I vicini (un racconto a finali alternativi)

Di Massimo Acciai Baggiani

Questo racconto è un’opera di fantasia. Personaggi, luoghi e avvenimenti sono frutto dell’inventiva dell’autore e vengono usati in modo fittizio. Qualsiasi somiglianza con persone reali, vive o defunte, fatti o luoghi è assolutamente casuale.

1bnOgni tempesta inizia con una singola goccia. Tutto principiò una notte di aprile; sei andato a letto come al solito, dopo il film in prima serata, e ti eri addormentato dopo il solito tempo, indefinito, di attesa del sonno. Un rumore di risa sguaiate ti sveglia a metà di un bel sogno. Ancora mezzo addormentato, ti rendi conto che proviene dal piano inferiore. L’appartamento è stato di nuovo affittato. Avevi sperato che i nuovi vicini sarebbero stati più educati di quelli vecchi, o magari che l’appartamento rimanesse vuoto per molto tempo, forse per sempre. Comprendi che la pace è finita. Rimani indeciso se alzarti da letto o provare a riaddormentarti ugualmente, nonostante la festa alcolica che si svolge sotto di te, senza alcun rispetto per il regolamento condominiale. Alla fine decidi di alzarti: le risate sono insopportabili e non riusciresti comunque a riposare. Ti rivesti sbuffando, ti infili il cappotto – nelle scale fa freddo – e scendi. Suoni il campanello.

«Potete far silenzio?» rispondi alla voce femminile, proveniente dall’altro lato del portone, che ti domanda la tua identità con accento meridionale.

«Sì certo, ci scusi.»

Ritorni a letto. C’è di nuovo silenzio, ma fai molta più fatica a riaddormentarti nonostante la stanchezza e la consapevolezza di doverti alzare presto l’indomani.

Passano alcune settimane senza storia. Alla fine di marzo ricomincia la notte alcolica delle studentesse universitarie – ché tali sono, come sei venuto a sapere da altri coinquilini – e comprendi che dovrai alzarti di nuovo. Nuove scuse e nuova incazzatura.

Il tuo lavoro ti costringe ad alzarti presto la mattina, spesso prima del sorgere del sole in inverno. Lavori duramente, hai il sacrosanto diritto di dormire la notte. Le studentesse non sembrano voler comprendere. Hai provato a dirglielo con le buone; hai parlato al vento. Il terzo richiamo non è così cortese e provoca risentimento nelle giovanette che hanno invitato i loro amici (o trombamici) nell’appartamento, facente parte – certo – di un condominio costruito con materiali  scadenti che lasciano passare anche il rumore di uno starnuto.

«Insomma, cosa vuole?!» dice la portavoce dell’allegra brigata, aprendo il portone «Siamo solo parlando! Non è neanche mezzanotte!»

«Manca un quarto d’ora a mezzanotte» fai notare, cercando di mantenere la calma «e comunque il regolamento condominiale dice che dopo le dieci non si può far casino».

«Io sono in casa mia e faccio quello che mi pare!»

«No, siamo in un condominio e non si può disturbare i vicini.»

«Si compri un paio di tappi per le orecchie!»

Il suggerimento non è malvagio, anche se ancora non pensi che dovrai ricorrervi davvero. Sei sempre stato un tipo rispettoso, accomodante, paziente, ma a tutto c’è un limite. La vita ti ha insegnato che se ti fai mettere i piedi in testa una volta, poi dovrai lottare sempre per non ritrovarteli per sempre sulla capoccia i dannati piedi. Fai presente che non sta a te munirti di tappi per le orecchie ma a loro rispettare le regole. Ricevi il portone in faccia. Suoni di nuovo. Nessuno risponde. Riprende la musica. Batti un pugno sul portone, infine sei costretto a ritornare a casa e chiamare la polizia. La vita stasera ti insegna un’altra cosa: la polizia non può fare (o non vuole fare) nulla per te, è troppo impegnata a fare altro che intervenire per una questione di vicini rumorosi e maleducati. Prendi mentalmente nota di passare domani in farmacia a informarti sui dannati tappi.

Per un altro paio di settimane non ci sono altre feste. Deve essere tempo di esami, pensi, oppure le studentesse sono tornate al loro paese per le vacanze pasquali. Comunque sia le notti sono tranquille e i tappi per le orecchie, che comunque hai acquistato per ogni evenienza, giacciono inutilizzati nella loro scatola riposta nel comodino accanto al letto. Arrivi perfino ad illuderti che abbiano imparato un po’ di buone maniere.

Le giornate si vanno allungando, le notti sono sempre più tiepide e brevi. Sta arrivando l’estate. La senti nell’aria, trasportata da una brezza gentile odorosa di fiori. Ci sono stati un paio di episodi notturni e hai potuto sperimentare i tuoi tappi per le orecchie. Non è che isolino perfettamente e comunque sono fastidiosi da indossare. Quel corpo estraneo che rende tutto ovattato ma che ti fa sentire bene il pulsare del tuo sangue, i tuoi battiti cardiaci, non è che sia proprio il massimo. È chiaro, non ci sei abituato. Meglio comunque delle risate da gallina delle ragazze e degli urletti dei loro ospiti maschili, con cui si stanno intrattenendo fino a ben oltre la mezzanotte. Sei tornato giù a bussare, è chiaro, ma non hai ottenuto nulla. La terza volta è sbucato un tizio, palesemente ubriaco, che ti si è piazzato davanti, proprio sul muso, come se volesse picchiarti. Tu l’hai guardato senza indietreggiare, con fermezza, e quello ha abbassato lo sguardo ed è rientrato in casa. La festa però è andata avanti, finché il sonno è riuscito a vincere il tuo nervosismo e il fastidio auricolare.

L’estate è arrivata. Non quella ufficiale, che comincia col solstizio, ma quella climatica, molto più precoce. Le feste studentesche si sono spostate in terrazza, proprio sotto la finestra della tua camera da letto. Affacciarsi per urlare loro di farla finita non è più produttivo che suonare il campanello; c’è solo la differenza che adesso puoi vederli in faccia, i cafoni, mentre si prendono gioco di te. Ti tocca dormire con la finestra chiusa, e anche così il chiacchierio e le risate passano e ti raggiungono nel letto. Ormai ti stai quasi abituando ai tappi, ma non a quel sopruso. Hai provato a rivolgerti all’amministratore, perfino al padrone di casa, ma hai trovato solo un muro di omertà, di quelli che piacciono ai mafiosi. Di quelli tipicamente italiani, di chi se ne lava le mani. L’amministratore ti ha promesso che avrebbe mandato una raccomandata, ma anche se lo avesse fatto certo non ha avuto alcun effetto, anzi pare che adesso i giovani lo facciano apposta a far casino, sicuri della loro impunità.

Hai pensato anche a un avvocato, ma come dimostrare il danno che ti stanno causando? E poi gli avvocati costano, e siamo in Italia dove spesso è l’innocente ad essere punito mentre i colpevoli sono tutelati dagli stessi che dovrebbero sanzionarli. No, non è quella la soluzione. Non sei uno sprovveduto, hai sentito tante storie del genere. Perfino una poliziotta con cui hai parlato al telefono – più gentile dei suoi colleghi – ti ha confidato che perfino lei ha lo stesso problema e non c’è stato verso di risolverlo se non traslocando. L’idea di traslocare da una casa dove hai vissuto per decenni, da molto prima che nascessero quei mocciosi rompiballe, non la prendi neanche in considerazione. La soluzione deve stare altrove.

Già, ma dove? Intanto le studentesse hanno preso a organizzare cene in terrazza tutte le sere. Cenano tardi le maledette, come usa dalle loro parti. Alle undici sono ancora a tavola, a spettegolare e ridacchiare, tanto che fai perfino fatica a seguire la televisione. Tu senti tutti i loro discorsi, anche se non te ne può fregare di meno, e ogni sera ti sgoli affacciandoti alla finestra. Sei solo. Gli altri vicini non sembrano infastiditi quanto te da quel comportamento incivile, oppure sono rassegnati, sta di fatto che da quella parte non puoi sperare alcun aiuto.

