Il Napoleone divergente

Di Massimo Acciai Baggiani

Cosa accadrebbe se, in un mondo ucronico in cui Napoleone non se n’è andato dall’isola d’Elba e vi ha fondato un piccolo principato giunto fino ai giorni nostri sotto forma di minuscola repubblica, il Grande Còrso venisse clonato ed entrasse in politica nella vicina repubblica italiana? Quali idee innovative porterebbe per sbrogliare l’incasinatissima situazione del Belpaese?

Questa l’ipotesi intrigante da cui parte Pierfrancesco Prosperi in Napoleone è morto all’Elba (2 volte), uscito in tempo di pandemia; ipotesi elaborata con la consueta cura e verosimiglianza che caratterizzano le opere dell’autore aretino. Un’isola è sempre un luogo suggestivo, che rimanda a molta letteratura di mistero e avventura: un mondo a sé che, se nella realtà non potrebbe essere autosufficiente, potrebbe in effetti essere una micronazione come San Marino o il principato di Monaco se l’Empereur l’avesse eletta a sua dimora definitiva. Prosperi non nasconde di essere affascinato da quegli staterelli che rappresentano un po’ degli accidenti della storia, non a caso ha dedicato un’ucronia anche al già ricordato San Marino (ancora inedito) di cui nessuno sente la mancanza in un mondo in cui non è mai esistito. Chissà cosa scriverebbe Prosperi sull’Isola delle Rose, altra isola piena di fascino, purtroppo invasa e distrutta dall’esercito italiano…

I mondi ucronici di Prosperi finiscono sempre per mescolarsi, a differenza di quelli di Carlo Menzinger: si passa da uno all’altro con una certa naturalezza, al lettore immaginare in quale preferirebbe eventualmente vivere.

Firenze, 15 maggio 2021

Bibliografia

Prosperi P., Napoleone è morto all’Elba (2 volte), Firenze, Mauro Pagliai Editore, 2020.

Lager e schede perforate

Di Massimo Acciai Baggiani

Come abbiamo visto, Pierfrancesco Prosperi ha studiato a fondo le dittature del ventesimo secolo, in particolare quella fascista e nazista, a cui ha dedicato racconti e romanzi ucronici. Il processo numero 13 tratta un argomento molto delicato e spinoso: i rapporti tra l’IBM, la nota grande azienda statunitense, e il regime nazista, durante la seconda guerra mondiale. Dodici sono stati i processi minori a funzionari e medici, colpevoli di crimini contro l’umanità: Prosperi ne immagina un tredicesimo che avrebbe potuto e dovuto svolgersi a Norimberga nel 1949. La responsabilità nella Shoah non si limita a chi, tra il popolo tedesco, ha deciso di mettere in atto i folli progetti del Führer, ma anche a quei tecnici la cui scienza è stata impiegata per scopi malvagi, di cui i tecnici stessi erano consci: in altre parole l’IBM era ben consapevole di quanto accadeva nei lager e anzi la tecnologia informatica americana dei primordi ha permesso a nazisti di uccidere molti più ebrei, con una efficienza mai vista (viene in mente la poesia di Salvatore Quasimodo, Uomo del mio tempo, «con la tua scienza esatta persuasa allo sterminio») perché, come si legge in una pagina del libro di Prosperi, tra romanzo thriller e saggio, «con le nuove spaventose possibilità che le innovazioni scientifiche offrono, la tecnica non può permettersi di essere neutrale»[1], ossia senza cuore, senza compassione.

Firenze, 13 maggio 2021

Bibliografia

Prosperi P., Il processo numero 13, Arese, Edizioni Della Vigna, 2018.


[1] Prosperi P., Il processo numero 13, Arese, Edizioni Della Vigna, 2018, p. 151.

