La Bhagavad Gīta: un invito alla violenza?

Di Massimo Acciai Baggiani

bhagavad-gita-cosi-comeMentre il mio amico e collega scrittore Carlo Menzinger si leggeva l’intera Bibbia, tutta d’un fiato, per poi recensirla[1], io facevo qualcosa di analogo con un altro testo sacro: la Baghavad Gīta. Confesso che, a differenza di Carlo, io non ho avuto lo stomaco per portare fino in fondo la lettura[2]: dopo le prime 160 pagine sono saltato alle ultime tre. Non credo tuttavia di aver perso molto: come il testo sacro dei cristiani, anche quello degli induisti è pieno di ripetizioni – anzi di più. Gli insegnamenti che Kṛṣṇa impartisce all’amico guerriero Arjuna (l’intero poema è costituito da un dialogo tra i due) sarebbero sintetizzabili in una pagina. Si tratta quindi di un testo prolisso, scritto in uno stile piuttosto oscuro per chi è a digiuno di filosofia indiana: infatti la maggior parte delle 692 pagine è occupata dalla spiegazione. Sì, avete indovinato: si tratta della versione commentata da Swami Prabhupāda (1896-1977), il santone indiano dall’aspetto poco rassicurante che ha fondato l’ISKON (gli “Hare Kṛṣṇa”) negli anni Sessanta, portandoli in tutto il mondo con il loro famoso mantra, le teste rasate e gli abiti a colori vivaci. La Gīta è il loro testo di riferimento, così come quello di milioni di seguaci di quella strana religione (o piuttosto insieme di sette e scuole yogiche) che è l’induismo moderno.

Si tratta di una parte del Mahābhārata, uno dei più grandi e famosi poemi epici dell’India antica, il quale descrive la guerra per il trono da parte di due gruppi di cugini di stirpe reale: i Kaurava e i Pāṇḍava. Tra i secondi c’è appunto Arjuna, appartenente alla casta dei kṣatriya (sì, già allora c’erano le caste… non bisogna stupirsene, semmai bisognerebbe meravigliarsi che ci siano ancora ai giorni nostri!). Accanto a lui, sul carro da guerra, c’è l’amico e maestro Kṛṣṇa, la “Persona Suprema”; per intenderci, quel giovane dalla pelle bluastra che figura in tante illustrazioni, spesso circondato da belle ragazze indiane, oppure in versione infantile-pucciosa sulle copertine di dischi hippies[3].

La Gīta si apre con gli opposti eserciti schierati sul campo di battaglia di Kurukṣetra. Tutto è pronto per il massacro. Arjuna all’improvviso ha dei ripensamenti; umanamente si domanda se valga poi la pena sterminare i propri parenti per salire su un trono. Ci aspetteremmo che l’ “essere supremo” lo lodi per la sua posizione non-violenta – ciò che definisce, a mio parere, una religione degna di rispetto[4] – e che finisca tutto con un abbraccio corale tra i soldati degli opposti fronti. Macché. Il dio Kṛṣṇa non è affatto contento degli scrupoli di Arjuna, anzi lo rimprovera aspramente per l’idea di voler venir meno ai suoi doveri di soldato. Il massacro deve avvenire, così vuole Kṛṣṇa. Impossibile sottrarsi al compito di sbudellare consanguinei e amici.

Il motivo di tanta crudeltà? Semplice: il mondo materiale non ha alcuna importanza, l’anima è immortale e il suo compito inderogabile è ubbidire al Signore Supremo. Tutto è finalizzato a quello, non c’è altro scopo all’esistenza umana. Tutto ciò ci ricorda qualcosa…[5]

Dunque Kṛṣṇa non è “immorale” nell’approvare, anzi ordinare, la guerra: «la Bhagavad Gīta insegna la più alta moralità […] Si deve diventare devoti di Kṛṣṇa e l’essenza di tutte le religioni è l’abbandono a Lui.»[6] Parole forti quelle che Prabhupāda mette alla fine del suo lungo commento al poema. L’affermazione secondo cui tutte le altre religioni non sono altro che una variante (o corruzione) dell’unica vera – in questo caso dal punto di vista induista – non è nuova: qualcosa del genere lo hanno detto anche Bahá’u’lláh (1817-1892), fondatore del movimento Bahá’í, e più recentemente Raël (1973- ). Chiedere alle varie religioni di rispettare quelle altrui è chiedere troppo, a quanto pare.

