Chi mai tesse la tela?

42857065_10217550266257685_2474628682711302144_nIl sipario si apre sulla scena di un’epica battaglia nel delta del Gange dove il potente Generale Archidamo Stanatis fronteggia le forze dell’Impero rivale di Nippon. A molti chilometri di distanza, nella città di Lacedemone, sua figlia Nymphodora continua a sognare una rivoluzione urbanistica e architettonica che riporti alla luce del sole le abitazioni spartane confinate nel sottosuolo. Ed è vicino a lei, nel ruolo di schiava e amante, che ritroviamo Aracne, la splen-dida eroina di cui abbiamo letto le peripezie nel primo volume di questa saga, “Il sogno del ragno”. Chi ha conosciuto Aracne, sa che la cifra della sua esi-stenza è la fuga; se però nella storia precedente il suo viaggio verso la libertà era stato “una fuga per la vita”, in questo secondo volume, “Il regno del ra-gno”, l’evasione dalla sua condizione di ilota è indirizzata principalmente verso la “conoscenza”. Di se stessa, del suo destino, del mondo e dei suoi so-gni. Ed è proprio all’inseguimento di un sogno e alla ricerca di una vita di-versa, libera dalla ragnatela intrusiva di Sparta, che Aracne, con il suo bam-bino nato da una violenza, con Nymphodora, e con Doukas, studente di Architettura, parte verso le terre del Nord insieme a Ingmunde, maestro di norreno. Da cosa fuggono tutti quanti? Dalla schiavitù e dall’insensatezza. Che cosa cercano? Il volo della libertà, il fuoco dell’amore, la risposta ai loro sogni.
“Non si dovrebbe morire prima dei nostri sogni” asserisce Lucius, lo schiavo di origine romana, quasi un Erodoto ucronico, incaricato di registrare le gesta di Archidamo Stanatis contro i samurai di Nippon, ma fermamente intenzio-nato a tramandare l’interpretazione dei fatti oltre alla loro semplice amplifica-zione voluta dal potere a scopi propagandistici; la frase è rivolta a un nuovo personaggio, la Seconda Educatrice, una sedicenne che, a dispetto della sua fun¬zione, relegata nella periferia dell’Impero, ignora tutto della nascita e della morte, ignora in cosa consista il potere dell’onnipresente apparato statale di Sparta, ne fraintende persino le agghiaccianti crudeltà e conosce solo l’orizzonte ristretto dell’Isola dei Donatori, dove accudisce i bambini predesti¬nati alla donazione degli organi e dove approdano i fuggitivi. Anche lei, lentamente e con fatica, impara che nell’isola dove è vissuta – una deforma¬zione macabra dell’Isola che non c’è in cui i bambini sperduti vive-vano una magica infanzia al fianco del bambino per eccellenza, Peter Pan – non c’è posto per nulla che non sia l’orrore. E l’orrore più grande, in tutti i tempi e in tutti i luoghi, non solo nella dimensione ucronica di Sparta, è l’ignoranza di sé, delle proprie origini, del mondo e dei suoi meccanismi.
Dunque il filo rosso che collega i personaggi, i loro pensieri, i dialoghi, è la ri¬cerca della verità in un mondo contrassegnato da letali menzogne e da un’onnipresente violenza. E questo mondo emerge dalle pagine del libro con una nettezza sorprendente: tra avventure e guerre, tra amore ed erotismo, tra colpi di scena e inseguimenti, domina incontrastata la fantasia felicemente sfre¬nata dell’Autore che ci dipinge un universo impensabile; come non ammi-rare l’invenzione dei “mutanti thalassiani”, sintesi felice di fantascienza e di classicità? Come non stupirsi per le “biobarche” trainate da delfini o per i “sal¬tadune”? In questo macrocosmo che oscilla tra rimandi alla storia, tra allu¬sioni al tempo presente – soprattutto per quanto riguarda la genetica e la rivoluzione informatica -, tra misteri inquie¬tanti, non ultimo quello che riguarda le origini di Aracne, brillano di luce propria i momenti lirici e le citazioni che sono un omaggio al mondo ome¬rico.
Un romanzo vario, avvincente, dove all’intreccio dinamico si affianca la malinco¬nica riflessione sulla “vita derubata” dalla dittatura e sull’espropriazione dei “sogni”.
Spicca, in ogni caso, la protagonista diventata madre, questa giovane donna che ha tatuato sulla fronte il disegno di un ragno e che alla fine del libro sco-prirà la verità sulle proprie origini; lei, “dagli occhi di prato”, lei che vive una sessualità senza consapevolezza, lei di cui seguiamo, passo passo, l’itinerario di formazione:
“E Aracne non sapeva più nulla. Non capiva la pioggia. Non capiva il proprio pianto e ancor meno il proprio riso. Non capiva se stessa e non capiva i sogni. Forse per questo piangeva. Forse per questo rideva.”
Di nuovo prigioniera, in una detenzione peggiore di quella di Neapolis, peg-giore di quella di Lacedemone, Aracne dà un appuntamento imperdibile ai suoi lettori nella prossima storia.
Non resta che aspettare l’uscita del terzo volume della saga per verificare se anche noi moderni, come l’immaginaria Aracne, siamo intrappolati nella ragna¬tela dei nostri stessi sogni. O in quella che tesse per noi Carlo Menzinger.

