Una storia dimenticata: La famiglia Acciaioli di Firenze e la torre dell’Acropolis di Atene

 Di Apostolos Apostolou

apostolos2Acropolis un nome che da solo esprime il simbolo di una civiltà eterna. L’Acropoli di Atene si può considerare la più rappresentativa delle acropoli greche. È una rocca, spianata nella parte superiore, che si eleva di 156 metri sul livello del mare sopra la città di Atene. Il pianoro è largo 140 m e lungo quasi 280 m. È anche conosciuta come Cecropia in onore del leggendario uomo-serpente Cecrope, il primo re ateniese. Il Partenone dell’Acropolis realizzato da Ictino Callicrate e Fidia tra il 447 e il 432 a.C., per volontà di Pericle a celebrazione della potenza culturale e politica di Atene, il Partenone già poco dopo la sua costruzione, nel 426, fu gravemente danneggiato da un violento terremoto; un incendio nel III o IV secolo d.C.,verosimilmente nel 267 durante il sacco degli Eruli. Nel tardo impero romano il Partenone fu trasformato in chiesa dedicata alla Vergine Maria. Nell’Acropolis tra gli anni 1205 e 1308 si elevava sulla destra dei Propilei una torre, alta 26 metri.

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Secondo Peter Locke, invece, è molto probabile che l’edificio fosse stato costruito dalla potente famiglia borgognone de la Roche. Si ricorda che la famiglia de la Roche fu la prima a dominare sullo stato crociato di Atene. Nel 1388 la torre apparteneva alla famiglia fiorentina degli Acciaiuoli, un ramo della quale comprò il titolo nobiliare relativo al Ducato di Atene e governò quello stato crociato costituito sul territorio greco per 73 anni.

Durante il periodo del loro dominio, gli Acciaiuoli convertirono i Propilei in palazzo e chiusero l’antico ingresso all’area sacra. Purtroppo nella costruzione furono impiegati anche blocchi di marmo provenienti dai monumenti dell’Acropoli. Il Ducato di Atene fu uno degli Stati crociati costituito in Grecia dopo la Quarta crociata (1205) a seguito della conquista dell’Impero Bizantino.

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Blasone degli  Acciaiuoli

Il primo duca di Atene fu Ottone de la Roche, un condottiero borgognone della quarta crociata, già feudatario della Franca Contea, grazie a Bonifacio del Monferrato. Il titolo, però, fu riconosciuto ufficialmente solo nel 1280. Dal 1395 al 1402 i veneziani controllarono il Ducato.

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Blasone dei De la Roche come Duchi di Atene

Nel 1444 Atene divenne tributaria di Costantino XI Paleologo, il despota della Morea ed erede al trono bizantino. Nel 1456, dopo la Caduta di Costantinopoli ad opera dell’Impero Ottomano il sultano Mehmed II conquistò quello che restava del Ducato. Dopo la conquista di Atene da parte degli Ottomani (1456), gli Acciaiuoli si ritirarono dalla città. In questo periodo la torre fu trasformata in magazzino del sale. A quel tempo l’edificio è conosciuto come Γουλάς (Goulas) o Κουλάς (Koulas), dalla parola turca “kule” che significa proprio “torre”. Nel Medioevo l’acropoli fu trasformata in fortezza militare prima dai Franchi e poi dai Turchi. Nel 1687 i veneziani bombardarono l’acropoli, causando ingenti danni al Partenone, che, poiché conteneva dei depositi di polvere da sparo, saltò in aria.

Durante la guerra d’indipendenza greca (1821-1832) la torre fu utilizzata come prigione. Tra le persone detenute qui anche dodici ateniesi di spicco- per aver partecipato alla rivoluzione. E durante l’assedio dell’Acropoli nove di quei dodici cittadini furono giustiziati. Un po’ più tardi qui fu imprigionato anche Odysseas Androutsos, uno dei famosi eroi della lotta per l’indipendenza della Grecia. Eppure, il capo greco fu imprigionato e ucciso non dai Turchi, ma dai suoi avversari politici. Durante i lavori di liberazione dell’acropoli di Atene dalle strutture fortificate costruite dai turchi, nel 1852-1853 l’archeologo francese Charles Ernest Beulé scoprì la grande scalinata che conduce all’acropoli e la porta fortificata di epoca romana, da allora chiamata Porta Beulé, che tuttora costituisce l’accesso principale al complesso archeologico.

Fonti:

La torre perduta dell’ Acropolis. Puntogrecia.gr

Miller, William: The Latins in the Levant, a History of Frankish Greece (1204–1566). New York: E.P. Dutton and Company.

Lock, Peter  «The Frankish Tower on the Acropolis, Athens: The Photographs of William J. Stillman». Annual of the British School at Athens.

Valeris Massimo Manfredi: Akropolis. La grande epopea di Atene. Ediz. Mondadori.

Luciano Canfora: Il mondo di Atene. Ediz. Laterza.

John Gill: Atene Ritratto di una città. Ediz. Odoya.

Storia della farfalla che sbatte le ali in Cina e altre storie sulla questione del libero arbitrio

Di Massimo Acciai Baggiani

codice celesteChi non si è mai fermato a riflettere, affascinato, sulla catena di cause ed effetti che, in modo complesso e imprevedibile, formano la trama della nostra esistenza e della storia dell’umanità – con i propri piccoli eventi personali e i grandi eventi storici? È un tema che attraversa tutta la filosofia e la letteratura, di ogni paese. Il cosiddetto “effetto farfalla” (una farfalla sbatte le ali in Cina e a New York piove) ha esercitato una forte attrazione anche su di me (in un mio racconto mi domandavo cosa accadesse se si potesse intervenire, con un gesto banale, in questa catena infinita e deviarne il corso in tutt’altra direzione[1]). Il giochino del “e se…” a livello storico ha dato vita al filone ucronico (ne sa qualcosa il mio amico e collega scrittore Carlo Menzinger[2]) e a un livello ridotto a film come Sliding doors. La riflessione ci porta lontano, fino a domandarci se il destino esista, se il nostro futuro sia effettivamente “già scritto”, e se quindi il nostro libero arbitrio non sia altro che una pietosa illusione. Non ho ovviamente una risposta a questa grande domanda, su cui si sono scontrati pensatori e religiosi fin dall’inizio dei tempi: certo, l’idea di essere solo un burattino nelle mani del Destino o di una divinità antropomorfa non mi piace affatto: preferisco pensare di essere padrone della mia vita e delle mie decisioni.

