Un racconto di Massimo Acciai Baggiani dell’Annuario di poesia 2019 di Le Stanze di Carta

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L’articolo di Massimo Acciai Baggiani, La battaglia contro il denaro, è apparso su l’Annuario di poesia 2019, edito da Le Stanze di Carta, liberamente scaricabile qui.

«L’eBook raccoglie le pubblicazioni più interessanti proposte da Le stanze di carta nel corso del tempo, incluso una rosa di dodici autori contemporanei: Angela Greco, Davide Morelli, Francesco Innella, Loredana Borghetto, Lorenzo Mullon, Lucia Triolo, Maria P. Mischitelli, Marina Pizzi, Michele Nigro, Serenella Menichetti, Simona Giorgi, Vittorio Orlando. 
Oltre ai numerosi contributi tra scritture critiche, interviste e recensioni che lo rendono un libro prezioso, l’eBook promuove una serie di libri di poesia contemporanea, assieme ai liberi eBook realizzati da Le stanze di carta. Per prenotazioni della copia cartacea scrivere un’email a lestanzedicarta@libero.it»

La matematica in cucina

Di Massimo Acciai Baggiani

Come molti laureati in materie umanistiche, confesso la mia idiosincrasia verso la matematica. Per citare una nota canzone di Venditti, «la matematica non sarà mai il mio mestiere»: non saprei se dare la colpa a insegnanti incapaci o a una mia particolare forma mentis, sta di fatto che quando vedo una formula provo lo stesso sgomento e frustrazione che proverei guardando una pagina scritta in cinese o in arabo. Se, come diceva il grande Galileo, la Natura è un libro che aspetta di essere letto e la lingua in cui è scritto è la matematica, confesso il mio analfabetismo, con rammarico.

giustiTutt’altri sentimenti ho provato assistendo allo spettacolo La matematica in cucina, al Teatro di Rifredi (presso cui sono ormai un habitué), che Angelo Savelli ha tratto dall’omonimo libro di Enrico Giusti: in quell’oretta mi sono riso di gusto e divertendomi ho imparato anche qualcosa. La giovane coppia di attori – Fabio Magnani e Samuele Picchi – che impersona i due studenti coinquilini alle prese con le quotidiane attività culinarie è semplicemente strepitosa! Una serie folgorante di battute demenziali, alla Fratelli Marx, scaturisce dalle baruffe dei due ragazzi, il maniaco della matematica e quello (in cui più mi identifico) allergico a questa materia. Più che di “matematica” in cucina sarebbe più corretto parlare di “fisica”, ma senza matematica la fisica non si sarebbe potuta sviluppare, su questo non ci piove: osservando piccole cose quotidiane (il flusso dell’acqua che scorre da un rubinetto, la friggitura delle patate…) si nasconde insospettabile e onnipresente la matematica… e la risata “intelligente”.

Lo spettacolo ha avuto moltissime repliche negli ultimi 13 anni, tanto che la coppia dei personaggi è stata impersonata da diversi attori (in quanto gli esseri umani in carne e ossa hanno il brutto vizio di invecchiare…): dopo averlo visto comprendiamo bene il motivo di tale successo.

Firenze, 29 novembre 2019

Bibliografia

Giusti E., La matematica in cucina, Torino, Bollati Boringhieri, 2004.

Presentazione di “Apocalissi fiorentine”

Massimo Acciai Baggiani presenta “Apocalissi fiorentine” di Carlo Menzinger, una raccolta di racconti distopici di fantascienza, climate fiction e ucronia, ambientati a Firenze, che ci parla di fragilità urbane e ambientali. Un’occasione per riflettere sul nostro passato e il nostro incerto futuro.
http://sites.google.com/site/carlomenzinger/home-1/home/apocalissi-fiorentine

Mercoledì 13 novembre 2019 dalle ore 17:00
Allianz Bank – Piazza Savonarola 6 – Firenze

Pisa Book Festival 2019

di Massimo Acciai Baggiani

Mattina fredda e nebbiosa, già invernale. Io e Carlo Menzinger ci siamo dati appuntamento alla stazione di Rifredi intorno alle otto: andremo insieme a Pisa col primo regionale. Destinazione: il Palazzo dei Congressi, dove si tiene l’edizione 2019 del Pisa Book Festival, importante fiera libraria per le case editrici indipendenti.

