I vicini – Finale di Luigi De Rosa

Leggi la prima parte di MASSIMO ACCIAI BAGGIANI

Alla fine decidi di prendere in mano la situazione.
La tua amica poliziotta ha detto che ha risolto il problema traslocando. Ma se fossero loro ad andarsene?
Il palazzo è tuo. Solo metaforicamente parlando, è ovvio. Non sei un magnate dell’immobiliare, altrimenti non dovresti svegliarti così presto al mattino. Ma è casa tua da anni, quindi conosci ogni singolo buco. In particolare sai delle tubature che ti collegano direttamente con il bagno dell’appartamento occupato dalle gallinelle festaiole. Prima del loro arrivo era avvenuto un incidente con il proprietario precedente: una tubatura si era rotta e l’acqua aveva rovinato tutto il soffitto dell’appartamento di sotto. Un incidente, la cosa si era risolta subito senza insulti, denuncie o aggressioni. Era bastato scusarsi col vecchietto che si era ritrovato l’acqua che gli gocciolava in testa mentre dormiva e fornirgli i dati dell’assicurazione mentre la tubatura veniva riparata.
Quel vecchio signore era davvero una persona civile. Peccato che dopo sei mesi era morto per il diabete e i suoi eredi avevano deciso di affittare l’appartamento a delle barbare.
Ora le ragazze saranno anche delle festaiole ma non sarebbero mai rimaste se qualcosa di disgustoso fosse strisciato all’improvviso facendo loro molta paura.
Chiami quindi la tua amica poliziotta e dopo averle chiesto come sta andando la situazione in città (non molto bene dato quello che senti in tv) le chiedi se le è mai capitato un caso di importazione di animali esotici illegale. Lei ti risponde di sì e ti racconta una pallosa storia su delle lucertole, e allora tu le chiedi se le è mai capitato di fermare un contrabbando di serpenti. Lei ti risponde di no ma aveva sentito ad alcuni colleghi forestieri era invece capitato e tu fai tesoro di tutte le informazioni che la poliziotta ti racconta.
Decidi quindi di passare alla seconda parte del piano. Accendi il tuo portatile e cerchi qualche sito in cui tu possa trovare serpenti in vendita. Sai che è illegale, ma dopotutto non vuoi uccidere nessuno giusto? E’ colpa delle ragazze che decidono di non rispettare il tuo sacro santo diritto di dormire in santa pace.
Trovi un sito e ordini un gigantesco pitone delle rocce, serpente indiano in grado di muoversi in modo lineare e pensi che sia una scelta buona perché così si muoverà meglio nella tubatura.
Aspetti due settimane. Il serpente arriva ma devi andarlo a prendere perché essendo un acquisto illegale il corriere non te lo porta a casa con tanto di saluti. Prendi quindi la tua borsa della palestra (o almeno una borsa che usavi quando avevi il tempo per andare in palestra) e vai a raccogliere il prezioso carico indiano. Porti l’animale a casa e senza pensarci due volte lo porti subito in bagno, lo afferri delicatamente con una mano per una frazione di corpo sotto la testa e con l’altra lo prendi per la coda e indirizzi la sua testa verso il water.
“Vai ragazzo. Io credo in te” gli dici come per dargli coraggio e resti a guardare finché la sua coda non sparisce dentro lo spazio riservato ai tuoi bisogni.
Fatto questo, non resta che cancellare le prove del reato, e a quel punto aspettare.

L’attesa non è lunga. Ad un certo punto uno strillo che sembra essere uscito dal film Shining perfora le pareti svegliandoti nel cuore della notte proprio mentre stavi dormendo. Un paradosso dato che quello che avevi fatto serviva a farti dormire.
Insieme agli altri vicini ti dirigi dove ha avuto origine l’agghiacciante rumore. Una delle ragazze, non più tanto sfrontate e menefreghiste, raccontano quello che per gli altri sembra un episodio bizzarro ma tu sai invece che non lo è: una delle ragazze si era svegliata per andare un attimo in bagno e quando aveva alzato la tavoletta aveva visto qualcosa che sbucava dal buco in fondo. Dopo aver tirato lo sciaquone pensando che fosse il residuo di una precedente visita in bagno, la ragazza si era resa conto che non andava via e si era accorta che era la testa di un serpente morto.
Tu dici alla ragazza di chiamare le autorità e poi consigli agli altri di tornare a letto lasciando che siano loro ad occuparsene.
Il giorno dopo scoprì che le ragazze devono lasciare l’appartamento perché il proprietario pensava che ci fossero proprio le ragazze dietro la dipartita del rettile, immerso nel gabinetto per una “tamarrata” o per uno scherzo da riservare agli altri vicini, i quali scopri con sorpresa che si sono lamentati per il comportamento delle ragazze.
E in quel momento ti accorgi di essere in un palazzo di ipocriti, perché quelle stesse persone prima non avevano detto una parola e invece ora avevano aperto un vero e proprio fronte contro di loro.
Ma a te non importa perché finalmente puoi di nuovo dormire in pace.

I vicini – Finale di Vittoria Zedda

Leggi la prima parte di MASSIMO ACCIAI BAGGIANI

Che fare? Ogni mia richiesta logica e assennata non porta risultati. Cosa inventarsi? Ci vorrebbe una trovata che, al paradosso di tanta maleducazione, fosse un contro paradosso, per prendere in contropiede i vicini “ingombranti”…

Bisogna inventare qualcosa di riprovevole e di esagerato…

Trovato! Il mastino napoletano del mio amico Giulio farebbe al caso mio: è un cane che fa paura solo a guardarlo e se ringhia o abbaia è davvero terribile!

