Nota sopra un romanzo giallo di fantascienza in Ido

Di Massimo Acciai Baggiani

Il romanzo breve L’asasino di Gonçalo (L’assassinio di Gonçalo in italiano) di Tiberio Madonna, idista casertano, è molte cose: è un giallo ma anche un racconto fantascientifico, è una storia spassosa, uno spaccato di ambiente idista, una metanarrazione, ed è a mio parere un piccolo capolavoro della letteratura idista italiana. L’opera mi ha incuriosito per diverse ragioni: per la lingua in cui è scritta, perché conosco personalmente l’autore [1] – è stato lui a introdurmi nel fantastico mondo dell’Ido (per chi non lo sapesse, è una lingua artificiale figlia dell’esperanto ma con meno fortuna) – e soprattutto perché vi compaio anch’io come personaggio, niente meno che sospettato di omicidio. Mi ha fatto una strana impressione leggere d’un fiato un poliziesco per scoprire se fossi io l’assassino!

Ma rispetto la regola aurea delle recensioni di gialli: non spoilererò. Concentrerò la mia attenzione, in questo articolo, su alcune particolarità di questo romaneto. L’azione si svolge nel futuro, precisamente nel 2206. Il mondo non pare cambiato tantissimo; le innovazioni tecnologiche descritte dall’autore si limitano ai mezzi di trasporto (ci saranno macchine che corrono a cinque metri dal suolo e, per i voli intercontinentali, si useranno dischi volanti di derivazione extraterrestre) e ai mezzi di comunicazione (la televisione sarà tridimensionale e “circonderà” letteralmente lo spettatore).

La storia parte dall’Internaciona Odo-Renkonto a Berlino, dove si riuniscono i più famosi odisti del mondo (odo e odisti sono chiari riferimenti a Ido e idisti), ossia poeti in aperta rivalità tra loro. I vari personaggi, come comprenderà al volo chi frequenta l’ambiente idista, sono ispirati tutti a persone reali, compresa la prima vittima, il portoghese Gonçalo [2]. Come dicevo, vi figuro anch’io, come new entry (all’epoca avevo iniziato a studiare questa lingua), anche se Tiberio mi fa troppo onore inserendomi tra i poeti idisti: in fondo ho scritto solo una poesia e un racconto in Ido…[3]

Alla prima vittima ne seguirà una seconda, poi una terza, e così via, fino a giungere a cinque: tutti odisti e tutti di volta in volta sospettati dai detective incaricati delle indagini, i tedeschi Detlef Drogi e Rudolf Scheng, i quali dovranno seguire gli indizi e sciogliere tre enigmi, spostandosi in varie nazioni europee e di oltreoceano. Pare che l’imprendibile assassino si sia messo in testa di sterminare l’intera categoria (e non facciamo battute sull’esiguità del numero…).

Al di là della storia – appassionante e divertente, si può leggere in una giornata – penso che il libro di Tiberio (naturalmente presente pure lui, quale vittima di omicidio) sia un ottimo testo per avvicinarsi alla letteratura idista. È anche un ottimo testo didattico, essendo lo stile piano e la lingua non troppo complessa; ne consiglio l’adozione in un corso di Ido. Naturalmente il mio invito a leggerlo è rivolto anche ai samideanoj esperantisti, i quali non avranno difficoltà a comprenderlo anche senza aver studiato la lingua in cui è scritto, vista la vicinanza tra Esperanto e Ido; sarebbe un’ottima occasione per superare quell’inimicizia e reciproca diffidenza di vecchia data che ancora separa idisti ed esperantisti, in fondo accomunati dagli stessi ideali di pace e fratellanza mondiale.

Firenze, 23 ottobre 2020

Bibliografia

Madonna T., L’asasino di Gonçalo, Editerio La Plumo, 2018.

Io insieme a Tiberio Madonna alla stazione di Santa Maria Novella, a Firenze (18 ottobre 2020).

[1] che me ne ha regalata una copia durante un nostro breve incontro alla stazione di Santa Maria Novella, dove ha fatto scalo tornando a casa.

[2] Riferimento a Gonçalo Neves, agronomo, poeta esperantista e idista.

[3] Un verso della mia poesia Uldie (in italiano, Un giorno o l’altro) è citato e parafrasato nel romanzo di Tiberio («Kad lu apertos lua pordo por ni?»), inoltre ho tradotto in Ido il mio racconto La lingvovendejo (che diventa La linguovendeyo).

Un futuro contraddittorio

Di Massimo Acciai Baggiani

lucky starrIsaac Asimov (1920-1992) è e rimarrà per sempre un mito per me, un vero gigante della fantascienza, tuttavia alcuni suoi libri, per sua stessa ammissione, risentono in misura maggiore o minore dell’obsolescenza a cui questo genere narrativo è condannato dal continuo avanzare della conoscenza scientifica. Questo nulla toglie alla godibilità dei suoi romanzi e racconti, ambientati in un futuro remoto: un buon intreccio e una buona narrazione rimangono tali anche se vengono superati i presupposti astronomici. Di Asimov ho letto buona parte della sua sterminata produzione, dalla narrativa alla saggistica; mi mancava il ciclo di Lucky Starr. Ho colmato di recente questa lacuna; la lettura dei sei romanzi che compongono la saga, scritti tutti negli anni Cinquanta e ambientati in un futuro distante migliaia di anni, mi ha suscitato diverse riflessioni.

