Autore contro Personaggio

Di Massimo Acciai Baggiani

unamunoI metaromanzi mi hanno sempre affascinato, fin da adolescente, quando scoprii La storia infinita (Michael Ende), proseguendo poi con Il mondo di Sofia[1] (Jostein Gaarder), Sei personaggi in cerca d’autore (Luigi Pirandello), fino a Niebla (Miguel de Unamuno): romanzo sperimentale, quest’ultimo, assolutamente geniale. Una felice scoperta nata, come al solito, dal Caso che me lo ha fatto trovare – nella lingua originale – allo scaffale del libero scambio.

Unamuno (1864-1936) in questa “nivola” si è reso personaggio al pari degli altri, dialogando – nell’ultimo stupendo capitolo – col protagonista, Augusto Pérez. Il romanzo-nivola di Unamuno, scritto nel 1907, rompe gli schemi della narrativa realista spagnola dell’epoca; la storia di Augusto è piuttosto banale in sé: si innamora di una donna, incontrata per caso, ma lei non lo ricambia, lo tradisce con un altro, lui soffre e pensa al suicidio. Tuttavia due sono i punti interessanti: il capitolo 6, in cui l’erudito Paparrigópulos riassume il suo studio sull’universo femminile nell’assunto che «las mujeres todas no tienen sino una sola y misma alma, un alma colectiva, repartidas en todas ellas […] todas son una sola y misma mujer»[2] (ossia che in realtà tutte le donne sono una sola medesima donna[3]), e soprattutto il capitolo 9, quello in cui appunto Augusto, deciso a suicidarsi per la delusione amorosa, si confronta con lo stesso Autore, Miguel de Unamuno. Questi al pari di un dio gli rivela che non può suicidarsi, non perché non ne abbia il coraggio ma perché per uccidersi bisogna essere vivi, e lui non lo è in quanto non ha vita propria. È solo il prodotto di un sogno, di una fantasia. Come reagiremmo noi a una simile notizia? Chiaramente di ribelleremo, e così fa il nostro Augusto. Anzi, il protagonista fa di più: rilancia l’accusa di “non esistere” allo stesso Unamuno e rivendica il suo libero arbitrio. A questo punto è l’Autore a comunicargli che sarà lui a “ucciderlo”, minaccia che poi metterà in atto, come una sorta di dio veterotestamentario, salvo poi pentirsene; ma Augusto obietta che lui continuerà comunque a vivere nella mente dei suoi lettori, in una sorta di “immortalità”.

Chi l’ha vinta dunque? A me piace pensare che nello scontro tra Autore e Personaggio sia quest’ultimo ad avere l’ultima parola, in quanto è senz’altro vero che una volta che un libro viene pubblicato sfugge dal controllo dell’autore e passa a quello del lettore. Mi piace immaginare che ciò accada anche per i miei personaggi – che non hanno certo lo spessore psicologico di un Augusto Pérez (in quanto nei miei libri ha più importanza la trama che i personaggi) – e come accade di frequente nella fan-fiction[4]. Un buon personaggio, pur nella sua vita “fittizia”, supera talvolta la vita limitata del suo autore.

Al di là della riflessione sulla scrittura, la “nivola” di Unamuno è anche una metafora della nostra vita, a cui siamo chiamati a dare un senso. C’è chi accetta un dio come proprio “autore” e chi, come il sottoscritto, preferisce scriversi da solo la propria “storia”, in nome di una sacrosanta Libertà. Qui il discorso entrerebbe nel filosofico e nel misticismo, si farebbe troppo ampio per un articoletto come questo (rimando però a un libro sulle religioni che sto per pubblicare[5]). In conclusione ritengo questo piccolo capolavoro spagnolo di cent’anni fa un’ottima occasione di riflessione per scrittori e non.

Firenze, 17 giugno 2020

Bibliografia

  • Acciai Baggiani M., Letture per la quarantena, Firenze, Edizioni Segreti di Pulcinella, 2020.
  • Acciai Baggiani M., La vera religione, Firenze, Edizioni Segreti di Pulcinella, 2020 (di prossima uscita).
  • De Unamuno M., Niebla, Recanati, Eli, 2011.

Note

[1] Acciai Baggiani M., Letture per la quarantena, Firenze, Edizioni Segreti di Pulcinella, 2020, pp. 90-93.

[2] De Unamuno M., Niebla, Recanati, Eli, 2011, p. 88.

[3] Ne era convinto anche Valerio Negrini quando ha scritto il testo di Amica mia (dall’album Dove comincia il sole, dei Pooh, 2010).

[4] Mi viene in mente ad esempio la raccolta di racconti fantastici Sparta ovunque, basata sul mondo ucronico creato da Carlo Menzinger, di prossima pubblicazione, anche se in quel caso non sono i personaggi ma l’ambientazione ad essere ripresi dai vari autori (tra cui il sottoscritto).

[5] Acciai Baggiani M., La vera religione, Firenze, Edizioni Segreti di Pulcinella, 2020 (di prossima uscita).

Racconti di fiorentini ambientati a Firenze

Di Massimo Acciai Baggiani

fiorentini per sempreFiorentini per sempre è un’antologia uscita in tempi di coronavirus, curata da Paolo Mugnai per la collana di Edizioni della Sera, dedicata alle città e regioni italiane: la stessa collana che comprende Toscani per sempre (a cui ho partecipato col mio Racconto casentinese), curata anch’essa dal Mugnai. Anche qui sono riuniti 24 autori, rigorosamente fiorentini (anche se non tutti di nascita), che hanno dato vita a un ritratto corale affascinante della loro città. Ovviamente l’opera non ha pretese di esaustività – gli scrittori fiorentini viventi sono ben più di 24 – ma rappresenta uno spaccato della nuova narrativa praticata nel capoluogo toscano. Tra questi autori ne figurano alcuni che conosco personalmente – oltre al curatore, Carlo Menzinger, Paolo Ciampi, Enrico Zoi… – e altri li ho scoperti per la prima volta leggendo queste pagine. Il filo conduttore dei 24 racconti, per altro molto eterogenei, è naturalmente l’amore per la propria città, declinata secondo le diverse sensibilità e generi narrativi. Ci sono racconti storici, altri ambientati nel presente, altri ancora di genere fantascientifico: non li ho trovati tutti ugualmente interessanti, devo essere sincero, ma ve ne sono davvero di notevoli.

Io sono fiorentino di nascita, anche se i miei genitori non sono cresciuti in questa città (sono comunque toscani), e il mio legame con Firenze inizia prestissimo. Firenze fa da sfondo a diverse mie opere letterarie: è il luogo che conosco meglio, che vivo quotidianamente, con cui ho un rapporto di “amodio”. Non sono per nulla campanilista, ma qui stanno le mie radici, i miei affetti, la maggior parte dei miei ricordi. Non ho partecipato a questa antologia solo perché avevo già preso parte all’altra (e non mi pareva giusto togliere spazio ad altri), ma pure io avrei potuto presentare più di un racconto che parlasse di questa piccola ma celebre cittadina nella vallata dell’Arno, forse un po’ troppo legata al suo passato e poco interessata ai suoi abitanti attuali. Sono tuttavia un fiorentino poco aderente allo stereotipo: non mi interessa il calcio (in costume o no), odio i sanpietrini in centro, detesto la folla di turisti, non amo molto le burle o il linguaggio sboccato, non vado matto per film quali Amici miei e non frequento il trippaio.

