Mezzo secolo di racconti fantastici di Pierfrancesco Prosperi

Di Massimo Acciai Baggiani

Pierfrancesco Prosperi, grande firma della fantascienza italiana di cui sto scrivendo una biografia letteraria, è stato in passato soprattutto autore di racconti, aumentando la produzione di romanzi solo in tempi più recenti. Nell’occasione del cinquantennale della sua carriera ha pubblicato un’auto-antologia con appunto cinquanta racconti che costituiscono circa un terzo della sua intera produzione; in realtà di tratta di un cinquantennale abbondante, risalendo al 1960 il suo primo racconto edito – Lo stratega – ed essendo Il futuro è passato uscita 53 anni dopo quel primo riuscitissimo debutto.

Il libro si apre con un’interessantissima nota biografica/confessione dell’autore che ci svela il suo approccio con la scrittura e le sue abitudini durante i momenti creativi; quando il Prosperi ha iniziato non c’erano certi i programmi di videoscrittura né Internet a facilitare le ricerche. Perfino la scrittura a quattro mani (nell’antologia figura anche un racconto scritto a quattro mani con Gianfranco de Turris), oggi immediata anche tra autori che vivono lontanissimi, richiedeva tempi molto dilatati: quelli delle poste!

Prosperi nell’ordinare la propria opera ha seguito un duplice ordine: i racconti sono classificati per tematiche e all’interno di ciascuna sezione vige il criterio cronologico. Nella prima sezione, “C’era una volta il futuro”, l’autore cerca di immaginare cosa ci aspetta domani e nei secoli a venire: interessante vedere come il mondo futuro, sia prossimo che lontano, era immaginato negli anni Sessanta, dopo l’epoca d’oro della fantascienza americana. Certo, per dirla con Paul Valéry, «il futuro non è più quello di una volta», ma la fantasia brillante di Prosperi si è mantenuta intatta nei decenni. I primi racconti sono straordinari, con un finale a sorpresa che lascia di stucco. Nel primo già citato, Lo stratega, riviviamo gli anni più terribili della Guerra Fredda, quando una disastrosa guerra termonucleare non era così lontana come appare oggi. Diciamo subito quindi che la visione di ciò che ci aspetta secondo Prosperi non è delle più rosee, anzi diciamo che è decisamente distopica (si veda ad esempio 1984+22, che fa l’occhiolino da una parte a Orwell e dall’altra a Bradbury). I racconti di Prosperi hanno spesso personaggi con nomi anglosassoni, ma non mancano le storie ambientate nel nostro paese, di cui ha una visione cupa e grottesca (che condivido); si veda ad esempio Mario Rossi, l’uomo che vinse l’Italia.

Ma Prosperi è noto al grande pubblico soprattutto per le sue ucronie: si veda ad esempio il ciclo di Garibaldi a Gettysburg (che ho recensito). Ne troviamo un assaggio nella seconda sezione, “Il tempo si guasta”, e nella terza, “Kennedy è morto?”. Per il lettore che non abbia familiarità col termine “ucronia”, o “allostoria” o “storia alternativa” rimando al mio libro Il sognatore divergente, dedicato all’opera di un altro autore di questo genere letterario: Carlo Menzinger. Sarebbe interessante un raffronto tra Menzinger e Prosperi, che tra l’altro si conoscono e si stimano. Entrambi condividono la visione distopica nelle proprie ucronie; un cambiamento nel passato porta inevitabilmente a una versione peggiorativa dell’universo, quindi si potrebbe pensare, insieme a Leibnitz, che viviamo davvero nel migliore dei mondi possibili (se questo ci può consolare…). In particolare i racconti ispirati dalla figura del grande ex presidente americano, JFK, sarebbe da fare anche un raffronto con altri autori che hanno trattato l’argomento da un punto di vista fantastico (penso ad esempio a 22/11/63 di Stephen King…).

La quinta sezione, “Il grande Dio Auto”, è dedicata a un altro tema ricorrente nella narrativa di Prosperi: l’automobile. Oltre ai romanzi (ho di recente recensito Autocrisi, del 1971) ci sono diversi racconti che celebrano questo mezzo di trasporto che ha preso sempre più piede nelle nostre vite, fino a diventare indispensabile, e andare oltre alla sua funzione primaria (in Autogrill diventa addirittura uno status symbol di una società di divisa in caste in base alla cilindrata – come ho già scritto nella recensione di Autocrisi [1]). Anche questa sezione, inutile dirlo, rientra nella distopia…

Dopo il “Dio Auto”, segue un altro “dio” che ha molti fedeli nel nostro paese: il “Dio Pallone” della sezione seguente, dedicata ai mondiali di calcio. Io non sono un tifoso ma questi racconti me li sono letti con gusto.

