Nobile in cielo

Di Michele Ceri

Raimondo, mio fratello possedeva una grande fantasia. Io l’ho conosciuto molto bene e posso testimoniare.
Antonello, suo padre e anche il mio,  era una persona particolare. Infatti, fra le tante, credeva di essere un personaggio importante. In che senso?  Credeva fermamente di discendere da una famiglia illustre, ma che dico: nobile. Lo diceva a tutti, amici e conoscenti. C’è  da sottolineare che qualcuno, l’ascoltava attentamente e lo credeva addirittura  vero . Inoltre per darsi un certo tono,  anche per rabbia, di fronte all’evidenza aveva richiesto allo Stato la qualifica di Cavaliere. Ottenuto il documento lo teneva affisso in  salotto. Lo celebrava molto  da solo e ci teneva assai.
Detto questo a parte il volere della sua immaginazione, sapeva benissimo di non appartenere alla nobiltà.  
Anche lo stesso mio fratello, s’identificava  attraverso la fantasia in un personaggio nobile. Difatti, giocava con il titolo nobiliare di Conte. Alle feste tra bambini, i  coetanei lo seguivano. Durante quei giochi mio  fratello restava contentissimo, arrivava al settimo cielo. Ma anche lui non era concretamente, storicamente, nobile.
Giunsero  anche quell’ anno fatidico le feste natalizie. Quell’avvenimento ci rendeva assai felici, ci ritrovavamo per mangiare , ci scambiavamo i regali. Era festa. Raimondo aveva dieci anni, io, sua sorella, dodici.
Era sera tardi, il cielo scuro rimaneva accompagnato da un freddo vento.  Accadde che trovammo i regali incartati, nascosti  come di regola, in un angolo del salotto. Io li vidi per primo. Restammo sbalorditi, emozionati. Rappresentavano uno fra le cose più belle del Natale. Vicino era l’albero, chiaramente già tutto addobbato. Venimmo presi entrambi da una vivace gioia e altrettanta curiosità. Osservavamo l’albero fissando lo sguardo sulle lucine, appariscenti e di tanti colori : giallo, rosso, arancione, blu. Il vento intanto continuava a soffiare sui vetri delle finestre e si notavano la luna e le  stelle.
  Ma alla fine di tali sensazioni, aprimmo i doni. Mancavano però,  ancora due giorni al Natale. Trasgredimmo e provammo una sensazione particolare, come quando si mangia qualcosa di buono. Non sto qui a descrivere di che regali si trattasse. Ma restammo tutti e due felici.
Mi ricordo che la lancetta dell’orologio segnava le undici della sera. Mancavano  due  giorni al tanto atteso giorno. Dopo l’accaduto, trascorremmo alcune ore della notte a ridacchiare; poi ci ritirammo nelle nostre stanze, era molto tardi…
 Nessuno della famiglia ci aveva né visto né sentito. Avevamo trasgredito e ci  sentivamo  in colpa. E non poco.
Si trattava di un nuovo inizio ?
 Passata la notte e giunto  Il giorno seguente, in poco tempo i nostri genitori, s’accorsero di tutto. Dopo colazione, notarono i contenuti dei pacchi, già aperti. Così  rimasero molto colpiti e in preda all’arrabbiatura,  ci punirono. Nostro padre alzò la voce, cosa che accadeva soltanto in rare circostanze, nostra madre inveì su di noi.  Ci ordinarono di saltare direttamente il pranzo; mancava solamente  un  giorno alla tanto amata, festa.
Io rimasi tutto il pomeriggio nella mia cameretta, quasi piangevo.  Soffrivo moltissimo.
 Ma mio fratello, scappò di casa. Erano le cinque del pomeriggio.
Da quel giorno, da quel momento, Raimondo non fece mai più parte della nostra famiglia. Infatti appena scappato di casa, si diresse nel circostante bosco. S’aggrappò ad un ramo, salì in cima,  coraggiosamente quasi alla vetta.
Lasciò un foglio scritto appeso al tronco, della medesima pianta.  Lì diceva espressamente che non sarebbe mai più sceso. Per nessuna ragione.
Raimondo: “ Sono montato su questo bellissimo albero, sopra una pianta che diventerà per me, da oggi, la seconda casa. Adesso sono: Nobile in cielo.-“:
Strano a dirsi, ma vero, l’albero sul quale era salito si allungava molto verso il cielo. E poi appena saliti,  ad essere attenti, per chi ci faceva attenzione si notava che non aveva cima, o meglio la parte più in alto piano piano si trasformava in una scaletta. Ma dove portava la scaletta?
 Successivamente Raimondo  capì che giungeva proprio sulla stessa luna. Si l’astro che la notte ci appare d’argento colorato, sede del senno di Orlando in un celebre opera di Ariosto. Adesso mio fratello si sentiva ancora più importante, oltre a fingersi nobile viveva tra gli alberi e non solo poeticamente ma anche realmente poteva mettere piede nientemeno che sulla superficie lunare.
Dai giochi con i ragazzini, passava a girellare tra un ramo ed un altro. Del resto lì vi erano molti alberi. Si trovava nel bosco appartenente  a tutte le tre famiglie abitanti delle villette lì presenti. Erano i luoghi della sua infanzia, dei giochi…
 Cominciò la sua nuova vita.
Ad un certo punto, lo raggiunse una dolcissima scimmia,  di una tinta marroncina colorata  che gli donò un canocchiale.
 Ancora mio fratello non capiva da dove saltasse fuori. Si trattava di un animaletto  molto sveglio, all’apparenza.  Giramondo, ovvero il vecchio Raimondo,  si sentì felicissimo.  Con il passare del tempo tra i due nacque un’amicizia ed una forte simpatia.
Dunque   decise di sfruttare immediatamente, il regalo della scimmietta; così, incuriosito, e felice, in basso sporse lo sguardo  e notò immediatamente la figura di una carinissima ragazza, che già conosceva e di cui  era da molto tempo innamorato. Si chiamava Vanda,  soprannominata anche, Vandina. Aveva i capelli castano chiaro, le lentiggini e la stessa età del giovane Raimondo. Giramondo approfittò della situazione e cominciò a farle la serenata, con un altro regalo della scimmietta, il piffero.  Vandina però probabilmente non si rendeva conto, ma sentiva la musica e fissava lo sguardo in alto. Ma non vedeva nessuno.
Trascorse una mezz’ora  e Giramondo poi  s’addormentò dolcemente, mantenendo forte  il ricordo della ragazzetta.
Intanto in casa tutti eravamo preoccupati, anche perché avevano letto il bigliettino scritto da Raimondo.  Mio padre e mia madre si chiedevano quando Raimondo li avrebbe perdonati, quando sarebbe sceso per tornare alla vita di  sempre. Io  già avevo capito  che mio fratello sarebbe rimasto in alto, su in alto per sempre. Cercavo di rimanere più calma possibile, ma soffrivo…
Stavano per accadere cose fantastiche, adesso vedremo.
Proprio mentre mio fratello dall’alto osservava in qua ed in là, apparvero nel bosco alcuni ragazzetti, che giocavano. Si notava uno di loro, leggermente più alto e grosso. Sicuramente aveva qualche anno in più, degli altri. Ecco, si, lui dirigeva il gioco. Poi Giramondo s’accorse che in realtà si trattava di due gruppetti e piuttosto  vivaci. Si rincorrevano velocissimi; poi  la loro attenzione si soffermò sulla casa della gentile Vandina. Entrambi i due gruppi si diressero alla sua porta. La ragazza s’affacciò alla finestra e tutti l’osservarono. Trascorsero cinque minuti, ma la sensazione che tutti avevano era come se fosse passato ancor più  tempo. Improvvisamente uno di loro, tirò fuori da uno zainetto un pallone e così tutti si misero a giocare. Ad un certo momento, dopo una ventina di minuti leticarono un po’, formando un capannello. Uno di loro pianse.
Alle   sette della sera, tornarono a casa.
Giunse la notte, la luna piena illuminava gl’alberi e  il bosco, mio fratello  si percepiva un tutt’uno con la natura, forse perché viveva tra gli alberi. Si sentivano, ogni tanto, rumori di animali notturni che popolavano il bosco. Il suono della sera nel bosco, aveva aspetti particolari, colpiva l’animo ma restava difficile da spiegare con le parole di sempre, era qualcosa di misterioso e affascinante, da ascoltare attentamente come fosse musica vera e propria, ma che cambiava un po’, come tutto cambia, notte dopo notte.
Giramondo si frugò nelle tasche, prese una sigaretta e l’accese. L’aveva rubato al babbo. Fumava pochissimo, ma quando lo faceva gli piaceva tantissimo. Lo faceva per trasgredire e a volte si sentiva in colpa.
Intanto  però non riusciva  ad addormentarsi. Rimuginava su ciò che era accaduto nel pomeriggio. Si sentiva geloso, di quei  fanciulli che aveva visto giocare con  Vanda. Si, proprio, invidioso. Loro potevano parlare con la ragazzetta, giocare, toccarla. Notava, dall’alto la casa della ragazza e immaginava di parlarci. Cosa singolare dalla casa di Vanda si notava in una stanza la luce ancora accesa; questo incuriosì ancora di più mio fratello, che   intanto, parlottava dentro di sé. Poi s’addormentò. Così era già trascorso il secondo giorno, da quando Raimondo era fuggito.
Il giorno seguente, si svegliò che il sole rimaneva già alto e riscaldava tutto. Aveva dormito molto. Mentre sbadigliava gli  s’avvicinò un uccellino fischiettante. Gli fece tenerezza e così  gli sorrise. Poi stranamente s’accorse che il volatile parlava con lui. Strano, disse: fra sé e sé. Così misero su una discussione vera e propria. Ogni tanto il passerotto rideva e lui si divertiva ad ascoltare quel suono,  quella vibrazione che quell’armonia emanava. Questo l’arricchiva molto.
  Adesso eravamo in inverno e il vero momento per vivere nel bosco, non era adesso,  ma la  primavera. Non mancava però molto a quella stagione ed inoltre non  era  per adesso, fortunatamente  troppo freddo. Perlomeno in quei giorni. Giramondo già pensava alla bellezza della primavera. Quando tutto è in fiore, anche la vita stessa rinasce…

