I veri supereroi secondo Riccardo Clementi

Di Massimo Acciai Baggiani

È uscito un bel libro a cui ho avuto il piacere di partecipare in qualità di prefatore e di editor: I supereroi (quelli veri) del ‘900. Personaggi straordinari raccontati ai bambini di Riccardo Clementi. Ha avuto una vicenda editoriale un po’ travagliata questo libro: sarebbe dovuto uscire a marzo, ma poi c’è stato il Covid e la casa editrice ha dovuto sospendere le attività. Finalmente è disponibile ai lettori, che lo attendevano con ansia. Sono onorato di aver fatto da tramite tra l’autore, conosciuto mentre stavo scrivendo il mio di libro (Due passi indietro, insieme all’amico fotografo Italo Magnelli), e l’editore (presso cui lavoravo come editor, appunto). Riccardo è una persona molto gentile e disponibile; il suo aiuto è stato prezioso per il capitolo del mio libro dedicato alle miniere di lignite del Valdarno e alla centrale elettrica ENEL di Santa Barbara, e per questo lo ringrazio di core. Questo suo libro è indirizzato ai bambini ma è godibile, a mio parere, anche da un pubblico adulto. Riccardo ci racconta, dando la parola a venti grandi personaggi del secolo passato, le vicende di vite straordinarie che nulla hanno ad invidiare ai supereroi Marvel o DC. Storie vere, verissime, eppure quasi incredibili. Ma è grazie a questi eroi che il mondo in cui viviamo oggi è migliore rispetto al passato; a loro va la nostra eterna gratitudine, così come il nostro sentito ringraziamento va a Riccardo Clementi per averne attualizzato la vita e fatta conoscere alle nuove generazioni, quelle che speriamo siano ispirate da questo libro.

Firenze, 27 novembre 2020

Bibliografia

Clementi R., I supereroi (quelli veri) del ‘900. Personaggi straordinari raccontati ai bambini, Firenze, Porto Seguro, 2020.

Per acquisarlo presso l’editore clicca qui.

O vibrație poetică din România

O vibrație poetică din România

Postat pe 26 octombrie 2020
De Massimo Acciai Baggiani – trad. Lucia Dragotescu

Acum câteva zile a sosit un colet din București. Înăuntru am găsit patru cărți de poezie: una a prietenei Lucia Dragotescu (Poezii / Poesie), două a fiicei sale Codruța (Lipograme / Lippogrammi, și Tautograme și Lipograme) și una a poetului Aurelian Sorin Dumitrescu (Între cer și pământ / Tra Cielo e Terra), toate publicate de editura Fundației România de Mâine în acest nefericit an 2020. Toate bilingve – în română și italiană – cu excepția uneia. Traducerile în italiană sunt făcute de Lucia, o prietenă dragă și colegă scriitoare din 2007, când am cunoscut-o prin prietenul comun Paolo Filippi (a cărui amintire rămâne și în Poezii / Poesie, după cartea dedicată în mod explicit lui Poem-Poema / Iubire pierdută – Amore perduto [2]). Pe scurt, o vibrație de poezie a venit de departe pentru a lumina ziua în fața virusului Covid.
În prima carte, cea a Luciei, există o prefață a mea (în italiană și în română), la care mă refer. Lucia își declară dragostea pentru pământul său și tradițiile sale, inclusiv literare, și deschiderea către lume, spre alte culturi și limbi – în special cea italiană, pe care o iubește profund. Așa cum declară autoarea în Epilogul final, volumul își colectează producția poetică începând cu anii șaizeci ai secolului trecut, pe când frecventa liceul (am început să versific și eu la acea vârstă): un volum dedicat fiicei sale, conceput fără scopuri comerciale, dar donat de autoare celor mai mari biblioteci românești, moldovenești și italiene (eu însumi am livrat exemplarele Bibliotecii Centrale Naționale din Florența).
Din poeziile Codruței am avut plăcerea și onoarea de a publica câteva texte în Segreti di Pulcinella, împreună cu cele ale mamei Lucia. Lipogramele ei (amintiți-vă că prin „lipogramă” înțelegem un text în care este interzisă o anumită literă) au fost redate, în traducere, pur și simplu prin ștergerea literei lipsă (dar înțelegerea nu este afectată), în timp ce în original poetul a recurs la sinonime. Poeziile indică adesea pandemia pe care o trăim, cu tonuri apocaliptice. Se vorbește și despre religie, credința tradițională revine adesea. De asemenea, sunt interesante tautogramele (care, spre deosebire de lipogramă, este un text ale cărui cuvinte încep cu aceeași literă – texte netraductibile, sau foarte dificil de tradus, fără a pierde calificarea de “tautogramă”): le-am citit direct în română, o limbă pe care am început să o învăț anul trecut.
În sfârșit, câteva cuvinte și despre cartea lui Dumitrescu, autor însuși prezent în paginile electronice ale revistei „Segreti di Pulcinella” (și întotdeauna în versiunea dublă, editată de Lucia). Dumitrescu, coleg bibliotecar al Luciei Dragotescu, care s-a ocupat de îngrijirea acestei ediții ak volumulei (și autoare a prefaței), a reunit poezii noi și vechi într-un fel de „mărturisire făcută cititorului” pe teme apropiate vieții sale: dragostea, anotimpurile, istoria poporului român, rădăcinile, amintirile copilăriei, versuri care vin din inimă, precum și cele ale Luciei și Codruței: o inimă care bate pentru poezie și pentru identitatea românească.
Florența, 26 octombrie 2020

Bibliografie

Dragotescu C., Lipograme / Lipogrammi, București, Editura Fundației România de Mâine, 2020.
Dragotescu C., Tautograme și Lipograme, București, Editura Fundației România de Mâine, 2020.
Dragotescu L., Poezii / Poesie, București, Editura Fundației România de Mâine, 2020.
Dumitrescu A.S., Între cer și pământ / Tra Ciello e Terra, București, Editura Fundației România de Mâine, 2020.

Uno dei libri più belli che ho letto

Di Massimo Acciai Baggiani

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Michael Ende (1929-1995) è universalmente noto per libri “per bambini” quali Momo e La storia infinita ma, come altri grandi narratori per l’infanzia (ad esempio Roald Dahl), ha scritto anche cose geniali per un pubblico più adulto, e anche la sua produzione per i più giovani è godibilissima anche dai “grandi”. È il caso di una raccolta di racconti uscita in Germania tre anni prima della scomparsa di questo straordinario autore: La prigione della libertà. Io ho letto l’edizione italiana proprio qualche settimana prima della morte di Ende, quando avevo vent’anni, e ho sentito il desiderio di rileggerla a un quarto di secolo di distanza, durante il nuovo lockdown dovuto alla seconda ondata del Covid. Una lettura che mi aveva entusiasmato da giovane e che mi ha emozionato di nuovo. Tanta acqua è passata sotto i ponti, e si dice giustamente che una seconda lettura di un testo a distanza di tanti anni è molto diversa: tante cose non notate allora le ho colte adesso, a partire dai riferimenti colti e le fonti che hanno ispirato Ende.

Un libro magico e filosofico, escheriano, che fa riflettere e sognare. L’ossimoro del titolo si spiega nell’omonimo racconto, il penultimo della raccolta, ma la riflessione sulla libertà dell’Uomo attraversa tutto il libro, insieme al tema del viaggio di ricerca. Il libro si apre con un capolavoro assoluto: Il traguardo di un lungo viaggio. Cyril, il protagonista, figlio di un lord inglese, non ha mai avuto una vera e propria casa, sempre in viaggio col padre da un albergo all’altro; tuttavia sente come una nostalgia cocente per qualcosa che non sa spiegare. Non è certo un eroe, il nostro Cyril, anzi è un personaggio tutt’altro che positivo: chiuso nel suo egoismo sarà fonte di dolore per chi gli sta accanto. Ma non è nemmeno una persona assolutamente malvagia. È un’anima ombrosa, questo sì, in pena, impegnata in una sorta di ricerca mistica del “paradiso”. Molti sono i punti di contatto con un altro grande giovane dannato inglese di fine Ottocento (da un indizio si ricava che il lungo racconto è ambientato in quegli anni): il Dorian Gray del capolavoro di Oscar Wilde (1854-1900). Il fascino di quest’ultimo fa da contraltare con l’aspetto tutt’altro che piacevole di Cyril, ma entrambi spezzano un cuore femminile, sono colpevoli di omicidio, sono insoddisfatti della vita, cercano qualcosa di più. Doria Gray legherà il suo destino a un quadro, così come Cyril, il quale scoprirà in un misterioso dipinto il suo destino: un palazzo fantastico in una landa desolata, un luogo che potrebbe chiamare “casa”. Un luogo che cercherà di raggiungere con qualsiasi mezzo, dopo essere stato indirettamente indirizzato da uno strano vecchio incontrato nel ghetto veneziano. Il diciannovesimo secolo, ricordiamo, è tempo di grandi esplorazioni: gli “spazi bianchi” sull’atlante vanno via via riempiendosi, restano sempre meno luoghi da scoprire. In uno di questi, precisamente tra le montagne dell’Hindu Kush, si trova il palazzo, che potrebbe essere creato proprio dalla fede incrollabile del protagonista: si confronti a tal proposito il dialogo tra Cyril e il vecchio ebreo con un racconto di Jorge Luis Borges (1899-1986), Tlön, Uqbar, Orbis Tertius[1]. Borges nel suo racconto lungo mostra come le idee possano manifestarsi nel mondo fisico, rifacendosi alle teorie del filosofo George Berkeley (1685-1753).

Il secondo racconto sarà dedicato esplicitamente al grande scrittore argentino: Il corridoio di Borromeo Colmi parla di un luogo impossibile, un corridoio progettato e fatto costruire, a Roma, dall’architetto-mago seicentesco (personaggio inventato da Ende) in modo che chi lo percorre diventa sempre più piccolo, fino a perdersi, forse, nel mondo subatomico o forse in un’altra dimensione. Il riferimento a Borges è presente soprattutto nello stile, nel gusto per le invenzioni biografiche e bibliografiche.

Un altro oggetto impossibile è il protagonista del terzo racconto, La casa in periferia: un edificio che esiste solo all’esterno. La scoperta è di due ragazzini, due fratelli, nella Germania nazista. Anche qui è forte l’impronta borgesiana, che attraversa tutti i racconti: il racconto tra l’altro si riallaccia direttamente al precedente, citando, all’inizio della lunga lettera del professore/io narrante della storia, proprio il corridoio di Colmi.