Ci penseranno gli alieni

Di Massimo Acciai Baggiani

La quarta verità è un divertissement (così l’ha definito l’autore) o meglio un’“antifavola” sul futuro del nostro pianeta; un apologo fantascientifico ed ecologico che rivela un grande pessimismo, comune anche a un altro autore di cui mi sono occupato molto: Carlo Menzinger (e anche Piero Dolara). Eppure non è più tempo di tenere la testa sotto la sabbia, negando il problema: il clima sulla Terra sta cambiando rapidamente e presto potrebbe non esserci più tempo per porre un rimedio. Nel romanzo breve di Prosperi, ambientato in un futuro prossimo, quel punto di non ritorno è già stato superato, quindi come non guardare con speranza all’arrivo di misteriosi alieni, tecnologicamente avanzatissimi, per togliere le castagne dal fuoco?

Gli Uniani, provenienti dal pianeta Uno (in quanto considerato in precedenza erroneamente l’unico abitato da forme di vita intelligente), influenzano la Terra ancora prima del loro sbarco, annunciato con un anno di anticipo, facendo sorgere la strana quasi-setta degli Incontristi, i quali cercano di mettersi in contatto telepatico con i visitatori extraterrestri, e poi si suicidano senza rivelare alcunché delle loro sconvolgenti scoperte. Questo crea una notevole suspense nel lettore, che attende col fiato sospeso – insieme ai terrestri – l’arrivo degli Uniani e la rivelazione dei loro segreti. L’attesa sarà ben ripagata per il lettore: la “quarta verità” sarà in effetti del tutto inattesa.

Si tratta sì di un romanzo di fiction, ma molti dei rapporti ambientali che si alternano alla narrazione sono reali e l’eventualità che si realizzi un futuro distopico come quello descritto da Prosperi è tutt’altro che remota. L’umanità è giunta a un bivio, questo l’ho sempre ripetuto anch’io: se non cambia paradigma mentale, se non supera i propri egoismi e la sua visione limitata, andrà verso l’estinzione. Ma io sono più fiducioso rispetto sia a Prosperi che a Menzinger: l’Uomo troverà in tempo la saggezza necessaria per cambiare. O almeno è la mia speranza più grande.

Firenze, 12 maggio 2021

Bibliografia

Prosperi P., La quarta verità, Booksprint, 2019.

Uccidendo Hitler

Di Massimo Acciai Baggiani

Pierfrancesco Prosperi è attratto, come molti autori di ucronie, da quel tragico capitolo della storia che riguarda il fascismo e il nazismo. Ne abbiamo visto esempio in HH Hitler’s Hamptons dove il Führer subiva una sorte ben diversa di questo nuovo romanzo allostorico, Il 9 maggio, il cui sottotitolo – Cosa sarebbe successo se Hitler fosse morto a Firenze nel 1938? – svela la tesi di fondo a cui Prosperi dà una risposta non soddisfacente per gli antifascisti (come me), ma comunque possibile e verosimile. Se durante quella storica visita dei due dittatori alleati nella mia città, nella primavera di 83 anni fa, l’Imbianchino [1] fosse stato assassinato in un attentato riuscito a metà, il Duce non avrebbe partecipato alla Seconda Guerra Mondiale (che verosimilmente, senza il Führer non avrebbe avuto luogo) e sarebbe morto serenamente nel suo letto 24 anni dopo la sua tragica morte in questa linea temporale, come altri dittatori europei quali Franco e Salazar, e l’Italia sarebbe rimasta fascista molto più a lungo.

Il romanzo si apre con una serie di testimonianze giornalistiche sulla morte di Mussolini, nel 1969, per poi tornare a quel fatidico 1938 in cui un gruppetto di amici progetta di far saltare in aria in contemporanea il Duce e il Führer. Il primo si salva solo per un caso fortuito. La preparazione dell’attentato è ben descritta nei dettagli, e la suspense per il lettore – che si domanda cosa non sia andato per il verso giusto – è assicurata. Affascinante la ricostruzione di un’Italia fascista negli anni Sessanta, come interessante e accurata la descrizione di quel giorno di maggio – di cui ho visionato talmente tante foto in bianco e nero [2], durante il mio lavoro presso l’Archivio Locchi, che mi pareva di essere lì, mentre l’azione si svolgeva.

