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Direttore di Segreti di Pulcinella (www.segretidipulcinella.it)

Neologiorno n.9: Porcellitudine

di Stefi Pastori Gloss

[por-cel-li-tù-di-ne]

SIGN Inequivocabile disposizione innata per certe attività, tendenti per lo più all’erotizzazione delle relazioni umane e non.

Commistione di attitudine, voce dotta recuperata dal latino medievale [aptitudo -ĭnis], derivato  di [aptus] ‘adatto’  dell’inizio del XIV secolo; e porcello, diminutivo grazioso dal latino [porcum] intorno al XIII, che identificherebbe una certa simpatica disinibizione nel sesso. Nata sul finire del 2012, se ne attesta l’utilizzo con l’assidua frequentazione delle chat per incontri per essere meglio descrittivi in determinati contesti di natura sessuale.

A volte è mischiando assieme le parole che da un paio di queste, comunissime, se ne fa una letteraria – il cui significato è lampante per tutti e tutte, da subito.

Porcello: a guardarla, si capisce subito che si parla non di sudiciume nella persona, di sporco (di fango, non lavato, incrostato, puzzolente), ma di piacere. Quel diminutivo ci illumina sulle doti licenziose della persona, che allegramente se la fa con tutti, e tutte, evitando giudizi morali a sottendere un’eventuale recarsi in confessionale.

Anzi, è evidente che si tratta di un più trasparente ‘disinibito’ con la sottolineatura dell’ ‘avere propensione a’. Porcellitudine, pertanto, ci parla di un’espressione verbale di gioia, gradimento, ammirazione di se stesso e dell’altro o altra, o entrambi, specie davanti a un successo altrui (di norma dell’elemento maschile, se vogliamo definire ‘successo’ l’ejaculatio, ma anche femminile, che capita solo a quanto pare quando l’elemento maschile la stimoli a dovere), a un appagamento importante, a un soddisfacimento erotico particolarmente riuscito.

Non cambia l’atto, cambia la partecipazione personale all’atto, più coinvolto, dove il o la porcella che usa la porcellitudine a proprio vantaggio e a quello altrui, prende il tempo e lo spazio per inquadrare le formule di riconoscimento in una situazione condivisa, in un insieme.

Posso dire che voglio fare mia la procellitudine per amarti meglio, o raccontare che Caia si è profusa in porcellitudine sperticata, o descrivere l’effetto che ha sulle mie carni la sua porcellitudine.  Quindi, si parla sì ricercatezza, ma non secca, non distaccata, diplomatica, insomma, direi quasi garbata. Il paradosso è che la nuova parola letteraria, aulica, è meno stentorea e reboante di quella comune, ovvero di ‘libidinoso o libidinosa’.  (Però non riesco a togliermi di testa che la porcellitudine debba essere anche quella che si applica pure nei confronti dell’unico amore di tutti i giorni.)

Per collaborazioni artistiche:
Stefi Pastori Gloss (Gruppo di Lavoro e Osservatorio Sessismo e Stalking)
Profilo FB: https://www.facebook.com/pastoristefania.gloss
Profilo Instagram: @stefipastorigloss
Profilo Twitter: @pastoriGLOSS

Slavoj Žižek: «Coronavirus: un nuovo comunismo può salvarci»

slavojL’ultima opera di Slavoj Žižek è, Virus editore Ponte alle Grazie si descrive la  pandemia di coronavirus  che sta trasformando i rapporti tra individui e le relazioni internazionali tra gli Stati. Slavoj Žižek ha una logica di un bipolarismo che guida in una totale confusione. Che cosa dice: «Questa realtà ci obbliga a ridurre concretamente le nostre libertà? Certo, le quarantene e simili provvedimenti limitano la nostra libertà, e ci vorrebbero dei nuovi Assange qui per smascherare possibili abusi. Ma la minaccia di un contagio virale ha anche dato un impulso formidabile alla formazione di nuovi modi di solidarietà locale e globale, per di più ha reso manifesta la necessità di sottoporre al controllo anche lo stesso potere.» E continua con un’antitesi, – è l’antitesi della logica bipolare – «Magari si propagherà un virus ideologico diverso e molto più benefico, e che ci infetti c’è solo da augurarselo: un virus che ci faccia immaginare una società alternativa, una società che vada oltre lo Stato-nazione e si realizzi nella forma della solidarietà globale e della cooperazione.»

