Autore contro Personaggio

Di Massimo Acciai Baggiani

unamunoI metaromanzi mi hanno sempre affascinato, fin da adolescente, quando scoprii La storia infinita (Michael Ende), proseguendo poi con Il mondo di Sofia[1] (Jostein Gaarder), Sei personaggi in cerca d’autore (Luigi Pirandello), fino a Niebla (Miguel de Unamuno): romanzo sperimentale, quest’ultimo, assolutamente geniale. Una felice scoperta nata, come al solito, dal Caso che me lo ha fatto trovare – nella lingua originale – allo scaffale del libero scambio.

Unamuno (1864-1936) in questa “nivola” si è reso personaggio al pari degli altri, dialogando – nell’ultimo stupendo capitolo – col protagonista, Augusto Pérez. Il romanzo-nivola di Unamuno, scritto nel 1907, rompe gli schemi della narrativa realista spagnola dell’epoca; la storia di Augusto è piuttosto banale in sé: si innamora di una donna, incontrata per caso, ma lei non lo ricambia, lo tradisce con un altro, lui soffre e pensa al suicidio. Tuttavia due sono i punti interessanti: il capitolo 6, in cui l’erudito Paparrigópulos riassume il suo studio sull’universo femminile nell’assunto che «las mujeres todas no tienen sino una sola y misma alma, un alma colectiva, repartidas en todas ellas […] todas son una sola y misma mujer»[2] (ossia che in realtà tutte le donne sono una sola medesima donna[3]), e soprattutto il capitolo 9, quello in cui appunto Augusto, deciso a suicidarsi per la delusione amorosa, si confronta con lo stesso Autore, Miguel de Unamuno. Questi al pari di un dio gli rivela che non può suicidarsi, non perché non ne abbia il coraggio ma perché per uccidersi bisogna essere vivi, e lui non lo è in quanto non ha vita propria. È solo il prodotto di un sogno, di una fantasia. Come reagiremmo noi a una simile notizia? Chiaramente di ribelleremo, e così fa il nostro Augusto. Anzi, il protagonista fa di più: rilancia l’accusa di “non esistere” allo stesso Unamuno e rivendica il suo libero arbitrio. A questo punto è l’Autore a comunicargli che sarà lui a “ucciderlo”, minaccia che poi metterà in atto, come una sorta di dio veterotestamentario, salvo poi pentirsene; ma Augusto obietta che lui continuerà comunque a vivere nella mente dei suoi lettori, in una sorta di “immortalità”.

Chi l’ha vinta dunque? A me piace pensare che nello scontro tra Autore e Personaggio sia quest’ultimo ad avere l’ultima parola, in quanto è senz’altro vero che una volta che un libro viene pubblicato sfugge dal controllo dell’autore e passa a quello del lettore. Mi piace immaginare che ciò accada anche per i miei personaggi – che non hanno certo lo spessore psicologico di un Augusto Pérez (in quanto nei miei libri ha più importanza la trama che i personaggi) – e come accade di frequente nella fan-fiction[4]. Un buon personaggio, pur nella sua vita “fittizia”, supera talvolta la vita limitata del suo autore.

Al di là della riflessione sulla scrittura, la “nivola” di Unamuno è anche una metafora della nostra vita, a cui siamo chiamati a dare un senso. C’è chi accetta un dio come proprio “autore” e chi, come il sottoscritto, preferisce scriversi da solo la propria “storia”, in nome di una sacrosanta Libertà. Qui il discorso entrerebbe nel filosofico e nel misticismo, si farebbe troppo ampio per un articoletto come questo (rimando però a un libro sulle religioni che sto per pubblicare[5]). In conclusione ritengo questo piccolo capolavoro spagnolo di cent’anni fa un’ottima occasione di riflessione per scrittori e non.

Firenze, 17 giugno 2020

Bibliografia

  • Acciai Baggiani M., Letture per la quarantena, Firenze, Edizioni Segreti di Pulcinella, 2020.
  • Acciai Baggiani M., La vera religione, Firenze, Edizioni Segreti di Pulcinella, 2020 (di prossima uscita).
  • De Unamuno M., Niebla, Recanati, Eli, 2011.

Note

[1] Acciai Baggiani M., Letture per la quarantena, Firenze, Edizioni Segreti di Pulcinella, 2020, pp. 90-93.

[2] De Unamuno M., Niebla, Recanati, Eli, 2011, p. 88.

[3] Ne era convinto anche Valerio Negrini quando ha scritto il testo di Amica mia (dall’album Dove comincia il sole, dei Pooh, 2010).

[4] Mi viene in mente ad esempio la raccolta di racconti fantastici Sparta ovunque, basata sul mondo ucronico creato da Carlo Menzinger, di prossima pubblicazione, anche se in quel caso non sono i personaggi ma l’ambientazione ad essere ripresi dai vari autori (tra cui il sottoscritto).

[5] Acciai Baggiani M., La vera religione, Firenze, Edizioni Segreti di Pulcinella, 2020 (di prossima uscita).

Due libri in uno

Di Massimo Acciai Baggiani

Habent sua fata libelli
Terenziano Mauro

luciano realeQuesto è un articolo un po’ diverso da quelli che scrivo di solito: qui infatti non mi preme tanto analizzare un libro ma raccontare le curiose circostanze grazie alle quali ne sono venuto in possesso. Il libro in questione è un romanzo breve (ma più propriamente un racconto) di Luciano Reale intitolato Ricordami in un albero, uscito insieme al libro di mio zio Siro Baggiani La natura ha pensato a tutto. Quando dico “uscito insieme” intendo proprio in senso letterale, in quanto la copia che avevo ordinato del libro di mio zio mi è arrivata mescolata al libro di Reale, per un errore di impaginazione di Lulu, il servizio editoriale americano al quale ci siamo rivolti sia io (in quanto curatore del libro di mio zio) sia il signor Reale. Come l’anonimo lettore di Se una notte d’inverno un viaggiatore, quando ho aperto la mia copia, giuntami per pacco postale, mi sono ritrovato con due libri in uno. Invece di prendermela con l’editore pasticcione, mi sono messo a leggere l’inatteso “regalo” e ho scoperto un altro fatto curioso: i due libri sono pure affini per argomento, parlando entrambi della natura con la nostalgia dell’uomo moderno, desideroso di evasione e di contatto col verde e gli alberi.

copertina_siro2Dello zibaldone composto da mio zio durante la quarantena ne ho già parlato altrove; il racconto di Luciano Reale invece merita qualche parola. Non è un capolavoro, anzi è una lettura leggera e per nulla originale, ma si legge volentieri in poco tempo e suscita in effetti il desiderio di una vita più naturale, più attenta, in cui i sentimenti sono importanti. È la storia, narrata in prima persona, di un uomo che perde la donna amata, trova l’affetto di un cane, e in sua memoria (della donna, non del cane) pianta un albero. Compare anche una misteriosa “Fata degli Alberi”, che sembra rappresentare la voce interiore del protagonista, del quale seguiamo tutta la vita – dall’infanzia alla vecchiaia – in una cinquantina scarsa di pagine: il tutto sullo sfondo dei Monti Rossi, alle pendici dell’Etna.

