LA SPINTA DELL’EVOLUZIONE

Ci sono libri la cui lettura lascia un segno dentro di noi. Credo che potrò ricordare tra questi “Evoluzione creatrice”.

Del resto, a quanto ci racconta wikipedia “la filosofia di Henri Bergson incise profondamente nella cultura del Novecento: ritroviamo elementi del suo pensiero nella filosofia di Michel Serres, Emmanuel Levinas, Gilles Deleuze, nella storiografia di Fernand Braudel, nella letteratura di Marcel Proust, nella epistemologia di Jacques Monod”. Perché allora non dovrei sentirmene, d’ora in poi, influenzato anche io, per quanto poco possa aver colto del suo pensiero? Di sicuro la lettura mi ha stimolato numerose riflessioni che in parte vorrei cercare di riportare qui.

Evoluzione creatrice” è un saggio di oltre un secolo fa (1907) scritto dal filosofo francese di origini ebraiche, premio nobel per la letteratura nel 1927, Henri-Louis Bergson (Parigi, 18 ottobre 1859 – Parigi, 4 gennaio 1941).

Quest’opera dal titolo che è volutamente un ossimoro, riprende il pensiero darwiniano reinterpretandolo filosoficamente, osservando i processi evolutivi da nuove angolature.

Centrale nel pensiero da cui parte è la distinzione tra tempo oggettivo e tempo soggettivo (in tal caso Bergson parla di “durata”). La “durata” degli eventi è soggettiva in quanto la mente umana ha un’intelligenza fatta per ragionare in un mondo di “solidi”. La nostra percezione della realtà è momentanea. C’è dunque difficile immaginare un processo evolutivo, in quanto questo è rappresentato da un succedersi di stati.

Credo che questo nostro modo di ragionare innato, abbia potuto allenarsi e mutare non solo grazie allo sviluppo di filosofie come quella darwiniana ma dalla nascita di media come il cinematografo e la TV. Un ragionamento “evolutivo” è, infatti, quasi un ragionamento cinematografico, un succedersi di fotogrammi, spesso uno molto simile al precedente. Nel 1907 il cinema era ancora ai suoi inizi e la TV doveva nascere e l’uomo faceva più fatica di oggi a immaginare una realtà progressiva. Certe serie TV, oggi, ancor più dei semplici film (quando non sono stereotipate) ci abituano a un progressivo mutamento dell’ambiente, della vicenda, dei personaggi, penso per esempio a “Lost” o a “The walking dead”, in cui persino chi era “cattivo” diventa “buono” o viceversa, in cui luoghi “sicuri” cessano di esserlo. In questo inizio di millennio siamo più pronti a ragionare in tal senso di quanto certo lo erano gli uomini dell’inizio del XX secolo, che non solo non avevano questi strumenti di “allenamento”, ma neppure avevano visto i drammatici rivolgimenti e le grandi menzogne di due guerre mondiali e una guerra fredda, il succedersi e il crollo delle ideologie. Eppure, più avanti, Bergson dedica un capitolo al cinema e parrebbe confutare questa mia riflessione!  Sebbene l’opera sia del 1907, Bergson usa il raffronto con le immagini cinematografiche, intese come succedersi dei fotogrammi e dice che la realtà non è così.

Sostiene che la scienza sia antecedente all’intelligenza e non un suo prodotto.

Ho appena finito di leggere il romanzo di fantascienza “I mendicanti di Spagna” in cui si immagina un’evoluzione umana accelerata mediante la genetica. La differenza tra una generazione e l’altra, tra i cosiddetti Dormienti (gente come noi), gli Insonni (prima generazione di mutanti) e i Super (nuova generazione di mutanti) era nel modo di ragionare. Negli schemi di ragionamento (i Super ragionano per “stringhe”).

Singolare è che anche Bergson parli di schemi della conoscenza. Per Bergson ragioniamo per “solidi”, la scienza cerca di “isolare” i fenomeni, di descrivere le individualità, divide per comprendere, ma la materia non è isolata. Ogni cosa interagisce con le altre.

Importante è la riflessione di Bergson sul tempo. Il tempo soggettivo (la “durata”) non si può ripetere per vari motivi tra cui il fatto che se ripetiamo una serie di azioni, avendole già compiute siamo diventati diversi, la nostra percezione della realtà è mutata.

Un po’ come i bambini di Riggs ne “La casa per bambini speciale di Miss Peregrine”, imprigionati in eterno nella stessa giornata, da cui non possono uscire, che si ripete per sempre, ma che è ogni giorno diversa in qualcosa, perché anche se loro sono sempre bambini, il loro modo di vivere e comportarsi è rimasto da bambini hanno maturato un’esperienza da vecchi.

Nel mondo della materia tutto è connesso. Ogni cosa ha implicazioni in altre. È un artifizio della scienza quello di isolare singoli oggetti o ambienti o situazioni per studiarle e catalogarle.

Finiamo così per considerare anche il tempo come una successione di istanti, in cui un tempo t è preceduto da un tempo t-1, ma per quanto piccolo possa essere t, questo rimane falso (o meglio una semplificazione scientifica) perché anche il tempo è un tutto unico inscindibile, in cui passato, presente e futuro sono fusi. Visione del tempo assai diversa da quella ucronica di alcuni miei romanzi, in cui il tempo è un frattale, ma per me non meno affascinante e stimolante per possibili invenzioni narrative.

Allo stesso modo anche la vita è unitaria e scorre. La materia vitale può essere considerata sia come parte della “materia bruta” (inanimata) sia come parte fondamentale dell’intero universo.

Si può studiare la vita con i criteri del meccanicismo e del finalismo ma nessuno dei due descrive adeguatamente l’evoluzione.

Il meccanicismo si adatta a descrivere fenomeni individuali, non il loro insieme. Gli organismi viventi, invece, vanno visti in modo unitario come parti di un tutto che è la vita.

La visione finalistica non è individuale. Se applichiamo il finalismo all’individuo sbagliamo. Sarebbe come dire che un essere perfetto è così perché il fine dell’evoluzione è di crearlo tale, ma ogni organismo è un insieme di parti e quindi se l’individuo ha una finalità, allora la hanno anche le sue componenti?

All’essere umano ripugna creare nuovi concetti. Cerca di spiegare tutto con le categorie che conosce, un po’ come faceva Platone quando pensava di poter descrivere gli oggetti tramite le idee.

La vita è un unico slancio, anche se ogni specie ha preso sentieri divergenti. Eppure lungo linee evolutive diverse ritroviamo forme e strutture, anche complesse che si sono generate in modo molto simile autonomamente, come gli occhi dei vertebrati e di certi molluschi, occhi nati dopo che le due linee evolutive si erano separate, eppure molto simili nonostante la loro grande complessità.

Se avesse ragione Darwin e le mutazioni avvenissero per piccoli cambiamenti sarebbe troppo strano che certe mutazioni si ripetano in modo simili lungo linee evolutive disgiunte. Evoluzioni per salti sarebbero ancor meno spiegabili, perché, per esempio, un occhio, nello svilupparsi verso forme più complesse, se si mutasse per salti, rischierebbe non espletare più la sua funzione di visione.

Si può allora sospettare che l’ambiente influisca sulle mutazioni non (solo) per selezione negativa, escludendo i meno adatti, ma anche favorendo l’insorgere di date mutazioni?

La materia organica sarebbe dunque in grado di adattarsi all’ambiente?

Nella selezione non ci sarebbe una totale indeterminazione come potrebbe far pensare il modello darwiniano della selezione casuale dei caratteri, ma c’è uno “slancio” iniziale della vita che spinge il processo evolutivo in una direzione precisa, così che talora linee evolutive del tutto separate producono risultati simili, perché la tendenza è data dallo “slancio iniziale” (e non solo da un rapporto meccanicistico di cause ed effetti o per un qualche finalismo). Non sono in grado di valutarla scientificamente, ma trovo questa visione affascinante! Immaginare una sorta di big bang della vita, da cui partono tutte le linee evolutive, spinte da un unico slancio che le proietta ciascuna nella propria direzione! Forse non sarà corretta, ma è davvero una splendida descrizione dell’evoluzione! Per giunta mi fa pensare che si avvicini alla mia idea di una legge unica che regoli l’universo materiale e la vita: la possibilità di trovare una teoria unificatrice delle leggi fisiche che accolga al suo interno anche la vita e il suo sviluppo!