L’antitesi: Il coronavirus è una malattia del globalismo dei confini aperti dell’ economia dello sviluppo oggi si è passati (come dice Giulio Tremonti)   da quello che era considerato il giusto global order a qualcosa di oggettivamente diverso che taluni chiamano global disorder.

La nostra epoca segna un ulteriore passaggio dall’ utopia alla distopia. Il coronavirus è la distopia che viene. Slavoj Žižek  accetta quello che diceva Rahn Emanuel «mai lasciare che una buona crisi vada sprecata» e cosi vede una opportunità di avere un nuovo comunismo. Non è un comunismo politico, ma un comunismo della solidarietà. Che cosa non capisce Slavoj Žižek? Il comunismo è un sistema politico dei rapporti sociali mentre l’epoca della pandemia è una vita a distanza, non ha visto la differenza  Slavoj Žižek, non ha visto anche  che non esiste la solidarietà?  Basta vedere che cosa è successo in Europa. Per esempio la Germania preparava il divieto di export dei dispositivi di protezione: guanti, mascherine, occhiali, tute. Dov’è la solidarietà Slavoj Žižek? Ancora non vedi Slavoj Žižek la realtà?  Non vedi lo sfacelo dell’Europa?

Non siamo in una situazione di emergenza come crede Slavoj Žižek ma siamo in una nuova epoca. Questo non può capire Slavoj Žižek. E come diciamo il topo non vede più il gatto, ma soltanto il formaggio cosi funziona anche Slavoj Žižek.

Il coronavirus, è una vera pandemia, che dovrebbe spingere tutti i Paesi alla realizzazione di un Governo mondiale. Che cosa diceva Jacques Attali nel lontano 2009. « La storia ci insegna che l’umanità evolve significativamente soltanto quando ha realmente paura: allora essa inizialmente sviluppa meccanismi di difesa; a volte intollerabili (dei capri espiatori e dei totalitarismi); a volte inutili (della distrazione); a volte efficaci (delle terapeutiche, che allontanano se necessario tutti i principi morali precedenti). Poi, una volta passata la crisi, trasforma questi meccanismi per renderli compatibili con la libertà individuale ed iscriverli in una politica di salute democratica…E, anche se, come bisogna ovviamente sperare, questa crisi non sarà molto grave, non bisogna dimenticare, come per la crisi economica, di impararne la lezione, affinché prima della prossima crisi – inevitabile – si mettano in atto meccanismi di prevenzione e di controllo, come anche processi logistici di un’equa distribuzione di medicine e di vaccini. Si dovrà per questo, organizzare: una polizia mondiale, un sistema mondiale di stoccaggio (delle risorse) e quindi una fiscalità mondiale. Si arriverebbe allora, molto più rapidamente di quanto avrebbe permesso la sola ragione economica, a mettere le basi di un vero governo mondiale.»  Non sembra che le parole di Jacques Attali siano state ascoltate. Abbiamo una guerra biologica e come diceva Randolpf.  S. Bourne la guerra mantiene lo stato in buona salute. Infine Slavoj Žižek non ha capito niente.  Sicuramente Slavoj Žižek si chiama principe della balordaggine o della sciocchezza.

Apostolos Apostolou

Scrittore e docente di filosofia.

Letture per la quarantena

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L’idea di questa pubblicazione digitale mi è venuta, come suggerisce il titolo, durante la quarantena per il Covid-19. Ho pensato che potevo dare dei suggerimenti di lettura, a chi lo desidera, per occupare questi giorni-fotocopia, da reclusi, per coloro che non lavorano e hanno tempo in abbondanza. Ho pensato di renderla disponibile gratuitamente su Internet per condividere le mie letture di questi anni: si tratta infatti di una raccolta di articoli e recensioni varie apparsi per buona parte già su «Segreti di Pulcinella» o su varie riviste cartacee e online («L’Area di Broca», «PASSARnous», eccetera). Il presente libro è liberamente scaricabile, ma nel caso di citazioni sarebbe apprezzato indicare l’autore, ossia il sottoscritto.

Buona lettura e buona quarantena, nella speranza che questa emergenza passi presto e si torni ad affollare librerie e biblioteche, e a leggere nei parchi o nei bar anziché su uno schermo a casa.

