Esperienze con l’insegnamento dell’italiano L2

Intervento di Massimo Acciai alla videoconferenza ANILS, 7 luglio 2020.

io e michelle 9 febbraio 2017 censurataIl mio interesse per la glottodidattica deriva dal mio interesse per lo studio delle lingue[1]. Già da studente facevo le mie osservazioni sui metodi didattici con cui venivo in contatto (nella scuola pubblica, in quella privata, nelle lezioni individuali e in quelle con corsi da autodidatta), provando il desiderio di approfondire l’argomento.

Per caso sono venuto a sapere del corso di glottodidattica presso l’Istituto Il David, a Firenze. Mi si è aperto un mondo. Alla fine del breve corso ho capito che quella sarebbe stata la mia strada. In quello stesso anno ho seguito un altro corso, presso il Centro Internazionale Studenti Giorgio La Pira, con relativo tirocinio, per prepararmi all’esame DITALS I – per l’abilitazione all’insegnamento dell’italiano L2, certificato dall’Università per Stranieri di Siena – superato brillantemente nel 2013. Qui ho conosciuto Edoardo Masciello, che è stato il mio punto di riferimento: nel corso preparatorio applicava lo stesso approccio induttivo che usava nelle lezioni agli stranieri, per dimostrarcene l’efficacia. Ricordo l’ammirazione che Masciello aveva per Balboni e la sua Unità di Apprendimento, di cui sottolineava sempre l’importanza della fase iniziale di motivazione/contestualizzazione e il recupero delle conoscenze pregresse (posizione che condivido). Negli anni successivi ho seguito vari corsi di aggiornamento per insegnanti promossi da Alma Edizioni e da Edilingua[2], che ho trovato molto utili.

Successivamente ho fatto un anno di volontariato presso il Centro: le classi erano mediamente numerose, composte da giovani adulti di varia provenienza geografica e livello di istruzione. Nelle mie lezioni usavo il testo preparato dagli stessi responsabili della scuola[3], affiancato ad altri testi dello stesso Masciello come la sua Piccola Grammatica Ragionevole[4] (rivolta ai docenti). Le lezioni erano informali e gli studenti motivati. Oltre alla lingua presentavo anche la cultura italiana (ogni lingua reca con sé una cultura, non è possibile separare le due cose). Nelle lezioni era gradito un approccio empatico: ricordo che una collega una volta disse: «Se proprio non è possibile comprendervi, comunicate attraverso un sorriso».

Ho poi fatto volontariato presso la Caritas. Qui mi sono trovato davanti a studenti molto diversi: per lo più extracomunitari con basso livello di istruzione e conoscenza dell’italiano, il cui obiettivo era raggiungere il prima possibile il livello di sopravvivenza A2. Qui non usavo libri di testo ma adattavo di volta in volta la lezione alle esigenze che emergevano nel dialogo con gli studenti.

Finalmente è iniziato poi il lavoro retribuito, sempre svolto in istituti privati fiorentini. Ho fatto lezioni individuali presso l’Istituto Il David, dove già avevo seguito il corso di glottodidattica, con studenti già ad un ottimo livello di italiano (C1 e C2) desiderosi di perfezionarsi nella conversazione. Anche in questo caso ho usato un testo, ciclostilato, della stessa scuola, oltre a improvvisare la lezione in base alle richieste degli studenti.

Esperienza completamente diversa è stata quella presso la Florence University of the Arts – università americana con sede a Firenze. Qui ho passato un semestre seguendo due classi di universitari americani di età compresa tra i 19 e 21 anni. Il curriculo era rigido e testo usato era in italiano, studiato apposta per gli universitari, ma ero “costretto” a tenere le mie lezioni in inglese vista la scarsa attitudine degli anglofoni per il metodo diretto. L’approccio era quello più tradizionale della lezione frontale, con test in classe e interrogazioni, più simile alla scuola pubblica. La classe era omogenea ma non molto motivata essendo una sorta di istruzione obbligatoria per conseguire i crediti da spendere al loro rientro negli Stati Uniti. Con gli studenti americani utilizzavo anche il proiettore e facevo ascoltare canzoni in italiano.

La mia ultima esperienza lavorativa, conclusasi l’anno scorso, è stata presso l’Accademia d’Italiano. Qui le classi erano disomogenee e poco numerose – ho avuto a che fare soprattutto con giapponesi – ma gli studenti molto attenti e motivati. Usavamo come testo di riferimento il Nuovo Espresso[5], che integravo con fotocopie da altri testi. Non sono un fanatico della tecnologia, quindi non ho mai usato molto testi multimediali, pur riconoscendo l’utilità e l’importanza di usare le nuove tecnologie (questa importanza è emersa soprattutto durante il lockdown da Covid, come ben sanno gli insegnanti che hanno dovuto passare alle videolezioni).

