Fiera del Thriller & Noir 2020

Di Massimo Acciai Baggiani

Il 2020 sarà senz’altro ricordato, nell’ambiente letterario, anche per il gran numero di eventi online che hanno sostituito, causa Covid, gli incontri in presenza. Certo, per quanto ben organizzata, una fiera da seguire davanti a uno schermo è un’altra cosa: non si possono toccare i libri, sfogliarli, stringere la mano agli autori, magari scambiare due parole con loro. La Fiera del Thriller & Noir di Claudio Secci tuttavia non ha fatto sentire troppo la mancanza di queste piccole cose: è stato un incontro entusiasmante, ricchissimo e intenso. Una maratona iniziata alle 10 di domenica mattina e terminata nove ore dopo, quando il sole era già calato oltre le nubi temporalesche di questa serata di finestate [1].

La preparazione di quest’evento, che ha visto coinvolti 24 autori, non deve essere stata cosa da poco per il CSU (Collettivo Scrittori Uniti); Claudio ha avuto infatti validi aiutanti, che ha ringraziato poi nel finale. Il tutto si è svolto tra Facebook e Youtube; Claudio è stato presente con diverse dirette FB: ai saluti iniziali, per spiegare i due momenti ludici con il CRUCSU (un cruciverba ispirato a due autori partecipanti – io ho vinto il primo [2]), il punto alla ripresa pomeridiana della fiera (giusto il tempo di un pranzo veloce) e naturalmente alle considerazioni finali con le premiazioni (al video più visto, all’autore che ha venduto più copie e a quello che ne ha acquistate di più [3]).

Un bilancio molto positivo per tutti noi autori e per gli organizzatori. Diversi i colleghi che conoscevo già (come Mala Spina) e che ho suggerito io stesso a Claudio (Carlo Menzinger, Renato Campinoti, Lorenza Mori) e molti di più quelli che ho conosciuto in questa occasione. Tanti quindi gli autori della scuderia di Porto Seguro [4]. Carlo ha parlato de La bambina dei sogni, un thriller soprannaturale pubblicato diversi anni fa, nato dal web [5]. Renato è intervenuto sul suo poliziesco Non mollare Caterina, citando tra l’altro la recensione che gli avevo dedicato. Lorenza ha presentato il suo romanzo I misteri della porta accanto, di cui avevo curato l’editing. Naturalmente conoscevo anche le opere di Claudio Secci, da me recensite: Claudio ad un certo punto è infatti passato da intervistatore a intervistato, “sedendosi” in via eccezionale tra noi autori. Non poteva essere altrimenti, essendo Claudio un grande autore di thriller: sua ad esempio la recente trilogia di Gisèle.

Il mio intervento, videoregistrato in precedenza come quasi tutti gli altri, consisteva in un’intervista che mi ha fatto Claudio, dandomi l’occasione di parlare brevemente di un genere letterario che ho praticato anch’io occasionalmente e di un mio progetto narrativo un po’ insolito: il romanzo collettivo, scritto con la tecnica del round robin, Perché non siamo fatti per vivere in eterno? (tra gli undici autori che ho chiamato a raccolta per questo esperimento figura lo stesso Claudio Secci).

La fiera è stata anche l’occasione per gli autori di smaltire le copie personali, offrendole scontate a chi ne avesse fatto richiesta tramite un commento sotto il rispettivo video: un valore aggiunto, dato dalla possibilità di avere una copia autografata e qualche gadget dell’autore ad un buon prezzo. Alcuni autori hanno venduto davvero molto. Tuttavia questa fiera è stata soprattutto l’occasione per uno scambio: quello che è sempre utile e prezioso tra artisti, mettendo da parte le rivalità e le manie di protagonismo che purtroppo abbondando in questo ambiente. Ho percepito autentica unione, vera fratellanza, e questa è stata la cosa più bella.

Firenze, 20 settembre 2020

Bibliografia

Acciai Baggiani M., Il sognatore divergente, Firenze, Porto Seguro, 2018.
Campinoti R., Non mollare Caterina, Firenze, Porto Seguro, 2019.
I Già Dimenticati, Perché non siamo fatti per vivere in eterno?, Firenze, Porto Seguro, 2019.
Menzinger C., La bambina dei sogni, autopubblicazione in copyleft, 2012.
Mori L., I misteri della porta accanto, Firenze, Porto Seguro, 2019.
Secci C., A piedi nudi, Sanremo, Edizioni Lucotea, 2017.
Secci C., Occhi lucidi, Sanremo, Leucotea, 2019.

Lista autori presenti e libri presentati

Claudio Secci “Disincanto”
Emanuela Navone “L’uomo con il berretto rosso”
Laura Gronchi “Ossessione”
Rossella Cirigliano “Locus Iste”
Bruno Balloni “Innocent”
Edoardo Guerrini “Il quaderno del Fato”
Marina Cappelli “Il Male Poeta”
Anna Nihil “Confessioni tra donne”
Carlo Amedeo Coletta “Jerry Comano”
Carlotta Amerio “Al limite del sogno”
Luca Serra “Novanta. Quando il calcio non è più un gioco”
Mala Spina “Victorian Horror Story”
Alessandro Del Gaudio “Tenebra Lux”
Diego Pitea “L’ultimo rintocco”
Maria Fonte Fucci “Accad(d)e”
Diego Altobelli “Omega ha tradito il mondo”
Simone Filoso Fiocco “L’ago di Cibele”
Gabriele Farina “Ancora pochi passi”
Angela Gagliano “La paziente zero
Elvira Mastrangelo “Di luce e di ombre. Mi ricorderò di non ricordarti”
Luisa Colombo “Legami pericolosi”
Renato Campinoti “Non mollare Caterina
Lorenza Mori “I misteri della porta accanto”
Carlo Menzinger “La bambina dei sogni”


[1] Ovviamente sto parlando delle condizioni meteo di Firenze.

[2] Consistente in una copia gratuita e autografata del romanzo di Angela Gagliano, La paziente zero, che leggerò con piacere.

[3] Quest’ultimo vinto dal mio amico Carlo Menzinger.

[4] Presso cui ho lavorato come editor dal 2019.

[5] Ne ho parlato nella biografia letteraria, Il sognatore divergente, Firenze, Porto Seguro, 2018.

La Città di Carta

Di Massimo Acciai Baggiani

Presso lo stand del GSF

Domenica 30 agosto andai con Carlo Menzinger all’ultima giornata della fiera libraria Lucca Città di Carta, presso il Real Collegio. Splendida location per un evento purtroppo non molto frequentato: ancora la paura del Covid era tanta. I chiostri dell’antico palazzo settecentesco presso le mura cittadine erano occupati da decine di stand, per lo più di case editrici provenienti da tutta Italia, perfino da San Marino (ma non mancavano i singoli autori e le associazioni culturali), mentre le sale ai piani superiori erano riservate alle presentazioni di libri ed eventi vari.

La giornata non era delle migliori: fummo accolti da pioggia torrenziale, che tuttavia lasciò presto il posto a un ventoso ma soleggiato e fresco pomeriggio di finestate. Presso lo stand del GSF (Gruppo Scrittori Firenze) ci attendevano i nostri amici e colleghi che avevano già disposte le loro opere sul banchino, alle quali aggiungemmo le nostre (io avevo portato una copia di: Perché non siamo fatti per vivere in eterno, Sempre ad est, La Compagnia dei Viaggiatori del Tempo, Letture per la quarantena e Il sognatore divergente). Poche mascherine a giro, per lo più abbassate, e pessimo servizio di ristorazione: la prima edizione di questa manifestazione mostrava molti punti deboli, da attribuire credo all’inesperienza degli organizzatori, i quali difettavano pure nell’informazione sui vari eventi della fiera.

Massimo Acciai Baggiani parla delle proprie opere durante la presentazione del GSF
Carlo Menzinger parla delle proprie opere durante la presentazione del GSF.

In attesa della presentazione del GSF, in tarda mattinata, feci colazione al bar e poi iniziai il mio giro esplorativo. Anche stavolta riuscii a parlare con molti editori e autori: la fiera era più piccola di quella di Pisa, ma non mancarono gli incontri interessanti, alcuni anche un po’ surreali. Da parte mia mi proponevo in veste di autore, editor, impaginatore e recensore: un’editrice mi informò che loro retribuivano gli editor “col metodo tedesco”, ossia dando loro una percentuale sulle vendite del libro curato (mai sentita prima una cosa del genere…) e quando dissi loro che chiedevo un compenso per il mio lavoro di recensore (a meno che non si trattasse di amici o autori che leggevo di mia iniziativa) mi guardò scandalizzata e disapprovante. «Noi siamo contro le recensioni a pagamento.» Fine del discorso, passai allo stand successivo.