FINALI ALTERNATIVI DI:

1) Federica Milella

2) Marcella Spinozzi Tarducci

3) Barbara Mancini

4) Vittoria Zedda

5) Luigi De Rosa

FINALE DI MASSIMO ACCIAI BAGGIANI

Una notte che ti affacci noti lo sguardo di una delle ragazze, quella più arrogante e strafottente. Quel suo sguardo derisorio, mentre gli dici per l’ennesima volta che non hanno diritto a fare feste fino a tarda notte, fa scattare qualcosa in te, nella tua mente già provata dal nervoso e dalla cattiva qualità del sonno. Sei sempre stata una persona impulsiva, emotiva, con un’alta considerazione per ciò che è giusto e ciò che non lo è. Quella notte è stato raggiunto un punto di non ritorno.

Poi un giorno hai visto in televisione per caso un documentario sulla Stazione Spaziale Internazionale. «Nel vuoto non si tramettono i suoni» dice la voce di Piero Angela «perciò le scene di battaglia di Star wars, con quelle esplosioni rumorose, non sono verosimili». Nel vuoto non si trasmettono i suoni. È come l’ultimo tassello che va improvvisamente a posto nel puzzle. Quell’informazione scientifica ti accompagna per tutta la notte insonne, col ronzio del tuo sangue che pulsa veloce nelle orecchie, turate dai tappi ormai logori. Nel vuoto…

Il giorno successivo lo passi a casa, su internet. Trovi vari tutorial su come convertire un compressore per pneumatici, o da frigo, in una pompa a vuoto. È meno complesso di quanto avevi immaginato. Lo puoi fare, tanto più che non sei del tutto digiuno di meccanica e hai un’ottima manualità. Nel pomeriggio ti procuri il necessario in un negozio di ferramenta lontano da casa. Agirai questa notte stessa.

Aspetti il momento opportuno guardando la televisione, senza capire una parola del film thriller che stanno trasmettendo. La tua mente lavora senza posa al piano, affinandolo, cercando i punti deboli, risolvendo le magagne. L’orologio in cucina batte mezzanotte, poi l’una, le due. Alle tre la festa è al culmine dei decibel e del tasso alcolico. Lo puoi sentire chiaramente appoggiando l’orecchio sul parquet. Divertitevi, divertitevi, ragazzini, pensi, finché lo potete. Poi riderò io.

Sei sicuro che sia una buona idea? A prescindere se il tuo piano per risolvere drasticamente il problema del rumore andrà a buon fine o meno, sei sicuro che domattina non te le pentirai, anche se nessuno dovesse risalire a te? Hai ragione, il piano è talmente perfetto che non hai da temere di venire scoperto. È il momento di entrare in azione. Vai a prendere il trapano a punta lunga e lo appoggi, con un tuffo al cuore, al parquet. Il rumore della punta che affonda nel pavimento viene coperto dalla musica ad alto volume, sempre più sfrontata, che proviene dal piano di sotto. Dopo qualche minuto senti un piccolo contraccolpo. Spengi il trapano e dai un’occhiata al minuscolo foro che mette adesso in comunicazione il tuo appartamento con quello delle maledette studentesse. Nessuno potrebbe notarlo, nessuno ti ha sentito. Il tuo occhio cade su una coppia che si sta slinguando sul divano. A questo punto vi inserisci il cavo del compressore su cui hai lavorato tutto il pomeriggio e lo metti in moto. Il tuo sguardo è fisso sul manometro, la cui lancetta sale con lentezza esasperante da 0 a 100. Quella è la percentuale di vuoto che stai creando nel salotto delle ragazze, così gradualmente che non se ne stanno rendendo conto.

Ma che carini: sono tutti quanti strafatti, pensi con un sogghigno. Non si stanno rendendo conto di respirare sempre meno ossigeno, come se stessero salendo un una montagna altissima. Mentre la lancetta si avvicina a 100 l’altitudine sale, sale, sale. Ora sono a 1000 metri. A 2000. Ecco, a 2500 iniziano i primi sintomi del “mal di montagna”. Il loro organismo è in stato di ipossia, ma ancora non se ne rendono conto salvo un fastidioso mal di testa di cui daranno al colpa alle birre vuotate una dopo l’altra, senza ritegno. La pressione continua a scendere mentre “l’altitudine” continua a salire. È trascorsa un’ora abbondante da quando ha messo in moto la pompa a vuoto. Adesso è come se fossero in cima al Monte Bianco. Qualcuno di sicuro ha vomitato sul pavimento, altri saranno crollati sui divani, con la bava alla bocca. La musica è appena meno forte, ma ancora ce ne vuole per zittirsi. Per precauzione accendi il tuo stereo a tutto volume – vorresti pure vedere se qualcuno dei tuoi vicini omertosi si lamenta del casino alle cinque di notte! – per continuare a coprire il motore. Adesso ragazzi e ragazze, quelli che non sono già crollati nell’incoscienza, sono in grave stato di confusione. Stai godendo come una bestia. State per conquistare l’Everest, carissimi, brindate! pensi mentre il tuo sogghigno si allarga sempre di più. Sei sicuro che a questo punto nessuno ti disturberà mai più: sono tutti morti per edema polmonare. L’odore che giunge alle tue narici indica che qualcuno se l’è fatta letteralmente addosso. È un profumo celestiale per te. Adesso volate verso Marte, amici cari, pensi.

Spengi il compressore. Non c’è motivo di proseguire, anche se ti resta la curiosità di sapere se, con la lancetta spinta fino a 100, i corpi si gonfierebbero fino a scoppiare come Schwarzenegger in Atto di forza. Meglio non scoprirlo, ciò potrebbe tradirti; al contrario, dei corpi asfissiati in un appartamento dove già sta tornando l’atmosfera originaria, cancellando le tracce del tuo delitto, resterà un enigma insolubile. Forse qualcuno darà la colpa all’alcol o a qualche droga. L’ultimo tocco consiste nel chiudere il buco che hai fatto nel pavimento. Questa notte riuscirai finalmente a dormire tranquillo.

Firenze, 24 pratile – 2 messidoro ’28 (12-20 giugno 2020)

Autore contro Personaggio

Di Massimo Acciai Baggiani

unamunoI metaromanzi mi hanno sempre affascinato, fin da adolescente, quando scoprii La storia infinita (Michael Ende), proseguendo poi con Il mondo di Sofia[1] (Jostein Gaarder), Sei personaggi in cerca d’autore (Luigi Pirandello), fino a Niebla (Miguel de Unamuno): romanzo sperimentale, quest’ultimo, assolutamente geniale. Una felice scoperta nata, come al solito, dal Caso che me lo ha fatto trovare – nella lingua originale – allo scaffale del libero scambio.

Unamuno (1864-1936) in questa “nivola” si è reso personaggio al pari degli altri, dialogando – nell’ultimo stupendo capitolo – col protagonista, Augusto Pérez. Il romanzo-nivola di Unamuno, scritto nel 1907, rompe gli schemi della narrativa realista spagnola dell’epoca; la storia di Augusto è piuttosto banale in sé: si innamora di una donna, incontrata per caso, ma lei non lo ricambia, lo tradisce con un altro, lui soffre e pensa al suicidio. Tuttavia due sono i punti interessanti: il capitolo 6, in cui l’erudito Paparrigópulos riassume il suo studio sull’universo femminile nell’assunto che «las mujeres todas no tienen sino una sola y misma alma, un alma colectiva, repartidas en todas ellas […] todas son una sola y misma mujer»[2] (ossia che in realtà tutte le donne sono una sola medesima donna[3]), e soprattutto il capitolo 9, quello in cui appunto Augusto, deciso a suicidarsi per la delusione amorosa, si confronta con lo stesso Autore, Miguel de Unamuno. Questi al pari di un dio gli rivela che non può suicidarsi, non perché non ne abbia il coraggio ma perché per uccidersi bisogna essere vivi, e lui non lo è in quanto non ha vita propria. È solo il prodotto di un sogno, di una fantasia. Come reagiremmo noi a una simile notizia? Chiaramente di ribelleremo, e così fa il nostro Augusto. Anzi, il protagonista fa di più: rilancia l’accusa di “non esistere” allo stesso Unamuno e rivendica il suo libero arbitrio. A questo punto è l’Autore a comunicargli che sarà lui a “ucciderlo”, minaccia che poi metterà in atto, come una sorta di dio veterotestamentario, salvo poi pentirsene; ma Augusto obietta che lui continuerà comunque a vivere nella mente dei suoi lettori, in una sorta di “immortalità”.

