La figura del lupo in Cappuccetto Rosso e in altre fiabe italiane analoghe

Di Massimo Acciai Baggiani

Il lupo assume un ruolo per lo più negativo nelle fiabe, in particolare nella stranota vicenda di Cappuccetto rosso, dove appare metaforicamente in veste di seduttore di bambine ingenue. Due sono le versioni più popolari della celebre fiaba: quella di Charles Perrault (1628-1703) del 1697, e quella, di oltre un secolo posteriore, dei fratelli Jacob Ludwig (1785-1863) e Wilhelm Karl Grimm (1786-1859).

La prima è da considerarsi, secondo Bruno Bettelheim (1903-1990), meno interessante e meno “utile” rispetto alla seconda; Perrault ha banalizzato la storia e ne ha resa troppo esplicita la morale – ossia la raccomandazione, rivolta alle bambine, di non dare confidenze agli sconosciuti, soprattutto a quelli gentili e “seducenti”. La versione di Perrault, in cui alla fine la protagonista muore inghiottita dal lupo, lascia poco spazio all’immaginazione dei piccoli ascoltatori [1]: la scena in cui la piccola si spoglia, su invito del lupo, per andare a letto con lui, è troppo esplicita e allontana l’identificazione del lettore (il fatto che si presti senza reagire a questo tentativo di seduzione può essere interpretato come stupidità oppure come desiderio di essere sedotta).

I fratelli Grimm d’altro canto presentano una doppia versione [2] più complessa e affascinante, ricca di simbologie non così esplicite. Rimane, certo, centrarle il tema della paura di essere divorati (come anche in un’altra celebre fiaba, quella di Hänsel e Gretel) come metafora sessuale. Cappuccetto rosso è una bambina ingenua, che non teme il mondo e anzi ne viene sedotta dalla bellezza (si attarda a raccogliere fiori nonostante le raccomandazioni della madre), il che la espone al pericolo; seguire il principio di piacere anziché quello di realtà (le raccomandazioni materne) la porterà a farsi ingannare dal lupo (la parte animalesca del maschio, contrapposta a quella paterna e salvatrice rappresentata dal cacciatore). Non si può rimanere ingenui per tutta la vita, anche se l’ingenuità è un tratto che affascina.

Il rosso del cappuccio della protagonista «simboleggia le emozioni violente, naturalmente comprese quelle sessuali» [3]

Leggendo questa fiaba viene naturale chiedersi perché il lupo non “divori” subito la bambina appena la incontra nel bosco, anziché divorare prima la nonna (che è anche simbolo della madre). Perrault giustifica la cosa con la presenza, nel bosco, di altri uomini (i taglialegna) mentre nella versione dei Grimm emerge la necessità di sbarazzarsi prima della nonna/madre per godere appieno della sua conquista; è presente il riferimento al desiderio inconscio della figlia di essere sedotta da suo padre (il lupo)» [4]. L’atto sessuale viene visto dai bambini con un senso ambivalente di attrazione e repulsione, in quanto percepito come un atto di violenza ma anche di piacere: si veda la famosa illustrazione di Gustave Doré (1832-1883) che ritraee la bambina a letto con il lupo; mentre quest’ultimo appare tranquillo, Cappuccetto rosso è turbata da sentimenti ambivalenti, anche se le implicazioni sessuali rimangono preconsce, come è giusto.

Illustrazione di Gustave Doré per Cappuccetto Rosso

L’altra figura maschile, il cacciatore, è di segno diametricalmente opposta. Rappresenta il padre non nel lato seduttivo ma in quello salvifico e punitivo, il che esercita un grande fascino nei giovani lettori. Salva nonna e nipote sventrando il lupo e riempiendone lo stomaco di sassi, che poi lo uccideranno: nella mente del bambino l’uscita della protagonista dalla pancia è collegata inconsciamente al parto (al taglio cesareo) in quanto ipotizza che la madre sia rimasta incinta inghiottendo qualcosa. Perciò il lupo non muore durante lo sventramento: il bambino potrebbe associare il parto alla morte della madre e restarne traumatizzato. Questo “parto” simboleggia una rinascita a un livello superiore: la protagonista, benché inghiottita, non muore veramente ma si prepara a una seconda nascita, tornando in vita come una persona diversa. Il bambino capisce immediatamente questo processo di maturazione: «Cappuccetto Rosso perse l’innocenza dell’infanzia (…) e ne ebbe in cambio la saggezza che soltanto chi è “nato due volte” può possedere» [5].

La celebre fiaba ha avuto molte traduzioni, sia nella versione francese di Perrault che in quella tedesca dei Grimm. Riporto qui l’incipit in esperanto di Perrault (La Ruĝa-Ĉapeto) presente in rete, e a seguire l’incipit della versione, in esperanto, dei fratelli Grimm (Ruĝa Ĉapeto):

Estis iam en vilaĝo knabineto la plej bela kiun oni povis vidi; ŝia patrino kaj ankoraŭ pli ŝia avino amis ŝin ĝis freneziĝo. Tiu ĉi bona virino farigis al ŝi ruĝan ĉapeton, kiu plibeligis ŝin tiel, ke ĉie oni vokis ŝin: La Ruĝa-Ĉapeto.

En unu tago ŝia patrino farinte platajn kukojn, diris al ŝi: „Iru vidi kiel fartas via avino, oni diris al mi, ke ŝi estas malsana, portu al ŝi platan kukon, kaj tiun ĉi poteton da butero.“ La Ruĝa-Ĉapeto foriris tuj al ŝia avino, kiu loĝis en alia vilaĝo.

Transirante arbaron, ŝi renkontis Sinjoron Lupon, kiu forte deziris manĝi ŝin sed ne kuraĝis pro kelkaj arbohakistoj kiuj estis en la arbaro; li demandis ŝin kien ŝi iras. La malfeliĉa infanino ne scianta la danĝeron paroli kun Lupo, diris al li: „Mi iras viziti mian avinon kaj porti al ŝi platan kukon kaj poteton da butero, kiujn mia patrino al ŝi sendas. [6]

Iam estis dolĉa knabineto, kiun ĉiuj amis, kiu nur rigardis ŝin, sed ĉefe ŝia avino, kiu eĉ ne sciis, kion donaci al la infano. Iam ŝi donacis al ŝi kapuĉeton el ruĝa velura, kaj ĉar ĝi taŭgis al ŝi tiel bone kaj ĉar ŝi ne volis surhavi nenion ol ĝin, oni nomis ŝin nur Ruĝa Ĉapeto.
Iutage ŝia patrino diris al ŝi: “Venu, Ruĝa Ĉapeto, ĉi tie vi havas pecon da kuko kaj botelon da vino, alportu tion al via avino; ŝi estas malsana kaj malforta kaj ŝi refreŝiĝos per ili. Ekiru antaŭ ol ekvarmos, kaj kiam vi eliros, iru bele kaj bonkondute kaj ne forkuru de la vojo, alie vi falos kaj rompos la vitron kaj la avino havas nenion. Kaj kiam vi eniros ŝian loĝĉambron, ne forgesu diri bonan matenon kaj ne rigardu unue en ĉiujn angulojn!

Tra le fiabe italiane raccolte da Italo Calvino (1923-1985), a ragione considerato l’equivalente italiano dei fratelli Grimm, ho scelto tre brevi testi in cui ricompare la figura del lupo e della nonna e della mamma: Tre ragazze e il lupo (fiaba 26), Zio lupo (49)e La finta nonna (116).

La prima fiaba, raccontata dalle parti del Lago di Garda, vede tre sorelle alle prese col lupo goloso, che a differenza della fiaba dei Grimm, è più interessato a mangiare torte che carne umana (ma la simbologia è la stessa). Al posto della nonna, troviamo la mamma delle ragazze: la donna viene ingoiata e il lupo si mette a letto in attesa della minore, certo più sveglia di Cappuccetto rosso, la quale aveva tenuto testa al lupo nel bosco – là dove le altre due sorelle avevano fallito.

C’era tre sorelle, a lavorare in un paese. Gli venne la notizia che la loro mamma, che abitava a Borgoforte, stava mal da morte. Allora la sorella maggiore si preparò due sporte con dentro quattro fiaschi e quattro torte e partì per Borgoforte. Per strada trovò il lupo che le disse: – Dove corri così forte?

– Da mia mamma a Borgoforte, che le è preso mal da morte.

– Cosa porti in quelle sporte?

– Quattro fiaschi e quattro torte.

– Dàlle a me se no, alle corte, ch’io ti mangi è la tua sorte.

La ragazza diede tutto al lupo, e tornò dalle sorelle a gambe levate. Allora la seconda riempì la sporta lei e partì per Borgoforte. Trovò il lupo.

– Dove corri così forte?

– Da mia mamma a Borgoforte, che le è preso mal da morte.

– Cosa porti in quelle sporte?

– Quattro fiaschi e quattro torte.

– Dàlle a me se no, alle corte, ch’io ti mangi è la tua sorte.

Anche la seconda sorella vuotò le sporte e tornò via di corsa. Allora la più piccola disse: – Adesso ci vado un po’ io, – preparò le sporte e partì. Trovò il lupo.