Settima sezione, che prelude in un certo senso all’ottava: “Dr. Jekyll & co.” Il classico di Stevenson è declinato in un paio di racconti (più un altro, dedicato a un altro grande della letteratura horror, Ambrose Bierce, con atmosfere lovecraftiane). Il mostro “cammina tra noi”, anzi spesso siamo noi stessi.

Fino a questo momento abbiamo parlato di racconti di fantascienza, fantapolitica, ucronia e fantastico “ai confini della realtà”, ma Prosperi a una certa età ha tentato anche il genere giallo (Camilleri docet) sfornando racconti più che dignitosi, antologizzati nella sezione “I colori del giallo”. Sono stati scritti tutti nel 2011 e si svolgono nell’ambiente dei corsi di scrittura e dei premi letterari: ambiente che noi autori conosciamo bene e che pertanto ci fanno sorridere in modo particolare.

La penultima sezione, la nona, “Altre terre, altri luoghi”, parla di paradossi geografici, di paesi che appaiono e scompaiono. C’è qualcosa di buzzatiano, e a Buzzati è dedicato infatti uno di questi racconti, La scomparsa di Manarola. Come abbiamo visto, abbondano le citazioni di altri autori, nostrani o stranieri, ed entrambe le categorie sono messe sullo stesso piano. Anche Dino Buzzati, che tra l’altro è uno dei miei autori preferiti, è stato un grande autore del fantastico, e della fantascienza in almeno un romanzo – Il grande ritratto. Ben prima di giungere a questa dedica a Buzzati, il grande narratore italiano mi era venuto in mente leggendo alcuni racconti di Prosperi, di cui pare abbia raccolto l’eredità.

L’ultima sezione non è tematica ma riguarda altri media, diversi dalla narrativa: una sceneggiatura radiofonica e un fumetto. Ricordiamo che Prosperi ha scritto sceneggiature di Topolino, Martin Mystère e altri classici italiani. Spazio vitale fa tornare alla mente l’incubo sovrappopolato di Harry Harrison, Largo! Largo! [2]

Chiude il libro una postfazione di Gianfranco de Turris, che completa il ritratto già tracciato dall’autore stesso in prefazione. Che altro dire: la lettura di questo terzo della produzione di racconti di Prosperi fa senza dubbio venire voglia di leggere anche gli altri due terzi.

Firenze, 2 marzo 2021

Bibliografia

Prosperi P., Il futuro è passato, Milano, Bietti, 2013.

Acciai Baggiani M., Il sognatore divergente, Firenze, Porto Seguro, 2018.


[1] Il racconto infatti è presente nella riedizione del 2011, in Urania, di Autocrisi, insieme ad altri due racconti presenti anche nell’antologia per il cinquantennale.

[2] Da cui il film del 1973, 2022: i sopravvissuti.

Un alfabeto poetico

Di Massimo Acciai Baggiani

A casa di Mariella bettarini, insieme al suo libro fresco di stampa.

Mariella Bettarini instancabile continua a produrre da decenni poesia di alta qualità, sperimentando anche generi estranei alla tradizione italiana: lo fa ad esempio in questa piccola silloge di haiku, uscita quest’anno per la neonata casa editrice Il ramo e la foglia, che raccoglie un discorso poetico in cinque haiku (i famosi brevi componimenti di origine giapponese, nella formula 5-7-5 sillabe) per ogni lettera dell’alfabeto, comprese le lettere straniere (w, x, y, k, j). Un’opera uscita in tempi di pandemia ma scritta anni addietro, arricchita dai disegni di Graziano Dei (collega redattore de L’Area di Broca) e dalla postfazione di Annamaria Vanalesti. Molti e vari i temi toccati da Mariella, dagli Animali (non manca una poesia dedicata all’amato cane Tommy) allo Zenith, passando per i versi dedicati alla madre scomparsa, Elda Zupo (M di Madre), già oggetto di molte liriche e di un intero libro a lei dedicato (Poesie per mamma Elda, Secop edizioni).

Il genere haiku richiede una straordinaria concisione; non è un genere semplice, soprattutto per noi italiani (altre lingue possiedono un lessico più monosillabico), ma Mariella padroneggia bene anche questa metrica orientale, tra folgorazioni («Dono e per-dono: / donare e per-donare / sono parenti?») e domande esistenziali («E perché vai? / E dove vai – tempo / e noi con te?»); seguire uno schema obbligato è di stimolo, una sfida ricercata dall’autrice, una sfida vinta.

Firenze, 23 febbraio 2021

Bibliografia

Bettarini M., Haiku alfabetici, Roma, Il ramo e la foglia, 2021.