A Pisa ci attende un bel sole. Rimettere piede in questa città, dopo tanti anni, mi suscita una valanga di nostalgici ricordi. Qui venivo tutti i fine settimana a trovare il mio amico Francesco Felici e, in tempi più recenti, Brunetto Casini – titolare di Edistudio, casa editrice specializzata nell’Esperanto (una delle due esistenti oggi in Italia, insieme a Eva Edizioni): adesso Francesco vive in Irlanda e Brunetto è un po’ che non lo sento…

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In un quarto d’ora a piedi siamo alla sede del festival: compriamo il biglietto e ci avventuriamo tra i numerosi affollatissimi stand, riservandoci di visitarli con calma più tardi. Siamo infatti già in ritardo per l’incontro con Francesco Verso – lo scrittore più volte premio Urania – su “Come gli scrittori di fantascienza interpretano una delle grandi emergenze del nostro tempo”. Si parla di temi ecologici di scottante attualità, di apocalissi future e delle possibili soluzioni escogitate dagli scrittori (soprattutto cinesi) per scongiurarle.

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Alla fine della presentazione Carlo si mette a chiacchierare con Verso, mentre io scambio due parole con Stefano – uno dei miei ex compagni del corso di editoria che ho seguito tra il 2017 e il 2018 (e che mi ha lasciato deluso… il corso, non Stefano!) – incontrato per caso. Passiamo poi allo stand del Collettivo Scrittori Uniti, fondato dall’amico torinese Claudio Secci che vedo per la prima volta, dopo anni di scambi tramite Internet (e diverse recensioni ai suoi romanzi): ci salutiamo calorosamente, quindi Claudio mi propone di fare una video intervista – con Federica Martina de L’isola di Skye – (si propone poi anche Carlo). Il CSU, nato nel giugno 2018, è una libera associazione di scrittori che portano insieme i loro libri nelle fiere librarie, per aiutarsi vicendevolmente: sul tavolo infatti sono disposti moltissimi libri di vari generi letterari, pubblicati da varie case editrici. Non possiamo che augurare a Claudio e ai suoi compagni scrittori grande successo!

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Davanti allo stand del CSU c’è quello di Arpeggio Libero, editore lodigiano con cui ho pubblicato, nell’ormai lontano 2014, la raccolta di racconti scritti a quattro mani (con Lorenzo Spurio) Apologia del perduto. Si trattava di racconti su temi borderline, piuttosto lontani dal mio genere. È un po’ che non ci sentiamo: è un piacere passarli a salutare. Si ricordano bene di me, per fortuna… Sarà l’occasione per organizzare una nuova presentazione a Firenze, in futuro. Con l’occasione facciamo anche la conoscenza di un loro prolifico autore, Antonio Borghesi.

A questo punto io e Carlo ci separiamo, per ritrovarci poi a pranzo nell’area ristorazione in un tendone all’aperto. Al tavolo con noi, tra gli altri, c’è Paolo Ciampi, giornalista e scrittore nostro concittadino, a cui parlo del mio “trittico” sulle memorie (Radici, Cercatori di storie e misteri e, nel 2020, il terzo capitolo ancora senza titolo). Anche il Ciampi ha frequentato la narrativa di viaggio, quindi è interessato a questo nostro progetto editoriale; è un tipo cordiale, alla mano. Accanto a Carlo siede, invece un altro autore rifredino come noi, Massimiliano Scudeletti.

Dopo pranzo facciamo un giro insieme tra gli stand degli editori, prima che Carlo vada a sentire gli incontri con Marco Vichi, presentato da Leonardo Gori, con Paolo Ciampi, presentato dall’editore Luca Betti e con Vanni Santoni (che sarà ospite del GSF martedì prossimo), presentato da Gaia Rau e Alberto Casadei. Di editori ce ne sono moltissimi e molto vari; da quelli più noti a quelli più piccoli e di nicchia. Varia è anche la provenienza geografica: molti sono toscani ma ve ne sono anche dal nord, dal sud e dalla Capitale. C’è perfino un editore còrso, con sede ad Ajaccio, con cui scambio due parole, rammaricandomi della non esistenza di un corso di còrso in italiano (solo un Assimil in francese che ho studiato anni fa…). Al banchino di Ediciclo, di Portogruaro, saluto un’altra ex compagna del suddetto corso per redattori (ma neanche lei è assunta fissa), mentre a quello di Carmignani mi danno notizie di Greta, altra ex corsista, e di Emanuele Martinuzzi, il mio amico poeta di cui hanno pubblicato un libro tempo fa.