Inviterò a casa mia Giulio col suo cane per far prendere un grosso spavento alla gioventù ribelle. Andremo con il mastino tenuto a guinzaglio su in terrazza, quando i ragazzi sono riuniti per cenare. Dirò loro che, se non si comportano in modo educato, d’ora in avanti avranno a che fare con il molosso. Per la paura presa, smetteranno di fare il loro comodo senza tener conto dei diritti degli altri inquilini.

Poi basterà registrare i latrati del cane e, al bisogno, mettere in funzione il registratore. Finalmente il silenzio sarà assicurato! Evviva! La soluzione è stata trovata!

I vicini – Finale di Barbara Mancini

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Ti aggiri per la casa da mezz’ora ormai, su e giù in modo nevrotico, decidi di metterti al computer e cercare qualcosa su Google:” rimedi per vicini rumorosi, come liberarsi di vicini fastidiosi” e cose così, ma trovi solo consigli inverosimili e storie assurde.

Decidi di indossare le cuffie e guardare un film per isolarti totalmente, anche questa sera, hai rimediato una soluzione momentanea.

Ti svegli intorno all’una, ti sei addormentato sul divano, senti un insolito silenzio.

Ti alzi e vai a lavarti i denti, ascolti per sicurezza quel silenzio meraviglioso, assicurandoti che sia veritiero.

Ti sdrai nel letto con un sorriso compiaciuto e ti addormenti come un bambino sospirando.

Al mattino, vieni svegliato da voci e rumori, felice di aver dormito bene, metti su il caffè e ti affacci nel giardino per vedere che succede e assisti ad una scena che ha dell’assurdo: poliziotti ovunque, vicini dell’altro palazzo che scattano foto con il cellulare, ma la scena più agghiacciante è quella nel centro del giardino condominiale.

Le ragazze dell’appartamento e i loro amici seduti intorno al tavolo che sembrano ancora dormire, no, non stanno dormendo: sono morti.

Ognuno di loro è accasciato sulla sedia e dalle loro bocche scende un rivolo di liquido blu scuro.

Rimani impietrito, poi senti una voce rauca, vedi due agenti che ammanettano una vecchina di circa ottant’anni, la riconosci, è la signora del piccolo alimentari vicino casa che abita nello stesso condominio e la senti gracidare: «Sì, il cianuro e lo stramonio nel vino gli ho messo a questi delinquenti! Vedrai non la fanno più confusione da qui in avanti!»

Fai qualche passo indietro ti siedi impietrito sul tuo divano, senti il caffè salire, non riesci ad alzarti, poi scatti a spegnere il fornello e rimani a fissare incredulo la tua cucina, senti le voci provenire da fuori, vedi uomini in tuta bianca che fanno prelievi, tremi.

L’anziana assassina viene portata via con una volante, la gente, da lontano, affacciata alla finestra, spettegola e fa filmini da mettere in rete.

Ti versi il caffè, ti siedi di nuovo sul divano e fai un sospiro.

Stramonio…

«Perché non ci ho pensato prima?!»

I vicini – Finale di Marcella Spinozzi Tarducci

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Poi una sera decidi di suonare di nuovo quel maledetto campanello, infuriato come non mai. Al suono insistito che fai, improvvisamente e direi inaspettatamente la porta si apre con una certa lentezza, e ti rivela la presenza di una ragazza giovanissima e molto bella che guarda stupita la tua aria adirata, incredula che qualcuno possa essere disturbato dal baccano che anche dall’ingresso si sente distintamente. Le parole che avevi preparato ti muoiono in bocca e quasi a tua insaputa sorridi.

«Vuoi partecipare alla festa?» ti chiede «Siamo in tanti ma per te c’è ancora posto!»

Entri come un automa, passi sul terrazzo seguendo la ragazza che ti presenta a tutti i componenti della brigata che ti accolgono con grande cordialità, una ti porge un bicchiere di vino, un’altra ti propone un bignè, e all’improvviso ti accorgi di stare benissimo e di aver perso inutilmente tante occasioni.

Carolina, la ragazza che ti ha aperto la porta, ti guarda con occhi dolci e vuole brindare con te. Scopri improvvisamente che la vita è bella

I vicini – Finale di Federica Milella

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Non hai dormito neppure stanotte. La radio si è accesa puntuale per svegliarti e tu l’hai ignorata nel tentativo di gustare un’ultima manciata di minuti di sonno.

Timbri il cartellino con trentacinque minuti di ritardo, il viso spento e la macchia gialla sul colletto della camicia – hai indossato la stessa del giorno prima – ti causano un rimprovero da parte della tua Superiore, pugliese, di dodici anni più giovane di te.

Lo stress accumulato non ha aiuto a migliorare la giornata. Torni a casa, dopo essere passato in farmacia, e assumi un paio di pasticche di ansiolitici.

Questa sera non è diversa dalle altre, quell’orrendo suono, che i giovani chiamano musica, filtra dai vetri, dal pavimento e vibra su tutte le pareti del tuo appartamento. Guardi la TV con le cuffie, il programma è noioso, ti appisoli sul divano.

Il male alle orecchie ti desta all’improvviso; scaraventi via le cuffie strappando il connettore dal televisore: è rotto. Il pavimento pulsa ancora mosso dal fracasso sottostante. Nel tornare lucido, balena nella tua mente un’idea!

