Neologiorno n.4: Dottità

di Stefi Pastori Gloss

[dot-ti-tà]

Saggezza, senno, assennatezza, sapienza, buonsenso, raziocinio, giudizio, criterio, equilibrio, attenzione, prudenza, accortezza, avvedutezza, discernimento, oculatezza, ma con quel pizzico di ironia in più che rende intrigante le parole altrimenti troppo consuete.

Propriamente, rafforzativo concettuale derivato da [dotto], voce avveduta recuperata dal latino [doctus] di etimologia incerta.

Uomo, o donna dotta, che fa della saggezza la propria dottità. È in questo splendore intellettuale che il termine ‘saggezza’ è andato a instupidire. Il caso ormai lo conosciamo: parole brillanti, ampie, ricche, che per pigrizia si infilano in locuzioni stereotipate fino a morirci – scordato ogni uso diverso. Ma vediamo bene quale è la prosperità dell’essere dotti e perché è stato necessario sostituirle tale locuzione con un neologismo arricchente, vivificante, rinnovativo come dottità.

La creazione del nuovo neologismo (oh che pleonasmo!) è certificata a marzo 2019 dalla pubblicazione della recensione di un’opera poetica dell’ottima Gabriella Montanari. E più precisamente, nel seguente passaggio: “Riferimenti letterari – leopardiani omerici – in GIORNATE EPATICHE «… e il naufragar verdastro nella noia (…)», «Cantami, o Diva.» confermano la dottità della Montanari”, la quale è cortesemente invitata dall’autora a versare il contributo promesso all’IBAN graziosamente suggerito in privato, grazie. In poche parole, la famigerata recensora ha preferito all’impiego di saggezza coniare un neologismo, perché dottità ne contiene tutti i significati, tutte le accezioni, con in più il divertimento, “quella piccola dose di necessaria ironia, per renderla credibile (pensiamo la dottità come attributo fondante del nome di uno dei sette nani).”

L’azione del divertire va intesa secondo il suo stesso etimo: dal latino [divertĕre] ‘volgere altrove, deviare’, non solo fisicamente, nel senso dello spazio, da un’altra parte, in luoghi altri dal solito, ma anche mentalmente, allontanarsi dall’abitudine del quotidiano, dal già detto, dal già fatto. A tale scopo, se la tradizione poetica del romanticismo utilizzava un linguaggio aulico, quella dei moderni cercava di scardinare l’aulico con accostamenti inusuali (l’immenso che illumina), quella dei contemporanei gioca con le parole grazie a ironia e autoironia. In questo atteggiamento, si inserisce l’azione creattiva (sì, con due T) della recensora.

Con il succitato patrimonio di significati concreti, la via per quelli figurati è ricca di promesse. Leggendo una grande Poeta se ne apprezza la dottità priva di sbavature; il film ci fa godere di una fotografia nel pieno della sua dottità; la forza di una narrazione può essere la sua struttura tutta dottità, necessaria ed essenziale. Ma si può anche parlare di come l’esperienza dolorosa ci lasci la mente sorprendentemente piena di dottità, di come da un certo caos tempestoso emerga un pensiero perspicace e quindi saturi di dottità il pensante.

È un crinale, la dottità, dove la saggezza incontra l’ironia.

Neologiorno n. 3: Gattume

Gattume [gat-tù-me]

