Gli orizzonti blu di Chiara

Di Massimo Acciai Baggiani

Kovrilo-Blua_horizonto-Kjara-250Chiara Raggi è una ragazza di Rimini, piena di vitalità e simpatia: lunghi capelli castani come gli occhi, intensi. Cantautrice. Esperantista. Chiara possiede una voce soave come le sue canzoni, che interpreta in italiano e nella lingua di Zamenhof, di cui condivide gli ideali di uguaglianza e fraternità: in entrambe le lingue ha dato prova di grande talento artistico, basta ascoltare i suoi tre album – Disordine (2015), Lacrimometro (2017) e il recente Blua Horizonto (2019) – per verificarlo. Chiara nonostante la giovane età ha già una carriera di tutto rispetto: è tra l’altro anche autrice di una web-serie spassosissima (Le disAvventure di un cantautore [femmina]), è conduttrice televisiva ed ha ricevuto importanti riconoscimenti a livello nazionale e internazionale per la sua musica.

Di particolare interesse è proprio il suo ultimo album, Blua Horizonto (in italiano: Orizzonte blu), prodotto da Vinilkosmo (la nota etichetta internazionale che distribuisce musica esperantista) in collaborazione con la Federazione Esperantista Italiana (FEI), firmato col nome esperantizzato di Kjara: dieci canzoni che hanno il sapore del mare, di orizzonti sconfinati, di libertà, di leggerezza. Lo stile, acustico e molto melodico (Chiara è anche una bravissima chitarrista), ben si abbina col contenuto dei testi, composti da lei insieme alla musica (la traduzione in esperanto è del mitico Renato Corsetti e del compianto Gianfranco Molle, a cui l’album è dedicato, passando tal modo il testimone della musica esperantista italiana d’autore a una degna erede). Momenti di riflessione si alternano a liriche d’amore, sospese tra realtà e sogno, che ruotano attorno al tema del viaggio, reale o metaforico: Chiara si racconta con serenità e ironia, facendo poesia in musica.

Tanta voglia di cantare, insomma, in questo album, e cantare in una lingua che parli al mondo intero, come sottolinea la nostra Chiara/Kjara in Lasu min plukanti (Lascia che io continui a cantare): «Flugas nun la kanto / kore Esperanto / kreskas ene movas ĉiun mian senton» («adesso il mio canto vola / con l’Esperanto nel cuore / cresce da dentro e smuove tutto il mio sentimento»). Ne consiglio l’ascolto non solo ai “samideani”: la musica di Chiara è godibilissima anche da parte di chi non conosce la lingua internazionale. La musica, si sa, è la lingua internazionale per eccellenza.

Firenze, 26 gennaio 2020

Discografia

  • Kjara, Blua Horizonto, FEI-Vinilkosmo, 2019.

Isole

Di Massimo Acciai Baggiani

dove erano le isoleL’idea dell’isola mi ha sempre affascinato.

Anni fa, dopo aver finito un libro sulla metafora del giardino in letteratura[1], avevo in programma di fare una ricerca analoga sulla metafora dell’isola: non ne ho poi fatto nulla, spaventato dalla mole immane di lavoro che avrebbe richiesto quel progetto. Lascio ad altri questo compito, per me mi basta sognarle, le isole, e fantasticare: andarci di persona espone a un confronto spesso deludente con le proprie fantasie[2].

Per me l’isola è insieme incubo-prigione (l’isola di Robinson Crusoe, quella del dottor Moreau[3], l’isola d’If[4]) e rifugio-utopia (l’Isola-che-non-c’è[5], l’isola di Pala[6], l’Isola-non-trovata di cui parla Guccini[7], l’Isola delle Rose[8]): in ogni caso suscita in me forti emozioni. È con questo spirito che ho letto un recente libro firmato da Paolo Ciampi insieme a Arnaldo Melloni e Massimiliano Scudeletti, Dove erano le isole, dedicato alle isole del Mediterraneo: ogni capitolo un’isola, ogni isola diverse storie. All’inizio di ogni capitolo ci sono le indicazioni su come raggiungere l’isola e consigli su cosa portarsi dietro (un libro, una canzone, un oggetto…): un avvincente portolano che ci invita a scoprire luoghi lontani dalla routine delle nostre giornate continentali, che ci fa viaggiare con l’immaginazione se non possiamo farlo fisicamente. I libri di Ciampi sono sempre carichi di suggestioni, di spunti, di letteratura e di curiosità: neanche questo deluderà il lettore.

