Il Napoleone divergente

Di Massimo Acciai Baggiani

Cosa accadrebbe se, in un mondo ucronico in cui Napoleone non se n’è andato dall’isola d’Elba e vi ha fondato un piccolo principato giunto fino ai giorni nostri sotto forma di minuscola repubblica, il Grande Còrso venisse clonato ed entrasse in politica nella vicina repubblica italiana? Quali idee innovative porterebbe per sbrogliare l’incasinatissima situazione del Belpaese?

Questa l’ipotesi intrigante da cui parte Pierfrancesco Prosperi in Napoleone è morto all’Elba (2 volte), uscito in tempo di pandemia; ipotesi elaborata con la consueta cura e verosimiglianza che caratterizzano le opere dell’autore aretino. Un’isola è sempre un luogo suggestivo, che rimanda a molta letteratura di mistero e avventura: un mondo a sé che, se nella realtà non potrebbe essere autosufficiente, potrebbe in effetti essere una micronazione come San Marino o il principato di Monaco se l’Empereur l’avesse eletta a sua dimora definitiva. Prosperi non nasconde di essere affascinato da quegli staterelli che rappresentano un po’ degli accidenti della storia, non a caso ha dedicato un’ucronia anche al già ricordato San Marino (ancora inedito) di cui nessuno sente la mancanza in un mondo in cui non è mai esistito. Chissà cosa scriverebbe Prosperi sull’Isola delle Rose, altra isola piena di fascino, purtroppo invasa e distrutta dall’esercito italiano…

I mondi ucronici di Prosperi finiscono sempre per mescolarsi, a differenza di quelli di Carlo Menzinger: si passa da uno all’altro con una certa naturalezza, al lettore immaginare in quale preferirebbe eventualmente vivere.

Firenze, 15 maggio 2021

Bibliografia

Prosperi P., Napoleone è morto all’Elba (2 volte), Firenze, Mauro Pagliai Editore, 2020.

Lager e schede perforate

Di Massimo Acciai Baggiani

Come abbiamo visto, Pierfrancesco Prosperi ha studiato a fondo le dittature del ventesimo secolo, in particolare quella fascista e nazista, a cui ha dedicato racconti e romanzi ucronici. Il processo numero 13 tratta un argomento molto delicato e spinoso: i rapporti tra l’IBM, la nota grande azienda statunitense, e il regime nazista, durante la seconda guerra mondiale. Dodici sono stati i processi minori a funzionari e medici, colpevoli di crimini contro l’umanità: Prosperi ne immagina un tredicesimo che avrebbe potuto e dovuto svolgersi a Norimberga nel 1949. La responsabilità nella Shoah non si limita a chi, tra il popolo tedesco, ha deciso di mettere in atto i folli progetti del Führer, ma anche a quei tecnici la cui scienza è stata impiegata per scopi malvagi, di cui i tecnici stessi erano consci: in altre parole l’IBM era ben consapevole di quanto accadeva nei lager e anzi la tecnologia informatica americana dei primordi ha permesso a nazisti di uccidere molti più ebrei, con una efficienza mai vista (viene in mente la poesia di Salvatore Quasimodo, Uomo del mio tempo, «con la tua scienza esatta persuasa allo sterminio») perché, come si legge in una pagina del libro di Prosperi, tra romanzo thriller e saggio, «con le nuove spaventose possibilità che le innovazioni scientifiche offrono, la tecnica non può permettersi di essere neutrale»[1], ossia senza cuore, senza compassione.

Firenze, 13 maggio 2021

Bibliografia

Prosperi P., Il processo numero 13, Arese, Edizioni Della Vigna, 2018.


[1] Prosperi P., Il processo numero 13, Arese, Edizioni Della Vigna, 2018, p. 151.

Ci penseranno gli alieni

Di Massimo Acciai Baggiani

La quarta verità è un divertissement (così l’ha definito l’autore) o meglio un’“antifavola” sul futuro del nostro pianeta; un apologo fantascientifico ed ecologico che rivela un grande pessimismo, comune anche a un altro autore di cui mi sono occupato molto: Carlo Menzinger (e anche Piero Dolara). Eppure non è più tempo di tenere la testa sotto la sabbia, negando il problema: il clima sulla Terra sta cambiando rapidamente e presto potrebbe non esserci più tempo per porre un rimedio. Nel romanzo breve di Prosperi, ambientato in un futuro prossimo, quel punto di non ritorno è già stato superato, quindi come non guardare con speranza all’arrivo di misteriosi alieni, tecnologicamente avanzatissimi, per togliere le castagne dal fuoco?