Neologismo denominale che definisce in termini dispregiativi un coacervo di gatti. Stavolta la glossopoieta ha formato un neologiorno appartenente alla categoria degli ‘derivati alterati peggiorativi’. Dato che tale suffissazione non determina un cambiamento nella parte del discorso, ma solo di un nome comune, il suffisso può determinare un importante mutamento semantico. Gattume, infatti, più che “colonia di gatti”, appartenendo alla mente di un omicida seriale  ne rivela l’immondizia spirituale. Comune a molti derivati è una connotazione spregiativa. I suffissi maggiormente rappresentativi del gruppo sono quelli, appunto, in -ume [lat. -ūmen, che indicava in origine l’idea verbale astratta]. In questo caso, trattasi di derivazione da nome comune di animale – e non da concetto astratto – ovvero dal lat. tardo cattus, forse voce celtica, mammifero domestico tra i più noti e diffusi, appartenente al genere Felis della famiglia felidi, detto anche ‘gatto domestico’ per distinguerlo da altre specie affini. Il gatto domestico è uno degli animali da compagnia più comuni, scelto per l’affettività (sebbene conservi una notevole indipendenza), ma anche per l’abilità nella caccia a roditori o piccoli rettili, specie comunemente indesiderate. Si ritiene che la domesticazione del gatto sia avvenuta circa diecimila anni fa, nel Vicino Oriente, dalla sottospecie del Felis silvestris ybica. Tra le molte razze, sono particolarmente apprezzate le comuni soriano ed europeo; le pregiate certosino e siamese, a pelo corto, d’Angora, a pelo medio e persiano, a pelo lungo. Il gatto possiede caratteri tipici della famiglia Felidi, tra cui: clavicola non articolata, che gli permette di attraversare varchi angusti e di arrampicarsi con facilità, deambulazione digitigrada, zampe provviste di cuscinetti plantari, unghie retrattili, occhi e naso circondati da lunghe vibrisse con funzione tattile, buona vista notturna, ottima percezione dei suoni acuti, olfatto finissimo. Ha taglia di 2,5-7 kg; alcune razze fino a 11 kg. Vive in media quattordici-vent’anni; raggiunge la maturità sessuale in quattro-dieci mesi. Il gatto domestico va in estro più volte nel corso dell’anno; la gravidanza dura sessantatré-sessantacinque giorni e sono partoriti tre-cinque piccoli. Comunica per mezzo di una varietà di vocalizzazioni, miagolii, fusa e soffi. Al contrario del solitario gatto selvatico, i gatti randagi si raggruppano spesso in colonie, nelle quali si instaura una rete di rapporti tra individui, interpretata da molti etologi come una forma primitiva di socialità. I gatti randagi che riacquistano un comportamento selvatico (gatti ferali) possono ibridarsi con il gatto selvatico, alterandone il patrimonio genetico. Sono inoltre vettori di malattie e, soprattutto in condizioni di isolamento geografico (come nelle isole), la loro attività di predazione può pesare notevolmente sulle specie selvatiche più vulnerabili. Il sistema più noto per contrastare il randagismo felino è la sterilizzazione. Il gatto può contrarre malattie infettive contagiose anche per l’uomo (rabbia, tubercolosi, setticemia emorragica ecc.), parassitarie (dermatofizie come la tigna favosa e l’erpete tonsurante; parassitosi intestinali quali le teniasi e l’ascaridiosi), disturbi gastro-intestinali ecc. Il graffio del gatto può essere causa, tra l’altro, di linforeticulosi benigna da inoculazione. Ed è proprio per tali caratteristiche relative a possibili contagi che il protagonista negativo di questo giallo utilizza il termine ‘gattume’, non pertanto perché riferito alla mitologica figura materna, quanto come identificazione di eziopatogenesi di contagi. Dotato di straordinaria agilità, il gatto ha comunque corpo snello, di piccola o media statura, con pelame a colori varî – ma nella fattispecie del romanzo, selezionato nella varietà rosso per il richiamo alla capigliatura materna. Assunto come termine di paragone per la sua agilità, per le caratteristiche d’impenetrabilità e tendenza al furto che gli si attribuiscono, forse in modo un tantino stereotipato, il gatto entra di diritto in alcune interessanti locuzioni. Infatti, se sono agile, mi muovo e salto di scatto senza difficoltà, vengo paragonato ad un gatto. Se la mia collega è universalmente riconosciuta come manipolatrice, ambigua, sorniona, infida, ladra, ecco che viene inquadrata come gatta(morta).  Ma tra le locuzioni più intriganti ai fini della comprensione della psicologia del protagonista negativo del romanzo, si trova: ‘giocare con qualcuno come il gatto col topo’, ovvero provare compiacimento nel ritardare il momento di colpirlo, sapendo che non ha scampo. Ed è proprio ciò che fa l’omicida seriale di ANGELÌA PILCHER BOLLITA, l’assassino di gattini a Bardonecchia.

Antonim Artaud Jacques Derrida: Il soffio invisibile del desiderio

Di Apostolos Apostolou

derrida 1Antonin Artaud (Marsiglia, 4 settembre 1896 – Ivry-sur-Seine, 4 marzo 1948) è stato un drammaturgo, attore, saggista e regista teatrale francese. Non era solo un attore, un regista, un poeta, ma anche un sogno lui stesso dentro il sogno. Era lo splendore della splendida trasparenza. Era una forma pura della scrittura e insieme la nudità della forma. Era l’affascinante amaro della vita, la domanda  senza risposta. All’età di quattro anni, Antonin Artaud fu colpito da una grave forma di meningite, alla quale furono attribuiti tutti i problemi neurologici di cui Artaud soffrì in seguito, in particolare crisi di nevralgia, balbuzie ed episodi di depressione grave.