Massimo Acciai Baggiani

Firenze, 30 marzo 2020

SCARICA QUI L’E-BOOK (Formato PDF – 1,5 MB)

Foto di copertina di Italo Magnelli

INDICE

  • Introduzione
  • Lèggere, ovvero il decalogo del lettore onnivoro
  • Fantascienza e…
    • Cibo e fantascienza: ecologia, apocalissi e ottimismo
    • Denaro e letteratura: tra utopia e distopia
    • Lavoro e (è) fantascienza
    • Paura e fantascienza
  • Sulla narrativa fantastica
    • Creatori di mondi nella fantascienza
    • Uno sguardo (personale e spoileroso) alla fantascienza di Virgilio Martini
    • Casanova autore di fantascienza ovvero una lettura moderna dell’Icosameron
    • Due opposte concezioni del fantasy: il caso Sempre ad est e la saga del Canto delle montagne
    • Una guerra fratricida
    • Gli ultimi sopravvissuti… che non sono mai gli ultimi!
    • Il dio ateo: realtà e fantasia tra Gaarder ed Ende
    • Micropiede e Cassiopea: confronto tra due romanzi per ragazzi di Giovanni Arpino e di Michael Ende
    • Il diverso e il fantastico
    • Le fiabe che non ti aspetti
    • La fantascienza umoristica e antirazzista di Massimo Mongai
    • Mozart e lo Gnomo Saggio: una nota su un romanzo di Simonetta Biserni
    • Pillole sprecate
    • Il paradosso comunicativo: cercando di decifrare il Codex Seraphinianus
    • Eugenetica, omofobia e stupro mediatico: ovvero, era meglio morire da feti
    • Una piccola e buffa storia tra realtà e fantasia
    • Ofelia e la luna di paglia
    • I racconti di Michele Protopapas
    • La trilogia di Tara
    • Resettando l’umanità
    • Via da Sparta: atto secondo
    • Grunno
    • I moderni vampiri di Sergio Calamandrei, di Carlo Menzinger, Simonetta Bumbi e dei Già Dimenticati: tre libri a confronto
    • ArtifiCina
    • La Terza Roma
  • Sulla poesia
    • Leggendo le poesie di Caterina Pomini
    • Desiderio d’esser rondine: leggendo un poemetto di Fabio Strinati
    • Transizioni: note di lettura su una silloge di Fabio Strinati
    • Infezione
    • La riva in mezzo al mare
    • Le poesie di Sara
    • Su Il porto sepolto di Ungaretti nell’interpretazione di Andrea Chimenti
    • Viaggi e mappe di Roberto Balò
    • Gemiti Sventurati: la Poesia di Vessela Lulova Tzalova
    • Delle marionette, dei burattini e del burattinaio
    • Il teatro poetico di Liliana Ugolini
    • Breve nota su due sillogi di Roberto Mosi
    • Due poetesse religiose conosciute all’università
    • La specialità di Dio
  • Sulla saggistica
    • Scrittura e memoria. L’Esperanto: lingua di ebrei e comunisti
    • Meditazioni di un medico ebreo
    • Giocare è importante
    • Fango e luce
    • Farmaci e letteratura, ovvero perché sono contento di essere uno scrittore del XXI secolo
    • L’amore secondo Mia Martini
    • Note rockeggianti: tra musica e letteratura
    • I Pooh: come iniziò e come finì
    • Nota su Gli abati di Antonella Bausi
    • Amore per le lingue in Marani e in Lahiri
    • Dello studio delle lingue antiche e di come non farnese ossessionare
    • Amore, sesso e prostituzione
    • Quando leggere diventa inutile
  • Di tutto un po’…
    • Le rose di Eusebia
    • Dopo l’ultimo proiettile
    • A piedi nudi
    • Nuove avventure per Gisèle
    • Il diario di Angela: una riscrittura moderna di De Amicis
    • Amore latitante
    • Matilda: storia di una gatta che ha viaggiato per mare
    • Ricordo di Gabriella Maleti
    • Un viaggio narrativo-musicale con Giuseppe Festa e i Lingalad
    • Harem di oggi e di ieri
    • L’Isola delle Rose: nascita e morte di un’utopia
    • Il punto estremo
    • Il diritto (negato) a essere lasciati in pace
    • Come si gioca a briscola in cinque?
    • Gloria
    • Guida turistica shakespeariana di Firenze
    • Il guru
    • A ciascuno la sua musica
    • Uscire dal buio
    • Viaggio letterario nel Cadore
    • Un giallo fiorentino “bagnato”
    • I fantasmi del passato
    • Ubriaconi scandinavi e cianfrusaglie varie
    • Il mondo secondo Raimondo Preti
    • Vi presento Elvis
    • Un altro punto di vista
    • La battaglia contro il denaro
    • Come si cura un neonazista?
    • Scrivere: schiavitù o libertà?
    • Firenze Libro Aperto: tre giorni alla Fortezza da Basso tra editori e autori