Gli Uniani, provenienti dal pianeta Uno (in quanto considerato in precedenza erroneamente l’unico abitato da forme di vita intelligente), influenzano la Terra ancora prima del loro sbarco, annunciato con un anno di anticipo, facendo sorgere la strana quasi-setta degli Incontristi, i quali cercano di mettersi in contatto telepatico con i visitatori extraterrestri, e poi si suicidano senza rivelare alcunché delle loro sconvolgenti scoperte. Questo crea una notevole suspense nel lettore, che attende col fiato sospeso – insieme ai terrestri – l’arrivo degli Uniani e la rivelazione dei loro segreti. L’attesa sarà ben ripagata per il lettore: la “quarta verità” sarà in effetti del tutto inattesa.

Si tratta sì di un romanzo di fiction, ma molti dei rapporti ambientali che si alternano alla narrazione sono reali e l’eventualità che si realizzi un futuro distopico come quello descritto da Prosperi è tutt’altro che remota. L’umanità è giunta a un bivio, questo l’ho sempre ripetuto anch’io: se non cambia paradigma mentale, se non supera i propri egoismi e la sua visione limitata, andrà verso l’estinzione. Ma io sono più fiducioso rispetto sia a Prosperi che a Menzinger: l’Uomo troverà in tempo la saggezza necessaria per cambiare. O almeno è la mia speranza più grande.

Firenze, 12 maggio 2021

Bibliografia

Prosperi P., La quarta verità, Booksprint, 2019.

Uccidendo Hitler

Di Massimo Acciai Baggiani

Pierfrancesco Prosperi è attratto, come molti autori di ucronie, da quel tragico capitolo della storia che riguarda il fascismo e il nazismo. Ne abbiamo visto esempio in HH Hitler’s Hamptons dove il Führer subiva una sorte ben diversa di questo nuovo romanzo allostorico, Il 9 maggio, il cui sottotitolo – Cosa sarebbe successo se Hitler fosse morto a Firenze nel 1938? – svela la tesi di fondo a cui Prosperi dà una risposta non soddisfacente per gli antifascisti (come me), ma comunque possibile e verosimile. Se durante quella storica visita dei due dittatori alleati nella mia città, nella primavera di 83 anni fa, l’Imbianchino [1] fosse stato assassinato in un attentato riuscito a metà, il Duce non avrebbe partecipato alla Seconda Guerra Mondiale (che verosimilmente, senza il Führer non avrebbe avuto luogo) e sarebbe morto serenamente nel suo letto 24 anni dopo la sua tragica morte in questa linea temporale, come altri dittatori europei quali Franco e Salazar, e l’Italia sarebbe rimasta fascista molto più a lungo.

Il romanzo si apre con una serie di testimonianze giornalistiche sulla morte di Mussolini, nel 1969, per poi tornare a quel fatidico 1938 in cui un gruppetto di amici progetta di far saltare in aria in contemporanea il Duce e il Führer. Il primo si salva solo per un caso fortuito. La preparazione dell’attentato è ben descritta nei dettagli, e la suspense per il lettore – che si domanda cosa non sia andato per il verso giusto – è assicurata. Affascinante la ricostruzione di un’Italia fascista negli anni Sessanta, come interessante e accurata la descrizione di quel giorno di maggio – di cui ho visionato talmente tante foto in bianco e nero [2], durante il mio lavoro presso l’Archivio Locchi, che mi pareva di essere lì, mentre l’azione si svolgeva.

Firenze, 10 maggio 2021

Bibliografia

Prosperi P., Il 9 maggio, Napoli, Homo Scrivens, 2019.


[1] In realtà Hitler non fu imbianchino, ma aspirante pittore: se fosse stato accettato all’Accademia la storia sarebbe stata ben diversa, come mostra anche Norman Spinrad in Il signore della Svastica (1972).

[2] Fino alla nausea.

