IL NEOLOGIORNO toglie il grammarnazi di torno

Egregi Lettori, se apparteniamo a quel raro sottogenere animale consapevole di se stesso, sappiamo anche di odiare la banalità e, di conseguenza, le citazioni. Tuttavia, l’amore, quello duraturo, ci insegna che è proprio la banalità a farci amare da chiunque, a qualsiasi strato sociale. Se, pertanto, è nostro desiderio arrivare a quel chiunque, lo faremo usando anche la banalità. Il chiunque fa errori grammaticali. Pertanto:

IL NEOLOGIORNO toglie il grammarnazi di torno

di Stefi Pastori Gloss

4° di copertina RINASCITE RIBELLI

Manifesto in 10 punti

In molti le hanno chiesto a quale inusitato moto dell’anima Stefi Pastori Gloss debba questa sua emergenza di neologismare. Intanto, dal 2015 studia gli scritti sia di Gianni Brera, maestro di cronaca sportiva e di neologismo (centravanti, centrocampista, tanto per citarne un paio) sia del D’Annunzio (tramezzino e La Rinascente, sua prole). Rinfrancata da questi illustri esempi, dedita ormai a tempo pieno al male dello scrivere, con questo sintetico manifesto vorrebbe dar conto delle sue posizioni sulla lingua, chiarendo, prima di tutti a se stessa, ciò su cui crede sia importante concentrarsi e perché.

Innalzare la lingua, innalzare il pensiero

Nello splendore intellettuale della lingua italiana, certi termini vanno logorandosi, a instupidire. Parole brillanti, ampie, ricche, per pigrizia si infilano in locuzioni stereotipate fino a morirci. Vedendo bene quale sia la decadente prosperità di un dato termine, si rende necessario sostituirlo con un neologismo arricchente, vivificante, rinnovativo, finendo per contenerne tutti i significati, tutte le accezioni. La piccola dose di necessaria ironia in più, lo rende accettabile.

La creazione di un nuovo neologismo (oh che pleonasmo!) mira a migliorare il modo di pensare, a migliorare la vita. Il pensiero è l’utensile con cui decifriamo il mondo intorno e dentro di noi: in questa prospettiva, il valore dell’idioma sta nella flessibilità, nella finezza e nella robustezza di pensiero che permette. È la strutturazione del pensiero ad arricchire la vita, a comprendere il bello, a scomporre e risolvere i problemi, a ridere e sorriderne con arguzia. Ombreggiature migliori significano una migliore sagacia per la realtà esterna e interna. Forse, una migliore felicità. Nel caso di Stefi Pastori Gloss, che se ne alimenta minuto per minuto, senza forse.

Lingua e storia

Le lingue sono soli, si levano, si tramutano e calano proprio come il nostro astro: è il genere umano a permanere. Il genere, va sottolineato, non l’uomo. Nella storia si sono avvicendate migliaia di lingue – e il passaggio da latino a lingue romanze non è stato una perdita di valore. Migliorare la propria capacità di comprensione qui e ora significa lavorare per il vantaggio del genere umano – oltre che della propria vita, vi dirà la Stefi Pastori Gloss. Un rendimento che dura più della singola lingua e che crea valore.

Linguaggi e biodiversità

La biodiversità linguistica è un valore filogenetico fondante – così come lo è per la complessità delle classi animali e vegetali. Ogni vocabolario è importante per l’archetipo di realtà che rappresenta, per quella frazione di collettività che struttura, come contributo all’intelligenza umana. E non si tratta di una questione di grazia, attenta alla prosperità dello zoo linguistico; le lingue non sono lenti colorate attraverso cui si manifesta la mente umana: sono diverse complessioni della mente stessa. Probabilmente, quella di Stefi Pastori Gloss è una mente distorta, però questo si sposta sul piano  della psichiatria, non della linguistica.

Forestierismi e inglese

I barbarismi sono una ricchezza. Non sentirete Stefi Pastori Gloss inveire contro l’inglese, ma la  vedrete prendere posizione parola per parola contro la volgarità, la riproduzione acritica di parole sentite e non capite, e gli usi esausti o sciapidi. Nel diciassettesimo secolo si aggredivano i gallicismi, ritenuti scialbi, quali baule, regalo, biglietto o gabinetto: oggi nessuno li criticherebbe. Forse perché manco ne conosce l’origine. E davvero non ci vogliamo chiedere perché usiamo giornalmente la parola bidè, originata in tutta evidenza dal francese bidet, quando invece i francesi stessi nemmeno ne sono dotati nelle loro sale da bagno, altrimenti dette ‘salles de bain’, chissà perché poi proprio sale? Forse perché sale in francese significa sporco. Scusate, non è che una stupidezia.

Il problema delle lingue straniere è che non sono conosciute; e l’intrusione di una lingua ignota in una lingua nota è spesso maldestra e malpropria.

Registri linguistici

La padronanza di un idioma passa per la padronanza dei diversi registri. È importante saper gestire tanto i registri più alti quanto quelli più bassi: la squisitezza del linguaggio non è un parametro assoluto, ma relativo al contesto in cui ci si trova. Chi parla solo elevato non è in una situazione molto migliore di chi parli solo volgare. Soltanto una conoscenza versatile può dirsi raffinata, evitando il grottesco, e permettendo appropriatezza nel parlare e nello scrivere.

L’italiano

Siamo tutti, non solo gli scrittori, responsabili della nostra lingua, espressione di una cultura millenaria che abbiamo in retaggio. Essere cittadini del mondo vuol dire anche curare le proprie tradizioni e il tesoro che rappresentano per l’umanità intera; così come curare il proprio campo significa curare il paesaggio. Alla domanda «Qual è la lingua più bella del mondo?» si risponda «L’italiano» non perché lo sia davvero, ma perché è la risposta dell’innamorato.

Parole comuni e meno comuni

Nel progetto del Neologiorno, neologismare parole comuni è tanto urgente quanto le meno conosciute: scendere a fondo nella conoscenza di parole che si sono recentemente inventate e che già fanno già parte del nostro bagaglio, che teniamo spesso in bocca, è più importante dell’aver nozione di parole rare che comunque useremmo poco. Saper cucinare una buona pasta è più importante che saper cucinare un buon igname.

Le parole desuete possono rappresentare una grande risorsa di significati – ma talvolta c’è un motivo se sono sul viale del tramonto (nel qual caso, tendenzialmente Stefi Pastori Gloss non le tratta); non sono da celebrare come vestigia di un passato più civile né escluse come vecchiume superfluo, ma ponderate caso per caso, specie alla luce del contesto e delle intenzioni con cui si usano. Le parole nuove sono soluzione ad un disagio, espressione della inadeguatezza, risposta all’esigenza di esprimere l’altrimenti inesprimibile. La storia della nostra meravigliosa lingua ne è zeppa.

Regole grammaticali

Udite udite, contrariamente a quanto ci hanno insegnato alle elementari, le regole grammaticali sono mere consuetudini: sentieri linguistici fotografati dagli studiosi, non strade asfaltate e imposte dal sovrano. A tutti piace correggere gli errori grammaticali altrui: ci fa sentire dotti, la maestra ci avrebbe detto “bravi!” E la violazione di una consuetudine non è meno grave della violazione di una norma sovrana. In particolare esiste quella dozzina di regole grammaticali che tutte le persone vagamente istruite conoscono e che sono sempre sulla cresta dell’onda e notate come cifre spicciole del buon parlare e del buono scrivere. Anche queste norme, il più delle volte, sono recepite acriticamente. La grammatica tradizionale va padroneggiata per discernere i diversi valori delle sue prescrizioni, che è necessario saper mettere in dubbio. La conoscenza non è ricapitolazione, così come la cultura non è nozionismo.

Etimologia e innovazione

I molti significati di ciascuna parola scaturiscono da un nucleo concettuale profondo, dai contorni spesso nebulosi, a cui nel tempo possono essere associate diverse idee particolari. Comprendere quel nucleo e la struttura dei significati associati a una parola permette di impiegarla in maniera non solo appropriata, ma anche innovativa, creativa, poetica. La comprensione di questa struttura si ha attraverso l’etimologia, cioè lo studio degli stadi precedenti attraverso cui è passata una certa parola. E l’innovazione deriva necessariamente da tutto ciò.

Piacevolezza della cultura

Il carattere primo e più importante dello studio delle parole ha da essere la piacevolezza: la serietà, senza meraviglia, leggerezza e ironia, è solo pallosità, neologismo di recente costituzione più forte e meglio accetto di noia, che invece rimanda a annoianti poeti novecenteschi. Ah, dimenticavo: annoianti è un neologismo. O forse no.

Bio-bibliografia di Stefi Pastori Gloss

4° di copertina RINASCITE RIBELLIPurtroppo (o per fortuna) da almeno sette anni si può dedicare alla scrittura a tempo pieno. Aborre l’uso di Photoshop per poter applicare con coerenza il suo Forforisma[1] Pastorology preferito: “Indosso le rughe come medaglie”. Agli inizi della sua carriera da scrittrice, redigeva i suoi curricula alla di James Joyce, e quando le fu fatto notare il parallelismo, esecrò. Per controtendenza, si applicò alla massima sintesi, con Ungaretti a farle da guida. Poi con David Foster Wallace scoprì che si può scrivere un libro infarcendolo di note a pié di pagina. La redazione dei Neologiorni[2] si ispira all’ironia scanzonata di Gianni Brera e all’arricchimento del dizionario alla D’Annunzio. Sceneggiatrice ghost writer nei Novanta per Benvenuti, Verdone, Brizzi, selezionatrice di opere letterarie sotto contratto, ha redatto per circa tre anni un blog[3] di recensioni dedicate a emergenti, le migliori delle quali sono ospiti in un podcast radiofonico[4]. Oggi si occupa di recensire solo grandi autori. Grazie ad un ex partner, la si può fregiare dello pseudonimo di Gloss, Gruppo di Lavoro e Osservatorio Sessismo e Stalking. Nel 2013 esce CORPI RIBELLI – resilienza tra maltrattamenti e stalking. II Edizione nel 2016. Da aprile 2019, ha subito totale aggiornamento, tanto da rendere necessaria la riscrittura perfino nel titolo, che diventa RINASCITE RIBELLI – resilienza nei maltrattamenti intra-familiari e stalking, per il quale avrebbe trovato un nuovo editore. Nel 2016 è stata pure pubblicata una silloge poetica, MICA VAN GOGH, ispirata a Caparezza. La rivista online Dol’s vara la sua carriera da novellatrice contro l’uso improprio degli stereotipi di genere.