Viaggi mistici di un occultista svedese

Di Massimo Acciai Baggiani

Io con la copia che mi ha appena regalato Sara Ballini

Dopo La Bibbia dell’Avversario e Akhkharu: magia vampirica di Michael W. Ford, ho avuto di recente il piacere di leggere un altro libro edito da Hekate, la casa editrice fiorentina specializzata nell’occulto [1]: sto parlando di Tra Mistici e Maghi a Stoccolma di Thomas Karlsson, autore svedese, fondatore dell’Ordo Draconis et Atri Adamantis, meglio conosciuto come Dragon Rouge (da non confondere con l’omonimo studioso italiano di stregoneria e neopaganesimo [2]). Il testo di Karlsson è piuttosto diverso da quelli di Ford, che si configurano come grimori: l’autore svedese si muove invece su un piano narrativo, tra romanzo e saggio, per raccontare le origini del suo ordine internazionale, con sede a Stoccolma, volto allo studio della magia, dell’occultismo e del gotico, anche a livello pratico.

Tutto nasce da una piccola libreria nella capitale svedese e da un incontro che porterà l’autore, già profondo conoscitore, fin da ragazzino, del mondo dell’occulto, a fare un viaggio mistico e avventuroso a Marrakech e in altre località del nord Europa, alla ricerca di maghi e amuleti, oltre che a viaggi mentali, ricchi di visioni fantastiche («l’occultismo si muove in una zona intermedia tra il sonno e la veglia, la fantasia e la realtà» [3] scrive Karlsson).

Nel libro, ricco di riferimenti letterari e musicali, sono presenti molti dialoghi su tematiche filosofiche per me interessantissime (sono anch’io uno studioso di religioni, senza preconcetti, anche se non sono un luciferiano o un satanista). Mi ha colpito ad esempio la metafora della falena che si ostina a cercare la luce e a sbattere contro una superficie di plastica, e quella delle pecore, guidate dal “buon pastore”, che saranno alla fine macellate (mi è tornata in mente una vecchia canzone dei Pink Floyd, Sheep [4]), mentre il Sentiero della Mano Sinistra opta per la libertà e la conoscenza come valore, rovesciando l’episodio della tentazione di Eva da parte del serpente («Le pecore scelgono la sicurezza, le capre la libertà» [5]). D’altra parte William Blake sosteneva che occorre leggere “al contrario” la Bibbia per comprenderla appieno [6], scoprendo magari che, come sostengono alcuni gnostici, Lucifero e Cristo sono la stessa cosa [7].

Questo e molto altro è presente in questo straordinario libro; al lettore scoprire di più, a prescindere dalle proprie idee religiose ne uscirà alla fine sicuramente arricchito.

Firenze, 18 febbraio 2021

Bibliografia

Karlsson T., Tra Mistici e Maghi a Stoccolma, Firenze, Hekate, 2020.


[1] Si veda anche la mia intervista alla fondatrice, Sara Ballini.

[2] Di cui ho letto La vecchia religione (Aradia edizioni, 2014).

[3] Karlsson T., Tra Mistici e Maghi a Stoccolma, Firenze, Hekate, 2020, p. 132.

[4] Dall’album Animals (1977).

[5] Karlsson, op. cit., p. 145.

[6] Ibidem, p. 146.

[7] Ibidem, p. 160.

Gli uomini si ripetono sempre

Di Massimo Acciai Baggiani

«Secoli fa un saggio disse che la storia non si ripete mai, ma gli uomini si ripetono sempre» afferma, ad un certo punto, un personaggio del romanzo di Davide Del Popolo Riolo Il pugno dell’uomo, meritatissimo Premio Urania 2019. La trama sembra ricalcare infatti l’ascesa e il declino del nazismo, in chiave fantascientifica: su un non meglio precisato pianeta convivono quattro specie senzienti, tra cui quella umana, che si tramanda sia giunta in tempi remotissimi attraverso lo spazio. Ciò ha dato origine al culto degli Antichi, venerati quasi come dèi. La tecnologia spaziale pare però essere andata perduta – il livello di progresso è quello della prima rivoluzione industriale, tanto che il romanzo viene inserito nel filone steampunk, oltre che a quello distopico – e la storia dei terrestri pare non aver insegnato nulla.

Tutta la vicenda si svolge nell’unica Città del pianeta, abitata dalle quattro razze – tra cui i “pallidi”, specie di vampiri che comprano il sangue dagli umani: queste convivono pacificamente sotto la guida di una dinastia di sindache appartenenti alla Famiglia, fino a quando la sindaca Alex muore e lascia il posto alla sorella, a cui manca l’illuminazione e la tolleranza. Intanto avvengono due fatti paralleli che porteranno la Città a cadere in una dittatura ferocissima: una misteriosa epidemia, la “febbre del terzo giorno” (anche se uscito in tempi di pandemia, il romanzo è stato scritto prima e risulta quindi sinistramente attuale), e l’ascesa di Ian Derrick, ideatore del partito Il Pugno dell’Uomo; un personaggio carico d’odio verso gli “inumani” che ricorda il nostro Hitler e che dal nulla arriverà alla carica di cancelliere e quindi di sindaco, facendo leva sulla paura dell’epidemia («Non c’è movente più forte della paura nel cuore di un uomo» dirà un personaggio), incolpando i pallidi e mettendo in atto il suo programma di sterminio.

