Su cinque racconti di Massimo Acciai Baggiani

 di Massimo Seriacopi

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Foto di Patrizia Beatini

La chiarezza e il coraggio che mostra nell’esporre le proprie idee in occasione di recensioni a scritti altrui costituisce, evidentemente, un’ottima base di preparazione per gli scritti propri, nel caso di Massimo Acciai Baggiani; o forse,viceversa, è la scrittura creativa esercitata che permette a questo interessante autore di penetrare così sensibilmente nelle opere che recensisce e di proporne lucide e profonde recensioni, come si può verificare nel corso del ricco percorso di critico letterario tracciato negli anni da questo fine intellettuale e letterato.

Infatti nelle sue creazioni narrative, in ognuno dei cinque “casi” qui presi in esame, subito risaltano la limpidità compositiva ed espositiva per quanto riguarda il significante, con una raffinatezza nell’uso linguistico e nello stile mai affettata, e il coraggio di negazione di stereotipi e di soluzioni scontate, poiché anche quando Massimo propone una aemulatio o cita apertamente autori “consolidati” dalla tradizione narrativa sa percorrere strade inusitate e improntate, appunto, a una coraggiosa originalità.

I risultati? Affascinanti, sia per l’attrattiva che il godimento della lettura promette, sia per i contenuti, che molto invitano a riflettere sulle situazioni etiche, politiche, sociali che permeano l’esistenza umana (e quindi non sfugga una valenza “educativa”, nel senso etimologico del termine).

E proponiamo allora qualche osservazione su ognuno dei cinque racconti analizzati, cominciando da Che tu possa vivere in tempi interessanti, rendiconto di un percorso di vita che, oltre a proporre una meditazione sul senso dell’esistere (e sulla solitudine esistenzial, imposta e/o scelta), non rinuncia a infliggere oneste stilettate al modus operandi dell’attuale contesto sociale.

Pars destruens e pars construens arrivano allora a convivere felicemente: alla critica sociale si affianca una esemplarità di pensiero e di itinerario esistenziale che insegna, che fa desiderare di essere migliori, come quando ci si innamora, perché questo lo scrittore dimostra di essere, un innamorato di alti e nobili ideali che si augura, evidentemente, di sapere condivisi e di vedere realizzati nella loro applicazione concreta.

Inversione gravitazionale applica egregiamente la tecnica dello straniamento e del ribaltamento del punto di vista: in una compagine sociale nella quale per darci sicurezza si tende all’omologazione, vogliamo provare, propone tra le righe Massimo, a vedere cosa succede se ribaltiamo completamente il punto di vista, l’ottica dalla quale osserviamo il mondo? Certo sarà difficoltoso muoversi, specie all’inizio, in un contesto così radicalmente ribaltato; ma se poi scopriamo che è meglio tuffarsi nella vertigine che non abbracciare un vuoto travestito da ineluttabile richiesta delle convenzioni, rinunciando così alle proprie pulsioni verso l’eterno e l’infinito, invece che condurre un esserci senza vera vita che ci rinchiude in una dimensione asfittica?

E ancora, in Le mappe lunari, una invitante esaltazione delle passioni, la scoperta del proprio daimon, lo scontro con un destino che sembra voler troncare le nostre aspettative, e il titanico slancio verso quello che dobbiamo, e ripeto dobbiamo, realizzare di noi, se la vita ha un senso, se gliene vogliamo dare uno, pur conoscendo i nostri limiti, le nostre fragilità, il nostro punto d’arrivo alla fine.

E poi il corrosivo racconto L’ultima e la prima goccia, degno di un’operetta morale di leopardiana memoria (quella del Dialogo di un folletto e di uno gnomo, per intenderci), per riflettere sul fatto che su questo pianeta siamo ospiti, troppo spesso non rispettosi e nocivi nei confronti di chi ci dà sostentamento, e non padroni che diventano un cancro per l’ambiente; incalzante e lucidissima, la narrazione rivela grande efficacia.

Per concludere, Nadia e Ultimino (La gente nei tuoi occhi), gustosa presentazione di un futuro distopico forse non così lontano o irrealizzabile e del confronto tra allucinazioni (che però portano verso una speranza, come il nome russo della protagonista etimologicamente suggerisce) e condizioni reali (a volte più allucinanti delle allucinazioni), tra disagio nel contatto con la moltitudine e volontà di comunicazione vera con “l’altro da sé”, ma con la considerazione, anche, che la breve e difficile esistenza umana non ci lascia presagire un buon finale, e che proprio per questo al nostro “volo di farfalla” dobbiamo impegnarci a dare un senso che altruisticamente si apra verso la solidarietà.

Di tutti questi elementi le narrazioni di Massimo Acciai Baggiani si sostanziano e su tutto questo indaga con tali strumenti letterari regalandoci così utile e piacevole sapientemente miscelati.

Il Precipizio

Di Massimo Acciai Baggiani

il precipizioCol suo secondo romanzo Marcovalerio Bianchi si conferma un narratore di grande spessore, e non mi riferisco solo allo spessore dei suoi libri (corposi ma scorrevoli): dopo Le cinque vite di Simone Bosco (2017) Marcovalerio, fiorentino, amico di vecchia data, si è cimentato con un romanzo di tipo realistico, ambientato per lo più a Milano, che racconta la caduta e la successiva nuova ascesa di un industriale vittima di un raggiro ad opera della moglie infedele che con un piano criminale gli porta via tutto il patrimonio. Il titolo, Il precipizio, riassume bene l’idea alla base, un “precipitare” sempre più in basso prima della risalita.

