Letture per la quarantena

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L’idea di questa pubblicazione digitale mi è venuta, come suggerisce il titolo, durante la quarantena per il Covid-19. Ho pensato che potevo dare dei suggerimenti di lettura, a chi lo desidera, per occupare questi giorni-fotocopia, da reclusi, per coloro che non lavorano e hanno tempo in abbondanza. Ho pensato di renderla disponibile gratuitamente su Internet per condividere le mie letture di questi anni: si tratta infatti di una raccolta di articoli e recensioni varie apparsi per buona parte già su «Segreti di Pulcinella» o su varie riviste cartacee e online («L’Area di Broca», «PASSARnous», eccetera). Il presente libro è liberamente scaricabile, ma nel caso di citazioni sarebbe apprezzato indicare l’autore, ossia il sottoscritto.

Buona lettura e buona quarantena, nella speranza che questa emergenza passi presto e si torni ad affollare librerie e biblioteche, e a leggere nei parchi o nei bar anziché su uno schermo a casa.

Massimo Acciai Baggiani

Firenze, 30 marzo 2020

SCARICA QUI L’E-BOOK (Formato PDF – 1,5 MB)

Foto di copertina di Italo Magnelli

INDICE

  • Introduzione
  • Lèggere, ovvero il decalogo del lettore onnivoro
  • Fantascienza e…
    • Cibo e fantascienza: ecologia, apocalissi e ottimismo
    • Denaro e letteratura: tra utopia e distopia
    • Lavoro e (è) fantascienza
    • Paura e fantascienza
  • Sulla narrativa fantastica
    • Creatori di mondi nella fantascienza
    • Uno sguardo (personale e spoileroso) alla fantascienza di Virgilio Martini
    • Casanova autore di fantascienza ovvero una lettura moderna dell’Icosameron
    • Due opposte concezioni del fantasy: il caso Sempre ad est e la saga del Canto delle montagne
    • Una guerra fratricida
    • Gli ultimi sopravvissuti… che non sono mai gli ultimi!
    • Il dio ateo: realtà e fantasia tra Gaarder ed Ende
    • Micropiede e Cassiopea: confronto tra due romanzi per ragazzi di Giovanni Arpino e di Michael Ende
    • Il diverso e il fantastico
    • Le fiabe che non ti aspetti
    • La fantascienza umoristica e antirazzista di Massimo Mongai
    • Mozart e lo Gnomo Saggio: una nota su un romanzo di Simonetta Biserni
    • Pillole sprecate
    • Il paradosso comunicativo: cercando di decifrare il Codex Seraphinianus
    • Eugenetica, omofobia e stupro mediatico: ovvero, era meglio morire da feti
    • Una piccola e buffa storia tra realtà e fantasia
    • Ofelia e la luna di paglia
    • I racconti di Michele Protopapas
    • La trilogia di Tara
    • Resettando l’umanità
    • Via da Sparta: atto secondo
    • Grunno
    • I moderni vampiri di Sergio Calamandrei, di Carlo Menzinger, Simonetta Bumbi e dei Già Dimenticati: tre libri a confronto
    • ArtifiCina
    • La Terza Roma
  • Sulla poesia
    • Leggendo le poesie di Caterina Pomini
    • Desiderio d’esser rondine: leggendo un poemetto di Fabio Strinati
    • Transizioni: note di lettura su una silloge di Fabio Strinati
    • Infezione
    • La riva in mezzo al mare
    • Le poesie di Sara
    • Su Il porto sepolto di Ungaretti nell’interpretazione di Andrea Chimenti
    • Viaggi e mappe di Roberto Balò
    • Gemiti Sventurati: la Poesia di Vessela Lulova Tzalova
    • Delle marionette, dei burattini e del burattinaio
    • Il teatro poetico di Liliana Ugolini
    • Breve nota su due sillogi di Roberto Mosi
    • Due poetesse religiose conosciute all’università
    • La specialità di Dio
  • Sulla saggistica
    • Scrittura e memoria. L’Esperanto: lingua di ebrei e comunisti
    • Meditazioni di un medico ebreo
    • Giocare è importante
    • Fango e luce
    • Farmaci e letteratura, ovvero perché sono contento di essere uno scrittore del XXI secolo
    • L’amore secondo Mia Martini
    • Note rockeggianti: tra musica e letteratura
    • I Pooh: come iniziò e come finì
    • Nota su Gli abati di Antonella Bausi
    • Amore per le lingue in Marani e in Lahiri
    • Dello studio delle lingue antiche e di come non farnese ossessionare
    • Amore, sesso e prostituzione
    • Quando leggere diventa inutile
  • Di tutto un po’…
    • Le rose di Eusebia
    • Dopo l’ultimo proiettile
    • A piedi nudi
    • Nuove avventure per Gisèle
    • Il diario di Angela: una riscrittura moderna di De Amicis
    • Amore latitante
    • Matilda: storia di una gatta che ha viaggiato per mare
    • Ricordo di Gabriella Maleti
    • Un viaggio narrativo-musicale con Giuseppe Festa e i Lingalad
    • Harem di oggi e di ieri
    • L’Isola delle Rose: nascita e morte di un’utopia
    • Il punto estremo
    • Il diritto (negato) a essere lasciati in pace
    • Come si gioca a briscola in cinque?
    • Gloria
    • Guida turistica shakespeariana di Firenze
    • Il guru
    • A ciascuno la sua musica
    • Uscire dal buio
    • Viaggio letterario nel Cadore
    • Un giallo fiorentino “bagnato”
    • I fantasmi del passato
    • Ubriaconi scandinavi e cianfrusaglie varie
    • Il mondo secondo Raimondo Preti
    • Vi presento Elvis
    • Un altro punto di vista
    • La battaglia contro il denaro
    • Come si cura un neonazista?
    • Scrivere: schiavitù o libertà?
    • Firenze Libro Aperto: tre giorni alla Fortezza da Basso tra editori e autori