Chi l’ha vinta dunque? A me piace pensare che nello scontro tra Autore e Personaggio sia quest’ultimo ad avere l’ultima parola, in quanto è senz’altro vero che una volta che un libro viene pubblicato sfugge dal controllo dell’autore e passa a quello del lettore. Mi piace immaginare che ciò accada anche per i miei personaggi – che non hanno certo lo spessore psicologico di un Augusto Pérez (in quanto nei miei libri ha più importanza la trama che i personaggi) – e come accade di frequente nella fan-fiction[4]. Un buon personaggio, pur nella sua vita “fittizia”, supera talvolta la vita limitata del suo autore.

Al di là della riflessione sulla scrittura, la “nivola” di Unamuno è anche una metafora della nostra vita, a cui siamo chiamati a dare un senso. C’è chi accetta un dio come proprio “autore” e chi, come il sottoscritto, preferisce scriversi da solo la propria “storia”, in nome di una sacrosanta Libertà. Qui il discorso entrerebbe nel filosofico e nel misticismo, si farebbe troppo ampio per un articoletto come questo (rimando però a un libro sulle religioni che sto per pubblicare[5]). In conclusione ritengo questo piccolo capolavoro spagnolo di cent’anni fa un’ottima occasione di riflessione per scrittori e non.

Firenze, 17 giugno 2020

Bibliografia

  • Acciai Baggiani M., Letture per la quarantena, Firenze, Edizioni Segreti di Pulcinella, 2020.
  • Acciai Baggiani M., La vera religione, Firenze, Edizioni Segreti di Pulcinella, 2020 (di prossima uscita).
  • De Unamuno M., Niebla, Recanati, Eli, 2011.

Note

[1] Acciai Baggiani M., Letture per la quarantena, Firenze, Edizioni Segreti di Pulcinella, 2020, pp. 90-93.

[2] De Unamuno M., Niebla, Recanati, Eli, 2011, p. 88.

[3] Ne era convinto anche Valerio Negrini quando ha scritto il testo di Amica mia (dall’album Dove comincia il sole, dei Pooh, 2010).

[4] Mi viene in mente ad esempio la raccolta di racconti fantastici Sparta ovunque, basata sul mondo ucronico creato da Carlo Menzinger, di prossima pubblicazione, anche se in quel caso non sono i personaggi ma l’ambientazione ad essere ripresi dai vari autori (tra cui il sottoscritto).

[5] Acciai Baggiani M., La vera religione, Firenze, Edizioni Segreti di Pulcinella, 2020 (di prossima uscita).

Due libri in uno

Di Massimo Acciai Baggiani

Habent sua fata libelli
Terenziano Mauro

luciano realeQuesto è un articolo un po’ diverso da quelli che scrivo di solito: qui infatti non mi preme tanto analizzare un libro ma raccontare le curiose circostanze grazie alle quali ne sono venuto in possesso. Il libro in questione è un romanzo breve (ma più propriamente un racconto) di Luciano Reale intitolato Ricordami in un albero, uscito insieme al libro di mio zio Siro Baggiani La natura ha pensato a tutto. Quando dico “uscito insieme” intendo proprio in senso letterale, in quanto la copia che avevo ordinato del libro di mio zio mi è arrivata mescolata al libro di Reale, per un errore di impaginazione di Lulu, il servizio editoriale americano al quale ci siamo rivolti sia io (in quanto curatore del libro di mio zio) sia il signor Reale. Come l’anonimo lettore di Se una notte d’inverno un viaggiatore, quando ho aperto la mia copia, giuntami per pacco postale, mi sono ritrovato con due libri in uno. Invece di prendermela con l’editore pasticcione, mi sono messo a leggere l’inatteso “regalo” e ho scoperto un altro fatto curioso: i due libri sono pure affini per argomento, parlando entrambi della natura con la nostalgia dell’uomo moderno, desideroso di evasione e di contatto col verde e gli alberi.

copertina_siro2Dello zibaldone composto da mio zio durante la quarantena ne ho già parlato altrove; il racconto di Luciano Reale invece merita qualche parola. Non è un capolavoro, anzi è una lettura leggera e per nulla originale, ma si legge volentieri in poco tempo e suscita in effetti il desiderio di una vita più naturale, più attenta, in cui i sentimenti sono importanti. È la storia, narrata in prima persona, di un uomo che perde la donna amata, trova l’affetto di un cane, e in sua memoria (della donna, non del cane) pianta un albero. Compare anche una misteriosa “Fata degli Alberi”, che sembra rappresentare la voce interiore del protagonista, del quale seguiamo tutta la vita – dall’infanzia alla vecchiaia – in una cinquantina scarsa di pagine: il tutto sullo sfondo dei Monti Rossi, alle pendici dell’Etna.

Fine della pubblicità al libro dell’autore siciliano. Io penso che ciò che accade non accada per caso: Jung parlava di “sincronicità”, altri parlano di “segnali” che l’universo ci invia. A me viene da chiedermi come devo interpretare questo “segnale” che mi ha portato a leggere un libro, per pura curiosità, di cui altrimenti non avrei mai sospettato l’esistenza. Forse la risposta va trovata in un terzo libro, quello di Italo Calvino…

Firenze, 15 giugno 2020

Bibliografia

  • Baggiani S., La natura ha pensato a tutto, Firenze, Edizioni Segreti di Pulcinella, 2020.
  • Calvino I., Se una notte d’inverno un viaggiatore, Torino, Einaudi, 1979.
  • Reale L., Ricordami in un albero, Edizioni Casa del Parco, 2020.

 

Intervista ad Angelica Romanin, autrice di “Nel futuro che ci attende”

A cura di Massimo Acciai Baggiani

angelica romaninHo scoperto l’ultimo romanzo di Angelica Romanin, Nel futuro che ci attende, quasi per caso, navigando su Facebook: titolo e copertina hanno catturato subito la mia attenzione. L’autrice mi ha inviato una copia, che ho letto in pochi giorni e recensito, quindi le ho chiesto se fosse possibile intervistarla – ovviamente tramite internet (vista la distanza, soprattutto in questi tempi di coronavirus). Angelica si resa disponibile, molto gentilmente: la ringrazio di cuore.

 

  • Mi puoi parlare dei tuoi studi, la tua formazione culturale?

Ho studiato lingue e ho frequentato la facoltà di scienze biologiche, ma la mia formazione culturale la devo soprattutto alla mia curiosità unita alla mia timidezza, perché entrambe mi hanno spinto da subito verso la lettura, che credo sia il modo migliore di conoscere il mondo senza doverlo per forza affrontare…

  • Quale peso ha il retroterra culturale nella creazione letteraria?

Credo che sia molto importante. Alla fine in ciò che si scrive si mette molto di sé stessi, e anche quando la storia è un opera di fantasia si finisce comunque per attingere ad un bagaglio di esperienze personali.

  • Quando e come hai iniziato a scrivere?

Il mio primo libro l’ho scritto a 30 anni, dopo un periodo un po’ particolare, ma in realtà amo scrivere da sempre.

Ho iniziato a 6 anni col mio primo diario e ancora devo smettere 😄

  • Quali sono stati i tuoi modelli, gli autori che hai amato di più, che hanno contribuito a formare il tuo stile?