Nadia Bertolani

Cibo e grasse risate

Di Massimo Acciai Baggiani

Dalla Spagna al Teatro di Rifredi, in quel di Firenze: in questi ultimi giorni del 2018 i bravissimi attori della compagnia Yllana (Susana Cortés, Antonio de la Fuente, César Maroto e Rubén Hernandéz) hanno portato in scena uno spassoso spettacolo dissacratorio sui cuochi, gli chef! In una serie pirotecnica di gag sul tema della cucina, anzi della “new cuisine”, esploriamo nuove culture (quella giapponese, quella francese, ma anche la nostra cultura italiana rivisitata secondo la visione che ne hanno oltralpe) e – in una “lingua non lingua”, una sorta di gramelot che rifà il verso a varie lingue, con l’ausilio di una gestualità perfetta e ottimi trucchi di magia, tra disastri culinari e drammi familiari si dipana la storia dei nostri eroi, alla prese con spettacoli televisivi, critici bizzarri e parenti pittoreschi regalando grasse risate al pubblico: LOL!!

Firenze, 28 dicembre 2018

Il respiro della luce

Articolo di Massimo Acciai Baggiani

tania zotoiuHo scoperto la voce stupenda di Tania Zotoiu durante un concerto natalizio nella chiesa avventista di Firenze: mi ha rapito fin dalle prime note. In seguito ho acquistato il suo cd all’ingresso della chiesa, Breath of Light, autoprodotto, e l’ho ascoltato più volte a casa, assaporando le canzoni in inglese, italiano e rumeno che parlano di fede e speranza. Nonostante il mio ateismo (sono buddista) e anticlericalismo ho sempre apprezzato la musica cristiana contemporanea: quei testi gioiosi, pieni di luce, quelle melodie orecchiabili e coinvolgenti, mi sanno dare serenità e mi infondono un senso di pace e calore familiare, di buoni sentimenti. Un po’ come le favole. Tania è una giovane donna che mette l’anima e il cuore nelle sue interpretazioni, e si sente. Consiglio l’ascolto attento: credenti e non credenti, lasciatevi rapire anche voi da questa voce divina.

Firenze, 20 dicembre 2018

Meditazioni di un medico ebreo

Di Massimo Acciai Baggiani

maestroQualche anno fa mi capitò di trascrivere al pc alcuni vecchi quaderni scritti in esperanto da un tale Leone Maestro (1900-1973), medico ebreo che a partire dalla seconda guerra mondiale ha iniziato a tenere una sorta di diario, pieno di meditazioni che riportava quasi quotidianamente su carta. Il signor Maestro ha scritto per più di trent’anni, lasciando centinaia di pagine in eredità ai cinque figli – Marco, Roberto, Miriam, Lea e Fiorenza – i quali hanno giustamente pensato di condividere col mondo le riflessioni filosofiche del padre. Nasce così Meditazioni, edito nel 2015 dalla casa editrice livornese Salomone Belforte & C.: un’antologia dei primi quaderni, quelli scritti in italiano negli anni della guerra, precisamente tra il ’39 e il ’44. I successivi, quelli scritti in esperanto, sono purtroppo ancora inediti – anche se salvati su pc – e sono quelli che ho letto per primi. Mi mancava, come dire, l’“antefatto”: ho potuto colmare questa lacuna grazie al dono dei fratelli Maestro, ritrovando – a distanza di molti anni – quello stile arguto e in molti casi lapidario che fa pensare alle massime di La Rochefoucauld applicate alla Storia, quella che l’autore stava vivendo in prima persona dal suo esilio marsigliese (nel 1940) e successivamente in un’Italia martoriata dal conflitto, perseguitato per il suo antifascismo. Scamperà al destino di molti suoi correligionari (ma sua madre morirà ad Auschwitz nel ’44). Vive in molti luoghi, tra Roma, Firenze, la Libia, la Tunisia e il Fezzan, annotando diligentemente le sue impressioni, fino alla morte per infarto negli anni Settanta. Perché abbia deciso di scrivere buona parte dei suoi quaderni in esperanto (lingua peraltro creata da un altro ebreo, quel Ludovico Zamenhof che aveva a sua volta assaggiato sulla sua pelle i conflitti internazionali) lo si può facilmente intuire dalla visione cosmopolita della politica che emerge dalla sua opera: una visione non priva di ironia ma neppure di profonda amarezza e disillusione, anche nelle pagine del dopoguerra.