Firenze, 8 gennaio 2020

Bibliografia

  • Ciampi P., Melloni A., Scudeletti M., Dove erano le isole. Portolano mediterraneo delle storie e delle rotte dimenticate, Firenze, Aska, 2019.

Note

[1] Acciai M., Spurio L., La metafora del giardino in letteratura, Aosta, Faligi, 2011.

[2] Finora le uniche isole che ho visitato, tutte in territorio italiano, sono: due isole del lago Trasimeno, l’isola d’Elba e la Sicilia.

[3] Wells H.G., L’isola del dottor Moreau.

[4] L’isola dove viene imprigionato ingiustamente il protagonista de Il conte di Montecristo di A. Dumas.

[5] Quella dove vive Peter Pan e i suoi amici nei romanzi di J.M. Barrie.

[6] Huxley A., L’isola.

[7] Guccini F., L’isola non trovata, nell’omonimo album del 1971.

[8] La micronazione creata dall’ingegner Giorgio Rosa al largo di Rimini nel 1968, la cui lingua ufficiale era l’Esperanto.

La specialità di Dio

Di Massimo Acciai Baggiani

olivieriTra gli incontri più significativi che devo al mio lavoro di editor presso Porto Seguro c’è senza dubbio quello con l’avvocato Riccardo Olivieri. Fiorentino, poeta, uomo di legge, laconico, grande mente: l’ho incontrato spesso durante gli eventi organizzati mensilmente dalla casa editrice e ho imparato ad apprezzarlo dal lato umano prima che da quello artistico, infatti il suo libro La specialità di Dio (uscito appunto con Porto Seguro, nel 2019) l’ho letto solo di recente, dopo averne ricevuta in dono una copia autografata dall’autore[1].

Diciamo subito che è un libro che sfugge alle più banali classificazioni. È certo un libro di poesia, ma è anche narrativa, romanzo, raccolta di micro-racconti. Il paragone più immediato è quello con Edgar Lee Masters e la sua Antologia di Spoon River (e la magistrale “riscrittura” di Fabrizio De André) per la forma narrativa corale ed episodica. La cornice delle storie narrate è data dalla visita dell’anonimo «avvocato» (lo stesso Olivieri?) presso la Casa Pia, una sorta di ospizio e casa di cura, per una visita medica cardiologica: qui incontrerà un vasto repertorio umano di “vecchie”, definite talvolta “streghe”, che racconteranno a turno brandelli delle proprie vite, spesso con amarezza e rimpianto. Non mancano i momenti umoristici, ma si percepisce un pessimismo di fondo, un’autenticità che non rifugge dagli aspetti più crudeli e disgustosi del corpo, un viaggio “dantesco” nelle umane miserie che non risparmia niente e nessuno.

È una lettura che richiede attenzione e stomaco; la scrittura non è sempre lineare e immediata, ci addentriamo d’altra parte nelle regioni più oscure della mente e dell’animo, là dove noi “giovani sani” non osiamo avventurarci. Ma è un viaggio necessario per comprendere il dolore e quindi la vita. Concordo con l’editore, Paolo Cammilli, che l’ha definito giustamente un capolavoro.

Firenze, 3 gennaio 2020

Bibliografia

  • Olivieri R., La specialità di Dio, Firenze, Porto Seguro, 2019.

[1] In cambio gli ho dato una copia del mio libro sul Casentino, Cercatori di storie e misteri (Porto Seguro, 2019).

Le ore piccole

Di Massimo Acciai Baggiani

ore piccoleLa notte è piena di vita. Per alcuni questa si esprime in sogni arruffati e surreali, al caldo delle coperte; per altri a giro in locali con luci soffuse, popolati da personaggi che apparirebbero terribilmente improbabili alla luce del giorno. La notte è dei giovani, ma non solo. Il protagonista di questa straordinaria commedia scritta e diretta da Alessandro Riccio, Ore piccole, Vladimiro, è un rapper in erba, ribelle e innamorato; vive un’esperienza psichedelica e alcolica che lo condurrà, al mattino, smemorato e confuso, a un interrogatorio di polizia per atti osceni in luogo pubblico. Cos’è davvero successo? Qual è il confine tra realtà e immaginazione?

