Alla scoperta della letteratura esperanto

Di Massimo Acciai Baggiani

La letteratura esperanto[1] rappresenta un caso unico nella storia della letteratura mondiale; non tanto perché è scritta in una lingua “inventata” (o meglio “pianificata”), ma perché – rispetto alle altre lingue artificiali dotate di una seppur piccola letteratura (il Volapük, il Klingon, il Quenya o i derivati dell’esperanto, in primis l’Ido) – ha una base di parlanti, diffusi in tutto il mondo, tale da distanziare di molto le altre lingue create a tavolino e di vantare numerose traduzioni da l’esperanto alle lingue nazionali: una delle caratteristiche che ha permesso alla zamenhofa lingvo[2] di aspirare ad avere tra le sue fila dei Nobel per la letteratura. Il Nobel è il traguardo costantemente rincorso dai maggiori scrittori esperantisti, fin dall’inizio[3], perché rappresenta una sorta di consacrazione: serve a mostrare insomma che la letteratura esperanto non è da meno delle altre letterature. Per ora tale riconoscimento non è arrivato, ma chissà… intanto alcuni nomi sono stati candidati più volte.

minnaja2Molti sono i manuali di letteratura esperanto: il più recente è quello di Carlo Minnaja, Introduzione alla letteratura esperanto, basato su un precedente e molto più voluminoso lavoro – in esperanto – di Minnaja e Giorgio Silfer.[4] Ho avuto il piacere di leggerlo fresco di stampa e l’ho trovato interessante, scorrevole, autorevole ma non troppo accademico: un ottimo testo per avvicinarsi a questo argomento anche da profani. Un libro agile, di un paio di centinaia di pagine, che ripercorre la storia della letteratura dalle origini – ossia dallo stesso Zamenhof – fino ad oggi, suddividendola per periodi, per “scuole” (quella di Budapest, quella italiana, quella iberica, eccetera) e per riviste.

Rispetto alle letterature in lingua naturale quella esperanto è giovane, giovanissima; praticamente bambina! Cosa sono 132 anni di storia in confronto agli 800 della letteratura italiana, ai quasi 1000 di quella francese, per non parlare di quella latina (che, contando anche il latino moderno odierno, arriva a 2200 anni) o di quella greca o cinese? Sarebbe interessante sfogliare un manuale di storia letteraria esperanto del XXXI secolo, potremmo avere delle interessanti sorprese, ma intanto possiamo già fare un bilancio con quello che abbiamo che – a giudicare dai ponderosi libri scritti sull’argomento – non è poco.

Ma quanti sono gli autori che hanno scritto e pubblicato in esperanto nel corso della sua storia?

Difficile dare una cifra precisa: la lista più completa – secondo il Minnaja[5] – è disponibile sulla pagina web curata dallo svedese Sten Johansson[6] che conta 526 nomi. Ma è incompleta, così come lo è (per esigenze editoriali) il libro di Minnaja.[7] Sicuramente il numero supera il migliaio: non poco per una popolazione che oggi si stima tra i 100.000 e i due milioni di parlanti.

La letteratura esperanto pare soffrire di una sorta di complesso di inferiorità; Minnaja, e molti prima di lui, vuol invece dimostrare che le opere originali scritte in questa lingua non hanno nulla da invidiare ai grandi capolavori della letteratura universale, anche se non raggiungono la stessa notorietà (per ragioni estranee alla qualità). Di sicuro la storia è affascinante e varia: non c’è genere letterario che non sia stato toccato; dalla poesia al racconto, dal romanzo al teatro, dalla saggistica al poema epico, dal giallo alla fantascienza, dal dramma alla commedia – come molto varia è la nazionalità degli autori. Le tirature non raggiungono certo uno Stephen King o un Ken Follett ma la qualità di alcune opere è in effetti notevole.[8]

Fa riflettere una frase dell’editore Feltrinelli, riportata da Minnaja, «Non si può essere un grande poeta bulgaro», riferito al fatto che «una lingua che pochi al mondo leggono e da cui esistono poche traduzioni in altre lingue non raggiunge un pubblico così numeroso il cui giudizio (e mercato) possa garantire l’eccellenza di qualche suo autore»[9], eppure consideriamo che l’islandese ha meno parlanti dell’esperanto e il suo bravo Nobel l’ha avuto!

Provenendo dall’ambiente esperantista, ho avuto il piacere di conoscere di persona diversi autori citati da Minnaja: lo ritengo un onore, tanto più che sono ben lontani dall’arroganza di certi scrittori di best seller che pure ho avuto (purtroppo) occasione di conoscere anch’essi personalmente. Quanto a me, vado fiero della mia pagina su Vikipedio[10] (Wikipedia in esperanto) e mi sento in ottima compagnia.