Tornando all’antologia, i racconti che mi sono piaciuti di più sono soprattutto quelli degli autori che conosco personalmente, in primis Carlo Menzinger che ha contribuito con un racconto futuribile catastrofico che non sarebbe stato male neanche nella sua raccolta Apocalissi Fiorentine (Carlo non ha mai avuto una visione positiva del futuro; giustamente ci mette in guardia dai danni ambientali causati dalla stupidità umana). Cosa succederebbe se i ghiacci si squagliassero e il mare salisse, come profetizzano gli scienziati, di 65 metri? Firenze, avendo un’altitudine media intorno ai 50 metri, finirebbe in buona parte sott’acqua, se non che… ma lascio al lettore il piacere di scoprire questo inquietante futuro.

Paolo Ciampi, grande narratore di viaggio, autore di libri ambientati in terre lontane, traccia nel suo racconto Il venditore di pere cotte il ritratto di un personaggio di altri tempi che pare reincarnarsi in un fiorentino di oggi. Livia Fabruccini invece si concentra su una nota piazza dal nome ambiguo, Piazza della Passera: nome che da bambino mi sono sempre rifiutato di associare a quella parte del corpo femminile – mi sembrava troppo volgare per un toponimo ufficiale – e dove sono tornato in tempi più recenti per presentazioni librarie al Caffè degli Artigiani. Il fantasma dell’Hotel Mayflower, di Alessandro Lazzeri, è uno dei racconti più belli, visto anche il mio interesse per le storie misteriose. Notevole anche Caccia al tesoro di Paolo Mugnai, dove vengono descritte le cose assolutamente da fare a Firenze: un racconto delizioso. Infine Sulla soglia di Enrico Zoi – che chiude il libro, ordinato alfabeticamente – pieno di citazioni cinematografiche e ricordi della vecchia Firenze.

Da leggere anche la prefazione di Marco Vichi, il celebre creatore del commissario Bordelli, e la postfazione di Luciano Artusi, studioso delle tradizioni toscane. Mi fermo qui. Se volete avere un’idea della trama degli altri racconti potete trovarla nell’esauriente articolo di Carlo Menzinger dedicato all’antologia.

Firenze, 7 giugno 2020

Bibliografia

Mugnai P. (a cura di), Fiorentini per sempre, Roma, Edizioni della Sera, 2020.

Nel futuro che ci attende

Di Massimo Acciai Baggiani

romanin«Chi vuol esser lieto sia, di doman non v’è certezza» recita un celebre canto carnascialesco. In effetti poche sono le certezze sul nostro futuro personale, come su quello della razza umana, ma qualcosa si può affermarlo con ragionevole probabilità: se l’umanità continua su questa strada ha i giorni contati. D’accordo, non saranno giorni, neppure anni, ma si potrebbe trattare di decenni. Il monito viene dagli scienziati, a cui fa eco la letteratura più recente. Negli ultimi tempi è nato un nuovo genere narrativo denominato climate fiction: si tratta di un filone praticato da autori molto preparati sugli argomenti ecologici e ambientali, basato su serie ricerche scientifiche, e perciò ancora più inquietante: un’opera di tal genere ha le caratteristiche della profezia catastrofica e della distopia, e spesso è corredata da una bibliografia specialistica che la lega all’attualità.

Altra caratteristica comune alla climate fiction: è quasi sempre ambientata in un futuro prossimo, tanto vicino da riguardare non solo la prossima generazione ma perfino molti di noi lettori. Autori di best seller vi si sono dedicati, ne abbiamo interessanti esempi anche in Italia: conosco autori che portano avanti il loro messaggio ecologista attraverso i loro romanzi e racconti, come Carlo Menzinger, Piero Dolara, Gianni Marucelli e Francesco Verso. Alla fine di quest’anno dovrebbe anche uscire Psicosfera, romanzo scritto a quattro mani, da me e Carlo Menzinger, sempre su tematiche ambientiali-fantascientifiche. Ultimamente a queste conoscenze personali si è aggiunta un’altra paladina del nostro pianeta: la ferrarese Angelica Romanin, autrice di Nel futuro che ci attende, romanzo fantascientifico uscito quest’anno, ai tempi del Covid.

Si tratta di un romanzo appassionante, con un finale a sorpresa. Il tema è quello della prossima estinzione dell’umanità, ma il punto di vista non è quello che il lettore viene portato a credere. La storia inizia dal ritrovamento, tra i ghiacci antartici, di un manufatto antichissimo e misterioso, che parla di una catastrofe antidiluviana. L’idea alla base ricorda molto quella di Robin Cook nel romanzo Esperimento; la Romanin non esce comunque male dal confronto con lo scrittore americano, la sua opera ha una sua originalità, è ben scritta e soprattutto ha molti più richiami all’attualità. Confesso di averla letta non senza un certo turbamento: l’Uomo sembra non imparare mai dai propri errori, cieco ai campanelli d’allarme lanciati dalla scienza – la stessa in parte responsabile del disastro ma al tempo stesso possibile soluzione se usata con buonsenso –, eppure non tutte le speranze sono perdute, il punto di non ritorno non è stato raggiunto. Dipende tutto da noi, da cosa faremo, o non faremo, nei prossimi anni.

A partire da adesso.

Firenze, 4 giugno 2020

Bibliografia

  • Cook R., Esperimento, Milano, Sperling & Kupfer, 2000.
  • Dolara P., L’ultimo rifugio, Firenze, Porto Seguro, 2019.
  • Menzinger C., Apocalissi Fiorentine, Chieti, Tabula Fati, 2019.
  • Romanin A., Nel futuro che ci attende, autopubblicazione, 2020.
  • Verso F., Paura R., Antropocene – L’umanità come forza geologica, Future Fiction, 2018.

Storia della farfalla che sbatte le ali in Cina e altre storie sulla questione del libero arbitrio

Di Massimo Acciai Baggiani

codice celesteChi non si è mai fermato a riflettere, affascinato, sulla catena di cause ed effetti che, in modo complesso e imprevedibile, formano la trama della nostra esistenza e della storia dell’umanità – con i propri piccoli eventi personali e i grandi eventi storici? È un tema che attraversa tutta la filosofia e la letteratura, di ogni paese. Il cosiddetto “effetto farfalla” (una farfalla sbatte le ali in Cina e a New York piove) ha esercitato una forte attrazione anche su di me (in un mio racconto mi domandavo cosa accadesse se si potesse intervenire, con un gesto banale, in questa catena infinita e deviarne il corso in tutt’altra direzione[1]). Il giochino del “e se…” a livello storico ha dato vita al filone ucronico (ne sa qualcosa il mio amico e collega scrittore Carlo Menzinger[2]) e a un livello ridotto a film come Sliding doors. La riflessione ci porta lontano, fino a domandarci se il destino esista, se il nostro futuro sia effettivamente “già scritto”, e se quindi il nostro libero arbitrio non sia altro che una pietosa illusione. Non ho ovviamente una risposta a questa grande domanda, su cui si sono scontrati pensatori e religiosi fin dall’inizio dei tempi: certo, l’idea di essere solo un burattino nelle mani del Destino o di una divinità antropomorfa non mi piace affatto: preferisco pensare di essere padrone della mia vita e delle mie decisioni.

