini. Sabadello sbroglia gli intricati fili della trama del romanzo, seguendo con ordine i vari personaggi e gli episodi che li vedono agire. Su tutti domina la figura inquietante del Clown e delle forme paurose con cui decide di apparire di volta in volta (Sabadello compila un vero e proprio “catalogo”).

Completa questo lavoro esaustivo, che non può comunque sostituire la lettura diretta e integrale di It, un elenco ragionato delle opere di King e delle rispettive trasposizioni cinematografiche, utilissimo per i fan del nostro autore. Sabadello invita a scoprire o a riscoprire questo evergreen: a me ha fatto venire voglia di riprenderlo in mano, a distanza di quasi trent’anni, sicuro che ci troverò qualcosa di nuovo, anche alla luce di questo saggio.

Firenze, 6 settembre 2020

Bibliografia

Sabatello E., Pennywise, Roma, Toutcourt, 2019.


[1] In Cercatori di storie e misteri (Porto Seguro, 2019) e in «IF – Insolito & Fantastico» n. 23/2019 (numero non a caso tutto dedicato a Stephen King).