Detta così non sembra giustificare le 562 pagine dell’opera: in realtà succedono tante cose e i colpi di scena non mancano di certo. La psicologia del protagonista, l’ingegner Giacomo Perotti, è ben approfondita e dinamica: da figlio di papà, abituato a vivere nella bambagia, si ritrova catapultato in un mondo a lui ignoto, quello di chi fa fatica ad arrivare a fine mese, per tornare poi nel suo mondo con un nuovo bagaglio umano e una maturità che fa rientrare Il precipizio tra i bildungsroman o romanzi di formazione. Se nella prima opera Simone Bosco vive ben cinque vite diverse, il nostro Giacomo ne vive in un certo senso due: quella prima della caduta nel “precipizio” e quella dopo il tragico evento.

Ho letto questo romanzo con grande interesse ma non senza una certa sofferenza viste le tematiche sociali che mi stanno molto a cuore. La tesi sostenuta, che condivido in pieno, riguarda la grande povertà dal punto di vista umano che si trova nel mondo dei ricchi, come se quantità di denaro posseduto e ricchezza interiore fossero inversamente proporzionali. Giacomo non fa eccezione: all’inizio è un personaggio piuttosto frivolo, interessato più al sesso e a godersi la sua posizione di privilegiato, anche se mostra dei lati sensibili – come quando prende le difese della cuoca maltrattata dalla prima moglie, Helga, per una piccola sbadataggine, e interviene alla cena per arginare le odiose invettive del marchese ospite contro il mondo operaio. Tuttavia solo quando si troverà dall’altra parte inizierà a comprendere le difficoltà dei poveri – gli unici che, dopo la caduta, si comporteranno gentilmente con lui: ma fino a che punto? Quando riavrà indietro il suo patrimonio e i cattivi saranno puniti, diventerà un filantropo, o almeno rinuncerà al lusso per accontentarsi di uno stile di vita più sobrio? Parrebbe di no: la natura delle persone non cambia così radicalmente, Giacomo riprenderà la vita di prima, pare che la sua disavventura gli abbia insegnato meno di quello che il lettore sperava… (almeno io come lettore).

Non è cattivo Giacomo, anche se non è certo un eroe senza macchia. Se le donne che conosce non sono dei modelli di fedeltà, neppure lui lo è, anche se si dichiara innamorato della seconda moglie Elisa (quella che lo pugnalerà alle spalle), qualche scappatella se la concede sempre volentieri, è fatto così.

I personaggi più generosi e più autentici li troviamo nelle “classi basse”. Le persone altolocate sono dominate infatti dall’avidità e dall’ipocrisia: la corsa al denaro e al potere è tutto. Mi viene in mente un accostamento con due romanzi letti tempo fa: Fiorirà l’aspidistra di George Orwell e Papalagi di Tuiavii di Tiavea, a cui ho dedicato un articolo [1]. Nel romanzo di Orwell il protagonista, Gordon, ha un rapporto ambivalente col denaro: di totale rifiuto ma anche di bisogno. È presente un marcato masochismo, riscontrabile anche in Giacomo Perotti che, dominato dall’orgoglio, pur di nascondere le sue condizioni miserabili alla ex moglie e ai figli, si priva di denaro che farebbe molto più comodo a lui. Quanto al romanzo-saggio di Tuiavii (in realtà un falso letterario di Erich Scheurmann), questa folle adorazione del denaro è descritta benissimo e non c’è da aggiungere altro. Confesso che il mio totale disprezzo per il lusso e la mia idea romantica di fedeltà in amore mi impediscono di provare una totale simpatia per Giacomo, che pure mostra molti lati positivi: non si arrende mai, affronta con determinazione e ottimismo tutte le difficoltà e le tragedie, e certo ho fatto il tifo per lui nella sua rivincita degna di un novello Conte di Montecristo.

Il precipizio è un romanzo ad ampio respiro, che abbraccia oltre cinquant’anni di vita del protagonista – si sente la lezione delle grandi storie russe dell’Ottocento – attraverso gli eventi storici dell’epoca che arrivano a toccare il nostro Giacomo (come il tristemente famoso tsunami del 2004 nel sud est asiatico, dove perde i genitori) oppure i molteplici personaggi secondari con cui viene in contatto (c’è anche un accenno alla strage dell’Heysel). Dietro l’opera si vede chiaramente un enorme lavoro di ricerca e documentazione; interessanti a tal proposito le notizie storiche sui navigli di Milano [2] e il capitolo marinaro sulla traversata dell’Atlantico in barca. Questo vale anche le per località più esotiche in cui è ambientata la storia (la Thailandia, l’America Centrale). Per quanto riguarda la parte più finanziaria, Marcovalerio si è avvalso della consulenza di un esperto, Carlo Menzinger, non a caso citato in fondo al libro tra i ringraziamenti. Carlo ha pure lui dedicato un articolo a questo libro [3]. Non si ripeterà mai abbastanza che un buon libro è fatto di tanta, tanta ricerca preparatoria.

Dunque un romanzo corale, in cui moltissime vite si intrecciano (come d’altronde avviene anche nella vita reale) e gli eventi si combinano in un sapiente meccanismo narrativo che porta al meritato lieto fine. Un’opera seconda alla cui presentazione, nel dicembre 2019 all’Antico Caffè a Firenze, ho fatto da relatore con grande piacere [4].

