Intervista a Fernando Stufano, autore di “I Custodi di Arcadia”

A cura di Massimo Acciai Baggiani

La seguente intervista a Fernando Stufano, autore di I Custodi di Arcadia, si svolge tramite mail nel mese di settembre 2020. Ho conosciuto Stufano tramite una pubblicità su un gruppo Facebook dedicato alla scrittura e ho letto con grande piacere il suo thriller, a cui ho dedicato una recensione.

Mi puoi parlare dei tuoi studi, della tua formazione culturale?

I miei studi ufficiali sono di orientamento tecnico commerciale avendo frequentato l’ITC per Ragionieri Programmatori e infine informatico per il mio lavoro di IT SEO, ma questo per la vita aziendale, mentre per quella dell’anima e dello spirito, ho avuto una formazione classica letteraria e artistica privata grazie anche alla grande Cultura di mio padre Ufficiale della Marina Militare e mia madre docente d’arte.

Quale peso ha il retroterra culturale nella creazione letteraria?

Secondo me è determinante. Ho vissuto a Roma per 10 anni e non erano 10 anni qualunque ma quelli di un bimbo che va alle elementari poi alle medie, quindi quelli formativi, dove si assorbe ogni grandezza e bellezza dei luoghi in cui vieni a contatto in questo caso la Capitale. Anche grazie alle sensibilità dei miei genitori che non ci facevano mancare nulla, dal teatro con le opere liriche eseguite alle terme di Caracalla a concerti musicali, dalle mostre alle visite ai musei vaticani e tutti i luoghi caratteristici della città eterna.

Quando e come hai iniziato a scrivere?

Fin da piccolo con storie di fantasia, ma questo romanzo l’ho composto in 6 lunghi anni. Di notte quando potevo o nei ritagli di tempo.

Quali sono stati i tuoi modelli, gli autori che hai amato di più, che hanno contribuito a formare il tuo stile?

Non ho seguito un modello specifico, ma nella mia personale biblioteca non mancano saggi, romanzi e opere di letteratura come le grandi firme del calibro di Stephen King o Dan Brawn.

Quanto conta l’ispirazione, quanto la tecnica?

Secondo me il motore animico e motivatore è l’ispirazione, la tecnica poi è la capacità di dominare e veicolare la potenza di quel motore.

Partiamo dal tuo romanzo, I Custodi di Arcadia. Com’è nata l’idea? Che dire del lavoro di ricerca che sta dietro il romanzo? Quanto tempo ha richiesto la stesura?

L’idea è nata già da molto tempo fa, quando nei primi anni duemila alcuni ricercatori trovarono una precisissima correlazione con le piramidi di Giza alle stelle della cintura di Orione. Quando non c’era Facebook la mia bacheca era un quadernone dove incollavo tutti i ritagli di Focus o Misteri in cui si parlava delle teorie sul GAP evolutivo che ha l’uomo, quindi il mistero dei geni HAR1, indizi di tecnologie raffinate nel passato e infine la miccia con detonatore, la riflessione sul sangue Anti Rhesus ancora un mistero genetico dato che su 612 specie di primati sulla Terra, solo l’uomo ha una quota minima di individui che non hanno i geni Rhesus. Quindi sono Rh- negativi. Per la stesura come già accennato, ho impiegato 6 anni.

Nel tuo romanzo l’amore riveste un ruolo centrale: cos’è per te l’amore? Che definizione ne daresti?

Per me l’Amore è tutto ciò che non è esclusione o derisione. L’Amore quindi è una dimensione a cui non tutti riescono ad accedervi, non perché vi siano cancelli o confini, ma perché l’amore per il potere, per le apparenze e altro, in alcuni, prevale più di tutto il resto.

Hai pensato ad una trasposizione cinematografica? In caso affermativo, quali attori e attrici vedresti bene nei vari ruoli principali?

Non credo che ad una domanda simile qualsivoglia autore risponda di no, peccherebbe di ipocrisia secondo me. Il punto è quanto adatta sarebbe un’opera per tale trasposizione? Per quanto riguarda i Custodi di Arcadia ho immaginato prima le scene proprio come in un film, aiutandomi anche con l’ascolto di brani musicali, poi ho creato bozzetti a matita in una sorta di Story board, e infine il testo, quindi per me nella mia mente il FILM esiste già. Se dovessi pensare (immaginare) ad attori italiani mi prendo un attimo di tempo, se invece dovessi immaginare attori stranieri è difficilotto perché dovrebbero essere giovani trentenni (o apparentemente tali) e giovani attori non ne conosco molti. Se devo considerare quelli della mia generazione vedo Ben affleck nei ruoli di Arthur, Anthony Hopkins nei ruoli di Bergherfur (o Big F). Per esempio Verena la vedrei molto bene con Diane Kruger. Ester rimane il mistero, magari un’attrice esordiente sconosciuta.

