I racconti “bucosi” di Erica

Di Massimo Acciai Baggiani

bucosoErica ha disposto le copie del suo libro su un tavolino al centro della piazza affollata del paese. C’è la sagra del tortello alla lastra, a Corezzo, e tanti sono i paesani e i turisti che curiosano tra gli stand. Io sono tra questi. Abbandonato il mio posto con le copie del mio Cercatori di storie e misteri, presentato in quella stessa piazza l’11 agosto, mi sono imbattuto nei libri di Erica Italiani, scrittrice di Carda (alle pendici del Pratomagno) residente a Poppi (località citata tra le altre anche nel mio viaggio casentinese), al suo esordio letterario. La copertina attira la mia attenzione, insieme al titolo: Schegge di legno “bucoso”. Dalla vicenda di “petaloso” i neologismi in “oso” vanno forte tra le nuove generazioni: questo in particolare l’ha creato il nipotino dell’autrice, alla quale è piaciuto particolarmente. Iniziamo a chiacchierare: è sempre un piacere confrontarsi con un/a collega. Erica mi regala una copia del libro ed io ricambio con una di Radici.

Inizio a leggere il libro quella sera stessa, in piazza, in attesa che l’orchestra inizi a suonare. Un racconto tira l’altro e in breve il libro è finito, lasciandomi una piacevole sensazione: ai racconti si alternano poesie e il tutto forma un quadro coerente di riflessioni profonde ma non seriose sulla vita, sull’amore e sui sentimenti.

Si inizia con un curioso “giallo” su un ladro di alberi di natale, per passare poi all’incubo di una donna golosa al supermercato, alla riconciliazione di una coppia, alla storia di una ragazza che abbandona il suo lavoro ripetitivo e alienante per cercare la sua strada, eccetera. C’è perfino un raccontino di fantascienza, con due alieni dai nomi inquietanti che capitano sul nostro pianeta.

Undici piccoli gioielli narrativi e dodici poesie che fanno riflettere.

Firenze, 16 agosto 2019

Bibliografia

Italiani E., Schegge di legno “bucoso”, Pratovecchio Stia, Arti Grafiche Cianferoni, 2019.

Grunno

Di Massimo Acciai Baggiani

Layout 1È sorprendente come da certe “sincronicità junghiane” (come amo definirle) nascano incontri significativi: mentre io, mio cugino Pino e Italo stavamo facendo il nostro viaggio nella memoria e nella geografia del Casentino, un altro terzetto di autori stava portando avanti un lavoro parallelo e per molti aspetti complementare al nostro: Marco Roselli e Giovanni Brami (entrambi di Bibbiena) insieme all’illustratore Giovanni Caselli stavano dando vita a un curioso personaggio immaginario, una sorta di folletto dispettoso di nome Grunno.

Ho avuto il piacere di conoscere i due scrittori a Corezzo, durante la Sagra del Tortello alla Lastra, nei giorni canicolari precedenti a Ferragosto 2019. Sia loro che noi (io e mio cugino) eravamo lassù nel ridente paesello sperduto nel Casentino per presentare i nostri rispettivi libri: Cercatori di storie e misteri e Atlante leggendario delle Foreste Casentinesi – Il favoloso viaggio di Grunno. È stato un felice caso questa doppia presentazione, avvenuta a un giorno di distanza, di due libri uniti dall’ambientazione e dal tema del viaggio. Qui finiscono però le analogie: il nostro è un viaggio attraverso le memorie di persone reali, mentre il viaggio di Grunno è totalmente fantastico e scaturisce interamente dall’immaginazione dei due autori. Vediamolo nel dettaglio.