Firenze, 10 maggio 2021

Bibliografia

Prosperi P., Il 9 maggio, Napoli, Homo Scrivens, 2019.


[1] In realtà Hitler non fu imbianchino, ma aspirante pittore: se fosse stato accettato all’Accademia la storia sarebbe stata ben diversa, come mostra anche Norman Spinrad in Il signore della Svastica (1972).

[2] Fino alla nausea.

Il Gran Torneo delle religioni

Ultimamente lo scaffale del libero scambio mi ha presentato un libro bellissimo riguardo al dialogo interreligioso, il più bello e interessante su questo argomento tra quelli che ho letto. Sotto la forma di un romanzo con sfumature “gialle” e “rosa”, l’autore, Shafique Keshavjee, teologo keniota di origine indiana, mette a confronto le cinque religioni più diffuse (buddismo, induismo, islam, ebraismo, cristianesimo) in un ipotetico torneo “sportivo” a cui partecipa anche un delegato ateo (o meglio, un libero pensatore materialista, visto che anche il delegato buddista è ovviamente ateo): ciascuno presenta la propria fede, a turno, senza essere interrotto dagli altri “atleti”, civilmente, in un clima di grande amicizia che può esistere giusto in un romanzo: nella realtà in un torneo del genere probabilmente i delegati si scannerebbero a vicenda, o quando meno cercherebbero di sopravanzare gli avversari parlando, o meglio urlando, in contemporanea, come in un talk show televisivo…

Il Re, il Saggio e il Buffone si svolge d’altronde in un luogo di fiaba, un reame “lontano lontano” dove il sovrano ha a cuore i propri sudditi ed è affiancato da due consiglieri molto diversi: un sapiente e un buffone. Una notte tutti e tre fanno uno strano sogno che ispirerà loro il curioso torneo, per stabilire quale sarà la religione di stato. Vengono invitati i rappresentanti delle varie religioni e l’ateo, che è il primo a parlare, seguito dai delegati delle religioni asiatiche per finire con quelle dei “popoli del Libro”. La salomonica decisione finale del Re coincide col mio modo di pensare: ognuno segua la religione che preferisce, senza imporre nulla agli altri.

Dal confronto emergono certo molte differenze tra le varie fedi, ma l’autore pone l’accento sui principi comuni, quelli più puri, contrari alla violenza, all’ipocrisia e al fanatismo che purtroppo osserviamo spesso nel passaggio dalla teoria alla pratica. Qualche frecciata non manca neanche in questo pacifico quanto utopico torneo, ma tutto sommato regna il rispetto e il più piccolo fanatismo viene messo subito a tacere. Una lettura che avrei voluto fare molto prima, in cui ho ritrovato molte delle idee che già coltivavo: lo consiglio a tutti coloro che hanno una mente aperta, desiderio di conoscere altri punti di vista e speranza che un giorno non ci si ammazzi più in nome di un dio o di un principio spirituale che dovrebbe recare gioia e pace.

di Massimo Acciai Baggiani

Firenze, 2 maggio 2021

Bibliografia

Keshavjee S., Il Re, il Saggio e il Buffone, Torino, Einaudi, 1998.

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Una guida di Firenze Capitale

Di Massimo Acciai Baggiani

Pochi giorni prima dell’uscita dell’antologia del GSF per i 150 anni dal trasferimento della capitale d’Italia da Firenze a Roma, Accadeva in Firenze Capitale, ho trovato al solito scaffale del libero scambio un interessante libricino, ristampa anastatica (allegata a La Nazione, immagino nel 2015) di una guida destinata a quei torinesi che, per motivi di lavoro (funzionari, impiegati, ecc.), hanno dovuto spostarsi nella nuova capitale dal 1865. Ho letto queste 52 pagine con grande interesse, trovandovi dentro non poche sorprese e curiosità di un periodo (la seconda metà del diciannovesimo secolo) così lontano e affascinante.