Fine della pubblicità al libro dell’autore siciliano. Io penso che ciò che accade non accada per caso: Jung parlava di “sincronicità”, altri parlano di “segnali” che l’universo ci invia. A me viene da chiedermi come devo interpretare questo “segnale” che mi ha portato a leggere un libro, per pura curiosità, di cui altrimenti non avrei mai sospettato l’esistenza. Forse la risposta va trovata in un terzo libro, quello di Italo Calvino…

Firenze, 15 giugno 2020

Bibliografia

  • Baggiani S., La natura ha pensato a tutto, Firenze, Edizioni Segreti di Pulcinella, 2020.
  • Calvino I., Se una notte d’inverno un viaggiatore, Torino, Einaudi, 1979.
  • Reale L., Ricordami in un albero, Edizioni Casa del Parco, 2020.

 

Dal superuomo di Nietzsche al superspreader di virus. Nietzsche – Lacan e coronavirus

Di Apostolos Apostolou

coronavirus

Il concetto di superuomo (Übermensch) di Nietzsche rappresenta una figura metaforica dell’uomo che diviene se stesso in una nuova futura epoca contrassegnata dal cosiddetto nichilismo attivo.  Molti dicono che Nietzsche voleva esprimere il nichilismo passivo della nuova epoca, che seguirebbe alla scoperta dell’inesistenza di uno scopo della vita, cosi Nietzsche voleva indicare con il termine superuomo che può essere superato il nichilismo passivo dell’uomo solo con un accrescimento dello spirito personale. Il termine tedesco (Übermensch) superuomo, può comunque essere fatto risalire al greco ὑπεράνθρωπος (hyperànthropos), le cui prime attestazioni sono nel I secolo a.C., con Dionigi di Alicarnasso, e nel II secolo d.C., con Luciano.Questo che sappiamo oggi è che Nietzsche non era il metafisico della volontà di potenza. Il potere di Nietzsche si situa perfino agli antipodi del dominio mentre il volere non può essere confuso con un volontarismo soggettivistico. E’ vero che ha usato questa espressione che simbolizzata nello Zarathustra dal leone perché cosi descrive Nietzsche l’oppressione delle cose e qualunque oppressione della vita e la volontà dell’uomo per trovare un senso nuovo.

”Super-spreader” è un termine vago, che non ha una chiara definizione scientifica, ma indica un paziente che infetta un numero elevato di persone, più della norma. Con il coronavirus il termine di super-spreader, prende la forma di super-diffusore. Super diffusore, è una persona che pur asintomatica o con lievi sintomi trasmette, ovviamente senza alcuna responsabilità, a un numero molto elevato di soggetti il virus. Il francese filosofo Gilles Deleuze aveva parlato di carico materiale della soggettività. La scienza, al futuro misurerà il carico materiale della soggettività secondo Gilles Deleuze. Questo abbiamo vissuto  oggi con il coronavirus. Profeticamente Gilles Deleuze ha visto ciò che sta accadendo oggi.

Il superdiffusore o il  superspreader esprimono anche la nuova patologia, e la nuova antropologia sociale. Jean Baudrillard sosteneva che  viviamo la patologia di terzo tipo. «Come nelle nostre società abbiamo a che fare con una violenza nuova, nata dal paradosso di una società permissiva e pacificata, cosi abbiamo a che fare con nuove malattie che sono quelle di corpi superprotetti dal loro scudo artificiale, medico o informatico, vulnerabile quindi a tutti i virus, alle reazioni a catena più “perverse” e più inattese. Una patologia che non rileva più dall’accidente o dell’anomia, ma dell’anomalia. Esattamente quanto avviene per il corpo sociale, dove le stesse cause comportano gli stessi effetti perversi, le stesse disfunzioni imprevedibili che possiamo assimilare al disordine genetico delle cellule, e anche qui a forza di superprotezione, di supercodificazione, di superinquadramento. Il sistema sociale nella misura stessa della sofisticazione delle sue protesi. E la medicina farà una bella fatica a scongiurare questa patologia inedita, perché essa stessa fa parte del sistema di superprotezione, di accanimento protezione profilattico del corpo.» La virulenza secondo Jean Baurillard «si impossessa di un corpo, di una rete o di un sistema nel momento in cui esso espelle tutti gli elementi negativi.» Il corpo oggi è diventato un non-corpo, una macchina virtuale i virus se ne impossessano. «Quando si consegna il corpo alle protesi e nello stesso tempo alle fantasie genetiche, si disorganizzano i suoi sistemi di difesa. Un tale corpo frattale votato alla moltiplicazione delle proprie funzioni esterne si vede nello stesso tempo votato alla demoltiplicazione interna delle proprie cellule. Entra in metastasi: le metastasi interne e biologiche sono simmetriche a quelle metastasi esterne che sono le protesi, i sistemi reticolari, i collegamenti…La profilassi assoluta è micidiale. La medicina non mostra di averlo capito quando tratta il cancro e l’ Aids quasi fossero malattie convenzionali mentre si tratta di malattie nate dal trionfo della profilassi e dalla medicina, malattie nate dalla scomparsa delle malattie, dalla liquidazione dalle forme patogene. Patologia di terzo tipo, inaccessibile a qualunque farmacopea dell’epoca precedente – quella delle cause visibili e degli effetti meccanici. A un tratto tutte le affezioni appaiono di origine immunodeficiente.»

Il passaggio dal superuomo ai supercontagiosi o al superspreader è la metastasi dell’uomo. Il superuomo è l’uomo con un significativo della metafora aperto mentre il superspreader ha il significativo della scienza, che è  un significativo forclusione come diceva J. Lacan. La scienza si fonda sulla forcluzione. La forclusione del Nome del Padre di cui parla Lacan va inteso infatti come un operatore linguistico che collega significante e significato in un modo che risulta connesso al common-sense. L’insalata di parole, (cioè superspreader, carico mentale, parole della scienza postmoderna) dello schizofrenico mostra in modo eclatante questo scollamento tra i significanti e l’universo semantico del common-sense.