La narrazione procede attraverso vari punti di vista che si alternano: quello della sindaca Alex, di suo marito, dello stesso Derrick, della giornalista Clarke, del pallido Oleander Dick (omaggio a Philip K. Dick, maestro di distopie?), e altri. Altra evidente fonte di ispirazione dell’autore è il capolavoro di Fred Uhlman, L’amico ritrovato: l’amicizia tra il quindicenne Olenader “Olly” Dick e il coetaneo umano Ben, figlio di una famiglia patrizia vicina al dittatore, a mio parere la parte più interessante e commovente del romanzo.

Interessante anche la costruzione di questo mondo alieno e della sua organizzazione sociale. Davide Del Popolo Riolo è anche un ottimo creatore di mondi; l’ambientazione è credibile così come i personaggi, a cui non possiamo non affezionarsi o non provare odio profondo. Un romanzo per non dimenticare fa sempre bene, ha sempre il suo perché.

Firenze, 16 febbraio 2021

Bibliografia

Del Popolo Riolo D., Il pugno dell’uomo, Milano, Mondadori, 2020.

Gli incubi automobilistici di Pierfrancesco Prosperi

Di Massimo Acciai Baggiani

Ricevere per posta i romanzi di Pierfrancesco Prosperi, con dedica e autografo, è diventata ormai una piacevole consuetudine da cui sta maturando l’idea di scrivere una sua biografia, sul modello di quella che ho già scritto per il nostro comune amico Carlo Menzinger. Vedremo, intanto desidero parlarti, caro lettore appassionato di fantascienza di qualità, di Autocrisi: un romanzo scritto ben mezzo secolo fa, nel 1971, eppure così attuale, precedendo il bellissimo album del 1976 di Lucio Dalla, Automobili, di cui consiglio l’ascolto prima o dopo la lettura del romanzo di Prosperi.

L’autore fa un abbinamento piuttosto originale fondendo una storia di automobili con una di alieni. Ambientato nei primi anni Novanta (non quelli che conosciamo noi, ovviamente, ma quelli che l’autore immaginava vent’anni prima), Autocrisi inizia con delle trattative commerciali tra l’ONU e il governo dakopiano. Sul pianeta Dakopi, distante 300 anni luce dalla terra ma raggiungibile in un attimo con astronavi che viaggiano nell’iperspazio, l’industria automobilistica non si è sviluppata di pari passo con altri settori, in cui gli alieni sono superiori ai terrestri: volendo colmare questa lacuna, iniziano ad importare automobili terrestri, di qualità molto superiori a quelle locali, e a costruire autostrade che colleghino in tempi rapidi le principali città del loro mondo.

Intanto sulla Terra sorge un movimento che si oppone all’abuso dell’automobile, per motivi ambientali e soprattutto di sicurezza (in questo il romanzo è molto attuale): la Lega, presieduta da un leader carismatico, mette in crisi i grandi colossi dell’auto su entrambi i pianeti. Gli alieni, simili per certi versi agli indiani d’America, non sono infatti preparati alla velocità che i mezzi terrestri possono raggiungere; manca loro la cultura del buon uso dell’auto, cosa che evidentemente manca anche sulla Terra, visto il grande numero di incidenti mortali. Il tema della sicurezza è centrale nel romanzo; il problema potrebbe essere risolto con strade automatiche che guidino le auto senza l’intervento umano, ma… qui mi fermo per non spoilerare troppo.

Autocrisi è una storia di fantascienza e di spionaggio industriale, ricca di idee e colpi di scena, da leggersi tutta d’un fiato per riflettere sul nostro presente. Il romanzo è accompagnato, nell’edizione Urania del 2011, da altri tre racconti a tema automobilistico e distopico: Una cadillac per Natale (1964) è una feroce critica verso il consumismo insensato, mentre ne La pratica 203 (1994) il bersaglio è l’inquinamento e la pericolosità del “nuovo mezzo” che il protagonista vorrebbe proporre (in un universo alternativo in cui le auto sono tutte elettriche), ma il più inquietante, e anche quello che mi ha colpito di più, è Autogrill (1971). Un mondo suddiviso in caste in base alla cilindrata dell’automobile posseduta lo avevo già trovato in un numero di Martin Mystère (ricordiamo che Prosperi è anche un prolifico sceneggiatore di fumetti[1]) e come allora è salito il mio sdegno per questa apartheid, non più assurda di quelle reali a ben pensarci.

