Popcorn

Di Massimo Acciai Baggiani

I francesi Jean-Baptiste Diot e Jonathan Lardillier, della compagnia Les objets volants, non hanno messo su un semplice spettacolo di giocoleria, al Teatro di Rifredi: Popcorn è qualcosa di più, è gioco spensierato, è fantasia, è ironia, è musica e recitazione. La scena di riempie di oggetti: mobili cubici, lampade da tavolo e naturalmente gli strumenti di lavoro del giocoliere – anelli, palline, clave. Colpisce, oltre la bravura degli artisti francesi, la loro simpatia. Uno spettacolo per adulti e bambini, che non delude.
Firenze, 8 dicembre 2018

Il lago dei cigni ai nostri giorni

Di Massimo Acciai Baggiani

Non sappiamo cosa avrebbe pensato Pëtr Il’ič Čajkovskij di questa rivisitazione del suo celebre balletto, portato per la prima volta in scena a Mosca nel 1877: sicuramente sarebbe rimasto sconcertato. Non così noi, spettatori del ventunesimo secolo, davanti alla coreografia e regia di Loris Petrillo del capolavoro immortale: almeno io ho trovato interessante questa rilettura in cui al classico tema del cigno e alle musiche originali si alternavano brani moderni di jazz e rock progressive. Si tratta di un’opera molto “fisica”, in cui i corpi seminudi sono prepotentemente presenti sulla scena, con movenze sensuali, e nel complesso dissacrante. La prima al Teatro di Rifredi ha registrato il tutto esaurito e il pubblico ha premiato Il lago dei cigni in chiave contemporanea con lunghi meritati applausi.

Firenze, 1° dicembre 2018

Via da Sparta: atto secondo

di Massimo Acciai Baggiani

42857065_10217550266257685_2474628682711302144_nDel primo libro della trilogia del mondo alternativo di Carlo Menzinger, quello che vede il mondo dominato da un’inarrestabile impero spartiate, che fronteggia un altrettanto agguerrito impero nipponico, ho già scritto sul web e nella biografia dello scrittore mio concittadino (Il sognatore divergente), pubblicata di recente con Porto Seguro – lo stesso editore che si è preso carico di questa saga ucronica; è tempo di parlare del secondo capitolo. Il regno del ragno – Menzinger ama le allitterazioni – esce non a caso in contemporanea con Il sognatore divergente: durante la stesura del mio libro non avevo ancora letto il seguito delle avventure di Aracne, Nymphodora e compagnia, ma già intuivo che la saga, dopo le lunghe ma necessarie spiegazioni sulla storia alternativa pregressa – che avrebbe portato a questa distopia sanguinosa -, avrebbe subito un’accelerata verso l’azione e la trama si sarebbe infittita, rivelando insospettabili e inquietanti colpi di scena, rispondendo parzialmente (c’è ancora il terzo e ultimo capitolo, ancora inedito…) alle domande lasciate in sospeso ne Il sogno del ragno. Cosa significa il ragno tatuato sulla fronte della protagonista, in fuga per salvare la vita a se stessa e al figlio? Come si imposterà il rapporto tra la schiava ilota e la spartiate Nymphodora, che la compra alla fine del primo libro? Che ne sarà dei suoi compagni di viaggio? A queste e altre questioni il lettore, che si è già appassionato ai personaggi introdotti ne Il sogno del ragno, troverà una risposta. Come nel primo libro non mancano le scene di violenza e sesso, tipiche di questo mondo barbaro, ma anche prove di amicizia e speranza per un mondo migliore a cui Aracne sa di appartenere più che al crudele impero spartiate. Stavolta non voglio spoilerare troppo, preferisco lasciare il lettore alla narrazione scorrevole e accattivante di Menzinger, nell’attesa della conclusione della saga, che speriamo non si faccia attendere troppo.

Firenze, 28 novembre 2018

 

Bibliografia

Acciai Baggiani M., Il sognatore divergente, Firenze, Porto Seguro, 2018.

Menzinger C., Via da Sparta: il sogno del ragno, Firenze, Porto Seguro, 2017.

Menzinger C., Via da Sparta: il regno del ragno, Firenze, Porto Seguro, 2018.

LA SPINTA DELL’EVOLUZIONE

Ci sono libri la cui lettura lascia un segno dentro di noi. Credo che potrò ricordare tra questi “Evoluzione creatrice”.