Amo molto leggere, e per quanto riguarda i generi non sono particolarmente selettiva. Leggo autori anche molto diversi tra loro. Ad esempio, per quanto riguarda la fantascienza ho una predilezione per Schätzing e Crichton, ma mi piacciono moltissimo anche Baricco, Cohelo, Zafón… Diciamo che attraverso delle fasi. Ho avuto la fase horror con Koontz, Stephen King, Edgar A. Poe, H.P.Lovecraft… quella più spirituale e introspettiva con Dyer, Cohelo, Chopra… Ma ho amato anche molti classici, come Il maestro e Margherita di Bulgakov, Demian e Shiddarta di Hesse, Il rosso e il nero di Stendhal… Come vedi, in diverse fasi della mia vita ho apprezzato differenti autori, e penso che ognuno di loro abbia dato un piccolo contributo alla mia formazione.

  • Quanto conta per te l’ispirazione, quanto la tecnica?

La tecnica sicuramente è importante, ma senza l’ispirazione non credo abbia molto senso. Se dovessi scrivere solo usando la tecnica non mi divertirei. L’entusiasmo che si prova nel buttare giù idee ed emozioni quando si è ispirati è decisamente più soddisfacente.

  • Cosa pensi dei concorsi letterari?

Sinceramente non mi hanno mai interessato… non so darti un parere.

  • Le parole chiave dell’èra attuale, battezzata “èra digitale” sono: multimedialità, mass media, integrazione, virtualità. Cosa hanno cambiato le nuove tecnologie digitali nella creazione artistica, se hanno cambiato qualcosa?

A me sono servite tanto. Sia per quanto riguarda le ricerche, sia perché mi hanno dato la possibilità di far conoscere il mio libro senza passare per forza da una casa editrice. Probabilmente la loro utilità consiste nel fatto che ci rendono tutti un po’ più indipendenti e liberi, sia di conoscere che di farci conoscere.

  • Manterrà il proprio ruolo il testo cartaceo di fronte al dilagare di internet e degli ipertesti?

Spero di sì. Io, personalmente, lo preferisco. Il semplice gesto di girare pagina e sentire la consistenza della carta sulle dita è un piacere che non vorrei negarmi. Però non nego l’utilità di un lettore eBook nel quale in un minimo spazio può stare anche un’intera enciclopedia

  • Ci puoi parlare del tuo romanzo d’esordio?

L’ho scritto dopo la fine di una relazione molto importante. Era in parte autobiografico e l’ho iniziato più che altro per parlare male del mio ex 😁

No, scherzo. In realtà all’epoca soffrivo di attacchi di panico, ed è stata proprio la mia psicoterapeuta a suggerirmi di scrivere per esorcizzare il problema. Mi sono stupita anch’io quando ne è uscito un romanzo ironico e divertente che ha riscosso un discreto successo…

  • Veniamo al tuo secondo romanzo, Nel futuro che ci attende, col quale hai cambiato completamente genere. Si tratta di un’opera di climate fiction, che ci mette in guardia dai danni che l’Uomo ha arrecato al pianeta, fino a mettere in pericolo la sua stessa esistenza come specie. Com’è nata l’idea?

Ho sempre amato la fantascienza e in particolare quella apocalittica, dove l’umanità è in pericolo, e quale periodo più simile ad una imminente apocalisse di questo?😅 Così ho cercato di unire il piacere per una lettura avvincente con la necessità di informare le persone sulla catastrofe imminente, sperando di far riflettere e far prendere consapevolezza della necessità di cambiare immediatamente il nostro modello di sviluppo.

  • Dietro al romanzo si intuisce un grande lavoro preparatorio di ricerca…

Sì, ho fatto molte ricerche, sia sul web, che consultando esperti in diversi settori, come la chimica o la geologia… Mi ha impiegato molto tempo, ma devo dire che informarmi su questi argomenti è stato divertente quasi quanto scrivere il romanzo.

  • Personalmente ritieni che la razza umana si estinguerà entro questo secolo, come profetizzano in molti, oppure saprà trovare in tempo la saggezza necessaria per cambiare paradigma mentale e svoltare verso un futuro migliore?

Purtroppo io non sono molto ottimista… Diciamo che ci spero, ma l’uomo finora ha dimostrato di avere una visione molto limitata del futuro. Si ha l’idea che i cambiamenti climatici riguardino le future generazioni, così si tende a rimandare, ma non è così. In realtà non resta più molto tempo…

  • Qual è la visione che hai della donna? E dell’uomo?

Per questa domanda mi avvalgo della facoltà di non rispondere 😂 soprattutto per la parte riguardante l’uomo… Però ti do un indizio, il titolo del mio primo libro: Meglio single che male accompagnata 😁

  • Hai mai pensato ad una trasposizione cinematografica dei suoi romanzi? In caso affermativo, quali attori e attrici vedresti bene nei vari ruoli principali?

Certo! Quale scrittore non ci pensa? 😅 Riguardo agli attori non saprei… forse Matthew McConaughey potrebbe rivestire il ruolo di Oliver, Keanu Reeves lo vedrei bene a interpretare Dom, Keira Knightley potrebbe essere una perfetta Liza, e Scarlett Johansson una frizzante Amber.

  • Di cosa ti occupi attualmente? Progetti per il futuro?

Attualmente mi occupo di restauro e decorazione, ma visto l’attuale periodo di crisi, soprattutto scrivo. Ho quasi terminato il seguito del mio primo libro e ho iniziato la stesura di altri due romanzi, di cui uno di fantascienza.

Racconti di fiorentini ambientati a Firenze

Di Massimo Acciai Baggiani

fiorentini per sempreFiorentini per sempre è un’antologia uscita in tempi di coronavirus, curata da Paolo Mugnai per la collana di Edizioni della Sera, dedicata alle città e regioni italiane: la stessa collana che comprende Toscani per sempre (a cui ho partecipato col mio Racconto casentinese), curata anch’essa dal Mugnai. Anche qui sono riuniti 24 autori, rigorosamente fiorentini (anche se non tutti di nascita), che hanno dato vita a un ritratto corale affascinante della loro città. Ovviamente l’opera non ha pretese di esaustività – gli scrittori fiorentini viventi sono ben più di 24 – ma rappresenta uno spaccato della nuova narrativa praticata nel capoluogo toscano. Tra questi autori ne figurano alcuni che conosco personalmente – oltre al curatore, Carlo Menzinger, Paolo Ciampi, Enrico Zoi… – e altri li ho scoperti per la prima volta leggendo queste pagine. Il filo conduttore dei 24 racconti, per altro molto eterogenei, è naturalmente l’amore per la propria città, declinata secondo le diverse sensibilità e generi narrativi. Ci sono racconti storici, altri ambientati nel presente, altri ancora di genere fantascientifico: non li ho trovati tutti ugualmente interessanti, devo essere sincero, ma ve ne sono davvero di notevoli.

Io sono fiorentino di nascita, anche se i miei genitori non sono cresciuti in questa città (sono comunque toscani), e il mio legame con Firenze inizia prestissimo. Firenze fa da sfondo a diverse mie opere letterarie: è il luogo che conosco meglio, che vivo quotidianamente, con cui ho un rapporto di “amodio”. Non sono per nulla campanilista, ma qui stanno le mie radici, i miei affetti, la maggior parte dei miei ricordi. Non ho partecipato a questa antologia solo perché avevo già preso parte all’altra (e non mi pareva giusto togliere spazio ad altri), ma pure io avrei potuto presentare più di un racconto che parlasse di questa piccola ma celebre cittadina nella vallata dell’Arno, forse un po’ troppo legata al suo passato e poco interessata ai suoi abitanti attuali. Sono tuttavia un fiorentino poco aderente allo stereotipo: non mi interessa il calcio (in costume o no), odio i sanpietrini in centro, detesto la folla di turisti, non amo molto le burle o il linguaggio sboccato, non vado matto per film quali Amici miei e non frequento il trippaio.

Tornando all’antologia, i racconti che mi sono piaciuti di più sono soprattutto quelli degli autori che conosco personalmente, in primis Carlo Menzinger che ha contribuito con un racconto futuribile catastrofico che non sarebbe stato male neanche nella sua raccolta Apocalissi Fiorentine (Carlo non ha mai avuto una visione positiva del futuro; giustamente ci mette in guardia dai danni ambientali causati dalla stupidità umana). Cosa succederebbe se i ghiacci si squagliassero e il mare salisse, come profetizzano gli scienziati, di 65 metri? Firenze, avendo un’altitudine media intorno ai 50 metri, finirebbe in buona parte sott’acqua, se non che… ma lascio al lettore il piacere di scoprire questo inquietante futuro.

