Mezzo secolo di racconti fantastici di Pierfrancesco Prosperi

Di Massimo Acciai Baggiani

Pierfrancesco Prosperi, grande firma della fantascienza italiana di cui sto scrivendo una biografia letteraria, è stato in passato soprattutto autore di racconti, aumentando la produzione di romanzi solo in tempi più recenti. Nell’occasione del cinquantennale della sua carriera ha pubblicato un’auto-antologia con appunto cinquanta racconti che costituiscono circa un terzo della sua intera produzione; in realtà di tratta di un cinquantennale abbondante, risalendo al 1960 il suo primo racconto edito – Lo stratega – ed essendo Il futuro è passato uscita 53 anni dopo quel primo riuscitissimo debutto.

Il libro si apre con un’interessantissima nota biografica/confessione dell’autore che ci svela il suo approccio con la scrittura e le sue abitudini durante i momenti creativi; quando il Prosperi ha iniziato non c’erano certi i programmi di videoscrittura né Internet a facilitare le ricerche. Perfino la scrittura a quattro mani (nell’antologia figura anche un racconto scritto a quattro mani con Gianfranco de Turris), oggi immediata anche tra autori che vivono lontanissimi, richiedeva tempi molto dilatati: quelli delle poste!

Prosperi nell’ordinare la propria opera ha seguito un duplice ordine: i racconti sono classificati per tematiche e all’interno di ciascuna sezione vige il criterio cronologico. Nella prima sezione, “C’era una volta il futuro”, l’autore cerca di immaginare cosa ci aspetta domani e nei secoli a venire: interessante vedere come il mondo futuro, sia prossimo che lontano, era immaginato negli anni Sessanta, dopo l’epoca d’oro della fantascienza americana. Certo, per dirla con Paul Valéry, «il futuro non è più quello di una volta», ma la fantasia brillante di Prosperi si è mantenuta intatta nei decenni. I primi racconti sono straordinari, con un finale a sorpresa che lascia di stucco. Nel primo già citato, Lo stratega, riviviamo gli anni più terribili della Guerra Fredda, quando una disastrosa guerra termonucleare non era così lontana come appare oggi. Diciamo subito quindi che la visione di ciò che ci aspetta secondo Prosperi non è delle più rosee, anzi diciamo che è decisamente distopica (si veda ad esempio 1984+22, che fa l’occhiolino da una parte a Orwell e dall’altra a Bradbury). I racconti di Prosperi hanno spesso personaggi con nomi anglosassoni, ma non mancano le storie ambientate nel nostro paese, di cui ha una visione cupa e grottesca (che condivido); si veda ad esempio Mario Rossi, l’uomo che vinse l’Italia.

Ma Prosperi è noto al grande pubblico soprattutto per le sue ucronie: si veda ad esempio il ciclo di Garibaldi a Gettysburg (che ho recensito). Ne troviamo un assaggio nella seconda sezione, “Il tempo si guasta”, e nella terza, “Kennedy è morto?”. Per il lettore che non abbia familiarità col termine “ucronia”, o “allostoria” o “storia alternativa” rimando al mio libro Il sognatore divergente, dedicato all’opera di un altro autore di questo genere letterario: Carlo Menzinger. Sarebbe interessante un raffronto tra Menzinger e Prosperi, che tra l’altro si conoscono e si stimano. Entrambi condividono la visione distopica nelle proprie ucronie; un cambiamento nel passato porta inevitabilmente a una versione peggiorativa dell’universo, quindi si potrebbe pensare, insieme a Leibnitz, che viviamo davvero nel migliore dei mondi possibili (se questo ci può consolare…). In particolare i racconti ispirati dalla figura del grande ex presidente americano, JFK, sarebbe da fare anche un raffronto con altri autori che hanno trattato l’argomento da un punto di vista fantastico (penso ad esempio a 22/11/63 di Stephen King…).

