La battaglia contro il denaro

Di Massimo Acciai Baggiani

aspidistraPrima di raggiungere l’immortalità letteraria con capolavori quali La fattoria degli animali e 1984, George Orwell (1903-1950) aveva dato alle stampe un curioso romanzo, Fiorirà l’aspidistra (1936), che anticipa in certi elementi la celebre distopia del Grande Fratello, come vedremo.

Questo romanzo me lo sono letto in macchina, aspettando il verde ai semafori: mi ci sono voluti quasi quattro mesi.[1] Devo dire che è una lettura piuttosto lontana dai miei gusti, anche per questo l’ho affrontata “a piccoli sorsi”, tuttavia mi ha ispirato varie riflessioni su un tema che tocca la maggior parte delle persone a questo mondo: il Denaro.

Il protagonista, Gordon Comstock, è un perfetto idiota. La sua vena masochistica risulta sempre più fastidiosa mano a mano che si va avanti con la lettura. La sua puerile “battaglia contro il denaro”, il suo voler sprofondare sempre più in basso, sempre più «nel fango» aliena progressivamente la simpatia del lettore: in altre parole è uno di quei romanzi moderni in cui manca l’eroe positivo, sostituito da un “antieroe” che alla fine perde la sua sfida personale contro la “rispettabilità borghese”, il conformismo e la ricerca di un «buon posto». Tutte cose simboleggiate, nella mente di Gordon, dall’aspidistra del titolo: una pianta molto diffusa nelle abitazioni borghesi, appunto.

Trentenne con velleità artistiche, Gordon porta avanti un interminabile poema durante il tempo libero dal suo impiego di commesso in una libreria di infimo grado, nella lurida stanza in affitto dove non gli è permesso neppure farsi un tè in santa pace (è costretto a patetici stratagemmi per eludere la sorveglianza dell’arcigna padrona di casa). Giovane promettente originario di una famiglia di persone umili, dopo essersi licenziato da un posto ben retribuito presso una nota agenzia pubblicitaria, dove impiegava la sua creatività per slogan che promuovevano ciò che detestava – il consumismo e la rincorsa al benessere economico – si ribella e si licenzia per seppellirsi nella libreria di cui sopra. Nemmeno qui trova la sua dimensione: è assillato dal «maledetto denaro» di cui non può fare a meno. Senza soldi non ha nemmeno un posto dove passare del tempo con la fidanzata Rosemary, una sorta di crocerossina non meno masochista di lui dal momento che sopporta le sue deliranti invettive contro i soldi e il sistema economico inglese: una ragazza moderna lo avrebbe mandato a quel paese per molto meno. L’amore che gli dimostra è mal riposto; lui non la merita, così come non merita il fidato amico Ravelston, appartenente a quella borghesia che Gordon tanto disprezza.

La prima parte del romanzo oscilla tra narrazione e saggio, rappresentato dalle elucubrazioni del protagonista. La svolta avviene quando una delle poesie di Gordon viene accettata da un’importante rivista e pagata ben dieci sterline. La “ricchezza” raggiunta dà subito alla testa al nostro “eroe” che, anziché utilizzare il denaro per ripagare qualche debito che aveva con la sorella-martire Julia e mettere da parte per i tempi bui, si dà alla pazza gioia, si ubriaca di brutto e finisce in carcere dopo aver sperperato ogni cosa. Sarà Ravelston a pagare la cauzione e tirarlo fuori dalle sbarre, offrirgli una sistemazione presso casa sua e mantenerlo finché non si fosse trovato un altro lavoro (nell’Inghilterra perbenista degli anni Trenta dello scorso secolo si poteva benissimo essere licenziati per molto meno): invece di essere grato all’amico che cerca di tirarlo fuori dalla fogna, Gordon desidera invece sprofondare sempre più fino adesso che ha iniziato a cadere nel baratro. Troverà nonostante tutto un nuovo lavoro in un’altra libreria, meno retribuito del precedente, e vivrà in una stanzetta ancora più sporca e squallida dopo che la padrona di casa, saputo dei suoi guai con la legge, l’ha buttato fuori.

Anche l’adorante Rosemary farà di tutto per risollevare l’amato dalla sua triste, ma voluta, situazione: arriverà perfino a chiedere al suo vecchio datore di lavoro, quello dell’agenzia pubblicitaria, di riprenderlo: Gordon però non ne vuol sapere, preferisce vivere nell’immondizia.