Il Gran Torneo delle religioni

Ultimamente lo scaffale del libero scambio mi ha presentato un libro bellissimo riguardo al dialogo interreligioso, il più bello e interessante su questo argomento tra quelli che ho letto. Sotto la forma di un romanzo con sfumature “gialle” e “rosa”, l’autore, Shafique Keshavjee, teologo keniota di origine indiana, mette a confronto le cinque religioni più diffuse (buddismo, induismo, islam, ebraismo, cristianesimo) in un ipotetico torneo “sportivo” a cui partecipa anche un delegato ateo (o meglio, un libero pensatore materialista, visto che anche il delegato buddista è ovviamente ateo): ciascuno presenta la propria fede, a turno, senza essere interrotto dagli altri “atleti”, civilmente, in un clima di grande amicizia che può esistere giusto in un romanzo: nella realtà in un torneo del genere probabilmente i delegati si scannerebbero a vicenda, o quando meno cercherebbero di sopravanzare gli avversari parlando, o meglio urlando, in contemporanea, come in un talk show televisivo…

Il Re, il Saggio e il Buffone si svolge d’altronde in un luogo di fiaba, un reame “lontano lontano” dove il sovrano ha a cuore i propri sudditi ed è affiancato da due consiglieri molto diversi: un sapiente e un buffone. Una notte tutti e tre fanno uno strano sogno che ispirerà loro il curioso torneo, per stabilire quale sarà la religione di stato. Vengono invitati i rappresentanti delle varie religioni e l’ateo, che è il primo a parlare, seguito dai delegati delle religioni asiatiche per finire con quelle dei “popoli del Libro”. La salomonica decisione finale del Re coincide col mio modo di pensare: ognuno segua la religione che preferisce, senza imporre nulla agli altri.

Dal confronto emergono certo molte differenze tra le varie fedi, ma l’autore pone l’accento sui principi comuni, quelli più puri, contrari alla violenza, all’ipocrisia e al fanatismo che purtroppo osserviamo spesso nel passaggio dalla teoria alla pratica. Qualche frecciata non manca neanche in questo pacifico quanto utopico torneo, ma tutto sommato regna il rispetto e il più piccolo fanatismo viene messo subito a tacere. Una lettura che avrei voluto fare molto prima, in cui ho ritrovato molte delle idee che già coltivavo: lo consiglio a tutti coloro che hanno una mente aperta, desiderio di conoscere altri punti di vista e speranza che un giorno non ci si ammazzi più in nome di un dio o di un principio spirituale che dovrebbe recare gioia e pace.

di Massimo Acciai Baggiani

Firenze, 2 maggio 2021

Bibliografia

Keshavjee S., Il Re, il Saggio e il Buffone, Torino, Einaudi, 1998.

Condividi:

La vera storia di Annie Wilkes

Di Massimo Acciai Baggiani

Dal film Misery non deve morire (1990)

Quante falsità sono state dette e scritte su quella vicenda di Paul. È tutta una grossa calunnia: non dovete credergli! Non ero io la cattiva della storia, tutto al contrario: era lui il carnefice e io la vittima. Gli ho salvato la vita, l’ho curato come neanche sua madre avrebbe fatto e lui come ringraziamento mi ha sequestrata in casa mia e poi mi uccisa. Mi ha uccisa due volte, a pensarci bene: la prima fisicamente, la seconda col suo libro in cui ha rigirato la frittata, dipingendomi come una psicopatica assassina.

È tempo che io racconti la verità, davanti a questo Tribunale ultraterreno.

Non nego di aver portato a casa mia Paul dopo l’incidente. Era ferito e privo di sensi, e in quella maledetta tempesta di neve sarebbe morto senza il mio intervento. Erano gli anni Ottanta, non c’erano cellulari e casa mia era davvero isolata, altrimenti avrei avvertito subito i soccorsi. La tempesta durò a lungo; ero un’infermiera, sapevo cosa fare e lo feci. Mi presi cura di quello scrittore da quattro soldi, ingrato e dall’ego ipertrofico, senza nemmeno sapere chi fosse. Io certa spazzatura non la leggo: in casa mia avreste potuto trovare i classici russi e francesi, insomma della vera letteratura, non certo le avventure sentimentali di Misery Chastain, che conosco solo per sentito dire.

