Il professore sull’isola

di Michele Ceri

Faceva caldo. Era l’inizio dell’estate.
Francesco sonnecchiava ancora, ore : otto del mattino.
Ad un certo punto suonò il campanello , che interruppe istantaneamente quel po’ di silenzio che ancora vigeva. Francesco velocemente scese dal letto e rispose al citofono. Si trattava del postino. Subito dopo, si vestì, scese le scale, per ritirare una lettera. Apprese subito, guardando la busta che Il mittente era nientemeno che il suo vecchio Professore di lettere, delle superiori: Alfonso Gatti. L’allievo rimase emozionatissimo, per vari motivi. Ancor prima di aprire e leggere la lettera, venne preso da un grande senso di felicità, perché era tanto che non aveva più rapporti di nessun tipo con l’insegnante. Già da due anni, per essere precisi.
Tornato nell’appartamento, salutato il postino, passarono alcuni secondi, caratterizzati dall’enfasi, poi Francesco, anche se emozionato aprì la busta e iniziò a leggere il contenuto.
Leggendo veniva fuori che il Professore non stava fisicamente bene, che inoltre era contento se Francesco lo fosse andato a trovare. Specificava che adesso viveva su di un’isola, soprannominata Isola Calma.
Inoltre fece presente all’allievo che proprio lì sull’Isola si sarebbe tenuto un interessantissimo Seminario, che trattava di letteratura… si, nello specifico dell’arte dello scrivere. Lo stesso Alfonso vi avrebbe partecipato, come insegnante. Francesco si domandò :” Però, interessante !-.:”
Il pensiero di lui, volò immediatamente proprio sul luogo dove adesso viveva il caro Professore; ovvero l’ Isola calma. Tale nome l’aveva già molto incuriosito. Isola calma: così veniva chiamata da sempre; si scorgeva all’orizzonte, anche dalla terra ferma. Non grandissima di dimensione, emanava eppure un forte senso di tranquillità appunto, proprio per la sua bellezza e soprattutto perché vi era molta vegetazione e la spiaggia appariva sotto delle scogliere. Dai faraglioni la vista era eccezionale: s’assisteva ai giochi del mare. La calma era solamente apparente..
Quest’ultima ospitava il famoso Professore, che era stato anni prima insegnante di Francesco stesso.
Dopo aver letto la missiva, Francesco guardava un attimo l’orologio , poi sporse la testa alla finestra; notava un panorama bellissimo, il sole già sorto, nuvole sparse, cielo limpido. Il tempo era già abbondantemente entrato nella stagione estiva, in tutti gli aspetti e fra non molto sarebbe arrivato il caldo torrido, almeno stando ai metereologi. Ma questo impauriva lo stesso Francesco, anche perché in quelle circostanze aumentavano le sensazioni negative e il tempo passava più lentamente, lasciando spazio ad eccessivi ragionamenti.
Nei seguenti giorni Francesco si trovò a riflettere, sia su quanto affermato nella lettera che sul rapporto avuto anni prima con l’insegnante. L’idea inoltre del seminario lo aveva molto colpito anche perché lui stesso amava la letteratura. Ovvero sia leggere ma anche scrivere; soprattutto scrivere. Era curioso dell’invito.
Scese la notte…
Prima ancora che fosse trascorsa una settimana dal ricevimento della lettera, Francesco decise di recarsi sull’Isola; sia per andare a trovare il caro Professore, che come specificato nella missiva aveva avuto una forte influenza, che per partecipare al Seminario. Voleva molto bene al Signor Gatti e l’intristiva molto che in questo periodo non stesse proprio benissimo; anche se possiamo dire che il peggio era passato.
Così avvisò i propri genitori e poi la sorella. Quest’ultima saputolo sorrise e rimase felice.
Il giorno della partenza cadeva di venerdì. Faceva assai caldo già la mattina.
Francesco fatta la valigia, preparatosi velocemente, come ultima cosa accarezzava il cane Black, il suo piccolo grande amico a quattro zampe, che incuriosito gli saltava addosso, come affascinato da tutto quello che stava girando intorno al padrone.
Francesco :”- Ciao caro, a presto.-“: e sorprendentemente il cane abbaiò con tono festoso. A quel punto Il padrone lo scrutò attentamente e pensò dentro di sé che non tra non molto si sarebbero sicuramente rivisti. Ma nel cuore s’insinuava nonostante tutto una ferita piccola.
Chiamò un taxi per arrivare alla Stazione, che restava non lontano. In dieci minuti giunse alla Stazione e poi si mise in coda alla biglietteria. Il viaggio per raggiungere l’Isola cominciava alla stazione di V. dove Francesco si fermò una ventina di minuti; il tempo volò e arrivò il treno che lo avrebbe condotto al Porto. Per raggiungere l’isola da casa propria, il tempo necessario era di due ore di treno e mezz’ora di battello.
Con se stesso aveva già stabilito di non restare molto a casa del Professore, qualche giorno, meno di una settimana sicuramente. Si sentiva comunque sia felice e certamente non imbarazzato, si trattava di una decisione personale, caratterizzata da un anelito di trasformazione e maturazione interiore. Dettata dalla propria intelligenza, dalla propria curiosità . Intuiva che sicuramente avrebbe imparato qualcosa. Aveva chiarito con se stesso, che tutto quello che stava per accadere sarebbe stato giusto e quindi questa vicenda valeva la pena viverla, per quello che era.
Durante il viaggio in treno gli tornarono alla mente ricordi dell’infanzia, quando assieme ai genitori, trascorreva le ferie su di un’altra Isola, di cui però non ricordava il nome, ma dove vi erano sia il mare che la pineta.
Arrivò finalmente al Porto, dopo due ore trascorse anche a ricordare. S’imbarcò…