Quando il lettore inizia a pensare che Rosemary e Ravelston sono due idioti pure loro a non lasciare il masochista a cuocere nel suo brodo, c’è la seconda svolta del romanzo: Rosemary è incinta (il concepimento risale al loro primo rapporto sessuale, non protetto perché Gordon è contrario al «controllo delle nascite» imposto dalla morale moderna) e deve scegliere se tenere il bambino o meno. Nel primo caso dovrebbe sposarsi, perché così richiede la morale inglese dell’epoca, e sposarsi con qualcuno che possa mantenerla, nel secondo caso non resta che un aborto clandestino, con grave pericolo per la vita della ragazza. A questo punto Gordon “rinsavisce” e, obtorto collo, si fa riassumere all’agenzia pubblicitaria, si sposa e inizia una normale e tranquilla vita borghese accettando la “vittoria” dell’aspidistra e distruggendo le sue tanto sudate poesie.

In cosa, dicevamo, questo romanzo anticipa 1984? Che rapporto può esserci tra Winston Smith e Gordon Comstock? Più di quelli che possono apparire a una lettura frettolosa. Innanzitutto entrambi i romanzi esprimono un forte pessimismo nei confronti della natura umana; in entrambi il protagonista è destinato alla sconfitta e all’omologazione sociale, in entrambi usa le parole per manipolare il popolo (l’agenzia di pubblicità, la “revisione” della stampa), in entrambi la sorella del protagonista è destinata a sacrificarsi, e infine in entrambi ritorna il tema “maledetto” del denaro (il Grande Fratello sa che può mantenere il controllo della popolazione solo mantenendola in condizioni di povertà) e della “letteratura spazzatura” per tener buone le masse. Anche il protagonista di 1984 ha una infelice vena autolesionista. Ci sono altri richiami, come la scena di Gordon portato in prigione per ubriachezza molesta – in particolare la scena dei servizi igienici senza privacy – e l’alcol che abbrutisce sia Gordon che Winston (nel finale, quando viene infine giustiziato dal regime). Il resto lo lascio scoprire al lettore, al quale consiglio una lettura parallela dei due romanzi.

Venendo invece al tema del denaro, cosa si può dire di questa visione così negativa? Gordon inconsciamente teme la ricchezza perché sa che averne un po’ gli farebbe perdere il controllo (come infatti accade): ciò mi ricorda un mio racconto ancora inedito Un problema di soldi[2] il cui protagonista si ritrova improvvisamente in possesso di una somma considerevole e ne è terrorizzato, non sa come gestirla perché: a) non vuole vivere da ricco perché ha sempre disprezzato il lusso e i ricchi, b) vorrebbe darla in beneficienza ma b1) non si fida delle associazioni umanitarie in quanto le sospetta corrotte e dubita che siano in grado di far avere gli aiuti a chi davvero li merita e b2) fare tutto da solo, conoscere personalmente i possibili beneficiari del suo aiuto, gli porterebbe via troppo tempo e comunque barboni e mendicanti non si fidano di lui e non gli danno confidenza.

papalagiMi viene in mente un altro libro uscito in Germania nel decennio precedente a Fiorirà l’aspidistra. In Papalagi (1920) di Tuiavii di Tiavea (in realtà un falso letterario di Erich Scheurmann). Trovo utile fare un confronto tra le riflessioni sul denaro del saggio samoano con quelle deliranti di Gordon, il quale per tutto il romanzo non fa che lamentarsi del fatto che non ha denaro e quindi deve vivere una vita miserabile senza amici e amore (eppure ha entrambi) e al tempo stesso ricerca di proposito l’indigenza, dimostrandosi alquanto schizofrenico e bipolare. Apro a caso il romanzo di Orwell, alle prime pagine:

«Gordon pensò a Ravelston, il suo ricco amico simpaticissimo, direttore di Anticristo, di cui era smodatamente entusiasta e che non vedeva se non una volta ogni quindici giorni; e a Rosemary, pensò, la sua ragazza, che lo amava, – lo adorava, così lei diceva – e che, ciò nonostante, non era mai venuta a letto con lui. I quattrini, ancora una volta; tutto è denaro. Tutti i rapporti umani devono essere acquisiti coi quattrini. Se non hai quattrini, la gente non si cura di te, le donne non ti amano; non si curano cioè di te o non ti amano quell’ultimo zinzino che conti. E quanto hanno ragione, dopo tutto! Perché, senza soldi, non sei da amare.»[3]