Firenze, 6 agosto 2020

presentazione precipizio

Bibliografia

Bianchi M., Il precipizio, Firenze, Porto Seguro, 2019.

Note

[1] Acciai Baggiani M., La battaglia contro il denaro, in «Le stanze di carta»

[2] Milano, a differenza dell’autore, non mi ha mai affascinato come città; la ricordo soprattutto perché ci viveva il mio caro amico prematuramente scomparso Alessandro Rizzo.

[3] Menzinger C., Le disavventure di un imprenditore, nel suo blog

[4] https://www.youtube.com/watch?v=Q-53Zxbv1GI

Come navi oltre l’orizzonte

Di Federica Milella


Mare fanciullo,
scherzi, spruzzi, schizzi.
Sulla battigia, come le onde dispettose
capovolgono mille conchiglie tintinnanti,
giocava vivace insieme ai bambini.
Poi si quietava,
bagni, tuffi, sole e risate.
Cresceva, smanioso, irrequieto,
come la marea influenzata dalla luna.
Calmo ci accompagnava al largo, col patino,
nascondendo, a occhi indiscreti,
la nostra adolescente intimità;
poi si faceva mosso
e impavidi volavamo divertiti,
su imprudenti cavalloni sicuri.
Ci siamo persi, da grandi,
come navi oltre l’orizzonte.
Donne lontane a prendere il sole,
Uomini, pochi, distanti anche loro.
Un mare con la spuma imbiancata,
da un tempo cocciuto, ostinato,
che non rallenta,
che ci ha separati, invecchiati,
scacciati da quel caldo ricordo
di un mare bambino.

Affluenti

Di Massimo Acciai Baggiani

affluentiLunedì 27 luglio 2020 si è svolta la presentazione dell’antologia poetica Affluenti: volume secondo, presso la Limonaia di Villa Strozzi, a Firenze. Serata caldissima di una strana estate in cui aleggia ancora la presenza del Covid, sottolineata dalle mascherine obbligatorie, seppur abbassate visto che l’evento era all’aperto. Il pubblico ai tavolini era numeroso e formato non solo dai poeti presenti nell’antologia.

L’evento è stato organizzato e moderato dai due curatori del libro – i poeti fiorentini Marco Incardona ed Edoardo Olmi – nella splendida cornice del parco fiorentino, oasi verde nel traffico urbano. Sul palco si sono avvicendati vari poeti e “poete” in letture di testi tratti dalla stessa antologia. Io ho letto tre delle cinque vecchie liriche, risalenti a quando ancora mi definivo “poeta” – questo libro esce a due anni dalla mia spontanea rinuncia a questo altisonante titolo – e precisamente Mon pays, Lasciatemi in pace e Momenti. Erano presenti altri artisti che conosco di persona, quali la cantautrice Chiara White (da me intervistata all’uscita del suo album biancoinascoltato) che ha inserito nell’antologia il “seguito” della sua canzone Praga (città che ha incantato anche me, durante il capodanno che vi ho trascorso con la mia ex), e la scrittrice Sara Moran (conosciuta quando ero editor di Porto Seguro).

Tra i trenta autori antologizzati troviamo molti nomi stranieri (Barbara Serdakowski, Mikica Pindžo, Barbara Pumhösel, Lee Foust, Eva Taylor, eccetera), con testi bilingui: non a caso Marco Incardona, nella sua introduzione, mette in luce la globalizzazione che anche una città come Firenze sta vivendo attualmente a livello culturale. Condivido l’impostazione internazionale dell’antologia e sono felice di essere uno degli “affluenti” di questo secondo volume, uscito a quattro anni di distanza dal primo, che partendo dal locale (la mia città) si apre al mondo.

Firenze, 28 luglio 2020

affluenti pres

Da sinistra: Marco Incardona, Massimo Acciai Baggiani, Edoardo Olmi

Bibliografia

AA.VV, Affluenti: volume secondo, Roma, Ensemble, 2020.

Mon pays

La geografia del cuore
non segue linee né confini:
vi son luoghi vicini e lontani
dove ho posato sguardi e respiri.
Non all’Italia,
a Firenze o al quartiere
volgo il pensiero
ma al vero aspetto
del cielo notturno
che è ovunque uguale
e ovunque m’accoglie
e non coglie distingui
continui sulla carta;
è mille contorni che abbraccio
con gli occhi,
è mille ritorni e nomi che vissi.

Firenze, 7 ventoso dell’anno XXXVIII (25 febbraio 2010)

Lasciatemi in pace

Lasciatemi in pace
Non lo vedete quanto sono stanco?
Lasciatemi qui
Come una cosa qualunque
Appoggiata sulla terra.
Vi lascio alle vostre corse
Alle vostre lotte
Io per oggi stacco.
Sento i miliardi di anni nel mio DNA,
La gravità che mi lega dolcemente al suolo,
Le molecole che scivolano le une sulle altre
E ancora mi piace immergermi nell’oblio.

Firenze, 22 germile dell’anno CCXIX (11 aprile 2011)

Momenti

Ci sarebbero tante cose
belle nella vita
atte a suscitar meraviglia;
anche la finestrella di un cesso universitario
che incornicia un cielo azzurro
può riportare la mente a giorni più sereni
passati per sempre.
Anche un rumore
che risuona in una vasta aula vuota
è qualcosa senza tempo
atavico.