Sta approntando un nuovo spicilegio di POESIE SPOLLICIATE, neologismo che riguarda lo scrivere coi pollici sullo smartphone, un altro ispirato al sito UPAG, intitolato PARERGHI POETICI, un’ulteriore raccolta di racconti dal titolo RESISTERE PER SOPRAVVIVERE – ciascuno a suo modo, ambientata durante la II Guerra Mondiale, a sfondo erotico. La spigolatura di novelle STEREOTIPI A BAGNOMARIA, già sotto contratto di casa editrice nel frattempo volta a migliori lidi che non quelli editoriali, è da pochi giorni al vaglio di successivo editore. Tutt’ora è scrittrice fantasma per un’avvocata ninfomane, la famigerata @ninfoavvocata di Twitter; non se ne adonta, pur dovendo lottare con chi la crede tale, e comunque scrive per chiunque abbia idee ma non tecnica: redattrice della biografia personale del nonno di turno, il cui tronfio ego vuole lasciare traccia di sé ai nipoti, copywriter per il titolare della fabbrichetta di piastrelle, stufo della scarsa qualità di scrittura del figlio del fornaio per redigere il proprio sito internet, scrittrice del fotografo di fama che negli Ottanta si scoprì make-up artist (e gayo) per Versace a Milano, pur di fuggire dalle OP (Oppressive Puglie). È convinta da sempre che sia meglio essere cretini che troppo intelligenti: si soffre di meno. Lo straripante successo letterario di una partecipante ad un Reality televisivo lo conferma.

Intervista

https://www.youtube.com/watch?v=6moovcL31i8

Recapiti per collaborazioni artistiche

Stefania Pastori (Stefi Pastori Gloss)

Recapito e-mail: pastoristefaniagloss@gmail.com

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[1]Forforisma [for-fo-rì-sma] SIGN Aforisma faceto, non serioso, frutto di grattacapi dovuti alla forfora. Dalla voce medicale [fór·fo·ra] ‘Fine desquamazione lamellare frequente in quelle parti della pelle che sono coperte da peli’. Quello di questo neologismo è un caso curioso: nonostante si possa ormai classificare come nato da donna, non è poi così incomprensibile che sia nato anche da uomo. La paternità (o meglio, la maternità) è di chi compila il significato dei vostri neologismi, ma coadiuvata come nella migliore tradizione creattiva (con due T) da un uomo, ormai perduto amico. La curiosità non è binaria, e nella sua scala il forforisma non siede sui gradini delle parole incomprensibili – si continua a usare da un paio d’anni, ovvero da poco, ma avrà successo. Almeno quanto gli aforismi di Lord Byron. Almeno quanto è frequente la forfora sulle teste degli esseri – a volte senzienti – come quelli umani. Il suo significato è semplice: siccome l’autrice degli aforismi grattacapo è autoironica e non desidera salire in cattedra e fare la maestrinadallapennarossa, ha preferito attaccare alla desinenza -isma dell’aforisma un po’ di forfora per sdrammatizzare, augurandosi che non diventi un fondamentalismo. Questo tipo di -ismo è da temere.  Ora, non serve essere grandi poeti per intendere come è che figuratamente si possa usare questo termine. Non serve, per quanto la prima attestazione di rilievo di quest’uso sia giusto nella prima metà dell’anno 2017, nel corso di un concorso letterario in quel di Città del Sole (ebbene, sì, proprio la tanto vagheggiata dal Tommaso Campanella, frate dominicano ispirato dalla Repubblica di Platone. Scritta sotto forma di dialogo tra l’Ospitalario, cavaliere dell’ordine di Malta, e il Genovese, nocchiero di Colombo, trattasi di città ideale per leggi e costumi, ma tuttavia utopica. È retta da un Principe Sacerdote, chiamato Sole che detiene assoluto potere spirituale e temporale. I requisiti fondamentali di questo governatore devono essere: erudizione, saggezza, conoscenza sia dal punto di vista teorico e pratico, creatività e vena artistica. Inoltre deve avere più di trentacinque anni perché abbia l’esperienza necessaria a condurre lo stato. Ora voi capite come in siffatta località, sia agevole inventare qualcosa di fruttuoso, succoso, fantasioso come ‘forforisma’. Ascoltatene la dolcezza sul palato, la scioglievolezza che scorre sulla lingua, fino a chiudere le labbra in un suono materno e vi convincerete d’emblée della sua validità estrema. Comunque, poeti e no, si bacchetta un impenitente amorale con il forforisma, si resiste al fallimento di amori e amicizie con il forforisma che ricorda una fiducia assoluta nelle proprie capacità, e si rimembra il forforisma dell’amore di mamma che non ci lascia mai nudi. Non è una sentenza inappellabile, non mantello protettivo a fare da corazza di armadillo, non rinserra come un’armatura: il forforisma, col suono farfallino e materno (f-f-ma), ha un fascino démodé, quasi cerimonioso. E la frase in cui è usato non passa inosservata.

[2] Neologiorno, neologismo. Nasce dal motto “un neologismo al giorno toglie il medico di torno”. I neologismi sono stati  recentemente sdoganati dal petaloso dell’Accademia della Crusca e dal webete di mentaniana creatività.

[3]https://leggolibrifacciocose.blogspot.com/

[4]https://soundcloud.com/radiobigworld/sets/uova-fresche

Il Cimitero degli Inglesi nei racconti di due autori fiorentini contemporanei

Di Massimo Acciai Baggiani

ciampi tra una birra e una storiaTra i libri che Paolo Ciampi mi ha donato in occasione dell’incontro a lui dedicato dal GSF alla Laurenziana c’è un curioso volumetto uscito qualche mese fa con l’editore senese Betti. Si intitola Tra una birra e una storia e raccoglie otto racconti inediti o usciti in precedenza in antologie. Ciampi, instancabile viaggiatore in terre remote, ha rivolto stavolta la sua attenzione alla sua regione: la Toscana. Una terra ricca di passato e di storie, appunto, che pur svolgendosi nel presente richiamano storie molto più antiche e, ovviamente, tutte autentiche. Tutti gli otto racconti sono a loro modo interessanti, ma quello che mi ha catturato di più è quello dedicato al Cimitero degli Inglesi, definito affettuosamente da Ciampi «la mia Spoon River». La «montagnola» del celebre cimitero monumentale, nato nella prima metà dell’Ottocento per ospitare gli stranieri “acattolici” che hanno trovato a Firenze la loro ultima dimora, richiama in effetti l’altrettanto celebre “collina” del capolavoro di Edgar Lee Masters. Io l’ho visitato una sola volta, per caso, un pomeriggio primaverile. Il cancello, che di solito trovo chiuso, quel giorno era aperto e un richiamo irresistibile mi ha spinto ad attraversarlo. È stato come uscire dal prosaico traffico dei viali di circonvallazione ed entrare in un altro mondo; un mondo di silenzio, di raccoglimento, di poesia. Un mondo che parla di altri luoghi, di altri tempi, quando ancora la mia città aveva le sue mura – là dove adesso corrono le automobili – e c’era più poesia. È utile ricordare che il Cimitero degli Inglesi ha ispirato un grande e controverso artista, lo svizzero Arnold Böcklin, per la sua più celebre serie di dipinti: L’isola dei morti. I morti nella narrazione di Ciampi riprendono vita, metaforicamente parlando, e continuano a parlarci, attraverso i secoli, ripetendo il loro monito a goderci il dono preziosissimo della vita finché di questa non resterà che una lapide e forse la memoria nei posteri.

apocalissifiorentineLa letteratura sepolcrale vanta grandi capolavori, a partire dai Sepolcri foscoliani, ma è con gli epitaffi di Masters (e più ancora con i versi di De André, che ad essi si ispirano, superando il modello) che viene toccato l’apice, e non a caso Ciampi cita entrambi. Io aggiungerei all’elenco anche un bel racconto di Carlo Menzinger, Il ritorno degli inglesi, dalla raccolta Apocalissi fiorentine, uscita anch’essa nel 2019, a cui ho dedicato un articolo. È interessante un confronto tra i due racconti, dedicati allo stesso tema: entrambi gli autori conoscono bene la storia del Cimitero e dei suoi “inquilini” ma, mentre Ciampi fa rivivere questi ultimi attraverso la lente della Storia, Menzinger li fa risuscitare letteralmente. Sono due generi letterari diversi: il primo è narrativa di viaggio, il secondo è fantascienza. Conosco e apprezzo entrambi gli scrittori – Ciampi e Menzinger – che a loro volta sono amici tra loro; mi piacerebbe vederli un giorno ambedue in un medesimo reading in cui leggono a turno i propri racconti (o l’uno il racconto dell’altro). Il Cimitero degli Inglesi sarebbe la location perfetta: sono sicuro che apprezzerebbero anche i cari estinti, se avessero ancora orecchie.

Firenze, 7 gennaio 2020

Bibliografia

  • Ciampi P., Tra una birra e una storia, Siena, Betti, 2019.
  • Menzinger C., Apocalissi fiorentine, Chieti, Tabula Fati, 2019.

La dislessia: un problema adolescenziale

Gennaro Tedesco

Introduzione  

Si sostiene che in questi ultimi anni è di gran lunga aumentato il numero dei soggetti che presentano difficoltà nell’apprendimento della lettura e della scrittura, perché molto maggiore è il numero dei soggetti che frequentano la scuola. Inoltre in tutti  noi c’è una maggiore sensibilità al problema educativo in genere, una  richiesta di miglior livello culturale, un livello di aspirazione più alto nei genitori rispetto all’educazione dei figli, un maggior accesso ai corsi di studio superiori.