Neologiorno n.12: Mangerezza

di Stefi Pastori Gloss

[man-ge-rèz-za]

SIGN Aplologia tra mangiare e leggerezza. Dicesi di individuo che si alimenta con leggerezza, che, in certi casi, significa superficialità. Da mangiare, ovvero masticare e ingerire; consumare, corrodere, dal francese antico ‘mangier’, che attraverso l’ipotetica forma intermedia ‘mandicare’ arriva dal latino manducare, derivato di màndere ‘masticare’. Ovviamente si tratta di un’azione del tutto essenziale alla sopravvivenza, ma nel caso del personaggio per il quale è stato creato questo neologiorno, trattasi non solo di sopravvivenza personale, bensì di inquadramento sociale e lavorativo, quindi va oltre al mero sopravvivere. Rispetto al mangiare, mangerezza ne supera la funzione di fulcro delle relazioni sociali, elemento rituale di base, giocato dai bambini, strutturato identitariamente in famiglia, luogo senza cui l’incontro fra persone, per piacere o lavoro, quasi non esiste, diventando strumento per il raggiungimento dell’obiettivo di auto realizzazione personale. Ovviamente, mangiare è anche di un verbo profondamente usurato a forza di essere pronunciato nei secoli: per tirare fuori un mangiare dal manducare latino serve una masticazione lunghissima. A maggior ragione sarà per il neologiorno mangerezza: ma sarà sufficiente una lettura approfondita ed esaustiva del romanzo, senza esercitare gli imprescrittibili diritti del lettore di Daniel Pennac. Infatti, solo in questo modo il lettore potrà scoprire perché è legato così profondamente a leggerezza che, nel caso del personaggio, non è limitatezza di peso, come dato qualitativo o funzionale, data la sua corpulenza; nemmeno mancanza di controllo nel comportamento, indice di scarsa serietà e di frivola noncuranza, o, con altro senso figurato, futilità, banalità. Bensì trattasi di agilità o scioltezza non solo fisica, ma soprattutto mentale, in quanto riferibile a dote innata di delicatezza o anche a un grado notevole di abilità acquisita, il che si adatta perfettamente alle caratteristiche costitutive del personaggio, così astuto e scientificamente calcolatore. Siamo sempre a parlare di mangiare, è naturale che ci si ritorni anche per significati figurati, perciò pensiamo alla mangerezza del recinto divorato dalla ruggine, perché superficialmente non trattato in superficie, alla mangerezza delle parole non pronunciate per mancata sollecitudine, ma anche a quella mangerezza irregolare così tipica in questi tempi di anoressici o bulimici, o quella del cugino che ha fatto sparire con calcoli raffinati il patrimonio di famiglia. E finiamo al principio: il suono. Ci fa aprire e chiudere la bocca come una insalivazione, alternando l’apertura massima della A alle nasali (anche durante la masticazione l’aria dovrebbe passare dal naso), e alla complessità del GI che travolge gola, lingua, denti e labbra. Per non parlare della E che, a seconda della regionalità della pronuncia, potrà essere APERTA – vedi il milanese nord italico – e quindi richiamare stomaci dilatati; o CHIUSA – vedi il romanesco o il fiorentino centro italico – che attiene più alla leggiadra arguzia di chi attua l’azione con secondi fini. Un verbo che è un vero epitome mimico, di una finezza che non ci sfuggirà in quelle occasioni in cui lo diremo.

Una storia dimenticata: La famiglia Acciaioli di Firenze e la torre dell’Acropolis di Atene

 Di Apostolos Apostolou

apostolos2Acropolis un nome che da solo esprime il simbolo di una civiltà eterna. L’Acropoli di Atene si può considerare la più rappresentativa delle acropoli greche. È una rocca, spianata nella parte superiore, che si eleva di 156 metri sul livello del mare sopra la città di Atene. Il pianoro è largo 140 m e lungo quasi 280 m. È anche conosciuta come Cecropia in onore del leggendario uomo-serpente Cecrope, il primo re ateniese. Il Partenone dell’Acropolis realizzato da Ictino Callicrate e Fidia tra il 447 e il 432 a.C., per volontà di Pericle a celebrazione della potenza culturale e politica di Atene, il Partenone già poco dopo la sua costruzione, nel 426, fu gravemente danneggiato da un violento terremoto; un incendio nel III o IV secolo d.C.,verosimilmente nel 267 durante il sacco degli Eruli. Nel tardo impero romano il Partenone fu trasformato in chiesa dedicata alla Vergine Maria. Nell’Acropolis tra gli anni 1205 e 1308 si elevava sulla destra dei Propilei una torre, alta 26 metri.

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Secondo Peter Locke, invece, è molto probabile che l’edificio fosse stato costruito dalla potente famiglia borgognone de la Roche. Si ricorda che la famiglia de la Roche fu la prima a dominare sullo stato crociato di Atene. Nel 1388 la torre apparteneva alla famiglia fiorentina degli Acciaiuoli, un ramo della quale comprò il titolo nobiliare relativo al Ducato di Atene e governò quello stato crociato costituito sul territorio greco per 73 anni.

Durante il periodo del loro dominio, gli Acciaiuoli convertirono i Propilei in palazzo e chiusero l’antico ingresso all’area sacra. Purtroppo nella costruzione furono impiegati anche blocchi di marmo provenienti dai monumenti dell’Acropoli. Il Ducato di Atene fu uno degli Stati crociati costituito in Grecia dopo la Quarta crociata (1205) a seguito della conquista dell’Impero Bizantino.

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Blasone degli  Acciaiuoli

Il primo duca di Atene fu Ottone de la Roche, un condottiero borgognone della quarta crociata, già feudatario della Franca Contea, grazie a Bonifacio del Monferrato. Il titolo, però, fu riconosciuto ufficialmente solo nel 1280. Dal 1395 al 1402 i veneziani controllarono il Ducato.

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Blasone dei De la Roche come Duchi di Atene

Nel 1444 Atene divenne tributaria di Costantino XI Paleologo, il despota della Morea ed erede al trono bizantino. Nel 1456, dopo la Caduta di Costantinopoli ad opera dell’Impero Ottomano il sultano Mehmed II conquistò quello che restava del Ducato. Dopo la conquista di Atene da parte degli Ottomani (1456), gli Acciaiuoli si ritirarono dalla città. In questo periodo la torre fu trasformata in magazzino del sale. A quel tempo l’edificio è conosciuto come Γουλάς (Goulas) o Κουλάς (Koulas), dalla parola turca “kule” che significa proprio “torre”. Nel Medioevo l’acropoli fu trasformata in fortezza militare prima dai Franchi e poi dai Turchi. Nel 1687 i veneziani bombardarono l’acropoli, causando ingenti danni al Partenone, che, poiché conteneva dei depositi di polvere da sparo, saltò in aria.