Progetti per il futuro?

Sono attualmente impegnato a diffonderlo sul territorio nazionale quanto più possibile, ho in mente un nuovo thriller con ambientazioni esterne alla terra. In una base USA segreta e abbandonata in orbita lunare come incipit ma sempre collegato ad eventi occorsi sulla terra. Anche artisticamente sto seguendo un percorso di visibilità e partecipazione ad importanti premi e riconoscimenti internazionali.

Intervista a Nicoletta Riato e ad Andrea Delìa

A cura di Massimo Acciai Baggiani

Nicoletta Riato e Andrea Delìa sono due studiosi, autori di un interessante e coltissimo romanzo, L’incanto del silenzio, dove avanzano un’ipotesi storica suggestiva. Li ho incontrati alla fiera Lucca Città di Carta: abbiamo scambiato due parole e ho avuto in dono il loro libro, che ho poi letto e recensito. Per conoscere meglio la genesi di quest’opera e la personalità degli autori ho proposto loro un’intervista via e-mail, nel mese di settembre 2020.

Andrea Delìa e Nicoletta Riato, autori de L’incanto del silenzio.

D: Mi potete parlare dei vostri studi, della vostra formazione culturale? Quale peso ha il retroterra culturale nella creazione letteraria?

R: Abbiamo frequentato il liceo classico e, inevitabilmente, questo ci ha trasmesso un profondo amore per libri, letture e cultura in generale. I successivi percorsi universitari riemergono, poi, nelle nostre produzioni. Ad esempio, ne L’incanto del silenzio, la mia formazione archeologica e lo studio delle tradizioni popolari di Nicoletta hanno ispirato la stesura del romanzo.

D: Quando è come avete iniziato a scrivere?

R: Andrea: fin da bambino tenevo un diario quotidiano, poi ho scritto brevi racconti e articoli di archeologia e turismo. Era qualche cosa che mi portavo dentro da sempre, ma ho atteso i cinquant’anni per renderlo parte integrante della mia Vita.

Nicoletta: ho sempre amato scrivere poesie e favole per bambini, ma non avevo mai assecondato fino in fondo questa mia passione. Fino alla realizzazione dell’Incanto.

D: Quali sono stati i vostri modelli, gli autori che avete amato di più, che hanno contribuito a formare il vostro stile?

R: Nicoletta: degli autori classici amo la forza emotiva di Leopardi e Foscolo; di quelli moderni ammiro l’ironia di Daniel Pennac e la sua capacità di creare personaggi un po’ strampalati. Ma non direi che nel mio stile si possano ritrovare questi scrittori. 

Andrea: credo nella chiarezza espressiva e nella forza prorompente delle immagini; questo è ciò che ho recuperato dal primo amore letterario, Alessandro Manzoni. Poi ho apprezzato, e apprezzo, Pirandello e Dostoevskij, con quel loro approfondimento umano e psicologico, figlio della svolta freudiana.

D: Quanto conta l’ispirazione e quanto la tecnica?

R: L’ispirazione è l’anima della scrittura; lo scrittore deve fare vedere quello che sfugge ad uno sguardo di superficie, si nutre di sensazioni e, talvolta, di irrazionalità. La tecnica permette di fare aderire la parola all’idea, è un supporto indispensabile, ma non è l’essenza.

D: Parliamo del vostro romanzo, L’incanto del silenzio. Com’è nata l’idea? Che dire del lavoro di ricerca, che sta dietro? Quanto tempo ha richiesto la stesura.

R: L’incanto del silenzio nasce da un bisogno di tirare fuori qualche cosa che ci portavamo dietro e dentro da molto. Il romanzo muove dall’idea di abbinare la storia personale dei due protagonisti, Elisa e Lorenzo, ad una ricerca storico-artistica. In particolare, le posizioni del pittore Pieter Bruegel il Vecchio e del medico Gerolamo Cardano in merito al fenomeno della stregoneria. Abbiamo confrontato la vita e le opere dei due, ritrovando in essi luoghi ed idee che li avvicinano e che li rendono molto attuali. La stesura complessivamente ha occupato nove mesi, ritagliati dai nostri impegni lavorativi. 

D: Il romanzo è frutto di un lavoro a quattro mani ben condotto: come è iniziato il vostro sodalizio artistico? Come si è svolto, nel concreto, il lavoro insieme?

R: Nicoletta mi stava raccontando un episodio della sua infanzia e a me è venuto istintivamente di proporle di farlo diventare parte di un romanzo. Abbiamo, così, iniziato a scrivere separatamente di qualsiasi argomento ci venisse in mente per capire se i nostri stili potessero amalgamarsi. Spesso accadeva che uno dei due iniziasse una pagina, che veniva poi conclusa dall’altro. Fin da subito ci siamo resi conto dell’aderenza delle due scritture, tanto che talvolta, ancora oggi, non ricordiamo quali pezzi abbia scritto l’uno o l’altra. 