Anche il quarto racconto (Un po’ piccola, in effetti) presenta un paradosso spaziale: a Roma il protagonista accetta il passaggio da una famiglia locale a bordo della piccola utilitaria del capofamiglia che, all’interno, si rivelerà gigantesca e, di stranezza in stranezza, il protagonista arriverà a perdere il lume della ragione quando scoprirà, in fondo all’auto… un garage! Ende ha vissuto a lungo nella Capitale italiana; amava profondamente questa città e l’ha resa protagonista di varie opere (Momo ad esempio si svolge a Roma, anche se non viene fatto il nome della città). L’amava anche per il suo aspetto fantastico e misterioso.

Entrami i racconti, La casa in periferia e Un po’ piccola, in effetti, sfidano le leggi della fisica come le litografie e incisioni di Maurits Cornelis Escher (1898-1972)[2].

Le catacombe di Mizraim si svolge in un mondo sotterraneo dove vive il Popolo delle Ombre, sottomesso a una dittatura che ricorda un po’ quella del Mondo nuovo di Aldous Huxley: tutti vivono in una routine priva di senso, ma sono a loro modo felici, inconsapevoli della propria prigionia, sotto effetto di un fungo. L’unico su cui il fungo non produce oblio e felicità è il protagonista, Iwri, l’unico anche dotato di libero pensiero: cercherà la via per il mondo esterno, dove spera di trovare la Verità e la Libertà, e quando l’avrà trovata cercherà di portare il popolo alla ribellione contro il “benevolo” dittatore Bechmoth, dapprima privandolo della droga (si pensi alla scena in cui il Selvaggio distrugge le scorte di Soma nel romanzo di Huxley) e poi mettendosi alla guida dei ribelli. Come il dittatore mondiale Mustapha Mond (sempre in Huxley), anche Bechmoth è un personaggio ambiguo, che riesce a insinuare il dubbio nel popolo ribelle, e nello stesso lettore, che in realtà lui non ha fatto altro che proteggere i suoi “figli” dall’infelicità che avrebbero trovato all’esterno, luogo, a quanto dice, inadatto alla vita. Il popolo, dopo qualche attimo di smarrimento, si rivolta contro lo stesso Iwri e lo getta all’Esterno, dove non si sa se troverà il paradiso o l’inferno.

Dagli appunti di Max Muto, il viandante del sogno presenta la missione infinita del protagonista, il quale deve risolvere l’enigma di una città “vivente” nel deserto per poter compiere una missione precedente, che gli servirà per una missione ancora più vecchia, e così via, in una successione apparentemente senza fine, tanto che l’eroe stesso si è dimenticato il punto di partenza del suo viaggio. Alla fine riuscirà a sciogliere l’enigma ma prenderà coscienza che così potrà compiere tutte le sue missioni precedenti e preferirà quindi creare una nuova successione infinita, perché il senso del viaggio non è il punto d’arrivo ma l’azione stessa del viaggiare. Questa Città Bianca immaginata da Ende non sfigurerebbe tra le Città invisibili[3] di Italo Calvino (1923-1985).

La prigione della libertà è il più filosofico e borgesiano dei racconti, e anche il più inquietante della raccolta. Si parla nientemeno che del libero arbitrio. Intere biblioteche sono state scritte su questo argomento, liquidato dalle religioni monoteiste con un semplice abbandonarsi alla volontà di dio («Non cade foglia che Dio non voglia» dice il proverbio). Il mendicante cieco del racconto, ambientato nel mondo islamico (“islam”, ricordiamo, significa “sottomissione a Dio”) ha fatto una sorta di patto col diavolo (quello musulmano, ovviamente: Iblis) che lo imprigiona in una stanza enorme su cui si aprono 111 porte. Lui dovrà sceglierne una per uscire, ma non c’è alcun indizio su quale possa essere quella giusta, e la scelta sarà irrevocabile visto che, una volta aperta una porta, tutte le altre scompariranno. Dietro alla porta prescelta potrà esserci un mostro terribile o un giardino di delizie. Il protagonista è letteralmente paralizzato dalla scelta, sapendo che non c’è Allah a guidare la sua scelta ma ne sarà totalmente responsabile. Se anche non scegliere è una scelta, allora questa sarà la via “scelta” dal protagonista. Chiara è la metafora della nostra vita, fatta di innumerevoli “porte” che, una volta chiuse, scompaiono (un fisico quantistico direbbe che “le possibilità collassano”). Ogni porta si apre su un universo ucronico, “divergente” come direbbe il mio amico Carlo Menzinger: quante volte ci siamo domandati, una volta messa in atto una certa scelta, cosa sarebbe accaduto se avessimo preso una decisione diversa? Non lo sapremo mai, se non usando la fantasia. Solo a livello quantistico due possibilità possono coesistere nel medesimo universo (o, meglio, multiverso); non nella nostra quotidianità. A noi il “terribile peso” della libertà e della responsabilità delle nostre azioni, a cui io – da ateo convinto – non rinuncerei comunque mai.

Questo libro straordinario si chiude con un racconto sconcertante: La leggenda di Indicavia. Il racconto ripercorre l’intera esistenza di un “cercatore di miracoli”, la cui sete di conoscenza si corrompe nella ciarlataneria e nel vizio, tanto che quando finalmente trova l’accesso al Mondo dei Veri Miracoli non si sente degno di attraversarlo; preferirà indicarlo ad altri cercatori più puri di lui. Il cerchio si chiude: la ricerca di Hieronumus Horleiper, alias Matto, alias conte Athanasio d’Arcana, alias Indicavia (quanti nomi cambia, mutando di volta in volta identità!), si ricollega a quella di Cyril Abercomby, e a quella di tutte le anime sensibili che vivono nel fango ma guardano alle stelle (per dirla con Oscar Wilde).

Mi piace chiudere questo mio articolo, che vuole essere un invito a scoprire questi otto piccoli capolavori che compongono uno dei libri più interessanti (a mio parere) della narrativa del secolo scorso, con una citazione dall’ultimo racconto. Un brano in cui Ende riflette sul ruolo di fingitore dell’artista (scrittore compreso), il quale, come un prestigiatore, produce “miracoli” (fa emozionare il lettore con storie inventate) ma non ci crede in prima persona (quanto lavoro c’è dietro alle trame di un romanzo o di un racconto, ben dissimulato dalla bravura dell’autore!): «Un artista non deve credere ai miracoli, altrimenti non è in grado di produrli. Per questo, chi crede nei miracoli non diventerà mai un vero artista. […] il nostro mestiere è la bugia, l’illusione. Tutta l’arte è così. Un pittore dipinge un quadro[4], la gente l’osserva rapita, a volte paga anche molto denaro per esso, ma, in realtà, di che si tratta? Di un pezzo di tela e di un po’ di colori. Tutto il resto è niente, non esiste! […] e anche i poeti, che raccontano lunghe storie di fatti mai accaduto, e che mai sarebbero potuti accadere […] Il mondo vuole essere ingannato. […] Solo, vi sono bugiardi buoni e cattivi, e un vero artista ha da essere un maestro della menzogna.»[5] Si confronti con l’estetica di Oscar Wilde.

Firenze, 18 novembre 2020

Bibliografia

Ende M., La prigione della libertà, Milano, TEA, 1995.


[1] Nella raccolta Finzioni (1944).

[2] Una cui opera è giustamente riportata nella copertina dell’edizione italiana del libro di Ende.

[3] Libro del 1972.

[4] Altro punto di contatto con Il traguardo di un lungo viaggio.

[5] Ende M., La prigione della libertà, Milano, TEA, 1995, pp. 195-196.

Libri di Stephen King che ho letto

Stephen King è il primo autore che ho iniziato a leggere e amare, quando avevo 15 anni. Di lui ho letto tanti romanzi, raccolte di racconti e un saggio. Gli ho anche dedicato un racconto, Qualcuno bussò alla porta, apparso di recente sul numero 23 di “IF – Insolito & Fantastico“. Oggi (4 novembre 2020) mi è venuta voglia di fare il punto della situazione delle mie letture kinghiane, elaborando le seguenti tabelle (in azzurro i libri che ho letto, con indicato sulla colonna di destra l’anno di lettura).

Massimo Acciai Baggiani

I viaggi poetici di Vittoria Zedda

Di Massimo Acciai Baggiani

Ho conosciuto Vittoria Zedda, scrittrice e poetessa di origini sarde, a un corso di scrittura da lei tenuto presso la Banca del Tempo di Firenze. È stata un’esperienza positiva per me, quel corso: mi ha dato l’occasione di confrontarmi con una collega con più esperienza, la quale mi ha dato diversi stimoli creativi. È grazie a lei che ho riscoperto il piacere di scrivere a mano, su un quadernone, magari in un bar davanti a un caffè fumante, mettendo da parte per un po’ la tastiera del computer. Ricordo in particolare gli inviti a scrivere versi: la poesia ha sempre avuto un posto centrale per Vittoria.

Il corso purtroppo è stato interrotto dal Covid, come molte attività artistiche e culturali, ma ho avuto occasione di incontrare di nuovo Vittoria e parlare ancora di libri e di storie, quest’estate, quando questo dannato virus ha allentato un po’ la presa. Ho avuto così in dono il suo libro di poesie Taccuino di viaggio, autopubblicato con Lulu, che ho letto nei giorni seguenti.

Una silloge interessante, questa, che abbraccia un’intera vita. L’autrice ci fa dono di se stessa, del suo vissuto, dei paesaggi della sua terra insulare, dei suoi amori e dei momenti, da quelli quotidiani (come il ritratto della “micina che non voleva farsi accarezzare”), alle stagioni metereologiche e del cuore. Il viaggio è il filo conduttore della silloge: un viaggio spesso interiore, nella memoria, nei sentimenti, nella natura. Vittoria ci invita ad essere suoi compagni, attraverso i suoi versi (e anche attraverso le foto che arricchiscono il libro): vale la pena seguirla.

Firenze, 3 novembre 2020

Bibliografia

Zedda V., Taccuino di viaggio, Lulu, 2015.

La fragilità di Leopardi

Di Massimo Acciai Baggiani

Alessandro D’Avenia è un autore che non amo particolarmente, anche se i suoi romanzi non mi sono dispiaciuti. Quando sono arrivato però alla saggistica, in particolare a quella sua strana rilettura di Giacomo Leopardi che è L’arte di essere fragili (sottotitolo: Come Leopardi può salvarti la vita), sono rimasto piuttosto perplesso. Non è stata una lettura facile per me: il libro mi ha respinto fin dalle prime pagine, ma io mi sono incaponito a leggerlo fino in fondo, anche su consiglio di amici che lo avevano apprezzato. La sensazione che mi è rimasta è un po’ quella di aver sprecato il mio tempo.