Più avanti mi imbattei in una signora sulla cinquantina che aveva disposto sul banco la sua amplia produzione narrativa, composta da romanzi ucronici e in generale di fantascienza. Notando un suo romanzo che sembrava quasi un plagio di Romanitas di Sophia McDougall, pensai di presentarle Carlo (purtroppo non ce ne fu l’occasione). Mi misi a discutere con lei di utopie e distopie: lei negava che la speranza fosse qualcosa di positivo, i suoi romanzi erano molto pessimisti sul destino dell’umanità (e sul merito che questa ha di salvarsi), in pratica degli incubi orwelliani carichi di misantropia. Io al contrario nelle mie opere cerco sempre di infondere fiducia nel futuro del genere umano, prediligendo le utopie, pur consapevole – come ripeto sempre – che l’Uomo si trova a un bivio (se continua su questa strada andrà verso l’estinzione), mentre lei la vede proprio nera.

«Perché sul fondo del vaso di Pandora rimase la Speranza? Perché il mito la considera uno dei mali dell’Umanità?» mi domandò. Senza attendere risposta proseguì: «Perché sperare è un’illusione, porta a non fare niente per cambiare il mondo, aspettando che questo cambi da sé.»

Non potei che essere d’accordo, se vista in quest’ottica, ma le spiegai che per me la speranza è proprio il contrario: deve portare a rimboccarsi le maniche per migliorare il mondo. La disperazione, per come la vedo io, porta alla rassegnazione, all’immobilità. Le citai un bellissimo racconto di Ray Bradbury, Viaggiatore del tempo, e un aforisma di Oscar Wilde: «Una carta del mondo che non contiene il Paese dell’Utopia non è degna nemmeno di uno sguardo, perché non contempla il solo Paese al quale l’Umanità approda di continuo. E quando vi getta l’ancora, la vedetta scorge un Paese migliore e l’Umanità di nuovo fa vela. Il progresso altro non è che il farsi storia delle utopie.»

Concordammo sul fatto che la gente comune è fondamentalmente stupida e che esiste il rischio concreto di un disastro nel futuro prossimo.

«Speriamo di no» conclusi. «Speriamo che la gente prenda consapevolezza di questo rischio e che cambi paradigma mentale, andando verso un futuro che sarebbe comunque migliore di quello che ci aspetta se si continua col razzismo, il capitalismo e il disprezzo per l’ambiente.»

Alcuni autori ed editori si mostrarono interessati alla mia offerta di recensire i loro libri, come ad esempio Andrea Delìa e Nicoletta Riato, i quali avevano un banco tutto per il loro romanzo L’incanto del silenzio, edito da una minuscola casa editrice, molto curato dal punto di vista grafico. Anche M.T. mi regalò una copia del suo libro, fresco di stampa, Mimì e gli altri, autopubblicato sotto lo pseudonimo di Felice Felino & Margherita Pink: il gatto raffigurato in copertina non poteva non catturare l’attenzione di un amante dei mici come me. Infine l’editore di Toutcourt, di Roma, mi diede una copia del saggio di Emiliano Sabadello sul celebre romanzo di Stephen King, It, che a suo tempo apprezzai moltissimo. Con questo “bottino” tornai a Firenze, ripromettendomi di leggere questi tre libri nei giorni successivi (magari durante la mia breve vacanza presso il Santuario della Verna).

Firenze, 30 agosto 2020

Bibliografia

Bradbury, Viaggiatore del tempo, Milano, Mondadori, 2018.
Felice Felino & Margherita Pink, Mimì e gli altri, Autopubblicazione, 2020.
Riato N, Delìa A., L’incanto del silenzio, Edizioni Federica, s.d.
Sabatello E., Pennywise. Stephen King: It, realtà, infanzia, amicizia, Roma, Toutcourt, 2019.

Autori del GSF presso lo stand

Lista di opere di narrativa importanti per me

Di Massimo Acciai Baggiani

Massimo Acciai Baggiani in abiti d’epoca durante il festival “Il richiamo di Lovecraft”, Villa Demidoff, Pratolino, 22 settembre 2018 (Foto di Italo Magnelli)

Mi sono accorto, soprattutto ultimamente, che nel grande numero di libri che ho letto negli ultimi mesi – e anni – pochi sono davvero memorabili. La maggior parte si sono lasciati leggere, non hanno lasciato alcun segno. Altri non li ho nemmeno finiti. Altri ancora li ho trovati dozzinali e insignificanti. Mi sono messo a considerare quanti sono stati davvero i libri importanti nella mia vita, da quanto ho iniziato a leggere 39 anni fa: quelli di cui mi ricordo anche a distanza di decenni. La lista che segue, redatta non in ordine di importanza né cronologico, riguarda quelle opere di narrativa fondamentali per la mia formazione e vissuto, quelle che ho letto con maggiore soddisfazione. Alcune di queste le ho rilette più volte. Non sono in ordine di importanza (in effetti sono in ordine alfabetico) e NON me le porterei sull’isola deserta (a differenza della precedente lista dei 150 album musicali) in quanto sull’isola mi porterei libri che non ho ancora letto, con tutti i rischi che ciò comporta.

  1. Aldous Huxley, Il mondo nuovo
  2. Alessandro Manzoni, I promessi sposi
  3. Dino Buzzati, La boutique del mistero
  4. Edgar Allan Poe, Racconti del grottesco
  5. Edwin Abbott Abbott, Flatlandia
  6. Emmanuel Carrère, Baffi
  7. Emmanuel Carrère, L’avversario
  8. Emmanuel Carrère, La settimana bianca
  9. Geoffrey Chaucer, I racconti di Canterbury
  10. George Orwell, 1984
  11. Giacomo Leopardi, Operette morali
  12. Gianni Rodari, C’era due volte il barone Lamberto
  13. Gianni Rodari, Favole al telefono
  14. Giovanni Boccaccio, Decamerone
  15. Herbert George Wells, Il fu signor Elvesham
  16. Herbert George Wells, Il paese dei ciechi
  17. Herbert George Wells, Il sorprendente caso della vista di Davidson
  18. Herbert George Wells, La macchina del tempo
  19. Herbert George Wells, La porta nel muro
  20. Herbert George Wells, La storia di Plattner
  21. Herbert George Wells, Una storia dei giorni futuri
  22. Hermann Hesse, Siddharta
  23. Hermann Hesse, Sotto la ruota
  24. Howard Phillips Lovecraft, Le montagne della follia
  25. Isaac Asimov, Il ciclo della Fondazione
  26. Italo Calvino, La trilogia dei nostri antenati
  27. John Ronald Reuel Tolkien, Il signore degli anelli
  28. Jonathan Swift, I viaggi di Gulliver
  29. Jorge Luis Borges, L’Aleph
  30. José Rodrigues Dos Santos, Einstein e la formula di Dio
  31. Jostein Gaarder, Il mondo di Sofia
  32. Jostein Gaarder, Il venditore di storie
  33. Jules Verne: 20.000 leghe sotto i mari
  34. Jules Verne: Viaggio al centro della Terra
  35. Lev Nikolaevič Tolstoj, La morte di Ivan Il’ič
  36. Ludovico Ariosto, Orlando furioso
  37. Mary Shelley, L’ultimo uomo
  38. Michael Ende, La prigione della libertà
  39. Michael Ende, La storia infinita
  40. Michael Ende, Momo
  41. Miguel de Cervantes, Don Chisciotte della Mancia
  42. Norman Spinrad, Jack Barron e l’eternità
  43. Oscar Wilde, Il ritratto di Dorian Gray
  44. Paolo Giordano, La solitudine dei numeri primi
  45. Ray Bradbury, Cronache marziane
  46. Ray Bradbury, Fahrenheit 451
  47. Ray Bradbury, L’uomo illustrato
  48. Roald Dahl, La fabbrica di cioccolato
  49. Roald Dahl, Le streghe
  50. Roald Dahl, Storie ancora più impreviste 
  51. Roald Dahl, Storie impreviste
  52. Stephen Baxter, L’incognita tempo
  53. Stephen King, A volte ritornano
  54. Stephen King, I langolieri
  55. Stephen King, It
  56. Stephen King, Misery
  57. Tommaso Landolfi, Dialogo dei massimi sistemi
  58. Umberto Eco, Il nome della rosa
  59. Virgilio Martini, Il mondo senza donne
  60. Voltaire, Candido
  61. William Golding, Il signore delle mosche

A questi dovrei aggiungere i libri degli amici e colleghi viventi che ho avuto la fortuna di conoscere di persona (e ce ne sono diverse di opere che mi hanno formato non meno delle celebrità), ma mi pare più saggio non redigere un elenco anche di loro per non finire in un campo minato…

Firenze, 28 agosto 2020

Lista di 150 album musicali che mi porterei sull’isola deserta (non in ordine di importanza)

Di Massimo Acciai Baggiani

1-29) Tutti gli album di inediti dei Pooh

30) Pooh: 25 la nostra storia

31-44) Tutti gli album di inediti dei Queen (eccetto Flash Gordon)

45) Pink Floyd: Ummagumma

46) Pink Floyd: Atom Heart Mother

47) Pink Floyd: The Dark Side of the Moon

48) Pink Floyd: Wish You Were Here

49) Pink Floyd: Animals

50) Pink Floyd: The Division Bell

51-58) Genesis: gli album inediti da Trespass a …And Then There Were Three…

59) Banco del Muto Soccorso: Banco del Mutuo Soccorso

60) Banco del Muto Soccorso: Darwin!