Si tratta di un libretto di 125 pagine, con diverse illustrazioni in bianco e nero: nella storia principale – quella di Grunno, ideata da Roselli – si inseriscono varie “fiabe moderne” (scritte da Brami) raccontate dagli alberi del territorio (la quercia, il melo selvatico, il frassino, il faggio, l’abete e il castagno – dei quali viene data una interessante descrizione storica e simbolica in appendice). Grunno è una sorta di “ragazzaccio” che vive nei boschi, combinando marachelle e finendo poi per trasformarsi anch’egli in albero: nel suo viaggio tra le foreste della Vallesanta incontra personaggi fantastici quali fate, gnomi, elfi e così via. Si può fare anche un parallelo tra i luoghi menzionati nel libro e i capitoli di Cercatori di storie e misteri, seguendo la mappa che compare nelle prime pagine: Siregiolo, La Verna (dove avviene l’incontro col “poverello d’Assisi”), Biforco, Rimbocchi, Corezzo, Camaldoli (con il Castagno Miraglia).

In uno stile scorrevole e poetico gli autori ci accompagnano in una sorta di Bildungsroman, un romanzo di formazione in cui il protagonista, immaturo, viene “educato” dalla natura stessa, verso la quale non mostra all’inizio molto rispetto: gli alberi gli raccontano favole con una morale, e l’incontro con uomini, animali, elfi e creature misteriose del bosco lo fanno evolvere verso una maggiore consapevolezza della meraviglia e della sacralità che lo circonda. Il nome stesso del protagonista richiama il “verde”, la natura (l’inglese green, il tedesco grün) non a caso vi sono vari riferimenti alla mitologia norrena (la strega Idunn, l’albero cosmico Yggdrasill, ecc.), di cui Roselli è appassionato. Un libro insomma adatto a grandi e piccoli per scoprire una terra ricca di misteri e leggende, di creature mitologiche e di storie senza tempo.

Vedi anche l’intervista agli autori che ho realizzato a Corezzo durante la sagra.

Corezzo, 14 agosto 2019

Bibliografia

  • Acciai Baggiani M., Baggiani P., Magnelli I., Cercatori di storie e misteri, Firenze, Porto Seguro, 2019.
  • Roselli M., Brami G., Atlante leggendario delle Foreste Casentinesi: Il favoloso viaggio di Grunno, Bibbiena, Fruska, 2018.

La Diabolica Coppia contro il sadico killer

Di Massimo Acciai Baggiani

barbara manciniIl romanzo di Barbara Mancini me lo sono divorato in treno mentre andavo sulle Dolomiti, tra Conegliano e Calalzo… una lettura che mi ha tenuto incollato alle pagine fino a pochi chilometri dalla meta, che meno male che il treno faceva capolinea altrimenti rischiavo di tirare a diritto: d’altra parte L’Enigma che uccide (Porto Seguro, 2019) non è un romanzo lungo, appena un centinaio di pagine, ma densissime. In queste cento pagine accadono molte cose, ma non siamo sopraffatti e disorientati dall’incalzare degli eventi come capita purtroppo in altri thriller, per imperizia dell’autore. Barbara Mancini sa cosa fa e ci conduce dolcemente alla meta, trattenendoci al tempo stesso alla lettura che scorre piacevole e rapida.

L’Enigma che uccide è fondamentalmente un thriller noir con elementi fantastici: i protagonisti, gli ispettori Nova Parker e Mihael Rankarei (la Diabolica Coppia), sono dotati di facoltà extrasensoriali (sono ESPER) così come il feroce assassino a cui danno la caccia. L’ambientazione americana futuribile – siamo a New Orleans – è ben evocata e la cura dei dettagli, unita all’efferatezza del serial killer e alle scene “piccanti”, fa pensare al rimpianto Faletti. I colpi di scena si susseguono con un ritmo preciso; tutto in questo romanzo è bilanciato come un meccanismo narrativo impeccabile.