Non proprio così pare pensarla Franco Del Moro, direttore di Ellin Selae, autore di un delizioso libretto (anche dal punto di vista del formato editoriale) basato sulla chiromanzia – la divinazione effettuata attraverso la “lettura” del palmo della mano. Già il mio incontro con l’autore ha qualcosa che sembra avvalorare le sue teorie: ne avevo sentito parlare diversi anni fa da un comune “amico” (che poi, da parte mia, non si è rivelato tale), ma è solo grazie al Pisa Book Festival del 2019, quindi a un evento del tutto “casuale”, che ho fatto la conoscenza vis-à-vis con questo personaggio[3]. Franco Del Moro è un signore piuttosto fuori dagli schemi, a cui non piace seguire la corrente: musicista, ambientalista, appassionato bibliofilo, ha scritto e pubblicato diversi libri sulla spiritualità, sull’editoria e su tanti altri argomenti interessanti. Di lui ho letto Le vie dei libri[4] e altri articoli e racconti su «Ellin Selae», restando catturato dalla sua scrittura anche là dove non mi trovavo d’accordo. Certamente anche Codice Celeste[5] è stato spunto per me di confronto e riflessione su una tematica, quella del “destino”, su cui ho riflettuto a lungo nella mia vita.

Il volume comprende sei racconti, ispirati ciascuno ad una delle principali linee della mano. Ciascuno racconto è preceduto da una breve introduzione che chiarisce il legame della storia narrata con la chiromanzia – qualcosa che associo più alla narrativa gotica o dark (e lì mi piace) mentre sono molto scettico al riguardo per l’applicazione nel mondo reale. La spiegazione chiromantica quindi mi interessa poco; invece i racconti sono belli, interessanti, hanno catturato tutti quanti la mia attenzione, in particolare quello intitolato A cosa servono gli angeli, associato alla linea della vita.

Quest’ultimo riporta un dialogo tra un morente e il suo angelo custode, il quale gli confida di essere intervenuto più volte nella sua vita per modificarne il corso, in senso positivo. Gli angeli custodi infatti, secondo l’autore, hanno la capacità di conoscere quella catena di cause ed effetti di cui dicevamo prima, e scegliere tra i possibili “destini” (Menzinger parlerebbe di “universi divergenti”) che si andranno poi a concretizzare, mentre quelli “scartati” collasseranno (e qui Menzinger non si troverebbe d’accordo). Quindi esisterebbe un’unica linea temporale, quella “giusta”, guidata da una sorta di divinità che nel racconto rimane solo accennata[6]. Solo una divinità infatti può conoscere il tessuto infinitamente complesso delle vicende umane, come lascia presupporre l’angelo del racconto: «Vedi, il destino è come la trama di un tappeto: davanti è un disegno perfetto, ma dietro è tutto un groviglio di fili che apparentemente si incrociano casualmente, senza ordine. Non pensare che i grandi eventi dipendano sempre da grandi decisioni, a volte mentre cammini per la strada basta girare lo sguardo a destra anziché a sinistra e tutta la vita prende un altro corso!»[7]

È esattamente quanto teorizzano gli scrittori ucronici (me compreso), con la differenza che le varie linee temporali coesistono in universi paralleli (teoria del multiverso). In questo universo sono uno scrittore che ha pubblicato una ventina di libri, in un altro universo sono morto a vent’anni, in un altro ancora ho incontrato l’amore della mia vita e ho un figlio, oppure ho vinto il Nobel…

La tematica del piccolo evento che determina grandi effetti – come il “sacrificio” di un pettirosso che risana il rapporto ormai in crisi di una coppia – torna nell’ultimo racconto della raccolta, Il miracolo del pettirosso. «Io non credo» afferma uno dei due protagonisti «esistano i miracoli grandiosi, con apparizioni, materializzazioni ed effetti speciali stile Hollywood. Per me i miracoli sono queste coincidenze che si verificano in momenti molto speciali, la cui pregnanza con la situazione e il cui significato è tale da non poter lasciare spazio al dubbio»[8]: insomma quelle che Jung chiamava “sincronicità”. Le nostre vite sono piene di questi segni, come se l’universo – o la nostra stessa vita – volesse comunicarci qualcosa, mandarci un messaggio che richiede attenzione. Io, ripeto, non credo al destino già segnato, ma credo che nell’universo esista un grande mistero, ben lontano da quello promosso dalle varie religioni organizzate, che non riusciremo mai a comprendere del tutto.

Firenze, 24 maggio 2020

Bibliografia

Del Moro F., Codice celeste, Murazzano, Ellin Selae, 2000.

Note

[1] Acciai Baggiani M., Il meccanismo inconoscibile, inedito.

[2] Acciai Baggiani M., Il sognatore divergente, Firenze, Porto Seguro, 2018.

[3] Acciai Baggiani M., Pisa Book Festival 2019, in «Segreti di Pulcinella»

[4] Del Moro F., Le vie dei libri, Milano, La Vita Felice, 2006.

[5] Del Moro F., Codice celeste, Murazzano, Ellin Selae, 2000.

[6] L’angelo però tiene a prendere le distanze dalla religione organizzata, infatti non mette piede in chiese e cattedrali, luoghi dove la vera spiritualità, a cui crede l’autore, è più lontana.

[7] Del Moro F., Codice celeste, Murazzano, Ellin Selae, 2000, p. 66.

[8] Ivi, pp. 105-106.

Mariella Bettarini, il coraggio della coerenza

Di Massimo Acciai Baggiani

bettariniHa proprio ragione Michele Brancale, quando scrive che siamo in tanti ad avere un debito di riconoscenza verso Mariella Bettarini[1]. Da parte mia il debito è enorme sia dal punto di vista umano che artistico, fin dai tempi d’oro delle Giubbe Rosse – lo storico caffè letterario attorno a cui girava la vita artistica fiorentina nel primo decennio di questo secolo[2]. Fu in quell’ambiente che conobbi Mariella e la sua compagna Gabriella Maleti (venuta a mancare il giorno di pasqua di quattro anni fa). All’epoca frequentavo un corso per esperti di audiovisivi, realizzai come prova per l’esame un dvd sui luoghi e i personaggi della poesia fiorentina[3]: non poteva mancare un nome come quello di Mariella Bettarini, tanto nota nell’ambiente poetico quanto disponibile e gentile. La intervistai proprio alle Giubbe. Da lì nacque un’amicizia che proseguì poi nelle riunioni de «L’Area di Broca» (di cui sono redattore dal 2006). Grazie a lei ho capito cosa fosse davvero la poesia (non ciò che pensavo di praticare all’epoca: io sono infatti più un narratore che un poeta) e sono venuto in contatto con molte persone interessanti.

Molto è stato scritto su Mariella e la sua opera. Sono state fatte tesi di laurea, recensioni, incontri a lei dedicati, eccetera. Un’antologia di questi testi critici è possibile trovarla riunita in A parole – in immagini, ponderosa auto-antologia uscita nel 2008 per le edizioni Gazebo (fondate dalla stessa Mariella insieme a Gabriella). Un’altra antologia importante, e più recente, di tributi alla nostra poetessa è rappresentata dal volume curato da Bonifacio Vincenzi, Mariella Bettarini, il coraggio della coerenza, uscito in tempo di coronavirus, di cui Mariella mi ha fatto dono pochi giorni fa. Il libro, che fa parte di un ciclo di pubblicazioni dedicato ai poeti del centro Italia, raccoglie testimonianze di intellettuali e amici che la conoscono bene personalmente: Davide Puccini, Giuliano Ladolfi, Luigi Fontanelli, Michele Brancale, Rosaria Lo Russo, Franca Alaimo, Antonella Pierangeli, Roberto Maggiani e Giorgio Linguaglossa. Dieci autori che, in un’opera corale, hanno tracciato il percorso poetico e biografico dell’autrice, da Il pudore e l’effondersi (sua prima raccolta, uscita nel 1966) a Poesie per mamma Elda (2019): una carriera artistica che copre oltre mezzo secolo e che ha avuto riconoscimenti da nomi importanti quali Mario Luzi e Pasolini.