Quali sono i temi trattati dagli scrittori esperantisti?

minnaja3Tutti quelli trattati dalle altre letterature, ma molto spazio è dedicato a quelli relativi specificamente al mondo esperantista di ieri e di oggi (quali ad esempio le pesanti persecuzioni affrontate durante i regimi totalitari, ma anche argomenti più allegri). Una parte degli esperantisti vede non a caso la comunità esperantofona come un popolo: abbandonata l’idea della fina venko (la “vittoria finale”, l’obiettivo di una diffusione massiccia dell’esperanto posto da Ludwik Zamenhof, l’idea dell’esperanto come seconda lingua per tutti) c’è chi si è rassegnato e preferisce considerarsi parte di un popolo, appunto, disperso in una sorta di diaspora affine a quella ebraica. Mi pare che il concetto di “popolo esperanto” cozzi non poco con l’idea originaria che doveva abbracciare tutta l’umanità, rispettandone sì le differenze di lingua e tradizioni ma abbattendo la obstinaj baroj[11], le “barriere ostinate” tra i popoli e non creandone altre tra samideanoj[12] e non. Personalmente non ho mai avuto senso di appartenenza verso nessuna nazione o movimento, esperanto incluso: sono sempre stato uno spirito libero, nemico di ogni bandiera. D’altra parte però sento e apprezzo lo spirito di fratellanza e amicizia che esiste tra esperantofoni[13]; cosa che non si ritrova ad esempio tra anglofoni o italofoni, anche se pure tra esperantisti possono nascere scontri e incomprensioni. Tuttavia intendo il legame tra esperantisti affine al concetto buddista di itai doshin (diversi corpi, stessa mente), ossia condividere un ideale ma rispettare le differenze tra le persone, l’unicità di ciascuno.

Tornando al libro di Minnaja, da cui sono partite queste mie riflessioni un po’ a ruota libera, mi sentirei di consigliarlo come libro di testo per chi si avvicina a questa eccitante avventura non solo linguistica. Dopo qualche pagina introduttiva alla grammatica e alla pronuncia, l’autore ci presenta subito il sogno di Zamenhof, le sue prime battaglie per la pace, i primi testi originali, per fare poi una carrellata fino al 2018, soffermandosi su alcuni autori di cui ci riporta in breve la vita, le trame delle opere e qualche stralcio di poesia in lingua originale e in italiano. Numerose sono anche le curiosità riguardo a fatti esperantisti, alcuni poco noti agli stessi samideani.

Una lingua non è solo grammatica e lessico: imparare un nuovo idioma significa entrare nella cultura di chi lo parla, nel suo pensiero (in questo caso nel pensiero del suo creatore), scoprirne insomma la visione del mondo. In esperanto si può dire tutto; anche le innumerevoli traduzioni da altre lingue hanno mostrato l’estrema duttilità e hanno contribuito a far conoscere ad un pubblico più ampio opere e autori altrimenti noti solo in lingue minoritarie. Anche questo non è un merito di poco conto.

Un libro come questo è secondo me inoltre un ottimo stimolo per le nuove generazioni di scrittori e poeti: si può scrivere in esperanto pure senza conoscerne la storia letteraria, ma di sicuro confrontarsi con i classici e con la kolegaro[14] è utile per affinarsi sia dal punto di vista stilistico che di contenuto. Come si può ignorare un Kalocsay, un Baghy, un Auld o un Ragnarsson? Leggendo in originale le opere di questi grandi autori non si può che sentirsi spronati a dare il meglio per arricchire il già vasto patrimonio artistico e culturale di questo strano “popolo” che abita Esperantujo, territorio senza confini geografici, vasto quanto il mondo.

Firenze, 9-10 luglio 2019

Bibliografia

  • Minnaja C., Introduzione alla letteratura esperanto, Parma, Athenaeum, 2019.
  • Minnaja C., Silfer G., Historio de la Esperanta literaturo, La Chaux-de-Fonds, Kooperativo de Literatura Foiro, 2015.

Note

[1] Riprendo l’espressione di Carlo Minnaja, nel suo libro Introduzione alla letteratura esperanto, Parma, Athenaeum, 2019, anche se a me suonerebbe meglio “letteratura in esperanto” o “letteratura esperantista”, ma l’autore preferisce usare “esperanto” come aggettivo in analogia a “yiddish”, “urdu”, ecc. (cfr, op. cit., p. 29).

[2] La “lingua di Zamenhof”, ossia l’esperanto.