– Dove corri così forte?

– Da mia mamma a Borgoforte, che le è preso il mal da morte.

– Cosa porti in quelle sporte?

– Quattro fiaschi e quattro torte.

– Dàlle a me se no, alla corte, ch’io ti mangi è la tua sorte.

Allora la più piccola prese una torta e la buttò al lupo che stava a bocca aperta. Era una torta che lei aveva preparato prima apposta, con dentro tanti chiodi. Il lupo la prese al volo e la morse e si punse tutto il palato. Sputò la torta, fece un balzo indietro, e scappò dicendo alla bambina: – Me la pagherai!

Di corsa, per certe scorciatoie che sapeva solo lui, il lupo arrivò a Borgoforte prima della bambina.

Entrò in casa della madre ammalata, la mangiò in un boccone, e si mise a letto al suo posto. Arrivò la bambina, vide la mamma che faceva appena capolino dalle lenzuola, e le disse: – Come sei diventata nera, mamma!

– Sono stati tutti i mali che ho avuto, bambina, – disse il lupo.

– Come t’è venuta la testa grossa, mamma!

– Sono stati tutti i pensieri che ho avuto, bambina.

– Lascia che t’abbracci, mamma, – disse la bambina e il lupo, ahm!, se la mangiò in un boccone. Inghiottita che ebbe la bambina, il lupo scappò fuori. Ma appena sulla via i paesani, a vedere un lupo uscire da una casa, gli si misero dietro con forche e badili, gli chiusero tutte le strade e l’ammazzarono.

Gli tagliarono subito la pancia e ne uscirono madre e figlia ancora vive. La mamma guarì e la bambina tornò dalle sorelle a dire: – Avete visto che io ce l’ho fatta.[7]

In Zio Lupo, fiaba romagnola, troviamo un altro ammonimento verso le bimbe disubbidienti e golose (che antepongono il principio di piacere, come direbbe Bettelheim). La bambina protagonista fa la fine di Cappuccetto rosso nella versione di Perrault: viene divorata senza che nessun cacciatore la salvi.

C’era una bambina golosa. Un giorno di Carnevale la maestra dice alle bambine: – Se siete buone a finire la maglia, vi do le frittelle.

Ma quella bambina non sapeva fare la maglia, e chiese d’andare al camerino. Si chiuse là dentro e ci s’addormentò. Quando tornò in scuola, le altre bambine s’erano mangiate tutte le frittelle. E lei andò a piangere da sua madre e a raccontarle tutta la storia.

– Sta’ buona, poverina. Ti farò io le frittelle, – disse la mamma. Ma la mamma era tanto povera che non aveva nemmeno la padella. – Va’ da Zio Lupo, a chiedergli se ci presta la padella.

La bambina andò alla casa di Zio Lupo. Bussò: “Bum, bum”.

– Chi è?

– Sono io!

– Tanti anni, tanti mesi che nessuno batte più a questa porta! Cosa vuoi?

– Mi manda la mamma, a chiedervi se ci prestate la padella per fare le frittelle.

– Aspetta che mi metto la camicia.

“Bum, bum”.

– Aspetta che mi metto i mutandoni.

“Bum, bum”.

– Aspetta che mi metto i pantaloni.

“Bum, bum”.

– Aspetta che mi metto la gabbana.

Finalmente Zio Lupo aperse e le diede la padella. – Io ve la presto, ma di’ alla mamma, che quando me la restituisce me la mandi piena di frittelle, con una pagnotta di pane e un fiasco di vino.

– Sì sì, vi porterò tutto.

Quando fu a casa, la mamma le fece tante buone frittelle, e ne lasciò una padellata per Zio Lupo.

Prima di sera disse alla bambina: – Porta le frittelle a Zio Lupo, e questa pagnotta di pane e questo fiasco di vino.

La bambina, golosa com’era, per strada cominciò ad annusare le frittelle. “Oh, che buon profumino! E se ne assaggiassi una?” E una due tre se le mangiò tutte, e per accompagnarle si mangiò tutto il pane e per mandarle giù si bevve anche il vino.

Allora, per riempire la padella, raccolse per la strada delle polpette di somaro. E il fiasco, lo riempì d’acqua sporca. E per pane fece una pagnotta con la calcina d’un muratore che lavorava per la strada. E quando arrivò da Zio Lupo gli diede tutta questa brutta roba.

Zio Lupo assaggia una frittella. – Puecc! Ma questa è polpetta di somaro! – Va subito per bere il vino per togliersi il sapore di bocca. – Puecc! Ma questa è acqua sporca! – Addenta un pezzo di pane e: – Puecc! Ma questa è calcina! – Guardò la bambina con occhi di fuoco e disse: – Stanotte ti vengo a mangiare!

La bambina corse a casa da sua mamma: – Stanotte viene Zio Lupo e mi mangia!

La mamma cominciò a chiudere porte, a chiudere finestre, a chiudere tutti i buchi della casa perché Zio Lupo non potesse entrare, ma si dimenticò di chiudere il camino.

Quando fu notte e la bambina era già a letto, si sentì la voce di Zio Lupo da fuori: – Adesso ti mangio! Sono vicino a casa! – Poi si sentì un passo sulle tegole: – Adesso ti mangio! Sono sul tetto!

Poi si sentì un gran rumore giù per il camino: – Adesso ti mangio! Sono nel camino!

– Mamma mamma, c’è il lupo!

– Nasconditi sotto le coperte!

– Adesso ti mangio! Sono nel focolare!

La bambina si rincantucciò nel letto, tremando come una foglia.

– Adesso ti mangio! Sono nella stanza!

La bambina trattenne il respiro.

– Adesso ti mangio! Sono ai piedi del letto! Ahm, che ti mangio! – E se la mangiò.

E così Zio Lupo mangia sempre le bambine golose. [8]

Infine in La finta nonna, fiaba abruzzese, si ripropone la scena del lupo nel letto della nonna, con la differenza che in questo caso non si tratta di un lupo ma di un’Orca, e alla bambina protagonista va meglio che a Cappuccetto rosso, in quanto si avvede in tempo di non trovarsi a letto con la nonna ma con un mostro e riesce a scappare, aiutata da altri personaggi secondari (il fiume e la porta) che ne favoriscono la fuga in quanto beneficiati dalla generosità della piccola, che viene così premiata.

Una mamma doveva setacciare la farina. Mandò la sua bambina dalla nonna, perché le prestasse il setaccio. La bambina preparò il panierino con la merenda: ciambelle e pan coll’olio; e si mise in strada.

Arrivò al fiume Giordano.

– Fiume Giordano, mi fai passare?

– Sì, se mi dài le tue ciambelle.

Il fiume Giordano era ghiotto di ciambelle che si divertiva a far girare nei suoi mulinelli.

La bambina buttò le ciambelle nel fiume, e il fiume abbassò le acque e la fece passare.

La bambina arrivò alla Porta Rastrello.

– Porta Rastrello, mi fai passare?

– Sì, se mi dài il tuo pan coll’olio.

La Porta Rastrello era ghiotta di pan coll’olio perché aveva i cardini arrugginiti e il pan coll’olio glieli ungeva.

La bambina diede il pan coll’olio alla porta e la porta si aperse e la lasciò passare.

Arrivò alla casa della nonna, ma l’uscio era chiuso.

– Nonna, nonna, vienimi ad aprire.

– Sono a letto malata. Entra dalla finestra.

– Non ci arrivo.

– Entra dalla gattaiola.

– Non ci passo.

– Allora aspetta -. Calò una fune e la tirò su dalla finestra. La stanza era buia. A letto c’era l’Orca, non la nonna, perché la nonna se l’era mangiata l’Orca, tutta intera dalla testa ai piedi, tranne i denti che li aveva messi a cuocere in un pentolino, e le orecchie che le aveva messe a friggere in una padella.

– Nonna, la mamma vuole il setaccio.

– Ora è tardi. Te lo darò domani. Vieni a letto.

– Nonna ho fame, prima voglio cena.

– Mangia i fagioletti che cuociono nel pentolino.

Nel pentolino c’erano i denti. La bambina rimestò col cucchiaio e disse: – Nonna, sono troppo duri.

– Allora mangia le frittelle che sono nella padella.

Nella padella c’erano le orecchie. La bambina le toccò con la forchetta e disse: – Nonna, non sono croccanti.

– Allora vieni a letto. Mangerai domani.

La bambina entrò in letto, vicino alla nonna. Le toccò una mano e disse: – Perché hai le mani così pelose, nonna?

– Per i troppi anelli che portavo alle dita.

Le toccò il petto. – Perché hai il petto così peloso, nonna?

– Per le troppe collane che portavo al collo.

Le toccò i fianchi. – Perché hai i fianchi così pelosi, nonna?

– Perché portavo il busto troppo stretto.

Le toccò la coda e pensò che, pelosa o non pelosa, la nonna di coda non ne aveva mai avuta. Quella doveva essere l’Orca, non la nonna. Allora disse: – Nonna, non posso addormentarmi se prima non vado a fare un bisognino.

