Il Napoleone divergente

Di Massimo Acciai Baggiani

Cosa accadrebbe se, in un mondo ucronico in cui Napoleone non se n’è andato dall’isola d’Elba e vi ha fondato un piccolo principato giunto fino ai giorni nostri sotto forma di minuscola repubblica, il Grande Còrso venisse clonato ed entrasse in politica nella vicina repubblica italiana? Quali idee innovative porterebbe per sbrogliare l’incasinatissima situazione del Belpaese?

Questa l’ipotesi intrigante da cui parte Pierfrancesco Prosperi in Napoleone è morto all’Elba (2 volte), uscito in tempo di pandemia; ipotesi elaborata con la consueta cura e verosimiglianza che caratterizzano le opere dell’autore aretino. Un’isola è sempre un luogo suggestivo, che rimanda a molta letteratura di mistero e avventura: un mondo a sé che, se nella realtà non potrebbe essere autosufficiente, potrebbe in effetti essere una micronazione come San Marino o il principato di Monaco se l’Empereur l’avesse eletta a sua dimora definitiva. Prosperi non nasconde di essere affascinato da quegli staterelli che rappresentano un po’ degli accidenti della storia, non a caso ha dedicato un’ucronia anche al già ricordato San Marino (ancora inedito) di cui nessuno sente la mancanza in un mondo in cui non è mai esistito. Chissà cosa scriverebbe Prosperi sull’Isola delle Rose, altra isola piena di fascino, purtroppo invasa e distrutta dall’esercito italiano…

I mondi ucronici di Prosperi finiscono sempre per mescolarsi, a differenza di quelli di Carlo Menzinger: si passa da uno all’altro con una certa naturalezza, al lettore immaginare in quale preferirebbe eventualmente vivere.

Firenze, 15 maggio 2021

Bibliografia

Prosperi P., Napoleone è morto all’Elba (2 volte), Firenze, Mauro Pagliai Editore, 2020.

Lager e schede perforate

Di Massimo Acciai Baggiani

Come abbiamo visto, Pierfrancesco Prosperi ha studiato a fondo le dittature del ventesimo secolo, in particolare quella fascista e nazista, a cui ha dedicato racconti e romanzi ucronici. Il processo numero 13 tratta un argomento molto delicato e spinoso: i rapporti tra l’IBM, la nota grande azienda statunitense, e il regime nazista, durante la seconda guerra mondiale. Dodici sono stati i processi minori a funzionari e medici, colpevoli di crimini contro l’umanità: Prosperi ne immagina un tredicesimo che avrebbe potuto e dovuto svolgersi a Norimberga nel 1949. La responsabilità nella Shoah non si limita a chi, tra il popolo tedesco, ha deciso di mettere in atto i folli progetti del Führer, ma anche a quei tecnici la cui scienza è stata impiegata per scopi malvagi, di cui i tecnici stessi erano consci: in altre parole l’IBM era ben consapevole di quanto accadeva nei lager e anzi la tecnologia informatica americana dei primordi ha permesso a nazisti di uccidere molti più ebrei, con una efficienza mai vista (viene in mente la poesia di Salvatore Quasimodo, Uomo del mio tempo, «con la tua scienza esatta persuasa allo sterminio») perché, come si legge in una pagina del libro di Prosperi, tra romanzo thriller e saggio, «con le nuove spaventose possibilità che le innovazioni scientifiche offrono, la tecnica non può permettersi di essere neutrale»[1], ossia senza cuore, senza compassione.

Firenze, 13 maggio 2021

Bibliografia

Prosperi P., Il processo numero 13, Arese, Edizioni Della Vigna, 2018.


[1] Prosperi P., Il processo numero 13, Arese, Edizioni Della Vigna, 2018, p. 151.

Ci penseranno gli alieni

Di Massimo Acciai Baggiani

La quarta verità è un divertissement (così l’ha definito l’autore) o meglio un’“antifavola” sul futuro del nostro pianeta; un apologo fantascientifico ed ecologico che rivela un grande pessimismo, comune anche a un altro autore di cui mi sono occupato molto: Carlo Menzinger (e anche Piero Dolara). Eppure non è più tempo di tenere la testa sotto la sabbia, negando il problema: il clima sulla Terra sta cambiando rapidamente e presto potrebbe non esserci più tempo per porre un rimedio. Nel romanzo breve di Prosperi, ambientato in un futuro prossimo, quel punto di non ritorno è già stato superato, quindi come non guardare con speranza all’arrivo di misteriosi alieni, tecnologicamente avanzatissimi, per togliere le castagne dal fuoco?

Gli Uniani, provenienti dal pianeta Uno (in quanto considerato in precedenza erroneamente l’unico abitato da forme di vita intelligente), influenzano la Terra ancora prima del loro sbarco, annunciato con un anno di anticipo, facendo sorgere la strana quasi-setta degli Incontristi, i quali cercano di mettersi in contatto telepatico con i visitatori extraterrestri, e poi si suicidano senza rivelare alcunché delle loro sconvolgenti scoperte. Questo crea una notevole suspense nel lettore, che attende col fiato sospeso – insieme ai terrestri – l’arrivo degli Uniani e la rivelazione dei loro segreti. L’attesa sarà ben ripagata per il lettore: la “quarta verità” sarà in effetti del tutto inattesa.

Si tratta sì di un romanzo di fiction, ma molti dei rapporti ambientali che si alternano alla narrazione sono reali e l’eventualità che si realizzi un futuro distopico come quello descritto da Prosperi è tutt’altro che remota. L’umanità è giunta a un bivio, questo l’ho sempre ripetuto anch’io: se non cambia paradigma mentale, se non supera i propri egoismi e la sua visione limitata, andrà verso l’estinzione. Ma io sono più fiducioso rispetto sia a Prosperi che a Menzinger: l’Uomo troverà in tempo la saggezza necessaria per cambiare. O almeno è la mia speranza più grande.

Firenze, 12 maggio 2021

Bibliografia

Prosperi P., La quarta verità, Booksprint, 2019.

Uccidendo Hitler

Di Massimo Acciai Baggiani

Pierfrancesco Prosperi è attratto, come molti autori di ucronie, da quel tragico capitolo della storia che riguarda il fascismo e il nazismo. Ne abbiamo visto esempio in HH Hitler’s Hamptons dove il Führer subiva una sorte ben diversa di questo nuovo romanzo allostorico, Il 9 maggio, il cui sottotitolo – Cosa sarebbe successo se Hitler fosse morto a Firenze nel 1938? – svela la tesi di fondo a cui Prosperi dà una risposta non soddisfacente per gli antifascisti (come me), ma comunque possibile e verosimile. Se durante quella storica visita dei due dittatori alleati nella mia città, nella primavera di 83 anni fa, l’Imbianchino [1] fosse stato assassinato in un attentato riuscito a metà, il Duce non avrebbe partecipato alla Seconda Guerra Mondiale (che verosimilmente, senza il Führer non avrebbe avuto luogo) e sarebbe morto serenamente nel suo letto 24 anni dopo la sua tragica morte in questa linea temporale, come altri dittatori europei quali Franco e Salazar, e l’Italia sarebbe rimasta fascista molto più a lungo.