Un futuro contraddittorio

Di Massimo Acciai Baggiani

lucky starrIsaac Asimov (1920-1992) è e rimarrà per sempre un mito per me, un vero gigante della fantascienza, tuttavia alcuni suoi libri, per sua stessa ammissione, risentono in misura maggiore o minore dell’obsolescenza a cui questo genere narrativo è condannato dal continuo avanzare della conoscenza scientifica. Questo nulla toglie alla godibilità dei suoi romanzi e racconti, ambientati in un futuro remoto: un buon intreccio e una buona narrazione rimangono tali anche se vengono superati i presupposti astronomici. Di Asimov ho letto buona parte della sua sterminata produzione, dalla narrativa alla saggistica; mi mancava il ciclo di Lucky Starr. Ho colmato di recente questa lacuna; la lettura dei sei romanzi che compongono la saga, scritti tutti negli anni Cinquanta e ambientati in un futuro distante migliaia di anni, mi ha suscitato diverse riflessioni.

Vediamo innanzitutto di cosa si tratta. Lucky Starr è un giovane agente del Consiglio delle Scienze, una potente organizzazione governativa la cui giurisdizione si estende sull’intero sistema solare: il suo vero nome è David, il soprannome Lucky (“fortunato”) gli viene dal fatto che riesce a cavarsela brillantemente in ogni situazione grazie anche all’aiuto della sua buona stella (giusto per rimanere in tema spaziale) oltre che alla sua intelligenza e coraggio, e dall’aiuto dei suoi amici. Ciascuno dei sei romanzi che lo vedono protagonista è ambientato in un luogo specifico del Sistema – nell’ordine: Marte, la Cintura degli Asteroidi, Venere, Mercurio, le lune di Giove e gli anelli di Saturno – colonizzato da secoli dai terrestri (diventati poi marziani, venusiani, eccetera), tranne Saturno (lì c’è una storia a parte, narrata nell’ultimo romanzo).

Le vicende del nostro Consigliere rientrano a pieno titolo nella fantascienza d’azione, ma con contaminazioni di spionaggio e giallo. Lucky è in pratica una sorta di 007 futuribile, che lavora per il suo pianeta, la Terra, contro il cattivo di turno – quasi sempre legato ai perfidi Siriani (in questo universo narrativo l’Umanità ha scoperto il salto nell’iperspazio e ha colonizzato vari esopianeti nella Galassia), o ai Siriani stessi (che fanno la loro comparsa di persona alla fine del ciclo). Sua spalla, amico e collaboratore è il nano Bigman (nome ironico ovviamente), marziano, con cui stringe un sodalizio nel primo romanzo per portarlo avanti per tutta la serie.

Lasciando da parte le vicende spionistiche (pure interessanti) e le descrizioni (non più attuali) dei vari pianeti, mi interessa qui analizzare l’immagine asimoviana del futuro. Lo trovo contraddittorio: da una parte si parla di un mondo altamente tecnologico, basato sulla scienza e il razionalismo, con invenzioni strabilianti e un universo le cui distanze astronomiche sono ridotte enormemente da astronavi in grado di viaggiare più veloci della luce, che al tempo stesso sono alla portata economica di tutti o quasi; dall’altra parte è un mondo culturalmente primitivo, al livello di western. I personaggi appaiono ben poco civili, sempre pronti a menar le mani e a buttarsi in scazzottate che sono fuori luogo perfino nel nostro presente; gli uomini (siano Terrestri, Marziani, Venusiani, Siriani eccetera) sono rimasti bellicosi come durante la Guerra Fredda e i politici non sono migliori di quelli del passato. Solo i robot, paradossalmente, sono più evoluti degli uomini, in quanto impediti dalle tre famose leggi della robotica a ricorrere alla violenza e all’inganno. Non c’è stato insomma alcun progresso dal punto di vista morale, tranne un sottinteso ateismo, e continua a valere quanto notato da Salvatore Quasimodo nella sua poesia Uomo del mio tempo. Ottimista sotto molti aspetti, in questo Asimov è pessimista: la sua visione storica è statica dal punto di vista della psiche umana: non importa quale sia il livello tecnologico raggiunto, gli ideali rivoluzionari di libertà, fraternità e uguaglianza rimarranno sempre irraggiungibili. Addirittura si avrà un’involuzione in un futuro ancora più remoto: l’intera Galassia sarà sotto un Imperatore![1]

La vita umana non sarà sacra e inviolabile nemmeno tra trentamila anni (questo pare il limite, se non erro, a cui si spinge il Ciclo della Fondazione), e ciò rende possibile le profezie di Hari Seldon tramite la sua Psicostoria. Questa è l’unica cosa che non condivido del grande scrittore americano: per come la vedo io (e non solo io) l’uomo è arrivato a un bivio; se non muterà di paradigma, se continuerà con la solita visione nazionalista e violenta, andrà incontro a un’estinzione sicura entro questo secolo, altro che trentamila anni! La visione politica di Asimov non è sostenibile in un’ottica di futuro remoto, l’uomo potrebbe distruggere questo pianeta ben prima di poterne colonizzare altri. Ma questo non era prevedibile, credo, settanta anni fa, quando Asimov ha creato questo ciclo…