Durante la guerra d’indipendenza greca (1821-1832) la torre fu utilizzata come prigione. Tra le persone detenute qui anche dodici ateniesi di spicco- per aver partecipato alla rivoluzione. E durante l’assedio dell’Acropoli nove di quei dodici cittadini furono giustiziati. Un po’ più tardi qui fu imprigionato anche Odysseas Androutsos, uno dei famosi eroi della lotta per l’indipendenza della Grecia. Eppure, il capo greco fu imprigionato e ucciso non dai Turchi, ma dai suoi avversari politici. Durante i lavori di liberazione dell’acropoli di Atene dalle strutture fortificate costruite dai turchi, nel 1852-1853 l’archeologo francese Charles Ernest Beulé scoprì la grande scalinata che conduce all’acropoli e la porta fortificata di epoca romana, da allora chiamata Porta Beulé, che tuttora costituisce l’accesso principale al complesso archeologico.

Fonti:

La torre perduta dell’ Acropolis. Puntogrecia.gr

Miller, William: The Latins in the Levant, a History of Frankish Greece (1204–1566). New York: E.P. Dutton and Company.

Lock, Peter  «The Frankish Tower on the Acropolis, Athens: The Photographs of William J. Stillman». Annual of the British School at Athens.

Valeris Massimo Manfredi: Akropolis. La grande epopea di Atene. Ediz. Mondadori.

Luciano Canfora: Il mondo di Atene. Ediz. Laterza.

John Gill: Atene Ritratto di una città. Ediz. Odoya.

Storia della farfalla che sbatte le ali in Cina e altre storie sulla questione del libero arbitrio

Di Massimo Acciai Baggiani

codice celesteChi non si è mai fermato a riflettere, affascinato, sulla catena di cause ed effetti che, in modo complesso e imprevedibile, formano la trama della nostra esistenza e della storia dell’umanità – con i propri piccoli eventi personali e i grandi eventi storici? È un tema che attraversa tutta la filosofia e la letteratura, di ogni paese. Il cosiddetto “effetto farfalla” (una farfalla sbatte le ali in Cina e a New York piove) ha esercitato una forte attrazione anche su di me (in un mio racconto mi domandavo cosa accadesse se si potesse intervenire, con un gesto banale, in questa catena infinita e deviarne il corso in tutt’altra direzione[1]). Il giochino del “e se…” a livello storico ha dato vita al filone ucronico (ne sa qualcosa il mio amico e collega scrittore Carlo Menzinger[2]) e a un livello ridotto a film come Sliding doors. La riflessione ci porta lontano, fino a domandarci se il destino esista, se il nostro futuro sia effettivamente “già scritto”, e se quindi il nostro libero arbitrio non sia altro che una pietosa illusione. Non ho ovviamente una risposta a questa grande domanda, su cui si sono scontrati pensatori e religiosi fin dall’inizio dei tempi: certo, l’idea di essere solo un burattino nelle mani del Destino o di una divinità antropomorfa non mi piace affatto: preferisco pensare di essere padrone della mia vita e delle mie decisioni.

Non proprio così pare pensarla Franco Del Moro, direttore di Ellin Selae, autore di un delizioso libretto (anche dal punto di vista del formato editoriale) basato sulla chiromanzia – la divinazione effettuata attraverso la “lettura” del palmo della mano. Già il mio incontro con l’autore ha qualcosa che sembra avvalorare le sue teorie: ne avevo sentito parlare diversi anni fa da un comune “amico” (che poi, da parte mia, non si è rivelato tale), ma è solo grazie al Pisa Book Festival del 2019, quindi a un evento del tutto “casuale”, che ho fatto la conoscenza vis-à-vis con questo personaggio[3]. Franco Del Moro è un signore piuttosto fuori dagli schemi, a cui non piace seguire la corrente: musicista, ambientalista, appassionato bibliofilo, ha scritto e pubblicato diversi libri sulla spiritualità, sull’editoria e su tanti altri argomenti interessanti. Di lui ho letto Le vie dei libri[4] e altri articoli e racconti su «Ellin Selae», restando catturato dalla sua scrittura anche là dove non mi trovavo d’accordo. Certamente anche Codice Celeste[5] è stato spunto per me di confronto e riflessione su una tematica, quella del “destino”, su cui ho riflettuto a lungo nella mia vita.

Il volume comprende sei racconti, ispirati ciascuno ad una delle principali linee della mano. Ciascuno racconto è preceduto da una breve introduzione che chiarisce il legame della storia narrata con la chiromanzia – qualcosa che associo più alla narrativa gotica o dark (e lì mi piace) mentre sono molto scettico al riguardo per l’applicazione nel mondo reale. La spiegazione chiromantica quindi mi interessa poco; invece i racconti sono belli, interessanti, hanno catturato tutti quanti la mia attenzione, in particolare quello intitolato A cosa servono gli angeli, associato alla linea della vita.

Quest’ultimo riporta un dialogo tra un morente e il suo angelo custode, il quale gli confida di essere intervenuto più volte nella sua vita per modificarne il corso, in senso positivo. Gli angeli custodi infatti, secondo l’autore, hanno la capacità di conoscere quella catena di cause ed effetti di cui dicevamo prima, e scegliere tra i possibili “destini” (Menzinger parlerebbe di “universi divergenti”) che si andranno poi a concretizzare, mentre quelli “scartati” collasseranno (e qui Menzinger non si troverebbe d’accordo). Quindi esisterebbe un’unica linea temporale, quella “giusta”, guidata da una sorta di divinità che nel racconto rimane solo accennata[6]. Solo una divinità infatti può conoscere il tessuto infinitamente complesso delle vicende umane, come lascia presupporre l’angelo del racconto: «Vedi, il destino è come la trama di un tappeto: davanti è un disegno perfetto, ma dietro è tutto un groviglio di fili che apparentemente si incrociano casualmente, senza ordine. Non pensare che i grandi eventi dipendano sempre da grandi decisioni, a volte mentre cammini per la strada basta girare lo sguardo a destra anziché a sinistra e tutta la vita prende un altro corso!»[7]