Firenze, 5 agosto 2019

Alla scoperta della letteratura esperanto

Di Massimo Acciai Baggiani

La letteratura esperanto[1] rappresenta un caso unico nella storia della letteratura mondiale; non tanto perché è scritta in una lingua “inventata” (o meglio “pianificata”), ma perché – rispetto alle altre lingue artificiali dotate di una seppur piccola letteratura (il Volapük, il Klingon, il Quenya o i derivati dell’esperanto, in primis l’Ido) – ha una base di parlanti, diffusi in tutto il mondo, tale da distanziare di molto le altre lingue create a tavolino e di vantare numerose traduzioni da l’esperanto alle lingue nazionali: una delle caratteristiche che ha permesso alla zamenhofa lingvo[2] di aspirare ad avere tra le sue fila dei Nobel per la letteratura. Il Nobel è il traguardo costantemente rincorso dai maggiori scrittori esperantisti, fin dall’inizio[3], perché rappresenta una sorta di consacrazione: serve a mostrare insomma che la letteratura esperanto non è da meno delle altre letterature. Per ora tale riconoscimento non è arrivato, ma chissà… intanto alcuni nomi sono stati candidati più volte.

minnaja2Molti sono i manuali di letteratura esperanto: il più recente è quello di Carlo Minnaja, Introduzione alla letteratura esperanto, basato su un precedente e molto più voluminoso lavoro – in esperanto – di Minnaja e Giorgio Silfer.[4] Ho avuto il piacere di leggerlo fresco di stampa e l’ho trovato interessante, scorrevole, autorevole ma non troppo accademico: un ottimo testo per avvicinarsi a questo argomento anche da profani. Un libro agile, di un paio di centinaia di pagine, che ripercorre la storia della letteratura dalle origini – ossia dallo stesso Zamenhof – fino ad oggi, suddividendola per periodi, per “scuole” (quella di Budapest, quella italiana, quella iberica, eccetera) e per riviste.

Rispetto alle letterature in lingua naturale quella esperanto è giovane, giovanissima; praticamente bambina! Cosa sono 132 anni di storia in confronto agli 800 della letteratura italiana, ai quasi 1000 di quella francese, per non parlare di quella latina (che, contando anche il latino moderno odierno, arriva a 2200 anni) o di quella greca o cinese? Sarebbe interessante sfogliare un manuale di storia letteraria esperanto del XXXI secolo, potremmo avere delle interessanti sorprese, ma intanto possiamo già fare un bilancio con quello che abbiamo che – a giudicare dai ponderosi libri scritti sull’argomento – non è poco.

Ma quanti sono gli autori che hanno scritto e pubblicato in esperanto nel corso della sua storia?

Difficile dare una cifra precisa: la lista più completa – secondo il Minnaja[5] – è disponibile sulla pagina web curata dallo svedese Sten Johansson[6] che conta 526 nomi. Ma è incompleta, così come lo è (per esigenze editoriali) il libro di Minnaja.[7] Sicuramente il numero supera il migliaio: non poco per una popolazione che oggi si stima tra i 100.000 e i due milioni di parlanti.

La letteratura esperanto pare soffrire di una sorta di complesso di inferiorità; Minnaja, e molti prima di lui, vuol invece dimostrare che le opere originali scritte in questa lingua non hanno nulla da invidiare ai grandi capolavori della letteratura universale, anche se non raggiungono la stessa notorietà (per ragioni estranee alla qualità). Di sicuro la storia è affascinante e varia: non c’è genere letterario che non sia stato toccato; dalla poesia al racconto, dal romanzo al teatro, dalla saggistica al poema epico, dal giallo alla fantascienza, dal dramma alla commedia – come molto varia è la nazionalità degli autori. Le tirature non raggiungono certo uno Stephen King o un Ken Follett ma la qualità di alcune opere è in effetti notevole.[8]

Fa riflettere una frase dell’editore Feltrinelli, riportata da Minnaja, «Non si può essere un grande poeta bulgaro», riferito al fatto che «una lingua che pochi al mondo leggono e da cui esistono poche traduzioni in altre lingue non raggiunge un pubblico così numeroso il cui giudizio (e mercato) possa garantire l’eccellenza di qualche suo autore»[9], eppure consideriamo che l’islandese ha meno parlanti dell’esperanto e il suo bravo Nobel l’ha avuto!