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Narrafood, con i suoi libriccini abbinati a bustine di tè, da leggersi nei cinque minuti necessari all’infusione, mi è sempre piaciuta per l’originalità dell’idea. Interessante è stato anche l’incontro con Franco Del Moro, responsabile della rivista Ellin Selae, di cui ho ascoltato un cd di musica in stile Mike Oldfield anni Settanta: anche lui lo incontravo di persona per la prima volta, ho trovato con lui una certa affinità di gusti musicali e letterari. L’occhio mi è caduto su un cd esposto, col titolo in Esperanto di Serenakoro (in realtà in Esperanto andrebbe scritto staccato, ma è una grafia voluta): Franco non parla la lingua di Zamenhof ma la conosce e ne condivide gli ideali. Gli manderò un articolo sulla letteratura esperantista, da pubblicare sulla sua testata. Altra cosa che ci accomuna è l’amore per la montagna, in particolare per le Dolomiti – dove sono solito trascorrere le mie vacanze estive: conosce bene Sappada e si è dichiarato disposto a pubblicare il libro che ho intenzione di scrivere sulla nota cittadina friulana. Lui invece abita dalle parti di Agordo, nel bellunese (dove si trovava Sappada fino a un paio di anni fa).

artificinaL’ultimo incontro interessante della giornata, prima di riprendere la via di casa, è proprio con Francesco Verso, incontrato al nostro arrivo stamani: il cerchio si chiude. Con lui parlo di fantascienza non anglofona (quella ingiustamente ignota al grande pubblico) e del suo progetto editoriale Future Fiction, attraverso il quale propone ai lettori italiani opere tradotte da ben otto lingue (tra cui cinese, il russo, il portoghese, eccetera…) appartenenti a quel filone nato negli anni Ottanta che va sotto il nome di “cyberpunk”. L’argomento mi interessa molto: mi offro di recensire un’antologia bilingue di racconti cinesi (ArtifiCina) di cui mi dona una copia. Da parte mia gli parlo della fantascienza in Esperanto, suscitando a mia volta il suo interesse. Gli consiglio di leggere La lingua fantastica, a cura di G. Cappa (Keltia, 1994) – ormai un classico per i profani che voglio avvicinarsi alla SF in questa lingua – quindi ci stringiamo la mano promettendoci di restare in contatto.

In giro tra gli stand sono numerosi, gli incontri. Salutiamo l’autore fantascientifico pluripremiato Lukha B. Kremo, Carlo saluta il direttore della rivista l’Indiscreto, Francesco D’Alia, e si intrattiene con l’autrice Rosa Belladonna, ora impegnata in lunghi viaggi per la stesura del suo prossimo libro.

Sul treno di ritorno io e Carlo ci mostriamo a vicenda il nostro “bottino”: lui ha comprato diversi libri su tematiche “apocalittiche” (argomento su cui sta scrivendo in questo periodo, vedi anche Apocalissi fiorentine – la sua raccolta di racconti uscita recentissimamente con Tabula Fati). È stato senza dubbio un viaggio proficuo per entrambi.

Firenze, 20 brumaio ’28 (11 novembre 2019)

Perché non siamo fatti per vivere in eterno?

Presentazione di questo delizioso horror gotico scritto a più mani: gli autori hanno deciso di devolvere i propri diritti all’associazione Progetto Arcobaleno.

«Inizio anni Novanta. Sette amici liceali decidono di marinare la scuola e, seguendo l’invito di uno di loro, trascorrere una settimana in un autentico castello della Transilvania. Sarà l’inizio di un’esperienza inquietante e ignota, così simile a un incubo a occhi aperti.» (dalla quarta di copertina)

I Già Dimenticati sono un gruppo di scrittori italiani riuniti tra il 2018 e il 2019 da Massimo Acciai Baggiani per questo progetto letterario. Essi sono: Massimo Acciai Baggiani, K. Von Zin, Barbara Pascoli, Claudio Secci, Marco Bazzato, Federica Milella, Luigi De Rosa, Andrea Cantucci, Italo Magnelli, Francesco D’Agostino, Barbara Mancini.