Il romanzo si apre con una serie di testimonianze giornalistiche sulla morte di Mussolini, nel 1969, per poi tornare a quel fatidico 1938 in cui un gruppetto di amici progetta di far saltare in aria in contemporanea il Duce e il Führer. Il primo si salva solo per un caso fortuito. La preparazione dell’attentato è ben descritta nei dettagli, e la suspense per il lettore – che si domanda cosa non sia andato per il verso giusto – è assicurata. Affascinante la ricostruzione di un’Italia fascista negli anni Sessanta, come interessante e accurata la descrizione di quel giorno di maggio – di cui ho visionato talmente tante foto in bianco e nero [2], durante il mio lavoro presso l’Archivio Locchi, che mi pareva di essere lì, mentre l’azione si svolgeva.

Firenze, 10 maggio 2021

Bibliografia

Prosperi P., Il 9 maggio, Napoli, Homo Scrivens, 2019.


[1] In realtà Hitler non fu imbianchino, ma aspirante pittore: se fosse stato accettato all’Accademia la storia sarebbe stata ben diversa, come mostra anche Norman Spinrad in Il signore della Svastica (1972).

[2] Fino alla nausea.

Il Gran Torneo delle religioni

Ultimamente lo scaffale del libero scambio mi ha presentato un libro bellissimo riguardo al dialogo interreligioso, il più bello e interessante su questo argomento tra quelli che ho letto. Sotto la forma di un romanzo con sfumature “gialle” e “rosa”, l’autore, Shafique Keshavjee, teologo keniota di origine indiana, mette a confronto le cinque religioni più diffuse (buddismo, induismo, islam, ebraismo, cristianesimo) in un ipotetico torneo “sportivo” a cui partecipa anche un delegato ateo (o meglio, un libero pensatore materialista, visto che anche il delegato buddista è ovviamente ateo): ciascuno presenta la propria fede, a turno, senza essere interrotto dagli altri “atleti”, civilmente, in un clima di grande amicizia che può esistere giusto in un romanzo: nella realtà in un torneo del genere probabilmente i delegati si scannerebbero a vicenda, o quando meno cercherebbero di sopravanzare gli avversari parlando, o meglio urlando, in contemporanea, come in un talk show televisivo…

Il Re, il Saggio e il Buffone si svolge d’altronde in un luogo di fiaba, un reame “lontano lontano” dove il sovrano ha a cuore i propri sudditi ed è affiancato da due consiglieri molto diversi: un sapiente e un buffone. Una notte tutti e tre fanno uno strano sogno che ispirerà loro il curioso torneo, per stabilire quale sarà la religione di stato. Vengono invitati i rappresentanti delle varie religioni e l’ateo, che è il primo a parlare, seguito dai delegati delle religioni asiatiche per finire con quelle dei “popoli del Libro”. La salomonica decisione finale del Re coincide col mio modo di pensare: ognuno segua la religione che preferisce, senza imporre nulla agli altri.

Dal confronto emergono certo molte differenze tra le varie fedi, ma l’autore pone l’accento sui principi comuni, quelli più puri, contrari alla violenza, all’ipocrisia e al fanatismo che purtroppo osserviamo spesso nel passaggio dalla teoria alla pratica. Qualche frecciata non manca neanche in questo pacifico quanto utopico torneo, ma tutto sommato regna il rispetto e il più piccolo fanatismo viene messo subito a tacere. Una lettura che avrei voluto fare molto prima, in cui ho ritrovato molte delle idee che già coltivavo: lo consiglio a tutti coloro che hanno una mente aperta, desiderio di conoscere altri punti di vista e speranza che un giorno non ci si ammazzi più in nome di un dio o di un principio spirituale che dovrebbe recare gioia e pace.

di Massimo Acciai Baggiani

Firenze, 2 maggio 2021

Bibliografia

Keshavjee S., Il Re, il Saggio e il Buffone, Torino, Einaudi, 1998.

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La vera storia di Annie Wilkes

Di Massimo Acciai Baggiani

Dal film Misery non deve morire (1990)

Quante falsità sono state dette e scritte su quella vicenda di Paul. È tutta una grossa calunnia: non dovete credergli! Non ero io la cattiva della storia, tutto al contrario: era lui il carnefice e io la vittima. Gli ho salvato la vita, l’ho curato come neanche sua madre avrebbe fatto e lui come ringraziamento mi ha sequestrata in casa mia e poi mi uccisa. Mi ha uccisa due volte, a pensarci bene: la prima fisicamente, la seconda col suo libro in cui ha rigirato la frittata, dipingendomi come una psicopatica assassina.

È tempo che io racconti la verità, davanti a questo Tribunale ultraterreno.

Non nego di aver portato a casa mia Paul dopo l’incidente. Era ferito e privo di sensi, e in quella maledetta tempesta di neve sarebbe morto senza il mio intervento. Erano gli anni Ottanta, non c’erano cellulari e casa mia era davvero isolata, altrimenti avrei avvertito subito i soccorsi. La tempesta durò a lungo; ero un’infermiera, sapevo cosa fare e lo feci. Mi presi cura di quello scrittore da quattro soldi, ingrato e dall’ego ipertrofico, senza nemmeno sapere chi fosse. Io certa spazzatura non la leggo: in casa mia avreste potuto trovare i classici russi e francesi, insomma della vera letteratura, non certo le avventure sentimentali di Misery Chastain, che conosco solo per sentito dire.

Che Paul fosse un cattivo soggetto non l’ho capito subito. All’inizio anzi sembrava piuttosto simpatico e cordiale, anche se il suo narcisismo era evidente. Innanzitutto si stupì moltissimo di non essere stato riconosciuto subito come personaggio pubblico – ma io i rotocalchi rosa non li leggo – e, quando mi disse il suo nome e notò la mia espressione perplessa, ebbe un lampo nello sguardo che non mi piacque per niente. Se avessi colto quel primo inquietante segnale, se avessi dato retta al mio istinto, adesso sarei ancora viva, a rileggermi in veranda Dostoevskij o Proust.

Sì sono una lettrice dai gusti raffinati. Non fraintendetemi: non è che non mi piaccia la letteratura del mio paese – l’America ha avuto scrittori di prim’ordine – ma l’esotismo della vecchia Europa mi affascina di più. Paul, come sapete, mi accusò perfino di averlo costretto a bruciare il suo romanzo Bolidi, ma, dovete credermi, quel romanzo non l’ha mai scritto! Il suo ritiro in montagna non aveva prodotto assolutamente nulla, il “caro” Paul era in pieno blocco dello scrittore, perciò aveva ucciso la sua eroina nel suo ultimo romanzo edito, si era venuto a noia da solo, non ne poteva più. Sono stato il capro espiatorio anche di quello…

Ma la fantasia non gli mancava, questo no. Si è inventato una storia pazzesca, compreso che fossi stata io a costringerlo a scrivere Il ritorno di Misery, solo per me, quando in realtà se lo sarà fatto scrivere da un ghostwriter dopo avermi assassinato, certo non lo ha scritto a casa mia sotto la minaccia di un martello.