Appena salito sopra la nave, avvertì del malessere; perché ? Sopraggiunsero pensieri che apparivano spesso, nei momenti in cui cercava di realizzarsi, oppure nei casi in cui sperimentava qualcosa di diverso.
Tutto odorava d’ estate.
L’isola già si notava all’orizzonte. Ciò, vista dalla nave, appariva come fosse un quadro; la natura il pittore. Ma come mai la chiamavano Isola calma? A questa domanda Francesco, per adesso non sapeva rispondere. Chi lo sapeva? Si domandò.
Appena arrivato sull’Isola accortamente contattò con il cellulare immediatamente il grande Professore che, già l’aspettava felicissimo dell’evento; egli inviò un’amica a prendere il caro allievo, con la propria macchina, una vecchia cinquecento. Sorrise e rimase zitto.
Nel frattempo, Francesco si sedette su di una panchina, restando sempre nei pressi del Porto. Aspettava con tranquillità, fumando, ma non era nervoso; tutt’altro. Velocemente prese al bar un caffè e si distrasse da tutto, un attimo. Sentiva dentro se stesso una forte emozione. Ma ambiva andare avanti , superare anche gli ostacoli interiori, che già molto si erano presentati…
L’amica del Professore, in una trentina di minuti giunse al Porto e riconobbe Francesco dalla descrizione datagli dal Signor Gatti. I due si strinsero la mano calorosamente anche se non si conoscevano; ad entrambi brillarono gl’occhi, in quanto dettato dalla sensazione del momento. In quel momento non pronunciarono parole, solo qualche sguardo e intensa curiosità, reciproca.
In poco meno di mezz’ora, giunsero alla Villa dove abitava il Professore. Quest’ultimo già in là con l’età, portava un aspetto signorile; calmo, colto ed intelligente, aveva i capelli quasi tutti bianchi, ma manteneva comunque un aspetto giovanile. Ma quanti anni aveva? Sicuramente vicino ai settanta.
Nella vita aveva insegnato per molti anni ,senza mai essere eccessivamente severo; però dava molto agli alunni e in cambio pretendeva da loro, era stato molto amato, dagli studenti. Tra cui anche lo stesso Francesco ma certamente in molti lo ricordavano, anche adesso che non insegnava più.
Fatto sta che da un po’ di tempo aveva smesso di fumare, si ci era riuscito alla fine ma però in compenso mangiava dei cioccolatini; ne comprava molti e di vari tipi e in grande quantità, così che s’accumulavano lentamente sul tavolino del salotto, accanto alla televisione. Era un mucchietto che giustamente lui gustava quasi sempre, nel momento che guardava il mare, oppure quando seguiva programmi interessanti alla televisione, oppure quando leggeva o scriveva.
Abitava sull’isola dal momento che era venuto in pensione, ovvero da due anni.
Il luogo, la villa, risultava molto bella, sia per la zona ed anche per come l’edificio appariva curato. All’esterno rimaneva un grande giardino, idilliaco e l’ì il Signor Gatti trascorreva molto del suo tempo, leggendo, ammirando il paesaggio, addirittura meditando. Si divertiva ad osservare il mare, che a volte quieto e a volte arrabbiato, emanava sensazioni particolari, diffondeva energia; soprattutto d’inverno, quando non vi era nessuno, tranne la natura, compagna fedele d’ogni tempo; conversava interiormente con tutti, osservando il panorama, punto e basta.
Aveva ereditato la villa da un parente della mamma. Che fortuna, adesso era: ricco!
Francesco e Alfonso si rivedevano finalmente , così si presero fra le braccia e si baciarono affettuosamente. Fortissima l’emozione, i due si scambiarono molti sentimenti, in pochissimi attimi .
Del resto all’ allievo caddero stille di pianto ed anche Alfonso si commosse. Tutto ciò restava comprensibile, dopotutto.
Passato il momento dei saluti e dell’ emozione iniziale, cominciarono a parlare.
Inizialmente il Professore gli ricordò di non stare ancora bene, di avere avuto una forte influenza, ma di tenere comunque insieme ad altri, un breve Seminario sulla letteratura, incentrato sull’arte dello scrivere.
Inoltre insieme, ricordarono alcuni avvenimenti , accaduti a scuola. L’allievo l’ascoltava, rammentando dentro di sé quei momenti, quei giorni per riscoprirli nel presente. Poi il Professore, domandò :”-Ciao caro amico, hai fatto bene a raggiungermi. Sono sicuro che sei venuto qui anche per il Seminario, non è vero?-“.
Francesco :”- Volevo rivederla; sa lei una volta era il mio Professore d’italiano, e…e si il seminario deve essere molto interessante-“:
Subito dopo, all’allievo cominciarono a tremare un po’ le mani, agitato si guardava intorno.
La discussione tra i due divenne prolissa, cosi si narrarono cose del passato, rivivendole. Si ricordavano del primo giorno di scuola, delle interessanti lezioni del Gatti e della politica studentesca. Infine degli innamoramenti. Entrambi si ricordavano molto di quei tempi. Elencarono diversi avvenimenti.
Passato un attimo, facendo chiarezza , Francesco spiegò di avere dei dubbi riguardo se stesso, la propria vita. Fatalmente e senza vergogna o timore, gli mostrò le proprie poesie, scritte proprio in quest’ultimo periodo. Ed anche un paio di racconti. Si trattava di una quindicina di poesie e due racconti, che Francesco aveva scritto tempo prima, e che aveva portato con sé. Al Professore s’illuminarono gl’occhi e :”_Bello-“: esclamò con voce profonda, forte e maschile. Si percepiva subito la sua contentezza. Professore:”- Sicuramente li leggerò subito.-“: disse mentre li sfogliava. Curiosava in qua ed in là con lo sguardo, lasciando una tenera vibrazione nel cuore del vecchio allievo, che si intrecciava dentro di lui con il rumorio del forte vento, presente a volte sull’Isola.