D: Avete pensato ad una trasposizione cinematografica? In caso affermativo, quali attori e attrici vedreste bene nei ruoli principali?

R: L’incanto nasce inconsapevolmente cinematografico, ne siamo convinti. Tutti quelli che lo hanno letto, lo trovano “visivo”, come se già nella lettura le immagini comparissero davanti. Attori? Beh, a Nicoletta questo giochino non piace tanto😬😂, ma io mi immagino Banderas in Lopez, un attore vivace come Ryan Reynolds per Lorenzo e Rachel McAdams o Margot Robbie per Elisa. Ma, concretamente, ci piacerebbe una produzione italiana, che conservasse la qualità e lo spirito del nostro lavoro.

D: Cosa pensate delle fiere letterarie?

R: Le fiere sono utili occasioni per ampliare i propri contatti e per conoscere direttamente i lettori. Probabilmente l’affollamento di espositori e di titoli non aiuta.

D: Progetti per il futuro?

R: Un “progetto futuro” si è già concretizzato. Pochi giorni fa è uscito, su Amazon, il nostro secondo lavoro, La Diciottesima, breve ed intenso romanzo storico ambientato nel Regno di Napoli alla fine del 1700. Per il resto, quando abbiamo pensato all’Incanto, avevamo l’idea di scrivere un trittico di libri che vedessero l’arte e la storia come filo conduttore. Aspettavamo il riscontro dei lettori e, essendo arrivato, stiamo già dedicandoci al secondo libro di questa trilogia con Elisa, Lorenzo, arte e ricerca come protagonisti. D’altronde, la vita non è tanto diversa da una continua e quotidiana ricerca.

Sara Ballini, intervista a una luciferiana

A cura di Massimo Acciai Baggiani

Sara Ballini

Ho conosciuto Sara Ballini, fondatrice di Hekate Edizioni, a Firenze nel mese di agosto 2020. Al nostro incontro mi ha portato due libri di Michael W. Ford, La Bibbia dell’Avversario e Akhkharu: magia vampirica, da lei tradotti e pubblicati per la prima volta in Italia, che ho avuto il piacere di recensire. Per comprendere meglio il punto di vista della filosofia luciferina, e il suo lavoro di editrice, ho pensato di rivolgerle alcune domande.

Quando e come nasce la casa editrice?

Hekate nasce ufficialmente il 21 dicembre del 2019 (Solstizio d’Inverno) con l’uscita de “La Bibbia dell’Avversario” di Michael W.Ford (che raggiungerà la quarta ristampa nel giro di un anno).

Qual è la sua mission?

Colmare il vuoto culturale riguardante la letteratura esoterica relativa al Luciferianismo, alla “Via della Mano Sinistra” e alla Magia Contemporanea in Italia, che si è creato a causa della mancata traduzione di testi di autori stranieri fondamentali e quindi, nel giro di qualche anno, di dare la possibilità al nostro Paese di far emergere autori italiani di livello che possano dare un contributo alla corrente esoterica internazionale.

Ci potete dare una definizione, in poche parole, di Luciferianesimo?

Si tratta di una filosofia di vita e, sotto certi aspetti, anche di una religione adogmatica, fondata sull’archetipo/entità Lucifero.

Qual è lo scopo del Luciferianesimo?

Il Luciferianesimo è una fonte di motivazione, per chi ne abbia la Volontà, finalizzata allo sviluppo del potenziale individuale di Mente, Corpo e Spirito e dell’eccellenza personale. Come conseguenza il Luciferianesimo si prefigge il miglioramento dell’individuo e di conseguenza della collettività.

Che risposta dà il vostro credo riguardo al problema della morte?

Esistono luciferiani spirituali (che credono nell’esistenza di una realtà dopo la morte) e atei. La maggior parte dei luciferiani tende a sviluppare una forma di spiritualità personale.
La risposta del luciferianesimo è, in ogni caso, l’immortalità. Per alcuni essa consiste semplicemente nelle opere e azioni che il luciferiano ha compiuto: queste nell’arco della vita rendono la sua essenza immortale, rimanendo nella memoria delle generazioni future; per altri si tratta invece di una vera e propria sequenza di incarnazioni dell’Anima che trasmuta o si reincarna in altri corpi per proseguire i suoi scopi sul piano materiale.

Cos’è per voi l’amore e la compassione?

L’amore e la compassione sono i sentimenti più nobili di cui è capace l’essere umano, ed il luciferiano ne valorizza l’importanza selezionando accuratamente a chi riservarli (e cioè a coloro che reputa meritevoli). Non li regala a chi ne ritiene indegno, o a parassiti che sarebbero in grado solo di rubargli tempo ed energie. Questo lo rende anche molto elitario nelle sue scelte e frequentazioni.