Ma andiamo con ordine.

Paul riaprì gli occhi ventiquattr’ore dopo che lo avevo tolto dai rottami della sua auto, pulito dal sangue, bendato e messo a letto. Mi presentai e gli spiegai che, a causa della tormenta, eravamo isolati e senza corrente elettrica. Qualche albero doveva essere caduto sui cavi elettrici. A lume di candela in una casa in mezzo al bosco, lontana dalla strada principale, ci si può sentire un po’ a disagio, glielo concedo, ma la sua reazione fu spropositata. Mi minacciò urlandomi epiteti irripetibili.

Io lo lasciai solo a smaltire la rabbia, che era principalmente quella di non averlo riconosciuto e di averlo trattato da pari. Queste celebrità con la puzza sotto il naso mi hanno fatto sempre vomitare, ma sono stata comunque un’ottima ospite. L’ho lavato, gli ho dato da mangiare, gli ho cambiato le bende e ho fatto tutto quello che gli avrebbero fatto all’ospedale, anzi di più. Non aveva alcuna fretta di andarsene; aveva trovato l’alibi perfetto per sparire un po’ dalla circolazione, da una moglie che probabilmente lo tradiva e lo vessava, da un editore che lo metteva sotto pressione per un nuovo libro – che non era in grado di scrivere – e magari anche qualche creditore. Insomma, io non l’ho trattenuto affatto contro la sua volontà a casa mia; vi assicuro che era un ospite più che consenziente, ero io semmai che volevo liberarmene al più presto. Non era certo un buon conversatore, non aveva letto neanche una pagina di Tolstoj o di Hugo, era capace soltanto di parlare di baseball e scopate, con un linguaggio che avrebbe fatto arrossire un noto critico d’arte italiano.

Mi ero trasformata nella sua serva, e questo non mi piaceva. Si stava approfittando della mia buona educazione e spirito da crocerossina. Perché allora non l’ho buttato subito fuori di casa? Giusta domanda, difficile risposta. Mi stava ricattando: forte della sua posizione di vip, avrebbe raccontato una versione ben diversa se io non lo avessi tenuto «fuori dal mondo» – così diceva – ancora un altro po’. Fino a quando? «Un altro po’» rispondeva, evasivo. Col tempo finii col sospettare che quando è uscito fuori strada durante la tormenta stesse già pianificando di sparire. Magari aveva qualche conto in sospeso con la malavita…

Mi viene da ridere al pensiero di me che lo avrei costretto a resuscitare la sua Misery. Era lui che costringeva me ad ascoltarlo mentre mi leggeva il suo ultimo romanzo con la sua eroina che muore – ne aveva una copia nella sua borsa, accidenti a me e a quando ho preso anche quella, anziché lasciarla in macchina dove sarebbe stata trovata al disgelo. «Ti devo educare alla buona lettura» mi ripeteva. Quando sollevavo qualche obiezione diventava una belva.

Ormai le sue ferite erano guarite e aveva ripreso le forze, e con esse era aumentato il suo potere su di me. Di carattere sono sempre stata timida e remissiva, quell’uomo mi faceva paura. Non osavo contraddirlo. Quando facevo osservare che sarei comunque dovuta andare in città per segnalare il guasto al cavo telefonico, lui me lo impedì. «Dove credi di andare?» mi urlava «Mettiti piuttosto in poltrona che ti devo educare alla buona lettura».

L’amputazione del suo piede? Non gliel’ho praticata per punirlo di un suo tentativo di fuga, come ha dichiarato alle forze dell’ordine. No, ho dovuto tagliarli quel maledetto piede marcio, andato in cancrena per una ferita che si era procurato durante una delle sue passeggiate nel bosco, in mia compagnia naturalmente, sotto la minaccia del fucile del mio ex marito, custodito per tanti anni nel salotto in una teca.

«Insomma Paul» gli dissi quel giorno «Ti fermerai ancora a lungo?»

«Un altro po’. Tu non sai quante donne vorrebbero avermi come ospite, non riconosci la fortuna che ti è capitata.»

In quel momento mise un piede in fallo e finì in una trappola dimenticata lì da qualche cacciatore. Fu così che si ferì, ma non perse i sensi. Con la pistola puntata lo riportai a casa, lo misi a letto e cercai di curarlo al meglio, ma i farmaci erano ormai esauriti. Dovetti amputare, senza anestesia. Fu lui stesso a ordinarmelo. Avrei potuto approfittare di quel suo momento di debolezza, ma ero troppo impegnata a salvargli, ancora una volta, la vita. Mal me ne incorse, a me e al poliziotto che capitò a casa mia un giorno in cerca di Paul, fraintendendo completamente la situazione. Il poliziotto pensava che fossi io la sequestratrice e che tenessi nascosto lo scrittore. Giunse a me per puro caso, non per via di quell’indizio, inventato da Paul, che mi attribuiva un’autentica ossessione per i suoi romanzi. Altra falsità.

Quando il poliziotto giunse a casa mia lui lo accolse con una fucilata nella schiena. Ormai sapeva di essersi compromesso troppo con me, con tutte quelle minacce: pensava, a ragione, che lo avrei denunciato. Non saprei dire quando prese la decisione di far fuori anche me, se già ci pensava prima della visita del poliziotto oppure fu quello il punto di non ritorno, certo da quel momento le cose precipitarono. Lui mi prese per i capelli, mi trascinò in casa e mi scagliò addosso la vecchia macchina da scrivere Royal (con la “n” fuori uso) che fu di mio marito e che Paul odiava perché non riusciva a cavarci fuori neanche mezza pagina. Io mi difesi con tutte le mie forze, comprendendo a quel punto che si trattava di me o lui.

Se avessi vinto io la storia sarebbe stata raccontata in modo molto diverso, credetemi.

Firenze, 6-7 floreale ’29 (25-26 aprile 2021)

Poesie di Manuela Léa Orita

29 IUNIE 1989

Pe pamântu-n ziduri

Greu numai de ziduri

Ploaia nu-l ajunge

Pân’ launtru-n sânge.
Zidul temelie

Nu pare tipsie

Dar nici apa vie.

Radacini si crengi se framânta-n

Rugi, de foc ulbure din spate,

Asteptând sa moara.

Vântul nu razbate,

Colivie  goala,

In zbor de la turn

Nici deget de stea

N-a privit tacerea mea,

Nici ghemuri de oase,

De angoase.