Vediamo innanzitutto di cosa si tratta. Lucky Starr è un giovane agente del Consiglio delle Scienze, una potente organizzazione governativa la cui giurisdizione si estende sull’intero sistema solare: il suo vero nome è David, il soprannome Lucky (“fortunato”) gli viene dal fatto che riesce a cavarsela brillantemente in ogni situazione grazie anche all’aiuto della sua buona stella (giusto per rimanere in tema spaziale) oltre che alla sua intelligenza e coraggio, e dall’aiuto dei suoi amici. Ciascuno dei sei romanzi che lo vedono protagonista è ambientato in un luogo specifico del Sistema – nell’ordine: Marte, la Cintura degli Asteroidi, Venere, Mercurio, le lune di Giove e gli anelli di Saturno – colonizzato da secoli dai terrestri (diventati poi marziani, venusiani, eccetera), tranne Saturno (lì c’è una storia a parte, narrata nell’ultimo romanzo).

Le vicende del nostro Consigliere rientrano a pieno titolo nella fantascienza d’azione, ma con contaminazioni di spionaggio e giallo. Lucky è in pratica una sorta di 007 futuribile, che lavora per il suo pianeta, la Terra, contro il cattivo di turno – quasi sempre legato ai perfidi Siriani (in questo universo narrativo l’Umanità ha scoperto il salto nell’iperspazio e ha colonizzato vari esopianeti nella Galassia), o ai Siriani stessi (che fanno la loro comparsa di persona alla fine del ciclo). Sua spalla, amico e collaboratore è il nano Bigman (nome ironico ovviamente), marziano, con cui stringe un sodalizio nel primo romanzo per portarlo avanti per tutta la serie.

Lasciando da parte le vicende spionistiche (pure interessanti) e le descrizioni (non più attuali) dei vari pianeti, mi interessa qui analizzare l’immagine asimoviana del futuro. Lo trovo contraddittorio: da una parte si parla di un mondo altamente tecnologico, basato sulla scienza e il razionalismo, con invenzioni strabilianti e un universo le cui distanze astronomiche sono ridotte enormemente da astronavi in grado di viaggiare più veloci della luce, che al tempo stesso sono alla portata economica di tutti o quasi; dall’altra parte è un mondo culturalmente primitivo, al livello di western. I personaggi appaiono ben poco civili, sempre pronti a menar le mani e a buttarsi in scazzottate che sono fuori luogo perfino nel nostro presente; gli uomini (siano Terrestri, Marziani, Venusiani, Siriani eccetera) sono rimasti bellicosi come durante la Guerra Fredda e i politici non sono migliori di quelli del passato. Solo i robot, paradossalmente, sono più evoluti degli uomini, in quanto impediti dalle tre famose leggi della robotica a ricorrere alla violenza e all’inganno. Non c’è stato insomma alcun progresso dal punto di vista morale, tranne un sottinteso ateismo, e continua a valere quanto notato da Salvatore Quasimodo nella sua poesia Uomo del mio tempo. Ottimista sotto molti aspetti, in questo Asimov è pessimista: la sua visione storica è statica dal punto di vista della psiche umana: non importa quale sia il livello tecnologico raggiunto, gli ideali rivoluzionari di libertà, fraternità e uguaglianza rimarranno sempre irraggiungibili. Addirittura si avrà un’involuzione in un futuro ancora più remoto: l’intera Galassia sarà sotto un Imperatore![1]

La vita umana non sarà sacra e inviolabile nemmeno tra trentamila anni (questo pare il limite, se non erro, a cui si spinge il Ciclo della Fondazione), e ciò rende possibile le profezie di Hari Seldon tramite la sua Psicostoria. Questa è l’unica cosa che non condivido del grande scrittore americano: per come la vedo io (e non solo io) l’uomo è arrivato a un bivio; se non muterà di paradigma, se continuerà con la solita visione nazionalista e violenta, andrà incontro a un’estinzione sicura entro questo secolo, altro che trentamila anni! La visione politica di Asimov non è sostenibile in un’ottica di futuro remoto, l’uomo potrebbe distruggere questo pianeta ben prima di poterne colonizzare altri. Ma questo non era prevedibile, credo, settanta anni fa, quando Asimov ha creato questo ciclo…

Concludo con una nota che da esperantista e linguista mi ha colpito: Asimov non fa mai menzione in questo ciclo di quali lingue parlino i vari personaggi, lasciando supporre che si tratti dell’inglese o di qualche sua evoluzione, tranne appunto nell’ultimo libro del ciclo, Lucky Starr e gli anelli di Saturno, trattando di una conferenza interstellare: «I discorsi, com’era uso in questi incontri interstellari, si svolgevano in interlingua, l’amalgama di lingue che era usato in tutta la galassia»[2]. Non ho potuto fare a meno di domandarmi come potrebbe essere questa “interlingua”, frutto dell’incontro di lingue parlate migliaia di anni nel futuro (non troppo lontane dall’inglese, visti i nomi dei personaggi), ma di certo non è l’omonima Interlingua sviluppata dall’International Auxiliary Language Association (IALA) né tanto meno dell’Esperanto, il quale si basa su principi di pacifismo e fratellanza tra i popoli del tutto assenti nel ciclo di Lucky Starr.

