Pisa Book Festival 2019

di Massimo Acciai Baggiani

Mattina fredda e nebbiosa, già invernale. Io e Carlo Menzinger ci siamo dati appuntamento alla stazione di Rifredi intorno alle otto: andremo insieme a Pisa col primo regionale. Destinazione: il Palazzo dei Congressi, dove si tiene l’edizione 2019 del Pisa Book Festival, importante fiera libraria per le case editrici indipendenti.

A Pisa ci attende un bel sole. Rimettere piede in questa città, dopo tanti anni, mi suscita una valanga di nostalgici ricordi. Qui venivo tutti i fine settimana a trovare il mio amico Francesco Felici e, in tempi più recenti, Brunetto Casini – titolare di Edistudio, casa editrice specializzata nell’Esperanto (una delle due esistenti oggi in Italia, insieme a Eva Edizioni): adesso Francesco vive in Irlanda e Brunetto è un po’ che non lo sento…

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In un quarto d’ora a piedi siamo alla sede del festival: compriamo il biglietto e ci avventuriamo tra i numerosi affollatissimi stand, riservandoci di visitarli con calma più tardi. Siamo infatti già in ritardo per l’incontro con Francesco Verso – lo scrittore più volte premio Urania – su “Come gli scrittori di fantascienza interpretano una delle grandi emergenze del nostro tempo”. Si parla di temi ecologici di scottante attualità, di apocalissi future e delle possibili soluzioni escogitate dagli scrittori (soprattutto cinesi) per scongiurarle.

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Alla fine della presentazione Carlo si mette a chiacchierare con Verso, mentre io scambio due parole con Stefano – uno dei miei ex compagni del corso di editoria che ho seguito tra il 2017 e il 2018 (e che mi ha lasciato deluso… il corso, non Stefano!) – incontrato per caso. Passiamo poi allo stand del Collettivo Scrittori Uniti, fondato dall’amico torinese Claudio Secci che vedo per la prima volta, dopo anni di scambi tramite Internet (e diverse recensioni ai suoi romanzi): ci salutiamo calorosamente, quindi Claudio mi propone di fare una video intervista – con Federica Martina de L’isola di Skye – (si propone poi anche Carlo). Il CSU, nato nel giugno 2018, è una libera associazione di scrittori che portano insieme i loro libri nelle fiere librarie, per aiutarsi vicendevolmente: sul tavolo infatti sono disposti moltissimi libri di vari generi letterari, pubblicati da varie case editrici. Non possiamo che augurare a Claudio e ai suoi compagni scrittori grande successo!

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Davanti allo stand del CSU c’è quello di Arpeggio Libero, editore lodigiano con cui ho pubblicato, nell’ormai lontano 2014, la raccolta di racconti scritti a quattro mani (con Lorenzo Spurio) Apologia del perduto. Si trattava di racconti su temi borderline, piuttosto lontani dal mio genere. È un po’ che non ci sentiamo: è un piacere passarli a salutare. Si ricordano bene di me, per fortuna… Sarà l’occasione per organizzare una nuova presentazione a Firenze, in futuro. Con l’occasione facciamo anche la conoscenza di un loro prolifico autore, Antonio Borghesi.

A questo punto io e Carlo ci separiamo, per ritrovarci poi a pranzo nell’area ristorazione in un tendone all’aperto. Al tavolo con noi, tra gli altri, c’è Paolo Ciampi, giornalista e scrittore nostro concittadino, a cui parlo del mio “trittico” sulle memorie (Radici, Cercatori di storie e misteri e, nel 2020, il terzo capitolo ancora senza titolo). Anche il Ciampi ha frequentato la narrativa di viaggio, quindi è interessato a questo nostro progetto editoriale; è un tipo cordiale, alla mano. Accanto a Carlo siede, invece un altro autore rifredino come noi, Massimiliano Scudeletti.

Dopo pranzo facciamo un giro insieme tra gli stand degli editori, prima che Carlo vada a sentire gli incontri con Marco Vichi, presentato da Leonardo Gori, con Paolo Ciampi, presentato dall’editore Luca Betti e con Vanni Santoni (che sarà ospite del GSF martedì prossimo), presentato da Gaia Rau e Alberto Casadei. Di editori ce ne sono moltissimi e molto vari; da quelli più noti a quelli più piccoli e di nicchia. Varia è anche la provenienza geografica: molti sono toscani ma ve ne sono anche dal nord, dal sud e dalla Capitale. C’è perfino un editore còrso, con sede ad Ajaccio, con cui scambio due parole, rammaricandomi della non esistenza di un corso di còrso in italiano (solo un Assimil in francese che ho studiato anni fa…). Al banchino di Ediciclo, di Portogruaro, saluto un’altra ex compagna del suddetto corso per redattori (ma neanche lei è assunta fissa), mentre a quello di Carmignani mi danno notizie di Greta, altra ex corsista, e di Emanuele Martinuzzi, il mio amico poeta di cui hanno pubblicato un libro tempo fa.

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Narrafood, con i suoi libriccini abbinati a bustine di tè, da leggersi nei cinque minuti necessari all’infusione, mi è sempre piaciuta per l’originalità dell’idea. Interessante è stato anche l’incontro con Franco Del Moro, responsabile della rivista Ellin Selae, di cui ho ascoltato un cd di musica in stile Mike Oldfield anni Settanta: anche lui lo incontravo di persona per la prima volta, ho trovato con lui una certa affinità di gusti musicali e letterari. L’occhio mi è caduto su un cd esposto, col titolo in Esperanto di Serenakoro (in realtà in Esperanto andrebbe scritto staccato, ma è una grafia voluta): Franco non parla la lingua di Zamenhof ma la conosce e ne condivide gli ideali. Gli manderò un articolo sulla letteratura esperantista, da pubblicare sulla sua testata. Altra cosa che ci accomuna è l’amore per la montagna, in particolare per le Dolomiti – dove sono solito trascorrere le mie vacanze estive: conosce bene Sappada e si è dichiarato disposto a pubblicare il libro che ho intenzione di scrivere sulla nota cittadina friulana. Lui invece abita dalle parti di Agordo, nel bellunese (dove si trovava Sappada fino a un paio di anni fa).

artificinaL’ultimo incontro interessante della giornata, prima di riprendere la via di casa, è proprio con Francesco Verso, incontrato al nostro arrivo stamani: il cerchio si chiude. Con lui parlo di fantascienza non anglofona (quella ingiustamente ignota al grande pubblico) e del suo progetto editoriale Future Fiction, attraverso il quale propone ai lettori italiani opere tradotte da ben otto lingue (tra cui cinese, il russo, il portoghese, eccetera…) appartenenti a quel filone nato negli anni Ottanta che va sotto il nome di “cyberpunk”. L’argomento mi interessa molto: mi offro di recensire un’antologia bilingue di racconti cinesi (ArtifiCina) di cui mi dona una copia. Da parte mia gli parlo della fantascienza in Esperanto, suscitando a mia volta il suo interesse. Gli consiglio di leggere La lingua fantastica, a cura di G. Cappa (Keltia, 1994) – ormai un classico per i profani che voglio avvicinarsi alla SF in questa lingua – quindi ci stringiamo la mano promettendoci di restare in contatto.