Passati ancora due giorni, io ed i miei genitori, preoccupati, uscimmo dalla villa di nostra proprietà e ci recammo nel bosco. Volevamo tentare l’ultima carta. Ma non riuscimmo a trovare il familiare e meno che mai, a parlarci. Purtroppo. La ferita generata da mio fratello non si era ancora rimarginata. Tutti in casa soffrivamo, il ricordo stesso, restava doloroso. Mia mamma, poco dopo tornata dal bosco, pianse.
Nel pomeriggio riapparve  a Giramondo la scimmietta, che cercò di capire quali fossero i suoi interessi. I due parlottarono.  Così  il dolce animale gli regalò un libro. Ma non difficile. Si la vita sull’albero, il ricordo della  vecchia vita restavano anche tristi e la lettura di un libro oppure la serenata con il piffero allietava assai l’animo.
Un giorno, dopo che aveva trascorso la mattinata a leggere, s’accorse che quell’uccellino che aveva conosciuto poco tempo fa, giaceva privo di vita, su di un ramo, su  una grossa fronda. A Giramondo, scesero alcune lacrime; ma poi s’accorse che altri passerotti stavano già compiangendo il volatile scomparso. Erano tutti in fila su di un ramoscello. Tutto aveva l’aspetto di un funerale…
Si trattava di una decina di uccellini, che ad un certo punto si presentarono  al giovane  finto nobile e  inoltre, dissero a voce alta il proprio nome. Poi intonarono assieme una musica adatta al momento. Giramondo ascoltava quella sinfonia e rimase sorpreso ed affascinato al medesimo tempo.
Il piccolo e dolce animale, disse l’amica scimmia, era stato ucciso da quei medesimi ragazzi, che giorni fa giocavano fra loro, sotto  i medesimi alberi.
 Proprio mentre guardava in qua ed in là, approfittando del canocchiale, scorse anche se restando su di un ramo alto, che nella villa vicino alla  casa propria, si dava una festa. Contento  ed incuriosito ancora di più, cominciò ad osservare, in quella direzione. Notò , poco dopo la presenza del  suo insegnante privato di flauto. Quest’ultimo, abbastanza alto, teneva baffi piuttosto lunghi.  In quel momento  parlottava con la padrona di casa. Mio fratello non capiva però, le parole.
 Ad un certo punto, entrò nella stanza una presenza femminile con un cagnolino al guinzaglio. Si mostrò a tutti; si trattava di Sandra, una vecchia amica di Giramondo, che abitava accanto al suo grande amore, la Vandina.  Sandra, carina e dai capelli biondi, andava come tutti a scuola. Ad un certo punto il suo sguardo , venne attratto da qualcosa; infatti notò un  pianoforte e vi si diresse per suonarlo. Lo strumento era sistemato in una sala della villa, anche se non in  quella maggiormente  ampia, ma forse la più bella. Il Professore, presente nella stanza, l’osservò attentamente. Poi  Sandra, nonostante tutto cominciò a suonare. Ruppe la timidezza. Eseguì svariati pezzi di musica classica e tutti l’ascoltarono. Anche se ancora molto giovane, aveva già acquisito una certa bravura nel suonare. Il maestro rimase felice e anche  a lui vennero fatti elogi.
Al calar del sole, gli invitati se ne andarono.
Giunse un’altra notte.
 Il giorno seguente accadde l’inimmaginabile.
Proprio mentre Giramondo scrutava il bosco, attratto come sempre da qualcosa in qua ed in là, apparve una tigre asiatica, vera e propria. Il giovane “nobile “ si domandò cosa ci facesse una tigre lì, vicino alle abitazioni.
In pratica l’animale era stranamente  scappato dallo zoo. Adesso in molti si trovavano  in pericolo. Mio fratello iniziò, con il canocchiale, ad osservarla: era d’aspetto bellissima.
Poi il padre di Vanda, molto  preoccupato avvertì la polizia. La tigre venne ricondotta immediatamente allo zoo. La giornata trascorsa venne ricordata da loro, per sempre. La paura aveva toccato tutti. Anche lo stesso mio fratello che adesso viveva sugli alberi.
Proprio mentre l’inverno era alla fine e s’avvicinava la primavera, la famiglia che abitava accanto a quella di Vanda, decise di andarsene. Volevano vendere la villetta dove, ormai da anni abitavano. Anche mio fratello lo seppe. Giramondo lo seppe dall’amica scimmietta. Fu così che, con il canocchiale,  tra l’altro graditissimo regalo, cominciò ad osservare quella stessa abitazione.
Giunsero i giorni del trasloco. A Vanda , tutto questo dispiaceva molto. La villa a fianco delle altre due sarebbe stata venduta. Ma a chi ?, Si domandavano in tanti.
Il trasloco durò, temporalmente  mezza giornata. Giramondo seguì, dalla cima dell’albero quello che accadeva.
 Questo sicuramente segnava un grande cambiamento, anche per me che conoscevo la ragazzetta.  Mi colpì un forte dolore. Che però seppi dominare. Io stessa ricordavo dei giochi tutti insieme.
L’abitazione, venne occupata da uno strano signore. Si trattava di un grandissimo studioso. Mio fratello l’osservava, da lontano. Era curioso, quello che faceva. Così  Giramondo  la sera al tramonto, quasi tutti i giorni, guardava in quella direzione, sino ad annoiarsi. Il signore, era un grande Professore Universitario   di lingua e letteratura italiana. Trascorreva il maggior numero dei pomeriggi, solo a studiare.  Aveva un’altra passione, quella per  il giardinaggio. Questa  non rappresentava un lavoro vero e proprio, ma un divertimento. Infatti curava minuziosamente il giardino, circostante  alla propria casa. A volte capitava che Giramondo lo notasse dall’alto, mentre annaffiava i fiori oppure piantasse semi di frutta nei vasi. Il giardino, già rigoglioso, con l’arrivo dello studioso divenne meraviglioso.
 Quest’ultimo,aveva addirittura un’amante, che contattava giorno per giorno. Si chiamava Silvia ed era sposata.
 Questo è tutto ciò che so.
Una volte ricevette una visita; si trattava di propri cugini, che da molto tempo non vedeva. Quest’ultimi, fratello e sorella pernottarono lì, in una cameretta riservata agli ospiti.

Trascorsero tre anni, dalla fuga di mio fratello da casa. Adesso Giramondo aveva tredici anni. Il giorno stesso del suo compleanno, il tredicesimo, a casa festeggiammo nonostante tutto . Anche se naturalmente mio fratello mancava. Fu una festicciola tra di noi. Mio fratello però, seguì tutto da uno dei rami più  alti e grossi.
Io affettuosamente, scattai alcune foto. Ma anche quel giorno, come tutto, passò. Mi lasciò dentro una sensazione indescrivibile con le parole, ancora più intensa; un desiderio irrefrenabile, una ricerca della vita, con la V maiuscola. Un interessamento spontaneo del passato, un’ accettazione sofferente del presente. A tutti, alla fine caddero alcune lacrime. Sembrava che dal giorno della fuga di mio fratello fosse trascorso poco tempo. Il suo ricordo restava forte, era ancora come se lui fosse ancora tra noi; mangiare la torta, quella torta sembrava quasi mettersi in contatto con lui.
Giramondo decise un giorno assolato, di fare alcune letture; sì letture anche difficili. Ma era solo un sogno, visto che lui ancora era piccolo. L’amica scimmietta,  saputolo alla fine, vogliosa di soddisfare Giramondo, gli fece pervenire alcuni difficili testi. Lui gli conservava gelosamente…

SECONDA PARTE.

Mentre s’interrogava sulla bellezza e difficoltà di alcune letture alcuni misteriosi personaggi apparvero nel bosco, all’improvviso, sbucando da un qualcosa…
Apparve inizialmente, agli occhi di mio fratello, un cane, dall’aspetto tranquillo, pacifico, non molto grosso e di color marrone scuro, a chiazze. Mio fratello cominciò ad osservarlo con il canocchiale, per capire meglio ciò che stava accadendo. Meravigliato  scese vicinissimo all’animale che strano ma vero,  parlava; disse il suo nome a Giramondo. Si chiamava Ulisse. Questo spiegò a mio fratello alcune cose. Difatti egli aveva la dote sia di parlare che di vedere da lontano, anche da molto lontano. Giramondo rimase giustamente  sorpreso.
Prima ancora che potesse elaborare felicemente quanto accaduto, mio fratello divenne  oggetto di un’ ulteriore  strana apparizione . Si mostrò davanti a lui e a tutti gli effetti, nientemeno che il celebre Scienziato S. Si trattava di un medico filosofo, grande intenditore di extraterrestri, alieni, mostri spaziali, ecc… aveva in merito una  grandissima cultura.
Infine la terza ed ultima apparizione: Mister F. che esternamente sembrava un mezzo fantasma; F. per chi non lo sapesse stava per Futuro.
I tre personaggi, guardarono il tronco dell’albero, casa di mio fratello e risero. Poi, uno alla volta, eccetto Ulisse, si presentarono all’abitante dei boschi. Giramondo restava esterefatto. Venne preso anch’egli dalla forza della risata.
 Qualche secondo dopo le presentazioni, lo Scienziato cominciò a parlare.
Scienziato:”- Da molti anni, studio l’Universo e i suoi abitanti. Sono criticato dai Professori di molte Università, ma in merito sono il più esperto, nel mondo. Il mondo Accademico è invidioso, anche se fa finta di niente,  mi snobba.
 Gli alieni esistono veramente  e sono di vari  tipi. Sia  nella nostra galassia, che  in altre. Il qui presente cane Ulisse mi ha accompagnato nello studio, analizzando ogni cosa con la sua possente vista.  Ecco che dopo queste parole, Ulisse scosse la testa e prese ad abbaiare. Tutti i presenti  lo guardarono, sorridendo. Lui fissava l’ albero, dove rimaneva seduto mio fratello.
Giramondo in quei momenti osservò tutto attentamente. Ma chi erano loro? C’era da fidarsi? ( Si stropicciò gli occhi ).
La sua vita però sarebbe a questo punto cambiata, arricchita di altre cose; incominciava un ulteriore capitolo e l’immaginazione aumentava vertiginosamente. Giramondo lo capì subito.
 Eravamo al crepuscolo, tutto cominciava a tacere, nella zona e  tra non molto sarebbero comparsi  i suoni  della notte, quando anche la luna sembra parlare…
E Mister F., chi era?
 Per specificare direi intanto che quest’ultimo aveva un rapporto empatico con la natura. Gli piaceva molto osservare i  paesaggi, si perdeva tra i colori. Di lui non si sapeva niente; né dove fosse nato, né da dove provenisse. Era molto amico dello Scienziato e di Ulisse.
Alto, portava la barba molto lunga, quasi del tutto bianca. Fumava qualche sigaretta, che stranamente erano lunghissime e sapevano di miele. Le conosceva soltanto lui, non si sa nemmeno dove le comprasse; forse su qualche altro pianeta, qui non esistevano.
Scendendo nei dettagli,  il cane Ulisse, il giorno seguente la loro conoscenza,  raccontò molte cose sulla vita dello Scienziato.
E mio fratello l’ascoltò, meravigliato quasi del tutto; mentre il dolce animale raccontava, Giramondo sembrava addirittura identificarsi in quelle esposizioni. A volte pensava senza però essere visto:” ( Ma cosa dice ? ).”:
Si, lo Scienziato assai concentrato sullo studio degli extraterrestri, da anni,  così raccontava Ulisse,ebbe la grande fortuna (oppure sfortuna ) di venire a contatto con gli alieni si, conobbe abitanti di altri pianeti.
 Come era accaduto ?
Mentre infatti, anni fa, lo Scienziato stava studiando assiduamente e con buoni risultati, in luogo con dei resti antichissimi, preistorici, apparvero proprio gli extraterrestri. Esattamente  si trovava vicino a caverne affascinanti, per un qualcosa di misterioso, con pezzi di prato singolari come attraversati da una luce argentata e presenti tracce di un qualcosa di particolare ma quasi del tutto sconosciuto.
Apparvero la notte, o meglio dopo un’ora il tramonto del sole. Inizialmente  lo Studioso rimase colpito da un fosforescente raggio di luce, accompagnato dalla visione di quei personaggi, ritenuti da molti, fantastici. Erano circa quattro. Lo Scienziato inizialmente rimase  sbalordito, in quanto non aveva previsto tale avvenimento. Poi disse :” Ho così capito tutto.-“: Poi girò la testa un po’ disturbato. Era per ben due volte fortunato.
Ecco che un personaggio apparso, come normalmente si fa si presentò.
Lo studioso, prese così  l’ occasione al volo ( dentro era felicissimo ).
Lo fecero salire sull’astronave, che osservò nei dettagli.
Venne invitato a fare un viaggio, anche a scopo di lavoro su di un pianeta lontano, in fondo alla nostra galassia. Si trattava di “ Combat “ “ un pianeta non grandissimo. Ma pieno di sorprese.
Accettò l’incarico, senza farsi troppe domande. Gli venne affidata un’astronave di loro fabbricazione, capace di raggiungere velocemente, pianeti, luoghi lontanissimi.  Andava velocissimo.
Di che tipo di astrusa macchina si sta parlando ?
Nessuno è quasi certo aveva mai visto un  tale congegno, sulla terra; almeno da così vicino.  Lo Scienziato l’osservò attentamente. Che aspetto  aveva ?
Possedeva esternamente caratteristiche di una macchina di formula uno, almeno per quanto concerne la parte davanti, le portiere. Ma invece il posto centrale, era molto più capiente. Potevano starci in tre persone, forse quattro.
Chiaramente attaccate non apparivano le due ruote. Infatti apparivano le ali.
 Lo Scienziato assicurò che l’avrebbe utilizzata.   
Intanto mio fratello si chiese :”- Cosa sta accadendo ?”:
Si cosa ci facevano tutti quei simpatici personaggi, più mio fratello nel bosco, fra l’altro  vicino alla nostra casa? Fatto sta che comunque sia, i nostri familiari non si resero conto di niente; tranne io, che anche adesso sto raccontando…
Dopo la confessione di Ulisse qualche minuto dopo, lo Scienziato  S. cominciò   nuovamente a parlare. Gli altri due presenti, e mio fratello si guardarono attentamente negli occhi.
Scienziato:”-  Già proprio con il mio primo incontro con gli alieni, avvenuto in quel misterioso luogo , ero riuscito in qualche modo a sfatare alcuni enigmi su presunti altri abitanti dell’Universo. Quello che precedentemente anche io stesso supponevo senza essere completamente sicuro, con l’incontro in quel luogo, tutto si risolse, oramai direi senza dubbi.
Però tali argomenti continuavano a incidere su di me, sulla mia esistenza. Ero ancora molto curioso, febbricitante, direi.
Inoltre ironia della sorte, aveva conservato in un posto segreto, proprio la piccola astronave, regalo degli stessi exaterrestri. Era bellissima, sia esternamente che all’interno. Volevo in qualsiasi modo utilizzarla, per sfatare altri dubbi.
 Ma poi recentemente, proposi di dì  effettuare un ulteriore viaggio, che proseguisse il lavoro del primo e con lo scopo di capire  il rapporto degli alieni con l’essere umano, con la nostra galassia.
Anche l’amico  cane sbalordito era felice, abbaiò per alcune volte.
Lo scienziato s’affidava molto alla collaborazione, sia d’Ulisse che di Mister F. Erano inseparabili.
Chiaramente tutto questo avveniva prima che mio fratello conoscesse quel “ Trio “.
Gli alieni inoltre, conoscendo un po’ lo Scienziato e la propria arguta curiosità, gli avevano donato un manuale, scritto da loro stessi, riguardante li alieni presenti nell’Universo… tale libro gli consentì di essere più preparato durante il percorso nello spazio di capire ancora di più, ciò a cui andava incontro.
Iniziarono il viaggio, proprio loro tre.
Prima di tutto cominciarono, sempre nella nostra galassia, ad osservare un pianeta dove la terra ferma appariva circondata dall’acqua. Similmente alla Terra, prima che si fossero configurati i continenti. Ulisse abbaiando un po’ fu il primo a notare tutto, del resto la sua dote di vedere da lontano avrebbe affascinato chiunque, ma anche quell’aspetto apparteneva all’immaginazione e basta?
Ulisse descriveva e M. F. annotava instancabilmente quanto esposto.
 Nell’isola gigante non vi erano abitanti, ma nel mare sì. Anche se il gruppetto non riuscì a capire molto di più.
Lasciarono la nostra galassia, ovvero la Via dell’Avventura e entrarono in un sistema quasi sconosciuto  a tutti ,scienziati compresi.
Si sa ma la voglia di capire, di andare fino in fondo dello Scienziato S. era illimitata, come anche immenso e senza fine è l’Universo.
Mister F. ridacchiava ogni qual’volta appariva qualcosa, che sembrava strano, sconosciuto. A volte si fissava fuori con lo sguardo dall’oblò, i colori luccicavano sembrava un quadro fiammingo. Lui amava queste cose. A volte accendeva una delle sue sigarette.

