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I figli di Ferdinando

Di Antonella Bausi

La storia di Ferdinando, primo granduca Medici di questo nome, è fatta di improvvisi colpi di scena. Quarto figlio maschio di Cosimo, sembra destinato ad un’esistenza ricca e doviziosa ma oscura quando improvvisamente le cose si rovesciano. Nel 1562, a causa delle febbri malariche che imperversavano sulla costa toscana, muoiono repentinamente Giovanni e Garzia i due fratelli che lo precedono e Ferdinando eredita, è il caso di dirlo, il cappello cardinalizio che Giovanni aveva ricevuto giovanissimo.

Anche lui è un ragazzo, tredici anni circa, ma ormai è avviato ad una vita da porporato piena di agi e vicina al potere. Ferdinando, almeno in apparenza, ne sembra appagato e si costruisce una solida fama di mecenate ed esteta. Muore il padre, Francesco diviene Granduca e lui é discretamente al fianco del fratello, pago di essere l’eminenza grigia del granducato.

Nel 1587, altro capovolgimento e questa volta davvero grosso. Improvvisamente (?) muoiono in simultanea il fratello Francesco e la sua seconda e amatissima moglie, Bianca Cappello. Che la veneziana gli stia sulle scatole non è un segreto per nessuno e gli fa rabbia vedere il granduca così asservito alla donna; quindi, quando entrambi se ne vanno al creatore, le voci di veleno si sprecano. Comunque niente lo tocca e diventa Granduca.

Oddio, lui per la verità sarebbe sempre Cardinale di Santa Romana Chiesa, ma a quei tempi diventare Cardinale non voleva dire prendere gli ordini sacri. Il rosso cappello era una prebenda, una sinecura familiare che di solito veniva riservata al secondogenito delle famiglie che dominavano. Però si era previdenti e, visto che la nera signora con la falce colpiva indiscriminatamente, a prendere gli ordini sacri si aspettava perché poteva accadere che si dovesse rinunciare al cardinalato per prendere il posto del primogenito defunto. E così fu anche per Ferdinando, cardinale ma non sacerdote, ed il suo caso non sarà il primo ne l’ultimo nelle case regnanti del tempo.

Dato l’addio alla porpora però bisogna pensare a sposarsi e fare figli altrimenti l’unico erede è il fratello Don Pedro. Non sia mai, Pedro o Pietro che dir si voglia, è uno sciagurato, vizioso e pervertito che ha anche all’attivo l’omicidio della moglie; per motivi di onore ma sempre omicida è. Inoltre è corrotto e legato a doppio filo alla Spagna. Lasciar fare a lui vorrebbe dire rendere la Toscana ancor più suddita di Filippo II e della sua politica restrittiva.

Quindi darsi da fare e guardarsi intorno. La cosa non è facile; occorre valutare bene i pro ed i contro delle varie candidate, non offendere la potentissima Spagna ma nemmeno legarsi a lei a doppio filo. Comunque Ferdinando è un ottimo partito anche se non più giovanissimo (sfiora i quaranta, ma che fa) ed anche se da tempo ha un legame neppure troppo segreto con la bellissima Clelia Farnese, vedova di un Cesarini e figlia naturale del potentissimo cardinale Alessandro. E’ un legame che a Roma tutti conoscono e che produrrà uno dei più velenosi epigrammi di Pasquino; “Il medico cavalca la mula Farnese”, si trova scritto alludendo così alla nascita bastarda della bella donna.

Ma l’amore passa in secondo piano rispetto alla politica e così salutata Clelia, che si risposerà disastrosamente con un Pio di Sassuolo, Ferdinando intavola trattative con la Francia o meglio con la sua lontana parente Caterina, che regge le sorti del paese d’oltralpe. Guarda caso Caterina ha sottomano la sposa giusta, sua nipote Cristina, figlia della sua defunta figlia Claudia sposata al Duca di Lorena. Non è più giovanissima per i canoni dell’epoca, ha circa ventiquattro anni, non è certo una bellezza, ma l’affare va in porto.

Cristina arriva dunque a Livorno e diventa la nuova granduchessa. Porta una bella dote ma anche un’austerità ed un bigottismo che infetteranno tutta Firenze.

Basta guardarne i ritratti sia giovanili che quelli fatti in età matura; dignitosa, rigida, impettita con il viso sfigurato da un naso che definire importante è un eufemismo ed un’espressione talmente acida che la imbruttisce ancora di più. Sarà da lei che i Medici futuri prenderanno certe fattezze lorenesi le quali, unite a quelle non proprio belle ereditate dagli antenati fiorentini, faranno di loro tra i più brutti regnanti d’Europa. Come se non bastasse, Cristina, che sopravvive al figlio ed alla nuora, avrà un influsso deleterio anche sul nipote Ferdinando e sul governo del granducato. Grazie a lei la corte medicea diventerà ciò che di più simile ad un convento si possa vedere. Preti, frati, suore, ecclesiastici impiccioni la faranno da padrone con conseguenze disastrose anche per il piccolo stato. Inoltre si rivela un vero “sepolcro imbiancato” nei confronti della quasi cognata, Livia Vernazza, la donna di piccola virtù che Don Giovanni de’ Medici (il bastardo di Cosimo) aveva sposato. Disgustata all’idea di averla come parente, riuscirà a spogliarla di quasi tutti gli averi che il marito le aveva lasciato, confinandola in un convento. Una condotta veramente cristiana non c’è che dire.

Come moglie e come madre forse sarà stata brava, nel senso che ha inculcato principi cristiani ai figli ed ha saputo educarli ma ha anche trasmesso loro grettezza morale ed una religione esasperatamente formale e non sentita.