Progetti per il futuro?

Tradurre, editare e pubblicare libri! Entro l’anno: Tra Maghi e Mistici a Stoccolma del Dott. Thomas Karlsson (Storia e Filosofia delle Religioni, Stoccolma), Aphopis di Michael Kelly e molti altri in futuro…

Riflessione critica e domanda a Massimo Acciai Baggiani di Giuseppe Macauda

Evento su Zoom del 17 luglio 2020 – Effetti di natura in versi e narrazioni
[Vedi video su Youtube, dal minuto 6.30]
[articolo su Controluce.it]

Ascoltando il suo intervento a Palazzo dei Medici di Firenze, in occasione della presentazione del numero 106 della rivista «L’area di Broca», ho avuto modo di apprendere la sua passione per la narrativa e che nel passato ha scritto poesie spinto dall’ispirazione del momento o dalla voglia di esternare un pensiero su un tema sociale importante, senza un vero progetto poetico. È questo il caso del Lamento del migrante. In quell’occasione affermò anche di aver dato, nel 2018, l’addio alla poesia per dedicarsi completamente alla narrativa. Ora, siccome quando a Sappada scrive «Seduto su una roccia ho raccolto il respiro del monte» o a Pratolino «Il fragore dell’acqua riporta il mio cuore alla vita« e «Nei suoni del bosco la vera entità di tutti i fenomeni» emerge un raffinato lirismo capace di emozionare ogni sensibile lettore, Le chiedo perché vuole escludere la convivenza tra poesia e narrativa, visto che, in fondo, appartengono a due vene diverse che pescano nello stesso cuore…

reading prato 2017RISPOSTA: Innanzitutto la ringrazio per le belle parole e per il ricordo di quell’incontro che, in questo tempo di Covid che ha messo un freno a eventi artistici in presenza, pare così lontano. Lamento del migrante, scritto sotto la pressione dei drammatici eventi di attualità, è ufficialmente l’ultima mia poesia, anche se ne ho scritte poi poche altre, strettamente private, senza comunque considerarmi più “poeta”: questo semplicemente perché poeta è per me una persona più coinvolta con la poesia che con la prosa, che di poesia ne ha letta molta e non l’ha solo prodotta, che ragiona in modo “poetico”. Poesia e narrativa non si escludono affatto a vicenda, ben inteso, anzi si può trovare l’una nell’altra e viceversa, e sono d’accordo sull’origine comune dallo stesso cuore, anche se seguono regole formali diverse, di metrica e di retorica. Poesia e narrativa possono occupare uguale spazio nella produzione di un artista – si può essere poeti e scrittori eccellenti allo stesso tempo – ma non è il mio caso, non ritengo di essermi applicato in egual misura ai due campi artistici. Comunque la poesia resta una parte importante della mia produzione passata e ritengo che la poesia non sia solo quella che si trova nei libri: anche un tramonto che accende una cima brulla, lo sguardo misterioso di un gatto, una vecchia canzone dei Pooh, il sorriso della donna amata sono poesie allo stato puro, se si sanno cogliere con la giusta sensibilità.

LAMENTO DEL MIGRANTE

Anch’io sono migrante:
i miei geni ricordano
le cacce alla belva africana,
nella savana,
coi compagni ominidi
e la loro vita di cristallo.
Non ho senso di appartenenza:
le mie radici non sono nel passato
bensì nel futuro,
quando non saranno più
tribù
fratricide
ma uomini e donne
liberi dai pregiudizi.
Sì, la mia patria è il futuro:
l’ho visitato con l’immaginazione.
È un posto bellissimo,
costantemente m’avvicino
ma dispero tornare a casa.

Firenze, giorno dell’Opinione del ’26 (20 settembre 2018)
Scritta appositamente per l’incontro di Marzia Carocci del 22 settembre.

IMPRESSIONI DI VENDEMMIAIO

Qui.
Ora.
Nei suoni del bosco,
in un cerbiatto che salta veloce,
in una coppia che spinge un passeggino sul sentiero,
ne fango memore dell’ultimo nubifragio,
nelle lame di luce tra i fusti, tra le foglie,
nell’odore di terra umida,
nell’ultima domenica di ora legale,
in questo autunno estivo,
in questa estate che non vuol morire,
la vera entità di tutti i fenomeni.

Villa Demidoff, Pratolino, 28 vendemmiaio dell’anno 223 (19 ottobre 2014)

LE CASCATELLE

Il fragore insistente dell’acqua
che rode pian piano la roccia
riporta il mio cuore alla vita,
riempie le orecchie mai stanche.
L’estate arroventa l’asfalto
ma qui si conserva l’autunno:
mi poso su un masso cortese,
raccolto il respiro del monte.