Associazione Progetto Arcobaleno
Via del Leone, 9 – 50124 Firenze

Venerdì 8 novembre 2019

Vedi anche la recensione di Carlo Menzinger

Amore, sesso e prostituzione

di Massimo Acciai Baggiani

calamandrei sesso 2Immaginiamo degli alieni che provengono da un lontano esopianeta per studiare la Terra e i suoi abitanti umani. Immaginiamo anche che questi alieni si riproducano in modo asessuato – per mitosi o magari per clonazione – e che non abbiano mai osservato prima la riproduzione sessuata. Sarebbe per loro una scoperta straordinaria, incomprensibile, magari anche un po’ disgustosa… non si capaciterebbero del perché di tante complicazioni. Il sesso infatti, osservato un punto di vista esterno, segue delle regole piuttosto assurde e antieconomiche: ha una sua logica, certo, ma a vantaggio della specie e non del singolo individuo, ridotto parrebbe a strumento nelle mani di Madre Natura.

Come tutti, anch’io mi sono interrogato sui misteri del sesso, scoprendo ben presto che questo è una cosa ben diversa dall’amore: ci può essere l’uno senza l’altro, cosa piuttosto evidente anche se molti continuano a confondere i due concetti. Molte delle mie riflessioni le ho ritrovate nel saggio di Sergio Calamandrei Perché si fa poco sesso – volume numero 2 del più ampio Progetto Sesso Motore[1] – esposte in modo chiaro e sistematico, in una prosa chiara e scorrevole. Calamandrei si rifà alla psicologia evoluzionistica, con alcuni apporti personali quali la Teoria del Primo Sguardo, la Teoria del Giorno Giusto e la Teoria della Povertà Sessuale: frequenti sono i riferimenti, in nota, a seri studi scientifici a riprova delle affermazioni riportate. Affermazioni che possono certo non piacere ad alcuni, coloro che hanno un’idea più “romantica” e meno materialistica del rapporto di coppia.

Le cose in realtà sono piuttosto crude: la finalità comune inconscia di uomini e donne è quella di trasmettere i propri geni ad una discendenza più numerosa possibile. Diverse sono le strategie adottate dai due sessi per il comune scopo, perché diversa è la biologia e il ruolo nella riproduzione e nella società. Per quanto riguarda gli uomini e le donne primitivi si trattava di un meccanismo istintivo, iscritto nei geni, mentre per i loro discendenti moderni è un rimasuglio inconscio, frutto di milioni di anni di evoluzione. Le pagine di Calamandrei spiegano bene molti fenomeni “misteriosi” quali la gelosia, il tradimento, la monogamia e la prostituzione, in modo spassionato e brutale, mettendo però in guarda dalle eccessive semplificazioni della psicologia evoluzionistica (“le donne sono tutte puttane, gli uomini tutti porci”). Interessante anche il riferimento al libro di Giulio Cesare Giacobbe[2] sulla fedeltà nella coppia, in particolare del passo che mi ha sempre lasciato perplesso in cui l’autore elogia l’infedeltà sia maschile che femminile in nome di una biologica propensione alla poligamia della razza umana (soprattutto della parte maschile): le corna non fanno piacere a nessuno, penso che al di là delle teorie sul Bambino, l’Adulto e il Genitore (Analisi Transazionale) lo stesso Giacobbe potrebbe pensarla diversamente se trovasse sua moglie a letto con un altro uomo…

Le cose sono sempre più complesse di qualsiasi teoria.

Personalmente mi trovo abbastanza d’accordo con Calamandrei, con alcune riserve. È senz’altro vero che l’uomo, anche se sposato, ricerca “avventure” con altre donne attraenti (ma anche poco attraenti[3]) obbedendo inconsapevolmente all’imperativo di fecondare più donne possibili, ma è anche vero che l’uomo innamorato davvero di una donna non sarà interessato ad altre donne perché l’idea di far soffrire la sua compagna lo ripugnerebbe. Dall’altra parte è vero anche che vi sono donne infedeli – anche se la donna investe di più nei rapporti a lungo termine – ma sicuramente queste non sono innamorate del loro uomo. Stesso discorso vale per i rapporti omosessuali, di cui Calamandrei non fa menzione, in cui c’è statisticamente più promiscuità rispetto ai rapporti etero: quando c’è l’amore penso che anche lì ci sia fedeltà, e comunque la psicologia evoluzionistica non spiega l’infedeltà omosessuale visto che in quel caso la riproduzione non entra in gioco.

