L’ISOLA DEL DESTINO SCOLPITO

Strano romanzo “L’isola di scolpita” di Donato Altomare! È storia magica e fantastica che parte con atmosfere che mi hanno fatto pensare a José Saramago e, in particolare, alla sua “La zattera di pietra”, anche se per Saramago a muoversi per il mare è l’intero Portogallo e qui solo un’isola che, più che muoversi, compare e scompare. Non solo. È proprio un’isola insolita. Nessuna barca riesce ad avvicinarsi alla sua spiaggia e tutte le altre coste sono alte e inaccessibili e… scolpite con infinite figure umane, forse, l’intera storia dell’umanità. Basterebbe questo a rendere affascinante questo romanzo, ma ecco che Altomare lo trasforma e arricchisce con altre atmosfere e pare questi di respirare l’odore del romanzo gotico ottocentesco, dei Polidori, Le Fanu, Mistrali, con misteriose apparizioni notturne, mostri da incubo e quel senso del fantastico e dello stupore di fronte al paranormale che i decenni successivi hanno perso. E ancora Altomare muta il registro e ci fa scivolare passo dopo passo in una vicenda che coinvolge cose più alte, come il Destino, Dio e il Fato.

Ne emerge un’avventura in cui il protagonista, pur dandosi molto da fare, scopre che ogni sua mossa era predestinata e scritta da lungo tempo. Viene allora da chiedersi se davvero tutti noi siamo prigionieri di un Destino immutabile. Non voglio crederlo. Credo piuttosto che la ciascuno di noi è artefice della propria vita e della propria storia e che basta un piccolo gesto per mutare le sorti del mondo.

Ma nei romanzi tutto può essere, no?

Donato Altomare è un nome importante della fantascienza italiana, che ha pubblicato con le principali case editrici e vinto alcuni riconoscimenti rilevanti come il Premio Urania nel 2000 e nel 2007. Ho avuto l’onore di condividerne la collaborazione alla rivista “IF Insolito & Fantastico”, per la quale entrambi scriviamo, e l’amicizia su facebook (spero non del tutto “virtuale”).

Carlo Menzinger

Firenze, 15/04/2018

 

UN SAGGIO SULLA COMUNICAZIONE FANTASCENTIFICA

6975-104-2_Acciai_copertina

Il tema della comunicazione in fantascienza è di grande importanza. Spesso rappresenta la più grande debolezza di tante storie. Pensate, per esempio, a “Il pianeta delle scimmie”: quando gli astronauti arriva su una terra del futuro e scoprono che il genere umano si è estinto, sostituito da scimpanzé, gorilla e oranghi, nel film (il romanzo mi pare risolvesse meglio il tema) questi parlano… inglese!

Lo stesso dicasi della serie Star Trek, in cui gli alieni non solo sono assurdamente antropomorfi, ma spesso parlano la stessa lingua dei terrestri.

Questo poco toglie, magari alla spettacolarità e all’avventura di queste storie, ma moltissimo si perde in logica e coerenza.

Non tutto è così, in fantascienza. Ci sono autori che hanno dato un ruolo centrale al problema della comunicazione uomo-macchina, uomo-alieno e persino uomo-animale.

Di questo affascinante e fondamentale tema ci parla il bel saggio “La comunicazione nella fantascienza” di Massimo Acciai Baggiani, edito da Ermes.

Di Massimo Acciai Baggiani ho già letto dei racconti di fantascienza (“La compagnia dei viaggiatori del tempo”), un’ucronia (“L’ultima regina d’Inghilterra”), un libro di viaggio e memorie familiari (“Radici”), delle poesie(“25 – Antologia di un quarto di secolo”) e un fantasy (“Sempre a est”). Leggo ora questo saggio, derivato dalla sua tesi di laurea, e mi pare quasi la sua prova migliore, tanto è il rigore e la professionalità con cui parla di un tema e di romanzi che in gran parte conosco anche io e che quindi riesco a confermare in buona parte la correttezza di quanto descritto e affermato.  Peraltro, non può non stupirmi quanti libri avesse già letto e conoscesse nel 2001. Acciai è nato il 09/04/1975, dunque quando ha completato questo studio aveva solo 26 anni.