Sulla sua poetica non aggiungo nulla di mio: è già stata analizzata molto bene in questo libro e in decine di altri interventi nel corso dei decenni. Mi limiterò, col consenso dell’autrice, a riportare una lirica dalla sua ultima raccolta, Poesie per mamma Elda, da me tradotta in esperanto, con la speranza che i versi di Mariella possano così essere gustati (per quanto lo permette una traduzione) anche da un pubblico internazionale quale quello esperantista. Lo merita.

sei la matrice –
il corpo lo devo a te
sei la Matrice del mistero –
lo devo a te –
sei la matrice – se vivo
lo devo a te –
sei tu
la Mediatrice tra il Nulla
e me – il Tutto e me –
sei la Matrice –
colei che ha dato corpo a un Soffio
che vagava
che ha dato fiato
a un corpo che (non volente) doveva
poi esseresei l’orma del Mistero –
sei la Matrice
vi estas la matrico –
la korpon mi ŝuldas al vi
vi estas la Matrico de la mistero –
mi ŝuldas al vi –
vi estas la matrico – se mi vivas
mi ŝuldas al vi –
vi estas
la Perantino inter la Nulo
kaj mi – la Ĉio kaj mi –
vi estas la Matrico –
tiu kiu donis korpon al Blovo
kiu vagis
kiu donis spiron
al korpo kiu (nevolonte) devis
poste estivi estas la spuro de la Mistero –
vi estas la Matrico

Firenze, 16 maggio 2020

Bibliografia

Vincenzi B. (a cura di), Mariella Bettarini, il coraggio della coerenza, Francavilla Marittima, Macabor, 2020.

Note

[1] In Vincenzi B. (a cura di), Mariella Bettarini, il coraggio della coerenza, Francavilla Marittima, Macabor, 2020, p. 37.

[2] Prima che la gestione passasse a proprietari che non condividevano la politica mecenatesca dei fratelli Smalzi.

[3] Intitolato Firenze Poesia (2005).

Idee di Marcello Fois sulla scrittura che non condivido

Di Massimo Acciai Baggiani

fois«Caro simpatizzante, ho buttato via il suo dattiloscritto perché non c’è niente che mi fa più paura al mondo che leggere qualcosa che non è mai stato scritto»[1]: questa frase, citazione di una lettera scritta da Marcello Fois, scrittore sardo, a un ragazzo che gli aveva inviato in lettura una sua opera di 500 pagine vantandone l’“originalità”, mi ha fatto venire un brivido. A parte il sacrilegio di buttare nella spazzatura l’opera di un collega che, con atto di fiducia, ha affidato il proprio “figlio” (perché per uno scrittore, il proprio libro è come un figlio) a uno sconosciuto, a parte la totale mancanza di rispetto per il lavoro altrui, il signor Fois ha dimostrato la tipica cattiveria e arroganza che hanno troppo spesso gli autori “arrivati” nei confronti di chi ha avuto meno fortuna (perché di questo si tratta in molti casi di autori giunti alla grande editoria: di fortuna e poco altro). Il signor Fois con questa sbruffonata si è alienato per sempre la mia simpatia. Non credo che leggerò mai una sua opera.

Spesso uno scrittore è anche un teorico della scrittura: non può fare a meno, a un certo punto della sua carriera, di voler insegnare agli altri come si scrive, convinto di possedere la ricetta che vada bene per tutti i palati. Il Manuale di lettura creativa del Fois dovrebbe in realtà intitolarsi Manuale di scrittura creativa, visto che soprattutto di questo si tratta: ma non sarebbe stato abbastanza “originale”. Tuttavia il libro di Fois l’ho letto con interesse in quanto mi ha dato spunto per chiarire il mio punto di vista sulla scrittura, mettendo in evidenza i molti punti in cui sono in totale disaccordo con lui, e anche i pochi concetti con cui invece mi trovo d’accordo.

Secondo il Fois il complimento migliore che si può fare a uno scrittore è «Ho letto un libro che avrei voluto scrivere io»[2]. Certo fa piacere, ma indica anche una certa invidia di fondo, un mettersi in competizione (odio la competizione): per me un complimento migliore sarebbe: «Mi sono affezionato alla storia, l’ho sentita mia». Capita di rado: io leggo almeno un centinaio di libri all’anno – per lavoro o per piacere – e quelli a cui mi sono “affezionato”, che ricordo anche a distanza di anni, si contano sulle dita di una mano. Che per il Fois la scrittura sia competizione si evince anche da questa frase, qualche pagina più in là: «Se uno non è abbastanza presuntuoso da pensare di poter essere il migliore, lo scrittore non lo fa. Ma se non è abbastanza umile da capire che tantissimi prima di lui hanno tentato e, spesso, fallito, questo lavoro non lo fa lo stesso. Nel primo caso declinerà la scrittura come atto ininfluente, nel secondo la declinerà come atto esclusivamente narcisistico. In tutti e due i casi non dura.»[3] No caro mio, uno non scrive per raggiungere i primi posti in classifica: uno scrive per lo stesso motivo per cui respira. Per vivere. Un vero scrittore, all’estremo, scriverebbe anche se fosse sicuro che nessuno lo leggerà. Scrivere è un imperativo interiore, fa parte della natura stessa della persona. Non è un mestiere come un altro.[4] Scrivere non è mai “ininfluente”: ogni parola influisce sul mondo, magari in modo minimo ma influisce, e sicuramente influisce sulla vita di chi scrive. Il lato “narcisistico” lo si può trovare in chi partecipa a molti concorsi letterari e si esalta se una giuria ha giudicato il suo testo migliore degli altri, come se questo fosse un giudizio assoluto (un’altra giuria avrebbe emesso un verdetto diverso…): questo lo trovo un po’ ridicolo visto dall’esterno, ma è un peccato veniale. Ognuno avrebbe la propria lista di autori a cui dare il Nobel, se dipendesse da lui, e confrontando queste liste non se ne troverebbe una identica all’altra.

Agli scrittori “arrivati” piace distinguersi, anche lessicalmente, dai propri colleghi, creando parole alternative perché non si abbia a confondere lo “scrittore” (di cui si sentono degni rappresentanti) con chi fa la stessa operazione (scrivere) ma con ben altri risultati. Fois adopera il termine “scrivente” per indicare tutti i suoi colleghi che affollano le librerie togliendo visibilità ai suoi “capolavori”: come piante che crescono sempre più in alto contendendosi la luce solare. Lo scopo dello scrivere, secondo Fois, è entrare nella storia della letteratura la quale «non si è quasi mai fatta con i campioni di incasso, ma con i campioni di resistenza»[5]. Fois è sicuro, con un atto di notevole preveggenza, che gli scrittori attuali (lui compreso?) non sono destinati a durare. Ma come? Non avevi insinuato che scopo dello scrittore è vendere? Che «il più nobile sforzo che uno scrittore possa fare è quello di avere tanti lettori»[6]? Adesso suggerisci l’equazione “molte vendite = scarsa qualità”? Mi paiono idee un po’ confuse…

Qualche accenno ai lettori comunque non manca visto che «non si scrive senza leggere»[7]. Nella stragrande maggioranza dei casi è così, questo non lo nego: io stesso sono un forte lettore, ma non mancano le eccezioni. Ci sono persone che pur avendo letto pochissimi libri in vita loro, o addirittura nessuno, scrivono come bambini delle elementari ma esprimendo il loro mondo interiore con una spontaneità che può risultare interessante tanto quanto il pensiero filtrato attraverso migliaia di letture[8]. I testi di questi autori non-lettori riempiono gli archivi diaristici, come quello di Pieve Santo Stefano, dove affluiscono studiosi da tutto il mondo: vogliamo buttarli via, signor Fois?