In giro tra gli stand sono numerosi, gli incontri. Salutiamo l’autore fantascientifico pluripremiato Lukha B. Kremo, Carlo saluta il direttore della rivista l’Indiscreto, Francesco D’Alia, e si intrattiene con l’autrice Rosa Belladonna, ora impegnata in lunghi viaggi per la stesura del suo prossimo libro.

Sul treno di ritorno io e Carlo ci mostriamo a vicenda il nostro “bottino”: lui ha comprato diversi libri su tematiche “apocalittiche” (argomento su cui sta scrivendo in questo periodo, vedi anche Apocalissi fiorentine – la sua raccolta di racconti uscita recentissimamente con Tabula Fati). È stato senza dubbio un viaggio proficuo per entrambi.

Firenze, 20 brumaio ’28 (11 novembre 2019)

Amore, sesso e prostituzione

di Massimo Acciai Baggiani

calamandrei sesso 2Immaginiamo degli alieni che provengono da un lontano esopianeta per studiare la Terra e i suoi abitanti umani. Immaginiamo anche che questi alieni si riproducano in modo asessuato – per mitosi o magari per clonazione – e che non abbiano mai osservato prima la riproduzione sessuata. Sarebbe per loro una scoperta straordinaria, incomprensibile, magari anche un po’ disgustosa… non si capaciterebbero del perché di tante complicazioni. Il sesso infatti, osservato un punto di vista esterno, segue delle regole piuttosto assurde e antieconomiche: ha una sua logica, certo, ma a vantaggio della specie e non del singolo individuo, ridotto parrebbe a strumento nelle mani di Madre Natura.

Come tutti, anch’io mi sono interrogato sui misteri del sesso, scoprendo ben presto che questo è una cosa ben diversa dall’amore: ci può essere l’uno senza l’altro, cosa piuttosto evidente anche se molti continuano a confondere i due concetti. Molte delle mie riflessioni le ho ritrovate nel saggio di Sergio Calamandrei Perché si fa poco sesso – volume numero 2 del più ampio Progetto Sesso Motore[1] – esposte in modo chiaro e sistematico, in una prosa chiara e scorrevole. Calamandrei si rifà alla psicologia evoluzionistica, con alcuni apporti personali quali la Teoria del Primo Sguardo, la Teoria del Giorno Giusto e la Teoria della Povertà Sessuale: frequenti sono i riferimenti, in nota, a seri studi scientifici a riprova delle affermazioni riportate. Affermazioni che possono certo non piacere ad alcuni, coloro che hanno un’idea più “romantica” e meno materialistica del rapporto di coppia.

Le cose in realtà sono piuttosto crude: la finalità comune inconscia di uomini e donne è quella di trasmettere i propri geni ad una discendenza più numerosa possibile. Diverse sono le strategie adottate dai due sessi per il comune scopo, perché diversa è la biologia e il ruolo nella riproduzione e nella società. Per quanto riguarda gli uomini e le donne primitivi si trattava di un meccanismo istintivo, iscritto nei geni, mentre per i loro discendenti moderni è un rimasuglio inconscio, frutto di milioni di anni di evoluzione. Le pagine di Calamandrei spiegano bene molti fenomeni “misteriosi” quali la gelosia, il tradimento, la monogamia e la prostituzione, in modo spassionato e brutale, mettendo però in guarda dalle eccessive semplificazioni della psicologia evoluzionistica (“le donne sono tutte puttane, gli uomini tutti porci”). Interessante anche il riferimento al libro di Giulio Cesare Giacobbe[2] sulla fedeltà nella coppia, in particolare del passo che mi ha sempre lasciato perplesso in cui l’autore elogia l’infedeltà sia maschile che femminile in nome di una biologica propensione alla poligamia della razza umana (soprattutto della parte maschile): le corna non fanno piacere a nessuno, penso che al di là delle teorie sul Bambino, l’Adulto e il Genitore (Analisi Transazionale) lo stesso Giacobbe potrebbe pensarla diversamente se trovasse sua moglie a letto con un altro uomo…

Le cose sono sempre più complesse di qualsiasi teoria.

Personalmente mi trovo abbastanza d’accordo con Calamandrei, con alcune riserve. È senz’altro vero che l’uomo, anche se sposato, ricerca “avventure” con altre donne attraenti (ma anche poco attraenti[3]) obbedendo inconsapevolmente all’imperativo di fecondare più donne possibili, ma è anche vero che l’uomo innamorato davvero di una donna non sarà interessato ad altre donne perché l’idea di far soffrire la sua compagna lo ripugnerebbe. Dall’altra parte è vero anche che vi sono donne infedeli – anche se la donna investe di più nei rapporti a lungo termine – ma sicuramente queste non sono innamorate del loro uomo. Stesso discorso vale per i rapporti omosessuali, di cui Calamandrei non fa menzione, in cui c’è statisticamente più promiscuità rispetto ai rapporti etero: quando c’è l’amore penso che anche lì ci sia fedeltà, e comunque la psicologia evoluzionistica non spiega l’infedeltà omosessuale visto che in quel caso la riproduzione non entra in gioco.

Sesso e amore: due cose ben diverse. L’amore può essere anche platonico, il sesso può essere anche violenza e disprezzo dell’altra persona. L’uomo moderno si porta dietro il cervello primitivo dei propri antenati primati, dominato da istinti bestiali che l’uomo di oggi deve a propria volta dominare. L’uomo non è una marionetta: è dotato di libero arbitrio, può “disobbedire” alla biologia se sceglie di farlo (c’è chi fa voto di castità, chi fa sesso senza scopo procreativo – anzi oggi questo è senza dubbio il più frequente). La lettura del saggio di Calamandrei lascia la vaga l’impressione che l’uomo e la donna siano schiavi dei propri istinti ancestrali: per alcuni è senz’altro così, ma nella maggioranza dei rapporti entra in gioco anche il cervello e il cuore e non solo gli organi riproduttivi, così almeno voglio sperare.