La nonna disse: – Va’ a farlo nella stalla, ti calo io per la botola e poi ti tiro su.

La legò con la fune, e la calò nella stalla. La bambina appena fu giù si slegò, e alla fune legò una capra.

– Hai finito? – disse la nonna.

– Aspetta un momentino -. Finì di legare la capra. – Ecco, ho finito, tirami su.

L’Orca tira, tira, e la bambina si mette a gridare: – Orca pelosa! Orca pelosa! – Apre la stalla e scappa via. L’Orca tira e viene su la capra. Salta dal letto e corre dietro alla bambina.

Alla Porta Rastrello, l’Orca gridò da lontano: – Porta Rastrello, non farla passare!

Ma la Porta Rastrello disse: – Sì, che la faccio passare, perché m’ha dato il pan coll’olio.

Al fiume Giordano l’Orca gridò: – Fiume Giordano, non farla passare!

Ma il fiume Giordano disse: – Sì che la faccio passare, perché m’ha dato le ciambelle.

Quando l’Orca volle passare, il fiume Giordano non abbassò le sue acque e l’Orca fu trascinata via. Sulla riva la bambina le faceva gli sberleffi. [9]

Firenze, 3 febbraio 2021

Bibliografia

Bettelheim B., Il mondo incantato, Milano, Euroclub, 1983.

Calvino I., Fiabe italiane, Milano, Mondadori, 2005.


[1] «Per il bambino il valore di una fiaba è distrutto se qualcuno gliene chiarisce dettagliatamente il significato. Perrault fa qualcosa di peggio: ne limita il contenuto» Bettelheim B., Il mondo incantato, Milano, Euroclub, 1983, p. 166.

[2] Nella seconda versione, dopo il salvataggio del cacciatore, la protagonista viene adescata da un altro lupo, ma stavolta si comporta più saggiamente e riesce ad affrontarlo alleandosi con la nonna.

[3] Ibidem, p. 170.

[4] Ibidem, p. 172.

[5] Ibidem, p. 180.

[6] Traduzione di Sarpy, sul web.

[7] Calvino I., Fiabe italiane, Milano, Mondadori, 2005, pp. 111-112.

[8] Ibidem, pp. 223-225.

[9] Ibidem, pp. 603-605.

O vibrație poetică din România

O vibrație poetică din România

Postat pe 26 octombrie 2020
De Massimo Acciai Baggiani – trad. Lucia Dragotescu

Acum câteva zile a sosit un colet din București. Înăuntru am găsit patru cărți de poezie: una a prietenei Lucia Dragotescu (Poezii / Poesie), două a fiicei sale Codruța (Lipograme / Lippogrammi, și Tautograme și Lipograme) și una a poetului Aurelian Sorin Dumitrescu (Între cer și pământ / Tra Cielo e Terra), toate publicate de editura Fundației România de Mâine în acest nefericit an 2020. Toate bilingve – în română și italiană – cu excepția uneia. Traducerile în italiană sunt făcute de Lucia, o prietenă dragă și colegă scriitoare din 2007, când am cunoscut-o prin prietenul comun Paolo Filippi (a cărui amintire rămâne și în Poezii / Poesie, după cartea dedicată în mod explicit lui Poem-Poema / Iubire pierdută – Amore perduto [2]). Pe scurt, o vibrație de poezie a venit de departe pentru a lumina ziua în fața virusului Covid.
În prima carte, cea a Luciei, există o prefață a mea (în italiană și în română), la care mă refer. Lucia își declară dragostea pentru pământul său și tradițiile sale, inclusiv literare, și deschiderea către lume, spre alte culturi și limbi – în special cea italiană, pe care o iubește profund. Așa cum declară autoarea în Epilogul final, volumul își colectează producția poetică începând cu anii șaizeci ai secolului trecut, pe când frecventa liceul (am început să versific și eu la acea vârstă): un volum dedicat fiicei sale, conceput fără scopuri comerciale, dar donat de autoare celor mai mari biblioteci românești, moldovenești și italiene (eu însumi am livrat exemplarele Bibliotecii Centrale Naționale din Florența).
Din poeziile Codruței am avut plăcerea și onoarea de a publica câteva texte în Segreti di Pulcinella, împreună cu cele ale mamei Lucia. Lipogramele ei (amintiți-vă că prin „lipogramă” înțelegem un text în care este interzisă o anumită literă) au fost redate, în traducere, pur și simplu prin ștergerea literei lipsă (dar înțelegerea nu este afectată), în timp ce în original poetul a recurs la sinonime. Poeziile indică adesea pandemia pe care o trăim, cu tonuri apocaliptice. Se vorbește și despre religie, credința tradițională revine adesea. De asemenea, sunt interesante tautogramele (care, spre deosebire de lipogramă, este un text ale cărui cuvinte încep cu aceeași literă – texte netraductibile, sau foarte dificil de tradus, fără a pierde calificarea de “tautogramă”): le-am citit direct în română, o limbă pe care am început să o învăț anul trecut.
În sfârșit, câteva cuvinte și despre cartea lui Dumitrescu, autor însuși prezent în paginile electronice ale revistei „Segreti di Pulcinella” (și întotdeauna în versiunea dublă, editată de Lucia). Dumitrescu, coleg bibliotecar al Luciei Dragotescu, care s-a ocupat de îngrijirea acestei ediții ak volumulei (și autoare a prefaței), a reunit poezii noi și vechi într-un fel de „mărturisire făcută cititorului” pe teme apropiate vieții sale: dragostea, anotimpurile, istoria poporului român, rădăcinile, amintirile copilăriei, versuri care vin din inimă, precum și cele ale Luciei și Codruței: o inimă care bate pentru poezie și pentru identitatea românească.
Florența, 26 octombrie 2020

Bibliografie

Dragotescu C., Lipograme / Lipogrammi, București, Editura Fundației România de Mâine, 2020.
Dragotescu C., Tautograme și Lipograme, București, Editura Fundației România de Mâine, 2020.
Dragotescu L., Poezii / Poesie, București, Editura Fundației România de Mâine, 2020.
Dumitrescu A.S., Între cer și pământ / Tra Ciello e Terra, București, Editura Fundației România de Mâine, 2020.

Uno dei libri più belli che ho letto

Di Massimo Acciai Baggiani

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Michael Ende (1929-1995) è universalmente noto per libri “per bambini” quali Momo e La storia infinita ma, come altri grandi narratori per l’infanzia (ad esempio Roald Dahl), ha scritto anche cose geniali per un pubblico più adulto, e anche la sua produzione per i più giovani è godibilissima anche dai “grandi”. È il caso di una raccolta di racconti uscita in Germania tre anni prima della scomparsa di questo straordinario autore: La prigione della libertà. Io ho letto l’edizione italiana proprio qualche settimana prima della morte di Ende, quando avevo vent’anni, e ho sentito il desiderio di rileggerla a un quarto di secolo di distanza, durante il nuovo lockdown dovuto alla seconda ondata del Covid. Una lettura che mi aveva entusiasmato da giovane e che mi ha emozionato di nuovo. Tanta acqua è passata sotto i ponti, e si dice giustamente che una seconda lettura di un testo a distanza di tanti anni è molto diversa: tante cose non notate allora le ho colte adesso, a partire dai riferimenti colti e le fonti che hanno ispirato Ende.

Un libro magico e filosofico, escheriano, che fa riflettere e sognare. L’ossimoro del titolo si spiega nell’omonimo racconto, il penultimo della raccolta, ma la riflessione sulla libertà dell’Uomo attraversa tutto il libro, insieme al tema del viaggio di ricerca. Il libro si apre con un capolavoro assoluto: Il traguardo di un lungo viaggio. Cyril, il protagonista, figlio di un lord inglese, non ha mai avuto una vera e propria casa, sempre in viaggio col padre da un albergo all’altro; tuttavia sente come una nostalgia cocente per qualcosa che non sa spiegare. Non è certo un eroe, il nostro Cyril, anzi è un personaggio tutt’altro che positivo: chiuso nel suo egoismo sarà fonte di dolore per chi gli sta accanto. Ma non è nemmeno una persona assolutamente malvagia. È un’anima ombrosa, questo sì, in pena, impegnata in una sorta di ricerca mistica del “paradiso”. Molti sono i punti di contatto con un altro grande giovane dannato inglese di fine Ottocento (da un indizio si ricava che il lungo racconto è ambientato in quegli anni): il Dorian Gray del capolavoro di Oscar Wilde (1854-1900). Il fascino di quest’ultimo fa da contraltare con l’aspetto tutt’altro che piacevole di Cyril, ma entrambi spezzano un cuore femminile, sono colpevoli di omicidio, sono insoddisfatti della vita, cercano qualcosa di più. Doria Gray legherà il suo destino a un quadro, così come Cyril, il quale scoprirà in un misterioso dipinto il suo destino: un palazzo fantastico in una landa desolata, un luogo che potrebbe chiamare “casa”. Un luogo che cercherà di raggiungere con qualsiasi mezzo, dopo essere stato indirettamente indirizzato da uno strano vecchio incontrato nel ghetto veneziano. Il diciannovesimo secolo, ricordiamo, è tempo di grandi esplorazioni: gli “spazi bianchi” sull’atlante vanno via via riempiendosi, restano sempre meno luoghi da scoprire. In uno di questi, precisamente tra le montagne dell’Hindu Kush, si trova il palazzo, che potrebbe essere creato proprio dalla fede incrollabile del protagonista: si confronti a tal proposito il dialogo tra Cyril e il vecchio ebreo con un racconto di Jorge Luis Borges (1899-1986), Tlön, Uqbar, Orbis Tertius[1]. Borges nel suo racconto lungo mostra come le idee possano manifestarsi nel mondo fisico, rifacendosi alle teorie del filosofo George Berkeley (1685-1753).