Per quanto riguarda i figli nati da questo connubio, nessuno di loro ebbe una gran salute o vivacità d’ingegno quasi che il glorioso sangue mediceo, attraverso lei, si fosse annacquato in modo irreparabile.

Cominciamo dai maschi: Cosimo, il primogenito, secondo granduca del suo nome. Esile, pallido, nasuto, morirà a trent’anni consumato dalla tubercolosi e, secondo le malelingue, sfinito dalla robusta moglie Maria Maddalena d’Austria con la quale riesce a fare (però!) ben nove figli in pochi anni; apprezza Galileo con il quale ha studiato, per quanto la sua coscienza di cattolico retrivo glielo consente ma è conosciuto soprattutto perché (sempre dietro consiglio materno) fa chiudere il pluri centenario Banco Mediceo. Non sia mai che il puzzo di bottega inquini la recente dignità granducale.

Francesco, quartogenito e secondo maschio, vorrebbe fare il soldato contro i Turchi ma non ci riesce perché muore a vent’anni prima ancora di riuscire ad impugnare un’arma. Bruttino pure lui e soprattutto, almeno all’aspetto, privo di linfa vitale che sparisce così dal panorama storico sanza infamia e sanza lode.

Carlo, che viene subito dopo, è creato Cardinale ed è noto come amante delle arti che indubbiamente ama più della vita ecclesiastica anche se mai il suo nome verrà legato a scandali o intemperanze. A Roma lo vedono poco perché preferisce, e questo gli va ad onore, restaurare le antiche ville medicee che gli sono arrivate in eredità. Il suo ritratto ce lo mostra abbastanza pingue e questo serve ad addolcirne i lineamenti sgraziati. Dagli occhi bulbosi traluce il sorriso ironico e fine di chi ha compreso come vanno le cose nel mondo ed ha cercato di prendere il meglio che la vita possa offrire. Rispetto ai fratelli morirà anziano (settantenne) e non lascerà un brutto ricordo.

Lorenzo, il più giovane dei maschi, che preferì sempre la caccia e i cavalli alla carriera diplomatica e militare, ebbe anche lui salute malferma, che però trascurò per accompagnare le sorelle Claudia e Caterina nei loro viaggi nuziali. Non si sposò mai, non si sa se per mancanza di candidate adatte o per pigrizia, e morì cinquantenne forse a causa dei troppi medicamenti ingeriti.

A questi va anche aggiunto Filippo morto a quattro anni ma si sa che la morte falciava anche nelle culle delle case regnanti.

Passiamo ora alle femmine che purtroppo assomigliavano parecchio alla madre e quindi non erano delle belle donne. Avevano tutte il naso e la bocca dei Lorena con in aggiunta la curva delle guance squadrata e pendula, piene di sussiego, acide … Insomma non proprio delle miss.

Eleonora, secondogenita e prima delle femmine, viene proposta in moglie a Filippo III di Spagna dopo la morte della sua prima moglie, Margherita d’Austria nel 1611, ma viene cortesemente rifiutata perché inadatta. Rimane a casa  e muore all’età di ventisei anni, forse di vaiolo.

Caterina, avrebbe dovuto sposare il primogenito di Giacomo I d’Inghilterra ma  si vedrà bocciare il matrimonio addirittura dal Papa perché lo sposo era protestante. Si sarà consolata presto anche perché il giovane Stuart morì poco dopo il fallimento della trattativa. Si effettua per lei un matrimonio di ripiego con il parente Ferdinando Gonzaga duca di Mantova, anche lui scardinalato dopo la morte del fratello Francesco. Peccato che Ferdinando avesse già contratto un matrimonio neanche tanto segreto con la bella Camilla Faà (dalla quale ha anche un figlio) e non amasse per niente la rigida Medici. Matrimonio glaciale (e forse neppure valido) dal quale non nascono  ne amore ne figli. Ferdinando muore giovane e Caterina si ritira in un monastero. Tuttavia è una donna intelligente ed il nipote Ferdinando II la richiama a corte e le conferisce l’incarico di governatrice di Siena, incarico che svolge egregiamente prima di andarsene all’altro mondo ancora giovane a trentacinque anni.

Peggior sorte tocca a Maddalena che nasce deforme o forse ritardata e quindi viene collocata, pur senza mai prendere i voti, nel  Convento della Crocetta in Via Laura, o meglio in un palazzo attiguo al convento. Per consentirle si spostarsi nella sua residenza senza fare le scale che per lei presentavano difficoltà, questa fu dotata di passaggi sopraelevati che le permettevano anche di andare in Chiesa e nell’attiguo monastero senza scendere per strada in modo che nessuno la potesse vedere e speculare sul suo aspetto disgraziato. Di quest’opera fatta per un’infelice principessa, ancor oggi rimangono quattro archi che si possono vedere in Via Laura ed in Via della Pergola. Anche lei se va giovane, a trentatre anni avvolta in vita ed in morte dal silenzio e dall’oblio, ma fa in tempo ad educare e non nel modo migliore, la giovanissima nipote Vittoria la quale porterà sempre in se l’impronta delle piccinerie monastiche e l’arroganza e la superficialità di un credo religioso vissuto solo proforma e mai sentito.

Guardiamo il ritratto di Claudia, ultima della covata. Anche lei ha il naso lungo e bulboso della madre e la brutta mascella lorenese ma gli occhi chiari, il labbro turgido ma non troppo, la rendono la più carina fra le sorelle.