Con metodo, inizia dalle definizioni, innanzitutto quella di “fantascienza” e poi quella di “comunicazione”.

Il volume è diviso in una prima parte che affronta le comunicazioni uomo-uomo e una seconda che tratta quelle uomo-macchina, uomo-alieno e uomo-animali.

La prima parte è divisa in 5 capitoli.

Nel primo capitolo parla dei media cartacei più tradizionali, dal libro alla lettera, evidenziando come tante opere distopiche né abbiano preconizzato la morte. In particolare “Fahrenheit 451” di Bradbury e “1984” di Orwell. Oggi ne vediamo il declino nella forma cartacea e l’affermarsi della versione elettronica, seppure affogato in una giungla di informazioni, come quelle del web, di una televisione sempre più varia, che rendono l’appetibilità del libro sempre minore.

Il secondo capitolo è interamente dedicato ai mass media quali televisione, cinema, telefono, pubblicità, musica, radio, ecc.. Di nuovo “1984” offre spunto per riflessioni su sviluppi distopici dei media, quando divengono bilaterali e invadono la privacy. Il saggio è del 2001 e internet era ancora agli inizi. Oggi, a pochi giorni dallo scandalo sull’uso delle informazioni sugli utenti da parte di facebook, la paura del Grande Fratello orwelliano trova nuova linfa.

Il terzo capitolo riguarda i nuovi media, basati sulla tecnologia digitale e affronta, in particolare il genere cyberpunk degli anni Ottanta.

Il quinto capitolo parla della telepatia, delle sue basi “scientifiche” e dell’uso del mezzo nella fantascienza. È un tema che so caro a questo autore.

Gli stessi mezzi di comunicazione presi in considerazione nella prima parte li ritroviamo anche nella seconda, utilizzati per la comunicazione con soggetti non umani, in altrettanti capitoli.

Il saggio si rivela una piacevolissima carrellata tra tutte le maggiori opere della fantascienza, sia su carta che su pellicola.

Incontriamo capolavori come “Alien”, “2001 Odissea nello spazio”, “Guerre stellari”, “Solaris”, “Il pianeta delle scimmie” e tantissimi altri, analizzati con rigore e professionalità. Anche per chi, come me, abbastanza conosce il genere non mancano le piacevoli e interessanti scoperte.

In questi giorni un racconto di Massimo Acciai è stato pubblicato dalla Biblioteca Palagio di Parte Guelfa del Comune di Firenze. Si tratta di “Domani”, una storia che in due sole pagine ci racconta di un viaggio nel tempo, avanti di sole 24 ore, con una serie di complicazioni tra il viaggiatore e il suo alter ego del futuro. Acciai risolve il problema di scrivere una storia complessa in poco spazio con il trucco di immaginare uno scrittore che racconta la trama di un suo prossimo libro a un amico.

Carlo Menzinger

Firenze, 03/04/2018

I RACCONTI DI UNA VITA

Nella quarta di copertina di “A cavallo del tempo” di Maila Meini, il libro è definito una “breve autobiografia”.

Leggendo i primi capitoli mi sono subito chiesto quanto questo fosse vero, dato che quel che mi sono trovato davanti è stato un’alternanza di brani in prosa e in versi, dove i primi mi erano parsi racconti autonomi.

Procedendo con la lettura, appare, però, evidente che sono (tutti o almeno in parte) racconti e riflessioni di vita vissuta. In effetti, per quanto all’apparenza slegati, sono congiunti da un filo conduttore: la vita dell’autrice. E molti mi hanno fatto fermare a riflettere, a interrogarmi a ragionare. Penso sia uno splendido risultato per un libro.