[3] Il prestigioso premio e l’esperanto sono quasi coetanei.

[4] Minnaja C., Silfer G., Historio de la Esperanta literaturo, La Chaux-de-Fonds, Kooperativo de Literatura Foiro, 2015.

[5] Cfr. Minnaja C., op. cit., p. 213.

[6] http://esperanto.net/literaturo/autor/index.html

[7] Oltre al sottoscritto, che ha dato alla letteratura esperanto un libro di racconti, La lingvovendejo (Milano, FEI, 2016) e vari scritti su «Literatura Foiro» e antologie quali Vizaĝoj, Stockholm, Eldona Societo Esperanto, 2010, manca il grande Amerigo Iannacone (1950-2017), scrittore ed editore molisano, Davide Zingone, scrittore napoletano, e altri. OLE (la pagina curata da Johansson) registra infatti solo scrittori che hanno pubblicato opere letterarie originali in libro: mancano tutti quelli che hanno pubblicato solo su riviste, tanto per citare qualcuno a caso, Carlo e Luigi Minnaja, Tonkin, Bagnulo, Migliorini, Fettes, Lipari, Tellini, Orengo, Brizzi, Lapenna, Spanò, Pennacchietti, Milojevic e cento e cento altri, cioè un sacco di persone che hanno scritto saggi, recensioni, traduzioni, opere uscite a puntate ecc.

[8] Come ho sempre sostenuto, anche in altri scritti, il valore di un’opera letteraria non è oggettivo: il mio è un giudizio personale che ho maturato nelle mie letture.

[9] Cfr. Minnaja C., op. cit., p. 230.

[10] https://eo.wikipedia.org/wiki/Massimo_Acciai

[11] Riferimento all’inno esperantista, La espero, scritto da Zamenhof.

[12] Samideano in esperanto indica qualcuno che condivide l’idea di qualcun altro, per antonomasia la interna ideo (idea interiore, essenziale) dell’esperanto. Un atteggiamento di chiusura secondo me nuoce al movimento, i non esperantisti dovrebbero essere coinvolti maggiormente ad esempio durante i congressi internazionali, ma questa è una mia idea. Durante il primo congresso mondiale di esperanto, nel 1905, Zamenhof disse: «Siamo ben consapevoli dell’importanza di questo giorno, poiché oggi tra le mura di Boulogne-sur-Mer si sono incontrati non francesi con inglesi, non russi con polacchi, bensì persone con persone (sed homoj kun homoj)», non «esperantisti con esperantisti».

[13] Grazie all’esperanto ad esempio mi sono sentito a casa in Lituania, dove ho legato subito con gli esperantisti locali – mai incontrati prima.

[14] La comunità dei colleghi scrittori esperantisti.

Meditazioni di un medico ebreo

Di Massimo Acciai Baggiani

maestroQualche anno fa mi capitò di trascrivere al pc alcuni vecchi quaderni scritti in esperanto da un tale Leone Maestro (1900-1973), medico ebreo che a partire dalla seconda guerra mondiale ha iniziato a tenere una sorta di diario, pieno di meditazioni che riportava quasi quotidianamente su carta. Il signor Maestro ha scritto per più di trent’anni, lasciando centinaia di pagine in eredità ai cinque figli – Marco, Roberto, Miriam, Lea e Fiorenza – i quali hanno giustamente pensato di condividere col mondo le riflessioni filosofiche del padre. Nasce così Meditazioni, edito nel 2015 dalla casa editrice livornese Salomone Belforte & C.: un’antologia dei primi quaderni, quelli scritti in italiano negli anni della guerra, precisamente tra il ’39 e il ’44. I successivi, quelli scritti in esperanto, sono purtroppo ancora inediti – anche se salvati su pc – e sono quelli che ho letto per primi. Mi mancava, come dire, l’“antefatto”: ho potuto colmare questa lacuna grazie al dono dei fratelli Maestro, ritrovando – a distanza di molti anni – quello stile arguto e in molti casi lapidario che fa pensare alle massime di La Rochefoucauld applicate alla Storia, quella che l’autore stava vivendo in prima persona dal suo esilio marsigliese (nel 1940) e successivamente in un’Italia martoriata dal conflitto, perseguitato per il suo antifascismo. Scamperà al destino di molti suoi correligionari (ma sua madre morirà ad Auschwitz nel ’44). Vive in molti luoghi, tra Roma, Firenze, la Libia, la Tunisia e il Fezzan, annotando diligentemente le sue impressioni, fino alla morte per infarto negli anni Settanta. Perché abbia deciso di scrivere buona parte dei suoi quaderni in esperanto (lingua peraltro creata da un altro ebreo, quel Ludovico Zamenhof che aveva a sua volta assaggiato sulla sua pelle i conflitti internazionali) lo si può facilmente intuire dalla visione cosmopolita della politica che emerge dalla sua opera: una visione non priva di ironia ma neppure di profonda amarezza e disillusione, anche nelle pagine del dopoguerra.

