Informazioni su segretidipulcinella

Direttore di Segreti di Pulcinella (www.segretidipulcinella.it)

Neologiorno n.2: PIACIARE

di Stefi Pastori Gloss

[pia-cià-re]

SIGN Che ha carattere di apprezzamento sui Social, specie da quando Facebook ha introdotto il rivoluzionario LIKE, ovvero MI PIACE, dove l’italianismo laicare, massimamente con la C, appariva non consono e non sufficientemente corrispondente alla intenzione del MI PIACE propriamente detto, troppo poco sintetico, essendo non necessariamente piacevole il contenuto, non sentenza definitiva, ma casomai interlocutoria.

Non del latino medievale [libìdo], ma derivato del latino [placére] ‘aggradire’, ‘andare a grado’, ‘talentare’, trovar soddisfazione e diletto.

Saper riconoscere le sfumature del piaciare (e in certi casi anche sapervi ricorrere) è oggi di importanza sottile e penetrante se non si vuole subire un ban o, viceversa, se si desidera trollare.

Conosciamo il piaciare come un accondiscendere alle affermazioni altrui, concedendo  una ragione, seppur transitoria, all’antagonista da tastiera per quell’attimo di notorietà da Social (i famigerati 15′ di notorietà per tutti previsti da Andy Warhol sono definitivamente superati). Tuttavia potrebbe anche rappresentare un dialogare, un interloquire, (propriamente un ‘parlare in mezzo’, cioè un ‘interrompere’) prima di scrivere affermazioni magari totalmente opposte. A volte sfora nell’incivile – il verbo, col suo essere blandamente volgare, ha un’aura di sporcizia che arriva quasi all’offesa gratuita, in special modo se seguito da affermazioni che provocano liti, tenendo aperte discussioni infinite e faziose quanto inutili.

Il piaciare, anche, può giocare su due sponde contemporaneamente. Da una sponda, prende il tempo che serve ad altri rapidi esami, pareri altrui, opinioni magari diverse, magari accettabili, magari no. Dall’altra, ricarica il fucile delle parole e scatena l’attacco frontale, forse con intento giocoso o forse no, fino a farsi bannare. Può anche essere una richiesta ad apprezzare una Pagina Fans su Facebook, talvolta sostituito, con l’introduzione delle cosiddette ‘reazioni’ sempre nello stesso Social, dal verbo ‘cuoriciàre’.

Con spirito pratico, si può credere alle reali intenzioni di chi lo inventò nel lontano 2014 di sinteticità, stringatezza, semplicità, italianità, in un tempo in cui anche il congiuntivo è andato a farsi benedire.

La semiotica del poema Itaca di K. Kavafis

Di Apostolos Apostolou

kavafisKavafis (1863-1933) è di gran lunga poeta greco più tradotto. La sua opera ha sedotto scrittori e intellettuali in tutto il mondo. Un poema più bello di Kostantinos Kavafis è Itaca. Secondo la Wikipedia il poema Itaca: «..Struggente poesia sul senso della vita concepita come viaggio verso una meta che si raggiungerà dopo lunghe peregrinazioni. Il riferimento mitologico è al celeberrimo viaggio di Ulisse nell’Odissea. Il poeta afferma in questa lirica che non bisogna avere fretta di giungere a destinazione, alla propria “Itaca”, ma bisogna approfittare del viaggio (e quindi della vita) per esplorare il mondo, crescere intellettualmente e ampliare il proprio patrimonio di conoscenze. In ultima analisi, il senso di Itaca è proprio quello di fungere da stimolo per il viaggio, più che da meta da raggiungere e fine a se stessa. “Itaca” è un viaggio nel quale non è importante se la meta è poi deludente. È giusto apprendere il più possibile durante il viaggio, vivere esperienze, tenendo sempre presente il sentimento forte e deciso che porterà a destinazione. E se poi, giungendo ad Itaca, rimerremo delusi poiché non avrà risposto alle nostre aspettative, non saremo tristi. Itaca è stata la meta che ci ha fatto intraprendere il viaggio e la causa di tutte quelle belle esperienze.»

Itaca

Quando ti metterai in viaggio per Itaca

devi augurarti che la strada sia lunga,

fertile in avventure e in esperienze.

I Lestrigoni e i Ciclopi

o la furia di Nettuno non temere,

non sarà questo il genere d’incontri

se il pensiero resta alto e un sentimento

fermo guida il tuo spirito e il tuo corpo.

In Ciclopi e Lestrigoni, no certo

né nell’irato Nettuno incapperai

se non li porti dentro

se l’anima non te li mette contro.

 

Devi augurarti che la strada sia lunga.