Provenendo dall’ambiente esperantista, ho avuto il piacere di conoscere di persona diversi autori citati da Minnaja: lo ritengo un onore, tanto più che sono ben lontani dall’arroganza di certi scrittori di best seller che pure ho avuto (purtroppo) occasione di conoscere anch’essi personalmente. Quanto a me, vado fiero della mia pagina su Vikipedio[10] (Wikipedia in esperanto) e mi sento in ottima compagnia.

Quali sono i temi trattati dagli scrittori esperantisti?

minnaja3Tutti quelli trattati dalle altre letterature, ma molto spazio è dedicato a quelli relativi specificamente al mondo esperantista di ieri e di oggi (quali ad esempio le pesanti persecuzioni affrontate durante i regimi totalitari, ma anche argomenti più allegri). Una parte degli esperantisti vede non a caso la comunità esperantofona come un popolo: abbandonata l’idea della fina venko (la “vittoria finale”, l’obiettivo di una diffusione massiccia dell’esperanto posto da Ludwik Zamenhof, l’idea dell’esperanto come seconda lingua per tutti) c’è chi si è rassegnato e preferisce considerarsi parte di un popolo, appunto, disperso in una sorta di diaspora affine a quella ebraica. Mi pare che il concetto di “popolo esperanto” cozzi non poco con l’idea originaria che doveva abbracciare tutta l’umanità, rispettandone sì le differenze di lingua e tradizioni ma abbattendo la obstinaj baroj[11], le “barriere ostinate” tra i popoli e non creandone altre tra samideanoj[12] e non. Personalmente non ho mai avuto senso di appartenenza verso nessuna nazione o movimento, esperanto incluso: sono sempre stato uno spirito libero, nemico di ogni bandiera. D’altra parte però sento e apprezzo lo spirito di fratellanza e amicizia che esiste tra esperantofoni[13]; cosa che non si ritrova ad esempio tra anglofoni o italofoni, anche se pure tra esperantisti possono nascere scontri e incomprensioni. Tuttavia intendo il legame tra esperantisti affine al concetto buddista di itai doshin (diversi corpi, stessa mente), ossia condividere un ideale ma rispettare le differenze tra le persone, l’unicità di ciascuno.

Tornando al libro di Minnaja, da cui sono partite queste mie riflessioni un po’ a ruota libera, mi sentirei di consigliarlo come libro di testo per chi si avvicina a questa eccitante avventura non solo linguistica. Dopo qualche pagina introduttiva alla grammatica e alla pronuncia, l’autore ci presenta subito il sogno di Zamenhof, le sue prime battaglie per la pace, i primi testi originali, per fare poi una carrellata fino al 2018, soffermandosi su alcuni autori di cui ci riporta in breve la vita, le trame delle opere e qualche stralcio di poesia in lingua originale e in italiano. Numerose sono anche le curiosità riguardo a fatti esperantisti, alcuni poco noti agli stessi samideani.

Una lingua non è solo grammatica e lessico: imparare un nuovo idioma significa entrare nella cultura di chi lo parla, nel suo pensiero (in questo caso nel pensiero del suo creatore), scoprirne insomma la visione del mondo. In esperanto si può dire tutto; anche le innumerevoli traduzioni da altre lingue hanno mostrato l’estrema duttilità e hanno contribuito a far conoscere ad un pubblico più ampio opere e autori altrimenti noti solo in lingue minoritarie. Anche questo non è un merito di poco conto.