La povera Rosemary fa di tutto per dimostrargli il contrario, così come l’amico Ravelston, ma siccome Gordon è un idiota incaponito nelle sue idee, ed è pure un ingrato, i discorsi affettuosi di chi davvero gli vuol bene cadono nel vuoto. Vediamo cosa dice Tuiavii/Scheurmann:

«Senza denaro in Europa sei un uomo senza testa, un uomo senza membra. Un niente. Devi avere denaro. Ne hai bisogno per il cibo, per l’acqua da bere, per il sonno. Quanto più denaro possiedi, tanto migliore è la tua vita. Se hai denaro puoi avere in cambio tutto il tabacco che vuoi, gli anelli o i panni più belli. Hai molto denaro? Puoi avere molto. Perciò tutti ne vogliono avere molto. E ciascuno vuole averne di più degli altri. Da qui l’avidità e l’occhio teso al denaro in ogni ora del giorno. Getta un tondo metallo nella sabbia e i bambini vi si lanceranno sopra, lotteranno fra di loro per prenderlo e chi lo afferra e lo tiene, il vincitore, è felice. Ma raramente qualcuno getta denaro nella sabbia. […] Ora, quando uno ha molto denaro, molto più della maggior parte degli altri uomini, così tanto che potrebbe con esso rendere il lavoro più facile a cento, mille uomini, lui non dà loro nulla; mette le mani sopra il metallo rotondo e siede sopra la carta pesante e c’è avidità e voluttà nei suoi occhi. E se gli chiedi «Che cosa vuoi fare con tutto quel tuo denaro? Qui sulla terra non puoi fare molto più che rivestirti, placare la tua fame e la tua sete», allora non sa che cosa rispondere, oppure dice: «Voglio averne ancora di più. Sempre di più. E ancora di più». E, così, ben presto ti avvedi che il denaro lo ha fatto ammalare e che tutti i suoi sensi sono posseduti dal denaro. È malato e invasato perché ha dato la sua anima al metallo rotondo e alla carta pesante, e non ne ha mai abbastanza e non può smettere di desiderarne sempre di più. Non è più capace di pensare: «Voglio andarmene dal mondo senza molestie e senza ingiustizie, così come ci sono venuto, poiché il Grande Spirito mi ha inviato nel mondo anche senza metallo rotondo e senza carta pesante». Assai pochi pensano a questo. Per lo più restano nella loro malattia, non guariscono mai nel loro cuore e godono del potere che dà il molto denaro. Si gonfiano d’orgoglio come frutti marci sotto le piogge tropicali. Con voluttà lasciano che molti dei loro fratelli facciano i lavori più duri, per poter essi stessi ingrassare nella pigrizia e prosperare. E fanno questo senza che la loro coscienza si ammali. Si vantano delle loro belle dita pallide che ora non si sporcano più. Il pensiero di derubare continuamente gli altri delle loro energie e di usarle per se stessi non li disturba e non toglie loro il sonno. Non pensano affatto di dare agli altri una parte del tanto denaro che hanno, per rendere loro più facile il lavoro e più lieve la fatica. Così in Europa c’è una metà che deve fare molto lavoro sporco, mentre l’altra metà lavora poco o niente del tutto. La prima metà non ha mai tempo per starsene al sole, la seconda ne ha molto. Il Papalagi dice: «Non tutti gli uomini possono avere ugualmente tanto denaro e mettersi tutti contemporaneamente seduti al sole». Secondo questa dottrina egli si prende il diritto di essere crudele, per amore del denaro. Il suo cuore è duro e il suo sangue freddo, sì, egli mente, inganna, è sempre disonesto e pericoloso quando la sua mano si tende verso il denaro. Spesso un Papalagi ne uccide un altro per denaro. Oppure lo uccide con il veleno delle parole, lo stordisce con esse per rapinarlo. Perciò di rado uno si fida di un altro, perché tutti sono consapevoli della loro grande debolezza. Per questo tu non sai mai se un uomo che ha molto denaro è buono nel fondo del suo cuore, perché potrebbe anche essere molto cattivo. Noi non sappiamo mai come e dove ha preso i suoi tesori.»[4]