L’opera è andata in scena in questo ultimo scorcio di 2019 al Teatro Puccini, a Firenze, e si è avvalsa di attori di prim’ordine, tra cui spicca il grande Riccio accanto all’immancabile Gaia Nanni. Un grande spettacolo di varietà, pieno di invenzioni, che non può fare a meno di stupire e coinvolgere.

Firenze, 31 dicembre 2019

Lo sguardo teso

Di Massimo Acciai Baggiani

scrofaniDebora Scrofani, insegnante e poetessa fiorentina, l’ho conosciuta ai tempi dell’università, così come Piera Donna – a cui ho dedicato una breve nota di lettura, qualche giorno fa, dopo aver letto una sua silloge – e come Piera l’ho poi rivista a una riunione redazionale de «L’Area di Broca», molti anni dopo.

Debora rimane fedele alla sua scelta cristiana, che impregna tutta la sua produzione poetica. Nella sua raccolta Lo sguardo teso, uscita nel 2018 con la SEF, è riassunto un percorso che parte proprio da quegli anni Novanta, dell’università, e arriva fino al presente. Il mio noto anticlericalismo non mi ha impedito di apprezzare la voce poetica di Debora, piena di passione e sincerità, tesa alla ricerca del “Mistero” e della ragione ultima delle cose. Molte sono le dediche delle liriche: a Gilberto Baroni, l’insegnante che ha avuto un ruolo importante nella sua vita (come anche in quella di Piera Donna), ad amici e amiche, ai genitori, a Tiziana (la sorella morta prematuramente), ai sacerdoti: a tutti vanno grandi parole d’affetto.

Lo stile è conciso, piano, quasi dimesso, ma sostenuto da una grande fede e anelito verso l’Alto, a cui la poetessa indirizza le proprie invocazioni, donandosi completamente. Frequenti sono le citazioni evangeliche in questo libricino di 52 pagine, breve ma denso, e il senso religioso vissuto in prima persona è ben presente: Debora racconta la propria vita spesa per gli altri, e lo fa con grande maestria e sincerità, col suo sguardo teso all’oltre e pieno di stupore.

Firenze, 22 dicembre 2019

Bibliografia

  • Scrofani D., Lo sguardo teso, Firenze, Società Editrice Fiorentina, 2018.

Chi mi fa fiorire

Di Massimo Acciai Baggiani

piera donnaProprio ieri ho avuto in omaggio dall’amica Mariella Bettarini la silloge di Piera Donna, Chi mi fa fiorire, fresca di stampa, edita da Gazebo[1]. Mi trovavo in centro e, in attesa di un appuntamento che avevo alla Casa di Dante, me lo sono andato a leggere nella basilica di Santa Croce, all’imbrunire. Si tratta di un libricino che non arriva alle quaranta pagine; in copertina riporta un acquarello della poetessa medesima, che è pure pittrice, raffigurante dei tulipani. La prefazione è del professor Gilberto Baroni, di cui Piera è stata allieva.

L’autrice la conosco dai tempi dell’università, ossia un bel po’ di anni fa: ci siamo persi di vista per poi ritrovarci, in tempi recenti, a una riunione di redazione de «L’Area di Broca»[2]. Mi ha riconosciuto subito. Fiorentina come me, di un paio d’anni meno giovane, come me laureata in Lettere e insegnate[3], ha iniziato precocemente a pubblicare poesia – mentre io ero ancora del tutto inedito, e lo sarei rimasto ancora a lungo – questo è il suo terzo libro.