Ma da dove nasce quest’odio viscerale per la “materia”? Insomma, per la “ciccia”, di cui sono fatti in modo incontrovertibile i nostri corpi? Perché tutto questo disprezzo per l’appagamento dei sensi? Dalla lettura della Gīta non è chiaro: si insiste fino allo sfinimento che la materia è brutta e cattiva, mentre l’anima spirituale è pura, ma non si capisce perché uno dovrebbe mortificarsi come gli asceti, rinunciando a tutto quello che c’è di bello nel mondo – sesso compreso, per chi ha la fortuna di poterlo praticare. L’assunto della letteratura vedica, che viene dato per scontato, è che “tu non sei il tuo corpo” (come in tutte le religioni d’altronde), che insomma la ciccia sia solo una specie di abito che uno deve togliersi a un certo punto, per prenderne magari un altro (come prevedono le religioni basate sulla reincarnazione, buddismo compreso), a logica non porterebbe automaticamente a liberarsi il prima possibile di questo “abito”, ma anzi a goderselo il più possibile, finché l’abbiamo, sempre nel rispetto degli altri ovviamente. Perché ad esempio fare sesso solo a scopo riproduttivo, esclusivamente nel vincolo matrimoniale? Chi ha inventato questa cosa? Come gli è venuto in mente?

Non ho risposte, ma certo quelle che si possono dedurre dai testi sacri non sono molto convincenti. Se esiste un dio che ha creato i sensi, penso che lo abbia fatto proprio per soddisfarli, altrimenti sarebbe un dio sadico, quantomeno schizofrenico. Con ciò non affermo che potrebbe esistere un dio – nego del tutto questa possibilità – sto parlando per assurdo. Mi convince di più l’assunto che corpo e anima (qualunque cosa questa parola indichi) sono inscindibili e che, come scriveva Valerio Negrini «l’anima e il corpo se li stacchi non sai più chi sei»[7]. La violenza quindi mirata a separare queste due entità – sia con la spada che con il lavaggio del cervello – è sempre condannabile. Non esiste guerra giusta, tantomeno se ordinata da una divinità: su questo sono arcisicuro.

Ci sono poi altre cose discutibili, dal mio punto di vista, nella fede degli Hare Kṛṣṇa: dietro i loro sorrisi un po’ ebeti c’è questa violenza (che deriva appunto dalla Gīta) e il loro vegetarianismo in questo senso mi puzza non poco: se provi compassione per gli animali macellati come puoi approvare la macellazione di esseri umani su un campo di battaglia? C’è qualcosa che non torna, così come l’affermazione del guru indiano che se proprio non si vuole rinunciare alla carne è consigliabile almeno limitarsi ad ammazzare i maiali (per via della loro “immoralità sessuale”… di nuovo la fobia del sesso dei religiosi) oppure nutrirsi dei cadaveri di animali già morti (magari per malattia?)[8] e che il guru (Prabhupāda si riferisce ovviamente a se stesso) va adorato come un Dio[9]. No, non era ironico il nostro santone: diceva sul serio. I suoi seguaci l’hanno preso in parola, almeno per la sua venerazione come divinità (se poi vadano a giustiziare suini perché fanno ciò che loro vorrebbero fare ma non possono, oppure a mangiare carcasse di vacche putrefatte, non so… spero per loro di no).

«Diffidate dei buddisti che mangiano carne» diceva una seguace di Prabhupāda, durante una conferenza a cui ho assistito. Io piuttosto diffido di chi non mangia carne ma approva il sistema delle caste, la fede cieca nel guru e la guerra di religione.

Firenze, 14 marzo 2020

Bibliografia

  • A.C. Bhaktivedanta Swami Prabhupāda (a cura di), La Bhagavad Gīta così com’è, The Bhaktivedanta Book Trust, 2013.
  • A.C. Bhaktivedanta Swami Prabhupāda, Viaggio alla scoperta del sé, The Bhaktivedanta Book Trust, 1997.
  • Satsvarupa dasa Goswami, Śrila Prabhupada, The Bhaktivedanta Book Trust International, 1994.

Note

[1] https://carlomenzinger.wordpress.com/2020/03/10/leggere-la-bibbia-tutta-dun-fiato

[2] Neanche la Bibbia ho letto per intero e tutta di seguito, perché farmi del male fino a tal punto?