Firenze, 16 dicembre 2018

Bibliografia

Maestro L., Meditazioni, Livorno, Salomone Belforte & C., 2015.

Dello studio delle lingue antiche e di come non farsene ossessionare

lingua geniale

Di Massimo Acciai Baggiani

Premetto che non ho fatto il liceo, né scientifico né classico, e che quel poco di latino e di greco l’ho imparato per conto mio e per libera scelta, durante gli anni universitari. Il greco antico in particolare l’ho studiato su una terrazza in un palazzo del centro di Firenze, in pomeriggi assolati con una leggera brezza che portava con sé odori primaverili. I miei testi di riferimento erano i vangeli, ritenuti scritti in una lingua più semplice (lo so, per un ateo convinto come me suona un po’ strano…). Confesso anche di aver abbandonato quello studio, per vari motivi, ma mi è rimasta sempre una certa “attrazione” verso questa particolare lingua indoeuropea, col suo elegante alfabeto e i suoi suoni esotici e accattivanti. Quando mi è capitato quindi tra le mani il libro di Andrea Marcolongo La lingua geniale, 9 ragioni per amare il greco me lo sono divorato in un paio di giorni.

Scartata dopo poche pagine l’ipotesi che il titolo fosse ironico (si può a mio parere definire “geniale” l’esperanto, e per certi aspetti ancora di più l’ido, ma non certo il greco antico) ho continuato la lettura, da profano, annotando i punti in cui il mio pensiero divergeva da quello dell’autrice (sì, si tratta di una donna nonostante il nome percepito come maschile in Italia1).

Ma chi è Andrea Marcolongo? Si tratta di un’insegnante di greco che ha avuto anche un’esperienza dichiarata di ghostwriting per conto dell’ex premier Matteo Renzi. Una donna che, come afferma verso la fine del suo libro, di fatto pensa e ragiona in greco antico2. Già questa affermazione mi ha lasciato perplesso: la Marcolongo sostiene che per comprendere veramente questa lingua – che altrove dichiara irrimediabilmente perduta – occorre vedere il mondo come lo vedevano gli antichi greci, ragionare come loro. Non credo che andrei d’accordo con qualcuno che ha una visione guerrafondaia e schiavista; io sono sempre stato un uomo volto verso il futuro, non certo verso il passato che ho sempre avvertito come barbaro e primitivo. I poemi omerici non li ho mai gustati, con tutti quei morti ammazzati per questioni ridicole, quegli esaltati che pensano solo a far fuori il prossimo per la “gloria”, la disciplina militare, gli stupri e i saccheggi che tanto piacevano ai popoli antichi, eccetera.

Il libro della Marcolongo comunque è ben scritto, in un italiano attuale, scorrevole e non certo antico: è una lettura agevole anche per chi il liceo non l’ha fatto, anche se certo chi ha sudato il greco sui banchi di scuola può comprendere meglio certi riferimenti autobiografici dell’autrice. Interessante è infatti la questione dell’approccio a una lingua morta come il greco, a cui vengono dedicate molte pagine. Che un adolescente del XXI secolo d.C. debba studiare il greco viene dato per scontato (andrebbe ricordato alla Marcolongo, come a tanti insegnanti di liceo, che gli studenti che hanno davanti non sono lì esattamente di propria volontà…) così come che occorra sudore e fatica per le fare le versioni (forse la Marcolongo non conosce i metodi Assimil, anche se accenna appena a esperimenti di insegnamento delle lingue morte come se fossero ancora vive3) e che pure lei ha vissuto momenti di terrore davanti a parole che non conosceva o al momento di inserire accenti e spiriti: ma ne vale davvero la pena? Secondo l’autrice sì (anche se non si troverà mai nessuno con cui comunicare in questa lingua: almeno il latino ha ancora oggi dei sostenitori per un uso internazionale e perfino un vocabolario moderno ricostruito4). Il mio parere al riguardo del mondo della scuola l’ho già espresso nel mio romanzo-saggio La nevicata5: materie come il greco dovrebbero essere facoltative, non servono alla vita concreta e certamente “ragionare come un greco” nel 2018 non è una cosa né utile né desiderabile.