Che i mattini d’estate siano tanti

quando nei porti − finalmente, e con che gioia −

toccherai terra tu per la prima volta:

negli empori fenici indugia e acquista

madreperle coralli ebano e ambre

tutta merce fina, anche profumi

penetranti d’ogni sorta, piú profumi

inebrianti che puoi,

va in molte città egizie

impara una quantità di cose dai dotti.

 

Sempre devi avere in mente Itaca –

raggiungerla sia il pensiero costante.

Soprattutto, non affrettare il viaggio;

fa che duri a lungo, per anni, e che da vecchio

metta piede sull’isola, tu, ricco

dei tesori accumulati per strada

senza aspettarti ricchezze da Itaca.

Itaca ti ha dato il bel viaggio,

senza di lei mai ti saresti messo

in viaggio: che cos’altro ti aspetti?

 

E se la trovi povera, non per questo Itaca ti avrà deluso.

Fatto ormai savio, con tutta la tua esperienza addosso

già tu avrai capito ciò che Itaca vuole significare.
(Traduzione di Margherita Dalmàti e Nelo Risi) da “Constantinos Kavafis, Cinquantacinque poesie”, Torino, Einaudi, 1968

Kavafis ha scritto il poema Itaca  in seconda persona singolare. All’inizio del poema c’è un desiderio (Quando ti metterai in viaggio per Itaca devi augurarti che la strada sia lunga), questo desiderio è la prospezione (prospection secondo Roland Barthers e secondo la lingua di semiotica). E la retrospettiva, o rétrospective in lingua di semiotica sono le avventure e le esperienze (fertile in avventure e in esperienze). Il dispositio (captatio/partitio, narratio, confirmatio peroratio) secondo semiologia cioè la disposizione, o l’ordine della materia, è l’avventura, i Lestrigoni e i Ciclopi e insieme i momenti di felici che danno un senso potente, imbattibile, infallibile. (Devi augurarti che la strada sia lunga. Che i mattini d’estate siano tanti quando nei porti − finalmente, e con che gioia − toccherai terra tu per la prima volta: negli empori fenici indugia e acquista madreperle coralli ebano e ambre tutta merce fina, anche profumi penetranti d’ogni sorta, piú profumi inebrianti che puoi, va in molte città egizie impara una quantità di cose dai dotti).

La dénotation, la denotazione, nella poesia di K. Kavafis è  la difficoltà della vita. A nessuno piacciono le difficoltà, ma se desideriamo davvero raggiungere i nostri obiettivi, dobbiamo allenarci e sviluppare le possibilità. E le possibilità sono le esperienze, in ogni esperienza, anche nelle più difficili esiste il lato positivo,esiste la potenza creativa, quando non lo vogliamo vedere, è appunto perché noi pensiamo che non ci sia, e non credendoci, non ci sforziamo nemmeno di provare a trovare quel lato positivo che si trasforma automaticamente in volontà.  N. Abbagnano sosteneva che le possibilità umane sono già, da questo punto di vista, possibilità realizzate in quanto date o concesse all’uomo dall’essere stesso che tutte le contiene nella loro compiuta realizzazione.

E come diciamo in semiologia le pas a pas  il passo dopo passo cioè  le code symbolique  il codice simbolico è la memoria, che ha come destinatario me ed è  formulata con parole che nel frattempo si sono – come per magia – trasformate in arte.(Ecco come la memoria  individuale diventa arte e poesia).  Avventure e momenti felici, sono memorie e fanne tesoro e ti accompagneranno per tutta la vita, perché saranno gli unici che ti aiuteranno a vivere, lontane da te ma non lontane dalla sua esistenza. La connotation, (secondo semiotica) la connotazione, o quello che diciamo Panfocus, è la memoria.

Kavafis conosceva che la poesia è una forma di memoria, anche che la memoria e la lingua sono due modi del reale, cosi  il lavoro della poesia è  un gioco fuoco della memoria, – ecco perché K. Kavafis è un poeta storico e insieme un poeta grande – perché se il mio passato  ha il dovere di presupporla (la memoria) il mio futuro deve già contenerla. E ogni poema rivendica un posto nella mia memoria, nella mia storia.

Apostolos Apostolou

Docente di Filosofia

Gli orizzonti blu di Chiara

Di Massimo Acciai Baggiani

Kovrilo-Blua_horizonto-Kjara-250Chiara Raggi è una ragazza di Rimini, piena di vitalità e simpatia: lunghi capelli castani come gli occhi, intensi. Cantautrice. Esperantista. Chiara possiede una voce soave come le sue canzoni, che interpreta in italiano e nella lingua di Zamenhof, di cui condivide gli ideali di uguaglianza e fraternità: in entrambe le lingue ha dato prova di grande talento artistico, basta ascoltare i suoi tre album – Disordine (2015), Lacrimometro (2017) e il recente Blua Horizonto (2019) – per verificarlo. Chiara nonostante la giovane età ha già una carriera di tutto rispetto: è tra l’altro anche autrice di una web-serie spassosissima (Le disAvventure di un cantautore [femmina]), è conduttrice televisiva ed ha ricevuto importanti riconoscimenti a livello nazionale e internazionale per la sua musica.