Apri il freezer, ricordavi bene, trovi intonsa una Saint Honoré comprata in offerta al supermercato. La togli dalla scatola di cartone e vi inietti il liquido di una fialetta con l’uso di una siringa. Che cosa è? Il sonnifero che non hai mai assunto, nascosto nel cassetto delle medicine da mesi.

Pensi che in questo modo, i vicini rumorosi, anticipino il sonno di qualche ora.

Accomodi la torta su un piatto, respiri profondamente e scendi le scale del condominio. Arrivato al piano sottostante al tuo, suoni il campanello dell’appartamento delle universitarie.

Ti apre una ragazza paffutella, coperta appena da un fazzoletto che usano chiamare minigonna e una camicetta poco abbottonata dai disegni imbarazzanti.

Gli occhi ti cadono inevitabilmente sulla scollatura, finché lei non abbaia qualcosa che non capisci.

«Vi ho portato un dolce. Così, per far pace.»

E le porgi il piatto.

«Noi non mangiamo quella roba, siamo a dieta, sa? Ma l’appoggi pure su quel tavolo.»

Ti lascia entrare indirizzandoti verso la cucina. Attraversi la sala, un porcile sarebbe stato più pulito, vedi le altre due inquiline coi rispettivi compagni che bevono, si baciano… non perdi tempo a osservare quello schifo e poggi il dono sul tavolo. Neanche il tempo di girarti che un gattaccio dal pelo annodato affonda la sua lurida bocca sulla corona di bignè.

«Almeno qualcuno lo mangia.» Sghignazza la ragazza.

Stringi i pugni. Nonostante il sonno, l’adrenalina messa in circolo dalla rabbia che ti sale dalla pancia ti spinge a reagire.

Mosso da un impeto irrefrenabile, afferri l’abbondante braccio della tua vicina, la mano affonda nell’adipe. Come si fa a essere così grassi a vent’anni? Pensi, stringendo la presa.

«Ma che fai, scemo?» Grida lei.

Con un rapido scatto, le tappi la bocca riempiendola di ciò che è rimasto della torta. Non smetti di premere finché non gliela hai fatta ingoiare tutta. La sovradose del sonnifero l’addormenta dopo qualche minuto.

Casa loro non è diversa dalla tua, ti sai muovere e nascondi il corpo addormentato nella stanza delle scope.

Nessuno si è accorto di nulla, tra il fracasso e il menefreghismo giovanile, neanche il suo ragazzo si è degnato di cercarla.

Ti sei tolto una piccola soddisfazione; senza guardare in faccia gli altri, cammini verso il portone d’ingresso.

Ma che fai? Perché ti sei fermato?

Torni sui tuoi passi rientrando in cucina. Il compagno della poveretta chiusa nello sgabuzzino ti ha seguito.

«Scusa, hai mica visto…»

«Vuoi una fetta di dolce?» Gli chiedi, ignorando la sua domanda.

Neanche ti ha chiesto chi sei!

Accetta e comincia a mangiare famelico, come se non lo facesse da giorni.

Lo osservi inorridito fino a quando non termina di leccare il piattino. Stappi una bottiglia di birra con l’intento di porgergliela, ma questi cade in ginocchio, si appoggia al muro e inizia a russare sbavando dalla bocca.

Lo trascini a tener compagnia alla fidanzata.

Adesso basta, esci da quella casa e prendi le tre gocce di sonnifero, visto che è certo che funziona.

Ma non lo fai. Apri lo sportellino del contatore e stacchi la corrente.

I quattro ragazzi in sala sono brilli, non si rendono conto di essere rimasti al buio, piuttosto si accorgono del silenzio che li circonda.

Le ragazze starnazzano lamentele, uno dei maschi si alza dal divano.

Che intenzioni hai? No, non lo fare!

Celato nel buio ti sposti alle sue spalle e con una presa, che sembra vulcaniana, gli stringi il collo.

Ma sei impazzito?

L’uomo non riesce a respirare, figuriamoci a gridare. Quando senti il corpo smettere di agitarsi, molli la presa.

Lo hai ucciso?

È svenuto, pensi con un pizzico di delusione.

Nascosto il disgraziato dietro al divano, rifletti sulla prossima mossa.

La ragazza rimasta sola continua a lamentarsi a gran voce coprendo il rumore dei tuoi movimenti; la coppia invece è avvinghiata sul divano con addosso ormai la sola biancheria.

Dammi retta, torna a casa, forse sei ancora in tempo.

Ma no. Ti rechi nuovamente in cucina, con la luce dello smartphone, frughi nei cassetti. Trovato quello che cercavi, ti lasci guidare dagli interminabili piagnucolii fino a raggiungere le spalle della studentessa.

No, no. Quello no! Non ci posso credere.

Hai tagliato con le forbici la treccia della sventurata e continui a sforbiciarle i capelli. Ubriaca com’è, si accorge dello scempio quando ormai la sua capigliatura fa invidia a un militare.

Urla come una forsennata, la coppia accanto a lei ha ben di meglio da fare, così che lei corre in bagno chiudendosi dentro in lacrime.

Il tuo ghigno mi spaventa, hai una strana luce negli occhi.

Osservi la coppia in atteggiamenti intimi, ma non è quello che ti eccita, bensì l’idea di ciò che puoi ancora fare.

«Dai, siamo rimasti soli. Chi vuoi che ci veda?» Dice il ragazzo.

