Gregoria, la giovane regina di Casetta

Di Massimo Acciai Baggiani

la-regina-di-casetta-1hpa49Capita, talvolta, in campo cinematografico, di scoprire dei piccoli gioielli per puro caso. Così è stato per me la visione, prima della stessa uscita ufficiale del DVD, della docuficion La regina di Casetta (regia di Francesco Fei), presso il circolo Arci dell’Isolotto, a Firenze. La proiezione era accompagnata dalla presentazione dell’antologia di racconti Toscani per sempre, curata da Paolo Mugnai (con prefazione di Eugenio Giani e postfazione di Alessandro Benvenuti), alla quale ho partecipato con Un racconto casentinese (che apre la raccolta), mercoledì 16 ottobre 2019. Quella sera autunnale mi trovavo dunque nella duplice veste di scrittore e di spettatore del film, introdotto dal produttore Alessandro Salaorni, presente insieme a Enrico Zoi (moderatore) e allo stesso Paolo Mugnai.

Molte sono le cose che mi hanno colpito favorevolmente di questo documentario, della durata di 79 minuti: la fotografia stupenda, la colonna sonora, l’attenzione anche all’aspetto linguistico (Casetta è una sorta di isola linguistica sospesa tra toscano e romagnolo – i sottotitoli erano indispensabili), i rituali antichi dei montanari (tranne la caccia al cinghiale, in quanto non sono amante di tale “sport”) e la poesia che traspare da certe inquadrature, da certi silenzi, da certi sguardi.

Le tematiche sono le stesse che ho toccato anch’io nei libri che ho scritto sul Mugello e sul Casentino (Radici e Cercatori di storie e misteri), in primis la situazione di certi piccoli borghi toscani sull’Appenino Tosco-Emiliano che rischiano la scomparsa per spopolamento. Casetta di Tiara, frazione del comune di Palazzuolo sul Senio, ha molto in comune con Corezzo (in Casentino): entrambi sono piccoli borghi sui 700 metri i cui residenti si contano sulle dita delle mani, ed entrambi sono abitati per lo più da persone anziane che scompaiono a poco a poco: ambedue si sono spopolati infatti a partire dal dopoguerra, quando i giovani emigravano in città in cerca di lavoro e di una vita più comoda (tra questi mio padre). Mentre Corezzo ha saputo rinascere, negli anni Novanta, grazie alla Sagra del Tortello alla Lastra, il futuro di Casetta lo vediamo molto incerto…

Il boghetto montano è lo sfondo su cui si muove la protagonista del docufiction: la quattordicenne Gregoria, una ragazza come tante, con i suoi sogni per il futuro (vorrebbe diventare cuoca), le sue amicizie e affetti e un fortissimo legame col suo paese natale. Tra i versi di Dino Campana (il poeta di Marradi ha lasciato la sua impronta profonda) e il succedersi delle stagioni in montagna, la telecamera accompagna per un anno la ragazzina che, nel ruolo di se stessa, appare nella sua spontaneità e genuinità. È stata una precisa scelta stilistica del regista: l’audio in presa diretta, la troupe ridotta al minimo, tutto per mettere a proprio agio gli attori – la gente del luogo – e restituirci uno spaccato autentico della vita in un paese che ancora eroicamente resiste. Gregoria alla fine del film dovrà lasciare a malincuore Casetta, che sente come casa propria, per motivi di studio, ma siamo sicuri che se lo porterà per sempre nel cuore.

Firenze, 17 ottobre 2019

toscana al centro locandina

Guida all’ascolto di quattro brani di Salvuccio Barravecchia e Luca Castiglione

Di Massimo Acciai Baggiani

salvuccio barravecchia

Salvuccio Barravecchia

Un progetto letterario-musicale nato in Sicilia dalla mente e dal cuore di due artisti – Salvuccio Barravecchia e Luca Castiglione – che comprende quattro brani – Pensieri snaturati, Non scorderò, La città eterna e Mio ultimo amore – trova su YouTube il suo spazio ideale, offrendosi ad orecchie che sanno apprezzare la sperimentazione e testi non banali: «Il Progetto FIDA» leggiamo in rete «nasce dalla voglia di rigenerare i tessuti dell’Arte, le sue sfumature, le sue armonie il suo antico sapore… Il sapore di un’idea. Nell’Arte tutto è il contrario di tutto purché sia una continua espansione di idee de-pensate nella logica della creatività. Lo scopo dell’Arte è quello di rinnovare la dimensione della cultura e dell’animo umano. Tutto ciò è possibile solo aggiungendo un nuovo e originale tassello al mosaico chiamato Arte.»