Il problema della dislessia è osservato essenzialmente dagli insegnanti della scuola elementare, anche se spesso i professori della scuola  media si lamentano di scarsa scorrevolezza nella lettura e di errori ortografici nei loro allievi, la cui causa viene attribuita a cattivo insegnamento elementare. Molto spesso gli insegnanti hanno scarsa consapevolezza delle cause, ignorano il problema specifico, non conoscono le possibili prevenzioni e recuperi e non considerano la gravità delle conseguenze. Nella maggior parte  dei casi attribuiscono queste difficoltà ad un’insufficienza mentale più o meno grave.

Tutti coloro che si interessano sul piano dottrinale o sul piano pratico dell’insegnamento-apprendimento in età scolare primaria, sanno quanta importanza riveste l’acquisizione della lettura e della scrittura.  L’avvenire scolastico e  poi sociale dell’individuo dipende per una larga parte dal mezzo di comunicazione del inguaggio.

Il passaggio dalla prima alla seconda classe è condizionato dalla riuscita in lettura, ortografia e composizione. La riuscita in ortografia è collegata con la riuscita in lettura, perché la lettura e l’ortografia dipendono da condizioni psicologiche identiche. Gli insuccessi comportano quindi un ritardo considerevole nella scolarità,ostacolando l’accesso ai diversi insegnamenti dei cicli superiori.  Alla dislessia infatti, che è causa di insuccesso scolastico, si accompagna spesso anomalia di comportamento : instabilità, rifiuto della scuola, atteggiamenti passivi. I genitori dal canto loro, assumono spesso atteggiamenti svalorizzanti e colpevolizzanti, si sentono frustrati nella loro ambizione  proiettata sui figli e rischiano di compromettere le relazioni affettive familiari.

Grande contributo allo studio della dislessia è stato dato dalla scuola francese : Ajuriguerra, Barel, Maisonny. Essi denominano il disturbo  “dislessia specifica di evoluzione”, intendendo la difficoltà che si manifesta in un soggetto sviluppato in tutti i campi  dove non interviene il linguaggio scritto ; “specifica”, perché si tratta di turba specifica endogena; essendo una  anomalia di apprendimento, la genesi non è univoca ed è associata alla vita che risulta perturbata.

Sono stati  condotti studi dedicati alla dinamica delle relazioni tra bambini  e genitori. Si sostiene l’importanza dell’interazione madre-bambino. Madri che non riescono a separarsi dal figlio; madri che sono contente delle debilità del figlio che torna a loro per bisogno di protezione; padri rigidi che vedono nel figlio il rivale nell’amore per la moglie. In studi dedicati ai bambini si è interpretata la difficoltà in lettura come inibizione di curiosità in soggetti delusi dall’identificazione col padre oppure come inibizione di impulsi aggressivi.                                                                                       Comunque si può accettare il termine generale di “dislessia” come riferito a tutti i soggetti che presentano difficoltà di apprendimento in lettura e scrittura, nel quale si riscontra discordanza tra livello intellettivo e livello di lettura e di scrittura  e  discordanza fra livello di lettura e scrittura ed altre attività.

Discussione del caso

Ci sono vari modi per affrontare la dislessia e i dislessici. Noi non useremo nessuno di questi metodi tradizionali per affrontare il caso ormai affidato e da studiare di un alunno di seconda media di una  scuola del Nord Italia. L’alunno ha 12 anni e si chiama Andrea ed è nato a Menzago. La sua famiglia è composta dal padre  Gianfranco di anni 45, nato a Vicenza, camionista con ditta propria, titolo di studio scuola media, la madre Nerina di anni 43 nata a Chioggia, casalinga, titolo di studio quinta elementare.

Andrea ha una sorella Barbara che frequenta il liceo artistico e un fratello Claudio di 2O anni, camionista della ditta. La loro posizione socio-culturale è abbastanza elevata. Vivono in un appartamento proprio  situato in una  piccola villetta. L’appartamento è composto da  cinque stanze e circondato da  un bel giardino. Sulle notizie raccolte dal ragazzo stesso ho constatato che in famiglia è ben accettato da tutti ; parla con il padre non tanto di argomenti di studio, ma di lavoro : Andrea infatti preferisce seguire il padre nelle attività. Trascorre il suo tempo a giocare con gli amici a calcio e a pallavolo. Frequenta l’oratorio maschile del paese. Quando è a casa, preferisce vedere la televisione anziché leggere anche dei semplici fumetti.

Comunque punteremo ad una prospettiva completamente nuova, si spera, che non si esprime più nei termini e nei canoni classici di “normalità” e “anormalità”, che non fanno altro che accentuare  l’esperienza del distacco degli esseri umani dalla realtà della convivenza sociale. E poi che cosa è la normalità ? Ammesso che esista una risposta, essa non è univoca, ma relativa al contesto sociale e ai suoi valori conformi ad un insieme di riferimenti preordinati da una maggioranza, non necessariamente assoluta, di individui. Il nostro approccio partirà  dalla “pragmatica della comunicazione” che mira ad inserire l’individuo in un sistema di relazioni interattive permanenti che non isolano il soggetto da studiare e da analizzare, ma lo rendono parte attiva in un sistema interagente di flussi comunicativi. Una volta che si è accettato il principio di comunicazione, secondo cui un comportamento si può studiare soltanto nel contesto in cui si attua, i termini “sanità” e “insania” perdono praticamente il loro significato in quanto attributi di individui. Analogamente la nozione di “anormalità” diventa molto discutibile, perché ora si è concordi nel ritenere che la condizione del soggetto non è statica, ma varia al variare della situazione interpersonale e dell’ottica preconcetta dell’osservatore. Inoltre, quando si considerano i sintomi come un  comportamento che si adegua a una interazione in corso, emerge uno schema di riferimento che è opposto alle teorie classiche.                L’alunno in questo modo non viene più considerato in rapporto ai parametri relativistici di “anormalità” e “normalità”, ma in un rapporto di brevi o prolungate interruzioni o black-out  nella  comunicazione, che non significano mancanza di comunicazione, ma segnali particolari di comunicazione, perché non sipuò non comunicare.

In altre parole non esiste qualcosa che  sia un non-comportamento o non è possibile non avere un comportamento. Ora se si accetta che l’intero comportamento in una situazione di interazione  ha valore di messaggio, vale a dire è comunicazione, ne consegue che comunque ci si sforzi, non si può non  comunicare. L’attività o la inattività, le parole o il silenzio hanno tutti valore di messaggio, influenzano altri e gli altri a loro volta non possono  non rispondere a queste comunicazioni e a tal modo comunicano  anche loro.

Dovrebbe essere chiarito che il semplice fatto che non si parli e che non si presti attenzione non costituisce eccezione a quanto è stato appena detto. L’uomo che guarda fisso davanti a sé mentre fa colazione in una tavola calda affollata o il passeggero di aereo che siede ad occhi chiusi, stanno entrambi comunicando che non vogliono parlare con nessuno. Questo è ovviamente un proprio scambio di comunicazione nella stessa misura in cui lo è una discussione animata.

Ma veniamo al caso concreto : il ragazzo non presenta particolari anomalie psicofisiche : il suo handicap specifico è : ritardo globale di apprendimento e disritmia e carenze di grafia, presenta difficoltà a livello cardiorespiratorio. Durante le attività fisiche fa fatica ad eseguire  tutti gli esercizi richiesti. Nonostante ciò, egli viene inquadrato in un contesto apparentemente più specifico, confortante e tranquillizzante, quello delle dislessie.

Dai dati ricevuti dalla scuola elementare, Andrea presenta una situazione scolastica direi “normale”.

Nell’area motoria e funzionale sa muoversi autonomamente e riconosce le varie parti  del corpo e indicarle su di sé . sa collocarsi a comando nello spazio rispetto ad un oggetto o persona. E’ autonomo nell’uso dei servizi igienici. Si reca in altre classi solo dietro incarico o comando ed è capace di ritornare a casa da solo. Nell’area sensopercettiva presenta un apparato visivo ed uditivo adeguato.

Nell’area spaziotemporale si orienta facilmente nell’ambito della scuola ; conosce il proprio  posto in aula, sa distinguere le parti  del giorno, conosce le scansioni temporali, ma ancora non riesce a leggere perfettamente l’orologio. Nell’area relazionale è affettuoso e disponibile verso gli altri. Quando è in classe, comunica con i compagni. Durante le attività non sempre riesce a lavorare da solo. I suoi rapporti con gli insegnanti e con i genitori sono affettuosi, ma essi sono con lui troppo iperprotettivi. Attualmente, essendo io insegnante di sostegno di Andrea, posso confermare quanto detto dalle insegnanti delle elementari solo in parte.

Infatti, soprattutto a livello relazionale, ho avuto difficoltà ad essere accettata da lui nei primi mesi di scuola, avendomi  nell’anno scolastico precedente avuta come insegnante di educazione fisica e ora vedendomi sotto una nuova veste, ha incontrato notevoli difficoltà. A livello didattico sussistono numerose difficoltà a livello ortografico e verbale. La produzione ortografica è disomogenea nel corso della giornata. Un brano viene letto e compreso solo con domande orali e scritte, non avendo molta capacità di memorizzazione. La lettura poi appare lenta e stentata, sillabata direi. La sua mancanza di articolazione dei fonemi riguarda solo la prima articolazione del linguaggio. Si  tratta in effetti di errori di uso e di sintassi per la non conoscenza delle strutture grammaticali  della lingua italiana, dovuta ad una cattiva guida da parte degli insegnanti. Ho cercato di sviluppare  le capacità del bambino, stimolando il bisogno degli strumenti della cultura e valorizzando le attività che vi si connettono.