[3] Ad esempio sulla copertina dell’album di Cesare Cremonini Bagus (2002).

[4] Vedi il mio articolo La vera religione.

[5] Krishna e Geova hanno diversi tratti in comune, a partire dalle idee sanguinarie…

[6] A.C. Bhaktivedanta Swami Prabhupāda (a cura di), La Bhagavad Gīta così com’è, The Bhaktivedanta Book Trust, 2013, p. 655.

[7] Anima e corpo, in Facchinetti R., Fai col cuore (1993).

[8] Queste “perle” di trovano in A.C. Bhaktivedanta Swami Prabhupāda, Viaggio alla scoperta del sé, The Bhaktivedanta Book Trust, 1997.

[9] Satsvarupa dasa Goswami, Śrila Prabhupada, The Bhaktivedanta Book Trust International, 1994.

Il diario di Angela: una riscrittura moderna di De Amicis

Di Massimo Acciai Baggiani

a-scuola-con-angelaProprio qualche giorno fa scrivevo un articolo[1] sulla lettura nelle scuole elementari auspicando, come gli autori del saggio Il leggere inutile[2], l’adozione di testi che non offendessero l’intelligenza e i diritti dei bambini. Ecco, penso che A scuola con Angela, dell’amico e collega scrittore Andrea Carraresi, risponda a questo criterio: adottato in diversi istituti didattici toscani, è un buon libro da dare in mano a un allievo di quarta elementare. L’autore, nato a Calenzano e residente a Sesto Fiorentino, è stato non a caso insegnante prima che scrittore: in questo libretto, sapientemente illustrato da Marco Campostrini, la protagonista racconta in prima persona il suo primo anno scolastico in Italia, presso la Edmondo De Amicis. Il sottotitolo recita Diario, un po’ segreto, di una bambina di quarta elementare tra favole e realtà: Angela è quella bambina, nata in Russia, cresciuta in un orfanotrofio che, come in un romanzo dickensiano, trova il suo riscatto presso un’amorevole famiglia italiana adottiva che vive nella Piana sestese, all’ombra di Monte Morello[3]. Angela è una bambina intelligente e sensibile; apprende rapidamente la “lingua del sì” (dimenticandosi la sua lingua madre, con cui taglia ogni rapporto, per lei doloroso) e si integra benissimo tra i suoi compagni. Altre figure importanti, oltre a quelle della maestra e dei compagni, sono quelle dei genitori e soprattutto del nonno Andrea: da quest’ultimo la nostra Angela apprende molte cose, oltre all’italiano, che le saranno utili nella vita.

Il modello di questo “diario” è chiaramente il libro più noto di De Amicis, Cuore (curiosa la coincidenza col nome della scuola frequentata da Angela[4]): un libro che ho sempre trovato orrendo, al contrario di questa riscrittura moderna di Carraresi. A scuola con Angela è sì centrato sui sentimenti e sugli affetti, riprende lo schema delle storie, raccontate dalla maestra, che intervallano la narrazione della protagonista – storie che contengono sempre una morale –, ma non è un libro melenso né moralista. La storia di Angela è quella di una bambina autentica, che vive le paure e le contraddizioni delle sue coetanee, che matura nel corso dell’anno scolastico e a cui non possiamo fare a meno di voler bene.

L’ho letto con piacere, pur avendo frequentato la quarta elementare ormai da 35 anni, e penso che adesso lo passerò a mio nipote Manuel, che invece la sta frequentando adesso. Tante cose sono cambiate nella didattica (non abbastanza, secondo me[5]) ma l’animo dei bambini è sempre lo stesso: di meraviglia davanti alla natura e di perplessità davanti al mondo incomprensibile degli adulti. Oggi bisogna parlare loro di cose attuali, come il rispetto per l’ambiente, ma anche di cose valide in tutte le epoche storiche come l’amore immenso dei genitori nei loro confronti.

Firenze, 13 marzo 2020

Bibliografia

  • AA.VV., Il leggere inutile: indagine sui testi di lettura della scuola elementare, Milano, Emme Edizioni, 1975.
  • Acciai M., La nevicata e altri racconti, Tolentino, Edizioni Montag, 2013.
  • Carraresi P.A., A scuola con Angela, Firenze, Florence Art Edizioni, 2014.