A diciassette anni le fanno sposare il quindicenne Federico Ubaldo della Rovere, figlio del duca d’Urbino, giovane vizioso che farà appena in tempo a darle una figlia, Vittoria, che due anni dopo muore, sfinito dalle malattie veneree e dagli stravizi.

Il ducato d’Urbino alla morte del vecchio Duca privo di eredi maschi, passerà così alla Chiesa e Claudia torna a Firenze con la figlioletta che viene promessa al cugino Ferdinando. Matrimonio disastroso dal punto di vista sentimentale ma che porterà a Firenze la collezione dei tesori d’arte urbinati. Meglio che nulla…

Claudia è una donna fredda senza slanci per nessuno, figlia compresa. Quando nel 1626 sposa Leopoldo V d’Austria, fratello dell’imperatore Ferdinando II, dandogli quattro figli e diventando così per  matrimonio contessa del Tirolo, se ne andrà senza voltarsi indietro e senza un pensiero per la figlioletta che lascia a Firenze sotto le cure della madre e della cognata e che lei non rivedrà mai più. Bigotta come la madre sarà una paladina della Chiesa Cattolica e della Controriforma.

Beh, direi che nell’aldilà Francesco insieme a Bianca Cappello si sarà fregato le mani all’indirizzo del poco amato fratello dicendosi … “ma guarda quest’imbecille. Per produrre sti sgorbi mi doveva avvelenare.. Poveri Medici”!!

La battaglia contro il denaro

Di Massimo Acciai Baggiani

aspidistraPrima di raggiungere l’immortalità letteraria con capolavori quali La fattoria degli animali e 1984, George Orwell (1903-1950) aveva dato alle stampe un curioso romanzo, Fiorirà l’aspidistra (1936), che anticipa in certi elementi la celebre distopia del Grande Fratello, come vedremo.

Questo romanzo me lo sono letto in macchina, aspettando il verde ai semafori: mi ci sono voluti quasi quattro mesi.[1] Devo dire che è una lettura piuttosto lontana dai miei gusti, anche per questo l’ho affrontata “a piccoli sorsi”, tuttavia mi ha ispirato varie riflessioni su un tema che tocca la maggior parte delle persone a questo mondo: il Denaro.

Il protagonista, Gordon Comstock, è un perfetto idiota. La sua vena masochistica risulta sempre più fastidiosa mano a mano che si va avanti con la lettura. La sua puerile “battaglia contro il denaro”, il suo voler sprofondare sempre più in basso, sempre più «nel fango» aliena progressivamente la simpatia del lettore: in altre parole è uno di quei romanzi moderni in cui manca l’eroe positivo, sostituito da un “antieroe” che alla fine perde la sua sfida personale contro la “rispettabilità borghese”, il conformismo e la ricerca di un «buon posto». Tutte cose simboleggiate, nella mente di Gordon, dall’aspidistra del titolo: una pianta molto diffusa nelle abitazioni borghesi, appunto.

Trentenne con velleità artistiche, Gordon porta avanti un interminabile poema durante il tempo libero dal suo impiego di commesso in una libreria di infimo grado, nella lurida stanza in affitto dove non gli è permesso neppure farsi un tè in santa pace (è costretto a patetici stratagemmi per eludere la sorveglianza dell’arcigna padrona di casa). Giovane promettente originario di una famiglia di persone umili, dopo essersi licenziato da un posto ben retribuito presso una nota agenzia pubblicitaria, dove impiegava la sua creatività per slogan che promuovevano ciò che detestava – il consumismo e la rincorsa al benessere economico – si ribella e si licenzia per seppellirsi nella libreria di cui sopra. Nemmeno qui trova la sua dimensione: è assillato dal «maledetto denaro» di cui non può fare a meno. Senza soldi non ha nemmeno un posto dove passare del tempo con la fidanzata Rosemary, una sorta di crocerossina non meno masochista di lui dal momento che sopporta le sue deliranti invettive contro i soldi e il sistema economico inglese: una ragazza moderna lo avrebbe mandato a quel paese per molto meno. L’amore che gli dimostra è mal riposto; lui non la merita, così come non merita il fidato amico Ravelston, appartenente a quella borghesia che Gordon tanto disprezza.

La prima parte del romanzo oscilla tra narrazione e saggio, rappresentato dalle elucubrazioni del protagonista. La svolta avviene quando una delle poesie di Gordon viene accettata da un’importante rivista e pagata ben dieci sterline. La “ricchezza” raggiunta dà subito alla testa al nostro “eroe” che, anziché utilizzare il denaro per ripagare qualche debito che aveva con la sorella-martire Julia e mettere da parte per i tempi bui, si dà alla pazza gioia, si ubriaca di brutto e finisce in carcere dopo aver sperperato ogni cosa. Sarà Ravelston a pagare la cauzione e tirarlo fuori dalle sbarre, offrirgli una sistemazione presso casa sua e mantenerlo finché non si fosse trovato un altro lavoro (nell’Inghilterra perbenista degli anni Trenta dello scorso secolo si poteva benissimo essere licenziati per molto meno): invece di essere grato all’amico che cerca di tirarlo fuori dalla fogna, Gordon desidera invece sprofondare sempre più fino adesso che ha iniziato a cadere nel baratro. Troverà nonostante tutto un nuovo lavoro in un’altra libreria, meno retribuito del precedente, e vivrà in una stanzetta ancora più sporca e squallida dopo che la padrona di casa, saputo dei suoi guai con la legge, l’ha buttato fuori.

Anche l’adorante Rosemary farà di tutto per risollevare l’amato dalla sua triste, ma voluta, situazione: arriverà perfino a chiedere al suo vecchio datore di lavoro, quello dell’agenzia pubblicitaria, di riprenderlo: Gordon però non ne vuol sapere, preferisce vivere nell’immondizia.