Che Paul fosse un cattivo soggetto non l’ho capito subito. All’inizio anzi sembrava piuttosto simpatico e cordiale, anche se il suo narcisismo era evidente. Innanzitutto si stupì moltissimo di non essere stato riconosciuto subito come personaggio pubblico – ma io i rotocalchi rosa non li leggo – e, quando mi disse il suo nome e notò la mia espressione perplessa, ebbe un lampo nello sguardo che non mi piacque per niente. Se avessi colto quel primo inquietante segnale, se avessi dato retta al mio istinto, adesso sarei ancora viva, a rileggermi in veranda Dostoevskij o Proust.

Sì sono una lettrice dai gusti raffinati. Non fraintendetemi: non è che non mi piaccia la letteratura del mio paese – l’America ha avuto scrittori di prim’ordine – ma l’esotismo della vecchia Europa mi affascina di più. Paul, come sapete, mi accusò perfino di averlo costretto a bruciare il suo romanzo Bolidi, ma, dovete credermi, quel romanzo non l’ha mai scritto! Il suo ritiro in montagna non aveva prodotto assolutamente nulla, il “caro” Paul era in pieno blocco dello scrittore, perciò aveva ucciso la sua eroina nel suo ultimo romanzo edito, si era venuto a noia da solo, non ne poteva più. Sono stato il capro espiatorio anche di quello…

Ma la fantasia non gli mancava, questo no. Si è inventato una storia pazzesca, compreso che fossi stata io a costringerlo a scrivere Il ritorno di Misery, solo per me, quando in realtà se lo sarà fatto scrivere da un ghostwriter dopo avermi assassinato, certo non lo ha scritto a casa mia sotto la minaccia di un martello.

Ma andiamo con ordine.

Paul riaprì gli occhi ventiquattr’ore dopo che lo avevo tolto dai rottami della sua auto, pulito dal sangue, bendato e messo a letto. Mi presentai e gli spiegai che, a causa della tormenta, eravamo isolati e senza corrente elettrica. Qualche albero doveva essere caduto sui cavi elettrici. A lume di candela in una casa in mezzo al bosco, lontana dalla strada principale, ci si può sentire un po’ a disagio, glielo concedo, ma la sua reazione fu spropositata. Mi minacciò urlandomi epiteti irripetibili.

Io lo lasciai solo a smaltire la rabbia, che era principalmente quella di non averlo riconosciuto e di averlo trattato da pari. Queste celebrità con la puzza sotto il naso mi hanno fatto sempre vomitare, ma sono stata comunque un’ottima ospite. L’ho lavato, gli ho dato da mangiare, gli ho cambiato le bende e ho fatto tutto quello che gli avrebbero fatto all’ospedale, anzi di più. Non aveva alcuna fretta di andarsene; aveva trovato l’alibi perfetto per sparire un po’ dalla circolazione, da una moglie che probabilmente lo tradiva e lo vessava, da un editore che lo metteva sotto pressione per un nuovo libro – che non era in grado di scrivere – e magari anche qualche creditore. Insomma, io non l’ho trattenuto affatto contro la sua volontà a casa mia; vi assicuro che era un ospite più che consenziente, ero io semmai che volevo liberarmene al più presto. Non era certo un buon conversatore, non aveva letto neanche una pagina di Tolstoj o di Hugo, era capace soltanto di parlare di baseball e scopate, con un linguaggio che avrebbe fatto arrossire un noto critico d’arte italiano.

Mi ero trasformata nella sua serva, e questo non mi piaceva. Si stava approfittando della mia buona educazione e spirito da crocerossina. Perché allora non l’ho buttato subito fuori di casa? Giusta domanda, difficile risposta. Mi stava ricattando: forte della sua posizione di vip, avrebbe raccontato una versione ben diversa se io non lo avessi tenuto «fuori dal mondo» – così diceva – ancora un altro po’. Fino a quando? «Un altro po’» rispondeva, evasivo. Col tempo finii col sospettare che quando è uscito fuori strada durante la tormenta stesse già pianificando di sparire. Magari aveva qualche conto in sospeso con la malavita…

Mi viene da ridere al pensiero di me che lo avrei costretto a resuscitare la sua Misery. Era lui che costringeva me ad ascoltarlo mentre mi leggeva il suo ultimo romanzo con la sua eroina che muore – ne aveva una copia nella sua borsa, accidenti a me e a quando ho preso anche quella, anziché lasciarla in macchina dove sarebbe stata trovata al disgelo. «Ti devo educare alla buona lettura» mi ripeteva. Quando sollevavo qualche obiezione diventava una belva.