Lo Stupore e il Mistero

Di Massimo Acciai Baggiani

giussaniInnumerevoli sono i movimenti sorti nell’ambito della chiesa cattolica, soprattutto nello scorso secolo. Io ne ho conosciuti personalmente tre: quello dei Ricostruttori, dei Focolarini (a cui ho dedicato un capitolo nel mio libro Due passi indietro[1]), ma quelli che ho frequentato più a lungo sono senza dubbio i Ciellini: più o meno una decina d’anni. Premetto che non sono mai stato un seguace di don Giussani (1922-2005), né ho mai aderito a Comunione e Liberazione: quando incontrai per la prima volta il movimento, creato dal prete lombardo nel 1954, ero una ateissima matricola alla facoltà di Fisica e Matematica, nell’autunno del ‘94.

Avevo ufficializzato il mio ateismo con i miei genitori[2] un paio di anni prima e da un anno non frequentavo più la parrocchia di Santo Stefano in Pane, soprattutto dopo il disastroso campo di lavoro a Cuneo, nell’estate del ’93, quando mi venne la malaugurata idea di fare volontariato nella Emmaus. Fui abbordato da studenti universitari più grandi e invitato a studiare con loro. Quegli incontri si concludevano con una sospetta preghiera, a cui partecipavo mio malgrado. All’epoca non avevo idea di cosa fosse CL: lo avrei scoperto comunque col tempo. Abbandonati gli studi di Fisica, dopo solo un mese, mi iscrissi a Lettere: all’inizio del nuovo anno accademico, nel ’95, fui di nuovo abbordato alla segreteria studenti da alcuni ciellini che davano una mano alle matricole a compilare i vari moduli. Tra questi c’era una ragazza che mi piaceva molto fisicamente.

Mi lasciai così convincere a partecipare alle loro “scuole di comunità”: delle riunioni che si tenevano con cadenza settimanale[3], se ricordo bene, dove venivano lette e commentate le opere del Giussani. Si trattava di libri scritti con un linguaggio oscuro, ermetico, in una sorta di gergo teologico-filosofico in cui ricorrevano parole chiave quali “stupore”, “Mistero[4]”, “Volto[5]”, “incontro[6]”, eccetera. Erano lezioni in cui capivo poco o nulla, di una noia mortale, e a cui partecipavo malvolentieri; ma come dir di no a un bel visino che per lo più mi prendeva in considerazione? Bisogna dire che all’epoca il mio rapporto con l’altro sesso era piuttosto problematico: ero timidissimo, le ragazze mi ignoravano, quindi scambiai per interesse e amicizia il fatto che la ciellina in questione mi venisse a cercare, fosse pure solo per fare proselitismo. Partecipai così alle loro gite, alle feste universitarie, alle conferenze[7], ai capodanni e soprattutto alle vacanze estive in montagna.