Non manca la solita frecciata al web, già lanciata da Umberto Eco[9]. Anche secondo Fois Internet «ha trasmesso l’illusione che chiunque abbia titoli per parlare di letteratura»[10]. Beh? Dov’è finito il sacrosanto diritto di parola? Un lettore che tu definisci “mediocre” non ha pure lui diritto ad avere i suoi gusti? Per essere definito da te persona titolata a parlare di letteratura deve essere uno che apprezza i tuoi libri? Io penso invece che chiunque abbia il diritto di dire “mi piace” o “non mi piace” di qualsiasi libro, fosse pure la Divina Commedia o I promessi sposi. Non esiste critico che può convincere qualcuno, soprattutto insultandone l’intelligenza, che quello che ha davanti è un capolavoro o una schifezza. Il lettore è il sommo giudice delle proprie letture, e ha tutto il diritto di criticare o lodare un libro sulla propria bacheca FB o blog, almeno finché siamo in democrazia e non in dittatura.

Altra “perla” del Fois: «Peculiarità del romanzo è di non trattare mai di felicità perché finisce sempre e comunque un attimo prima del suo raggiungimento»[11] Nella mia visione la felicità invece è centrale nel romanzo: chi è tanto masochista da leggere qualcosa che lo deprime, senza essere costretto? La lettura per me è parte della mia ricerca della felicità: amo il lieto fine, o comunque quello che lascia spazio alla speranza di una felicità futura. Perfino il Leopardi, col suo pessimismo cosmico, indicava agli uomini una via di riscatto, nel suo invito a unirsi fraternamente contro la “natura matrigna” e a cadere eroicamente nell’impari lotta (con questo non dico di trovarmi del tutto d’accordo col Leopardi, che di certo non è tra i miei autori preferiti).

Molti sono i generi scartati dal nostro Fois, ad esempio i libri “analgesico”: «se un romanzo, o presunto tale, agisce da analgesico, da oppiaceo contro la realtà, si può affermare che ci troviamo di fronte a un placebo e non, come dovrebbe, a un medicinale, nel senso che alla letteratura spetta generare anticorpi e non anestetizzare»[12]. E chi lo ha detto mai che uno non si possa anche leggere un libro di puro intrattenimento? Perché chiamare con disprezzo “paraletteratura” ciò che svolge comunque un’importante funzione, ossia di far passare qualche ora gradevole alla casalinga che, in vacanza sotto l’ombrellone, si legge un romanzetto rosa? Può essere vero che il Moccia di turno sia un «prodotto con la data di scadenza»[13], ma allora non dovremmo più bere latte perché sulla confezione c’è indicato entro quando va consumato? (non è il genere di libri che amo, ma riconosco il diritto altrui ad amarli anche se io non li leggerei)

Più avanti, continuando l’invettiva contro i libri che vendono più dei suoi, Fois conia il termine “romanzoidi” («oggetti con forma di romanzo senza la sostanza del romanzo»[14]): questo termine mi ha fatto ridere per la sua assurdità, come se ogni romanzo mirasse a cambiare il mondo. L’etica dello scrivere secondo Fois nasce da questa inquietudine; per lui «se si rinuncia a cambiare il mondo si rinuncia alla scrittura pur scrivendo»[15]. Lascio al lettore la riflessione su questo assioma.

C’è una cosa su cui però mi trovo in totale accordo: «il lettore deve avere la percezione che sappiamo di cosa stiamo parlando, con autorevolezza»[16]. Troppi autori scrivono senza conoscere l’argomento, o per esperienza personale o grazie a un lavoro preparatorio di ricerca che dovrebbe essere svolto molto seriamente: con questo non dico che chi si sente di scrivere di getto una storia senza conoscere bene l’ambientazione non debba farlo – la scrittura per me è innanzitutto libertà – ma rischia di cadere nel ridicolo se sgamato dal lettore. Se ad esempio io ambiento una storia negli anni Ottanta e inserisco un personaggio che riceve una telefonata sullo smartphone o un’e-mail… beh, ci siamo capiti.

Chi sono dunque, in sintesi, lo “scrittore” e il “lettore” per Fois? «Lo scrittore vive di scrittura, il lettore compra libri». Io direi “non necessariamente” in entrambi i casi: ci sono scrittori, divenuti anche famosi, entrati nella “letteratura”, che in vita non hanno venduto nemmeno un libro, come ci sono lettori, come il sottoscritto, che leggono molto ma non comprano libri (io li reperisco o agli scaffali del libero scambio – istituzione che trovo geniale –, oppure in biblioteca, o tramite scambi con i colleghi scrittori, o ancora tramite il mio lavoro di editor). La scrittura viene sempre prima dell’editoria e delle librerie: nasce dalla narrazione orale, dal gusto di raccontare storie, e quel gusto per fortuna non ci sarà mai un Fois che potrà guidarlo.

Firenze, 12 maggio 2020

Bibliografia

Fois M., Manuale di lettura creativa, Torino, Einaudi, 2016.

Note

[1] Fois M., Manuale di lettura creativa, Torino, Einaudi, 2016, p. 13.

[2] Ivi, p. 5.

[3] Ivi, pp. 11-12.

[4] Vedi Acciai M., Chi è davvero uno scrittore? Ovvero: poniamo che nessuno compri più libri…, in «Sìlarus», n. 274, marzo-aprile 2011.

[5] Fois M., op. cit, p. 23.

[6] Ivi, p. 44.

[7] Ivi, p. 22.

[8] Mi viene in mente come esempio mio zio Siro Baggiani e il suo La quercia di Giotto e altri scritti mugellani (N.O.S.M., 2019).

[9] «I social media danno diritto di parola a legioni di imbecilli che prima parlavano solo al bar dopo un bicchiere di vino, senza danneggiare la collettività. Venivano subito messi a tacere, mentre ora hanno lo stesso diritto di parola di un Premio Nobel. È l’invasione degli imbecilli.» (Ansa)

[10] Fois M., op. cit, p. 23.

[11] Ivi, p. 25.

[12] Ivi, p. 29.

[13] Ibidem.

[14] Ivi, p. 31.

[15] Ivi, p. 35.

[16] Ivi. P. 37.

Sei racconti di vita irreale

Di Massimo Acciai Baggiani

shen fuA volte le uniche cose che sappiamo di un autore derivano dalla sua autobiografia, e a volte l’autobiografia è l’unica cosa che ha scritto. Così vite assolutamente ordinarie, di cui non avremmo saputo nulla, attraversano i secoli e giungono fino a noi, lettori del Duemila. È il caso di Shen Fu, un oscuro funzionario vissuto nella Cina di due secoli e mezzo fa. L’unico suo libro è Sei racconti di vita irreale (Fu-Sheng Liu-Chi); io l’ho letto nella versione italiana curata da Lionello Lanciotti. Una lettura particolare per me, lontana dai libri che leggo di solito, resa disagevole dalla grande quantità di note, indispensabili per comprendere il contesto storico e culturale, tra tradizione, confucianesimo, taoismo, buddismo e letteratura.