Lei non risponde e continua a baciarlo.

«Ti vergogni? Non faccio nulla di male» continua lui. «Così non è divertente».

«Non sto facendo niente.» Risponde lei.

«Smettila, non mi diverto.»

Più lui cerca di toccarla, più lei gli scansa le mani.

«Ma che c’hai?» Chiede indispettito.

«Ma nulla, sei tu che non fai che lamentarti.»

«Mi lamento? E non ti viene in mente il motivo?»

«Che sei solo noioso.»

«Noioso? Mi pareva tu avessi quattro mani, ma se le usi per non farti toccare, sai dove devi andare? A spigare!»

Il giovanotto si alza con modi bruschi, raccata i vestiti ed esce dall’appartamento con solo i calzoni in dosso.

Sbattuta la porta, la ragazza rimane sola.

A parer mio – e non dovrei avere pareri – tu hai dei seri problemi di comportamento.

Stanotte dormo, domani si vedrà, rimugini tra te e te.

L’ultima persona che può turbare il tuo sonno sta lì, sul divano, triste e pensierosa; non ha capito quello che hai fatto, non si è accorta che schiaffeggiavi le mani del suo ragazzo quando cercava di toccarla.

E adesso?

Torni un attimo in cucina.

Ti prego, questo non farlo. Fermo!

Le lanci addosso l’animale tignoso, vittima del dolce al sonnifero. La sfortunata studentessa sobbalza dallo spavento, cerca di capire cosa l’abbia aggredita: il suo gatto.

Un grido disumano squarcia il silenzio, getta lontano la bestia addormentata, credendola morta e fugge di casa verso una meta indefinita.

 

FINALE 1

Ti senti soddisfatto?

Adesso sì che hanno avuto ciò che meritano.

Torni nel tuo appartamento, ti corichi appagato dal servizio che hai reso al sonno.

Chiudi gli occhi, indugi un solo momento per goderti il beato silenzio, poi ti rilassi e ti spengi.

La sera seguente, tornato dal lavoro, vieni a sapere, dalla signora del piano di sopra, che le tre vicine rumorose hanno disdetto l’affitto per spostarsi più in centro, vicino alla loro Università.

 

FINALE 2

Ti senti soddisfatto?

Adesso sì che hanno avuto ciò che meritano.

Torni nel tuo appartamento, ti corichi appagato dal servizio che hai reso al sonno.

Chiudi gli occhi, indugi un solo momento per goderti il beato silenzio, poi ti rilassi e ti spengi… al contrario della tua sveglia che ti annuncia l’inizio di una nuova giornata.

I vicini (un racconto a finali alternativi)

Di Massimo Acciai Baggiani

Questo racconto è un’opera di fantasia. Personaggi, luoghi e avvenimenti sono frutto dell’inventiva dell’autore e vengono usati in modo fittizio. Qualsiasi somiglianza con persone reali, vive o defunte, fatti o luoghi è assolutamente casuale.

1bnOgni tempesta inizia con una singola goccia. Tutto principiò una notte di aprile; sei andato a letto come al solito, dopo il film in prima serata, e ti eri addormentato dopo il solito tempo, indefinito, di attesa del sonno. Un rumore di risa sguaiate ti sveglia a metà di un bel sogno. Ancora mezzo addormentato, ti rendi conto che proviene dal piano inferiore. L’appartamento è stato di nuovo affittato. Avevi sperato che i nuovi vicini sarebbero stati più educati di quelli vecchi, o magari che l’appartamento rimanesse vuoto per molto tempo, forse per sempre. Comprendi che la pace è finita. Rimani indeciso se alzarti da letto o provare a riaddormentarti ugualmente, nonostante la festa alcolica che si svolge sotto di te, senza alcun rispetto per il regolamento condominiale. Alla fine decidi di alzarti: le risate sono insopportabili e non riusciresti comunque a riposare. Ti rivesti sbuffando, ti infili il cappotto – nelle scale fa freddo – e scendi. Suoni il campanello.

«Potete far silenzio?» rispondi alla voce femminile, proveniente dall’altro lato del portone, che ti domanda la tua identità con accento meridionale.

«Sì certo, ci scusi.»

Ritorni a letto. C’è di nuovo silenzio, ma fai molta più fatica a riaddormentarti nonostante la stanchezza e la consapevolezza di doverti alzare presto l’indomani.

Passano alcune settimane senza storia. Alla fine di marzo ricomincia la notte alcolica delle studentesse universitarie – ché tali sono, come sei venuto a sapere da altri coinquilini – e comprendi che dovrai alzarti di nuovo. Nuove scuse e nuova incazzatura.

Il tuo lavoro ti costringe ad alzarti presto la mattina, spesso prima del sorgere del sole in inverno. Lavori duramente, hai il sacrosanto diritto di dormire la notte. Le studentesse non sembrano voler comprendere. Hai provato a dirglielo con le buone; hai parlato al vento. Il terzo richiamo non è così cortese e provoca risentimento nelle giovanette che hanno invitato i loro amici (o trombamici) nell’appartamento, facente parte – certo – di un condominio costruito con materiali  scadenti che lasciano passare anche il rumore di uno starnuto.

«Insomma, cosa vuole?!» dice la portavoce dell’allegra brigata, aprendo il portone «Siamo solo parlando! Non è neanche mezzanotte!»