Sappada, Cascatelle, 12 termidoro ’25 (30 luglio 2017)

Intervista ad Angelica Romanin, autrice di “Nel futuro che ci attende”

A cura di Massimo Acciai Baggiani

angelica romaninHo scoperto l’ultimo romanzo di Angelica Romanin, Nel futuro che ci attende, quasi per caso, navigando su Facebook: titolo e copertina hanno catturato subito la mia attenzione. L’autrice mi ha inviato una copia, che ho letto in pochi giorni e recensito, quindi le ho chiesto se fosse possibile intervistarla – ovviamente tramite internet (vista la distanza, soprattutto in questi tempi di coronavirus). Angelica si resa disponibile, molto gentilmente: la ringrazio di cuore.

 

  • Mi puoi parlare dei tuoi studi, la tua formazione culturale?

Ho studiato lingue e ho frequentato la facoltà di scienze biologiche, ma la mia formazione culturale la devo soprattutto alla mia curiosità unita alla mia timidezza, perché entrambe mi hanno spinto da subito verso la lettura, che credo sia il modo migliore di conoscere il mondo senza doverlo per forza affrontare…

  • Quale peso ha il retroterra culturale nella creazione letteraria?

Credo che sia molto importante. Alla fine in ciò che si scrive si mette molto di sé stessi, e anche quando la storia è un opera di fantasia si finisce comunque per attingere ad un bagaglio di esperienze personali.

  • Quando e come hai iniziato a scrivere?

Il mio primo libro l’ho scritto a 30 anni, dopo un periodo un po’ particolare, ma in realtà amo scrivere da sempre.

Ho iniziato a 6 anni col mio primo diario e ancora devo smettere 😄

  • Quali sono stati i tuoi modelli, gli autori che hai amato di più, che hanno contribuito a formare il tuo stile?

Amo molto leggere, e per quanto riguarda i generi non sono particolarmente selettiva. Leggo autori anche molto diversi tra loro. Ad esempio, per quanto riguarda la fantascienza ho una predilezione per Schätzing e Crichton, ma mi piacciono moltissimo anche Baricco, Cohelo, Zafón… Diciamo che attraverso delle fasi. Ho avuto la fase horror con Koontz, Stephen King, Edgar A. Poe, H.P.Lovecraft… quella più spirituale e introspettiva con Dyer, Cohelo, Chopra… Ma ho amato anche molti classici, come Il maestro e Margherita di Bulgakov, Demian e Shiddarta di Hesse, Il rosso e il nero di Stendhal… Come vedi, in diverse fasi della mia vita ho apprezzato differenti autori, e penso che ognuno di loro abbia dato un piccolo contributo alla mia formazione.

  • Quanto conta per te l’ispirazione, quanto la tecnica?

La tecnica sicuramente è importante, ma senza l’ispirazione non credo abbia molto senso. Se dovessi scrivere solo usando la tecnica non mi divertirei. L’entusiasmo che si prova nel buttare giù idee ed emozioni quando si è ispirati è decisamente più soddisfacente.

  • Cosa pensi dei concorsi letterari?

Sinceramente non mi hanno mai interessato… non so darti un parere.

  • Le parole chiave dell’èra attuale, battezzata “èra digitale” sono: multimedialità, mass media, integrazione, virtualità. Cosa hanno cambiato le nuove tecnologie digitali nella creazione artistica, se hanno cambiato qualcosa?

A me sono servite tanto. Sia per quanto riguarda le ricerche, sia perché mi hanno dato la possibilità di far conoscere il mio libro senza passare per forza da una casa editrice. Probabilmente la loro utilità consiste nel fatto che ci rendono tutti un po’ più indipendenti e liberi, sia di conoscere che di farci conoscere.

  • Manterrà il proprio ruolo il testo cartaceo di fronte al dilagare di internet e degli ipertesti?

Spero di sì. Io, personalmente, lo preferisco. Il semplice gesto di girare pagina e sentire la consistenza della carta sulle dita è un piacere che non vorrei negarmi. Però non nego l’utilità di un lettore eBook nel quale in un minimo spazio può stare anche un’intera enciclopedia

  • Ci puoi parlare del tuo romanzo d’esordio?

L’ho scritto dopo la fine di una relazione molto importante. Era in parte autobiografico e l’ho iniziato più che altro per parlare male del mio ex 😁

No, scherzo. In realtà all’epoca soffrivo di attacchi di panico, ed è stata proprio la mia psicoterapeuta a suggerirmi di scrivere per esorcizzare il problema. Mi sono stupita anch’io quando ne è uscito un romanzo ironico e divertente che ha riscosso un discreto successo…

  • Veniamo al tuo secondo romanzo, Nel futuro che ci attende, col quale hai cambiato completamente genere. Si tratta di un’opera di climate fiction, che ci mette in guardia dai danni che l’Uomo ha arrecato al pianeta, fino a mettere in pericolo la sua stessa esistenza come specie. Com’è nata l’idea?