Del resto, a quanto ci racconta wikipedia “la filosofia di Henri Bergson incise profondamente nella cultura del Novecento: ritroviamo elementi del suo pensiero nella filosofia di Michel Serres, Emmanuel Levinas, Gilles Deleuze, nella storiografia di Fernand Braudel, nella letteratura di Marcel Proust, nella epistemologia di Jacques Monod”. Perché allora non dovrei sentirmene, d’ora in poi, influenzato anche io, per quanto poco possa aver colto del suo pensiero? Di sicuro la lettura mi ha stimolato numerose riflessioni che in parte vorrei cercare di riportare qui.

Evoluzione creatrice” è un saggio di oltre un secolo fa (1907) scritto dal filosofo francese di origini ebraiche, premio nobel per la letteratura nel 1927, Henri-Louis Bergson (Parigi, 18 ottobre 1859 – Parigi, 4 gennaio 1941).

Quest’opera dal titolo che è volutamente un ossimoro, riprende il pensiero darwiniano reinterpretandolo filosoficamente, osservando i processi evolutivi da nuove angolature.

Centrale nel pensiero da cui parte è la distinzione tra tempo oggettivo e tempo soggettivo (in tal caso Bergson parla di “durata”). La “durata” degli eventi è soggettiva in quanto la mente umana ha un’intelligenza fatta per ragionare in un mondo di “solidi”. La nostra percezione della realtà è momentanea. C’è dunque difficile immaginare un processo evolutivo, in quanto questo è rappresentato da un succedersi di stati.

Credo che questo nostro modo di ragionare innato, abbia potuto allenarsi e mutare non solo grazie allo sviluppo di filosofie come quella darwiniana ma dalla nascita di media come il cinematografo e la TV. Un ragionamento “evolutivo” è, infatti, quasi un ragionamento cinematografico, un succedersi di fotogrammi, spesso uno molto simile al precedente. Nel 1907 il cinema era ancora ai suoi inizi e la TV doveva nascere e l’uomo faceva più fatica di oggi a immaginare una realtà progressiva. Certe serie TV, oggi, ancor più dei semplici film (quando non sono stereotipate) ci abituano a un progressivo mutamento dell’ambiente, della vicenda, dei personaggi, penso per esempio a “Lost” o a “The walking dead”, in cui persino chi era “cattivo” diventa “buono” o viceversa, in cui luoghi “sicuri” cessano di esserlo. In questo inizio di millennio siamo più pronti a ragionare in tal senso di quanto certo lo erano gli uomini dell’inizio del XX secolo, che non solo non avevano questi strumenti di “allenamento”, ma neppure avevano visto i drammatici rivolgimenti e le grandi menzogne di due guerre mondiali e una guerra fredda, il succedersi e il crollo delle ideologie. Eppure, più avanti, Bergson dedica un capitolo al cinema e parrebbe confutare questa mia riflessione!  Sebbene l’opera sia del 1907, Bergson usa il raffronto con le immagini cinematografiche, intese come succedersi dei fotogrammi e dice che la realtà non è così.

Sostiene che la scienza sia antecedente all’intelligenza e non un suo prodotto.

Ho appena finito di leggere il romanzo di fantascienza “I mendicanti di Spagna” in cui si immagina un’evoluzione umana accelerata mediante la genetica. La differenza tra una generazione e l’altra, tra i cosiddetti Dormienti (gente come noi), gli Insonni (prima generazione di mutanti) e i Super (nuova generazione di mutanti) era nel modo di ragionare. Negli schemi di ragionamento (i Super ragionano per “stringhe”).

Singolare è che anche Bergson parli di schemi della conoscenza. Per Bergson ragioniamo per “solidi”, la scienza cerca di “isolare” i fenomeni, di descrivere le individualità, divide per comprendere, ma la materia non è isolata. Ogni cosa interagisce con le altre.

Importante è la riflessione di Bergson sul tempo. Il tempo soggettivo (la “durata”) non si può ripetere per vari motivi tra cui il fatto che se ripetiamo una serie di azioni, avendole già compiute siamo diventati diversi, la nostra percezione della realtà è mutata.

Un po’ come i bambini di Riggs ne “La casa per bambini speciale di Miss Peregrine”, imprigionati in eterno nella stessa giornata, da cui non possono uscire, che si ripete per sempre, ma che è ogni giorno diversa in qualcosa, perché anche se loro sono sempre bambini, il loro modo di vivere e comportarsi è rimasto da bambini hanno maturato un’esperienza da vecchi.

Nel mondo della materia tutto è connesso. Ogni cosa ha implicazioni in altre. È un artifizio della scienza quello di isolare singoli oggetti o ambienti o situazioni per studiarle e catalogarle.