61) Banco del Muto Soccorso: Io sono nato libero

62) Banco del Muto Soccorso: Come in un’ultima cena

63) Banco del Muto Soccorso: Canto di primavera

64) Banco del Muto Soccorso: Non mettere le dita nel naso

65) Banco del Muto Soccorso: Il 13

66) Le Orme: Amico di ieri

67) Le Orme: Felona e Sorona

68) Le Orme: L’infinito

69) Premiata Forneria Marconi: Storia di un minuto

70) Premiata Forneria Marconi: Per un amico

71) Francesco Guccini: L’isola non trovata

72) Francesco Guccini: Radici

73) Francesco Guccini: Via Paolo Fabbri 43

74) Francesco Guccini: Amerigo

75) Francesco Guccini: Metropolis

76) Francesco Guccini: Guccini

77) Edoardo Bennato: Sono solo canzonette

78) Riccardo Fogli: Mondo

79) Abba: The Definitive Collection

80) David Bowie: Space Oddity

81) Elton John: Greatest Hits 1970 – 2002

82-83) Beatles: 1962-1966 e 1967-1970

84) Baustelle: La moda del lento

85) Le Vibrazioni: Come far nascere un fiore

86) Lucio Battisti: Emozioni

87) Lucio Dalla: Cambio

88) Alejandro Sanz: Más

89) King Crimson: Island

90-118) Tutti gli album di inediti di Mike Oldfield

119) Cesare Cremonini: Bagus

120-123) Tutti gli album inediti dei Transatlantic

124-125) Neal Morse: Testimony 1 e 2

126) Neal Morse: One

127) Neal Morse: Sola Scriptura

128) Neal Morse: Lifeline

129) Neal Morse: Momentum

130) The Neal Morse Band: The Grand Experiment

131) The Neal Morse Band: The Similitude of a Dream

132) The Neal Morse Band: The Great Adventure

133-138) Primi sei album di inediti dei Renaissance

139) Emerson, Lake & Palmer: Fanfare for the Common Man – The Anthology

140) Haven’s Magic: Attraverso il cielo

141-142) Claudio Rocchi: Volo magico n. 1 e 2

143) Claudio Rocchi e Paolo Tofani: Un gusto superiore

144) Genesis: We Can’t Dance

145) Vangelis: L’Apocalypse des Animaux

146) Vangelis: Blade Runner

147) Vangelis: Oceanic

148) 883: Gli anni

149) Roby Facchinetti: Fai col cuore

150) Red Canzian: Io & Red

Su cinque racconti di Massimo Acciai Baggiani

 di Massimo Seriacopi

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Foto di Patrizia Beatini

La chiarezza e il coraggio che mostra nell’esporre le proprie idee in occasione di recensioni a scritti altrui costituisce, evidentemente, un’ottima base di preparazione per gli scritti propri, nel caso di Massimo Acciai Baggiani; o forse,viceversa, è la scrittura creativa esercitata che permette a questo interessante autore di penetrare così sensibilmente nelle opere che recensisce e di proporne lucide e profonde recensioni, come si può verificare nel corso del ricco percorso di critico letterario tracciato negli anni da questo fine intellettuale e letterato.

Infatti nelle sue creazioni narrative, in ognuno dei cinque “casi” qui presi in esame, subito risaltano la limpidità compositiva ed espositiva per quanto riguarda il significante, con una raffinatezza nell’uso linguistico e nello stile mai affettata, e il coraggio di negazione di stereotipi e di soluzioni scontate, poiché anche quando Massimo propone una aemulatio o cita apertamente autori “consolidati” dalla tradizione narrativa sa percorrere strade inusitate e improntate, appunto, a una coraggiosa originalità.

I risultati? Affascinanti, sia per l’attrattiva che il godimento della lettura promette, sia per i contenuti, che molto invitano a riflettere sulle situazioni etiche, politiche, sociali che permeano l’esistenza umana (e quindi non sfugga una valenza “educativa”, nel senso etimologico del termine).

E proponiamo allora qualche osservazione su ognuno dei cinque racconti analizzati, cominciando da Che tu possa vivere in tempi interessanti, rendiconto di un percorso di vita che, oltre a proporre una meditazione sul senso dell’esistere (e sulla solitudine esistenzial, imposta e/o scelta), non rinuncia a infliggere oneste stilettate al modus operandi dell’attuale contesto sociale.

Pars destruens e pars construens arrivano allora a convivere felicemente: alla critica sociale si affianca una esemplarità di pensiero e di itinerario esistenziale che insegna, che fa desiderare di essere migliori, come quando ci si innamora, perché questo lo scrittore dimostra di essere, un innamorato di alti e nobili ideali che si augura, evidentemente, di sapere condivisi e di vedere realizzati nella loro applicazione concreta.

Inversione gravitazionale applica egregiamente la tecnica dello straniamento e del ribaltamento del punto di vista: in una compagine sociale nella quale per darci sicurezza si tende all’omologazione, vogliamo provare, propone tra le righe Massimo, a vedere cosa succede se ribaltiamo completamente il punto di vista, l’ottica dalla quale osserviamo il mondo? Certo sarà difficoltoso muoversi, specie all’inizio, in un contesto così radicalmente ribaltato; ma se poi scopriamo che è meglio tuffarsi nella vertigine che non abbracciare un vuoto travestito da ineluttabile richiesta delle convenzioni, rinunciando così alle proprie pulsioni verso l’eterno e l’infinito, invece che condurre un esserci senza vera vita che ci rinchiude in una dimensione asfittica?

E ancora, in Le mappe lunari, una invitante esaltazione delle passioni, la scoperta del proprio daimon, lo scontro con un destino che sembra voler troncare le nostre aspettative, e il titanico slancio verso quello che dobbiamo, e ripeto dobbiamo, realizzare di noi, se la vita ha un senso, se gliene vogliamo dare uno, pur conoscendo i nostri limiti, le nostre fragilità, il nostro punto d’arrivo alla fine.

E poi il corrosivo racconto L’ultima e la prima goccia, degno di un’operetta morale di leopardiana memoria (quella del Dialogo di un folletto e di uno gnomo, per intenderci), per riflettere sul fatto che su questo pianeta siamo ospiti, troppo spesso non rispettosi e nocivi nei confronti di chi ci dà sostentamento, e non padroni che diventano un cancro per l’ambiente; incalzante e lucidissima, la narrazione rivela grande efficacia.

Per concludere, Nadia e Ultimino (La gente nei tuoi occhi), gustosa presentazione di un futuro distopico forse non così lontano o irrealizzabile e del confronto tra allucinazioni (che però portano verso una speranza, come il nome russo della protagonista etimologicamente suggerisce) e condizioni reali (a volte più allucinanti delle allucinazioni), tra disagio nel contatto con la moltitudine e volontà di comunicazione vera con “l’altro da sé”, ma con la considerazione, anche, che la breve e difficile esistenza umana non ci lascia presagire un buon finale, e che proprio per questo al nostro “volo di farfalla” dobbiamo impegnarci a dare un senso che altruisticamente si apra verso la solidarietà.

Di tutti questi elementi le narrazioni di Massimo Acciai Baggiani si sostanziano e su tutto questo indaga con tali strumenti letterari regalandoci così utile e piacevole sapientemente miscelati.

Un futuro contraddittorio

Di Massimo Acciai Baggiani

lucky starrIsaac Asimov (1920-1992) è e rimarrà per sempre un mito per me, un vero gigante della fantascienza, tuttavia alcuni suoi libri, per sua stessa ammissione, risentono in misura maggiore o minore dell’obsolescenza a cui questo genere narrativo è condannato dal continuo avanzare della conoscenza scientifica. Questo nulla toglie alla godibilità dei suoi romanzi e racconti, ambientati in un futuro remoto: un buon intreccio e una buona narrazione rimangono tali anche se vengono superati i presupposti astronomici. Di Asimov ho letto buona parte della sua sterminata produzione, dalla narrativa alla saggistica; mi mancava il ciclo di Lucky Starr. Ho colmato di recente questa lacuna; la lettura dei sei romanzi che compongono la saga, scritti tutti negli anni Cinquanta e ambientati in un futuro distante migliaia di anni, mi ha suscitato diverse riflessioni.

Vediamo innanzitutto di cosa si tratta. Lucky Starr è un giovane agente del Consiglio delle Scienze, una potente organizzazione governativa la cui giurisdizione si estende sull’intero sistema solare: il suo vero nome è David, il soprannome Lucky (“fortunato”) gli viene dal fatto che riesce a cavarsela brillantemente in ogni situazione grazie anche all’aiuto della sua buona stella (giusto per rimanere in tema spaziale) oltre che alla sua intelligenza e coraggio, e dall’aiuto dei suoi amici. Ciascuno dei sei romanzi che lo vedono protagonista è ambientato in un luogo specifico del Sistema – nell’ordine: Marte, la Cintura degli Asteroidi, Venere, Mercurio, le lune di Giove e gli anelli di Saturno – colonizzato da secoli dai terrestri (diventati poi marziani, venusiani, eccetera), tranne Saturno (lì c’è una storia a parte, narrata nell’ultimo romanzo).