Firenze, 27 luglio 2020

Bibliografia

Asimov I., Tutto Asimov Space Ranger, Firenze, Giunti Marzocco, 1978.

Note

[1] Si veda appunto il Ciclo dell’Impero e quello della Fondazione.

[2] Asimov I., Tutto Asimov Space Ranger. Robot, Firenze, Giunti Marzocco, 1978, p. 116. Per quanto riguarda le altre opere asimoviane, mi viene fatto notare da un membro di un gruppo FB di fantascienza, la lingua parlata nella Galassia questa è il Galattico, ma viene chiamata con nomi diversi nei vari romanzi, anche questa è una conseguenza del fatto che sono stati scritti nell’arco di un quarantennio. In Abissi d’acciaio, primo libro del Ciclo dei Robot, il protagonista Elijah Baley dice che la lingua parlata sulla Terra è l’Inglese e che, con lievi differenze, era usato anche nei mondi Spaziali. In I Robot dell’Alba, ambientato temporalmente una decina di anni dopo Abissi d’acciaio, Asimov usa l’espressione “Interstellare” per definire la lingua parlata nella Galassia. Infine ne I Robot e l’Impero, ambientato 200 anni dopo I Robot dell’Alba, compare per la prima volta l’espressione Galattico. Ci sono riferimenti all’Inglese anche in altri Romanzi Asimoviani. Ne Le Correnti dello Spazio, approssimativamente 4000/5000 anni dopo I Robot e l’Impero, si accenna ad un pianeta del Settore di Sirio, non ricordo quale ma non era la Terra, dove «il dialetto era tanto primitivo da poter quasi essere confuso con quella lingua leggendaria e, morta da millenni, che era l’Inglese». Infine in Paria dei Cieli, circa l’anno 12000 dc, si accenna ad iscrizioni trovate su Sirio, Arturo ed Alfa Centauri vecchie di 100.000 anni, e che erano state decifrate solo nell’ultimo decennio, iscrizioni che poi si scoprirà essere in Inglese.

Gli orizzonti blu di Chiara

Di Massimo Acciai Baggiani

Kovrilo-Blua_horizonto-Kjara-250Chiara Raggi è una ragazza di Rimini, piena di vitalità e simpatia: lunghi capelli castani come gli occhi, intensi. Cantautrice. Esperantista. Chiara possiede una voce soave come le sue canzoni, che interpreta in italiano e nella lingua di Zamenhof, di cui condivide gli ideali di uguaglianza e fraternità: in entrambe le lingue ha dato prova di grande talento artistico, basta ascoltare i suoi tre album – Disordine (2015), Lacrimometro (2017) e il recente Blua Horizonto (2019) – per verificarlo. Chiara nonostante la giovane età ha già una carriera di tutto rispetto: è tra l’altro anche autrice di una web-serie spassosissima (Le disAvventure di un cantautore [femmina]), è conduttrice televisiva ed ha ricevuto importanti riconoscimenti a livello nazionale e internazionale per la sua musica.

Di particolare interesse è proprio il suo ultimo album, Blua Horizonto (in italiano: Orizzonte blu), prodotto da Vinilkosmo (la nota etichetta internazionale che distribuisce musica esperantista) in collaborazione con la Federazione Esperantista Italiana (FEI), firmato col nome esperantizzato di Kjara: dieci canzoni che hanno il sapore del mare, di orizzonti sconfinati, di libertà, di leggerezza. Lo stile, acustico e molto melodico (Chiara è anche una bravissima chitarrista), ben si abbina col contenuto dei testi, composti da lei insieme alla musica (la traduzione in esperanto è del mitico Renato Corsetti e del compianto Gianfranco Molle, a cui l’album è dedicato, passando tal modo il testimone della musica esperantista italiana d’autore a una degna erede). Momenti di riflessione si alternano a liriche d’amore, sospese tra realtà e sogno, che ruotano attorno al tema del viaggio, reale o metaforico: Chiara si racconta con serenità e ironia, facendo poesia in musica.

Tanta voglia di cantare, insomma, in questo album, e cantare in una lingua che parli al mondo intero, come sottolinea la nostra Chiara/Kjara in Lasu min plukanti (Lascia che io continui a cantare): «Flugas nun la kanto / kore Esperanto / kreskas ene movas ĉiun mian senton» («adesso il mio canto vola / con l’Esperanto nel cuore / cresce da dentro e smuove tutto il mio sentimento»). Ne consiglio l’ascolto non solo ai “samideani”: la musica di Chiara è godibilissima anche da parte di chi non conosce la lingua internazionale. La musica, si sa, è la lingua internazionale per eccellenza.

Firenze, 26 gennaio 2020

Discografia

  • Kjara, Blua Horizonto, FEI-Vinilkosmo, 2019.