Passarono due minuti e Alfonso decise di sedersi sul divano per cominciare a leggere attentamente e interamente il materiale. Era molto convinto e interessato. Dopotutto Francesco rimaneva un suo l’allievo, era di lui orgoglioso , senza dubbio.
Trascorsero quaranta minuti, di pieno silenzio; mentre il signor Gatti leggeva, dentro di sé silenziosamente e il più lentamente possibile, Francesco l’osservava senza parlare, contando con la mente i secondi, senza però distrarsi in pensieri lontani. Restava per adesso, sulle spine. Comprensibile, dopotutto.
Professore:”- Complimenti, hai fatto un bel lavoro. Anche se per adesso sei all’inizio, caro mio. Francamente devi insistere-.”. In realtà si trattava di lavori veramente, veramente carini. Poi Alfonso completò la lettura, con orgoglio. Così, in quel momento la signora del passaggio entrò nella stanza con del thè ; nel vassoio vi erano anche biscottini, caramelle e cioccolatini. Di vario tipo. Quest’ ultima aveva qualcosa di particolare, si notava quando camminava o sorrideva. Possedeva una forte femminilità e così attirava l’attenzione… Francesco l’osservava nei vari movimenti.
Lo sai disse il Professore, in un secondo momento, mi ha colpito molto la poesia “Solitudine” che è interessante ed il formidabile racconto “Riprese “. Che fantasia che possiedi, continua così caro mio…
I due continuarono a parlare, sorseggiando la bevanda che restava calda. Francesco:”- Si però, le spiego, ho bisogno di qualche consiglio …-“: Il Professore annuì con la testa, posò delicatamente sul tavolo la tazza del thè e volse lo sguardo indagatore sugl’occhi dell’amico. Lo fissò. Quest’ultimo restava al massimo interessato del giudizio dell’altro.
Alfonso:”- Sicuramente stai cercando la tua strada, che si svela magicamente davanti a te. Giorno dopo giorno, ora dopo ora, attimo dopo attimo. Secondo me, io l’ho sempre intuito: sei un’artista. Ma per adesso, ascoltami bene, lo sappiamo soltanto io e te. Comunque ti darò alcuni consigli, per aiutarti. Mi rimane a cuore quello che fai. Non lo sai, ancora ma ti devo comunque sia confessare che anche io da giovane avrei voluto diventare artista, sii pittore precisamente. Ma questo soltanto da giovane adolescente. In un secondo momento, da più grande ho scelto di dedicarmi all’insegnamento. Non ti dico altro.
Frequentai l’Università, con l’intento d’insegnare. Con il tempo, quella medesima occupazione diventò lo scopo principale della mia vita. Mai decisi di abbandonare il lavoro d’insegnante; rappresentava la mia ancora di salvezza, la sola via d’uscita alla tristezza ed assurdità della vita. Rimanevo attaccato alla professione come un ostrica allo scoglio. Ed è così infatti, che ci siamo incontrati: in un ‘aula della scuola. Ma da quel periodo da quei momenti già sono trascorsi due anni. Quel periodo, molto bello, non esiste più. È terminato, come del resto tutto; lo sai , purtroppo tutto finisce, devi capirlo. Noi stessi, la vita sulla terra ecc… tutti siamo destinati a scomparire. Pensaci bene., caro mio.”: Poi aggiunge, Professore :”- La vita, devi sapere è imprevedibile. La si deve accettare così come viene. Oggi non puoi sapere con certezza come staranno per noi le cose fra un anno. E non conviene nemmeno fare troppi ragionamenti. Però, ascolta il mio consiglio, secondo me l’arte, con tutte le sue caratteristiche e tipicità rappresenta l’unica certezza, come anche gli stessi affetti i sentimenti, anche se dobbiamo avere la chiave giusta per capirli…-“:
Francesco intanto l’ascoltava sempre più affascinato. Sapeva già che il Professore era un grande, ma in quei momenti vennero meno tutti i possibili dubbi. Dopo una nuova ma breve pausa di silenzio, il Prof. Continuò a parlare. :”- Sono sicuro che la tua strada sia certamente, quella dello scrittore; come prima cosa sono contento che in questi prossimi due giorni tu partecipi al Seminario, tenuto anche da me. Poi, il giovane:”- Sono tutto orecchie-“: Professore :”- Come prima cosa, ti consiglio vivamente di osservare la realtà. Si come ti consiglio adesso io. Disse così ed indicò il paesaggio che si notava dalla finestra della villa. Appariva, il mare. Francesco s’emozionò. Già aveva avvertito la bellezza del mare, ma gustava molto di più tutto ciò, tutto quello che lo circondava. Poi di nuovo, il Professore :”- Lo scrittore sostanzialmente deve esercitare se stesso al vuoto di pensiero; quindi alla meditazione.-“: A questo punto il Professore iniziò a tossire, dovuto forse alla discussione e la solita signora accorse con un bicchiere d’acqua. Si scusò vivamente. Poi riprese a parlare, con voce ancora più scolpita. In parole povere, per farla breve indicò, come cosa iniziale, all’amico, di ascoltare brani dei Pink Floyd, prima d’addormentarsi; questo valeva già come meditazione. Alfonso stesso amava molto il gruppo dei Pink Floyd, in tutti i loro cambiamenti, con le loro sfaccettature, restava musicalmente il suo gruppo preferito. Lo stesso Francesco amava e conosceva, quel gruppo.
Come ultima cosa gli descrisse con una metafora il lavoro dello scrittore, ovvero: un lavoro verso un fuoco ancora non spento del tutto, dove un qualsiasi essere umano soffia sopra affinché non si spenga definitivamente. Lì i legnetti sono ardenti e rossi dal calore, si sentono scricchiolii, continuamente. Rimangono sempre accesi, emanando un leggerissimo calore.