Finiamo così per considerare anche il tempo come una successione di istanti, in cui un tempo t è preceduto da un tempo t-1, ma per quanto piccolo possa essere t, questo rimane falso (o meglio una semplificazione scientifica) perché anche il tempo è un tutto unico inscindibile, in cui passato, presente e futuro sono fusi. Visione del tempo assai diversa da quella ucronica di alcuni miei romanzi, in cui il tempo è un frattale, ma per me non meno affascinante e stimolante per possibili invenzioni narrative.

Allo stesso modo anche la vita è unitaria e scorre. La materia vitale può essere considerata sia come parte della “materia bruta” (inanimata) sia come parte fondamentale dell’intero universo.

Si può studiare la vita con i criteri del meccanicismo e del finalismo ma nessuno dei due descrive adeguatamente l’evoluzione.

Il meccanicismo si adatta a descrivere fenomeni individuali, non il loro insieme. Gli organismi viventi, invece, vanno visti in modo unitario come parti di un tutto che è la vita.

La visione finalistica non è individuale. Se applichiamo il finalismo all’individuo sbagliamo. Sarebbe come dire che un essere perfetto è così perché il fine dell’evoluzione è di crearlo tale, ma ogni organismo è un insieme di parti e quindi se l’individuo ha una finalità, allora la hanno anche le sue componenti?

All’essere umano ripugna creare nuovi concetti. Cerca di spiegare tutto con le categorie che conosce, un po’ come faceva Platone quando pensava di poter descrivere gli oggetti tramite le idee.

La vita è un unico slancio, anche se ogni specie ha preso sentieri divergenti. Eppure lungo linee evolutive diverse ritroviamo forme e strutture, anche complesse che si sono generate in modo molto simile autonomamente, come gli occhi dei vertebrati e di certi molluschi, occhi nati dopo che le due linee evolutive si erano separate, eppure molto simili nonostante la loro grande complessità.

Se avesse ragione Darwin e le mutazioni avvenissero per piccoli cambiamenti sarebbe troppo strano che certe mutazioni si ripetano in modo simili lungo linee evolutive disgiunte. Evoluzioni per salti sarebbero ancor meno spiegabili, perché, per esempio, un occhio, nello svilupparsi verso forme più complesse, se si mutasse per salti, rischierebbe non espletare più la sua funzione di visione.

Si può allora sospettare che l’ambiente influisca sulle mutazioni non (solo) per selezione negativa, escludendo i meno adatti, ma anche favorendo l’insorgere di date mutazioni?

La materia organica sarebbe dunque in grado di adattarsi all’ambiente?

Nella selezione non ci sarebbe una totale indeterminazione come potrebbe far pensare il modello darwiniano della selezione casuale dei caratteri, ma c’è uno “slancio” iniziale della vita che spinge il processo evolutivo in una direzione precisa, così che talora linee evolutive del tutto separate producono risultati simili, perché la tendenza è data dallo “slancio iniziale” (e non solo da un rapporto meccanicistico di cause ed effetti o per un qualche finalismo). Non sono in grado di valutarla scientificamente, ma trovo questa visione affascinante! Immaginare una sorta di big bang della vita, da cui partono tutte le linee evolutive, spinte da un unico slancio che le proietta ciascuna nella propria direzione! Forse non sarà corretta, ma è davvero una splendida descrizione dell’evoluzione! Per giunta mi fa pensare che si avvicini alla mia idea di una legge unica che regoli l’universo materiale e la vita: la possibilità di trovare una teoria unificatrice delle leggi fisiche che accolga al suo interno anche la vita e il suo sviluppo!

Come la vita umana è fatta di infinite scelte, ciascuna delle quali porta a percorsi diversi e a nuove scelte, così la selezione naturale ogni volta sceglie tra sviluppi alternativi, ma mentre la vita umana è una sola e una volta presa quella strada quell’individuo non può prenderne altre, la vita ha a disposizione innumerevoli organismi e mentre alcuni prendono certe strade, altri ne prendono altre, con il risultato che ciò che non realizza un percorso evolutivo, lo realizza un altro, creando il moltiplicarsi delle specie. Buffo, ma ci vedo un po’ la mia visione (fantasiosa) dell’ucronia, in cui abbiamo infiniti universi divergenti in ciascuno dei quali ogni presente o futuro  o passato trovano realizzazione.