Ho insegnato a tutti i livelli del QCER (dall’A1 al C2) e ho avuto diverse tipologie di classi (omogenee, internazionali, numerose, poco numerose, eccetera) sperimentando sempre approcci diversi in base ai bisogni di apprendimento di chi mi trovavo davanti, sempre cercando di fare lezioni “divertenti” e informali per abbassare il filtro affettivo, con attenzione anche all’aspetto multiculturale. Di grande aiuto è stata la mia conoscenza di molte lingue straniere, che usavo in classe per accattivarmi la simpatia degli studenti. Seguendo il modello educativo collaborativo già teorizzato da Don Lorenzo Milani, basato sul lavoro di gruppo e sullo “scambio”, ho imparato a mia volta molto su culture diverse, in un mutuo arricchimento.

Bibliografia

  • AAVV, Ci ciamo! Comunicare, interagire, contaminarsi con l’italiano, Firenze, Centro Internazionale Studenti Giorgio La Pira, 2010.
  • AAVV, Nuovo Espresso, Firenze, Alma Edizioni, 2017.
  • Acciai Baggiani M., Una finestra sull’italiano. Il convegno Edilingua per insegnanti di italiano L2, in «Italiano per stranieri», numero 21, anno 2016, Edizioni Edilingua.
  • Acciai Baggiani M., Dal CLIL alla Flipped Classroom, in «Scuola e Lingue Moderne», numero 1-3, marzo 2017, Loescher editore.
  • Acciai Baggiani M., Felici F., Ghimíle ghimilàma. breve panoramica su alcune lingue artificiali, rivitalizzate e più o meno manipolate, Venafro, Edizioni Eva, 2016.
  • Balboni P., Le sfide di Babele: insegnare le lingue nelle società complesse, Torino, UTET, 2002
  • Balboni P., Didattica dell’italiano come lingua seconda e straniera, Torino, Bonacci, 2014
  • Marin T., Diadori P., Via del Corso, Roma, Edilingua, 2017.
  • Masciello E., Pona A., Piccola grammatica ragionevole per l’insegnamento e l’apprendimento dell’italiano come L2, Firenze, Centro Internazionale Studenti Giorgio La Pira, 2010.
  • Masciello E., Quaderno di appunti e spunti di grammatica italiana, Firenze, Centro Internazionale Studenti Giorgio La Pira, 2006.

Note

[1] Sono anche esperantista e glottoteta, curatore di un libro sulle lingue inventate: Acciai Baggiani M., Felici F., Ghimíle ghimilàma. breve panoramica su alcune lingue artificiali, rivitalizzate e più o meno manipolate, Venafro, Edizioni Eva, 2016, in cui parlo anche di questioni di glottodidattica.

[2] Acciai Baggiani M., Una finestra sull’italiano. Il convegno Edilingua per insegnanti di italiano L2, in «Italiano per stranieri», numero 21, anno 2016, Edizioni Edilingua.

[3] AAVV, Ci ciamo! Comunicare, interagire, contaminarsi con l’italiano, Firenze, Centro Internazionale Studenti Giorgio La Pira, 2010.

[4] Masciello E., Pona A., Piccola grammatica ragionevole per l’insegnamento e l’apprendimento dell’italiano come L2, Firenze, Centro Internazionale Studenti Giorgio La Pira, 2010.

[5] AAVV, Nuovo Espresso, Firenze, Alma Edizioni, 2017.

Cinque visioni di Ulisse

Di Massimo Acciai Baggiani

ulisseIl mito di Ulisse da millenni fa versare fiumi di inchiostro in tutto il mondo. Da quando Omero (o chiunque sia il vero autore, o autori, dei poemi a lui attribuiti) ha messo in versi questa straordinaria storia, tutta la letteratura occidentale si è confrontata con questo personaggio: ogni scrittore e poeta che ha fatto i conti con Ulisse ha rielaborato a modo il mito, quindi si può dire che le visioni dell’Itacese sono molteplici, declinate in innumerevoli scritti. In un libro che ho letto di recente[1], dono dell’amica Clara Vella, sono riportate quattro di queste “visioni”: quella originale di Omero, quella medievale di Dante e quelle ottocentesche di Tennyson e Giovanni Pascoli. Eterno Ulisse nasce da una conferenza dell’ANILS[2] tenutasi a Firenze un paio di settimane prima del lockdown[3]; quattro i relatori (Fabrizio Catania, Ana López Rico, Massimo Seriacopi, Clara Vella) hanno riportato il punto di vista di altrettanti gigante della letteratura occidentale.

Catania nel suo capitolo ha sottolineato il carattere della “molteplicità”, attraverso il prefisso greco poly (molto) che compare negli aggettivi usati da Omero per definire il suo eroe: polymetis (“dalla molta astuzia”), polytlas (“che molto sopporta con pazienza”), eccetera, fornendo esempi per ciascuno di essi. L’Ulisse omerico è l’eroe che unisce la forza e il coraggio con l’intelligenza: perciò può battere avversari più forti di lui (come Polifemo), considerando tutte le possibili soluzioni al problema e scegliendo quella più adeguata.