verneI due personaggi sono in parte sulla stessa linea di pensiero, ma mentre il samoano vive in una società che per millenni ha vissuto senza il “tondo metallo” (e sta iniziando ad essere corrotta) ed è giustamente convinto che il valore di un uomo non si misura in base al denaro da esso posseduto, Gordon vive nell’Inghilterra del ventesimo secolo è convinto del contrario. La vicenda del poeta che insegue i suoi sogni d’arte in una società votata al guadagno economico mi fa tornare in mente anche un altro libro, letto anni fa: un interessante romanzo di Jules Verne (1828-1905) scritto nel 1863 ma rimasto inedito per oltre un secolo: Parigi nel XX secolo. La tragicomica vicenda umana del protagonista Michel Dufrénoy nella futuribile capitale francese, dove il profitto è il nuovo dio e l’arte è disprezzata, si conclude tragicamente: Dufrénoy rimane fermo nelle sue posizioni, a differenza di Gordon, e muore di fame portando il suo discorso alle estreme conseguenze.[5]

Come i due autori anch’io sono piuttosto scettico riguardo al denaro: quando è poco ovviamente ci sono problemi, ma anche quando è troppo non va bene. Una giusta quantità di denaro potrebbe essere quella che permette di avere un tetto accogliente sopra la testa, pasti regolari e sufficienti per non sentire il morso della fame, accesso alle cure mediche e allo svago, senza mai cadere nel lusso. Il lusso è il male: presuppone che alcune persone abbiano più diritti di altre, che possano derubare i più poveri accaparrandosi le risorse per sé, egoisticamente. Un uomo che vive nel lusso ha il mio disprezzo, lo considero senza mezzi termini un ladro; non importa quanta beneficienza faccia. Qualcuno ha detto che se – per ipotesi assurda – ridistribuissimo equamente le ricchezze, nel giro di poco tempo i poveri tornerebbero poveri e i ricchi, ricchi. È possibile, perciò metterei per legge un tetto massimo al denaro che un singolo uomo può possedere e un tetto minimo garantito per tutti (ovviamente per tutti quelli che, essendo nelle condizioni di farlo, lavorano, e che non sprechino soldi in beni voluttuari o dannosi quali il tabacco o l’alcol – e denaro a sufficienza anche per invalidi di vario tipo che non possono lavorare, non per pigrizia ma per impossibilità oggettiva).

Utopia? Forse, oggi forse è così, ma nel futuro dovrà diventare realtà altrimenti l’avidità umana distruggerà il pianeta e porterà all’estinzione della specie. A un certo punto i poveri non accetteranno più, giustamente, di vedere gente che si paga viaggi turistici nello spazio mentre popolazioni intere muoiono di fame e di malattie curabili con pochi spiccioli. Non siamo più nel medioevo; anche gli ultimi del mondo stanno acquisendo la consapevolezza dell’ingiustizia della loro condizione.

Si chiama progresso ed è inevitabile.

Corezzo-Firenze, 14-16 agosto 2019

 Bibliografia

  • Acciai Baggiani M., Un altro punto di vista, in «Segreti di Pulcinella» (blog).
  • Acciai Baggiani M., Denaro e letteratura: tra utopia e distopia, in «L’area di Broca», n. 84-85, Lug. 2006 – Giu. 2007.
  • Orwell G., Fiorirà l’aspidistra, Milano, Mondadori, 1966.
  • Orwell G., 1984, Milano, Mondadori, 1999.
  • Tuiavii di Tiavea, Papalagi, Millelire stampa alternativa, 1992.
  • Verne J., Parigi nel XX secolo, Roma, Newton, 1995.

Note

[1] Odio sprecare tempo e odio i semafori, per fortuna ho i libri e ogni occasione è buona per leggere (come il protagonista dell’episodio di Ai confini della realtà intitolato Tempo di leggere).

[2] Scritto nel 2019.

[3] Orwell G., Fiorirà l’aspidistra, Milano, Mondadori, 1966, pp. 23-24.

[4] Tuiavii di Tiavea, Papalagi, Millelire stampa alternativa, 1992, pp. 17-19.