La quinta sezione, “Il grande Dio Auto”, è dedicata a un altro tema ricorrente nella narrativa di Prosperi: l’automobile. Oltre ai romanzi (ho di recente recensito Autocrisi, del 1971) ci sono diversi racconti che celebrano questo mezzo di trasporto che ha preso sempre più piede nelle nostre vite, fino a diventare indispensabile, e andare oltre alla sua funzione primaria (in Autogrill diventa addirittura uno status symbol di una società di divisa in caste in base alla cilindrata – come ho già scritto nella recensione di Autocrisi [1]). Anche questa sezione, inutile dirlo, rientra nella distopia…

Dopo il “Dio Auto”, segue un altro “dio” che ha molti fedeli nel nostro paese: il “Dio Pallone” della sezione seguente, dedicata ai mondiali di calcio. Io non sono un tifoso ma questi racconti me li sono letti con gusto.

Settima sezione, che prelude in un certo senso all’ottava: “Dr. Jekyll & co.” Il classico di Stevenson è declinato in un paio di racconti (più un altro, dedicato a un altro grande della letteratura horror, Ambrose Bierce, con atmosfere lovecraftiane). Il mostro “cammina tra noi”, anzi spesso siamo noi stessi.

Fino a questo momento abbiamo parlato di racconti di fantascienza, fantapolitica, ucronia e fantastico “ai confini della realtà”, ma Prosperi a una certa età ha tentato anche il genere giallo (Camilleri docet) sfornando racconti più che dignitosi, antologizzati nella sezione “I colori del giallo”. Sono stati scritti tutti nel 2011 e si svolgono nell’ambiente dei corsi di scrittura e dei premi letterari: ambiente che noi autori conosciamo bene e che pertanto ci fanno sorridere in modo particolare.

La penultima sezione, la nona, “Altre terre, altri luoghi”, parla di paradossi geografici, di paesi che appaiono e scompaiono. C’è qualcosa di buzzatiano, e a Buzzati è dedicato infatti uno di questi racconti, La scomparsa di Manarola. Come abbiamo visto, abbondano le citazioni di altri autori, nostrani o stranieri, ed entrambe le categorie sono messe sullo stesso piano. Anche Dino Buzzati, che tra l’altro è uno dei miei autori preferiti, è stato un grande autore del fantastico, e della fantascienza in almeno un romanzo – Il grande ritratto. Ben prima di giungere a questa dedica a Buzzati, il grande narratore italiano mi era venuto in mente leggendo alcuni racconti di Prosperi, di cui pare abbia raccolto l’eredità.

L’ultima sezione non è tematica ma riguarda altri media, diversi dalla narrativa: una sceneggiatura radiofonica e un fumetto. Ricordiamo che Prosperi ha scritto sceneggiature di Topolino, Martin Mystère e altri classici italiani. Spazio vitale fa tornare alla mente l’incubo sovrappopolato di Harry Harrison, Largo! Largo! [2]

Chiude il libro una postfazione di Gianfranco de Turris, che completa il ritratto già tracciato dall’autore stesso in prefazione. Che altro dire: la lettura di questo terzo della produzione di racconti di Prosperi fa senza dubbio venire voglia di leggere anche gli altri due terzi.

Firenze, 2 marzo 2021

Bibliografia

Prosperi P., Il futuro è passato, Milano, Bietti, 2013.

Acciai Baggiani M., Il sognatore divergente, Firenze, Porto Seguro, 2018.


[1] Il racconto infatti è presente nella riedizione del 2011, in Urania, di Autocrisi, insieme ad altri due racconti presenti anche nell’antologia per il cinquantennale.

[2] Da cui il film del 1973, 2022: i sopravvissuti.