Non proprio così pare pensarla Franco Del Moro, direttore di Ellin Selae, autore di un delizioso libretto (anche dal punto di vista del formato editoriale) basato sulla chiromanzia – la divinazione effettuata attraverso la “lettura” del palmo della mano. Già il mio incontro con l’autore ha qualcosa che sembra avvalorare le sue teorie: ne avevo sentito parlare diversi anni fa da un comune “amico” (che poi, da parte mia, non si è rivelato tale), ma è solo grazie al Pisa Book Festival del 2019, quindi a un evento del tutto “casuale”, che ho fatto la conoscenza vis-à-vis con questo personaggio[3]. Franco Del Moro è un signore piuttosto fuori dagli schemi, a cui non piace seguire la corrente: musicista, ambientalista, appassionato bibliofilo, ha scritto e pubblicato diversi libri sulla spiritualità, sull’editoria e su tanti altri argomenti interessanti. Di lui ho letto Le vie dei libri[4] e altri articoli e racconti su «Ellin Selae», restando catturato dalla sua scrittura anche là dove non mi trovavo d’accordo. Certamente anche Codice Celeste[5] è stato spunto per me di confronto e riflessione su una tematica, quella del “destino”, su cui ho riflettuto a lungo nella mia vita.

Il volume comprende sei racconti, ispirati ciascuno ad una delle principali linee della mano. Ciascuno racconto è preceduto da una breve introduzione che chiarisce il legame della storia narrata con la chiromanzia – qualcosa che associo più alla narrativa gotica o dark (e lì mi piace) mentre sono molto scettico al riguardo per l’applicazione nel mondo reale. La spiegazione chiromantica quindi mi interessa poco; invece i racconti sono belli, interessanti, hanno catturato tutti quanti la mia attenzione, in particolare quello intitolato A cosa servono gli angeli, associato alla linea della vita.

Quest’ultimo riporta un dialogo tra un morente e il suo angelo custode, il quale gli confida di essere intervenuto più volte nella sua vita per modificarne il corso, in senso positivo. Gli angeli custodi infatti, secondo l’autore, hanno la capacità di conoscere quella catena di cause ed effetti di cui dicevamo prima, e scegliere tra i possibili “destini” (Menzinger parlerebbe di “universi divergenti”) che si andranno poi a concretizzare, mentre quelli “scartati” collasseranno (e qui Menzinger non si troverebbe d’accordo). Quindi esisterebbe un’unica linea temporale, quella “giusta”, guidata da una sorta di divinità che nel racconto rimane solo accennata[6]. Solo una divinità infatti può conoscere il tessuto infinitamente complesso delle vicende umane, come lascia presupporre l’angelo del racconto: «Vedi, il destino è come la trama di un tappeto: davanti è un disegno perfetto, ma dietro è tutto un groviglio di fili che apparentemente si incrociano casualmente, senza ordine. Non pensare che i grandi eventi dipendano sempre da grandi decisioni, a volte mentre cammini per la strada basta girare lo sguardo a destra anziché a sinistra e tutta la vita prende un altro corso!»[7]

È esattamente quanto teorizzano gli scrittori ucronici (me compreso), con la differenza che le varie linee temporali coesistono in universi paralleli (teoria del multiverso). In questo universo sono uno scrittore che ha pubblicato una ventina di libri, in un altro universo sono morto a vent’anni, in un altro ancora ho incontrato l’amore della mia vita e ho un figlio, oppure ho vinto il Nobel…

La tematica del piccolo evento che determina grandi effetti – come il “sacrificio” di un pettirosso che risana il rapporto ormai in crisi di una coppia – torna nell’ultimo racconto della raccolta, Il miracolo del pettirosso. «Io non credo» afferma uno dei due protagonisti «esistano i miracoli grandiosi, con apparizioni, materializzazioni ed effetti speciali stile Hollywood. Per me i miracoli sono queste coincidenze che si verificano in momenti molto speciali, la cui pregnanza con la situazione e il cui significato è tale da non poter lasciare spazio al dubbio»[8]: insomma quelle che Jung chiamava “sincronicità”. Le nostre vite sono piene di questi segni, come se l’universo – o la nostra stessa vita – volesse comunicarci qualcosa, mandarci un messaggio che richiede attenzione. Io, ripeto, non credo al destino già segnato, ma credo che nell’universo esista un grande mistero, ben lontano da quello promosso dalle varie religioni organizzate, che non riusciremo mai a comprendere del tutto.

Firenze, 24 maggio 2020

Bibliografia

Del Moro F., Codice celeste, Murazzano, Ellin Selae, 2000.

Note

[1] Acciai Baggiani M., Il meccanismo inconoscibile, inedito.

[2] Acciai Baggiani M., Il sognatore divergente, Firenze, Porto Seguro, 2018.

[3] Acciai Baggiani M., Pisa Book Festival 2019, in «Segreti di Pulcinella»

[4] Del Moro F., Le vie dei libri, Milano, La Vita Felice, 2006.

[5] Del Moro F., Codice celeste, Murazzano, Ellin Selae, 2000.

[6] L’angelo però tiene a prendere le distanze dalla religione organizzata, infatti non mette piede in chiese e cattedrali, luoghi dove la vera spiritualità, a cui crede l’autore, è più lontana.

[7] Del Moro F., Codice celeste, Murazzano, Ellin Selae, 2000, p. 66.

[8] Ivi, pp. 105-106.