Le vicende del nostro Consigliere rientrano a pieno titolo nella fantascienza d’azione, ma con contaminazioni di spionaggio e giallo. Lucky è in pratica una sorta di 007 futuribile, che lavora per il suo pianeta, la Terra, contro il cattivo di turno – quasi sempre legato ai perfidi Siriani (in questo universo narrativo l’Umanità ha scoperto il salto nell’iperspazio e ha colonizzato vari esopianeti nella Galassia), o ai Siriani stessi (che fanno la loro comparsa di persona alla fine del ciclo). Sua spalla, amico e collaboratore è il nano Bigman (nome ironico ovviamente), marziano, con cui stringe un sodalizio nel primo romanzo per portarlo avanti per tutta la serie.

Lasciando da parte le vicende spionistiche (pure interessanti) e le descrizioni (non più attuali) dei vari pianeti, mi interessa qui analizzare l’immagine asimoviana del futuro. Lo trovo contraddittorio: da una parte si parla di un mondo altamente tecnologico, basato sulla scienza e il razionalismo, con invenzioni strabilianti e un universo le cui distanze astronomiche sono ridotte enormemente da astronavi in grado di viaggiare più veloci della luce, che al tempo stesso sono alla portata economica di tutti o quasi; dall’altra parte è un mondo culturalmente primitivo, al livello di western. I personaggi appaiono ben poco civili, sempre pronti a menar le mani e a buttarsi in scazzottate che sono fuori luogo perfino nel nostro presente; gli uomini (siano Terrestri, Marziani, Venusiani, Siriani eccetera) sono rimasti bellicosi come durante la Guerra Fredda e i politici non sono migliori di quelli del passato. Solo i robot, paradossalmente, sono più evoluti degli uomini, in quanto impediti dalle tre famose leggi della robotica a ricorrere alla violenza e all’inganno. Non c’è stato insomma alcun progresso dal punto di vista morale, tranne un sottinteso ateismo, e continua a valere quanto notato da Salvatore Quasimodo nella sua poesia Uomo del mio tempo. Ottimista sotto molti aspetti, in questo Asimov è pessimista: la sua visione storica è statica dal punto di vista della psiche umana: non importa quale sia il livello tecnologico raggiunto, gli ideali rivoluzionari di libertà, fraternità e uguaglianza rimarranno sempre irraggiungibili. Addirittura si avrà un’involuzione in un futuro ancora più remoto: l’intera Galassia sarà sotto un Imperatore![1]

La vita umana non sarà sacra e inviolabile nemmeno tra trentamila anni (questo pare il limite, se non erro, a cui si spinge il Ciclo della Fondazione), e ciò rende possibile le profezie di Hari Seldon tramite la sua Psicostoria. Questa è l’unica cosa che non condivido del grande scrittore americano: per come la vedo io (e non solo io) l’uomo è arrivato a un bivio; se non muterà di paradigma, se continuerà con la solita visione nazionalista e violenta, andrà incontro a un’estinzione sicura entro questo secolo, altro che trentamila anni! La visione politica di Asimov non è sostenibile in un’ottica di futuro remoto, l’uomo potrebbe distruggere questo pianeta ben prima di poterne colonizzare altri. Ma questo non era prevedibile, credo, settanta anni fa, quando Asimov ha creato questo ciclo…

Concludo con una nota che da esperantista e linguista mi ha colpito: Asimov non fa mai menzione in questo ciclo di quali lingue parlino i vari personaggi, lasciando supporre che si tratti dell’inglese o di qualche sua evoluzione, tranne appunto nell’ultimo libro del ciclo, Lucky Starr e gli anelli di Saturno, trattando di una conferenza interstellare: «I discorsi, com’era uso in questi incontri interstellari, si svolgevano in interlingua, l’amalgama di lingue che era usato in tutta la galassia»[2]. Non ho potuto fare a meno di domandarmi come potrebbe essere questa “interlingua”, frutto dell’incontro di lingue parlate migliaia di anni nel futuro (non troppo lontane dall’inglese, visti i nomi dei personaggi), ma di certo non è l’omonima Interlingua sviluppata dall’International Auxiliary Language Association (IALA) né tanto meno dell’Esperanto, il quale si basa su principi di pacifismo e fratellanza tra i popoli del tutto assenti nel ciclo di Lucky Starr.

Firenze, 27 luglio 2020

Bibliografia

Asimov I., Tutto Asimov Space Ranger, Firenze, Giunti Marzocco, 1978.

Note

[1] Si veda appunto il Ciclo dell’Impero e quello della Fondazione.

[2] Asimov I., Tutto Asimov Space Ranger. Robot, Firenze, Giunti Marzocco, 1978, p. 116. Per quanto riguarda le altre opere asimoviane, mi viene fatto notare da un membro di un gruppo FB di fantascienza, la lingua parlata nella Galassia questa è il Galattico, ma viene chiamata con nomi diversi nei vari romanzi, anche questa è una conseguenza del fatto che sono stati scritti nell’arco di un quarantennio. In Abissi d’acciaio, primo libro del Ciclo dei Robot, il protagonista Elijah Baley dice che la lingua parlata sulla Terra è l’Inglese e che, con lievi differenze, era usato anche nei mondi Spaziali. In I Robot dell’Alba, ambientato temporalmente una decina di anni dopo Abissi d’acciaio, Asimov usa l’espressione “Interstellare” per definire la lingua parlata nella Galassia. Infine ne I Robot e l’Impero, ambientato 200 anni dopo I Robot dell’Alba, compare per la prima volta l’espressione Galattico. Ci sono riferimenti all’Inglese anche in altri Romanzi Asimoviani. Ne Le Correnti dello Spazio, approssimativamente 4000/5000 anni dopo I Robot e l’Impero, si accenna ad un pianeta del Settore di Sirio, non ricordo quale ma non era la Terra, dove «il dialetto era tanto primitivo da poter quasi essere confuso con quella lingua leggendaria e, morta da millenni, che era l’Inglese». Infine in Paria dei Cieli, circa l’anno 12000 dc, si accenna ad iscrizioni trovate su Sirio, Arturo ed Alfa Centauri vecchie di 100.000 anni, e che erano state decifrate solo nell’ultimo decennio, iscrizioni che poi si scoprirà essere in Inglese.

Esperienze con l’insegnamento dell’italiano L2

Intervento di Massimo Acciai alla videoconferenza ANILS, 7 luglio 2020.

io e michelle 9 febbraio 2017 censurataIl mio interesse per la glottodidattica deriva dal mio interesse per lo studio delle lingue[1]. Già da studente facevo le mie osservazioni sui metodi didattici con cui venivo in contatto (nella scuola pubblica, in quella privata, nelle lezioni individuali e in quelle con corsi da autodidatta), provando il desiderio di approfondire l’argomento.

Per caso sono venuto a sapere del corso di glottodidattica presso l’Istituto Il David, a Firenze. Mi si è aperto un mondo. Alla fine del breve corso ho capito che quella sarebbe stata la mia strada. In quello stesso anno ho seguito un altro corso, presso il Centro Internazionale Studenti Giorgio La Pira, con relativo tirocinio, per prepararmi all’esame DITALS I – per l’abilitazione all’insegnamento dell’italiano L2, certificato dall’Università per Stranieri di Siena – superato brillantemente nel 2013. Qui ho conosciuto Edoardo Masciello, che è stato il mio punto di riferimento: nel corso preparatorio applicava lo stesso approccio induttivo che usava nelle lezioni agli stranieri, per dimostrarcene l’efficacia. Ricordo l’ammirazione che Masciello aveva per Balboni e la sua Unità di Apprendimento, di cui sottolineava sempre l’importanza della fase iniziale di motivazione/contestualizzazione e il recupero delle conoscenze pregresse (posizione che condivido). Negli anni successivi ho seguito vari corsi di aggiornamento per insegnanti promossi da Alma Edizioni e da Edilingua[2], che ho trovato molto utili.

Successivamente ho fatto un anno di volontariato presso il Centro: le classi erano mediamente numerose, composte da giovani adulti di varia provenienza geografica e livello di istruzione. Nelle mie lezioni usavo il testo preparato dagli stessi responsabili della scuola[3], affiancato ad altri testi dello stesso Masciello come la sua Piccola Grammatica Ragionevole[4] (rivolta ai docenti). Le lezioni erano informali e gli studenti motivati. Oltre alla lingua presentavo anche la cultura italiana (ogni lingua reca con sé una cultura, non è possibile separare le due cose). Nelle lezioni era gradito un approccio empatico: ricordo che una collega una volta disse: «Se proprio non è possibile comprendervi, comunicate attraverso un sorriso».

Ho poi fatto volontariato presso la Caritas. Qui mi sono trovato davanti a studenti molto diversi: per lo più extracomunitari con basso livello di istruzione e conoscenza dell’italiano, il cui obiettivo era raggiungere il prima possibile il livello di sopravvivenza A2. Qui non usavo libri di testo ma adattavo di volta in volta la lezione alle esigenze che emergevano nel dialogo con gli studenti.