È esattamente quanto teorizzano gli scrittori ucronici (me compreso), con la differenza che le varie linee temporali coesistono in universi paralleli (teoria del multiverso). In questo universo sono uno scrittore che ha pubblicato una ventina di libri, in un altro universo sono morto a vent’anni, in un altro ancora ho incontrato l’amore della mia vita e ho un figlio, oppure ho vinto il Nobel…

La tematica del piccolo evento che determina grandi effetti – come il “sacrificio” di un pettirosso che risana il rapporto ormai in crisi di una coppia – torna nell’ultimo racconto della raccolta, Il miracolo del pettirosso. «Io non credo» afferma uno dei due protagonisti «esistano i miracoli grandiosi, con apparizioni, materializzazioni ed effetti speciali stile Hollywood. Per me i miracoli sono queste coincidenze che si verificano in momenti molto speciali, la cui pregnanza con la situazione e il cui significato è tale da non poter lasciare spazio al dubbio»[8]: insomma quelle che Jung chiamava “sincronicità”. Le nostre vite sono piene di questi segni, come se l’universo – o la nostra stessa vita – volesse comunicarci qualcosa, mandarci un messaggio che richiede attenzione. Io, ripeto, non credo al destino già segnato, ma credo che nell’universo esista un grande mistero, ben lontano da quello promosso dalle varie religioni organizzate, che non riusciremo mai a comprendere del tutto.

Firenze, 24 maggio 2020

Bibliografia

Del Moro F., Codice celeste, Murazzano, Ellin Selae, 2000.

Note

[1] Acciai Baggiani M., Il meccanismo inconoscibile, inedito.

[2] Acciai Baggiani M., Il sognatore divergente, Firenze, Porto Seguro, 2018.

[3] Acciai Baggiani M., Pisa Book Festival 2019, in «Segreti di Pulcinella»

[4] Del Moro F., Le vie dei libri, Milano, La Vita Felice, 2006.

[5] Del Moro F., Codice celeste, Murazzano, Ellin Selae, 2000.

[6] L’angelo però tiene a prendere le distanze dalla religione organizzata, infatti non mette piede in chiese e cattedrali, luoghi dove la vera spiritualità, a cui crede l’autore, è più lontana.

[7] Del Moro F., Codice celeste, Murazzano, Ellin Selae, 2000, p. 66.

[8] Ivi, pp. 105-106.

Mariella Bettarini, il coraggio della coerenza

Di Massimo Acciai Baggiani

bettariniHa proprio ragione Michele Brancale, quando scrive che siamo in tanti ad avere un debito di riconoscenza verso Mariella Bettarini[1]. Da parte mia il debito è enorme sia dal punto di vista umano che artistico, fin dai tempi d’oro delle Giubbe Rosse – lo storico caffè letterario attorno a cui girava la vita artistica fiorentina nel primo decennio di questo secolo[2]. Fu in quell’ambiente che conobbi Mariella e la sua compagna Gabriella Maleti (venuta a mancare il giorno di pasqua di quattro anni fa). All’epoca frequentavo un corso per esperti di audiovisivi, realizzai come prova per l’esame un dvd sui luoghi e i personaggi della poesia fiorentina[3]: non poteva mancare un nome come quello di Mariella Bettarini, tanto nota nell’ambiente poetico quanto disponibile e gentile. La intervistai proprio alle Giubbe. Da lì nacque un’amicizia che proseguì poi nelle riunioni de «L’Area di Broca» (di cui sono redattore dal 2006). Grazie a lei ho capito cosa fosse davvero la poesia (non ciò che pensavo di praticare all’epoca: io sono infatti più un narratore che un poeta) e sono venuto in contatto con molte persone interessanti.

Molto è stato scritto su Mariella e la sua opera. Sono state fatte tesi di laurea, recensioni, incontri a lei dedicati, eccetera. Un’antologia di questi testi critici è possibile trovarla riunita in A parole – in immagini, ponderosa auto-antologia uscita nel 2008 per le edizioni Gazebo (fondate dalla stessa Mariella insieme a Gabriella). Un’altra antologia importante, e più recente, di tributi alla nostra poetessa è rappresentata dal volume curato da Bonifacio Vincenzi, Mariella Bettarini, il coraggio della coerenza, uscito in tempo di coronavirus, di cui Mariella mi ha fatto dono pochi giorni fa. Il libro, che fa parte di un ciclo di pubblicazioni dedicato ai poeti del centro Italia, raccoglie testimonianze di intellettuali e amici che la conoscono bene personalmente: Davide Puccini, Giuliano Ladolfi, Luigi Fontanelli, Michele Brancale, Rosaria Lo Russo, Franca Alaimo, Antonella Pierangeli, Roberto Maggiani e Giorgio Linguaglossa. Dieci autori che, in un’opera corale, hanno tracciato il percorso poetico e biografico dell’autrice, da Il pudore e l’effondersi (sua prima raccolta, uscita nel 1966) a Poesie per mamma Elda (2019): una carriera artistica che copre oltre mezzo secolo e che ha avuto riconoscimenti da nomi importanti quali Mario Luzi e Pasolini.

Sulla sua poetica non aggiungo nulla di mio: è già stata analizzata molto bene in questo libro e in decine di altri interventi nel corso dei decenni. Mi limiterò, col consenso dell’autrice, a riportare una lirica dalla sua ultima raccolta, Poesie per mamma Elda, da me tradotta in esperanto, con la speranza che i versi di Mariella possano così essere gustati (per quanto lo permette una traduzione) anche da un pubblico internazionale quale quello esperantista. Lo merita.

sei la matrice –
il corpo lo devo a te
sei la Matrice del mistero –
lo devo a te –
sei la matrice – se vivo
lo devo a te –
sei tu
la Mediatrice tra il Nulla
e me – il Tutto e me –
sei la Matrice –
colei che ha dato corpo a un Soffio
che vagava
che ha dato fiato
a un corpo che (non volente) doveva
poi esseresei l’orma del Mistero –
sei la Matrice
vi estas la matrico –
la korpon mi ŝuldas al vi
vi estas la Matrico de la mistero –
mi ŝuldas al vi –
vi estas la matrico – se mi vivas
mi ŝuldas al vi –
vi estas
la Perantino inter la Nulo
kaj mi – la Ĉio kaj mi –
vi estas la Matrico –
tiu kiu donis korpon al Blovo
kiu vagis
kiu donis spiron
al korpo kiu (nevolonte) devis
poste estivi estas la spuro de la Mistero –
vi estas la Matrico

Firenze, 16 maggio 2020

Bibliografia

Vincenzi B. (a cura di), Mariella Bettarini, il coraggio della coerenza, Francavilla Marittima, Macabor, 2020.