Innanzitutto consideriamo che fino al 1861 per un torinese venire a Firenze significava letteralmente andare all’estero, perciò questa guida ha il sapore delle guide che parlano di altre nazioni. Il “monsù Travet” di turno avrebbe trovato molte differenze con la sua Torino, non ultima la lingua (l’italiano, ricordiamolo, era poco diffuso all’epoca ed era una lingua ancora aulica e letteraria – l’imbarazzo del Manzoni “costretto” a “sciacquare i panni in Arno” risaliva a un paio di decenni prima).

Come ci aspettiamo, troviamo una città molto più piccola, chiusa tra le mura a formare una sorta di pentagono irregolare, suddivisa in quattro quartieri (o “mandamenti”) corrispondenti a quelli dell’attuale centro storico, con molti meno abitanti (più o meno 150.000). Rifredi era un paesino in campagna, alle porte della città (oggi è un quartiere periferico). La guida parte proprio da notizie urbanistiche su ponti, vie, porte, case, ma anche climatiche (si parla del «clima mitissimo» e dei suoi «giardini sempre fioriti» da cui trarrebbe il nome – con inverni non così freddi ed estati «rese sopportabili dagli zefiri o venti che costantemente vi soffiano» – e pensare che ho sempre giudicato pessimo il clima fiorentino, ma bisogna considerare i mutamenti climatici di questo secolo…). Si parla anche di neve a Firenze, come fenomeno raro e passeggero (e così è ancora oggi).

I cenni storici occupano una pagina e mezza, con le origini che si perdono «nella notte dei tempi» (oggi sappiamo che Firenze ha poco meno di 2100 anni). Il carattere dei suoi abitanti è descritto con toni positivi («mite, cortese ed ospitale» ma anche furbo come possono essere i mercanti, trattando gli affari con cautela, «parco», abituato a mangiare poco, preferendo usare il denaro per far bella figura in pubblico, sicuro della sua supremazia).

Curioso il passatempo femminile di stare affacciate alla finestra e il farraginoso meccanismo delle porte dei palazzi, chiuse al visitatore che deve penare per farsi aprire: «giunti innanzi alla porta in quistione, voi esaminate ben bene quella schiera di bottoni che somigliano assai al registro dell’organo della parrocchiale; e trovato quello che corrisponde al quartiere del vostro amico, gli date una buona strappata; poi, ciò fatto, alzate il muso al piano corrispondente, per sapere se v’ha gente in casa, e se la vostra scampanellata venne udita, poco stante – infatti – un altro muso, maschile o femminile, s’affaccia ad una finestra, e sia che vi ravvisi, o che non conoscendovi vi chiegga chi siate, compiuto il suo esame, tira un altro filo che corre parallelo al filo che avete scorro voi, e la porta si spalanca, e voi salite per una scala piuttosto angusta, e il più delle volte molto oscura.» Chi lo avrebbe detto? Firenze era più avanti di Torino…

Oggi nelle case fiorentine abbiamo il riscaldamento, ma un secolo e mezzo fa a Firenze si usava lo “scaldino” (o caldanino, o “marito”) vista l’assenza di camini nelle camere, e si è continuato ad usare a lungo. Ancora mio padre lo usava quando era giovane, anche se non in città ma in montagna…

Le camere erano rivestite di “carta da apparato” o “carta di Francia” e per fortuna esistevano già nelle case quei luoghi “innominabili” «in cui per ritirarsi discendono per fino i re dal trono», ma ce ne erano anche di pubblici come oggi.

Neanche l’aspetto gastronomico è trascurato, con tanto di prezzi. I compilatori hanno perfino inserito un menù completo di una trattoria. La guida è molto dettagliata anche per quanto riguarda i prezzi, espressi in lire (da poco introdotte anche a Firenze). Così a occhio pare che una lira dell’epoca valesse 4-5 euro di oggi… Un caffè costava sui 20 centesimi e la stessa guida ne costava 80. A proposito di caffè, altra curiosità: l’abitudine di fare colazione al bar con «caffè e latte con arrosto» per 30 centesimi, dove per “arrosto” si intende «quattro belle fette di pane abbrustolito e spalmate di burro fresco».