Sosteneva che il mondo è sempre alla mercé della bugia potente.  Che cosa rimane dalla bugia? Il pensiero i prologhi che sono esauriti. «Il pensiero mi abbandona a tutti i livelli. Dalla pura essenza del pensiero fino al fatto esteriore della sua materializzazione attraverso le parole. Parole, forme di frasi, direzioni interiori del pensiero, reazioni semplici dello spirito, sono alla costante ricerca del mio essere intellettuale». Il mio essere intellettuale che cosa è ? La perdita.  Che altro è? Il momento in cui la fantasia liberata dal senso particolare della realtà si leva  verticalmente al sussurro melodioso delle onde vita.  Scrive: «a uno sprofondamento centrale dell’anima, a una specie di erosione, essenziale e insieme fugace, del pensiero […]. Dunque c’è un qualcosa che distrugge il mio pensiero; un qualcosa che non mi impedisce di essere ciò che potrei essere, ma che mi lascia, se posso dire, in sospeso. Un qualcosa di furtivo che mi toglie le parole che ho trovato» (A. Artaud, lettera del 29 gennaio 1924, in Correspondance avec Jacques Rivière, in Œuvres complètes, Paris, Gallimard, 1956-1994 (d’ora in poi abbreviato in Œ. C. e seguito dal numero del volume).

Ci sono molti amici di Antonim Artaud. Amici affascinati dalla voce del sogno del soffio invisibile di Antonim Artaud. Un amico era Derrida che credeva che ogni spirito profondo ha bisogno di una maschera  e Antonim Artaud  splende sulla volta della maschera. Secondo Derrida, Antonim Artaud non cerca qualche sistemazione definitiva della faccenda che si chiama arte, letteratura, pensiero. «Artaud non tenta né un rinnovamento, né una critica, e neppure rimette in discussione il teatro classico: egli intende distruggere in modo effettivo, attivo e non teorico, la civiltà occidentale, le sue religioni, la totalità della filosofia che fornisce le basi e lo scenario al teatro tradizionale» La parole soufflée, cit., pp. 281-283. «Artaud ha dunque il merito di ricordarci le difficoltà in cui si imbatte chiunque tenti di pensare altrimenti, perché «la trasgressione della metafisica […] rischia sempre di tornare alla metafisica» La parole soufflée, cit., p. 292. Non esiste la necessità di dar forma alla sua forma più profonda perché non esiste un senso della necessità. Sempre esiste un tempo segreto della vita come condannata felicità.  Come scrive Derrida, Artaud accetta un corpo anti-logico, anti-filosofico, anti-intellettuale,anti-dialettico.

Scrive Derrida: «il soggettile chi è sopporta (souffle) tutto senza soffrire (souffrir). Dunque senza lamentarsi. Partisce, ma resta impassibile. Accetta e riceve tutto, come un ricettacolo universale. (Derrida Antonin Artaud –Forsennare il soggettive.» Edizione A ABSCONDITA, a cur a di Alfonso Cariolato Jacques.) E poi scrive Derrida: « Visto che raffigura anche il luogo, il posto, di tutte le figure, pensiamo alla chora del Timeo. il soggettile raffigura l’ Altro, o meglio, l’ Altro divenuto parte avversa, l’ opposto supposto , luogo portatore di tutti i sottosposti, i succubi e gli incubi, rappresenti di tutti i rappresentanti della violazione da contrastare.»

Artaud sta sul limite scrive Derrida. «Non tanto sul limite di quella distruzione della civiltà occidentale che Artaud perseguiva in opposizione a quella che chiamava l’ espropriazione teologica e dunque contro il corpo ridotto a organismo e diventato mera giacenza morta, materiale, sottoposta; ma il limite proprio di ogni distruzione, la quale resta implacabilmente all’ interno di quanto intende distruggere.» (Derrida Antonin Artaud –Forsennare il soggettive.» Edizione A ABSCONDITA, a cur a di Alfonso Cariolato Jacques.)

La prontezza creativa secondo di Artaud è una preparazione, esiste nel primo bagliore. Nessuna metafisica non ha senso, solo la metafisica del corpo esiste che è una metafisica che esprime quello che non ancora e tuttavia si. Il corpo secondo Artaud giace tra le righe aspettando pazientemente colui che darà la risposta.