Quando il lettore inizia a pensare che Rosemary e Ravelston sono due idioti pure loro a non lasciare il masochista a cuocere nel suo brodo, c’è la seconda svolta del romanzo: Rosemary è incinta (il concepimento risale al loro primo rapporto sessuale, non protetto perché Gordon è contrario al «controllo delle nascite» imposto dalla morale moderna) e deve scegliere se tenere il bambino o meno. Nel primo caso dovrebbe sposarsi, perché così richiede la morale inglese dell’epoca, e sposarsi con qualcuno che possa mantenerla, nel secondo caso non resta che un aborto clandestino, con grave pericolo per la vita della ragazza. A questo punto Gordon “rinsavisce” e, obtorto collo, si fa riassumere all’agenzia pubblicitaria, si sposa e inizia una normale e tranquilla vita borghese accettando la “vittoria” dell’aspidistra e distruggendo le sue tanto sudate poesie.

In cosa, dicevamo, questo romanzo anticipa 1984? Che rapporto può esserci tra Winston Smith e Gordon Comstock? Più di quelli che possono apparire a una lettura frettolosa. Innanzitutto entrambi i romanzi esprimono un forte pessimismo nei confronti della natura umana; in entrambi il protagonista è destinato alla sconfitta e all’omologazione sociale, in entrambi usa le parole per manipolare il popolo (l’agenzia di pubblicità, la “revisione” della stampa), in entrambi la sorella del protagonista è destinata a sacrificarsi, e infine in entrambi ritorna il tema “maledetto” del denaro (il Grande Fratello sa che può mantenere il controllo della popolazione solo mantenendola in condizioni di povertà) e della “letteratura spazzatura” per tener buone le masse. Anche il protagonista di 1984 ha una infelice vena autolesionista. Ci sono altri richiami, come la scena di Gordon portato in prigione per ubriachezza molesta – in particolare la scena dei servizi igienici senza privacy – e l’alcol che abbrutisce sia Gordon che Winston (nel finale, quando viene infine giustiziato dal regime). Il resto lo lascio scoprire al lettore, al quale consiglio una lettura parallela dei due romanzi.

Venendo invece al tema del denaro, cosa si può dire di questa visione così negativa? Gordon inconsciamente teme la ricchezza perché sa che averne un po’ gli farebbe perdere il controllo (come infatti accade): ciò mi ricorda un mio racconto ancora inedito Un problema di soldi[2] il cui protagonista si ritrova improvvisamente in possesso di una somma considerevole e ne è terrorizzato, non sa come gestirla perché: a) non vuole vivere da ricco perché ha sempre disprezzato il lusso e i ricchi, b) vorrebbe darla in beneficienza ma b1) non si fida delle associazioni umanitarie in quanto le sospetta corrotte e dubita che siano in grado di far avere gli aiuti a chi davvero li merita e b2) fare tutto da solo, conoscere personalmente i possibili beneficiari del suo aiuto, gli porterebbe via troppo tempo e comunque barboni e mendicanti non si fidano di lui e non gli danno confidenza.

papalagiMi viene in mente un altro libro uscito in Germania nel decennio precedente a Fiorirà l’aspidistra. In Papalagi (1920) di Tuiavii di Tiavea (in realtà un falso letterario di Erich Scheurmann). Trovo utile fare un confronto tra le riflessioni sul denaro del saggio samoano con quelle deliranti di Gordon, il quale per tutto il romanzo non fa che lamentarsi del fatto che non ha denaro e quindi deve vivere una vita miserabile senza amici e amore (eppure ha entrambi) e al tempo stesso ricerca di proposito l’indigenza, dimostrandosi alquanto schizofrenico e bipolare. Apro a caso il romanzo di Orwell, alle prime pagine:

«Gordon pensò a Ravelston, il suo ricco amico simpaticissimo, direttore di Anticristo, di cui era smodatamente entusiasta e che non vedeva se non una volta ogni quindici giorni; e a Rosemary, pensò, la sua ragazza, che lo amava, – lo adorava, così lei diceva – e che, ciò nonostante, non era mai venuta a letto con lui. I quattrini, ancora una volta; tutto è denaro. Tutti i rapporti umani devono essere acquisiti coi quattrini. Se non hai quattrini, la gente non si cura di te, le donne non ti amano; non si curano cioè di te o non ti amano quell’ultimo zinzino che conti. E quanto hanno ragione, dopo tutto! Perché, senza soldi, non sei da amare.»[3]

La povera Rosemary fa di tutto per dimostrargli il contrario, così come l’amico Ravelston, ma siccome Gordon è un idiota incaponito nelle sue idee, ed è pure un ingrato, i discorsi affettuosi di chi davvero gli vuol bene cadono nel vuoto. Vediamo cosa dice Tuiavii/Scheurmann:

«Senza denaro in Europa sei un uomo senza testa, un uomo senza membra. Un niente. Devi avere denaro. Ne hai bisogno per il cibo, per l’acqua da bere, per il sonno. Quanto più denaro possiedi, tanto migliore è la tua vita. Se hai denaro puoi avere in cambio tutto il tabacco che vuoi, gli anelli o i panni più belli. Hai molto denaro? Puoi avere molto. Perciò tutti ne vogliono avere molto. E ciascuno vuole averne di più degli altri. Da qui l’avidità e l’occhio teso al denaro in ogni ora del giorno. Getta un tondo metallo nella sabbia e i bambini vi si lanceranno sopra, lotteranno fra di loro per prenderlo e chi lo afferra e lo tiene, il vincitore, è felice. Ma raramente qualcuno getta denaro nella sabbia. […] Ora, quando uno ha molto denaro, molto più della maggior parte degli altri uomini, così tanto che potrebbe con esso rendere il lavoro più facile a cento, mille uomini, lui non dà loro nulla; mette le mani sopra il metallo rotondo e siede sopra la carta pesante e c’è avidità e voluttà nei suoi occhi. E se gli chiedi «Che cosa vuoi fare con tutto quel tuo denaro? Qui sulla terra non puoi fare molto più che rivestirti, placare la tua fame e la tua sete», allora non sa che cosa rispondere, oppure dice: «Voglio averne ancora di più. Sempre di più. E ancora di più». E, così, ben presto ti avvedi che il denaro lo ha fatto ammalare e che tutti i suoi sensi sono posseduti dal denaro. È malato e invasato perché ha dato la sua anima al metallo rotondo e alla carta pesante, e non ne ha mai abbastanza e non può smettere di desiderarne sempre di più. Non è più capace di pensare: «Voglio andarmene dal mondo senza molestie e senza ingiustizie, così come ci sono venuto, poiché il Grande Spirito mi ha inviato nel mondo anche senza metallo rotondo e senza carta pesante». Assai pochi pensano a questo. Per lo più restano nella loro malattia, non guariscono mai nel loro cuore e godono del potere che dà il molto denaro. Si gonfiano d’orgoglio come frutti marci sotto le piogge tropicali. Con voluttà lasciano che molti dei loro fratelli facciano i lavori più duri, per poter essi stessi ingrassare nella pigrizia e prosperare. E fanno questo senza che la loro coscienza si ammali. Si vantano delle loro belle dita pallide che ora non si sporcano più. Il pensiero di derubare continuamente gli altri delle loro energie e di usarle per se stessi non li disturba e non toglie loro il sonno. Non pensano affatto di dare agli altri una parte del tanto denaro che hanno, per rendere loro più facile il lavoro e più lieve la fatica. Così in Europa c’è una metà che deve fare molto lavoro sporco, mentre l’altra metà lavora poco o niente del tutto. La prima metà non ha mai tempo per starsene al sole, la seconda ne ha molto. Il Papalagi dice: «Non tutti gli uomini possono avere ugualmente tanto denaro e mettersi tutti contemporaneamente seduti al sole». Secondo questa dottrina egli si prende il diritto di essere crudele, per amore del denaro. Il suo cuore è duro e il suo sangue freddo, sì, egli mente, inganna, è sempre disonesto e pericoloso quando la sua mano si tende verso il denaro. Spesso un Papalagi ne uccide un altro per denaro. Oppure lo uccide con il veleno delle parole, lo stordisce con esse per rapinarlo. Perciò di rado uno si fida di un altro, perché tutti sono consapevoli della loro grande debolezza. Per questo tu non sai mai se un uomo che ha molto denaro è buono nel fondo del suo cuore, perché potrebbe anche essere molto cattivo. Noi non sappiamo mai come e dove ha preso i suoi tesori.»[4]

verneI due personaggi sono in parte sulla stessa linea di pensiero, ma mentre il samoano vive in una società che per millenni ha vissuto senza il “tondo metallo” (e sta iniziando ad essere corrotta) ed è giustamente convinto che il valore di un uomo non si misura in base al denaro da esso posseduto, Gordon vive nell’Inghilterra del ventesimo secolo è convinto del contrario. La vicenda del poeta che insegue i suoi sogni d’arte in una società votata al guadagno economico mi fa tornare in mente anche un altro libro, letto anni fa: un interessante romanzo di Jules Verne (1828-1905) scritto nel 1863 ma rimasto inedito per oltre un secolo: Parigi nel XX secolo. La tragicomica vicenda umana del protagonista Michel Dufrénoy nella futuribile capitale francese, dove il profitto è il nuovo dio e l’arte è disprezzata, si conclude tragicamente: Dufrénoy rimane fermo nelle sue posizioni, a differenza di Gordon, e muore di fame portando il suo discorso alle estreme conseguenze.[5]

Come i due autori anch’io sono piuttosto scettico riguardo al denaro: quando è poco ovviamente ci sono problemi, ma anche quando è troppo non va bene. Una giusta quantità di denaro potrebbe essere quella che permette di avere un tetto accogliente sopra la testa, pasti regolari e sufficienti per non sentire il morso della fame, accesso alle cure mediche e allo svago, senza mai cadere nel lusso. Il lusso è il male: presuppone che alcune persone abbiano più diritti di altre, che possano derubare i più poveri accaparrandosi le risorse per sé, egoisticamente. Un uomo che vive nel lusso ha il mio disprezzo, lo considero senza mezzi termini un ladro; non importa quanta beneficienza faccia. Qualcuno ha detto che se – per ipotesi assurda – ridistribuissimo equamente le ricchezze, nel giro di poco tempo i poveri tornerebbero poveri e i ricchi, ricchi. È possibile, perciò metterei per legge un tetto massimo al denaro che un singolo uomo può possedere e un tetto minimo garantito per tutti (ovviamente per tutti quelli che, essendo nelle condizioni di farlo, lavorano, e che non sprechino soldi in beni voluttuari o dannosi quali il tabacco o l’alcol – e denaro a sufficienza anche per invalidi di vario tipo che non possono lavorare, non per pigrizia ma per impossibilità oggettiva).