Un libro come questo è secondo me inoltre un ottimo stimolo per le nuove generazioni di scrittori e poeti: si può scrivere in esperanto pure senza conoscerne la storia letteraria, ma di sicuro confrontarsi con i classici e con la kolegaro[14] è utile per affinarsi sia dal punto di vista stilistico che di contenuto. Come si può ignorare un Kalocsay, un Baghy, un Auld o un Ragnarsson? Leggendo in originale le opere di questi grandi autori non si può che sentirsi spronati a dare il meglio per arricchire il già vasto patrimonio artistico e culturale di questo strano “popolo” che abita Esperantujo, territorio senza confini geografici, vasto quanto il mondo.

Firenze, 9-10 luglio 2019

Bibliografia

  • Minnaja C., Introduzione alla letteratura esperanto, Parma, Athenaeum, 2019.
  • Minnaja C., Silfer G., Historio de la Esperanta literaturo, La Chaux-de-Fonds, Kooperativo de Literatura Foiro, 2015.

Note

[1] Riprendo l’espressione di Carlo Minnaja, nel suo libro Introduzione alla letteratura esperanto, Parma, Athenaeum, 2019, anche se a me suonerebbe meglio “letteratura in esperanto” o “letteratura esperantista”, ma l’autore preferisce usare “esperanto” come aggettivo in analogia a “yiddish”, “urdu”, ecc. (cfr, op. cit., p. 29).

[2] La “lingua di Zamenhof”, ossia l’esperanto.

[3] Il prestigioso premio e l’esperanto sono quasi coetanei.

[4] Minnaja C., Silfer G., Historio de la Esperanta literaturo, La Chaux-de-Fonds, Kooperativo de Literatura Foiro, 2015.

[5] Cfr. Minnaja C., op. cit., p. 213.

[6] http://esperanto.net/literaturo/autor/index.html

[7] Oltre al sottoscritto, che ha dato alla letteratura esperanto un libro di racconti, La lingvovendejo (Milano, FEI, 2016) e vari scritti su «Literatura Foiro» e antologie quali Vizaĝoj, Stockholm, Eldona Societo Esperanto, 2010, manca il grande Amerigo Iannacone (1950-2017), scrittore ed editore molisano, Davide Zingone, scrittore napoletano, e altri. OLE (la pagina curata da Johansson) registra infatti solo scrittori che hanno pubblicato opere letterarie originali in libro: mancano tutti quelli che hanno pubblicato solo su riviste, tanto per citare qualcuno a caso, Carlo e Luigi Minnaja, Tonkin, Bagnulo, Migliorini, Fettes, Lipari, Tellini, Orengo, Brizzi, Lapenna, Spanò, Pennacchietti, Milojevic e cento e cento altri, cioè un sacco di persone che hanno scritto saggi, recensioni, traduzioni, opere uscite a puntate ecc.

[8] Come ho sempre sostenuto, anche in altri scritti, il valore di un’opera letteraria non è oggettivo: il mio è un giudizio personale che ho maturato nelle mie letture.

[9] Cfr. Minnaja C., op. cit., p. 230.

[10] https://eo.wikipedia.org/wiki/Massimo_Acciai

[11] Riferimento all’inno esperantista, La espero, scritto da Zamenhof.

[12] Samideano in esperanto indica qualcuno che condivide l’idea di qualcun altro, per antonomasia la interna ideo (idea interiore, essenziale) dell’esperanto. Un atteggiamento di chiusura secondo me nuoce al movimento, i non esperantisti dovrebbero essere coinvolti maggiormente ad esempio durante i congressi internazionali, ma questa è una mia idea. Durante il primo congresso mondiale di esperanto, nel 1905, Zamenhof disse: «Siamo ben consapevoli dell’importanza di questo giorno, poiché oggi tra le mura di Boulogne-sur-Mer si sono incontrati non francesi con inglesi, non russi con polacchi, bensì persone con persone (sed homoj kun homoj)», non «esperantisti con esperantisti».