Come la vita umana è fatta di infinite scelte, ciascuna delle quali porta a percorsi diversi e a nuove scelte, così la selezione naturale ogni volta sceglie tra sviluppi alternativi, ma mentre la vita umana è una sola e una volta presa quella strada quell’individuo non può prenderne altre, la vita ha a disposizione innumerevoli organismi e mentre alcuni prendono certe strade, altri ne prendono altre, con il risultato che ciò che non realizza un percorso evolutivo, lo realizza un altro, creando il moltiplicarsi delle specie. Buffo, ma ci vedo un po’ la mia visione (fantasiosa) dell’ucronia, in cui abbiamo infiniti universi divergenti in ciascuno dei quali ogni presente o futuro  o passato trovano realizzazione.

La vita ha affrontato la sua sfida con la materia inorganica partendo da forme piccole, che riuscivano a sfuggire alla violenza dei fenomeni della materia inorganica, poi queste forme hanno preso a crescere di dimensioni, ma più gli organismi crescono più tendono a sdoppiarsi, a dividersi. La vita tende a sdoppiarsi. È così che si riproducono gli organismi asessuati. Creando innumerevoli divergenze. L’unità della vita è tutta nello slancio iniziale, che porta in una data direzione.

Aggiungo io che questa direzione pare essere quella della maggior complessità degli organismi e che questa complessità serve a colonizzare ambienti sempre nuovi. Mia idea è che anche lo sviluppo di un’intelligenza capace di prodotti tecnologici serva a questo, ovvero a popolare ambienti inospitali. La nostra civiltà segue questo slancio portandoci verso le stelle, trasformandoci in veicoli per portare la vita oltre la Terra?

Se vi è un’armonia nella natura, se vi è complementarietà tra gli organismi, questo per Bergson non è per un fine ultimo, ma per quello slancio iniziale, per quella spinta che sospinge la vita, come il big bang sospinge le stelle e le galassie ad espandersi e ad allargarsi popolando spazi un tempo vuoti. Non sarà che il fenomeno è lo stesso? Non sarà che in fondo lo slancio della vita era contenuto proprio in quel big bang e che la vita sia implicita nell’espansione dell’universo, mi chiedo io?

Bergson fa notare che la vita è così unitaria che persino la grande divisione tra regni, tra animali, vegetali e funghi è solo una convenzione classificatoria, perché ogni essere vivente ha in sé, potenzialmente, in minor o maggior misura tutti i caratteri che hanno anche gli altri. È solo una questione di proporzioni, dice Bergson. Insomma, gli ingredienti della vita sono sempre quelli, ma le quantità variano e il risultato è quel ricchissimo menù rappresentato da tutte le specie.

Se la distinzione principale tra animali e piante è che le seconde si nutrono di materiali inorganici e le prime di materiali organici (le stesse piante o altri animali che si sono nutriti, direttamente o indirettamente di piante), questa non è vera per tutte le specie e, per giunta, i funghi in questo sono pari agli animali, dato che anche per loro il nutrimento è organico.

Gli esseri viventi sono capaci di movimenti riflessi e volontari. Sono i movimenti volontari a generare la coscienza. L’essere assume coscienza di sé e della propria posizione nello spazio per muoversi di conseguenza.

Associamo spesso al termine “coscienza” significati “morali”: trovo stupendo vederla qui usata come semplice “coscienza della propria posizione nello spazio”. Dunque quando invochiamo la nostra coscienza, in realtà stiamo banalmente dicendo che sappiamo quale sia il nostro posto nello spazio! La cosa mi fa sorridere.

La vita si è divisa tra regno animale e vegetale, dove il primo è caratterizzato per la capacità di muoversi e il secondo per l’immobilità, ma entrambi i regni hanno le due funzioni in nuce. I vegetali traendo nutrimento dal terreno non hanno bisogno di muoversi, mentre gli animali, dovendosi nutrire di vegetali, non essendo in grado di elaborare i minerali, si devono spostare.

Mi chiedo allora quale sia il regno “superiore”? Quello animale che si nutre del vegetale o quello vegetale che è in grado di vivere autonomamente? Ovviamente il concetto di “superiore” in natura è solo una distorsione umana, la stessa che ci porta a considerare l’uomo come essere superiore, in quanto il “migliore” nella classe dei mammiferi, a sua volta, classe superiore tra i vertebrati e così via.

Una nuova grande distinzione evolutiva si crea nel regno animale tra intelligenza e istinto, che sono entrambi espressione della mente ed entrambi presenti in ogni organismo ma, come visto in altri casi, in proporzioni differenti. Ci sono specie che si sono sviluppate privilegiando ora l’una ora l’altra. Non necessariamente uno dei due è maggiormente efficace dal punto di vista evolutivo. Bergson insiste molto sul concetto che la vita è unitaria. Tutti i cammini evolutivi intrapresi sono solo tanti diversi modi per coprire lo spazio, per avere organismi adatti a ogni realtà ambientale.

Bergson tende a distinguere l’intelligenza dall’istinto per la sua capacità di usare o creare strumenti, teoria che mi pare solo parzialmente accettabile.

Se l’intelligenza si avvale di memoria e logica, mi chiedo se l’evoluzione potrebbe privilegiare, in futuro o in altri mondi, lo sviluppo di forme di intelligenza che usano di più l’una o l’altra.

Un’altra riflessione che mi induce l’affermazione di Bergson che l’intelligenza costruisce utilizzando materia organica o inorganica, ma sempre come se fosse inorganica, indifferente alla vita che contiene è se, essendoci sviluppati sinora in tal senso, il prossimo passo verso un’evoluzione dell’uomo non possa essere nell’usare l’intelligenza per manipolare la materia inorganica considerandola tale, ovvero manipolare la vita stessa. Insomma, mi pare che la genetica possa essere non solo la prossima frontiera della scienza, ma anche la prossima frontiera dell’evoluzione umana.

Bergson poi analizza il linguaggio evidenziando che le parole sono state create per descrivere oggetti materiali e che quindi quando trattano altro lo fanno come se trattassero dei solidi. L’uomo ragiona in termini di geometria tridimensionale.

Bergson evidenzia che l’istinto non è un riflesso ma una sorta di “simpatia” in senso lato, ovvero di corrispondenza o di relazione dell’organismo con l’ambiente.

Quanto alla coscienza, questa opera con intelligenza o con intuito. L’intelligenza funziona per similitudini, per sovrapposizione di oggetti simili, ma la natura non misura, non calcola, non conta. L’intelligenza pretende di misurare, ma non è così che funziona la vita.

La conoscenza mira all’ordine e quindi crea la categoria opposta del disordine, ma ordine e disordine sono entrambe nel pensiero umano, sono costruzioni intellettuali, aliene alla natura.

La materia, come la vita è un tutto unico, sono unitarie e sono nate assieme. Nel big bang che ha generato la materia c’era già l’impulso della vita. Dove c’è materia deve esserci, se non la vita, il suo impulso.

La materia tende all’entropia e la vita compensa questa tendenza (come possiamo non tenerne conto per una teoria unificatrice delle forze della natura?). L’unione di materia e vita creano organizzazione, mentre la complessità è un invenzione dell’intelligenza umana.

Lo sviluppo del sistema nervoso ha portato allo sviluppo simultaneo delle attività volontarie e di quelle automatiche. Negli organismi queste sono presenti in contemporanea e si bilanciano. La strada per lo sviluppo umano, dicono io, potrebbe trovarsi proprio qui, nel trasformare in automatiche certe attività, liberando energie per attività “volontarie”. L’automazione, insomma, dico io, potrebbe favorire nuove capacità nell’uomo.