luca

Luca Castiglione

Toni cupi, sia nella musica che nei testi, che accolgono la grande lezione del neoprogressive, pur con influenze di altri generi. Le melodie di Luca Castiglione (videomaker degli intriganti videoclip) ben si sposano con le parole ermetiche e visionarie di Salvuccio Barravecchia (autore pure lui dei videoclip, in qualità di attore e di scenografo). Sono brani da ascoltare con grande attenzione; li potremo definire tranquillamente “poesie in musica”. Domina l’introspezione, lo scavo psicologico, il tormento dell’anima, il senso d’abbandono, la solitudine. Mi ha colpito particolarmente Città eterna: il titolo mi fa venire in mente l’omonimo romanzo di Thomas Henry Hall Caine (del 1901) e quindi il riferimento a Roma, città a cui sono particolarmente legato, ma potrebbe anche essere una città fantastica, sospesa nella rete dell’irrealtà come le “città invisibili” di Calvino o la “città sottile” del Banco. Se ne consiglia l’ascolto col testo davanti: qui in basso trovate i testi e il link ai vari video.

Firenze, 2-3 ottobre 2019

 

PENSIERI SNATURATI Pensieri snaturati nei profili di un oceano Ho camminato senza meta tessuti di cornici onde senza decibel Inchiostri di parole si dannavano offese derise ma libere da queste mura Detriti fuori orbita Fuori… fuori orbita … Nelle sghembe piogge la mia anima ho strappato Nei freddi solchi di memoria squilibri fuori logica eclissi senza metrica Fuori… fuori orbita Schiere di vortici inghiottivano…. Le paure Briciole di follie si scioglievano nelle pelli dei miei sogni.

NON SCORDERÒ Fosse comuni inutili destini Accompagnatori Occhi di rame nelle ceneri e sgomenti non scoderò Nelle voragini dell’Io le abitudini di un Dio placide sinergie non scoderò Le false idee bruciano le terre prigioni di un benessere smeraldi e conchiglie Sugli spettri dell’oro gabbie e rancori Le false idee bruciano le terre prigioni di un benessere smeraldi e conchiglie Sugli spettri dell’oro gabbie e rancori Fosse comuni radici dei soli

LA CITTA ETERNA Era quasi giorno nella città eterna le porte si affacciavano su spasmi univoci del tempo le radici del buio affogavano l’illustre sapere il germe ormai soffocato da una cultura vecchia e stanca Sole divina dimora. Luna figlia del canto Vento luce di saggezza Era quasi giorno nella città eterna scrosci di vita spigoli eterni dove il silenzio trova le sue note.

MIO ULTIMO AMORE Nella morsa dei venti parole di seta dolce il mio sogno anche per un attimo Mio ultimo amore non vuol dire soltanto Mio ultimo amore felicità e disperazione Perdersi in un attimo dimenticarsi del tempo No… non andare via Ritaglio di luce Non mi dire che non hai mai creduto guarda il mondo le sue armonie le sue brutture il suo calore Ho provato a tessere la pazienza con un ago dorato incorniciandola con parole prese solo a mio modo Riscriviamo i sogni che si avviano a svanire per poi andare chissà dove. In silenzio passavo i giorni nei respiri di un ricordo nei ruderi di un canto Per te brucerò come un fiore in un unico sorriso Per te brucerò come un fiore negli aridi granelli Dolce il mio sogno anche per un attimo mio ultimo amore non vuol dire soltanto mio ultimo amore felicità e disperazione Mio ultimo amore…