Il volume è corredato da un’intervista all’autore e dalla corposa biografia del nostro autore, il quale proviene dal meraviglioso mondo delle riviste specialistiche degli anni Sessanta.

Firenze, 5 febbraio 2021

Bibliografia

Prosperi P., Autocrisi, Milano, Mondadori, 2011.


[1] E mentre io, da bambino, ero un accanito collezionista di Topolino, ancora non conoscevo di persona l’autore di storie meravigliose che mi avevano tanto affascinato.

Mondi paralleli

Di Massimo Acciai Baggiani

Quattordici interessanti racconti (più un quindicesimo, senza parole, se contiamo l’immagine di copertina) in questa antologia curata da Carmine Treanni, uscita in tempo di Covid ma con testi che si riferiscono all’anno precedente – il 2019 – quando ancora quest’incubo pandemico era fantascienza. Non si parla di pandemie in nessuno dei racconti (sarebbe stata una coincidenza macabra…) ma di una grande varietà di altri argomenti; vediamoli uno per uno.

Il libro si apre con un racconto lungo di Linda de Santi, Cornucopia, di stampo animalista, anche se gli animali in questione provengono da un’altra dimensione; sono destinati a uso alimentare e per ragione di marketing sono stati battezzati prendendo spunto da miti e leggende (nel ristorante dove lavora la protagonista, Elettra, si può gustare sashimi di unicorno, tartara di fate, bistecca di drago, e poi grifoni, gnomi, eccetera). Inquietante ma geniale.

Il Grande Errore, di Claudio Chillemi, tratta di immortalità – tematica che mi ha sempre affascinato e che ricorre anche nella mia narrativa. Il corpo, di Luigi Musolino, mi ha fatto pensare a un racconto visionario di J. G. Ballard, Il gigante annegato: Musolino pare aver fatto una versione aliena (le vicende si svolgono su Marte) molto più inquietante e splatter del racconto di Ballard. La descrizione del processo di putrefazione del misterioso corpo gigantesco apparso sulle cupole dei coloni marziani, fuggiti da una Terra morente solo per riprodurre gli stessi errori sul nuovo pianeta.

Da gattofilo quale sono non poteva non piacermi Un rifugio a Baba Yaga di Massimo Citi. Interessante anche il giallo fantascientifico di Monica Serra, Mi prenderò ogni cosa. Uno dei miei racconti preferiti della raccolta è Collasso domotico, non tanto perché l’autore è il mio amico e collega Carlo Menzinger (avevo già letto il racconto in Apocalissi fiorentine, da cui è tratto e che avevo a suo tempo recensito): Menzinger fa un’amara riflessione sulla nostra dipendenza dalla robotizzazione, sulla fragilità dei sistemi complessi di cui parlava anche il futurologo Roberto Vacca in La morte di Megalopoli.

Gran Vintage Bazaar è un racconto di Alessandro Napolitano che, come sottolinea anche il curatore, pare tratto da un episodio di Ai confini della realtà. Il vecchio Blaterone, di Nicola Catellani, è un omaggio alle opere fantasy con cui siamo cresciuti (la saga di Harry Potter, La storia infinita, Alice nel paese delle meraviglie…) raccontate all’infinito da una sorta di computer (il “blaterone” del titolo) sopravvissuto a un esodo su un altro pianeta. Un inno alla fantasia e all’arte della narrazione.

Serena Maria Barbacetto, una dei tre autori antologizzati che conosco di persona (oltre a Menzinger e a Ortino), l’ho incontrata alla presentazione di Fantaetruria, l’antologia di fantascienza toscana da cui è tratto il racconto Incantesimo di fuoco: un interessante incontro spaziotemporale sullo sfondo di Firenze, la nostra città, durante la seconda guerra mondiale.

Paolo Aresi propone anche lui un giallo, La scomparsa di Matteo Sanniti, mentre Andrea Viscusi, in Hype, ci mette in guardia dai rischi, soprattutto per i più giovani, di una vita iperstimolata. Il futuro prossimo in cui è ambientato il racconto pare già presente. Massimiliano Prandini ambienta anch’esso il suo racconto in un futuro vicino, in cui le compagnie informatiche rivali, la Zoogler e la Softer (da cui il titolo del racconto), si dividono la popolazione mondiale e danno la spunto per una curiosa rivisitazione in chiave fantascientifica della vicenda di Romeo e Giulietta.

Una storia d’amore è anche Emancipazione di M. Caterina Mortillaro: in questo scenario le donne sono al potere e gli uomini, dopo millenni di predominio basato sulla violenza e il possesso, sono posti in secondo piano. È possibile evitare i due estremi e giungere a una reale parità tra i sessi? È quello che voglio sperare.