Sesso e amore: due cose ben diverse. L’amore può essere anche platonico, il sesso può essere anche violenza e disprezzo dell’altra persona. L’uomo moderno si porta dietro il cervello primitivo dei propri antenati primati, dominato da istinti bestiali che l’uomo di oggi deve a propria volta dominare. L’uomo non è una marionetta: è dotato di libero arbitrio, può “disobbedire” alla biologia se sceglie di farlo (c’è chi fa voto di castità, chi fa sesso senza scopo procreativo – anzi oggi questo è senza dubbio il più frequente). La lettura del saggio di Calamandrei lascia la vaga l’impressione che l’uomo e la donna siano schiavi dei propri istinti ancestrali: per alcuni è senz’altro così, ma nella maggioranza dei rapporti entra in gioco anche il cervello e il cuore e non solo gli organi riproduttivi, così almeno voglio sperare.

È vero che l’Inconscio non ha avuto ancora il tempo di adattarsi al mondo moderno, rimanendo legato a scenari antichi di centinaia di migliaia di anni, ma la mente razionale continua ad evolversi, per fortuna, e la società pure. Nel futuro probabilmente il sesso sarà privo di stress perché l’uomo avrà trovato un equilibrio che oggi non ha: “al cuore non si comanda” e probabilmente l’istituzione matrimoniale sarà obsoleta e dimenticata. Al matrimonio Calamandrei dedica alcune pagine in appendice[4], tratte dal suo romanzo Indietro non si può, dandone un’immagine tutt’altro che attraente: a queste pagine vorrei rispondere con una citazione da un romanzo collettivo da me curato (la parte citata l’ho scritta io):

«Roba da matti» concluse Fabio scuotendo la stesa. «Io non credo che mi sposerò mai.»

«Perché?» domandò Marijus.

«Perché non ne vedo il motivo. Se amo una persona e lei ama me è sufficiente, che bisogno c’è di ufficializzare la cosa? Come posso prometterle davanti a Dio o alla legge di amarla per sempre? Non dipende né da me né da lei: le persone cambiano, i sentimenti si spengono. Magari dopo qualche anno non ci sopportiamo più e allora giù altri soldi per divorziare, con avvocati e rogne varie, senza contare le spese per il matrimonio. L’amore deve essere libero, senza legami. Meglio allora il matrimonio “raeliano”, in cui ci si promette di lasciarci da amici una volta che l’amore è finito, e poi ognuno per la sua strada.»

«Cosa vuol dire “raeliano”?» domandò Elia, un po’ scandalizzato.

«Si riferisce a quella buffa religione creata da Rael, quel francese furbone che si fa mantenere dai suoi adepti in vista della venuta degli alieni con cui dice di essere in contatto e che afferma essere i creatori della vita sulla Terra. Sono simpatici anche se un po’ fuori di testa. Praticano il libero amore.»[5]

Calamandrei spiega l’invenzione del matrimonio (probabilmente da parte delle donne) come prova della volontà del partner di impegnarsi nella relazione monogama: se un uomo arriva a sposarsi deve essere veramente innamorato (lasciando perdere i matrimoni d’interesse e di stato, e quelli imposti dai genitori)!

Ormai le consuetudini sociali hanno privato il matrimonio di questo significato originario: un tempo il matrimonio veniva imposto, oggi è più libero ma non garantisce affatto né la fedeltà (la ostacola e basta) né che l’amore, magari presente al momento del fatidico “sì”, non venga poi meno in futuro per cause indipendenti dal marito o dalla moglie. Al cuor non si comanda. Ribadisco che quando un uomo e una donna sono davvero innamorati allora sono assolutamente fedeli, ma non ho mai detto che l’amore sia per forza eterno!

L’amore quindi è una fregatura in quanto non dà nessuna garanzia per il futuro.

Se il problema fosse solo il sesso allora il mondo sarebbe senz’altro più semplice: se non riesci a trovarlo gratis puoi sempre pagarlo! (cosa che non si può fare con l’amore…).