«Manca un quarto d’ora a mezzanotte» fai notare, cercando di mantenere la calma «e comunque il regolamento condominiale dice che dopo le dieci non si può far casino».

«Io sono in casa mia e faccio quello che mi pare!»

«No, siamo in un condominio e non si può disturbare i vicini.»

«Si compri un paio di tappi per le orecchie!»

Il suggerimento non è malvagio, anche se ancora non pensi che dovrai ricorrervi davvero. Sei sempre stato un tipo rispettoso, accomodante, paziente, ma a tutto c’è un limite. La vita ti ha insegnato che se ti fai mettere i piedi in testa una volta, poi dovrai lottare sempre per non ritrovarteli per sempre sulla capoccia i dannati piedi. Fai presente che non sta a te munirti di tappi per le orecchie ma a loro rispettare le regole. Ricevi il portone in faccia. Suoni di nuovo. Nessuno risponde. Riprende la musica. Batti un pugno sul portone, infine sei costretto a ritornare a casa e chiamare la polizia. La vita stasera ti insegna un’altra cosa: la polizia non può fare (o non vuole fare) nulla per te, è troppo impegnata a fare altro che intervenire per una questione di vicini rumorosi e maleducati. Prendi mentalmente nota di passare domani in farmacia a informarti sui dannati tappi.

Per un altro paio di settimane non ci sono altre feste. Deve essere tempo di esami, pensi, oppure le studentesse sono tornate al loro paese per le vacanze pasquali. Comunque sia le notti sono tranquille e i tappi per le orecchie, che comunque hai acquistato per ogni evenienza, giacciono inutilizzati nella loro scatola riposta nel comodino accanto al letto. Arrivi perfino ad illuderti che abbiano imparato un po’ di buone maniere.

Le giornate si vanno allungando, le notti sono sempre più tiepide e brevi. Sta arrivando l’estate. La senti nell’aria, trasportata da una brezza gentile odorosa di fiori. Ci sono stati un paio di episodi notturni e hai potuto sperimentare i tuoi tappi per le orecchie. Non è che isolino perfettamente e comunque sono fastidiosi da indossare. Quel corpo estraneo che rende tutto ovattato ma che ti fa sentire bene il pulsare del tuo sangue, i tuoi battiti cardiaci, non è che sia proprio il massimo. È chiaro, non ci sei abituato. Meglio comunque delle risate da gallina delle ragazze e degli urletti dei loro ospiti maschili, con cui si stanno intrattenendo fino a ben oltre la mezzanotte. Sei tornato giù a bussare, è chiaro, ma non hai ottenuto nulla. La terza volta è sbucato un tizio, palesemente ubriaco, che ti si è piazzato davanti, proprio sul muso, come se volesse picchiarti. Tu l’hai guardato senza indietreggiare, con fermezza, e quello ha abbassato lo sguardo ed è rientrato in casa. La festa però è andata avanti, finché il sonno è riuscito a vincere il tuo nervosismo e il fastidio auricolare.

L’estate è arrivata. Non quella ufficiale, che comincia col solstizio, ma quella climatica, molto più precoce. Le feste studentesche si sono spostate in terrazza, proprio sotto la finestra della tua camera da letto. Affacciarsi per urlare loro di farla finita non è più produttivo che suonare il campanello; c’è solo la differenza che adesso puoi vederli in faccia, i cafoni, mentre si prendono gioco di te. Ti tocca dormire con la finestra chiusa, e anche così il chiacchierio e le risate passano e ti raggiungono nel letto. Ormai ti stai quasi abituando ai tappi, ma non a quel sopruso. Hai provato a rivolgerti all’amministratore, perfino al padrone di casa, ma hai trovato solo un muro di omertà, di quelli che piacciono ai mafiosi. Di quelli tipicamente italiani, di chi se ne lava le mani. L’amministratore ti ha promesso che avrebbe mandato una raccomandata, ma anche se lo avesse fatto certo non ha avuto alcun effetto, anzi pare che adesso i giovani lo facciano apposta a far casino, sicuri della loro impunità.

Hai pensato anche a un avvocato, ma come dimostrare il danno che ti stanno causando? E poi gli avvocati costano, e siamo in Italia dove spesso è l’innocente ad essere punito mentre i colpevoli sono tutelati dagli stessi che dovrebbero sanzionarli. No, non è quella la soluzione. Non sei uno sprovveduto, hai sentito tante storie del genere. Perfino una poliziotta con cui hai parlato al telefono – più gentile dei suoi colleghi – ti ha confidato che perfino lei ha lo stesso problema e non c’è stato verso di risolverlo se non traslocando. L’idea di traslocare da una casa dove hai vissuto per decenni, da molto prima che nascessero quei mocciosi rompiballe, non la prendi neanche in considerazione. La soluzione deve stare altrove.

Già, ma dove? Intanto le studentesse hanno preso a organizzare cene in terrazza tutte le sere. Cenano tardi le maledette, come usa dalle loro parti. Alle undici sono ancora a tavola, a spettegolare e ridacchiare, tanto che fai perfino fatica a seguire la televisione. Tu senti tutti i loro discorsi, anche se non te ne può fregare di meno, e ogni sera ti sgoli affacciandoti alla finestra. Sei solo. Gli altri vicini non sembrano infastiditi quanto te da quel comportamento incivile, oppure sono rassegnati, sta di fatto che da quella parte non puoi sperare alcun aiuto.