Di particolare interesse è proprio il suo ultimo album, Blua Horizonto (in italiano: Orizzonte blu), prodotto da Vinilkosmo (la nota etichetta internazionale che distribuisce musica esperantista) in collaborazione con la Federazione Esperantista Italiana (FEI), firmato col nome esperantizzato di Kjara: dieci canzoni che hanno il sapore del mare, di orizzonti sconfinati, di libertà, di leggerezza. Lo stile, acustico e molto melodico (Chiara è anche una bravissima chitarrista), ben si abbina col contenuto dei testi, composti da lei insieme alla musica (la traduzione in esperanto è del mitico Renato Corsetti e del compianto Gianfranco Molle, a cui l’album è dedicato, passando tal modo il testimone della musica esperantista italiana d’autore a una degna erede). Momenti di riflessione si alternano a liriche d’amore, sospese tra realtà e sogno, che ruotano attorno al tema del viaggio, reale o metaforico: Chiara si racconta con serenità e ironia, facendo poesia in musica.

Tanta voglia di cantare, insomma, in questo album, e cantare in una lingua che parli al mondo intero, come sottolinea la nostra Chiara/Kjara in Lasu min plukanti (Lascia che io continui a cantare): «Flugas nun la kanto / kore Esperanto / kreskas ene movas ĉiun mian senton» («adesso il mio canto vola / con l’Esperanto nel cuore / cresce da dentro e smuove tutto il mio sentimento»). Ne consiglio l’ascolto non solo ai “samideani”: la musica di Chiara è godibilissima anche da parte di chi non conosce la lingua internazionale. La musica, si sa, è la lingua internazionale per eccellenza.

Firenze, 26 gennaio 2020

Discografia

  • Kjara, Blua Horizonto, FEI-Vinilkosmo, 2019.

Neologiorno n.1: Maggembre

di Stefi Pastori Gloss

[mag-gèm-bre]

SIGN Tredicesimo mese dell’anno, usato solo in caso di condizioni climatiche contrarie alla primavera, composto di [maggio] e [dicembre].

Questa parola, dopo una normale imperscrutabile incubazione, è attestata per iscritto il 6 maggio 2017 tra i ricordi su Facebook, quando la Signora con la Valigia si apprestava a convergere sulla sede della premiazione di un nobile Concorso Letterario per l’altrettanto nobile missione di nobilitare la parola italiana. Come tutte le cose buone, è stata subito adottata dai suoi amici selezionatissimi, vieppiù in uso negli anni a seguire, in special modo nel maggio 2019. Un’unità temporale, non nel senso atmosferico ma in quello di mese, di nuovo peggiorativo in senso climatico (questa volta, sì), per chi avesse ancora dubbi sulla catastrofe che riguarda Gaia (e noi umani in primis, anche se animati da infingardo spirto gnorri).

Ora, questo ‘maggembre’ ha il significato semplice di ‘maggio come fosse dicembre’, un’espressione delle più comuni, che affolla i nostri giorni, in piena paturnia da prova costume sotto le piogge battenti. Inoltre ciò che descrive non è una situazione astratta: l’immagine sintetica del ‘maggembre’ disegna insieme il tentativo del cambio degli armadi di stagione e la paura del mutamento, denunciando la volontà di restare radicati nel passato (inverno). Si intravede già una primavera, si sta già ricevendo qualcosa della calura futura, ma al sopravvenuto canto degli uccellini, si riscuotono nevicate o grandinate, a seconda dell’altitudine. Per la succitata Signora con la Valigia, sognante di dimorare finalmente senza l’immondo collant, stabilmente stanziata sulle cime alpine, trattavasi di neve, e ne deriva suo greve disappunto.

L’intensità con cui la sola evocazione del mutamento climatico descrive questo termine di mancato passaggio dalla stagione vecchia a quella nuova, colorisce la stagionalità degli armadi e dei vestimenti, quelli invernali ancora da sottonaftalinare, quelli estivi ancora da far emergere.

Si può parlare dell’estate in arrivo ma che stenta dato che è maggembre, di come abbiamo perso tempo a sistemare il guardaroba perché ancora maggembre, del lavoro di cui siamo oberati facendo shopping di vestimenti estivi che restano ancora rinchiusi nei nostri armadi proprio in quanto è maggembre. La sua blanda ricercatezza (tutt’altro che affettata, parte dai traffici più popolari) è molto versatile; ma un sorriso ironico non se lo leva quasi mai.