Note

[1] In Vincenzi B. (a cura di), Mariella Bettarini, il coraggio della coerenza, Francavilla Marittima, Macabor, 2020, p. 37.

[2] Prima che la gestione passasse a proprietari che non condividevano la politica mecenatesca dei fratelli Smalzi.

[3] Intitolato Firenze Poesia (2005).

Neologiorno n.11: Singletudine

di Stefi Pastori Gloss

[sin-gle-tù-di-ne]

SIGN condizione vitale di allegra solitudine per persone senza legami affettivi stabili.

Derivato dalla voce inglese [single] ‘singolo, non sposato e comunque non accoppiato, nubile, celibe’, in crasi con il lemma italiano [solitudine], un matrimonio – forse insperato nella vita – almeno realizzato tra parole.

La vita da single per le donne, assunse un tempo il connotato di  ‘zitella’, identificante la donna ormai rimasta sola per l’incipiente età, che nessuno più avrebbe voluto come compagna di vita, contenente un concentrato di acidità pari a quello di centinaia di tonnellate di limoni, per essere poi emanato nei più disparati settori della vita, dalle amicizie – sempre femminili – alle frequentazioni di chiesa – immancabili, per grazia divina – a quelle lavorative – soprattutto con il capo, sempre, ahi lasso, maschio. In definitiva, la zitella non godette di popolarità, nemmeno di quella accondiscendente tipica della carità cosiddetta cristiana.

La condizione da single per gli uomini traducevasi in ‘scapolo’, o ‘scapolone’ se vivente con la madre, rimasto solo per sospetta inettitudine casalinga o malcelata omosessualità, tutto casa-lavoro-forse chiesa, forse no, specialmente nel secondo caso. Tuttavia, non sviluppava gradi di acidità, e se vivente per conto proprio, assunse ad un certo punto della storia italiana la felliniana caratteristica di vitellone, notturno giocoso e perditempo con le donne, per compiacere gli altri vitelloni cui si accompagnava in branco.

Non è noto quando la parola single si fece strada nell’universo delle zitelle e degli scapoloni per ovviare agli aspetti negativi delle loro vite, ma è certo che nel lontano 2007 una single per scelta altrui coniò singletudine, a rivalsa dell’abbandono subito, connotando la propria vita di gioiosa solitudine.

Il successo di questa parola è dovuto anche all’affermarsi dei siti di dating, dove i single maschi cercavano donne sposate per rimanere vitelloni ab aeternum, le donne single speravano invece nel principe azzurro, che si rivelava immancabilmente nero, senza speranza per zitella alcuna.

Ma occorsero svariati anni dalla nascita di detti siti perché singletudine si affermasse con il forte sollievo di chi, di tale status, ne scegliesse sublime la convenienza di non avvitare il tappo del dentifricio dimenticato dal partner, di non detergere la tavoletta del water spruzzata di eau de fogne, di non turarsi le orecchie per non ascoltare l’ennesima lamentela mattutina.

Idee di Marcello Fois sulla scrittura che non condivido

Di Massimo Acciai Baggiani

fois«Caro simpatizzante, ho buttato via il suo dattiloscritto perché non c’è niente che mi fa più paura al mondo che leggere qualcosa che non è mai stato scritto»[1]: questa frase, citazione di una lettera scritta da Marcello Fois, scrittore sardo, a un ragazzo che gli aveva inviato in lettura una sua opera di 500 pagine vantandone l’“originalità”, mi ha fatto venire un brivido. A parte il sacrilegio di buttare nella spazzatura l’opera di un collega che, con atto di fiducia, ha affidato il proprio “figlio” (perché per uno scrittore, il proprio libro è come un figlio) a uno sconosciuto, a parte la totale mancanza di rispetto per il lavoro altrui, il signor Fois ha dimostrato la tipica cattiveria e arroganza che hanno troppo spesso gli autori “arrivati” nei confronti di chi ha avuto meno fortuna (perché di questo si tratta in molti casi di autori giunti alla grande editoria: di fortuna e poco altro). Il signor Fois con questa sbruffonata si è alienato per sempre la mia simpatia. Non credo che leggerò mai una sua opera.

Spesso uno scrittore è anche un teorico della scrittura: non può fare a meno, a un certo punto della sua carriera, di voler insegnare agli altri come si scrive, convinto di possedere la ricetta che vada bene per tutti i palati. Il Manuale di lettura creativa del Fois dovrebbe in realtà intitolarsi Manuale di scrittura creativa, visto che soprattutto di questo si tratta: ma non sarebbe stato abbastanza “originale”. Tuttavia il libro di Fois l’ho letto con interesse in quanto mi ha dato spunto per chiarire il mio punto di vista sulla scrittura, mettendo in evidenza i molti punti in cui sono in totale disaccordo con lui, e anche i pochi concetti con cui invece mi trovo d’accordo.

Secondo il Fois il complimento migliore che si può fare a uno scrittore è «Ho letto un libro che avrei voluto scrivere io»[2]. Certo fa piacere, ma indica anche una certa invidia di fondo, un mettersi in competizione (odio la competizione): per me un complimento migliore sarebbe: «Mi sono affezionato alla storia, l’ho sentita mia». Capita di rado: io leggo almeno un centinaio di libri all’anno – per lavoro o per piacere – e quelli a cui mi sono “affezionato”, che ricordo anche a distanza di anni, si contano sulle dita di una mano. Che per il Fois la scrittura sia competizione si evince anche da questa frase, qualche pagina più in là: «Se uno non è abbastanza presuntuoso da pensare di poter essere il migliore, lo scrittore non lo fa. Ma se non è abbastanza umile da capire che tantissimi prima di lui hanno tentato e, spesso, fallito, questo lavoro non lo fa lo stesso. Nel primo caso declinerà la scrittura come atto ininfluente, nel secondo la declinerà come atto esclusivamente narcisistico. In tutti e due i casi non dura.»[3] No caro mio, uno non scrive per raggiungere i primi posti in classifica: uno scrive per lo stesso motivo per cui respira. Per vivere. Un vero scrittore, all’estremo, scriverebbe anche se fosse sicuro che nessuno lo leggerà. Scrivere è un imperativo interiore, fa parte della natura stessa della persona. Non è un mestiere come un altro.[4] Scrivere non è mai “ininfluente”: ogni parola influisce sul mondo, magari in modo minimo ma influisce, e sicuramente influisce sulla vita di chi scrive. Il lato “narcisistico” lo si può trovare in chi partecipa a molti concorsi letterari e si esalta se una giuria ha giudicato il suo testo migliore degli altri, come se questo fosse un giudizio assoluto (un’altra giuria avrebbe emesso un verdetto diverso…): questo lo trovo un po’ ridicolo visto dall’esterno, ma è un peccato veniale. Ognuno avrebbe la propria lista di autori a cui dare il Nobel, se dipendesse da lui, e confrontando queste liste non se ne troverebbe una identica all’altra.