In città ci si spostava a piedi, o con l’omnibus o con le carrozze, ovviamente, e il tariffario riportato ci fa capire che non erano per nulla economiche. C’erano anche molti lustrascarpe «siccome a Firenze il fango quando piove, e la polvere quando fa secco, non mancano mai» (e il clima era a quanto pare più piovoso di quello attuale…).

Il libro prosegue con suggerimenti di passeggiate nei dintorni di Firenze, luoghi oggi inglobati nella città, come la Cascine, il giardino di Boboli, il Parterre, e termina con la descrizione della situazione scolastica (non molto buona quanto a numero di scuole), dei teatri (ce n’erano più di oggi) e altri dettagli sparsi. Una lettura curiosa per storici e non solo.

Firenze, 22 aprile 2021

Bibliografia

  • La nuova capitale. Guida pratica popolare di Firenze ad uso specialmente degl’Impiegati, Negozianti, delle Madri di famiglia, e di tutti coloro i quali stanno per trasferirvisi, Torino, Tipografia letteraria, 1865.
  • AA.VV., Accadeva in Firenze Capitale: racconti storici dal 1865 al 1871, Staffoli, Carmignani, 2021.

Un paio di storie di Firenze Capitale

Di Massimo Acciai Baggiani

Nel 2021 ricorrono i settecento anni dalla morte di Dante Alighieri, com’è universalmente noto. Appena un po’ meno noto al comune passante è un’altra ricorrenza di quest’anno: i 150 anni dal trasferimento della capitale d’Italia da Firenze a Roma. L’evento non è passato inosservato al consiglio direttivo del GSF (Gruppo Scrittori Firenze) che ha voluto celebrarlo con un’interessante antologia a carattere storico-narrativo: Accadeva in Firenze Capitale. Per inciso, lo stesso GSF si è ricordato anche di Dante con un’altra antologia, di prossima uscita: Gente di Dante, in cui figura, tra gli altri, un mio racconto, uno di Pierfrancesco Prosperi e uno di Carlo Menzinger.

La mia città è stata capitale per poco più di cinque anni, dal 1865 al 1871, ma è stato un periodo importante anche dal punto di vista architettonico e urbanistico. L’antologia ha un taglio principalmente storico, realistico, ma non mancano i voli di fantasia: Pierfrancesco Prosperi ha contribuito naturalmente con un’ucronia, Le colline di Firenze, che sviluppa un’ipotesi che aveva affascinato anche me per un racconto, Gavinana, scritto proprio per l’antologia (ma che è stato poi scartato[1]); cosa accadrebbe se Firenze fosse ancora, ai giorni nostri, capitale d’Italia al posto di Roma? Lo smarrimento del protagonista del racconto che si muove in una città familiare e al tempo stesso “cambiata” somiglia a quello di Andrea Venier di Garibaldi a Gettysburg, solo che qui Stefano Lunghini proviene da una realtà divergente e si ritrova in una Firenze che conosciamo bene. Il “passaggio dimensionale” è dovuto all’attività letteraria del Lunghini (altro punto in comune col romanzo sopracitato, in cui c’è uno scrittore che immagina un universo allostorico) e provocherà conseguenze nella nostra realtà.

La Firenze Capitale ipotizzata da Prosperi è certamente diversa: ad esempio c’è la metro e i nomi delle vie sono in parte quelli noti e in parte alternativi. Ciò mi ricorda anche il mio romanzo inedito Oltre le bianche distese del Tempo, ambientato anch’esso in una Firenze stravolta dal punto di vista urbanistico (ma nel mio romanzo ciò non è dovuto a un salto ucronico, bensì… ad altro che non voglio spoilerare).