Concludo con una nota che da esperantista e linguista mi ha colpito: Asimov non fa mai menzione in questo ciclo di quali lingue parlino i vari personaggi, lasciando supporre che si tratti dell’inglese o di qualche sua evoluzione, tranne appunto nell’ultimo libro del ciclo, Lucky Starr e gli anelli di Saturno, trattando di una conferenza interstellare: «I discorsi, com’era uso in questi incontri interstellari, si svolgevano in interlingua, l’amalgama di lingue che era usato in tutta la galassia»[2]. Non ho potuto fare a meno di domandarmi come potrebbe essere questa “interlingua”, frutto dell’incontro di lingue parlate migliaia di anni nel futuro (non troppo lontane dall’inglese, visti i nomi dei personaggi), ma di certo non è l’omonima Interlingua sviluppata dall’International Auxiliary Language Association (IALA) né tanto meno dell’Esperanto, il quale si basa su principi di pacifismo e fratellanza tra i popoli del tutto assenti nel ciclo di Lucky Starr.

Firenze, 27 luglio 2020

Bibliografia

Asimov I., Tutto Asimov Space Ranger, Firenze, Giunti Marzocco, 1978.

Note

[1] Si veda appunto il Ciclo dell’Impero e quello della Fondazione.

[2] Asimov I., Tutto Asimov Space Ranger. Robot, Firenze, Giunti Marzocco, 1978, p. 116. Per quanto riguarda le altre opere asimoviane, mi viene fatto notare da un membro di un gruppo FB di fantascienza, la lingua parlata nella Galassia questa è il Galattico, ma viene chiamata con nomi diversi nei vari romanzi, anche questa è una conseguenza del fatto che sono stati scritti nell’arco di un quarantennio. In Abissi d’acciaio, primo libro del Ciclo dei Robot, il protagonista Elijah Baley dice che la lingua parlata sulla Terra è l’Inglese e che, con lievi differenze, era usato anche nei mondi Spaziali. In I Robot dell’Alba, ambientato temporalmente una decina di anni dopo Abissi d’acciaio, Asimov usa l’espressione “Interstellare” per definire la lingua parlata nella Galassia. Infine ne I Robot e l’Impero, ambientato 200 anni dopo I Robot dell’Alba, compare per la prima volta l’espressione Galattico. Ci sono riferimenti all’Inglese anche in altri Romanzi Asimoviani. Ne Le Correnti dello Spazio, approssimativamente 4000/5000 anni dopo I Robot e l’Impero, si accenna ad un pianeta del Settore di Sirio, non ricordo quale ma non era la Terra, dove «il dialetto era tanto primitivo da poter quasi essere confuso con quella lingua leggendaria e, morta da millenni, che era l’Inglese». Infine in Paria dei Cieli, circa l’anno 12000 dc, si accenna ad iscrizioni trovate su Sirio, Arturo ed Alfa Centauri vecchie di 100.000 anni, e che erano state decifrate solo nell’ultimo decennio, iscrizioni che poi si scoprirà essere in Inglese.

A ciascuno il suo mestiere

Di Massimo Acciai Baggiani

È difficile trovare qualcuno che sappia fare bene una cosa. Trovarne qualcuno che sappia fare due cose altrettanto bene è ancora più difficile, perciò diffido di chi, eccellendo in un campo, tenta di bissare in altri campi. Ci sono le eccezioni, naturalmente: ma è raro trovare persone che hanno due o più talenti ai massimi livelli.

Prendiamo quei cantautori che, a un certo punto della loro carriera, si sono dati alla narrativa: Francesco Guccini, Roberto Vecchioni, Enrico Ruggeri… personalmente mi convincono molto di più come cantautori che come scrittori. È un parere soggettivo, lo so, contraddetto dai dati di vendita (seppure inferiori ai loro album musicali), ma posso dire che leggendo i romanzi e i racconti dei tre sopracitati colossi della musica d’autore italiana (in bibliografia ne riporto alcuni esempi usciti nello stesso anno) sono rimasto deluso. I gialli di Guccini sono noiosi (sarà anche perché a me il genere giallo non piace), i romanzi giovanilistici di Vecchioni mi lasciano freddo e i racconti di Ruggeri, beh, quelli sono più interessanti, si lasciano leggere anche se non mi entusiasmano.

ruggeriDi recente ho letto Piccoli mostri, raccolta di storie uscite dalla penna del rocker milanese, uno dei miei artisti preferiti fin dall’adolescenza. Di lui avevo letto l’opera prima, La giostra, che non ero riuscito a finire; di questo almeno sono arrivato fino in fondo. Un’opera senza infamia e senza lode, che satireggia sul malcostume e la meschinità dell’italiano medio (o meglio quello che l’autore ci presenta come tale): il titolo pare richiamare quei film di denuncia degli anni Sessanta e Settanta (I mostri e I nuovi mostri) ma il paragone è decisamente sfavorevole al nostro Ruggeri. Anche qui i protagonisti maschili sono quasi tutti uomini che inseguono il successo, e sono disposti a tutto per ottenerlo. Piccoli individui, senza tanti scrupoli, spesso infedeli, incapaci non dico di veri eroismi ma anche di sentimenti profondi.