IL NEOLOGIORNO toglie il grammarnazi di torno

Egregi Lettori, se apparteniamo a quel raro sottogenere animale consapevole di se stesso, sappiamo anche di odiare la banalità e, di conseguenza, le citazioni. Tuttavia, l’amore, quello duraturo, ci insegna che è proprio la banalità a farci amare da chiunque, a qualsiasi strato sociale. Se, pertanto, è nostro desiderio arrivare a quel chiunque, lo faremo usando anche la banalità. Il chiunque fa errori grammaticali. Pertanto:

IL NEOLOGIORNO toglie il grammarnazi di torno

di Stefi Pastori Gloss

4° di copertina RINASCITE RIBELLI

Manifesto in 10 punti

In molti le hanno chiesto a quale inusitato moto dell’anima Stefi Pastori Gloss debba questa sua emergenza di neologismare. Intanto, dal 2015 studia gli scritti sia di Gianni Brera, maestro di cronaca sportiva e di neologismo (centravanti, centrocampista, tanto per citarne un paio) sia del D’Annunzio (tramezzino e La Rinascente, sua prole). Rinfrancata da questi illustri esempi, dedita ormai a tempo pieno al male dello scrivere, con questo sintetico manifesto vorrebbe dar conto delle sue posizioni sulla lingua, chiarendo, prima di tutti a se stessa, ciò su cui crede sia importante concentrarsi e perché.

Innalzare la lingua, innalzare il pensiero

Nello splendore intellettuale della lingua italiana, certi termini vanno logorandosi, a instupidire. Parole brillanti, ampie, ricche, per pigrizia si infilano in locuzioni stereotipate fino a morirci. Vedendo bene quale sia la decadente prosperità di un dato termine, si rende necessario sostituirlo con un neologismo arricchente, vivificante, rinnovativo, finendo per contenerne tutti i significati, tutte le accezioni. La piccola dose di necessaria ironia in più, lo rende accettabile.

La creazione di un nuovo neologismo (oh che pleonasmo!) mira a migliorare il modo di pensare, a migliorare la vita. Il pensiero è l’utensile con cui decifriamo il mondo intorno e dentro di noi: in questa prospettiva, il valore dell’idioma sta nella flessibilità, nella finezza e nella robustezza di pensiero che permette. È la strutturazione del pensiero ad arricchire la vita, a comprendere il bello, a scomporre e risolvere i problemi, a ridere e sorriderne con arguzia. Ombreggiature migliori significano una migliore sagacia per la realtà esterna e interna. Forse, una migliore felicità. Nel caso di Stefi Pastori Gloss, che se ne alimenta minuto per minuto, senza forse.

Lingua e storia

Le lingue sono soli, si levano, si tramutano e calano proprio come il nostro astro: è il genere umano a permanere. Il genere, va sottolineato, non l’uomo. Nella storia si sono avvicendate migliaia di lingue – e il passaggio da latino a lingue romanze non è stato una perdita di valore. Migliorare la propria capacità di comprensione qui e ora significa lavorare per il vantaggio del genere umano – oltre che della propria vita, vi dirà la Stefi Pastori Gloss. Un rendimento che dura più della singola lingua e che crea valore.

Linguaggi e biodiversità

La biodiversità linguistica è un valore filogenetico fondante – così come lo è per la complessità delle classi animali e vegetali. Ogni vocabolario è importante per l’archetipo di realtà che rappresenta, per quella frazione di collettività che struttura, come contributo all’intelligenza umana. E non si tratta di una questione di grazia, attenta alla prosperità dello zoo linguistico; le lingue non sono lenti colorate attraverso cui si manifesta la mente umana: sono diverse complessioni della mente stessa. Probabilmente, quella di Stefi Pastori Gloss è una mente distorta, però questo si sposta sul piano  della psichiatria, non della linguistica.

Forestierismi e inglese

I barbarismi sono una ricchezza. Non sentirete Stefi Pastori Gloss inveire contro l’inglese, ma la  vedrete prendere posizione parola per parola contro la volgarità, la riproduzione acritica di parole sentite e non capite, e gli usi esausti o sciapidi. Nel diciassettesimo secolo si aggredivano i gallicismi, ritenuti scialbi, quali baule, regalo, biglietto o gabinetto: oggi nessuno li criticherebbe. Forse perché manco ne conosce l’origine. E davvero non ci vogliamo chiedere perché usiamo giornalmente la parola bidè, originata in tutta evidenza dal francese bidet, quando invece i francesi stessi nemmeno ne sono dotati nelle loro sale da bagno, altrimenti dette ‘salles de bain’, chissà perché poi proprio sale? Forse perché sale in francese significa sporco. Scusate, non è che una stupidezia.