Ammetto che tra il 1996 e il 2004 ho trascorso delle fantastiche settimane sulle Alpi (La Thuile, la Val di Fassa, la Svizzera…): erano degli ottimi organizzatori, il programma era sempre interessante, i luoghi bellissimi e gli alberghi di prim’ordine e a basso prezzo. Unico neo: le loro ossessive scuole di comunità, che comunque riuscivo a disertare quasi sempre.

Dal punto di vista umano invece lasciavano parecchio a desiderare: in dieci anni non ho mai stretto una vera amicizia, e anzi ricordo quando, durante la mia ultima vacanza sulle Dolomiti ebbi un piccolo incidente durante una camminata[8] e nessuno mi aiutò: tanto per restare in tema, mi sentivo un po’ come il tizio del Vangelo scavalcato dai vari preti, in attesa di un buon samaritano che non arrivò mai. Ricordo anche che erano molto inquadrati, come tanti soldatini: le camminate venivano svolte tutte in fila indiana – una fila lunghissima, visto che si parlava di centinaia di persone – lungo i sentieri montani, in assoluto silenzio (io ascoltavo musica con le cuffie), ligi alle direttive dall’Alto. La cosa più sconcertante per me però era assistere all’Angelus, una preghiera che veniva fatta la mattina con voce robotica e alienata. Ricordo anche un altro episodio che la dice lunga sull’ipocrisia ciellina: un giorno uscendo da una delle loro riunioni in montagna non trovai più l’ombrello, che avevo lasciato all’ingresso del salone. Stava piovendo, così feci una corsa sotto l’acqua fino all’albergo, domandandomi chi fosse quel figlio di puttana che me lo aveva fregato: venne fuori che era stata la moglie di uno dei capi, perché aveva dimenticato il suo in hotel e aveva pensato di prendere quello di un “sottoposto”. Quando ne chiesi la restituzione, quella mi guardò come se fossi un rompiscatole e mi chiese: «Adesso?»

Nel 2001 mi laureai, l’anno successivo incontrai il buddismo di Nichiren Daishonin, ma continuai a frequentarli ancora per un paio di anni, sfruttandoli come “agenzia di viaggi”, così come loro avevano sfruttato me. Ovviamente non ho mai parlato delle mie idee religiose con loro, non le avrebbero comprese e sarei stato allontanato senza tanti complimenti[9].

Non ho mai letto per intero un libro di Giussani – verso cui i ciellini hanno un vero e proprio culto della personalità, tant’è che un giorno che apparve su tetto dell’albergo fu inneggiato neanche fosse apparsa la Madonna! – ma se è vero che dai frutti si riconosce l’albero, non credo che mi sarei sentito a mio agio a dialogare con costui. Colto, coltissimo, non dico di no – i riferimenti letterari e filosofici abbondavano nei suoi testi, spesso reinterpretati a modo suo[10] – ma arido e cervellotico, tutto il contrario di una Chiara Lubich[11] o di un Guidalberto Bormolini[12]. Anni dopo aver chiuso con i ciellini mi è capitato tra le mani un suo testo didattico per l’ora di religione ad uso dei licei: l’ho preso per curiosità dal solito scaffale del libero scambio e ho cercato di comprendere che cosa mi ero perso negli anni universitari, alla luce di un bagaglio culturale più ampio e di tanti dialoghi con esponenti di religioni diverse. Non un granché, mi pare: Giussani era un conservatore, dietro un’apparente adesione alla razionalità propugnava idee medievali, cadeva spesso in contraddizione, aveva insomma qualcosa di respingente per me.

È interessante vedere come si rapportava alle altre religioni. Come valutarle? Il sincretismo[13] è da evitare, così come il razionalismo (ossia studiarle tutte e scegliere poi quella che convince di più – soluzione dichiarata «astratta» e «impossibile»[14] – o almeno studiare quelle più diffuse[15] – e qui il Giussani ci fa un po’ sorridere con la constatazione che così, visto che nel I secolo d.C. i cristiani erano una piccola minoranza, «avrei dovuto trascurare quel minuscolo gruppo d’uomini e non avrei mai scoperto che la mia verità era invece proprio lì»[16]). Insomma, l’unico approccio sensato secondo il nostro autore è quello che lui stesso definisce «empirico», il quale consiste – in parole povere – a seguire la religione della propria tradizione. Cioè, se nasci in un paese cattolico non hai scampo: devi essere cattolico! Lo stesso per quanto riguarda i paesi islamici (in quelli purtroppo davvero non hai scampo…), buddisti, scintoisti, eccetera. Non importa se non credi, segui la religione dei tuoi genitori. È insomma una norma «di convenienza»[17], salvo «convertirsi», che può essere anche semplicemente «la scoperta più profonda e più autentica di ciò cui si aderiva prima.»[18]