Giocare è importante

Di Massimo Acciai Baggiani

2019-11-01-082148Giovedì 28 ottobre è stato presentato all’SMS di Rifredi, a Firenze, il libro di Claudia Gusso, educatrice nella scuola e in associazioni sportive, Gioco Joke, edito da Corrado Tedeschi. Il libretto bilingue (italiano e inglese – la traduzione è curata da Clara Vella, ex insegnante e responsabile tra l’altro dei lunedì letterari presso l’SMS) nasce dall’esperienza diretta della Gusso con i bambini ed è indirizzato principalmente agli insegnanti; è arricchito da molte illustrazioni a colori e vuole essere uno spunto per attività linguistiche e motorie.

L’aspetto che più ha catturato il mio interesse è stato naturalmente quello linguistico. Da esperantista e glottoteta (ho creato una lingua artistica – la Lingua Indaco[1] – ed una filosofica – l’Utopiano) non potevo che apprezzare la poesia della stessa autrice “tradotta” in un idioma di sua invenzione, creato sul modello dell’Europanto di Diego Marani. Creare una lingua può essere un’attività ludica anch’essa: lo stesso Marani lo sostiene in un’intervista che gli ho dedicato anni fa[2] e io non posso che concordare; le lingue che ho creato mi hanno dato soddisfazione e divertimento. Altra cosa è l’Esperanto, su cui sono intervenuto durante la presentazione suddetta, dovendo difendere ancora una volta la lingua internazionale di Zamenhof dai pregiudizi che la circondano da quando è nata, quasi 140 anni fa: Esperanto ed Europanto sono molto diversi – il primo è un ideale pacifico e internazionalista mentre il secondo è appunto un gioco che mescola parole delle principali lingue europee.

L’ “europanto” della Gusso somiglia molto al francese ed ha una caratteristica che mi ha colpito: la “fluidità”. A differenza delle altre lingue artificiali, l’autrice non ha voluto fissare regole e neppure un lessico stabile, tanto che la parola “gioco” viene resa nella stessa poesia con ben tre termini diversi (jogo, jueg e jòk). Ecco la prima strofa[3]:

Jueg, bell jueg
diversion in el jueg
‘n exvolver com en fueg

Gioco bel gioco
il divertimento in quel gioco;
travolgimento come nel fuoco

Nel caso della mia Lingua Indaco e dell’Utopiano c’è sicuramente questa componente ludica lessicale, ma ho creato anche seriamente una grammatica. Le due cose non si escludono a vicenda.

Giocare è importante, dunque, come sostengono da sempre i pedagoghi, e non dovremmo smettere mai di farlo, neanche da adulti.

Firenze, 10 brumaio ’28 (1° novembre 2019)

 

Bibliografia

  • Acciai Baggiani M., Felici F. (a cura di), Ghimile ghimilama. Breve panoramica di alcune lingue artificiali, rivitalizzate e più o meno follemente manipolate, Venafro, Edizioni Eva, 2016
  • Gusso C., Gioco Joke, Firenze, Corrado Tedeschi Editore, 2019.

 

Note

[1] Acciai Baggiani M., Felici F. (a cura di), Ghimile ghimilama. Breve panoramica di alcune lingue artificiali, rivitalizzate e più o meno follemente manipolate, Venafro, Edizioni Eva, 2016, pp. 215-230.

[2] «Segreti di Pulcinella» n. 53, novembre 2017.

[3] Gusso C., Gioco Joke, Firenze, Corrado Tedeschi Editore, 2019, p. 13.

2019-11-01-081935

Alla scoperta della letteratura esperanto

Di Massimo Acciai Baggiani

La letteratura esperanto[1] rappresenta un caso unico nella storia della letteratura mondiale; non tanto perché è scritta in una lingua “inventata” (o meglio “pianificata”), ma perché – rispetto alle altre lingue artificiali dotate di una seppur piccola letteratura (il Volapük, il Klingon, il Quenya o i derivati dell’esperanto, in primis l’Ido) – ha una base di parlanti, diffusi in tutto il mondo, tale da distanziare di molto le altre lingue create a tavolino e di vantare numerose traduzioni da l’esperanto alle lingue nazionali: una delle caratteristiche che ha permesso alla zamenhofa lingvo[2] di aspirare ad avere tra le sue fila dei Nobel per la letteratura. Il Nobel è il traguardo costantemente rincorso dai maggiori scrittori esperantisti, fin dall’inizio[3], perché rappresenta una sorta di consacrazione: serve a mostrare insomma che la letteratura esperanto non è da meno delle altre letterature. Per ora tale riconoscimento non è arrivato, ma chissà… intanto alcuni nomi sono stati candidati più volte.

minnaja2Molti sono i manuali di letteratura esperanto: il più recente è quello di Carlo Minnaja, Introduzione alla letteratura esperanto, basato su un precedente e molto più voluminoso lavoro – in esperanto – di Minnaja e Giorgio Silfer.[4] Ho avuto il piacere di leggerlo fresco di stampa e l’ho trovato interessante, scorrevole, autorevole ma non troppo accademico: un ottimo testo per avvicinarsi a questo argomento anche da profani. Un libro agile, di un paio di centinaia di pagine, che ripercorre la storia della letteratura dalle origini – ossia dallo stesso Zamenhof – fino ad oggi, suddividendola per periodi, per “scuole” (quella di Budapest, quella italiana, quella iberica, eccetera) e per riviste.