Agli scrittori “arrivati” piace distinguersi, anche lessicalmente, dai propri colleghi, creando parole alternative perché non si abbia a confondere lo “scrittore” (di cui si sentono degni rappresentanti) con chi fa la stessa operazione (scrivere) ma con ben altri risultati. Fois adopera il termine “scrivente” per indicare tutti i suoi colleghi che affollano le librerie togliendo visibilità ai suoi “capolavori”: come piante che crescono sempre più in alto contendendosi la luce solare. Lo scopo dello scrivere, secondo Fois, è entrare nella storia della letteratura la quale «non si è quasi mai fatta con i campioni di incasso, ma con i campioni di resistenza»[5]. Fois è sicuro, con un atto di notevole preveggenza, che gli scrittori attuali (lui compreso?) non sono destinati a durare. Ma come? Non avevi insinuato che scopo dello scrittore è vendere? Che «il più nobile sforzo che uno scrittore possa fare è quello di avere tanti lettori»[6]? Adesso suggerisci l’equazione “molte vendite = scarsa qualità”? Mi paiono idee un po’ confuse…

Qualche accenno ai lettori comunque non manca visto che «non si scrive senza leggere»[7]. Nella stragrande maggioranza dei casi è così, questo non lo nego: io stesso sono un forte lettore, ma non mancano le eccezioni. Ci sono persone che pur avendo letto pochissimi libri in vita loro, o addirittura nessuno, scrivono come bambini delle elementari ma esprimendo il loro mondo interiore con una spontaneità che può risultare interessante tanto quanto il pensiero filtrato attraverso migliaia di letture[8]. I testi di questi autori non-lettori riempiono gli archivi diaristici, come quello di Pieve Santo Stefano, dove affluiscono studiosi da tutto il mondo: vogliamo buttarli via, signor Fois?

Non manca la solita frecciata al web, già lanciata da Umberto Eco[9]. Anche secondo Fois Internet «ha trasmesso l’illusione che chiunque abbia titoli per parlare di letteratura»[10]. Beh? Dov’è finito il sacrosanto diritto di parola? Un lettore che tu definisci “mediocre” non ha pure lui diritto ad avere i suoi gusti? Per essere definito da te persona titolata a parlare di letteratura deve essere uno che apprezza i tuoi libri? Io penso invece che chiunque abbia il diritto di dire “mi piace” o “non mi piace” di qualsiasi libro, fosse pure la Divina Commedia o I promessi sposi. Non esiste critico che può convincere qualcuno, soprattutto insultandone l’intelligenza, che quello che ha davanti è un capolavoro o una schifezza. Il lettore è il sommo giudice delle proprie letture, e ha tutto il diritto di criticare o lodare un libro sulla propria bacheca FB o blog, almeno finché siamo in democrazia e non in dittatura.

Altra “perla” del Fois: «Peculiarità del romanzo è di non trattare mai di felicità perché finisce sempre e comunque un attimo prima del suo raggiungimento»[11] Nella mia visione la felicità invece è centrale nel romanzo: chi è tanto masochista da leggere qualcosa che lo deprime, senza essere costretto? La lettura per me è parte della mia ricerca della felicità: amo il lieto fine, o comunque quello che lascia spazio alla speranza di una felicità futura. Perfino il Leopardi, col suo pessimismo cosmico, indicava agli uomini una via di riscatto, nel suo invito a unirsi fraternamente contro la “natura matrigna” e a cadere eroicamente nell’impari lotta (con questo non dico di trovarmi del tutto d’accordo col Leopardi, che di certo non è tra i miei autori preferiti).

Molti sono i generi scartati dal nostro Fois, ad esempio i libri “analgesico”: «se un romanzo, o presunto tale, agisce da analgesico, da oppiaceo contro la realtà, si può affermare che ci troviamo di fronte a un placebo e non, come dovrebbe, a un medicinale, nel senso che alla letteratura spetta generare anticorpi e non anestetizzare»[12]. E chi lo ha detto mai che uno non si possa anche leggere un libro di puro intrattenimento? Perché chiamare con disprezzo “paraletteratura” ciò che svolge comunque un’importante funzione, ossia di far passare qualche ora gradevole alla casalinga che, in vacanza sotto l’ombrellone, si legge un romanzetto rosa? Può essere vero che il Moccia di turno sia un «prodotto con la data di scadenza»[13], ma allora non dovremmo più bere latte perché sulla confezione c’è indicato entro quando va consumato? (non è il genere di libri che amo, ma riconosco il diritto altrui ad amarli anche se io non li leggerei)

Più avanti, continuando l’invettiva contro i libri che vendono più dei suoi, Fois conia il termine “romanzoidi” («oggetti con forma di romanzo senza la sostanza del romanzo»[14]): questo termine mi ha fatto ridere per la sua assurdità, come se ogni romanzo mirasse a cambiare il mondo. L’etica dello scrivere secondo Fois nasce da questa inquietudine; per lui «se si rinuncia a cambiare il mondo si rinuncia alla scrittura pur scrivendo»[15]. Lascio al lettore la riflessione su questo assioma.

C’è una cosa su cui però mi trovo in totale accordo: «il lettore deve avere la percezione che sappiamo di cosa stiamo parlando, con autorevolezza»[16]. Troppi autori scrivono senza conoscere l’argomento, o per esperienza personale o grazie a un lavoro preparatorio di ricerca che dovrebbe essere svolto molto seriamente: con questo non dico che chi si sente di scrivere di getto una storia senza conoscere bene l’ambientazione non debba farlo – la scrittura per me è innanzitutto libertà – ma rischia di cadere nel ridicolo se sgamato dal lettore. Se ad esempio io ambiento una storia negli anni Ottanta e inserisco un personaggio che riceve una telefonata sullo smartphone o un’e-mail… beh, ci siamo capiti.