Lo Stupore e il Mistero

Di Massimo Acciai Baggiani

giussaniInnumerevoli sono i movimenti sorti nell’ambito della chiesa cattolica, soprattutto nello scorso secolo. Io ne ho conosciuti personalmente tre: quello dei Ricostruttori, dei Focolarini (a cui ho dedicato un capitolo nel mio libro Due passi indietro[1]), ma quelli che ho frequentato più a lungo sono senza dubbio i Ciellini: più o meno una decina d’anni. Premetto che non sono mai stato un seguace di don Giussani (1922-2005), né ho mai aderito a Comunione e Liberazione: quando incontrai per la prima volta il movimento, creato dal prete lombardo nel 1954, ero una ateissima matricola alla facoltà di Fisica e Matematica, nell’autunno del ‘94.

Avevo ufficializzato il mio ateismo con i miei genitori[2] un paio di anni prima e da un anno non frequentavo più la parrocchia di Santo Stefano in Pane, soprattutto dopo il disastroso campo di lavoro a Cuneo, nell’estate del ’93, quando mi venne la malaugurata idea di fare volontariato nella Emmaus. Fui abbordato da studenti universitari più grandi e invitato a studiare con loro. Quegli incontri si concludevano con una sospetta preghiera, a cui partecipavo mio malgrado. All’epoca non avevo idea di cosa fosse CL: lo avrei scoperto comunque col tempo. Abbandonati gli studi di Fisica, dopo solo un mese, mi iscrissi a Lettere: all’inizio del nuovo anno accademico, nel ’95, fui di nuovo abbordato alla segreteria studenti da alcuni ciellini che davano una mano alle matricole a compilare i vari moduli. Tra questi c’era una ragazza che mi piaceva molto fisicamente.

Mi lasciai così convincere a partecipare alle loro “scuole di comunità”: delle riunioni che si tenevano con cadenza settimanale[3], se ricordo bene, dove venivano lette e commentate le opere del Giussani. Si trattava di libri scritti con un linguaggio oscuro, ermetico, in una sorta di gergo teologico-filosofico in cui ricorrevano parole chiave quali “stupore”, “Mistero[4]”, “Volto[5]”, “incontro[6]”, eccetera. Erano lezioni in cui capivo poco o nulla, di una noia mortale, e a cui partecipavo malvolentieri; ma come dir di no a un bel visino che per lo più mi prendeva in considerazione? Bisogna dire che all’epoca il mio rapporto con l’altro sesso era piuttosto problematico: ero timidissimo, le ragazze mi ignoravano, quindi scambiai per interesse e amicizia il fatto che la ciellina in questione mi venisse a cercare, fosse pure solo per fare proselitismo. Partecipai così alle loro gite, alle feste universitarie, alle conferenze[7], ai capodanni e soprattutto alle vacanze estive in montagna.

Ammetto che tra il 1996 e il 2004 ho trascorso delle fantastiche settimane sulle Alpi (La Thuile, la Val di Fassa, la Svizzera…): erano degli ottimi organizzatori, il programma era sempre interessante, i luoghi bellissimi e gli alberghi di prim’ordine e a basso prezzo. Unico neo: le loro ossessive scuole di comunità, che comunque riuscivo a disertare quasi sempre.

Dal punto di vista umano invece lasciavano parecchio a desiderare: in dieci anni non ho mai stretto una vera amicizia, e anzi ricordo quando, durante la mia ultima vacanza sulle Dolomiti ebbi un piccolo incidente durante una camminata[8] e nessuno mi aiutò: tanto per restare in tema, mi sentivo un po’ come il tizio del Vangelo scavalcato dai vari preti, in attesa di un buon samaritano che non arrivò mai. Ricordo anche che erano molto inquadrati, come tanti soldatini: le camminate venivano svolte tutte in fila indiana – una fila lunghissima, visto che si parlava di centinaia di persone – lungo i sentieri montani, in assoluto silenzio (io ascoltavo musica con le cuffie), ligi alle direttive dall’Alto. La cosa più sconcertante per me però era assistere all’Angelus, una preghiera che veniva fatta la mattina con voce robotica e alienata. Ricordo anche un altro episodio che la dice lunga sull’ipocrisia ciellina: un giorno uscendo da una delle loro riunioni in montagna non trovai più l’ombrello, che avevo lasciato all’ingresso del salone. Stava piovendo, così feci una corsa sotto l’acqua fino all’albergo, domandandomi chi fosse quel figlio di puttana che me lo aveva fregato: venne fuori che era stata la moglie di uno dei capi, perché aveva dimenticato il suo in hotel e aveva pensato di prendere quello di un “sottoposto”. Quando ne chiesi la restituzione, quella mi guardò come se fossi un rompiscatole e mi chiese: «Adesso?»