Ormai le sue ferite erano guarite e aveva ripreso le forze, e con esse era aumentato il suo potere su di me. Di carattere sono sempre stata timida e remissiva, quell’uomo mi faceva paura. Non osavo contraddirlo. Quando facevo osservare che sarei comunque dovuta andare in città per segnalare il guasto al cavo telefonico, lui me lo impedì. «Dove credi di andare?» mi urlava «Mettiti piuttosto in poltrona che ti devo educare alla buona lettura».

L’amputazione del suo piede? Non gliel’ho praticata per punirlo di un suo tentativo di fuga, come ha dichiarato alle forze dell’ordine. No, ho dovuto tagliarli quel maledetto piede marcio, andato in cancrena per una ferita che si era procurato durante una delle sue passeggiate nel bosco, in mia compagnia naturalmente, sotto la minaccia del fucile del mio ex marito, custodito per tanti anni nel salotto in una teca.

«Insomma Paul» gli dissi quel giorno «Ti fermerai ancora a lungo?»

«Un altro po’. Tu non sai quante donne vorrebbero avermi come ospite, non riconosci la fortuna che ti è capitata.»

In quel momento mise un piede in fallo e finì in una trappola dimenticata lì da qualche cacciatore. Fu così che si ferì, ma non perse i sensi. Con la pistola puntata lo riportai a casa, lo misi a letto e cercai di curarlo al meglio, ma i farmaci erano ormai esauriti. Dovetti amputare, senza anestesia. Fu lui stesso a ordinarmelo. Avrei potuto approfittare di quel suo momento di debolezza, ma ero troppo impegnata a salvargli, ancora una volta, la vita. Mal me ne incorse, a me e al poliziotto che capitò a casa mia un giorno in cerca di Paul, fraintendendo completamente la situazione. Il poliziotto pensava che fossi io la sequestratrice e che tenessi nascosto lo scrittore. Giunse a me per puro caso, non per via di quell’indizio, inventato da Paul, che mi attribuiva un’autentica ossessione per i suoi romanzi. Altra falsità.

Quando il poliziotto giunse a casa mia lui lo accolse con una fucilata nella schiena. Ormai sapeva di essersi compromesso troppo con me, con tutte quelle minacce: pensava, a ragione, che lo avrei denunciato. Non saprei dire quando prese la decisione di far fuori anche me, se già ci pensava prima della visita del poliziotto oppure fu quello il punto di non ritorno, certo da quel momento le cose precipitarono. Lui mi prese per i capelli, mi trascinò in casa e mi scagliò addosso la vecchia macchina da scrivere Royal (con la “n” fuori uso) che fu di mio marito e che Paul odiava perché non riusciva a cavarci fuori neanche mezza pagina. Io mi difesi con tutte le mie forze, comprendendo a quel punto che si trattava di me o lui.

Se avessi vinto io la storia sarebbe stata raccontata in modo molto diverso, credetemi.

Firenze, 6-7 floreale ’29 (25-26 aprile 2021)

Una guida di Firenze Capitale

Di Massimo Acciai Baggiani

Pochi giorni prima dell’uscita dell’antologia del GSF per i 150 anni dal trasferimento della capitale d’Italia da Firenze a Roma, Accadeva in Firenze Capitale, ho trovato al solito scaffale del libero scambio un interessante libricino, ristampa anastatica (allegata a La Nazione, immagino nel 2015) di una guida destinata a quei torinesi che, per motivi di lavoro (funzionari, impiegati, ecc.), hanno dovuto spostarsi nella nuova capitale dal 1865. Ho letto queste 52 pagine con grande interesse, trovandovi dentro non poche sorprese e curiosità di un periodo (la seconda metà del diciannovesimo secolo) così lontano e affascinante.

Innanzitutto consideriamo che fino al 1861 per un torinese venire a Firenze significava letteralmente andare all’estero, perciò questa guida ha il sapore delle guide che parlano di altre nazioni. Il “monsù Travet” di turno avrebbe trovato molte differenze con la sua Torino, non ultima la lingua (l’italiano, ricordiamolo, era poco diffuso all’epoca ed era una lingua ancora aulica e letteraria – l’imbarazzo del Manzoni “costretto” a “sciacquare i panni in Arno” risaliva a un paio di decenni prima).