Mariella Bettarini, il coraggio della coerenza

Di Massimo Acciai Baggiani

bettariniHa proprio ragione Michele Brancale, quando scrive che siamo in tanti ad avere un debito di riconoscenza verso Mariella Bettarini[1]. Da parte mia il debito è enorme sia dal punto di vista umano che artistico, fin dai tempi d’oro delle Giubbe Rosse – lo storico caffè letterario attorno a cui girava la vita artistica fiorentina nel primo decennio di questo secolo[2]. Fu in quell’ambiente che conobbi Mariella e la sua compagna Gabriella Maleti (venuta a mancare il giorno di pasqua di quattro anni fa). All’epoca frequentavo un corso per esperti di audiovisivi, realizzai come prova per l’esame un dvd sui luoghi e i personaggi della poesia fiorentina[3]: non poteva mancare un nome come quello di Mariella Bettarini, tanto nota nell’ambiente poetico quanto disponibile e gentile. La intervistai proprio alle Giubbe. Da lì nacque un’amicizia che proseguì poi nelle riunioni de «L’Area di Broca» (di cui sono redattore dal 2006). Grazie a lei ho capito cosa fosse davvero la poesia (non ciò che pensavo di praticare all’epoca: io sono infatti più un narratore che un poeta) e sono venuto in contatto con molte persone interessanti.

Molto è stato scritto su Mariella e la sua opera. Sono state fatte tesi di laurea, recensioni, incontri a lei dedicati, eccetera. Un’antologia di questi testi critici è possibile trovarla riunita in A parole – in immagini, ponderosa auto-antologia uscita nel 2008 per le edizioni Gazebo (fondate dalla stessa Mariella insieme a Gabriella). Un’altra antologia importante, e più recente, di tributi alla nostra poetessa è rappresentata dal volume curato da Bonifacio Vincenzi, Mariella Bettarini, il coraggio della coerenza, uscito in tempo di coronavirus, di cui Mariella mi ha fatto dono pochi giorni fa. Il libro, che fa parte di un ciclo di pubblicazioni dedicato ai poeti del centro Italia, raccoglie testimonianze di intellettuali e amici che la conoscono bene personalmente: Davide Puccini, Giuliano Ladolfi, Luigi Fontanelli, Michele Brancale, Rosaria Lo Russo, Franca Alaimo, Antonella Pierangeli, Roberto Maggiani e Giorgio Linguaglossa. Dieci autori che, in un’opera corale, hanno tracciato il percorso poetico e biografico dell’autrice, da Il pudore e l’effondersi (sua prima raccolta, uscita nel 1966) a Poesie per mamma Elda (2019): una carriera artistica che copre oltre mezzo secolo e che ha avuto riconoscimenti da nomi importanti quali Mario Luzi e Pasolini.

Sulla sua poetica non aggiungo nulla di mio: è già stata analizzata molto bene in questo libro e in decine di altri interventi nel corso dei decenni. Mi limiterò, col consenso dell’autrice, a riportare una lirica dalla sua ultima raccolta, Poesie per mamma Elda, da me tradotta in esperanto, con la speranza che i versi di Mariella possano così essere gustati (per quanto lo permette una traduzione) anche da un pubblico internazionale quale quello esperantista. Lo merita.

sei la matrice –
il corpo lo devo a te
sei la Matrice del mistero –
lo devo a te –
sei la matrice – se vivo
lo devo a te –
sei tu
la Mediatrice tra il Nulla
e me – il Tutto e me –
sei la Matrice –
colei che ha dato corpo a un Soffio
che vagava
che ha dato fiato
a un corpo che (non volente) doveva
poi esseresei l’orma del Mistero –
sei la Matrice
vi estas la matrico –
la korpon mi ŝuldas al vi
vi estas la Matrico de la mistero –
mi ŝuldas al vi –
vi estas la matrico – se mi vivas
mi ŝuldas al vi –
vi estas
la Perantino inter la Nulo
kaj mi – la Ĉio kaj mi –
vi estas la Matrico –
tiu kiu donis korpon al Blovo
kiu vagis
kiu donis spiron
al korpo kiu (nevolonte) devis
poste estivi estas la spuro de la Mistero –
vi estas la Matrico

Firenze, 16 maggio 2020

Bibliografia

Vincenzi B. (a cura di), Mariella Bettarini, il coraggio della coerenza, Francavilla Marittima, Macabor, 2020.

Note

[1] In Vincenzi B. (a cura di), Mariella Bettarini, il coraggio della coerenza, Francavilla Marittima, Macabor, 2020, p. 37.

[2] Prima che la gestione passasse a proprietari che non condividevano la politica mecenatesca dei fratelli Smalzi.

[3] Intitolato Firenze Poesia (2005).

Neologiorno n.11: Singletudine

di Stefi Pastori Gloss

[sin-gle-tù-di-ne]

SIGN condizione vitale di allegra solitudine per persone senza legami affettivi stabili.

Derivato dalla voce inglese [single] ‘singolo, non sposato e comunque non accoppiato, nubile, celibe’, in crasi con il lemma italiano [solitudine], un matrimonio – forse insperato nella vita – almeno realizzato tra parole.

La vita da single per le donne, assunse un tempo il connotato di  ‘zitella’, identificante la donna ormai rimasta sola per l’incipiente età, che nessuno più avrebbe voluto come compagna di vita, contenente un concentrato di acidità pari a quello di centinaia di tonnellate di limoni, per essere poi emanato nei più disparati settori della vita, dalle amicizie – sempre femminili – alle frequentazioni di chiesa – immancabili, per grazia divina – a quelle lavorative – soprattutto con il capo, sempre, ahi lasso, maschio. In definitiva, la zitella non godette di popolarità, nemmeno di quella accondiscendente tipica della carità cosiddetta cristiana.

La condizione da single per gli uomini traducevasi in ‘scapolo’, o ‘scapolone’ se vivente con la madre, rimasto solo per sospetta inettitudine casalinga o malcelata omosessualità, tutto casa-lavoro-forse chiesa, forse no, specialmente nel secondo caso. Tuttavia, non sviluppava gradi di acidità, e se vivente per conto proprio, assunse ad un certo punto della storia italiana la felliniana caratteristica di vitellone, notturno giocoso e perditempo con le donne, per compiacere gli altri vitelloni cui si accompagnava in branco.