ARD DEPARTARILE

Sunt ani întregi  când tu nu mai auzi

Pulsatia albastra a tâmplei mele

Sunt ani întregi când cântecul meu se

Face scrum

Bucati  întregi din mine ramân nestirbite,

Cântecul îmi arde gâtlejul,

Zarile nu vor mai scânteia de suspinul meu,

Dogoara focului e de o albeata enorma,

Niciodata rostita, niciodata patrunsa

Vântul spumega foile,

Cetatea de pe insula cu taina cuvintelor de aur…

Aripile fluturelui sunt grele în lume

Ard departarile mi-a soptit îngerul

Da, ard, fumul mi-a îngreunat privirea.

El.

EU.

NETRAIRE

Inchisi traim, respirând a moarte.

Lumina se scurge grea printre petale.

Tu ar fi trebuit

Sa cuprinzi pulberea culorii

Viata lor de o zi

Respirând a taina.

POVESTE

Lumea aceasa si-a pierdut culoarea,

Doi ochi mari, nemiscati sunt acolo,

Legati ca algele de tarm.

S-a schimbat vreodata ceva ?

Marea îmbraca un surâs oarecare

Vântul sufera, legat de aripile pasarilor.

IUNIE 2006

Catapeteasma lumii s-a stins

Si pietrele mugesc ranite

Ca o cireada de vite.

MEMORIE

Buzele mele s-au

Inmuiat în vinul palid

Al timpuui

In memoria mea,

Ogiva tâmplei tale

Zvâcneste ca o artera.

Oase frumoase,

Pregatite pentru un cavou

înca nestiut

Visul,

Visul este singura lege a lui Arhimede. 

HAINE

Dent contre dent

c’était notre baiser,

Mêlé, ensanglanté,  innervé,

Passion désunie

Des deux corps stellaires

Egarés sur la Terre.

DEVIN

« Vous êtes devin ? »

M’a demandé probablement un peu moqueuse,

Isabelle Lafitte

Un jour d’hiver et d’amour

Dans la musique de Rachmaninov.

Les devins peuvent parfois

Se tromper

Et en se réveillant

Ils enfoncent le couteau

Dans le corps de

Leur amour

Lunaire.

CHATS

Je l’aimais tellement

Que je voulais l’ embrasser,

que je voulais l’embaumer,

Le caresser comme je caressais le chat

Du Pharaon,

Les yeux, les petites oreilles, les moustaches…

Le petit M sur le front.

Una guida di Firenze Capitale

Di Massimo Acciai Baggiani

Pochi giorni prima dell’uscita dell’antologia del GSF per i 150 anni dal trasferimento della capitale d’Italia da Firenze a Roma, Accadeva in Firenze Capitale, ho trovato al solito scaffale del libero scambio un interessante libricino, ristampa anastatica (allegata a La Nazione, immagino nel 2015) di una guida destinata a quei torinesi che, per motivi di lavoro (funzionari, impiegati, ecc.), hanno dovuto spostarsi nella nuova capitale dal 1865. Ho letto queste 52 pagine con grande interesse, trovandovi dentro non poche sorprese e curiosità di un periodo (la seconda metà del diciannovesimo secolo) così lontano e affascinante.

Innanzitutto consideriamo che fino al 1861 per un torinese venire a Firenze significava letteralmente andare all’estero, perciò questa guida ha il sapore delle guide che parlano di altre nazioni. Il “monsù Travet” di turno avrebbe trovato molte differenze con la sua Torino, non ultima la lingua (l’italiano, ricordiamolo, era poco diffuso all’epoca ed era una lingua ancora aulica e letteraria – l’imbarazzo del Manzoni “costretto” a “sciacquare i panni in Arno” risaliva a un paio di decenni prima).

Come ci aspettiamo, troviamo una città molto più piccola, chiusa tra le mura a formare una sorta di pentagono irregolare, suddivisa in quattro quartieri (o “mandamenti”) corrispondenti a quelli dell’attuale centro storico, con molti meno abitanti (più o meno 150.000). Rifredi era un paesino in campagna, alle porte della città (oggi è un quartiere periferico). La guida parte proprio da notizie urbanistiche su ponti, vie, porte, case, ma anche climatiche (si parla del «clima mitissimo» e dei suoi «giardini sempre fioriti» da cui trarrebbe il nome – con inverni non così freddi ed estati «rese sopportabili dagli zefiri o venti che costantemente vi soffiano» – e pensare che ho sempre giudicato pessimo il clima fiorentino, ma bisogna considerare i mutamenti climatici di questo secolo…). Si parla anche di neve a Firenze, come fenomeno raro e passeggero (e così è ancora oggi).

I cenni storici occupano una pagina e mezza, con le origini che si perdono «nella notte dei tempi» (oggi sappiamo che Firenze ha poco meno di 2100 anni). Il carattere dei suoi abitanti è descritto con toni positivi («mite, cortese ed ospitale» ma anche furbo come possono essere i mercanti, trattando gli affari con cautela, «parco», abituato a mangiare poco, preferendo usare il denaro per far bella figura in pubblico, sicuro della sua supremazia).

Curioso il passatempo femminile di stare affacciate alla finestra e il farraginoso meccanismo delle porte dei palazzi, chiuse al visitatore che deve penare per farsi aprire: «giunti innanzi alla porta in quistione, voi esaminate ben bene quella schiera di bottoni che somigliano assai al registro dell’organo della parrocchiale; e trovato quello che corrisponde al quartiere del vostro amico, gli date una buona strappata; poi, ciò fatto, alzate il muso al piano corrispondente, per sapere se v’ha gente in casa, e se la vostra scampanellata venne udita, poco stante – infatti – un altro muso, maschile o femminile, s’affaccia ad una finestra, e sia che vi ravvisi, o che non conoscendovi vi chiegga chi siate, compiuto il suo esame, tira un altro filo che corre parallelo al filo che avete scorro voi, e la porta si spalanca, e voi salite per una scala piuttosto angusta, e il più delle volte molto oscura.» Chi lo avrebbe detto? Firenze era più avanti di Torino…

Oggi nelle case fiorentine abbiamo il riscaldamento, ma un secolo e mezzo fa a Firenze si usava lo “scaldino” (o caldanino, o “marito”) vista l’assenza di camini nelle camere, e si è continuato ad usare a lungo. Ancora mio padre lo usava quando era giovane, anche se non in città ma in montagna…

Le camere erano rivestite di “carta da apparato” o “carta di Francia” e per fortuna esistevano già nelle case quei luoghi “innominabili” «in cui per ritirarsi discendono per fino i re dal trono», ma ce ne erano anche di pubblici come oggi.

Neanche l’aspetto gastronomico è trascurato, con tanto di prezzi. I compilatori hanno perfino inserito un menù completo di una trattoria. La guida è molto dettagliata anche per quanto riguarda i prezzi, espressi in lire (da poco introdotte anche a Firenze). Così a occhio pare che una lira dell’epoca valesse 4-5 euro di oggi… Un caffè costava sui 20 centesimi e la stessa guida ne costava 80. A proposito di caffè, altra curiosità: l’abitudine di fare colazione al bar con «caffè e latte con arrosto» per 30 centesimi, dove per “arrosto” si intende «quattro belle fette di pane abbrustolito e spalmate di burro fresco».