La vita ha affrontato la sua sfida con la materia inorganica partendo da forme piccole, che riuscivano a sfuggire alla violenza dei fenomeni della materia inorganica, poi queste forme hanno preso a crescere di dimensioni, ma più gli organismi crescono più tendono a sdoppiarsi, a dividersi. La vita tende a sdoppiarsi. È così che si riproducono gli organismi asessuati. Creando innumerevoli divergenze. L’unità della vita è tutta nello slancio iniziale, che porta in una data direzione.

Aggiungo io che questa direzione pare essere quella della maggior complessità degli organismi e che questa complessità serve a colonizzare ambienti sempre nuovi. Mia idea è che anche lo sviluppo di un’intelligenza capace di prodotti tecnologici serva a questo, ovvero a popolare ambienti inospitali. La nostra civiltà segue questo slancio portandoci verso le stelle, trasformandoci in veicoli per portare la vita oltre la Terra?

Se vi è un’armonia nella natura, se vi è complementarietà tra gli organismi, questo per Bergson non è per un fine ultimo, ma per quello slancio iniziale, per quella spinta che sospinge la vita, come il big bang sospinge le stelle e le galassie ad espandersi e ad allargarsi popolando spazi un tempo vuoti. Non sarà che il fenomeno è lo stesso? Non sarà che in fondo lo slancio della vita era contenuto proprio in quel big bang e che la vita sia implicita nell’espansione dell’universo, mi chiedo io?

Bergson fa notare che la vita è così unitaria che persino la grande divisione tra regni, tra animali, vegetali e funghi è solo una convenzione classificatoria, perché ogni essere vivente ha in sé, potenzialmente, in minor o maggior misura tutti i caratteri che hanno anche gli altri. È solo una questione di proporzioni, dice Bergson. Insomma, gli ingredienti della vita sono sempre quelli, ma le quantità variano e il risultato è quel ricchissimo menù rappresentato da tutte le specie.

Se la distinzione principale tra animali e piante è che le seconde si nutrono di materiali inorganici e le prime di materiali organici (le stesse piante o altri animali che si sono nutriti, direttamente o indirettamente di piante), questa non è vera per tutte le specie e, per giunta, i funghi in questo sono pari agli animali, dato che anche per loro il nutrimento è organico.

Gli esseri viventi sono capaci di movimenti riflessi e volontari. Sono i movimenti volontari a generare la coscienza. L’essere assume coscienza di sé e della propria posizione nello spazio per muoversi di conseguenza.

Associamo spesso al termine “coscienza” significati “morali”: trovo stupendo vederla qui usata come semplice “coscienza della propria posizione nello spazio”. Dunque quando invochiamo la nostra coscienza, in realtà stiamo banalmente dicendo che sappiamo quale sia il nostro posto nello spazio! La cosa mi fa sorridere.

La vita si è divisa tra regno animale e vegetale, dove il primo è caratterizzato per la capacità di muoversi e il secondo per l’immobilità, ma entrambi i regni hanno le due funzioni in nuce. I vegetali traendo nutrimento dal terreno non hanno bisogno di muoversi, mentre gli animali, dovendosi nutrire di vegetali, non essendo in grado di elaborare i minerali, si devono spostare.

Mi chiedo allora quale sia il regno “superiore”? Quello animale che si nutre del vegetale o quello vegetale che è in grado di vivere autonomamente? Ovviamente il concetto di “superiore” in natura è solo una distorsione umana, la stessa che ci porta a considerare l’uomo come essere superiore, in quanto il “migliore” nella classe dei mammiferi, a sua volta, classe superiore tra i vertebrati e così via.

Una nuova grande distinzione evolutiva si crea nel regno animale tra intelligenza e istinto, che sono entrambi espressione della mente ed entrambi presenti in ogni organismo ma, come visto in altri casi, in proporzioni differenti. Ci sono specie che si sono sviluppate privilegiando ora l’una ora l’altra. Non necessariamente uno dei due è maggiormente efficace dal punto di vista evolutivo. Bergson insiste molto sul concetto che la vita è unitaria. Tutti i cammini evolutivi intrapresi sono solo tanti diversi modi per coprire lo spazio, per avere organismi adatti a ogni realtà ambientale.

Bergson tende a distinguere l’intelligenza dall’istinto per la sua capacità di usare o creare strumenti, teoria che mi pare solo parzialmente accettabile.

Se l’intelligenza si avvale di memoria e logica, mi chiedo se l’evoluzione potrebbe privilegiare, in futuro o in altri mondi, lo sviluppo di forme di intelligenza che usano di più l’una o l’altra.