Non è noto quando la parola single si fece strada nell’universo delle zitelle e degli scapoloni per ovviare agli aspetti negativi delle loro vite, ma è certo che nel lontano 2007 una single per scelta altrui coniò singletudine, a rivalsa dell’abbandono subito, connotando la propria vita di gioiosa solitudine.

Il successo di questa parola è dovuto anche all’affermarsi dei siti di dating, dove i single maschi cercavano donne sposate per rimanere vitelloni ab aeternum, le donne single speravano invece nel principe azzurro, che si rivelava immancabilmente nero, senza speranza per zitella alcuna.

Ma occorsero svariati anni dalla nascita di detti siti perché singletudine si affermasse con il forte sollievo di chi, di tale status, ne scegliesse sublime la convenienza di non avvitare il tappo del dentifricio dimenticato dal partner, di non detergere la tavoletta del water spruzzata di eau de fogne, di non turarsi le orecchie per non ascoltare l’ennesima lamentela mattutina.

Idee di Marcello Fois sulla scrittura che non condivido

Di Massimo Acciai Baggiani

fois«Caro simpatizzante, ho buttato via il suo dattiloscritto perché non c’è niente che mi fa più paura al mondo che leggere qualcosa che non è mai stato scritto»[1]: questa frase, citazione di una lettera scritta da Marcello Fois, scrittore sardo, a un ragazzo che gli aveva inviato in lettura una sua opera di 500 pagine vantandone l’“originalità”, mi ha fatto venire un brivido. A parte il sacrilegio di buttare nella spazzatura l’opera di un collega che, con atto di fiducia, ha affidato il proprio “figlio” (perché per uno scrittore, il proprio libro è come un figlio) a uno sconosciuto, a parte la totale mancanza di rispetto per il lavoro altrui, il signor Fois ha dimostrato la tipica cattiveria e arroganza che hanno troppo spesso gli autori “arrivati” nei confronti di chi ha avuto meno fortuna (perché di questo si tratta in molti casi di autori giunti alla grande editoria: di fortuna e poco altro). Il signor Fois con questa sbruffonata si è alienato per sempre la mia simpatia. Non credo che leggerò mai una sua opera.

Spesso uno scrittore è anche un teorico della scrittura: non può fare a meno, a un certo punto della sua carriera, di voler insegnare agli altri come si scrive, convinto di possedere la ricetta che vada bene per tutti i palati. Il Manuale di lettura creativa del Fois dovrebbe in realtà intitolarsi Manuale di scrittura creativa, visto che soprattutto di questo si tratta: ma non sarebbe stato abbastanza “originale”. Tuttavia il libro di Fois l’ho letto con interesse in quanto mi ha dato spunto per chiarire il mio punto di vista sulla scrittura, mettendo in evidenza i molti punti in cui sono in totale disaccordo con lui, e anche i pochi concetti con cui invece mi trovo d’accordo.

Secondo il Fois il complimento migliore che si può fare a uno scrittore è «Ho letto un libro che avrei voluto scrivere io»[2]. Certo fa piacere, ma indica anche una certa invidia di fondo, un mettersi in competizione (odio la competizione): per me un complimento migliore sarebbe: «Mi sono affezionato alla storia, l’ho sentita mia». Capita di rado: io leggo almeno un centinaio di libri all’anno – per lavoro o per piacere – e quelli a cui mi sono “affezionato”, che ricordo anche a distanza di anni, si contano sulle dita di una mano. Che per il Fois la scrittura sia competizione si evince anche da questa frase, qualche pagina più in là: «Se uno non è abbastanza presuntuoso da pensare di poter essere il migliore, lo scrittore non lo fa. Ma se non è abbastanza umile da capire che tantissimi prima di lui hanno tentato e, spesso, fallito, questo lavoro non lo fa lo stesso. Nel primo caso declinerà la scrittura come atto ininfluente, nel secondo la declinerà come atto esclusivamente narcisistico. In tutti e due i casi non dura.»[3] No caro mio, uno non scrive per raggiungere i primi posti in classifica: uno scrive per lo stesso motivo per cui respira. Per vivere. Un vero scrittore, all’estremo, scriverebbe anche se fosse sicuro che nessuno lo leggerà. Scrivere è un imperativo interiore, fa parte della natura stessa della persona. Non è un mestiere come un altro.[4] Scrivere non è mai “ininfluente”: ogni parola influisce sul mondo, magari in modo minimo ma influisce, e sicuramente influisce sulla vita di chi scrive. Il lato “narcisistico” lo si può trovare in chi partecipa a molti concorsi letterari e si esalta se una giuria ha giudicato il suo testo migliore degli altri, come se questo fosse un giudizio assoluto (un’altra giuria avrebbe emesso un verdetto diverso…): questo lo trovo un po’ ridicolo visto dall’esterno, ma è un peccato veniale. Ognuno avrebbe la propria lista di autori a cui dare il Nobel, se dipendesse da lui, e confrontando queste liste non se ne troverebbe una identica all’altra.