Il rapporto con gli insegnanti nella scuola     

In realtà l’ancora di salvezza della così detta dislessia si rivela inadeguata a cogliere la realtà complessa e poliedrica, e perché no, policroma, del ragazzo, al quale forse faremo un grosso favore relegandolo nel limbo della dislessia, in quanto gli daremmo l’oscar del miglior interprete del ruolo che in parte sta recitando.

Quindi, se partiamo dal presupposto che è una parte che egli sta recitando, non solo lo smascheriamo, ma andiamo anche avanti  nel processo terapeutico. Infatti il suo desiderio manifesto di “protagonismo” hollywoodiano apparentemente lo precipita nel ghetto dorato della dislessia, ma allo stesso tempo rivela una semeiotica caratteristica, da una parte la sua abilità non irrilevante nell’arte della recitazione, che svela un notevole quoziente intellettivo, ed è una prima comunicazione ad alto livello, dall’altro l’apparente dislessia o errori o “devianze” nella comunicazione non è altro che un segnale di richiamo sulla sua condizione di disagio, insoddisfazione, frustrazione o, in parole più povere, della sua interruzione nel flusso di comunicazioni; abilità recitativa e devianza comunicativa o black-out sono due facce della stessa medaglia, una condizione di  “carenza esistenziale” che non trova poli di riferimento interattivi tali da inserire attivamente il ragazzo nell’insieme di relazioni di reciprocità esistenziale.

L’interazione con gli insegnanti di classe e con l’insegnante di sostegno                           Sembra quella del ragazzo l’inizio di una  piccola esistenza mancata.  Anzi, siccome abbiamo sempre parlato di relazioni dotate di reciprocità, tali poli interattivi esistono e finiscono con l’aggravare la situazione di partenza dell’alunno.  Questi poli “negativi” che interagiscono nei confronti del ragazzo sono  gli   insegnanti, la scuola, la famiglia. Ma vediamo come si manifesta questo “atteggiamento separatistico” nei confronti del ragazzo.

Innanzitutto il volere il ragazzo fuori dell’aula, affibiandogli esercizi e  programmi diversi, enfatizza la sua situazione di isolamento già ampiamente sperimentata all’asilo. Andrea non ha frequentato un lungo periodo d’asilo, solo tre mesi. La sua infanzia è trascorsa nel “calore” familiare. Si sono presi cura di lui, la madre, che è casalinga e quindi ha potuto badare a lui e la  nonna materna, che attualmente vive nello stesso stabile. Il ragazzo è molto affezionato a lei, va a trovarla spesso e anche a scuola ne parla  volentieri.

Il ragazzo, invece di essere recuperato e inserito all’interno del suo ambiente “naturale”, che è la sua classe, viene espulso dai suoi terapeuti naturali, cioè gli  insegnanti e artificialmente inserito in un habitat artificiale dove trova una insegnante di  sostegno, che forse può anche tentare una operazione di recupero nei suoi riguardi con un certo successo,  ma con quale fatica e dispendio di energie e soprattutto cercando di risolvere il problema dalla coda e non dalla testa.

Infatti come afferma il pedagogista Decroly. La scuola per la maggioranza degli allievi costituisce un ostacolo per il loro sviluppo regolare, favorendo il “disgusto al lavoro”, la pigrizia e le conseguenze che ne derivano. E’ il caso di Andrea, che durante molte attività che vengono svolte in classe non sentendosi da parte dell’insegnante di lettere né coinvolto, né sollecitato, si chiude in se stesso, assumendo atteggiamenti passivi senza essere capace di applicarsi al lavoro assegnatogli. Molto spesso l’insegnante di sostegno lo lascia  solo per far sì che si responsabilizzi, ma il ragazzo con un semplice sguardo ricerca la sua presenza. Inoltre l’insegnante di lettere spesso presenta alla classe dei lavori di gruppo non sempre adattabili alle sue capacità.  L’insegnante di sostegno   purtroppo ne viene al corrente sempre troppo tardi ed è costretta ad improvvisare. Anche  durante le interrogazioni orali non si tiene conto delle sue difficoltà : lo vorrebbero “uguale” agli altri, sempre pronto  ad intervenire. Andrea partecipa solo alla presenza dell’insegnante di sostegno : appare sicuro e disinvolto.

Forse tutto questo è anche dovuto al fatto che l’insegnante di lettere è nuova in questa classe ed anche molto esigente. Con gli altri insegnanti invece appare sicuro e tranquillo : sono infatti insegnanti suoi ormai da due anni. C’è da dire poi che mantengono una stretta collaborazione con l’insegnante di sostegno. Durante le verifiche in classe esigono la sua presenza, come anche nelle scelte delle verifiche stesse e della correzione. Durante il corrente anno scolastico hanno sempre svolto un lavoro interdisciplinare per un maggior rendimento dell’alunno, tenendo conto dei disturbi e delle alterazioni intellettive di Andrea. Un altro osso duro è l’insegnante di religione; più volte gli è stato ricordato quali fossero le difficoltà a cui va incontro il ragazzo, ma permane in lui la  convinzione della furbizia e cattiva volontà del ragazzo. Andrea infatti nell’ora di religione viene continuamente “molestato” tanto da arrivare al punto di odiare la materia e l’insegnante stesso.

Quindi, diciamolo pure, l’educazione non tiene più conto delle facoltà degli allievi, anzi le ignora  o  le impegna  disordinatamente e separatamente. Un programma deve tener conto delle loro esigenze, delle risorse e soprattutto dell’ambiente sociale. E  poiché fa appello al bisogno di attività che è nell’allievo, chiama in causa le sue risorse e la sua responsabilità e richiede collaborazione e scambio umano, cioè esso  provvede nel modo migliore  e più spontaneo alla formazione morale.

“ Ogni educatore deve porsi prima di tutto il problema di come affrontare il rapporto diretto con l’educando, in quanto, per attuare  interventi didattici significativi, l’atteggiamento da assumere, il modo di approcciarsi, sono una condizione indispensabile per l’instaurarsi di un sicuro iter educativo. Non si riflette molto al riguardo, anche a causa  di  una errata mentalità, non  forse cosciente, ma insita ancora in molti insegnanti, nonostante tutto il dibattito pedagogico, secondo la quale deve essere il ragazzo ad adattarsi al modo di essere e di lavorare dell’insegnante. Questo errore è pericoloso, in quanto per il ragazzo che si sviluppa in modo normale, se egli non dispone del normale sistema di sostegno, hanno luogo gli adattamenti e le compensazioni, ma per il ragazzo ritardato, irregolare nello sviluppo, l’insegnante diventa più importante e significativo.

Per analizzare come noi educatori dobbiamo essere per entrare in accordo con  il ragazzo handicappato, occorre riflettere sulle esigenze che egli propone e che ci spingono ad essere  stimolati verso una conoscenza piena del ragazzo.                            Certamente non è facile realizzare un rapporto pieno e significativo con il ragazzo; occorre analizzare dapprima la componente del rapporto educativo: l’insegnante.

Il ragazzo, non avendo degli interessi spontanei, non avendo, se non marginalmente, la necessità di conoscere le situazioni in cui si trova, ha bisogno di essere guidato dall’educatore. Questa è  una considerazione ovvia, purtroppo molto spesso non analizzata. L’azione dell’insegnante è dunque determinante, l’educatore dovrà acquisire una concezione diversa del lavoro. Quali errori evitare ?   Eccessive manifestazioni di protezione. Voler bene non significa considerare il ragazzo un valore intoccabile ai piedi del quale l’educatore debba sempre soccombere. Non bisogna obbedire a tutti i suoi capricci e dare la sensazione che tutto gli sia permesso. L’amore per il ragazzo non deve essere confuso con la debolezza dell’insegnante . L’allievo deve sentire un affetto reale e profondo da parte dell’educatore.”(L.D’Alonso)

Ma torniamo agli insegnanti. Essi potrebbero fare  molto di più nei confronti dell’alunno se lo considerassimo l’anello più debole, emotivamente, nel processo della comunicazione e non il meno dotato intellettualmente.                                              Essenziale in questo processo di recupero emozionale e di fiducia dovrebbe essere il professore di lettere in una scuola a tempo prolungato e con conoscenza psicologica molto elevata e complessa, ma nel caso di questo ragazzo nemmeno l’ombra di siffatti individui, i quali anzi con la loro incompetenza aggravano la  situazione dell’alunno in questione.

In ogni caso, anche ammettendo che l’alunno continuasse a manifestare carenza nel campo delle lettere, ed è tutto da verificare, rimarrebbe da potenziare le sua capacità espressiva nel campo tecnico-artistico, musicale e ginnico , che potrebbero essere valutate all’interno di una semeiotica dei richiami di attenzione. Comunque pare tra l’altro che l’alunno disegni attivamente, rivelando adeguate capacità logiche.                  Nell’area psicomotoria, Andrea è molto lento ; da alcuni test effettuati durante le ore di  educazione fisica, ho notato che presenta difficoltà di coordinazione generale, ha poca resistenza, si stanca subito e non sempre riesce a superare gli ostacoli. Ama invece moltissimo la pallavolo; partecipa attivamente a tutte le partite che si effettuano nelle ore di scuola; la sua coordinazione oculomanuale    non è  molto sviluppata, tuttavia riesce nei semplici movimenti quali: palleggio e battuta dal basso. Ha una buona conoscenza dello schema corporeo, ma non è ben lateralizzato: il suo lato dominante è il destro.

Il dislessico quindi non è né un handicappato nel senso usuale del termine né un soggetto affetto da un deficit funzionale. Basti ricordare la storia di Umberto, il ragazzo dislessico di cui parla Pirro nel suo romanzo: “Mio figlio non sa leggere”. Umberto si scontra nel corso della sua carriera scolastica con un padre terapeuta autodidatta, il quale si impegna a guarirlo lottando contro tutti: la scuola e l’ignoranza degli insegnanti, l’insufficienza e la sordità delle strutture sociali.

Ritornando a noi, la continua interazione tra alunno e insegnanti condiziona nel nostro caso in modo negativo il ragazzo, che proprio in questo  sistema interagente  di flussi comunicativi, si trova ad essere lo “zoccolo” duro, per reazioni necessitanti, del rapporto insegnante-discente.