Come ci aspettiamo, troviamo una città molto più piccola, chiusa tra le mura a formare una sorta di pentagono irregolare, suddivisa in quattro quartieri (o “mandamenti”) corrispondenti a quelli dell’attuale centro storico, con molti meno abitanti (più o meno 150.000). Rifredi era un paesino in campagna, alle porte della città (oggi è un quartiere periferico). La guida parte proprio da notizie urbanistiche su ponti, vie, porte, case, ma anche climatiche (si parla del «clima mitissimo» e dei suoi «giardini sempre fioriti» da cui trarrebbe il nome – con inverni non così freddi ed estati «rese sopportabili dagli zefiri o venti che costantemente vi soffiano» – e pensare che ho sempre giudicato pessimo il clima fiorentino, ma bisogna considerare i mutamenti climatici di questo secolo…). Si parla anche di neve a Firenze, come fenomeno raro e passeggero (e così è ancora oggi).

I cenni storici occupano una pagina e mezza, con le origini che si perdono «nella notte dei tempi» (oggi sappiamo che Firenze ha poco meno di 2100 anni). Il carattere dei suoi abitanti è descritto con toni positivi («mite, cortese ed ospitale» ma anche furbo come possono essere i mercanti, trattando gli affari con cautela, «parco», abituato a mangiare poco, preferendo usare il denaro per far bella figura in pubblico, sicuro della sua supremazia).

Curioso il passatempo femminile di stare affacciate alla finestra e il farraginoso meccanismo delle porte dei palazzi, chiuse al visitatore che deve penare per farsi aprire: «giunti innanzi alla porta in quistione, voi esaminate ben bene quella schiera di bottoni che somigliano assai al registro dell’organo della parrocchiale; e trovato quello che corrisponde al quartiere del vostro amico, gli date una buona strappata; poi, ciò fatto, alzate il muso al piano corrispondente, per sapere se v’ha gente in casa, e se la vostra scampanellata venne udita, poco stante – infatti – un altro muso, maschile o femminile, s’affaccia ad una finestra, e sia che vi ravvisi, o che non conoscendovi vi chiegga chi siate, compiuto il suo esame, tira un altro filo che corre parallelo al filo che avete scorro voi, e la porta si spalanca, e voi salite per una scala piuttosto angusta, e il più delle volte molto oscura.» Chi lo avrebbe detto? Firenze era più avanti di Torino…

Oggi nelle case fiorentine abbiamo il riscaldamento, ma un secolo e mezzo fa a Firenze si usava lo “scaldino” (o caldanino, o “marito”) vista l’assenza di camini nelle camere, e si è continuato ad usare a lungo. Ancora mio padre lo usava quando era giovane, anche se non in città ma in montagna…

Le camere erano rivestite di “carta da apparato” o “carta di Francia” e per fortuna esistevano già nelle case quei luoghi “innominabili” «in cui per ritirarsi discendono per fino i re dal trono», ma ce ne erano anche di pubblici come oggi.

Neanche l’aspetto gastronomico è trascurato, con tanto di prezzi. I compilatori hanno perfino inserito un menù completo di una trattoria. La guida è molto dettagliata anche per quanto riguarda i prezzi, espressi in lire (da poco introdotte anche a Firenze). Così a occhio pare che una lira dell’epoca valesse 4-5 euro di oggi… Un caffè costava sui 20 centesimi e la stessa guida ne costava 80. A proposito di caffè, altra curiosità: l’abitudine di fare colazione al bar con «caffè e latte con arrosto» per 30 centesimi, dove per “arrosto” si intende «quattro belle fette di pane abbrustolito e spalmate di burro fresco».

In città ci si spostava a piedi, o con l’omnibus o con le carrozze, ovviamente, e il tariffario riportato ci fa capire che non erano per nulla economiche. C’erano anche molti lustrascarpe «siccome a Firenze il fango quando piove, e la polvere quando fa secco, non mancano mai» (e il clima era a quanto pare più piovoso di quello attuale…).

Il libro prosegue con suggerimenti di passeggiate nei dintorni di Firenze, luoghi oggi inglobati nella città, come la Cascine, il giardino di Boboli, il Parterre, e termina con la descrizione della situazione scolastica (non molto buona quanto a numero di scuole), dei teatri (ce n’erano più di oggi) e altri dettagli sparsi. Una lettura curiosa per storici e non solo.