Il viaggio si manifestava lungo e pieno di mistero. Tra i tre apparve una paura, un timore. Questo dopo essere venuti a contatto, con un’astronave con a bordo alcuni alieni e animali spaziali. Quest’oggetto li incuriosì moltissimo, inoltre ebbero occasione di stabilire una relazione.

Stavano giungendo sempre di più ai confini dell’Universo, quando decisero di tornare sulla Terra. Avevano già visto molte cose. E sicuramente per adesso restavano i primi al mondo ad avere specifiche informazioni.
 Il loro racconto terminò e i tre più Giramondo si fissarono rendendosi conto di essere nel bosco.
 Tutto questo aveva dei riscontri positivi, era sicuramente servito a qualcosa. Lo Scienziato aveva, fatto alcune foto e accresciuto così la propria cultura e informazioni  sugli alieni.
Adesso poteva ancor più considerarsi il più esperto sulla Terra. Anche se a questo punto  i professori adesso l’avrebbero sicuramente ancor più invidiato.
Ecco che con l’apparizione avevano conosciuto Giramondo, adesso divennero amici, collaboratori.  Mio fratello era rimasto stupito e incuriosito da tutto ciò. Tutto  accresceva la sua fantasia, come quando da bambini si gioca e ci si diverte e le ore passano velocemente.
 In quel momento i tre fatidici personaggi e mio fratello si sentivano uniti, legati dalle loro stesse fantasie.
 Anche nello spazio, come sulla terra, il  tempo trascorreva velocemente. Così  sopra i rami del tanto amato bosco, casa adesso e per sempre,  di mio fratello.
 Così , Giramondo non era più un ragazzetto, anche se noi in famiglia lo ricordavamo ancora come tale. Pensavamo molto spesso a lui, al suo atteggiamento, alla sua voce, alla sua florida fantasia. Il vuoto che aveva creato era incolmabile.
Così accadde che anche la vita nel bosco, sui rami veniva anche quella interrotta.
 Intanto cosa accadeva a Giramondo ?
 ‘Già, è anche vero se vi ricordate bene, che un albero del bosco abitato da mio fratello, il primo sul quale era salito, arrivava a toccare la Luna, anche se attraverso una scaletta. Si la luna, proprio la luna… 
 Era giunto il momento dell’ultimo, grande cambiamento. Mio fratello decise di sfidarsi fino alla fine. Così salì  in alto, più in alto possibile, per poi guardare con nostalgia, il panorama. Apparivano, le case il bosco e i ricordi aumentavano a dismisura; gli scesero stille di pianto. Terminata la commozione,  l’avventura continuava.
Giunto sul ramo più alto, decise di continuare a camminare e così salì sulla scala.
La scala si elevava sino alla luna, ma vi erano un  numero eccessivo di  chilometri da fare. Ma sopra di essa si viaggiava molto velocemente. Sembrava di volare. Ad un certo momento si sentì stanco e ironia della sorte apparvero i tre personaggi, che l’invitarono a continuare il viaggio sopra la loro astronave. Giramondo acconsentì.
Quando finalmente e tutti insieme giunsero sulla luna ecco che davanti, in un locale, si svolgeva un concerto musicale, stranissimo. A suonare infatti,  vi partecipavano animaletti spaziali ed alieni. Ascoltarono  il concerto per due ore. 
Giramondo venne colpito molto da un animaletto dall’apparenza di peluche che suonava il flauto. Il coro era assai suggestivo e Giramondo rimase esterefatto, commosso; la sua intelligenza lo faceva ragionare a dismisura  come una fontana che emette molta acqua, perché aperta continuamente.

Così i giorni trascorrevano e al tempo stesso  Giramondo si divertiva ad osservare, su di un albero finto e con il canocchiale, la vita dei presenti abitanti. Era curiosissimo e letteralmente affascinato. Inoltre non aveva grandi rimpianti.
Anche il “ Trio “ andava avanti, coltivava dei progetti…
Ad un  certo momento, un giorno accadde che dei piccoli extraterrestri , si avvicinassero al grosso albero e lì si misero a parlare, ad alta voce.
Giramondo rimase incuriosito da tutto ciò e così riuscì a parlare con loro. Chiacchierarono molto.
Cominciò piano piano un periodo in cui Giramondo trascorreva il tempo parlando con quei ragazzi. Gli raccontava molte cose. Sia della propria famiglia, ma anche della successiva vita sui rami degli alberi. Parlava molto, descriveva: la scimmietta, Vandina la giovane ragazza della quale si sentiva innamorato, dell’uccellino, della tigre scappata dallo zoo e giunta nel nostro bosco. Tutti l’ascoltavano, ridendo, oppure facendo domande.
Un pomeriggio appuntò tutte le sue avventure su di un diario, che possedeva perché regalato dalla scimmietta, tanto tempo prima. Ridacchiava, fra sé e sé, adesso era solo, le ombre l’unica compagnia.
Dopo qualche anno, venne preso dalla nostalgia, condizionato anche da quello che aveva scritto tempo prima sul diario. Pianse.
Ecco che qui termina il mio racconto su mio fratello, nobile in terra ed in cielo.

I vicini – Finale di Luigi De Rosa

Leggi la prima parte di MASSIMO ACCIAI BAGGIANI

Alla fine decidi di prendere in mano la situazione.
La tua amica poliziotta ha detto che ha risolto il problema traslocando. Ma se fossero loro ad andarsene?
Il palazzo è tuo. Solo metaforicamente parlando, è ovvio. Non sei un magnate dell’immobiliare, altrimenti non dovresti svegliarti così presto al mattino. Ma è casa tua da anni, quindi conosci ogni singolo buco. In particolare sai delle tubature che ti collegano direttamente con il bagno dell’appartamento occupato dalle gallinelle festaiole. Prima del loro arrivo era avvenuto un incidente con il proprietario precedente: una tubatura si era rotta e l’acqua aveva rovinato tutto il soffitto dell’appartamento di sotto. Un incidente, la cosa si era risolta subito senza insulti, denuncie o aggressioni. Era bastato scusarsi col vecchietto che si era ritrovato l’acqua che gli gocciolava in testa mentre dormiva e fornirgli i dati dell’assicurazione mentre la tubatura veniva riparata.
Quel vecchio signore era davvero una persona civile. Peccato che dopo sei mesi era morto per il diabete e i suoi eredi avevano deciso di affittare l’appartamento a delle barbare.
Ora le ragazze saranno anche delle festaiole ma non sarebbero mai rimaste se qualcosa di disgustoso fosse strisciato all’improvviso facendo loro molta paura.
Chiami quindi la tua amica poliziotta e dopo averle chiesto come sta andando la situazione in città (non molto bene dato quello che senti in tv) le chiedi se le è mai capitato un caso di importazione di animali esotici illegale. Lei ti risponde di sì e ti racconta una pallosa storia su delle lucertole, e allora tu le chiedi se le è mai capitato di fermare un contrabbando di serpenti. Lei ti risponde di no ma aveva sentito ad alcuni colleghi forestieri era invece capitato e tu fai tesoro di tutte le informazioni che la poliziotta ti racconta.
Decidi quindi di passare alla seconda parte del piano. Accendi il tuo portatile e cerchi qualche sito in cui tu possa trovare serpenti in vendita. Sai che è illegale, ma dopotutto non vuoi uccidere nessuno giusto? E’ colpa delle ragazze che decidono di non rispettare il tuo sacro santo diritto di dormire in santa pace.
Trovi un sito e ordini un gigantesco pitone delle rocce, serpente indiano in grado di muoversi in modo lineare e pensi che sia una scelta buona perché così si muoverà meglio nella tubatura.
Aspetti due settimane. Il serpente arriva ma devi andarlo a prendere perché essendo un acquisto illegale il corriere non te lo porta a casa con tanto di saluti. Prendi quindi la tua borsa della palestra (o almeno una borsa che usavi quando avevi il tempo per andare in palestra) e vai a raccogliere il prezioso carico indiano. Porti l’animale a casa e senza pensarci due volte lo porti subito in bagno, lo afferri delicatamente con una mano per una frazione di corpo sotto la testa e con l’altra lo prendi per la coda e indirizzi la sua testa verso il water.
“Vai ragazzo. Io credo in te” gli dici come per dargli coraggio e resti a guardare finché la sua coda non sparisce dentro lo spazio riservato ai tuoi bisogni.
Fatto questo, non resta che cancellare le prove del reato, e a quel punto aspettare.

L’attesa non è lunga. Ad un certo punto uno strillo che sembra essere uscito dal film Shining perfora le pareti svegliandoti nel cuore della notte proprio mentre stavi dormendo. Un paradosso dato che quello che avevi fatto serviva a farti dormire.
Insieme agli altri vicini ti dirigi dove ha avuto origine l’agghiacciante rumore. Una delle ragazze, non più tanto sfrontate e menefreghiste, raccontano quello che per gli altri sembra un episodio bizzarro ma tu sai invece che non lo è: una delle ragazze si era svegliata per andare un attimo in bagno e quando aveva alzato la tavoletta aveva visto qualcosa che sbucava dal buco in fondo. Dopo aver tirato lo sciaquone pensando che fosse il residuo di una precedente visita in bagno, la ragazza si era resa conto che non andava via e si era accorta che era la testa di un serpente morto.
Tu dici alla ragazza di chiamare le autorità e poi consigli agli altri di tornare a letto lasciando che siano loro ad occuparsene.
Il giorno dopo scoprì che le ragazze devono lasciare l’appartamento perché il proprietario pensava che ci fossero proprio le ragazze dietro la dipartita del rettile, immerso nel gabinetto per una “tamarrata” o per uno scherzo da riservare agli altri vicini, i quali scopri con sorpresa che si sono lamentati per il comportamento delle ragazze.
E in quel momento ti accorgi di essere in un palazzo di ipocriti, perché quelle stesse persone prima non avevano detto una parola e invece ora avevano aperto un vero e proprio fronte contro di loro.
Ma a te non importa perché finalmente puoi di nuovo dormire in pace.