Il sistema dell’”apartheid” didattico instaurato dagli insegnanti nei confronti suoi genera una “escalation” isolazionistica dell’alunno, non solo nei riguardi degli insegnanti nei cui confronti non nutre alcuna fiducia, ma anche nei riguardi degli altri e del mondo circostante.     E   questa  escalation non include ovviamente solo la sfera affettiva, ma anche quella didattica. L’insegnante di sostegno potrebbe rivelarsi molto utile se fosse capace di fare reinserire il ragazzo nel “normale” flusso comunicativo e cioè classe, insegnanti e famiglia.

Ma, permanendo lo stato di apartheid, il suo “sostegno” potrebbe rivelarsi  controproducente. . All’interno di un gruppo, classe-insegnanti soprattutto, omogeneo e integrativista, l’alunno con il tempo potrebbe  reinserirsi ad un livello più basso della comunicazione interattiva di tipo affettivo e didattico. Purtroppo la scuola, più esattamente gli insegnanti rivelano atteggiamenti totalizzanti che non consentono, anche attraverso attività operative, alternative, il recupero dell’alunno.

Le relazioni nella famiglia        

Tanto più, e qui siamo all’altro  polo della relazione negativa, che ,giunto a casa , il ragazzo trova un ambiente apparentemente disponibile, ma nei fatti contrario alle sue esigenze più immediate.

Il padre lo vorrebbe a sua immagine e somiglianza e il ragazzo apparentemente fa di tutto per non tradire le sue aspettative, ma la paura di essere inferiore alle attese del padre-padrone, lo rende ipersensibile e incapace di esprimersi in modo adeguato e più il padre pretende, tanto meno il ragazzo è capace di corrispondere alle  richieste paterne.

Sono due linguaggi diversi, destinati a non incontrarsi mai, anzi con il tempo a dividersi sempre di più fino a diventare quasi certamente opposti e contrari. Sembra che il figlio abbia nei confronti del padre un “apparente” e  “sicuro” atteggiamento di imitazione che in effetti  non fa altro che accentuare ,a livello inconscio, per seguire Freud, il rifiuto del modello imposto dal padre-padrone.

L’apparente aderenza al modello paterno e il contemporaneo dilacerante tentativo non tanto “criptico”, cioè nascosto, di trovare e seguire una via alternativa e “personale” generano una situazione conflittuale accentuata forse dall’atteggiamento protettivo della madre che, seguendo i suoi istinti più naturali e reattivi, da un punto di vista della Pragmatica della comunicazione, si sente inconsciamente, ma forse anche consapevolmente autorizzata a difendere le esigenze “autonomistiche” del proprio  figlio.

Non sappiamo bene che cosa succeda nella  famiglia, nel chiuso del  focolare domestico, ma è probabile che si sviluppi una conflittualità triangolare dovuta proprio alle divergenti e dilaceranti interpretazioni della realtà che i    tre attori protagonisti incarnano, coinvolgendo anche gli altri membri della famiglia.                                           Andrea ha buoni rapporti con la sorella Barbara che lo segue nel suo iter scolastico. Frequenta il liceo artistico a Varese. Durante le ore libere spesso Barbara esegue dei disegni ; Andrea li custodisce preziosamente nella sua cartella di educazione artistica e li mostra a tutti. Il fratello Claudio, invece, è per lui un compagno. Porta  Andrea fuori a cinema, a cena. Egli è felice: è come se sentisse di essere ormai adulto. A volte lo imita anche sul lavoro, e ancora pretende di guidare la ruspa come fa  Claudio.

Proposte di recupero                 

Lavoro a casa o da fare in classe. Molti libri di grammatica e di ortografia, usati nelle scuole contengono esercizi molto utili per la rieducazione di un dislessico; esercizi di lettura, di scrittura.

Esercizi di lettura               

Se il bambino presenta difficoltà ad assimilare le nozioni “prima”, a destra, gli si chiede di sottolineare, in un testo qualsiasi, tutte le lettere che si trovino prima di una a, dopo una r. Dato un testo, il bambino sottolinea tutte le p o tutte le d, tutte le consonanti sorde, tutte quelle sonore.

Il rieducatore presenta delle frasi da completare o che implicano una risposta. La risposta scritta dal bambino permette di controllare il suo grado di comprensione della lettura. Il bambino porta il libro che ha incominciato a  leggere nei suoi momenti di svago o che ha scelto su suggerimento del rieducatore. Gli viene detto di continuare a casa questa lettura.  Per fare un certo controllo del lavoro eseguito, si può richiedere al soggetto di sottolineare tutte le parole capite male e difficili da leggere. Queste parole verranno studiate  nella seduta seguente e contemporaneamente si faranno alcune domande sul testo per verificare se il bambino ha lavorato coscienziosamente, ha capito quello che ha detto e sa darne un resoconto chiaro.

Esercizio per continuare ad automatizzare la conoscenza dell’ordine alfabetico :  il bambino sottolinea in un testo la prima a che trova ;   poi  la b, ecc… . E’ questo un esercizio di lettura che implica un certo lavoro di analisi, ma che richiede, tuttavia,una conoscenza più approfondita dell’ordine alfabetico.

Esercizi di scrittura

I         Il bambino cerca la lettura o le letture composte da un occhiello posto a destra dell’asta, in alto a sinistra, ecc… ; trova e scrive una o due esempi di parole in cui si trovino quelle letture.

2          Date le consonanti sorde, il bambino trova e  scrive le consonanti sonore corrispondenti.

3            Il soggetto ha sotto gli occhi alcuni polisillabi che copia, separandone gli elementi a seconda dei diversi  suoni che ha sentito mentre venivano pronunciate.

4 In caso  di confusione fra sorde e sonore nella scrittura di parole con gruppi di consonanti, si richiede al bambino di cercare parole nelle quali si trovino ad esempio . cl,gl,cr.

5         Deve trovare e  scrivere parole che contengono determinati suoni : gli, gua, ci,scia.

Esercizi di grammatica e di ortografia

I           Il bambino deve sottolineare in un testo, con una matita di colore differente, i verbi, i nomi.

2           Deve fare l’analisi grammaticale completa di tutte o di parte delle parole  contenute in una o due frasi date dal rieducatore.

3            Poiché la scrittura corretta e rapida dei verbi nelle  loro molteplici forme richiede un trattamento molto lungo, in ogni seduta, faremo coniugare uno o più verbi nei diversi modi e tempi che l’allievo è tenuto a conoscere.

4              Ricerca di parole della stessa famiglia. Questo esercizio è utile in molti casi per migliorare l’ortografia.

5                Si dà un testo in cui ci siano omissioni di parole. L’esercizio può essere fatto sull’uso di questo o quel tipo di aggettivo o di pronome.

6                   Ai bambini che debbono esercitarsi a leggere da soli a casa assegniamo      il seguente esercizio; rispondere per iscritto a domande poste in calcio a un testo; le risposte corrette, che richiederanno una buona comprensione di ciò che è stato letto, dovranno essere redatte in poche righe.

7                    Il bambino deve svolgere un tema su soggetto libero o suggerito dal ricercatore.

8                     Una parte della successiva seduta sarà dedicata alla correzione del componimento.

Esercizi collettivi

Data  la grande varietà di difficoltà che presentano i dislessici e la diversità delle tecniche che debbono essere usate a seconda dei tipi di bambini, non è possibile praticare una rieducazione collettiva. Si  possono organizzare sedute collettive, come l’esperienza di classi di lettura dirette da specialisti.  In  generale riteniamo la seduta chiusa quando lo scolaro riporta per tre mesi la sufficienza o più.

Programmazione anno scolastico

Il Consiglio di classe ha fissato i seguenti obbiettivi.                                                              Obbiettivi iniziali

A                     Tener presente nella    scelta dei   contenuti i problemi, la cultura e gli interessi di questo alunno.

B                       Recupero di quelle capacità e conoscenze di base senza cui le possibilità di partecipazione attiva e di buoni risultati sono molto ridotte.

Obbiettivi  intermedi

I                           Acquisizione degli strumenti fondamentali per la partecipazione all’attività scolastica :

Saper leggere  e comprendere quanto letto e  ascoltato

Verbalizzare l’esperienza propria

Organizzare le idee in un discorso ordinato logicamente                                                   Utilizzare  i mass-media, giornale, libri                                                                                  Collegamento con l’ambiente, la vita e i problemi di oggi                                                      Obbiettivi finali                                                                                                                         Potenziamento delle abilità linguistiche di base                                                                      Capacità logiche e di calcolo                                                                                                    Capacità di osservazione e di rappresentazione grafica                                                          Acquisizione della lingua francese, con la conoscenza dei vocaboli più comuni.                  Le ore settimanali di sostegno sono così ripartite durante la settimana : Lunedì, seconda ora, artistica, terza ora, matematica, quarta ora, lettere, quinta ora, lettere; martedì, terza ora, lettere; mercoledì, quarta ora , francese, quinta ora, francese ; giovedì, prima ora, lettere, seconda ora, lettere ; Venerdì, seconda ora, lettere, quarta ora, matematica, quinta ora, matematica.

Durante l’anno, viste le capacità normali dell’alunno, gli si darà un interesse: la realizzazione degli origami. Si  cercherà di  tenere quanto più possibile l’alunno nella classe, tranne nei casi in cui avrà bisogno di un intervento più individualizzato.

Lettere

Narrativa: lettura e questionario del libro di testo                                                                   Antologia: smontaggio in sequenze e rimontaggio

Recupero grammaticale

Storia e geografia

Segue il programma della classe.

Quadernone con immagini

Matematica e geometria

Quattro operazioni, frazioni, Corrispondenza biunivoca, Raggruppamento per caratteristiche delle figure geometriche, Isometria, Operazioni con numeri decimali  e con lo O. Quadrato, rettangolo, triangolo, area e perimetro

Scienze

Segue il programma

Francese                                                                                                                                     Conoscenza e uso delle  più elementari strutture linguistiche e lessicali. Saper presentare se stesso e i compagni, saper salutare, saper chiedere le più elementari

informazioni

Conclusioni

Questa situazione relazionale  bloccata in un vicolo cieco “tracima” nel contesto relazionale del ragazzo.