È insolita anche come autobiografia, in quanto non segue il canonico ordine cronologico ma è strutturata in sei capitoli (ma a noi ne sono giunti solo quattro) che seguono altrettante tematiche. Il primo “racconto”, intitolato La gioia del ricordo del gineceo, è dedicato alla memoria della moglie Yün, il grande amore dell’autore, morta prematuramente. Il loro rapporto ci appare molto “moderno” e paritario. All’epoca i matrimoni erano combinati dalle famiglie e spesso gli sposi si vedevano per la prima volta appena dopo la cerimonia: possiamo immaginare quindi molti legami male assortiti e tante corna (ma il concubinaggio era una cosa accettata socialmente, anzi la stessa moglie spesso sceglieva la concubina per il marito), ossia privi d’amore; non è il caso di Shen e Yün. Il loro è un sentimento puro e assoluto, anche se non mancano altre figure femminili e ménage à trois (come scriveva Oscar Wilde: le catene del matrimonio sono troppo pesanti da portare solo in due).

Segue La gioia dei momenti d’ozio, capitolo tutto sommato noioso per noi occidentali, ma ci ricorda che i ritmi in oriente sono diversi da quelli frenetici dell’occidente, e la vita là sanno gustarsela meglio che qui, con maggiore consapevolezza (o almeno questa è la mia impressione). Dopo le gioie però vengono i dolori, e così il terzo capitolo – Malinconia nel ricordare le difficoltà – contiene la narrazione dei lutti e delle disavventure del nostro povero Shen. Il padre lo caccia di casa, la moglie e i figli muoiono giovani, si ritrova solo senza il figlio maschio che dovrebbe, alla sua morte, officiare i riti funebri. L’ultimo capitolo (l’ultimo che ci è giunto) si intitola Le gioie del vagabondaggio ed è tutto dedicato ai viaggi del nostro funzionario: una sorta di guida turistica della Cina a cavallo tra Settecento e Ottocento, non di facile lettura per noi italiani ma comunque affascinante.

Non sappiamo a che età è morto Shen Fu: sappiamo solo che è arrivato almeno a 46 anni (era nato nel 1763). A volte le autobiografie sono completate da qualche persona di fiducia dell’autore, incaricata di scrivere quelle pagine che per ovvi motivi l’autore stesso non può scrivere (come ad esempio nel caso di Vittorio Alfieri): non è così per Shen Fu, la cui opera ci è giunta solo per due terzi. Chissà cosa ne è stato di lui.

Firenze, 10 maggio 2020

Bibliografia

Shen Fu, Racconti di vita irreale, Venezia, Marsilio, 1993.

Manzoni era un bigotto?

Di Massimo Acciai Baggiani

I-promessi-sposiLa risposta, a mio parere è: “ni”. Se per “bigotto” indichiamo «chi assiduamente e scrupolosamente osserva le pratiche del culto senza afferrarne l’intima essenza religiosa» (Google) o una «persona che ha una religiosità solo esteriore, non riscontrabile nei fatti» (Wikidizionario), certamente Alessandro Manzoni non era un bigotto. Lui ci credeva veramente alla Provvidenza e al messaggio cristiano (non sappiamo se anche nell’intimo, ma di sicuro nella sua immagine pubblica). Tuttavia se per “bigotto” intendiamo «persona o pensiero che mostra una grande religiosità unita ad altrettanta intolleranza e mancanza di flessibilità» (Wikidizionario) o «persona che mostra zelo esagerato più nelle pratiche esterne che nello spirito della religione, osservando con ostentazione e pignoleria tutte le regole del culto» (Treccani), Manzoni risponde in parte a questa definizione, ma non più dei suoi contemporanei. I personaggi de I promessi sposi, che mi sono riletto per l’ennesima volta durante questa quarantena da Covid-19, un capitolo al giorno[1], mostrano una grande varietà di intendere il sentimento religioso: completamente esteriore in Don Abbondio, portato alle estreme conseguenze in Fra’ Cristoforo.

Dopo averlo detestato a scuola, come la maggioranza degli studenti di ieri e di oggi, ho poi riscoperto questo romanzo celeberrimo (ma solo in Italia, all’estero non lo conosce nessuno) per conto mio, in una serie di letture, fatte a distanza di anni, che mi trovavano ogni volta “diverso” (e quindi capace di letture “diverse”). Questa del 2020 ho deciso che sarà la lettura “definitiva”, per me. D’altra parte le altre cose scritte dal Manzoni sono del tutto illeggibili, a partire dagli odiosi 5 maggio e Marzo 1821, costretti ad imparare a memoria sui banchi di scuola.

Molte le cose che sono state dette su questo libro, e molte quelle che vorrei chiosare io, a partire dalla lingua in cui è scritto, ma dovrei scriverne un libro a parte. Non è una lettura agevole. Non lo era quando è stato scritto – i «venticinque lettori» che aveva in mente il Manzoni erano persone colte, lombardi, in grado di comprendere (se non di parlare) una lingua che in Italia era prevalentemente scritta e padroneggiata da pochi[2]. Non è facile da leggere nemmeno oggi, anche se per motivi diversi. Io auspicherei una “traduzione” in lingua corrente, ma sarei lapidato da professori e puristi. Sull’attualizzazione linguistica ho le mie idee, abbiate pazienza: per me ha senso anche “tradurre” la Divina Commedia o il Decamerone, in alternativa al testo originale. Penso che una versione de I promessi sposi in italiano del XXI secolo sarebbe interessante da leggere, sicuramente più accattivante: in pratica un’operazione parallela a quella che il Manzoni finge di fare “riscrivendo” il manoscritto dell’anonimo secentista, che giudicava illeggibile dal punto di vista stilistico. Ecco, non si offenda il Manzoni se, a distanza di due secoli, possiamo dare un giudizio simile riguardo al suo italiano ottocentesco: anzi penso che avallerebbe questa riscrittura visto che lui stesso lo ha suggerito implicitamente riportando nella sua lingua un testo di due secoli prima.

A proposito, ricordo la bellissima ristampa anastatica della Mondadori di qualche anno fa. Quando ero studente universitario scoprii, grazie al prof. Toschi[3] che in genere le edizioni del capolavoro sono “monche”: manca l’apparato iconografico, le incisioni realizzate da Francesco Gonin con la supervisione dello stesso Manzoni. Leggere I promessi sposi senza illustrazioni è un po’ come ascoltare una canzone senza la musica: un ulteriore penalizzazione per gli studenti. I promessi sposi erano un romanzo illustrato, non dimentichiamolo, “multimediale” ante litteram.