Rispetto alle letterature in lingua naturale quella esperanto è giovane, giovanissima; praticamente bambina! Cosa sono 132 anni di storia in confronto agli 800 della letteratura italiana, ai quasi 1000 di quella francese, per non parlare di quella latina (che, contando anche il latino moderno odierno, arriva a 2200 anni) o di quella greca o cinese? Sarebbe interessante sfogliare un manuale di storia letteraria esperanto del XXXI secolo, potremmo avere delle interessanti sorprese, ma intanto possiamo già fare un bilancio con quello che abbiamo che – a giudicare dai ponderosi libri scritti sull’argomento – non è poco.

Ma quanti sono gli autori che hanno scritto e pubblicato in esperanto nel corso della sua storia?

Difficile dare una cifra precisa: la lista più completa – secondo il Minnaja[5] – è disponibile sulla pagina web curata dallo svedese Sten Johansson[6] che conta 526 nomi. Ma è incompleta, così come lo è (per esigenze editoriali) il libro di Minnaja.[7] Sicuramente il numero supera il migliaio: non poco per una popolazione che oggi si stima tra i 100.000 e i due milioni di parlanti.

La letteratura esperanto pare soffrire di una sorta di complesso di inferiorità; Minnaja, e molti prima di lui, vuol invece dimostrare che le opere originali scritte in questa lingua non hanno nulla da invidiare ai grandi capolavori della letteratura universale, anche se non raggiungono la stessa notorietà (per ragioni estranee alla qualità). Di sicuro la storia è affascinante e varia: non c’è genere letterario che non sia stato toccato; dalla poesia al racconto, dal romanzo al teatro, dalla saggistica al poema epico, dal giallo alla fantascienza, dal dramma alla commedia – come molto varia è la nazionalità degli autori. Le tirature non raggiungono certo uno Stephen King o un Ken Follett ma la qualità di alcune opere è in effetti notevole.[8]

Fa riflettere una frase dell’editore Feltrinelli, riportata da Minnaja, «Non si può essere un grande poeta bulgaro», riferito al fatto che «una lingua che pochi al mondo leggono e da cui esistono poche traduzioni in altre lingue non raggiunge un pubblico così numeroso il cui giudizio (e mercato) possa garantire l’eccellenza di qualche suo autore»[9], eppure consideriamo che l’islandese ha meno parlanti dell’esperanto e il suo bravo Nobel l’ha avuto!

Provenendo dall’ambiente esperantista, ho avuto il piacere di conoscere di persona diversi autori citati da Minnaja: lo ritengo un onore, tanto più che sono ben lontani dall’arroganza di certi scrittori di best seller che pure ho avuto (purtroppo) occasione di conoscere anch’essi personalmente. Quanto a me, vado fiero della mia pagina su Vikipedio[10] (Wikipedia in esperanto) e mi sento in ottima compagnia.

Quali sono i temi trattati dagli scrittori esperantisti?

minnaja3Tutti quelli trattati dalle altre letterature, ma molto spazio è dedicato a quelli relativi specificamente al mondo esperantista di ieri e di oggi (quali ad esempio le pesanti persecuzioni affrontate durante i regimi totalitari, ma anche argomenti più allegri). Una parte degli esperantisti vede non a caso la comunità esperantofona come un popolo: abbandonata l’idea della fina venko (la “vittoria finale”, l’obiettivo di una diffusione massiccia dell’esperanto posto da Ludwik Zamenhof, l’idea dell’esperanto come seconda lingua per tutti) c’è chi si è rassegnato e preferisce considerarsi parte di un popolo, appunto, disperso in una sorta di diaspora affine a quella ebraica. Mi pare che il concetto di “popolo esperanto” cozzi non poco con l’idea originaria che doveva abbracciare tutta l’umanità, rispettandone sì le differenze di lingua e tradizioni ma abbattendo la obstinaj baroj[11], le “barriere ostinate” tra i popoli e non creandone altre tra samideanoj[12] e non. Personalmente non ho mai avuto senso di appartenenza verso nessuna nazione o movimento, esperanto incluso: sono sempre stato uno spirito libero, nemico di ogni bandiera. D’altra parte però sento e apprezzo lo spirito di fratellanza e amicizia che esiste tra esperantofoni[13]; cosa che non si ritrova ad esempio tra anglofoni o italofoni, anche se pure tra esperantisti possono nascere scontri e incomprensioni. Tuttavia intendo il legame tra esperantisti affine al concetto buddista di itai doshin (diversi corpi, stessa mente), ossia condividere un ideale ma rispettare le differenze tra le persone, l’unicità di ciascuno.

Tornando al libro di Minnaja, da cui sono partite queste mie riflessioni un po’ a ruota libera, mi sentirei di consigliarlo come libro di testo per chi si avvicina a questa eccitante avventura non solo linguistica. Dopo qualche pagina introduttiva alla grammatica e alla pronuncia, l’autore ci presenta subito il sogno di Zamenhof, le sue prime battaglie per la pace, i primi testi originali, per fare poi una carrellata fino al 2018, soffermandosi su alcuni autori di cui ci riporta in breve la vita, le trame delle opere e qualche stralcio di poesia in lingua originale e in italiano. Numerose sono anche le curiosità riguardo a fatti esperantisti, alcuni poco noti agli stessi samideani.