Impedendogli una normale pragmatica della comunicazione umana e trasformando le altre situazioni di reciprocità relazionale in altrettanti black-out o corto circuito della comunicazione , Binswanger, seguendo il suo maestro Heidegger, parlerebbe di esistenza mancata o forse,  meno drasticamente, di carenza esistenziale.

Per lui il linguaggio viene considerato come una “stramberia” e cerca di cogliere l’essenza di tutto quello che nel comportamento delle persone  è esagerato, fuori dal comune.

Egli coglie nella situazione del ragazzo quel tanto di angoscia, oltre che esistenziale, anche metafisica, che metterebbe anche il ragazzo nella scomoda e alienante posizione di chi “è gettato nel mondo” e dal mondo sembra essere disumanamente rifiutato.

Bibliografia

De Ajuriaguerra, Marcelli, Psicopatologia del bambino, ed.Masson, Milano, I988                   E.Bonistalli, Prevenzione e trattamento della dislessia, La nuova Italia,Scandicci, I973                                                                                                                                             F.Kocher, La rieducazione dei dislessici, Armando Armando, Roma, I968                          B. Laddomade, Dislessia : problema relazionale, Armando Armando, Roma, I979               P.Watzlawick, Pragmatica della comunicazione umana, Astrolabio , Roma, I97I             R. Eynard, La lettura nella scuola dell’obbligo, Giunti, Teramo, I985                                 F.Boschi, A.Smorti, F.Tani, La lettura e l’insegnante-I disturbi della lettura secondo le indicazioni degli insegnanti, Firenze, I977                                                                           G.Sartori, La lettura : Processi normali e dislessia, il Mulino, Bologna, I984

G.Stella, La dislessia . aspetti clinici, psicologici e riabilitativi , Ed.F.Angeli, Milano, I996                                                                                                                                         A.Luisi, C.Ruggerini, Dislessia e disagio pedagogico. Un approccio interdisciplinare per la diagnosi e l’aiuto, Ed.T.E.M.I., Bobolgna,I997

Pisa Book Festival 2019

di Massimo Acciai Baggiani

Mattina fredda e nebbiosa, già invernale. Io e Carlo Menzinger ci siamo dati appuntamento alla stazione di Rifredi intorno alle otto: andremo insieme a Pisa col primo regionale. Destinazione: il Palazzo dei Congressi, dove si tiene l’edizione 2019 del Pisa Book Festival, importante fiera libraria per le case editrici indipendenti.

A Pisa ci attende un bel sole. Rimettere piede in questa città, dopo tanti anni, mi suscita una valanga di nostalgici ricordi. Qui venivo tutti i fine settimana a trovare il mio amico Francesco Felici e, in tempi più recenti, Brunetto Casini – titolare di Edistudio, casa editrice specializzata nell’Esperanto (una delle due esistenti oggi in Italia, insieme a Eva Edizioni): adesso Francesco vive in Irlanda e Brunetto è un po’ che non lo sento…

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In un quarto d’ora a piedi siamo alla sede del festival: compriamo il biglietto e ci avventuriamo tra i numerosi affollatissimi stand, riservandoci di visitarli con calma più tardi. Siamo infatti già in ritardo per l’incontro con Francesco Verso – lo scrittore più volte premio Urania – su “Come gli scrittori di fantascienza interpretano una delle grandi emergenze del nostro tempo”. Si parla di temi ecologici di scottante attualità, di apocalissi future e delle possibili soluzioni escogitate dagli scrittori (soprattutto cinesi) per scongiurarle.

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Alla fine della presentazione Carlo si mette a chiacchierare con Verso, mentre io scambio due parole con Stefano – uno dei miei ex compagni del corso di editoria che ho seguito tra il 2017 e il 2018 (e che mi ha lasciato deluso… il corso, non Stefano!) – incontrato per caso. Passiamo poi allo stand del Collettivo Scrittori Uniti, fondato dall’amico torinese Claudio Secci che vedo per la prima volta, dopo anni di scambi tramite Internet (e diverse recensioni ai suoi romanzi): ci salutiamo calorosamente, quindi Claudio mi propone di fare una video intervista – con Federica Martina de L’isola di Skye – (si propone poi anche Carlo). Il CSU, nato nel giugno 2018, è una libera associazione di scrittori che portano insieme i loro libri nelle fiere librarie, per aiutarsi vicendevolmente: sul tavolo infatti sono disposti moltissimi libri di vari generi letterari, pubblicati da varie case editrici. Non possiamo che augurare a Claudio e ai suoi compagni scrittori grande successo!

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Davanti allo stand del CSU c’è quello di Arpeggio Libero, editore lodigiano con cui ho pubblicato, nell’ormai lontano 2014, la raccolta di racconti scritti a quattro mani (con Lorenzo Spurio) Apologia del perduto. Si trattava di racconti su temi borderline, piuttosto lontani dal mio genere. È un po’ che non ci sentiamo: è un piacere passarli a salutare. Si ricordano bene di me, per fortuna… Sarà l’occasione per organizzare una nuova presentazione a Firenze, in futuro. Con l’occasione facciamo anche la conoscenza di un loro prolifico autore, Antonio Borghesi.

A questo punto io e Carlo ci separiamo, per ritrovarci poi a pranzo nell’area ristorazione in un tendone all’aperto. Al tavolo con noi, tra gli altri, c’è Paolo Ciampi, giornalista e scrittore nostro concittadino, a cui parlo del mio “trittico” sulle memorie (Radici, Cercatori di storie e misteri e, nel 2020, il terzo capitolo ancora senza titolo). Anche il Ciampi ha frequentato la narrativa di viaggio, quindi è interessato a questo nostro progetto editoriale; è un tipo cordiale, alla mano. Accanto a Carlo siede, invece un altro autore rifredino come noi, Massimiliano Scudeletti.

Dopo pranzo facciamo un giro insieme tra gli stand degli editori, prima che Carlo vada a sentire gli incontri con Marco Vichi, presentato da Leonardo Gori, con Paolo Ciampi, presentato dall’editore Luca Betti e con Vanni Santoni (che sarà ospite del GSF martedì prossimo), presentato da Gaia Rau e Alberto Casadei. Di editori ce ne sono moltissimi e molto vari; da quelli più noti a quelli più piccoli e di nicchia. Varia è anche la provenienza geografica: molti sono toscani ma ve ne sono anche dal nord, dal sud e dalla Capitale. C’è perfino un editore còrso, con sede ad Ajaccio, con cui scambio due parole, rammaricandomi della non esistenza di un corso di còrso in italiano (solo un Assimil in francese che ho studiato anni fa…). Al banchino di Ediciclo, di Portogruaro, saluto un’altra ex compagna del suddetto corso per redattori (ma neanche lei è assunta fissa), mentre a quello di Carmignani mi danno notizie di Greta, altra ex corsista, e di Emanuele Martinuzzi, il mio amico poeta di cui hanno pubblicato un libro tempo fa.

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Narrafood, con i suoi libriccini abbinati a bustine di tè, da leggersi nei cinque minuti necessari all’infusione, mi è sempre piaciuta per l’originalità dell’idea. Interessante è stato anche l’incontro con Franco Del Moro, responsabile della rivista Ellin Selae, di cui ho ascoltato un cd di musica in stile Mike Oldfield anni Settanta: anche lui lo incontravo di persona per la prima volta, ho trovato con lui una certa affinità di gusti musicali e letterari. L’occhio mi è caduto su un cd esposto, col titolo in Esperanto di Serenakoro (in realtà in Esperanto andrebbe scritto staccato, ma è una grafia voluta): Franco non parla la lingua di Zamenhof ma la conosce e ne condivide gli ideali. Gli manderò un articolo sulla letteratura esperantista, da pubblicare sulla sua testata. Altra cosa che ci accomuna è l’amore per la montagna, in particolare per le Dolomiti – dove sono solito trascorrere le mie vacanze estive: conosce bene Sappada e si è dichiarato disposto a pubblicare il libro che ho intenzione di scrivere sulla nota cittadina friulana. Lui invece abita dalle parti di Agordo, nel bellunese (dove si trovava Sappada fino a un paio di anni fa).

artificinaL’ultimo incontro interessante della giornata, prima di riprendere la via di casa, è proprio con Francesco Verso, incontrato al nostro arrivo stamani: il cerchio si chiude. Con lui parlo di fantascienza non anglofona (quella ingiustamente ignota al grande pubblico) e del suo progetto editoriale Future Fiction, attraverso il quale propone ai lettori italiani opere tradotte da ben otto lingue (tra cui cinese, il russo, il portoghese, eccetera…) appartenenti a quel filone nato negli anni Ottanta che va sotto il nome di “cyberpunk”. L’argomento mi interessa molto: mi offro di recensire un’antologia bilingue di racconti cinesi (ArtifiCina) di cui mi dona una copia. Da parte mia gli parlo della fantascienza in Esperanto, suscitando a mia volta il suo interesse. Gli consiglio di leggere La lingua fantastica, a cura di G. Cappa (Keltia, 1994) – ormai un classico per i profani che voglio avvicinarsi alla SF in questa lingua – quindi ci stringiamo la mano promettendoci di restare in contatto.

In giro tra gli stand sono numerosi, gli incontri. Salutiamo l’autore fantascientifico pluripremiato Lukha B. Kremo, Carlo saluta il direttore della rivista l’Indiscreto, Francesco D’Alia, e si intrattiene con l’autrice Rosa Belladonna, ora impegnata in lunghi viaggi per la stesura del suo prossimo libro.

Sul treno di ritorno io e Carlo ci mostriamo a vicenda il nostro “bottino”: lui ha comprato diversi libri su tematiche “apocalittiche” (argomento su cui sta scrivendo in questo periodo, vedi anche Apocalissi fiorentine – la sua raccolta di racconti uscita recentissimamente con Tabula Fati). È stato senza dubbio un viaggio proficuo per entrambi.