Nel 2001 mi laureai, l’anno successivo incontrai il buddismo di Nichiren Daishonin, ma continuai a frequentarli ancora per un paio di anni, sfruttandoli come “agenzia di viaggi”, così come loro avevano sfruttato me. Ovviamente non ho mai parlato delle mie idee religiose con loro, non le avrebbero comprese e sarei stato allontanato senza tanti complimenti[9].

Non ho mai letto per intero un libro di Giussani – verso cui i ciellini hanno un vero e proprio culto della personalità, tant’è che un giorno che apparve su tetto dell’albergo fu inneggiato neanche fosse apparsa la Madonna! – ma se è vero che dai frutti si riconosce l’albero, non credo che mi sarei sentito a mio agio a dialogare con costui. Colto, coltissimo, non dico di no – i riferimenti letterari e filosofici abbondavano nei suoi testi, spesso reinterpretati a modo suo[10] – ma arido e cervellotico, tutto il contrario di una Chiara Lubich[11] o di un Guidalberto Bormolini[12]. Anni dopo aver chiuso con i ciellini mi è capitato tra le mani un suo testo didattico per l’ora di religione ad uso dei licei: l’ho preso per curiosità dal solito scaffale del libero scambio e ho cercato di comprendere che cosa mi ero perso negli anni universitari, alla luce di un bagaglio culturale più ampio e di tanti dialoghi con esponenti di religioni diverse. Non un granché, mi pare: Giussani era un conservatore, dietro un’apparente adesione alla razionalità propugnava idee medievali, cadeva spesso in contraddizione, aveva insomma qualcosa di respingente per me.

È interessante vedere come si rapportava alle altre religioni. Come valutarle? Il sincretismo[13] è da evitare, così come il razionalismo (ossia studiarle tutte e scegliere poi quella che convince di più – soluzione dichiarata «astratta» e «impossibile»[14] – o almeno studiare quelle più diffuse[15] – e qui il Giussani ci fa un po’ sorridere con la constatazione che così, visto che nel I secolo d.C. i cristiani erano una piccola minoranza, «avrei dovuto trascurare quel minuscolo gruppo d’uomini e non avrei mai scoperto che la mia verità era invece proprio lì»[16]). Insomma, l’unico approccio sensato secondo il nostro autore è quello che lui stesso definisce «empirico», il quale consiste – in parole povere – a seguire la religione della propria tradizione. Cioè, se nasci in un paese cattolico non hai scampo: devi essere cattolico! Lo stesso per quanto riguarda i paesi islamici (in quelli purtroppo davvero non hai scampo…), buddisti, scintoisti, eccetera. Non importa se non credi, segui la religione dei tuoi genitori. È insomma una norma «di convenienza»[17], salvo «convertirsi», che può essere anche semplicemente «la scoperta più profonda e più autentica di ciò cui si aderiva prima.»[18]

Trovo questo passo molto significativo. Qualcosa del genere lo sosteneva tra l’altro anche il Dalai Lama, sconsigliando alle persone di cambiare religione rispetto a quella dei genitori per non incorrere in “conflitti psicologici”. Non è una cosa banale come potrebbe apparire. Se uno nasce in un paese multiculturale, con una grande varietà di fedi religiose, sarà portato a una maggiore apertura mentale: molto più difficile averla in un paese monolitico come ad esempio una teocrazia, specie dove l’“apostasia” è un reato da pena capitale. In Italia fino a qualche tempo fa la chiesa cattolica deteneva una sorta di monopolio; oggi per fortuna le cose stanno cambiando anche qui, seppure molto lentamente. Ancora negli anni Novanta i miei genitori si scandalizzavano per la mia “apostasia” (ma io non sono mai stato cattolico, tentavo di spiegargli, sono stato semplicemente battezzato contro la mia volontà). Se potessi parlare con lo spirito del Giussani gli farei notare che, in base a questo ragionamento, se fosse nato duemila anni fa avrebbe anche lui offerto sacrifici a Giove o a Marte, visto che quella era la religione della tradizione, e non avrebbe mai aderito a quel «minuscolo gruppo d’uomini» di cui parlava poche righe sopra, anzi se tutti gli uomini avessero seguito la soluzione «empirica» non sarebbe mai nata alcuna nuova religione, cristianesimo compreso.