Detto questo, perché è utile e piacevole leggere (o rileggere) questo vecchio romanzo ottocentesco anche ai tempi dei social e degli e-book, magari al di fuori degli obblighi scolastici? Le curatrici dell’edizione che mi letto durante la pandemia indicano i seguenti motivi:

  1. «il romanzo è bello»: sì, vero, premesso che il concetto di “bello” è soggettivo. È un romano appassionante, un meccanismo perfetto, se fosse un’auto sarebbe una “fuoriserie” (riprendo l’immagine dalle curatrici). Trovo però un peccato che il Manzoni abbia eliminato molti degli elementi gotici presenti nel Fermo e Lucia, (a me piace il gotico…).
  2. «è ancora attuale»: in effetti in questo periodo di pandemia il pensiero non può che andare alla peste di Milano di quattro secoli fa, e trovare perfino inquietanti parallelismi (anche allora c’erano i “complottisti” e i “negazionisti” – Don Ferrante, la caccia agli untori, eccetera, e anche allora il governo è intervenuto in ritardo e ha commesso vari errori). Questo facile confronto ha cominciato a riecheggiare nei media fin dall’inizio del lockdown (termine che non sarebbe piaciuto al Manzoni), ma al di là di questo aspetto contingente il romanzo è sempre attuale perché presenta degli archetipi, dei personaggi uguali in tutte le epoche storiche. Quanti Abbondi e Rodrighi conosciamo ancora oggi?
  3. «è un romanzo perfettamente costruito»: non a caso ci ha lavorato per decenni, il nostro Manzoni; c’è una perfezione ammirevole, un respiro così ampio e un equilibrio che stupisce ancora oggi. Punti deboli: i capitoli-saggio in cui si dilunga su questioni storiche che oltre a risultare ostiche e di scarso interesse, sono anche prolisse: i capitoli 31 e 32 sono illeggibili, si potrebbero togliere e la storia ne gioverebbe.

La storia è nota a tutti, quindi non c’è bisogno di spoilerarla né di soffermarmici: la do per scontata. Vorrei però passare in rassegna i personaggi più importanti con le mie impressioni:

1) Don Abbondio, che entra in scena per primo. È uno dei personaggi più interessanti: il Manzoni ha parole aspre per lui, tramite la bocca del cardinale Federigo, ma in fondo anche di affetto. È tragicomico: un uomo nato nel secolo sbagliato (ma forse se fosse nato ai nostri giorni si sarebbe fatto prete comunque), un vaso di coccio che viaggia insieme a vasi di ferro, stando in continua apprensione. Non è cattivo: quanti di noi davanti ai bravi avrebbero reagito diversamente? Per lui salvare la pelle è la cosa più importante: in questo posso comprenderlo in pieno, in quando la vita che abbiamo è una ed è l’unica cosa veramente preziosa. Cavoli, lo stavano minacciando di morte! Io avrei fatto altrettanto, lo confesso senza ipocrisie. Non amo i martiri; li rispetto ma non comprendo la loro filosofia. Se il mondo fosse popolato solo dal modello “Abbondio”, seguace del “vivi e lascia vivere”, sarebbe certo un mondo migliore, senza guerre e prepotenze, ma purtroppo il mondo è ben diverso e così abbiamo bisogno di eroi (che ammiro ma con cui non mi identifico).

2) Renzo, ragazzo simpatico ma ingenuo nei momenti sbagliati. Nel finale elenca diverse cose che non rifarebbe, e ci auguriamo che abbia imparato la lezione. Di lui mi piace la sua sete di giustizia, che alcuni contestano essere sete di “vendetta”: ma per me le due parole indicano lo stesso concetto. Fossi stato Renzo avrei mandato a quel paese Fra Cristoforo e sarei andato diretto da Don Rodrigo per farlo fuori… dopo aver preparato però un piano adeguato. Non sarei stato così impulsivo, quello no.

4) Di Don Rodrigo non si può dire altro che era un bullo scemo, ma non più della maggioranza dei suoi compagni “nobili” dell’epoca (e anche dei “potenti” di oggi); su di lui non c’è molto altro da dire, non mi fa pena nemmeno quando viene colpito dalla peste.

5) Fra’ Cristoforo ha dei tratti che me lo rendono simpatico (il difendere gli umili, il dare addosso ai prepotenti) e altri che proprio non capisco e non approvo: quando, nel capitolo 35 incontra Renzo nel lazzaretto lo “costringe” non solo a perdonare il suo aguzzino, Don Rodrigo, ma addirittura ad “amarlo”. Come si possa amare a comando, per di più uno che ti ha rovinato la vita, questo rimane un mistero che il Manzoni non spiega. Nemmeno Cristoforo lo spiega: dà per scontato che sia così. Come il cardinale Borromeo, anche Cristoforo pretende dagli altri la stessa inflessibilità, lo stesso rigore, con cui hanno forgiato la propria vita. Alla fine dei tratti di prepotenza, retaggio della sua antica vita da nobile, rispuntano fuori nel pretendere che gli altri la vedano come lui; perciò lo trovo un personaggio ambiguo per cui non riesco a provare una simpatia senza riserve. D’altronde lo stesso narratore, nella chiusura del romanzo, chiede si suoi “25 lettori” di voler bene all’autore secentesco e al narratore stesso (che sappiamo essere la stessa persona); si può dire che se l’opera ci è piaciuta non c’è bisogno di questa richiesta, e se non c’è piaciuta accettiamo comunque le scuse che – per pararsi il culo – Manzoni mette proprio nell’ultima frase come “captatio benevolentiae”.

6) Gertrude, la Monaca di Monza, è certo una povera disgraziata, a cui il Manzoni avrebbe consigliato di rassegnarsi alla sua monacazione forzata e a trovare conforto nella stessa fede – che nelle sue condizioni avrebbe perso anche una santa. Il Manzoni ovviamente disapprova la violenza psicologica del padre di Gertrude, ma non disapprova ciò che era assolutamente normale nel ‘600, nell’800 e perfino ai giorni nostri tra le famiglie cattoliche: imporre la propria religione ai figli. Gli stessi Renzo e Lucia faranno altrettanto, allevando nel “timor di Dio” la loro numerosa prole, come su ordine (più che consiglio) di fra’ Cristoforo morente nel lazzaretto. Parlare di libertà di culto era fuori luogo per Manzoni, anche per questo non metto un “no” netto sulla domanda iniziale sulla sua bigottaggine. Gertrude ha fatto bene a venire meno ai voti di castità pronunciati contro la sua volontà, magari poteva scegliersi un soggetto meno losco rispetto ad Egidio per romperli…

7) L’Innominato mi dà lo spunto per una riflessione sui “cattivi” che diventano “buoni”. È una cosa rara in letteratura: di solito i cattivi fanno una brutta fine e anche se puniti non si pentono affatto, anzi. Qualche volta trionfano pure (come accade spesso nella realtà). Personalmente godo quando il cattivo di turno ha quel che si merita, ma godrei ancora di più se si pentisse e rimediasse al male fatto: perciò il personaggio dell’Innominato mi piace, anche perché non si limita a pentirsi formalmente (quello riesce a tutti, se non si deve pagare per i propri errori) ma si dà attivamente da fare per rimediare. La trovo una cosa bellissima, l’episodio più bello del romanzo, ma anche utopica: le persone, nella realtà ma anche in letteratura, non cambiano così radicalmente, purtroppo. È più frequente anzi che i buoni diventino cattivi che viceversa.

8) il personaggio comunque più “bigotto” è senza dubbio Lucia, la «madonnina infilzata»; immagino come dev’essere l’intimità tra lei e Renzo, anche se nell’ultimo capitolo si arguisce che il sesso non sia mancato (la prole è numerosa), ma a letto mi sa che era una che “lo faceva solo per dovere”.

Tornando alla questione iniziale, Manzoni, con tutta la sua intelligenza e sensibilità, è figlio del suo tempo: nell’Europa dell’Ottocento, per molti versi simile a quella del Seicento, ci si poteva ancora scannare per motivi religiosi[4]. Non che all’epoca non esistessero pensatori materialisti (ce n’erano perfino nel XVII secolo: i “libertini” Cyrano de Bergerac, Gabriel Naudé e Gassendi, per fare qualche nome) ma accettare che l’altro adori un altro dio o, peggio ancora, sia ateo, era chiedere troppo a un uomo di quell’epoca (e anche a molti uomini e donne di oggi, purtroppo). Con Manzoni non credo sarebbe stato possibile parlare di ateismo: con penso proprio che avrei potuto intavolare un dialogo con lui se, grazie a una macchina del tempo, me lo fossi trovato davanti. E poi, alla fine, i promessi sposi non potevano andarsi a sposare altrove, da qualche altro prete, senza create tanti «imbrogli»?