Firenze, 22 aprile 2021

Bibliografia

  • La nuova capitale. Guida pratica popolare di Firenze ad uso specialmente degl’Impiegati, Negozianti, delle Madri di famiglia, e di tutti coloro i quali stanno per trasferirvisi, Torino, Tipografia letteraria, 1865.
  • AA.VV., Accadeva in Firenze Capitale: racconti storici dal 1865 al 1871, Staffoli, Carmignani, 2021.

Un paio di storie di Firenze Capitale

Di Massimo Acciai Baggiani

Nel 2021 ricorrono i settecento anni dalla morte di Dante Alighieri, com’è universalmente noto. Appena un po’ meno noto al comune passante è un’altra ricorrenza di quest’anno: i 150 anni dal trasferimento della capitale d’Italia da Firenze a Roma. L’evento non è passato inosservato al consiglio direttivo del GSF (Gruppo Scrittori Firenze) che ha voluto celebrarlo con un’interessante antologia a carattere storico-narrativo: Accadeva in Firenze Capitale. Per inciso, lo stesso GSF si è ricordato anche di Dante con un’altra antologia, di prossima uscita: Gente di Dante, in cui figura, tra gli altri, un mio racconto, uno di Pierfrancesco Prosperi e uno di Carlo Menzinger.

La mia città è stata capitale per poco più di cinque anni, dal 1865 al 1871, ma è stato un periodo importante anche dal punto di vista architettonico e urbanistico. L’antologia ha un taglio principalmente storico, realistico, ma non mancano i voli di fantasia: Pierfrancesco Prosperi ha contribuito naturalmente con un’ucronia, Le colline di Firenze, che sviluppa un’ipotesi che aveva affascinato anche me per un racconto, Gavinana, scritto proprio per l’antologia (ma che è stato poi scartato[1]); cosa accadrebbe se Firenze fosse ancora, ai giorni nostri, capitale d’Italia al posto di Roma? Lo smarrimento del protagonista del racconto che si muove in una città familiare e al tempo stesso “cambiata” somiglia a quello di Andrea Venier di Garibaldi a Gettysburg, solo che qui Stefano Lunghini proviene da una realtà divergente e si ritrova in una Firenze che conosciamo bene. Il “passaggio dimensionale” è dovuto all’attività letteraria del Lunghini (altro punto in comune col romanzo sopracitato, in cui c’è uno scrittore che immagina un universo allostorico) e provocherà conseguenze nella nostra realtà.

La Firenze Capitale ipotizzata da Prosperi è certamente diversa: ad esempio c’è la metro e i nomi delle vie sono in parte quelli noti e in parte alternativi. Ciò mi ricorda anche il mio romanzo inedito Oltre le bianche distese del Tempo, ambientato anch’esso in una Firenze stravolta dal punto di vista urbanistico (ma nel mio romanzo ciò non è dovuto a un salto ucronico, bensì… ad altro che non voglio spoilerare).

Molto interessante anche il racconto di Carlo Menzinger, altro autore di ucronie che stavolta però ha preferito restare con i piedi per terra e scrivere un racconto, Il collezionista inglese, dedicato a una figura storica ben nota ai fiorentini – Frederick Stibbert (1838-1906) – così com’era, senza ipotesi fantascientifiche. Al celebre milionario inglese, che avrebbe lasciato alla sua città di adozione uno splendido museo di armature antiche, senza contare il suggestivo giardino all’inglese che porta il suo nome (dove ho trascorso molte giornate piacevoli, nella mia gioventù, leggendo e sognando), si rivolge in prima persona Firenze stessa, personificata da Menzinger, per raccontarne la straordinaria avventura umana. Pure io avevo dedicato una mia opera a questo lord inglese ottocentesco: una poesia inserita in un libro che Menzinger ha dedicato a me e al quartiere di Rifredi (dove si trovano il museo e il parco[2]), Pomeriggio d’agosto allo Stibbert, di cui mi piace citare una strofa:

Lasciatemi solo nel locus amoenus
dove fingere che il tempo s’è fermato:
par di udire i passi di Federigo,
collezionista d’armature e porcellane,
che contempla l’opera d’una vita
dedicata alla Bellezza.
Sir” gli direi “welcome in this century:
sediamoci in riva al laghetto,
davanti al piccolo tempio egizio,
e nelle acque verde ombroso
impariamo qualcosa
dalle tartarughe e dalle anatre.”