«Scrivere e leggere poesia mi aiuta a capire chi sono»[4] confessa nella nota iniziale, e certo dai suoi versi traspare questo amore viscerale per la poesia, assieme alla lezione dei classici italiani e stranieri di cui si è nutrita. Le ventiquattro liriche che seguono, composte tra il 2016 e il 2018, sono brevissime, ermetiche, ungarettiane nella brevità e montaliane nel tono: sono ricerca delle verità ultime nelle piccole cose quotidiane – i colori del tramonto, lo sbocciare dei tulipani, la spuma delle onde, il silenzio – cosa che ho fatto a lungo anch’io, prima di abbandonare la poesia per dedicarmi esclusivamente alla prosa. L’idea della fioritura, dello sbocciare, attraversa tutte le liriche, come suggerisce il titolo: ed è “stupore”.

Diversi sono i nostri percorsi poetici e umani, ma identico lo spirito di ricerca. L’osservazione, il voler andare al di là, scoprire il segreto, conoscere… Diversi sono anche i nostri background – Piera proviene dal mondo cattolico, io da quello buddista[5] – ma i versi contenuti in questo libricino sono universali, parlano al cuore di tutte le persone sensibili e attente. Un libro da meditare.

Firenze, 19 dicembre 2019

Bibliografia

  • Donna P., Chi mi fa fiorire, Firenze, Gazebo, 2019.

Note

[1] La casa editrice fiorentina fondata nel 1984 da Mariella Bettarini e Gabriella Maleti, oggi diretta da Mariella. Altre quattro poesie, sul tema “paura”, sono presenti nell’ultimo numero de «L’Area di Broca» (n. 108-109, luglio 2018 – giugno 2019), anch’esso fresco di stampa quando sono passato a prenderlo da Mariella, insieme al libro di Piera. Su quel numero sono presente anch’io con un articolo sulla paura nella fantascienza.

[2] Di cui sono redattore dal 2005.

[3] Anche se io sono solo un supplente di Italiano L2, oltre a tenere un corso di Esperanto presso la Banca del Tempo di Firenze.

[4] Donna P., Chi mi fa fiorire, Firenze, Gazebo, 2019, p. 7.

[5] Anche se ho frequentato per alcuni anni il movimento cattolico di Comunione e Liberazione, dove ho conosciuto Piera, ma questa è una lunga storia…

La matematica in cucina

Di Massimo Acciai Baggiani

Come molti laureati in materie umanistiche, confesso la mia idiosincrasia verso la matematica. Per citare una nota canzone di Venditti, «la matematica non sarà mai il mio mestiere»: non saprei se dare la colpa a insegnanti incapaci o a una mia particolare forma mentis, sta di fatto che quando vedo una formula provo lo stesso sgomento e frustrazione che proverei guardando una pagina scritta in cinese o in arabo. Se, come diceva il grande Galileo, la Natura è un libro che aspetta di essere letto e la lingua in cui è scritto è la matematica, confesso il mio analfabetismo, con rammarico.

giustiTutt’altri sentimenti ho provato assistendo allo spettacolo La matematica in cucina, al Teatro di Rifredi (presso cui sono ormai un habitué), che Angelo Savelli ha tratto dall’omonimo libro di Enrico Giusti: in quell’oretta mi sono riso di gusto e divertendomi ho imparato anche qualcosa. La giovane coppia di attori – Fabio Magnani e Samuele Picchi – che impersona i due studenti coinquilini alle prese con le quotidiane attività culinarie è semplicemente strepitosa! Una serie folgorante di battute demenziali, alla Fratelli Marx, scaturisce dalle baruffe dei due ragazzi, il maniaco della matematica e quello (in cui più mi identifico) allergico a questa materia. Più che di “matematica” in cucina sarebbe più corretto parlare di “fisica”, ma senza matematica la fisica non si sarebbe potuta sviluppare, su questo non ci piove: osservando piccole cose quotidiane (il flusso dell’acqua che scorre da un rubinetto, la friggitura delle patate…) si nasconde insospettabile e onnipresente la matematica… e la risata “intelligente”.

Lo spettacolo ha avuto moltissime repliche negli ultimi 13 anni, tanto che la coppia dei personaggi è stata impersonata da diversi attori (in quanto gli esseri umani in carne e ossa hanno il brutto vizio di invecchiare…): dopo averlo visto comprendiamo bene il motivo di tale successo.

Firenze, 29 novembre 2019

Bibliografia

Giusti E., La matematica in cucina, Torino, Bollati Boringhieri, 2004.