Sorprende pensare che per Bergson, già oltre un secolo fa fosse chiaro che la vita può nascere ovunque, anche da materie diverse da quelle che ne sono la base sulla terra come il carbonio e l’azoto. Una vita basata su altri elementi e una diversa chimica sarebbe del tutto diversa ma seguirebbe il medesimo impulso. Potremmo trovare vita nei mari di metano di Titano?

Se fosse vero quanto sostiene Bergson sul fatto che la vita nasca assieme alla materia e che possa essere generata da materie e processi diversi, ne dovremmo dedurre che l’universo ne sia colmo.

La vita è una corrente ma non è diretta da alcuna finalità.

La coscienza, composta di intelligenza e intuito, si è realizzata solo nell’uomo. L’intuito comprende la vita, mentre l’intelligenza comprende la materia. Nell’uomo vi è più intelligenza che intuito.

Immaginiamo cose come il disordine e l’assenza ma sono costruzione delle mente umana. Percepiamo disordine dove ci attendiamo un certo tipo di ordine  e non lo troviamo. Immaginiamo un’assenza quando qualcosa non c’è più, ma se qualcosa scompare rimane sempre qualcos’altro, fosse anche l’assenza di quella medesima cosa.

L’assenza non può essere percepita da un’intelligenza istantanea ma solo da chi ha memoria del passato o è capace di prevedere il futuro.

Vedendo il moto come unità lo considera indivisibile in punti caratterizzati da immobilità

Esamina poi l’opera di vari filosofi del passato da Platone e Aristotele fino a quelli più moderni.

La ricerca di una descrizione unitaria dei fenomeni ci porta a qualcosa di simile al pensiero del pensiero in Platone, nel quale ritroviamo l’immobilità che le singole cose non hanno e neppure le loro idee.

La continuità la ritroviamo anche pensando che tra il nulla e la perfezione ci sono tutti i possibili gradi intermedi, anche se la scienza, che mira all’utile, al vantaggio per l’uomo, guarda gli estremi e non quello che sta nel mezzo e quindi tende a vedere il nulla come alternativo alla perfezione. In particolare, la scienza antica mirava ai singoli oggetti, mentre i moderni dividono il tempo all’infinito, usando il tempo come variabile.

Il tempo non è rilevante nelle opere di ricostruzione (come un puzzle), ma è un elemento della creazione artistica, che non ne può prescindere.

La seconda parte del volume è meno interessante della prima e, a tratti, Bergson appare pesante, quando, per esempio, si mette a fare un po’ troppo il proprio mestiere di filosofo, come quando filosofeggia su essere e non essere o sul concetto di soggettività della negazione.

In ogni caso, anche se forse non è proprio una lettura da spiaggia, questo penso sia un libro che davvero merita di essere letto e di essere oggetto di riflessioni e meditazione.

Ho più volte detto che spesso sono rimasto deluso dall’assegnazione degli ultimi premi nobel di letteratura. Bergson l’ha vinto nel lontano 1927. Sebbene il suo sia un caso che affiancherei a quelli di Dylan e Fo, chiedendomi se le loro opere si possano davvero dire di letteratura, comunque, questa lettura è una di quelle che mi riconciliano con il premio. Gli fu conferito “per le sue ricche e feconde idee» sia «per la brillante abilità con cui ha saputo presentarle”.

Di Bergson, in passato avevo già letto “Il riso – Saggio sul significato del comico”, che mi aveva impressionato meno di questo.

Carlo Menzinger

Firenze, 02-15/05/2018

La fine dell’arte o la morte della fantasia?

Di Apostolos Apostolou

G.W.F.Hegel nell’Estetica (Aesthetik 1820) scriveva: “ L’arte dal lato della sua suprema destinazione è e rimane per noi un passato. Con ciò essa ha perduto pure per noi ogni genuina verità e vitalità, ed è relegata nella nostra rappresentazione più di quanto non faccia valere nella realtà la sua necessità di una volta e non assuma il suo posto superiore. Ciò che in noi ora è suscito dalle opere d’arte è, oltre il godimento immediato, anche il nostro giudizio, poiché noi sottoponiamo alla nostra meditazione il contenuto, i mazzi di manifestazione dell’opera d’arte e l’appropriatezza o meno, di entrambi…L’arte ci invia alla meditazione…La spiegazione sta nell’urgenza di un’arte come cultura e dell’adesione dell’arte alla vita.” [1]

Se possiamo dire che l’arte è l’esperienza della bellezza, questa constatazione conduce alle seguenti domante. Qual è fattore cioè l’elemento che traduce determinate informazioni dei sensi in esperienza della bellezza? Anche, qual è l’elemento comune che rende esperienza della bellezza una determinata visione, una determinata sensazione del tatto, dell’odorato, del gusto? Ma anche quale elemento conferisce bellezza? Quale criterio ci permette di distinguere l’arte alta dai primi e immaturi tentativi, l’artista dotato da chi è semplicemente privo di talento? Oggi non c’è nessun elemento o criterio esperienziale.

Molti dicono che nell’arte non c’è niente da vedere. E questo perché l’arte diventa iconoclastica. Un’iconoclastia moderna che non consiste più nel distruggere le immagini, ma nel fabbricare immagini, una profusione d’immagini in cui non c’è niente da vedere come dirà Jean Baudrillard. «Tutto il dilemma sta in questo: o la simulazione è irreversibile, non vi è un al di là della simulazione, non  è neanche più un evento, è  la nostra banalità assoluta, una oscenità di tutti i giorni, siamo nel nichilismo definitivo e ci prepariamo a una ripetizione insensata di tutte le forme della nostra cultura in attesa di un altro evento imprevedibile – ma da dove potrebbe venire? Oppure vi è comunque un’arte della simulazione, una qualità ironica che risuscita ogni volta le apparenze del mondo per distruggerle. Altrimenti l’arte si limiterebbe ormai, come fa spesso oggi, ad accanirsi sul proprio cadavere. Non bisogna aggiungere la stessa cosa alla stessa cosa, e cosi via en abime: questa è la simulazione povera. Bisogna che ogni immagine tolga qualcosa alla realtà del mondo che in ogni immagine qualcosa sparisca, ma senza cedere alla tentazione dell’ annientamento, dell’ entropia definitiva, bisogna che la sparizione resti viva –  è questo il segreto dell’ arte e della seduzione. Vi è nell’arte – nell’arte contemporanea come pure probabilmente, nell’arte classica – un duplice postulato, dunque una duplice strategia. Una pulsione di annientamento, di cancellazione di tutte le tracce del mondo e della realtà, e una resistenza contraria a tale pulsione. Stando alle parole di Michaux, l’artista è “colui che resiste con tutte le sue forze alla pulsione fondamentale a non lasciare tracce”…» (vede: Jean Baudrillard Illusione, disillusione, estetiche. Edizione Sintomi, traduzione di Laura Guarino).

Cosi secondo Baudrillard, oggi nell’arte tutto sembra programmato per disilludere lo spettatore, al quale non resta che riconoscere una cosa, e cioè che quell’eccesso, che mette purtroppo fine a ogni illusione dell’arte. Forse viviamo lo stadio finale della storia dell’arte cosi come con la potenza dell’economia viviamo lo stadio estremo della politica. Con altre parole abbiamo il vuoto dell’immagine e nello stesso tempo abbiamo il vuoto della nostra immaginaria. Nella cultura individuo – centrica postmoderna molti tentativi di creazione artistica muovono da una chiara incapacità o da un rifiuto di relazione, relazione, con il materiale dell’arte e con il compagno dell’opera d’arte. Un’immagine è precisamente un’astrazione del mondo in due dimensioni, è ciò che toglie una dimensione al mondo reale, e in tal modo inaugura la potenza dell’illusione. Oggi viviamo solo questo che esiste nel mondo dell’illusione che esprime la virtualità. L’immagine non può più immaginare il reale perché essa stessa è il reale, non può più trascenderlo, trasfigurarlo, sognarlo. Perché ne è la realtà  virtuale.