Utopia? Forse, oggi forse è così, ma nel futuro dovrà diventare realtà altrimenti l’avidità umana distruggerà il pianeta e porterà all’estinzione della specie. A un certo punto i poveri non accetteranno più, giustamente, di vedere gente che si paga viaggi turistici nello spazio mentre popolazioni intere muoiono di fame e di malattie curabili con pochi spiccioli. Non siamo più nel medioevo; anche gli ultimi del mondo stanno acquisendo la consapevolezza dell’ingiustizia della loro condizione.

Si chiama progresso ed è inevitabile.

Corezzo-Firenze, 14-16 agosto 2019

 Bibliografia

  • Acciai Baggiani M., Un altro punto di vista, in «Segreti di Pulcinella» (blog).
  • Acciai Baggiani M., Denaro e letteratura: tra utopia e distopia, in «L’area di Broca», n. 84-85, Lug. 2006 – Giu. 2007.
  • Orwell G., Fiorirà l’aspidistra, Milano, Mondadori, 1966.
  • Orwell G., 1984, Milano, Mondadori, 1999.
  • Tuiavii di Tiavea, Papalagi, Millelire stampa alternativa, 1992.
  • Verne J., Parigi nel XX secolo, Roma, Newton, 1995.

Note

[1] Odio sprecare tempo e odio i semafori, per fortuna ho i libri e ogni occasione è buona per leggere (come il protagonista dell’episodio di Ai confini della realtà intitolato Tempo di leggere).

[2] Scritto nel 2019.

[3] Orwell G., Fiorirà l’aspidistra, Milano, Mondadori, 1966, pp. 23-24.

[4] Tuiavii di Tiavea, Papalagi, Millelire stampa alternativa, 1992, pp. 17-19.

[5] Vedi anche il mio articolo Denaro e letteratura: tra utopia e distopia, in «L’area di Broca», n. 84-85, Lug. 2006 – Giu. 2007.

I racconti “bucosi” di Erica

Di Massimo Acciai Baggiani

bucosoErica ha disposto le copie del suo libro su un tavolino al centro della piazza affollata del paese. C’è la sagra del tortello alla lastra, a Corezzo, e tanti sono i paesani e i turisti che curiosano tra gli stand. Io sono tra questi. Abbandonato il mio posto con le copie del mio Cercatori di storie e misteri, presentato in quella stessa piazza l’11 agosto, mi sono imbattuto nei libri di Erica Italiani, scrittrice di Carda (alle pendici del Pratomagno) residente a Poppi (località citata tra le altre anche nel mio viaggio casentinese), al suo esordio letterario. La copertina attira la mia attenzione, insieme al titolo: Schegge di legno “bucoso”. Dalla vicenda di “petaloso” i neologismi in “oso” vanno forte tra le nuove generazioni: questo in particolare l’ha creato il nipotino dell’autrice, alla quale è piaciuto particolarmente. Iniziamo a chiacchierare: è sempre un piacere confrontarsi con un/a collega. Erica mi regala una copia del libro ed io ricambio con una di Radici.

Inizio a leggere il libro quella sera stessa, in piazza, in attesa che l’orchestra inizi a suonare. Un racconto tira l’altro e in breve il libro è finito, lasciandomi una piacevole sensazione: ai racconti si alternano poesie e il tutto forma un quadro coerente di riflessioni profonde ma non seriose sulla vita, sull’amore e sui sentimenti.

Si inizia con un curioso “giallo” su un ladro di alberi di natale, per passare poi all’incubo di una donna golosa al supermercato, alla riconciliazione di una coppia, alla storia di una ragazza che abbandona il suo lavoro ripetitivo e alienante per cercare la sua strada, eccetera. C’è perfino un raccontino di fantascienza, con due alieni dai nomi inquietanti che capitano sul nostro pianeta.

Undici piccoli gioielli narrativi e dodici poesie che fanno riflettere.

Firenze, 16 agosto 2019

Bibliografia

Italiani E., Schegge di legno “bucoso”, Pratovecchio Stia, Arti Grafiche Cianferoni, 2019.

Grunno

Di Massimo Acciai Baggiani

Layout 1È sorprendente come da certe “sincronicità junghiane” (come amo definirle) nascano incontri significativi: mentre io, mio cugino Pino e Italo stavamo facendo il nostro viaggio nella memoria e nella geografia del Casentino, un altro terzetto di autori stava portando avanti un lavoro parallelo e per molti aspetti complementare al nostro: Marco Roselli e Giovanni Brami (entrambi di Bibbiena) insieme all’illustratore Giovanni Caselli stavano dando vita a un curioso personaggio immaginario, una sorta di folletto dispettoso di nome Grunno.

Ho avuto il piacere di conoscere i due scrittori a Corezzo, durante la Sagra del Tortello alla Lastra, nei giorni canicolari precedenti a Ferragosto 2019. Sia loro che noi (io e mio cugino) eravamo lassù nel ridente paesello sperduto nel Casentino per presentare i nostri rispettivi libri: Cercatori di storie e misteri e Atlante leggendario delle Foreste Casentinesi – Il favoloso viaggio di Grunno. È stato un felice caso questa doppia presentazione, avvenuta a un giorno di distanza, di due libri uniti dall’ambientazione e dal tema del viaggio. Qui finiscono però le analogie: il nostro è un viaggio attraverso le memorie di persone reali, mentre il viaggio di Grunno è totalmente fantastico e scaturisce interamente dall’immaginazione dei due autori. Vediamolo nel dettaglio.