L’Ulisse dantesco invece è molto diverso. Il noto dantista prof. Seriacopi ce lo spiega bene nel suo capitolo. L’astuzia se non impiegata per scopi alti, in accordo con gli insegnamenti divini, non solo non è positiva, ma condurrà inevitabilmente alla dannazione. Ulisse, ricordiamolo, è collocato da Dante all’inferno tra i fraudolenti, e la sua morte è causata dalla sua stessa sete di conoscenza: ma non della conoscenza “giusta”. L’Itacese ricercava quella proibita, che non serve alla salvezza dell’anima. L’intelligenza se usata in modo distorto è condannabile. Piccola parentesi personale: Seriacopi cita un altro grande dantista, nonché poeta, scomparso tragicamente: Massimiliano Chiamenti[4], di cui sono stato amico molti anni fa.

Per Alfred Tennyson, il grande poeta inglese paladino del romanticismo contro il conformismo e l’industrializzazione selvaggia della sua terra, che vive il dissidio tra fede e scienza tipico del XIX secolo, il peregrinare di Ulisse è simbolo dell’Uomo in cerca di se stesso e dei grandi misteri della vita. «Novello Faust», simbolo della volontà di lottare e cercare la verità, è un personaggio sicuramente positivo, molto lontano dalla condanna dantesca, come sottolinea la Vella.

Infine l’Ulisse pascoliano, di cui ci parla López Rico, ricalca l’autobiografia del grande poeta italiano del decadentismo. Pascoli era intriso di cultura greca, conosceva bene il contesto culturale, e coglie l’aspetto doloroso dell’eroe antico nel suo lungo poema L’ultimo viaggio, che allude all’ultima ricerca intrapresa da Ulisse dopo il suo ritorno a Itaca, «alla scoperta dell’ambiguo confine tra il sogno e il vero». Solo dopo la morte, Ulisse, accolto di nuovo da Calipso, troverà un senso positivo, una speranza.

Il libro si chiude qui, con una corposa bibliografia. Questo mio articolo invece vorrei proseguirlo aggiungendo un’ultima visione dell’eroe dell’Odissea: quella del sottoscritto, con tutta l’umiltà del caso. Premesso che ho sempre sentito molto lontani i poemi omerici, pur con la fascinazione che sentivo da bambino per le storie fantastiche e avventurose di cui sono pregni, e soprattutto dopo aver letto i libri di Luciano De Crescenzo[5] che metteva in luce anche gli aspetti crudeli – tipici di quel contesto storico e culturale – di Ulisse e dei suoi compagni, violenti saccheggiatori e guerrieri privi di scrupoli, condivido la sete di conoscenza che invece Dante condanna. Davvero «fatti non foste a viver come bruti»[6]: tuttavia concordo col vate fiorentino sulla finalità dell’intelligenza che l’Itacese ha avuto in sorte, usata a fini discutibili. Ulisse rappresenta un po’ la ragione senza cuore: è ben impiegata quando usata per salvarsi la vita (come nel caso dello stratagemma dei montoni di Polifemo) ma quando è usata per nuocere al prossimo allora diventa un disvalore.

Nessuno degli “eroi” omerici ha orrore del sangue, e nessuno di loro trova inaccettabile uccidere gli indifesi: Ulisse non fa eccezione. Perciò il termine “eroe” non lo trovo appropriato per questi personaggi: per me l’eroe è positivo, protegge i deboli e si batte per dei valori alti, di pace e compassione, e soprattutto è capace di amore disinteressato verso tutti, perfino verso i nemici. I miei eroi sono Ludwik Zamenhof, Shakyamuni, Nichiren Daishonin e tutti i medici che hanno fatto progredire la Medicina.

Firenze, 13 luglio 2020

Bibliografia

AAVV., Eterno Ulisse. Omero, Dante, Tennyson, Pascoli, Firenze, Porto Seguro, 2020.

Note

[1] AAVV., Eterno Ulisse. Omero, Dante, Tennyson, Pascoli, Firenze, Porto Seguro, 2020.

[2] Associazione Nazionale Insegnanti di Lingue Straniere, di cui sono consigliere (nella sezione di Firenze) dal 2018, partecipando con un mio intervento anche all’ultima videoconferenza, in tempo di Covid, sull’insegnamento dell’italiano L2 (7 luglio 2020).

[3] Precisamente il 21 febbraio 2020, presso il liceo Leonardo Da Vinci.

[4] Ivi, p. 35.

[5] De Crescenzo L., Nessuno. L’Odissea raccontata ai lettori d’oggi, Milano, Mondadori, 1997.

[6] Inferno, Canto XXVI.