Agli scrittori “arrivati” piace distinguersi, anche lessicalmente, dai propri colleghi, creando parole alternative perché non si abbia a confondere lo “scrittore” (di cui si sentono degni rappresentanti) con chi fa la stessa operazione (scrivere) ma con ben altri risultati. Fois adopera il termine “scrivente” per indicare tutti i suoi colleghi che affollano le librerie togliendo visibilità ai suoi “capolavori”: come piante che crescono sempre più in alto contendendosi la luce solare. Lo scopo dello scrivere, secondo Fois, è entrare nella storia della letteratura la quale «non si è quasi mai fatta con i campioni di incasso, ma con i campioni di resistenza»[5]. Fois è sicuro, con un atto di notevole preveggenza, che gli scrittori attuali (lui compreso?) non sono destinati a durare. Ma come? Non avevi insinuato che scopo dello scrittore è vendere? Che «il più nobile sforzo che uno scrittore possa fare è quello di avere tanti lettori»[6]? Adesso suggerisci l’equazione “molte vendite = scarsa qualità”? Mi paiono idee un po’ confuse…

Qualche accenno ai lettori comunque non manca visto che «non si scrive senza leggere»[7]. Nella stragrande maggioranza dei casi è così, questo non lo nego: io stesso sono un forte lettore, ma non mancano le eccezioni. Ci sono persone che pur avendo letto pochissimi libri in vita loro, o addirittura nessuno, scrivono come bambini delle elementari ma esprimendo il loro mondo interiore con una spontaneità che può risultare interessante tanto quanto il pensiero filtrato attraverso migliaia di letture[8]. I testi di questi autori non-lettori riempiono gli archivi diaristici, come quello di Pieve Santo Stefano, dove affluiscono studiosi da tutto il mondo: vogliamo buttarli via, signor Fois?

Non manca la solita frecciata al web, già lanciata da Umberto Eco[9]. Anche secondo Fois Internet «ha trasmesso l’illusione che chiunque abbia titoli per parlare di letteratura»[10]. Beh? Dov’è finito il sacrosanto diritto di parola? Un lettore che tu definisci “mediocre” non ha pure lui diritto ad avere i suoi gusti? Per essere definito da te persona titolata a parlare di letteratura deve essere uno che apprezza i tuoi libri? Io penso invece che chiunque abbia il diritto di dire “mi piace” o “non mi piace” di qualsiasi libro, fosse pure la Divina Commedia o I promessi sposi. Non esiste critico che può convincere qualcuno, soprattutto insultandone l’intelligenza, che quello che ha davanti è un capolavoro o una schifezza. Il lettore è il sommo giudice delle proprie letture, e ha tutto il diritto di criticare o lodare un libro sulla propria bacheca FB o blog, almeno finché siamo in democrazia e non in dittatura.

Altra “perla” del Fois: «Peculiarità del romanzo è di non trattare mai di felicità perché finisce sempre e comunque un attimo prima del suo raggiungimento»[11] Nella mia visione la felicità invece è centrale nel romanzo: chi è tanto masochista da leggere qualcosa che lo deprime, senza essere costretto? La lettura per me è parte della mia ricerca della felicità: amo il lieto fine, o comunque quello che lascia spazio alla speranza di una felicità futura. Perfino il Leopardi, col suo pessimismo cosmico, indicava agli uomini una via di riscatto, nel suo invito a unirsi fraternamente contro la “natura matrigna” e a cadere eroicamente nell’impari lotta (con questo non dico di trovarmi del tutto d’accordo col Leopardi, che di certo non è tra i miei autori preferiti).

Molti sono i generi scartati dal nostro Fois, ad esempio i libri “analgesico”: «se un romanzo, o presunto tale, agisce da analgesico, da oppiaceo contro la realtà, si può affermare che ci troviamo di fronte a un placebo e non, come dovrebbe, a un medicinale, nel senso che alla letteratura spetta generare anticorpi e non anestetizzare»[12]. E chi lo ha detto mai che uno non si possa anche leggere un libro di puro intrattenimento? Perché chiamare con disprezzo “paraletteratura” ciò che svolge comunque un’importante funzione, ossia di far passare qualche ora gradevole alla casalinga che, in vacanza sotto l’ombrellone, si legge un romanzetto rosa? Può essere vero che il Moccia di turno sia un «prodotto con la data di scadenza»[13], ma allora non dovremmo più bere latte perché sulla confezione c’è indicato entro quando va consumato? (non è il genere di libri che amo, ma riconosco il diritto altrui ad amarli anche se io non li leggerei)

Più avanti, continuando l’invettiva contro i libri che vendono più dei suoi, Fois conia il termine “romanzoidi” («oggetti con forma di romanzo senza la sostanza del romanzo»[14]): questo termine mi ha fatto ridere per la sua assurdità, come se ogni romanzo mirasse a cambiare il mondo. L’etica dello scrivere secondo Fois nasce da questa inquietudine; per lui «se si rinuncia a cambiare il mondo si rinuncia alla scrittura pur scrivendo»[15]. Lascio al lettore la riflessione su questo assioma.

C’è una cosa su cui però mi trovo in totale accordo: «il lettore deve avere la percezione che sappiamo di cosa stiamo parlando, con autorevolezza»[16]. Troppi autori scrivono senza conoscere l’argomento, o per esperienza personale o grazie a un lavoro preparatorio di ricerca che dovrebbe essere svolto molto seriamente: con questo non dico che chi si sente di scrivere di getto una storia senza conoscere bene l’ambientazione non debba farlo – la scrittura per me è innanzitutto libertà – ma rischia di cadere nel ridicolo se sgamato dal lettore. Se ad esempio io ambiento una storia negli anni Ottanta e inserisco un personaggio che riceve una telefonata sullo smartphone o un’e-mail… beh, ci siamo capiti.

Chi sono dunque, in sintesi, lo “scrittore” e il “lettore” per Fois? «Lo scrittore vive di scrittura, il lettore compra libri». Io direi “non necessariamente” in entrambi i casi: ci sono scrittori, divenuti anche famosi, entrati nella “letteratura”, che in vita non hanno venduto nemmeno un libro, come ci sono lettori, come il sottoscritto, che leggono molto ma non comprano libri (io li reperisco o agli scaffali del libero scambio – istituzione che trovo geniale –, oppure in biblioteca, o tramite scambi con i colleghi scrittori, o ancora tramite il mio lavoro di editor). La scrittura viene sempre prima dell’editoria e delle librerie: nasce dalla narrazione orale, dal gusto di raccontare storie, e quel gusto per fortuna non ci sarà mai un Fois che potrà guidarlo.

Firenze, 12 maggio 2020

Bibliografia

Fois M., Manuale di lettura creativa, Torino, Einaudi, 2016.