I racconti “bucosi” di Erica

Di Massimo Acciai Baggiani

bucosoErica ha disposto le copie del suo libro su un tavolino al centro della piazza affollata del paese. C’è la sagra del tortello alla lastra, a Corezzo, e tanti sono i paesani e i turisti che curiosano tra gli stand. Io sono tra questi. Abbandonato il mio posto con le copie del mio Cercatori di storie e misteri, presentato in quella stessa piazza l’11 agosto, mi sono imbattuto nei libri di Erica Italiani, scrittrice di Carda (alle pendici del Pratomagno) residente a Poppi (località citata tra le altre anche nel mio viaggio casentinese), al suo esordio letterario. La copertina attira la mia attenzione, insieme al titolo: Schegge di legno “bucoso”. Dalla vicenda di “petaloso” i neologismi in “oso” vanno forte tra le nuove generazioni: questo in particolare l’ha creato il nipotino dell’autrice, alla quale è piaciuto particolarmente. Iniziamo a chiacchierare: è sempre un piacere confrontarsi con un/a collega. Erica mi regala una copia del libro ed io ricambio con una di Radici.

Inizio a leggere il libro quella sera stessa, in piazza, in attesa che l’orchestra inizi a suonare. Un racconto tira l’altro e in breve il libro è finito, lasciandomi una piacevole sensazione: ai racconti si alternano poesie e il tutto forma un quadro coerente di riflessioni profonde ma non seriose sulla vita, sull’amore e sui sentimenti.

Si inizia con un curioso “giallo” su un ladro di alberi di natale, per passare poi all’incubo di una donna golosa al supermercato, alla riconciliazione di una coppia, alla storia di una ragazza che abbandona il suo lavoro ripetitivo e alienante per cercare la sua strada, eccetera. C’è perfino un raccontino di fantascienza, con due alieni dai nomi inquietanti che capitano sul nostro pianeta.

Undici piccoli gioielli narrativi e dodici poesie che fanno riflettere.

Firenze, 16 agosto 2019

Bibliografia

Italiani E., Schegge di legno “bucoso”, Pratovecchio Stia, Arti Grafiche Cianferoni, 2019.

Grunno

Di Massimo Acciai Baggiani

Layout 1È sorprendente come da certe “sincronicità junghiane” (come amo definirle) nascano incontri significativi: mentre io, mio cugino Pino e Italo stavamo facendo il nostro viaggio nella memoria e nella geografia del Casentino, un altro terzetto di autori stava portando avanti un lavoro parallelo e per molti aspetti complementare al nostro: Marco Roselli e Giovanni Brami (entrambi di Bibbiena) insieme all’illustratore Giovanni Caselli stavano dando vita a un curioso personaggio immaginario, una sorta di folletto dispettoso di nome Grunno.

Ho avuto il piacere di conoscere i due scrittori a Corezzo, durante la Sagra del Tortello alla Lastra, nei giorni canicolari precedenti a Ferragosto 2019. Sia loro che noi (io e mio cugino) eravamo lassù nel ridente paesello sperduto nel Casentino per presentare i nostri rispettivi libri: Cercatori di storie e misteri e Atlante leggendario delle Foreste Casentinesi – Il favoloso viaggio di Grunno. È stato un felice caso questa doppia presentazione, avvenuta a un giorno di distanza, di due libri uniti dall’ambientazione e dal tema del viaggio. Qui finiscono però le analogie: il nostro è un viaggio attraverso le memorie di persone reali, mentre il viaggio di Grunno è totalmente fantastico e scaturisce interamente dall’immaginazione dei due autori. Vediamolo nel dettaglio.

Si tratta di un libretto di 125 pagine, con diverse illustrazioni in bianco e nero: nella storia principale – quella di Grunno, ideata da Roselli – si inseriscono varie “fiabe moderne” (scritte da Brami) raccontate dagli alberi del territorio (la quercia, il melo selvatico, il frassino, il faggio, l’abete e il castagno – dei quali viene data una interessante descrizione storica e simbolica in appendice). Grunno è una sorta di “ragazzaccio” che vive nei boschi, combinando marachelle e finendo poi per trasformarsi anch’egli in albero: nel suo viaggio tra le foreste della Vallesanta incontra personaggi fantastici quali fate, gnomi, elfi e così via. Si può fare anche un parallelo tra i luoghi menzionati nel libro e i capitoli di Cercatori di storie e misteri, seguendo la mappa che compare nelle prime pagine: Siregiolo, La Verna (dove avviene l’incontro col “poverello d’Assisi”), Biforco, Rimbocchi, Corezzo, Camaldoli (con il Castagno Miraglia).