Il secondo racconto sarà dedicato esplicitamente al grande scrittore argentino: Il corridoio di Borromeo Colmi parla di un luogo impossibile, un corridoio progettato e fatto costruire, a Roma, dall’architetto-mago seicentesco (personaggio inventato da Ende) in modo che chi lo percorre diventa sempre più piccolo, fino a perdersi, forse, nel mondo subatomico o forse in un’altra dimensione. Il riferimento a Borges è presente soprattutto nello stile, nel gusto per le invenzioni biografiche e bibliografiche.

Un altro oggetto impossibile è il protagonista del terzo racconto, La casa in periferia: un edificio che esiste solo all’esterno. La scoperta è di due ragazzini, due fratelli, nella Germania nazista. Anche qui è forte l’impronta borgesiana, che attraversa tutti i racconti: il racconto tra l’altro si riallaccia direttamente al precedente, citando, all’inizio della lunga lettera del professore/io narrante della storia, proprio il corridoio di Colmi.

Anche il quarto racconto (Un po’ piccola, in effetti) presenta un paradosso spaziale: a Roma il protagonista accetta il passaggio da una famiglia locale a bordo della piccola utilitaria del capofamiglia che, all’interno, si rivelerà gigantesca e, di stranezza in stranezza, il protagonista arriverà a perdere il lume della ragione quando scoprirà, in fondo all’auto… un garage! Ende ha vissuto a lungo nella Capitale italiana; amava profondamente questa città e l’ha resa protagonista di varie opere (Momo ad esempio si svolge a Roma, anche se non viene fatto il nome della città). L’amava anche per il suo aspetto fantastico e misterioso.

Entrami i racconti, La casa in periferia e Un po’ piccola, in effetti, sfidano le leggi della fisica come le litografie e incisioni di Maurits Cornelis Escher (1898-1972)[2].

Le catacombe di Mizraim si svolge in un mondo sotterraneo dove vive il Popolo delle Ombre, sottomesso a una dittatura che ricorda un po’ quella del Mondo nuovo di Aldous Huxley: tutti vivono in una routine priva di senso, ma sono a loro modo felici, inconsapevoli della propria prigionia, sotto effetto di un fungo. L’unico su cui il fungo non produce oblio e felicità è il protagonista, Iwri, l’unico anche dotato di libero pensiero: cercherà la via per il mondo esterno, dove spera di trovare la Verità e la Libertà, e quando l’avrà trovata cercherà di portare il popolo alla ribellione contro il “benevolo” dittatore Bechmoth, dapprima privandolo della droga (si pensi alla scena in cui il Selvaggio distrugge le scorte di Soma nel romanzo di Huxley) e poi mettendosi alla guida dei ribelli. Come il dittatore mondiale Mustapha Mond (sempre in Huxley), anche Bechmoth è un personaggio ambiguo, che riesce a insinuare il dubbio nel popolo ribelle, e nello stesso lettore, che in realtà lui non ha fatto altro che proteggere i suoi “figli” dall’infelicità che avrebbero trovato all’esterno, luogo, a quanto dice, inadatto alla vita. Il popolo, dopo qualche attimo di smarrimento, si rivolta contro lo stesso Iwri e lo getta all’Esterno, dove non si sa se troverà il paradiso o l’inferno.

Dagli appunti di Max Muto, il viandante del sogno presenta la missione infinita del protagonista, il quale deve risolvere l’enigma di una città “vivente” nel deserto per poter compiere una missione precedente, che gli servirà per una missione ancora più vecchia, e così via, in una successione apparentemente senza fine, tanto che l’eroe stesso si è dimenticato il punto di partenza del suo viaggio. Alla fine riuscirà a sciogliere l’enigma ma prenderà coscienza che così potrà compiere tutte le sue missioni precedenti e preferirà quindi creare una nuova successione infinita, perché il senso del viaggio non è il punto d’arrivo ma l’azione stessa del viaggiare. Questa Città Bianca immaginata da Ende non sfigurerebbe tra le Città invisibili[3] di Italo Calvino (1923-1985).

La prigione della libertà è il più filosofico e borgesiano dei racconti, e anche il più inquietante della raccolta. Si parla nientemeno che del libero arbitrio. Intere biblioteche sono state scritte su questo argomento, liquidato dalle religioni monoteiste con un semplice abbandonarsi alla volontà di dio («Non cade foglia che Dio non voglia» dice il proverbio). Il mendicante cieco del racconto, ambientato nel mondo islamico (“islam”, ricordiamo, significa “sottomissione a Dio”) ha fatto una sorta di patto col diavolo (quello musulmano, ovviamente: Iblis) che lo imprigiona in una stanza enorme su cui si aprono 111 porte. Lui dovrà sceglierne una per uscire, ma non c’è alcun indizio su quale possa essere quella giusta, e la scelta sarà irrevocabile visto che, una volta aperta una porta, tutte le altre scompariranno. Dietro alla porta prescelta potrà esserci un mostro terribile o un giardino di delizie. Il protagonista è letteralmente paralizzato dalla scelta, sapendo che non c’è Allah a guidare la sua scelta ma ne sarà totalmente responsabile. Se anche non scegliere è una scelta, allora questa sarà la via “scelta” dal protagonista. Chiara è la metafora della nostra vita, fatta di innumerevoli “porte” che, una volta chiuse, scompaiono (un fisico quantistico direbbe che “le possibilità collassano”). Ogni porta si apre su un universo ucronico, “divergente” come direbbe il mio amico Carlo Menzinger: quante volte ci siamo domandati, una volta messa in atto una certa scelta, cosa sarebbe accaduto se avessimo preso una decisione diversa? Non lo sapremo mai, se non usando la fantasia. Solo a livello quantistico due possibilità possono coesistere nel medesimo universo (o, meglio, multiverso); non nella nostra quotidianità. A noi il “terribile peso” della libertà e della responsabilità delle nostre azioni, a cui io – da ateo convinto – non rinuncerei comunque mai.

Questo libro straordinario si chiude con un racconto sconcertante: La leggenda di Indicavia. Il racconto ripercorre l’intera esistenza di un “cercatore di miracoli”, la cui sete di conoscenza si corrompe nella ciarlataneria e nel vizio, tanto che quando finalmente trova l’accesso al Mondo dei Veri Miracoli non si sente degno di attraversarlo; preferirà indicarlo ad altri cercatori più puri di lui. Il cerchio si chiude: la ricerca di Hieronumus Horleiper, alias Matto, alias conte Athanasio d’Arcana, alias Indicavia (quanti nomi cambia, mutando di volta in volta identità!), si ricollega a quella di Cyril Abercomby, e a quella di tutte le anime sensibili che vivono nel fango ma guardano alle stelle (per dirla con Oscar Wilde).

Mi piace chiudere questo mio articolo, che vuole essere un invito a scoprire questi otto piccoli capolavori che compongono uno dei libri più interessanti (a mio parere) della narrativa del secolo scorso, con una citazione dall’ultimo racconto. Un brano in cui Ende riflette sul ruolo di fingitore dell’artista (scrittore compreso), il quale, come un prestigiatore, produce “miracoli” (fa emozionare il lettore con storie inventate) ma non ci crede in prima persona (quanto lavoro c’è dietro alle trame di un romanzo o di un racconto, ben dissimulato dalla bravura dell’autore!): «Un artista non deve credere ai miracoli, altrimenti non è in grado di produrli. Per questo, chi crede nei miracoli non diventerà mai un vero artista. […] il nostro mestiere è la bugia, l’illusione. Tutta l’arte è così. Un pittore dipinge un quadro[4], la gente l’osserva rapita, a volte paga anche molto denaro per esso, ma, in realtà, di che si tratta? Di un pezzo di tela e di un po’ di colori. Tutto il resto è niente, non esiste! […] e anche i poeti, che raccontano lunghe storie di fatti mai accaduto, e che mai sarebbero potuti accadere […] Il mondo vuole essere ingannato. […] Solo, vi sono bugiardi buoni e cattivi, e un vero artista ha da essere un maestro della menzogna.»[5] Si confronti con l’estetica di Oscar Wilde.

Firenze, 18 novembre 2020

Bibliografia

Ende M., La prigione della libertà, Milano, TEA, 1995.


[1] Nella raccolta Finzioni (1944).

[2] Una cui opera è giustamente riportata nella copertina dell’edizione italiana del libro di Ende.