In Italia prima Anceschi ha parlato di momento di massima inquietudine critica dell’ estetica inquietudine che sembra scaturire non solo dalla discussa metafora della morte dell’ arte, ma anche dalla continua invasione di campo da parte di altre discipline che in eccitato stato di espansione, cercato di annettersi non solo talune aree dell’ estetica, ma tutto il territorio. Secondo Vattimo e Perniola l’arte non abbraccia la totalità della vita, ma va considerata come un aspetto di essa che non è morto, ma solo tramontato. Ma come possiamo vedere secondo Anceschi si è preoccupato di difendere l’ autonomia dell’ estetica e Vattimo di rilanciare il discorso sulla morte dell’ arte, mentre Perniola ha indicato quale dev’ essere la funzione dell’ intellettuale e della cultura nella società odierna adombrando anche l’ idea della simulazione.

Per Arthur Danto Coleman la fine dell’arte non significa la morte della pittura e dell’arte plastiche – artistiche, e proprio non è la morte del fare arte è invece la fine dei modelli narrativi. Si tratta di un nucleo di problema centrale nella nostra civiltà, non soltanto nella storia dell’arte e nella storia dell’immagine di cui siamo eredi, e vittime ma proprio nella nostra civiltà. Quando parliamo di fine di una narrazione storica dell’arte, non è solo il modello narrativo che aveva incluso anche l’arte moderna e postmoderna, ma la possibilità stessa di un modello narrativo che rappresenti l’arte che ne legga il discorso in senso storico. (The End of Art). Hans Belting è uno storico dell’arte, formatosi come storico dell’arte medievale occidentale e bizantina e secondo Hans Belting   l’icona, di Cristo  ci mostra come un sistema di produzione di potere, cioè   la Chiesa Cattolica, e diventa la narrazione del  consenso. La Chiesa Cattolica sta usando un’immagine per raggiungere un target di consenso, per coinvolgere fasce di popolazione nell’adesione a un’ideologia e a una fede. Anche Donald Kuspit sostiene che oggi nell’arte non ci sono immagini ma solo codici. L’idea di stile diventa “permesso”.

Abbiamo raggiunto una situazione di non ritorno e bisogna perciò riconsiderare le regole del gioco che chiamiamo “storia dell’arte” secondo Belting. «Questo non vuol dire «rigettare necessariamente il canone che è iscritto nel patrimonio di conoscenze ereditato dalla pratica della rispettiva disciplina» e secondo sempre Belting. L’arte e sempre una domanda e Dickie  pensò che la risposta alla domanda “Che cos’è l’arte?” dovesse consistere in una definizione dell’arte e quindi formulò la sua teoria sostenendo che è arte qualunque cosa il mondo dell’arte dichiari tale. Ora, il mondo dell’arte è un’istituzione, che comprende critici, collezionisti, curatori, artisti, storici dell’arte, e via dicendo, e dal momento che ho ritenuto che non c’è arte senza un mondo dell’arte, è ovvio che l’arte deve essere qualcosa di istituzionale.[2] Tutti conosciamo che l’estetica o storia dell’arte, era una sorta di sublimazione, e proprio di controllo da parte della forma. In realtà il regno dell’arte e dell’estetica è quello di una gestione convenzione dell’ illusione. Le immagini sono oggetti ironicamente puri. E l’estetica diventa un oggetto feticcio che cerca una forza. Fine della rappresentazione, fine dell’estetica, fine dell’immagine, apre oggi la banalità tecnica dei nostri oggetti e delle nostre immagini. Il nostro segreto è sempre il segreto della seduzione. Però la seduzione oggi e la tecnologia che fa la parodia di se stessa, vomita se stessa.

Danto era molto ottimista quando scriveva che “…quel che è interessante ed essenziale nell’arte è la capacità spontanea che ha l’artista di permetterci di vedere il suo modo di vedere il mondo – non semplicemente il mondo, come se un dipinto fosse una finestra, ma il mondo nel modo in cui lui ce lo offre.” (La trasfigurazione del banale). Perché gli oggetti si trovano al di là della forma estetica. Sono oggetti banali, oggetti tecnici, oggetti virtuali, oggetto mimetici,  ma non oggetti dell’ estetica, siccome sono oggetti feticci, senza significato, senza valore, offrono l’ illusione pura della tecnica. Perché oggi non c’è un puro pensiero ad un’ esperienza d’ arte.

La domanda è: viviamo la fine dell’arte? o viviamo la morte della fantasia? Il passaggio in una società  dello spettacolo e in una società dell’informazione, ha portato la morte della fantasia, la morte dell’immaginario. La morte (la morte della fantasia) non è un destino oggettivo, ma un appuntamento. Neppure lei può recarvisi, perché è lei questo appuntamento, ossia la congiunzione allusiva dei segni e delle regole che fanno il gioco. La morte è solo un elemento innocente, e questa è l’ironia segreta del racconto, che lo rende diverso da un apologo moralistico o da una banale storia di pulsione di morte, e fa si che lo si consideri un motto di spirito, nella sublimità del piacere.

Note:

  1. G.W.F.Heggel , Estetica Feltrinelli, Milano, pag, 889.
  2. Arthur Coleman Danto. Filosofia Arte Bellezza. di Giacomo Fronzi. MicroMega.

 

Apostolos Apostolou

Docente di Filosofia. Atene.

In memoria di Giovanni Benocci (alias Giovanni Stefano Savino)

Giovanni Paolo II, il papa polacco, gli aveva profetizzato che sarebbe arrivato a cent’anni; ha mancato di poco quel traguardo, Giovanni Benocci, spentosi ieri a Firenze all’età comunque ragguardevole di 98 anni. Nato nel 1920, Giovanni Benocci ha iniziato a scrivere poesie in tarda età e, come a recuperare il tempo, ne ha scritte tantissime, pubblicando molti volumi presso le Edizioni Gazebo, dal 1993 ai nostri giorni, firmandosi come Giovanni Stefano Savino. È stato molto amico di Mariella Bettarini e Gabriella Maleti, con cui ha scritto e pubblicato un Trialogo. Grazie a questa amicizia ho conosciuto il poeta, autore anche di articoli sulla musica classica che sono poi stati raccolti e pubblicati, sempre con Gazebo, in Schegge di vita e d’arte. Quegli scritti risalivano a diversi anni prima, contemporanei allo scambio epistolare tra il laico Giovanni e l’omonimo papa, con cui era in rapporto di amicizia. Ricordo le giornate passate sul pc a trascrivere i suoi dattiloscritti e poi le mattinate a casa sua, abbarbicata sulla via Bolognese (quante scale per arrivarvi…), per correggere le bozze da me poi impaginate. Un lavoro che mi ha permesso di conoscere meglio questo personaggio che tanto ha visto della storia del passato secolo: un uomo gentile, coltissimo ma modesto: ha lasciato moltissimi versi inediti e il famoso epistolario scambiato col pontefice che, se pubblicato, sarebbe di grande interesse per gli storici. Soprattutto lascia un vuoto nei cuori di chi l’ha conosciuto e ha goduto della sua amicizia.

Firenze, 16 novembre 2018

Quando la poesia cerca un nuovo linguaggio figurato

Di Apostolos Apostolou

Il rimando dal detto al non-detto costituisce il tratto peculiare della lingua dell’esperienza umana dirà Sprachlichkeit. Questo rimando rappresenta la virtualità del non ancora detto che resta sullo sfondo del dire.  Questo non succede con la poesia?

La poesia è il non-detto della propria identità, un topos itinerante (come non luogo) che significa sia dimora che partenza verso l’ estraneo.  Una volontà di ciò che non è, il centro delle grandi assenze, un inizio del non inizio.

Cosi la poesia rimane un divenire. L’esilio della lingua. Il fascino del tutto – nulla, provando sia il tutto che il nulla. Cosi la poesia diventa l’ombra nello spazio – tempo.