[5] Vedi anche il mio articolo Denaro e letteratura: tra utopia e distopia, in «L’area di Broca», n. 84-85, Lug. 2006 – Giu. 2007.

I racconti “bucosi” di Erica

Di Massimo Acciai Baggiani

bucosoErica ha disposto le copie del suo libro su un tavolino al centro della piazza affollata del paese. C’è la sagra del tortello alla lastra, a Corezzo, e tanti sono i paesani e i turisti che curiosano tra gli stand. Io sono tra questi. Abbandonato il mio posto con le copie del mio Cercatori di storie e misteri, presentato in quella stessa piazza l’11 agosto, mi sono imbattuto nei libri di Erica Italiani, scrittrice di Carda (alle pendici del Pratomagno) residente a Poppi (località citata tra le altre anche nel mio viaggio casentinese), al suo esordio letterario. La copertina attira la mia attenzione, insieme al titolo: Schegge di legno “bucoso”. Dalla vicenda di “petaloso” i neologismi in “oso” vanno forte tra le nuove generazioni: questo in particolare l’ha creato il nipotino dell’autrice, alla quale è piaciuto particolarmente. Iniziamo a chiacchierare: è sempre un piacere confrontarsi con un/a collega. Erica mi regala una copia del libro ed io ricambio con una di Radici.

Inizio a leggere il libro quella sera stessa, in piazza, in attesa che l’orchestra inizi a suonare. Un racconto tira l’altro e in breve il libro è finito, lasciandomi una piacevole sensazione: ai racconti si alternano poesie e il tutto forma un quadro coerente di riflessioni profonde ma non seriose sulla vita, sull’amore e sui sentimenti.

Si inizia con un curioso “giallo” su un ladro di alberi di natale, per passare poi all’incubo di una donna golosa al supermercato, alla riconciliazione di una coppia, alla storia di una ragazza che abbandona il suo lavoro ripetitivo e alienante per cercare la sua strada, eccetera. C’è perfino un raccontino di fantascienza, con due alieni dai nomi inquietanti che capitano sul nostro pianeta.

Undici piccoli gioielli narrativi e dodici poesie che fanno riflettere.

Firenze, 16 agosto 2019

Bibliografia

Italiani E., Schegge di legno “bucoso”, Pratovecchio Stia, Arti Grafiche Cianferoni, 2019.

La Diabolica Coppia contro il sadico killer

Di Massimo Acciai Baggiani

barbara manciniIl romanzo di Barbara Mancini me lo sono divorato in treno mentre andavo sulle Dolomiti, tra Conegliano e Calalzo… una lettura che mi ha tenuto incollato alle pagine fino a pochi chilometri dalla meta, che meno male che il treno faceva capolinea altrimenti rischiavo di tirare a diritto: d’altra parte L’Enigma che uccide (Porto Seguro, 2019) non è un romanzo lungo, appena un centinaio di pagine, ma densissime. In queste cento pagine accadono molte cose, ma non siamo sopraffatti e disorientati dall’incalzare degli eventi come capita purtroppo in altri thriller, per imperizia dell’autore. Barbara Mancini sa cosa fa e ci conduce dolcemente alla meta, trattenendoci al tempo stesso alla lettura che scorre piacevole e rapida.

L’Enigma che uccide è fondamentalmente un thriller noir con elementi fantastici: i protagonisti, gli ispettori Nova Parker e Mihael Rankarei (la Diabolica Coppia), sono dotati di facoltà extrasensoriali (sono ESPER) così come il feroce assassino a cui danno la caccia. L’ambientazione americana futuribile – siamo a New Orleans – è ben evocata e la cura dei dettagli, unita all’efferatezza del serial killer e alle scene “piccanti”, fa pensare al rimpianto Faletti. I colpi di scena si susseguono con un ritmo preciso; tutto in questo romanzo è bilanciato come un meccanismo narrativo impeccabile.