Finalmente è iniziato poi il lavoro retribuito, sempre svolto in istituti privati fiorentini. Ho fatto lezioni individuali presso l’Istituto Il David, dove già avevo seguito il corso di glottodidattica, con studenti già ad un ottimo livello di italiano (C1 e C2) desiderosi di perfezionarsi nella conversazione. Anche in questo caso ho usato un testo, ciclostilato, della stessa scuola, oltre a improvvisare la lezione in base alle richieste degli studenti.

Esperienza completamente diversa è stata quella presso la Florence University of the Arts – università americana con sede a Firenze. Qui ho passato un semestre seguendo due classi di universitari americani di età compresa tra i 19 e 21 anni. Il curriculo era rigido e testo usato era in italiano, studiato apposta per gli universitari, ma ero “costretto” a tenere le mie lezioni in inglese vista la scarsa attitudine degli anglofoni per il metodo diretto. L’approccio era quello più tradizionale della lezione frontale, con test in classe e interrogazioni, più simile alla scuola pubblica. La classe era omogenea ma non molto motivata essendo una sorta di istruzione obbligatoria per conseguire i crediti da spendere al loro rientro negli Stati Uniti. Con gli studenti americani utilizzavo anche il proiettore e facevo ascoltare canzoni in italiano.

La mia ultima esperienza lavorativa, conclusasi l’anno scorso, è stata presso l’Accademia d’Italiano. Qui le classi erano disomogenee e poco numerose – ho avuto a che fare soprattutto con giapponesi – ma gli studenti molto attenti e motivati. Usavamo come testo di riferimento il Nuovo Espresso[5], che integravo con fotocopie da altri testi. Non sono un fanatico della tecnologia, quindi non ho mai usato molto testi multimediali, pur riconoscendo l’utilità e l’importanza di usare le nuove tecnologie (questa importanza è emersa soprattutto durante il lockdown da Covid, come ben sanno gli insegnanti che hanno dovuto passare alle videolezioni).

Ho insegnato a tutti i livelli del QCER (dall’A1 al C2) e ho avuto diverse tipologie di classi (omogenee, internazionali, numerose, poco numerose, eccetera) sperimentando sempre approcci diversi in base ai bisogni di apprendimento di chi mi trovavo davanti, sempre cercando di fare lezioni “divertenti” e informali per abbassare il filtro affettivo, con attenzione anche all’aspetto multiculturale. Di grande aiuto è stata la mia conoscenza di molte lingue straniere, che usavo in classe per accattivarmi la simpatia degli studenti. Seguendo il modello educativo collaborativo già teorizzato da Don Lorenzo Milani, basato sul lavoro di gruppo e sullo “scambio”, ho imparato a mia volta molto su culture diverse, in un mutuo arricchimento.

Bibliografia

  • AAVV, Ci ciamo! Comunicare, interagire, contaminarsi con l’italiano, Firenze, Centro Internazionale Studenti Giorgio La Pira, 2010.
  • AAVV, Nuovo Espresso, Firenze, Alma Edizioni, 2017.
  • Acciai Baggiani M., Una finestra sull’italiano. Il convegno Edilingua per insegnanti di italiano L2, in «Italiano per stranieri», numero 21, anno 2016, Edizioni Edilingua.
  • Acciai Baggiani M., Dal CLIL alla Flipped Classroom, in «Scuola e Lingue Moderne», numero 1-3, marzo 2017, Loescher editore.
  • Acciai Baggiani M., Felici F., Ghimíle ghimilàma. breve panoramica su alcune lingue artificiali, rivitalizzate e più o meno manipolate, Venafro, Edizioni Eva, 2016.
  • Balboni P., Le sfide di Babele: insegnare le lingue nelle società complesse, Torino, UTET, 2002
  • Balboni P., Didattica dell’italiano come lingua seconda e straniera, Torino, Bonacci, 2014
  • Marin T., Diadori P., Via del Corso, Roma, Edilingua, 2017.
  • Masciello E., Pona A., Piccola grammatica ragionevole per l’insegnamento e l’apprendimento dell’italiano come L2, Firenze, Centro Internazionale Studenti Giorgio La Pira, 2010.
  • Masciello E., Quaderno di appunti e spunti di grammatica italiana, Firenze, Centro Internazionale Studenti Giorgio La Pira, 2006.

Note

[1] Sono anche esperantista e glottoteta, curatore di un libro sulle lingue inventate: Acciai Baggiani M., Felici F., Ghimíle ghimilàma. breve panoramica su alcune lingue artificiali, rivitalizzate e più o meno manipolate, Venafro, Edizioni Eva, 2016, in cui parlo anche di questioni di glottodidattica.

[2] Acciai Baggiani M., Una finestra sull’italiano. Il convegno Edilingua per insegnanti di italiano L2, in «Italiano per stranieri», numero 21, anno 2016, Edizioni Edilingua.

[3] AAVV, Ci ciamo! Comunicare, interagire, contaminarsi con l’italiano, Firenze, Centro Internazionale Studenti Giorgio La Pira, 2010.

[4] Masciello E., Pona A., Piccola grammatica ragionevole per l’insegnamento e l’apprendimento dell’italiano come L2, Firenze, Centro Internazionale Studenti Giorgio La Pira, 2010.

[5] AAVV, Nuovo Espresso, Firenze, Alma Edizioni, 2017.

Cinque visioni di Ulisse

Di Massimo Acciai Baggiani

ulisseIl mito di Ulisse da millenni fa versare fiumi di inchiostro in tutto il mondo. Da quando Omero (o chiunque sia il vero autore, o autori, dei poemi a lui attribuiti) ha messo in versi questa straordinaria storia, tutta la letteratura occidentale si è confrontata con questo personaggio: ogni scrittore e poeta che ha fatto i conti con Ulisse ha rielaborato a modo il mito, quindi si può dire che le visioni dell’Itacese sono molteplici, declinate in innumerevoli scritti. In un libro che ho letto di recente[1], dono dell’amica Clara Vella, sono riportate quattro di queste “visioni”: quella originale di Omero, quella medievale di Dante e quelle ottocentesche di Tennyson e Giovanni Pascoli. Eterno Ulisse nasce da una conferenza dell’ANILS[2] tenutasi a Firenze un paio di settimane prima del lockdown[3]; quattro i relatori (Fabrizio Catania, Ana López Rico, Massimo Seriacopi, Clara Vella) hanno riportato il punto di vista di altrettanti gigante della letteratura occidentale.

Catania nel suo capitolo ha sottolineato il carattere della “molteplicità”, attraverso il prefisso greco poly (molto) che compare negli aggettivi usati da Omero per definire il suo eroe: polymetis (“dalla molta astuzia”), polytlas (“che molto sopporta con pazienza”), eccetera, fornendo esempi per ciascuno di essi. L’Ulisse omerico è l’eroe che unisce la forza e il coraggio con l’intelligenza: perciò può battere avversari più forti di lui (come Polifemo), considerando tutte le possibili soluzioni al problema e scegliendo quella più adeguata.

L’Ulisse dantesco invece è molto diverso. Il noto dantista prof. Seriacopi ce lo spiega bene nel suo capitolo. L’astuzia se non impiegata per scopi alti, in accordo con gli insegnamenti divini, non solo non è positiva, ma condurrà inevitabilmente alla dannazione. Ulisse, ricordiamolo, è collocato da Dante all’inferno tra i fraudolenti, e la sua morte è causata dalla sua stessa sete di conoscenza: ma non della conoscenza “giusta”. L’Itacese ricercava quella proibita, che non serve alla salvezza dell’anima. L’intelligenza se usata in modo distorto è condannabile. Piccola parentesi personale: Seriacopi cita un altro grande dantista, nonché poeta, scomparso tragicamente: Massimiliano Chiamenti[4], di cui sono stato amico molti anni fa.

Per Alfred Tennyson, il grande poeta inglese paladino del romanticismo contro il conformismo e l’industrializzazione selvaggia della sua terra, che vive il dissidio tra fede e scienza tipico del XIX secolo, il peregrinare di Ulisse è simbolo dell’Uomo in cerca di se stesso e dei grandi misteri della vita. «Novello Faust», simbolo della volontà di lottare e cercare la verità, è un personaggio sicuramente positivo, molto lontano dalla condanna dantesca, come sottolinea la Vella.

Infine l’Ulisse pascoliano, di cui ci parla López Rico, ricalca l’autobiografia del grande poeta italiano del decadentismo. Pascoli era intriso di cultura greca, conosceva bene il contesto culturale, e coglie l’aspetto doloroso dell’eroe antico nel suo lungo poema L’ultimo viaggio, che allude all’ultima ricerca intrapresa da Ulisse dopo il suo ritorno a Itaca, «alla scoperta dell’ambiguo confine tra il sogno e il vero». Solo dopo la morte, Ulisse, accolto di nuovo da Calipso, troverà un senso positivo, una speranza.