Paolo Ciampi, grande narratore di viaggio, autore di libri ambientati in terre lontane, traccia nel suo racconto Il venditore di pere cotte il ritratto di un personaggio di altri tempi che pare reincarnarsi in un fiorentino di oggi. Livia Fabruccini invece si concentra su una nota piazza dal nome ambiguo, Piazza della Passera: nome che da bambino mi sono sempre rifiutato di associare a quella parte del corpo femminile – mi sembrava troppo volgare per un toponimo ufficiale – e dove sono tornato in tempi più recenti per presentazioni librarie al Caffè degli Artigiani. Il fantasma dell’Hotel Mayflower, di Alessandro Lazzeri, è uno dei racconti più belli, visto anche il mio interesse per le storie misteriose. Notevole anche Caccia al tesoro di Paolo Mugnai, dove vengono descritte le cose assolutamente da fare a Firenze: un racconto delizioso. Infine Sulla soglia di Enrico Zoi – che chiude il libro, ordinato alfabeticamente – pieno di citazioni cinematografiche e ricordi della vecchia Firenze.

Da leggere anche la prefazione di Marco Vichi, il celebre creatore del commissario Bordelli, e la postfazione di Luciano Artusi, studioso delle tradizioni toscane. Mi fermo qui. Se volete avere un’idea della trama degli altri racconti potete trovarla nell’esauriente articolo di Carlo Menzinger dedicato all’antologia.

Firenze, 7 giugno 2020

Bibliografia

Mugnai P. (a cura di), Fiorentini per sempre, Roma, Edizioni della Sera, 2020.

Nel futuro che ci attende

Di Massimo Acciai Baggiani

romanin«Chi vuol esser lieto sia, di doman non v’è certezza» recita un celebre canto carnascialesco. In effetti poche sono le certezze sul nostro futuro personale, come su quello della razza umana, ma qualcosa si può affermarlo con ragionevole probabilità: se l’umanità continua su questa strada ha i giorni contati. D’accordo, non saranno giorni, neppure anni, ma si potrebbe trattare di decenni. Il monito viene dagli scienziati, a cui fa eco la letteratura più recente. Negli ultimi tempi è nato un nuovo genere narrativo denominato climate fiction: si tratta di un filone praticato da autori molto preparati sugli argomenti ecologici e ambientali, basato su serie ricerche scientifiche, e perciò ancora più inquietante: un’opera di tal genere ha le caratteristiche della profezia catastrofica e della distopia, e spesso è corredata da una bibliografia specialistica che la lega all’attualità.

Altra caratteristica comune alla climate fiction: è quasi sempre ambientata in un futuro prossimo, tanto vicino da riguardare non solo la prossima generazione ma perfino molti di noi lettori. Autori di best seller vi si sono dedicati, ne abbiamo interessanti esempi anche in Italia: conosco autori che portano avanti il loro messaggio ecologista attraverso i loro romanzi e racconti, come Carlo Menzinger, Piero Dolara, Gianni Marucelli e Francesco Verso. Alla fine di quest’anno dovrebbe anche uscire Psicosfera, romanzo scritto a quattro mani, da me e Carlo Menzinger, sempre su tematiche ambientiali-fantascientifiche. Ultimamente a queste conoscenze personali si è aggiunta un’altra paladina del nostro pianeta: la ferrarese Angelica Romanin, autrice di Nel futuro che ci attende, romanzo fantascientifico uscito quest’anno, ai tempi del Covid.

Si tratta di un romanzo appassionante, con un finale a sorpresa. Il tema è quello della prossima estinzione dell’umanità, ma il punto di vista non è quello che il lettore viene portato a credere. La storia inizia dal ritrovamento, tra i ghiacci antartici, di un manufatto antichissimo e misterioso, che parla di una catastrofe antidiluviana. L’idea alla base ricorda molto quella di Robin Cook nel romanzo Esperimento; la Romanin non esce comunque male dal confronto con lo scrittore americano, la sua opera ha una sua originalità, è ben scritta e soprattutto ha molti più richiami all’attualità. Confesso di averla letta non senza un certo turbamento: l’Uomo sembra non imparare mai dai propri errori, cieco ai campanelli d’allarme lanciati dalla scienza – la stessa in parte responsabile del disastro ma al tempo stesso possibile soluzione se usata con buonsenso –, eppure non tutte le speranze sono perdute, il punto di non ritorno non è stato raggiunto. Dipende tutto da noi, da cosa faremo, o non faremo, nei prossimi anni.

A partire da adesso.

Firenze, 4 giugno 2020

Bibliografia

  • Cook R., Esperimento, Milano, Sperling & Kupfer, 2000.
  • Dolara P., L’ultimo rifugio, Firenze, Porto Seguro, 2019.
  • Menzinger C., Apocalissi Fiorentine, Chieti, Tabula Fati, 2019.
  • Romanin A., Nel futuro che ci attende, autopubblicazione, 2020.
  • Verso F., Paura R., Antropocene – L’umanità come forza geologica, Future Fiction, 2018.

Storia della farfalla che sbatte le ali in Cina e altre storie sulla questione del libero arbitrio

Di Massimo Acciai Baggiani

codice celesteChi non si è mai fermato a riflettere, affascinato, sulla catena di cause ed effetti che, in modo complesso e imprevedibile, formano la trama della nostra esistenza e della storia dell’umanità – con i propri piccoli eventi personali e i grandi eventi storici? È un tema che attraversa tutta la filosofia e la letteratura, di ogni paese. Il cosiddetto “effetto farfalla” (una farfalla sbatte le ali in Cina e a New York piove) ha esercitato una forte attrazione anche su di me (in un mio racconto mi domandavo cosa accadesse se si potesse intervenire, con un gesto banale, in questa catena infinita e deviarne il corso in tutt’altra direzione[1]). Il giochino del “e se…” a livello storico ha dato vita al filone ucronico (ne sa qualcosa il mio amico e collega scrittore Carlo Menzinger[2]) e a un livello ridotto a film come Sliding doors. La riflessione ci porta lontano, fino a domandarci se il destino esista, se il nostro futuro sia effettivamente “già scritto”, e se quindi il nostro libero arbitrio non sia altro che una pietosa illusione. Non ho ovviamente una risposta a questa grande domanda, su cui si sono scontrati pensatori e religiosi fin dall’inizio dei tempi: certo, l’idea di essere solo un burattino nelle mani del Destino o di una divinità antropomorfa non mi piace affatto: preferisco pensare di essere padrone della mia vita e delle mie decisioni.

Non proprio così pare pensarla Franco Del Moro, direttore di Ellin Selae, autore di un delizioso libretto (anche dal punto di vista del formato editoriale) basato sulla chiromanzia – la divinazione effettuata attraverso la “lettura” del palmo della mano. Già il mio incontro con l’autore ha qualcosa che sembra avvalorare le sue teorie: ne avevo sentito parlare diversi anni fa da un comune “amico” (che poi, da parte mia, non si è rivelato tale), ma è solo grazie al Pisa Book Festival del 2019, quindi a un evento del tutto “casuale”, che ho fatto la conoscenza vis-à-vis con questo personaggio[3]. Franco Del Moro è un signore piuttosto fuori dagli schemi, a cui non piace seguire la corrente: musicista, ambientalista, appassionato bibliofilo, ha scritto e pubblicato diversi libri sulla spiritualità, sull’editoria e su tanti altri argomenti interessanti. Di lui ho letto Le vie dei libri[4] e altri articoli e racconti su «Ellin Selae», restando catturato dalla sua scrittura anche là dove non mi trovavo d’accordo. Certamente anche Codice Celeste[5] è stato spunto per me di confronto e riflessione su una tematica, quella del “destino”, su cui ho riflettuto a lungo nella mia vita.