Si parte con un abbordaggio al cinema con finale a sorpresa, procedendo con una vendetta contro un vecchio amante e una storia romantica di neve bianca e rose rosse e sembrano storie poco probabili come realmente accadute a una tranquilla insegnante, ma perché no? Poi si procede con racconti che ci riconducono a una dimensione più quotidiana come quando racconta di aver letto 3.468 libri e prosegue con una sorte di recensione di un romanzo di MC Cammon (“Hanno sete”). Leggere 3.468 libri non è poco. A volte non ci si rende conto di quanto sia difficile leggere tanto. Da qualche anno censisco tutto quello che leggo su anobii e lì ho inserito 518 libri. Dal 2008 (più o meno quando ho cominciato a censirli né risultano sempre almeno 50 l’anno, con una punta massima di 82. Immaginando di leggerne 60 in un anno, per leggerne 600 impiego 10 anni. Per arrivare a 3.000 mi ci vogliono 50 anni di letture!

Il tema della lettura ritorna anche in un altro racconto in cui la Meini si rimprovera per il proprio disordine, fatto soprattutto di pile di libri. Subito dopo ci dice di come li cataloga e divide, dunque credo che il suo sia un disordine solo apparente. Chissà se anche lei li cataloga su Anobii o magari su Goodreads. Leggere, scrive a pagina 101, “Se è una malattia, purtroppo, non è contagiosa”! Già!

In un altro capitolo Maila Meini ci parla della sua scala di valori e di come sia cambiata nel tempo. Anche questo è un racconto che fa riflettere: chi ha una sua scala di valori da seguire? Non molti credo. Sullo stesso piano il racconto sul dilemma di Pascal: “anche se sono ateo, che cosa mi costa chiedere l’assoluzione in fin vita”? Se Dio non esiste non cambia nulla, se esiste con poco avrei potuto ottenere il paradiso! Già, dico io, peccato che molti, pigramente, facciano questa scelta ben prima del momento di morire, con il risultato di mantenere in piedi tanti culti e tutti i loro apparati.

A pagina 48, riflette sul contenuto di un bigliettino trovato nella confezione di un cioccolatino “La maniera di dare val più di ciò che si dà” (Corneille). La Meini si mostra in disaccordo con questa citazione, quasi che volesse dire che il modo di donare sia più importante del dono, ma io credo che il senso sia nello spirito con cui si dona. Chi dona e poi pretende gratitudine o riconoscenza non sta donando, ma facendo un baratto. Chi dona, anche poco, ma lo fa con vera generosità e con il proprio cuore, dona di più di chi offre qualcosa di prezioso contro voglia. Non è una questione della carta del regalo, è una questione di cuore.

La favoletta sui crisantemi mi ha fatto pensare a quanto questi bellissimi fiori abbiano “patito” in Italia, da quando sono stati associati ai cimiteri. Mia nonna che era inglese era solita regalarli e si stupiva che gli italiani non sembrassero gradire il dono!

Si entra poi nella vita vera, quella fatta di parti di figli e nipoti, delle gioie e dei dolori delle nascite. Posso capire come questa possa riempire i giorni anche dopo la pensione, quando la fine del tempo lavorativo sembrerebbe svuotarci del nostro ruolo sociale.

Maila Meini mi ha stupito ancora mostrandomi il suo amore per le storie di vampiri, per Dylan Dog e, forse, per Star Wars (dato che possiede un tappetino per il mouse dedicato al film) e per film catastrofici come “2012”, che di rado immaginerei in una ex-insegnante di Lettere, Teatro e Latino!

In questi giorni Massimo Acciai Baggiani mi ha intervistato per un saggio che sta scrivendo su di me e, tra le varie domande, mi chiedeva delle origini biografie del tema del viaggio nei miei libri e gli raccontavo di come la mia famiglia abbia spesso cambiato città e stati ed io stesso abbia lavorato in una trentina di città. Mi ha dunque fatto un po’ sorridere quando la Meini raccontava di come abbia vissuto come uno sradicamento il suo essersi spostata di un centinaio di chilometri da San Vincenzo (Livorno) a Campi Bisenzio (Firenze). Poco più di un cambio di quartiere per un romano! Quando lavoravo a Siena e mia moglie verso Pistoia, ci si trovava a Firenze tutti i giorni e in quel periodo mi consideravo ormai “fermo”. Nello stesso racconto ci mostra il suo correre verso il mare (di San Vincenzo) come se fosse tra le braccia di un perduto amante. Non ho potuto non pensare all’amore per il mare di uno dei miei “viaggiatori”, “Il Colombo divergente”.