Apostolos Apostolou
Scrittore e Docente di Filosofia.

Un’occhiata dietro le quinte…

Di Massimo Acciai Baggiani

cameriniGli spettacoli di Alessandro Riccio sono sempre una sorpresa. La trama poco importa: ciò che li rende godibilissimi sono i personaggi e le situazioni. In Le ore piccole ci aveva mostrato la notte alcolica, animata da una serie di figure bizzarre, di un giovane musicista: in Camerini invece, come suggerisce il titolo, ci porta dietro le quinte di una rappresentazione de Il Giardino dei ciliegi di Čechov. Siamo nella dimensione del metateatro, tanto cara a Pirandello, e per la precisione in quello spazio particolare, invisibile al pubblico, dove gli attori si trasformano in personaggi. Tantissimi e spassosi gli attori che interpretano attori fuori scena: tra questi ho riconosciuto una mia vecchia compagna di classe, Daniela D’Argenio, pure lei bravissima. Non capita spesso di vedere ciò che accade in questo luogo nascosto: Riccio ce lo mostra con grande autoironia, riflettendo sul proprio mestiere di attore e regista. In un gruppo così eterogeneo, costretto a condividere uno spazio comune, non possono che nascere litigi e situazioni grottesche. È davvero questo ciò che accade in un camerino? Il prologo iniziale, prima che si apra il sipario, ci informa che tutto ciò che vedremo è tratto da situazioni reali, forse un tantino enfatizzate: ma a me, che nella mia carriera di scrittore ho assistito a un po’ di “dietro le quinte” reali, piace pensare che da questo “caos creativo” emerga la vera arte e Alessandro si è confermato anche stavolta un grande artista, circondato da artisti non meno grandi.

Firenze, 2 febbraio 2020

Neologiorno n.2: PIACIARE

di Stefi Pastori Gloss

[pia-cià-re]

SIGN Che ha carattere di apprezzamento sui Social, specie da quando Facebook ha introdotto il rivoluzionario LIKE, ovvero MI PIACE, dove l’italianismo laicare, massimamente con la C, appariva non consono e non sufficientemente corrispondente alla intenzione del MI PIACE propriamente detto, troppo poco sintetico, essendo non necessariamente piacevole il contenuto, non sentenza definitiva, ma casomai interlocutoria.

Non del latino medievale [libìdo], ma derivato del latino [placére] ‘aggradire’, ‘andare a grado’, ‘talentare’, trovar soddisfazione e diletto.

Saper riconoscere le sfumature del piaciare (e in certi casi anche sapervi ricorrere) è oggi di importanza sottile e penetrante se non si vuole subire un ban o, viceversa, se si desidera trollare.

Conosciamo il piaciare come un accondiscendere alle affermazioni altrui, concedendo  una ragione, seppur transitoria, all’antagonista da tastiera per quell’attimo di notorietà da Social (i famigerati 15′ di notorietà per tutti previsti da Andy Warhol sono definitivamente superati). Tuttavia potrebbe anche rappresentare un dialogare, un interloquire, (propriamente un ‘parlare in mezzo’, cioè un ‘interrompere’) prima di scrivere affermazioni magari totalmente opposte. A volte sfora nell’incivile – il verbo, col suo essere blandamente volgare, ha un’aura di sporcizia che arriva quasi all’offesa gratuita, in special modo se seguito da affermazioni che provocano liti, tenendo aperte discussioni infinite e faziose quanto inutili.

Il piaciare, anche, può giocare su due sponde contemporaneamente. Da una sponda, prende il tempo che serve ad altri rapidi esami, pareri altrui, opinioni magari diverse, magari accettabili, magari no. Dall’altra, ricarica il fucile delle parole e scatena l’attacco frontale, forse con intento giocoso o forse no, fino a farsi bannare. Può anche essere una richiesta ad apprezzare una Pagina Fans su Facebook, talvolta sostituito, con l’introduzione delle cosiddette ‘reazioni’ sempre nello stesso Social, dal verbo ‘cuoriciàre’.

Con spirito pratico, si può credere alle reali intenzioni di chi lo inventò nel lontano 2014 di sinteticità, stringatezza, semplicità, italianità, in un tempo in cui anche il congiuntivo è andato a farsi benedire.