Una lingua non è solo grammatica e lessico: imparare un nuovo idioma significa entrare nella cultura di chi lo parla, nel suo pensiero (in questo caso nel pensiero del suo creatore), scoprirne insomma la visione del mondo. In esperanto si può dire tutto; anche le innumerevoli traduzioni da altre lingue hanno mostrato l’estrema duttilità e hanno contribuito a far conoscere ad un pubblico più ampio opere e autori altrimenti noti solo in lingue minoritarie. Anche questo non è un merito di poco conto.

Un libro come questo è secondo me inoltre un ottimo stimolo per le nuove generazioni di scrittori e poeti: si può scrivere in esperanto pure senza conoscerne la storia letteraria, ma di sicuro confrontarsi con i classici e con la kolegaro[14] è utile per affinarsi sia dal punto di vista stilistico che di contenuto. Come si può ignorare un Kalocsay, un Baghy, un Auld o un Ragnarsson? Leggendo in originale le opere di questi grandi autori non si può che sentirsi spronati a dare il meglio per arricchire il già vasto patrimonio artistico e culturale di questo strano “popolo” che abita Esperantujo, territorio senza confini geografici, vasto quanto il mondo.

Firenze, 9-10 luglio 2019

Bibliografia

  • Minnaja C., Introduzione alla letteratura esperanto, Parma, Athenaeum, 2019.
  • Minnaja C., Silfer G., Historio de la Esperanta literaturo, La Chaux-de-Fonds, Kooperativo de Literatura Foiro, 2015.

Note

[1] Riprendo l’espressione di Carlo Minnaja, nel suo libro Introduzione alla letteratura esperanto, Parma, Athenaeum, 2019, anche se a me suonerebbe meglio “letteratura in esperanto” o “letteratura esperantista”, ma l’autore preferisce usare “esperanto” come aggettivo in analogia a “yiddish”, “urdu”, ecc. (cfr, op. cit., p. 29).

[2] La “lingua di Zamenhof”, ossia l’esperanto.

[3] Il prestigioso premio e l’esperanto sono quasi coetanei.

[4] Minnaja C., Silfer G., Historio de la Esperanta literaturo, La Chaux-de-Fonds, Kooperativo de Literatura Foiro, 2015.

[5] Cfr. Minnaja C., op. cit., p. 213.

[6] http://esperanto.net/literaturo/autor/index.html

[7] Oltre al sottoscritto, che ha dato alla letteratura esperanto un libro di racconti, La lingvovendejo (Milano, FEI, 2016) e vari scritti su «Literatura Foiro» e antologie quali Vizaĝoj, Stockholm, Eldona Societo Esperanto, 2010, manca il grande Amerigo Iannacone (1950-2017), scrittore ed editore molisano, Davide Zingone, scrittore napoletano, e altri. OLE (la pagina curata da Johansson) registra infatti solo scrittori che hanno pubblicato opere letterarie originali in libro: mancano tutti quelli che hanno pubblicato solo su riviste, tanto per citare qualcuno a caso, Carlo e Luigi Minnaja, Tonkin, Bagnulo, Migliorini, Fettes, Lipari, Tellini, Orengo, Brizzi, Lapenna, Spanò, Pennacchietti, Milojevic e cento e cento altri, cioè un sacco di persone che hanno scritto saggi, recensioni, traduzioni, opere uscite a puntate ecc.

[8] Come ho sempre sostenuto, anche in altri scritti, il valore di un’opera letteraria non è oggettivo: il mio è un giudizio personale che ho maturato nelle mie letture.

[9] Cfr. Minnaja C., op. cit., p. 230.

[10] https://eo.wikipedia.org/wiki/Massimo_Acciai

[11] Riferimento all’inno esperantista, La espero, scritto da Zamenhof.

[12] Samideano in esperanto indica qualcuno che condivide l’idea di qualcun altro, per antonomasia la interna ideo (idea interiore, essenziale) dell’esperanto. Un atteggiamento di chiusura secondo me nuoce al movimento, i non esperantisti dovrebbero essere coinvolti maggiormente ad esempio durante i congressi internazionali, ma questa è una mia idea. Durante il primo congresso mondiale di esperanto, nel 1905, Zamenhof disse: «Siamo ben consapevoli dell’importanza di questo giorno, poiché oggi tra le mura di Boulogne-sur-Mer si sono incontrati non francesi con inglesi, non russi con polacchi, bensì persone con persone (sed homoj kun homoj)», non «esperantisti con esperantisti».

[13] Grazie all’esperanto ad esempio mi sono sentito a casa in Lituania, dove ho legato subito con gli esperantisti locali – mai incontrati prima.

[14] La comunità dei colleghi scrittori esperantisti.