Ho sempre amato la fantascienza e in particolare quella apocalittica, dove l’umanità è in pericolo, e quale periodo più simile ad una imminente apocalisse di questo?😅 Così ho cercato di unire il piacere per una lettura avvincente con la necessità di informare le persone sulla catastrofe imminente, sperando di far riflettere e far prendere consapevolezza della necessità di cambiare immediatamente il nostro modello di sviluppo.

  • Dietro al romanzo si intuisce un grande lavoro preparatorio di ricerca…

Sì, ho fatto molte ricerche, sia sul web, che consultando esperti in diversi settori, come la chimica o la geologia… Mi ha impiegato molto tempo, ma devo dire che informarmi su questi argomenti è stato divertente quasi quanto scrivere il romanzo.

  • Personalmente ritieni che la razza umana si estinguerà entro questo secolo, come profetizzano in molti, oppure saprà trovare in tempo la saggezza necessaria per cambiare paradigma mentale e svoltare verso un futuro migliore?

Purtroppo io non sono molto ottimista… Diciamo che ci spero, ma l’uomo finora ha dimostrato di avere una visione molto limitata del futuro. Si ha l’idea che i cambiamenti climatici riguardino le future generazioni, così si tende a rimandare, ma non è così. In realtà non resta più molto tempo…

  • Qual è la visione che hai della donna? E dell’uomo?

Per questa domanda mi avvalgo della facoltà di non rispondere 😂 soprattutto per la parte riguardante l’uomo… Però ti do un indizio, il titolo del mio primo libro: Meglio single che male accompagnata 😁

  • Hai mai pensato ad una trasposizione cinematografica dei suoi romanzi? In caso affermativo, quali attori e attrici vedresti bene nei vari ruoli principali?

Certo! Quale scrittore non ci pensa? 😅 Riguardo agli attori non saprei… forse Matthew McConaughey potrebbe rivestire il ruolo di Oliver, Keanu Reeves lo vedrei bene a interpretare Dom, Keira Knightley potrebbe essere una perfetta Liza, e Scarlett Johansson una frizzante Amber.

  • Di cosa ti occupi attualmente? Progetti per il futuro?

Attualmente mi occupo di restauro e decorazione, ma visto l’attuale periodo di crisi, soprattutto scrivo. Ho quasi terminato il seguito del mio primo libro e ho iniziato la stesura di altri due romanzi, di cui uno di fantascienza.

Massimo Acciai intervista Simone Frasca (settembre 2019)

«Simone Frasca è un illustratore italiano di libri per bambini. Nato a Firenze, vive ormai da molti anni a Sesto Fiorentino (FI). Scrittore e illustratore di libri per l’infanzia, ha pubblicato con tutte le principali case editrici italiane. Il suo personaggio più conosciuto, Bruno lo Zozzo (Piemme) è stato adottato come mascotte dall’Ospedale Pediatrico Meyer di Firenze.» (Da Wikipedia)

Ho avuto il piacere e l’onore di conoscerlo una sera a casa di mio zio Siro, di cui è amico. Una persona squisita, disponibile, brillante. Abbiamo realizzato la seguente intervista tramite e-mail.

Sito: www.simonefrasca.it

frasca

  • Partiamo dalla tua formazione culturale: quali scuole hai frequentato?

Sono nato a Firenze, in via Guicciardini, e ho fatto i primi due anni delle elementari in una scuola in zona Cure. Quando avevo 7 anni la mia famiglia si era trasferita a Pistoia e qui ho finito le elementari e più tardi ho studiato lingue al liceo Pacini.

All’università invece ho studiato lettere con indirizzo storia dell’arte.

A proposito: mi manca solo la tesi per laurearmi… un’inezia.

  • Ci sono dei “maestri” che ti hanno ispirato?

Ho sempre letto molto: libri e fumetti. E Carl Barks e Jacovitti si sono contesi il mio cuore e i miei occhi. Jacovitti per la generosità con cui riempiva ogni più piccolo spazio delle sue vignette, Barks per la capacità di costruire storie appassionanti e divertenti.

  • Quali sono stati i tuoi primi personaggi?

Ho iniziato a fare fumetti (per processo imitativo) già alle elementari: le mie storie erano o tragicomiche o avventurose. Un giorno in edicola ho scoperto l’esistenza dei Fantastici Quattro e da quel momento nelle mie vignette hanno iniziato a comparire i super-eroi.

  • Quando hai capito che la tua passione per il disegno sarebbe diventata il tuo mestiere?