Si tratta di un libretto di 125 pagine, con diverse illustrazioni in bianco e nero: nella storia principale – quella di Grunno, ideata da Roselli – si inseriscono varie “fiabe moderne” (scritte da Brami) raccontate dagli alberi del territorio (la quercia, il melo selvatico, il frassino, il faggio, l’abete e il castagno – dei quali viene data una interessante descrizione storica e simbolica in appendice). Grunno è una sorta di “ragazzaccio” che vive nei boschi, combinando marachelle e finendo poi per trasformarsi anch’egli in albero: nel suo viaggio tra le foreste della Vallesanta incontra personaggi fantastici quali fate, gnomi, elfi e così via. Si può fare anche un parallelo tra i luoghi menzionati nel libro e i capitoli di Cercatori di storie e misteri, seguendo la mappa che compare nelle prime pagine: Siregiolo, La Verna (dove avviene l’incontro col “poverello d’Assisi”), Biforco, Rimbocchi, Corezzo, Camaldoli (con il Castagno Miraglia).

In uno stile scorrevole e poetico gli autori ci accompagnano in una sorta di Bildungsroman, un romanzo di formazione in cui il protagonista, immaturo, viene “educato” dalla natura stessa, verso la quale non mostra all’inizio molto rispetto: gli alberi gli raccontano favole con una morale, e l’incontro con uomini, animali, elfi e creature misteriose del bosco lo fanno evolvere verso una maggiore consapevolezza della meraviglia e della sacralità che lo circonda. Il nome stesso del protagonista richiama il “verde”, la natura (l’inglese green, il tedesco grün) non a caso vi sono vari riferimenti alla mitologia norrena (la strega Idunn, l’albero cosmico Yggdrasill, ecc.), di cui Roselli è appassionato. Un libro insomma adatto a grandi e piccoli per scoprire una terra ricca di misteri e leggende, di creature mitologiche e di storie senza tempo.

Vedi anche l’intervista agli autori che ho realizzato a Corezzo durante la sagra.

Corezzo, 14 agosto 2019

Bibliografia

  • Acciai Baggiani M., Baggiani P., Magnelli I., Cercatori di storie e misteri, Firenze, Porto Seguro, 2019.
  • Roselli M., Brami G., Atlante leggendario delle Foreste Casentinesi: Il favoloso viaggio di Grunno, Bibbiena, Fruska, 2018.

La favola della tartaruga e della rabbia

Di Barbara Calcinai

“Eʼ la storia di una piccola tartaruga. A questa piccola tartaruga piaceva giocare da sola e piaceva giocare con gli amici. Le piaceva guardare la televisione e andare fuori a giocare, ma non le piaceva tanto andare a scuola. Starsene seduta in classe ad ascoltare per tutto quel tempo il maestro non gli piaceva. Era durissima. Spesso la tartarughina si arrabbiava con i suoi amici. Le prendevano la matita, a volte la spingevano o la infastidivano e, quando succedeva, la tartarughina si arrabbiava proprio tantissimo. Spesso rispondeva con la stessa moneta o diceva cose cattive. Dopo un poʼ gli altri bambini non vollero più giocare con la tartarughina. La tartarughina rimase spesso da sola nel campo giochi ed era fuori di sé. Arrabbiata e confusa, si sentiva triste perché non riusciva a controllarsi né sapeva come venire a capo del problema. Un giorno infine incontrò una vecchia e saggia tartaruga che aveva trecento anni e viveva ai margini del paese. La tartarughina le disse: ”Che cosa posso fare? Per me la scuola è un problema. Non riesco a comportarmi bene. Ci provo ma non ci riesco mai”. La vecchia e saggia tartaruga le disse: “Dentro di te cʼè già la soluzione al problema. Eʼ la tua corazza. Quando sei fuori di te o ti senti molto arrabbiata, al punto da non riuscire a controllarti, puoi andare dentro la tua corazza”. “Quando sei dentro la corazza puoi calmarti. Quando io entro nella mia” disse la vecchia e saggia tartaruga “ faccio tre cose. Mi dico di fermarmi; faccio un lungo respiro, e se è necessario ne faccio un altro; poi mi chiedo qual è il problema”. La vecchia e saggia tartaruga praticò questo metodo con la tartarughina. Questʼultima disse di volerlo provare al suo ritorno in classe. Il giorno successivo ecco che mentre sta facendo il suo lavoro, un bambino si mette a infastidirla. Comincia a sentire la rabbia che sale dentro di lei; ha le mani calde e il battito più veloce. Ma si ricorda quello che le ha detto la vecchia tartaruga, così ripiega mani e gambe nella corazza, dove cʼè pace e nessuno potrà disturbarla, mettendosi a pensare sul da farsi. Fa un lungo respiro e, quando esce dalla corazza, vede il maestro che le sorride. Ripete più e più volte il sistema. A volte funziona e a volte no, ma a poco a poco la tartarughina impara a controllarsi usando la corazza. Fa nuove amicizie e comincia ad apprezzare di più la scuola perché adesso ormai sa come gestire la rabbia”. Le emozioni sono quellʼenergia interna capace di farci sognare, di amare unʼaltra persona, di darci la forza per inventare, scoprire, per osare e raggiungere quello che la sola razionalità non avrebbe mai permesso. Le emozioni possono anche essere forze distruttive come lʼodio, la rabbia, la paura, emozioni che portano a fare del male al prossimo, a noi stessi, e che spesso sono alla radice di molti conflitti in giro per il mondo. Le emozioni le proviamo fin dalla nascita . Prima di poterle gestire , le emozioni vanno vissute, comprese e riconosciute . Come possiamo insegnare ai nostri figli a riconoscerle? Un modo efficace è quello di osservare e commentare , senza giudicare, quello che stanno provando . In questo modo i bambini potranno identificare le emozioni in se stessi e negli altri.  Per esempio, commentare situazioni di vita quotidiana
• “Sembri arrabbiato”
• “Saltelli , sembri agitato  “ In alcuni casi è possibile  far capire ai bambini, quello che sentono  attraverso delle domande precise che stimolano anche la fantasia e favoriscono “il mettersi nei panni dellʼaltro ”
• “Se ti sentissi arrabbiato con un amico, cosa potresti fare?“
• “Se ti sentissi arrabbiato con me, cosa potresti fare?”
• “Cosa ti aiuta a calmarti quando sei arrabbiato?“
• Quel bambino sta piangendo , come possiamo aiutarlo ? Le emozioni fondamentali sono 4 :
• Felicità: che include amore, gioia e pace.
• Paura: che è una reazione alla minaccia e include terrore, ansia, preoccupazione e la sensazione di essere impotente o indifeso.
• Tristezza: che è una reazione alla perdita e alla delusione e include dolore, depressione e solitudine.
• Rabbia: che è una reazione alla minaccia dallʼinterno o dallʼesterno e include irritazione, frustrazione e rabbia. Le emozioni fondamentali si differenziano in altre emozioni che assumono sfumature differenti.