Note

[1] Acciai M., Quando leggere diventa inutile, in «Segreti di Pulcinella»

[2] AA.VV., Il leggere inutile: indagine sui testi di lettura della scuola elementare, Milano, Emme Edizioni, 1975.

[3] Luogo che mi è molto caro, dove ho trascorso solitarie ore di lettura e scrittura quando ero giovane, e a cui ho dedicato diversi racconti e poesie: si tratta di un’altura nei pressi di Firenze.

[4] Scuola che esiste davvero.

[5] Vedi il mio racconto La nevicata, in Acciai M., La nevicata e altri racconti, Tolentino, Edizioni Montag, 2013.

Quando leggere diventa inutile

Di Massimo Acciai Baggiani

il-leggere-inutileLeggere quasi mai è inutile: il titolo di questo articolo è provocatorio. Talvolta però può essere non tanto inutile quanto addirittura dannoso, se non si hanno gli strumenti intellettuali per distinguere le cazzate dai contenuti basati sul buonsenso. I lettori più a rischio sono proprio i bambini; non perché siano stupidi, ma perché non hanno ancora il bagaglio di vissuto e di letture “giuste” alle spalle per formarsi uno spirito critico che li difenda. In altre parole, sono manipolabili; e gli adulti se ne approfittano.

Se davvero si vuole provare il brivido dei “libri orrendi” non è necessario cercare in libreria (o al libero scambio) la spazzatura firmata da politici e calciatori (scritta dal ghost writer di turno), i vari Harmony, le puttanate sentimentali per adolescenti o per casalinghe disperate, o i thriller prodotti in serie – con la abbondanza di sesso e violenza gratuita – da autori nostrani o stranieri. Per trovare roba veramente orrida, se proprio vi volete fare del male e indignarvi sul serio, cercate tra i testi scolastici delle elementari adottati negli anni Sessanta-Settanta dello scorso secolo. Lì si che c’è da farsi venire il vomito e l’orticaria!

Io ne ho avuto un ampio assaggio leggendo un libro-inchiesta uscito proprio in quegli anni, che riporta ampi stralci, suddivisi per argomento (la Patria, la Famiglia, il Lavoro, Dio, i Santi, eccetera) dai libri di scuola dati in mano ai bambini della generazione precedente alla mia. In Il leggere inutile – il titolo è azzeccatissimo – c’è da sbizzarrirsi. Si parla di leggere “inutile” dalla parte ovviamente dei destinatari impuberi, ma “utilissimo” dalla parte di chi ha ideato e fatto adottare tali testi e vuole formare il suddito perfetto: autori che sarebbero piaciuti molto a Mussolini, ai cattolici più bigotti e fondamentalisti e in genere ai nemici del pensiero autonomo. Libri pensati per trasformare bambini e bambini in tanti bravi soldatini ubbidienti e in brave mammine subordinate al marito e al prete.

Attraverso brani che farebbero arrossire un lettore dotato di un normale QI, scopriamo le caratteristiche dell’uomo e della donna ideali a cui il bambino e la bambina dovrebbero aspirare ad assomigliare. L’uomo deve essere subordinato a qualsiasi autorità, in modo militaresco; deve amare la bandiera italiana, il suo superiore, il suo lavoro (per quanto alienante esso sia); da bambino intanto si alleni a sottomettersi ai genitori e alla maestra (che è una seconda mamma). Le donne invece devono essere casalinghe e mamme perfette, modelli di castità e fedeltà coniugale, di sacrificio e di rinuncia a qualsiasi aspirazione intellettuale o di parità con l’uomo. Insomma, avete presente quella geniale canzone di Edoardo Bennato In fila per tre[1]? Ecco, a quei livelli lì.