Ovviamente la promessa del sottotitolo non è stata mantenuta. Se anche le poesie del celebre recanatese possano salvare la vita a qualcuno, certo il libro di D’Avenia non chiarisce come: sia a causa del linguaggio piuttosto astratto e fumoso (linguaggio che vorrebbe essere “poetico” ma che finisce per essere ermetico), sia perché in realtà all’autore piace più parlare di se stesso che di Leopardi, del quale tra l’altro dà una lettura forzata e tendenziosa in senso cristiano. Questa operazione di una lettura cattolica di Leopardi – che è in pratica un tradimento della sua opera poetica e in prosa – l’aveva già proposta molto prima di lui un tale Luigi Giussani, fondatore di Comunione e Liberazione, il cui stile è forse non a caso molto vicino a quello di D’Avenia (ossia astratto e fumoso): in altre parole, le pagine di D’Avenia puzzano di ciellino, con uso abbondante di quelle che sono le parole chiave dei libri-predica di Giussani (già sentite fino alla nausea quando frequentavo quel discutibile movimento religioso): “stupore”, “mistero”, “destino”, “rapimento”.

L’unica conclusione che condivido di D’Avenia è quella secondo la quale – in certi casi – i libri possono salvare la vita; anche se non necessariamente quelli di Leopardi. Nel mio caso, come per quei pochi italiani amanti della lettura, i libri sono stati salvifici durante il lockdown, insieme alla scrittura che di questi si nutre, insieme del vissuto di ogni scrittore. Durante quei mesi terribili ho letto un po’ di tutto, ma certo non mi sarebbe mai venuto in mente di leggere i Canti, le Operette morali o lo Zibaldone – con tutto il rispetto per il grande Giacomo, uno dei pochi poeti che ho amato durante gli anni di scuola ed approfondito successivamente – perché ero già abbastanza depresso di mio.

Certo, l’equazione, piuttosto superficiale, “Leopardi = figato”, non trova d’accordo nemmeno me, ma non mi trovo affatto d’accordo con D’Avenia quando vuole trovare dell’ottimismo a tutti i costi in un autore sicuramente grande ma profondamente deluso dall’ «infinita vanità del tutto» [1]. D’Avenia sostiene che proprio il fatto che dal “nulla” che ci circonda abbia tratto dei versi stupendi inficia il suo messaggio nichilista e pessimista, come se la scrittura non fosse un tentativo di esorcizzare quei demoni che ogni autore ha dentro. La fragilità di Leopardi è quella degli animi sensibili, che hanno il coraggio di guardare l’abisso sul cui bordo trascorriamo i nostri brevi anni, ed è anche quella di chi ha il coraggio di guardare questo abisso e trovare le parole per descriverlo, ma certo non indica il modo per uscirne. Leopardi era ateo, mettetevelo in testa cari cattolici: ateo, ateissimo, fino alla fine, così come lo era Shakyamuni nonostante i ridicoli tentativi di alcuni cattolici nel negarne l’ateismo. A voi cattolici farebbe piacere se si iniziasse a sostenere che in fondo Gesù era ateo? La salvezza non può venire né da Leopardi né da qualche divinità più di quanto la guarigione può venire da un placebo: forse potrebbe venire dall’amore, come suggerisce D’Avenia, ma il nostro Giacomino l’ha presa in quel posto anche da quel punto di vista, come tanti prima e dopo di lui.

Personalmente la vedevo esattamente come l’apostolo del “pessimismo cosmico” quando avevo 15-20 anni, prima di incontrare il buddismo: ma questa è un’altra storia che esula da questo mio breve articolo “leopardiano”.

Il saggio di D’Avenia è scritto sotto forma di lettere a senso unico al grande recanatese… è facile scrivere a chi non può rispondere (rifacendosi al principio silenzio-assenso?), ma penso che Leopardi nelle sue ipotetiche repliche a queste lettere, che sfidano le leggi temporali, avrebbe pure lui molto da contestare di questa sua rilettura moderna.

Firenze, 31 ottobre 2020

Bibliografia

D’Avenia A., L’arte di essere fragili, Milano, Mondadori, 2016.


[1] Da A se stesso.

Una ventata poetica dalla Romania

Di Massimo Acciai Baggiani

Qualche giorno fa un pacco è giunto da Bucarest. All’interno ho trovato quattro libri di poesia: uno dell’amica Lucia Dragotescu (Poezii / Poezie), due di sua figlia Codruţa (Lipograme / Lipogrammi e Tautograme şi Lipograme) ed uno del poeta Aurelian Sorin Dumitrescu (Între cer şi pământ / Tra cielo e terra) [1]. Tutti editi dalla casa editrice România de Mâine durante questo sfortunato 2020. Tutti bilingui – in rumeno e in italiano – con l’eccezione di uno. Le traduzioni in italiano sono tutte di Lucia, carissima amica e collega scrittrice fin dal lontano 2007, quando la conobbi tramite il comune amico Paolo Filippi (il cui ricordo aleggia anche in Poezii /Poezie, dopo il libro esplicitamente a lui dedicato Poem-Poema / Iubire pierdută – Amore perduto [2]). Insomma, una ventata di poesia è giunta da lontano a rallegrare la giornata alla faccia del Covid.

Nel primo libro, quello di Lucia, è presente una mia prefazione (in italiano e in rumeno), a cui rimando. Lucia declama l’amore per la sua terra e le sue tradizioni, anche letterarie, e la sua apertura al mondo, ad altre culture e lingue – soprattutto quella italiana, che ama profondamente. Come dichiara l’autrice nell’Epilogo finale, il volume raccoglie la sua produzione poetica a partire dagli anni Sessanta dello scorso secolo, quando frequentava il liceo (anch’io ho iniziato a quell’età a versificare): una silloge dedicata alla figlia, pensata senza scopi commerciali, ma donata dall’autrice alle più grandi biblioteche rumene, moldave e italiane (io stesso ho consegnato le copie alla Biblioteca Nazionale Centrale di Firenze).

Anche di Codruţa ho avuto il piacere e l’onore di pubblicare alcuni testi su Segreti di Pulcinella, insieme a quelli della madre Lucia. I suoi lipogrammi (ricordiamo che per “lipogramma” intendiamo un testo in cui è bandita una certa lettera) sono stati resi, in traduzione, semplicemente sopprimendo la lettera mancante (ma la comprensione non ne risente), mentre nell’originale la poetessa è ricorsa a sinonimi. Le poesie accennano spesso alla pandemia che stiamo vivendo, con toni apocalittici. Si parla anche di religione, ritorna spesso la fede tradizionale. Interessanti anche i tautogrammi (che, a differenza del lipogramma, è un testo le cui parole cominciano tutte con la stessa lettera – testi ovviamente intraducibili, o di difficilissima traduzione, senza perdere la qualifica di “tautogramma”): questi li ho letti direttamente in rumeno, lingua che ho iniziato a studiare l’anno scorso.

Per finire, qualche parola anche sul libro di Dumitrescu, autore pure lui presente nelle pagine elettroniche di Segreti di Pulcinella (e sempre nella duplice versione, curata da Lucia). Dumitrescu, collega bibliotecario di Lucia Dragotescu, curatrice di questa edizione (e autrice della prefazione), ha messo insieme poesie nuove e vecchie in una sorta di «confessione fatta al lettore» [3] su tematiche vicine alla sua vita: l’amore, le stagioni, la storia del popolo rumeno, le radici, i ricordi d’infanzia. Versi che vengono dal cuore, come anche quelli di Lucia e Codruţa: un cuore che batte per la poesia e per l’identità rumena.

Firenze, 26 ottobre 2020

Bibliografia

Dragotescu C., Lipograme / Lipogrammi, Bucarest, Editura Fundaţiei România de Mâine, 2020.
Dragotescu C., Tautograme şi Lipograme, Bucarest, Editura Fundaţiei România de Mâine, 2020.
Dragotescu L., Poezii /Poezie, Bucarest, Editura Fundaţiei România de Mâine, 2020.
Dumitrescu A.S., Între cer şi pământ / Tra cielo e terra, Bucarest, Editura Fundaţiei România de Mâine, 2020.


[1] Nel pacco c’erano anche le copie destinate alla Biblioteca Nazionale Centrale di Firenze (quindi anche Poem-Poema / Iubire pierdută – Amore perduto di Lucia Dragotescu) e una copia di Poezii / Poezie per l’amica Patrizia Beatini, autrice della mia fotografia in fondo al libro.

[2] Editura fundaţiei România de Mâine, 2018.

[3] Come scrive il poeta nella Premessa.

Nota sopra un romanzo giallo di fantascienza in Ido

Di Massimo Acciai Baggiani

Il romanzo breve L’asasino di Gonçalo (L’assassinio di Gonçalo in italiano) di Tiberio Madonna, idista casertano, è molte cose: è un giallo ma anche un racconto fantascientifico, è una storia spassosa, uno spaccato di ambiente idista, una metanarrazione, ed è a mio parere un piccolo capolavoro della letteratura idista italiana. L’opera mi ha incuriosito per diverse ragioni: per la lingua in cui è scritta, perché conosco personalmente l’autore [1] – è stato lui a introdurmi nel fantastico mondo dell’Ido (per chi non lo sapesse, è una lingua artificiale figlia dell’esperanto ma con meno fortuna) – e soprattutto perché vi compaio anch’io come personaggio, niente meno che sospettato di omicidio. Mi ha fatto una strana impressione leggere d’un fiato un poliziesco per scoprire se fossi io l’assassino!

Ma rispetto la regola aurea delle recensioni di gialli: non spoilererò. Concentrerò la mia attenzione, in questo articolo, su alcune particolarità di questo romaneto. L’azione si svolge nel futuro, precisamente nel 2206. Il mondo non pare cambiato tantissimo; le innovazioni tecnologiche descritte dall’autore si limitano ai mezzi di trasporto (ci saranno macchine che corrono a cinque metri dal suolo e, per i voli intercontinentali, si useranno dischi volanti di derivazione extraterrestre) e ai mezzi di comunicazione (la televisione sarà tridimensionale e “circonderà” letteralmente lo spettatore).

La storia parte dall’Internaciona Odo-Renkonto a Berlino, dove si riuniscono i più famosi odisti del mondo (odo e odisti sono chiari riferimenti a Ido e idisti), ossia poeti in aperta rivalità tra loro. I vari personaggi, come comprenderà al volo chi frequenta l’ambiente idista, sono ispirati tutti a persone reali, compresa la prima vittima, il portoghese Gonçalo [2]. Come dicevo, vi figuro anch’io, come new entry (all’epoca avevo iniziato a studiare questa lingua), anche se Tiberio mi fa troppo onore inserendomi tra i poeti idisti: in fondo ho scritto solo una poesia e un racconto in Ido…[3]

Alla prima vittima ne seguirà una seconda, poi una terza, e così via, fino a giungere a cinque: tutti odisti e tutti di volta in volta sospettati dai detective incaricati delle indagini, i tedeschi Detlef Drogi e Rudolf Scheng, i quali dovranno seguire gli indizi e sciogliere tre enigmi, spostandosi in varie nazioni europee e di oltreoceano. Pare che l’imprendibile assassino si sia messo in testa di sterminare l’intera categoria (e non facciamo battute sull’esiguità del numero…).