I vicini – Finale di Vittoria Zedda

Leggi la prima parte di MASSIMO ACCIAI BAGGIANI

Che fare? Ogni mia richiesta logica e assennata non porta risultati. Cosa inventarsi? Ci vorrebbe una trovata che, al paradosso di tanta maleducazione, fosse un contro paradosso, per prendere in contropiede i vicini “ingombranti”…

Bisogna inventare qualcosa di riprovevole e di esagerato…

Trovato! Il mastino napoletano del mio amico Giulio farebbe al caso mio: è un cane che fa paura solo a guardarlo e se ringhia o abbaia è davvero terribile!

Inviterò a casa mia Giulio col suo cane per far prendere un grosso spavento alla gioventù ribelle. Andremo con il mastino tenuto a guinzaglio su in terrazza, quando i ragazzi sono riuniti per cenare. Dirò loro che, se non si comportano in modo educato, d’ora in avanti avranno a che fare con il molosso. Per la paura presa, smetteranno di fare il loro comodo senza tener conto dei diritti degli altri inquilini.

Poi basterà registrare i latrati del cane e, al bisogno, mettere in funzione il registratore. Finalmente il silenzio sarà assicurato! Evviva! La soluzione è stata trovata!

I vicini – Finale di Barbara Mancini

Leggi la prima parte di MASSIMO ACCIAI BAGGIANI

Ti aggiri per la casa da mezz’ora ormai, su e giù in modo nevrotico, decidi di metterti al computer e cercare qualcosa su Google:” rimedi per vicini rumorosi, come liberarsi di vicini fastidiosi” e cose così, ma trovi solo consigli inverosimili e storie assurde.

Decidi di indossare le cuffie e guardare un film per isolarti totalmente, anche questa sera, hai rimediato una soluzione momentanea.

Ti svegli intorno all’una, ti sei addormentato sul divano, senti un insolito silenzio.

Ti alzi e vai a lavarti i denti, ascolti per sicurezza quel silenzio meraviglioso, assicurandoti che sia veritiero.

Ti sdrai nel letto con un sorriso compiaciuto e ti addormenti come un bambino sospirando.

Al mattino, vieni svegliato da voci e rumori, felice di aver dormito bene, metti su il caffè e ti affacci nel giardino per vedere che succede e assisti ad una scena che ha dell’assurdo: poliziotti ovunque, vicini dell’altro palazzo che scattano foto con il cellulare, ma la scena più agghiacciante è quella nel centro del giardino condominiale.

Le ragazze dell’appartamento e i loro amici seduti intorno al tavolo che sembrano ancora dormire, no, non stanno dormendo: sono morti.

Ognuno di loro è accasciato sulla sedia e dalle loro bocche scende un rivolo di liquido blu scuro.

Rimani impietrito, poi senti una voce rauca, vedi due agenti che ammanettano una vecchina di circa ottant’anni, la riconosci, è la signora del piccolo alimentari vicino casa che abita nello stesso condominio e la senti gracidare: «Sì, il cianuro e lo stramonio nel vino gli ho messo a questi delinquenti! Vedrai non la fanno più confusione da qui in avanti!»

Fai qualche passo indietro ti siedi impietrito sul tuo divano, senti il caffè salire, non riesci ad alzarti, poi scatti a spegnere il fornello e rimani a fissare incredulo la tua cucina, senti le voci provenire da fuori, vedi uomini in tuta bianca che fanno prelievi, tremi.

L’anziana assassina viene portata via con una volante, la gente, da lontano, affacciata alla finestra, spettegola e fa filmini da mettere in rete.

Ti versi il caffè, ti siedi di nuovo sul divano e fai un sospiro.

Stramonio…

«Perché non ci ho pensato prima?!»

I vicini – Finale di Marcella Spinozzi Tarducci

Leggi la prima parte di MASSIMO ACCIAI BAGGIANI

Poi una sera decidi di suonare di nuovo quel maledetto campanello, infuriato come non mai. Al suono insistito che fai, improvvisamente e direi inaspettatamente la porta si apre con una certa lentezza, e ti rivela la presenza di una ragazza giovanissima e molto bella che guarda stupita la tua aria adirata, incredula che qualcuno possa essere disturbato dal baccano che anche dall’ingresso si sente distintamente. Le parole che avevi preparato ti muoiono in bocca e quasi a tua insaputa sorridi.

«Vuoi partecipare alla festa?» ti chiede «Siamo in tanti ma per te c’è ancora posto!»

Entri come un automa, passi sul terrazzo seguendo la ragazza che ti presenta a tutti i componenti della brigata che ti accolgono con grande cordialità, una ti porge un bicchiere di vino, un’altra ti propone un bignè, e all’improvviso ti accorgi di stare benissimo e di aver perso inutilmente tante occasioni.

Carolina, la ragazza che ti ha aperto la porta, ti guarda con occhi dolci e vuole brindare con te. Scopri improvvisamente che la vita è bella

I vicini – Finale di Federica Milella

Leggi la prima parte di MASSIMO ACCIAI BAGGIANI

Non hai dormito neppure stanotte. La radio si è accesa puntuale per svegliarti e tu l’hai ignorata nel tentativo di gustare un’ultima manciata di minuti di sonno.

Timbri il cartellino con trentacinque minuti di ritardo, il viso spento e la macchia gialla sul colletto della camicia – hai indossato la stessa del giorno prima – ti causano un rimprovero da parte della tua Superiore, pugliese, di dodici anni più giovane di te.

Lo stress accumulato non ha aiuto a migliorare la giornata. Torni a casa, dopo essere passato in farmacia, e assumi un paio di pasticche di ansiolitici.

Questa sera non è diversa dalle altre, quell’orrendo suono, che i giovani chiamano musica, filtra dai vetri, dal pavimento e vibra su tutte le pareti del tuo appartamento. Guardi la TV con le cuffie, il programma è noioso, ti appisoli sul divano.

Il male alle orecchie ti desta all’improvviso; scaraventi via le cuffie strappando il connettore dal televisore: è rotto. Il pavimento pulsa ancora mosso dal fracasso sottostante. Nel tornare lucido, balena nella tua mente un’idea!

Apri il freezer, ricordavi bene, trovi intonsa una Saint Honoré comprata in offerta al supermercato. La togli dalla scatola di cartone e vi inietti il liquido di una fialetta con l’uso di una siringa. Che cosa è? Il sonnifero che non hai mai assunto, nascosto nel cassetto delle medicine da mesi.

Pensi che in questo modo, i vicini rumorosi, anticipino il sonno di qualche ora.

Accomodi la torta su un piatto, respiri profondamente e scendi le scale del condominio. Arrivato al piano sottostante al tuo, suoni il campanello dell’appartamento delle universitarie.

Ti apre una ragazza paffutella, coperta appena da un fazzoletto che usano chiamare minigonna e una camicetta poco abbottonata dai disegni imbarazzanti.

Gli occhi ti cadono inevitabilmente sulla scollatura, finché lei non abbaia qualcosa che non capisci.

«Vi ho portato un dolce. Così, per far pace.»

E le porgi il piatto.

«Noi non mangiamo quella roba, siamo a dieta, sa? Ma l’appoggi pure su quel tavolo.»

Ti lascia entrare indirizzandoti verso la cucina. Attraversi la sala, un porcile sarebbe stato più pulito, vedi le altre due inquiline coi rispettivi compagni che bevono, si baciano… non perdi tempo a osservare quello schifo e poggi il dono sul tavolo. Neanche il tempo di girarti che un gattaccio dal pelo annodato affonda la sua lurida bocca sulla corona di bignè.

«Almeno qualcuno lo mangia.» Sghignazza la ragazza.

Stringi i pugni. Nonostante il sonno, l’adrenalina messa in circolo dalla rabbia che ti sale dalla pancia ti spinge a reagire.

Mosso da un impeto irrefrenabile, afferri l’abbondante braccio della tua vicina, la mano affonda nell’adipe. Come si fa a essere così grassi a vent’anni? Pensi, stringendo la presa.

«Ma che fai, scemo?» Grida lei.

Con un rapido scatto, le tappi la bocca riempiendola di ciò che è rimasto della torta. Non smetti di premere finché non gliela hai fatta ingoiare tutta. La sovradose del sonnifero l’addormenta dopo qualche minuto.

Casa loro non è diversa dalla tua, ti sai muovere e nascondi il corpo addormentato nella stanza delle scope.

Nessuno si è accorto di nulla, tra il fracasso e il menefreghismo giovanile, neanche il suo ragazzo si è degnato di cercarla.

Ti sei tolto una piccola soddisfazione; senza guardare in faccia gli altri, cammini verso il portone d’ingresso.

Ma che fai? Perché ti sei fermato?

Torni sui tuoi passi rientrando in cucina. Il compagno della poveretta chiusa nello sgabuzzino ti ha seguito.

«Scusa, hai mica visto…»

«Vuoi una fetta di dolce?» Gli chiedi, ignorando la sua domanda.

Neanche ti ha chiesto chi sei!

Accetta e comincia a mangiare famelico, come se non lo facesse da giorni.

Lo osservi inorridito fino a quando non termina di leccare il piattino. Stappi una bottiglia di birra con l’intento di porgergliela, ma questi cade in ginocchio, si appoggia al muro e inizia a russare sbavando dalla bocca.

Lo trascini a tener compagnia alla fidanzata.

Adesso basta, esci da quella casa e prendi le tre gocce di sonnifero, visto che è certo che funziona.

Ma non lo fai. Apri lo sportellino del contatore e stacchi la corrente.

I quattro ragazzi in sala sono brilli, non si rendono conto di essere rimasti al buio, piuttosto si accorgono del silenzio che li circonda.

Le ragazze starnazzano lamentele, uno dei maschi si alza dal divano.

Che intenzioni hai? No, non lo fare!

Celato nel buio ti sposti alle sue spalle e con una presa, che sembra vulcaniana, gli stringi il collo.

Ma sei impazzito?

L’uomo non riesce a respirare, figuriamoci a gridare. Quando senti il corpo smettere di agitarsi, molli la presa.

Lo hai ucciso?

È svenuto, pensi con un pizzico di delusione.

Nascosto il disgraziato dietro al divano, rifletti sulla prossima mossa.

La ragazza rimasta sola continua a lamentarsi a gran voce coprendo il rumore dei tuoi movimenti; la coppia invece è avvinghiata sul divano con addosso ormai la sola biancheria.

Dammi retta, torna a casa, forse sei ancora in tempo.

Ma no. Ti rechi nuovamente in cucina, con la luce dello smartphone, frughi nei cassetti. Trovato quello che cercavi, ti lasci guidare dagli interminabili piagnucolii fino a raggiungere le spalle della studentessa.

No, no. Quello no! Non ci posso credere.

Hai tagliato con le forbici la treccia della sventurata e continui a sforbiciarle i capelli. Ubriaca com’è, si accorge dello scempio quando ormai la sua capigliatura fa invidia a un militare.

Urla come una forsennata, la coppia accanto a lei ha ben di meglio da fare, così che lei corre in bagno chiudendosi dentro in lacrime.

Il tuo ghigno mi spaventa, hai una strana luce negli occhi.

Osservi la coppia in atteggiamenti intimi, ma non è quello che ti eccita, bensì l’idea di ciò che puoi ancora fare.

«Dai, siamo rimasti soli. Chi vuoi che ci veda?» Dice il ragazzo.

Lei non risponde e continua a baciarlo.

«Ti vergogni? Non faccio nulla di male» continua lui. «Così non è divertente».

«Non sto facendo niente.» Risponde lei.

«Smettila, non mi diverto.»

Più lui cerca di toccarla, più lei gli scansa le mani.

«Ma che c’hai?» Chiede indispettito.

«Ma nulla, sei tu che non fai che lamentarti.»

«Mi lamento? E non ti viene in mente il motivo?»

«Che sei solo noioso.»

«Noioso? Mi pareva tu avessi quattro mani, ma se le usi per non farti toccare, sai dove devi andare? A spigare!»

Il giovanotto si alza con modi bruschi, raccata i vestiti ed esce dall’appartamento con solo i calzoni in dosso.

Sbattuta la porta, la ragazza rimane sola.

A parer mio – e non dovrei avere pareri – tu hai dei seri problemi di comportamento.

Stanotte dormo, domani si vedrà, rimugini tra te e te.

L’ultima persona che può turbare il tuo sonno sta lì, sul divano, triste e pensierosa; non ha capito quello che hai fatto, non si è accorta che schiaffeggiavi le mani del suo ragazzo quando cercava di toccarla.

E adesso?

Torni un attimo in cucina.

Ti prego, questo non farlo. Fermo!