Il libro si chiude qui, con una corposa bibliografia. Questo mio articolo invece vorrei proseguirlo aggiungendo un’ultima visione dell’eroe dell’Odissea: quella del sottoscritto, con tutta l’umiltà del caso. Premesso che ho sempre sentito molto lontani i poemi omerici, pur con la fascinazione che sentivo da bambino per le storie fantastiche e avventurose di cui sono pregni, e soprattutto dopo aver letto i libri di Luciano De Crescenzo[5] che metteva in luce anche gli aspetti crudeli – tipici di quel contesto storico e culturale – di Ulisse e dei suoi compagni, violenti saccheggiatori e guerrieri privi di scrupoli, condivido la sete di conoscenza che invece Dante condanna. Davvero «fatti non foste a viver come bruti»[6]: tuttavia concordo col vate fiorentino sulla finalità dell’intelligenza che l’Itacese ha avuto in sorte, usata a fini discutibili. Ulisse rappresenta un po’ la ragione senza cuore: è ben impiegata quando usata per salvarsi la vita (come nel caso dello stratagemma dei montoni di Polifemo) ma quando è usata per nuocere al prossimo allora diventa un disvalore.

Nessuno degli “eroi” omerici ha orrore del sangue, e nessuno di loro trova inaccettabile uccidere gli indifesi: Ulisse non fa eccezione. Perciò il termine “eroe” non lo trovo appropriato per questi personaggi: per me l’eroe è positivo, protegge i deboli e si batte per dei valori alti, di pace e compassione, e soprattutto è capace di amore disinteressato verso tutti, perfino verso i nemici. I miei eroi sono Ludwik Zamenhof, Shakyamuni, Nichiren Daishonin e tutti i medici che hanno fatto progredire la Medicina.

Firenze, 13 luglio 2020

Bibliografia

AAVV., Eterno Ulisse. Omero, Dante, Tennyson, Pascoli, Firenze, Porto Seguro, 2020.

Note

[1] AAVV., Eterno Ulisse. Omero, Dante, Tennyson, Pascoli, Firenze, Porto Seguro, 2020.

[2] Associazione Nazionale Insegnanti di Lingue Straniere, di cui sono consigliere (nella sezione di Firenze) dal 2018, partecipando con un mio intervento anche all’ultima videoconferenza, in tempo di Covid, sull’insegnamento dell’italiano L2 (7 luglio 2020).

[3] Precisamente il 21 febbraio 2020, presso il liceo Leonardo Da Vinci.

[4] Ivi, p. 35.

[5] De Crescenzo L., Nessuno. L’Odissea raccontata ai lettori d’oggi, Milano, Mondadori, 1997.

[6] Inferno, Canto XXVI.

Rileggendo Il Libro di Alice

di Massimo Acciai Baggiani

La letteratura può dividersi idealmente in quattro categorie, risultanti dalla combinazione dell’età di chi scrive e di quella del pubblico di lettori. È una classificazione un po’ strana, certo, ma ha dei lati interessanti. Tra gli scrittori (intendo questo termine nel senso più ampio possibile) vi sono:

A) adulti che scrivono per adulti;

B) adulti che scrivono per bambini e/o adolescenti;

C) bambini e adolescenti che scrivono per adulti;

D) bambini e adolescenti che scrivono per bambini e/o adolescenti.

La prima grande categoria comprende tutta la letteratura mondiale propriamente detta, tout court. La seconda, pure molto ampia, coincide con la letteratura per l’infanzia (che a sua volta può dividersi in letteratura rivolta esclusivamente ai bambini e adolescenti, e letteratura godibile anche da parte degli adulti). Le altre due categorie sono invece piuttosto particolari, si può discutere se si tratti effettivamente di “letteratura” e in che misura.

Vi sono stati, e vi sono tuttora, bambini prodigio nel campo della musica – il cui talento può essere valutato con lo stesso metro usato per gli adulti – anche se non sono molti, ma ancora meno numerosi sono i “bambini scrittori” e le “bambine scrittrici” che hanno visto pubblicate le loro opere giovanili. Il motivo è piuttosto comprensibile: la scrittura si nutre del vissuto e delle letture, quindi un bambino non ha ancora avuto, di solito, abbastanza tempo per fare esperienza nell’uno e nell’altro campo. Ai bambini piace raccontare, questo si sa, soprattutto agli adulti, ma al di là della tecnica, che si affina solo col tempo e la pratica, la grande fantasia che può possedere un bambino non è supportata dall’esperienza del mondo, di chi è venuto prima. Nella categoria C troviamo i temi scolastici, l’occasione più frequente in cui un bambino è chiamato a scrivere qualcosa che potrebbe assomigliare a un testo letterario, ma solo per gli occhi degli insegnanti – appunto – mentre per la categoria D non saprei fare molti esempi, visto che le storie che i bambini si raccontano sono per lo più orali, e le lettere che scrivono agli amici sono pubblicate solo in casi particolari.

Vi sono però delle eccezioni, alcune celebri. Anna Frank (1929-1945) iniziò a scrivere il suo diario il giorno del suo tredicesimo compleanno. Giacomo Leopardi (1798-1837) sapeva «scrivere in latino fin dall’età di nove-dieci anni e padroneggiare i metodi di versificazione italiana in voga nel Settecento»[1] e tra i suoi scritti “puerili” vi sono dissertazioni filosofiche e astronomiche. L’italo-americano Christopher Paolini (1983) ha scritto a quindici anni il primo libro della sua fortunatissima saga fantasy, Eragon, da cui è stato tratto anche un film. Più in piccolo e più vicino a noi troviamo, ad esempio, il fiorentino Roberto Orlandini (2000), il “baby-poeta” che ha iniziato la sua carriera a sette anni e ha esordito a dodici col suo primo libro scritto in un linguaggio antico[2], non consono alla sua età, e l’aretino Jacopo Rossi (1988), che a undici anni ha scritto il suo primo romanzo, pubblicato a tredici[3]. Il fatto che questi giovanissimi scrittori, che si rivolgono chiaramente a un pubblico adulto (categoria C della mia classificazione) o più raramente di adolescenti e adulti (categoria D, come nel caso di Paolini) in quanto il linguaggio che usano non corrisponde a quello dei loro coetanei, siano diventati così famosi è dovuto soprattutto alla loro età. Il sospetto che in realtà dietro le loro opere si nasconda un ghostwriter con più anni sulle spalle potrebbe essere legittimo, in alcuni casi: su questo non indago e non ne avrei i mezzi. Prendo per buono che siano effettivamente loro gli autori, che proprio la loro età li ponga al di sopra del sospetto di prestarsi a imbrogli. Perfino l’attivista ambientalista svedese Greta Thunberg (2003), altra giovanissima autrice[4], fu accusata di essere “pilotata” da qualche adulto (accusa che viene naturalmente da ambienti di destra e che non prendo nemmeno in considerazione).

La cosa notevole non è tanto che gli scrittori inizino presto a scrivere – penso anzi che sia una cosa piuttosto comune, posso citare nel piccolo anche il mio caso (ho scritto la mia prima “poesia” all’età di otto anni e prima di finire le elementari avevo fondato un gruppo poetico, insieme a due miei compagni di classe, chiamato Golden Eagle Team). Scrittori si nasce, uno scrittore ce l’ha nel sangue, nel Dna. La cosa rara è che il piccolo autore scriva in modo molto più maturo per la sua età, tanto da attirare l’attenzione degli adulti. Allora accade qualcosa di inconsueto: il mondo degli adulti accoglie il bambino, o la bambina, nel mondo dell’editoria. A volte della grande editoria. È il caso, esemplare, di Alice Sturiale (1983-1996) che nella sua breve ma intensa vita ha prodotto un vasto corpus di scritti, poi pubblicati postumi alla sua morte dalla casa editrice fiorentina Polistampa, e quindi, l’anno successivo, dalla Rizzoli. L’opera ha avuto una straordinaria fortuna, con traduzioni in varie lingue e continue ristampe che arrivano fino a oggi. Il libro ha ricevuto recensioni illustri (tra cui quella di Mario Luzi), ha ispirato canzoni, è entrato nelle antologie scolastiche e ad Alice sono state intitolate scuole, ludoteche e giardini, come è ben esposto nella postfazione all’edizione Rizzoli di quest’anno 2020, scritta dai genitori per fare il punto a 24 anni di distanza dalla prima edizione[5]. Lodevole la decisione di quest’ultimi di donare i proventi delle royalties (certo consistenti) alle associazioni per disabili. Un gesto che Alice, condannata fin dalla nascita a non poter usare le gambe in modo autonomo, avrebbe sicuramente approvato.

Alice è stata definita “l’Anna Frank italiana”, credo in riferimento alla maturità della sua scrittura, alle terribili difficoltà di cui ha reso testimonianza nei suoi scritti, alla sua visione del mondo, all’intensità con cui ha vissuto e alla sua morte prematura. Le similitudini con la celebre ragazzina olandese si fermano qui: Alice ovviamente non ha dovuto nascondersi per anni in un appartamento claustrofobico e non è morta in un lager. La stessa Alice si è anzi sempre dichiarata una bambina fortunata[6], in quanto circondata dall’amore di genitori e amici.