L’allievo ponderò sopra le parole del Signor Gatti, per una mezz’oretta, osservando il mare, come si fa con un consiglio che viene dal cuore di una persona che molto si stima.
Francesco pernottò lì.
Il primo giorno sull’isola era terminato. Si trattava di una giornata vissuta all’insegna dei ricordi e caratterizzata da alcuni consigli. Nella seconda giornata, la prima e importante cosa che svolse Francesco era il breve Seminario incentrato sull’arte dello scrivere. Anche da lì, sicuramente sarebbero nate cose assai interessanti.
Durante il tanto desiderato Seminario, lo sguardo di Francesco si posava su di una giovanissima ragazza. Infatti appena entrato nello stanzone della Villa, fra l’altro ampio e ben arredato, notava immediatamente Elena mentre il breve corso cominciava, finalmente.
Ad un certo momento anche Elena, resasi conto di essere guardata, fissò da lontano il giovane . Anche se erano trascorsi soltanto pochi minuti, i loro cuori rimanevano già vicini, entrambi vibravano e desideravano così conoscersi.
Durante il primo giorno vennero analizzati vari scrittori: Herman Hesse, Italo Svevo, Zolà, Dostoyeskyvc. L’attenzione e la concentrazione di tutti rimaneva al massimo; tutto restava bellissimo.
Durante la pausa, Francesco si presentò ad Elena. Lo fece spontaneamente, senza darsi molte arie. La giovane però addirittura arrossì.
Anche Elena era stata allieva del Professor Gatti. Ma con Francesco fino ad adesso non si erano ancora conosciuti, perché lei era di qualche anno più grande.
Terminata la pausa, la presentazione, riprese il Seminario. Intanto il corso stava diventando ancora più interessante. Adesso gli autori presi in considerazione furono: Camus, Sartre e Calvino. Giunse il momento dell’intervento del Signor Gatti, che affascinò tutti e non poco. Nonostante l’influenza avuta e passata da pochi giorni, riuscì a fare un’interessantissimo intervento.
La parte finale, tenuta lo stesso dal caro Professore restava dedicata alle “Lezioni Americane “ di Italo Calvino. I partecipanti si concentrarono molto. Alla fine gli allievi stessi scrissero un qualcosa, poi il Seminario si concluse.
Ad un certo momento, un allievo tirò fuori dalla custodia una chitarra folk e cominciò a suonare pezzi dei mitici Pink Floyd. Inizialmente suscitò curiosità, tutti ascoltavano attentamente, commovendosi. Li stessi Francesco ed Elena si commossero, per varì motivi. Tutto era bellissimo: il luogo, il Professore, gli autori trattati al Seminario, la loro nuova conoscenza, la musica.
Tra loro due intanto stava nascendo una relazione vera e propria.
Passarono le quattro ore di seminario e dopo il ricco proprietario fece visitare all’amico, attentamente la villa. Mentre visitavano la casa, Francesco ebbe modo di riparlare con il vecchio insegnante. Francesco:” Sono colpito dai tuoi consigli e ti ringrazio per le parole d’incoraggiamento.-“: il Professore rimase incantato davanti a tanta ammirazione.
Poi continuarono la gita che durò più di un’ora perché l’abitazione rimaneva assai grande. Insieme a loro vi era naturalmente la stessa Elena. A lei brillavano gl’occhi dalla felicità. La costruzione bellissima, antica ma rifatta esternamente, manteneva un aspetto importante anche all’interno. Lì erano presenti addirittura anche alcuni affreschi, di periodo Rococò. Uno rimaneva da restaurare. Ma per fare ciò occorrevano molti soldi. Francesco diventava sempre più entusiasta, lentamente con il trascorrere del tempo.
Alla villa apparteneva anche un bellissimo giardino, con una piccola vasca rotonda con dentro alcuni pesciolini e anche due tartarughe. Quest’ultime incuriosivano molto gli ospiti. ( Ma perché ?)Francesco, come capitava spesso a tutti gl’ospiti della dimora, attraversò per intero la piccola piscina con lo sguardo, fissando leggermente le tartarughe. La luce del sole estivo si rifletteva sull’acqua, creava eccentrici colori.
Sempre durante la seconda giornata, i due comunque sia, scesero sul mare, che si trovava anche proprio sotto la villa.
Per giungerci si doveva scendere delle scalette. Vi restarono tutto il primo pomeriggio; discutendo.
In lontananza si avvistavano sia yacht che navi da carico. L’allievo, incuriosito domandò al Signor Gatti da dove provenisse il termine Isola Calma. Ma purtroppo anche il Professore non era in grado di saperlo. Entrambi rimasero ignoranti, si guardarono però a lungo, parlando pur restando in silenzio.
Venne nuovamente la notte.
Il giorno successivo, ovvero il terzo, non accadde nient’altro di rilevante. A parte la solita passione per alcuni argomenti e l’attenzione verso la bellezza della vita sull’isola.
Oramai anche il Seminario era terminato, così giunse il momento di ripartire, di tornare a casa. Francesco comunque sia, rimaneva contento di aver rivisto il caro, grande Professore e di aver ricevuto da lui, consigli. Inoltre il suo cuore già pulsava enormemente per Elena. Adesso appariva più chiara la strada della vita da percorrere, venivano meno i soliti dubbi. Si sentiva assai incoraggiato. Si trattava di un percorso bello,anche se lungo e difficile. C’è da sottolineare che, Il Professore, poi dopotutto restava contentissimo e orgoglioso di lui. Quest’ultimo, lo salutò vivamente, poi s’affacciò alla finestra per vederlo scomparire all’orizzonte, mentre lui s’avvicinava al Porto.
Ma si sarebbero nuovamente rivisti? Quale sarebbe stato il loro destino? E la relazione con Elena, appena cominciata? Francesco sarebbe veramente diventato scrittore? Tante restavano le domande che Francesco si poneva.
Al ritorno, mentre si trovava sul battello, apparve come raramente soltanto avviene, un tramonto eccezionale. All’orizzonte l’isola rimaneva avvolta a ovest da un rosa bordeau poi man mano che l’oscurità cresceva, tutto sembrava sfumare, prima il rosa, poi il celeste e l’arancione, poi il grigiore. Infine il buio. Loro due si tenevano per mano.
L’aspirante poeta affascinato da tanta bellezza, scattò una foto ad Elena ed allo stesso panorama.
Come il paesaggio emanava tanto splendore, anche dentro Francesco la vena artistica sembrava prevalere sul resto. Si sedette in una poltroncina all’aperto, in prossimità della prua; rimase in silenzio. Il mare, le poesie e il ricordo del Professore comunicavano sensazioni per il suo cuore e per tutti.