Il volume comprende sei racconti, ispirati ciascuno ad una delle principali linee della mano. Ciascuno racconto è preceduto da una breve introduzione che chiarisce il legame della storia narrata con la chiromanzia – qualcosa che associo più alla narrativa gotica o dark (e lì mi piace) mentre sono molto scettico al riguardo per l’applicazione nel mondo reale. La spiegazione chiromantica quindi mi interessa poco; invece i racconti sono belli, interessanti, hanno catturato tutti quanti la mia attenzione, in particolare quello intitolato A cosa servono gli angeli, associato alla linea della vita.

Quest’ultimo riporta un dialogo tra un morente e il suo angelo custode, il quale gli confida di essere intervenuto più volte nella sua vita per modificarne il corso, in senso positivo. Gli angeli custodi infatti, secondo l’autore, hanno la capacità di conoscere quella catena di cause ed effetti di cui dicevamo prima, e scegliere tra i possibili “destini” (Menzinger parlerebbe di “universi divergenti”) che si andranno poi a concretizzare, mentre quelli “scartati” collasseranno (e qui Menzinger non si troverebbe d’accordo). Quindi esisterebbe un’unica linea temporale, quella “giusta”, guidata da una sorta di divinità che nel racconto rimane solo accennata[6]. Solo una divinità infatti può conoscere il tessuto infinitamente complesso delle vicende umane, come lascia presupporre l’angelo del racconto: «Vedi, il destino è come la trama di un tappeto: davanti è un disegno perfetto, ma dietro è tutto un groviglio di fili che apparentemente si incrociano casualmente, senza ordine. Non pensare che i grandi eventi dipendano sempre da grandi decisioni, a volte mentre cammini per la strada basta girare lo sguardo a destra anziché a sinistra e tutta la vita prende un altro corso!»[7]

È esattamente quanto teorizzano gli scrittori ucronici (me compreso), con la differenza che le varie linee temporali coesistono in universi paralleli (teoria del multiverso). In questo universo sono uno scrittore che ha pubblicato una ventina di libri, in un altro universo sono morto a vent’anni, in un altro ancora ho incontrato l’amore della mia vita e ho un figlio, oppure ho vinto il Nobel…

La tematica del piccolo evento che determina grandi effetti – come il “sacrificio” di un pettirosso che risana il rapporto ormai in crisi di una coppia – torna nell’ultimo racconto della raccolta, Il miracolo del pettirosso. «Io non credo» afferma uno dei due protagonisti «esistano i miracoli grandiosi, con apparizioni, materializzazioni ed effetti speciali stile Hollywood. Per me i miracoli sono queste coincidenze che si verificano in momenti molto speciali, la cui pregnanza con la situazione e il cui significato è tale da non poter lasciare spazio al dubbio»[8]: insomma quelle che Jung chiamava “sincronicità”. Le nostre vite sono piene di questi segni, come se l’universo – o la nostra stessa vita – volesse comunicarci qualcosa, mandarci un messaggio che richiede attenzione. Io, ripeto, non credo al destino già segnato, ma credo che nell’universo esista un grande mistero, ben lontano da quello promosso dalle varie religioni organizzate, che non riusciremo mai a comprendere del tutto.

Firenze, 24 maggio 2020

Bibliografia

Del Moro F., Codice celeste, Murazzano, Ellin Selae, 2000.

Note

[1] Acciai Baggiani M., Il meccanismo inconoscibile, inedito.

[2] Acciai Baggiani M., Il sognatore divergente, Firenze, Porto Seguro, 2018.

[3] Acciai Baggiani M., Pisa Book Festival 2019, in «Segreti di Pulcinella»

[4] Del Moro F., Le vie dei libri, Milano, La Vita Felice, 2006.

[5] Del Moro F., Codice celeste, Murazzano, Ellin Selae, 2000.

[6] L’angelo però tiene a prendere le distanze dalla religione organizzata, infatti non mette piede in chiese e cattedrali, luoghi dove la vera spiritualità, a cui crede l’autore, è più lontana.

[7] Del Moro F., Codice celeste, Murazzano, Ellin Selae, 2000, p. 66.

[8] Ivi, pp. 105-106.

Mariella Bettarini, il coraggio della coerenza

Di Massimo Acciai Baggiani

bettariniHa proprio ragione Michele Brancale, quando scrive che siamo in tanti ad avere un debito di riconoscenza verso Mariella Bettarini[1]. Da parte mia il debito è enorme sia dal punto di vista umano che artistico, fin dai tempi d’oro delle Giubbe Rosse – lo storico caffè letterario attorno a cui girava la vita artistica fiorentina nel primo decennio di questo secolo[2]. Fu in quell’ambiente che conobbi Mariella e la sua compagna Gabriella Maleti (venuta a mancare il giorno di pasqua di quattro anni fa). All’epoca frequentavo un corso per esperti di audiovisivi, realizzai come prova per l’esame un dvd sui luoghi e i personaggi della poesia fiorentina[3]: non poteva mancare un nome come quello di Mariella Bettarini, tanto nota nell’ambiente poetico quanto disponibile e gentile. La intervistai proprio alle Giubbe. Da lì nacque un’amicizia che proseguì poi nelle riunioni de «L’Area di Broca» (di cui sono redattore dal 2006). Grazie a lei ho capito cosa fosse davvero la poesia (non ciò che pensavo di praticare all’epoca: io sono infatti più un narratore che un poeta) e sono venuto in contatto con molte persone interessanti.

Molto è stato scritto su Mariella e la sua opera. Sono state fatte tesi di laurea, recensioni, incontri a lei dedicati, eccetera. Un’antologia di questi testi critici è possibile trovarla riunita in A parole – in immagini, ponderosa auto-antologia uscita nel 2008 per le edizioni Gazebo (fondate dalla stessa Mariella insieme a Gabriella). Un’altra antologia importante, e più recente, di tributi alla nostra poetessa è rappresentata dal volume curato da Bonifacio Vincenzi, Mariella Bettarini, il coraggio della coerenza, uscito in tempo di coronavirus, di cui Mariella mi ha fatto dono pochi giorni fa. Il libro, che fa parte di un ciclo di pubblicazioni dedicato ai poeti del centro Italia, raccoglie testimonianze di intellettuali e amici che la conoscono bene personalmente: Davide Puccini, Giuliano Ladolfi, Luigi Fontanelli, Michele Brancale, Rosaria Lo Russo, Franca Alaimo, Antonella Pierangeli, Roberto Maggiani e Giorgio Linguaglossa. Dieci autori che, in un’opera corale, hanno tracciato il percorso poetico e biografico dell’autrice, da Il pudore e l’effondersi (sua prima raccolta, uscita nel 1966) a Poesie per mamma Elda (2019): una carriera artistica che copre oltre mezzo secolo e che ha avuto riconoscimenti da nomi importanti quali Mario Luzi e Pasolini.

Sulla sua poetica non aggiungo nulla di mio: è già stata analizzata molto bene in questo libro e in decine di altri interventi nel corso dei decenni. Mi limiterò, col consenso dell’autrice, a riportare una lirica dalla sua ultima raccolta, Poesie per mamma Elda, da me tradotta in esperanto, con la speranza che i versi di Mariella possano così essere gustati (per quanto lo permette una traduzione) anche da un pubblico internazionale quale quello esperantista. Lo merita.

sei la matrice –
il corpo lo devo a te
sei la Matrice del mistero –
lo devo a te –
sei la matrice – se vivo
lo devo a te –
sei tu
la Mediatrice tra il Nulla
e me – il Tutto e me –
sei la Matrice –
colei che ha dato corpo a un Soffio
che vagava
che ha dato fiato
a un corpo che (non volente) doveva
poi esseresei l’orma del Mistero –
sei la Matrice
vi estas la matrico –
la korpon mi ŝuldas al vi
vi estas la Matrico de la mistero –
mi ŝuldas al vi –
vi estas la matrico – se mi vivas
mi ŝuldas al vi –
vi estas
la Perantino inter la Nulo
kaj mi – la Ĉio kaj mi –
vi estas la Matrico –
tiu kiu donis korpon al Blovo
kiu vagis
kiu donis spiron
al korpo kiu (nevolonte) devis
poste estivi estas la spuro de la Mistero –
vi estas la Matrico

Firenze, 16 maggio 2020

Bibliografia

Vincenzi B. (a cura di), Mariella Bettarini, il coraggio della coerenza, Francavilla Marittima, Macabor, 2020.