Trovo questo passo molto significativo. Qualcosa del genere lo sosteneva tra l’altro anche il Dalai Lama, sconsigliando alle persone di cambiare religione rispetto a quella dei genitori per non incorrere in “conflitti psicologici”. Non è una cosa banale come potrebbe apparire. Se uno nasce in un paese multiculturale, con una grande varietà di fedi religiose, sarà portato a una maggiore apertura mentale: molto più difficile averla in un paese monolitico come ad esempio una teocrazia, specie dove l’“apostasia” è un reato da pena capitale. In Italia fino a qualche tempo fa la chiesa cattolica deteneva una sorta di monopolio; oggi per fortuna le cose stanno cambiando anche qui, seppure molto lentamente. Ancora negli anni Novanta i miei genitori si scandalizzavano per la mia “apostasia” (ma io non sono mai stato cattolico, tentavo di spiegargli, sono stato semplicemente battezzato contro la mia volontà). Se potessi parlare con lo spirito del Giussani gli farei notare che, in base a questo ragionamento, se fosse nato duemila anni fa avrebbe anche lui offerto sacrifici a Giove o a Marte, visto che quella era la religione della tradizione, e non avrebbe mai aderito a quel «minuscolo gruppo d’uomini» di cui parlava poche righe sopra, anzi se tutti gli uomini avessero seguito la soluzione «empirica» non sarebbe mai nata alcuna nuova religione, cristianesimo compreso.

Insomma; bisogna restare nella religione dei padri oppure bisogna convertirsi?

Come il Giussani risolva questa contraddizione non è dato saperlo, infatti nel libro cambia subito argomento.

Firenze, 27 marzo 2020

PS: L’ex primo ministro Matteo Renzi è stato ciellino, oltre che compagno di scuola di una mia cara amica, la quale lo ricorda come molto attivo nel movimento e “politico” già allora. Lo chiamavano “il Bomba”.

Bibliografia

  • Giussani L., Scuola di Religione, Torino, SEI, 1999.

Note

[1] Acciai Baggiani M., Magnelli I., Due passi indietro, Firenze, Porto Seguro, 2020, pp. 44-76.

[2] Non la presero bene.

[3] Nelle aule universitarie oppure nella loro stanzetta, nel seminterrato del dipartimento di Italianistica in Piazza Brunelleschi, proprio a fianco della stanza degli Studenti di Sinistra, con cui c’era una rivalità stile Don Cammillo vs Peppone.

[4] Alias il dio cattolico.

[5] Quello del Mistero (vedi sopra).

[6] Quello con CL ovviamente.

[7] Ricordo quella del prof. Franco Cardini, il noto esperto di crociate, cattolicissimo, assenteista a lezione e ai ricevimenti, in cui dava una sorta di giustificazione alle varie guerre di religione combattute nel medioevo.

[8] L’incidente al ginocchio mi impedì di rientrare al lavoro, presso l’Albergo Popolare, e mi costrinse a zoppicare per un bel po’. Ancora oggi è un mio punto debole.

[9] Qualcuno di loro, tra il serio e il faceto, parlava di rogo nei confronti degli odiati Studenti di Sinistra.

[10] Ad esempio la “rilettura” cristiana di Leopardi.

[11] La fondatrice del movimento dei Focolari.

[12] Il prete responsabile della sezione toscana dei Ricostruttori.

[13] Approccio adottato dai Ricostruttori.

[14] Giussani L., Scuola di Religione, Torino, SEI, 1999, p. 119.

[15] Infatti vediamo che la conoscenza del Giussani delle altre religioni è molto superficiale, basta vedere cosa scrive del buddismo (Giussani L., Op. cit., p. 119).

[16] Giussani L., Op. cit., p. 120.

[17] Ibidem.

[18] Ibidem.

La Bhagavad Gīta: un invito alla violenza?