Al di là della storia – appassionante e divertente, si può leggere in una giornata – penso che il libro di Tiberio (naturalmente presente pure lui, quale vittima di omicidio) sia un ottimo testo per avvicinarsi alla letteratura idista. È anche un ottimo testo didattico, essendo lo stile piano e la lingua non troppo complessa; ne consiglio l’adozione in un corso di Ido. Naturalmente il mio invito a leggerlo è rivolto anche ai samideanoj esperantisti, i quali non avranno difficoltà a comprenderlo anche senza aver studiato la lingua in cui è scritto, vista la vicinanza tra Esperanto e Ido; sarebbe un’ottima occasione per superare quell’inimicizia e reciproca diffidenza di vecchia data che ancora separa idisti ed esperantisti, in fondo accomunati dagli stessi ideali di pace e fratellanza mondiale.

Firenze, 23 ottobre 2020

Bibliografia

Madonna T., L’asasino di Gonçalo, Editerio La Plumo, 2018.

Io insieme a Tiberio Madonna alla stazione di Santa Maria Novella, a Firenze (18 ottobre 2020).

[1] che me ne ha regalata una copia durante un nostro breve incontro alla stazione di Santa Maria Novella, dove ha fatto scalo tornando a casa.

[2] Riferimento a Gonçalo Neves, agronomo, poeta esperantista e idista.

[3] Un verso della mia poesia Uldie (in italiano, Un giorno o l’altro) è citato e parafrasato nel romanzo di Tiberio («Kad lu apertos lua pordo por ni?»), inoltre ho tradotto in Ido il mio racconto La lingvovendejo (che diventa La linguovendeyo).

La felicità dell’individuo

Di Massimo Acciai Baggiani

Di solito non scrivo articoli critici sulle mie letture, soprattutto se si tratta di un gigante della fantascienza quale Arthur C. Clarke (1917-2008), di cui ho apprezzato molte opere, a partire dal ciclo di Odissea nello spazio. Tuttavia il suo romanzo La città e le stelle (The City and the Stars, 1956) non mi ha soddisfatto appieno.

La storia del protagonista, Alvin, si svolge in un futuro lontanissimo. Alvin vive a Diaspar, una città con una storia di un miliardo di anni alle spalle, ritenuta – a torto, come scopriremo – l’unica città rimasta sul pianeta Terra ormai trasformato in un deserto ostile. Diaspar è un luogo affascinante ed edonistico: i suoi abitanti hanno raggiunto una sorta di immortalità grazie ai Banchi Memoria, gestiti da un Computer Centrale (quasi una sorta di divinità informatica), che li ricrea a lunghi intervalli di tempo ogni volta che lasciano il proprio corpo fisico. I Banchi Memoria provvedono a tutti i bisogni dei dieci milioni di cittadini, plasmando “magicamente” la materia. A Diaspar non si è mai sicuri di cosa sia veramente “reale”, si vive in una sorta di realtà virtuale che confonde i sensi e tiene impegnate le persone per innumerevoli vite, in modo che, nonostante la popolazione sia sempre la stessa (anche se a rotazione presente in buona parte nei Banchi Memoria) e non nascano più individui nuovi, non ci si annoia mai e non c’è decadenza.

Alvin è un’eccezione. Ad intervalli di milioni di anni nasce un Unico, ossia un individuo che non ha vissuto altre vite precedenti, destinato a grandi cose. Alvin è uno di questi. Dovrà scoprire qual è la sua missione, che coinvolge niente di meno che il destino della razza umana. Incontrerà sul suo cammino un altro personaggio anomalo come lui, anche se in modo diverso, che lo aiuterà a trovare risposte alle sue molte domande – ad esempio sul perché gli abitanti di Diaspar hanno orrore di tutto ciò che sta fuori dalla città. La sua avventura lo porterà proprio all’esterno, in un’altra città di cui a Diaspar si ignorava l’esistenza: una città altrettanto longeva ma che ha fatto una scelta opposta riguardo all’immortalità. A Lys infatti la gente nasce e muore come nel nostro tempo; vive una vita essenzialmente agreste, con un uso limitato delle macchine, ed ha sviluppato la telepatia.

Dopo l’incontro con questa seconda civiltà, la storia si sposta su altri pianeti e prende un respiro realmente cosmico – lascio questa parte finale al lettore, senza svelare altro – ma quello che mi ha colpito è la contrapposizione tra filosofie di vita così diverse; filosofie che Alvin vorrebbe conciliare, facendo incontrare di nuovo, dopo un miliardo di anni, le due civiltà, fondendole con il meglio di ciascuna. Qui il mio pensiero diverge da quello del protagonista (e di Clarke): Diaspar è un mondo perfetto così com’è, stabile, in cui il problema della morte è stato superato brillantemente. Perché dunque tornare a morire? Giusto per tornare a procreare nel modo tradizionale? Per avere intorno dei bambini?

Gli abitanti di Lys considerano che senza ricambio generazionale non ci può essere evoluzione (come se Lys non fosse rimasta immutata per eoni, così come Diaspar…) e scopo dell’amore è proprio quello di mettere al mondo figli.

«Alvin sapeva, con certezza che andava al di là di ogni logica, che per il benessere della razza era necessaria l’unione delle due culture. In un caso simile la felicità individuale non ha alcuna importanza[1] Clarke è sempre stato piuttosto sciovinista nei confronti della razza umana, un po’ in tutte le sue opere; l’individuo conta poco, ciò che conta è la “razza” a cui appartiene. La sua felicità è subordinata al trionfo della specie. Personalmente non cambierei mai l’immortalità (se l’avessi) con la conquista delle stelle da parte del genere umano. È chiaro che l’immortalità ha come prezzo l’azzeramento delle nascite, per ovvi motivi, ma mi pare un prezzo più che accettabile. Non condivido il desiderio del protagonista di cambiare lo status quo, senza il permesso di milioni di individui abituati a “morire” e “rinascere” con tutti i loro ricordi e la loro personalità, mettendo in pericolo il loro diritto ad essere immortali. Entrambe le città, Lys e Diaspar, considerano inferiori gli abitanti dell’altra, perfettamente soddisfatte del proprio stile di vita: perché cambiarlo dunque?

Clarke non approfondisce la questione, appena accennata e subito risolta dal protagonista con la considerazione sopra citata. La storia è molto più ampia, tanto che ci si perde, dà le vertigini, finisce per risultare esagerata. Viene da dire che l’autore ha fatto il passo più lungo della gamba: tutti questi miliardi di anni, di stelle, l’Impero Galattico, creature onnipotenti e disincarnate alla fine annoiano, risultano poco credibili. Si giunge alla fine del libro con un senso di vuoto, di inconsistenza. Ciò che rimane impresso, almeno a me come lettore, è proprio la città di Diaspar: un’utopia che Clarke vuol fare apparire come distopia[2]. A me non dispiacerebbe essere cittadino di questa sorta di paradiso, per quanto artificiale e legato alla memoria digitale di una macchina tanto complessa da aver sviluppato una sua personalità. Applaudo quindi a questa creazione visionaria ma sbadiglio al resto…

Firenze, 20 ottobre 2020

Bibliografia

Clarke A.C., La città e le stelle, Milano, L’Unità, 1993.


[1] Clarke A.C., La città e le stelle, Milano, L’Unità, 1993, p. 206. Il corsivo è mio.

[2] Un po’ come nel “mondo nuovo” di Aldous Huxley, il cui motto è proprio “Stabilità”.

La vera storia del mago e del professore dell’isola nascosta (prima parte)

Di Michele Ceri

Questa  che inizio adesso  a leggere, riguarda appunto :  La vera storia del Mago e del Professore dell’Isola Nascosta . Non si tratta di una vicenda inventata da me, oppure di una visione onirica, ma di un libro vero e proprio. Che ci crediate o no !  Si tratta di un romanzo scritto da un giornalista, mio amico. Io stesso  ho proposto a lui e descritto, l’argomento.
Tengo personalmente  tale testo nella biblioteca di casa, in salotto. Oggi mentre prendo il libro dallo scaffale per leggerlo, è un giorno d’autunno, quando gli alberi sono colorati di giallo e marrone, mentre per  piccoli e  giovani inizia la scuola. Quando   il sole scompare velocemente e la  notte inizia il suo racconto.
 Afferro con la mano destra il volume. Si tratta di un libro, un romanzo breve, inizialmente pubblicato da  una famosa casa editrice, ma poi uscito con il tempo, fuori dal commercio. Comunque sia conosco l’autore, che era un mio vecchio amico. Anche lui frequentava la nostra compagnia, un tempo.
 Ho  letto  la medesima opera, da solo, per ben due volte. Non mi sono mai stancato, anzi la mia curiosità rimaneva alta. Mi sono divertito molto.
 Capita che, da un po’ di tempo, legga alcune pagine di questo testo  davanti ai miei amici, quando alcune volte la sera dopo cena,  c’incontriamo nel mio salotto. Nonostante tutto  loro mi  ascoltano interessatissimi. Dedichiamo a questo  pochi minuti, poi giochiamo a carte, oppure vediamo un film.
Oggi leggerò da solo, dentro di me, interamente questo testo. Precisamente  per la terza volta. Spero che anche a voi piaccia.
Ecco, inizio…

Le Compagnie.                         