GENEALOGIA FUTURA

Un  racconto di Michele Ceri

1) Una colonia lontano lontano.

Era l’anno 2065 e fuori faceva molto freddo, anzi si gelava. John era appena tornato a casa dopo una mattinata piena di lavoro, svolgeva la professione di giornalista come il nonno e si occupava soprattutto di politica. Appena entrato in casa godette immediatamente dei comfort dell’abitazione; adesso tutto era computerizzato, anche nella sua. Appena una persona entrava si accendevano le due luci centrali del corridoio, poi il salotto stesso veniva immediatamente illuminato e al centro vi era un pannello sul quale apparivano immagini inerenti alla natura. John sbadigliò per un attimo, poi prese il telecomando e accese lo stereo. Si cominciò a sentire le note di un pezzo di musica classica, probabilmente Bach. Si sedette sulla poltrona più larga della stanza e cominciò a leggere attentamente il giornale. Era rilassatissimo. Dopo poco arrivò sua moglie maestra elementare, aiutata nel lavoro comunque dall’ innovazioni tecnologiche. I due si salutarono e si baciarono calorosamente sino ad abbracciarsi. Jane- come va, tutto bene? John- Si va tutto bene e te invece? Lei annuì con la testa. Cominciò a preparare la cena; la cucina stessa era computerizzata. Ecco che mise a bollire un po’ d’acqua per la pastasciutta e accese un grosso fornello dove sistemò una teglia per cucinare la carne. Preparò poi un po’ d’insalata. Intanto erano già rientrati nel tardo pomeriggio anche i loro due figli: un ragazzino di dieci anni e una bambina di sei. Rispettivamente facevano l’uno la prima media, l’altra la seconda elementare.

Tutti riuniti cenarono. Il babbo raccontava alla mamma delle ultime elezioni ovvero quelle di medio termine. Pareva fosse riconfermato il candidato democratico e questo rendeva contento il giornalista.

Dopo la cena i genitori accompagnarono i due bambini a letto nella loro stanza e il babbo rimase un po’ lì con loro. Si mise a leggerli un po’ la bibbia. Poi i due s’addormentarono.

La loro era proprio una bella famiglia. Si volevano reciprocamente molto bene.

Se non che, il padre John venne a sapere una cosa molto curiosa dal suo capoufficio riguardante la creazione definitiva delle colonie su Marte; già esistevano delle colonie su Marte, ma non erano ancora state sperimentate del tutto. A lui veniva chiesto di lavorare come giornalista su Marte. Quindi si sarebbe trasferito lì con tutta la famiglia, per un periodo, si un periodo… di tale decisione, la moglie inizialmente era titubante, ciò si può comprendere facilmente poi l’avventuroso viaggio affascinò anche lei. I piccoli per adesso non sapevano niente. Nessuno li aveva informati per precauzione, perché non si agitassero troppo.

La vita per adesso continuava tranquillamente, però più il tempo trascorreva più i due genitori erano decisi a compiere il viaggio. Non sapevano però ancora per quanto tempo sarebbero rimasti su Marte e le loro vite sicuramente sarebbero cambiate. Ma la cosa era attuabile. La cosa più interessante riguardava il lavoro di giornalista che John avrebbe svolto proprio su Marte e che probabilmente sarebbe stato più intrepido rispetto al corrispettivo sulla terra, almeno per un periodo.

2) I ricordi e l’ultimo periodo.

A volte succedeva che John parlasse ai propri figli di suo babbo, che scriveva romanzi gialli e anche di suo nonno che era giornalista. Quando il babbo narrava ai figli le vicende del babbo e del nonno loro erano molto felici; si divertivano ad ascoltare le avventure del bisnonno che scriveva sui giornali articoli dalla parte dei neri e del loro nonno che passava il tempo narrando storie intricate. :”- A che età è morto il nostro nonno?-“: Domandavano a volte i piccoli presi da un’infinita curiosità. Soprattutto la piccola si emozionava moltissimo davanti ai racconti e a volte, commossa, piangeva anche.

Il 20 ottobre 2065 era nientemeno che il compleanno della piccola L., che avrebbe compiuto sette anni. Contentissima, volle in tutte le maniere fare una festa. Così i genitori decisero di organizzare un rinfresco con tanta roba da mangiare. L. invitò moltissimi compagni di classe e amici e alla festa partecipò naturalmente anche il fratello maggiore. Arrivò il momento della torta e delle candeline. Poi uscirono tutti nel giardino dove si misero a guardare le stelle. Che emozione!!!

Intanto, passato un po’ di tempo dalla festa di compleanno, il babbo aveva comprato dei libri e delle riviste riguardanti le colonie su Marte, che leggeva appassionatamente nei momenti di relax. Si faceva una cultura in merito. Veniva attratto ed incuriosito specialmente dall’ attività sportive e ricreative che i coloni svolgevano durante l’anno. Ad esempio il gioco del calcio, del ping pong, oppure quello delle carte. I coloni erano tutti ex cittadini americani. La cosa ingelosiva molti governi del mondo che però su questo aspetto si trovavano molto più indietro degli Stati Uniti stessi . La Russia stava studiando qualcosa di simile da attuare però sulla Luna. A volte John s’interrogava sull’esistenza o meno degli extraterrestri; infatti sia nei libri che sulle riviste non si parlava affatto di quest’ultimi.