È vero che l’Inconscio non ha avuto ancora il tempo di adattarsi al mondo moderno, rimanendo legato a scenari antichi di centinaia di migliaia di anni, ma la mente razionale continua ad evolversi, per fortuna, e la società pure. Nel futuro probabilmente il sesso sarà privo di stress perché l’uomo avrà trovato un equilibrio che oggi non ha: “al cuore non si comanda” e probabilmente l’istituzione matrimoniale sarà obsoleta e dimenticata. Al matrimonio Calamandrei dedica alcune pagine in appendice[4], tratte dal suo romanzo Indietro non si può, dandone un’immagine tutt’altro che attraente: a queste pagine vorrei rispondere con una citazione da un romanzo collettivo da me curato (la parte citata l’ho scritta io):

«Roba da matti» concluse Fabio scuotendo la stesa. «Io non credo che mi sposerò mai.»

«Perché?» domandò Marijus.

«Perché non ne vedo il motivo. Se amo una persona e lei ama me è sufficiente, che bisogno c’è di ufficializzare la cosa? Come posso prometterle davanti a Dio o alla legge di amarla per sempre? Non dipende né da me né da lei: le persone cambiano, i sentimenti si spengono. Magari dopo qualche anno non ci sopportiamo più e allora giù altri soldi per divorziare, con avvocati e rogne varie, senza contare le spese per il matrimonio. L’amore deve essere libero, senza legami. Meglio allora il matrimonio “raeliano”, in cui ci si promette di lasciarci da amici una volta che l’amore è finito, e poi ognuno per la sua strada.»

«Cosa vuol dire “raeliano”?» domandò Elia, un po’ scandalizzato.

«Si riferisce a quella buffa religione creata da Rael, quel francese furbone che si fa mantenere dai suoi adepti in vista della venuta degli alieni con cui dice di essere in contatto e che afferma essere i creatori della vita sulla Terra. Sono simpatici anche se un po’ fuori di testa. Praticano il libero amore.»[5]

Calamandrei spiega l’invenzione del matrimonio (probabilmente da parte delle donne) come prova della volontà del partner di impegnarsi nella relazione monogama: se un uomo arriva a sposarsi deve essere veramente innamorato (lasciando perdere i matrimoni d’interesse e di stato, e quelli imposti dai genitori)!

Ormai le consuetudini sociali hanno privato il matrimonio di questo significato originario: un tempo il matrimonio veniva imposto, oggi è più libero ma non garantisce affatto né la fedeltà (la ostacola e basta) né che l’amore, magari presente al momento del fatidico “sì”, non venga poi meno in futuro per cause indipendenti dal marito o dalla moglie. Al cuor non si comanda. Ribadisco che quando un uomo e una donna sono davvero innamorati allora sono assolutamente fedeli, ma non ho mai detto che l’amore sia per forza eterno!

L’amore quindi è una fregatura in quanto non dà nessuna garanzia per il futuro.

Se il problema fosse solo il sesso allora il mondo sarebbe senz’altro più semplice: se non riesci a trovarlo gratis puoi sempre pagarlo! (cosa che non si può fare con l’amore…).

Qui si apre un interessantissimo discorso sulla prostituzione, argomento ben sviscerato da Calamandrei nel capitolo Il mestiere più utile del mondo.[6] A parte la prostituzione minorile e i casi in cui il “mestiere” non è una libera scelta ma un’imposizione (le statistiche ci dicono che in Italia su 70.000 prostitute “solo” 10.000 sono costrette[7]… che sono comunque troppe!), da condannare senza riserve, concordo anch’io sul fatto che se una donna (o un uomo) sceglie di vendere il proprio corpo è liberissima/o di farlo, e che la prostituzione svolge un’importante funzione sociale garantendo comunque il diritto al sesso a chi non può accedere a quello gratuito (perché troppo brutto, vecchio o problematico… quelli che Calamandrei definisce “proletari del sesso”), e quindi come valvola di sfogo (ma ci sono anche altre possibili valvole di sfogo…). A me personalmente non interessa il sesso disgiunto dall’amore (o quanto meno da una qualche forma di affetto), ma è una mia personale scelta: rispetto chi la pensa diversamente, non ritengo affatto che ci sia qualcosa di degradante – se fatto tra adulti consenzienti – e se la prostituzione è fatta per necessità economiche ritengo che sia ugualmente disdicevole rispetto allo sfruttamento di un qualsiasi precario costretto a lavorare per pochi spiccioli[8]. La prostituzione dovrebbe sempre essere una libera scelta, mai spinta dal bisogno o peggio ancora dalla violenza: la criminalità che gira intorno a questo mestiere dovrebbe essere combattuta duramente. Tra le quattro posizioni che i governi possono assumere nei confronti del fenomeno – proibizionismo, abolizionismo (come in Italia), legalizzazione e decriminalizzazione[9] – io sostengo sicuramente quest’ultimo, anche se non ricorrerei mai al sesso mercenario (ma non condanno chi lo fa). Il resto è bigottismo e ipocrisia.

Concludo con una riflessione personale, su un altro tema non toccato da Calamandrei: la contraccezione. Nella preistoria era importante fare molti figli perché alta era la mortalità infantile, e comunque il pianeta Terra era ben lontano dalla sovrappopolazione. Oggi le cose sono diverse: siamo già troppi al mondo, la riproduzione non va incoraggiata (come fanno certe religioni anacronistiche) ma piuttosto regolamentata attraverso una responsabile educazione sessuale che dovrebbe iniziare fin dalle scuole medie (ormai i ragazzini sono molto precoci) e diffusa soprattutto nel Terzo Mondo, diminuendo anche là la mortalità infantile e in parallelo la natalità. Fare un figlio non dovrebbe essere una “libera scelta” dei genitori ma bisognerebbe considerare innanzitutto il bene dei figli stessi, se è possibile offrire loro una vita dignitosa o se li si condanna a morire di fame per un capriccio momentaneo dei genitori libidinosi. Insomma, per dirla con Fabrizio De André ne Il testamento di Tito:

Non commettere atti che non siano puri, cioè non disperdere il seme…
Feconda una donna ogni volta che l’ami così sarai uomo di fede.
Poi la voglia svanisce ed il figlio rimane e tanti ne uccide la fame.
Io forse ho confuso il piacere e l’amore ma non ho creato dolore.