Tutto comincia  fra la fine degli anni settanta ed i primi anni ottanta, in Italia. Si,  anni musicalmente  caratterizzati  dalla disco music; ma non solo, era il momento anche dell’Heavy metal, della New Wave e  del Punk. Esistevano  gruppi come gli Iron Maiden oppure  i Metallica. E non solo,  altri ed altri ancora; per restare nell’ambito Heavy Metal, possiamo citare i Saxon,  AC DC,  Motorhead. Potrei citare nomi e nomi di gruppi, riempiendo la pagina, ma non lo farò.  ( Ma ve li ricordate i Duran  Duran?)
Inizialmente la vicenda riguarda adolescenti. Si proprio degli adolescenti.   Come vivevano, appunto loro in  quel periodo?  Uno dei divertimenti più gettonati era la Discoteca, oppure concerti di vario tipo. Andavano tutti a ballare oppure indossavano magliette particolari. Nei gruppi girava spesso e volentieri l’Hashish. I ritrovi erano svariati: dai Bar, alle Piazze, sino addirittura  ai boschi. Lì bastava una coperta un po’ di fumo e  dell’allegria per toccare il cielo con un dito, per sentirsi felici; tutti insieme. Il resto restava superfluo, le cose giravano così. Anche se il lunedì tutto ricominciava e si tornava a scuola, volenti o nolenti, felici o scontenti.
 In quel periodo i ragazzi si riunivano in  compagnie, che di solito prendevano il nome proprio dal luogo ove questi  si ritrovavano. Così esisteva la compagnia detta “ Di Via Lunga “, oppure “ Del Ponte Rosso “, ecc…
 Ecco che spunta, che  fa capolino il nostro  “ eroe “: Riccardo. Ma chi era Riccardo?  A quel tempo,  un giovane di  sedici anni, alto, magro innamorato della vita, che frequentava una compagnia di “fighetti”. Il  loro gruppo prendeva il nome dal luogo del ritrovo, era così noto a tutti come “ Compagnia del Pontone “  ( Infatti nel medesimo posto dove si ritrovavano vi era un ponte, di medie dimensioni. Inoltre un fiumiciattolo, d’estate sempre asciutto )
 Le varie compagnie si conoscevano tutte, anche se solo per nome. Fra di se i giovani si raccontavano, storie ed aneddoti e questo li rendeva allegri. Era un mondo a parte. Per lo meno diverso da quello degli adulti.
 Riccardo pur avendo sedici anni, dentro spiritualmente era assai maturo. Fumava  le sigarette sino dall’età di quattordici anni, ma  le comprava di nascosto. In molti comunque, avevano questo vizio. Riccardo anche se a modo suo, era molto amato. Forse perché era se stesso davanti a tutti e  tutt’altro che vile. Si distingueva dal gruppo, anche se faceva parte del gruppo.
In quel periodo Riccardo aveva la passione per la musica in generale, ma nello specifico per l’Hard Rock e l’Heavy Metal. Difatti spensieratamente, insieme al carissimo amico Gabriele, ogni venerdì pomeriggio di solito acquistava addirittura un disco. Questo un po’ a scapito del rendimento scolastico, anche se da lui abbastanza considerato. Aveva delle capacità superiori alla norma e qualcuno lo capiva. Voleva fare la collezione di tutti gli album, di gruppi come Black Sabbath, AC DC.
A scuola la materie più amate erano quelle umanistiche, anche se andava bene anche a matematica.
Nella loro compagnia, in molti  ,eccentrici,  indossavano magliettine  e scarpe firmate. La  sensazione che si percepiva è che loro fossero dei materialisti, attaccati a valori commerciali. Che fosse realmente vero?
 Comandati da chissà quale Dio inoltre i ragazzi della  compagnia stessa di Riccardo, ma anche altre, trascorrevano le giornate a girare con motorini truccati. Per forza di cosa conoscevano tutte le strade, non temevano niente e nessuno. La  loro compagnia ,  si componeva di dieci, dodici ragazzetti, che vivevano al massimo il loro periodo, di ragazzi. In tutto e per tutto. Ma si sa che l’adolescenza è anche mistero, è un qualcosa che dentro rimane anche quando sei  vecchio ed  è come tutta la vita: una crescita…
Fra loro, nella medesima “ Compagnia del Pontone “ vi era anche, come già accennto,Gabriele, il migliore amico di Riccardo. Quest’ultimo apparteneva se lo volessimo classificare, al tipo di persone indicabili come:  “sognatori”. Amava molto la musica, specialmente l’Hard Rock, comprava molti dischi, fornendosi in un negozio molto famoso, custodiva l’idea di formare un gruppo musicale ed esibirsi, ma per adesso quel progetto restava soltanto un  sogno…

La vacanza a R.

Con  l’ arrivo della  primavera, capitò che il loro gruppo, si ritrovasse  per parlare delle vacanze estive. Era giunto il momento preciso, si dovevano muovere per realizzare qualcosa. Stava per accadere un fatto nuovo, originale, quello di  mostrare ancora di più, al mondo intero, la loro “ribellione”, la loro  “stravaganza “.
 Si ritrovarono così  ad un bar della zona, che tra l’altro restava molto conosciuto, per discutere. Erano  le  tre del pomeriggio. Era primavera e tutto rifioriva, rinasceva anche nella natura; si potevano intuire tante cose, l’immaginazione restava forte. I partecipanti fra loro comunicavano una grande felicità. La riunione non lunga, rimase caratterizzata dagli scherzi di quei ragazzi e dalla loro vivacità. Nonostante tutto, si trovarono d’accordo. Non litigarono, anzi terminata la riunione si sentivano dentro di loro ancora di più amici, ancor più se stessi ( e non è poco).
 Tale riunione durò un’ora e mezzo e molti furono gl’interventi, i consigli, le indicazioni e anche, soprattutto le risate. Conclusero che il  loro  scopo restava quello di trascorrere una settimana a R., luogo famoso per le discoteche e la vita notturna. La cosa li attraeva tantissimo; per vari motivi.  Fra tutte le cose, di più gli piaceva e affascinava restava  il fatto d’imbroccare. Presero ciò, senza dubbio come un vero e proprio scopo, da realizzare.
Intanto il tempo correva e…
 Arrivò il 1° agosto, data della partenza. Il momento del viaggio rimase bellissimo, romantico, suggestivo anche  perché in treno.  Partirono in dieci, soltanto in due non parteciparono, forse troppo timidi. C’e l’avevano fatta.
Il ritrovo era fissato davanti all’edicola della Stazione. Il primo a giungere si dimostrò, Gianni, ragazzo di poche parole ma molto intelligente. Poi Giorgio che studente ribelle, frequentava la stessa classe di Riccardo e Gabriele. Amava e piaceva alle studentesse…
Ecco appena scoccate le otto il gruppo era al completo e tutti si fissarono per alcuni minuti, senza distrarsi troppo da quello che era la loro avventura, del momento.
Riccardo osservò l’orologio e con la sguardo si soffermò sulla sigaretta accesa di Gabriele. Questo sorrise, leggermente ma in molti lo notarono.
L’unica cosa da considerare, si tratta comunque di un dato di fatto, era la mancanza di ragazze.
Fecero il più velocemente i biglietti di andata e ritorno per poi salire sul treno.
Partirono.
 Nel treno tutti insieme risero e risero,per minuti interi. Si sentivano adesso amici più che mai, ribelli, se stessi. Poi durante il viaggio ringraziarono Gianni, che era stato l’ideatore vero e proprio della vacanza. Così durante il tragitto, si girarono verso di lui, applaudendo. Riccardo :”- Ti devo ringraziare davanti a tutti, per la tua bellissima idea. Grazie, caro.-“: Lui rimase immobile, commosso e dentro di sé percepiva una grande felicità. Poi, Gianni :”- Sono certo che ci divertiremo. Anzi, ma che dico sarà un’autentica avventura, da ricordare per sempre.-“.( Che avesse ragione ?) 
 Dopo quattro ore di treno, giunsero a R.; stavano realizzando lo scopo.
 La città stessa dove arrivarono restava di per se affascinante, così rimasero colpiti, per il fatto di essere lì, quella medesima estate. Certamente si trattava di un luogo assai alla moda, senza dubbio commerciale, consumistico, ma che nonostante tutto li attraeva assai; ragionavano da giovani.
Qualcuno già si chiedeva se ci fossero concerti Heavy Metal…
Avevano già  prenotato la villeggiatura proprio in un albergo a tre stelle, per una settimana e la spesa rimaneva bassa.
 Già appena arrivati, immediatamente capirono quale fosse la sostanza di tutto, la caratteristica fondamentale della loro vacanza. Sapevano da subito quello che dovevano fare; nel bene e nel male.  Come si può immaginare, lì  trascorrevano le giornate  sulla spiaggia e la notte  in discoteca. Raggiungevano la spiaggia al mattino e vi rimanevano sino alle cinque del pomeriggio. Dopo cena, percorrevano un po’ a piedi la strada principale, già stracolma di persone, ridendo e scherzando. Poi finalmente, una volta giunte le undici, entravano tutti insieme, in banda, in discoteca.  Vi  rimanevano sino alle cinque del mattino, spensierati e felici. Usciti li aspettava il romanticismo dell’alba,  l’odore del mare, l’amore nel cuore.
 Amavano principalmente la musica dance, ovvero la disco music,che sapeva arrivare al loro cuore per parlargli…
 In quei momenti di divertimento sfrenato, di amore e passione per la musica, una notte conobbero in discoteca tre ragazze: Laura, Giulia e Anna. Giulia era molto chiacchierona, Anna timida ma carina, Laura la più bella delle tre. Queste avevano la stessa  età. Durante una chiacchierata Laura ed Anna confessarono amichevolmente sorridendo di essere della stessa città : F. Gabriele e Riccardino risero sotto i baffi, ma poi trapelò dai loro volti una grande felicità. Gabriele:”- Ma dai, che coincidenza. Siamo tutti abitanti della stessa città.-“: Giulia, dolcissima, però non si scompose molto e fece l’occhiolino alle altre due amiche.
Poi il precedente silenzio venne rotto dalle note del pezzo “ Big in Japan “, dei favolosi Alhaville. Allora in quell’attimo, in quella scintilla, tutto il loro gruppo, di maschi, s’alzò in piedi e occupò il centro della sala da ballo. Una manciata di secondi dopo li seguirono anche le tre ragazze, da pochissimo conosciute. Poi tutti a pogare con “Jump” dei van Haelen.
Quella stessa sera presi dal romanticismo, ebbero una nobilissima idea. Uscirono dalla Discoteca che le lancette dell’orologio  segnavano le due della notte. Ma dentro di loro si sentivano ancora vivi. Così non tornarono tutti all’albergo. Si  tutti tranne Riccardo, Gabriele e altri due. Così si diressero nientemeno che sulla spiaggia. Insieme a loro naturalmente, le tre ragazze conosciute quella sera. Mentre s’incamminavano sulla spiaggia, commentarono la serata in discoteca. Parlarono molto della musica, che era varia.
Poi si distesero sulla sabbia, che Riccardo e Laura già si tenevano per mano. Mancavano tre giorni ancora, al termine della vacanza. Comunque sia Riccardo e Gabriele scambiarono i numeri di cellulari con le ragazze. Precisamente non Giulia, perché di un’altra città.
Si sentiva il mare calmo in lontananza e si notava il cielo stellato, terso, pulito, stellato, come d’estate avviene.
 Quel giorno finiva,  lasciando dentro Riccardo un sentimento di malinconia.
 Ma le cose stavano cambiando.
 Tornati alla vita di sempre, Laura e Riccardo si frequentarono da subito . Si misero insieme. Amare, si amavano.
Riccardo e Laura cominciarono la loro vita di coppia, felici di  amarsi. Tra i due  Il più contento appariva Riccardo. Infatti aveva tutto ciò che desiderava: il motorino, la ragazza, gli amici e poi,  era  giovane.
Trascorse del tempo ( un anno ? ) e arrivò l’anno dell’Esame per il conseguimento del Diploma. Riccardo avrebbe preso il Diploma Professionale, di cinque anni. Laura, invece si diplomava in scuola magistrale. La sua ambizione restava quella d’ insegnare. Voleva laurearsi in Pedagogia e quindi insegnare.
Intanto il grande rapporto d’amicizia con Gabriele, appariva ridimensionato. Si vedevano poco, anche se continuavano a stimarsi a vicenda. Accadeva che si sentissero per telefono e chiacchieravano molto. Gabriele si sentiva snobbato,ma passava sopra anche perché voleva un gran bene all’amico. Sostanzialmente lo capiva. Gabriele :”- Ciao, Riccardo ti sto chiamando dopo tanto tempo. Come stai ? Io abbastanza bene e Laura ? Lo sai che questo pomeriggio sono stato al nostro solito negozio di dischi ed ho comprato il primo Album degli “ Iron Maiden “.-“.
Riccardo:”- Ma dai. Intanto mi fa enormemente piacere sentirti. Anche se mi faccio sentire poco, per ovvi motivi, per me sei sempre un carissimo amico. Devo confessarti che non ho in casa il primo Album degli Iron Maiden. Sono però sicuro di tenere il primo Album dei “ Black Sabbath.-“:
Gabriele:”-  Mentre era dentro il negozio e consultavo i dischi, con lo sguardo mi sono girato e ho notato che passava una vespa, con un conducente ed un passeggero. Lo sai che probabilmente il passeggero era nientemeno che Anna, si Anna l’amica di Laura.-“.
Riccardo:”- Dopo tutto non è tanto strano. Anche lei abita qui.-“.
Gabriele :”- Ciao, a presto.-“:
Anche Riccardo posò la cornetta.
Intanto,  nell’animo di  Riccardo, cominciavano ad apparire i primi cambiamenti, le prime riflessioni alla luna…
 Come mai? Anche se ancora non l’ho detto,desiderava   diventare guidatore d’autobus, ciò l’attraeva molto. Almeno sino ad adesso. Però chi lo conosceva pensava tutt’altro. Tale progetto a molti appariva come un sogno irrealizzabile, una cosa senza fondamento. S’intuiva che non fosse la persona adatta e che fosse letteralmente in preda della fantasia. Ma lui rimaneva affascinato da quel tipo di lavoro, come del resto gli adolescenti con la musica.