[3] Libro del 1972.

[4] Altro punto di contatto con Il traguardo di un lungo viaggio.

[5] Ende M., La prigione della libertà, Milano, TEA, 1995, pp. 195-196.

La fragilità di Leopardi

Di Massimo Acciai Baggiani

Alessandro D’Avenia è un autore che non amo particolarmente, anche se i suoi romanzi non mi sono dispiaciuti. Quando sono arrivato però alla saggistica, in particolare a quella sua strana rilettura di Giacomo Leopardi che è L’arte di essere fragili (sottotitolo: Come Leopardi può salvarti la vita), sono rimasto piuttosto perplesso. Non è stata una lettura facile per me: il libro mi ha respinto fin dalle prime pagine, ma io mi sono incaponito a leggerlo fino in fondo, anche su consiglio di amici che lo avevano apprezzato. La sensazione che mi è rimasta è un po’ quella di aver sprecato il mio tempo.

Ovviamente la promessa del sottotitolo non è stata mantenuta. Se anche le poesie del celebre recanatese possano salvare la vita a qualcuno, certo il libro di D’Avenia non chiarisce come: sia a causa del linguaggio piuttosto astratto e fumoso (linguaggio che vorrebbe essere “poetico” ma che finisce per essere ermetico), sia perché in realtà all’autore piace più parlare di se stesso che di Leopardi, del quale tra l’altro dà una lettura forzata e tendenziosa in senso cristiano. Questa operazione di una lettura cattolica di Leopardi – che è in pratica un tradimento della sua opera poetica e in prosa – l’aveva già proposta molto prima di lui un tale Luigi Giussani, fondatore di Comunione e Liberazione, il cui stile è forse non a caso molto vicino a quello di D’Avenia (ossia astratto e fumoso): in altre parole, le pagine di D’Avenia puzzano di ciellino, con uso abbondante di quelle che sono le parole chiave dei libri-predica di Giussani (già sentite fino alla nausea quando frequentavo quel discutibile movimento religioso): “stupore”, “mistero”, “destino”, “rapimento”.

L’unica conclusione che condivido di D’Avenia è quella secondo la quale – in certi casi – i libri possono salvare la vita; anche se non necessariamente quelli di Leopardi. Nel mio caso, come per quei pochi italiani amanti della lettura, i libri sono stati salvifici durante il lockdown, insieme alla scrittura che di questi si nutre, insieme del vissuto di ogni scrittore. Durante quei mesi terribili ho letto un po’ di tutto, ma certo non mi sarebbe mai venuto in mente di leggere i Canti, le Operette morali o lo Zibaldone – con tutto il rispetto per il grande Giacomo, uno dei pochi poeti che ho amato durante gli anni di scuola ed approfondito successivamente – perché ero già abbastanza depresso di mio.

Certo, l’equazione, piuttosto superficiale, “Leopardi = figato”, non trova d’accordo nemmeno me, ma non mi trovo affatto d’accordo con D’Avenia quando vuole trovare dell’ottimismo a tutti i costi in un autore sicuramente grande ma profondamente deluso dall’ «infinita vanità del tutto» [1]. D’Avenia sostiene che proprio il fatto che dal “nulla” che ci circonda abbia tratto dei versi stupendi inficia il suo messaggio nichilista e pessimista, come se la scrittura non fosse un tentativo di esorcizzare quei demoni che ogni autore ha dentro. La fragilità di Leopardi è quella degli animi sensibili, che hanno il coraggio di guardare l’abisso sul cui bordo trascorriamo i nostri brevi anni, ed è anche quella di chi ha il coraggio di guardare questo abisso e trovare le parole per descriverlo, ma certo non indica il modo per uscirne. Leopardi era ateo, mettetevelo in testa cari cattolici: ateo, ateissimo, fino alla fine, così come lo era Shakyamuni nonostante i ridicoli tentativi di alcuni cattolici nel negarne l’ateismo. A voi cattolici farebbe piacere se si iniziasse a sostenere che in fondo Gesù era ateo? La salvezza non può venire né da Leopardi né da qualche divinità più di quanto la guarigione può venire da un placebo: forse potrebbe venire dall’amore, come suggerisce D’Avenia, ma il nostro Giacomino l’ha presa in quel posto anche da quel punto di vista, come tanti prima e dopo di lui.

Personalmente la vedevo esattamente come l’apostolo del “pessimismo cosmico” quando avevo 15-20 anni, prima di incontrare il buddismo: ma questa è un’altra storia che esula da questo mio breve articolo “leopardiano”.

Il saggio di D’Avenia è scritto sotto forma di lettere a senso unico al grande recanatese… è facile scrivere a chi non può rispondere (rifacendosi al principio silenzio-assenso?), ma penso che Leopardi nelle sue ipotetiche repliche a queste lettere, che sfidano le leggi temporali, avrebbe pure lui molto da contestare di questa sua rilettura moderna.

Firenze, 31 ottobre 2020

Bibliografia

D’Avenia A., L’arte di essere fragili, Milano, Mondadori, 2016.


[1] Da A se stesso.

La felicità dell’individuo

Di Massimo Acciai Baggiani

Di solito non scrivo articoli critici sulle mie letture, soprattutto se si tratta di un gigante della fantascienza quale Arthur C. Clarke (1917-2008), di cui ho apprezzato molte opere, a partire dal ciclo di Odissea nello spazio. Tuttavia il suo romanzo La città e le stelle (The City and the Stars, 1956) non mi ha soddisfatto appieno.

La storia del protagonista, Alvin, si svolge in un futuro lontanissimo. Alvin vive a Diaspar, una città con una storia di un miliardo di anni alle spalle, ritenuta – a torto, come scopriremo – l’unica città rimasta sul pianeta Terra ormai trasformato in un deserto ostile. Diaspar è un luogo affascinante ed edonistico: i suoi abitanti hanno raggiunto una sorta di immortalità grazie ai Banchi Memoria, gestiti da un Computer Centrale (quasi una sorta di divinità informatica), che li ricrea a lunghi intervalli di tempo ogni volta che lasciano il proprio corpo fisico. I Banchi Memoria provvedono a tutti i bisogni dei dieci milioni di cittadini, plasmando “magicamente” la materia. A Diaspar non si è mai sicuri di cosa sia veramente “reale”, si vive in una sorta di realtà virtuale che confonde i sensi e tiene impegnate le persone per innumerevoli vite, in modo che, nonostante la popolazione sia sempre la stessa (anche se a rotazione presente in buona parte nei Banchi Memoria) e non nascano più individui nuovi, non ci si annoia mai e non c’è decadenza.

Alvin è un’eccezione. Ad intervalli di milioni di anni nasce un Unico, ossia un individuo che non ha vissuto altre vite precedenti, destinato a grandi cose. Alvin è uno di questi. Dovrà scoprire qual è la sua missione, che coinvolge niente di meno che il destino della razza umana. Incontrerà sul suo cammino un altro personaggio anomalo come lui, anche se in modo diverso, che lo aiuterà a trovare risposte alle sue molte domande – ad esempio sul perché gli abitanti di Diaspar hanno orrore di tutto ciò che sta fuori dalla città. La sua avventura lo porterà proprio all’esterno, in un’altra città di cui a Diaspar si ignorava l’esistenza: una città altrettanto longeva ma che ha fatto una scelta opposta riguardo all’immortalità. A Lys infatti la gente nasce e muore come nel nostro tempo; vive una vita essenzialmente agreste, con un uso limitato delle macchine, ed ha sviluppato la telepatia.

Dopo l’incontro con questa seconda civiltà, la storia si sposta su altri pianeti e prende un respiro realmente cosmico – lascio questa parte finale al lettore, senza svelare altro – ma quello che mi ha colpito è la contrapposizione tra filosofie di vita così diverse; filosofie che Alvin vorrebbe conciliare, facendo incontrare di nuovo, dopo un miliardo di anni, le due civiltà, fondendole con il meglio di ciascuna. Qui il mio pensiero diverge da quello del protagonista (e di Clarke): Diaspar è un mondo perfetto così com’è, stabile, in cui il problema della morte è stato superato brillantemente. Perché dunque tornare a morire? Giusto per tornare a procreare nel modo tradizionale? Per avere intorno dei bambini?

Gli abitanti di Lys considerano che senza ricambio generazionale non ci può essere evoluzione (come se Lys non fosse rimasta immutata per eoni, così come Diaspar…) e scopo dell’amore è proprio quello di mettere al mondo figli.

«Alvin sapeva, con certezza che andava al di là di ogni logica, che per il benessere della razza era necessaria l’unione delle due culture. In un caso simile la felicità individuale non ha alcuna importanza[1] Clarke è sempre stato piuttosto sciovinista nei confronti della razza umana, un po’ in tutte le sue opere; l’individuo conta poco, ciò che conta è la “razza” a cui appartiene. La sua felicità è subordinata al trionfo della specie. Personalmente non cambierei mai l’immortalità (se l’avessi) con la conquista delle stelle da parte del genere umano. È chiaro che l’immortalità ha come prezzo l’azzeramento delle nascite, per ovvi motivi, ma mi pare un prezzo più che accettabile. Non condivido il desiderio del protagonista di cambiare lo status quo, senza il permesso di milioni di individui abituati a “morire” e “rinascere” con tutti i loro ricordi e la loro personalità, mettendo in pericolo il loro diritto ad essere immortali. Entrambe le città, Lys e Diaspar, considerano inferiori gli abitanti dell’altra, perfettamente soddisfatte del proprio stile di vita: perché cambiarlo dunque?