Meditazioni di un medico ebreo

Di Massimo Acciai Baggiani

maestroQualche anno fa mi capitò di trascrivere al pc alcuni vecchi quaderni scritti in esperanto da un tale Leone Maestro (1900-1973), medico ebreo che a partire dalla seconda guerra mondiale ha iniziato a tenere una sorta di diario, pieno di meditazioni che riportava quasi quotidianamente su carta. Il signor Maestro ha scritto per più di trent’anni, lasciando centinaia di pagine in eredità ai cinque figli – Marco, Roberto, Miriam, Lea e Fiorenza – i quali hanno giustamente pensato di condividere col mondo le riflessioni filosofiche del padre. Nasce così Meditazioni, edito nel 2015 dalla casa editrice livornese Salomone Belforte & C.: un’antologia dei primi quaderni, quelli scritti in italiano negli anni della guerra, precisamente tra il ’39 e il ’44. I successivi, quelli scritti in esperanto, sono purtroppo ancora inediti – anche se salvati su pc – e sono quelli che ho letto per primi. Mi mancava, come dire, l’“antefatto”: ho potuto colmare questa lacuna grazie al dono dei fratelli Maestro, ritrovando – a distanza di molti anni – quello stile arguto e in molti casi lapidario che fa pensare alle massime di La Rochefoucauld applicate alla Storia, quella che l’autore stava vivendo in prima persona dal suo esilio marsigliese (nel 1940) e successivamente in un’Italia martoriata dal conflitto, perseguitato per il suo antifascismo. Scamperà al destino di molti suoi correligionari (ma sua madre morirà ad Auschwitz nel ’44). Vive in molti luoghi, tra Roma, Firenze, la Libia, la Tunisia e il Fezzan, annotando diligentemente le sue impressioni, fino alla morte per infarto negli anni Settanta. Perché abbia deciso di scrivere buona parte dei suoi quaderni in esperanto (lingua peraltro creata da un altro ebreo, quel Ludovico Zamenhof che aveva a sua volta assaggiato sulla sua pelle i conflitti internazionali) lo si può facilmente intuire dalla visione cosmopolita della politica che emerge dalla sua opera: una visione non priva di ironia ma neppure di profonda amarezza e disillusione, anche nelle pagine del dopoguerra.

Firenze, 16 dicembre 2018

Bibliografia

Maestro L., Meditazioni, Livorno, Salomone Belforte & C., 2015.

Dello studio delle lingue antiche e di come non farsene ossessionare

lingua geniale

Di Massimo Acciai Baggiani

Premetto che non ho fatto il liceo, né scientifico né classico, e che quel poco di latino e di greco l’ho imparato per conto mio e per libera scelta, durante gli anni universitari. Il greco antico in particolare l’ho studiato su una terrazza in un palazzo del centro di Firenze, in pomeriggi assolati con una leggera brezza che portava con sé odori primaverili. I miei testi di riferimento erano i vangeli, ritenuti scritti in una lingua più semplice (lo so, per un ateo convinto come me suona un po’ strano…). Confesso anche di aver abbandonato quello studio, per vari motivi, ma mi è rimasta sempre una certa “attrazione” verso questa particolare lingua indoeuropea, col suo elegante alfabeto e i suoi suoni esotici e accattivanti. Quando mi è capitato quindi tra le mani il libro di Andrea Marcolongo La lingua geniale, 9 ragioni per amare il greco me lo sono divorato in un paio di giorni.

Scartata dopo poche pagine l’ipotesi che il titolo fosse ironico (si può a mio parere definire “geniale” l’esperanto, e per certi aspetti ancora di più l’ido, ma non certo il greco antico) ho continuato la lettura, da profano, annotando i punti in cui il mio pensiero divergeva da quello dell’autrice (sì, si tratta di una donna nonostante il nome percepito come maschile in Italia1).

Ma chi è Andrea Marcolongo? Si tratta di un’insegnante di greco che ha avuto anche un’esperienza dichiarata di ghostwriting per conto dell’ex premier Matteo Renzi. Una donna che, come afferma verso la fine del suo libro, di fatto pensa e ragiona in greco antico2. Già questa affermazione mi ha lasciato perplesso: la Marcolongo sostiene che per comprendere veramente questa lingua – che altrove dichiara irrimediabilmente perduta – occorre vedere il mondo come lo vedevano gli antichi greci, ragionare come loro. Non credo che andrei d’accordo con qualcuno che ha una visione guerrafondaia e schiavista; io sono sempre stato un uomo volto verso il futuro, non certo verso il passato che ho sempre avvertito come barbaro e primitivo. I poemi omerici non li ho mai gustati, con tutti quei morti ammazzati per questioni ridicole, quegli esaltati che pensano solo a far fuori il prossimo per la “gloria”, la disciplina militare, gli stupri e i saccheggi che tanto piacevano ai popoli antichi, eccetera.

Il libro della Marcolongo comunque è ben scritto, in un italiano attuale, scorrevole e non certo antico: è una lettura agevole anche per chi il liceo non l’ha fatto, anche se certo chi ha sudato il greco sui banchi di scuola può comprendere meglio certi riferimenti autobiografici dell’autrice. Interessante è infatti la questione dell’approccio a una lingua morta come il greco, a cui vengono dedicate molte pagine. Che un adolescente del XXI secolo d.C. debba studiare il greco viene dato per scontato (andrebbe ricordato alla Marcolongo, come a tanti insegnanti di liceo, che gli studenti che hanno davanti non sono lì esattamente di propria volontà…) così come che occorra sudore e fatica per le fare le versioni (forse la Marcolongo non conosce i metodi Assimil, anche se accenna appena a esperimenti di insegnamento delle lingue morte come se fossero ancora vive3) e che pure lei ha vissuto momenti di terrore davanti a parole che non conosceva o al momento di inserire accenti e spiriti: ma ne vale davvero la pena? Secondo l’autrice sì (anche se non si troverà mai nessuno con cui comunicare in questa lingua: almeno il latino ha ancora oggi dei sostenitori per un uso internazionale e perfino un vocabolario moderno ricostruito4). Il mio parere al riguardo del mondo della scuola l’ho già espresso nel mio romanzo-saggio La nevicata5: materie come il greco dovrebbero essere facoltative, non servono alla vita concreta e certamente “ragionare come un greco” nel 2018 non è una cosa né utile né desiderabile.