La lingua della poesia proviene dall’altro che funziona come dialogo indefinibile. Ecco un poema di Paul Valéry:

Chanson à part 

Que fais-tu ? De tout.

Que vaux-tu ? Ne sais,

Présages, essais,

Puissance et dégoût…

Que vaux-tu ? Ne sais…

Que veux-tu ? Rien, mais tout.

 

Que sais-tu ? L’ennui.

Que peux-tu ? Songer.

Songer pour changer

Chaque jour en nuit.

Que sais-tu ? Songer

Pour changer d’ennui.

 

Que veux-tu ? Mon bien.

Que dois-tu ? Savoir,

Prévoir et pouvoir

Qui ne sert de rien.

Que crains-tu ? Vouloir.

Qui es-tu ? Mais rien !

 

Où vas-tu ? À mort.

Qu’y faire ? Finir,

Ne plus revenir

Au coquin de sort.

Où vas-tu ? Finir.

Que faire ? Le mort

 

Traduzione in italiano:

Cosa fai? Di tutto
Cosa vali? Non so,
Presagi, prove,
Potenza e disgusto…
Cosa vali? Non so….
Cosa vuoi? Nulla, ma tutto
Cosa sai? La noia
Cosa puoi? Pensare
Pensare per mutare
Ogni giorno in notte
Cosa sai? Pensare
Per mutare la noia
Cosa vuoi? Il mio bene
Cosa devi? Sapere
Prevedere e potere
Che a nulla non serve
Cosa temi? Volere
Chi sei? Ma nulla!
Dove vai? A morte
A farci che? Finire
Non più ritornare
Alla porca sorte
Dove vai? Finire
Far cosa? Il Morto

Altre volte la poesia è come una sfida strema che opera come conflitto. E diventa l’orizzonte degli orizzonte lontani che ci procura le sue luci e offre profezie realizzate. E perché no, diventa una poesia clandestina, della memoria e della resistenza. Ecco un poema di  poeta greco Michalis Katsaros.

Il mio testamento.

Resistere

a colui che costruisce una piccola casa e dice: qui sto bene.

Resistere a colui che rientra a casa e dice: Dio sia lodato.

Resistere

al tappeto persiano dei condomini

all’ ometto dietro la scrivania

alla società d’ import-export

all’ istruzione di stato

alle tasse

a me stesso che vi parlo.

Resistere

a colui che per ore intere dal podio saluta le sfilate,

resistere al presidente del tribunale,

alle musiche ai tamburi e alle parate,

a tutti i congressi supremi dove chiacchierano

bevendo caffè i congressisti consiglieri,

a questa signora sterile che distribuisce

santini incenso e mirra

a me stesso che vi parlo.(Michalis Katsaros poeta greco.)

La forza della poesia è la metafora. Il linguaggio riporta una conoscenza relativa cioè non totale, non esatta. Esiste sempre una distanza cognitiva tra la comprensione dei significati e la conoscenza esperienziali dei significati. Questa distanza diventa ancora più grande quando i significanti linguistici trasmettono un senso senza rappresentare immagini o composizione d’immagini della realtà sensibile.

Quanto Aristotele ha parlato di metafora ( da μετά = oltre  e  φέρω = io porto fatto. Paragone abbreviato, fatto  mentalmente ma non espresso, per esempio sei una volpe = sei furbo come una volpe) voleva indicare la comprensione intuitiva della simbolica del linguaggio. Nella lingua esiste sempre il linguaggio figurato. E l’espressione linguistica passa dal polo iconico al polo astratto.

La poesia esprime sempre il rifiuto di esaurire la conoscenza nella sua formulazione. E questo perché l’uomo è una natura con accidenti. L’uomo è una natura con accidenti significa che c’è sempre un elemento che fa la differenzia dell’uomo. La differenza tra la logica concreta e delelemento fuori della logica concreta prende il significato di domanda, ovvero connette il soddisfa il bisogno con qualcun altro, fuori dalla lingua concreta.

Però oggi viviamo  il rifiuto di identificare la comprensione dei significanti con conoscenza dei significati. La regia fra significato e significante non c’è. Il significato e il significante sono scomparsi, ma non a favore di una libertà aleatoria della parola, bensì a favore di una matrice chiamata codice. La reduplicazione dell’identico mette fine alla sua divisione. Dove era, l’Altro è giunto lo Stesso.

Perché succede questo? Ma perché le cose, i segni, le azioni vengono liberati dalla loro idea, dal loro concetto, dalla loro essenza, dal loro valore,  dal loro riferimento, dalla loro origine, e dal loro fine, allora entrano in un’ auto-riproduzione all’ infinito.

Oggi il significato dell’alterità diventa solo comparativo, cioè formale, perché l’altro è definito rispetto ad una data omotropia.  Con altre parole l’altro diventa lo stesso.   L’alterità oggi è diventata psicodramma, sociodrammatica, semiodrammatica, semiodrammatica, melodrammatica. E la poesia non ha la comprensione intuitiva della simbolica del linguaggio. Cosi possiamo dire che oggi  la poesia cerca trovare un linguaggio figurato.

 

Apostolos Apostolou

Docente di Filosofia.

Firenze Libro Aperto 2018: la fiera libraria cresce

Articolo di Massimo Acciai Baggiani

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Anche quest’anno, dal 28 al 30 settembre, mi sono recato alla fiera libraria alla Fortezza da Basso nella triplice veste di autore, giornalista e redattore in cerca di contatti con gli editori: è stata un’esperienza ancora più intensa ed emozionante rispetto all’anno scorso. La seconda edizione di Firenze Libro Aperto ha visto crescere enormemente questa iniziativa, portandola quasi al livello delle fiere di Torino e di Milano: si parla di decine di migliaia di visitatori e certo la folla tra cui mi faccio largo lo dimostra. La nuova linea della tranvia inoltre ha agevolato molto l’accesso alla Fortezza.

Tantissimi espositori da tutta Italia – qualcuno anche dall’estero, dalla Svizzera e dalla Germania – occupano i due piani del Padiglione Spadolini. Mi aggiro nel labirinto degli stand, seguendo la mia ispirazione. Sono ben rappresentate un po’ tutte le tipologie di editore e di libro; dal grande al piccolo, all’associazione no-profit, basata sul volontariato, dalla narrativa di successo al settore spirituale, dalle pubblicazioni di nicchia ai bestseller, dal fumetto ai graphic novel, dai materiali didattici per sordi (Il Treno) ai tantissimi fantasy (che testimoniano come questo genere, che piace molto anche a me, sia ancora vitale tra i giovani autori e lettori; cito un nome: Mala Spina), dalla saggistica alla narrativa, alla poesia. Tanti gli incontri con gli autori presenti, dai nomi meno noti a quelli più presenti nelle classifiche di vendita (Stefano Benni, Nanni Moretti, Leo Ortolani, Sergio Staino, Donato Altomare, tanto per farne alcuni).

Nomi importanti anche per quanto riguarda le serate, quando gli stand chiudono i battenti e il pubblico defluisce verso il ristorante nel seminterrato e, dopo essersi rifocillato spendendo il giusto, si va a sentire il concerto di Tricarico, Vecchioni, De André e altri grandi artisti della musica italiana. Le giornate di fiera si chiudono tardi; ce n’è per tutti i gusti.

Come autore ho avuto modo di presentare i miei libri presso il mio editore, Porto Seguro, che, nella persona di Paolo Cammilli, ha organizzato la fiera col prezioso aiuto dei suoi collaboratori, tra cui l’impareggiabile Lucrezia Neri (qui in basso nella foto insieme a me). Sono stato intervistato da due ragazze per una testata giornalistica online e poi di nuovo presso lo stand di Nuuuuz per una videointervista poi condivisa su Facebook.