Clarke non approfondisce la questione, appena accennata e subito risolta dal protagonista con la considerazione sopra citata. La storia è molto più ampia, tanto che ci si perde, dà le vertigini, finisce per risultare esagerata. Viene da dire che l’autore ha fatto il passo più lungo della gamba: tutti questi miliardi di anni, di stelle, l’Impero Galattico, creature onnipotenti e disincarnate alla fine annoiano, risultano poco credibili. Si giunge alla fine del libro con un senso di vuoto, di inconsistenza. Ciò che rimane impresso, almeno a me come lettore, è proprio la città di Diaspar: un’utopia che Clarke vuol fare apparire come distopia[2]. A me non dispiacerebbe essere cittadino di questa sorta di paradiso, per quanto artificiale e legato alla memoria digitale di una macchina tanto complessa da aver sviluppato una sua personalità. Applaudo quindi a questa creazione visionaria ma sbadiglio al resto…

Firenze, 20 ottobre 2020

Bibliografia

Clarke A.C., La città e le stelle, Milano, L’Unità, 1993.


[1] Clarke A.C., La città e le stelle, Milano, L’Unità, 1993, p. 206. Il corsivo è mio.

[2] Un po’ come nel “mondo nuovo” di Aldous Huxley, il cui motto è proprio “Stabilità”.

Fiera del Thriller & Noir 2020

Di Massimo Acciai Baggiani

Il 2020 sarà senz’altro ricordato, nell’ambiente letterario, anche per il gran numero di eventi online che hanno sostituito, causa Covid, gli incontri in presenza. Certo, per quanto ben organizzata, una fiera da seguire davanti a uno schermo è un’altra cosa: non si possono toccare i libri, sfogliarli, stringere la mano agli autori, magari scambiare due parole con loro. La Fiera del Thriller & Noir di Claudio Secci tuttavia non ha fatto sentire troppo la mancanza di queste piccole cose: è stato un incontro entusiasmante, ricchissimo e intenso. Una maratona iniziata alle 10 di domenica mattina e terminata nove ore dopo, quando il sole era già calato oltre le nubi temporalesche di questa serata di finestate [1].

La preparazione di quest’evento, che ha visto coinvolti 24 autori, non deve essere stata cosa da poco per il CSU (Collettivo Scrittori Uniti); Claudio ha avuto infatti validi aiutanti, che ha ringraziato poi nel finale. Il tutto si è svolto tra Facebook e Youtube; Claudio è stato presente con diverse dirette FB: ai saluti iniziali, per spiegare i due momenti ludici con il CRUCSU (un cruciverba ispirato a due autori partecipanti – io ho vinto il primo [2]), il punto alla ripresa pomeridiana della fiera (giusto il tempo di un pranzo veloce) e naturalmente alle considerazioni finali con le premiazioni (al video più visto, all’autore che ha venduto più copie e a quello che ne ha acquistate di più [3]).

Un bilancio molto positivo per tutti noi autori e per gli organizzatori. Diversi i colleghi che conoscevo già (come Mala Spina) e che ho suggerito io stesso a Claudio (Carlo Menzinger, Renato Campinoti, Lorenza Mori) e molti di più quelli che ho conosciuto in questa occasione. Tanti quindi gli autori della scuderia di Porto Seguro [4]. Carlo ha parlato de La bambina dei sogni, un thriller soprannaturale pubblicato diversi anni fa, nato dal web [5]. Renato è intervenuto sul suo poliziesco Non mollare Caterina, citando tra l’altro la recensione che gli avevo dedicato. Lorenza ha presentato il suo romanzo I misteri della porta accanto, di cui avevo curato l’editing. Naturalmente conoscevo anche le opere di Claudio Secci, da me recensite: Claudio ad un certo punto è infatti passato da intervistatore a intervistato, “sedendosi” in via eccezionale tra noi autori. Non poteva essere altrimenti, essendo Claudio un grande autore di thriller: sua ad esempio la recente trilogia di Gisèle.

Il mio intervento, videoregistrato in precedenza come quasi tutti gli altri, consisteva in un’intervista che mi ha fatto Claudio, dandomi l’occasione di parlare brevemente di un genere letterario che ho praticato anch’io occasionalmente e di un mio progetto narrativo un po’ insolito: il romanzo collettivo, scritto con la tecnica del round robin, Perché non siamo fatti per vivere in eterno? (tra gli undici autori che ho chiamato a raccolta per questo esperimento figura lo stesso Claudio Secci).

La fiera è stata anche l’occasione per gli autori di smaltire le copie personali, offrendole scontate a chi ne avesse fatto richiesta tramite un commento sotto il rispettivo video: un valore aggiunto, dato dalla possibilità di avere una copia autografata e qualche gadget dell’autore ad un buon prezzo. Alcuni autori hanno venduto davvero molto. Tuttavia questa fiera è stata soprattutto l’occasione per uno scambio: quello che è sempre utile e prezioso tra artisti, mettendo da parte le rivalità e le manie di protagonismo che purtroppo abbondando in questo ambiente. Ho percepito autentica unione, vera fratellanza, e questa è stata la cosa più bella.

Firenze, 20 settembre 2020

Bibliografia

Acciai Baggiani M., Il sognatore divergente, Firenze, Porto Seguro, 2018.
Campinoti R., Non mollare Caterina, Firenze, Porto Seguro, 2019.
I Già Dimenticati, Perché non siamo fatti per vivere in eterno?, Firenze, Porto Seguro, 2019.
Menzinger C., La bambina dei sogni, autopubblicazione in copyleft, 2012.
Mori L., I misteri della porta accanto, Firenze, Porto Seguro, 2019.
Secci C., A piedi nudi, Sanremo, Edizioni Lucotea, 2017.
Secci C., Occhi lucidi, Sanremo, Leucotea, 2019.

Lista autori presenti e libri presentati

Claudio Secci “Disincanto”
Emanuela Navone “L’uomo con il berretto rosso”
Laura Gronchi “Ossessione”
Rossella Cirigliano “Locus Iste”
Bruno Balloni “Innocent”
Edoardo Guerrini “Il quaderno del Fato”
Marina Cappelli “Il Male Poeta”
Anna Nihil “Confessioni tra donne”
Carlo Amedeo Coletta “Jerry Comano”
Carlotta Amerio “Al limite del sogno”
Luca Serra “Novanta. Quando il calcio non è più un gioco”
Mala Spina “Victorian Horror Story”
Alessandro Del Gaudio “Tenebra Lux”
Diego Pitea “L’ultimo rintocco”
Maria Fonte Fucci “Accad(d)e”
Diego Altobelli “Omega ha tradito il mondo”
Simone Filoso Fiocco “L’ago di Cibele”
Gabriele Farina “Ancora pochi passi”
Angela Gagliano “La paziente zero
Elvira Mastrangelo “Di luce e di ombre. Mi ricorderò di non ricordarti”
Luisa Colombo “Legami pericolosi”
Renato Campinoti “Non mollare Caterina
Lorenza Mori “I misteri della porta accanto”
Carlo Menzinger “La bambina dei sogni”


[1] Ovviamente sto parlando delle condizioni meteo di Firenze.

[2] Consistente in una copia gratuita e autografata del romanzo di Angela Gagliano, La paziente zero, che leggerò con piacere.

[3] Quest’ultimo vinto dal mio amico Carlo Menzinger.

[4] Presso cui ho lavorato come editor dal 2019.

[5] Ne ho parlato nella biografia letteraria, Il sognatore divergente, Firenze, Porto Seguro, 2018.

La Città di Carta

Di Massimo Acciai Baggiani

Presso lo stand del GSF

Domenica 30 agosto andai con Carlo Menzinger all’ultima giornata della fiera libraria Lucca Città di Carta, presso il Real Collegio. Splendida location per un evento purtroppo non molto frequentato: ancora la paura del Covid era tanta. I chiostri dell’antico palazzo settecentesco presso le mura cittadine erano occupati da decine di stand, per lo più di case editrici provenienti da tutta Italia, perfino da San Marino (ma non mancavano i singoli autori e le associazioni culturali), mentre le sale ai piani superiori erano riservate alle presentazioni di libri ed eventi vari.

La giornata non era delle migliori: fummo accolti da pioggia torrenziale, che tuttavia lasciò presto il posto a un ventoso ma soleggiato e fresco pomeriggio di finestate. Presso lo stand del GSF (Gruppo Scrittori Firenze) ci attendevano i nostri amici e colleghi che avevano già disposte le loro opere sul banchino, alle quali aggiungemmo le nostre (io avevo portato una copia di: Perché non siamo fatti per vivere in eterno, Sempre ad est, La Compagnia dei Viaggiatori del Tempo, Letture per la quarantena e Il sognatore divergente). Poche mascherine a giro, per lo più abbassate, e pessimo servizio di ristorazione: la prima edizione di questa manifestazione mostrava molti punti deboli, da attribuire credo all’inesperienza degli organizzatori, i quali difettavano pure nell’informazione sui vari eventi della fiera.