Oggi un’antologia di bischerate simili fa sorridere, se non proprio ridere, oltre a inorridire. I testi scolastici si sono per fortuna evoluti, adeguati ai tempi (ma siamo ben lontani dall’istruzione ideale, così almeno come la concepisco io – si veda il mio racconto-saggio La nevicata[2]) e se ancora oggi permane un nozionismo diffuso, declinato magari in chiave multimediale e digitale, almeno certi “valori” filofascisti non si trovano più, almeno non in modo così palese. I curatori di Il leggere inutile auspicano, alla fine di questa sconsolante excursus nella stupideria scolastica, la produzione e l’adozione di testi più “utili” ai giovani studenti, che incoraggino lo spirito critico e il libero pensiero, rendendoli cittadini sì rispettosi delle leggi e del prossimo, ma anche dotati di buonsenso e di un cervello che funzioni in proprio e non venga diretto da altri. Insomma di formare uomini e donne degni di questo nome, e non burattini esaltati, omofobi, razzisti, bigotti e guerrafondai, di cui purtroppo il mondo abbonda (così come l’elettorato italiano, visti i risultati delle ultime elezioni…).

Leggere, dicevo, può essere molto utile; ma non dovrebbe essere obbligatorio. Penso che l’alfabetizzazione sia un diritto-dovere fondamentale, almeno al livello si saper leggere e scrivere, ma penso anche che i percorsi di lettura dovrebbero essere scelti individualmente, senza imposizioni esterne, così come teorizzava anche Daniel Pennac[3] – «leggere è un verbo che non ammette l’imperativo» e «uno dei diritti del lettore è anche quello di non leggere» – altrimenti non si farà altro che far odiare la lettura ai bambini. Vero che questi potrebbero poi riscoprire per proprio conto il piacere di leggere un libro, una volta cresciuti e sfuggiti all’obbligo scolastico, come è successo al sottoscritto: ma anche se non si diventa lettori si può benissimo diventare brave persone, perfino felici.

Firenze, 9 marzo 2020

Bibliografia

  • AA.VV., Il leggere inutile: indagine sui testi di lettura della scuola elementare, Milano, Emme Edizioni, 1975.
  • Acciai M., La nevicata e altri racconti, Tolentino, Edizioni Montag, 2013.
  • Acciai M., Leggere, ovvero il decalogo del lettore onnivoro, in Segreti di Pulcinella n. 48 (ottobre 2015).
  • Pennac D., Come un romanzo, Milano, Feltrinelli, 2015.

Note

[1] Tra l’altro contemporanea a Il leggere inutile.

[2] In Acciai M., La nevicata e altri racconti, Tolentino, Edizioni Montag, 2013.

[3] Pennac D., Come un romanzo, Milano, Feltrinelli, 2015. Vedi anche Acciai M., Leggere, ovvero il decalogo del lettore onnivoro, in Segreti di Pulcinella n. 48 (ottobre 2015).

Racconti del mondo rotto

di Massimo Acciai Baggiani

raccontidelmondoDiciotto racconti piuttosto eterogenei, surreali, sorprendenti, che toccano vari temi di attualità. Racconti che pongono domande, stimolano la riflessione: Alberto Di Matteo riunisce in Racconti del mondo rotto (uscito recentemente con Porto Seguro) testi brevi e brevissimi, accomunati – come dichiara lo stesso autore – dalla fuga dalla noia e dall’impossibilità di reggere a lungo la pazienza. Da autore di genere fantastico, quale sono, ho apprezzato molto l’inventiva di queste storie; da lettore e da editor lo stile fluido e immediato, “teatrale” (non a caso l’autore è attore professionista) che pure lascia molti sottintesi.

Le vicende e i personaggi si muovono “ai confini della realtà” (per citare una nota serie americana degli anni Sessanta) ma anche in situazioni assolutamente quotidiane, in piccoli borghi di provincia: una scultura che un artista misterioso ricava da un albero (Un fiore nel deserto), un uomo vede attorno a sé tutte persone col solito volto bovino (Tutti uguali), un sogno che coinvolge molte persone (Siamo ancora qui), una passeggiata di un bambino con la mamma (Ricordo di bimbo), un uomo che ricorda la vita del padre morente (Pompeo)… solo per citare i primi racconti. Si parla anche di immigrazione, di calcio, di proteste studentesche, e molto altro.