Le lanci addosso l’animale tignoso, vittima del dolce al sonnifero. La sfortunata studentessa sobbalza dallo spavento, cerca di capire cosa l’abbia aggredita: il suo gatto.

Un grido disumano squarcia il silenzio, getta lontano la bestia addormentata, credendola morta e fugge di casa verso una meta indefinita.

 

FINALE 1

Ti senti soddisfatto?

Adesso sì che hanno avuto ciò che meritano.

Torni nel tuo appartamento, ti corichi appagato dal servizio che hai reso al sonno.

Chiudi gli occhi, indugi un solo momento per goderti il beato silenzio, poi ti rilassi e ti spengi.

La sera seguente, tornato dal lavoro, vieni a sapere, dalla signora del piano di sopra, che le tre vicine rumorose hanno disdetto l’affitto per spostarsi più in centro, vicino alla loro Università.

 

FINALE 2

Ti senti soddisfatto?

Adesso sì che hanno avuto ciò che meritano.

Torni nel tuo appartamento, ti corichi appagato dal servizio che hai reso al sonno.

Chiudi gli occhi, indugi un solo momento per goderti il beato silenzio, poi ti rilassi e ti spengi… al contrario della tua sveglia che ti annuncia l’inizio di una nuova giornata.

I vicini (un racconto a finali alternativi)

Di Massimo Acciai Baggiani

Questo racconto è un’opera di fantasia. Personaggi, luoghi e avvenimenti sono frutto dell’inventiva dell’autore e vengono usati in modo fittizio. Qualsiasi somiglianza con persone reali, vive o defunte, fatti o luoghi è assolutamente casuale.

1bnOgni tempesta inizia con una singola goccia. Tutto principiò una notte di aprile; sei andato a letto come al solito, dopo il film in prima serata, e ti eri addormentato dopo il solito tempo, indefinito, di attesa del sonno. Un rumore di risa sguaiate ti sveglia a metà di un bel sogno. Ancora mezzo addormentato, ti rendi conto che proviene dal piano inferiore. L’appartamento è stato di nuovo affittato. Avevi sperato che i nuovi vicini sarebbero stati più educati di quelli vecchi, o magari che l’appartamento rimanesse vuoto per molto tempo, forse per sempre. Comprendi che la pace è finita. Rimani indeciso se alzarti da letto o provare a riaddormentarti ugualmente, nonostante la festa alcolica che si svolge sotto di te, senza alcun rispetto per il regolamento condominiale. Alla fine decidi di alzarti: le risate sono insopportabili e non riusciresti comunque a riposare. Ti rivesti sbuffando, ti infili il cappotto – nelle scale fa freddo – e scendi. Suoni il campanello.

«Potete far silenzio?» rispondi alla voce femminile, proveniente dall’altro lato del portone, che ti domanda la tua identità con accento meridionale.

«Sì certo, ci scusi.»

Ritorni a letto. C’è di nuovo silenzio, ma fai molta più fatica a riaddormentarti nonostante la stanchezza e la consapevolezza di doverti alzare presto l’indomani.

Passano alcune settimane senza storia. Alla fine di marzo ricomincia la notte alcolica delle studentesse universitarie – ché tali sono, come sei venuto a sapere da altri coinquilini – e comprendi che dovrai alzarti di nuovo. Nuove scuse e nuova incazzatura.

Il tuo lavoro ti costringe ad alzarti presto la mattina, spesso prima del sorgere del sole in inverno. Lavori duramente, hai il sacrosanto diritto di dormire la notte. Le studentesse non sembrano voler comprendere. Hai provato a dirglielo con le buone; hai parlato al vento. Il terzo richiamo non è così cortese e provoca risentimento nelle giovanette che hanno invitato i loro amici (o trombamici) nell’appartamento, facente parte – certo – di un condominio costruito con materiali  scadenti che lasciano passare anche il rumore di uno starnuto.

«Insomma, cosa vuole?!» dice la portavoce dell’allegra brigata, aprendo il portone «Siamo solo parlando! Non è neanche mezzanotte!»

«Manca un quarto d’ora a mezzanotte» fai notare, cercando di mantenere la calma «e comunque il regolamento condominiale dice che dopo le dieci non si può far casino».

«Io sono in casa mia e faccio quello che mi pare!»

«No, siamo in un condominio e non si può disturbare i vicini.»

«Si compri un paio di tappi per le orecchie!»

Il suggerimento non è malvagio, anche se ancora non pensi che dovrai ricorrervi davvero. Sei sempre stato un tipo rispettoso, accomodante, paziente, ma a tutto c’è un limite. La vita ti ha insegnato che se ti fai mettere i piedi in testa una volta, poi dovrai lottare sempre per non ritrovarteli per sempre sulla capoccia i dannati piedi. Fai presente che non sta a te munirti di tappi per le orecchie ma a loro rispettare le regole. Ricevi il portone in faccia. Suoni di nuovo. Nessuno risponde. Riprende la musica. Batti un pugno sul portone, infine sei costretto a ritornare a casa e chiamare la polizia. La vita stasera ti insegna un’altra cosa: la polizia non può fare (o non vuole fare) nulla per te, è troppo impegnata a fare altro che intervenire per una questione di vicini rumorosi e maleducati. Prendi mentalmente nota di passare domani in farmacia a informarti sui dannati tappi.

Per un altro paio di settimane non ci sono altre feste. Deve essere tempo di esami, pensi, oppure le studentesse sono tornate al loro paese per le vacanze pasquali. Comunque sia le notti sono tranquille e i tappi per le orecchie, che comunque hai acquistato per ogni evenienza, giacciono inutilizzati nella loro scatola riposta nel comodino accanto al letto. Arrivi perfino ad illuderti che abbiano imparato un po’ di buone maniere.

Le giornate si vanno allungando, le notti sono sempre più tiepide e brevi. Sta arrivando l’estate. La senti nell’aria, trasportata da una brezza gentile odorosa di fiori. Ci sono stati un paio di episodi notturni e hai potuto sperimentare i tuoi tappi per le orecchie. Non è che isolino perfettamente e comunque sono fastidiosi da indossare. Quel corpo estraneo che rende tutto ovattato ma che ti fa sentire bene il pulsare del tuo sangue, i tuoi battiti cardiaci, non è che sia proprio il massimo. È chiaro, non ci sei abituato. Meglio comunque delle risate da gallina delle ragazze e degli urletti dei loro ospiti maschili, con cui si stanno intrattenendo fino a ben oltre la mezzanotte. Sei tornato giù a bussare, è chiaro, ma non hai ottenuto nulla. La terza volta è sbucato un tizio, palesemente ubriaco, che ti si è piazzato davanti, proprio sul muso, come se volesse picchiarti. Tu l’hai guardato senza indietreggiare, con fermezza, e quello ha abbassato lo sguardo ed è rientrato in casa. La festa però è andata avanti, finché il sonno è riuscito a vincere il tuo nervosismo e il fastidio auricolare.

L’estate è arrivata. Non quella ufficiale, che comincia col solstizio, ma quella climatica, molto più precoce. Le feste studentesche si sono spostate in terrazza, proprio sotto la finestra della tua camera da letto. Affacciarsi per urlare loro di farla finita non è più produttivo che suonare il campanello; c’è solo la differenza che adesso puoi vederli in faccia, i cafoni, mentre si prendono gioco di te. Ti tocca dormire con la finestra chiusa, e anche così il chiacchierio e le risate passano e ti raggiungono nel letto. Ormai ti stai quasi abituando ai tappi, ma non a quel sopruso. Hai provato a rivolgerti all’amministratore, perfino al padrone di casa, ma hai trovato solo un muro di omertà, di quelli che piacciono ai mafiosi. Di quelli tipicamente italiani, di chi se ne lava le mani. L’amministratore ti ha promesso che avrebbe mandato una raccomandata, ma anche se lo avesse fatto certo non ha avuto alcun effetto, anzi pare che adesso i giovani lo facciano apposta a far casino, sicuri della loro impunità.

Hai pensato anche a un avvocato, ma come dimostrare il danno che ti stanno causando? E poi gli avvocati costano, e siamo in Italia dove spesso è l’innocente ad essere punito mentre i colpevoli sono tutelati dagli stessi che dovrebbero sanzionarli. No, non è quella la soluzione. Non sei uno sprovveduto, hai sentito tante storie del genere. Perfino una poliziotta con cui hai parlato al telefono – più gentile dei suoi colleghi – ti ha confidato che perfino lei ha lo stesso problema e non c’è stato verso di risolverlo se non traslocando. L’idea di traslocare da una casa dove hai vissuto per decenni, da molto prima che nascessero quei mocciosi rompiballe, non la prendi neanche in considerazione. La soluzione deve stare altrove.

Già, ma dove? Intanto le studentesse hanno preso a organizzare cene in terrazza tutte le sere. Cenano tardi le maledette, come usa dalle loro parti. Alle undici sono ancora a tavola, a spettegolare e ridacchiare, tanto che fai perfino fatica a seguire la televisione. Tu senti tutti i loro discorsi, anche se non te ne può fregare di meno, e ogni sera ti sgoli affacciandoti alla finestra. Sei solo. Gli altri vicini non sembrano infastiditi quanto te da quel comportamento incivile, oppure sono rassegnati, sta di fatto che da quella parte non puoi sperare alcun aiuto.

FINALI ALTERNATIVI DI:

1) Federica Milella

2) Marcella Spinozzi Tarducci

3) Barbara Mancini

4) Vittoria Zedda

5) Luigi De Rosa

FINALE DI MASSIMO ACCIAI BAGGIANI

Una notte che ti affacci noti lo sguardo di una delle ragazze, quella più arrogante e strafottente. Quel suo sguardo derisorio, mentre gli dici per l’ennesima volta che non hanno diritto a fare feste fino a tarda notte, fa scattare qualcosa in te, nella tua mente già provata dal nervoso e dalla cattiva qualità del sonno. Sei sempre stata una persona impulsiva, emotiva, con un’alta considerazione per ciò che è giusto e ciò che non lo è. Quella notte è stato raggiunto un punto di non ritorno.

Poi un giorno hai visto in televisione per caso un documentario sulla Stazione Spaziale Internazionale. «Nel vuoto non si tramettono i suoni» dice la voce di Piero Angela «perciò le scene di battaglia di Star wars, con quelle esplosioni rumorose, non sono verosimili». Nel vuoto non si trasmettono i suoni. È come l’ultimo tassello che va improvvisamente a posto nel puzzle. Quell’informazione scientifica ti accompagna per tutta la notte insonne, col ronzio del tuo sangue che pulsa veloce nelle orecchie, turate dai tappi ormai logori. Nel vuoto…

Il giorno successivo lo passi a casa, su internet. Trovi vari tutorial su come convertire un compressore per pneumatici, o da frigo, in una pompa a vuoto. È meno complesso di quanto avevi immaginato. Lo puoi fare, tanto più che non sei del tutto digiuno di meccanica e hai un’ottima manualità. Nel pomeriggio ti procuri il necessario in un negozio di ferramenta lontano da casa. Agirai questa notte stessa.

Aspetti il momento opportuno guardando la televisione, senza capire una parola del film thriller che stanno trasmettendo. La tua mente lavora senza posa al piano, affinandolo, cercando i punti deboli, risolvendo le magagne. L’orologio in cucina batte mezzanotte, poi l’una, le due. Alle tre la festa è al culmine dei decibel e del tasso alcolico. Lo puoi sentire chiaramente appoggiando l’orecchio sul parquet. Divertitevi, divertitevi, ragazzini, pensi, finché lo potete. Poi riderò io.

Sei sicuro che sia una buona idea? A prescindere se il tuo piano per risolvere drasticamente il problema del rumore andrà a buon fine o meno, sei sicuro che domattina non te le pentirai, anche se nessuno dovesse risalire a te? Hai ragione, il piano è talmente perfetto che non hai da temere di venire scoperto. È il momento di entrare in azione. Vai a prendere il trapano a punta lunga e lo appoggi, con un tuffo al cuore, al parquet. Il rumore della punta che affonda nel pavimento viene coperto dalla musica ad alto volume, sempre più sfrontata, che proviene dal piano di sotto. Dopo qualche minuto senti un piccolo contraccolpo. Spengi il trapano e dai un’occhiata al minuscolo foro che mette adesso in comunicazione il tuo appartamento con quello delle maledette studentesse. Nessuno potrebbe notarlo, nessuno ti ha sentito. Il tuo occhio cade su una coppia che si sta slinguando sul divano. A questo punto vi inserisci il cavo del compressore su cui hai lavorato tutto il pomeriggio e lo metti in moto. Il tuo sguardo è fisso sul manometro, la cui lancetta sale con lentezza esasperante da 0 a 100. Quella è la percentuale di vuoto che stai creando nel salotto delle ragazze, così gradualmente che non se ne stanno rendendo conto.