Qui si apre un interessantissimo discorso sulla prostituzione, argomento ben sviscerato da Calamandrei nel capitolo Il mestiere più utile del mondo.[6] A parte la prostituzione minorile e i casi in cui il “mestiere” non è una libera scelta ma un’imposizione (le statistiche ci dicono che in Italia su 70.000 prostitute “solo” 10.000 sono costrette[7]… che sono comunque troppe!), da condannare senza riserve, concordo anch’io sul fatto che se una donna (o un uomo) sceglie di vendere il proprio corpo è liberissima/o di farlo, e che la prostituzione svolge un’importante funzione sociale garantendo comunque il diritto al sesso a chi non può accedere a quello gratuito (perché troppo brutto, vecchio o problematico… quelli che Calamandrei definisce “proletari del sesso”), e quindi come valvola di sfogo (ma ci sono anche altre possibili valvole di sfogo…). A me personalmente non interessa il sesso disgiunto dall’amore (o quanto meno da una qualche forma di affetto), ma è una mia personale scelta: rispetto chi la pensa diversamente, non ritengo affatto che ci sia qualcosa di degradante – se fatto tra adulti consenzienti – e se la prostituzione è fatta per necessità economiche ritengo che sia ugualmente disdicevole rispetto allo sfruttamento di un qualsiasi precario costretto a lavorare per pochi spiccioli[8]. La prostituzione dovrebbe sempre essere una libera scelta, mai spinta dal bisogno o peggio ancora dalla violenza: la criminalità che gira intorno a questo mestiere dovrebbe essere combattuta duramente. Tra le quattro posizioni che i governi possono assumere nei confronti del fenomeno – proibizionismo, abolizionismo (come in Italia), legalizzazione e decriminalizzazione[9] – io sostengo sicuramente quest’ultimo, anche se non ricorrerei mai al sesso mercenario (ma non condanno chi lo fa). Il resto è bigottismo e ipocrisia.

Concludo con una riflessione personale, su un altro tema non toccato da Calamandrei: la contraccezione. Nella preistoria era importante fare molti figli perché alta era la mortalità infantile, e comunque il pianeta Terra era ben lontano dalla sovrappopolazione. Oggi le cose sono diverse: siamo già troppi al mondo, la riproduzione non va incoraggiata (come fanno certe religioni anacronistiche) ma piuttosto regolamentata attraverso una responsabile educazione sessuale che dovrebbe iniziare fin dalle scuole medie (ormai i ragazzini sono molto precoci) e diffusa soprattutto nel Terzo Mondo, diminuendo anche là la mortalità infantile e in parallelo la natalità. Fare un figlio non dovrebbe essere una “libera scelta” dei genitori ma bisognerebbe considerare innanzitutto il bene dei figli stessi, se è possibile offrire loro una vita dignitosa o se li si condanna a morire di fame per un capriccio momentaneo dei genitori libidinosi. Insomma, per dirla con Fabrizio De André ne Il testamento di Tito:

Non commettere atti che non siano puri, cioè non disperdere il seme…
Feconda una donna ogni volta che l’ami così sarai uomo di fede.
Poi la voglia svanisce ed il figlio rimane e tanti ne uccide la fame.
Io forse ho confuso il piacere e l’amore ma non ho creato dolore.

Firenze, 16 brumaio ’28 (7 novembre 2019)

Bibliografia

  • Acciai Baggiani M., Milella F. (a cura di), Perché non siamo fatti per vivere in eterno?, Firenze, Porto Seguro, 2019.
  • Calamandrei S., Perché si fa poco sesso, Tricase, Youcanprint, 2014.
  • Giacobbe G.C., Alla ricerca delle coccole perdute. Una psicologia rivoluzionaria per il single e per la coppia, Firenze, Ponte Alle Grazie, 2014.

Note

[1] Comprendente i romanzi gialli L’unico peccato e Indietro non si può, il già citato Perché si fa poco sesso, la raccolta Il mestiere più bello del mondo e altri racconti, gli Assaggi gratis e il blog http://sessomotore.wordpress.com.

[2] Giacobbe G.C., Alla ricerca delle coccole perdute. Una psicologia rivoluzionaria per il single e per la coppia, Firenze, Ponte Alle Grazie, 2014.

[3] Harry: Perché nessun uomo può essere amico di una donna che trova attraente, vuole sempre portarsela a letto.

Sally: Allora stai dicendo che un uomo riesce ad essere amico solo di una donna che non è attraente?