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Ho visto libriccini d’arte, con allegata bustina da tè, da leggersi nel tempo di infusione (Narratè), blind books confezionati in buste chiuse con la sola indicazione di aggettivi che ne descrivono il contenuto (Mds), un Pinocchio tradotto in “emojitaliano” (Apice); ho incontrato i miei editori, quelli che hanno creduto in me e hanno investito sulle mie opere senza chiedermi un centesimo (come la milanese Abeditore, che ha pubblicato La compagnia dei viaggiatori del tempo, e naturalmente lo stesso Cammilli), ho stretto molte mani e riempito il mio zaino di libri, dépliant e cataloghi.

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Particolarmente interessante è stato l’incontro con Adriano Forgione, con cui ho un’amicizia in comune a Monterotondo: Antonella Pedicelli. È stata lei a fare da tramite e devo dire di aver conosciuto una persona speciale, con cui sono entrato subito in sintonia. Altro incontro notevole: quello con Donato Altomare, il noto autore italiano di fantascienza, premio Urania. Ho assistito alla sua presentazione e sono riuscito a scambiare alcune parole con lui; mi ha fatto particolare piacere visto il comune interesse per questo “genere” narrativo (anche se a lui non piace molto questa parola “genere”). Non mi dimentico nemmeno della copia di Il rumore della pioggia che Gigi Paoli, autore che ho imparato ad apprezzare durante il mio stage in Giunti e poi conosciuto sul web, mi ha firmato poco prima della sua presentazione de La fragilità degli angeli (appena uscito con la nota casa editrice fiorentina, e da me revisionato durante lo stage).

Non sono stato solo in questo viaggio lungo tre giorni, navigando tra i vari stand. Sono stati al mio fianco gli amici e colleghi scrittori Antonella Bausi, Lenio Vallati, Stefano Carlo Vecoli (di loro due ho seguito le rispettive presentazioni di libri) ma soprattutto Carlo Menzinger, con cui ho presentato Radici e alcuni suoi romanzi, presso lo stand del nostro comune editore. Ho avuto occasione di dire due parole anche sul mio ultimo libro, Il sognatore divergente; una biografia di Carlo, edita anch’essa da Porto Seguro. Carlo mi ha presentato a sua volta alcuni suoi amici scrittori con cui ha collaborato, e Carlo Bordoni, direttore di «IF – Insolito & Fantastico», oltre al già citato Altomare.

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Per quanto riguarda invece la mia personale indagine sul mercato del lavoro nel settore dell’editoria – area dove vorrei lavorare come redattore e impaginatore – domandando a destra e a sinistra il quadro che si è formato non è incoraggiante. In Italia non c’è lavoro, o ce n’è pochissimo, anche nelle case editrici, fiorentine e non, piccole e grandi. C’è crisi, inutile nasconderlo, come cercano di fare alcuni. Parliamoci chiaro. Le piccole realtà faticano a sopravvivere, ma la crisi investe anche i grandi. Personalmente ho grande stima per chi intraprende il mestiere di editore, che richiede certo passione e amore sconfinato per i libri: con tutto il rispetto per l’EAP, la mia stima va a quegli editori che ancora investono nei loro autori, che ci credono, che portano avanti la letteratura di qualità in questo paese dove forse cinque o sei persone riescono a vivere di scrittura. Chapeau!

Firenze, 30 settembre 2018

Copertina IL SOGNATORE DIVERGENTE prima

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All’inizio fu l’amore

Di  Apostolos Apostolou

Amanti, fatevi godere sempre di più
BRETON

 

Spesso quando si parla dell’amore si confonde con la sessualità (per esempio la psicoanalisi, la passione. Freud ha fornito a ciò una giustificazione teorica, riducendo l’amore a eros e l’eros a libido, a pura pulsione sessuale che lotta contro ogni repressione e inibizione.) Però abbiamo due facce dell’ amore, come eros, e come agape. Agape, troviamo questa parola per la prima volta nell’opera di Sofocle Edipo a Colono e nell’opera di Euripide Alcesti, e poi troviamo la parola nell’ età ellenistica di Egitto. Agape non significa solo amore, disinteressato, fraterno, o smisurato, ma anche  referenzialità autotrascendente. Perché l’agape è l’autotrascenda l’individualità – naturale, determinata ed esista come autodisposizione alla relazione e al dono di sé. La differenza tra amore e agape non c’è. Perché amore non è solo il desiderio che ha il carattere del bisogno, ma proprio è maggiormente con il significato di domanda. Il desiderio è “domanda d’amore” secondo di Lacan. Dicendo indicativamente Lacan che il desiderio connette il bisogno con la domanda, ma significa che nell’ uomo il bisogno ha carattere relazionale, ha un carattere “trapassa verso” l’ altro. Ecco perché nella Patrologia Cristiana eros e agape è un desiderio dominante della esistenza di una vita – come – relazione è mediato dal bisogno della vitalità. lo Pseudo Dionigi Areopagita scriverà che “Dio è eros ” [1] , sostituendo questo termine a quello di agape nella celebre frase di Giovanni (1 Gv 4,10). Però secondo Platone la parola «agape» non c’è. Eros secondo Platone costituisce il presupposto vitale. Nell’accezione nobile (secondo Platone) esso indicava l’amore per la bellezza, la forza che tiene insieme il mondo e spinge tutti gli esseri all’unità, cioè quel movimento di ascesa verso il divino. Platone scrive: «Perciò, in quanto figlio di Poros e di Penìa, Amore si trova in questa condizione: in primo luogo è sempre povero e tutt’altro che tenero e bello, come invece ritengono i più, anzi è aspro, incolto, sempre scalzo e senza casa, e si sdraia sulla terra nuda, dormendo all’aperto davanti alle porte e per le strade secondo la natura di sua madre, e sempre accompagnato dall’indigenza. Invece per parte di padre insidia i belli e i virtuosi, in quanto è coraggioso e ardito e veemente, e cacciatore astuto, sempre pronto a tessere intrighi, avido di sapienza, ricco di risorse, e per tutta la vita innamorato del sapere, mago ingegnoso e incantatore e sofista; e non è nato né immortale né mortale, ma in un’ora dello stesso giorno fiorisce e vive, se la fortuna gli è propizia, in altra invece muore, ma poi rinasce in virtù della natura del padre, e quel che acquista gli sfugge sempre via, di modo che Amore non è mai né povero né ricco, e d’altra parte sta in mezzo fra la sapienza e l’ignoranza. » (Platone, Simposio, 203c-d-e, trad. it. Franco Ferrari). Fedro inizia la sua dissertazione.”Così io sostengo che Amore è il più antico fra gli dei, il più meritevole di onore e quello che è più padrone di spingere gli uomini da vivi e da morti, all’acquisto della virtù e della felicità.”  Per Fedro l’amore è un dio, più grande di tutti gli dei, più antico di tutti gli dei. Dice: “è talmente forte l’amore che gli eserciti dovrebbero essere fatti da amanti e da amati, allora sarebbero degli eserciti invincibili”. Qual è il segno dell’amore? Il sacrificio. Per Fedro il sacrificio è il più grande segno d’amore e porta come esempio Alcesti. Alcesti aveva un marito, Admeto, che doveva morire. E lui chiese ai suoi genitori: “Per favore, genitori miei, potete morire al posto mio?”. E i genitori gli hanno detto di no. Invece la moglie lo fa. Alcesti muore al posto del marito. È così ammirata dagli dei, che la premiano e, dopo un po’, la riportano in vita. Lacan descrive il sacrificio dell’ amore  cosi: L’amore è dare ciò che non si ha, e non si può amare se non facendosi non averti, anche se si ha.