[13] Grazie all’esperanto ad esempio mi sono sentito a casa in Lituania, dove ho legato subito con gli esperantisti locali – mai incontrati prima.

[14] La comunità dei colleghi scrittori esperantisti.

500 chicche di riso

Di Massimo Acciai Baggiani

alessandro paganiRidere è salutare, per la mente e per il corpo, direi perfino indispensabile. Una vita senza risate è davvero mal spesa. C’è sì il momento di essere seri, ma viene poi anche il momento ad abbandonarsi a questa emozione specificamente umana (mai visto un gatto ridere). Ci sono tanti tipi di riso (in tutti i sensi) come ci sono tanti tipi di umorismo: da quello più grossolano a quello raffinato, rivolto a chi ha una certa cultura.

I cinquecento giochi di parole e calembour raccolti da Alessandro Pagani, a cui si sommano varie notizie surreali dal “TG spaziale”, accontentano tutti i palati. Alcuni sono autentiche finezze – magari ci vuole un po’ per coglierle – per le quali non è esagerato l’aggettivo “geniali”. Completano il libro varie illustrazioni e la prefazione di Cristiano Militello, un professionista dell’umorismo toscano.

Un libro delizioso, per ridere in modo intelligente: una compilation da non perdere assolutamente.

Firenze, 28 giugno 2019

Bibliografia

  • Pagani A., 500 chicche di riso, Follonica, 96, Rue de-La-Fontaine, 2019.

Pensieri e ricordi di un provinciale

Di Massimo Acciai Baggiani

brogiIl genere autobiografico non è semplice: certo, per scrivere un buon libro non occorre essere stati sulla Luna o aver salvato il mondo; anche in una vita “comune” si possono trovare episodi avvincenti, ma bisogna saperli raccontare e iscrivere in un progetto narrativo coerente. Marco Brogi c’è riuscito, a mio parere. Il suo libro si compone di due parti, ben indicate nel titolo (anche se in ordine invertito): la parte dedicata ai ricordi è la prima, ma non meno interessante è la seconda parte, in cui l’autore raccoglie un suo personale zibaldone di pensieri e citazioni sull’attualità, la politica, la televisione eccetera.

Seguiamo così Marco Brogi nella sua infanzia a Cotiburi, nella provincia aretina, poi nel Valdarno: le prodezze della Sangiovannese, la squadra del cuore, i viaggi con gli amici in Italia e all’estero, con il sacco a pelo, i ricordi del Casentino (terra a cui sono molto legato anch’io e a cui ho dedicato il mio libro Cercatori di storie e misteri, edito anch’esso da Porto Seguro), l’esperienza da sindaco di Capolona… questo e altro nella scrittura scorrevole e coinvolgente del Brogi.

Un libro simile a un viaggio (non casuale la scelta dell’immagine di copertina) che l’autore ci invita a fare con lui: invito che vale la pena accogliere.

Firenze, 26-27 giugno 2019

Bibliografia

  • Brogi M, Pensieri e ricordi di un provinciale, Firenze, Porto Seguro, 2019.

Stormvogel: una saga fantasy di Emiliano Buttaroni

Di Massimo Acciai Baggiani

stormvogel«Erano questi tempi di draghi, eroi e puttane.»[1] Stormvogel, la trilogia fantasy di Emiliano Buttaroni, è certo molto “fisica”, piena di azione ma anche di riflessioni senza tempo (e perciò sempre attuali). Nelle pagine del primo volume il sangue scorre a fiumi e la guerra acquista la sua dimensione reale, con i suoi odori, il sudore, le lacrime. Come le grandi saghe fantasy, anche Stormvogel è molto cinematografico – mentre leggevo l’opera di Buttaroni, in qualità di editor[2], vedevo davanti a me le scene di azione come su una pellicola: e questo è uno dei pregi di questa lettura; ne verrà mai tratto un film? Forse no, visti gli scarsi mezzi del cinema italiano rispetto a quelli che occorrerebbero per questo genere di romanzi, ma certo lo meriterebbe.