In uno stile scorrevole e poetico gli autori ci accompagnano in una sorta di Bildungsroman, un romanzo di formazione in cui il protagonista, immaturo, viene “educato” dalla natura stessa, verso la quale non mostra all’inizio molto rispetto: gli alberi gli raccontano favole con una morale, e l’incontro con uomini, animali, elfi e creature misteriose del bosco lo fanno evolvere verso una maggiore consapevolezza della meraviglia e della sacralità che lo circonda. Il nome stesso del protagonista richiama il “verde”, la natura (l’inglese green, il tedesco grün) non a caso vi sono vari riferimenti alla mitologia norrena (la strega Idunn, l’albero cosmico Yggdrasill, ecc.), di cui Roselli è appassionato. Un libro insomma adatto a grandi e piccoli per scoprire una terra ricca di misteri e leggende, di creature mitologiche e di storie senza tempo.

Vedi anche l’intervista agli autori che ho realizzato a Corezzo durante la sagra.

Corezzo, 14 agosto 2019

Bibliografia

  • Acciai Baggiani M., Baggiani P., Magnelli I., Cercatori di storie e misteri, Firenze, Porto Seguro, 2019.
  • Roselli M., Brami G., Atlante leggendario delle Foreste Casentinesi: Il favoloso viaggio di Grunno, Bibbiena, Fruska, 2018.

La Diabolica Coppia contro il sadico killer

Di Massimo Acciai Baggiani

barbara manciniIl romanzo di Barbara Mancini me lo sono divorato in treno mentre andavo sulle Dolomiti, tra Conegliano e Calalzo… una lettura che mi ha tenuto incollato alle pagine fino a pochi chilometri dalla meta, che meno male che il treno faceva capolinea altrimenti rischiavo di tirare a diritto: d’altra parte L’Enigma che uccide (Porto Seguro, 2019) non è un romanzo lungo, appena un centinaio di pagine, ma densissime. In queste cento pagine accadono molte cose, ma non siamo sopraffatti e disorientati dall’incalzare degli eventi come capita purtroppo in altri thriller, per imperizia dell’autore. Barbara Mancini sa cosa fa e ci conduce dolcemente alla meta, trattenendoci al tempo stesso alla lettura che scorre piacevole e rapida.

L’Enigma che uccide è fondamentalmente un thriller noir con elementi fantastici: i protagonisti, gli ispettori Nova Parker e Mihael Rankarei (la Diabolica Coppia), sono dotati di facoltà extrasensoriali (sono ESPER) così come il feroce assassino a cui danno la caccia. L’ambientazione americana futuribile – siamo a New Orleans – è ben evocata e la cura dei dettagli, unita all’efferatezza del serial killer e alle scene “piccanti”, fa pensare al rimpianto Faletti. I colpi di scena si susseguono con un ritmo preciso; tutto in questo romanzo è bilanciato come un meccanismo narrativo impeccabile.

Firenze, 5 agosto 2019

Alla scoperta della letteratura esperanto

Di Massimo Acciai Baggiani

La letteratura esperanto[1] rappresenta un caso unico nella storia della letteratura mondiale; non tanto perché è scritta in una lingua “inventata” (o meglio “pianificata”), ma perché – rispetto alle altre lingue artificiali dotate di una seppur piccola letteratura (il Volapük, il Klingon, il Quenya o i derivati dell’esperanto, in primis l’Ido) – ha una base di parlanti, diffusi in tutto il mondo, tale da distanziare di molto le altre lingue create a tavolino e di vantare numerose traduzioni da l’esperanto alle lingue nazionali: una delle caratteristiche che ha permesso alla zamenhofa lingvo[2] di aspirare ad avere tra le sue fila dei Nobel per la letteratura. Il Nobel è il traguardo costantemente rincorso dai maggiori scrittori esperantisti, fin dall’inizio[3], perché rappresenta una sorta di consacrazione: serve a mostrare insomma che la letteratura esperanto non è da meno delle altre letterature. Per ora tale riconoscimento non è arrivato, ma chissà… intanto alcuni nomi sono stati candidati più volte.