Il libro di Alice è stato curato dall’amica Mariella Bettarini[7], a cui era legata da una lontana parentela (la nonna di Alice era biscugina della mamma di Mariella); è grazie a lei, Mariella, che sono venuto a conoscenza di questo straordinario libro: devo dire tra l’altro che ha fatto un ottimo lavoro. Mariella non ha incontrato mai la lontana cugina, ma la bambina ha lasciato il segno nella sua vita, così come ha fatto nei cuori e nelle menti di tutti coloro che l’hanno conosciuta di persona. Gabriella Maleti, scrittrice e videomaker, l’ha omaggiata, nel 2006, con un video intitolato appunto Alice (in cui tra l’altro ha utilizzato alcune mie musiche).

Ma chi era Alice Sturiale? Cosa aveva di straordinario? Per rispondere occorre ripercorrere, almeno in sintesi, la sua vita. Ne troviamo notizia in fondo al Libro di Alice[8]. Figlia del giornalista Leonardo Sturiale[9], il cui cognome ci rivela l’origine siciliana di una parte della sua famiglia, Alice nasce a Firenze il 18 novembre 1983. Prima che la piccola compia un anno le fu diagnosticata l’atrofia muscolare spinale: una malattia che l’avrebbe condannata alla sedia a rotelle. La maggior parte delle persone si sarebbe demoralizzata, avrebbe condotto una vita triste: non Alice, la quale anzi si è poi lanciata in attività in aperta sfida al suo handicap, quali lo scoutismo e lo sci. L’affetto delle persone care e la tecnologia l’hanno certo aiutata – nel ’93 ha avuto in regalo uno scooter elettrico – ma senza lo stato vitale altissimo della bambina, che l’ha sempre sostenuta (a parte comprensibilissimi momenti di scoramento), di lei non si parlerebbe oggi in tutto il mondo. È morta improvvisamente il 20 gennaio 1996, a scuola, «mentre rideva per la battuta di un compagno»[10]. Possiamo immaginare che, circondata dall’affetto dei suoi amici, in un ambiente che amava, non abbia sofferto: non a tutti è data questa fortuna.

Alice a Rapallo a casa della zia quando Alice aveva forse 9 o 10 anni, ha l’aria arguta e sbarazzina che le è tipica. Per gentile concessione di Leonardo Sturiale che ringrazio per questo “bonus”.

Dicevamo che i bambini hanno grande vitalità ma poco vissuto. Nel caso di Alice ciò è vero in termini di tempo oggettivo, ma i suoi dodici anni li ha vissuti intensamente: ciò, unito alla sua sensibilità e rara intelligenza, le ha consentito di produrre testi molto maturi per la sua età. Il suo “corpus letterario” è molto vario: prevalgono naturalmente i temi scolastici ma vi sono anche molte poesie e diverse lettere. Mariella Bettarini lo ha suddiviso in quattro parti, ciascuna a sua volta divisa in aree tematiche omogenee.

La prima parte, dopo la brevissima introduzione di Mariella, si apre con alcune prose e poesie sulla natura, in cui emerge la meraviglia per il Creato, visto attraverso la fede cristiana della bambina. Già in questo primo gruppo di testi trovo una sintonia di sentire: anche io, pur essendo ateo, rimango sempre incantato dalle meraviglie di questo pianeta – la neve, il vento, le stagioni, i fiori, le nuvole. In questi testi Alice ci dà saggio del suo spirito di osservazione e delle sue doti descrittive. Seguono “Storie vere e inventate” dove troviamo la narratrice: visti i miei interessi per la narrativa fantastica ho apprezzato le sue storielle fantascientifiche (Una storia di fantascienza e Il messia dei marziani) che mi ricordano quelle che scrivevo io durante la ricreazione, in giardino, sulla scalinata della palestra della scuola elementare Giacomo Matteotti.

Queste storie hanno il sapore della fiaba, anche quando sono vicende reali come quella della volpe addomesticata da un frate camaldolese (proprio come nel capolavoro di Antoine de Saint-Exupéry, Il piccolo principe) – quest’ultima vicenda mi sarebbe piaciuto citarla nel mio libro sul Casentino, nel capitolo dedicato all’eremo di Camaldoli[11], l’avessi letta prima… è dolcissima. Sempre a proposito di animali, la sezione successiva è tutta dedicata ai nostri amici a quattro zampe; qui trovo un’altra cosa in comune con Alice, ossia il suo amore per i gatti. Al suo testo L’amore del mio gatto avrei voluto rispondere con il mio L’amore di un gatto[12].

Segue la sezione intitolata “Io” in cui Alice traccia un autoritratto, “confessandosi” con grande libertà, parlandoci anche delle sue debolezze. Alice espone le sue idee, i suoi sogni, e ci regala riflessioni profonde; una frase mi ha colpito in particolare: «Io sono soddisfatta di quello che sono»[13]. È un’affermazione importante. Quanti possono dire altrettanto? In altri punti riconosco anche il mio pensiero, ad esempio nel desiderio di possedere «un grande potere per guarire i mali del mondo: fame, morte, violenze, sofferenze, malattie e soprattutto la guerra che è la radice di tutti questi gravissimi problemi»[14] Subito dopo Alice dichiara di non sapere come fare in quanto non capisce nulla di politica: cara Alice, vorrei dirle, ci capisci più te di quelli che i politici lo fanno di professione…

Nel libro spuntano qua e là paesaggi fiorentini anche a me cari, come la piazza D’Azeglio col suo giardino: io quel giardino lo ricordo per altri eventi legati agli anni, gli stessi, che ho passato alla vicina scuola per ragionieri Duca d’Aosta, ben diversi da quelli vissuti dall’autrice. Ritrovo invece lo stesso sentimento, comune a molti studenti, del passaggio traumatico da una scuola all’altra: lasciare il mondo ormai noto in cui si è trascorsa buona parte della propria vita (e cinque anni sono tanti per un bambino…) per trovarsi nell’ignoto.

La sezione “Affetti” si apre con un acrostico (genere poetico caro anche a Mariella Bettarini) e prosegue con una galleria di ritratti familiari. In questa sezione Alice ci racconta anche la sua esperienza negli scout, molto positiva nonostante la sua malattia, e il congresso a Loppiano (pure io ne ricordo uno, e ho dedicato un capitolo alla cittadella dei Focolarini in un mio recente libro[15]). Ma non ci sono solo gioie nella vita: la grande sensibilità dell’autrice si esprime anche negli scritti dedicati all’amica del cuore, Phoung, a cui deve dire addio alla fine delle elementari (lei si trasferirà in Australia), mantenendo comunque un rapporto epistolare riportato anche nel libro. Alice scrive lettere anche agli adulti, ad esempio al frate camaldolese Don Paolo, con cui si confida; all’uomo di chiesa racconta perfino di quella volta che ha mandato affanculo un ragazzino colpevole di aver fatto un apprezzamento poco gradito sul suo aspetto fisico![16]

Un altro tema caro ad Alice è naturalmente quello delle barriere architettoniche e dell’inciviltà dei “camminanti”, poco attenti alle esigenze dei meno fortunati. Non mancano i bilanci della propria vita e i ricordi piacevoli delle vacanze in montagna e al mare, nell’amata Sardegna (dove ha potuto entrare in acqua con la carrozzella, come testimonia una foto nel libro[17]).

La scuola è al centro del libro. Alice ne parla di continuo. C’è un punto che, riletto oggi in tempo di Covid, mi ha fatto pensare a come certe cose non cambino: una lunga assenza (per motivi di salute, come nel caso di Alice[18], o per via del lockdown) suscita nostalgia nei piccoli alunni, tanto da far loro rimpiangere le aule e i banchi. Fare lezione attraverso lo schermo di un computer non è la stessa cosa.

La seconda parte del libro ci presenta un’Alice “saggista”. Tutti sappiamo che la scrittura si nutre di letture: qui l’autrice ci parla dei libri che ha amato – in primis Il piccolo principe, lettura fondamentale anche nella mia formazione – ma commenta pure passi dei testi sacri, film che ha visto, poesie, quadri, articoli di cronaca. Mi ha fatto sorridere quando scrive, riguardo al Leopardi: «Sono sicura che se a quei tempi ci fossero stati gli antidepressivi o dei buoni psichiatri, e se Leopardi avesse avuto a che fare con questi, oggi non avremmo la sua poesia»[19]. Questa affermazione potrebbe dare spunto a un lungo dibattito, che riserverò a un altro articolo. Sempre parlando del grande poeta recanatese, c’è un’espressione usata da Alice che mi ha colpito: «Allora io sono entrata in me stessa»[20]. La usa commentando Il passero solitario, parlando di quella sensazione di solitudine che fa parte anche della sua vita pur affollata di amici. Vi sono momenti in cui «la solitudine è una cosa fantastica»[21] per l’auto-osservazione; gli scrittori, i filosofi e i sognatori lo sanno bene.

La terza parte è interamente in versi. Alice usa il verso libero, non ama le rime o le metafore, il linguaggio è piano. Nelle sue liriche la piccola poetessa parla del suo handicap, dei luoghi che ama (la Sardegna, l’Argentiera), e molte sono dedicate alle amiche o alla sua prima “cotta” adolescenziale (per un tale Lapo), svelando in campo sentimentale un’inattesa timidezza, assente in altri testi. Trovo significativo che il suo ultimo scritto, risalente a un mese prima della sua scomparsa, sia proprio una poesia, Pozzanghera (gennaio 1996).