Con l’amore il desiderio trascende lo scopo della pulsione,e con altre parole possiamo dire che, non si esaurisce nel soddisfacimento degli impulsi, perciò incorpora le pulsioni per la vita della mancanza. La complicata metafora dell’amore è questa inversione di posizioni: quando l’oggetto diventa soggetto, secondo Giancarlo Dotto. E come lui dice è  lì, quando la mano protesa dell’amante evoca «il ceppo» che brucia dell’amato, è lì che si compie per un attimo il miracolo dell’amore. L’amore, per il Lacan errante e transitorio del suo ottavo seminario pubblico, non somiglia a quello di Freud, arreso nella ripetizione dello scacco, nella partita a perdere di Narciso allo specchio, condannato a trovare se stesso nell’altro. (Giancarlo Dotto Giornale la Stampa.) Secondo le leggende più antiche, poi, dal Caos fu generato anche Eros , il dio dell’amore che colpiva con le sue frecce gli uomini e gli dei e li faceva innamorare; altre leggende lo vogliono nato da Afrodite e Ares, ma in ogni caso Eros è simbolo della forza dell’amore che fa girare il mondo, dà la vita e sconvolge l’esistenza, visto che le frecce di Eros portavano un bello scompiglio. Eros o amore non è promessa e non è dedito. Anche l’agape non salve e non custodisce l’eros nella prosa del quotidiano come scrivano molti psicologi. Un greco filosofo scriveva che  l’ eros è una forza centripeta, che trascina il mondo circostante verso di sé, l’ agape è, invece, una forza centrifuga, capace di andare verso ciò che la circonda. Molti teologi dicono che eros e agape sono due facce di un’unica realtà e stanno di loro in rapporto dialettico. Il dialettico tra eros e agape apre la possibilità o forse la necessità di un duplice cammino: vivere l’eros nell’orizzonte dell’agape. Non  c’è questa differenza che dicono e scrivono molti, cioè l’ eros è una relazione che vede il “sé” al primo posto, perché l’ eros è egocentrismo, e l’ agape invece mette l’ “altro” al primo posto è allocentrismo.

L’amore è un ascolto “empatico” che genera effetti positivi è una attenzione anche al proprio sentire. Il greco poeta Odisseas Elitis (premio nobel) scrive:     

È presto ancora in questo mondo, mi senti

I mostri non sono stati domati, mi senti

Il mio sangue perduto e l’affilato, mi senti

Coltello

Come ariete corre nei cieli

E delle stelle spezza i rami, mi senti

Sono io, mi senti

Ti amo, mi senti

Ti prendo per mano, ti conduco, ti metto

La bianca veste nuziale di Ofelia, mi senti

Dove mi lasci, dove vai e chi, mi senti

 

Ti tiene per mano lassù tra i diluvi

 

Le gigantesche liane e la lava dei vulcani

Verrà giorno, mi senti

Che ci seppelliranno e poi, dopo migliaia di anni, mi senti

Non saremo che pietre lucenti, mi senti

Dove si rifrangerà l’indifferenza, mi senti

Degli uomini

E migliaia di pezzi da buttare, mi senti

 

Nell’acqua ad uno ad uno, mi senti

Conto i miei amari ciottoli, mi senti

E il tempo è una grande chiesa, mi senti

Dove le icone a volte, mi senti

Dei Santi

Piangono lacrime vere, mi senti

Le campane aprono in alto, mi senti

Un profondo valico per lasciarmi passare

Gli angeli aspettano con ceri e salmi funebri

Non me ne andrò via di qui, mi senti

O insieme tutti e due o nessuno, mi senti

 

Questo fiore della tempesta e, mi senti

Dell’amore

Una volta per sempre lo cogliemmo, mi senti

E non potrà più fiorire, mi senti

Su altri pianeti o stelle, mi senti

Non c’è la terra e neppure il vento

Lo stesso vento che toccammo, mi senti

 

E non un giardiniere che ci sia riuscito, mi senti

 

Da inverni e bore simili, mi senti

Spuntare un fiore, solo noi, mi senti

In mezzo al mare

Con la sola volontà dell’amore, mi senti

Alzammo intera tutta un’isola, mi senti

Con grotte, promontori e rupi in fiore

Senti, senti

Chi parla nelle acque e chi piange – senti?

Chi cerca l’altro, chi grida – senti?

Sono io che grido ed io che piango, mi senti

Ti amo, ti amo, mi senti. [2]

L’amore ha saputo preservare la sua dose di liberta. L’amore non s’è  mai separato da una certa clandestinità, battezzata intimità. Oggi la scintilla della passione amorosa si spegne sotto le ceneri della falsa comunicazione.

Punti:

1  Pseudo- Dionigi Areopagita, I nomi divini, IV,12 (PG, 3, 709 ss.)

2 O.Elitis Monogramma, Traduzione P.M.Minucci.

Apostolos Apostolou

Docente di Filosofia.

 

Viaggio letterario nel Cadore

Di Massimo Acciai Baggiani

I miei lettori sanno che amo la montagna e che da molti anni ormai passo le mie vacanze a Sappada, sulle Dolomiti ora friulane (venete fino a qualche mese fa), dove ho scritto e ambientato i racconti fantastici di Un fiorentino a Sappada (la prima edizione è del 2012, la seconda del 2017). Ogni anno, nella seconda metà di luglio, prendo il treno da Firenze insieme a un mio amico, fortunato possessore di una multiproprietà in un residence sappadino, il quale mi ospita per due settimane. Dopo una serie di cambi di treno arriviamo infine a Calalzo di Cadore, in riva all’omonimo lago, dove ci liberiamo i polmoni dall’afa opprimente di città e li riempiamo con quella fresca e frizzante delle Alpi. Appena scendiamo dal regionale entriamo in un altro mondo, fatto di paesaggi incantati antichissimi e sempre suggestivi. Da Calalzo il pullman della Dolomitibus ci porta, in un’oretta, alla nostra meta, percorrendo boschi e vallate che sembrano appartenere a un mondo di fiaba. Attraversiamo località con i nomi bilingui sui cartelli, quali Domegge, Lozzo, Santo Stefano, Campolongo (tutti rigorosamente con la dicitura “di Cadore”) dove salgono e scendono turisti e locali.

Frequentando per tanti anni questi luoghi, ed essendo un accanito lettore, praticamente un drogato di libri, era inevitabile mi venisse la curiosità di leggere qualcosa di ambientato lassù. Le mie ricerche nella biblioteca comunale di Sappada mi hanno portato a due nomi femminili: quelli di Francesca Bertuzzi e di Barbara Pascoli. A queste gentili donzelle si è affiancato anche Francesco D’Agostino, scovato da qualche parte sul web. Non ho trovato altro nella narrativa contemporanea ambientata nel Cadore, ma è comunque un buon inizio per scoprire come questa regione alpina ha ispirato scrittori non autoctoni (stranamente di autoctoni invece non ne ho trovati…).

francesco d'agostinoIniziamo proprio dal D’Agostino, autore di La porta di Sabàsa (2017). Comincio da questo perché è ambientato proprio tra Calalzo e Pieve di Cadore, la “porta” delle mie vacanze dolomitiche. Francesco D’Agostino è un autore palermitano che, come me, ama queste regioni e le conosce bene: nel romanzo, un thriller soprannaturale, vengono citate varie figure mitologiche locali (i crodères, i salvàn, le anguànes e le stries) ed altre più antiche e inquietanti, dal sapore lovecraftiano, quali Tuxul-lùgh e la dea preistorica Trumusiate. Divinità crudeli e sanguinarie, demoniache, con cui devono confrontarsi i troppo curiosi protagonisti – Aldo e Franz. Si tratta di due amici di vecchia data: il primo è un pittore omosessuale appassionato di esoterismo, che vive isolato nel Cadore, il secondo è l’amico forestiero che condivide la passione per l’alpinismo e viene introdotto da Aldo ai misteri della mitica città sotterranea di Sabàsa, da cui verrà la dannazione per entrambi. L’ambientazione è contemporanea ma lo stile e l’atmosfera fanno l’occhiolino ai grandi classici del gotico anglosassone, in primis Lovecraft e Poe. Tra gli autori nostrani con cui fare un confronto mi viene invece in mente Landolfi. Si tratta insomma di un romanzo breve piuttosto tradizionale, da leggersi in una serata (ideale sarebbe farlo proprio in montagna, magari durante uno dei frequenti e spettacolari temporali alpini che ricreano la giusta atmosfera).

francesca bertuzziRimanendo negli stessi luoghi tra Pieve, Calalzo e Domegge, vale senz’altro la pena di leggere il thriller di Francesca Bertuzzi, La Belva (2013), di base ambientato a Domegge nel 2012. Protagoniste sono quattro amiche, ragazze molto giovani (di età compresa tra gli undici e i diciassette anni) che sono solite passare le vacanze ospiti della nonna della narratrice: Livia, Stella, Valentina e Rebecca (Bi). La vicenda è raccontata in prima prima persona da quest’ultima, testimone dei fatti misteriosi e paurosi di un’estate che l’ha vista abbandonare improvvisamente l’infanzia per entrare nel duro mondo degli adulti.