La semiotica del poema Itaca di K. Kavafis

Di Apostolos Apostolou

kavafisKavafis (1863-1933) è di gran lunga poeta greco più tradotto. La sua opera ha sedotto scrittori e intellettuali in tutto il mondo. Un poema più bello di Kostantinos Kavafis è Itaca. Secondo la Wikipedia il poema Itaca: «..Struggente poesia sul senso della vita concepita come viaggio verso una meta che si raggiungerà dopo lunghe peregrinazioni. Il riferimento mitologico è al celeberrimo viaggio di Ulisse nell’Odissea. Il poeta afferma in questa lirica che non bisogna avere fretta di giungere a destinazione, alla propria “Itaca”, ma bisogna approfittare del viaggio (e quindi della vita) per esplorare il mondo, crescere intellettualmente e ampliare il proprio patrimonio di conoscenze. In ultima analisi, il senso di Itaca è proprio quello di fungere da stimolo per il viaggio, più che da meta da raggiungere e fine a se stessa. “Itaca” è un viaggio nel quale non è importante se la meta è poi deludente. È giusto apprendere il più possibile durante il viaggio, vivere esperienze, tenendo sempre presente il sentimento forte e deciso che porterà a destinazione. E se poi, giungendo ad Itaca, rimerremo delusi poiché non avrà risposto alle nostre aspettative, non saremo tristi. Itaca è stata la meta che ci ha fatto intraprendere il viaggio e la causa di tutte quelle belle esperienze.»

Itaca

Quando ti metterai in viaggio per Itaca

devi augurarti che la strada sia lunga,

fertile in avventure e in esperienze.

I Lestrigoni e i Ciclopi

o la furia di Nettuno non temere,

non sarà questo il genere d’incontri

se il pensiero resta alto e un sentimento

fermo guida il tuo spirito e il tuo corpo.

In Ciclopi e Lestrigoni, no certo

né nell’irato Nettuno incapperai

se non li porti dentro

se l’anima non te li mette contro.

 

Devi augurarti che la strada sia lunga.

Che i mattini d’estate siano tanti

quando nei porti − finalmente, e con che gioia −

toccherai terra tu per la prima volta:

negli empori fenici indugia e acquista

madreperle coralli ebano e ambre

tutta merce fina, anche profumi

penetranti d’ogni sorta, piú profumi

inebrianti che puoi,

va in molte città egizie

impara una quantità di cose dai dotti.

 

Sempre devi avere in mente Itaca –

raggiungerla sia il pensiero costante.

Soprattutto, non affrettare il viaggio;

fa che duri a lungo, per anni, e che da vecchio

metta piede sull’isola, tu, ricco

dei tesori accumulati per strada

senza aspettarti ricchezze da Itaca.

Itaca ti ha dato il bel viaggio,

senza di lei mai ti saresti messo

in viaggio: che cos’altro ti aspetti?

 

E se la trovi povera, non per questo Itaca ti avrà deluso.

Fatto ormai savio, con tutta la tua esperienza addosso

già tu avrai capito ciò che Itaca vuole significare.
(Traduzione di Margherita Dalmàti e Nelo Risi) da “Constantinos Kavafis, Cinquantacinque poesie”, Torino, Einaudi, 1968

Kavafis ha scritto il poema Itaca  in seconda persona singolare. All’inizio del poema c’è un desiderio (Quando ti metterai in viaggio per Itaca devi augurarti che la strada sia lunga), questo desiderio è la prospezione (prospection secondo Roland Barthers e secondo la lingua di semiotica). E la retrospettiva, o rétrospective in lingua di semiotica sono le avventure e le esperienze (fertile in avventure e in esperienze). Il dispositio (captatio/partitio, narratio, confirmatio peroratio) secondo semiologia cioè la disposizione, o l’ordine della materia, è l’avventura, i Lestrigoni e i Ciclopi e insieme i momenti di felici che danno un senso potente, imbattibile, infallibile. (Devi augurarti che la strada sia lunga. Che i mattini d’estate siano tanti quando nei porti − finalmente, e con che gioia − toccherai terra tu per la prima volta: negli empori fenici indugia e acquista madreperle coralli ebano e ambre tutta merce fina, anche profumi penetranti d’ogni sorta, piú profumi inebrianti che puoi, va in molte città egizie impara una quantità di cose dai dotti).