I racconti che mi hanno colpito di più sono Lo scrittore e la Divina, dove si traccia un affascinante ritratto di chi, come me e Di Matteo, pratica questo affascinante “mestiere”, e l’inquietante Diario di un assessore, in cui il non proprio onesto protagonista scopre di aver perso la propria ombra e deve cercare di nascondere questo bizzarro e increscioso accidente, per evitare uno scandalo. Molto interessante anche Lettera a Pape Samba, in cui le usanze degli italiani sono osservate dal punto di vista straniante di un immigrato (mi fa pensare a quel delizioso libretto del 1920 di Tuiavii di Tiavea, in realtà un falso letterario di Erich Scheurmann, Papalagi) mentre l’ultimo racconto, A pezzi, mi porta alla mente una vecchia canzone di Gaber del 1973, Quello che perde i pezzi. Tante le suggestioni, i richiami, gli ammiccamenti alla letteratura. L’autore conosce bene la materia che tratta, come si evince dal suo curriculum; le sue ambientazioni sono convincenti e la lettura molto gradevole.

Firenze, 14 febbraio 2020

Bibliografia

Di Matteo A., Racconti del mondo rotto, Firenze, Porto Seguro, 2020

Gli orizzonti blu di Chiara

Di Massimo Acciai Baggiani

Kovrilo-Blua_horizonto-Kjara-250Chiara Raggi è una ragazza di Rimini, piena di vitalità e simpatia: lunghi capelli castani come gli occhi, intensi. Cantautrice. Esperantista. Chiara possiede una voce soave come le sue canzoni, che interpreta in italiano e nella lingua di Zamenhof, di cui condivide gli ideali di uguaglianza e fraternità: in entrambe le lingue ha dato prova di grande talento artistico, basta ascoltare i suoi tre album – Disordine (2015), Lacrimometro (2017) e il recente Blua Horizonto (2019) – per verificarlo. Chiara nonostante la giovane età ha già una carriera di tutto rispetto: è tra l’altro anche autrice di una web-serie spassosissima (Le disAvventure di un cantautore [femmina]), è conduttrice televisiva ed ha ricevuto importanti riconoscimenti a livello nazionale e internazionale per la sua musica.

Di particolare interesse è proprio il suo ultimo album, Blua Horizonto (in italiano: Orizzonte blu), prodotto da Vinilkosmo (la nota etichetta internazionale che distribuisce musica esperantista) in collaborazione con la Federazione Esperantista Italiana (FEI), firmato col nome esperantizzato di Kjara: dieci canzoni che hanno il sapore del mare, di orizzonti sconfinati, di libertà, di leggerezza. Lo stile, acustico e molto melodico (Chiara è anche una bravissima chitarrista), ben si abbina col contenuto dei testi, composti da lei insieme alla musica (la traduzione in esperanto è del mitico Renato Corsetti e del compianto Gianfranco Molle, a cui l’album è dedicato, passando tal modo il testimone della musica esperantista italiana d’autore a una degna erede). Momenti di riflessione si alternano a liriche d’amore, sospese tra realtà e sogno, che ruotano attorno al tema del viaggio, reale o metaforico: Chiara si racconta con serenità e ironia, facendo poesia in musica.

Tanta voglia di cantare, insomma, in questo album, e cantare in una lingua che parli al mondo intero, come sottolinea la nostra Chiara/Kjara in Lasu min plukanti (Lascia che io continui a cantare): «Flugas nun la kanto / kore Esperanto / kreskas ene movas ĉiun mian senton» («adesso il mio canto vola / con l’Esperanto nel cuore / cresce da dentro e smuove tutto il mio sentimento»). Ne consiglio l’ascolto non solo ai “samideani”: la musica di Chiara è godibilissima anche da parte di chi non conosce la lingua internazionale. La musica, si sa, è la lingua internazionale per eccellenza.

Firenze, 26 gennaio 2020

Discografia

  • Kjara, Blua Horizonto, FEI-Vinilkosmo, 2019.

Isole

Di Massimo Acciai Baggiani

dove erano le isoleL’idea dell’isola mi ha sempre affascinato.

Anni fa, dopo aver finito un libro sulla metafora del giardino in letteratura[1], avevo in programma di fare una ricerca analoga sulla metafora dell’isola: non ne ho poi fatto nulla, spaventato dalla mole immane di lavoro che avrebbe richiesto quel progetto. Lascio ad altri questo compito, per me mi basta sognarle, le isole, e fantasticare: andarci di persona espone a un confronto spesso deludente con le proprie fantasie[2].