Tre sono le storie che mi hanno colpito: Scontri d’Italia, Reazioni a catena e Il sosia. Nella prima si parla di un autore di programmi televisivi spazzatura che ha l’idea di uno show in cui si affrontano categorie di individui su un tema (un po’ in stile Ciao Darwin, nato proprio in quegli anni): sul palco ad ogni puntata, davanti a un pubblico a casa sempre più allibito ma anche incapace di cambiar canale, vediamo sfilare “immigrati clandestini contro vittime di rapina”, “non vedenti contro handicappati fisici”, “prostitute contro religiose”, “spacciatori contro pedofili”, fino all’estremo “malati terminali di AIDS contro malati terminali di tumore”, in un crescendo di scabrosità, premiata dall’audience. Trovo significativo questo racconto anche per il fatto che a scriverlo sia stato proprio Ruggeri, ex conduttore di Mistero: ricordo che in una puntata del suo programma di divulgazione pseudoscientifica il nostro cantautore-conduttore aveva intervistato una giovane donna convinta di essere violentata dagli alieni tutte le notti, alieni che l’avrebbero ingravidata per poi sottrarle il frutto ibrido dello stupro “intergalattico”. La donna era convinta di quanto affermava, tanto da cadere in vere e proprie crisi isteriche davanti al conduttore sempre più imbarazzato ma che non negava niente al pubblico di quel dramma psichiatrico. Non vedo una grande differenza, in questo caso, spiace dirlo, tra autore e personaggio…

Il secondo racconto mi è piaciuto perché mi ricorda il celebre Sette piani di Dino Buzzati, anche se banalizzato (Ruggeri non è Buzzati…). Un uomo va a cambiarsi il cinturino dell’orologio e nel giro di pochi giorni si ritrova morto a causa di un susseguirsi di eventi sfortunati, come in una reazione a catena appunto.

Infine ne Il sosia c’è un inquietante doppelgänger di un uomo comune che assomiglia come una goccia d’acqua a un politico in piena ascesa, di cui condivide dapprima gli onori e la caduta poi, fino al tragico epilogo. Anche qui c’è un po’ una vena buzzantiana, unita a quella satirica che percorre tutto il libro. C’è anche una notevole “cattiveria” e cinismo, ma quelli erano già stato dichiarati nel titolo e nell’introduzione firmata dallo stesso autore.

Firenze, 23 luglio 2020

Bibliografia

  • Guccini F., Macchiavelli L., Questo sangue che impasta la terra, Milano, Mondadori, 2001.
  • Ruggeri E., Piccoli mostri, Milano, Feltrinelli, 2000.
  • Vecchioni R., Le parole non le portano le cicogne, Torino, Einaudi, 2000.

Esperienze con l’insegnamento dell’italiano L2

Intervento di Massimo Acciai alla videoconferenza ANILS, 7 luglio 2020.

io e michelle 9 febbraio 2017 censurataIl mio interesse per la glottodidattica deriva dal mio interesse per lo studio delle lingue[1]. Già da studente facevo le mie osservazioni sui metodi didattici con cui venivo in contatto (nella scuola pubblica, in quella privata, nelle lezioni individuali e in quelle con corsi da autodidatta), provando il desiderio di approfondire l’argomento.

Per caso sono venuto a sapere del corso di glottodidattica presso l’Istituto Il David, a Firenze. Mi si è aperto un mondo. Alla fine del breve corso ho capito che quella sarebbe stata la mia strada. In quello stesso anno ho seguito un altro corso, presso il Centro Internazionale Studenti Giorgio La Pira, con relativo tirocinio, per prepararmi all’esame DITALS I – per l’abilitazione all’insegnamento dell’italiano L2, certificato dall’Università per Stranieri di Siena – superato brillantemente nel 2013. Qui ho conosciuto Edoardo Masciello, che è stato il mio punto di riferimento: nel corso preparatorio applicava lo stesso approccio induttivo che usava nelle lezioni agli stranieri, per dimostrarcene l’efficacia. Ricordo l’ammirazione che Masciello aveva per Balboni e la sua Unità di Apprendimento, di cui sottolineava sempre l’importanza della fase iniziale di motivazione/contestualizzazione e il recupero delle conoscenze pregresse (posizione che condivido). Negli anni successivi ho seguito vari corsi di aggiornamento per insegnanti promossi da Alma Edizioni e da Edilingua[2], che ho trovato molto utili.

Successivamente ho fatto un anno di volontariato presso il Centro: le classi erano mediamente numerose, composte da giovani adulti di varia provenienza geografica e livello di istruzione. Nelle mie lezioni usavo il testo preparato dagli stessi responsabili della scuola[3], affiancato ad altri testi dello stesso Masciello come la sua Piccola Grammatica Ragionevole[4] (rivolta ai docenti). Le lezioni erano informali e gli studenti motivati. Oltre alla lingua presentavo anche la cultura italiana (ogni lingua reca con sé una cultura, non è possibile separare le due cose). Nelle lezioni era gradito un approccio empatico: ricordo che una collega una volta disse: «Se proprio non è possibile comprendervi, comunicate attraverso un sorriso».

Ho poi fatto volontariato presso la Caritas. Qui mi sono trovato davanti a studenti molto diversi: per lo più extracomunitari con basso livello di istruzione e conoscenza dell’italiano, il cui obiettivo era raggiungere il prima possibile il livello di sopravvivenza A2. Qui non usavo libri di testo ma adattavo di volta in volta la lezione alle esigenze che emergevano nel dialogo con gli studenti.

Finalmente è iniziato poi il lavoro retribuito, sempre svolto in istituti privati fiorentini. Ho fatto lezioni individuali presso l’Istituto Il David, dove già avevo seguito il corso di glottodidattica, con studenti già ad un ottimo livello di italiano (C1 e C2) desiderosi di perfezionarsi nella conversazione. Anche in questo caso ho usato un testo, ciclostilato, della stessa scuola, oltre a improvvisare la lezione in base alle richieste degli studenti.