Note

[1] In Vincenzi B. (a cura di), Mariella Bettarini, il coraggio della coerenza, Francavilla Marittima, Macabor, 2020, p. 37.

[2] Prima che la gestione passasse a proprietari che non condividevano la politica mecenatesca dei fratelli Smalzi.

[3] Intitolato Firenze Poesia (2005).

Idee di Marcello Fois sulla scrittura che non condivido

Di Massimo Acciai Baggiani

fois«Caro simpatizzante, ho buttato via il suo dattiloscritto perché non c’è niente che mi fa più paura al mondo che leggere qualcosa che non è mai stato scritto»[1]: questa frase, citazione di una lettera scritta da Marcello Fois, scrittore sardo, a un ragazzo che gli aveva inviato in lettura una sua opera di 500 pagine vantandone l’“originalità”, mi ha fatto venire un brivido. A parte il sacrilegio di buttare nella spazzatura l’opera di un collega che, con atto di fiducia, ha affidato il proprio “figlio” (perché per uno scrittore, il proprio libro è come un figlio) a uno sconosciuto, a parte la totale mancanza di rispetto per il lavoro altrui, il signor Fois ha dimostrato la tipica cattiveria e arroganza che hanno troppo spesso gli autori “arrivati” nei confronti di chi ha avuto meno fortuna (perché di questo si tratta in molti casi di autori giunti alla grande editoria: di fortuna e poco altro). Il signor Fois con questa sbruffonata si è alienato per sempre la mia simpatia. Non credo che leggerò mai una sua opera.

Spesso uno scrittore è anche un teorico della scrittura: non può fare a meno, a un certo punto della sua carriera, di voler insegnare agli altri come si scrive, convinto di possedere la ricetta che vada bene per tutti i palati. Il Manuale di lettura creativa del Fois dovrebbe in realtà intitolarsi Manuale di scrittura creativa, visto che soprattutto di questo si tratta: ma non sarebbe stato abbastanza “originale”. Tuttavia il libro di Fois l’ho letto con interesse in quanto mi ha dato spunto per chiarire il mio punto di vista sulla scrittura, mettendo in evidenza i molti punti in cui sono in totale disaccordo con lui, e anche i pochi concetti con cui invece mi trovo d’accordo.

Secondo il Fois il complimento migliore che si può fare a uno scrittore è «Ho letto un libro che avrei voluto scrivere io»[2]. Certo fa piacere, ma indica anche una certa invidia di fondo, un mettersi in competizione (odio la competizione): per me un complimento migliore sarebbe: «Mi sono affezionato alla storia, l’ho sentita mia». Capita di rado: io leggo almeno un centinaio di libri all’anno – per lavoro o per piacere – e quelli a cui mi sono “affezionato”, che ricordo anche a distanza di anni, si contano sulle dita di una mano. Che per il Fois la scrittura sia competizione si evince anche da questa frase, qualche pagina più in là: «Se uno non è abbastanza presuntuoso da pensare di poter essere il migliore, lo scrittore non lo fa. Ma se non è abbastanza umile da capire che tantissimi prima di lui hanno tentato e, spesso, fallito, questo lavoro non lo fa lo stesso. Nel primo caso declinerà la scrittura come atto ininfluente, nel secondo la declinerà come atto esclusivamente narcisistico. In tutti e due i casi non dura.»[3] No caro mio, uno non scrive per raggiungere i primi posti in classifica: uno scrive per lo stesso motivo per cui respira. Per vivere. Un vero scrittore, all’estremo, scriverebbe anche se fosse sicuro che nessuno lo leggerà. Scrivere è un imperativo interiore, fa parte della natura stessa della persona. Non è un mestiere come un altro.[4] Scrivere non è mai “ininfluente”: ogni parola influisce sul mondo, magari in modo minimo ma influisce, e sicuramente influisce sulla vita di chi scrive. Il lato “narcisistico” lo si può trovare in chi partecipa a molti concorsi letterari e si esalta se una giuria ha giudicato il suo testo migliore degli altri, come se questo fosse un giudizio assoluto (un’altra giuria avrebbe emesso un verdetto diverso…): questo lo trovo un po’ ridicolo visto dall’esterno, ma è un peccato veniale. Ognuno avrebbe la propria lista di autori a cui dare il Nobel, se dipendesse da lui, e confrontando queste liste non se ne troverebbe una identica all’altra.

Agli scrittori “arrivati” piace distinguersi, anche lessicalmente, dai propri colleghi, creando parole alternative perché non si abbia a confondere lo “scrittore” (di cui si sentono degni rappresentanti) con chi fa la stessa operazione (scrivere) ma con ben altri risultati. Fois adopera il termine “scrivente” per indicare tutti i suoi colleghi che affollano le librerie togliendo visibilità ai suoi “capolavori”: come piante che crescono sempre più in alto contendendosi la luce solare. Lo scopo dello scrivere, secondo Fois, è entrare nella storia della letteratura la quale «non si è quasi mai fatta con i campioni di incasso, ma con i campioni di resistenza»[5]. Fois è sicuro, con un atto di notevole preveggenza, che gli scrittori attuali (lui compreso?) non sono destinati a durare. Ma come? Non avevi insinuato che scopo dello scrittore è vendere? Che «il più nobile sforzo che uno scrittore possa fare è quello di avere tanti lettori»[6]? Adesso suggerisci l’equazione “molte vendite = scarsa qualità”? Mi paiono idee un po’ confuse…

Qualche accenno ai lettori comunque non manca visto che «non si scrive senza leggere»[7]. Nella stragrande maggioranza dei casi è così, questo non lo nego: io stesso sono un forte lettore, ma non mancano le eccezioni. Ci sono persone che pur avendo letto pochissimi libri in vita loro, o addirittura nessuno, scrivono come bambini delle elementari ma esprimendo il loro mondo interiore con una spontaneità che può risultare interessante tanto quanto il pensiero filtrato attraverso migliaia di letture[8]. I testi di questi autori non-lettori riempiono gli archivi diaristici, come quello di Pieve Santo Stefano, dove affluiscono studiosi da tutto il mondo: vogliamo buttarli via, signor Fois?

Non manca la solita frecciata al web, già lanciata da Umberto Eco[9]. Anche secondo Fois Internet «ha trasmesso l’illusione che chiunque abbia titoli per parlare di letteratura»[10]. Beh? Dov’è finito il sacrosanto diritto di parola? Un lettore che tu definisci “mediocre” non ha pure lui diritto ad avere i suoi gusti? Per essere definito da te persona titolata a parlare di letteratura deve essere uno che apprezza i tuoi libri? Io penso invece che chiunque abbia il diritto di dire “mi piace” o “non mi piace” di qualsiasi libro, fosse pure la Divina Commedia o I promessi sposi. Non esiste critico che può convincere qualcuno, soprattutto insultandone l’intelligenza, che quello che ha davanti è un capolavoro o una schifezza. Il lettore è il sommo giudice delle proprie letture, e ha tutto il diritto di criticare o lodare un libro sulla propria bacheca FB o blog, almeno finché siamo in democrazia e non in dittatura.

Altra “perla” del Fois: «Peculiarità del romanzo è di non trattare mai di felicità perché finisce sempre e comunque un attimo prima del suo raggiungimento»[11] Nella mia visione la felicità invece è centrale nel romanzo: chi è tanto masochista da leggere qualcosa che lo deprime, senza essere costretto? La lettura per me è parte della mia ricerca della felicità: amo il lieto fine, o comunque quello che lascia spazio alla speranza di una felicità futura. Perfino il Leopardi, col suo pessimismo cosmico, indicava agli uomini una via di riscatto, nel suo invito a unirsi fraternamente contro la “natura matrigna” e a cadere eroicamente nell’impari lotta (con questo non dico di trovarmi del tutto d’accordo col Leopardi, che di certo non è tra i miei autori preferiti).