Ma che carini: sono tutti quanti strafatti, pensi con un sogghigno. Non si stanno rendendo conto di respirare sempre meno ossigeno, come se stessero salendo un una montagna altissima. Mentre la lancetta si avvicina a 100 l’altitudine sale, sale, sale. Ora sono a 1000 metri. A 2000. Ecco, a 2500 iniziano i primi sintomi del “mal di montagna”. Il loro organismo è in stato di ipossia, ma ancora non se ne rendono conto salvo un fastidioso mal di testa di cui daranno al colpa alle birre vuotate una dopo l’altra, senza ritegno. La pressione continua a scendere mentre “l’altitudine” continua a salire. È trascorsa un’ora abbondante da quando ha messo in moto la pompa a vuoto. Adesso è come se fossero in cima al Monte Bianco. Qualcuno di sicuro ha vomitato sul pavimento, altri saranno crollati sui divani, con la bava alla bocca. La musica è appena meno forte, ma ancora ce ne vuole per zittirsi. Per precauzione accendi il tuo stereo a tutto volume – vorresti pure vedere se qualcuno dei tuoi vicini omertosi si lamenta del casino alle cinque di notte! – per continuare a coprire il motore. Adesso ragazzi e ragazze, quelli che non sono già crollati nell’incoscienza, sono in grave stato di confusione. Stai godendo come una bestia. State per conquistare l’Everest, carissimi, brindate! pensi mentre il tuo sogghigno si allarga sempre di più. Sei sicuro che a questo punto nessuno ti disturberà mai più: sono tutti morti per edema polmonare. L’odore che giunge alle tue narici indica che qualcuno se l’è fatta letteralmente addosso. È un profumo celestiale per te. Adesso volate verso Marte, amici cari, pensi.

Spengi il compressore. Non c’è motivo di proseguire, anche se ti resta la curiosità di sapere se, con la lancetta spinta fino a 100, i corpi si gonfierebbero fino a scoppiare come Schwarzenegger in Atto di forza. Meglio non scoprirlo, ciò potrebbe tradirti; al contrario, dei corpi asfissiati in un appartamento dove già sta tornando l’atmosfera originaria, cancellando le tracce del tuo delitto, resterà un enigma insolubile. Forse qualcuno darà la colpa all’alcol o a qualche droga. L’ultimo tocco consiste nel chiudere il buco che hai fatto nel pavimento. Questa notte riuscirai finalmente a dormire tranquillo.

Firenze, 24 pratile – 2 messidoro ’28 (12-20 giugno 2020)

Riflessioni dalla terrazza

La bravissima Irene Ranaldi, Presidente associazione culturale “Ottavo Colle”, legge in diretta il mio raccontino “Riflessioni dalla terrazza”, nell’ambito di “Racconti di città dal davanzale”, 12 aprile 2020.

Massimo Acciai Baggiani

 

Un mese di quarantena volato come uno strano sogno, ma ognuna di queste quasi ottocento ore è rimasta incisa in profondità nel mio pensiero, nella mia vita. Per la prima volta ho festeggiato il mio compleanno senza amici, per la prima volta ho perso il conto dei giorni della settimana. Giorni-fotocopia questi, scanditi da una routine con poche varianti. Con l’arrivo della primavera, ho messo una sdraio in terrazza e ci passo qualche ora nel pomeriggio a leggere e a osservare quell’angolo di mondo, dal terzo piano. In questo momento il cielo è privo di nubi. Mio padre sta giocando a burraco con la sua compagna, in salotto. Anche se in questo cortile interno non giunge mai il rumore del traffico, salvo le sirene delle ambulanze, il silenzio non è mai completo, nemmeno in quest’ora sonnolenta. Voci infantili giungono dal palazzo di fronte. C’è un grande terrazzo dove, in un tempo che pare lontanissimo, si tenevano assurde feste notturne, in estate. Le ragazze del secondo piano se ne sono andate, quindi niente più inopportuni karaoke o chiacchiericci a mezzanotte. I glicini spandono il loro odore, sfacciato e irreale. Qualcuno passa l’aspirapolvere, qualcun altro ha acceso la lavatrice. Niente avviene in strada, tutto sta nelle case attorno a me. Un cane abbaia in lontananza. Il vento profumato sulla pelle. La foresta di antenne dello skyline. Qualche tempo fa ho visto gente che, la sera, agitava la torcia dello smartphone cantando l’inno di Mameli. Un’altra volta qualcuno suonava la chitarra. Mi ha fatto tenerezza. Su una terrazza sventola il tricolore. I vestiti stesi ad asciugare ondeggiano davanti a me, riparandomi dal sole. Presto arriveranno le zanzare, mi domando se diffonderanno il contagio. Speriamo di no. La consapevolezza di vivere un evento storico e la banalità di un pomeriggio d’aprile, a impigrire su una sdraio.

Firenze, 22 germinale ’28 (11 aprile 2020)

PIOGGIA

Di Michele Ceri

Il padre d’Antonio restava una figura particolare. Un uomo d’altri tempi, in sostanza.
Accadeva che volesse costruire una veranda in legno, vera e propria, nell’ampia terrazza. Antonio ancora piccolo, giocava su lo stesso loggiato, proprio con i coetanei. Quei ragazzetti erano tutti molto vivaci, tanto da far preoccupare, a volte i genitori.
Babbo cominciò il lavoro. Inizialmente si pensava che la cosa richiedesse molto tempo, ma invece il portico venne edificato in meno di due anni. Giovanni, il padre fece tutto da solo. Usò molte assi di legno assai pregiato, inoltre una serie di attrezzi; si può affermare con certezza che custodiva proprio sulla medesima terrazza un luogo, dove vi erano custoditi una molteplicità di utensili. Si erano conservati ed utilizzati due tipi di seghe, una sega elettrica, tre tipi di martello, una macchina per levigare il legno, cacciaviti ecc…
Da tutto quel lavoro, durato qualche anno, nacque una veranda stupenda; il loggiato appena edificato veniva adibito a cameretta e vi restava posto, accanto, anche per un salottino.
Ma il genitore d’Antonio aveva altre particolari qualità, da non sottovalutare, assolutamente. Il padre, proprio in quel periodo si esercitava con il vuoto di pensiero, la meditazione. Seguiva gl’esercizi la notte, prima di prendere sonno. Abbinava respiro e immagine di un astro. Fece presente di questo anche al figlio e questo si sentiva assai incuriosito da volere provare anche lui stesso…
Trascorsero già undici anni dalla costruzione della veranda. Antonio non era più un bambino certamente.
Sicuramente Antonio, conosceva già suo padre. Molto, da un certo punto di vista.
Certo del babbo avevo stima, lo conosceva abbastanza bene, ma non aveva capito tutto.
Come tutti gli anni, giunse il periodo estivo. Proprio durante quel medesimo anno, ancora non avevano trascorso le ferie in alcun posto. Ma sicuramente sarebbe arrivato il momento di fuggire e giustamente, dalla città. Destinazione Val nascosta; come ogni anno.
Difatti , alcuni amici della mamma a loro affittavano, da anni, una carinissima casina nel bosco, Località Gemmes , presso Val Nascosta. Si trattava di una villetta, sopra il paesino, nascosta tra il verde; questa trasmetteva qualcosa di magico. Emanava mistero: lì Antonio si sentiva protetto, sicuro e vicino ai familiari. Cosa che arricchiva molto il suo cuore. Vi aveva trascorso molte estati. Ma ardentemente, ancora sognava di tornarci. E nessuno avrebbe potuto opporsi a quel suo desiderio.
Oltre a tutto ciò, come successo a molti, prima dell’inizio delle vacanze, aveva sostenuto l’Esame di Stato. Superò la prova con una votazione più che sufficiente. Si sentiva soddisfatto, ma si trovava ad affrontare un cambiamento. E grande.
Guardando dietro gli appariva l’eroico passato, ma il futuro lo spaventava e non poco. Per alcuni aspetti doveva cominciare nuovamente tutto da capo. Ma non voleva darsi per vinto; si trattava sostanzialmente di una battaglia con se stesso. Si sforzava di superare mentalmente i problemi riguardanti il futuro. Cosa l’aspettava? Anche se maturo, le difficoltà sarebbero giunte sicuramente. Lasciava alle spalle il periodo spensierato della scuola, la prima adolescenza. Con tutte le sue caratteristiche. Un pizzico di malinconia lo toccava, leggera come una carezza e difficile da dimenticare, come il vento di primavera o le sere di settembre.
Così mentre il tempo trascorreva lentamente, come accade quando sei giovane, al tempo stesso la mente anelava fortemente a qualcosa di misterioso, curiosava nei punti più affascinanti e sensibili della vita stessa, come il primo bacio, la prima sigaretta, lo studio di uno strumento da piccolo…
Alla fine, per fortuna, la mamma riuscì a stabilire il periodo delle vacanze, proprio nella Val Nascosta, in quella medesima casetta da sempre oramai deputata al trascorrere delle vacanze della famiglia Araldi. Si trattava di un toccasana, di un avvenimento positivo e molto fortunato. Per tutti: mamma, babbo e figlio.
Ma però la signora Araldi, malata d’influenza, sarebbe partita qualche giorno dopo.
Così finalmente alla metà di luglio, lui e il padre, partirono, con la felicità della mamma.
Antonio, ancora non capiva che si stava per aprire una finestra sulla sua vita, dalla cui apertura avrebbe potuto scorgere qualcosa per poi riflettere sull’esistenza, su suo padre, e altro…
Durante il viaggio capì del tutto chi fosse suo padre. E questo non è assolutamente poco.
Cosa accadde? Dopo quattro ore dalla partenza, sull’autostrada cominciò a piovere. Pioveva moltissimo, senza esclusione di colpi. Le gocce fitte e forti sbattevano la loro cima appuntita sulla macchina. Colpivano il metallo senza ferirlo, mentre penetravano nell’animo dei due: padre e figlio; guidatore e passeggero. Il rumore rimaneva assordante, monotono e continuo; sembrava parlasse, anche se non si capiva materialmente cosa volesse dire. Il cielo restava coperto e colorato di blu scuro. Non si scorgeva salvezza, da tutto ciò; tutto e tutti, qualsiasi cosa, sembrava come inghiottita dal buio nero del mondo. Assente la luce. L’acqua si percepiva come la marea, schiumosa, notturna. Salata e selvaggia. Circolavano molte macchine; il tragitto restava ancora lungo. Cosa accadeva? Certamente non cessava mai di piovere.
Antonio si trovava in macchina, seduto sul sedile; accanto il padre. Egli imperterrito andava avanti, correva, guidava, concentrato al massimo,: anche se dall’alto scendeva, imprevedibile, la rabbia della natura. Potevano anche morire, fare un incidente, oppure fermarsi, a causa della potenza distruttrice manifestata dal tempo.
Non dimenticherà mai quel giorno, quella sera, la pioggia incessante, i tuoni i fulmini e le macchine che attraversavano il continuo cielo d’asfalto.
Trascorsero quasi due ore, poi provvidenzialmente la forza oscura del cielo cessò. I due avevano sicuramente percorso un bel tragitto, un notevole numero di chilometri. Cento, duecento ? Chissà. Ecco che dopo pochissimi minuti, apparve in lontananza, ma pienamente visibile, l’arcobaleno. Successe che immediatamente, entrambi si ricordarono di essere se stessi, di essere ancora vivi, di poter osservare il cielo… Questo incuriosiva assai entrambi.
Ancora oggi, dopo tanti anni, Antonio si domanda come abbia fatto, sia materialmente che spiritualmente il babbo a continuare a guidare, nonostante tutto. Sicuramente il babbo aveva dentro di sé un grande spirito, senza dubbio. Del resto era la stessa persona, che da piccolo era riuscito a costruire la veranda e che addirittura l’aveva un poco indirizzato al vuoto di pensiero. Si lo stesso.
Così quest’ultimo , anche se in modo non programmato e senza tante parole gli dimostrò una cosa molto importante; come nella vita non ci s’arrende mai e che per vincere le battaglie che durante la vita accadono, si deve insistere. La vita gli ha insegnato questo; attraverso il padre, quel viaggio, quella pioggia.
Anche adesso, che Antonio è adulto del tutto, dopo anni, a volte ripensa a quei tempi, in cui sua la famiglia trascorreva le ferie estive in quella villetta in Val Gemmes nella zona montana della Val Nascosta.
Si rammenta che lì, anche gli stessi ragionamenti più importanti, sul passato e sul futuro si fermavano, un attimo. Regnava una sensazione come di silenzio. Inoltre i monti attraverso i colori erano avvolti da una sensazione di mistero. Vivere lì significava dimenticare il resto, tornare piccoli…
Quello che in quei momenti, maggiormente lo colpiva e che vivamente ricordava dentro di sé rimanevano il paesaggio, la bellezza della natura. Assieme anche agli animali lì presenti. Come ad esempio la marmotta, o l’aquila. Ma anche le mucche ed altro.
Antonio :”- Mi piace immaginare come la vita dopo la morte sia un luogo che potrebbe essere simile a quello delle Dolomiti. Ecco che lì avrei la possibilità di incontrare, oltre al sole splendente, anche e nuovamente, amici e parenti.
E vivere per sempre con loro-.”:
Anche durante il ritorno, curiosamente piovve ma molto meno. Cascava una leggera pioggerellina, tesa a significare pace tra cielo e terra.