Molto interessante anche il racconto di Carlo Menzinger, altro autore di ucronie che stavolta però ha preferito restare con i piedi per terra e scrivere un racconto, Il collezionista inglese, dedicato a una figura storica ben nota ai fiorentini – Frederick Stibbert (1838-1906) – così com’era, senza ipotesi fantascientifiche. Al celebre milionario inglese, che avrebbe lasciato alla sua città di adozione uno splendido museo di armature antiche, senza contare il suggestivo giardino all’inglese che porta il suo nome (dove ho trascorso molte giornate piacevoli, nella mia gioventù, leggendo e sognando), si rivolge in prima persona Firenze stessa, personificata da Menzinger, per raccontarne la straordinaria avventura umana. Pure io avevo dedicato una mia opera a questo lord inglese ottocentesco: una poesia inserita in un libro che Menzinger ha dedicato a me e al quartiere di Rifredi (dove si trovano il museo e il parco[2]), Pomeriggio d’agosto allo Stibbert, di cui mi piace citare una strofa:

Lasciatemi solo nel locus amoenus
dove fingere che il tempo s’è fermato:
par di udire i passi di Federigo,
collezionista d’armature e porcellane,
che contempla l’opera d’una vita
dedicata alla Bellezza.
Sir” gli direi “welcome in this century:
sediamoci in riva al laghetto,
davanti al piccolo tempio egizio,
e nelle acque verde ombroso
impariamo qualcosa
dalle tartarughe e dalle anatre.”

Firenze, 18 aprile 2021

Bibliografia

AA.VV., Accadeva in Firenze Capitale: racconti storici dal 1865 al 1871, Staffoli, Carmignani, 2021.

Massimo Acciai Baggiani e Carlo Menzinger allo Stibbert

[1] È stato poi inserito nell’antologia Fantascientifico, vol. 1, a cura di Antonio Primo, edito da Idrovolante edizioni (2020).

[2] Menzinger C., Il narratore di Rifredi, Firenze, Porto Seguro, 2019, scritta per progetto Dintorni Urbani, ispirata alle foto di Teresa Bucca.

Il ritorno al passato di Massimo Acciai Baggiani

Di Roberto Balò

Nota di lettura su La straordinaria nevicata dell’85 di Massimo Acciai Baggiani (Gli Elefanti Edizioni)

Nel suo ultimo romanzo Massimo Acciai Baggiani ci riporta a un giorno che è rimasto nella memoria di chiunque avesse l’età giusta per ricordarselo, il 5 gennaio 1985, quando la città di Firenze si svegliò ricoperta da uno spesso strato di neve.

Ricordo che affacciandomi alla finestra tutto era bianco, il piazzale dietro casa, gli alberi, i tetti delle case e un silenzio irreale riempiva l’aria. Le scuole erano state immediatamente chiuse e noi ragazzi ci buttammo sulla neve fresca, intatta. Uno di quei giorni in cui si chiede: “Te lo ricordi? E tu dov’eri?”

La straordinaria nevicata dell’85 è un libro sulla memoria, quella del protagonista, che l’ha perduta, quella della città, la Firenze degli anni ’80 e la nostra stessa memoria. Si seguono le vicende romanzesche del protagonista in questo suo personale viaggio nel passato mentre allo stesso tempo ricostruiamo il nostro.

In questa atmosfera rarefatta si svolge la parte principale del romanzo in cui il protagonista incontra se stesso, il bambino dimenticato. Come nelle migliori storie di viaggi nel tempo il passato riporta lentamente a galla ricordi assopiti che hanno il potere di influenzare anche il presente.

L’autore intreccia questo evento a una trama da romanzo di avventura, con colpi di scena, incontri a sorpresa, amore e scoperte sorprendenti. Un libro da leggere tutto d’un fiato, ma che lascia anche il tempo per una riflessione su noi stessi, su chi eravamo, chi siamo e su chi saremo.