Un’altra riflessione che mi induce l’affermazione di Bergson che l’intelligenza costruisce utilizzando materia organica o inorganica, ma sempre come se fosse inorganica, indifferente alla vita che contiene è se, essendoci sviluppati sinora in tal senso, il prossimo passo verso un’evoluzione dell’uomo non possa essere nell’usare l’intelligenza per manipolare la materia inorganica considerandola tale, ovvero manipolare la vita stessa. Insomma, mi pare che la genetica possa essere non solo la prossima frontiera della scienza, ma anche la prossima frontiera dell’evoluzione umana.

Bergson poi analizza il linguaggio evidenziando che le parole sono state create per descrivere oggetti materiali e che quindi quando trattano altro lo fanno come se trattassero dei solidi. L’uomo ragiona in termini di geometria tridimensionale.

Bergson evidenzia che l’istinto non è un riflesso ma una sorta di “simpatia” in senso lato, ovvero di corrispondenza o di relazione dell’organismo con l’ambiente.

Quanto alla coscienza, questa opera con intelligenza o con intuito. L’intelligenza funziona per similitudini, per sovrapposizione di oggetti simili, ma la natura non misura, non calcola, non conta. L’intelligenza pretende di misurare, ma non è così che funziona la vita.

La conoscenza mira all’ordine e quindi crea la categoria opposta del disordine, ma ordine e disordine sono entrambe nel pensiero umano, sono costruzioni intellettuali, aliene alla natura.

La materia, come la vita è un tutto unico, sono unitarie e sono nate assieme. Nel big bang che ha generato la materia c’era già l’impulso della vita. Dove c’è materia deve esserci, se non la vita, il suo impulso.

La materia tende all’entropia e la vita compensa questa tendenza (come possiamo non tenerne conto per una teoria unificatrice delle forze della natura?). L’unione di materia e vita creano organizzazione, mentre la complessità è un invenzione dell’intelligenza umana.

Lo sviluppo del sistema nervoso ha portato allo sviluppo simultaneo delle attività volontarie e di quelle automatiche. Negli organismi queste sono presenti in contemporanea e si bilanciano. La strada per lo sviluppo umano, dicono io, potrebbe trovarsi proprio qui, nel trasformare in automatiche certe attività, liberando energie per attività “volontarie”. L’automazione, insomma, dico io, potrebbe favorire nuove capacità nell’uomo.

Sorprende pensare che per Bergson, già oltre un secolo fa fosse chiaro che la vita può nascere ovunque, anche da materie diverse da quelle che ne sono la base sulla terra come il carbonio e l’azoto. Una vita basata su altri elementi e una diversa chimica sarebbe del tutto diversa ma seguirebbe il medesimo impulso. Potremmo trovare vita nei mari di metano di Titano?

Se fosse vero quanto sostiene Bergson sul fatto che la vita nasca assieme alla materia e che possa essere generata da materie e processi diversi, ne dovremmo dedurre che l’universo ne sia colmo.

La vita è una corrente ma non è diretta da alcuna finalità.

La coscienza, composta di intelligenza e intuito, si è realizzata solo nell’uomo. L’intuito comprende la vita, mentre l’intelligenza comprende la materia. Nell’uomo vi è più intelligenza che intuito.

Immaginiamo cose come il disordine e l’assenza ma sono costruzione delle mente umana. Percepiamo disordine dove ci attendiamo un certo tipo di ordine  e non lo troviamo. Immaginiamo un’assenza quando qualcosa non c’è più, ma se qualcosa scompare rimane sempre qualcos’altro, fosse anche l’assenza di quella medesima cosa.

L’assenza non può essere percepita da un’intelligenza istantanea ma solo da chi ha memoria del passato o è capace di prevedere il futuro.

Vedendo il moto come unità lo considera indivisibile in punti caratterizzati da immobilità

Esamina poi l’opera di vari filosofi del passato da Platone e Aristotele fino a quelli più moderni.

La ricerca di una descrizione unitaria dei fenomeni ci porta a qualcosa di simile al pensiero del pensiero in Platone, nel quale ritroviamo l’immobilità che le singole cose non hanno e neppure le loro idee.

La continuità la ritroviamo anche pensando che tra il nulla e la perfezione ci sono tutti i possibili gradi intermedi, anche se la scienza, che mira all’utile, al vantaggio per l’uomo, guarda gli estremi e non quello che sta nel mezzo e quindi tende a vedere il nulla come alternativo alla perfezione. In particolare, la scienza antica mirava ai singoli oggetti, mentre i moderni dividono il tempo all’infinito, usando il tempo come variabile.

Il tempo non è rilevante nelle opere di ricostruzione (come un puzzle), ma è un elemento della creazione artistica, che non ne può prescindere.