Firenze, 5 agosto 2019

Alla scoperta della letteratura esperanto

Di Massimo Acciai Baggiani

La letteratura esperanto[1] rappresenta un caso unico nella storia della letteratura mondiale; non tanto perché è scritta in una lingua “inventata” (o meglio “pianificata”), ma perché – rispetto alle altre lingue artificiali dotate di una seppur piccola letteratura (il Volapük, il Klingon, il Quenya o i derivati dell’esperanto, in primis l’Ido) – ha una base di parlanti, diffusi in tutto il mondo, tale da distanziare di molto le altre lingue create a tavolino e di vantare numerose traduzioni da l’esperanto alle lingue nazionali: una delle caratteristiche che ha permesso alla zamenhofa lingvo[2] di aspirare ad avere tra le sue fila dei Nobel per la letteratura. Il Nobel è il traguardo costantemente rincorso dai maggiori scrittori esperantisti, fin dall’inizio[3], perché rappresenta una sorta di consacrazione: serve a mostrare insomma che la letteratura esperanto non è da meno delle altre letterature. Per ora tale riconoscimento non è arrivato, ma chissà… intanto alcuni nomi sono stati candidati più volte.

minnaja2Molti sono i manuali di letteratura esperanto: il più recente è quello di Carlo Minnaja, Introduzione alla letteratura esperanto, basato su un precedente e molto più voluminoso lavoro – in esperanto – di Minnaja e Giorgio Silfer.[4] Ho avuto il piacere di leggerlo fresco di stampa e l’ho trovato interessante, scorrevole, autorevole ma non troppo accademico: un ottimo testo per avvicinarsi a questo argomento anche da profani. Un libro agile, di un paio di centinaia di pagine, che ripercorre la storia della letteratura dalle origini – ossia dallo stesso Zamenhof – fino ad oggi, suddividendola per periodi, per “scuole” (quella di Budapest, quella italiana, quella iberica, eccetera) e per riviste.

Rispetto alle letterature in lingua naturale quella esperanto è giovane, giovanissima; praticamente bambina! Cosa sono 132 anni di storia in confronto agli 800 della letteratura italiana, ai quasi 1000 di quella francese, per non parlare di quella latina (che, contando anche il latino moderno odierno, arriva a 2200 anni) o di quella greca o cinese? Sarebbe interessante sfogliare un manuale di storia letteraria esperanto del XXXI secolo, potremmo avere delle interessanti sorprese, ma intanto possiamo già fare un bilancio con quello che abbiamo che – a giudicare dai ponderosi libri scritti sull’argomento – non è poco.

Ma quanti sono gli autori che hanno scritto e pubblicato in esperanto nel corso della sua storia?

Difficile dare una cifra precisa: la lista più completa – secondo il Minnaja[5] – è disponibile sulla pagina web curata dallo svedese Sten Johansson[6] che conta 526 nomi. Ma è incompleta, così come lo è (per esigenze editoriali) il libro di Minnaja.[7] Sicuramente il numero supera il migliaio: non poco per una popolazione che oggi si stima tra i 100.000 e i due milioni di parlanti.

La letteratura esperanto pare soffrire di una sorta di complesso di inferiorità; Minnaja, e molti prima di lui, vuol invece dimostrare che le opere originali scritte in questa lingua non hanno nulla da invidiare ai grandi capolavori della letteratura universale, anche se non raggiungono la stessa notorietà (per ragioni estranee alla qualità). Di sicuro la storia è affascinante e varia: non c’è genere letterario che non sia stato toccato; dalla poesia al racconto, dal romanzo al teatro, dalla saggistica al poema epico, dal giallo alla fantascienza, dal dramma alla commedia – come molto varia è la nazionalità degli autori. Le tirature non raggiungono certo uno Stephen King o un Ken Follett ma la qualità di alcune opere è in effetti notevole.[8]

Fa riflettere una frase dell’editore Feltrinelli, riportata da Minnaja, «Non si può essere un grande poeta bulgaro», riferito al fatto che «una lingua che pochi al mondo leggono e da cui esistono poche traduzioni in altre lingue non raggiunge un pubblico così numeroso il cui giudizio (e mercato) possa garantire l’eccellenza di qualche suo autore»[9], eppure consideriamo che l’islandese ha meno parlanti dell’esperanto e il suo bravo Nobel l’ha avuto!

Provenendo dall’ambiente esperantista, ho avuto il piacere di conoscere di persona diversi autori citati da Minnaja: lo ritengo un onore, tanto più che sono ben lontani dall’arroganza di certi scrittori di best seller che pure ho avuto (purtroppo) occasione di conoscere anch’essi personalmente. Quanto a me, vado fiero della mia pagina su Vikipedio[10] (Wikipedia in esperanto) e mi sento in ottima compagnia.