Racconti rumeni di madre e figlia

Di Massimo Acciai Baggiani

Un nuovo pacco è giunto dalla Romania. Stavolta conteneva un libro di prose firmato da Lucia e Codruţa Dragotescu, madre e figlia, col titolo molto generico di Scritti letterari. Un’edizione bilingue anche questa, come già i libri che mi erano arrivati con la prima spedizione, destinata anch’essa, come questo, alla Biblioteca Nazionale Centrale di Firenze. La traduzione dal rumeno all’italiano è di Lucia, la prefazione di un suo collega bibliotecario, anch’esso poeta: Aurelian Sorin Dumitrescu. Scrieri literare / Scritti letterari contiene due racconti brevi (Barbara dai mille volti e La città di Raoul) e due lunghi (Brelli e Reli e Come complicarti la vita inutilmente), equamente ripartiti tra le due autrici. Storie che ci parlano di un’altra cultura, di una terra lontana dell’est, con personaggi verso cui non si può non provare simpatia. Da gattofilo quale sono, il racconto che mi è piaciuto di più è Brelli e Reli, i cui protagonisti sono appunto una coppia di simpaticissimi gatti, ma anche gli altri racconti sono degni di attenzione. Le due autrici rumene si rivelano anche ottime narratrici oltre che brave poetesse. Certo, la tecnica del lipogramma, soprattutto nel primo racconto di Codruţa, non rende proprio agevole la lettura (della parte in italiano), ma è talmente interessante che lo si legge comunque volentieri. Visto il corso di rumeno che ho seguito durante il lockdown, mi sono provato a leggere anche la versione in lingua originale, tanto per assaporare il suono di questa interessante lingua neolatina…

Firenze, 23 marzo 2021

Bibliografia

Dragotescu C., Dragotescu L., Scrieri literare / Scritti letterari, Bucarest, Editura Fundaţiei România de Mâine, 2021.

Salvando Hitler

Di Massimo Acciai Baggiani

Hitler vincitore nella seconda guerra mondiale è davvero un classico dell’ucronia, probabilmente l’ipotesi allostorica che più affascina scrittori e lettori del genere. Da Philip K. Dick in poi questa inquietante possibilità è stata incredibilmente produttiva. Anche il nostro Pierfrancesco Prosperi l’ha sviluppata in più di una sua opera – si veda ad esempio Ritorno a Gettysburg – e ci torna in HH Hitler’s Hamptons, romanzo del 2012. In un 1969 divergente (il punto di divergenza dalla nostra linea temporale è duplice: da una parte l’uso dell’atomica da parte della Germania nazista per sconfiggere la Russia staliniana, dall’altra la vittoria di Kennedy senior alle elezioni americane del 1940, favorita nientemeno che dai messaggi subliminali in un cortometraggio disneyano) Jordan, il protagonista dipendente del più grande museo newyorkese, si trova coinvolto in un intrigo internazionale molto più grande di lui, in cui rischierà più volte la vita e si ritroverà paradossalmente a salvare quella del Führer (der Alte, il Vecchio) per prevenire un male ancora maggiore. Realpolitik.

Interessante la descrizione di questo mondo alternativa, con un’Europa sotto lo stivale nazista (un nazismo comunque più blando rispetto a qualche decennio prima), e un’America indipendente ma succube dell’impero tedesco. Tra i molti spunti di riflessione offerti dal libro ve n’è uno che mi ha colpito particolarmente: come sarebbe considerata nel dopoguerra la questione dei lager e della Shoah? Gli orrori di Auschwitz, Mathausen e Treblinka sono venuti fuori perché il nazismo è stato sconfitto… ma se ciò non fosse accaduto, se la Soluzione Finale fosse stata applicata fino in fondo e i milioni di ebrei fossero semplicemente “scomparsi nel nulla” insieme alle prove? Già Primo Levi temeva che i racconti dei superstiti sarebbero stati per molti “incredibili”, tanto profondo era l’orrore dei lager, e che si rischiava di perdere la memoria (da cui la maledizione iniziale di Se questo è un uomo). La risposta di Prosperi segue questo pensiero, presente anche in Fatherland di Robert Harris (ambientato anch’esso in anni Sessanta ucronici): in una Germania nazista circolerebbero voci sui massacri ma sarebbero molto ridimensionati e i forni crematori sconfessati, come avviene anche nel nostro mondo da certi cretini neonazisti negazionisti.

Firenze, 20 marzo 2021

Bibliografia

Prosperi P., HH Hitler’s Hamptons, Rêverie, 2012.