Firenze, 16 brumaio ’28 (7 novembre 2019)

Bibliografia

  • Acciai Baggiani M., Milella F. (a cura di), Perché non siamo fatti per vivere in eterno?, Firenze, Porto Seguro, 2019.
  • Calamandrei S., Perché si fa poco sesso, Tricase, Youcanprint, 2014.
  • Giacobbe G.C., Alla ricerca delle coccole perdute. Una psicologia rivoluzionaria per il single e per la coppia, Firenze, Ponte Alle Grazie, 2014.

Note

[1] Comprendente i romanzi gialli L’unico peccato e Indietro non si può, il già citato Perché si fa poco sesso, la raccolta Il mestiere più bello del mondo e altri racconti, gli Assaggi gratis e il blog http://sessomotore.wordpress.com.

[2] Giacobbe G.C., Alla ricerca delle coccole perdute. Una psicologia rivoluzionaria per il single e per la coppia, Firenze, Ponte Alle Grazie, 2014.

[3] Harry: Perché nessun uomo può essere amico di una donna che trova attraente, vuole sempre portarsela a letto.

Sally: Allora stai dicendo che un uomo riesce ad essere amico solo di una donna che non è attraente?

Harry: No, di norma vuole farsi anche quella. (dal film Harry ti presento Sally)

[4] Calamandrei S., Perché si fa poco sesso, Tricase, Youcanprint, 2014, pp. 141-143.

[5] Acciai Baggiani M., Milella F. (a cura di), Perché non siamo fatti per vivere in eterno?, Firenze, Porto Seguro, 2019, pp. 24-25.

[6] Calamandrei S., op. cit., pp. 113-123.

[7] Calamandrei S., op. cit., p. 120.

[8] Luciano De Crescenzo anzi riteneva semmai più degradante la “prostituzione” intellettuale rispetto alla vendita di una parte del corpo meno “nobile” rispetto alla mente…

[9] Calamandrei S., op. cit., p. 116.

Una passeggiata nel bosco

Di Massimo Acciai Baggiani

IMG-20191027-WA0015Questa domenica fa così caldo che nessuno direbbe, giudicando solo dal sole estivo che splende in un cielo privo di nubi, di un azzurro intenso, che mancano meno di due mesi a natale. Gli escursionisti si liberano presto degli abiti pesanti, portati “perché non si sa mai”, rimanendo in mezze maniche, e tirando infine fuori i berretti per proteggersi dai raggi sulla testa, nelle parti più esposte. Nel bosco però si sta bene, tra l’ombra e le macchie di luce che fanno brillare il verde. L’autunno regala anche altri colori vivaci; l’inverno tuttavia pare lontanissimo.

Appuntamento all’azienda agricola TerrAdoro alle dieci di mattina: io e i miei amici arriviamo con un certo anticipo. Abbiamo raggiunto il luogo di ritrovo con la macchina di Carlo Menzinger[1] e sua moglie. Con me c’è anche Miriam, la mia amica messicana. Più tardi arrivano anche Sergio Calamandrei[2] e consorte. Gli altri partecipanti non li conosco: l’unico altro volto noto è quello di mio cugino Pino Baggiani, la nostra guida, esperto di piante autoctone toscane.

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Il gruppo è composto da una quarantina di persone: Pino ci accompagna in questa escursione nel bosco di Sommaia, nella parte alta di Calenzano, con la sua esperienza e pazienza infinita con i bambini troppo vivaci. Insieme alla collega Silvia Mazzoni, con cui ha condotto il corso sulle piante officinali e commestibili che si conclude oggi, si ferma di tanto in tanto a darci qualche spiegazione su alcune specie vegetali incontrate lungo il sentiero – il pungitopo, il finocchio selvatico, il cipresso, il cerro, il frassino e l’alaterno.

«Guardate!» Pino indica una sfera marrone simile a una ghianda, attaccata al ramo di una quercia. «Questa conteneva un uovo di cinipede; l’albero lo ha rivestito con questa galla e l’insetto, una volta uscita dall’uovo, ha fatto un buco qui ed è andato via.»

Pino ci mostra un minuscolo foro nella “galla” legnosa. Affascinante.

Per quanto riguarda il cipresso, albero molto presente in Toscana ma associato in altre regioni soprattutto ai cimiteri[3], mio cugino ci mostra le differenze tra la forma “femminile” – più selvatica e con i rami più allargati – e quella “maschile” che conosciamo meglio per la sua classica forma a fiammella.[4]

«Sapete perché l’olivo nasce sotto il cipresso?» ci domanda Pino. Nessuno sa spiegare questa stranezza.

«Spesso le olive sono predate dagli uccelli, in particolare gli storni, mangiandoli nell’intimità del folto della chioma del cipresso e poi evacua il nocciolo dell’oliva del giorno prima proprio sotto il cipresso, sgrassato dall’intestino dell’uccello e favorendo così la germinazione.»

IMG-20191027-WA0028Lungo il cammino troviamo anche qualche fungo velenoso, da cui siamo messi in guardia. Saliamo fino a un’altitudine di circa 300 metri, quindi riscendiamo fino alla strada asfaltata. Abbiamo incontrato un agriturismo in mezzo al bosco, poi case e stradine di campagna. In meno di tre ore dalla partenza siamo di nuovo all’azienda TerrAdoro. Mi sorprendo piacevolmente di me stesso: la camminata, nonostante le molte salite, non mi ha stancato più di tanto. Vero è che siamo andati molto piano, fermandoci spesso per ascoltare le “lezioni” dei nostri accompagnatori. Abbiamo incontrato mole piante commestibili (tarassaco, rucola, cicoria, eccetera), illustrate da Silvia, così come di piante medicinali: è stato molto istruttivo. Ho scoperto che ad esempio le ghiande avevano un largo consumo alimentare nel passato, come è ben spiegato in un libro di Marco Giovannoni[5] che mio cugino ci consiglia come lettura. Sicuramente mio cugino, se si perdesse nel bosco, saprebbe sopravvivere: saprebbe cosa mangiare e cosa no (a differenza di me).