Note

[1] Fois M., Manuale di lettura creativa, Torino, Einaudi, 2016, p. 13.

[2] Ivi, p. 5.

[3] Ivi, pp. 11-12.

[4] Vedi Acciai M., Chi è davvero uno scrittore? Ovvero: poniamo che nessuno compri più libri…, in «Sìlarus», n. 274, marzo-aprile 2011.

[5] Fois M., op. cit, p. 23.

[6] Ivi, p. 44.

[7] Ivi, p. 22.

[8] Mi viene in mente come esempio mio zio Siro Baggiani e il suo La quercia di Giotto e altri scritti mugellani (N.O.S.M., 2019).

[9] «I social media danno diritto di parola a legioni di imbecilli che prima parlavano solo al bar dopo un bicchiere di vino, senza danneggiare la collettività. Venivano subito messi a tacere, mentre ora hanno lo stesso diritto di parola di un Premio Nobel. È l’invasione degli imbecilli.» (Ansa)

[10] Fois M., op. cit, p. 23.

[11] Ivi, p. 25.

[12] Ivi, p. 29.

[13] Ibidem.

[14] Ivi, p. 31.

[15] Ivi, p. 35.

[16] Ivi. P. 37.

Sei racconti di vita irreale

Di Massimo Acciai Baggiani

shen fuA volte le uniche cose che sappiamo di un autore derivano dalla sua autobiografia, e a volte l’autobiografia è l’unica cosa che ha scritto. Così vite assolutamente ordinarie, di cui non avremmo saputo nulla, attraversano i secoli e giungono fino a noi, lettori del Duemila. È il caso di Shen Fu, un oscuro funzionario vissuto nella Cina di due secoli e mezzo fa. L’unico suo libro è Sei racconti di vita irreale (Fu-Sheng Liu-Chi); io l’ho letto nella versione italiana curata da Lionello Lanciotti. Una lettura particolare per me, lontana dai libri che leggo di solito, resa disagevole dalla grande quantità di note, indispensabili per comprendere il contesto storico e culturale, tra tradizione, confucianesimo, taoismo, buddismo e letteratura.

È insolita anche come autobiografia, in quanto non segue il canonico ordine cronologico ma è strutturata in sei capitoli (ma a noi ne sono giunti solo quattro) che seguono altrettante tematiche. Il primo “racconto”, intitolato La gioia del ricordo del gineceo, è dedicato alla memoria della moglie Yün, il grande amore dell’autore, morta prematuramente. Il loro rapporto ci appare molto “moderno” e paritario. All’epoca i matrimoni erano combinati dalle famiglie e spesso gli sposi si vedevano per la prima volta appena dopo la cerimonia: possiamo immaginare quindi molti legami male assortiti e tante corna (ma il concubinaggio era una cosa accettata socialmente, anzi la stessa moglie spesso sceglieva la concubina per il marito), ossia privi d’amore; non è il caso di Shen e Yün. Il loro è un sentimento puro e assoluto, anche se non mancano altre figure femminili e ménage à trois (come scriveva Oscar Wilde: le catene del matrimonio sono troppo pesanti da portare solo in due).

Segue La gioia dei momenti d’ozio, capitolo tutto sommato noioso per noi occidentali, ma ci ricorda che i ritmi in oriente sono diversi da quelli frenetici dell’occidente, e la vita là sanno gustarsela meglio che qui, con maggiore consapevolezza (o almeno questa è la mia impressione). Dopo le gioie però vengono i dolori, e così il terzo capitolo – Malinconia nel ricordare le difficoltà – contiene la narrazione dei lutti e delle disavventure del nostro povero Shen. Il padre lo caccia di casa, la moglie e i figli muoiono giovani, si ritrova solo senza il figlio maschio che dovrebbe, alla sua morte, officiare i riti funebri. L’ultimo capitolo (l’ultimo che ci è giunto) si intitola Le gioie del vagabondaggio ed è tutto dedicato ai viaggi del nostro funzionario: una sorta di guida turistica della Cina a cavallo tra Settecento e Ottocento, non di facile lettura per noi italiani ma comunque affascinante.

Non sappiamo a che età è morto Shen Fu: sappiamo solo che è arrivato almeno a 46 anni (era nato nel 1763). A volte le autobiografie sono completate da qualche persona di fiducia dell’autore, incaricata di scrivere quelle pagine che per ovvi motivi l’autore stesso non può scrivere (come ad esempio nel caso di Vittorio Alfieri): non è così per Shen Fu, la cui opera ci è giunta solo per due terzi. Chissà cosa ne è stato di lui.

Firenze, 10 maggio 2020

Bibliografia

Shen Fu, Racconti di vita irreale, Venezia, Marsilio, 1993.

Manzoni era un bigotto?

Di Massimo Acciai Baggiani

I-promessi-sposiLa risposta, a mio parere è: “ni”. Se per “bigotto” indichiamo «chi assiduamente e scrupolosamente osserva le pratiche del culto senza afferrarne l’intima essenza religiosa» (Google) o una «persona che ha una religiosità solo esteriore, non riscontrabile nei fatti» (Wikidizionario), certamente Alessandro Manzoni non era un bigotto. Lui ci credeva veramente alla Provvidenza e al messaggio cristiano (non sappiamo se anche nell’intimo, ma di sicuro nella sua immagine pubblica). Tuttavia se per “bigotto” intendiamo «persona o pensiero che mostra una grande religiosità unita ad altrettanta intolleranza e mancanza di flessibilità» (Wikidizionario) o «persona che mostra zelo esagerato più nelle pratiche esterne che nello spirito della religione, osservando con ostentazione e pignoleria tutte le regole del culto» (Treccani), Manzoni risponde in parte a questa definizione, ma non più dei suoi contemporanei. I personaggi de I promessi sposi, che mi sono riletto per l’ennesima volta durante questa quarantena da Covid-19, un capitolo al giorno[1], mostrano una grande varietà di intendere il sentimento religioso: completamente esteriore in Don Abbondio, portato alle estreme conseguenze in Fra’ Cristoforo.