Per me l’isola è insieme incubo-prigione (l’isola di Robinson Crusoe, quella del dottor Moreau[3], l’isola d’If[4]) e rifugio-utopia (l’Isola-che-non-c’è[5], l’isola di Pala[6], l’Isola-non-trovata di cui parla Guccini[7], l’Isola delle Rose[8]): in ogni caso suscita in me forti emozioni. È con questo spirito che ho letto un recente libro firmato da Paolo Ciampi insieme a Arnaldo Melloni e Massimiliano Scudeletti, Dove erano le isole, dedicato alle isole del Mediterraneo: ogni capitolo un’isola, ogni isola diverse storie. All’inizio di ogni capitolo ci sono le indicazioni su come raggiungere l’isola e consigli su cosa portarsi dietro (un libro, una canzone, un oggetto…): un avvincente portolano che ci invita a scoprire luoghi lontani dalla routine delle nostre giornate continentali, che ci fa viaggiare con l’immaginazione se non possiamo farlo fisicamente. I libri di Ciampi sono sempre carichi di suggestioni, di spunti, di letteratura e di curiosità: neanche questo deluderà il lettore.

Firenze, 8 gennaio 2020

Bibliografia

  • Ciampi P., Melloni A., Scudeletti M., Dove erano le isole. Portolano mediterraneo delle storie e delle rotte dimenticate, Firenze, Aska, 2019.

Note

[1] Acciai M., Spurio L., La metafora del giardino in letteratura, Aosta, Faligi, 2011.

[2] Finora le uniche isole che ho visitato, tutte in territorio italiano, sono: due isole del lago Trasimeno, l’isola d’Elba e la Sicilia.

[3] Wells H.G., L’isola del dottor Moreau.

[4] L’isola dove viene imprigionato ingiustamente il protagonista de Il conte di Montecristo di A. Dumas.

[5] Quella dove vive Peter Pan e i suoi amici nei romanzi di J.M. Barrie.

[6] Huxley A., L’isola.

[7] Guccini F., L’isola non trovata, nell’omonimo album del 1971.

[8] La micronazione creata dall’ingegner Giorgio Rosa al largo di Rimini nel 1968, la cui lingua ufficiale era l’Esperanto.

La specialità di Dio

Di Massimo Acciai Baggiani

olivieriTra gli incontri più significativi che devo al mio lavoro di editor presso Porto Seguro c’è senza dubbio quello con l’avvocato Riccardo Olivieri. Fiorentino, poeta, uomo di legge, laconico, grande mente: l’ho incontrato spesso durante gli eventi organizzati mensilmente dalla casa editrice e ho imparato ad apprezzarlo dal lato umano prima che da quello artistico, infatti il suo libro La specialità di Dio (uscito appunto con Porto Seguro, nel 2019) l’ho letto solo di recente, dopo averne ricevuta in dono una copia autografata dall’autore[1].

Diciamo subito che è un libro che sfugge alle più banali classificazioni. È certo un libro di poesia, ma è anche narrativa, romanzo, raccolta di micro-racconti. Il paragone più immediato è quello con Edgar Lee Masters e la sua Antologia di Spoon River (e la magistrale “riscrittura” di Fabrizio De André) per la forma narrativa corale ed episodica. La cornice delle storie narrate è data dalla visita dell’anonimo «avvocato» (lo stesso Olivieri?) presso la Casa Pia, una sorta di ospizio e casa di cura, per una visita medica cardiologica: qui incontrerà un vasto repertorio umano di “vecchie”, definite talvolta “streghe”, che racconteranno a turno brandelli delle proprie vite, spesso con amarezza e rimpianto. Non mancano i momenti umoristici, ma si percepisce un pessimismo di fondo, un’autenticità che non rifugge dagli aspetti più crudeli e disgustosi del corpo, un viaggio “dantesco” nelle umane miserie che non risparmia niente e nessuno.

È una lettura che richiede attenzione e stomaco; la scrittura non è sempre lineare e immediata, ci addentriamo d’altra parte nelle regioni più oscure della mente e dell’animo, là dove noi “giovani sani” non osiamo avventurarci. Ma è un viaggio necessario per comprendere il dolore e quindi la vita. Concordo con l’editore, Paolo Cammilli, che l’ha definito giustamente un capolavoro.

Firenze, 3 gennaio 2020

Bibliografia

  • Olivieri R., La specialità di Dio, Firenze, Porto Seguro, 2019.

[1] In cambio gli ho dato una copia del mio libro sul Casentino, Cercatori di storie e misteri (Porto Seguro, 2019).