minnaja2Molti sono i manuali di letteratura esperanto: il più recente è quello di Carlo Minnaja, Introduzione alla letteratura esperanto, basato su un precedente e molto più voluminoso lavoro – in esperanto – di Minnaja e Giorgio Silfer.[4] Ho avuto il piacere di leggerlo fresco di stampa e l’ho trovato interessante, scorrevole, autorevole ma non troppo accademico: un ottimo testo per avvicinarsi a questo argomento anche da profani. Un libro agile, di un paio di centinaia di pagine, che ripercorre la storia della letteratura dalle origini – ossia dallo stesso Zamenhof – fino ad oggi, suddividendola per periodi, per “scuole” (quella di Budapest, quella italiana, quella iberica, eccetera) e per riviste.

Rispetto alle letterature in lingua naturale quella esperanto è giovane, giovanissima; praticamente bambina! Cosa sono 132 anni di storia in confronto agli 800 della letteratura italiana, ai quasi 1000 di quella francese, per non parlare di quella latina (che, contando anche il latino moderno odierno, arriva a 2200 anni) o di quella greca o cinese? Sarebbe interessante sfogliare un manuale di storia letteraria esperanto del XXXI secolo, potremmo avere delle interessanti sorprese, ma intanto possiamo già fare un bilancio con quello che abbiamo che – a giudicare dai ponderosi libri scritti sull’argomento – non è poco.

Ma quanti sono gli autori che hanno scritto e pubblicato in esperanto nel corso della sua storia?

Difficile dare una cifra precisa: la lista più completa – secondo il Minnaja[5] – è disponibile sulla pagina web curata dallo svedese Sten Johansson[6] che conta 526 nomi. Ma è incompleta, così come lo è (per esigenze editoriali) il libro di Minnaja.[7] Sicuramente il numero supera il migliaio: non poco per una popolazione che oggi si stima tra i 100.000 e i due milioni di parlanti.

La letteratura esperanto pare soffrire di una sorta di complesso di inferiorità; Minnaja, e molti prima di lui, vuol invece dimostrare che le opere originali scritte in questa lingua non hanno nulla da invidiare ai grandi capolavori della letteratura universale, anche se non raggiungono la stessa notorietà (per ragioni estranee alla qualità). Di sicuro la storia è affascinante e varia: non c’è genere letterario che non sia stato toccato; dalla poesia al racconto, dal romanzo al teatro, dalla saggistica al poema epico, dal giallo alla fantascienza, dal dramma alla commedia – come molto varia è la nazionalità degli autori. Le tirature non raggiungono certo uno Stephen King o un Ken Follett ma la qualità di alcune opere è in effetti notevole.[8]

Fa riflettere una frase dell’editore Feltrinelli, riportata da Minnaja, «Non si può essere un grande poeta bulgaro», riferito al fatto che «una lingua che pochi al mondo leggono e da cui esistono poche traduzioni in altre lingue non raggiunge un pubblico così numeroso il cui giudizio (e mercato) possa garantire l’eccellenza di qualche suo autore»[9], eppure consideriamo che l’islandese ha meno parlanti dell’esperanto e il suo bravo Nobel l’ha avuto!

Provenendo dall’ambiente esperantista, ho avuto il piacere di conoscere di persona diversi autori citati da Minnaja: lo ritengo un onore, tanto più che sono ben lontani dall’arroganza di certi scrittori di best seller che pure ho avuto (purtroppo) occasione di conoscere anch’essi personalmente. Quanto a me, vado fiero della mia pagina su Vikipedio[10] (Wikipedia in esperanto) e mi sento in ottima compagnia.