Firenze, 16 dicembre 2018

Bibliografia

Maestro L., Meditazioni, Livorno, Salomone Belforte & C., 2015.

Recensione di Paolo Ninzatti del romanzo IL REGNO DEL RAGNO di Carlo Menzinger

42857065_10217550266257685_2474628682711302144_n“Il regno del Ragno”, la seconda parte della trilogia di Sparta, ci porta ora dentro scenari esotici. Kipling incontra Salgari in un Bengala alternativo nella descrizione delle fasi della guerra Greco-Nipponica. Un conflitto primitivo con dirigibili e armi da fuoco rudimentali ma a cui si aggiungono sprazzi che mi hanno ricordato Tolkien, con giapponesi che cavalcano animali mutati e anche volanti. Niente fantasy naturalmente perché le mutazioni sono frutto della scienza. L’autore ha combinato l’ucronia steampunkeggiante con la fantascienza che tratta di genetica. Laddove nel duemila alternativo e spartano ancora si gira in treni a vapore e dirigibili, quest’ultima ha superato quella del nostro universo. E qui mi fermo nello spoiler sperando di aver stuzzicato la voglia di leggere questo romanzo da un lettore che ami le scene spettacolari. Non solo quelle che si svolgono nella jungla ma anche quelle dell’odissea di Aracne e compagni nel mare del Nord. E quando dico Odissea, so quel che dico. Nonostante Salgari e Kipling conditi con Omero, una delle scene che mi è piaciuta di più è una discussione madre-figlia su un giovane pretendente alla mano di quest’ultima. Un classico in cui la giovane esprime chiaro e tondo quello che pensa del bellimbusto.
Scritto nello stile fedele a quello precedente questa seconda parte ci svela finalmente il perché del ragno tatuato e di chi sia in realtà Aracne. Lo sfondo è sempre quello di una Sparta totalitaria che denigra amore, individuo e famiglia, come nella prima. Una ragione per cui ho fatto il tifo non soltanto per gli sprazzi di ribellione di alcuni dei suoi cittadini, sia spartiati che iloti, ossia molti dei protagonisti, ma perfino per i giapponesi. Ben delineati anche i “cattivi” o anche quei personaggi meno simpatici. Un piccolo punto negativo: la storia si ferma proprio sul più bello lasciandoti insospeso con la curiosità di vedere come va a finire. Ma anche a questo c’è il rimedio: la terza parte uscirà entro breve e sazierà ogni appetito. Tutto sommato una saga che si appella non solo agli amanti dell’ucronia e della fantascienza, ma anche agli appassionati dell’avventura, della storia e della cultura greca, a chi tifa per gli oppressi, a chi ama i ribelli, a chi vorrebbe che l’amore trionfasse sulla guerra. Ceterum censeo: da leggere.
https://sites.google.com/…/via-da-sparta/il-regno-del-ragno…

Popcorn

Di Massimo Acciai Baggiani

I francesi Jean-Baptiste Diot e Jonathan Lardillier, della compagnia Les objets volants, non hanno messo su un semplice spettacolo di giocoleria, al Teatro di Rifredi: Popcorn è qualcosa di più, è gioco spensierato, è fantasia, è ironia, è musica e recitazione. La scena di riempie di oggetti: mobili cubici, lampade da tavolo e naturalmente gli strumenti di lavoro del giocoliere – anelli, palline, clave. Colpisce, oltre la bravura degli artisti francesi, la loro simpatia. Uno spettacolo per adulti e bambini, che non delude.
Firenze, 8 dicembre 2018

Il lago dei cigni ai nostri giorni

Di Massimo Acciai Baggiani

Non sappiamo cosa avrebbe pensato Pëtr Il’ič Čajkovskij di questa rivisitazione del suo celebre balletto, portato per la prima volta in scena a Mosca nel 1877: sicuramente sarebbe rimasto sconcertato. Non così noi, spettatori del ventunesimo secolo, davanti alla coreografia e regia di Loris Petrillo del capolavoro immortale: almeno io ho trovato interessante questa rilettura in cui al classico tema del cigno e alle musiche originali si alternavano brani moderni di jazz e rock progressive. Si tratta di un’opera molto “fisica”, in cui i corpi seminudi sono prepotentemente presenti sulla scena, con movenze sensuali, e nel complesso dissacrante. La prima al Teatro di Rifredi ha registrato il tutto esaurito e il pubblico ha premiato Il lago dei cigni in chiave contemporanea con lunghi meritati applausi.

Firenze, 1° dicembre 2018