Il secondo figlio di John e Jane si chiamava G. . Accadde che quest’ultimo litigò con un compagno di scuola, dopo una partitella a calcio. Lui ed il suo amico si offesero a parole e anche si colpirono fisicamente. Quando G. tornò a casa restava segnato sulla fronte da un graffio e aveva qualche livido. Quando lo vide, il babbo venne preso da un’ansia tremenda e per qualche decina di secondi balbettò. Poi i due s’abbracciarono calorosamente. Il giornalista lo medicò lui stesso e velocemente. Ecco che dopo un’ ora rincasò anche la madre stessa , che rimase piuttosto impressionata dell’accaduto ma non disse niente.

Dopo un po’ di tempo, anche i piccoli vennero messi al corrente del viaggio e della permanenza sul pianeta rosso. Più che i giorni trascorrevano più la voglia di partire aumentava. I figli di John stavano discretamente, s’impegnavano a scuola e si divertivano. Anche la mamma era contenta e soddisfatta. Ma tutti, comunque sia erano contenti della possibilità di cambiare abitazione. Il babbo era molto documentato in merito. Leggeva continuamente saggi sul’argomento. Si sarebbe trattato di un’avventura da sperimentare. Allargare il campo lavorativo alle colonie: una bell’ impresa. Trascorse già alcune settimane, dal compleanno della piccola mentre John era seduto sulla poltrona di casa pensando al futuro, il campanello squillo egli si apprestò ad aprire. Entrarono la moglie seguita dai due figli. Tutti e quattro si abbracciarono e baciarono calorosamente. Sul volto del padre, che con il pensiero era già su Marte comparvero alcune lacrime. Era commosso. Con un movimento della testa riuscì ad accendere la televisione e successivamente insieme si recarono a tavola per consumare la cena. Durante la cena il discorso scivolò proprio sulle colonie. Tutta la famiglia ascoltò con attenzione e curiosità quanto detto dal padre. Ad un certo momento la piccola disse:”- non vedrò più le mie amiche!-”:. Il grandicello rise. Terminata la cena i bambini se ne andarono a letto e i genitori rimasero a chiacchierare davanti alla televisione che era un grande pannello, sino a tardi e seguirono vari programmi. Eravamo in un periodo di elezioni di medio termine. Le idee politiche dei due coincidevano. E fortunatamente non erano conservatori. Ad un certo punto la piccola scese le scale affermando di non riuscire ad addormentarsi. L: “- Non riesco a dormire.-”:” – Ho paura, paura degli alieni. Immediatamente John salì le scale e prese la figlia per mano. John:”- Ti racconterò qualche storia così ti prenderà sonno- :” :”- Si babbo grazie, ho proprio paura.-”:. Il babbo cominciò a parlare instancabilmente del nonno giornalista, come lui. Arrivò la notte.

La mattina seguente si recò in ufficio. Aveva in testa molte idee e svariate mansioni da svolgere. Doveva intanto informarsi definitivamente sui vari viaggi su Marte. Inoltre doveva stabilire del tutto con il capoufficio il lavoro che sarebbe andato a svolgere sulla colonia. Velocemente il capoufficio gli spiegò che suo compito rimaneva proprio quello di fare un reportage sulle colonie di Marte. Doveva raccogliere più informazioni possibili per poi pubblicarle una volta tornato sulla Terra. In un secondo momento si doveva informare sui prezzi, sul tipo di casa e sul periodo di lontananza. Sapeva che la cosa era interessante anche a livello lavorativo. Infatti sarebbe stato remunerato molto e la cosa aveva la sua rilevanza; alla fine, sarebbe passato alla storia. Uscito da lavorò si recò immediatamente all’Agenzia di viaggi per ricevere informazioni certe. All’ufficio lo accolse una giovanissima ragazza che aveva i capelli castani e ricciuti. Probabilmente i due si erano già conosciuti, nel periodo dell’Università. Così si salutarono calorosamente. Erano sicuramente più di cinque anni che non si vedevano. Poi lei gli diede le debite informazioni.

Tornato a casa, si rese conto che non era una cosa facile tranquillizzare la piccola riguardo al viaggio sul pianeta rosso. Infatti L. appena sentiva parlare di Marte cominciava a correre per tutta la casa. John poi si era informato già di tutto. Sarebbero partiti alla fine d’Agosto, ovvero dopo sei mesi ancora e arrivati una quindicina di giorni dopo. Non era invece stabilita del tutto la data del ritorno. John era totalmente spinto dalla devozione verso il proprio lavoro e voleva andare sino in fondo.

3) Marte.

Arrivò il giorno della partenza. Era programmato a New York, il 22 agosto del 2066. John aveva parlato definitivamente con il Capoufficio ed aveva stabilito tutto. Il tempo di permanenza sul nuovo pianeta era di 4 mesi. Dopo qualche minuti arrivò la navicella predisposta al viaggio, così i quattro salirono all’interno. Tutti e quattro chiusero gl’occhi dall’emozione, tirando un respiro di sollievo.