Un altro grosso pregio di quest’opera è la sua originalità: attinge a fonti tra le più disparate, in una curiosa geografia fantastica – il continente di Palissandra con i suoi cinque regni – che si mescola a luoghi reali, citati qua e là. Il “dove” è quello delle fiabe, ma anche il tempo si annulla in un’epoca mitica che non sappiamo se collocare nel passato o nel futuro remoti, o più probabilmente fuori da qualsiasi linea temporale. Cavalieri che citano Hemingway e che combattono divinità bibliche (come Moloch) a cavallo di draghi (mitologia nordica), affiancati da minotauri (mitologia greca) contro giganti e altre creature fantastiche attinte alla letteratura fantastica mondiale.

Si tratta di un’opera di ampio respiro, sviluppata in più volumi come tradizione del genere fantasy[3], piena di luoghi e personaggi, indicati nelle prime pagine del libro. Il mondo di Palissandra è ben progettato, con tanto di mappe con popolazioni e rispettive storie: emerge la cura dei dettagli e il lungo studio. Entriamo in questo «mondo secondario» – come lo definirebbe Tolkien – con quel gusto della scoperta che accompagna l’esplorazione della Terra di Mezzo ed altri mondi immaginari più o meno celebri: qui incontriamo personaggi profondamente umani e ben delineati, mossi da sentimenti forti e primitivi quali la sete di gloria, di potere o di vendetta. I Vikinghi di cui parla Buttaroni non saranno quelli storici ma non sono certo meno interessanti: i valori in cui credono sono quelli eroici degli antichi poemi cavallereschi e delle saghe nordiche, che l’autore dimostra di conoscere bene così come l’epica mediterranea. I suoi eroi viaggiano in continuazione e affrontano situazioni sempre movimentate: pure – come dicevo – non mancano le pause riflessive, anche amare, sulla guerra e sul senso della vita.

Rispetto ad altre saghe fantasy di giovani autori italiani contemporanei che ho avuto occasione di leggere e recensire (ad esempio La maledizione di Bes di Luigi De Rosa[4] e Il Canto delle Montagne di Cristian Vitali[5]), l’opera di Buttaroni è più varia e complessa, e gli scontri sia di eserciti che ti singoli eroi sono il piatto forte della narrazione (al contrario del mio fantasy “pacifista” Sempre ad est[6]): da appassionato della narrativa fantastica mi sento di consigliarlo per trascorrere qualche ora lieta, lontano dalla frenesia purtroppo reale del «mondo primario», ben poco eroico, in cui ci è dato vivere.

L’opera è corredata da stupende illustrazioni in bianco e nero di Giammarco Pandolfini, il quale ha lavorato a stretto contatto con l’autore – fiorentino DOC, classe 1970, attore e poeta. Buona lettura!

Firenze, 17-21 aprile 2019

Bibliografia

Note

[1] E. Buttaroni, Stormvogel: Vikings, l’alba dei giganti, Porto Seguro, Firenze 2019, p. 59.

[2] Lavoro come editor per Porto Seguro e il libro di Buttaroni mi è stato assegnato in quanto anch’io, come lui, appassionato di fantasy e autore di un romanzo appartenente a questo genere.

[3] Mentre sto scrivendo il secondo volume è in preparazione: l’uscita è prevista nel 2020 e sarà seguita, a distanza di un anno circa, dal volume conclusivo. L’autore dichiara di avere già in mente la trama generale dell’intera trilogia.

[4] M. Acciai Baggiani, Una guerra fratricida, in «Passparnous» n. 66.

[5] M. Acciai Baggiani, Due opposte concezioni del Fantasy: il caso Sempre ad Est e la saga del Canto delle montagne, in «Passparnous» n. 44.

[6] M. Acciai, Sempre ad est, Faligi, Aosta 2011.