Le “cugy” sono molto unite tra loro, nonostante gli inevitabili battibecchi tra ragazzine, e dovranno fare ricorso a tutto il loro coraggio per affrontare la misteriosa “belva” che si aggira nei boschi uccidendo ragazzini. Ma si tratta di una belva soprannaturale, magari un’epidemia di zombi, o qualcosa di molto più “umano”? Al lettore lascio la soluzione dell’enigma: dirò solo che lo stile è moderno, rapido, accattivante, e la storia ti prende quasi subito per non lasciarti un attimo di respiro fino alla fine. È un romanzo che volendo si legge in una giornata, non importa dove dal momento che l’ambientazione montana non è centrale (potrebbe essere ambientata anche in campagna o comunque in un piccolo centro di vacanza, al limite anche al mare: insomma non c’è nulla di tipicamente cadorino), ma è anche a suo modo un romanzo di formazione, in cui le protagoniste diventano grandi attraverso le prove sapientemente narrate. L’autrice, nata a Roma nel 1981, è d’altronde un’esperta di scrittura: nel suo curriculum spiccano il master presso la Scuola Holden di Torino, le esperienze nel mondo del cinema e altri due romanzi precedenti (Il carnefice e Il sacrilegio): dei tre autori che cito in questo articolo e l’unica che ha pubblicato con un editore importante: Newton & Compton.

Dopo Domegge proseguiamo il nostro viaggio letterario, passando vicino ad Auronzo (anch’esso citato, con il suo bellissimo lago, sia nel romanzo della Bertuzzi che in quello di Barbara Pascoli, ma ben conosciuto anche dal D’Agostino), verso il Comelico Superiore. Dopo Presenaio oltrepassiamo ufficialmente il confine tra Veneto e Friuli, che fino al novembre 2017 si trovava tra Sappada e Forni Avoltri. Tra Presenaio e Sappada non c’è granché: una segheria, una galleria, e l’orrido dell’Acquatona (che ben si presta a qualche storia da brivido).

barbara pascoliArriviamo in paese. Fino al 2014, ossia per due anni, potevo dirmi l’unico scrittore vivente che avesse ambientato un libro a Sappada; questo prima che arrivasse la friulana (di Monfalcone) Barbara Pascoli a contendermi il primato col suo giallo L’uomo sbagliato. In realtà Sappada è solo una delle molteplici località in cui è ambientato il romanzo (Trieste, Gorizia, Grado, Atene, Londra…) ma è quella dove si svolge il clou della narrazione. A differenza degli altri due romanzi citati, qui non ci sono scene truculente e c’è anche molta ironia: si parla di storie sentimentali, di tradimenti, di viaggi. Neanche qui purtroppo Sappada è descritta in dettaglio, tuttavia il romanzo è godibile e lo stile avvincente. Trattandosi di un giallo non è bene spoilerare, quindi mi fermo qui.

marcovalerio bianchiSuccessivamente alla Pascoli c’è un altro autore che ha citato Sappada in un suo libro: si tratta di Marcovalerio Bianchi, scrittore fiorentino, e del suo Le cinque vite di Simone Bosco. Uscito nel 2017, è un romanzo dal sapore fantastico, il cui protagonista si trova a rivivere cinque vite consecutive, concessegli da dio, per riscattarsi dai propri errori. In un punto c’è un accenno alla cittadina dolomitica che vale comunque una citazione in questa breve panoramica sulla letteratura cadorina: un ricordo di una settimana bianca1.

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Una curiosità: sia L’uomo sbagliato, secondo libro dell’autrice friulana, sia Le cinque vite di Simone Bosco sono stati pubblicati da Porto Seguro2; lo stesso editore fiorentino con cui ho pubblicato il mio saggio-romanzo Radici (nel 2017). In quello stesso 2017 è uscita la seconda edizione del mio Un fiorentino a Sappada, raccolta di racconti, poesie e saggi tutti rigorosamente scritti e ambientati nella località alpina, teatro delle mie vacanze estive fin dal 1995. A differenza delle opere citate fin qui, il mio libro è profondamente ancorato al territorio e lo descrive nel dettaglio. Frutto di ricerche nella locale biblioteca (dove sono conservate le due edizioni, oltre ad altri miei libri) e di anni di osservazione “sul campo”, il mio libro è prima di tutto un atto d’amore verso queste montagne e i suoi abitanti. Un fiorentino a Sappada non rientra propriamente nel genere thriller come gli altri tre romanzi “cadorini” (anche se la dicitura in copertina dice il contrario) ma si rifà al fantastico, alla fiaba, all’horror e alla fantascienza (di cui sono avido lettore): questa vena visionaria mi avvicina di più al romanzo gotico di Francesco D’Agostino, il quale ha letto successivamente e commentato il mio libro3. Con le altre autrici invece ho avuto un rapporto epistolare tramite il Web, mentre stavo leggendo le loro opere circondato dallo stupefacente scenario dolomitico.

ilaria tutiPer completezza cito anche un altro thriller, uscito proprio quest’anno, ambientato sulle Dolomiti friulane, nell’immaginario paesino di Travenì (che, come dichiara l’autrice, esiste davvero sotto un altro nome: quel nome potrebbe essere proprio quello del suo paese d’origine, Gemona del Friuli, situato anch’esso in provincia di Udine ma più a sud rispetto a Sappada). Il romanzo è Fiori sopra l’inferno di Ilaria Tuti: è un buon giallo noir che però esula un po’ dal viaggio letterario nel Cadore, pur avendo la comune cornice dolomitica. Si tratta di un’indagine del commissario di polizia Teresa Battaglia, specializzata in profiling.

Firenze, 12 agosto – 3 settembre 2018

Note

  1. «Ogni anno partecipava alla settimana bianca della scuola e i suoi genitori, anche in virtù del fatto che portava sempre a casa degli ottimi voti, non potevano certo negargli questo piacere. Per Simone fu veramente memorabile la settimana bianca del febbraio del 1979, che la scuola aveva organizzato per le terze quarte e quinte, a Sappada, un paesino di circa un migliaio di abitanti della provincia di Belluno, in Veneto. Il primo giorno tutti i ragazzi della scuola furono portati a una pista per principianti dove erano attesi da diversi maestri di sci intenti ad esaminarli.» (Cfr. M. Bianchi, Le cinque vite di Simone Bosco, Firenze, Porto Seguro, 2017, p. 124).
  2. Sono stato proprio io a indirizzare Marcovalerio Bianchi, amico di un mio amico, presso l’editore fiorentino.
  3. https://segretidipulcinella.wordpress.com/2018/08/22/un-fiorentino-a-sappada/

Bibliografia

  • M. Acciai Baggiani, Un fiorentino a Sappada, Martina Franca, Lettere Animate, 2017.
  • M. Acciai Baggiani, P. Baggiani, I. Magnelli, Radici, Firenze, Porto Seguro, 2017.
  • F. Bertuzzi, La belva, Roma, Newton & Compton, 2013.
  • M. Bianchi, Le cinque vite di Simone Bosco, Firenze, Porto Seguro, 2017.
  • F. D’Agostino, La porta di Sabàsa, Sanremo, Leucotea, 2017.
  • B. Pascoli, L’uomo sbagliato, Firenze, Porto Seguro, 2014.
  • I. Tuti, Fiori sopra l’inferno, Milano, Longanesi, 2018.