La navicella era di recente fabbricazione. Il viaggio fu bellissimo e senza problemi. Inizialmente le immagini che si coglievano erano quelle della terra in lontananza, poi sopraggiunse il vuoto. La piccola pianse. Mentre il grandicello era affascinato e attratto dall’ avvenimento. Il loro non era un addio, sapevano che avrebbero rivisto tutto: la casa, la scuola, il mondo del lavoro, gli amici. E poi quattro mesi non sono certo un’eternità. Però non sapevano del tutto cosa gli attendeva. I bambini sarebbero comunque andati a scuola, probabilmente però affiancati da due operatori; la madre invece avrebbe continuato a lavorare come maestra, nell’ unica scuola “elementare” della Colonia. Il lavoro del padre era l’aspetto centrale di tutto e riguardava proprio le colonie. Il viaggio, trascorsi 15 giorni terminò. Erano arrivati su Marte. Un ufficiale ed un soldato accompagnarono i quattro alla nuova dimora e gli regalarono una mappa del pianeta e delle rispettive colonie . Immediatamente John cominciò ad appuntarsi tutto. L’abitazione era carina ed accogliente così appena arrivati usufruirono dello stereo e si misero ad ascoltare alcuni brani di musica: di vario genere . La piccola era felicissima, il momento di tristezza era scomparso. Il giorno dopo arrivarono a casa i due educatori, incaricati di seguire i bambini. Stabilirono con loro un ottimo rapporto. Anche e soprattutto dal punto di vista umano. Come sempre andarono a scuola, anche se comunque sia oramai l’insegnamento rimaneva tutto computerizzato. Arrivò la sera e nuovamente si misero a guardare la televisione mediante un grosso pannello situato al centro dell’abitazione, nel salotto. Fortunatamente davano gli stessi programmi della Terra. Poi, stanchi si coricarono tutti. Durante la notte accadde che John fece un sogno molto vicino all’incubo. Chissa !!! Sognò di non fare più ritorno sulla terra, di essere rapito; ma da chi? Poi lo svegliò la luce che entrava dalle tende. Si recò a lavorare. L’ufficio non era molto lontano. Già aveva molte cose da scrivere ed era solamente l’inizio. Rimase lì per ben otto ore. Venne nuovamente la sera. Alla televisione davano un’importante partita di football. A tavola i figli raccontarono quello che avevano fatto a scuola. Il più grande aveva svolto un bellissimo tema., mentre L. aveva continuato a studiare il flauto. Adesso, trascorsa una settimana dal loro arrivo sul pianeta la famiglia cominciava già ad ambientarsi su Marte. Tutti erano molto impegnati e lavoravano assiduamente mentre la sera si ritrovavano sempre per parlare della giornata trascorsa e consumare la cena. Trascorse un mesetto e John parlò molto con il Capoufficio sulla terra. Quest’ultimo era molto contento del lavoro svolto dal collega che riguardava soprattutto l’attività sportive svolte sul pianeta. Gli consigliava di continuare così come stava facendo. Poi sempre quel giorno prese la navicella che lo doveva portare a casa. Solamente gli capitò un avvenimento stranissimo e ai limiti del reale. Infatti ad un certo momento la navicella cambiò improvvisamente direzione; questo fece impaurire notevolmente il giornalista. Si sentiva tutto rimescolare: non capiva più niente. La sensazione che provò era come di essere spinto da un’altra forza, più energica della navicella stessa e ad un certo punto apparvero un paio di “ alieni “, che entrarono velocemente nella navicella e portarono John nella propria, così che lui riuscì appena a notare uno di loro. Poi lo bendarono e lo portarono lontano, lontano, chissà dove. Probabilmente gli fecero assumere qualche sostanza particolare, anche se leggera. Provava delle sensazioni particolari, difficili da descrivere.

Quando riaprì gli occhi si trovava in una stanza di colore bianco e con alcuni piccoli spiragli. Piano piano per forza di cose cominciò a conoscere i due “ alieni “ e a discutere. Loro si dimostrarono nonostante tutto simpatici e gentili. Gli spiegarono alcune cose. Poi gli comunicarono di stare studiando l’essere umano. La piccola colonia li aveva indispettiti e incuriositi. Cominciavano così a studiare la nostra specie. Il loro era un obbiettivo molto ambizioso e difficile: interessarsi della storia d’ognuno, di ogni famiglia, o almeno di parecchie. Ad un certo punto arrivò quello che ad occhio e croce doveva essere il capo. Era vestito di grigio e rosso, portava un casco nero sulla testa. Non si vedeva il suo volto ma si notavano gli occhi che apparivano scuri e vivaci e i capelli molto lunghi. Successivamente gli porsero un Libro Molto Grande, dove erano scritte le storie dei progenitori di John e non solo, ma lui non notò altro. Vi erano narrate le storie genealogiche di moltissime persone. Il Libro iniziava con la storia più vecchia, ovvero quella di un Conquistador spagnolo, avo di John. Poi successivamente vi era scritta la storia di un macchinista aderente al Sindacato durante i primi del Novecento e infine vi rimanevano narrate le vicende del nonno giornalista, per arrivare al babbo scrittore di gialli. E John a quel punto iniziò a leggere.

4) Genealogia.

Era l ‘anno 1492. L’ anno della scoperta dell’America. L’anno che sanciva la fine del Medioevo e segnava l’inizio dell’età moderna. In quel periodo storico la Spagna cominciava a dominare il mondo; a partire da quell’anno cominciarono le scoperte geografiche. Gli spagnoli erano molto interessati ai viaggi, soprattutto verso l’America Centrale, con lo scopo d’espandere il loro dominio. Ed è proprio in uno di questi viaggi che s’ imbarcò C., il nostro protagonista, avo di John. La spedizione era comandata da Cortes. Cortes si scontrò duramente con la civiltà azteca. Vi fu la lunga battaglia per la conquista di T..Da un lato vi erano gli spagnoli con Cortes, dall’altro gli Aztechi con Montezuma. T. venne espugnata nel 1521. Dopo la medesima battaglia gli spagnoli presero il sopravvento in quei territori. Comunque sia c’è da specificare che la civiltà Azteca, ma anche le altre erano molto evolute. Ad esempio lo si poteva notare nell’architettura: esistevano città, templi, strade. C. era interessatissimo a tutto quello che gli si mostrava davanti. Una volta, poco dopo la fine della durissima battaglia di T., scorse in cielo degli oggetti luminosi che però non sapeva classificare. Erano oggetti non identificati.

Successe che C. dopo il 1521 strinse amicizia con una nativa di quelle terre e tra loro nacque un bellissimo rapporto. La nativa imparò ben presto alcune parole dell’alfabeto spagnolo. C. rimase letteralmente e del tutto affascinato. Non volevo lasciare l’amica ne quelle terre, si trovava bene lì. Successivamente nacque una relazione amorosa tra lui e lei; infatti quest’ultima era molto bella e C. ne restava fortemente innamorato. Lei rimase incinta. Poi i Conquistadores fecero ritorno in Spagna e purtroppo anche C. tornò con loro. Dalla giovane atzeca nacque un bambinetto. Avo appunto di John, il giornalista.