Il problema delle lingue straniere è che non sono conosciute; e l’intrusione di una lingua ignota in una lingua nota è spesso maldestra e malpropria.

Registri linguistici

La padronanza di un idioma passa per la padronanza dei diversi registri. È importante saper gestire tanto i registri più alti quanto quelli più bassi: la squisitezza del linguaggio non è un parametro assoluto, ma relativo al contesto in cui ci si trova. Chi parla solo elevato non è in una situazione molto migliore di chi parli solo volgare. Soltanto una conoscenza versatile può dirsi raffinata, evitando il grottesco, e permettendo appropriatezza nel parlare e nello scrivere.

L’italiano

Siamo tutti, non solo gli scrittori, responsabili della nostra lingua, espressione di una cultura millenaria che abbiamo in retaggio. Essere cittadini del mondo vuol dire anche curare le proprie tradizioni e il tesoro che rappresentano per l’umanità intera; così come curare il proprio campo significa curare il paesaggio. Alla domanda «Qual è la lingua più bella del mondo?» si risponda «L’italiano» non perché lo sia davvero, ma perché è la risposta dell’innamorato.

Parole comuni e meno comuni

Nel progetto del Neologiorno, neologismare parole comuni è tanto urgente quanto le meno conosciute: scendere a fondo nella conoscenza di parole che si sono recentemente inventate e che già fanno già parte del nostro bagaglio, che teniamo spesso in bocca, è più importante dell’aver nozione di parole rare che comunque useremmo poco. Saper cucinare una buona pasta è più importante che saper cucinare un buon igname.

Le parole desuete possono rappresentare una grande risorsa di significati – ma talvolta c’è un motivo se sono sul viale del tramonto (nel qual caso, tendenzialmente Stefi Pastori Gloss non le tratta); non sono da celebrare come vestigia di un passato più civile né escluse come vecchiume superfluo, ma ponderate caso per caso, specie alla luce del contesto e delle intenzioni con cui si usano. Le parole nuove sono soluzione ad un disagio, espressione della inadeguatezza, risposta all’esigenza di esprimere l’altrimenti inesprimibile. La storia della nostra meravigliosa lingua ne è zeppa.

Regole grammaticali

Udite udite, contrariamente a quanto ci hanno insegnato alle elementari, le regole grammaticali sono mere consuetudini: sentieri linguistici fotografati dagli studiosi, non strade asfaltate e imposte dal sovrano. A tutti piace correggere gli errori grammaticali altrui: ci fa sentire dotti, la maestra ci avrebbe detto “bravi!” E la violazione di una consuetudine non è meno grave della violazione di una norma sovrana. In particolare esiste quella dozzina di regole grammaticali che tutte le persone vagamente istruite conoscono e che sono sempre sulla cresta dell’onda e notate come cifre spicciole del buon parlare e del buono scrivere. Anche queste norme, il più delle volte, sono recepite acriticamente. La grammatica tradizionale va padroneggiata per discernere i diversi valori delle sue prescrizioni, che è necessario saper mettere in dubbio. La conoscenza non è ricapitolazione, così come la cultura non è nozionismo.

Etimologia e innovazione

I molti significati di ciascuna parola scaturiscono da un nucleo concettuale profondo, dai contorni spesso nebulosi, a cui nel tempo possono essere associate diverse idee particolari. Comprendere quel nucleo e la struttura dei significati associati a una parola permette di impiegarla in maniera non solo appropriata, ma anche innovativa, creativa, poetica. La comprensione di questa struttura si ha attraverso l’etimologia, cioè lo studio degli stadi precedenti attraverso cui è passata una certa parola. E l’innovazione deriva necessariamente da tutto ciò.

Piacevolezza della cultura

Il carattere primo e più importante dello studio delle parole ha da essere la piacevolezza: la serietà, senza meraviglia, leggerezza e ironia, è solo pallosità, neologismo di recente costituzione più forte e meglio accetto di noia, che invece rimanda a annoianti poeti novecenteschi. Ah, dimenticavo: annoianti è un neologismo. O forse no.