Quali sono i temi trattati dagli scrittori esperantisti?

minnaja3Tutti quelli trattati dalle altre letterature, ma molto spazio è dedicato a quelli relativi specificamente al mondo esperantista di ieri e di oggi (quali ad esempio le pesanti persecuzioni affrontate durante i regimi totalitari, ma anche argomenti più allegri). Una parte degli esperantisti vede non a caso la comunità esperantofona come un popolo: abbandonata l’idea della fina venko (la “vittoria finale”, l’obiettivo di una diffusione massiccia dell’esperanto posto da Ludwik Zamenhof, l’idea dell’esperanto come seconda lingua per tutti) c’è chi si è rassegnato e preferisce considerarsi parte di un popolo, appunto, disperso in una sorta di diaspora affine a quella ebraica. Mi pare che il concetto di “popolo esperanto” cozzi non poco con l’idea originaria che doveva abbracciare tutta l’umanità, rispettandone sì le differenze di lingua e tradizioni ma abbattendo la obstinaj baroj[11], le “barriere ostinate” tra i popoli e non creandone altre tra samideanoj[12] e non. Personalmente non ho mai avuto senso di appartenenza verso nessuna nazione o movimento, esperanto incluso: sono sempre stato uno spirito libero, nemico di ogni bandiera. D’altra parte però sento e apprezzo lo spirito di fratellanza e amicizia che esiste tra esperantofoni[13]; cosa che non si ritrova ad esempio tra anglofoni o italofoni, anche se pure tra esperantisti possono nascere scontri e incomprensioni. Tuttavia intendo il legame tra esperantisti affine al concetto buddista di itai doshin (diversi corpi, stessa mente), ossia condividere un ideale ma rispettare le differenze tra le persone, l’unicità di ciascuno.

Tornando al libro di Minnaja, da cui sono partite queste mie riflessioni un po’ a ruota libera, mi sentirei di consigliarlo come libro di testo per chi si avvicina a questa eccitante avventura non solo linguistica. Dopo qualche pagina introduttiva alla grammatica e alla pronuncia, l’autore ci presenta subito il sogno di Zamenhof, le sue prime battaglie per la pace, i primi testi originali, per fare poi una carrellata fino al 2018, soffermandosi su alcuni autori di cui ci riporta in breve la vita, le trame delle opere e qualche stralcio di poesia in lingua originale e in italiano. Numerose sono anche le curiosità riguardo a fatti esperantisti, alcuni poco noti agli stessi samideani.

Una lingua non è solo grammatica e lessico: imparare un nuovo idioma significa entrare nella cultura di chi lo parla, nel suo pensiero (in questo caso nel pensiero del suo creatore), scoprirne insomma la visione del mondo. In esperanto si può dire tutto; anche le innumerevoli traduzioni da altre lingue hanno mostrato l’estrema duttilità e hanno contribuito a far conoscere ad un pubblico più ampio opere e autori altrimenti noti solo in lingue minoritarie. Anche questo non è un merito di poco conto.

Un libro come questo è secondo me inoltre un ottimo stimolo per le nuove generazioni di scrittori e poeti: si può scrivere in esperanto pure senza conoscerne la storia letteraria, ma di sicuro confrontarsi con i classici e con la kolegaro[14] è utile per affinarsi sia dal punto di vista stilistico che di contenuto. Come si può ignorare un Kalocsay, un Baghy, un Auld o un Ragnarsson? Leggendo in originale le opere di questi grandi autori non si può che sentirsi spronati a dare il meglio per arricchire il già vasto patrimonio artistico e culturale di questo strano “popolo” che abita Esperantujo, territorio senza confini geografici, vasto quanto il mondo.

Firenze, 9-10 luglio 2019

Bibliografia

  • Minnaja C., Introduzione alla letteratura esperanto, Parma, Athenaeum, 2019.
  • Minnaja C., Silfer G., Historio de la Esperanta literaturo, La Chaux-de-Fonds, Kooperativo de Literatura Foiro, 2015.