Harry: No, di norma vuole farsi anche quella. (dal film Harry ti presento Sally)

[4] Calamandrei S., Perché si fa poco sesso, Tricase, Youcanprint, 2014, pp. 141-143.

[5] Acciai Baggiani M., Milella F. (a cura di), Perché non siamo fatti per vivere in eterno?, Firenze, Porto Seguro, 2019, pp. 24-25.

[6] Calamandrei S., op. cit., pp. 113-123.

[7] Calamandrei S., op. cit., p. 120.

[8] Luciano De Crescenzo anzi riteneva semmai più degradante la “prostituzione” intellettuale rispetto alla vendita di una parte del corpo meno “nobile” rispetto alla mente…

[9] Calamandrei S., op. cit., p. 116.

Giocare è importante

Di Massimo Acciai Baggiani

2019-11-01-082148Giovedì 28 ottobre è stato presentato all’SMS di Rifredi, a Firenze, il libro di Claudia Gusso, educatrice nella scuola e in associazioni sportive, Gioco Joke, edito da Corrado Tedeschi. Il libretto bilingue (italiano e inglese – la traduzione è curata da Clara Vella, ex insegnante e responsabile tra l’altro dei lunedì letterari presso l’SMS) nasce dall’esperienza diretta della Gusso con i bambini ed è indirizzato principalmente agli insegnanti; è arricchito da molte illustrazioni a colori e vuole essere uno spunto per attività linguistiche e motorie.

L’aspetto che più ha catturato il mio interesse è stato naturalmente quello linguistico. Da esperantista e glottoteta (ho creato una lingua artistica – la Lingua Indaco[1] – ed una filosofica – l’Utopiano) non potevo che apprezzare la poesia della stessa autrice “tradotta” in un idioma di sua invenzione, creato sul modello dell’Europanto di Diego Marani. Creare una lingua può essere un’attività ludica anch’essa: lo stesso Marani lo sostiene in un’intervista che gli ho dedicato anni fa[2] e io non posso che concordare; le lingue che ho creato mi hanno dato soddisfazione e divertimento. Altra cosa è l’Esperanto, su cui sono intervenuto durante la presentazione suddetta, dovendo difendere ancora una volta la lingua internazionale di Zamenhof dai pregiudizi che la circondano da quando è nata, quasi 140 anni fa: Esperanto ed Europanto sono molto diversi – il primo è un ideale pacifico e internazionalista mentre il secondo è appunto un gioco che mescola parole delle principali lingue europee.

L’ “europanto” della Gusso somiglia molto al francese ed ha una caratteristica che mi ha colpito: la “fluidità”. A differenza delle altre lingue artificiali, l’autrice non ha voluto fissare regole e neppure un lessico stabile, tanto che la parola “gioco” viene resa nella stessa poesia con ben tre termini diversi (jogo, jueg e jòk). Ecco la prima strofa[3]:

Jueg, bell jueg
diversion in el jueg
‘n exvolver com en fueg

Gioco bel gioco
il divertimento in quel gioco;
travolgimento come nel fuoco

Nel caso della mia Lingua Indaco e dell’Utopiano c’è sicuramente questa componente ludica lessicale, ma ho creato anche seriamente una grammatica. Le due cose non si escludono a vicenda.

Giocare è importante, dunque, come sostengono da sempre i pedagoghi, e non dovremmo smettere mai di farlo, neanche da adulti.

Firenze, 10 brumaio ’28 (1° novembre 2019)

 

Bibliografia

  • Acciai Baggiani M., Felici F. (a cura di), Ghimile ghimilama. Breve panoramica di alcune lingue artificiali, rivitalizzate e più o meno follemente manipolate, Venafro, Edizioni Eva, 2016
  • Gusso C., Gioco Joke, Firenze, Corrado Tedeschi Editore, 2019.

 

Note

[1] Acciai Baggiani M., Felici F. (a cura di), Ghimile ghimilama. Breve panoramica di alcune lingue artificiali, rivitalizzate e più o meno follemente manipolate, Venafro, Edizioni Eva, 2016, pp. 215-230.

[2] «Segreti di Pulcinella» n. 53, novembre 2017.

[3] Gusso C., Gioco Joke, Firenze, Corrado Tedeschi Editore, 2019, p. 13.

2019-11-01-081935