A proposito di viaggi, non manca la descrizione di qualche gita della protagonista a Firenze, Pistoia, in Turchia e al Guggenheim.

In questo libro, poi, si parla di problemi di salute, degli approcci con lo sport (il nuoto), di bambini, di animali, di lutti, di incidenti come la scomparsa misteriosa di un auto o alcune telefonate anonime. Si parla anche di alcune letture e di qualche film, come quello affascinante su Benjemin Button, nato vecchio e morto bambino, con le riflessioni del caso. Si parla di filastrocche per bambini e poesie per adulti. Carino l’episodio dell’autrice che richiama, anni dopo la fine della scuola, il professore che ne aveva letto le poesie quando era ragazza dicendole che una sola della raccolta da lei scritta era “poesia” senza dirle quale e, lei, dopo anni scopre quale sia, lo richiama, e quando il professore le chiede perché risponde “è l’unica con una metrica precisa, non zoppica mai”. A proposito, il volume è un continuo alternarsi di racconti e brani in corsivo, suddivisi in versi, veloci riflessioni, immagini, schizzi di vita, che preludono alla parte in prosa.

Si parla anche di scuola, dell’insegnamento e delle proteste studentesche.

Due soli mi sono parsi racconti non autobiografici (a parte quelli iniziali che possono essere inventati come no), uno sul signore di Verona Bartolomeo della Scala e quello finale che una sorta di condanna dell’indifferenza sociale.

Carlo Menzinger

Firenze, 12/04/2018

Che colore hanno i sogni (La funzione poetica della semiologia dei colori e dei sogni)

Di Apostolos Apostolou

Che cos’ è il colore? In biofisica il colore è la percezione visiva generata dai segnali nervosi che i fotorecettori della retina inviano al cervello quando assorbono le radiazioni elettromagnetiche di determinate lunghezze d’onda e intensità nel cosiddetto spettro visibile o luce. La fisica, in particolare l’ottica per tutto ciò che avviene all’esterno del sistema visivo. Secondo la psicofisica (che studia la relazione tra lo stimolo e la risposta del sistema visivo – la colorimetria è una parte della psicofisica), la luce si diffonde attraverso delle onde e, ad ogni onda, corrisponde un colore; alcune di queste onde vengono assorbite dagli oggetti mentre altre vengono riflesse.

Quello che noi percepiamo come colore è dato dall’onda che l’oggetto riflette. Nel caso di un oggetto che riflette l’onda di colore violetto i nostri occhi lo percepiranno violetto, nel caso di un oggetto che assorbe tutti i colori, ai nostri occhi verrà percepito come nero (assenza di colore) mentre nel caso di un oggetto che riflette tutti i colori verrà percepito come bianco (somma di tutti i colori). Ogni colore, che sia primario o secondario, suscita e rappresenta un’emozione, uno stato d’animo e può essere legato in particolare ad un evento.

Certamente si, è inconfutabile infatti, che ad ogni colore è sempre stata associata una situazione fisica, uno stato mentale o una reazione emotiva e queste reazioni sono universali, non fanno distinzione di sesso, di età, di religione o di cultura. Nei differenti contesti socio-culturali i colori afferiscono a diversi significati ed occasioni in cui vengono utilizzati.

Come scriveva Antonio Castronuovo, (Se mi guardo fuori, 2008) “Gettato nel mondo, ne ho guardato i colori e sono stato ottimista. Poi pian piano sono venuto a sapere”. E secondo I. Ruskin  Le anime più pure e più pensose sono quelle che amano i colori. Quante volte nella vita di ciascuno di noi, un colore ha fatto da sfondo a una precisa decisione, ad un particolare sentimento?  Ma negli esseri umani i colori si interiorizzano e finalmente possono sperimentare la libertà. Attraverso la consapevolezza o coscienza di sé, ogni essere umano può scegliere la gioia o la sofferenza, i pensieri elevati o  pensieri bassi, l’esteriorità, la passività o il dinamismo, la cristallizzazione o la creazione, la rigenerazione o la morte. Ogni scelta, crea un colore corrispondente e ogni colore si irradia fuori creando attorno al proprio corpo fisico l’aura. – Che colore ha la pena? chiese la stella al ciliegio scivolando sulla sfilacciatura d’una nube che passava frettolosa. Non hai sentito? Ti ho chiesto che colore ha la pena?