Di Massimo Acciai Baggiani

bhagavad-gita-cosi-comeMentre il mio amico e collega scrittore Carlo Menzinger si leggeva l’intera Bibbia, tutta d’un fiato, per poi recensirla[1], io facevo qualcosa di analogo con un altro testo sacro: la Baghavad Gīta. Confesso che, a differenza di Carlo, io non ho avuto lo stomaco per portare fino in fondo la lettura[2]: dopo le prime 160 pagine sono saltato alle ultime tre. Non credo tuttavia di aver perso molto: come il testo sacro dei cristiani, anche quello degli induisti è pieno di ripetizioni – anzi di più. Gli insegnamenti che Kṛṣṇa impartisce all’amico guerriero Arjuna (l’intero poema è costituito da un dialogo tra i due) sarebbero sintetizzabili in una pagina. Si tratta quindi di un testo prolisso, scritto in uno stile piuttosto oscuro per chi è a digiuno di filosofia indiana: infatti la maggior parte delle 692 pagine è occupata dalla spiegazione. Sì, avete indovinato: si tratta della versione commentata da Swami Prabhupāda (1896-1977), il santone indiano dall’aspetto poco rassicurante che ha fondato l’ISKON (gli “Hare Kṛṣṇa”) negli anni Sessanta, portandoli in tutto il mondo con il loro famoso mantra, le teste rasate e gli abiti a colori vivaci. La Gīta è il loro testo di riferimento, così come quello di milioni di seguaci di quella strana religione (o piuttosto insieme di sette e scuole yogiche) che è l’induismo moderno.

Si tratta di una parte del Mahābhārata, uno dei più grandi e famosi poemi epici dell’India antica, il quale descrive la guerra per il trono da parte di due gruppi di cugini di stirpe reale: i Kaurava e i Pāṇḍava. Tra i secondi c’è appunto Arjuna, appartenente alla casta dei kṣatriya (sì, già allora c’erano le caste… non bisogna stupirsene, semmai bisognerebbe meravigliarsi che ci siano ancora ai giorni nostri!). Accanto a lui, sul carro da guerra, c’è l’amico e maestro Kṛṣṇa, la “Persona Suprema”; per intenderci, quel giovane dalla pelle bluastra che figura in tante illustrazioni, spesso circondato da belle ragazze indiane, oppure in versione infantile-pucciosa sulle copertine di dischi hippies[3].

La Gīta si apre con gli opposti eserciti schierati sul campo di battaglia di Kurukṣetra. Tutto è pronto per il massacro. Arjuna all’improvviso ha dei ripensamenti; umanamente si domanda se valga poi la pena sterminare i propri parenti per salire su un trono. Ci aspetteremmo che l’ “essere supremo” lo lodi per la sua posizione non-violenta – ciò che definisce, a mio parere, una religione degna di rispetto[4] – e che finisca tutto con un abbraccio corale tra i soldati degli opposti fronti. Macché. Il dio Kṛṣṇa non è affatto contento degli scrupoli di Arjuna, anzi lo rimprovera aspramente per l’idea di voler venir meno ai suoi doveri di soldato. Il massacro deve avvenire, così vuole Kṛṣṇa. Impossibile sottrarsi al compito di sbudellare consanguinei e amici.

Il motivo di tanta crudeltà? Semplice: il mondo materiale non ha alcuna importanza, l’anima è immortale e il suo compito inderogabile è ubbidire al Signore Supremo. Tutto è finalizzato a quello, non c’è altro scopo all’esistenza umana. Tutto ciò ci ricorda qualcosa…[5]

Dunque Kṛṣṇa non è “immorale” nell’approvare, anzi ordinare, la guerra: «la Bhagavad Gīta insegna la più alta moralità […] Si deve diventare devoti di Kṛṣṇa e l’essenza di tutte le religioni è l’abbandono a Lui.»[6] Parole forti quelle che Prabhupāda mette alla fine del suo lungo commento al poema. L’affermazione secondo cui tutte le altre religioni non sono altro che una variante (o corruzione) dell’unica vera – in questo caso dal punto di vista induista – non è nuova: qualcosa del genere lo hanno detto anche Bahá’u’lláh (1817-1892), fondatore del movimento Bahá’í, e più recentemente Raël (1973- ). Chiedere alle varie religioni di rispettare quelle altrui è chiedere troppo, a quanto pare.

Ma da dove nasce quest’odio viscerale per la “materia”? Insomma, per la “ciccia”, di cui sono fatti in modo incontrovertibile i nostri corpi? Perché tutto questo disprezzo per l’appagamento dei sensi? Dalla lettura della Gīta non è chiaro: si insiste fino allo sfinimento che la materia è brutta e cattiva, mentre l’anima spirituale è pura, ma non si capisce perché uno dovrebbe mortificarsi come gli asceti, rinunciando a tutto quello che c’è di bello nel mondo – sesso compreso, per chi ha la fortuna di poterlo praticare. L’assunto della letteratura vedica, che viene dato per scontato, è che “tu non sei il tuo corpo” (come in tutte le religioni d’altronde), che insomma la ciccia sia solo una specie di abito che uno deve togliersi a un certo punto, per prenderne magari un altro (come prevedono le religioni basate sulla reincarnazione, buddismo compreso), a logica non porterebbe automaticamente a liberarsi il prima possibile di questo “abito”, ma anzi a goderselo il più possibile, finché l’abbiamo, sempre nel rispetto degli altri ovviamente. Perché ad esempio fare sesso solo a scopo riproduttivo, esclusivamente nel vincolo matrimoniale? Chi ha inventato questa cosa? Come gli è venuto in mente?