Bio-bibliografia di Stefi Pastori Gloss

4° di copertina RINASCITE RIBELLIPurtroppo (o per fortuna) da almeno sette anni si può dedicare alla scrittura a tempo pieno. Aborre l’uso di Photoshop per poter applicare con coerenza il suo Forforisma[1] Pastorology preferito: “Indosso le rughe come medaglie”. Agli inizi della sua carriera da scrittrice, redigeva i suoi curricula alla di James Joyce, e quando le fu fatto notare il parallelismo, esecrò. Per controtendenza, si applicò alla massima sintesi, con Ungaretti a farle da guida. Poi con David Foster Wallace scoprì che si può scrivere un libro infarcendolo di note a pié di pagina. La redazione dei Neologiorni[2] si ispira all’ironia scanzonata di Gianni Brera e all’arricchimento del dizionario alla D’Annunzio. Sceneggiatrice ghost writer nei Novanta per Benvenuti, Verdone, Brizzi, selezionatrice di opere letterarie sotto contratto, ha redatto per circa tre anni un blog[3] di recensioni dedicate a emergenti, le migliori delle quali sono ospiti in un podcast radiofonico[4]. Oggi si occupa di recensire solo grandi autori. Grazie ad un ex partner, la si può fregiare dello pseudonimo di Gloss, Gruppo di Lavoro e Osservatorio Sessismo e Stalking. Nel 2013 esce CORPI RIBELLI – resilienza tra maltrattamenti e stalking. II Edizione nel 2016. Da aprile 2019, ha subito totale aggiornamento, tanto da rendere necessaria la riscrittura perfino nel titolo, che diventa RINASCITE RIBELLI – resilienza nei maltrattamenti intra-familiari e stalking, per il quale avrebbe trovato un nuovo editore. Nel 2016 è stata pure pubblicata una silloge poetica, MICA VAN GOGH, ispirata a Caparezza. La rivista online Dol’s vara la sua carriera da novellatrice contro l’uso improprio degli stereotipi di genere.

Sta approntando un nuovo spicilegio di POESIE SPOLLICIATE, neologismo che riguarda lo scrivere coi pollici sullo smartphone, un altro ispirato al sito UPAG, intitolato PARERGHI POETICI, un’ulteriore raccolta di racconti dal titolo RESISTERE PER SOPRAVVIVERE – ciascuno a suo modo, ambientata durante la II Guerra Mondiale, a sfondo erotico. La spigolatura di novelle STEREOTIPI A BAGNOMARIA, già sotto contratto di casa editrice nel frattempo volta a migliori lidi che non quelli editoriali, è da pochi giorni al vaglio di successivo editore. Tutt’ora è scrittrice fantasma per un’avvocata ninfomane, la famigerata @ninfoavvocata di Twitter; non se ne adonta, pur dovendo lottare con chi la crede tale, e comunque scrive per chiunque abbia idee ma non tecnica: redattrice della biografia personale del nonno di turno, il cui tronfio ego vuole lasciare traccia di sé ai nipoti, copywriter per il titolare della fabbrichetta di piastrelle, stufo della scarsa qualità di scrittura del figlio del fornaio per redigere il proprio sito internet, scrittrice del fotografo di fama che negli Ottanta si scoprì make-up artist (e gayo) per Versace a Milano, pur di fuggire dalle OP (Oppressive Puglie). È convinta da sempre che sia meglio essere cretini che troppo intelligenti: si soffre di meno. Lo straripante successo letterario di una partecipante ad un Reality televisivo lo conferma.

Intervista

https://www.youtube.com/watch?v=6moovcL31i8

Recapiti per collaborazioni artistiche

Stefania Pastori (Stefi Pastori Gloss)

Recapito e-mail: pastoristefaniagloss@gmail.com

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[1]Forforisma [for-fo-rì-sma] SIGN Aforisma faceto, non serioso, frutto di grattacapi dovuti alla forfora. Dalla voce medicale [fór·fo·ra] ‘Fine desquamazione lamellare frequente in quelle parti della pelle che sono coperte da peli’. Quello di questo neologismo è un caso curioso: nonostante si possa ormai classificare come nato da donna, non è poi così incomprensibile che sia nato anche da uomo. La paternità (o meglio, la maternità) è di chi compila il significato dei vostri neologismi, ma coadiuvata come nella migliore tradizione creattiva (con due T) da un uomo, ormai perduto amico. La curiosità non è binaria, e nella sua scala il forforisma non siede sui gradini delle parole incomprensibili – si continua a usare da un paio d’anni, ovvero da poco, ma avrà successo. Almeno quanto gli aforismi di Lord Byron. Almeno quanto è frequente la forfora sulle teste degli esseri – a volte senzienti – come quelli umani. Il suo significato è semplice: siccome l’autrice degli aforismi grattacapo è autoironica e non desidera salire in cattedra e fare la maestrinadallapennarossa, ha preferito attaccare alla desinenza -isma dell’aforisma un po’ di forfora per sdrammatizzare, augurandosi che non diventi un fondamentalismo. Questo tipo di -ismo è da temere.  Ora, non serve essere grandi poeti per intendere come è che figuratamente si possa usare questo termine. Non serve, per quanto la prima attestazione di rilievo di quest’uso sia giusto nella prima metà dell’anno 2017, nel corso di un concorso letterario in quel di Città del Sole (ebbene, sì, proprio la tanto vagheggiata dal Tommaso Campanella, frate dominicano ispirato dalla Repubblica di Platone. Scritta sotto forma di dialogo tra l’Ospitalario, cavaliere dell’ordine di Malta, e il Genovese, nocchiero di Colombo, trattasi di città ideale per leggi e costumi, ma tuttavia utopica. È retta da un Principe Sacerdote, chiamato Sole che detiene assoluto potere spirituale e temporale. I requisiti fondamentali di questo governatore devono essere: erudizione, saggezza, conoscenza sia dal punto di vista teorico e pratico, creatività e vena artistica. Inoltre deve avere più di trentacinque anni perché abbia l’esperienza necessaria a condurre lo stato. Ora voi capite come in siffatta località, sia agevole inventare qualcosa di fruttuoso, succoso, fantasioso come ‘forforisma’. Ascoltatene la dolcezza sul palato, la scioglievolezza che scorre sulla lingua, fino a chiudere le labbra in un suono materno e vi convincerete d’emblée della sua validità estrema. Comunque, poeti e no, si bacchetta un impenitente amorale con il forforisma, si resiste al fallimento di amori e amicizie con il forforisma che ricorda una fiducia assoluta nelle proprie capacità, e si rimembra il forforisma dell’amore di mamma che non ci lascia mai nudi. Non è una sentenza inappellabile, non mantello protettivo a fare da corazza di armadillo, non rinserra come un’armatura: il forforisma, col suono farfallino e materno (f-f-ma), ha un fascino démodé, quasi cerimonioso. E la frase in cui è usato non passa inosservata.