Chi sono dunque, in sintesi, lo “scrittore” e il “lettore” per Fois? «Lo scrittore vive di scrittura, il lettore compra libri». Io direi “non necessariamente” in entrambi i casi: ci sono scrittori, divenuti anche famosi, entrati nella “letteratura”, che in vita non hanno venduto nemmeno un libro, come ci sono lettori, come il sottoscritto, che leggono molto ma non comprano libri (io li reperisco o agli scaffali del libero scambio – istituzione che trovo geniale –, oppure in biblioteca, o tramite scambi con i colleghi scrittori, o ancora tramite il mio lavoro di editor). La scrittura viene sempre prima dell’editoria e delle librerie: nasce dalla narrazione orale, dal gusto di raccontare storie, e quel gusto per fortuna non ci sarà mai un Fois che potrà guidarlo.

Firenze, 12 maggio 2020

Bibliografia

Fois M., Manuale di lettura creativa, Torino, Einaudi, 2016.

Note

[1] Fois M., Manuale di lettura creativa, Torino, Einaudi, 2016, p. 13.

[2] Ivi, p. 5.

[3] Ivi, pp. 11-12.

[4] Vedi Acciai M., Chi è davvero uno scrittore? Ovvero: poniamo che nessuno compri più libri…, in «Sìlarus», n. 274, marzo-aprile 2011.

[5] Fois M., op. cit, p. 23.

[6] Ivi, p. 44.

[7] Ivi, p. 22.

[8] Mi viene in mente come esempio mio zio Siro Baggiani e il suo La quercia di Giotto e altri scritti mugellani (N.O.S.M., 2019).

[9] «I social media danno diritto di parola a legioni di imbecilli che prima parlavano solo al bar dopo un bicchiere di vino, senza danneggiare la collettività. Venivano subito messi a tacere, mentre ora hanno lo stesso diritto di parola di un Premio Nobel. È l’invasione degli imbecilli.» (Ansa)

[10] Fois M., op. cit, p. 23.

[11] Ivi, p. 25.

[12] Ivi, p. 29.

[13] Ibidem.

[14] Ivi, p. 31.

[15] Ivi, p. 35.

[16] Ivi. P. 37.

Neologiorno n.10: Pirsingare

di Stefi Pastori Gloss

Pirsingare [pir-sin-gare (io pir-sìn-go)]

SIGN Azione del perforare con ago sterile alcune parti del corpo per l’inserimento di anelli, orecchini e simili. Derivato dall’angloamericano (to) pierce “perforare, trapassare” con traslitterazione italiana della pronuncia britannica. Pratica oggi ornamentale rapidamente diffusasi nei paesi europei, Italia compresa, iniziata in Gran Bretagna dagli anni Settanta del secolo scorso, è stata introdotta dalla subcultura giovanile dei punk caratterizzata dalla ribellione alle convenzioni sociali e dal rifiuto radicale del modello di vita borghese, con finalità dunque  sovversive, venendo poi a costituirsi in fenomeno di costume in una ventina d’anni. L’usanza di manipolare il corpo contraddistinguendolo con traforazione di narici, setto nasale e lobo delle orecchie, scarificazioni, tatuaggi, inserimento di protesi allo scopo di ottenere deformazioni rispetto alla normale forma corporea, è tuttavia assai antica e già diffusa in tutto il mondo in diverse società tribali. In particolare, la foratura del labbro è diffusa nell’Africa nera e nell’America Meridionale. Gli Eschimesi pirsingano gli angoli delle labbra, mentre alcune tribù brasiliane lo fanno alle guance. Presso alcune tribù del Brasile orientale e tra le popolazione andine è endemico il ‘botoco’: dischi o cilindri di vari materiali ficcati nel lobo, man mano sostituiti con altri più grandi fino che questo si deforma riducendosi a mera striscia di pelle che tocca le spalle. Qui in Europa sono definiti dilatatori e talvolta chi li introduce nei propri lobi dopo qualche anno li elimina, facendosi  rimuovere chirurgicamente l’area deformata, quasi in forma di inusitata richiesta di perdono al proprio corpo. Queste prassi di alterazione del soma non hanno finalità puramente decorative, ma anche complesse liturgie traslate e esoterico-cerimoniali: in particolare sono un fattore dei ‘riti di iniziazione’ molto dolorosi, segnanti l’ingresso dell’individuo nell’età adulta o in un’aggregazione sociale attraverso il superamento di cimenti di coraggio e di resistenza al dolore, persino con abbondanti perdite di sangue. La sopportazione delle sofferenze  in stoico silenzio è un elemento fondamentale della cerimonia, in quanto dimostra coraggio e valore del soggetto. A riguardo della sottocultura punk, ribellismo e trasgressione sono comuni a molti gruppi giovanili, ma nei punk la protesta e il distacco dalla società ‘normale’ si manifestano attraverso forme espressive straordinariamente creative, soprattutto nel campo della musica e della moda. Rigettando i canoni morali ed estetici accettati dalla massa, i punk creano uno stile di abbigliamento da una parte formalmente trasandato, dall’altra curato nei minimi particolari e di forte impatto visivo: tentacolari pettinature dai colori rutilanti e orpelli inventati con oggetti poveri, come catene e borchie, lamette, spille da balia, spilloni infilati nel naso, nelle orecchie e nelle guance, barrette di ferro al sopracciglio, sferette d’acciaio sotto il labbro, anelli applicati al setto nasale, ai capezzoli e ai genitali, raggiungono lo scopo di suscitare sconcerto e repulsione nei benpensanti. In definitiva, pirsingarsi rappresenta una sorta di arcano rituale che consacra l’appartenenza al gruppo e l’autoesclusione dal resto della società attraverso il superamento di prove fisiche e di imperturbabilità al dolore. Negli anni Ottanta i creatori di moda intuiscono il potenziale dell’estetica punk e saccheggiano a piene mani il suo repertorio espressivo, compreso il piercing. Addomesticato e spogliato della sua carica disinibita, il piercing si trasla da corpo ad ornamento degli abiti. Non scandalizzano quasi più corpi, lingue e volti incastonati da anelli, sferette e barrette, sempre più spesso in oro e argento anziché in ferro e acciaio come gli ornamenti dei punk originari. Farsi pirsingare Il piercing non è più un rito iniziatico praticato con strumenti di fortuna, doloroso e rischioso: oggi le perforazioni sono effettuate di solito con strumenti sterilizzati e talvolta in anestesia locale. Nato come una dichiarazione di guerra contro la società, il piercing è stato trasformato in un innocuo fenomeno di costume e prontamente inglobato in quel modello di vita borghese che il movimento punk voleva scardinare.