Molti sono i generi scartati dal nostro Fois, ad esempio i libri “analgesico”: «se un romanzo, o presunto tale, agisce da analgesico, da oppiaceo contro la realtà, si può affermare che ci troviamo di fronte a un placebo e non, come dovrebbe, a un medicinale, nel senso che alla letteratura spetta generare anticorpi e non anestetizzare»[12]. E chi lo ha detto mai che uno non si possa anche leggere un libro di puro intrattenimento? Perché chiamare con disprezzo “paraletteratura” ciò che svolge comunque un’importante funzione, ossia di far passare qualche ora gradevole alla casalinga che, in vacanza sotto l’ombrellone, si legge un romanzetto rosa? Può essere vero che il Moccia di turno sia un «prodotto con la data di scadenza»[13], ma allora non dovremmo più bere latte perché sulla confezione c’è indicato entro quando va consumato? (non è il genere di libri che amo, ma riconosco il diritto altrui ad amarli anche se io non li leggerei)

Più avanti, continuando l’invettiva contro i libri che vendono più dei suoi, Fois conia il termine “romanzoidi” («oggetti con forma di romanzo senza la sostanza del romanzo»[14]): questo termine mi ha fatto ridere per la sua assurdità, come se ogni romanzo mirasse a cambiare il mondo. L’etica dello scrivere secondo Fois nasce da questa inquietudine; per lui «se si rinuncia a cambiare il mondo si rinuncia alla scrittura pur scrivendo»[15]. Lascio al lettore la riflessione su questo assioma.

C’è una cosa su cui però mi trovo in totale accordo: «il lettore deve avere la percezione che sappiamo di cosa stiamo parlando, con autorevolezza»[16]. Troppi autori scrivono senza conoscere l’argomento, o per esperienza personale o grazie a un lavoro preparatorio di ricerca che dovrebbe essere svolto molto seriamente: con questo non dico che chi si sente di scrivere di getto una storia senza conoscere bene l’ambientazione non debba farlo – la scrittura per me è innanzitutto libertà – ma rischia di cadere nel ridicolo se sgamato dal lettore. Se ad esempio io ambiento una storia negli anni Ottanta e inserisco un personaggio che riceve una telefonata sullo smartphone o un’e-mail… beh, ci siamo capiti.

Chi sono dunque, in sintesi, lo “scrittore” e il “lettore” per Fois? «Lo scrittore vive di scrittura, il lettore compra libri». Io direi “non necessariamente” in entrambi i casi: ci sono scrittori, divenuti anche famosi, entrati nella “letteratura”, che in vita non hanno venduto nemmeno un libro, come ci sono lettori, come il sottoscritto, che leggono molto ma non comprano libri (io li reperisco o agli scaffali del libero scambio – istituzione che trovo geniale –, oppure in biblioteca, o tramite scambi con i colleghi scrittori, o ancora tramite il mio lavoro di editor). La scrittura viene sempre prima dell’editoria e delle librerie: nasce dalla narrazione orale, dal gusto di raccontare storie, e quel gusto per fortuna non ci sarà mai un Fois che potrà guidarlo.

Firenze, 12 maggio 2020

Bibliografia

Fois M., Manuale di lettura creativa, Torino, Einaudi, 2016.

Note

[1] Fois M., Manuale di lettura creativa, Torino, Einaudi, 2016, p. 13.

[2] Ivi, p. 5.

[3] Ivi, pp. 11-12.

[4] Vedi Acciai M., Chi è davvero uno scrittore? Ovvero: poniamo che nessuno compri più libri…, in «Sìlarus», n. 274, marzo-aprile 2011.

[5] Fois M., op. cit, p. 23.

[6] Ivi, p. 44.

[7] Ivi, p. 22.

[8] Mi viene in mente come esempio mio zio Siro Baggiani e il suo La quercia di Giotto e altri scritti mugellani (N.O.S.M., 2019).

[9] «I social media danno diritto di parola a legioni di imbecilli che prima parlavano solo al bar dopo un bicchiere di vino, senza danneggiare la collettività. Venivano subito messi a tacere, mentre ora hanno lo stesso diritto di parola di un Premio Nobel. È l’invasione degli imbecilli.» (Ansa)

[10] Fois M., op. cit, p. 23.

[11] Ivi, p. 25.

[12] Ivi, p. 29.

[13] Ibidem.

[14] Ivi, p. 31.

[15] Ivi, p. 35.

[16] Ivi. P. 37.

Sei racconti di vita irreale

Di Massimo Acciai Baggiani

shen fuA volte le uniche cose che sappiamo di un autore derivano dalla sua autobiografia, e a volte l’autobiografia è l’unica cosa che ha scritto. Così vite assolutamente ordinarie, di cui non avremmo saputo nulla, attraversano i secoli e giungono fino a noi, lettori del Duemila. È il caso di Shen Fu, un oscuro funzionario vissuto nella Cina di due secoli e mezzo fa. L’unico suo libro è Sei racconti di vita irreale (Fu-Sheng Liu-Chi); io l’ho letto nella versione italiana curata da Lionello Lanciotti. Una lettura particolare per me, lontana dai libri che leggo di solito, resa disagevole dalla grande quantità di note, indispensabili per comprendere il contesto storico e culturale, tra tradizione, confucianesimo, taoismo, buddismo e letteratura.

È insolita anche come autobiografia, in quanto non segue il canonico ordine cronologico ma è strutturata in sei capitoli (ma a noi ne sono giunti solo quattro) che seguono altrettante tematiche. Il primo “racconto”, intitolato La gioia del ricordo del gineceo, è dedicato alla memoria della moglie Yün, il grande amore dell’autore, morta prematuramente. Il loro rapporto ci appare molto “moderno” e paritario. All’epoca i matrimoni erano combinati dalle famiglie e spesso gli sposi si vedevano per la prima volta appena dopo la cerimonia: possiamo immaginare quindi molti legami male assortiti e tante corna (ma il concubinaggio era una cosa accettata socialmente, anzi la stessa moglie spesso sceglieva la concubina per il marito), ossia privi d’amore; non è il caso di Shen e Yün. Il loro è un sentimento puro e assoluto, anche se non mancano altre figure femminili e ménage à trois (come scriveva Oscar Wilde: le catene del matrimonio sono troppo pesanti da portare solo in due).

Segue La gioia dei momenti d’ozio, capitolo tutto sommato noioso per noi occidentali, ma ci ricorda che i ritmi in oriente sono diversi da quelli frenetici dell’occidente, e la vita là sanno gustarsela meglio che qui, con maggiore consapevolezza (o almeno questa è la mia impressione). Dopo le gioie però vengono i dolori, e così il terzo capitolo – Malinconia nel ricordare le difficoltà – contiene la narrazione dei lutti e delle disavventure del nostro povero Shen. Il padre lo caccia di casa, la moglie e i figli muoiono giovani, si ritrova solo senza il figlio maschio che dovrebbe, alla sua morte, officiare i riti funebri. L’ultimo capitolo (l’ultimo che ci è giunto) si intitola Le gioie del vagabondaggio ed è tutto dedicato ai viaggi del nostro funzionario: una sorta di guida turistica della Cina a cavallo tra Settecento e Ottocento, non di facile lettura per noi italiani ma comunque affascinante.

Non sappiamo a che età è morto Shen Fu: sappiamo solo che è arrivato almeno a 46 anni (era nato nel 1763). A volte le autobiografie sono completate da qualche persona di fiducia dell’autore, incaricata di scrivere quelle pagine che per ovvi motivi l’autore stesso non può scrivere (come ad esempio nel caso di Vittorio Alfieri): non è così per Shen Fu, la cui opera ci è giunta solo per due terzi. Chissà cosa ne è stato di lui.

Firenze, 10 maggio 2020

Bibliografia

Shen Fu, Racconti di vita irreale, Venezia, Marsilio, 1993.