Quali sono i temi trattati dagli scrittori esperantisti?

minnaja3Tutti quelli trattati dalle altre letterature, ma molto spazio è dedicato a quelli relativi specificamente al mondo esperantista di ieri e di oggi (quali ad esempio le pesanti persecuzioni affrontate durante i regimi totalitari, ma anche argomenti più allegri). Una parte degli esperantisti vede non a caso la comunità esperantofona come un popolo: abbandonata l’idea della fina venko (la “vittoria finale”, l’obiettivo di una diffusione massiccia dell’esperanto posto da Ludwik Zamenhof, l’idea dell’esperanto come seconda lingua per tutti) c’è chi si è rassegnato e preferisce considerarsi parte di un popolo, appunto, disperso in una sorta di diaspora affine a quella ebraica. Mi pare che il concetto di “popolo esperanto” cozzi non poco con l’idea originaria che doveva abbracciare tutta l’umanità, rispettandone sì le differenze di lingua e tradizioni ma abbattendo la obstinaj baroj[11], le “barriere ostinate” tra i popoli e non creandone altre tra samideanoj[12] e non. Personalmente non ho mai avuto senso di appartenenza verso nessuna nazione o movimento, esperanto incluso: sono sempre stato uno spirito libero, nemico di ogni bandiera. D’altra parte però sento e apprezzo lo spirito di fratellanza e amicizia che esiste tra esperantofoni[13]; cosa che non si ritrova ad esempio tra anglofoni o italofoni, anche se pure tra esperantisti possono nascere scontri e incomprensioni. Tuttavia intendo il legame tra esperantisti affine al concetto buddista di itai doshin (diversi corpi, stessa mente), ossia condividere un ideale ma rispettare le differenze tra le persone, l’unicità di ciascuno.

Tornando al libro di Minnaja, da cui sono partite queste mie riflessioni un po’ a ruota libera, mi sentirei di consigliarlo come libro di testo per chi si avvicina a questa eccitante avventura non solo linguistica. Dopo qualche pagina introduttiva alla grammatica e alla pronuncia, l’autore ci presenta subito il sogno di Zamenhof, le sue prime battaglie per la pace, i primi testi originali, per fare poi una carrellata fino al 2018, soffermandosi su alcuni autori di cui ci riporta in breve la vita, le trame delle opere e qualche stralcio di poesia in lingua originale e in italiano. Numerose sono anche le curiosità riguardo a fatti esperantisti, alcuni poco noti agli stessi samideani.

Una lingua non è solo grammatica e lessico: imparare un nuovo idioma significa entrare nella cultura di chi lo parla, nel suo pensiero (in questo caso nel pensiero del suo creatore), scoprirne insomma la visione del mondo. In esperanto si può dire tutto; anche le innumerevoli traduzioni da altre lingue hanno mostrato l’estrema duttilità e hanno contribuito a far conoscere ad un pubblico più ampio opere e autori altrimenti noti solo in lingue minoritarie. Anche questo non è un merito di poco conto.

Un libro come questo è secondo me inoltre un ottimo stimolo per le nuove generazioni di scrittori e poeti: si può scrivere in esperanto pure senza conoscerne la storia letteraria, ma di sicuro confrontarsi con i classici e con la kolegaro[14] è utile per affinarsi sia dal punto di vista stilistico che di contenuto. Come si può ignorare un Kalocsay, un Baghy, un Auld o un Ragnarsson? Leggendo in originale le opere di questi grandi autori non si può che sentirsi spronati a dare il meglio per arricchire il già vasto patrimonio artistico e culturale di questo strano “popolo” che abita Esperantujo, territorio senza confini geografici, vasto quanto il mondo.

Firenze, 9-10 luglio 2019

Bibliografia

  • Minnaja C., Introduzione alla letteratura esperanto, Parma, Athenaeum, 2019.
  • Minnaja C., Silfer G., Historio de la Esperanta literaturo, La Chaux-de-Fonds, Kooperativo de Literatura Foiro, 2015.

Note

[1] Riprendo l’espressione di Carlo Minnaja, nel suo libro Introduzione alla letteratura esperanto, Parma, Athenaeum, 2019, anche se a me suonerebbe meglio “letteratura in esperanto” o “letteratura esperantista”, ma l’autore preferisce usare “esperanto” come aggettivo in analogia a “yiddish”, “urdu”, ecc. (cfr, op. cit., p. 29).