[2] Neologiorno, neologismo. Nasce dal motto “un neologismo al giorno toglie il medico di torno”. I neologismi sono stati  recentemente sdoganati dal petaloso dell’Accademia della Crusca e dal webete di mentaniana creatività.

[3]https://leggolibrifacciocose.blogspot.com/

[4]https://soundcloud.com/radiobigworld/sets/uova-fresche

Alcuni libri che ho letto nel 2019 (in ordine sparso)

Di Massimo Acciai Baggiani

Una scelta tra i moltissimi libri che per lavoro o per piacere (a volte entrambi contemporaneamente) ho letto durante questo intenso anno. Di alcuni ho scritto recensioni di cui inserisco il link. Non me ne vogliano gli autori che non ho citato: inserire tutti sarebbe stato davvero troppo lungo… come scriveva Montesquiet: «Non ho mai avuto un dolore che un’ora di lettura non abbia dissipato».

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(foto di Italo Magnelli)

  • In uno specchio, in un enigma / Jostein Gaarder.
  • I racconti del casino di lettura / Lodovico Terzi.
  • Occhi sulla graticola / Tiziano Scarpa.
  • Stagioni / Francesco Guccini.
  • Tutti i racconti / Aldous Huxley.
  • Dolores Claiborne / Stephen King.
  • Il Padre di Dio. La spiegazione del perché / Mario Deluchi.
  • Inferno o son desto? / Mario Gesù Fantacci.
  • Il ragionevole dubbio / Roberto Giacobbo.
  • La via della seta / Elisabetta Cafissi, Mario Assuero Marchi, Umberto Cecchi.
  • Il monaco nero / Anton Čechov.
  • I premi Hugo 1967-1968 / a cura di Isaac Asimov.
  • Le piccole virtù / Natalia Ginzburg.
  • Capitani coraggiosi / Rudyard Kipling.
  • Il Tartuffo / Molière.
  • Il racconto dello specchio misterioso / Walter Scott.
  • 130 pensieri di maestri buddhisti / Danielle & Olivier Föllmi.
  • Occhi lucidi / Claudio Secci.
  • Papalagi / Tuiavii di Tiavea.
  • Il giardino profumato / Sceicco Nefzaoui.
  • Diventare Dio in 10 mosse / Jacopo Fo.
  • Siddhartha diviene il Buddha / Sri Chinmoy.
  • Incidenti di consapevolezza / Michele Protopapas.
  • L’avaro / Molière.
  • Stormvogel / Emiliano Buttaroni.
  • La Gaia Meraviglia / Giampaolo Spinato.
  • Nel ventre della balena e altri saggi / George Orwell.
  • Fiorirà l’aspidistra / George Orwell.
  • La prima moglie e altre cianfrusaglie / Arto Paasilinna
  • Io Elvis, immigrato albanese / Elvis Dona.
  • Malevil / Robert Merle.
  • Nel bianco / Ken Follett.
  • Bel-Ami / Guy de Maupassant.
  • L’affare Makropulos / Leoš Janáček.
  • Marinetti e il futurismo / a cura di Luciano De Maria.
  • Via da Sparta. La figlia del ragno / Carlo Menzinger di Preussenthal.
  • Fermo! Che la scimmia spara / David Cintolesi.
  • Kim, un dono dal Vietnam / Frank W. Chinnock.
  • Elianto / Stefano Benni.
  • Artefici della rivoluzione umana / Daisaku Ikeda.
  • Introduzione alla letteratura esperanto / Carlo Minnaja.
  • I misteri di Parigi / Eugène Sue.
  • L’enigma che uccide / Barbara Mancini.
  • Manuale / Epitteto.
  • Il re di Saba / Giuseppe Pederiali.
  • Monsieur Ibrahim e i fiori del Corano / Eric-Emmanuel Schmitt.
  • La storia fantastica / William Goldman.
  • Le nuvole / Aristofane.
  • Il posto dei silenzi / Davide Potito
  • Il vagabondo delle scienze / Isaac Asimov.