Se ci liberassimo dalle noiose e cervellotiche “versioni” obbligatorie e, da adulti e consenzienti, ci volessimo occupare del greco potremmo anche trovarne delle soddisfazioni, scoprendo che il greco è stata a suo tempo una lingua viva che veicolava una certa visione del mondo (che per fortuna non è più la nostra ma che è interessante conoscere). Ma perché l’autrice la definisce “geniale”?

Vediamolo.

Certamente la “genialità” non sta nella semplicità. Pare anzi che secondo la Marcolongo complessità e visione del mondo diversa siano sinonimi di genialità (cosa su cui dissento): il greco viene elogiato per la scarsa importanza che il sistema verbale dava al tempo (il quando) privilegiando l’aspetto (il come), per il fatto che possedesse tre generi grammaticali (maschile, femminile e neutro6) e tre numeri (singolare, plurale e duale7). La Marcolongo va poi in brodo di giuggiole per la sinteticità del greco, data dalla presenza di casi (che guarda caso sono spariti nelle lingue romanze… ma lei “semplificazione” la chiama “banalizzazione”), e impazzisce per l’ottativo (il modo del desiderio, scomparso nelle altre lingue indoeuropee). Al contrario per me “genialità” significa capacità di esprimere ogni sfumatura di pensiero col minimo sforzo mnemonico e con la massima razionalità e praticità: ciò che insomma hanno cercato di fare il buon Zamenhof e i suoi discepoli.

Il libro, disseminato di vari riquadri con curiosità sul mondo antico (molto bizzarro quello relativo alla visione dei “colori” presso i greci), si conclude con una storia dell’evoluzione del greco, e dei suoi dialetti, dall’indoeuropeo al neogreco passando per la koiné, mostrando come – caso unico nel panorama linguistico – non si sia trasformato in un’altra lingua ma sia mutato sempre all’interno di sé, recuperando parole antiche per il loro prestigio (anche se magari non più comprese dal popolo). Mi pare un discorso un po’ strano: non è possibile fermare l’evoluzione di una lingua viva, si possono al massimo conservare solo o quelle morte (come il latino, cristallizzato nella sua grammatica e nel suo lessico, a cui si possono sì aggiungere parole moderne ma ricalcando quelle antiche) o quelle artificiali come l’Esperanto (che è comunque una seconda lingua e si “evolve” per certi aspetti come il latino moderno). Il greco parlato oggi è una cosa molto diversa da quello antico, anche se magari i greci per nazionalismo tendono a negarlo. Permettetemi in conclusione di non trovare convincente nessuna delle nove ragioni (non chiaramente elencate) che la Marcolongo dichiara nel sottotitolo per ritenere geniale il greco; ma forse per amarlo sì.

Firenze, 16 luglio 2018

Note

  1. Al rapporto col proprio nome “da maschio” viene dedicata un’intera pagina nel libro, molto autobiografico
  2. A. Marcolongo, La lingua geniale, Bari-Roma, Laterza, 2016, p. 153.
  3. Ricordo con una certa emozione quando iniziai a studiare il latino come una lingua viva col relativo corso Assimil, insieme al mio amico poliglotta Francesco Felici, il quale aveva pure l’Assimil di greco con tanto di cd con la pronuncia dei dialoghi.
  4. Durante il congresso universale di Esperanto a Firenze, nel 2006, ascoltai una conferenza di una professoressa che ci diede prova di saper parlare fluentemente latino in modo intelligibile. Al latino “moderno” ho dedicato un capitolo sul mio libro sulle lingue inventate e ricostruite Ghimile ghimilama (Edizioni Eva, 2016).
  5. In M. Acciai Baggiani, La nevicata e altri racconti, ilmiolibro.it, 2018.
  6. Io trovo molto più geniale l’Esperanto che non ne ha neanche uno: perché incasinarsi la vita a memorizzare sessi arbitrari delle cose e delle idee?
  7. Altra complicazione inutile; il legame tra due oggetti che il parlante ritine accoppiati si può esprimere ad esempio in italiano più semplicemente con la parola “paio” o “noi due”.

Bibliografia

  • M. Acciai Baggiani, La nevicata e altri racconti, ilmiolibro.it, 2018.
  • M. Acciai Baggiani, F. Felici (a cura di), Ghimile ghimilama, Venafro, Edizioni Eva, 2016.
  • P. Beretta (a cura di), Vangeli e atti degli  apostoli. Interlineare greco, latino, italiano, Torino, San Paolo, 2005.
  • J.P. Guglielmi, Il greco antico, Assimil Italia, 2016.
  • A. Marcolongo, La lingua geniale, Bari-Roma, Laterza, 2016.
  • F. Serafini, Corso di greco del Nuovo Testamento, Torino, San Paolo, 2003.