Firenze, 18 aprile 2021

Bibliografia

AA.VV., Accadeva in Firenze Capitale: racconti storici dal 1865 al 1871, Staffoli, Carmignani, 2021.

Massimo Acciai Baggiani e Carlo Menzinger allo Stibbert

[1] È stato poi inserito nell’antologia Fantascientifico, vol. 1, a cura di Antonio Primo, edito da Idrovolante edizioni (2020).

[2] Menzinger C., Il narratore di Rifredi, Firenze, Porto Seguro, 2019, scritta per progetto Dintorni Urbani, ispirata alle foto di Teresa Bucca.

Il ritorno al passato di Massimo Acciai Baggiani

Di Roberto Balò

Nota di lettura su La straordinaria nevicata dell’85 di Massimo Acciai Baggiani (Gli Elefanti Edizioni)

Nel suo ultimo romanzo Massimo Acciai Baggiani ci riporta a un giorno che è rimasto nella memoria di chiunque avesse l’età giusta per ricordarselo, il 5 gennaio 1985, quando la città di Firenze si svegliò ricoperta da uno spesso strato di neve.

Ricordo che affacciandomi alla finestra tutto era bianco, il piazzale dietro casa, gli alberi, i tetti delle case e un silenzio irreale riempiva l’aria. Le scuole erano state immediatamente chiuse e noi ragazzi ci buttammo sulla neve fresca, intatta. Uno di quei giorni in cui si chiede: “Te lo ricordi? E tu dov’eri?”

La straordinaria nevicata dell’85 è un libro sulla memoria, quella del protagonista, che l’ha perduta, quella della città, la Firenze degli anni ’80 e la nostra stessa memoria. Si seguono le vicende romanzesche del protagonista in questo suo personale viaggio nel passato mentre allo stesso tempo ricostruiamo il nostro.

In questa atmosfera rarefatta si svolge la parte principale del romanzo in cui il protagonista incontra se stesso, il bambino dimenticato. Come nelle migliori storie di viaggi nel tempo il passato riporta lentamente a galla ricordi assopiti che hanno il potere di influenzare anche il presente.

L’autore intreccia questo evento a una trama da romanzo di avventura, con colpi di scena, incontri a sorpresa, amore e scoperte sorprendenti. Un libro da leggere tutto d’un fiato, ma che lascia anche il tempo per una riflessione su noi stessi, su chi eravamo, chi siamo e su chi saremo.

Racconti rumeni di madre e figlia

Di Massimo Acciai Baggiani

Un nuovo pacco è giunto dalla Romania. Stavolta conteneva un libro di prose firmato da Lucia e Codruţa Dragotescu, madre e figlia, col titolo molto generico di Scritti letterari. Un’edizione bilingue anche questa, come già i libri che mi erano arrivati con la prima spedizione, destinata anch’essa, come questo, alla Biblioteca Nazionale Centrale di Firenze. La traduzione dal rumeno all’italiano è di Lucia, la prefazione di un suo collega bibliotecario, anch’esso poeta: Aurelian Sorin Dumitrescu. Scrieri literare / Scritti letterari contiene due racconti brevi (Barbara dai mille volti e La città di Raoul) e due lunghi (Brelli e Reli e Come complicarti la vita inutilmente), equamente ripartiti tra le due autrici. Storie che ci parlano di un’altra cultura, di una terra lontana dell’est, con personaggi verso cui non si può non provare simpatia. Da gattofilo quale sono, il racconto che mi è piaciuto di più è Brelli e Reli, i cui protagonisti sono appunto una coppia di simpaticissimi gatti, ma anche gli altri racconti sono degni di attenzione. Le due autrici rumene si rivelano anche ottime narratrici oltre che brave poetesse. Certo, la tecnica del lipogramma, soprattutto nel primo racconto di Codruţa, non rende proprio agevole la lettura (della parte in italiano), ma è talmente interessante che lo si legge comunque volentieri. Visto il corso di rumeno che ho seguito durante il lockdown, mi sono provato a leggere anche la versione in lingua originale, tanto per assaporare il suono di questa interessante lingua neolatina…

Firenze, 23 marzo 2021

Bibliografia

Dragotescu C., Dragotescu L., Scrieri literare / Scritti letterari, Bucarest, Editura Fundaţiei România de Mâine, 2021.