Il professore sull’isola

di Michele Ceri

Faceva caldo. Era l’inizio dell’estate.
Francesco sonnecchiava ancora, ore : otto del mattino.
Ad un certo punto suonò il campanello , che interruppe istantaneamente quel po’ di silenzio che ancora vigeva. Francesco velocemente scese dal letto e rispose al citofono. Si trattava del postino. Subito dopo, si vestì, scese le scale, per ritirare una lettera. Apprese subito, guardando la busta che Il mittente era nientemeno che il suo vecchio Professore di lettere, delle superiori: Alfonso Gatti. L’allievo rimase emozionatissimo, per vari motivi. Ancor prima di aprire e leggere la lettera, venne preso da un grande senso di felicità, perché era tanto che non aveva più rapporti di nessun tipo con l’insegnante. Già da due anni, per essere precisi.
Tornato nell’appartamento, salutato il postino, passarono alcuni secondi, caratterizzati dall’enfasi, poi Francesco, anche se emozionato aprì la busta e iniziò a leggere il contenuto.
Leggendo veniva fuori che il Professore non stava fisicamente bene, che inoltre era contento se Francesco lo fosse andato a trovare. Specificava che adesso viveva su di un’isola, soprannominata Isola Calma.
Inoltre fece presente all’allievo che proprio lì sull’Isola si sarebbe tenuto un interessantissimo Seminario, che trattava di letteratura… si, nello specifico dell’arte dello scrivere. Lo stesso Alfonso vi avrebbe partecipato, come insegnante. Francesco si domandò :” Però, interessante !-.:”
Il pensiero di lui, volò immediatamente proprio sul luogo dove adesso viveva il caro Professore; ovvero l’ Isola calma. Tale nome l’aveva già molto incuriosito. Isola calma: così veniva chiamata da sempre; si scorgeva all’orizzonte, anche dalla terra ferma. Non grandissima di dimensione, emanava eppure un forte senso di tranquillità appunto, proprio per la sua bellezza e soprattutto perché vi era molta vegetazione e la spiaggia appariva sotto delle scogliere. Dai faraglioni la vista era eccezionale: s’assisteva ai giochi del mare. La calma era solamente apparente..
Quest’ultima ospitava il famoso Professore, che era stato anni prima insegnante di Francesco stesso.
Dopo aver letto la missiva, Francesco guardava un attimo l’orologio , poi sporse la testa alla finestra; notava un panorama bellissimo, il sole già sorto, nuvole sparse, cielo limpido. Il tempo era già abbondantemente entrato nella stagione estiva, in tutti gli aspetti e fra non molto sarebbe arrivato il caldo torrido, almeno stando ai metereologi. Ma questo impauriva lo stesso Francesco, anche perché in quelle circostanze aumentavano le sensazioni negative e il tempo passava più lentamente, lasciando spazio ad eccessivi ragionamenti.
Nei seguenti giorni Francesco si trovò a riflettere, sia su quanto affermato nella lettera che sul rapporto avuto anni prima con l’insegnante. L’idea inoltre del seminario lo aveva molto colpito anche perché lui stesso amava la letteratura. Ovvero sia leggere ma anche scrivere; soprattutto scrivere. Era curioso dell’invito.
Scese la notte…
Prima ancora che fosse trascorsa una settimana dal ricevimento della lettera, Francesco decise di recarsi sull’Isola; sia per andare a trovare il caro Professore, che come specificato nella missiva aveva avuto una forte influenza, che per partecipare al Seminario. Voleva molto bene al Signor Gatti e l’intristiva molto che in questo periodo non stesse proprio benissimo; anche se possiamo dire che il peggio era passato.
Così avvisò i propri genitori e poi la sorella. Quest’ultima saputolo sorrise e rimase felice.
Il giorno della partenza cadeva di venerdì. Faceva assai caldo già la mattina.
Francesco fatta la valigia, preparatosi velocemente, come ultima cosa accarezzava il cane Black, il suo piccolo grande amico a quattro zampe, che incuriosito gli saltava addosso, come affascinato da tutto quello che stava girando intorno al padrone.
Francesco :”- Ciao caro, a presto.-“: e sorprendentemente il cane abbaiò con tono festoso. A quel punto Il padrone lo scrutò attentamente e pensò dentro di sé che non tra non molto si sarebbero sicuramente rivisti. Ma nel cuore s’insinuava nonostante tutto una ferita piccola.
Chiamò un taxi per arrivare alla Stazione, che restava non lontano. In dieci minuti giunse alla Stazione e poi si mise in coda alla biglietteria. Il viaggio per raggiungere l’Isola cominciava alla stazione di V. dove Francesco si fermò una ventina di minuti; il tempo volò e arrivò il treno che lo avrebbe condotto al Porto. Per raggiungere l’isola da casa propria, il tempo necessario era di due ore di treno e mezz’ora di battello.
Con se stesso aveva già stabilito di non restare molto a casa del Professore, qualche giorno, meno di una settimana sicuramente. Si sentiva comunque sia felice e certamente non imbarazzato, si trattava di una decisione personale, caratterizzata da un anelito di trasformazione e maturazione interiore. Dettata dalla propria intelligenza, dalla propria curiosità . Intuiva che sicuramente avrebbe imparato qualcosa. Aveva chiarito con se stesso, che tutto quello che stava per accadere sarebbe stato giusto e quindi questa vicenda valeva la pena viverla, per quello che era.
Durante il viaggio in treno gli tornarono alla mente ricordi dell’infanzia, quando assieme ai genitori, trascorreva le ferie su di un’altra Isola, di cui però non ricordava il nome, ma dove vi erano sia il mare che la pineta.
Arrivò finalmente al Porto, dopo due ore trascorse anche a ricordare. S’imbarcò…
Appena salito sopra la nave, avvertì del malessere; perché ? Sopraggiunsero pensieri che apparivano spesso, nei momenti in cui cercava di realizzarsi, oppure nei casi in cui sperimentava qualcosa di diverso.
Tutto odorava d’ estate.
L’isola già si notava all’orizzonte. Ciò, vista dalla nave, appariva come fosse un quadro; la natura il pittore. Ma come mai la chiamavano Isola calma? A questa domanda Francesco, per adesso non sapeva rispondere. Chi lo sapeva? Si domandò.
Appena arrivato sull’Isola accortamente contattò con il cellulare immediatamente il grande Professore che, già l’aspettava felicissimo dell’evento; egli inviò un’amica a prendere il caro allievo, con la propria macchina, una vecchia cinquecento. Sorrise e rimase zitto.
Nel frattempo, Francesco si sedette su di una panchina, restando sempre nei pressi del Porto. Aspettava con tranquillità, fumando, ma non era nervoso; tutt’altro. Velocemente prese al bar un caffè e si distrasse da tutto, un attimo. Sentiva dentro se stesso una forte emozione. Ma ambiva andare avanti , superare anche gli ostacoli interiori, che già molto si erano presentati…
L’amica del Professore, in una trentina di minuti giunse al Porto e riconobbe Francesco dalla descrizione datagli dal Signor Gatti. I due si strinsero la mano calorosamente anche se non si conoscevano; ad entrambi brillarono gl’occhi, in quanto dettato dalla sensazione del momento. In quel momento non pronunciarono parole, solo qualche sguardo e intensa curiosità, reciproca.
In poco meno di mezz’ora, giunsero alla Villa dove abitava il Professore. Quest’ultimo già in là con l’età, portava un aspetto signorile; calmo, colto ed intelligente, aveva i capelli quasi tutti bianchi, ma manteneva comunque un aspetto giovanile. Ma quanti anni aveva? Sicuramente vicino ai settanta.
Nella vita aveva insegnato per molti anni ,senza mai essere eccessivamente severo; però dava molto agli alunni e in cambio pretendeva da loro, era stato molto amato, dagli studenti. Tra cui anche lo stesso Francesco ma certamente in molti lo ricordavano, anche adesso che non insegnava più.
Fatto sta che da un po’ di tempo aveva smesso di fumare, si ci era riuscito alla fine ma però in compenso mangiava dei cioccolatini; ne comprava molti e di vari tipi e in grande quantità, così che s’accumulavano lentamente sul tavolino del salotto, accanto alla televisione. Era un mucchietto che giustamente lui gustava quasi sempre, nel momento che guardava il mare, oppure quando seguiva programmi interessanti alla televisione, oppure quando leggeva o scriveva.
Abitava sull’isola dal momento che era venuto in pensione, ovvero da due anni.
Il luogo, la villa, risultava molto bella, sia per la zona ed anche per come l’edificio appariva curato. All’esterno rimaneva un grande giardino, idilliaco e l’ì il Signor Gatti trascorreva molto del suo tempo, leggendo, ammirando il paesaggio, addirittura meditando. Si divertiva ad osservare il mare, che a volte quieto e a volte arrabbiato, emanava sensazioni particolari, diffondeva energia; soprattutto d’inverno, quando non vi era nessuno, tranne la natura, compagna fedele d’ogni tempo; conversava interiormente con tutti, osservando il panorama, punto e basta.
Aveva ereditato la villa da un parente della mamma. Che fortuna, adesso era: ricco!
Francesco e Alfonso si rivedevano finalmente , così si presero fra le braccia e si baciarono affettuosamente. Fortissima l’emozione, i due si scambiarono molti sentimenti, in pochissimi attimi .
Del resto all’ allievo caddero stille di pianto ed anche Alfonso si commosse. Tutto ciò restava comprensibile, dopotutto.
Passato il momento dei saluti e dell’ emozione iniziale, cominciarono a parlare.
Inizialmente il Professore gli ricordò di non stare ancora bene, di avere avuto una forte influenza, ma di tenere comunque insieme ad altri, un breve Seminario sulla letteratura, incentrato sull’arte dello scrivere.
Inoltre insieme, ricordarono alcuni avvenimenti , accaduti a scuola. L’allievo l’ascoltava, rammentando dentro di sé quei momenti, quei giorni per riscoprirli nel presente. Poi il Professore, domandò :”-Ciao caro amico, hai fatto bene a raggiungermi. Sono sicuro che sei venuto qui anche per il Seminario, non è vero?-“.
Francesco :”- Volevo rivederla; sa lei una volta era il mio Professore d’italiano, e…e si il seminario deve essere molto interessante-“:
Subito dopo, all’allievo cominciarono a tremare un po’ le mani, agitato si guardava intorno.
La discussione tra i due divenne prolissa, cosi si narrarono cose del passato, rivivendole. Si ricordavano del primo giorno di scuola, delle interessanti lezioni del Gatti e della politica studentesca. Infine degli innamoramenti. Entrambi si ricordavano molto di quei tempi. Elencarono diversi avvenimenti.
Passato un attimo, facendo chiarezza , Francesco spiegò di avere dei dubbi riguardo se stesso, la propria vita. Fatalmente e senza vergogna o timore, gli mostrò le proprie poesie, scritte proprio in quest’ultimo periodo. Ed anche un paio di racconti. Si trattava di una quindicina di poesie e due racconti, che Francesco aveva scritto tempo prima, e che aveva portato con sé. Al Professore s’illuminarono gl’occhi e :”_Bello-“: esclamò con voce profonda, forte e maschile. Si percepiva subito la sua contentezza. Professore:”- Sicuramente li leggerò subito.-“: disse mentre li sfogliava. Curiosava in qua ed in là con lo sguardo, lasciando una tenera vibrazione nel cuore del vecchio allievo, che si intrecciava dentro di lui con il rumorio del forte vento, presente a volte sull’Isola.
Passarono due minuti e Alfonso decise di sedersi sul divano per cominciare a leggere attentamente e interamente il materiale. Era molto convinto e interessato. Dopotutto Francesco rimaneva un suo l’allievo, era di lui orgoglioso , senza dubbio.
Trascorsero quaranta minuti, di pieno silenzio; mentre il signor Gatti leggeva, dentro di sé silenziosamente e il più lentamente possibile, Francesco l’osservava senza parlare, contando con la mente i secondi, senza però distrarsi in pensieri lontani. Restava per adesso, sulle spine. Comprensibile, dopotutto.
Professore:”- Complimenti, hai fatto un bel lavoro. Anche se per adesso sei all’inizio, caro mio. Francamente devi insistere-.”. In realtà si trattava di lavori veramente, veramente carini. Poi Alfonso completò la lettura, con orgoglio. Così, in quel momento la signora del passaggio entrò nella stanza con del thè ; nel vassoio vi erano anche biscottini, caramelle e cioccolatini. Di vario tipo. Quest’ ultima aveva qualcosa di particolare, si notava quando camminava o sorrideva. Possedeva una forte femminilità e così attirava l’attenzione… Francesco l’osservava nei vari movimenti.
Lo sai disse il Professore, in un secondo momento, mi ha colpito molto la poesia “Solitudine” che è interessante ed il formidabile racconto “Riprese “. Che fantasia che possiedi, continua così caro mio…
I due continuarono a parlare, sorseggiando la bevanda che restava calda. Francesco:”- Si però, le spiego, ho bisogno di qualche consiglio …-“: Il Professore annuì con la testa, posò delicatamente sul tavolo la tazza del thè e volse lo sguardo indagatore sugl’occhi dell’amico. Lo fissò. Quest’ultimo restava al massimo interessato del giudizio dell’altro.
Alfonso:”- Sicuramente stai cercando la tua strada, che si svela magicamente davanti a te. Giorno dopo giorno, ora dopo ora, attimo dopo attimo. Secondo me, io l’ho sempre intuito: sei un’artista. Ma per adesso, ascoltami bene, lo sappiamo soltanto io e te. Comunque ti darò alcuni consigli, per aiutarti. Mi rimane a cuore quello che fai. Non lo sai, ancora ma ti devo comunque sia confessare che anche io da giovane avrei voluto diventare artista, sii pittore precisamente. Ma questo soltanto da giovane adolescente. In un secondo momento, da più grande ho scelto di dedicarmi all’insegnamento. Non ti dico altro.
Frequentai l’Università, con l’intento d’insegnare. Con il tempo, quella medesima occupazione diventò lo scopo principale della mia vita. Mai decisi di abbandonare il lavoro d’insegnante; rappresentava la mia ancora di salvezza, la sola via d’uscita alla tristezza ed assurdità della vita. Rimanevo attaccato alla professione come un ostrica allo scoglio. Ed è così infatti, che ci siamo incontrati: in un ‘aula della scuola. Ma da quel periodo da quei momenti già sono trascorsi due anni. Quel periodo, molto bello, non esiste più. È terminato, come del resto tutto; lo sai , purtroppo tutto finisce, devi capirlo. Noi stessi, la vita sulla terra ecc… tutti siamo destinati a scomparire. Pensaci bene., caro mio.”: Poi aggiunge, Professore :”- La vita, devi sapere è imprevedibile. La si deve accettare così come viene. Oggi non puoi sapere con certezza come staranno per noi le cose fra un anno. E non conviene nemmeno fare troppi ragionamenti. Però, ascolta il mio consiglio, secondo me l’arte, con tutte le sue caratteristiche e tipicità rappresenta l’unica certezza, come anche gli stessi affetti i sentimenti, anche se dobbiamo avere la chiave giusta per capirli…-“:
Francesco intanto l’ascoltava sempre più affascinato. Sapeva già che il Professore era un grande, ma in quei momenti vennero meno tutti i possibili dubbi. Dopo una nuova ma breve pausa di silenzio, il Prof. Continuò a parlare. :”- Sono sicuro che la tua strada sia certamente, quella dello scrittore; come prima cosa sono contento che in questi prossimi due giorni tu partecipi al Seminario, tenuto anche da me. Poi, il giovane:”- Sono tutto orecchie-“: Professore :”- Come prima cosa, ti consiglio vivamente di osservare la realtà. Si come ti consiglio adesso io. Disse così ed indicò il paesaggio che si notava dalla finestra della villa. Appariva, il mare. Francesco s’emozionò. Già aveva avvertito la bellezza del mare, ma gustava molto di più tutto ciò, tutto quello che lo circondava. Poi di nuovo, il Professore :”- Lo scrittore sostanzialmente deve esercitare se stesso al vuoto di pensiero; quindi alla meditazione.-“: A questo punto il Professore iniziò a tossire, dovuto forse alla discussione e la solita signora accorse con un bicchiere d’acqua. Si scusò vivamente. Poi riprese a parlare, con voce ancora più scolpita. In parole povere, per farla breve indicò, come cosa iniziale, all’amico, di ascoltare brani dei Pink Floyd, prima d’addormentarsi; questo valeva già come meditazione. Alfonso stesso amava molto il gruppo dei Pink Floyd, in tutti i loro cambiamenti, con le loro sfaccettature, restava musicalmente il suo gruppo preferito. Lo stesso Francesco amava e conosceva, quel gruppo.
Come ultima cosa gli descrisse con una metafora il lavoro dello scrittore, ovvero: un lavoro verso un fuoco ancora non spento del tutto, dove un qualsiasi essere umano soffia sopra affinché non si spenga definitivamente. Lì i legnetti sono ardenti e rossi dal calore, si sentono scricchiolii, continuamente. Rimangono sempre accesi, emanando un leggerissimo calore.