(Alkyoni Papadaki autore)

Alkyoni Papadaki  ( greca poetessa e scrittrice) scrive con titolo “ da il colore della luna”. Traduzione Mauro Giachetti.

– Ha il colore che assume il mare quando il sole gli si butta tra le braccia. Un blu profondo e selvaggio.

– Che colore hanno i sogni?

– I sogni? I sogni hanno il colore del crepuscolo.

– Che colore ha la gioia?

– Il colore del meriggio, stellina mia.

– E la solitudine?

– La solitudine ha un colore violetto.

– Come son belli i colori! Ti donerò un arcobaleno, ti ci avvolgerai quando sentirai freddo.

La stella chiuse gli occhi e s’appoggiò al recinto. Vi rimase un po’ per riposarsi.

– E l’amore? Ho dimenticato di chiederti che colore ha l’amore.

– … il colore che hanno gli occhi di Dio, rispose l’albero.

– Che colore ha la passione?

 – La passione ha il colore della luna quando è piena.

–  Davvero…? La passione ha il colore della luna, disse la stella…

(Joan  Mirò 1893-1983)

I colori sono al di là dei sogni. Con i colori l’uomo può capire che è la vita, che è così che va vissuta. Sempre a colori! Perché i colori esprimono la metafora e la metonimia della vita.  Il colore blu, secondo Miró, è il ” colore dei sogni”.

(Gustave Flaubert 1821-1880) Nel romanzo di  Flaubert Madame Bovary  abbiamo  cinque colori : l’azzurro, il verde, il rosso, il nero e il giallo. Secondo Patrizia Mongelli. “Il  romanzo Flaubert non si esime dall’evocare una grande varietà di colori che contraddicono le perentorie affermazioni di Leclerc sul suo grigiore.

Cinque colori ricorrono sulla tavolozza flaubertiana in Madame Bovary : l’azzurro, il verde, il rosso, il nero e il giallo. In riferimento ad ognuno di essi sceglierò solo alcuni esempi tra i più significativi. Emma indossa une robe de soie bleue à quatre falbalas a teatro, luogo in cui “la dilatation intérieur du bonheur a provoqué une volatilisation des choses” per cui il mondo diventa irreale e lontano, la vita sospesa e nebulosa, vie à demi rêvée ; azzurro è anche il tilbury che Emma avrebbe tanto voluto avere per raggiungere il suo amante a Rouen, quasi che la felicità avesse bisogno di questo colore per essere goduta a pieno. E che dire poi del boccale azzurro contenente l’arsenico? Non contiene forse anche l’ultima illusione di Emma?

In Madame Bovary (sempre secondo Patrizia Mongelli)  il verde sembra annunciare la negatività di alcuni personaggi”. Il rosso e il nero nel romanzo corrispondono ad una simbologia cromatica, diffusamente riconosciuta, basata su associazioni di idee. “Il rosso infatti significa passione, amore, adulterio; è colore lussurioso, che imporpora le gote di Emma (da giovinetta ai Bertaux come da adultera alla Huchette); è colore principe dell’alcova matrimoniale e non.” (sempre secondo Patrizia Mongelli).

La felicità avesse bisogno colore blu per essere goduta a piena. E colore giallo viene evocato ogni qual volta si verifichi un cambiamento nella vita di Emma. Eleonora Marangoni scrivendo il saggio “ Proust. I colori del tempo” scriverà “Il tempo diventa colore e quello dei colori è un sentiero che può guidare qualsiasi lettore che voglia avvicinarsi alla Recherche con un tocco di originalità in più rispetto al solito.”