In città ci si spostava a piedi, o con l’omnibus o con le carrozze, ovviamente, e il tariffario riportato ci fa capire che non erano per nulla economiche. C’erano anche molti lustrascarpe «siccome a Firenze il fango quando piove, e la polvere quando fa secco, non mancano mai» (e il clima era a quanto pare più piovoso di quello attuale…).

Il libro prosegue con suggerimenti di passeggiate nei dintorni di Firenze, luoghi oggi inglobati nella città, come la Cascine, il giardino di Boboli, il Parterre, e termina con la descrizione della situazione scolastica (non molto buona quanto a numero di scuole), dei teatri (ce n’erano più di oggi) e altri dettagli sparsi. Una lettura curiosa per storici e non solo.

Firenze, 22 aprile 2021

Bibliografia

  • La nuova capitale. Guida pratica popolare di Firenze ad uso specialmente degl’Impiegati, Negozianti, delle Madri di famiglia, e di tutti coloro i quali stanno per trasferirvisi, Torino, Tipografia letteraria, 1865.
  • AA.VV., Accadeva in Firenze Capitale: racconti storici dal 1865 al 1871, Staffoli, Carmignani, 2021.

L’AMANTE, seconda e ultima parte

Di Michele Ceri

Trascorse del tempo dal momento in cui i tre si erano conosciuti al rinomato Ristorante. Cosa succedeva?
 Si vedevano spesso per uscire la sera. Nei cuori dei due vecchi amici brillava ancora la contentezza;  molto felici,  intuivano che difficilmente con il trascorrere del tempo la relazione si potesse fermare solamente alla normale amicizia. Arnold in alcuni momenti, però soffriva, pur essendo allo stesso tempo felice. Riversava per la gentile e carina Jane sentimenti contrastanti, opposti. Capiva la imprevedibilità di tutto, della vita stessa. I tre erano diventati affiatati compagni. Spesso si vedevano, oppure si chiamavano al telefono. Una volta Jane gli accompagnò alla stanza dove giocavano a carte. Inoltre i due parlarono alla Miller del lago, dove andavano a pescare e che quel luogo trasmetteva molta pace.
Arrivò la primavera. Tutto si risvegliava, riprendeva forza, questa stagione chiariva i sentimenti gli dava consigli per il futuro. I sentimenti  diventavano adesso,  la cosa più importante. Erano l’aspetto  per cui continuare a domandarsi a se stesso, chi eravamo e cosa stavamo facendo, sotto questo cielo, di campana celeste accompagnato da un sole diverso e circondato da nuvole una volta cariche di pioggia, adesso ornamento dello stesso cielo.
 James Clark e  Arnold Smith ritornarono addirittura al famoso Ristorante. La signorina Miller era stata avvisata e quando gli vide entrare gli sorrise molto dolcemente, anche con lo sguardo. E proprio lei prese le ordinazioni, avvertendoli che gli garantiva un certo sconto.
Quella medesima sera i due mangiarono molto, risero, scherzarono e bevvero anche abbastanza. Trascorsero proprio una bellissimo momento. Jane ogni tanto passava dal loro tavolo chiedendo se  tutto andava bene. 
 La loro discussione lentamente scivolò su la possibilità e il desiderio di fare un viaggio in California. Si un viaggio nel periodo estivo. Mentre parlavano Jane gli si avvicinò e si intrufolò nella discussione. I due amici la invitarono felicemente a partecipare a quell’avvenimento. Arnold si commosse leggermente e dal suo volto vennero giù due lacrime. Ma l’amico prontamente lo rassicurò e Jane lo carezzò affettuosamente. Ma cosa succedeva al Professor Smith ?
Dopo il triste imprevisto, finirono la cena e uscirono dal locale. Fuori James fumò una sigaretta. La stessa Jane aprì la porta e uscì, per riposarsi un poco.
 Arnold tornò a casa a piedi.
Se ancora non l’avete capito il loro sogno odierno, era quello di trascorrere assieme le ferie d’Agosto e nientemeno che in California. Tutti e tre volevano andare in California; si in California, proprio lì. Ma come mai? Da dire che nessuno di loro era mai stato lì.
 La primavera passò senza grandi avvenimenti e arrivata l’estate, una mattina d’agosto si precipitarono alla Stazione per fare i biglietti. Il tempo era bizzarro. Non era molto caldo, si stava bene. Eravamo nella  seconda metà d’agosto e in alcune giornate il cielo si riempiva di nuvole, ma per adesso  non era ancora piovuto.
 Alcuni giorni prima della   partenza ci fu però un forte temporale. Piovve molto. Quindi i nostri tre personaggi se ne rimasero chiaramente in casa per tutto il pomeriggio. Arnold ascoltava la musica che si confondeva con i battiti di pioggia sul tetto; James leggeva il giornale e Jane suonava il pianoforte.
Ma perché gli attraeva la California ? Probabilmente per il fatto che vi era il mare.
Passò una settimana, dal temporale e i tre partirono, incuriositi al massimo.
 Il viaggio non fu per niente monotono. Il treno correva veloce e Jane si era portata anche dei libri da leggere, di genere giallo e sentimentale. Arnold e James in quella occasione, stimolati dal viaggio fecero tante domande alla ragazza. Il  tragitto  durò  tre giorni appunto e finalmente  arrivarono in California. Usciti dalla stazione li si presentò immediatamente davanti il mare. L’obbiettivo del viaggio era raggiunto. In alto volavano gabbiani. Si diedero tutti e tre velocissimamente la mano, per pochi secondi. Il momento si dimostrò romantico e dolcissimo al tempo stesso. Poi  James sbadigliò, Jane prese un caffè al bar vicino, Arnold rimase in silenzio, guardandosi intorno.
 Si  recarono subito all’ Albergo dove avevano già precedentemente fissato il soggiorno estivo. Si trattava di  un Albergo abbastanza di lusso: aveva  quattro stelle. Si mangiava anche bene, dopotutto. Restava  situato  vicino al mare. I tre avevano prenotato due camere: una per i due amici, l’altra per Jane. Avevano deciso di rimanere lì per una decina di giorni. Non poco. Dopo essersi definitivamente accordati con il proprietario sui prezzi del soggiorno, poco ore dopo l’arrivo, se ne andarono immediatamente sulla spiaggia. Il mare gli colpì immediatamente, tutti. Il vento leggero li attraversava come musica, li rendeva ancora più gioiosi e interessarti l’uno dell’altro. Si stavano capendo del tutto che erano oramai l’uno innamorato dell’altro. Il mare rappresentava lo sfondo a quello che era un quadretto composto da loro tre…
 Jane era bellissima e oramai si capiva del tutto che non era per niente solamente un’amica. Tutti e tre fecero molti bagni. A volte stavano nell’acqua per decine e decine di minuti, guardandosi, spruzzandosi l’acqua, ridendo. Il tempo trascorreva con loro che  parlavano, leggevano; vivendo al massimo ogni momento.
 La sera, dopo cena, sul tardi, se ne tornavano sulla spiaggia a guardare le stelle e  rimanevano per diversi minuti in silenzio. Jane:”- Vorrei stare con voi per tutta la vita. Siete senza dubbio i miei amici migliori-“: :”- James- Che carina che sei-“: Sulla spiaggia, quella sera il tempo sembrava essersi fermato, ma positivamente.
 Ma andiamo avanti, proseguiamo nella storia…
 Tra i due quello a cui piaceva più Jane era Arnold. Forse perché James era sposato. Jane, però  guardava senza dubbio più James. E lo si notava.
 I tre ritornarono in New York  e l’estate finì.         
Arnold, si sa rimaneva tutto preso dalla propria professione, ma comunque sia la giovane Jane lo aveva colpito moltissimo e pensava molto, quando tornava da scuola alla vacanza in California. Era :  innamorato.  