Firenze, 20 brumaio ’28 (11 novembre 2019)

Amore, sesso e prostituzione

di Massimo Acciai Baggiani

calamandrei sesso 2Immaginiamo degli alieni che provengono da un lontano esopianeta per studiare la Terra e i suoi abitanti umani. Immaginiamo anche che questi alieni si riproducano in modo asessuato – per mitosi o magari per clonazione – e che non abbiano mai osservato prima la riproduzione sessuata. Sarebbe per loro una scoperta straordinaria, incomprensibile, magari anche un po’ disgustosa… non si capaciterebbero del perché di tante complicazioni. Il sesso infatti, osservato un punto di vista esterno, segue delle regole piuttosto assurde e antieconomiche: ha una sua logica, certo, ma a vantaggio della specie e non del singolo individuo, ridotto parrebbe a strumento nelle mani di Madre Natura.

Come tutti, anch’io mi sono interrogato sui misteri del sesso, scoprendo ben presto che questo è una cosa ben diversa dall’amore: ci può essere l’uno senza l’altro, cosa piuttosto evidente anche se molti continuano a confondere i due concetti. Molte delle mie riflessioni le ho ritrovate nel saggio di Sergio Calamandrei Perché si fa poco sesso – volume numero 2 del più ampio Progetto Sesso Motore[1] – esposte in modo chiaro e sistematico, in una prosa chiara e scorrevole. Calamandrei si rifà alla psicologia evoluzionistica, con alcuni apporti personali quali la Teoria del Primo Sguardo, la Teoria del Giorno Giusto e la Teoria della Povertà Sessuale: frequenti sono i riferimenti, in nota, a seri studi scientifici a riprova delle affermazioni riportate. Affermazioni che possono certo non piacere ad alcuni, coloro che hanno un’idea più “romantica” e meno materialistica del rapporto di coppia.

Le cose in realtà sono piuttosto crude: la finalità comune inconscia di uomini e donne è quella di trasmettere i propri geni ad una discendenza più numerosa possibile. Diverse sono le strategie adottate dai due sessi per il comune scopo, perché diversa è la biologia e il ruolo nella riproduzione e nella società. Per quanto riguarda gli uomini e le donne primitivi si trattava di un meccanismo istintivo, iscritto nei geni, mentre per i loro discendenti moderni è un rimasuglio inconscio, frutto di milioni di anni di evoluzione. Le pagine di Calamandrei spiegano bene molti fenomeni “misteriosi” quali la gelosia, il tradimento, la monogamia e la prostituzione, in modo spassionato e brutale, mettendo però in guarda dalle eccessive semplificazioni della psicologia evoluzionistica (“le donne sono tutte puttane, gli uomini tutti porci”). Interessante anche il riferimento al libro di Giulio Cesare Giacobbe[2] sulla fedeltà nella coppia, in particolare del passo che mi ha sempre lasciato perplesso in cui l’autore elogia l’infedeltà sia maschile che femminile in nome di una biologica propensione alla poligamia della razza umana (soprattutto della parte maschile): le corna non fanno piacere a nessuno, penso che al di là delle teorie sul Bambino, l’Adulto e il Genitore (Analisi Transazionale) lo stesso Giacobbe potrebbe pensarla diversamente se trovasse sua moglie a letto con un altro uomo…

Le cose sono sempre più complesse di qualsiasi teoria.

Personalmente mi trovo abbastanza d’accordo con Calamandrei, con alcune riserve. È senz’altro vero che l’uomo, anche se sposato, ricerca “avventure” con altre donne attraenti (ma anche poco attraenti[3]) obbedendo inconsapevolmente all’imperativo di fecondare più donne possibili, ma è anche vero che l’uomo innamorato davvero di una donna non sarà interessato ad altre donne perché l’idea di far soffrire la sua compagna lo ripugnerebbe. Dall’altra parte è vero anche che vi sono donne infedeli – anche se la donna investe di più nei rapporti a lungo termine – ma sicuramente queste non sono innamorate del loro uomo. Stesso discorso vale per i rapporti omosessuali, di cui Calamandrei non fa menzione, in cui c’è statisticamente più promiscuità rispetto ai rapporti etero: quando c’è l’amore penso che anche lì ci sia fedeltà, e comunque la psicologia evoluzionistica non spiega l’infedeltà omosessuale visto che in quel caso la riproduzione non entra in gioco.

Sesso e amore: due cose ben diverse. L’amore può essere anche platonico, il sesso può essere anche violenza e disprezzo dell’altra persona. L’uomo moderno si porta dietro il cervello primitivo dei propri antenati primati, dominato da istinti bestiali che l’uomo di oggi deve a propria volta dominare. L’uomo non è una marionetta: è dotato di libero arbitrio, può “disobbedire” alla biologia se sceglie di farlo (c’è chi fa voto di castità, chi fa sesso senza scopo procreativo – anzi oggi questo è senza dubbio il più frequente). La lettura del saggio di Calamandrei lascia la vaga l’impressione che l’uomo e la donna siano schiavi dei propri istinti ancestrali: per alcuni è senz’altro così, ma nella maggioranza dei rapporti entra in gioco anche il cervello e il cuore e non solo gli organi riproduttivi, così almeno voglio sperare.

È vero che l’Inconscio non ha avuto ancora il tempo di adattarsi al mondo moderno, rimanendo legato a scenari antichi di centinaia di migliaia di anni, ma la mente razionale continua ad evolversi, per fortuna, e la società pure. Nel futuro probabilmente il sesso sarà privo di stress perché l’uomo avrà trovato un equilibrio che oggi non ha: “al cuore non si comanda” e probabilmente l’istituzione matrimoniale sarà obsoleta e dimenticata. Al matrimonio Calamandrei dedica alcune pagine in appendice[4], tratte dal suo romanzo Indietro non si può, dandone un’immagine tutt’altro che attraente: a queste pagine vorrei rispondere con una citazione da un romanzo collettivo da me curato (la parte citata l’ho scritta io):

«Roba da matti» concluse Fabio scuotendo la stesa. «Io non credo che mi sposerò mai.»

«Perché?» domandò Marijus.

«Perché non ne vedo il motivo. Se amo una persona e lei ama me è sufficiente, che bisogno c’è di ufficializzare la cosa? Come posso prometterle davanti a Dio o alla legge di amarla per sempre? Non dipende né da me né da lei: le persone cambiano, i sentimenti si spengono. Magari dopo qualche anno non ci sopportiamo più e allora giù altri soldi per divorziare, con avvocati e rogne varie, senza contare le spese per il matrimonio. L’amore deve essere libero, senza legami. Meglio allora il matrimonio “raeliano”, in cui ci si promette di lasciarci da amici una volta che l’amore è finito, e poi ognuno per la sua strada.»

«Cosa vuol dire “raeliano”?» domandò Elia, un po’ scandalizzato.

«Si riferisce a quella buffa religione creata da Rael, quel francese furbone che si fa mantenere dai suoi adepti in vista della venuta degli alieni con cui dice di essere in contatto e che afferma essere i creatori della vita sulla Terra. Sono simpatici anche se un po’ fuori di testa. Praticano il libero amore.»[5]

Calamandrei spiega l’invenzione del matrimonio (probabilmente da parte delle donne) come prova della volontà del partner di impegnarsi nella relazione monogama: se un uomo arriva a sposarsi deve essere veramente innamorato (lasciando perdere i matrimoni d’interesse e di stato, e quelli imposti dai genitori)!

Ormai le consuetudini sociali hanno privato il matrimonio di questo significato originario: un tempo il matrimonio veniva imposto, oggi è più libero ma non garantisce affatto né la fedeltà (la ostacola e basta) né che l’amore, magari presente al momento del fatidico “sì”, non venga poi meno in futuro per cause indipendenti dal marito o dalla moglie. Al cuor non si comanda. Ribadisco che quando un uomo e una donna sono davvero innamorati allora sono assolutamente fedeli, ma non ho mai detto che l’amore sia per forza eterno!

L’amore quindi è una fregatura in quanto non dà nessuna garanzia per il futuro.

Se il problema fosse solo il sesso allora il mondo sarebbe senz’altro più semplice: se non riesci a trovarlo gratis puoi sempre pagarlo! (cosa che non si può fare con l’amore…).

Qui si apre un interessantissimo discorso sulla prostituzione, argomento ben sviscerato da Calamandrei nel capitolo Il mestiere più utile del mondo.[6] A parte la prostituzione minorile e i casi in cui il “mestiere” non è una libera scelta ma un’imposizione (le statistiche ci dicono che in Italia su 70.000 prostitute “solo” 10.000 sono costrette[7]… che sono comunque troppe!), da condannare senza riserve, concordo anch’io sul fatto che se una donna (o un uomo) sceglie di vendere il proprio corpo è liberissima/o di farlo, e che la prostituzione svolge un’importante funzione sociale garantendo comunque il diritto al sesso a chi non può accedere a quello gratuito (perché troppo brutto, vecchio o problematico… quelli che Calamandrei definisce “proletari del sesso”), e quindi come valvola di sfogo (ma ci sono anche altre possibili valvole di sfogo…). A me personalmente non interessa il sesso disgiunto dall’amore (o quanto meno da una qualche forma di affetto), ma è una mia personale scelta: rispetto chi la pensa diversamente, non ritengo affatto che ci sia qualcosa di degradante – se fatto tra adulti consenzienti – e se la prostituzione è fatta per necessità economiche ritengo che sia ugualmente disdicevole rispetto allo sfruttamento di un qualsiasi precario costretto a lavorare per pochi spiccioli[8]. La prostituzione dovrebbe sempre essere una libera scelta, mai spinta dal bisogno o peggio ancora dalla violenza: la criminalità che gira intorno a questo mestiere dovrebbe essere combattuta duramente. Tra le quattro posizioni che i governi possono assumere nei confronti del fenomeno – proibizionismo, abolizionismo (come in Italia), legalizzazione e decriminalizzazione[9] – io sostengo sicuramente quest’ultimo, anche se non ricorrerei mai al sesso mercenario (ma non condanno chi lo fa). Il resto è bigottismo e ipocrisia.