Infine Le sette mogli di Ilarius Pantemous di Luca Ortino (che colgo l’occasione di ringraziare per la prefazione al mio saggio La comunicazione nella fantascienza), è un delizioso racconto umoristico che controbilancia la drammaticità del racconto di apertura, chiudendo con un sorriso un’antologia sicuramente degna dell’attenzione di un amante della fantascienza, ma non solo.

Firenze, 1° febbraio 2021

Bibliografia

AA.VV., Mondi paralleli. Il meglio della fantascienza italiana indipendente 2019, Milano, Delos, 2020.

Parole che guariscono

Di Massimo Acciai Baggiani

Ci sono autori che avremmo avuto piacere di conoscere di persona: a volte non è possibile perché sono passati, come si suol dire, “a miglior vita”. È il caso, per me, di Giuliano Fantechi (1958-2017), toscano, vissuto in un’area di cui mi sono occupato in due miei libri (Due passi indietro e Cercatori di storie e misteri), con cui condivido la passione per le fiabe e la convinzione che queste possano in un certo senso “guarire” un’anima sofferente. Giuliano è morto per un tumore ma il suo animo giullaresco gli ha permesso di affrontare questa terribile prova – terribile soprattutto per lo spirito – con l’arma della risata e della leggerezza del suo “bambino interiore”. Fortunati quegli adulti che si ricordano di essere stati bambini, che conservano quella freschezza e quella vitalità! Giuliano non solo ha saputo “curare” se stesso da questo brutto “drago” che lo stava uccidendo nella speranza, ma ha fatto dono di questo “segreto” di guarigione anche agli altri, condividendolo sotto forma di fiabe “curative” anziché in un noioso e/o banale saggio di autoaiuto come ce ne sono molti.

Ne sono nati due libri: Solo briciole di pane (2009) e Vivere la Magia del Tuttopossibile (2016), edito quest’ultimo dalla comunità cristiana di Romena, località casentinese che mi ha sempre affascinato (pur essendo io ateo e anticlericale). Il senso religioso c’è, ma è un senso condivisibile anche da chi è lontano dal cattolicesimo; un senso universale, appunto, fatto di consigli per vivere meglio la vita che ci è stata data in sorte, traendone il meglio. Ogni fiaba si apre con una citazione incoraggiante di qualche grande scrittore e pensatore (José Saramago, Pablo Neruda, Soren Kirekegaard, Nelson Mandela, Epitteto, eccetera) e si chiude con una serie di “istruzioni” da mettere in atto per vivere questa strana forma di magia nemica della disperazione: tornare bambini, raccontarci storie, credere ai propri sogni per quanto possano apparire “impossibili”, abbracciare la propria e altrui sofferenza, valorizzare chi ci sta vicino, eccetera.

Le fiabe possono certo divertirci, ma anche insegnare quella saggezza contadina, di altri tempi, che conoscevano bene anche i miei antenati mugellani e casentinesi, quando si riunivano nel canto del camino per tramandare storie e leggende (come riporto anche nella mia Trilogia delle radici [1]). Gli ostacoli e i demoni che incontriamo nella vita possono essere anche occasione di crescita, come bene spiegava anche Nichiren Daishonin: «Si verifica sempre qualcosa fuori dal comune all’alzarsi e all’abbassarsi delle maree, al comparire e scomparire della luna, al passaggio dalla primavera all’estate, dall’estate all’autunno e all’inverno; lo stesso avviene quando una persona comune consegue la Buddità. In quel momento i tre ostacoli e i quattro demoni invariabilmente appariranno: il saggio si rallegrerà, mentre lo stolto indietreggerà» [2].

Firenze, 30 gennaio 2021

Bibliografia

Fantechi G., Vivere la magia del Tuttopossibile, Romena, Romena Accoglienza, 2016.


[1] Composta da Radici (2017), Cercatori di storie e misteri (2019) e Due passi indietro (2020), tutti editi da Porto Seguro Edizioni, firmati da me e da Pino Baggiani e Italo Magnelli.

[2] Dal Gosho n. 77 “I tre ostacoli e i quattro demoni” (Raccolta degli scritti di Nichiren Daishonin, volume I, pag. 568)

Breve nota su due romanzi di Andrea Vaccari

Di Massimo Acciai Baggiani

Andrea Vaccari, mio concittadino, è un uomo dai molti interessi: artistici e scientifici. Creatore di un alfabeto fonoanalogico e fonosimbolico – il Fonic – è anche uno scrittore di romanzi e un musicista oltre che un linguista e un informatico. Io l’ho conosciuto proprio tramite il Fonic, proposto all’interno del gruppo esperantista fiorentino su WhatsApp durante i lunghi mesi di quarantena: un’esperienza molto interessante, che già rivela la sensibilità e la profondità intellettuale di Andrea.