Matrimonio.

 L’Esame di Stato non rappresentò un ostacolo insormontabile  e  così studiando molto , entrambi, lo superarono.
La giovane sostenne un bellissimo esame e ottenne un voto alto. Riccardo superò la prova, ma non ottenne grandi voti; si doveva accontentare.
Lo stesso Gabriele conseguì il diploma e successivamente fra tutti i pensieri del momento, il più duro e difficile d’affrontare era proprio quello che riguardava la sua amicizia con Riccardo.
Trascorso un anno dal diploma,  Riccardo e Laura si sposarono. La cerimonia non si fece in Chiesa, ma rimaneva un matrimonio civile e basta.
Devo dire che la festa, il rinfresco fu un momento per festeggiare. Tutti insieme. Difatti vi parteciparono tanti vecchi amici di Riccardo,  ma anche di Laura. Era un avvenimento che tutti ricorderanno, nel tempo. La cosa più sensazionale, comunque rimase l’esibizione del gruppetto musicale di Gabriele, assai bravo chitarrista. Molti gli applausi e la festa durò a lungo, sino a tarda notte.
  Naturalmente Riccardo e Laura soprattutto, toccavano il cielo dalla felicità.  Laura ( al telefono con Riccardo ). :”- Amore, sono contenta di trascorrere la nostra luna di miele, in Francia. Non sono mai stata in Francia e mi piacerebbe visitare Parigi. Ci divertiremo. Fra l’altro ho intenzione di fare tante foto.
Comunque sia il giorno di partenza è domani l’altro e oggi ci vediamo sicuramente;  non abbiamo fissato una cena al Ristorante di via N. ?.-“:
Riccardo :”- Si, cara. Abbiamo rimandato di un giorno per motivi personali. Staremo lì per una decina di giorni. E poi non ti preoccupare ci sarà molto, da visitare.-“:
 Partirono con la macchina di Riccardo. Avrebbero vistato oltre a Parigi, anche Lione… nel lungo viaggio si fermarono a metà strada, per riposarsi. Posteggiarono la macchina, in un Autogril. Non capirono se il posto fosse autorizzato, o no. Ma nella notte, verso le tre, le quattro arrivò la polizia . Un agente severamente bussò al finestrino del mezzo e li chiese i documenti. Per Riccardo e la moglie furono momenti difficili, ma andò tutto liscio.
 Tenevano accesa anche la radio e questo li riempiva di felicità. Si baciarono. Durante il riposo notturno, chiacchierarono. Le parole data la situazione avevano un sapore particolare, d’avventura. Arrivata l’alba, ripartirono.
Vorrei aggiungere come il babbo di Laura, famoso Professore era d’origine francese. Prima che Laura nascesse aveva insegnato in un liceo di Parigi, assai famoso.  Era Docente di Lingua e Letteratura francese. Amava quindi, Zolà, Maupassant, Flaubert ed altri ancora. A scuola dava molto e si basava soprattutto su” La Bestia umana “ di Zolà,  “Il Rosso ed il nero “ di Sthendal, “Madame Bovary “ di Flaubert. Poi emigrò in Italia, perché lo spostarono e anche perché aveva conosciuto e sposato un’insegnante italiana, anche pittrice. Si la mamma di Laura.
Comunque sia quando Laura nacque i genitori già risiedevano a T. Città anche di Riccardo, Gabriele e Anna, la migliore amica di Laura.
Dopo dodici ore di viaggio, giunsero a Parigi.
Osservando la Torre Eiffel, a Laura tornò alla mente come una fotografia, il quadretto, l’abbozzo sulla medesima Torre,  famosissima in tutto il mondo  che la mamma Serena aveva realizzato tanti anni fa e che anche lei stessa aveva avuto modo di vedere, da piccola. Scattarono molte fotografie. Mangiavano con dei panini all’ora di pranzo, mentre per la cena andavano al Ristorante. A lume di candela.
Altro che momenti scanzonati, per le strade con motorini truccati oppure i ritrovi nei boschi. Questa si, che era un’altra vita. Sicuramente più borghese. Ma Riccardo amava Laura e notava in lei delle qualità nascoste. Che somigliasse alla mamma pittrice?
Pernottarono in un lussuoso albergo.

Il lavoro preferito.

Finita la luna di miele entrambi trascorsero un bel periodo, precisamente  un anno, nel quale si concretizzarono molte cose.
Mentre   il tempo passava velocemente, Riccardo fortunatamente  riusciva a trovare lavoro come guidatore d’Autobus e così tutto sembrava andare bene. Aveva realizzato il suo sogno. Desiderava  ciò, sino dai tempi dell’estate trascorsa a R.. L’amico  Gabriele anche se non condivideva del tutto il sogno del carissimo Riccardo era però, felice per lui; notava che l’amico  lavorava bene e in lui si manifestava molto la predilezione verso quel lavoro. Almeno così appariva. Nella vita quotidiana di Riccardo tutto andava come doveva andare.
Ogni giorno, ogni corsa nell’animo di Riccardo era un viaggio diverso. Che l tragitti avvenissero la mattina presto, oppure terminassero verso ora di cena, non era mai del tutto uguale. Vedeva volti nuovi. Strani personaggi che parlavano al cellulare come niente fosse, scolaresche e anche ragazzi senza biglietto.
Amava quel mestiere.
 Un giorno capitò che durante una corsa, verso mezzogiorno i controllori fecero tre multe, mentre un ragazzo “punkeggiante “, sprovvisto di biglietto riuscì a scendere dal mezzo e correndo s’allontanò. Alcuni passeggeri assai sbalorditi, quasi sgomenti invocarono addirittura l’ambulanza. Ma Riccardo dal canto suo, continuò la corsa, senza troppo lamentarsi. Arrivato al capolinea, tutti scesero, tranne un ragazzetto robusto e alto, dell’età di dodici, tredici anni. Il nostro guidatore un po’ sorpreso gli chiese:”- Come va? Sei piccolo, cosa ci fai ancora sull’autobus? Dove abiti?.-“:
Il ragazzo non si scompose per nulla e spiegò le sue ragioni a Riccardo. Era salito sull’autobus , senza una precisa meta, per fare un viaggetto, per divertirsi un po’.
Rimase d’accordo con Riccardo che sarebbe immediatamente tornato a casa.
Anche il ragazzetto era stato spettatore della fuga del “ Punk “ e così il pomeriggio narrò la vicenda agli amici. Qualcuno rise, altri rimasero incuriositi e  scioccamente desiderosi di fare avventure simili.
Comunque il lavoro per Riccardo rimaneva molto duro. Del resto l’orario pieno era di sette ore giornaliere e a volte lavorava anche la domenica e i giorni di festa.
Ma in casa per Riccardo, cominciavano a manifestarsi piccole incomprensioni. Il babbo che  lavorava in un Bar, assieme alla mamma, non vedeva  bene il lavoro del figlio. Ma però era felicissimi del matrimonio con Laura. Anzi, stimava la giovane anche per la sua provenienza borghese.
Una volta, si un martedì Riccardo e la moglie furono invitati a cena dai genitori di Riccardo. Si trattava di uno degli ultimi momenti di tranquillo matrimonio, fra i due.
L’ideatrice dell’avvenimento era la mamma di Riccardo.
La cena buonissima rivelò ancora di più la bravura in cucina delle madre di Riccardo.
La discussione della serata partì con la politica, ma poi lentamente scivolò su argomenti strani, misteriosi che venivano dagli ospiti considerati anche solo per parlare, anche se dentro venivano da questi, smossi. Ad esempio il gioco dei tarocchi, l’astrologia, ed altro ancora.
Pochi giorni dopo la cena, mentre Riccardo felicemente lavorava , accadde però l’inevitabile: Laura lo lasciò. Non specificò nemmeno tanto il motivo e Riccardo venne  scosso profondamente.  Dentro di sé  sentiva il dolore, forte, intenso, non controllabile. S’interrogava continuamente, si chiedeva  perché Laura lo avesse lasciato così, si domandava come mai così tanto soffrisse e in quei momenti  guardava spesso l’orologio, impaziente.
Il motivo della separazione: Laura preferiva un altro fisicamente, poi era disgustata dal fatto che il marito lavorasse come guidatore d’Autobus.
Si separarono, con atto civile.
 Dopo due dolorosissimi giorni, ancora scosso lo chiamò  l’amico di una volta: Gabriele. Chiacchierarono molto. Gabriele, fra tutti riusciva a capirlo più di chiunque altro. Tra l’altro un prossimo pomeriggio, s’incontrarono ai giardini e chiacchierarono  molto.
Gabriele :”- Ti sono molto vicino. Secondo me anche le cose negative possono essere trasformate in positive. Come in fondo sosteneva M. E., teologo medievale, bravo ma poco studiato. Ma perché non tenti la strada dell’arte. Non so, per me la musica ha un grande valore. E poi,  non dirmi che sei nato per fare il guidatore d’ Autobus.-“.
Riccardo :”- Sii. Ti ringrazio per l’aiuto ed i consigli. Ma la cosa principale è dimenticare Laura.-“:
Gabriele: “- Non c’è dubbio.-“:
 Giunse il primo  cambiamento : si licenziò da guidatore d’autobus. Questo avvenimento rese immediatamente  allegri sia  suo  babbo che  Gabriele . Per non parlare degl’ altri…
Cambiamento di vita.