[2] La “lingua di Zamenhof”, ossia l’esperanto.

[3] Il prestigioso premio e l’esperanto sono quasi coetanei.

[4] Minnaja C., Silfer G., Historio de la Esperanta literaturo, La Chaux-de-Fonds, Kooperativo de Literatura Foiro, 2015.

[5] Cfr. Minnaja C., op. cit., p. 213.

[6] http://esperanto.net/literaturo/autor/index.html

[7] Oltre al sottoscritto, che ha dato alla letteratura esperanto un libro di racconti, La lingvovendejo (Milano, FEI, 2016) e vari scritti su «Literatura Foiro» e antologie quali Vizaĝoj, Stockholm, Eldona Societo Esperanto, 2010, manca il grande Amerigo Iannacone (1950-2017), scrittore ed editore molisano, Davide Zingone, scrittore napoletano, e altri. OLE (la pagina curata da Johansson) registra infatti solo scrittori che hanno pubblicato opere letterarie originali in libro: mancano tutti quelli che hanno pubblicato solo su riviste, tanto per citare qualcuno a caso, Carlo e Luigi Minnaja, Tonkin, Bagnulo, Migliorini, Fettes, Lipari, Tellini, Orengo, Brizzi, Lapenna, Spanò, Pennacchietti, Milojevic e cento e cento altri, cioè un sacco di persone che hanno scritto saggi, recensioni, traduzioni, opere uscite a puntate ecc.

[8] Come ho sempre sostenuto, anche in altri scritti, il valore di un’opera letteraria non è oggettivo: il mio è un giudizio personale che ho maturato nelle mie letture.

[9] Cfr. Minnaja C., op. cit., p. 230.

[10] https://eo.wikipedia.org/wiki/Massimo_Acciai

[11] Riferimento all’inno esperantista, La espero, scritto da Zamenhof.

[12] Samideano in esperanto indica qualcuno che condivide l’idea di qualcun altro, per antonomasia la interna ideo (idea interiore, essenziale) dell’esperanto. Un atteggiamento di chiusura secondo me nuoce al movimento, i non esperantisti dovrebbero essere coinvolti maggiormente ad esempio durante i congressi internazionali, ma questa è una mia idea. Durante il primo congresso mondiale di esperanto, nel 1905, Zamenhof disse: «Siamo ben consapevoli dell’importanza di questo giorno, poiché oggi tra le mura di Boulogne-sur-Mer si sono incontrati non francesi con inglesi, non russi con polacchi, bensì persone con persone (sed homoj kun homoj)», non «esperantisti con esperantisti».

[13] Grazie all’esperanto ad esempio mi sono sentito a casa in Lituania, dove ho legato subito con gli esperantisti locali – mai incontrati prima.

[14] La comunità dei colleghi scrittori esperantisti.

500 chicche di riso

Di Massimo Acciai Baggiani

alessandro paganiRidere è salutare, per la mente e per il corpo, direi perfino indispensabile. Una vita senza risate è davvero mal spesa. C’è sì il momento di essere seri, ma viene poi anche il momento ad abbandonarsi a questa emozione specificamente umana (mai visto un gatto ridere). Ci sono tanti tipi di riso (in tutti i sensi) come ci sono tanti tipi di umorismo: da quello più grossolano a quello raffinato, rivolto a chi ha una certa cultura.

I cinquecento giochi di parole e calembour raccolti da Alessandro Pagani, a cui si sommano varie notizie surreali dal “TG spaziale”, accontentano tutti i palati. Alcuni sono autentiche finezze – magari ci vuole un po’ per coglierle – per le quali non è esagerato l’aggettivo “geniali”. Completano il libro varie illustrazioni e la prefazione di Cristiano Militello, un professionista dell’umorismo toscano.

Un libro delizioso, per ridere in modo intelligente: una compilation da non perdere assolutamente.

Firenze, 28 giugno 2019

Bibliografia

  • Pagani A., 500 chicche di riso, Follonica, 96, Rue de-La-Fontaine, 2019.