Firenze, 7 maggio 2020

Note

[1] Nell’edizione scolastica a cura di Daniela Ciocca e Tina Ferri (A.Mondadori scuola, 2009).

[2] Il “popolo italiano”, non ancora unito politicamente, parlava gli innumerevoli dialetti: la Questione della Lingua si sarebbe proposta all’indomani dell’Unità, e avrebbe chiamato in causa lo stesso Manzoni

[3] Con cui mi sono laureato.

[4] Come oggi avviene in contesti di fanatismo islamico o induista.

Undici novelle e cinque racconti di Gianni Marucelli

Di Massimo Acciai Baggiani

marucelliTra le scoperte libresche di questa quarantena, che da una parte mi ha dato tanto tempo per rimettermi in pari con i libri rimasti indietro, c’è una deliziosa raccolta di racconti il cui titolo mi ha colpito subito (i titoli sono importanti): Undici novelle per l’ora del tè e altri racconti. Un po’ perché amo prendere il tè mentre leggo[1], un po’ perché è un titolo che incuriosisce (che tipo di racconti sono adatti all’ora del tè?), mi sono messo a leggerlo e l’ho finito appunto nell’intervallo di due tè (ossia due giorni).

L’autore è Gianni Marucelli, da cui ho avuto in dono il libro. Si tratta di un signore fiorentino che si divide tra gli interessi letterari e saggistici e l’attivismo ambientalista (è infatti direttore della rivista «L’Uomo, l’Italia, l’Ambiente», organo dell’associazione Pro Natura: rivista a cui collaboro anch’io): l’ho conosciuto tramite il comune amico Carlo Menzinger agli incontri alla Laurenziana del GSF[2] e alle presentazioni letterarie presso la Allianz Bank[3]. L’interesse per le tematiche ambientali unisce Marucelli e Menzinger ed è presente nella narrativa di entrambi gli autori.

Si tratta di testi molto vari, ambientati nel passato e nel futuro, che spaziano tra la favola e la fantascienza; lo stile è agile, scorrevole, accattivante. Anche la lunghezza dei singoli testi è varia: alcuni sono brevissimi, altri più articolati. Vediamo dunque nel dettaglio queste undici novelle (prima parte) e cinque racconti (seconda parte), almeno quelli che ho trovato più interessanti.

Il libro si apre con una sorta di frammento apocrifo della vita di Gesù: un Gesù inedito, animalista, coerente con il suo messaggio di amore per tutte le creature. Giuliana invece ci presenta una storia inquietante, paranormale: è un racconto lungo, che attraversa molti anni. Tra le storie più “animaliste” mi è piaciuta molto Fata Dorina e i suoi angeli, e non poteva essere altrimenti per un gattofilo come me: gli “angeli” felini del racconto sono tenerissimi e aprono il cuore. La seconda parte presenta più vicende fantascientifiche: la visione del futuro di Marucelli si accorda con quella di Menzinger; entrambe sono piuttosto pessimistiche. L’Uomo, ci mettono in guardia entrambi gli autori, finirà col rovinare il pianeta a causa della sua ottusità e avidità. Io voglio sperare che l’Umanità sappia ravvedersi a tempo e creare un mondo migliore; nelle mie opere sono sempre stato più portato per l’utopia piuttosto che per la distopia, come i miei colleghi. Il gatto è un racconto molto rappresentativo in tal senso: questa umanità disperata, ridotta a vivere nel sottosuolo che si contende con i ratti, è una metafora agghiacciante di ciò che ci aspetta se non cambiamo paradigma mentale. Ma la speranza non manca mai, ed è nei bambini, nelle nuove generazioni, capaci ancora di sognare.

Firenze, 7 maggio 2020

Bibliografia

Marucelli G., Undici novelle per l’ora del tè e altri racconti, Genova, Liberodiscrivere, 2012.

Note

[1] Tè verde deteinato, con qualche goccia di dolcificante, con biscotti integrali o fette biscottate spalmate di marmellata (questa la mia merenda).

[2] Il Gruppo Scrittori Firenze si è riunito periodicamente all’ASD Laurenziana tra maggio 2019 e febbraio 2020.

[3] Dove tra l’altro ho presentato il libro di Menzinger Apocalissi fiorentine (Tabula Fati, 2020).

Suoni folktronici

Di Massimo Acciai Baggiani

folktronic soundsL’ascolto di Folktronic Sounds mi sorprende piacevolmente per l’ecletticità e la versatilità di Margherita Pirri. Ho ascoltato, e recensito, i suoi precedenti lavori – da Daydream (2011) a Music from the World (2020, con Luna bianca) – già evidenziando la bravura di questa giovane cantautrice e polistrumentista milanese, da me intervistata nel 2011 per il suo album d’esordio. Dalla canzone d’autore (in italiano, inglese e francese) alla colonna sonora per documentari, dai jingle pubblicitari alla musica per sfilate di moda: a Margherita piace sperimentare, cimentarsi in generi nuovi, riuscendo bene in tutti i suoi progetti musicali. Lo conferma in questo ultimo album di brani scritti per alcune sfilate Max Mara e Liu Jo; Margherita si è studiata bene il contesto in cui la sua musica sarebbe stata eseguita, con i suoi ritmi e tempi, confezionando un cd digitale (di cui si può avere un assaggio su Spotify ) lontano dal suo stile originario ma non meno interessante e godibile, pure in quarantena.

Il genere, come suggerisce il titolo, è quello della “folktronica” (il quale unisce le sonorità folk con quelle dell’elettronica), ma non mancano altre influenze. I testi sono interamente in inglese. Oltre ad aver suonato tutti gli strumenti, Margherita ha curato anche gli arrangiamenti e il mixaggio.

L’album è stato quindi pubblicato dall’etichetta siciliana Trichorus; comprende sette brani di durata variabile tra i tre e i quattro minuti (uno supera i cinque). Il primo, It’s all right, è un brano ballabile molto positivo: un invito a dimenticare le preoccupazioni, quindi risulta anche molto attuale, in linea col motto #andràtuttobene di questo periodo. Segue Run away, brano dance che ci riporta a un mondo di fantasia in cui il protagonista corre senza meta, da una parte all’altra seguendo il suono della sua immaginazione. Is this what you want è una canzone d’amore, un dialogo-mantra con una persona che vuole troppo, che non si accontenta. Inside your mind esprime invece il desiderio di distanziarsi dal mondo, di ascoltare la propria mente e non sentire niente del mondo esterno; ne è protagonista una persona che non è andata al di là del luogo dov’è nata. Anche Sad old song è una canzone d’amore: un amore sofferto, come possiamo arguire dal titolo. You and me è un altro brano dance mentre l’ultimo, After sunset, è un lounge strumentale.

La musica è stata composta, come dicevamo, per accompagnare le sfilate di moda, ma la trovo molto adatta anche da ascoltare in privato sul divano, per rilassarsi, o come sottofondo per lavorare al pc o per la lettura, o anche in macchina (per chi la può prendere), viaggiando sulle note di una grande artista del nostro tempo.

Firenze, 4 maggio 2020