Quello che un giorno sarebbe comunque sia diventato perlomeno un serio Mago ebbe, come già detto un forte periodo di crisi . In quei giorni i  familiari, Gabriele e gli amici non lo riconoscevano più, era cambiato,  anche fisicamente, dimagrendo assai. Era arrivato a dimagrire  ben dieci chili.  A  tutti quelli che lo conoscevano dispiaceva che soffrisse ma  lui non trovava lo stesso un istante di sollievo e dentro di sé li ringraziava; percepiva la loro solidarietà, lo loro infinita stima. Tutti, comunque avevano intuito tutto  da un po’ di tempo e adesso temevano che le cose potessero anche peggiorare; volevano intervenire in tempo, per evitare aggravamenti, quindi  per aiutarlo gli consigliarono di allontanarsi dalla città, almeno  per un periodo.  Il  suggerimento arrivò soprattutto  dal padre, che era preoccupato molto, per le sorti del figlio.  Destinazione:  una casa colonica di proprietà di un  cugino dello stesso genitore. Un parente alla lontana ma ospitale…che tra l’altro  Riccardo aveva visto soltanto un paio di volte da piccolo, ma di cui aveva sentito  parlare.  Arrivava il momento di conoscerlo, del resto faceva parte della famiglia e non era assolutamente uno sconosciuto.
 Molte rimanevano le domande che Riccardo si poneva, riguardanti soprattutto il futuro.
 Scopo principale dell’allontanamento :  dimenticare Laura ed il suo sorriso indigesto.
Continuava il periodo di grande sofferenza, così d’accordo con se stesso e senza pensarci due volte, ascoltò il consiglio del babbo e prese velocemente la decisione di recarsi fuori città, per stare meglio, per migliorare. Non aveva molte alternative. Restare in città lo faceva soltanto soffrire. Il padre così contattò il parente e si mise d’accordo. Il familiare era assai incuriosito e fece molte domande al babbo . Parlarono a lungo, anche scherzando. Padre: “- Ciao, era molto che non ci parlavamo. Direi, anzi che sono passati due anni da quando ci vedemmo per l’ultima volta. Ci vedemmo un giorno, si c’incontrammo per strada. Però se ti ricordi da piccoli eravamo anche un po’ amici. Si in quel periodo abitavamo vicino e giocavamo insieme. Ah sono trascorsi tanti anni…
Ti ho chiamato perché ho a cuore una cosa. Mio figlio, si Riccardo, non sta affatto bene. Si, si è lasciato da una decina di giorni con Laura, la sua ex moglie. Ma da quel giorno sta passando una brutta crisi interiore.
Secondo il mio parere avrebbe bisogno di allontanarsi dalla città, almeno per un periodo. E so, che te per l’appunto vivi in campagna. Vorrei vivamente che tu l’aiutassi, gli stessi vicino.-“:
Antonio:”- Ciao, prima di tutto. Mi dispiace molto che Riccardino non si senta bene. Lo voglio sicuramente aiutare. Sono curioso, voglio conoscerlo. Per me può traslocare per un periodo e vivere qui, anche per due mesi ( anche sei mesi ). Ma va bene, per la decisione del giorno  dell’allontanamento ci metteremo d’accordo poi…-“:
Padre :”- Mi hai reso felice. Va bene, ci metteremo d’accordo. Comunque sia per me mio figlio può abitare lì da te sino da lunedì, prossimo. Oggi è venerdì, poi…-“:
Ma facciamo un passo indietro, nel tempo.  Tanto per capire chi fosse questo Antonio.
Era originario di una città nella Tambardia, circondata dai  monti Cavallini che erano una catena montuosa assai famosa, anche per il turismo.
Antonio era nato lì, a Millone, precisamente  il 3 aprile 1958. Non aveva né fratelli né sorelle. Ma il babbo era Direttore scolastico e la mamma cucitrice.
Antonio riuscì a prendere il Diploma. Cercava con grande volontà d’emanciparsi il più possibile,di arrivare ad una prestigiosa professione.
È risaputo che da piccolo giocava, a volte, con il padre di Riccardo. Entrambi erano molto vivaci.
Riuscì a diplomarsi e a dedicarsi al giardinaggio.
 Ironia della sorte, senza farlo apposta  il babbo ereditava da un parente , la villa di Oltrarno…
Così Antonio e tutta la famiglia, si trasferirono. Con la grande felicità di Antonio.
La villa restava un po’ lontano dalla città. Grande internamente era circondata da un bellissimo giardino. Magico.
Antonio s’apprestava ad esercitare  il mestiere di Giardiniere, quando un’amica del babbo che gli s’era un po’ affezionata, gli consigliò di studiare sia la chitarra che l’Astrologia e altre materie esoteriche. Il lontano parente di Riccardo, acconsentì.
Da quel momento in poi l’Astrologia, la chitarra e il giardinaggio diventarono il vero scopo della propria vita. Per anni si dedicò a tali argomenti.
Arrivò domenica, il giorno precedente alla  partenza;  Riccardo si domandava quale sarebbe stato il suo futuro. Ultimo giorno di un periodo, quella mattina si percepiva nell’aria  una dolce  energia, l’aria odorava di un qualcosa di nuovo, di non tangibile con la ragione, un qualcosa che colpiva il cuore, i sentimenti, inevitabilmente. Molti erano i sentimenti che Riccardo percepiva; ripensava al passato, al periodo della scuola e all’amicizia con Gabriele. Infine alla vacanza a R., la conoscenza di Laura.
 Fece  i preparativi, molto velocemente. Portava con se anche alcuni libri, di letteratura ed un flauto a cui teneva molto.
Lasciava la città per dimenticare, crescere, maturare .
 Quel medesimo giorno, quell’ultima  sera la notte, al contrario del giorno, si mostrò dura, prepotente, come a significare   con durezza la fine di un periodo ; s’udivano dalle finestre  raffiche di vento… lui anelava ad un cambiamento.
Il giorno aveva indicato un cambiamento che la profondità della notte percepiva.
 Nel sonno, verso le sei del mattino in preda alla malinconia, s’affacciò alla finestra di camera. S’accese una sigaretta. Sembrava come se volesse memorizzare quel paesaggio, quell’istanti, nella mente, per sempre, come il volto di Laura.
Trascorsa la notte, il mattino seguente partì. La casa del lontano  parente non restava lontanissima dall’abitazione di Riccardo, anche se situata in campagna. Desiderava senza dubbio recarvisi in bicicletta e iniziò così il tragitto. Ma dopo poco s’accorse di essere stanco e di chiedere troppo a se stesso. Era anche molto spossato ed agitato. Allora per non peggiorare ancora la situazione,  domandò  al babbo  che già restava  molto preoccupato, d’accompagnarlo e  questo acconsentì.  Salì  in macchina. Alla radio trasmettevano canzoni Heavy metal e questo  diffondeva un  senso  di ribellione, che coincideva con l’avvenimento.
Quando giunse davanti al portone, ad aspettarlo vi era proprio lui, Antonio: il cugino del babbo. Entrambi si sentirono felici e godettero dell’imprevedibilità  del momento, della vita. Chi l’avrebbe mai detto, qualche anno prima?
 Si incontrarono e  si salutarono sulla porta della villa. Adesso, in quel medesimo momento Riccardo ed Antonio si conoscevano direttamente. Riccardo:”- Che piacere, conoscerla.-“:
Antonio:”- E si, ti ho visto alcune volte da piccolo, adesso ci conosceremo. Benvenuto.-“:
 Per Riccardo cominciava un  nuovo periodo e certamente neanche troppo  breve. Riccardo sapeva che avrebbe trascorso un po’ di tempo ospite del  parente e così accadde che, con il tempo, con il passare dei giorni, delle settimane, gli  narrò tante cose. Soprattutto  di Laura, da cui si era appena separato.
 Il  biscugino si dimostrò curioso e si rese conto della sofferenza del parente. Capiva di essere il solo, in quel momento a poterlo effettivamente aiutare e  soffriva per lui.
Antonio  l’ ascoltava, prestava attenzione al racconto che era molto lucido ma pieno di dolore. Narrò tutto, dai rapporti con i genitori sia da piccolo che da grande, delle Compagnie, dell’amico carissimo Gabriele. Ed infine della vacanza a R., dell’amore per Laura, del progetto di guidare gli autobus, sino alla separazione.  Riccardo spiegò al parente che Laura  desiderava addirittura il divorzio. Riccardo:” Tutto questo mi rende infelice,malinconico e triste. Poi che devo dire, è stata lei a lasciarmi. Non prova nessun affetto per me, sono sicuro.-“: I due si guardavano spesso  negl’occhi, questo li attraeva, uno verso l’altro.
 Piano piano, il parente apparve per ciò che veramente era. Si svelò la sua vera essenza, carica di magnetismo, pronta ad aiutare il prossimo, per indole.  Una persona fuori dal comune,  particolare ed interessante. Magari, forse un po’ distratta, fra le nuvole, ma piena d’interessi, molto attiva intellettualmente.  L’aspetto era dichiaratamente di uomo maturo, ma conservava dentro di sé aspetti di ragazzo. Come la naturalezza, l’ironia e la voglia d vivere.  Portava una barba lunga, assai curata. La propria attività, il suo secondo principale interesse, rimaneva misterioso. Oltre a lavorare nella villa, come agricoltore, insieme ad altri,  s’interessava, di religioni orientali, segni zodiacali e altro…  ma restava comunque sia, una persona seria.
Tra Riccardo ed Antonio, piano piano si era creato un ottimo rapporto, di simpatia e felice amicizia. Quest’ultimo, durante le narrazioni  lo guardava alzando ogni tanto lo sguardo; mentre Riccardo a volte  interiormente avrebbe voluto  scappare, fuggire per  tornare da Laura  e abbracciarla, per sempre. Ma si trattava soltanto di pensieri, o meglio d’immaginazione.  In un momento molto intenso poi, gli scesero stille di pianto e così il parente per aiutarlo lo consolò vivamente, abbracciandolo.
Riccardo :”- Vorrei parlarti di un altro problema. Eh si, un tempo, qualche anno fa, custodivo dentro di me un grande sogno: guidare l’autobus. Infatti, dopo il diploma ho fatto domanda all’At. e fortunatamente mi hanno assunto. Anche se tutti, genitori, amici, pensavano che tale lavoro non facesse per me, io continuai per la mia strada. Conservo nel mio cuore tanti ricordi, di quel mestiere. Però ultimamente mi sono licenziato e non provo nessun dispiacere. Ma adesso non so nemmeno che lavoro fare…-“:
Antonio:”_ Mi dispiace assai che tu stia male. Ti parlerò di me stesso, se sei d’accordo. Potrebbe esserti utile. Sai che io ho molti interessi, anche controcorrente.-“:
In dei momenti Riccardo veniva preso dalla nostalgia, nostalgia di casa, dei genitori ed amici e anche della vecchia vita. Ma percepiva che le cose andavano per il verso giusto, anche se alto restava il dolore, soprattutto nel ricordare…
  Il bis cugino, cosciente dell’importanza della cosa, gli stava insegnando anche a curare il giardino.  Inoltre cercava d’aiutarlo attraverso la musica. Ovvero cominciò ad insegnarli, con grande passione come si suona la chitarra; sicuramente non era cosa da poco, ma comunque Antonio partì nell’insegnamento dagli aspetti basilari, ovvero le note, il solfeggio. Inoltre insieme ascoltavano pezzi di musica importanti. Di vario genere. Riccardo si perdeva, dietro brani musicali, anche classici. Ed Antonio era contentissimo di trasmettere a Riccardo i suoi mestieri.
 Il giardinaggio, ma anche lo studio della chitarra lo  stancavano molto. E molto tempo della giornata lo trascorreva così. Dopo  si coricava presto, sicuramente dopo cena, ma presto e senza ascoltare la televisione, chiuso in una stanza per ospiti e con la radio accesa.  Al mattino presto si svegliava,quando tutto prendeva forma, il vento, il suono degli uccelli e il suo stesso animo si mescolava con il resto. Solitamente tirava un vento freddo e leggerissimo, che si fermava sul loro volto e così iniziava la giornata.
Anche la stanza restava particolare, eccentrica.  Appesi al muro alcuni poster. Vi era un balcone che dava proprio sul grande giardino. Riccardo propose ad Antonio di fotografarlo mentre si sporgeva dal balcone, per osservare il panorama.
 Antonio gli fece notare, prima di lasciarlo nuovamente a se stesso, due cose tra di loro simili.
La prima, rivela la grande capacità intuitiva del bis cugino. Questo fece notare all’allievo come fosse realmente portato per alcune specifiche materie ( Astrologia, tarocchi e altro.) La prima caratteristica, assai evidente era il naso un po’ spostato verso destra e il secondo un dito, l’alluce rivolto all’insù. Caratteristiche interessanti che rivelavano una certa insita bravura nelle suddette “filosofie “.
Inoltre gli narrò come esistesse proprio nell’oceano un’Isola allo stesso momento inquietante e misteriosa. Si trattava nientemeno che dell’Isola Nascosta. Quell’isola riservava vari segreti, alcuni ancora irrisolti. Dallo studio e dall’analisi dei resti antichi presenti lì, si capivano tanta cose sull’antichità, addirittura sulla preistoria. C’è anche qualche studioso che sosteneva tesi interessanti sul contatto dei primi abitanti dell’Isola, nientemeno che con gli extraterrestri.
Antonio:” Non ci sono mai stato, ma né ho sentito molto parlare anche dalla mia “insegnante”. Ho visto alcune foto.-“:
Intanto  l’ estate stava terminando.  Venne un temporale fortissimo e i due si ripararono  nella villa. Aveva anche ricevuto quella stessa mattina una lettera da Gabriele, che dopo mesi si faceva risentire. La missiva era profonda.
 Ascoltarono l’album The Wall, dei mitici Pink Floyd e contemporaneamente lesse ad alta voce a davanti ad Antonio, la posta dell’amico carissimo.
Nella lettera Gabriele informava come Laura ed Anna, la vecchia amica, si erano imbarcate per lavorare in navi da crociera.
L’estate finiva, la pioggia divideva le stagioni, Riccardo era cresciuto interiormente, s’intende. Si era molto arricchito, si interiormente.
Rimase lì sino a dicembre,  ai primi giorni d’inverno. Complessivamente  aveva abitato fuori casa, per otto mesi. Ma certamente adesso si sentiva più sicuro, meno deluso, non più innamorato. Il che non è affatto poco.
Il periodo di lontananza da casa, da tutto e tutti era concluso.
 Così tornò a casa, in città. Lasciava tutto alle spalle, Laura, il lontano parente e la nuova vita nella Villa.
I genitori l’accolsero felicemente. Il babbo arrivò al settimo cielo e ringraziò , di persona e vivamente il parente per il proprio aiuto.
Tutto questo contribuì ad aumentare fra loro due i sentimenti di stima e orgoglio.
  Ricorderà per sempre anche la villa dove aveva abitato, che tra l’altro era molto grande e situata nel verde di una campagna  che odorava di saggezza. Ormai restava chiaro; si trattava di uno spartiacque, nella sua vita. Esisteva così un prima ed un dopo. In tutto e per tutto.
Nel seguente periodo si ricordò dell’interesse che Antonio coltivava per alcune materie e così decise lui stesso di dedicarsi, in particolare all’ astrologia, ai tarocchi. Tali conoscenze diventarono per lui oggetto di studio approfondito.  Del resto già era rimasto affascinato dalle parole del  lontano parente, quando suggeriva alcuni argomenti. Con il tempo riuscì a diventare addirittura semi-professionista. Il  cugino del babbo,  venne informato di ciò: provò immenso piacere.
  Non salì più sull’autobus, nemmeno per spostarsi, preferendo la macchina oppure la bicicletta.
Il periodo di lontananza era servito e non poco.
Riccardo, con il tempo venne soprannominato: Il Mago. Ma da chi venne così chiamato? Proprio dal suo vecchio amico :  Gabriele.    Il loro legame rimaneva sicuramente molto forte, come vedremo in seguito. Le loro strade si sarebbero di nuovo incontrate… erano amici dai tempi della vacanza a R., momento in cui Riccardo aveva conosciuto Laura.