La favola della tartaruga e della rabbia

Con le emozioni possiamo anche giocarci e costruire un semplice gioco da tavola:
“Ritagliare un cerchio di cartoncino di circa 30 cm di diametro e disegnare con un pennarello 4 spicchi uguali. Disegnare (o incollare) allʼinterno di ogni spicchio, un cerchio di circa 10  cm di diametro
Disegnare allʼinterno dei 4  cerchietti la faccina corrispondente ad unʼemozione . Di solito si utilizzano le emozioni
primarie Ritagliare una piccola freccia di cartoncino e fissarla alla “ruota” con un fermacampione.”  Lanciare un dado .   Eʼ possibile , giocare chiedendo cosa la faccina prova , che cosa puoʼ essere successo prima e che cosa potrebbe fare per stare meglio  oppure per trovare una soluzione al problema
A volte le parole non bastano. E allora servono i colori. E le forme. E le note. E le emozioni. (Alessandro Baricco) Buon gioco e buone emozioni a tutt.

La favola della tartaruga e della rabbia

Ansia generalizzata

Di Barbara Calcinai

calcinai1.jpgLʼansia generalizzata è caratterizzata da una preoccupazione continua, eccessiva e ad ampio spettro. Le persone con questo problema vivono grandi tensioni e molte preoccupazioni, aspettandosi spesso che possa accadere il peggio anche quando non vi sono motivi apparenti per preoccuparsi. Questi soggetti si aspettano dei disastri e sono estremamente preoccupate per i soldi, la salute, la famiglia, il lavoro o altri problemi. A volte anche il solo pensiero di dover affrontare la giornata li rende ansiosi. Non riescono a fermare il circolo vizioso della preoccupazione e percepiscono che è al di là del loro controllo, anche se solitamente si rendono conto che la loro ansia è più forte di quanto giustificherebbero le situazioni che la producono. Lʼansia di per sé, tuttavia, non è un fenomeno anormale. Si tratta di unʼemozione di base, che comporta uno stato di attivazione dellʼorganismo quando una situazione viene percepita soggettivamente come pericolosa. I disturbi legati allʼansia derivano da anni di esperienze dirette e indirette. Hanno una componente genetica, educativa e ambientale. E come la maggior parte delle condizioni psicologiche, anche il disturbo dʼansia generalizzato non ha una chiara causa, perché dipende da individuo a individuo Anche lo stress e lʼesperienza di vita possono esserne le causa.
Il semplice stress quotidiano è uno dei motivi principali e più comuni dello sviluppo di
ansia. Soprattutto uno stress a lungo termine può effettivamente provocare la nascita della sindrome.
✔ un lavoro che non ci piace
✔ una storia dʼamore che non riusciamo a chiudere Il nostro passato ed il modo in cui siamo cresciuti : esperienze traumatiche, legami dannosi ecc Lʼansia generalizzata si può quindi trovare in qualsiasi esperienza di vita vissuta, a volte a piccole dose e altre volte, invece, si manifesta in modi molto più grandi.
Alcuni sintomi del disagio  problemi a dormire tensione ai muscoli palpitazioni sudorazione aumentata dolore al petto sovraccarico di pensieri sensazione di non farcela la mente ed il corpo non cooperano e non importa quanto sia irrazionale.
La paura della paura
I  sintomi fisici dellʼansia spesso spaventano generando circoli viziosi, ovvero la cosiddetta “paura della paura”.  Tuttavia essi dipendono dal fatto che, ipotizzando di trovarsi in una situazione di reale pericolo, lʼorganismo in ansia ha bisogno della massima energia muscolare a disposizione, per poter scappare o attaccare in modo più efficace possibile, scongiurando il pericolo e garantendosi la sopravvivenza.
Quando lʼattivazione del sistema di ansia è eccessiva, ingiustificata o sproporzionata rispetto alle situazioni, però, siamo di fronte a un disturbo dʼansia, che può complicare notevolmente la vita di una persona e renderla incapace di affrontare anche le più comuni situazioni.
Quando lʼansia diventa estrema e incontrollabile, sfociando in uno dei suddetti disturbi dʼansia, occorre un intervento professionale che possa aiutare la persona a gestire i sintomi così fastidiosi e invalidanti. Lʼansia diventa  una malattia psicologica e si manifesta con caratterizzata ansia cronica persistente e senza  una specifica causa Se siamo accanto a chi soffre di questo disturbo cerchiamo di capire che tipo di disagio la persona prova e aiutiamo indirizzandolo verso cure adeguate Lʼansia puoʼ essere opportunamente trattata .
Non serve giudicare, ma comprendere ed aiutare.