La seconda parte del volume è meno interessante della prima e, a tratti, Bergson appare pesante, quando, per esempio, si mette a fare un po’ troppo il proprio mestiere di filosofo, come quando filosofeggia su essere e non essere o sul concetto di soggettività della negazione.

In ogni caso, anche se forse non è proprio una lettura da spiaggia, questo penso sia un libro che davvero merita di essere letto e di essere oggetto di riflessioni e meditazione.

Ho più volte detto che spesso sono rimasto deluso dall’assegnazione degli ultimi premi nobel di letteratura. Bergson l’ha vinto nel lontano 1927. Sebbene il suo sia un caso che affiancherei a quelli di Dylan e Fo, chiedendomi se le loro opere si possano davvero dire di letteratura, comunque, questa lettura è una di quelle che mi riconciliano con il premio. Gli fu conferito “per le sue ricche e feconde idee» sia «per la brillante abilità con cui ha saputo presentarle”.

Di Bergson, in passato avevo già letto “Il riso – Saggio sul significato del comico”, che mi aveva impressionato meno di questo.

Carlo Menzinger

Firenze, 02-15/05/2018

Il lamento del migrante

L’attrice Ilaria Bucchioni legge la poesia di Massimo Acciai Baggiani durante il XX incontro di Autori & Amici di Marzia Carocci, Firenze, Teatro del Cestello, 24 novembre 2018.

LAMENTO DEL MIGRANTE

Anch’io sono migrante:

i miei geni ricordano

le cacce alla belva africana,

nella savana,

coi compagni ominidi

e la loro vita di cristallo.

Non ho senso di appartenenza:

le mie radici non sono nel passato

bensì nel futuro,

quando non saranno più

tribù

fratricide

ma uomini e donne

liberi dai pregiudizi.

Sì, la mia patria è il futuro:

l’ho visitato con l’immaginazione.

È un posto bellissimo,

costantemente m’avvicino

ma dispero tornare a casa.

 

Firenze, giorno dell’Opinione del ’26 (20 settembre 2018)

Scritta appositamente per l’incontro di Marzia Carocci del 22 settembre.

 

Presentazioni di “Nessun altro”

Lo scorso fine settimana l’antologia “Nessun altro” (L’Erudita, 2018) è stata persentata per la prima volta, in due date, a Firenze: il 17 novembre al ristorante “I Tarocchi” e il 18 al bar “Nabucco”.

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Si tratta di una raccolta di prose (articoli e racconti) sul tema dell’ “Altro”, di 15 autori: tanti quanti gli anni di vita della rivista online di letteratura e cultura varia “Segreti di Pulcinella” (2003-2018). L’antologia è aperta da una commedia di Massimo Acciai, fondatore e direttore della rivista, che vede come protagonista Krob, un buffo personaggio che parla in esperanto, ospite di una famiglia italiana disfunzionale. Questo, insieme agli altri testi presente, vuol far riflettere sulla tematica – molto attuale – dei rapporti con l’altro, inteso come persona diversa da noi, portatrice di un’altra cultura e di altri valori, e vuol promuovere una pacifica convivenza e armonia tra le persone.

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Autori presenti (in ordine alfabetico): Acciai Baggiani Massimo, Apostolou Apostolos, Balò Roberto, Cantucci Andrea, D’Angelo Rossana, Dragotescu Lucia, Ferrari Alessandra, Ferrari Emanuela, Gherardotti Erika, Guglielmino Francesco, Gurrado Salvatore, Martinuzzi Emanuele, Menzinger Carlo, Panizzo Francesco, Luigi Strinati Fabio.

Video delle presentazioni:

17 novembre 2018, ore 16

18 novembre 2018, ore 17

 

 

L'Erudita

La fine dell’arte o la morte della fantasia?

Di Apostolos Apostolou

G.W.F.Hegel nell’Estetica (Aesthetik 1820) scriveva: “ L’arte dal lato della sua suprema destinazione è e rimane per noi un passato. Con ciò essa ha perduto pure per noi ogni genuina verità e vitalità, ed è relegata nella nostra rappresentazione più di quanto non faccia valere nella realtà la sua necessità di una volta e non assuma il suo posto superiore. Ciò che in noi ora è suscito dalle opere d’arte è, oltre il godimento immediato, anche il nostro giudizio, poiché noi sottoponiamo alla nostra meditazione il contenuto, i mazzi di manifestazione dell’opera d’arte e l’appropriatezza o meno, di entrambi…L’arte ci invia alla meditazione…La spiegazione sta nell’urgenza di un’arte come cultura e dell’adesione dell’arte alla vita.” [1]

Se possiamo dire che l’arte è l’esperienza della bellezza, questa constatazione conduce alle seguenti domante. Qual è fattore cioè l’elemento che traduce determinate informazioni dei sensi in esperienza della bellezza? Anche, qual è l’elemento comune che rende esperienza della bellezza una determinata visione, una determinata sensazione del tatto, dell’odorato, del gusto? Ma anche quale elemento conferisce bellezza? Quale criterio ci permette di distinguere l’arte alta dai primi e immaturi tentativi, l’artista dotato da chi è semplicemente privo di talento? Oggi non c’è nessun elemento o criterio esperienziale.