Oramai le cose stavano prendendo decisamente una nuova sembianza. Dopo la vacanza in California, James sembrava essere il più fortunato per ciò che riguarda il rapporto con la giovane cameriera.
Arnold amava già abbastanza Jane ma quest’ultima sembrava attratta più dal suo amico,  James; così  Arnold stava male.
 Tra loro due stava nascendo qualcosa di più di una semplice amicizia, come prevedibile  già  sin dall’inizio. Questo anche se James era sposato.
Jane era animo d’artista, ma sicuramente in amore, nel campo sentimentale si dimostrava e si era dimostrata, audace. Questo sicuramente. Viveva ancora con i genitori, che lei reputava indifferenti, anche se parzialmente. Aveva interrotto gli studi a causa del licenziamento del babbo che aveva generato un disagio, nella famiglia in campo economico. Lei così si era fatta in quattro per cercare un lavoro e non aveva trovato d meglio che fare la cameriera. Ma a parte questo, il suo vero sogno restava quello di diventare famosa con la musica. Del resto già da tanti anni studiava sia canto, che pianoforte. E tutto questo gli trasmetteva grande soddisfazione. Anche James ed Arnold erano restati entusiasti e colpiti dalla sua bravura. Però per ovvi motivi economici, non poteva esimersi dal lavoro. Come dicevo precedentemente in  amore era coraggiosa, per non dire sfrontata. E questo lo capiranno sia il Signor Clark che il Professor Smith. Nel bene e nel male.
 Un giorno Jane , che abitava da sola, decise di invitare a casa sua a cena proprio il banchiere.
 Trascorso quasi un anno dal momento in cui aveva conosciuti i due amici al Ristorante italiano, nel periodo autunnale invitò a cena lo stesso James. E egli  accettò  l’invito molto felicemente. Jane stava per diventare così nientemeno che la sua amante. In quel periodo e in quel paese, il fatto avrebbe sicuramente suscitato qualcosa…
 Il signor Clark fece una doccia, si vestì abbastanza elegantemente e prese la macchina. Una volta per strada,  si mise decisamente a cercare  un fioraio per comprare delle rose rosse da regalare alla ragazza. Voleva assolutamente fare bella figura. Trovò aperto il fioraio e comprò fiori bellissimi. Si trattava di rose rosa. La giovane  non abitava lontano dall’abitazione di James.  Qualche chilometro. Ancora in viaggio sentiva il cuore battere per lei, per Jane. La desiderava, ma ancor di più che come amica. La voleva fisicamente. James :”- Sono troppo innamorato e questo da un anno; non riesco a staccare il pensiero da lei. Chi se ne importa di cosa dirà la gente. Del resto non sono religioso.-“:
 Arrivato a destinazione suonò il campanello. Si trovava ai piedi di un bellissimo palazzo. Salì così le scale, mentre tutto contenta lei  lo stava aspettando sulla soglia di casa. Lo fece entrare e lui le diede le rose. Si guardarono negli occhi. Erano entrambi innamorati. Jane :”- Che carino che sei, grazie.-“:
 La giovane donna, brava a cucinare, aveva preparato una cena  piuttosto opulenta. Subito dopo l’ingresso del banchiere in casa, Jane  gli diede un bacio sulla guancia, guardandolo. Lui sorpreso leggermente la fissò. James :” E dalla prima volta, dal primo istante che ti ho visto che sogno questo momento. Ti ringrazio per avermi dato questa possibilità. Anche se sono sposato, non rifiuto certamente la tua disponibilità. Sono di te affascinato anche dal modo con cui suoni il pianoforte. Quando suoni il tuo sguardo cambia e anche le tue mani attraggono molto. Ti stimo molto anche se ti o visto solo una volta.-“:
 Prima di cenare si sedettero  sul comodissimo divano del salotto e si misero ad ascoltare un po’ di musica. Musica Classica e  Jazz. Ad un certo punto Jane s’alzò e si sedette sullo sgabello davanti al pianoforte. Prese uno spartito tra i tanti e si mise a suonare. James spontaneamente applaudì prima ancora che la ragazza avesse terminato il primo pezzo. La musica scelta era di Vivaldi. James l’osservava, innamoratissimo.
 Il sole era da poco tramontato, ma vi era ancora un po’ di luce che filtrava dalle persiane mezze tirate giù. Jane si spostò e accese una candela. Continuò a suonare, l’atmosfera era soffusa e Jane appariva sempre di più, molto brava. James venne preso da brividi di felicità. Continuò ad osservarla, fumando un paio di sigarette. Jane :”- Adesso sarai contento…-“:
 Cenarono e a tavola non parlarono molto. Ma comunque finito di mangiare  tornarono sul divano e  lì dopo pochi secondi si presero per mano. Si baciarono e s’addormentarono lì.
 Si svegliarono la mattina tardi.  Jane era oramai diventata l’amante di James, anche se ancora per una volta solamente. Fecero colazione  si salutarono e decisero di rivedersi il più presto possibile.
James però per la strada del ritorno venne preso da un senso d’inquietudine  molto forte; non gli pesava solamente il fatto di essere sposato, che anche aveva la sua rilevanza ma lo preoccupava bensì ancora di più il fatto  che anche il suo amico migliore, Arnold, si lo stesso Arnold,   era innamorato della medesima persona. Tornato a casa si addormentò nuovamente sul divano; mentre la moglie era a lavorare. Sognò che l’amico saputa la notizia, essendo molto sensibile si sarebbe suicidato.
 Si risvegliò che oramai erano le cinque del pomeriggio; la moglie, che in una biblioteca lavorava sarebbe tornata da lì a poco.