FINALI ALTERNATIVI DI:

1) Federica Milella

2) Marcella Spinozzi Tarducci

3) Barbara Mancini

4) Vittoria Zedda

5) Luigi De Rosa

FINALE DI MASSIMO ACCIAI BAGGIANI

Una notte che ti affacci noti lo sguardo di una delle ragazze, quella più arrogante e strafottente. Quel suo sguardo derisorio, mentre gli dici per l’ennesima volta che non hanno diritto a fare feste fino a tarda notte, fa scattare qualcosa in te, nella tua mente già provata dal nervoso e dalla cattiva qualità del sonno. Sei sempre stata una persona impulsiva, emotiva, con un’alta considerazione per ciò che è giusto e ciò che non lo è. Quella notte è stato raggiunto un punto di non ritorno.

Poi un giorno hai visto in televisione per caso un documentario sulla Stazione Spaziale Internazionale. «Nel vuoto non si tramettono i suoni» dice la voce di Piero Angela «perciò le scene di battaglia di Star wars, con quelle esplosioni rumorose, non sono verosimili». Nel vuoto non si trasmettono i suoni. È come l’ultimo tassello che va improvvisamente a posto nel puzzle. Quell’informazione scientifica ti accompagna per tutta la notte insonne, col ronzio del tuo sangue che pulsa veloce nelle orecchie, turate dai tappi ormai logori. Nel vuoto…

Il giorno successivo lo passi a casa, su internet. Trovi vari tutorial su come convertire un compressore per pneumatici, o da frigo, in una pompa a vuoto. È meno complesso di quanto avevi immaginato. Lo puoi fare, tanto più che non sei del tutto digiuno di meccanica e hai un’ottima manualità. Nel pomeriggio ti procuri il necessario in un negozio di ferramenta lontano da casa. Agirai questa notte stessa.

Aspetti il momento opportuno guardando la televisione, senza capire una parola del film thriller che stanno trasmettendo. La tua mente lavora senza posa al piano, affinandolo, cercando i punti deboli, risolvendo le magagne. L’orologio in cucina batte mezzanotte, poi l’una, le due. Alle tre la festa è al culmine dei decibel e del tasso alcolico. Lo puoi sentire chiaramente appoggiando l’orecchio sul parquet. Divertitevi, divertitevi, ragazzini, pensi, finché lo potete. Poi riderò io.

Sei sicuro che sia una buona idea? A prescindere se il tuo piano per risolvere drasticamente il problema del rumore andrà a buon fine o meno, sei sicuro che domattina non te le pentirai, anche se nessuno dovesse risalire a te? Hai ragione, il piano è talmente perfetto che non hai da temere di venire scoperto. È il momento di entrare in azione. Vai a prendere il trapano a punta lunga e lo appoggi, con un tuffo al cuore, al parquet. Il rumore della punta che affonda nel pavimento viene coperto dalla musica ad alto volume, sempre più sfrontata, che proviene dal piano di sotto. Dopo qualche minuto senti un piccolo contraccolpo. Spengi il trapano e dai un’occhiata al minuscolo foro che mette adesso in comunicazione il tuo appartamento con quello delle maledette studentesse. Nessuno potrebbe notarlo, nessuno ti ha sentito. Il tuo occhio cade su una coppia che si sta slinguando sul divano. A questo punto vi inserisci il cavo del compressore su cui hai lavorato tutto il pomeriggio e lo metti in moto. Il tuo sguardo è fisso sul manometro, la cui lancetta sale con lentezza esasperante da 0 a 100. Quella è la percentuale di vuoto che stai creando nel salotto delle ragazze, così gradualmente che non se ne stanno rendendo conto.

Ma che carini: sono tutti quanti strafatti, pensi con un sogghigno. Non si stanno rendendo conto di respirare sempre meno ossigeno, come se stessero salendo un una montagna altissima. Mentre la lancetta si avvicina a 100 l’altitudine sale, sale, sale. Ora sono a 1000 metri. A 2000. Ecco, a 2500 iniziano i primi sintomi del “mal di montagna”. Il loro organismo è in stato di ipossia, ma ancora non se ne rendono conto salvo un fastidioso mal di testa di cui daranno al colpa alle birre vuotate una dopo l’altra, senza ritegno. La pressione continua a scendere mentre “l’altitudine” continua a salire. È trascorsa un’ora abbondante da quando ha messo in moto la pompa a vuoto. Adesso è come se fossero in cima al Monte Bianco. Qualcuno di sicuro ha vomitato sul pavimento, altri saranno crollati sui divani, con la bava alla bocca. La musica è appena meno forte, ma ancora ce ne vuole per zittirsi. Per precauzione accendi il tuo stereo a tutto volume – vorresti pure vedere se qualcuno dei tuoi vicini omertosi si lamenta del casino alle cinque di notte! – per continuare a coprire il motore. Adesso ragazzi e ragazze, quelli che non sono già crollati nell’incoscienza, sono in grave stato di confusione. Stai godendo come una bestia. State per conquistare l’Everest, carissimi, brindate! pensi mentre il tuo sogghigno si allarga sempre di più. Sei sicuro che a questo punto nessuno ti disturberà mai più: sono tutti morti per edema polmonare. L’odore che giunge alle tue narici indica che qualcuno se l’è fatta letteralmente addosso. È un profumo celestiale per te. Adesso volate verso Marte, amici cari, pensi.