Quest’ultimo sbadigliò lungamente, stanco della lettura. E volse lo sguardo un po’ fuori. Poi continuò a leggere.

Si trattava della storia di suo bisnonno, discendente del Conquistadores vissuto agli inizi del xx secolo e che svolgeva il lavoro di macchinista. Il periodo storico nel quale vive il nostro protagonista è quello successivo alla Guerra di Secessione.T. era macchinista, tra i primi nella storia degli Stati Uniti.

Sfruttato decise di associarsi al sindacato e cominciò anche ad interessarsi di politica. Divenne un militante. Partecipava assiduamente alle manifestazione anche se pericolose. Purtroppo venne accusato di essere rivoluzionario e di possedere armi. Lo condannarono a cinque anni di carcere. Ma in realtà era innocente. Nel periodo che trascorse in carcere, passò gran parte del tempo studiando e leggendo, cose riguardanti svariati argomenti. Finalmente uscì dal carcere. Ma rimase un personaggio ribelle e politicizzato.

John era arrivato nella lettura del Libro al proprio nonno. Suo nonno svolgeva la professione di giornalista, come lui. Era laureato. In un primo periodo si era interessato alle recensioni, di vario genere. Successivamente si era dedicato ai problemi sociali come quello sulla causa dei neri. Il problema dei diritti civili dei neri. Per questo rimaneva ostile a molti. La sua attività di giornalista era dalla parte dei neri e arrivò persino a conoscere Marthin Luther King; partecipava anche ad alcune iniziative politiche portate avanti dal pastore. Durante il periodo dell’Università aveva conosciuto una giovane e carina ragazza, L. i due successivamente si sposarono. Il matrimonio era di rito cattolico. Dalla loro unione nacquero due figli: un maschio ed una femmina. Il maschio diverrà proprio il padre di John.

Ecco che John aveva terminato di leggere anche la storia del nonno. E così iniziò molto incuriosito quella del babbo.

Suo babbo era molto colto, nello specifico per ciò che riguarda le materie umanistiche. Era infatti figlio di un grande giornalista. Studiò molto sino a laurearsi, con ottimi voti; la sua vera passione era quella di scrivere. Sin da piccolo aveva coltivato il piacere della scrittura. Scriveva poesie e i suoi maestri dicevano che scriveva bene. Poi gli nacque la passione per il genere “giallo”. Lesse molto. E scrisse molto…

John era arrivato alla fine del Libro Grande che gli avevano mostrato gli alieni. Era stupito, sbalordito e incuriosito al massimo. Il suo animo era stato stimolato, era felice, di una felicità molto luminosa. Così gli venne alla mente un’idea: una volta tornato sulla terra avrebbe scritto un romanzo proprio sulla storia della sua famiglia. I dati i riferimenti storici li avrebbe presi dal ricordo del manoscritto. Ad un certo momento s’addormentò. Quando riaprì gli occhi si trovava nientemeno che nella propria navicella. Quella che utilizzava per spostarsi. Rimaneva contento ed incuriosito per tutto quello che era accaduto. Decise però che inizialmente non avrebbe parlato dell’incontro con gli “alieni” con i figli, per non impressionarli; bensì avrebbe raccontato tutto alla moglie. Si chiedeva se la moglie l’avrebbe capito e compreso. Forse si, da solo si rispondeva .Avrebbe infine avvertito dell’accaduto il capoufficio, chiedendogli qualche consiglio. Così oltre al lavoro giornalistico sulle colonie avrebbe lavorato ad una seconda cosa: alla stesura di un romanzo. Il titolo del romanzo sarebbe stato “ Storia familiare”.

John era del tutto soddisfatto dell’esperienza fatta su Marte. Era contento di tutto. Sia del lavoro svolto come giornalista che del testo storico mostrato a lui dagli “alieni”. La moglie ed i bambini stavano bene. Passarono altri due mesi dall’incontro di John con gli alieni. Così adesso, trascorsi i sei mesi sarebbero tutti e quattro tornati sulla terra. Questo dispiaceva un po’ a tutta la famiglia, ma era giunta l’ora del ritorno. Mentre preparavano le valige la bambina si commosse leggermente e chiese al padre :”- Ce ne andiamo?-”:. Il papà annuì con la testa. Dal viso della mamma scesero due lacrime. La mamma era un carattere particolare; maestra era comunque sia attratta dai viaggi e dalle novità. Ottimista di natura, quest’esperienza l’aveva arricchita moltissimo. Ci fu un attimo di silenzio assordante nel vuoto dello spazio.

La partenza era fissata per il (-), precisamente alle 5:00 del mattino. Si svegliarono un oretta prima. Presero una navetta che li condusse alla navicella. Quest’ultima era un nuovo modello ed era comodissima. Vi erano molti comfort. Salirono a bordo. All’inizio si notava Marte che lentamente scompariva. La piccola si mise a salutare con la mano il pianeta. Trascorsero due settimane poi cominciò ad apparire la terra. Si la vecchia terra. John già aveva in mente di pubblicare il reportage e di iniziare a scrivere il romanzo. Tutto questo lo rendeva molto felice. Atterrarono.

La mattina seguente John si recò dal capoufficio che era molto soddisfatto del lavoro svolto da lui. C. :”- Ti meriteresti un premio.-”:. John :”-Ti ringrazio-”: poi palesò anche l’interesse di scrivere un romanzo. Ma non si mise a spiegare niente.

Tutto andò a buon fine; con il tempo John scrisse e pubblicò il romanzo con il titolo di “Storia familiare”, mentre tutta la famiglia rimase per sempre soddisfatta della bellissima esperienza fatta sul pianeta rosso.