La dénotation, la denotazione, nella poesia di K. Kavafis è  la difficoltà della vita. A nessuno piacciono le difficoltà, ma se desideriamo davvero raggiungere i nostri obiettivi, dobbiamo allenarci e sviluppare le possibilità. E le possibilità sono le esperienze, in ogni esperienza, anche nelle più difficili esiste il lato positivo,esiste la potenza creativa, quando non lo vogliamo vedere, è appunto perché noi pensiamo che non ci sia, e non credendoci, non ci sforziamo nemmeno di provare a trovare quel lato positivo che si trasforma automaticamente in volontà.  N. Abbagnano sosteneva che le possibilità umane sono già, da questo punto di vista, possibilità realizzate in quanto date o concesse all’uomo dall’essere stesso che tutte le contiene nella loro compiuta realizzazione.

E come diciamo in semiologia le pas a pas  il passo dopo passo cioè  le code symbolique  il codice simbolico è la memoria, che ha come destinatario me ed è  formulata con parole che nel frattempo si sono – come per magia – trasformate in arte.(Ecco come la memoria  individuale diventa arte e poesia).  Avventure e momenti felici, sono memorie e fanne tesoro e ti accompagneranno per tutta la vita, perché saranno gli unici che ti aiuteranno a vivere, lontane da te ma non lontane dalla sua esistenza. La connotation, (secondo semiotica) la connotazione, o quello che diciamo Panfocus, è la memoria.

Kavafis conosceva che la poesia è una forma di memoria, anche che la memoria e la lingua sono due modi del reale, cosi  il lavoro della poesia è  un gioco fuoco della memoria, – ecco perché K. Kavafis è un poeta storico e insieme un poeta grande – perché se il mio passato  ha il dovere di presupporla (la memoria) il mio futuro deve già contenerla. E ogni poema rivendica un posto nella mia memoria, nella mia storia.

Apostolos Apostolou

Docente di Filosofia

Gli orizzonti blu di Chiara

Di Massimo Acciai Baggiani

Kovrilo-Blua_horizonto-Kjara-250Chiara Raggi è una ragazza di Rimini, piena di vitalità e simpatia: lunghi capelli castani come gli occhi, intensi. Cantautrice. Esperantista. Chiara possiede una voce soave come le sue canzoni, che interpreta in italiano e nella lingua di Zamenhof, di cui condivide gli ideali di uguaglianza e fraternità: in entrambe le lingue ha dato prova di grande talento artistico, basta ascoltare i suoi tre album – Disordine (2015), Lacrimometro (2017) e il recente Blua Horizonto (2019) – per verificarlo. Chiara nonostante la giovane età ha già una carriera di tutto rispetto: è tra l’altro anche autrice di una web-serie spassosissima (Le disAvventure di un cantautore [femmina]), è conduttrice televisiva ed ha ricevuto importanti riconoscimenti a livello nazionale e internazionale per la sua musica.

Di particolare interesse è proprio il suo ultimo album, Blua Horizonto (in italiano: Orizzonte blu), prodotto da Vinilkosmo (la nota etichetta internazionale che distribuisce musica esperantista) in collaborazione con la Federazione Esperantista Italiana (FEI), firmato col nome esperantizzato di Kjara: dieci canzoni che hanno il sapore del mare, di orizzonti sconfinati, di libertà, di leggerezza. Lo stile, acustico e molto melodico (Chiara è anche una bravissima chitarrista), ben si abbina col contenuto dei testi, composti da lei insieme alla musica (la traduzione in esperanto è del mitico Renato Corsetti e del compianto Gianfranco Molle, a cui l’album è dedicato, passando tal modo il testimone della musica esperantista italiana d’autore a una degna erede). Momenti di riflessione si alternano a liriche d’amore, sospese tra realtà e sogno, che ruotano attorno al tema del viaggio, reale o metaforico: Chiara si racconta con serenità e ironia, facendo poesia in musica.

Tanta voglia di cantare, insomma, in questo album, e cantare in una lingua che parli al mondo intero, come sottolinea la nostra Chiara/Kjara in Lasu min plukanti (Lascia che io continui a cantare): «Flugas nun la kanto / kore Esperanto / kreskas ene movas ĉiun mian senton» («adesso il mio canto vola / con l’Esperanto nel cuore / cresce da dentro e smuove tutto il mio sentimento»). Ne consiglio l’ascolto non solo ai “samideani”: la musica di Chiara è godibilissima anche da parte di chi non conosce la lingua internazionale. La musica, si sa, è la lingua internazionale per eccellenza.

Firenze, 26 gennaio 2020

Discografia

  • Kjara, Blua Horizonto, FEI-Vinilkosmo, 2019.