L’allievo ponderò sopra le parole del Signor Gatti, per una mezz’oretta, osservando il mare, come si fa con un consiglio che viene dal cuore di una persona che molto si stima.
Francesco pernottò lì.
Il primo giorno sull’isola era terminato. Si trattava di una giornata vissuta all’insegna dei ricordi e caratterizzata da alcuni consigli. Nella seconda giornata, la prima e importante cosa che svolse Francesco era il breve Seminario incentrato sull’arte dello scrivere. Anche da lì, sicuramente sarebbero nate cose assai interessanti.
Durante il tanto desiderato Seminario, lo sguardo di Francesco si posava su di una giovanissima ragazza. Infatti appena entrato nello stanzone della Villa, fra l’altro ampio e ben arredato, notava immediatamente Elena mentre il breve corso cominciava, finalmente.
Ad un certo momento anche Elena, resasi conto di essere guardata, fissò da lontano il giovane . Anche se erano trascorsi soltanto pochi minuti, i loro cuori rimanevano già vicini, entrambi vibravano e desideravano così conoscersi.
Durante il primo giorno vennero analizzati vari scrittori: Herman Hesse, Italo Svevo, Zolà, Dostoyeskyvc. L’attenzione e la concentrazione di tutti rimaneva al massimo; tutto restava bellissimo.
Durante la pausa, Francesco si presentò ad Elena. Lo fece spontaneamente, senza darsi molte arie. La giovane però addirittura arrossì.
Anche Elena era stata allieva del Professor Gatti. Ma con Francesco fino ad adesso non si erano ancora conosciuti, perché lei era di qualche anno più grande.
Terminata la pausa, la presentazione, riprese il Seminario. Intanto il corso stava diventando ancora più interessante. Adesso gli autori presi in considerazione furono: Camus, Sartre e Calvino. Giunse il momento dell’intervento del Signor Gatti, che affascinò tutti e non poco. Nonostante l’influenza avuta e passata da pochi giorni, riuscì a fare un’interessantissimo intervento.
La parte finale, tenuta lo stesso dal caro Professore restava dedicata alle “Lezioni Americane “ di Italo Calvino. I partecipanti si concentrarono molto. Alla fine gli allievi stessi scrissero un qualcosa, poi il Seminario si concluse.
Ad un certo momento, un allievo tirò fuori dalla custodia una chitarra folk e cominciò a suonare pezzi dei mitici Pink Floyd. Inizialmente suscitò curiosità, tutti ascoltavano attentamente, commovendosi. Li stessi Francesco ed Elena si commossero, per varì motivi. Tutto era bellissimo: il luogo, il Professore, gli autori trattati al Seminario, la loro nuova conoscenza, la musica.
Tra loro due intanto stava nascendo una relazione vera e propria.
Passarono le quattro ore di seminario e dopo il ricco proprietario fece visitare all’amico, attentamente la villa. Mentre visitavano la casa, Francesco ebbe modo di riparlare con il vecchio insegnante. Francesco:” Sono colpito dai tuoi consigli e ti ringrazio per le parole d’incoraggiamento.-“: il Professore rimase incantato davanti a tanta ammirazione.
Poi continuarono la gita che durò più di un’ora perché l’abitazione rimaneva assai grande. Insieme a loro vi era naturalmente la stessa Elena. A lei brillavano gl’occhi dalla felicità. La costruzione bellissima, antica ma rifatta esternamente, manteneva un aspetto importante anche all’interno. Lì erano presenti addirittura anche alcuni affreschi, di periodo Rococò. Uno rimaneva da restaurare. Ma per fare ciò occorrevano molti soldi. Francesco diventava sempre più entusiasta, lentamente con il trascorrere del tempo.
Alla villa apparteneva anche un bellissimo giardino, con una piccola vasca rotonda con dentro alcuni pesciolini e anche due tartarughe. Quest’ultime incuriosivano molto gli ospiti. ( Ma perché ?)Francesco, come capitava spesso a tutti gl’ospiti della dimora, attraversò per intero la piccola piscina con lo sguardo, fissando leggermente le tartarughe. La luce del sole estivo si rifletteva sull’acqua, creava eccentrici colori.
Sempre durante la seconda giornata, i due comunque sia, scesero sul mare, che si trovava anche proprio sotto la villa.
Per giungerci si doveva scendere delle scalette. Vi restarono tutto il primo pomeriggio; discutendo.
In lontananza si avvistavano sia yacht che navi da carico. L’allievo, incuriosito domandò al Signor Gatti da dove provenisse il termine Isola Calma. Ma purtroppo anche il Professore non era in grado di saperlo. Entrambi rimasero ignoranti, si guardarono però a lungo, parlando pur restando in silenzio.
Venne nuovamente la notte.
Il giorno successivo, ovvero il terzo, non accadde nient’altro di rilevante. A parte la solita passione per alcuni argomenti e l’attenzione verso la bellezza della vita sull’isola.
Oramai anche il Seminario era terminato, così giunse il momento di ripartire, di tornare a casa. Francesco comunque sia, rimaneva contento di aver rivisto il caro, grande Professore e di aver ricevuto da lui, consigli. Inoltre il suo cuore già pulsava enormemente per Elena. Adesso appariva più chiara la strada della vita da percorrere, venivano meno i soliti dubbi. Si sentiva assai incoraggiato. Si trattava di un percorso bello,anche se lungo e difficile. C’è da sottolineare che, Il Professore, poi dopotutto restava contentissimo e orgoglioso di lui. Quest’ultimo, lo salutò vivamente, poi s’affacciò alla finestra per vederlo scomparire all’orizzonte, mentre lui s’avvicinava al Porto.
Ma si sarebbero nuovamente rivisti? Quale sarebbe stato il loro destino? E la relazione con Elena, appena cominciata? Francesco sarebbe veramente diventato scrittore? Tante restavano le domande che Francesco si poneva.
Al ritorno, mentre si trovava sul battello, apparve come raramente soltanto avviene, un tramonto eccezionale. All’orizzonte l’isola rimaneva avvolta a ovest da un rosa bordeau poi man mano che l’oscurità cresceva, tutto sembrava sfumare, prima il rosa, poi il celeste e l’arancione, poi il grigiore. Infine il buio. Loro due si tenevano per mano.
L’aspirante poeta affascinato da tanta bellezza, scattò una foto ad Elena ed allo stesso panorama.
Come il paesaggio emanava tanto splendore, anche dentro Francesco la vena artistica sembrava prevalere sul resto. Si sedette in una poltroncina all’aperto, in prossimità della prua; rimase in silenzio. Il mare, le poesie e il ricordo del Professore comunicavano sensazioni per il suo cuore e per tutti.