Come scrisse S. nell’ l’Amleto, :” Ci sono più cose tra il cielo e la terra, Orazio, di quante non e sogni la tua filosofia.-“:
Arnold, poco tempo dopo riuscì a sapere da James la notizia. Si erano incontrati   per caso in strada. James confessò la cosa all’amico. Per non mentire.
Arnold  era rimasto fortemente disturbato  dalle decisione di Jane di preferire James a lui e di essere diventata del carissimo amico, l’amante.
  La mattina seguente l’incontro con James, il professore se ne stava sdraiato sopra il letto di casa e rimuginava in continuazione. Non aveva più punti fermi. Oramai anche il suo miglior amico l’aveva tradito. Era fortemente ansioso. Cosa gli stava accadendo ?
 Purtroppo gli venne la voglia di suicidarsi come estremo rimedio per non pensare più a niente;  nei suoi pensieri infatti il suicidio  diventava l’unica soluzione a tutto. Anche se voleva bene a tutti, nonostante tutto purtroppo decise di farlo comunque.  Si procurò una corda e riuscì in qualche modo a legarla al soffitto. Poi, però mentre stava per compiere quel gesto estremo, cambiò velocemente idea. E non si uccise Arnold :” -Perchè uccidersi, si domandò.-“: Non ne valeva proprio la pena:  si mise immediatamente a piangere. Quei pochi minuti di pianto lo fecero crescere enormemente, maturare.
 Cominciò a ragionare dentro di sé. Si ricordava di tutto; stava maturando. Nell’ultima parte della storia, era subentrato in lui un senso di tristezza e di dolore, scaturito dal comportamento sia di Jane che di James. Trascorse  solamente un’ora  dal gesto insensato che  Arnold pensò di fare un viaggio, non molto lungo ma un viaggio; nei suoi pensieri sentiva il desiderio di cambiare  città.  Era scombussolato, si direbbe oggi.
Tra l’altro si ricordò improvvisamente come un lampo di possedere una moto nel garage, che apparteneva ad un suo vecchio zio che l’aveva lasciata lì oramai da diverso tempo. Scese le scale ed entrò direttamente nel garage; appena  vista la moto gli tornò alla mente quando da piccolo  suo zio lo portava in giro proprio con lo stesso mezzo. Aveva davanti una discreta moto, vecchia ma di marca. Si fece il segno della croce e salì sopra la moto. Le chiavi erano rimaste ancora infilate nella  moto, anche se era molto tempo che la moto era ferma, nel garage. Girò le  chiavi, il mezzo s’accese e partì.
 Per fortuna il viaggio fu pieno di sorprese; infatti incontrò, per il cammino tre persone. Ebbe così modo di divertirsi e distrarsi un po’, dopo la tremenda mattinata appena trascorsa. Infatti subito dopo qualche chilometro di strada, verso ovest, vide un autostoppista. Arnold lo fece salire sopra la moto, anche perché  andavano verso la stessa direzione. Ma le sorprese continuarono. Il secondo incontro fu quello di una giovane ragazza. Che fosse una prostituta? Arnold- tutto bene?- la P-Si- Non si sa.  Poco dopo i due, ovvero il professore e l’autostoppista entrarono in un paesetto. Entrarono nel centro dove vi era un  “disgraziato” che suonava la chitarra, per tutti. Il chitarrista, in pratica chiedeva anche di essere remunerato, con dell’elemosine.
 Comunque sia, alla fine lasciò l’autostoppista nel paese e decise di far ritorno a casa. Il ritorno fu senza dubbio molto più veloce dell’andata.
 Ormai, per fortuna la tristezza lo aveva abbandonato e adesso riusciva a vedere il tutto in modo più calmo e tranquillo. Arnold, :”- Sono stato veramente intelligente sono riuscito a salvarmi dalla morte.-“: e cominciò  a superare, anche se lentamente l’innamoramento nei confronti di Jane. Parcheggiò la moto nuovamente nel garage e s’addormentò. Dormì per diverso tempo e  quando si svegliò  era felice, per fortuna.


 Le vicende accadute fanno parte  adesso del passato. Tutto appartiene al ricordo: la loro amicizia, la cena al Ristorante, la conoscenza di Jane la cameriera, ecc…
Tutto ricomincia dieci anni dopo, terminato da poco il Secondo Conflitto Mondiale.


 James Clark, Arnold Smith e Jane Miller la cameriera nell’arco di tutto questo tempo non si erano più visti né sentiti; ognuno chiaramente andava decisamente  per la propria strada.  James con l’aiuto  interventista dello Stato, il superamento della crisi  era riuscito a tornare a fare l’impiegato di banca.  Comunque sia i suoi rapporti con la moglie non andavano bene.  I due litigavano spesso, avevano caratteri diversi. Fortunatamente non avevano figli.
 Arnold invece stava bene. Ma le sorprese per il signor Smith, non erano terminate.
Infatti  aveva ricevuto  una lettera di lavoro  nella quale  lo si  pregava di emigrare in Europa, per trovare occupazione in una famosa Università Inglese. Era stato chiamato per insegnare e eseguire ricerche in campo storico-filosofico. Ad Arnold era piaciuta molto l’idea. Anzi ne andava fiero. Sia perché sognava  da molto tempo  di fare un viaggio in Europa, anche se soltanto a scopo turistico. Sia perché si alzava il livello del suo lavoro.
 Invece Jane, adesso, non abitava più a New York. Si era trasferita addirittura in un altro stato; precisamente da un suo vecchio zio. Si era licenziata dal Ristorante e aveva ripreso gli studi , precisamente musicali. Ambiva  diventare famosa a suonare il pianoforte. Anche lei non aveva più visto ne James né Arnold.
Per Arnold una cosa era certa : sarebbe emigrato in Europa. Ma una mattina scendendo le scale, prese la posta da poco arrivata, dalla cassetta. La guardò attentamente: era nientemeno che una lettera dell’ex amico banchiere. Arnold era stupito, ma anche commosso e contento. Contento di risentire, anche se soltanto per lettera il suo vecchio, caro, amico, compagno. Così aprì la porta d’ingresso e cominciò a camminare sul marciapiede che correva velocemente attraversato da tutti.  Dopo qualche decina di secondi aprì la missiva. In essa, James usava un tono amichevole e affettuoso. Si scusava decisamente con l’amico di quello che era  accaduto con Jane. Pregava l’amico di perdonarlo. Come dice S. nell’ Amleto : “-Ci sono più cose in cielo e in terra, Orazio, di quante non ne sogni la tua filosofia.-“:  Tra l’altro anche James manifestava apertamente il progetto  d’emigrare in Europa.  Arnold rimase felicissimo di tutto ciò.
 Tempo dopo, trascorse  alcune settimane dalla lettura della corrispondenza, il Professore riscrisse all’amico.  Lo invitava a rincontrarsi per  discutere sul viaggio in Europa.
 I due così, si ritrovarono nel Parco. Proprio come era accaduto anni prima. Si, fissarono lì, nel medesimo Parco.
Discussero di svariate cose, adesso appartenenti al passato, ricordando tutto: come il loro primo incontro, la cena al Ristorante, la discussione sull’Europa al Parco, per terminare con il ricordo di  Jane e dell’ eccezionale gita in California. A proposito ricordarono la felicità provata durante quella vacanza, durata più di una settimana, nel mese d’Agosto.
 I due, continuarono a vedersi e sentirsi per telefono, quasi ogni giorno.
 Le settimane passavano velocemente mentre  si vedevano sempre al Parco e a volte, tra i tanti argomenti si domandavano anche che fine avesse fatto Jane. Stavano lì per alcune ore, riflettendo e discutendo; al tramonto se ne tornavano a casa.
Trascorsero alcune settimane fino a che venne il giorno preciso in cui i due amici optarono orgogliosamente di prendere l’aereo per andare in Europa. La meta stabilita era Londra, in Inghilterra.
Arrivò finalmente il giorno della partenza, una mattina fredda d’ ottobre. Partirono avendo comunque delle perplessità. In definitiva James non lasciò pero sola la moglie che emigrò con lui in Inghilterra. Quest’ultimo  sarebbe riuscito a lavorare in una banca inglese, mentre anche la moglie avrebbe lavorato. Aveva accordato tutto, prima della partenza.
 Arnold si domandava alcune cose concrete sulla sua permanenza a Londra. C’era anche da sottolineare che lui, adesso , soffriva di qualche piccolo disturbo psichico anche se non grave. Arnold :”-Caro amico, sono sicuro che ce la faremo.-“: James :”- Ne sono fermamente convinto. Poi l’Europa è bellissima e anche Londra lo è. Siamo entrambi sulla strada giusta.-“: Mentre l’aereo stava per decollare Arnold si commosse un po’, ricordando i momenti della scuola, quando insegnava. Poi il pensiero venne attratto da argomenti politici. Come la crisi economica, nota come Grande Depressione, il Nuovo Corso, Il Presidente degli Stati Uniti.
 In poco tempo arrivarono a Londra e  la città vista dall’alto era ancora più bella.
 E Jane? Non sapevano esattamente dove abitasse ma avevano voglia di scriverle una cartolina. Arnold:”- mi piacerebbe salutare Jane. –“: James:”- anche a me.-“: Arnold:”- Chissà come starà. Sono certo che diverrà una musicista affermata e nonostante tutto si ricorderà anche di noi. Ma  avrà voglia di risentirci?.-“:
Così come la prima volta fuori dal Ristorante, tanti anni prima i  due si misero a parlare di Jane. Ma soprattutto erano allegrissimi di rivedersi e di essere  nuovamente amici. Adesso li aspettava un altro periodo della loro vita . Adesso stavano viaggiando verso l’Europa e questa rimaneva al momento la cosa più bella di tutte; al di là di Jane e di tutto il passato.