Note

[1] Riprendo l’espressione di Carlo Minnaja, nel suo libro Introduzione alla letteratura esperanto, Parma, Athenaeum, 2019, anche se a me suonerebbe meglio “letteratura in esperanto” o “letteratura esperantista”, ma l’autore preferisce usare “esperanto” come aggettivo in analogia a “yiddish”, “urdu”, ecc. (cfr, op. cit., p. 29).

[2] La “lingua di Zamenhof”, ossia l’esperanto.

[3] Il prestigioso premio e l’esperanto sono quasi coetanei.

[4] Minnaja C., Silfer G., Historio de la Esperanta literaturo, La Chaux-de-Fonds, Kooperativo de Literatura Foiro, 2015.

[5] Cfr. Minnaja C., op. cit., p. 213.

[6] http://esperanto.net/literaturo/autor/index.html

[7] Oltre al sottoscritto, che ha dato alla letteratura esperanto un libro di racconti, La lingvovendejo (Milano, FEI, 2016) e vari scritti su «Literatura Foiro» e antologie quali Vizaĝoj, Stockholm, Eldona Societo Esperanto, 2010, manca il grande Amerigo Iannacone (1950-2017), scrittore ed editore molisano, Davide Zingone, scrittore napoletano, e altri. OLE (la pagina curata da Johansson) registra infatti solo scrittori che hanno pubblicato opere letterarie originali in libro: mancano tutti quelli che hanno pubblicato solo su riviste, tanto per citare qualcuno a caso, Carlo e Luigi Minnaja, Tonkin, Bagnulo, Migliorini, Fettes, Lipari, Tellini, Orengo, Brizzi, Lapenna, Spanò, Pennacchietti, Milojevic e cento e cento altri, cioè un sacco di persone che hanno scritto saggi, recensioni, traduzioni, opere uscite a puntate ecc.

[8] Come ho sempre sostenuto, anche in altri scritti, il valore di un’opera letteraria non è oggettivo: il mio è un giudizio personale che ho maturato nelle mie letture.

[9] Cfr. Minnaja C., op. cit., p. 230.

[10] https://eo.wikipedia.org/wiki/Massimo_Acciai

[11] Riferimento all’inno esperantista, La espero, scritto da Zamenhof.

[12] Samideano in esperanto indica qualcuno che condivide l’idea di qualcun altro, per antonomasia la interna ideo (idea interiore, essenziale) dell’esperanto. Un atteggiamento di chiusura secondo me nuoce al movimento, i non esperantisti dovrebbero essere coinvolti maggiormente ad esempio durante i congressi internazionali, ma questa è una mia idea. Durante il primo congresso mondiale di esperanto, nel 1905, Zamenhof disse: «Siamo ben consapevoli dell’importanza di questo giorno, poiché oggi tra le mura di Boulogne-sur-Mer si sono incontrati non francesi con inglesi, non russi con polacchi, bensì persone con persone (sed homoj kun homoj)», non «esperantisti con esperantisti».

[13] Grazie all’esperanto ad esempio mi sono sentito a casa in Lituania, dove ho legato subito con gli esperantisti locali – mai incontrati prima.

[14] La comunità dei colleghi scrittori esperantisti.

500 chicche di riso

Di Massimo Acciai Baggiani

alessandro paganiRidere è salutare, per la mente e per il corpo, direi perfino indispensabile. Una vita senza risate è davvero mal spesa. C’è sì il momento di essere seri, ma viene poi anche il momento ad abbandonarsi a questa emozione specificamente umana (mai visto un gatto ridere). Ci sono tanti tipi di riso (in tutti i sensi) come ci sono tanti tipi di umorismo: da quello più grossolano a quello raffinato, rivolto a chi ha una certa cultura.

I cinquecento giochi di parole e calembour raccolti da Alessandro Pagani, a cui si sommano varie notizie surreali dal “TG spaziale”, accontentano tutti i palati. Alcuni sono autentiche finezze – magari ci vuole un po’ per coglierle – per le quali non è esagerato l’aggettivo “geniali”. Completano il libro varie illustrazioni e la prefazione di Cristiano Militello, un professionista dell’umorismo toscano.

Un libro delizioso, per ridere in modo intelligente: una compilation da non perdere assolutamente.

Firenze, 28 giugno 2019

Bibliografia

  • Pagani A., 500 chicche di riso, Follonica, 96, Rue de-La-Fontaine, 2019.