Dopo averlo detestato a scuola, come la maggioranza degli studenti di ieri e di oggi, ho poi riscoperto questo romanzo celeberrimo (ma solo in Italia, all’estero non lo conosce nessuno) per conto mio, in una serie di letture, fatte a distanza di anni, che mi trovavano ogni volta “diverso” (e quindi capace di letture “diverse”). Questa del 2020 ho deciso che sarà la lettura “definitiva”, per me. D’altra parte le altre cose scritte dal Manzoni sono del tutto illeggibili, a partire dagli odiosi 5 maggio e Marzo 1821, costretti ad imparare a memoria sui banchi di scuola.

Molte le cose che sono state dette su questo libro, e molte quelle che vorrei chiosare io, a partire dalla lingua in cui è scritto, ma dovrei scriverne un libro a parte. Non è una lettura agevole. Non lo era quando è stato scritto – i «venticinque lettori» che aveva in mente il Manzoni erano persone colte, lombardi, in grado di comprendere (se non di parlare) una lingua che in Italia era prevalentemente scritta e padroneggiata da pochi[2]. Non è facile da leggere nemmeno oggi, anche se per motivi diversi. Io auspicherei una “traduzione” in lingua corrente, ma sarei lapidato da professori e puristi. Sull’attualizzazione linguistica ho le mie idee, abbiate pazienza: per me ha senso anche “tradurre” la Divina Commedia o il Decamerone, in alternativa al testo originale. Penso che una versione de I promessi sposi in italiano del XXI secolo sarebbe interessante da leggere, sicuramente più accattivante: in pratica un’operazione parallela a quella che il Manzoni finge di fare “riscrivendo” il manoscritto dell’anonimo secentista, che giudicava illeggibile dal punto di vista stilistico. Ecco, non si offenda il Manzoni se, a distanza di due secoli, possiamo dare un giudizio simile riguardo al suo italiano ottocentesco: anzi penso che avallerebbe questa riscrittura visto che lui stesso lo ha suggerito implicitamente riportando nella sua lingua un testo di due secoli prima.

A proposito, ricordo la bellissima ristampa anastatica della Mondadori di qualche anno fa. Quando ero studente universitario scoprii, grazie al prof. Toschi[3] che in genere le edizioni del capolavoro sono “monche”: manca l’apparato iconografico, le incisioni realizzate da Francesco Gonin con la supervisione dello stesso Manzoni. Leggere I promessi sposi senza illustrazioni è un po’ come ascoltare una canzone senza la musica: un ulteriore penalizzazione per gli studenti. I promessi sposi erano un romanzo illustrato, non dimentichiamolo, “multimediale” ante litteram.

Detto questo, perché è utile e piacevole leggere (o rileggere) questo vecchio romanzo ottocentesco anche ai tempi dei social e degli e-book, magari al di fuori degli obblighi scolastici? Le curatrici dell’edizione che mi letto durante la pandemia indicano i seguenti motivi:

  1. «il romanzo è bello»: sì, vero, premesso che il concetto di “bello” è soggettivo. È un romano appassionante, un meccanismo perfetto, se fosse un’auto sarebbe una “fuoriserie” (riprendo l’immagine dalle curatrici). Trovo però un peccato che il Manzoni abbia eliminato molti degli elementi gotici presenti nel Fermo e Lucia, (a me piace il gotico…).
  2. «è ancora attuale»: in effetti in questo periodo di pandemia il pensiero non può che andare alla peste di Milano di quattro secoli fa, e trovare perfino inquietanti parallelismi (anche allora c’erano i “complottisti” e i “negazionisti” – Don Ferrante, la caccia agli untori, eccetera, e anche allora il governo è intervenuto in ritardo e ha commesso vari errori). Questo facile confronto ha cominciato a riecheggiare nei media fin dall’inizio del lockdown (termine che non sarebbe piaciuto al Manzoni), ma al di là di questo aspetto contingente il romanzo è sempre attuale perché presenta degli archetipi, dei personaggi uguali in tutte le epoche storiche. Quanti Abbondi e Rodrighi conosciamo ancora oggi?
  3. «è un romanzo perfettamente costruito»: non a caso ci ha lavorato per decenni, il nostro Manzoni; c’è una perfezione ammirevole, un respiro così ampio e un equilibrio che stupisce ancora oggi. Punti deboli: i capitoli-saggio in cui si dilunga su questioni storiche che oltre a risultare ostiche e di scarso interesse, sono anche prolisse: i capitoli 31 e 32 sono illeggibili, si potrebbero togliere e la storia ne gioverebbe.

La storia è nota a tutti, quindi non c’è bisogno di spoilerarla né di soffermarmici: la do per scontata. Vorrei però passare in rassegna i personaggi più importanti con le mie impressioni:

1) Don Abbondio, che entra in scena per primo. È uno dei personaggi più interessanti: il Manzoni ha parole aspre per lui, tramite la bocca del cardinale Federigo, ma in fondo anche di affetto. È tragicomico: un uomo nato nel secolo sbagliato (ma forse se fosse nato ai nostri giorni si sarebbe fatto prete comunque), un vaso di coccio che viaggia insieme a vasi di ferro, stando in continua apprensione. Non è cattivo: quanti di noi davanti ai bravi avrebbero reagito diversamente? Per lui salvare la pelle è la cosa più importante: in questo posso comprenderlo in pieno, in quando la vita che abbiamo è una ed è l’unica cosa veramente preziosa. Cavoli, lo stavano minacciando di morte! Io avrei fatto altrettanto, lo confesso senza ipocrisie. Non amo i martiri; li rispetto ma non comprendo la loro filosofia. Se il mondo fosse popolato solo dal modello “Abbondio”, seguace del “vivi e lascia vivere”, sarebbe certo un mondo migliore, senza guerre e prepotenze, ma purtroppo il mondo è ben diverso e così abbiamo bisogno di eroi (che ammiro ma con cui non mi identifico).