Massimo Acciai Baggiani parla delle proprie opere durante la presentazione del GSF
Carlo Menzinger parla delle proprie opere durante la presentazione del GSF.

In attesa della presentazione del GSF, in tarda mattinata, feci colazione al bar e poi iniziai il mio giro esplorativo. Anche stavolta riuscii a parlare con molti editori e autori: la fiera era più piccola di quella di Pisa, ma non mancarono gli incontri interessanti, alcuni anche un po’ surreali. Da parte mia mi proponevo in veste di autore, editor, impaginatore e recensore: un’editrice mi informò che loro retribuivano gli editor “col metodo tedesco”, ossia dando loro una percentuale sulle vendite del libro curato (mai sentita prima una cosa del genere…) e quando dissi loro che chiedevo un compenso per il mio lavoro di recensore (a meno che non si trattasse di amici o autori che leggevo di mia iniziativa) mi guardò scandalizzata e disapprovante. «Noi siamo contro le recensioni a pagamento.» Fine del discorso, passai allo stand successivo.

Più avanti mi imbattei in una signora sulla cinquantina che aveva disposto sul banco la sua amplia produzione narrativa, composta da romanzi ucronici e in generale di fantascienza. Notando un suo romanzo che sembrava quasi un plagio di Romanitas di Sophia McDougall, pensai di presentarle Carlo (purtroppo non ce ne fu l’occasione). Mi misi a discutere con lei di utopie e distopie: lei negava che la speranza fosse qualcosa di positivo, i suoi romanzi erano molto pessimisti sul destino dell’umanità (e sul merito che questa ha di salvarsi), in pratica degli incubi orwelliani carichi di misantropia. Io al contrario nelle mie opere cerco sempre di infondere fiducia nel futuro del genere umano, prediligendo le utopie, pur consapevole – come ripeto sempre – che l’Uomo si trova a un bivio (se continua su questa strada andrà verso l’estinzione), mentre lei la vede proprio nera.

«Perché sul fondo del vaso di Pandora rimase la Speranza? Perché il mito la considera uno dei mali dell’Umanità?» mi domandò. Senza attendere risposta proseguì: «Perché sperare è un’illusione, porta a non fare niente per cambiare il mondo, aspettando che questo cambi da sé.»

Non potei che essere d’accordo, se vista in quest’ottica, ma le spiegai che per me la speranza è proprio il contrario: deve portare a rimboccarsi le maniche per migliorare il mondo. La disperazione, per come la vedo io, porta alla rassegnazione, all’immobilità. Le citai un bellissimo racconto di Ray Bradbury, Viaggiatore del tempo, e un aforisma di Oscar Wilde: «Una carta del mondo che non contiene il Paese dell’Utopia non è degna nemmeno di uno sguardo, perché non contempla il solo Paese al quale l’Umanità approda di continuo. E quando vi getta l’ancora, la vedetta scorge un Paese migliore e l’Umanità di nuovo fa vela. Il progresso altro non è che il farsi storia delle utopie.»

Concordammo sul fatto che la gente comune è fondamentalmente stupida e che esiste il rischio concreto di un disastro nel futuro prossimo.

«Speriamo di no» conclusi. «Speriamo che la gente prenda consapevolezza di questo rischio e che cambi paradigma mentale, andando verso un futuro che sarebbe comunque migliore di quello che ci aspetta se si continua col razzismo, il capitalismo e il disprezzo per l’ambiente.»

Alcuni autori ed editori si mostrarono interessati alla mia offerta di recensire i loro libri, come ad esempio Andrea Delìa e Nicoletta Riato, i quali avevano un banco tutto per il loro romanzo L’incanto del silenzio, edito da una minuscola casa editrice, molto curato dal punto di vista grafico. Anche M.T. mi regalò una copia del suo libro, fresco di stampa, Mimì e gli altri, autopubblicato sotto lo pseudonimo di Felice Felino & Margherita Pink: il gatto raffigurato in copertina non poteva non catturare l’attenzione di un amante dei mici come me. Infine l’editore di Toutcourt, di Roma, mi diede una copia del saggio di Emiliano Sabadello sul celebre romanzo di Stephen King, It, che a suo tempo apprezzai moltissimo. Con questo “bottino” tornai a Firenze, ripromettendomi di leggere questi tre libri nei giorni successivi (magari durante la mia breve vacanza presso il Santuario della Verna).

Firenze, 30 agosto 2020

Bibliografia

Bradbury, Viaggiatore del tempo, Milano, Mondadori, 2018.
Felice Felino & Margherita Pink, Mimì e gli altri, Autopubblicazione, 2020.
Riato N, Delìa A., L’incanto del silenzio, Edizioni Federica, s.d.
Sabatello E., Pennywise. Stephen King: It, realtà, infanzia, amicizia, Roma, Toutcourt, 2019.

Autori del GSF presso lo stand

Lista di opere di narrativa importanti per me

Di Massimo Acciai Baggiani

Massimo Acciai Baggiani in abiti d’epoca durante il festival “Il richiamo di Lovecraft”, Villa Demidoff, Pratolino, 22 settembre 2018 (Foto di Italo Magnelli)

Mi sono accorto, soprattutto ultimamente, che nel grande numero di libri che ho letto negli ultimi mesi – e anni – pochi sono davvero memorabili. La maggior parte si sono lasciati leggere, non hanno lasciato alcun segno. Altri non li ho nemmeno finiti. Altri ancora li ho trovati dozzinali e insignificanti. Mi sono messo a considerare quanti sono stati davvero i libri importanti nella mia vita, da quanto ho iniziato a leggere 39 anni fa: quelli di cui mi ricordo anche a distanza di decenni. La lista che segue, redatta non in ordine di importanza né cronologico, riguarda quelle opere di narrativa fondamentali per la mia formazione e vissuto, quelle che ho letto con maggiore soddisfazione. Alcune di queste le ho rilette più volte. Non sono in ordine di importanza (in effetti sono in ordine alfabetico) e NON me le porterei sull’isola deserta (a differenza della precedente lista dei 150 album musicali) in quanto sull’isola mi porterei libri che non ho ancora letto, con tutti i rischi che ciò comporta.

  1. Aldous Huxley, Il mondo nuovo
  2. Alessandro Manzoni, I promessi sposi
  3. Dino Buzzati, La boutique del mistero
  4. Edgar Allan Poe, Racconti del grottesco
  5. Edwin Abbott Abbott, Flatlandia
  6. Emmanuel Carrère, Baffi
  7. Emmanuel Carrère, L’avversario
  8. Emmanuel Carrère, La settimana bianca
  9. Geoffrey Chaucer, I racconti di Canterbury
  10. George Orwell, 1984
  11. Giacomo Leopardi, Operette morali
  12. Gianni Rodari, C’era due volte il barone Lamberto
  13. Gianni Rodari, Favole al telefono
  14. Giovanni Boccaccio, Decamerone
  15. Herbert George Wells, Il fu signor Elvesham
  16. Herbert George Wells, Il paese dei ciechi
  17. Herbert George Wells, Il sorprendente caso della vista di Davidson
  18. Herbert George Wells, La macchina del tempo
  19. Herbert George Wells, La porta nel muro
  20. Herbert George Wells, La storia di Plattner
  21. Herbert George Wells, Una storia dei giorni futuri
  22. Hermann Hesse, Siddharta
  23. Hermann Hesse, Sotto la ruota
  24. Howard Phillips Lovecraft, Le montagne della follia
  25. Isaac Asimov, Il ciclo della Fondazione
  26. Italo Calvino, La trilogia dei nostri antenati
  27. John Ronald Reuel Tolkien, Il signore degli anelli
  28. Jonathan Swift, I viaggi di Gulliver
  29. Jorge Luis Borges, L’Aleph
  30. José Rodrigues Dos Santos, Einstein e la formula di Dio
  31. Jostein Gaarder, Il mondo di Sofia
  32. Jostein Gaarder, Il venditore di storie
  33. Jules Verne: 20.000 leghe sotto i mari
  34. Jules Verne: Viaggio al centro della Terra
  35. Lev Nikolaevič Tolstoj, La morte di Ivan Il’ič
  36. Ludovico Ariosto, Orlando furioso
  37. Mary Shelley, L’ultimo uomo
  38. Michael Ende, La prigione della libertà
  39. Michael Ende, La storia infinita
  40. Michael Ende, Momo
  41. Miguel de Cervantes, Don Chisciotte della Mancia
  42. Norman Spinrad, Jack Barron e l’eternità
  43. Oscar Wilde, Il ritratto di Dorian Gray
  44. Paolo Giordano, La solitudine dei numeri primi
  45. Ray Bradbury, Cronache marziane
  46. Ray Bradbury, Fahrenheit 451
  47. Ray Bradbury, L’uomo illustrato
  48. Roald Dahl, La fabbrica di cioccolato
  49. Roald Dahl, Le streghe
  50. Roald Dahl, Storie ancora più impreviste 
  51. Roald Dahl, Storie impreviste
  52. Stephen Baxter, L’incognita tempo
  53. Stephen King, A volte ritornano
  54. Stephen King, I langolieri
  55. Stephen King, It
  56. Stephen King, Misery
  57. Tommaso Landolfi, Dialogo dei massimi sistemi
  58. Umberto Eco, Il nome della rosa
  59. Virgilio Martini, Il mondo senza donne
  60. Voltaire, Candido
  61. William Golding, Il signore delle mosche