Se ci liberassimo dalle noiose e cervellotiche “versioni” obbligatorie e, da adulti e consenzienti, ci volessimo occupare del greco potremmo anche trovarne delle soddisfazioni, scoprendo che il greco è stata a suo tempo una lingua viva che veicolava una certa visione del mondo (che per fortuna non è più la nostra ma che è interessante conoscere). Ma perché l’autrice la definisce “geniale”?

Vediamolo.

Certamente la “genialità” non sta nella semplicità. Pare anzi che secondo la Marcolongo complessità e visione del mondo diversa siano sinonimi di genialità (cosa su cui dissento): il greco viene elogiato per la scarsa importanza che il sistema verbale dava al tempo (il quando) privilegiando l’aspetto (il come), per il fatto che possedesse tre generi grammaticali (maschile, femminile e neutro6) e tre numeri (singolare, plurale e duale7). La Marcolongo va poi in brodo di giuggiole per la sinteticità del greco, data dalla presenza di casi (che guarda caso sono spariti nelle lingue romanze… ma lei “semplificazione” la chiama “banalizzazione”), e impazzisce per l’ottativo (il modo del desiderio, scomparso nelle altre lingue indoeuropee). Al contrario per me “genialità” significa capacità di esprimere ogni sfumatura di pensiero col minimo sforzo mnemonico e con la massima razionalità e praticità: ciò che insomma hanno cercato di fare il buon Zamenhof e i suoi discepoli.

Il libro, disseminato di vari riquadri con curiosità sul mondo antico (molto bizzarro quello relativo alla visione dei “colori” presso i greci), si conclude con una storia dell’evoluzione del greco, e dei suoi dialetti, dall’indoeuropeo al neogreco passando per la koiné, mostrando come – caso unico nel panorama linguistico – non si sia trasformato in un’altra lingua ma sia mutato sempre all’interno di sé, recuperando parole antiche per il loro prestigio (anche se magari non più comprese dal popolo). Mi pare un discorso un po’ strano: non è possibile fermare l’evoluzione di una lingua viva, si possono al massimo conservare solo o quelle morte (come il latino, cristallizzato nella sua grammatica e nel suo lessico, a cui si possono sì aggiungere parole moderne ma ricalcando quelle antiche) o quelle artificiali come l’Esperanto (che è comunque una seconda lingua e si “evolve” per certi aspetti come il latino moderno). Il greco parlato oggi è una cosa molto diversa da quello antico, anche se magari i greci per nazionalismo tendono a negarlo. Permettetemi in conclusione di non trovare convincente nessuna delle nove ragioni (non chiaramente elencate) che la Marcolongo dichiara nel sottotitolo per ritenere geniale il greco; ma forse per amarlo sì.

Firenze, 16 luglio 2018

Note

  1. Al rapporto col proprio nome “da maschio” viene dedicata un’intera pagina nel libro, molto autobiografico
  2. A. Marcolongo, La lingua geniale, Bari-Roma, Laterza, 2016, p. 153.
  3. Ricordo con una certa emozione quando iniziai a studiare il latino come una lingua viva col relativo corso Assimil, insieme al mio amico poliglotta Francesco Felici, il quale aveva pure l’Assimil di greco con tanto di cd con la pronuncia dei dialoghi.
  4. Durante il congresso universale di Esperanto a Firenze, nel 2006, ascoltai una conferenza di una professoressa che ci diede prova di saper parlare fluentemente latino in modo intelligibile. Al latino “moderno” ho dedicato un capitolo sul mio libro sulle lingue inventate e ricostruite Ghimile ghimilama (Edizioni Eva, 2016).
  5. In M. Acciai Baggiani, La nevicata e altri racconti, ilmiolibro.it, 2018.
  6. Io trovo molto più geniale l’Esperanto che non ne ha neanche uno: perché incasinarsi la vita a memorizzare sessi arbitrari delle cose e delle idee?
  7. Altra complicazione inutile; il legame tra due oggetti che il parlante ritine accoppiati si può esprimere ad esempio in italiano più semplicemente con la parola “paio” o “noi due”.

Bibliografia

  • M. Acciai Baggiani, La nevicata e altri racconti, ilmiolibro.it, 2018.
  • M. Acciai Baggiani, F. Felici (a cura di), Ghimile ghimilama, Venafro, Edizioni Eva, 2016.
  • P. Beretta (a cura di), Vangeli e atti degli  apostoli. Interlineare greco, latino, italiano, Torino, San Paolo, 2005.
  • J.P. Guglielmi, Il greco antico, Assimil Italia, 2016.
  • A. Marcolongo, La lingua geniale, Bari-Roma, Laterza, 2016.
  • F. Serafini, Corso di greco del Nuovo Testamento, Torino, San Paolo, 2003.