  • Racconti per le ore piccole / a cura di Alfred Hitchcock.
  • Atlante leggendario delle Foreste Casentinesi : Il favoloso viaggio di Grunno / Marco Roselli e Giovanni Brami.
  • La mia vita con i maestri himalayani / Swami Rama.
  • Il bambino con il cuore di legno / John Boyne.
  • Di tutte le ricchezze / Stefano Benni.
  • Contro il fanatismo / Amos Oz.
  • I mestieri del libro / Oliviero Ponte di Pino.
  • Impara rapidamente le lingue / Roberto Tresoldi.
  • Il bambino che imparò a colorare il buio / Nicholas Sparks e Billy Mills.
  • Lo strano caso del falso Sherlock Holmes / Luca Martinelli.
  • Sherlock Holmes contro Dracula / John H. Watson : a cura di Loren Estleman.
  • Dissertazione sopra i vampiri / Giuseppe Davanzati.
  • Manuale della lingua fucecchiese / Mario Catastini, Pietro Palavisini, Ersilia Pucci Serri, Tommaso Corsi.
  • Dalla Terra alla Luna e Intorno alla Luna / Jules Verne.
  • Vivere e scoprire il Giappone / Yutaka Yazawa.
  • Neonazi / Timo F.
  • Racconti popolari toscani / Lucia Pugliese.
  • Apocalissi fiorentine / Carlo Menzinger.
  • Sangue gratis e altri favolosi racconti / Sergio Calamandrei.
  • Perché si fa poco sesso / Sergio Calamandrei.
  • Il monaco / M.Gregory Lewis.
  • Fantascienza contemporanea cinese / a cura di Francesco Verso.
  • Sherlock Holmes: l’ombra della gorgone / Arthur Hall.
  • Come sopravvivere al consumismo e vivere felici / Guido Giacomo Gattai.
  • Lavoratori di tutto il mondo, ridete / Moni Ovadia.
  • Non mollare Caterina / Renato Campinoti.
  • Le vie dei libri / Franco Del Moro.
  • Il quarto libro di fantascienza / a cura di Fruttero & Lucentini.
  • Il precipizio / Marcovalerio Bianchi.
  • Ma quanto costa il pane? : But how much is the bread? / Antonella Fineschi e Carmelo Librizzi.
  • Parco d’arte Bum Bum Gà / Carmelo Librizzi.
  • La donna eterna / Rider H. Haggard.
  • Parole in viaggio. Piccola guida di scrittura per viaggiatori veri e immaginari / Alessandro Agostinelli, Tito Barbini, Paolo Ciampi.
  • Per le Foreste Sacre. Un buddista nei luoghi di San Romualdo e San Francesco / Paolo Ciampi.
  • Vlad 3.0 / Pierfrancesco Prosperi.
  • Chi mi fa fiorire / Piera Donna.
  • Lo sguardo teso / Debora Scrofani
  • La specialità di Dio / Riccardo Olivieri.
  • Storie per bambini / Isaac Bashevis Singer.
  • Ciò che inferno non è / Alessandro D’Avenia.
  • La trappola / A.M. Balestri
  • L’ultimo rifugio / Dolara Piero
  • Riparatori del tempo / Milella Federica
  • I misteri della porta accanto / Mori Lorenza Maria
  • Annuso / Spina Alessandro
  • Lacrime rosse / Gualano Vincenzo
  • Saga / Roberto Balò
  • L’autunno non è una stagione / Pretto Luciano
  • Storie incompiute / Martinuzzi Emanuele
  • Il narratore di Rifredi / Menzinger Carlo
  • Tutti giù per terra / Preti Raimondo
  • Trans – oltre l’orizzonte / Mancini Fabrizio
  • Pensieri e ricordi di un provinciale / Brogi Marco
  • Diciott’anni e una FIAT Topolino / Bruni Giorgio
  • Luce di candela / Tamburri Roberto
  • La valigia legata con lo spago / Franco Giuseppe
  • Nove sfumature di giallo / Carraresi Andrea
  • Gioco Joke / Claudia Gusso