È ora di ristorarci con un buon pranzo vegetariano all’aperto, presso l’azienda: tutta roba genuina, prodotti locali – risotto di borragine, minestra di topinambur, tofu con verdure, frittata, pasticcio di melanzane, eccetera – e d’altra parte l’appetito certo non manca. È una buona occasione conviviale per commentare la nostra esperienza in mezzo alla natura. Dopo il caffè Pino ci propone di visitare il suo vivaio, distante pochi minuti d’auto.[6]

Il nostro gruppo intanto si è assottigliato; alcuni hanno preferito, dopo pranzo, rientrare a casa. Io e i miei amici invece siamo curiosi di vedere l’opera di mio cugino – anche se io l’avevo già visto in un’altra occasione – di cui parla anche in un articolo su «A.DI.PA.» e su «Bullettino».

Il vivaio di Pino ci riserva molte sorprese; si vede la grande passione che ci ha messo nel raccogliere nei boschi toscani i semi delle varie specie, di cui conosce ogni segreto. La sua passione traspare dalle sue parole, mentre ci mostra i suoi tesori. La giornata volge ormai al termine; è tempo di rientrare. È stata senza dubbio un’esperienza interessante, così insolita per un abitante della città come sono io.

Firenze, 7 brumaio ’28 (29 ottobre 2019)

IUA-n°-10-Anno-VI-Novembre-2019 (N° 10, Anno VI, novembre 2019 de «L’Italia, l’Uomo, l’Ambiente».)

Note

[1] Scrittore fiorentino, autore di racconti e romanzi ucronici, a cui ho dedicato il mio libro biografico Il sognatore divergente (Porto Seguro, 2018).

[2] Altro scrittore fiorentino, amico di Carlo Menzinger, specializzato sul genere giallo.

[3] Il motivo lo chiariamo nel nostro libro sul Valdarno che stiamo attualmente preparando io, mio cugino e Italo Magnelli, terzo libro di una trilogia iniziata con Radici (Porto Seguro, 2017) e proseguita con Cercatori di storie e misteri (Porto Seguro, 2019).

[4] Vedi anche la storia del Cipresso di Campestri in Acciai Baggiani M., Baggiani P., Magnelli I., Radici, Firenze, Porto Seguro, 2017, pp. 64-66.

[5] Giovannoni M., Ghiande e uso alimentare umano, Arezzo, Compagnia delle foreste, 2019.

[6] Vivaio Massedonica, Località Baroncoli, Calenzano.

La truffa di Gianni Schicchi

di Antonella Bausi

Buonasera amici di questo bel gruppo. L’altro giorno ho promesso che avrei scritto qualche briciola di storia fiorentina e eccomi a voi. Che ne dite se inizio con un personaggio che fu reso famoso da un poeta e da un musicista? Già proprio di Gianni Schicchi vi voglio parlare di lui al quale Dante dedicò alcune terzine nel canto XXX dell’inferno e che bastarono ad ispirare successivamente una delle più deliziose opere di
Giacomo Puccini. Gianni Schicchi de’ Cavalcanti fu uomo di legge vissuto nella seconda metà del tredicesimo secolo. Ebbe fama di sagace e furbo ma anche di abile uomo politico tanto che fu tra i garanti della pace stipulata dal Cardinal Latino. Tuttavia più che per i suoi meriti viene ricordato per una truffa che operò per conto terzi. Il ricco Buoso Donati era in punto di morte ed il nipote Simone (futuro padre del famigerato Corso) aveva paura di esser tagliato fuori dal testamento dello zio. Chiese consiglio a Gianni il quale si sostituì al morto o moribondo Buoso e dettò un testamento di cui il maggior beneficiario era il nipote non dimenticando però di fare un dono generoso anche a se stesso, ovvero una bellissima mula o cavalla… “per guadagnar la donna della torma, falsificare in sé Buoso Donati, restando e dando al testamento norma…” Ovviamente Dante lo mette tra i falsati ma da questo inferno lo trasse la musica immortale di Puccini. Nell’opera che segue la falsariga dell’inferno, Gianni è un babbo amoroso che si presta all’inganno per assicurare la felicità della figlia Lauretta innamorata di un Donati ma che I parenti del quale disdegnano perché senza dote.  Alla fine anche Dante riceve uno sberleffo, lui è la sua smania di sentirsi aristocratico in contrapposizione alla “gente nova” incarnata dallo Schicchi. Buona serata a tutti sperando di non avervi annoiato.

Firenze Rivista 2019

Di Massimo Acciai Baggiani

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Dal 20 al 22 settembre 2019 Firenze ha ospitato il consueto festival dedicato alle riviste e alla piccola e media editoria: stavolta la scelta della location è caduta sull’ex carcere delle Murate, in centro. Non me la potevo perdere, così come non mi perdo mai un evento in cui si parla di libri e di scrittura, soprattutto se è a ingresso libero. Quest’anno poi era presente anche Giulio Perrone, l’editore romano con cui ho pubblicato due antologie della mia rivista Segreti di Pulcinella[1], che ho rivisto e salutato con piacere. I due spazi – quello delle riviste e quello delle case editrici – erano separati: ho visitato prima gli editori, dove ho trovato libri interessanti come quello degli haiku che riassumono trame di film famosi (che il lettore deve indovinare… io non ci sono riuscito)[2] o le traduzioni dall’inglese di Black Coffee, o i fumetti satirici di Gonzo Editore, eccetera…

Tra le riviste presenti, quasi tutte cartacee (ma anche un paio digitali, come Tre Racconti e Il Rifugio dell’Ircocervo), Digressioni, Settepagine (dell’editore Settepiani, dal famoso racconto di Buzzati), Neutopia, L’Eco del Nulla, Charta Sporca, Quanto, eccetera. C’era anche una rappresentante di una rivista di racconti erotici, Ossi. Il Rifugio dell’Ircocervo era stato di recente citato da Vanni Santoni durante un incontro organizzato dal Gruppo Scrittori Firenze[3] come una rivista da prendere in considerazione come trampolino di lancio per arrivare ai grandi editori. Nel complesso pochi le riviste e gli editori fiorentini o toscani: il più dell’editoria italiana, piccola o grande, sta a nord o a Roma.

Durante i tre giorni si sono svolti anche molti incontri letterari, presentazioni di libri ed eventi artistici vari.

Firenze, 22 settembre 2019

Note 

[1] Nel 2005 e nel 2018, in occasione dei 15 anni della rivista.

[2] Infugadallabocciofila, Fino all’ultimo haiku, Effequ.

[3] Come pubblicare con un grosso editore, presso l’ASD Laurenziana, 5 settembre 2019.