La nuova  professione.

Intanto il soprannominato Mago, in seguito al periodo di lontananza, si dedicava tutto e per tutto nell’ approfondire alcuni argomenti. Leggeva, leggeva, libri comprati in una specifica libreria. Di chi libreria si trattava?
Era situata vicino casa di Riccardo, ma non si notava molto. Infatti si trovava su di un angolo, vicino ad una farmacia. Vendeva anche libri usati e di tutti i tipi. Dai romanzi e le poesie ai saggi storici, per arrivare proprio a libri di tipo esoterico-astrologico, ecc..
Il nostro protagonista  capitava lì due, tre volte alla settimana e vi spendeva abbastanza soldi. Ma sapeva, aveva capito che quella era la strada giusta. A volte si fermava anche a chiacchierare con il proprietario; persona già di un certo livello culturale e assai preparato anche in materie inerenti l’esoterismo. Di corporatura era slanciato, con due spalle abbastanza forti, anche se non grandissime. Il suo corpo misurava il metro e ottanta.
Capitava che il “Mago “  e lo stesso Michelangelo, ovvero il proprietario, chiacchierassero assai.  Impiegavano il pallido tempo pomeridiano a discutere di vari argomenti ( Fra cui anche la storia e la letteratura ). A volte s’affacciavano clienti che non si curavano della discussione per poi partecipare animosamente anche loro.
 C’era da sbizzarrirsi, ve lo assicuro.
Un mattino, mentre stava consumando la colazione squillò il suo cellulare. Si lo stava chiamando Antonio si il biscugino. Riccardo inizialmente non ci credeva e s’impappinò molto; la voce gli era come cambiata era calata di tono. Poi sorrise.
Antonio :”- Dai, sono io, sono proprio io. Come te la passi?.-“:
Riccardo :”- Ti abbraccio. Mi fa molto piacere sentirti. Dal periodo della mia lontananza è già passato più di un anno. Nonostante il tempo, mi ricordo vivamente di te.-“:
Antonio:”- Ho saputo da tuo padre che hai continuato a dedicarti alle materie esoteriche, come ti avevo insegnato. Prediligi l’astrologia? Fai i tarocchi? E la psicomagia?.
Comunque sia ti sto chiamando per invitarti a partecipare ad un corso di Astrologia, a Torino presso la Biblioteca Thoreau. Sei d’accordo? Non preoccuparti per il viaggio, ho la macchina e guiderei io.-“:
Riccardo:”- Sono felicissimo. Parteciperò al corso, quasi sicuramente. quando si  svolge ?-“:
Antonio:”- In questo periodo prenatalizio, ovvero fra una settimana.
Volevo aggiungere che le spese ci verranno rimborsate.-“:
Riccardo:”- Grazie, ti farò sapere in settimana.-“:
il “Mago” riflettette per qualche giorno e poi decise che avrebbe sicuramente partecipato al Corso.
Avvertì il parente e i due fissarono il giorno della partenza.
Dentro di se Riccardo già immaginava come il corso sarebbe stato interessante e istruttivo. Un evento da non perdere, dunque…
Trascorsa una settimana, arrivò il momento di partire.
Il corso risultò essere interessantissimo. Tanti gli argomenti e gli autori trattati.
Per caso i due incontrarono la stessa Giulia, amica di Laura e che Riccardo aveva un po’ conosciuto nella vacanza a R., anni fa.
 Infatti Riccardo volse lo sguardo indietro, quando  avvertì che una giovane donna lo stava salutando. Si scambiarono due occhiate veloci; senza parlarsi si presentarono, per poi abbracciarsi.
Erano commossi.
Il bis cugino fece una risatina sotto i baffi, per poi presentarsi a Giulia.
 Il corso era principalmente incentrato sull’Astrologia, che è una scienza molto complessa. Ma in alcuni momenti vennero considerate anche le religioni, i tarocchi e la psicologia.
Il “ Mago “ tornò un po’ indietro nel tempo con il pensiero, si a quando guidava gli autobus. Ma per un attimo. Si sentiva cresciuto e dentro di se percepiva Gabriele, che lo consigliava.
Adesso stava diventando un semi-professionista e la cosa lo rallegrava, gli dava impulsi di curiosità.