Ho sempre pensato che da grande avrei fatto il fumettista… ma anche il paleontologo, l’archeologo e il contadino. Sì. Perché vivevo accanto a una casa di contadini e, quando non ero a scuola o a leggere e disegnare nella mia stanza, il mio tempo lo passavo con loro.

  • Com’è nato il personaggio di Bruno lo zozzo?

Questa vita molto libera, in mezzo a campi, mucche e trattori ha poi ispirato la storia del mio primo libro: Bruno lo zozzo.

Bruno è un bambino di 5-6 anni che vive in campagna, ha molta fantasia (il suo compagno di scorribande è un maiale invisibile), corre e si arrampica dappertutto, fa megamerende e odia lavarsi: la storia della mia vita a quella età, praticamenteJ

  • C’è un’opera o un personaggio a cui sei più legato, che senti come più rappresentativo?

Bruno lz è anche il mio libro più conosciuto e, pur avendone scritti tanti dopo e continuandone a scrivere, è grazie a lui che sono diventato un “illustrautore”: per questo se mi chiedi qual è il mio libro preferito o quello a cui sono più legato non posso non rispondere Bruno lo zozzo.

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  • Molte tue opere sono scritte a quattro mani: come si realizza in concreto questo tipo di collaborazione?

Per anni ho scritto solo libri per bambini del primo ciclo.  Qualche anno fa mi è venuta in mente un’idea per una serie di libri più scritti, per bambini del secondo ciclo. Per scrivere e sviluppare questa serie ho coinvolto una mia amica che è anche una bravissima scrittrice per ragazzi: Sara Marconi.

La serie si intitola I Mitici Sei (Giunti editore) ed è stata accolta con grande entusiasmo e interesse dai bambini. Così io e Sara abbiamo continuato e inventare e scrivere storie insieme per bambini dai sette ai nove anni.

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La serie che stiamo scrivendo adesso si intitola Agenzia Enigmi (Raffaello editore) ed è un omaggio a un certo tipo di letteratura avventurosa e fantastica che andava molto di moda negli anni ‘80: extraterrestri, misteri archeologici, Atlantide, L’isola di Pasqua…

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Ci divertiamo molto a scriverla e abbiamo messo a punto un sistema per scrivere insieme che ci permette di scrivere molto velocemente e con profitto.

Discutiamo della trama insieme, poi si “cola” la trama nei capitoli che compongono il libro.

La trama è più o meno definita, meno forse che più, anche perché dettagliare troppo leva gusto alla scrittura. A volte i dettagli del finale li precisiamo dopo, a seconda della piega che prende la storia.

A quel punto uno dei due scrive il primo capitolo (in genere è Sara) e lo manda all’altro. L’altro lo legge, interviene se e dove gli sembra sia il caso e rimanda il capitolo indietro. La regola è che non ci si arrabbia se le cose che abbiamo scritto sono state cambiate, anche radicalmente: il fine di scrivere insieme è creare una scrittura terza, che non sia né la mia né quella di Sara, ma la somma di entrambe.

  • Quali consigli ti sentiresti di dare a un giovane illustratore che vuole intraprendere questo mestiere?

A chi vuole fare l’illustratore dico che non è facile, specialmente in Italia dove il nostro mestiere non è apprezzato e retribuito come dovrebbe essere. Ci sono sempre più scuole private che hanno corsi di illustrazione e anche per questo, mediamente, la qualità si è alzata negli ultimi anni. Questo deve spingere chi inizia nel mio mestiere a fare sempre meglio e a guardarsi intorno con curiosità.  A questo proposito Instagram e internet in generale sono ottime porte sull’illustrazione di tutto il mondo.

  • Da molti anni vivi a Sesto Fiorentino; qual è il tuo rapporto col territorio?

Vivo a Sesto e ci sto molto bene: è una realtà vivace, c’è una bellissima biblioteca e un’amministrazione in gamba.

Per il Comune di Sesto Fiorentino e altri comuni dell’area fiorentina ho realizzato, insieme allo studio Jumon, un cartone animato per spiegare cosa sono le tasse ai bambini e perché è importante pagarle. Io ho scritto la sceneggiatura e visualizzato i personaggi, impostando lo stile grafico.

Protagonista del cartone animato è un mammuth e questo credo rende buffi anche i passaggi dove il rischio di essere pedanti era alto.

È stata un’esperienza divertente e se volete visionarlo, il link è questo:

https://www.youtube.com/watch?v=ua4KNfDluEo

  • Progetti per il futuro?

Nel futuro i progetti sono tanti e tutti da realizzare in fretta: a fine ottobre consegnerò il mio nuovo libro per bambini per il battello a Vapore: Sofia Tantepaure. Una storia sulle paure e sulla diversità scritta di getto in un periodo in cui le paure si sfruttano per governare.