2) Renzo, ragazzo simpatico ma ingenuo nei momenti sbagliati. Nel finale elenca diverse cose che non rifarebbe, e ci auguriamo che abbia imparato la lezione. Di lui mi piace la sua sete di giustizia, che alcuni contestano essere sete di “vendetta”: ma per me le due parole indicano lo stesso concetto. Fossi stato Renzo avrei mandato a quel paese Fra Cristoforo e sarei andato diretto da Don Rodrigo per farlo fuori… dopo aver preparato però un piano adeguato. Non sarei stato così impulsivo, quello no.

4) Di Don Rodrigo non si può dire altro che era un bullo scemo, ma non più della maggioranza dei suoi compagni “nobili” dell’epoca (e anche dei “potenti” di oggi); su di lui non c’è molto altro da dire, non mi fa pena nemmeno quando viene colpito dalla peste.

5) Fra’ Cristoforo ha dei tratti che me lo rendono simpatico (il difendere gli umili, il dare addosso ai prepotenti) e altri che proprio non capisco e non approvo: quando, nel capitolo 35 incontra Renzo nel lazzaretto lo “costringe” non solo a perdonare il suo aguzzino, Don Rodrigo, ma addirittura ad “amarlo”. Come si possa amare a comando, per di più uno che ti ha rovinato la vita, questo rimane un mistero che il Manzoni non spiega. Nemmeno Cristoforo lo spiega: dà per scontato che sia così. Come il cardinale Borromeo, anche Cristoforo pretende dagli altri la stessa inflessibilità, lo stesso rigore, con cui hanno forgiato la propria vita. Alla fine dei tratti di prepotenza, retaggio della sua antica vita da nobile, rispuntano fuori nel pretendere che gli altri la vedano come lui; perciò lo trovo un personaggio ambiguo per cui non riesco a provare una simpatia senza riserve. D’altronde lo stesso narratore, nella chiusura del romanzo, chiede si suoi “25 lettori” di voler bene all’autore secentesco e al narratore stesso (che sappiamo essere la stessa persona); si può dire che se l’opera ci è piaciuta non c’è bisogno di questa richiesta, e se non c’è piaciuta accettiamo comunque le scuse che – per pararsi il culo – Manzoni mette proprio nell’ultima frase come “captatio benevolentiae”.

6) Gertrude, la Monaca di Monza, è certo una povera disgraziata, a cui il Manzoni avrebbe consigliato di rassegnarsi alla sua monacazione forzata e a trovare conforto nella stessa fede – che nelle sue condizioni avrebbe perso anche una santa. Il Manzoni ovviamente disapprova la violenza psicologica del padre di Gertrude, ma non disapprova ciò che era assolutamente normale nel ‘600, nell’800 e perfino ai giorni nostri tra le famiglie cattoliche: imporre la propria religione ai figli. Gli stessi Renzo e Lucia faranno altrettanto, allevando nel “timor di Dio” la loro numerosa prole, come su ordine (più che consiglio) di fra’ Cristoforo morente nel lazzaretto. Parlare di libertà di culto era fuori luogo per Manzoni, anche per questo non metto un “no” netto sulla domanda iniziale sulla sua bigottaggine. Gertrude ha fatto bene a venire meno ai voti di castità pronunciati contro la sua volontà, magari poteva scegliersi un soggetto meno losco rispetto ad Egidio per romperli…

7) L’Innominato mi dà lo spunto per una riflessione sui “cattivi” che diventano “buoni”. È una cosa rara in letteratura: di solito i cattivi fanno una brutta fine e anche se puniti non si pentono affatto, anzi. Qualche volta trionfano pure (come accade spesso nella realtà). Personalmente godo quando il cattivo di turno ha quel che si merita, ma godrei ancora di più se si pentisse e rimediasse al male fatto: perciò il personaggio dell’Innominato mi piace, anche perché non si limita a pentirsi formalmente (quello riesce a tutti, se non si deve pagare per i propri errori) ma si dà attivamente da fare per rimediare. La trovo una cosa bellissima, l’episodio più bello del romanzo, ma anche utopica: le persone, nella realtà ma anche in letteratura, non cambiano così radicalmente, purtroppo. È più frequente anzi che i buoni diventino cattivi che viceversa.

8) il personaggio comunque più “bigotto” è senza dubbio Lucia, la «madonnina infilzata»; immagino come dev’essere l’intimità tra lei e Renzo, anche se nell’ultimo capitolo si arguisce che il sesso non sia mancato (la prole è numerosa), ma a letto mi sa che era una che “lo faceva solo per dovere”.

Tornando alla questione iniziale, Manzoni, con tutta la sua intelligenza e sensibilità, è figlio del suo tempo: nell’Europa dell’Ottocento, per molti versi simile a quella del Seicento, ci si poteva ancora scannare per motivi religiosi[4]. Non che all’epoca non esistessero pensatori materialisti (ce n’erano perfino nel XVII secolo: i “libertini” Cyrano de Bergerac, Gabriel Naudé e Gassendi, per fare qualche nome) ma accettare che l’altro adori un altro dio o, peggio ancora, sia ateo, era chiedere troppo a un uomo di quell’epoca (e anche a molti uomini e donne di oggi, purtroppo). Con Manzoni non credo sarebbe stato possibile parlare di ateismo: con penso proprio che avrei potuto intavolare un dialogo con lui se, grazie a una macchina del tempo, me lo fossi trovato davanti. E poi, alla fine, i promessi sposi non potevano andarsi a sposare altrove, da qualche altro prete, senza create tanti «imbrogli»?

Firenze, 7 maggio 2020

Note

[1] Nell’edizione scolastica a cura di Daniela Ciocca e Tina Ferri (A.Mondadori scuola, 2009).

[2] Il “popolo italiano”, non ancora unito politicamente, parlava gli innumerevoli dialetti: la Questione della Lingua si sarebbe proposta all’indomani dell’Unità, e avrebbe chiamato in causa lo stesso Manzoni

[3] Con cui mi sono laureato.

[4] Come oggi avviene in contesti di fanatismo islamico o induista.