Insomma; bisogna restare nella religione dei padri oppure bisogna convertirsi?

Come il Giussani risolva questa contraddizione non è dato saperlo, infatti nel libro cambia subito argomento.

Firenze, 27 marzo 2020

PS: L’ex primo ministro Matteo Renzi è stato ciellino, oltre che compagno di scuola di una mia cara amica, la quale lo ricorda come molto attivo nel movimento e “politico” già allora. Lo chiamavano “il Bomba”.

Bibliografia

  • Giussani L., Scuola di Religione, Torino, SEI, 1999.

Note

[1] Acciai Baggiani M., Magnelli I., Due passi indietro, Firenze, Porto Seguro, 2020, pp. 44-76.

[2] Non la presero bene.

[3] Nelle aule universitarie oppure nella loro stanzetta, nel seminterrato del dipartimento di Italianistica in Piazza Brunelleschi, proprio a fianco della stanza degli Studenti di Sinistra, con cui c’era una rivalità stile Don Cammillo vs Peppone.

[4] Alias il dio cattolico.

[5] Quello del Mistero (vedi sopra).

[6] Quello con CL ovviamente.

[7] Ricordo quella del prof. Franco Cardini, il noto esperto di crociate, cattolicissimo, assenteista a lezione e ai ricevimenti, in cui dava una sorta di giustificazione alle varie guerre di religione combattute nel medioevo.

[8] L’incidente al ginocchio mi impedì di rientrare al lavoro, presso l’Albergo Popolare, e mi costrinse a zoppicare per un bel po’. Ancora oggi è un mio punto debole.

[9] Qualcuno di loro, tra il serio e il faceto, parlava di rogo nei confronti degli odiati Studenti di Sinistra.

[10] Ad esempio la “rilettura” cristiana di Leopardi.

[11] La fondatrice del movimento dei Focolari.

[12] Il prete responsabile della sezione toscana dei Ricostruttori.

[13] Approccio adottato dai Ricostruttori.

[14] Giussani L., Scuola di Religione, Torino, SEI, 1999, p. 119.

[15] Infatti vediamo che la conoscenza del Giussani delle altre religioni è molto superficiale, basta vedere cosa scrive del buddismo (Giussani L., Op. cit., p. 119).

[16] Giussani L., Op. cit., p. 120.

[17] Ibidem.

[18] Ibidem.