Qui si chiudono idealmente gli scritti di Alice. La quarta e ultima parte infatti è dedicata alle testimonianze di amici e parenti: i ricordi della nonna Laura, quelli di Phuong e dei compagni di scuola, i messaggi commossi dei “lupetti”, di Don Paolo (suo padre spirituale). Un ultimo saluto corale che rende giustizia alla grandezza d’animo di Alice, amata e benvoluta da tutti. Io non l’ho mai conosciuta di persona (quando lei frequentava le elementari io ero alle superiori e poi all’università) ma un po’ sento di averla incontrata, attraverso i suoi scritti e le foto che completano il suo libro: me ne sono fatto un’idea, e mi piace pensare che, se fossi stato suo compagno, sarebbe nata una bella amicizia sulla base del comune amore per la scrittura.

Firenze, 5-7 luglio 2020

Bibliografia

  • Acciai Baggiani M., Baggiani P., Magnelli I., Cercatori di storie e misteri, Firenze, Porto Seguro, 2019.
  • Acciai Baggiani M., Magnelli I., Due passi indietro, Porto Seguro, 2020.
  • De Saint-Exupéry A., Il piccolo principe, Milano, Mondadori, 2015.
  • Frank A., Diario, Milano, Einaudi, 2014.
  • Orlandini R., Tra l’aspettar del tempo e il morir del giorno, Empoli, Ibiskos Ulivieri, 2012.
  • Paolini C., Eragon, Milano, Rizzoli, 2012.
  • Rossi J., Brividi di fanciullo, Cortona, Calosci, 2001.
  • Sturiale A., Il libro di Alice, Firenze, Polistampa, 1996.
  • Thunberg G., La nostra casa è in fiamme, Milano, Mondadori, 2019.

[1] Da Wikipedia

[2] Orlandini R., Tra l’aspettar del tempo e il morir del giorno, Empoli, Ibiskos Ulivieri, 2012.

[3] Rossi J., Brividi di fanciullo, Cortona, Calosci, 2001.

[4] Thunberg G., La nostra casa è in fiamme, Milano, Mondadori, 2019.

[5] Sturiale A., Il libro di Alice, Milano, Rizzoli, 2020, pp. 249-251.

[6] Sturiale A., Il libro di Alice, Firenze, Polistampa, 1996, p. 219.

[7] https://it.wikipedia.org/wiki/Mariella_Bettarini

[8] Sturiale A., op. cit., pp. 215-220.

[9] Con cui l’amica Mariella mi ha messo in contatto: persona gentilissima, che ringrazio per avermi inviato la sua postfazione.

[10] Ivi, p. 220.

[11] Acciai Baggiani M., Baggiani P., Magnelli I., Cercatori di storie e misteri, Firenze, Porto Seguro, 2019, pp. 235-249.

[12] « L’amore di un gatto è semplice: / basta accarezzarlo sulla testa, / basta ascoltare le sue fusa, / basta tenerlo sulle ginocchia. / È la cosa più semplice che esista. // Il mondo invece è complicato, / le persone sono complicate: /oggi ti sono amiche, domani ti tradiscono. / Se non ti cercano, forse è per orgoglio. / Se ti cercano, forse è per interesse. // Una volta avevo un gatto / e in qualche modo lui aveva me. / Tornato dall’ennesima porta in faccia / lo trovai sul divano, acciambellato: / mi sedetti e lo presi in collo. // L’amore di un gatto è semplice: / basta accarezzarlo sulla testa, / basta guardarlo negli occhi / e trovarvi un grande mistero. / Un mistero semplice.»

[13] Sturiale A., op. cit., p. 75.

[14] Ivi, p. 73.

[15] Acciai Baggiani M., Magnelli I., Due passi indietro, Porto Seguro, 2020, pp. 77-100.

[16] Sturiale A., op. cit., p. 129.

[17] Ivi, p. 142

[18] Ivi, pp. 144-145.

[19] Ivi, p. 168.

[20] Ivi, p. 165.

[21] Ibidem.

Autore contro Personaggio

Di Massimo Acciai Baggiani

unamunoI metaromanzi mi hanno sempre affascinato, fin da adolescente, quando scoprii La storia infinita (Michael Ende), proseguendo poi con Il mondo di Sofia[1] (Jostein Gaarder), Sei personaggi in cerca d’autore (Luigi Pirandello), fino a Niebla (Miguel de Unamuno): romanzo sperimentale, quest’ultimo, assolutamente geniale. Una felice scoperta nata, come al solito, dal Caso che me lo ha fatto trovare – nella lingua originale – allo scaffale del libero scambio.

Unamuno (1864-1936) in questa “nivola” si è reso personaggio al pari degli altri, dialogando – nell’ultimo stupendo capitolo – col protagonista, Augusto Pérez. Il romanzo-nivola di Unamuno, scritto nel 1907, rompe gli schemi della narrativa realista spagnola dell’epoca; la storia di Augusto è piuttosto banale in sé: si innamora di una donna, incontrata per caso, ma lei non lo ricambia, lo tradisce con un altro, lui soffre e pensa al suicidio. Tuttavia due sono i punti interessanti: il capitolo 6, in cui l’erudito Paparrigópulos riassume il suo studio sull’universo femminile nell’assunto che «las mujeres todas no tienen sino una sola y misma alma, un alma colectiva, repartidas en todas ellas […] todas son una sola y misma mujer»[2] (ossia che in realtà tutte le donne sono una sola medesima donna[3]), e soprattutto il capitolo 9, quello in cui appunto Augusto, deciso a suicidarsi per la delusione amorosa, si confronta con lo stesso Autore, Miguel de Unamuno. Questi al pari di un dio gli rivela che non può suicidarsi, non perché non ne abbia il coraggio ma perché per uccidersi bisogna essere vivi, e lui non lo è in quanto non ha vita propria. È solo il prodotto di un sogno, di una fantasia. Come reagiremmo noi a una simile notizia? Chiaramente di ribelleremo, e così fa il nostro Augusto. Anzi, il protagonista fa di più: rilancia l’accusa di “non esistere” allo stesso Unamuno e rivendica il suo libero arbitrio. A questo punto è l’Autore a comunicargli che sarà lui a “ucciderlo”, minaccia che poi metterà in atto, come una sorta di dio veterotestamentario, salvo poi pentirsene; ma Augusto obietta che lui continuerà comunque a vivere nella mente dei suoi lettori, in una sorta di “immortalità”.

Chi l’ha vinta dunque? A me piace pensare che nello scontro tra Autore e Personaggio sia quest’ultimo ad avere l’ultima parola, in quanto è senz’altro vero che una volta che un libro viene pubblicato sfugge dal controllo dell’autore e passa a quello del lettore. Mi piace immaginare che ciò accada anche per i miei personaggi – che non hanno certo lo spessore psicologico di un Augusto Pérez (in quanto nei miei libri ha più importanza la trama che i personaggi) – e come accade di frequente nella fan-fiction[4]. Un buon personaggio, pur nella sua vita “fittizia”, supera talvolta la vita limitata del suo autore.

Al di là della riflessione sulla scrittura, la “nivola” di Unamuno è anche una metafora della nostra vita, a cui siamo chiamati a dare un senso. C’è chi accetta un dio come proprio “autore” e chi, come il sottoscritto, preferisce scriversi da solo la propria “storia”, in nome di una sacrosanta Libertà. Qui il discorso entrerebbe nel filosofico e nel misticismo, si farebbe troppo ampio per un articoletto come questo (rimando però a un libro sulle religioni che sto per pubblicare[5]). In conclusione ritengo questo piccolo capolavoro spagnolo di cent’anni fa un’ottima occasione di riflessione per scrittori e non.

Firenze, 17 giugno 2020

Bibliografia

  • Acciai Baggiani M., Letture per la quarantena, Firenze, Edizioni Segreti di Pulcinella, 2020.
  • Acciai Baggiani M., La vera religione, Firenze, Edizioni Segreti di Pulcinella, 2020 (di prossima uscita).
  • De Unamuno M., Niebla, Recanati, Eli, 2011.

Note

[1] Acciai Baggiani M., Letture per la quarantena, Firenze, Edizioni Segreti di Pulcinella, 2020, pp. 90-93.

[2] De Unamuno M., Niebla, Recanati, Eli, 2011, p. 88.

[3] Ne era convinto anche Valerio Negrini quando ha scritto il testo di Amica mia (dall’album Dove comincia il sole, dei Pooh, 2010).

[4] Mi viene in mente ad esempio la raccolta di racconti fantastici Sparta ovunque, basata sul mondo ucronico creato da Carlo Menzinger, di prossima pubblicazione, anche se in quel caso non sono i personaggi ma l’ambientazione ad essere ripresi dai vari autori (tra cui il sottoscritto).

[5] Acciai Baggiani M., La vera religione, Firenze, Edizioni Segreti di Pulcinella, 2020 (di prossima uscita).