L’amante – prima parte

Di Michele Ceri

Questo racconto si svolge negli Stati Uniti nel periodo della Grande Depressione. I protagonisti sono tre, appunto, due uomini e una donna: James Clark, Arnold Smith  e Jane Miller.
 La Grande Depressione è durata dal 1929 fino alla fine della Seconda Guerra Mondiale. Ma qui gli avvenimenti principali della vicenda, cominciano e  si svolgono a partire dal 1934, quindi in un periodo di ripresa economica.
Il primo personaggio è James Clark.  James era un banchiere. Nientemeno che un  impiegato di banca di New York. I  suoi genitori, la famiglia Clark era di fede protestante e di origini europee. Probabilmente inglesi.
E’ assai risaputo che gli Stati Uniti sono il paese della libera concorrenza per eccellenza. James  politicamente apparteneva alla categoria dei liberali di sinistra, la cui fede politica rimaneva  nel controllo, parziale, dell’economia da parte dello Stato.
 Con la crisi economica di fine anni ’20 le cose riguardanti il lavoro, sono molto peggiorate. La  banca dove lavorava  ha rischiato il fallimento, causando  un grosso disagio iniziale anche nei suoi clienti. Ed è in questo momento che dovrà reagire sia economicamente che interiormente a questo triste avvenimento. E’ qui che è messo alla prova. Ma si sa che come scrisse S., nell’ Amleto: “ Ci sono più cose in cielo e in terra, Orazio, di quante non ne sogni  la tua filosofia.-”:
Sposato, con Jemma Hiller, impiegata, amava pescare e giocare a carte.
Il banchiere Clark conservava molte aspettative nell’intervento statale in economia, ai fini di un beneficio economico per la propria attività e anche come soluzione alla crisi.


 Adesso comincio a descrivere Arnold Smith, l’altro protagonista, forse più simpatico e anche più sfortunato.


Smith era principalmente un bravo Professore di materie umanistiche, abitante  in New York.
Si sentiva per la propria cultura superiore, rispetto a molti, anche se restava un po’ imbranato, come carattere.
 Si recava a lavorare nientemeno che in bicicletta e non fumava. Oltre che insegnare  era scapolo, sensibile e comunque sia  gli piacevano molto le donne. Però aveva con loro un tipo di rapporto un po’ infantile, anche se non eccessivo. Niente di grave, comunque sia. Cantava nel coro della chiesetta vicino a casa sua. Quando si recava in chiesa che fosse per pregare oppure per la messa, o per cantare era contentissimo e gioioso. Durante la predica del pastore rimaneva attentissimo.
Nonostante fosse credente, l’amore per la cultura  lo aveva influenzato positivamente e fatto crescere. Così amava assai l’Europa. E insieme la razionalità. Diciamo che non sopravvalutava il sentimento alla ragione. Anzi… Aveva e custodiva dentro di sé un grande sogno: quella di trasferirsi in Europa.  Considerava ottimisticamente l’Europa, per vari motivi. Il primo intanto perché storicamente quel continente rappresentava il luogo d’origine, la patria. Inoltre perché, contrariamente ai Totalitarismi nascenti l’Europa era stata la culla dell’Illuminismo e della Rivoluzione Francese.
A scuola, nel suo lavoro si dimostrava molto bravo, piaceva molto agli alunni. Il Professor Smith  trascorreva una buona parte del pomeriggio  a prepararsi per il giorno seguente, oppure a studiare la musica e cantare. Quando poi in classe interrogava qualcuna delle sue alunne, ne rimaneva mezzo innamorato.


 Ma addentriamoci maggiormente in questa storia, guardiamo da vicino i protagonisti.