Esperienza completamente diversa è stata quella presso la Florence University of the Arts – università americana con sede a Firenze. Qui ho passato un semestre seguendo due classi di universitari americani di età compresa tra i 19 e 21 anni. Il curriculo era rigido e testo usato era in italiano, studiato apposta per gli universitari, ma ero “costretto” a tenere le mie lezioni in inglese vista la scarsa attitudine degli anglofoni per il metodo diretto. L’approccio era quello più tradizionale della lezione frontale, con test in classe e interrogazioni, più simile alla scuola pubblica. La classe era omogenea ma non molto motivata essendo una sorta di istruzione obbligatoria per conseguire i crediti da spendere al loro rientro negli Stati Uniti. Con gli studenti americani utilizzavo anche il proiettore e facevo ascoltare canzoni in italiano.

La mia ultima esperienza lavorativa, conclusasi l’anno scorso, è stata presso l’Accademia d’Italiano. Qui le classi erano disomogenee e poco numerose – ho avuto a che fare soprattutto con giapponesi – ma gli studenti molto attenti e motivati. Usavamo come testo di riferimento il Nuovo Espresso[5], che integravo con fotocopie da altri testi. Non sono un fanatico della tecnologia, quindi non ho mai usato molto testi multimediali, pur riconoscendo l’utilità e l’importanza di usare le nuove tecnologie (questa importanza è emersa soprattutto durante il lockdown da Covid, come ben sanno gli insegnanti che hanno dovuto passare alle videolezioni).

Ho insegnato a tutti i livelli del QCER (dall’A1 al C2) e ho avuto diverse tipologie di classi (omogenee, internazionali, numerose, poco numerose, eccetera) sperimentando sempre approcci diversi in base ai bisogni di apprendimento di chi mi trovavo davanti, sempre cercando di fare lezioni “divertenti” e informali per abbassare il filtro affettivo, con attenzione anche all’aspetto multiculturale. Di grande aiuto è stata la mia conoscenza di molte lingue straniere, che usavo in classe per accattivarmi la simpatia degli studenti. Seguendo il modello educativo collaborativo già teorizzato da Don Lorenzo Milani, basato sul lavoro di gruppo e sullo “scambio”, ho imparato a mia volta molto su culture diverse, in un mutuo arricchimento.

Bibliografia

  • AAVV, Ci ciamo! Comunicare, interagire, contaminarsi con l’italiano, Firenze, Centro Internazionale Studenti Giorgio La Pira, 2010.
  • AAVV, Nuovo Espresso, Firenze, Alma Edizioni, 2017.
  • Acciai Baggiani M., Una finestra sull’italiano. Il convegno Edilingua per insegnanti di italiano L2, in «Italiano per stranieri», numero 21, anno 2016, Edizioni Edilingua.
  • Acciai Baggiani M., Dal CLIL alla Flipped Classroom, in «Scuola e Lingue Moderne», numero 1-3, marzo 2017, Loescher editore.
  • Acciai Baggiani M., Felici F., Ghimíle ghimilàma. breve panoramica su alcune lingue artificiali, rivitalizzate e più o meno manipolate, Venafro, Edizioni Eva, 2016.
  • Balboni P., Le sfide di Babele: insegnare le lingue nelle società complesse, Torino, UTET, 2002
  • Balboni P., Didattica dell’italiano come lingua seconda e straniera, Torino, Bonacci, 2014
  • Marin T., Diadori P., Via del Corso, Roma, Edilingua, 2017.
  • Masciello E., Pona A., Piccola grammatica ragionevole per l’insegnamento e l’apprendimento dell’italiano come L2, Firenze, Centro Internazionale Studenti Giorgio La Pira, 2010.
  • Masciello E., Quaderno di appunti e spunti di grammatica italiana, Firenze, Centro Internazionale Studenti Giorgio La Pira, 2006.

Note

[1] Sono anche esperantista e glottoteta, curatore di un libro sulle lingue inventate: Acciai Baggiani M., Felici F., Ghimíle ghimilàma. breve panoramica su alcune lingue artificiali, rivitalizzate e più o meno manipolate, Venafro, Edizioni Eva, 2016, in cui parlo anche di questioni di glottodidattica.

[2] Acciai Baggiani M., Una finestra sull’italiano. Il convegno Edilingua per insegnanti di italiano L2, in «Italiano per stranieri», numero 21, anno 2016, Edizioni Edilingua.

[3] AAVV, Ci ciamo! Comunicare, interagire, contaminarsi con l’italiano, Firenze, Centro Internazionale Studenti Giorgio La Pira, 2010.

[4] Masciello E., Pona A., Piccola grammatica ragionevole per l’insegnamento e l’apprendimento dell’italiano come L2, Firenze, Centro Internazionale Studenti Giorgio La Pira, 2010.

[5] AAVV, Nuovo Espresso, Firenze, Alma Edizioni, 2017.