Creatori di mondi nella fantascienza

Di Massimo Acciai Baggiani

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Massimo Acciai Baggiani (a sinistra) e Carlo Menzinger: due scrittori fiorentini, creatori di mondi. Foto di Italo Magnelli

Se è vero che qualsiasi opera di fiction, non solo di fantascienza, genera un mondo immaginario, quando pensiamo a un “creatore di mondi” abbiamo però in mente qualcuno che “disegna” uno sfondo molto dettagliato per le sue storie, tanto elaborato e affascinante da diventare spesso più importante della trama stessa: è ciò che Tolkien chiamava “mondo secondario” in un suo celebre saggio[1].

«È difficile determinare in cosa consiste attualmente un “universo immaginario”» leggiamo su Wikipedia «Il mondo immaginario è coeso con regole proprie e concetti funzionali, ma comprende solo un piccolo territorio o tutti i territori su alcuni mondi (anche dimensioni) non strutturati nel modo dell’astrofisica (su vari pianeti); mentre l’universo immaginario è invece globale planetario, stellare e addirittura galattici o intergalattici. Un universo immaginario può ugualmente essere interconnesso ad altri universi attraverso espedienti fantascientifici e una serie di universi interconnessi è chiamato multiverso. Questi multiversi sono stati caratterizzati prevalentemente nella fantascienza della metà del XX secolo.»[2]

Del concetto di multiverso ho parlato diffusamente nel mio saggio sulla narrativa ucronica di Carlo Menzinger, a cui rimando[3].

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Isaac Asimov

Forse il più famoso creatore di mondi è J.R.R. Tolkien (1892-1973) – la sua Terra di Mezzo è un capolavoro di dettagli coerenti che si estendono nello spazio e nel tempo per migliaia di anni, con una cronologia vertiginosa che affonda nella mitologia e una grande cura anche dal punto di vista linguistico[4] – ma possiamo trovare esempi celebri anche nella fantascienza: Menzinger (1964) ne è un buon esempio, anche se non celebre come Gene Roddenberry (1921-1991, creatore di Star Trek) o George Lucas (1944, ideatore della saga di Star Wars), o Frank Herbert (1920-1986, il cui il ciclo di Dune è stato molto influenzato da Tolkien) o ancora Isaac Asimov (1920-1992) e Philip K. Dick (1928-1982): tutti esempi di come un mondo immaginario sopravviva al proprio creatore (a parte Lucas, ancora vivo) attraverso l’utilizzo del mondo in questione da altri autori che vi hanno ambientato altre storie, riprendendone il lavoro e arricchendolo di nuovi dettagli.

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Thomas More

Quando possiamo iniziare a parlare di mondi immaginari, nell’accezione sopra indicata, nella letteratura fantascientifica? La risposta può sorprenderci: i creatori di mondi sono antichi! Thomas More (1478-1535) con la sua Utopia (del 1516) ci fornisce uno dei primi esempi di descrizione dettagliata di un mondo “altro”, seppur limitato a una sola isola (se escludiamo i vari inferni e paradisi delle religioni antiche, il viaggio dantesco della Commedia, e le mitiche Atlantide e Mu). L’uomo, scontento del mondo in cui si ritrova a vivere, immagina naturalmente mondi diversi in cui sarebbe più piacevole abitare. Nasce appunto l’utopia, termine coniato dallo stesso More da due parole greche che unite significano “nessun luogo”.

Come possiamo immaginare mondi “perfetti”, o comunque migliori, possiamo tuttavia anche ipotizzare mondi terrificanti, che ci consolano in qualche modo della nostra condizione o che ci mettono in guardia da un futuro che potrebbe portarci verso la distopia di turno. Sarebbe interessante domandarci come mai le utopie in letteratura e in filosofia nascono prima delle distopie: l’umanità è diventata più pessimista col passare dei secoli? Parrebbe proprio di sì, purtroppo, e c’è da temere le famose profezie negative che si autorealizzano. Tuttavia leggendo oggi l’Utopia di More ci sentiamo più di classificarla tra le distopie: chi vorrebbe vivere infatti in un mondo così rigido e autoritario, in cui ogni aspetto pubblico e privato della vita del cittadino è controllato dalle varie magistrature secondo principi antidemocratici e liberticidi?

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Giacomo Casanova

Un’altra utopia, molto meno famosa, di cui mi sono occupato in un articolo[5] è il “paradiso terrestre” che si nasconde, secondo Giacomo Casanova (1725-1798), nelle viscere della Terra: nel monumentale Icosameron (1788) il celebre avventuriero veneziano immagina due ragazzi inglesi che finiscono all’interno della Terra Cava (altro spunto per creatori di mondi immaginari nei due secoli successivi) e fanno la conoscenza con la pacifica razza dei megamicri. Il romanzo va citato perché è forse la più dettagliata descrizione di un mondo immaginario precedente ai romanzi tolkeniani: l’Icosameron nella sua versione integrale conta 1800 pagine (più del Signore degli anelli!) e questa prolissità ne ha decretato il clamoroso insuccesso, causa della rovina finanziaria di Casanova, il quale considerava quest’opera il suo capolavoro, il suo biglietto per l’immortalità.

La triade delle celebri distopie del Novecento – Il mondo nuovo (1932) di Aldous Huxley (1894-1963), 1984 (1949) di George Orwell (1903-1950) e Fahrenheit 451 (1951) Ray Bradbury (1920-2012) – ha fatto scuola: rappresenta un punto di riferimento per tanti autori contemporanei.

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Jules Verne

Il XIX secolo ci regala opere fantascientifiche straordinarie: due giganti in particolare sono da ricordare anche come grandi creatori di mondi; il francese Jules Verne (1828-1905) e l’inglese H.G. Wells (1866-1946). Verne ha ripreso il tema della Terra Cava nel Viaggio al centro della Terra (1864), descrivendo paesaggi selvaggi e primitivi molto affascinanti, mentre Wells ha parlato di mondi extraterrestri reali (come ad esempio Marte e la Luna) ma ancora inesplorati all’epoca, quindi rivisitati con la straordinaria fantasia dell’autore, oltre a scenari futuri vividi e intriganti.

Un capitolo a parte meriterebbe il discorso sui luoghi reali “rivisitati” (il pianeta Marte di Ray Bradbury, di Edgar Rice Burroughs o di C.S. Lewis, ad esempio) e il discorso sarebbe lunghissimo, ma voglio concludere il mio intervento – che non ha alcuna pretesa di esaustività – citando un vecchio racconto di Ray Bradbury che considero la migliore storia sui viaggi nel tempo mai scritta, e che rappresenta anche un curioso esempio di creazione di un mondo all’interno di un mondo secondario.