Ho avuto poi il piacere di leggere due suoi romanzi, autopubblicati su Amazon: il primo (in ordine di lettura) è Quasi in paradiso. Il punto di vista è quello di una donna che, partita per una passeggiata nel bosco con alcuni sconosciuti incontrati sul web, si trova in una situazione piuttosto spiacevole: in seguito all’incontro con un orso, è la prima del gruppo a darsela a gambe e la prima a restare indietro, separata dai compagni che non la considerano proprio. Questa situazione di pericolo è lo spunto per una lunga autoanalisi alla Italo Calvino di Ti con zero (là con il protagonista minacciato da una tigre che, nel momento adrenalinico, fa considerazioni filosofiche sullo spaziotempo e sul senso dell’esistenza). Scioccata e costretta a confrontarsi con le proprie paure più profonde, la protagonista vive un’avventura interiore ed esterna di grande intensità, che non vado ovviamente a spoilerare.

Anche il secondo romanzo è molto introspettivo e riflessivo, anche se la situazione è completamente diversa. In Prima che tramonti il sole troviamo un altro anonimo personaggio femminile che racconta in prima persona: si tratta della voce interiore di una donna malata di Alzheimer, colpita da ictus, che registra i suoi pensieri, le sue sensazioni nella condizione di immobilità forzata in cui si trova. Un viaggio onirico in cui immaginazione e realtà si confondono, che porterà a una nuova consapevolezza.

Firenze, 20 gennaio 2021

Bibliografia

Vaccari A., Quasi in paradiso, Amazon, 2018.

Vaccari A., Prima che tramonti il sole, Amazon, 2018.

Vaccari A., Fonic: Un alfabeto fonoanalogico e fonosimbolico, Amazon, 2018.

Il Garibaldi divergente

Di Massimo Acciai Baggiani

Tra le ucronie italiane, una delle più interessanti è senza dubbio quella che riguarda la partecipazione di Giuseppe Garibaldi alle vicende della guerra civile americana. La battaglia epocale di Gettysburg, del 1863, ha ispirato Pierfrancesco Prosperi, veterano della fantascienza nostrana, per un paio di romanzi basati su un fatto storico reale – la richiesta, da parte di Lincoln, rivolta all’Eroe dei Due Mondi, di partecipare alla guerra contro gli stati del Sud, per la liberazione degli schiavi. Si tratta di un ciclo di due opere – Garibaldi a Gettysburg e Ritorno a Gettysburg – scritte a molti anni di distanza (il primo è stato pubblicato in origine nel 1993 da Editrice Nord) e riuniti in un numero di Urania Collezione (il 206, del marzo 2020, giusto all’inizio del lockdown); l’intervento di Garibaldi nella storia americana non ottiene, nell’ipotesi allostorica di Prosperi, l’effetto desiderato, anzi contribuisce involontariamente alla vittoria della Confederazione e al ribaltamento della Storia. A farne le spese, tra gli altri, il protagonista del ciclo ucronico: Andrea Venier, professore veneziano, che si ritrova catapultato in una realtà per lui da incubo, con Veneto e Trentino ancora sotto la dominazione austriaca, in un 1993 alternativo che però non presenta aspetti negativi (anzi: non si vedono cartacce a giro e, grazie all’efficienza teutonica, il MOSE funziona già perfettamente dagli anni Sessanta, salvando la città dall’acqua alta).

Andrea Venier però riscopre la sua vena patriottica e non ci sta: farà di tutto per ripristinare il “normale” corso della storia, che ha causato in effetti conseguenze negative negli USA, unificati sotto la bandiera sudista, dove ancora esiste una forma di “libertà limitata” basata sul colore della pelle. Ad aiutarlo ci penserà Pierfrancesco Felici (il nome ammicca all’autore stesso), scrittore per l’appunto di ucronie, che gli consiglierà di tornare negli USA. Nel frattempo Venier viene preso di mira dai servizi segreti austriaci e poi da quelli americani, entrando in un intrigo internazionale degno di Hitchcock. Riuscirà a rimettere la Storia sui giusti binari e ad uscirne vivo? E qual è il ruolo dei nazisti in questa curiosa guerra combattuta con le macchine del tempo?

Lascio le risposte ai lettori. Prosperi si conferma un grande narratore, molto accurato nei dettagli storici, con uno stile avvincente, in cui non manca l’ironia, ricco di colpi di scena ed azione. La lettura di questo ciclo mi ha fatto inevitabilmente pensare a un’altra opera costruita attorno a un’altra grande figura storica italiana che ha influenzato la storia del continente americano: il Cristoforo Colombo “divergente” di Carlo Menzinger[1], altro maestro della ucronia nostrana che non a caso è in buoni rapporti con Prosperi.