Spengi il compressore. Non c’è motivo di proseguire, anche se ti resta la curiosità di sapere se, con la lancetta spinta fino a 100, i corpi si gonfierebbero fino a scoppiare come Schwarzenegger in Atto di forza. Meglio non scoprirlo, ciò potrebbe tradirti; al contrario, dei corpi asfissiati in un appartamento dove già sta tornando l’atmosfera originaria, cancellando le tracce del tuo delitto, resterà un enigma insolubile. Forse qualcuno darà la colpa all’alcol o a qualche droga. L’ultimo tocco consiste nel chiudere il buco che hai fatto nel pavimento. Questa notte riuscirai finalmente a dormire tranquillo.

Firenze, 24 pratile – 2 messidoro ’28 (12-20 giugno 2020)

Autore contro Personaggio

Di Massimo Acciai Baggiani

unamunoI metaromanzi mi hanno sempre affascinato, fin da adolescente, quando scoprii La storia infinita (Michael Ende), proseguendo poi con Il mondo di Sofia[1] (Jostein Gaarder), Sei personaggi in cerca d’autore (Luigi Pirandello), fino a Niebla (Miguel de Unamuno): romanzo sperimentale, quest’ultimo, assolutamente geniale. Una felice scoperta nata, come al solito, dal Caso che me lo ha fatto trovare – nella lingua originale – allo scaffale del libero scambio.

Unamuno (1864-1936) in questa “nivola” si è reso personaggio al pari degli altri, dialogando – nell’ultimo stupendo capitolo – col protagonista, Augusto Pérez. Il romanzo-nivola di Unamuno, scritto nel 1907, rompe gli schemi della narrativa realista spagnola dell’epoca; la storia di Augusto è piuttosto banale in sé: si innamora di una donna, incontrata per caso, ma lei non lo ricambia, lo tradisce con un altro, lui soffre e pensa al suicidio. Tuttavia due sono i punti interessanti: il capitolo 6, in cui l’erudito Paparrigópulos riassume il suo studio sull’universo femminile nell’assunto che «las mujeres todas no tienen sino una sola y misma alma, un alma colectiva, repartidas en todas ellas […] todas son una sola y misma mujer»[2] (ossia che in realtà tutte le donne sono una sola medesima donna[3]), e soprattutto il capitolo 9, quello in cui appunto Augusto, deciso a suicidarsi per la delusione amorosa, si confronta con lo stesso Autore, Miguel de Unamuno. Questi al pari di un dio gli rivela che non può suicidarsi, non perché non ne abbia il coraggio ma perché per uccidersi bisogna essere vivi, e lui non lo è in quanto non ha vita propria. È solo il prodotto di un sogno, di una fantasia. Come reagiremmo noi a una simile notizia? Chiaramente di ribelleremo, e così fa il nostro Augusto. Anzi, il protagonista fa di più: rilancia l’accusa di “non esistere” allo stesso Unamuno e rivendica il suo libero arbitrio. A questo punto è l’Autore a comunicargli che sarà lui a “ucciderlo”, minaccia che poi metterà in atto, come una sorta di dio veterotestamentario, salvo poi pentirsene; ma Augusto obietta che lui continuerà comunque a vivere nella mente dei suoi lettori, in una sorta di “immortalità”.

Chi l’ha vinta dunque? A me piace pensare che nello scontro tra Autore e Personaggio sia quest’ultimo ad avere l’ultima parola, in quanto è senz’altro vero che una volta che un libro viene pubblicato sfugge dal controllo dell’autore e passa a quello del lettore. Mi piace immaginare che ciò accada anche per i miei personaggi – che non hanno certo lo spessore psicologico di un Augusto Pérez (in quanto nei miei libri ha più importanza la trama che i personaggi) – e come accade di frequente nella fan-fiction[4]. Un buon personaggio, pur nella sua vita “fittizia”, supera talvolta la vita limitata del suo autore.

Al di là della riflessione sulla scrittura, la “nivola” di Unamuno è anche una metafora della nostra vita, a cui siamo chiamati a dare un senso. C’è chi accetta un dio come proprio “autore” e chi, come il sottoscritto, preferisce scriversi da solo la propria “storia”, in nome di una sacrosanta Libertà. Qui il discorso entrerebbe nel filosofico e nel misticismo, si farebbe troppo ampio per un articoletto come questo (rimando però a un libro sulle religioni che sto per pubblicare[5]). In conclusione ritengo questo piccolo capolavoro spagnolo di cent’anni fa un’ottima occasione di riflessione per scrittori e non.

Firenze, 17 giugno 2020

Bibliografia

  • Acciai Baggiani M., Letture per la quarantena, Firenze, Edizioni Segreti di Pulcinella, 2020.
  • Acciai Baggiani M., La vera religione, Firenze, Edizioni Segreti di Pulcinella, 2020 (di prossima uscita).
  • De Unamuno M., Niebla, Recanati, Eli, 2011.

Note

[1] Acciai Baggiani M., Letture per la quarantena, Firenze, Edizioni Segreti di Pulcinella, 2020, pp. 90-93.

[2] De Unamuno M., Niebla, Recanati, Eli, 2011, p. 88.

[3] Ne era convinto anche Valerio Negrini quando ha scritto il testo di Amica mia (dall’album Dove comincia il sole, dei Pooh, 2010).

[4] Mi viene in mente ad esempio la raccolta di racconti fantastici Sparta ovunque, basata sul mondo ucronico creato da Carlo Menzinger, di prossima pubblicazione, anche se in quel caso non sono i personaggi ma l’ambientazione ad essere ripresi dai vari autori (tra cui il sottoscritto).