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Ray Bradbury

Viaggiatore del tempo[6] racconta la storia di Craig Bennett Stiles, un uomo che sostiene di aver viaggiato nel futuro e a riprova porta vari filmati, foto e documenti. Il presente del protagonista è un mondo al bivio: da una parte la distruzione causata da inquinamento, guerre e criminalità, dall’altra il superamento di tutto ciò e la creazione di un mondo utopico. L’umanità, osserva Craig, ha perso la fiducia nelle proprie possibilità e non riesce ad immaginare un futuro positivo: ci penserà quindi lui a “inventarsi” un viaggio nel tempo, falsificando le prove, infondendo così nei propri simili quell’ottimismo che mancava per fare la svolta. «Ce la possiamo fare!»: questo il messaggio. Il mondo futuro descritto da Craig diviene così realtà, e un ormai centenario Craig osserva divertito i propri concittadini – quelli del mondo ecologico e armonico che ha contribuito a creare nella realtà dopo averlo creato nella fantasia – aspettare lui stesso da giovane che magicamente compare dal passato. Ovviamente ciò non accadrà mai, ma l’inganno è stato a fin di bene e ha prodotto risultati stupefacenti. Una profezia autorealizzante di cui avremmo bisogno anche noi, oggi più che mai.

Intervento per il terzo incontro del Gruppo Scrittori Fiorentini “Creare mondi immaginari” (Firenze, ASD Laurenziana, 19 settembre 2019). Vedi video.

Firenze, 15 settembre 2019

 

19 settembre 2019

Vedi video dell’intera serata

Bibliografia

  • Acciai Baggiani M., Il sognatore divergente, Firenze, Porto Seguro, 2018.
  • Acciai Baggiani M., Casanova autore di fantascienza ovvero una lettura moderna dell’Icosameron, in «Segreti di Pulcinella» n. 49 (maggio 2016).
  • Acciai Baggiani M., Felici F. (a cura di), Ghimile ghimilama. Breve panoramica su alcune lingue artificiali, rivitalizzati e più o meno pazzamente manipolate, Venafro, Edizioni Eva, 2016
  • Bradbury, Ray, Fahrenheit 451, Milano, Mondadori, 1989.
  • Bradbury, Ray, Viaggiatore del tempo, Milano, Mondadori, 2006.
  • Casanova C. Jcosameron; a cura di Giuseppe Panella, Milano, La vita felice, 2001.
  • Huxley, Aldous, Il mondo nuovo. Ritorno al mondo nuovo, Milano Mondadori, 1991.
  • Menzinger C., Via da Sparta, Firenze, Porto Seguro, 2017-2019.
  • More T., Utopia, lo Stato perfetto, ovvero l’isola che non c’è, Bussolengo, Demetra, 1995.
  • Orwell, George, 1984, Milano, Mondadori,1989.
  • Tolkien J.R.R., Albero e foglia, Santarcangelo di Romagna, Rusconi, 1976.
  • Tolkien J.R.R., Il signore degli anelli, Santarcangelo di Romagna, Rusconi, 1979.
  • Verne J., Viaggio al centro della Terra, Torino. Einaudi, 1989.

 

Note

[1] Tolkien J.R.R., Albero e foglia, Santarcangelo di Romagna,Rusconi, 1976.

[2] https://it.wikipedia.org/wiki/Universo_immaginario.

[3] Acciai Baggiani M., Il sognatore divergente, Firenze, Porto Seguro, 2018.

[4] Per quanto riguarda la creazione di lingue nella fantascienza si veda Acciai Baggiani M., Felici F. (a cura di), Ghimile ghimilama. Breve panoramica su alcune lingue artificiali, rivitalizzati e più o meno pazzamente manipolate, Venafro, Edizioni Eva, 2016, in particolare pp. 25-82.

[5] Acciai Baggiani M., Casanova autore di fantascienza ovvero una lettura moderna dell’Icosameron, in «Segreti di Pulcinella» n. 49 (maggio 2016)

[6] Nella raccolta Viaggiatore del tempo (1988).

Fiorentini all’Inferno

Di Antonella Bausi

Bene amici, buona serata a tutti ed eccomi qui a cercare di fare un po’ di chiacchiere sui fiorentini presenti nella Divina Commedia. Tanti anni fa, circa cinquanta per la precisione, mio padre mi regalò un libro di Indro Montanelli intitolato “Dante ed il suo secolo”. Mi ci tuffai a pesce ed ovviamente lo lessi e lo rilessi perché allora ero una ragazzina e tante cose non le potevo capire. Ricordo però che una frase mi colpì ..”Dante per popolare l’inferno ed il paradiso non ebbe bisogno di cercare lontano da Firenze, per il purgatorio si”.

In effetti c’è del vero; Firenze è sempre stata una città dalle passione estreme e dai contrasti forti. Non per nulla dei toscani in generale e dei fiorentini in particolare si è detto che hanno “il paradiso negli occhi e l’inferno in bocca”. Dentro di noi si oscilla dalla preghiera alla bestemmia, dall’amore per il sublime alla battuta ribalda e triviale, dall’ascesi mistica al vizio e quindi non c’è da stupirsi che anche nella “Fiorenza sobria e pudica” rimpianta da Dante, vizi e virtù abbondassero, i primi forse più delle seconde.

Quindi partiamo con i… fiorentini all’inferno. Stranamente nei primi cerchi non se ne trovano, nemmeno tra i lussuriosi, come sarebbe logico aspettarsi. Bisogna arrivare al sesto canto, girone golosi, dove facciamo conoscenza con un certo Ciacco che giace sotto una pioggia fetida. Ciacco non è un nome vero ma un soprannome che significa porco e che fu dato ad un membro della famiglia dell’Anguillaia  “….Voi fiorentini mi chiamaste Ciacco..” dice lui. Si sa che fu un banchiere, ma godereccio com’era sperperò il patrimonio ed allora si trasformò in scroccone e parassita autoinvitandosi a feste e banchetti. Di sicuro quando lo vedevano avvicinare i malcapitati di turno si davano alla fuga perché quello era capace di mangiarsi in un giorno le provviste di una settimana. Ciacco si vendica dei suoi concittadini affermando che l’inferno è pieno di loro perché superbi, avari ed invidiosi.
Nel canto ottavo, girone iracondi, troviamo tutto pieno di fango, Filippo de’ Caviccioli detto Argenti, ricchissimo cavaliere che si guadagnò questo soprannome perché una volta fece ferrare il suo cavallo con zoccoli d’argento. Ricco ma superbo, attaccabrighe, violento tanto che sembra che durante una lite avesse preso a schiaffi lo stesso Dante
il quale non voleva prestarsi ai suoi maneggi. e Dante, giù nella palude stigia il riccone, tiè!!!