(L.Wittgenstein 1889-1951) Nella Grammatica Filosofica Wittengestein  affermerà: «La realtà non è neppure come la luce del giorno, che dà colore alle cose quando sono già presenti nel buio, per così dire, senza colore» Il filosofo affronta il problema di come rappresentare fisicamente i colori. Cosi dirà: «Sono sempre in grado di riprodurre qualunque colore io veda. Indico i quattro colori primari (rosso, giallo, blu e verde) e aggiungo in qual modo si possa ottenere da essi quel determinato colore. […] Ogni asserzione sui colori può essere rappresentata mediante alcuni simboli. Se diciamo che sono sufficienti quattro colori primari, allora chiamo questi simboli paritetici elementi della rappresentazione. Gli oggetti sono questi elementi. Non ha senso domandare se gli oggetti siano alcunché di simile ad una cosa […] Parliamo semplicemente di oggetti laddove abbiamo elementi paritetici della rappresentazione».

(N. Kazantzakis 1883-1957)

I colori diventano la nostalgia della prontezza creativa.“Avete il pennello, avete i colori. Dipingete voi il paradiso e poi entrateci.” (N. Kazantzakis)

(Tasos Livaditis poeta 1922-1988). Ognuno vive il suo modo, il proprio inganno del sogno. E come scriveva il poeta greco Tasos Livaditis

Per questo ti dico.

Non dormire: è pericoloso.

Non svegliarti: ti penterai.

 

Apostolos Apostolou

Docente di Filosofia  Atene.

 

 

 

POETA NONOSTANTE TUTTO

Guido De Marchi dichiara nel titolo della sua recente silloge di versi “Non voglio essere poeta” e prosegue nel sottotitolo “ma voce/ voce dell’individuo / che vive in me / nella scomposta scorza / della mia pelle”, eppure c’è poesia in queste pagine. Poesia che non vuole “usare parole / adorne di sete orientali / e scintillanti broccati / ornati di perle / e pietre preziose” ma che uso un linguaggio quotidiano e diretto, nel descrivere una realtà non meno quotidiana e umana, in cui persino la “banalità / di un pomeriggio / al mare” può essere occasione per osservare e scrutare un mondo fatto di persone vive che si perde nelle proprie attività e pare ignorare “lo stormire / di fronde senza nome, / il gorgogliare delle fonti / e il canto … il canto allegro / degli ignoti / abitanti dell’aria / e i mille colori / della loro livrea”. Tutto ciò non sfugge, invece, ai sensi del poeta, che sembra amare più la compagnia della natura o nel paesaggio, che sia la sua amata Liguria, Lisbona, la Bretagna o una misteriosa “city”, al vano chiacchiericcio della gente “tra distratte / strette di mano / e stampati sorrisi / da orecchio a orecchio / (chiusi all’ascolto) /”.

Guido De Marchi oltre che poeta e persona sensibile è pittore e lo sguardo attento al dettaglio si nota anche in questi versi. Sguardo attento che però non traduce l’immagine in pedante descrizione, ma la coglie con veloci linee, rapidi tratteggi, come nella sua pittura, che predilige l’astratto.

Il volume è illustrato da numerosi disegni di non meno numerosi artisti, quasi una trentina, direi. Se fosse un romanzo, direi che potrebbe quasi essere una “gallery novel” sulla scorta delle due da me curate cui Guido De Marchi partecipò. Chissà se gli ha dato una definizione. “Poetic gallery”? Strano che con tante immagini all’interno, la copertina non ne abbia alcuna.

Conosco, infatti, De Marchi ormai da quasi vent’anni, da quando frequentavo Liberodiscrivere, e ci si leggeva reciprocamente in rete. Ricordo in particolare la sua partecipazione all’opera collettiva “Tr@mare” nata nel Laboratorio di Liberodiscrivere assieme ad altri 11 autori. Nel 2007 fu tra gli illustratori de “Il Settimo Plenilunio” e nel 2013 tra quelli della gallery novel “Jacopo Flammer nella terra dei suricati”.