Non ho risposte, ma certo quelle che si possono dedurre dai testi sacri non sono molto convincenti. Se esiste un dio che ha creato i sensi, penso che lo abbia fatto proprio per soddisfarli, altrimenti sarebbe un dio sadico, quantomeno schizofrenico. Con ciò non affermo che potrebbe esistere un dio – nego del tutto questa possibilità – sto parlando per assurdo. Mi convince di più l’assunto che corpo e anima (qualunque cosa questa parola indichi) sono inscindibili e che, come scriveva Valerio Negrini «l’anima e il corpo se li stacchi non sai più chi sei»[7]. La violenza quindi mirata a separare queste due entità – sia con la spada che con il lavaggio del cervello – è sempre condannabile. Non esiste guerra giusta, tantomeno se ordinata da una divinità: su questo sono arcisicuro.

Ci sono poi altre cose discutibili, dal mio punto di vista, nella fede degli Hare Kṛṣṇa: dietro i loro sorrisi un po’ ebeti c’è questa violenza (che deriva appunto dalla Gīta) e il loro vegetarianismo in questo senso mi puzza non poco: se provi compassione per gli animali macellati come puoi approvare la macellazione di esseri umani su un campo di battaglia? C’è qualcosa che non torna, così come l’affermazione del guru indiano che se proprio non si vuole rinunciare alla carne è consigliabile almeno limitarsi ad ammazzare i maiali (per via della loro “immoralità sessuale”… di nuovo la fobia del sesso dei religiosi) oppure nutrirsi dei cadaveri di animali già morti (magari per malattia?)[8] e che il guru (Prabhupāda si riferisce ovviamente a se stesso) va adorato come un Dio[9]. No, non era ironico il nostro santone: diceva sul serio. I suoi seguaci l’hanno preso in parola, almeno per la sua venerazione come divinità (se poi vadano a giustiziare suini perché fanno ciò che loro vorrebbero fare ma non possono, oppure a mangiare carcasse di vacche putrefatte, non so… spero per loro di no).

«Diffidate dei buddisti che mangiano carne» diceva una seguace di Prabhupāda, durante una conferenza a cui ho assistito. Io piuttosto diffido di chi non mangia carne ma approva il sistema delle caste, la fede cieca nel guru e la guerra di religione.

Firenze, 14 marzo 2020

Bibliografia

  • A.C. Bhaktivedanta Swami Prabhupāda (a cura di), La Bhagavad Gīta così com’è, The Bhaktivedanta Book Trust, 2013.
  • A.C. Bhaktivedanta Swami Prabhupāda, Viaggio alla scoperta del sé, The Bhaktivedanta Book Trust, 1997.
  • Satsvarupa dasa Goswami, Śrila Prabhupada, The Bhaktivedanta Book Trust International, 1994.

Note

[1] https://carlomenzinger.wordpress.com/2020/03/10/leggere-la-bibbia-tutta-dun-fiato

[2] Neanche la Bibbia ho letto per intero e tutta di seguito, perché farmi del male fino a tal punto?

[3] Ad esempio sulla copertina dell’album di Cesare Cremonini Bagus (2002).

[4] Vedi il mio articolo La vera religione.

[5] Krishna e Geova hanno diversi tratti in comune, a partire dalle idee sanguinarie…

[6] A.C. Bhaktivedanta Swami Prabhupāda (a cura di), La Bhagavad Gīta così com’è, The Bhaktivedanta Book Trust, 2013, p. 655.

[7] Anima e corpo, in Facchinetti R., Fai col cuore (1993).

[8] Queste “perle” di trovano in A.C. Bhaktivedanta Swami Prabhupāda, Viaggio alla scoperta del sé, The Bhaktivedanta Book Trust, 1997.

[9] Satsvarupa dasa Goswami, Śrila Prabhupada, The Bhaktivedanta Book Trust International, 1994.