Concludo con una riflessione personale, su un altro tema non toccato da Calamandrei: la contraccezione. Nella preistoria era importante fare molti figli perché alta era la mortalità infantile, e comunque il pianeta Terra era ben lontano dalla sovrappopolazione. Oggi le cose sono diverse: siamo già troppi al mondo, la riproduzione non va incoraggiata (come fanno certe religioni anacronistiche) ma piuttosto regolamentata attraverso una responsabile educazione sessuale che dovrebbe iniziare fin dalle scuole medie (ormai i ragazzini sono molto precoci) e diffusa soprattutto nel Terzo Mondo, diminuendo anche là la mortalità infantile e in parallelo la natalità. Fare un figlio non dovrebbe essere una “libera scelta” dei genitori ma bisognerebbe considerare innanzitutto il bene dei figli stessi, se è possibile offrire loro una vita dignitosa o se li si condanna a morire di fame per un capriccio momentaneo dei genitori libidinosi. Insomma, per dirla con Fabrizio De André ne Il testamento di Tito:

Non commettere atti che non siano puri, cioè non disperdere il seme…
Feconda una donna ogni volta che l’ami così sarai uomo di fede.
Poi la voglia svanisce ed il figlio rimane e tanti ne uccide la fame.
Io forse ho confuso il piacere e l’amore ma non ho creato dolore.

Firenze, 16 brumaio ’28 (7 novembre 2019)

Bibliografia

  • Acciai Baggiani M., Milella F. (a cura di), Perché non siamo fatti per vivere in eterno?, Firenze, Porto Seguro, 2019.
  • Calamandrei S., Perché si fa poco sesso, Tricase, Youcanprint, 2014.
  • Giacobbe G.C., Alla ricerca delle coccole perdute. Una psicologia rivoluzionaria per il single e per la coppia, Firenze, Ponte Alle Grazie, 2014.

Note

[1] Comprendente i romanzi gialli L’unico peccato e Indietro non si può, il già citato Perché si fa poco sesso, la raccolta Il mestiere più bello del mondo e altri racconti, gli Assaggi gratis e il blog http://sessomotore.wordpress.com.

[2] Giacobbe G.C., Alla ricerca delle coccole perdute. Una psicologia rivoluzionaria per il single e per la coppia, Firenze, Ponte Alle Grazie, 2014.

[3] Harry: Perché nessun uomo può essere amico di una donna che trova attraente, vuole sempre portarsela a letto.

Sally: Allora stai dicendo che un uomo riesce ad essere amico solo di una donna che non è attraente?

Harry: No, di norma vuole farsi anche quella. (dal film Harry ti presento Sally)

[4] Calamandrei S., Perché si fa poco sesso, Tricase, Youcanprint, 2014, pp. 141-143.

[5] Acciai Baggiani M., Milella F. (a cura di), Perché non siamo fatti per vivere in eterno?, Firenze, Porto Seguro, 2019, pp. 24-25.

[6] Calamandrei S., op. cit., pp. 113-123.

[7] Calamandrei S., op. cit., p. 120.

[8] Luciano De Crescenzo anzi riteneva semmai più degradante la “prostituzione” intellettuale rispetto alla vendita di una parte del corpo meno “nobile” rispetto alla mente…

[9] Calamandrei S., op. cit., p. 116.

Una passeggiata nel bosco

Di Massimo Acciai Baggiani

IMG-20191027-WA0015Questa domenica fa così caldo che nessuno direbbe, giudicando solo dal sole estivo che splende in un cielo privo di nubi, di un azzurro intenso, che mancano meno di due mesi a natale. Gli escursionisti si liberano presto degli abiti pesanti, portati “perché non si sa mai”, rimanendo in mezze maniche, e tirando infine fuori i berretti per proteggersi dai raggi sulla testa, nelle parti più esposte. Nel bosco però si sta bene, tra l’ombra e le macchie di luce che fanno brillare il verde. L’autunno regala anche altri colori vivaci; l’inverno tuttavia pare lontanissimo.

Appuntamento all’azienda agricola TerrAdoro alle dieci di mattina: io e i miei amici arriviamo con un certo anticipo. Abbiamo raggiunto il luogo di ritrovo con la macchina di Carlo Menzinger[1] e sua moglie. Con me c’è anche Miriam, la mia amica messicana. Più tardi arrivano anche Sergio Calamandrei[2] e consorte. Gli altri partecipanti non li conosco: l’unico altro volto noto è quello di mio cugino Pino Baggiani, la nostra guida, esperto di piante autoctone toscane.

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Il gruppo è composto da una quarantina di persone: Pino ci accompagna in questa escursione nel bosco di Sommaia, nella parte alta di Calenzano, con la sua esperienza e pazienza infinita con i bambini troppo vivaci. Insieme alla collega Silvia Mazzoni, con cui ha condotto il corso sulle piante officinali e commestibili che si conclude oggi, si ferma di tanto in tanto a darci qualche spiegazione su alcune specie vegetali incontrate lungo il sentiero – il pungitopo, il finocchio selvatico, il cipresso, il cerro, il frassino e l’alaterno.

«Guardate!» Pino indica una sfera marrone simile a una ghianda, attaccata al ramo di una quercia. «Questa conteneva un uovo di cinipede; l’albero lo ha rivestito con questa galla e l’insetto, una volta uscita dall’uovo, ha fatto un buco qui ed è andato via.»

Pino ci mostra un minuscolo foro nella “galla” legnosa. Affascinante.

Per quanto riguarda il cipresso, albero molto presente in Toscana ma associato in altre regioni soprattutto ai cimiteri[3], mio cugino ci mostra le differenze tra la forma “femminile” – più selvatica e con i rami più allargati – e quella “maschile” che conosciamo meglio per la sua classica forma a fiammella.[4]

«Sapete perché l’olivo nasce sotto il cipresso?» ci domanda Pino. Nessuno sa spiegare questa stranezza.

«Spesso le olive sono predate dagli uccelli, in particolare gli storni, mangiandoli nell’intimità del folto della chioma del cipresso e poi evacua il nocciolo dell’oliva del giorno prima proprio sotto il cipresso, sgrassato dall’intestino dell’uccello e favorendo così la germinazione.»

IMG-20191027-WA0028Lungo il cammino troviamo anche qualche fungo velenoso, da cui siamo messi in guardia. Saliamo fino a un’altitudine di circa 300 metri, quindi riscendiamo fino alla strada asfaltata. Abbiamo incontrato un agriturismo in mezzo al bosco, poi case e stradine di campagna. In meno di tre ore dalla partenza siamo di nuovo all’azienda TerrAdoro. Mi sorprendo piacevolmente di me stesso: la camminata, nonostante le molte salite, non mi ha stancato più di tanto. Vero è che siamo andati molto piano, fermandoci spesso per ascoltare le “lezioni” dei nostri accompagnatori. Abbiamo incontrato mole piante commestibili (tarassaco, rucola, cicoria, eccetera), illustrate da Silvia, così come di piante medicinali: è stato molto istruttivo. Ho scoperto che ad esempio le ghiande avevano un largo consumo alimentare nel passato, come è ben spiegato in un libro di Marco Giovannoni[5] che mio cugino ci consiglia come lettura. Sicuramente mio cugino, se si perdesse nel bosco, saprebbe sopravvivere: saprebbe cosa mangiare e cosa no (a differenza di me).

È ora di ristorarci con un buon pranzo vegetariano all’aperto, presso l’azienda: tutta roba genuina, prodotti locali – risotto di borragine, minestra di topinambur, tofu con verdure, frittata, pasticcio di melanzane, eccetera – e d’altra parte l’appetito certo non manca. È una buona occasione conviviale per commentare la nostra esperienza in mezzo alla natura. Dopo il caffè Pino ci propone di visitare il suo vivaio, distante pochi minuti d’auto.[6]

Il nostro gruppo intanto si è assottigliato; alcuni hanno preferito, dopo pranzo, rientrare a casa. Io e i miei amici invece siamo curiosi di vedere l’opera di mio cugino – anche se io l’avevo già visto in un’altra occasione – di cui parla anche in un articolo su «A.DI.PA.» e su «Bullettino».

Il vivaio di Pino ci riserva molte sorprese; si vede la grande passione che ci ha messo nel raccogliere nei boschi toscani i semi delle varie specie, di cui conosce ogni segreto. La sua passione traspare dalle sue parole, mentre ci mostra i suoi tesori. La giornata volge ormai al termine; è tempo di rientrare. È stata senza dubbio un’esperienza interessante, così insolita per un abitante della città come sono io.

Firenze, 7 brumaio ’28 (29 ottobre 2019)

IUA-n°-10-Anno-VI-Novembre-2019 (N° 10, Anno VI, novembre 2019 de «L’Italia, l’Uomo, l’Ambiente».)

Note

[1] Scrittore fiorentino, autore di racconti e romanzi ucronici, a cui ho dedicato il mio libro biografico Il sognatore divergente (Porto Seguro, 2018).

[2] Altro scrittore fiorentino, amico di Carlo Menzinger, specializzato sul genere giallo.

[3] Il motivo lo chiariamo nel nostro libro sul Valdarno che stiamo attualmente preparando io, mio cugino e Italo Magnelli, terzo libro di una trilogia iniziata con Radici (Porto Seguro, 2017) e proseguita con Cercatori di storie e misteri (Porto Seguro, 2019).

[4] Vedi anche la storia del Cipresso di Campestri in Acciai Baggiani M., Baggiani P., Magnelli I., Radici, Firenze, Porto Seguro, 2017, pp. 64-66.

[5] Giovannoni M., Ghiande e uso alimentare umano, Arezzo, Compagnia delle foreste, 2019.

[6] Vivaio Massedonica, Località Baroncoli, Calenzano.