L’epoca del coronavirus

Di Apostolos Apostolou

apSiamo davanti a una Chimera? Il simbolo del cambiamento e della trasformazione, quasi come se nel codice genetico umano fosse inciso il concetto di evoluzione, fin dall’antichità) o la storia si è fermata? E questo perché la saturazione supera l’eccedente di qui parlava Bataille. E’ vero, abbiamo superato un certo punto di reversibilità di contraddizione nelle cose e siamo entrati da viventi in un universo di non contraddizione d’infatuazione, di estasi, di stupefazione di fronte a processi irreversibili e che tuttavia non hanno senso. La macchina contatore (cioè counter della storia, della società) si è finita. E nella drammatica europea la Germania nega la solidarietà. Oggi abbiamo bisogno una risurrezione come mai prima d’ora. Il coronavirus è qui e la vita ha nuove requisiti. Albert Camus era il primo che ha capito com’ è la vita dal buio della malattia.
La peste venne pubblicato nel 1947 e valse ad Albert Camus. La peste è costruito come una tragedia in cinque atti. La storia è ambientata nella città algerina di Orano, in un imprecisato momento degli anni quaranta. Protagonista della peste è Bernard Rieux, medico francese residente a Orano, e il romanzo è condotto come cronaca scritta in terza persona dallo stesso Rieux. La città fu colpita da epidemia di peste un giorno d’ aprile 194… quando il medico Rieux scopre il cadavere di un ratto sul suo pianerottolo. Un giorno Rieux accompagna la moglie, gravemente malata, alla stazione di Orano, dove prenderà un treno per raggiungere una non meglio precisata località per curarsi. Poco dopo la partenza della donna, scoppia un’improvvisa moria di ratti. La peste già si trova nella città di Orano. I protagonisti delle storie sono: Bernard Rieux: medico che lotta contro la peste. Jean Tarrou: figlio di un pubblico ministero francese. Joseph Grand: segretario comunale. Cottard: che aveva, in aprile, per ragioni sconosciute tentato di suicidarsi, sembra provare una insana soddisfazione nella disgrazia dei suoi concittadini. Padre Paneloux: gesuita che interpreta la peste come flagello divino. Raymond Rambert: giornalista parigino che cerca in ogni modo di scappare dalla città per tornare dalla donna amata. Michel: è il primo a morire di peste. Castel: vecchio dottore contro la peste che sviluppa un siero contro il morbo. Othon: giudice istruttore. Richard: altro medico della città. La madre di Rieux, anche la moglie di Rieux che si allontana dalla città prima dell’inizio dell’epidemia per il trattamento di una grave malattia. Tutti sono protagonisti che esistono anche oggi. Le persone di Albert Camus tentano di interpretare l’ enigma della vita e della morte, anche sentono che la vita respira la vera perdita. Ciascuno ha determinati limiti di sensibilità oltre i quali il vero non esiste anche il falso non esiste e a lunga scadenza la vita diventa qualcosa di spaventoso.
I dialoghi hanno una forte che rivendicano un posto nella storia al processo di devastazione, anche i dialoghi indicano l’inevitabile disperazione e insieme il tempo segreto della vita. Una vita dell’inevitabile disperazione, ma la vita è sempre la poesia del desiderio e sempre la poesia del reale, ma il passaggio del realismo secondo Albert Camus non è la morte ma la forza della vita. Tutte le persone del romanzo la peste di Camus cambiano sotto un flagello inarrestabile. Nel romanzo ci sono quelli che combattono il flagello senza risparmiarsi. Ci sono quelli che accettano con fede il flagello come destino. Quelli che cercano di scappare dalla lotta di flagello. Ci sono tutti i caratteri che dovevano accettare e dovevano sconfiggere la malattia. Casta dare un’ occhiata ad alcuni narrati nel libro di Albert Camus.
«E per tutta una settimana i prigionieri della peste si divincolarono, nei limiti del possibile; alcuni di loro, come Rambert, arrivavano perfino ad immaginare, lo si vede, di agire ancora da uomini liberi, di poter ancora scegliere. Ma effettivamente si poteva dire che allora, alla metà del mese di Agosto, la peste aveva ricoperto ogni cosa:non vi erano più destini individuali, ma una storia collettiva, la peste, e dei sentimenti condivisi da tutti. Il più forte era quello della separazione e dell’esilio, con tutto quanto comportava di paura e di rivolta.»
E poi leggiamo: «Sì, bisognava ricominciare e la peste non dimenticava mai qualcuno troppo a lungo: durante il mese di dicembre fiammeggiò nei petti dei nostri concittadini, accese il forno, popolò i campi d’ombre con le mani vuote, insomma non cessò di progredire con la sua andatura paziente e a scatti. Le autorità avevano contato sui giorni freddi per bloccare il cammino della peste, ma questa passava traverso i primi rigori della stagione senza disarmare. Bisognava aspettare ancora; ma non si aspetta più a forza di aspettare, e la nostra città intera viveva senza futuro.»
Anche «Il male che è nel mondo viene quasi sempre dall’ignoranza, e la buona volontà può fare guai quanto la malvagità, se non è illuminata. Gli uomini sono buoni piuttosto che malvagi, e davvero non si tratta di questo; ma essi più o meno ignorano, ed è quello che si chiama virtù o vizio, il vizio più disperato essendo quello dell’ignoranza che crede di sapere tutto e che allora si autorizza a uccidere. L’anima dell’assassino è cieca, e non esiste vera bontà né perfetto amore senza tutta la chiaroveggenza possibile. Ecco: lei è capace di morire per un’idea, è visibile a occhio nudo. Ebbene, io ne ho abbastanza delle persone che muoiono per un’idea. Non credo all’eroismo, so che è facile e ho imparato ch’era omicida. Quello che m’interessa è che si viva e che si muoia di quello che si ama. In verità, tutto per loro diventava presente; bisogna dirlo, la peste aveva tolto a tutti la facoltà dell’amore e anche dell’amicizia; l’amore, infatti, richiede un po’ di futuro, e per noi non c’erano più che attimi. Dico soltanto che ci sono sulla terra flagelli e vittime, e che bisogna, per quanto è possibile, rifiutarsi di essere col flagello.“Ci sono negli uomini più cose da ammirare che da disprezzare.” ….I flagelli, invero, sono una cosa comune, ma si crede difficilmente ai flagelli quando ti piombano sulla testa. Nel mondo ci sono state, in egual numero, pestilenze e guerre; e tuttavia pestilenze e guerre colgono gli uomini sempre impreparati. Il dottor Rieux era impreparato, come lo erano i nostri concittadini, e in tal modo vanno intese le sue esitazioni. In tal modo va inteso anche com’egli sia stato diviso tra l’inquietudine e la speranza. Quando scoppia una guerra, la gente dice: «Non durerà, è cosa troppo stupida».
Ma anche leggiamo: «E non vi è dubbio che una guerra sia davvero troppo stupida, ma questo non le impedisce di durare. La stupidaggine insiste sempre, ce se n’accorgerebbe se non si pensasse sempre a se stessi. I nostri concittadini, al riguardo, erano come tutti quanti, pensavano a se stessi. In altre parole, erano degli umanisti: non credevano ai flagelli. Il flagello non è commisurato all’uomo, ci si dice quindi che il flagello è irreale, è un brutto sogno che passerà. Ma non passa sempre, e di cattivo sogno in cattivo sogno sono gli uomini che passano, e gli umanisti, in primo luogo, in quanto non hanno preso le loro precauzioni. I nostri concittadini non erano più colpevoli d’altri, dimenticavano di essere modesti, ecco tutto, e pensavano che tutto era ancora possibile per loro, il che supponeva impossibili i flagelli. Continuavano a concludere affari e a preparare viaggi, avevano delle opinioni. Come avrebbero pensato ala peste, che sopprime il futuro, i mutamenti di luogo e le discussioni? Essi si credevano liberi, e nessuno sarà mai libero sino a tanto che ci saranno i flagelli.»