Molti dicono che nell’arte non c’è niente da vedere. E questo perché l’arte diventa iconoclastica. Un’iconoclastia moderna che non consiste più nel distruggere le immagini, ma nel fabbricare immagini, una profusione d’immagini in cui non c’è niente da vedere come dirà Jean Baudrillard. «Tutto il dilemma sta in questo: o la simulazione è irreversibile, non vi è un al di là della simulazione, non  è neanche più un evento, è  la nostra banalità assoluta, una oscenità di tutti i giorni, siamo nel nichilismo definitivo e ci prepariamo a una ripetizione insensata di tutte le forme della nostra cultura in attesa di un altro evento imprevedibile – ma da dove potrebbe venire? Oppure vi è comunque un’arte della simulazione, una qualità ironica che risuscita ogni volta le apparenze del mondo per distruggerle. Altrimenti l’arte si limiterebbe ormai, come fa spesso oggi, ad accanirsi sul proprio cadavere. Non bisogna aggiungere la stessa cosa alla stessa cosa, e cosi via en abime: questa è la simulazione povera. Bisogna che ogni immagine tolga qualcosa alla realtà del mondo che in ogni immagine qualcosa sparisca, ma senza cedere alla tentazione dell’ annientamento, dell’ entropia definitiva, bisogna che la sparizione resti viva –  è questo il segreto dell’ arte e della seduzione. Vi è nell’arte – nell’arte contemporanea come pure probabilmente, nell’arte classica – un duplice postulato, dunque una duplice strategia. Una pulsione di annientamento, di cancellazione di tutte le tracce del mondo e della realtà, e una resistenza contraria a tale pulsione. Stando alle parole di Michaux, l’artista è “colui che resiste con tutte le sue forze alla pulsione fondamentale a non lasciare tracce”…» (vede: Jean Baudrillard Illusione, disillusione, estetiche. Edizione Sintomi, traduzione di Laura Guarino).

Cosi secondo Baudrillard, oggi nell’arte tutto sembra programmato per disilludere lo spettatore, al quale non resta che riconoscere una cosa, e cioè che quell’eccesso, che mette purtroppo fine a ogni illusione dell’arte. Forse viviamo lo stadio finale della storia dell’arte cosi come con la potenza dell’economia viviamo lo stadio estremo della politica. Con altre parole abbiamo il vuoto dell’immagine e nello stesso tempo abbiamo il vuoto della nostra immaginaria. Nella cultura individuo – centrica postmoderna molti tentativi di creazione artistica muovono da una chiara incapacità o da un rifiuto di relazione, relazione, con il materiale dell’arte e con il compagno dell’opera d’arte. Un’immagine è precisamente un’astrazione del mondo in due dimensioni, è ciò che toglie una dimensione al mondo reale, e in tal modo inaugura la potenza dell’illusione. Oggi viviamo solo questo che esiste nel mondo dell’illusione che esprime la virtualità. L’immagine non può più immaginare il reale perché essa stessa è il reale, non può più trascenderlo, trasfigurarlo, sognarlo. Perché ne è la realtà  virtuale.

In Italia prima Anceschi ha parlato di momento di massima inquietudine critica dell’ estetica inquietudine che sembra scaturire non solo dalla discussa metafora della morte dell’ arte, ma anche dalla continua invasione di campo da parte di altre discipline che in eccitato stato di espansione, cercato di annettersi non solo talune aree dell’ estetica, ma tutto il territorio. Secondo Vattimo e Perniola l’arte non abbraccia la totalità della vita, ma va considerata come un aspetto di essa che non è morto, ma solo tramontato. Ma come possiamo vedere secondo Anceschi si è preoccupato di difendere l’ autonomia dell’ estetica e Vattimo di rilanciare il discorso sulla morte dell’ arte, mentre Perniola ha indicato quale dev’ essere la funzione dell’ intellettuale e della cultura nella società odierna adombrando anche l’ idea della simulazione.