L’amicizia aveva vinto, sul resto…

Un paio di storie di Firenze Capitale

Di Massimo Acciai Baggiani

Nel 2021 ricorrono i settecento anni dalla morte di Dante Alighieri, com’è universalmente noto. Appena un po’ meno noto al comune passante è un’altra ricorrenza di quest’anno: i 150 anni dal trasferimento della capitale d’Italia da Firenze a Roma. L’evento non è passato inosservato al consiglio direttivo del GSF (Gruppo Scrittori Firenze) che ha voluto celebrarlo con un’interessante antologia a carattere storico-narrativo: Accadeva in Firenze Capitale. Per inciso, lo stesso GSF si è ricordato anche di Dante con un’altra antologia, di prossima uscita: Gente di Dante, in cui figura, tra gli altri, un mio racconto, uno di Pierfrancesco Prosperi e uno di Carlo Menzinger.

La mia città è stata capitale per poco più di cinque anni, dal 1865 al 1871, ma è stato un periodo importante anche dal punto di vista architettonico e urbanistico. L’antologia ha un taglio principalmente storico, realistico, ma non mancano i voli di fantasia: Pierfrancesco Prosperi ha contribuito naturalmente con un’ucronia, Le colline di Firenze, che sviluppa un’ipotesi che aveva affascinato anche me per un racconto, Gavinana, scritto proprio per l’antologia (ma che è stato poi scartato[1]); cosa accadrebbe se Firenze fosse ancora, ai giorni nostri, capitale d’Italia al posto di Roma? Lo smarrimento del protagonista del racconto che si muove in una città familiare e al tempo stesso “cambiata” somiglia a quello di Andrea Venier di Garibaldi a Gettysburg, solo che qui Stefano Lunghini proviene da una realtà divergente e si ritrova in una Firenze che conosciamo bene. Il “passaggio dimensionale” è dovuto all’attività letteraria del Lunghini (altro punto in comune col romanzo sopracitato, in cui c’è uno scrittore che immagina un universo allostorico) e provocherà conseguenze nella nostra realtà.

La Firenze Capitale ipotizzata da Prosperi è certamente diversa: ad esempio c’è la metro e i nomi delle vie sono in parte quelli noti e in parte alternativi. Ciò mi ricorda anche il mio romanzo inedito Oltre le bianche distese del Tempo, ambientato anch’esso in una Firenze stravolta dal punto di vista urbanistico (ma nel mio romanzo ciò non è dovuto a un salto ucronico, bensì… ad altro che non voglio spoilerare).

Molto interessante anche il racconto di Carlo Menzinger, altro autore di ucronie che stavolta però ha preferito restare con i piedi per terra e scrivere un racconto, Il collezionista inglese, dedicato a una figura storica ben nota ai fiorentini – Frederick Stibbert (1838-1906) – così com’era, senza ipotesi fantascientifiche. Al celebre milionario inglese, che avrebbe lasciato alla sua città di adozione uno splendido museo di armature antiche, senza contare il suggestivo giardino all’inglese che porta il suo nome (dove ho trascorso molte giornate piacevoli, nella mia gioventù, leggendo e sognando), si rivolge in prima persona Firenze stessa, personificata da Menzinger, per raccontarne la straordinaria avventura umana. Pure io avevo dedicato una mia opera a questo lord inglese ottocentesco: una poesia inserita in un libro che Menzinger ha dedicato a me e al quartiere di Rifredi (dove si trovano il museo e il parco[2]), Pomeriggio d’agosto allo Stibbert, di cui mi piace citare una strofa:

Lasciatemi solo nel locus amoenus
dove fingere che il tempo s’è fermato:
par di udire i passi di Federigo,
collezionista d’armature e porcellane,
che contempla l’opera d’una vita
dedicata alla Bellezza.
Sir” gli direi “welcome in this century:
sediamoci in riva al laghetto,
davanti al piccolo tempio egizio,
e nelle acque verde ombroso
impariamo qualcosa
dalle tartarughe e dalle anatre.”

Firenze, 18 aprile 2021

Bibliografia

AA.VV., Accadeva in Firenze Capitale: racconti storici dal 1865 al 1871, Staffoli, Carmignani, 2021.

Massimo Acciai Baggiani e Carlo Menzinger allo Stibbert

[1] È stato poi inserito nell’antologia Fantascientifico, vol. 1, a cura di Antonio Primo, edito da Idrovolante edizioni (2020).

[2] Menzinger C., Il narratore di Rifredi, Firenze, Porto Seguro, 2019, scritta per progetto Dintorni Urbani, ispirata alle foto di Teresa Bucca.