Ho appena finito di scrivere (e illustrare) con Sara Marconi una strenna natalizia sulle creature fantastiche e mitologiche che uscirà per Giunti.

Sto finendo si scrivere e di illustrare i nuovi episodi di Agenzi Enigmi che usciranno a febbraio 2020.

Insomma il lavoro e il divertimento non mancano.

Massimo Acciai intervista Claudio Secci

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  • Parliamo oggi con Claudio Secci, romanziere e fondatore del CSU (Collettivo Scrittori Uniti): quando e com’è nata l’idea di questo gruppo di amici scrittori che offre i propri servizi ai colleghi?

Abbiamo fondato il CSU nel mese di Giugno per portare avanti l’attività iniziata con l’associazione SEU, che a fine anno non si occuperà più di fiere. Ho voluto fortemente dare vita a questa entità perché mi sono accorto che la sinergia portata avanti dal 2014 con autori che vendevano i libri di tutti nel nostro stand era diventata sempre più importante e vincente.

  • Chi sono gli altri amici con cui hai dato vita a questa iniziativa? Com’è nata la vostra amicizia?

Gli amici che compongono il direttivo insieme a me, sono autori di esperienza che insieme hanno pubblicato oltre 40 titoli in dieci anni. Anche loro provengono dall’associazione SEU e credo di non aver potuto scegliere di meglio. Manuela Siciliani, Jessica Maccario, Massimo Procopio e Manuela Chiarottino si occupano di competenze diverse all’interno del CSU in base alle loro attitudini. Il numero dispari ci permette anche di avere sempre una maggioranza nelle decisioni più importanti in caso di disaccordo.

  • Quali servizi offre il CSU? Come si fa a richiederli?

secci3Il CSU offre spazi espositivi nelle fiere che riteniamo più interessanti in tutta Italia. I bandi di partecipazione alle fiere si trovano nel nostro sito www.scrittoriuniti.com e la nostra pagina facebook pubblica quotidianamente post di veicolamento degli autori alle fiere. Tutto lo staff è a disposizione sia telefonicamente che via email per tutte le informazioni. Un Regolamento Fiere esaustivo in ogni dettaglio spiega come ci si deve comportare in fiera, quali sono i diritti e doveri degli autori che partecipano con noi e su quale spirito si basa il nostro collettivo.

  • A quali fiere avete partecipato? Cosa avete riportato da queste esperienze?

Abbiamo già partecipato alla fiera di Cantalupa (To) e di Sestri Levante (Ge) con risultati splendidi, soprattutto in termini di partecipazione e spirito. Le piccole fiere sono quelle in cui gli autori hanno più tempo per viversi e confrontarsi. A tutti i nostri eventi noi facciamo fare interviste in streaming agli autori non soltanto per farsi conoscere da un pubblico più ampio ma per far migliorare la dialettica e l’esposizione nel presentare le loro opere.

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  • A quali fiere parteciperete?

Parteciperemo a “Nizza in Libri” (Nizza Monferrato) e “Salone della Cultura di Milano”, nei prossimi mesi. Ovviamente, noi siamo nati per il Salone del libro di Torino, quindi non appena l’organizzazione ci confermerà le modalità di partecipazione siamo già in partenza per cominciare ad organizzare la fiera alla quale siamo più affezionati e per la quale siamo più “rodati”

  • Progetti per il futuro del CSU?

Vogliamo arrivare ad essere riferimento nazionale per gli autori che non sanno con chi e come partecipare a una fiera libraria, per gli autori Self che non hanno rappresentanza editoriale e per chi vuole abbracciare questo modo di partecipare alle fiere: libero ma nel rispetto di tutti, orientato ad un coinvolgimento e arricchimento comunitario.

  • Una domanda più personale riguardo alla tua opera di scrittore: ci puoi dire qualche parola sul tuo ultimo romanzo “Reset”?

Reset è il frutto di un lavoro di tre anni che ha richiesto una ricerca immensa dal punto di vista scientifico e tecnico. E’ un thriller apocalittico dove cerco di prendere da un punto di vista nuovo il concetto di apocalisse. Con questo libro ho cercato di mettere in risalto la potenzialità dell’essere umano rispetto alle sue opportunità. Timothy Scott è sull’orlo di suicidarsi perché non riesce a sopportare una pena così lunga da scontare, oltretutto ingiustamente, e decide di farla finita. Proprio in quei giorni però la notizia che un meteorite colpirà la terra nel giro di 20 mesi gli da la forza per giocarsela alla pari di tutti gli altri esseri umani. Il motto del romanzo è “Ciò che poteva distruggerci ci ha permesso di rinascere”. Siamo in terza edizione e sono molto contento di aver affidato a Watson Edizioni la pubblicazione di questo romanzo tanto sofferto.

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