A questi dovrei aggiungere i libri degli amici e colleghi viventi che ho avuto la fortuna di conoscere di persona (e ce ne sono diverse di opere che mi hanno formato non meno delle celebrità), ma mi pare più saggio non redigere un elenco anche di loro per non finire in un campo minato…

Firenze, 28 agosto 2020

Lista di 150 album musicali che mi porterei sull’isola deserta (non in ordine di importanza)

Di Massimo Acciai Baggiani

1-29) Tutti gli album di inediti dei Pooh

30) Pooh: 25 la nostra storia

31-44) Tutti gli album di inediti dei Queen (eccetto Flash Gordon)

45) Pink Floyd: Ummagumma

46) Pink Floyd: Atom Heart Mother

47) Pink Floyd: The Dark Side of the Moon

48) Pink Floyd: Wish You Were Here

49) Pink Floyd: Animals

50) Pink Floyd: The Division Bell

51-58) Genesis: gli album inediti da Trespass a …And Then There Were Three…

59) Banco del Muto Soccorso: Banco del Mutuo Soccorso

60) Banco del Muto Soccorso: Darwin!

61) Banco del Muto Soccorso: Io sono nato libero

62) Banco del Muto Soccorso: Come in un’ultima cena

63) Banco del Muto Soccorso: Canto di primavera

64) Banco del Muto Soccorso: Non mettere le dita nel naso

65) Banco del Muto Soccorso: Il 13

66) Le Orme: Amico di ieri

67) Le Orme: Felona e Sorona

68) Le Orme: L’infinito

69) Premiata Forneria Marconi: Storia di un minuto

70) Premiata Forneria Marconi: Per un amico

71) Francesco Guccini: L’isola non trovata

72) Francesco Guccini: Radici

73) Francesco Guccini: Via Paolo Fabbri 43

74) Francesco Guccini: Amerigo

75) Francesco Guccini: Metropolis

76) Francesco Guccini: Guccini

77) Edoardo Bennato: Sono solo canzonette

78) Riccardo Fogli: Mondo

79) Abba: The Definitive Collection

80) David Bowie: Space Oddity

81) Elton John: Greatest Hits 1970 – 2002

82-83) Beatles: 1962-1966 e 1967-1970

84) Baustelle: La moda del lento

85) Le Vibrazioni: Come far nascere un fiore

86) Lucio Battisti: Emozioni

87) Lucio Dalla: Cambio

88) Alejandro Sanz: Más

89) King Crimson: Island

90-118) Tutti gli album di inediti di Mike Oldfield

119) Cesare Cremonini: Bagus

120-123) Tutti gli album inediti dei Transatlantic

124-125) Neal Morse: Testimony 1 e 2

126) Neal Morse: One

127) Neal Morse: Sola Scriptura

128) Neal Morse: Lifeline

129) Neal Morse: Momentum

130) The Neal Morse Band: The Grand Experiment

131) The Neal Morse Band: The Similitude of a Dream

132) The Neal Morse Band: The Great Adventure

133-138) Primi sei album di inediti dei Renaissance

139) Emerson, Lake & Palmer: Fanfare for the Common Man – The Anthology

140) Haven’s Magic: Attraverso il cielo

141-142) Claudio Rocchi: Volo magico n. 1 e 2

143) Claudio Rocchi e Paolo Tofani: Un gusto superiore

144) Genesis: We Can’t Dance

145) Vangelis: L’Apocalypse des Animaux

146) Vangelis: Blade Runner

147) Vangelis: Oceanic

148) 883: Gli anni

149) Roby Facchinetti: Fai col cuore

150) Red Canzian: Io & Red

Su cinque racconti di Massimo Acciai Baggiani

 di Massimo Seriacopi

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Foto di Patrizia Beatini

La chiarezza e il coraggio che mostra nell’esporre le proprie idee in occasione di recensioni a scritti altrui costituisce, evidentemente, un’ottima base di preparazione per gli scritti propri, nel caso di Massimo Acciai Baggiani; o forse,viceversa, è la scrittura creativa esercitata che permette a questo interessante autore di penetrare così sensibilmente nelle opere che recensisce e di proporne lucide e profonde recensioni, come si può verificare nel corso del ricco percorso di critico letterario tracciato negli anni da questo fine intellettuale e letterato.

Infatti nelle sue creazioni narrative, in ognuno dei cinque “casi” qui presi in esame, subito risaltano la limpidità compositiva ed espositiva per quanto riguarda il significante, con una raffinatezza nell’uso linguistico e nello stile mai affettata, e il coraggio di negazione di stereotipi e di soluzioni scontate, poiché anche quando Massimo propone una aemulatio o cita apertamente autori “consolidati” dalla tradizione narrativa sa percorrere strade inusitate e improntate, appunto, a una coraggiosa originalità.

I risultati? Affascinanti, sia per l’attrattiva che il godimento della lettura promette, sia per i contenuti, che molto invitano a riflettere sulle situazioni etiche, politiche, sociali che permeano l’esistenza umana (e quindi non sfugga una valenza “educativa”, nel senso etimologico del termine).

E proponiamo allora qualche osservazione su ognuno dei cinque racconti analizzati, cominciando da Che tu possa vivere in tempi interessanti, rendiconto di un percorso di vita che, oltre a proporre una meditazione sul senso dell’esistere (e sulla solitudine esistenzial, imposta e/o scelta), non rinuncia a infliggere oneste stilettate al modus operandi dell’attuale contesto sociale.

Pars destruens e pars construens arrivano allora a convivere felicemente: alla critica sociale si affianca una esemplarità di pensiero e di itinerario esistenziale che insegna, che fa desiderare di essere migliori, come quando ci si innamora, perché questo lo scrittore dimostra di essere, un innamorato di alti e nobili ideali che si augura, evidentemente, di sapere condivisi e di vedere realizzati nella loro applicazione concreta.

Inversione gravitazionale applica egregiamente la tecnica dello straniamento e del ribaltamento del punto di vista: in una compagine sociale nella quale per darci sicurezza si tende all’omologazione, vogliamo provare, propone tra le righe Massimo, a vedere cosa succede se ribaltiamo completamente il punto di vista, l’ottica dalla quale osserviamo il mondo? Certo sarà difficoltoso muoversi, specie all’inizio, in un contesto così radicalmente ribaltato; ma se poi scopriamo che è meglio tuffarsi nella vertigine che non abbracciare un vuoto travestito da ineluttabile richiesta delle convenzioni, rinunciando così alle proprie pulsioni verso l’eterno e l’infinito, invece che condurre un esserci senza vera vita che ci rinchiude in una dimensione asfittica?

E ancora, in Le mappe lunari, una invitante esaltazione delle passioni, la scoperta del proprio daimon, lo scontro con un destino che sembra voler troncare le nostre aspettative, e il titanico slancio verso quello che dobbiamo, e ripeto dobbiamo, realizzare di noi, se la vita ha un senso, se gliene vogliamo dare uno, pur conoscendo i nostri limiti, le nostre fragilità, il nostro punto d’arrivo alla fine.

E poi il corrosivo racconto L’ultima e la prima goccia, degno di un’operetta morale di leopardiana memoria (quella del Dialogo di un folletto e di uno gnomo, per intenderci), per riflettere sul fatto che su questo pianeta siamo ospiti, troppo spesso non rispettosi e nocivi nei confronti di chi ci dà sostentamento, e non padroni che diventano un cancro per l’ambiente; incalzante e lucidissima, la narrazione rivela grande efficacia.

Per concludere, Nadia e Ultimino (La gente nei tuoi occhi), gustosa presentazione di un futuro distopico forse non così lontano o irrealizzabile e del confronto tra allucinazioni (che però portano verso una speranza, come il nome russo della protagonista etimologicamente suggerisce) e condizioni reali (a volte più allucinanti delle allucinazioni), tra disagio nel contatto con la moltitudine e volontà di comunicazione vera con “l’altro da sé”, ma con la considerazione, anche, che la breve e difficile esistenza umana non ci lascia presagire un buon finale, e che proprio per questo al nostro “volo di farfalla” dobbiamo impegnarci a dare un senso che altruisticamente si apra verso la solidarietà.

Di tutti questi elementi le narrazioni di Massimo Acciai Baggiani si sostanziano e su tutto questo indaga con tali strumenti letterari regalandoci così utile e piacevole sapientemente miscelati.