Nel 2008 lessi la sua antologia di foto e poesie “L’ombra del verso”, scritta con Francesco Brunetti. Sempre ricevo con piacere le copie della sua rivista “Banchina”. L’introduzione del suo volumetto “Haiku per un mese” la scrissi io e la prima versione di “Cybernetic love”, che scrissi con Simonetta Bumbi e che poi Liberodiscrivere pubblicò nella raccolta “Parole nel web”, ce la stampò in casa lo stesso De Marchi, che anche questo volumetto lo ha prodotto in proprio. Un poeta, un artista, una persona gentile e un amico, seppure virtuale (rarissime le occasioni in cui ci siamo incontrati di persona).

Carlo Menzinger

Firenze, 03/04/2018

Sopravvivenza Postmoderna

Che cosa è sopravvivenza?

È quello che diciamo, “vorrei vivere”?

È  la certezza della ricompensa?

È il miglior sonnifero?

Però la vita non è un’argomentazione.

La sopravvivenza è una vita al rallentatore come dirà Raoul Vaneigem.

È quello “non ancora e tuttavia si”. All’assenza di vera vita (la sopravvivenza) è offerto il palliativo di una morte a rate.

La sopravvivenza ha la sua igiene intima ampiamente volgarizzata dall’informazione: evitare le emozioni forti, sorvegliare la passione mangiare poco, bere ragionevolmente, sopravvivere in buona salute per meglio vivere il proprio ruolo.

Bisogna aver riguardo per la sopravvivenza, perché essa è logoramento. Bisogna viverla poco perche; appartiene alla morte.

È una voce nel segno, la voce già compiuta.

L’affascinante amaro gioco con le cose.

La volontà alla mercé della verità di oggetti.

Ma gli oggetti sono svaniti e con loro la particolare sensazione della vita.

La sopravvivenza è un dialogo fantastico con gli oggetti. Perché ciascuno ha determinati limiti dei sensibilità oltre i quali non esiste il vero né  il falso.

Metamorfosi continue della fantasia. Della fantasia della quale tenti di riconoscere il cenno d’assenso la certezza della ricompensa.

Qualche volte la sopravvivenza postmoderna è quel comportamento aberrato, quella mescolanza di partito e ridicolo che forma l’ordinario della nostra esistenza.

È il disprezzo apparente degli altri. L’angoscia di essere diverso anche l’aspirazione a distinguersi legata al piacere di fare folla, l’affermazione che non si ha bisogni di nessuno e l’amara constatazione che nessuno ha bisogno di noi. La misantropia che si accompagna all’accattonaggio vergognoso del consenso altrui.

Che cose è sopravvivenza postmoderna?  La domanda non può quindi avere risposta perché appena si pone si trasforma automaticamente in requisitoria contro i miei mezzi e i miei scopi.

La sopravivenza viene alla luce nel momento in cui si autodefinisce come domanda.

 

Apostolos Apostolou.

Saggista,  scrittore.

Poesie di Luca Baratta

A Duccio

 

Amico,

come filosofi ma in realtà poeti

ci incontrammo,

amavo te,

i nostri soliloqui

i romantici alberi

la tua fronte da baciare

 

e quando vagavamo ribelli

ogni bullo sbiadiva

e ogni donna disarmava,

ma il circolo di Jena

fu solo un mio sogno

e col vento

ironicamente, tragicamente

ci perdemmo.

 

 

A Thomàs

 

Il mare è meraviglia

i mattini,

dietro le curve tortuose dei monti,

dai solai delle vecchie case

tra il fresco chiaroscuro dei pineti

sui bianchi balconi sventolanti

e più in là,

il mare è meraviglia

per giochi di bimbi di stracci

per viandanti amici

per il sudore di ultimi operai

in ritorno ad arcaiche famiglie

al calar di nuove sere.

 

 

 

A Yanji  2/1/07

 

Dal nulla

stillano

milioni di giorni

di piccoli sacri gesti

come gocce

per la pienezza del cuore.

 

          ~

 

Aus dem Nichts

sickern

Milionen Tage

der kleine heilige Gesten

wie Tropfen

für die Fülle der Herz