[5] Acciai Baggiani M., La vera religione, Firenze, Edizioni Segreti di Pulcinella, 2020 (di prossima uscita).

Due libri in uno

Di Massimo Acciai Baggiani

Habent sua fata libelli
Terenziano Mauro

luciano realeQuesto è un articolo un po’ diverso da quelli che scrivo di solito: qui infatti non mi preme tanto analizzare un libro ma raccontare le curiose circostanze grazie alle quali ne sono venuto in possesso. Il libro in questione è un romanzo breve (ma più propriamente un racconto) di Luciano Reale intitolato Ricordami in un albero, uscito insieme al libro di mio zio Siro Baggiani La natura ha pensato a tutto. Quando dico “uscito insieme” intendo proprio in senso letterale, in quanto la copia che avevo ordinato del libro di mio zio mi è arrivata mescolata al libro di Reale, per un errore di impaginazione di Lulu, il servizio editoriale americano al quale ci siamo rivolti sia io (in quanto curatore del libro di mio zio) sia il signor Reale. Come l’anonimo lettore di Se una notte d’inverno un viaggiatore, quando ho aperto la mia copia, giuntami per pacco postale, mi sono ritrovato con due libri in uno. Invece di prendermela con l’editore pasticcione, mi sono messo a leggere l’inatteso “regalo” e ho scoperto un altro fatto curioso: i due libri sono pure affini per argomento, parlando entrambi della natura con la nostalgia dell’uomo moderno, desideroso di evasione e di contatto col verde e gli alberi.

copertina_siro2Dello zibaldone composto da mio zio durante la quarantena ne ho già parlato altrove; il racconto di Luciano Reale invece merita qualche parola. Non è un capolavoro, anzi è una lettura leggera e per nulla originale, ma si legge volentieri in poco tempo e suscita in effetti il desiderio di una vita più naturale, più attenta, in cui i sentimenti sono importanti. È la storia, narrata in prima persona, di un uomo che perde la donna amata, trova l’affetto di un cane, e in sua memoria (della donna, non del cane) pianta un albero. Compare anche una misteriosa “Fata degli Alberi”, che sembra rappresentare la voce interiore del protagonista, del quale seguiamo tutta la vita – dall’infanzia alla vecchiaia – in una cinquantina scarsa di pagine: il tutto sullo sfondo dei Monti Rossi, alle pendici dell’Etna.

Fine della pubblicità al libro dell’autore siciliano. Io penso che ciò che accade non accada per caso: Jung parlava di “sincronicità”, altri parlano di “segnali” che l’universo ci invia. A me viene da chiedermi come devo interpretare questo “segnale” che mi ha portato a leggere un libro, per pura curiosità, di cui altrimenti non avrei mai sospettato l’esistenza. Forse la risposta va trovata in un terzo libro, quello di Italo Calvino…

Firenze, 15 giugno 2020

Bibliografia

  • Baggiani S., La natura ha pensato a tutto, Firenze, Edizioni Segreti di Pulcinella, 2020.
  • Calvino I., Se una notte d’inverno un viaggiatore, Torino, Einaudi, 1979.
  • Reale L., Ricordami in un albero, Edizioni Casa del Parco, 2020.

 

SOUVENIR

La poésie de tes yeux
coulait comme une lave.
Inutiles ces mots qui décrivent ton
visage.
Inutile le poème.

La passion de tes yeux
s’est carbonisée en lignes noires,
elle est devenue poussière,
poussière de pierre, d’étoile.

Inutiles mots
Inutiles souvenirs.

Le trottoir est matérialiste.

Nous marchons au-dessus
Nos pas, nos bottes,
nos cheveux teints-
Toute cette poussière colorée,
Esprit maquillé de diamants…

L’amour de tes yeux ne me
voyait plus.
Je n’étais plus la reine des fausses
lumières.

Il n’était plus l’Elu.
MANUELA LEA ORITA

Antonio Messina – “Il pianto della nube”

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Il pianto della nube, il canto della rinascita, del risveglio, la forza poetica dell’impeto e del temporale! Gocce di pioggia che scivolano sopra un tappeto rigoglioso (versi, idee, rime pensieri), un enorme prato verde accarezzato/tormentato da correnti d’aria che si sviluppano lungo un tragitto pregno degli influssi magici della meteorologia; tutte le poesie della raccolta, sembrano collegate da un unico cordone ombelicale. Parole che compiono un tragitto breve, che tentano di addolcire i vari strati della sofferenza, di mitigare la malvagità, percepita dall’autore come preponderante e “Suprema”.

Il pianto della nube, un delicato scivolar di versi all’interno di un contenitore dove alte parole, armonie e altri suoni amorevoli si fondono all’unisono con quel tempo che, spesso sfugge alla logica, rifugiandosi nel grembo della Grande Musica Madre, ch’è Madre di tutti quei poeti mistici, che dalla parola traggono, linfa lirica, assoluta e vitale.

Dalla prefazione di Fabio Strinati

 

Antonio Messina, è nato a Partanna TP e vive a Padova.

Ha pubblicato narrativa e poesia (il fantasy per ragazzi “Laura e il treno per Elintur e altri racconti”, edito dalle Edizioni il Foglio è stato adottato come testo di narrativa dagli Istituti Levi-Montalcini Partanna TP/Tommasi di Lampedusa S. Margherita Belice AG. Alcune sue liriche sono state pubblicate in antologie poetiche.