Di Pierfrancesco Prosperi ho avuto il piacere di leggere e recensire anche altri romanzi ascrivibili al fantastico e al thriller: Vlad 3.0 (Porto Seguro, 2019) e Annihilation (Helicon, 2020). Vale la pena leggere anche questi.

Firenze, 18 gennaio 2021

Bibliografia Prosperi P., Garibaldi a Gettysburg. Ritorno a Gettisburg, Milano, Mondadori, 2020.


[1] Menzinger C., Il Colombo divergente, Genova, Liberodiscrivere, 2001.

Vita di Gianluigi Redaelli, narrata da lui medesimo

Di Massimo Acciai Baggiani

L’autobiografia è oggi considerata un genere piuttosto controverso, che suscita accesi dibattiti sull’opportunità di rendere pubblici fatti privati in cui sono coinvolte persone reali che potrebbero non gradire. Oltre che sul “se” (c’è chi pensa che solo i personaggi famosi abbiamo il “diritto” di scrivere le proprie memorie) si discute anche sul “quando” (molti pensano che vadano scritte in vecchiaia, dopo i settant’anni per intenderci) e sul “cosa” (molti obiettano che, a meno di non aver vissuto eventi eccezionali, non vale la pena scrivere di una vita banale che potrebbe annoiare il lettore). Insomma, quello autobiografico è un genere a parte nella storia della letteratura: ha avuto grande fortuna nel Settecento (bellissima la Vita dell’Alfieri), oggi fa storcere un po’ il naso. Eppure ogni autobiografia è preziosa, sia che venga pubblicata sia che resti nel cassetto per i posteri: personalmente ho deciso di far conservare le mie memorie (iniziate a scrivere quando avevo 18 anni e periodicamente aggiornate) presso l’Archivio Diaristico Nazionale di Pieve Santo Stefano – straordinario ente che raccoglie migliaia di diari e memorie di persone “comuni”.

Quando mi sono trovato la corposa autobiografia di Gianluigi Redaelli (il primo volume si compone di ben 516 pagine!) mi è venuto spontaneo pensare: “O mamma!”. Ma già dalle prime pagine mi ha conquistato. Lo stile è accattivante, ironico, scorrevole. I fatti narrati seguono in parallelo le vicende personali dell’autore, nato nel 1943, sullo sfondo dei grandi eventi e i molti mutamenti avvenuti in Italia dal secondo dopoguerra al 1974 (anno in cui si chiude il primo volume, l’unico per ora scritto e pubblicato sotto il titolo, significativo, di Però, quante ne ho passate!). Il lungo sottotitolo, a mo’ di quei titoli chilometrici che andavano di moda fino all’Ottocento, chiarisce meglio il contenuto: Vita di Gian ovvero l’evoluzione attraverso 50 anni di esperienze di un uomo, quasi, qualunque, da tagliato fuori a figlio del ‘68 e militante impegnato.

Tutti noi, riguardando indietro alla nostra vita, soprattutto a una certa età, possiamo dire, con Redaelli: «Però, quante ne ho passate!». Le vite, anche quelle più comuni, sono piene di avvenimenti che, se narrati in modo adeguato, possono suscitare l’attenzione anche del lettore che non conosce direttamente l’autore (come nel mio caso): è il caso di Gianluigi “Gian” Redaelli, il quale d’altronde non è nuovo nella scrittura. Il suo libro si basa su un diario che teneva fin da giovane e che riempiva con considerazioni sugli eventi politici e di costume, oltre che con poesie varie, come un moderno zibaldone a cui attinge a piene mani per il suo libro, con ampie citazioni.

Seguiamo così l’autore nelle sue prime esperienze infantili, nei suoi primi amori, nell’esperienza non molto positiva del servizio di leva (siamo negli anni Sessanta, prima dell’obiezione di coscienza), nei suoi viaggi (particolarmente interessante quello in Pakistan), nei suoi primi lavori legati alla scrittura e alla creatività (come enigmista e poi come giornalista), e nel suo impegno politico, per la difesa dei diritti dei più deboli. Però, quante ne ho passate! è un libro ricco di aneddoti, a volte spassosi, altre volte drammatici: una sorta di confessione in vecchiaia che si legge quasi come un romanzo. Alla fine della lettura si può in effetti concordare con Redaelli: ne ha passate davvero tante!

Firenze, 10 gennaio 2021

Bibliografia

Redaelli G., Però, quante ne ho passate! Vita di Gian ovvero l’evoluzione attraverso 50 anni di esperienze di un uomo, quasi, qualunque, da tagliato fuori a figlio del 68 e militante impegnato, Napoli, Eracle, 2018