Secondo filosofo Jean Baurillard viviamo la patologia di terzo tipo. «Come nelle nostre società abbiamo a che fare con una violenza nuova, nata dal paradosso di una società permissiva e pacificata, cosi abbiamo a che fare con nuove malattie che sono quelle di corpi superprotetti dal loro scudo artificiale, medico o informatico, vulnerabile quindi a tutti i virus, alle reazioni a catena più “perverse” e più inattese. Una patologia che non rileva più dall’accidente o dell’anomia, ma dell’anomalia. Esattamente quanto avviene per il corpo sociale, dove le stesse cause comportano gli stessi effetti perversi, le stesse disfunzioni imprevedibili che possiamo assimilare al disordine genetico delle cellule, e anche qui a forza di superprotezione, di supercodificazione, di superinquadramento. Il sistema sociale nella misura stessa della sofisticazione delle sue protesi. E la medicina farà una bella fatica a scongiurare questa patologia inedita, perché essa stessa fa parte del sistema di superprotezione, di accanimento protezione profilattico del corpo.» La virulenza secondo Jean Baurillard si impossessa di un corpo, di una rete o di un sistema nel momento in cui esso espelle tutti gli elementi negativi.» Il corpo oggi è diventato un non-corpo, una macchina virtuale i virus se ne impossessano. «Quando si consegna il corpo alle protesi e nello stesso tempo alle fantasie genetiche, si disorganizzano i suoi sistemi di difesa. Un tale corpo frattale votato alla moltiplicazione delle proprie funzioni esterne si vede nello stesso tempo votato alla demoltiplicazione interna delle proprie cellule. Entra in metastasi: le metastasi interne e biologiche sono simmetriche a quelle metastasi esterne che sono le protesi, i sistemi reticolari, i collegamenti…La profilassi assoluta è micidiale. La medicina non mostra di averlo capito quando tratta il cancro e l’ Aids quasi fossero malattie convenzionali mentre si tratta di malattie nate dal trionfo della profilassi e dalla medicina, malattie nate dalla scomparsa delle malattie, dalla liquidazione dalle forme patogene. Patologia di terzo tipo, inaccessibile a qualunque farmacopea dell’epoca precedente – quella delle cause visibili e degli effetti meccanici. A un tratto tutte le affezioni appaiono di origine immunodeficiente. »
Anni fa, diceva Jean Baudrillard, sapevamo guarire le malattie della forma; ora siamo senza difesa di fronte alle patologie della formula. Cosi Aids, Evd- Ehf, Sars, Mers, Coronavirus, sono virus della formula. Anche la pandemia oggi in tutto il mondo è qui, ci vuole il tempo, per immunità di gregge come sostiene il medico Sir Patrich Vallance.

Punti:
Albert Camus: La peste. Gallimard, Paris 1947. In italiano Bompiani 2017 .
Jean Baudrillard: La trasparenza del male. Edizioni Sugarco.

Apostolos Apostolou
Scrittore Docente di Filosofia – Atene.