Le figure degli Indi

Di Massimo Acciai Baggiani

fibonacciLeggere un libro di Paolo Ciampi equivale a imbarcarsi per un viaggio; un invito che accetto sempre con gioia, soprattutto in questo periodo in cui i viaggi sono diventati difficili e rischiosi e sembra di essere tornati indietro nella storia. Così è stato per Parole in viaggio, Per le Foreste Sacre, Tra una birra e una storia e Dove erano le isole, di cui ho già parlato in altrettanti articoli; L’uomo che ci regalò i numeri ha confermato la mia opinione sulla prosa di Paolo, leggera e ricchissima al tempo stesso, da cui trasuda sempre un grande lavoro di ricerca, condotto con la curiosità di un bambino che parte alla scoperta del mondo.

Paolo ha trattato moltissimi argomenti di genere storico e biografico: stavolta ci accompagna indietro di otto secoli, tra il mondo cristiano e quello arabo. Protagonista di questo libro è Leonardo “Bigollo” (“bighellone”), conosciuto secoli dopo come Fibonacci. A lui si deve un libro importantissimo nella storia della matematica, il Liber Abbaci (1202), e l’introduzione in Europa delle “figure degli Indi”, ossia i nostri numeri “arabi” (derivati in realtà dalla civiltà indiana, ben più antica). Ricordo a tal proposito di un’inchiesta provocatoria di qualche tempo fa, volta a smascherare allo stesso tempo il razzismo e l’ignoranza dell’elettore italiano, in cui si chiedeva se fosse giusto che a scuola si insegnassero i numeri arabi invece di quelli latini: domanda trabocchetto per chi non è stato attento durante gli anni scolastici, o per gli analfabeti di ritorno. Inutile dire che molti sono cascati nel “tranello” linguistico.

Lo scontro di civiltà – quella cristiana e quella islamica – era piuttosto acceso anche all’epoca di Leonardo Fibonacci, vissuto a cavallo tra il XII e il XIII secolo (si ignorano le date precise di nascita e morte): solo che allora se si nasceva in un certo contesto religioso era piuttosto difficile cambiare fede (beh, nelle odierne teocrazie islamiche lo è ancora…). Al nostro protagonista, pisano, mercante figlio di mercanti, poco importava come il suo interlocutore chiamasse dio: per lui contavano cose ben più concrete. Fu durante un suo viaggio giovanile in Cabilia (nell’attuale Algeria) che si imbatté in quei misteriosi e geniali simboli verso cui i suoi correligionari erano diffidenti (e lo sarebbero rimasti a lungo): il suo manuale di calcolo sarebbe stata la base per tutta la matematica successiva, un’autentica rivoluzione di cui lo stesso Fibonacci forse non intuiva la portata.

Paolo Ciampi ci racconta il percorso umano di quest’uomo medievale, dall’adolescenza alla morte, con la sua caratteristica prosa sospesa tra narrativa e saggistica, intrecciandola con la propria esperienza di padre: la figlia è alle prese con la battaglia contro la matematica, materia che non piace particolarmente nemmeno a Paolo ma che impara a conoscere meglio e ad apprezzare proprio seguendo le orme di Fibonacci, personaggio quasi mitologico.

Le vicende scolastiche della piccola Stella scorrono parallele a quelle antiche del nostro Leonardo: ciò mi porta a considerare la mia personale esperienza con la scuola dell’obbligo e con i numeri. Oggi potrei dire, con Antonello Venditti, «la matematica non sarà mai il mio mestiere»[1]: paradossalmente però da bambino subivo il fascino magnetico per le cifre, i countdown, la rappresentazione grafica delle date (cosa che mi è rimasta). Più avanti, anche per alcune formule matematiche. Poi, come troppo spesso accade, ho incontrato dei pessimi insegnanti che mi hanno fatto sentire inadeguato e negato. E pensare che, dopo il diploma in ragioneria (materia dove non ho mai avuto la sufficienza, in una scuola scelta per me dai miei genitori), mi sono iscritto alla facoltà di Fisica! Ma sono durato poco: dopo un mese dall’inizio dei corsi ho capito che era meglio passare a Lettere visto che i professori parlavano una lingua a me incomprensibile: quella dell’analisi matematica. Mi è rimasto un certo timore reverenziale per equazioni e formule, che guardo come potrei guardare la scrittura araba. Sì,  confesso che c’è anche una certa frustrazione nel non comprendere quel linguaggio.

Ho letto anch’io, come Paolo e sua figlia, Il mago de numeri di Hans Magnus Enzensberger, trovandolo interessante, ma non tanto quanto L’uomo che sapeva contare di Malba Tahan. Ho letto anche altri libri divulgativi sull’argomento, ma a livello pratico non sono mai andato molto oltre le quattro operazioni fondamentali. A ciascuno il suo mestiere. Non concordo affatto con quell’autore (non ricordo il nome) il quale sosteneva che chi non ha familiarità con l’algebra fa bene a sentirsi inferiore, perché lo è: trovo che sia un pessimo incipit per un libro che vorrebbe avvicinare il pubblico al tema (captatio malevolentiae, direbbe Eco). I rompicapi matematici mi fanno venire l’emicrania, ma la matematica che c’è nelle litografie di Maurits Cornelis Escher e nelle opere di Michael Ende, e anche in questo saggio-romanzo di Paolo Ciampi, mi fa sognare.

Firenze, 19 luglio 2020

Bibliografia

  • Ciampi P., L’uomo che ci regalò i numeri, Milano, Mursia, 2016.
  • Enzensberger H.M, Il mago dei numeri, Torino, Giulio Einaudi Editore, 1997.
  • Tahan M., L’uomo che sapeva contare, Milano, Salani, 2000.

Note

[1] In Notte prima degli esami.