Canto decimo, girone eretici ..qui sono due e famosi! Cavalcante de’ Cavalcanti, padre del poeta Guido che ricco e raffinato com’era ebbe fama di epicureo e il grande Farinata degli Uberti. E’ indubbiamente uno dei canti più belli e dove Dante rende omaggio al nemico di parte si, ma gran signore e soprattutto ad un vero fiorentino. Su di lui non
spreco parole si sa che fu grande in tutto ed anche se fu artefice della più sanguinosa sconfitta fiorentina, fu anche colui che la “difese a viso aperto”. I suoi nemici per dirne male dovettero inventarsi l’accusa di eresia, cosa normale a quei tempi.

Girone suicidi canto tredicesimo: qui abbiamo un anonimo fiorentino che dice di essersi impiccato nella propria casa e nel quale è parso ravviare Lotto degli Agli giurista famoso che si uccise sembra per il rimorso di aver pronunciato una condanna ingiusta. Perla rara direi, certi magistrati di oggi sono pregati di prendere esempio!!!
Canti quindicesimo e sedicesimo, sodomiti… fiorentini a sfare! Nulla di strano del resto perché la sodomia allora era chiamata “vizio fiorentino”. Primeggia Brunetto Latini che Dante chiama maestro.
Notaio di parte guelfa, subì l’esilio dopo Montaperti e scrisse un trattatello di sapere universale detto “Il tesoretto”. Gli piacevano i ragazzi, e allora? Nessuno è perfetto così come piacevano al Conte Guido Guerra, valoroso cavaliere che fa compagnia a Ser Brunetto. Tegghiaio Aldobrandi degli Adimari fu uomo di grande buonsenso tanto che si adoperò affinché non fosse dichiarata la disastrosa guerra contro Siena, ma questo non lo salvò dal preferire la compagnia maschile. Invece l’ultimo signore che troviamo una scusa ce l’aveva. Pare infatti che Jacopo Rusticucci avesse per così dire, saltato il fosso, a causa della moglie brutta ed arpia che gli avevano imposto.

Canto diciassette usurai. Da notare la finezza del Sommo che per presentare i peccatori prima ci mostra il loro blasone. Leone azzurro in campo rosso per Catello de’ Gianfigliazzi guelfo nero oltre che strozzino, oca bianca, per Ciapo degli Obriachi e tre montoni in campo d’oro per Buiamonte de’ Becchi che fu gonfaloniere e banchiere ma
che per brama di guadagno, poi fallì venendo condannato per truffa. Bei tempi!!
Scendiamo ancora e nel venticinquesimo vanto fra i ladri si trovano Cianfa dei Donati, ladro di cose e di bestiame ed Agnolello de’ Brunelleschi che non contento di rubare anche ai propri genitori, passava dalla loro bottega ed attingeva alla cassa, così per gradire.
Troviamo anche Buoso Donati che non potendo più per limiti di età, lucrare grazie alla carica pubblica che ricopriva, fece in modo che tale carica la ricevesse un suo protetto (che gli avrà allungato di sicuro una sostanziosa bustarella), un certo Guercio de’ Cavalcanti che troviamo qui insieme al suo amico. Andiamo oltre e nel ventottesimo canto tra i seminatori di discordia troviamo discordia troviamo Mosca de’ Lamberti che “fu mal seme per la gente tosca”. Il signore in questione è ricordato per aver pronunziato la famosa frase cosa fatta capo ha” in merito all’uccisione di Buontelmonte dei Buontelmonti, si proprio di quel ragazzo che scatenò un putiferio a Firenze con i suoi sospiri amorosi. Mosca con le sue parole praticamente provocò quella scissione che fu detta fra guelfi e ghibellini. Non male neppure per quei tempi, visto quello che poi accadde.

Sempre fra i seminatori di discordia troviamo, ahimè un parente di Dante, Geri del Bello. I Del Bello era la casata che si era originata da un prozio di Dante ed infatti questo Geri era un cugino del padre del Sommo Poeta. Pare che fosse un rissoso ed un violento ed alla fine venne ucciso da un Sacchetti. Nessuno aveva vendicato questa morte e l’onta pesava ancora sulla famiglia Alighieri.

Trentesimo canto, troviamo Gianni Schicchi di cui vi ho parlato insieme
all’alchimista Capocchio, arso sul rogo. Coraggio, siamo al canto trentadue quello dei traditori, sia dei parenti che della patria, dove però si abbonda in fiorentini, segno che il  tradimento a Firenze era uno sport piuttosto diffuso. Il primo che Dante trova nel Cocito, il lago gelato è Bocca degli Abati, il ghibellino infiltratosi fra i guelfi a Montaperti e che recidendo con un colpo di spada, la mano al porta stendardo fiorentino, decretò in pratica la sconfitta di Firenze.. Di lui potrei parlarvi abbondantemente (gli ho dedicato un capitolo nel libro che ho scritto sulla sua famiglia) ma non vi annoierò oltre limitandomi a dire che sicuramente Bocca era parente stretto del nonno materno di Dante, il poeta Durante degli Abati e che questa parentela con un traditore doveva urtare parecchio il suscettibile Alighieri; infatti gli rifila un pedatone nel viso che neanche Ronaldo…e poi gli strappa i capelli…. Insomma un comportamento non certo da gentelman. Andiamo avanti e subito dopo troviamo i Conti Alberti fratelli che non seppero far altro che scannarsi fra loro, Sassol Mascheroni che per ereditare da uno zio
vecchio e malazzato ma che ahimè aveva un figlioletto pensò bene di farlo fuori ma si ritrovò poi senza testa quando il misfatto fu scoperto.
Ultimo, per fortuna Gianni Soldanieri, ghibellino ma che tradì i suoi compagni nel 1266 quando si trattò di cacciare i filo imperiali da Firenze.
Qui da l’inferno è tutto, passo e chiudo sperando di non aver dimenticato nessun dannato (non vorrei venissero a tirarmi i piedi stanotte.
Se vi ho annoiato, mandatemi pure all’inferno, troverò tanti concittadini.