Per Arthur Danto Coleman la fine dell’arte non significa la morte della pittura e dell’arte plastiche – artistiche, e proprio non è la morte del fare arte è invece la fine dei modelli narrativi. Si tratta di un nucleo di problema centrale nella nostra civiltà, non soltanto nella storia dell’arte e nella storia dell’immagine di cui siamo eredi, e vittime ma proprio nella nostra civiltà. Quando parliamo di fine di una narrazione storica dell’arte, non è solo il modello narrativo che aveva incluso anche l’arte moderna e postmoderna, ma la possibilità stessa di un modello narrativo che rappresenti l’arte che ne legga il discorso in senso storico. (The End of Art). Hans Belting è uno storico dell’arte, formatosi come storico dell’arte medievale occidentale e bizantina e secondo Hans Belting   l’icona, di Cristo  ci mostra come un sistema di produzione di potere, cioè   la Chiesa Cattolica, e diventa la narrazione del  consenso. La Chiesa Cattolica sta usando un’immagine per raggiungere un target di consenso, per coinvolgere fasce di popolazione nell’adesione a un’ideologia e a una fede. Anche Donald Kuspit sostiene che oggi nell’arte non ci sono immagini ma solo codici. L’idea di stile diventa “permesso”.

Abbiamo raggiunto una situazione di non ritorno e bisogna perciò riconsiderare le regole del gioco che chiamiamo “storia dell’arte” secondo Belting. «Questo non vuol dire «rigettare necessariamente il canone che è iscritto nel patrimonio di conoscenze ereditato dalla pratica della rispettiva disciplina» e secondo sempre Belting. L’arte e sempre una domanda e Dickie  pensò che la risposta alla domanda “Che cos’è l’arte?” dovesse consistere in una definizione dell’arte e quindi formulò la sua teoria sostenendo che è arte qualunque cosa il mondo dell’arte dichiari tale. Ora, il mondo dell’arte è un’istituzione, che comprende critici, collezionisti, curatori, artisti, storici dell’arte, e via dicendo, e dal momento che ho ritenuto che non c’è arte senza un mondo dell’arte, è ovvio che l’arte deve essere qualcosa di istituzionale.[2] Tutti conosciamo che l’estetica o storia dell’arte, era una sorta di sublimazione, e proprio di controllo da parte della forma. In realtà il regno dell’arte e dell’estetica è quello di una gestione convenzione dell’ illusione. Le immagini sono oggetti ironicamente puri. E l’estetica diventa un oggetto feticcio che cerca una forza. Fine della rappresentazione, fine dell’estetica, fine dell’immagine, apre oggi la banalità tecnica dei nostri oggetti e delle nostre immagini. Il nostro segreto è sempre il segreto della seduzione. Però la seduzione oggi e la tecnologia che fa la parodia di se stessa, vomita se stessa.

Danto era molto ottimista quando scriveva che “…quel che è interessante ed essenziale nell’arte è la capacità spontanea che ha l’artista di permetterci di vedere il suo modo di vedere il mondo – non semplicemente il mondo, come se un dipinto fosse una finestra, ma il mondo nel modo in cui lui ce lo offre.” (La trasfigurazione del banale). Perché gli oggetti si trovano al di là della forma estetica. Sono oggetti banali, oggetti tecnici, oggetti virtuali, oggetto mimetici,  ma non oggetti dell’ estetica, siccome sono oggetti feticci, senza significato, senza valore, offrono l’ illusione pura della tecnica. Perché oggi non c’è un puro pensiero ad un’ esperienza d’ arte.

La domanda è: viviamo la fine dell’arte? o viviamo la morte della fantasia? Il passaggio in una società  dello spettacolo e in una società dell’informazione, ha portato la morte della fantasia, la morte dell’immaginario. La morte (la morte della fantasia) non è un destino oggettivo, ma un appuntamento. Neppure lei può recarvisi, perché è lei questo appuntamento, ossia la congiunzione allusiva dei segni e delle regole che fanno il gioco. La morte è solo un elemento innocente, e questa è l’ironia segreta del racconto, che lo rende diverso da un apologo moralistico o da una banale storia di pulsione di morte, e fa si che lo si consideri un motto di spirito, nella sublimità del piacere.

Note:

  1. G.W.F.Heggel , Estetica Feltrinelli, Milano, pag, 889.
  2. Arthur Coleman Danto. Filosofia Arte Bellezza. di Giacomo Fronzi. MicroMega.

 

Apostolos Apostolou

Docente di Filosofia. Atene.