Come si rividero James Clark e Arnold Smith? Direi come s’ incontrarono dopo tanto tempo?
 I due si rividero una sera a casa di un amica di James. Si trattava di una cena in una casa di un amica della moglie di quest’ultimo che conosceva, guarda caso, anche il Professor Arnold.
 L’abitazione dove cominciavano ad arrivare gli invitati era situata un po’ fuori da New York e si trattava di una bella dimora, ampia e con il giardino. Molti li  ospiti. Per la maggior parte si trattava di  insegnanti e impiegati di banche. In tutto erano dodici persone, tutte di ceto medio.
 James e Arnold si rividero dopo tanti anni, davanti alla porta di casa del proprietario nonché organizzatore della festa. Inizialmente non si ravvisarono, poi si. Ironia della sorte i due si conoscevano addirittura dalle scuole ( ); finite le scuole ( ) però non si erano più visti. Pur essendo stati buoni amici, in quel periodo. Ora dopo anni e anni si erano nuovamente incontrati e fu per entrambi, si per tutti e due una cosa bellissima.
 Entrarono insieme, nell’ appartamento dell’invitante, aggiungendosi agli altri. Si abbracciarono a lungo  fra sé, si sedettero e si misero subito a parlare; James :”- Ma dai, sei il vecchio Arnold il riccioluto bambinetto di una volta. Hai la mia stessa età, non è vero ? Ci rivediamo dopo tanti anni. Adesso cosa fai ? Che professione svolgi? Ma non eri te innamorato della musica e anche della fogliolina con i capelli biondi, brava a disegnare ?-“:
Arnold :”- Chi l’avrebbe mai detto. Sei James. Guarda che ultimamente ho sentito parlare di te. Sei banchiere, vero ? Toglimi una curiosità, anzi due. Possiedi un telefono ? Come ti vanno le cose economicamente ?.-“: James, sorridendo : “- Grazie per l’interesse. Adesso già un po’ meglio. Poi c’è questo Presidente che molto stimo e nel quale operato rivolgo molte mie speranze.-“:
Ci fu un attimo di silenzio tra i due, mentre la moglie del padrone di casa  prendeva i dolci che  avevano portato per metterli al fresco.
James s’accese una sigaretta, mentre l’altro, che non fumava, lo guardava senza parlare, quasi incantato dalla figura del vecchio amico.
Attesero seduti il momento della cena. Il padrone di casa, un nobile nei sentimenti, lì presentò al resto degli ospiti e la cosa divenne entusiasmante e vivace. I presenti si scambiarono idee e superficialità della vita stessa. Invitato :”-  Ma lei è il Professor Arnold Smith! La conosco perché l’ho notata nel coro, anche io canto nella vostra medesima chiesetta.-“: Arnold:”- Si, sì, sono il Professor Arnold.-“:
 Dopo una mezz’ora, tutti iniziarono a mangiare Il cibo preparato  era buono e vario, inoltre tutti continuarono a discutere.
Il cielo era chiaro e limpido, poche le nuvole leggere e senza cattiveria. La luna sembrava guardasse, oltre a rischiarare la zona e a affievolire la natura, a mitigare l’oscurità. Mentre ombre dorate nascevano, in qua ed in là.
 Ma l’attenzione degli invitati non era tanto per la musica della natura, ma per altro.
Ad un certo punto da un lato della stanza sbucò un gatto, bello pasciuto, che si mise a guardare i commensali e  rimase lì  fermo e immobile per un minuto. Aveva il pelo colorato di bianco e grigio e un musino dolcissimo. Arnold riuscì a prenderlo in collo ad accarezzarlo dolcemente, poi Maigrett ( la padrona di casa ) lo afferrò e lo fece uscire di casa, mettendolo nel giardino. In diversi non notarono questo avvenimento e continuarono a parlare. Ad un certo momento, poi, la conversazione s’allargò a tutti. Gli argomenti di discussione toccati dagli invitati erano molti: dalla Crisi economica al Proibizionismo, al lavoro e  alla fede religiosa. Ognuno diceva il proprio pensiero.
Arnold ad un certo punto s’infervorò parlando con un impiegato “ saputello “ e quasi non s’arrabbiò sul serio. Comunque fece senza dubbio bella figura…  Ad un certo momento nella stanza tutti restarono zitti, tranne che il Professor Smith, che si dilungò riguardo un discorso politico che entusiasmò i presenti. Ne seguì un applauso generale. 
Dopo cena, finito il dolce, portato da Arnold, tutti si sedettero, alcuni sulle poltrone del salotto, altri sul divano. La cena piacque a tutti e molto. La sua fine placò gli animi per un momento; tutti pensarono a rilassarsi e a sorseggiare qualche liquore e un caffè macchiato. Qualcuno s’accese una sigaretta oppure mise del tabacco nella pipa. Arnold appoggiò la testa su di un cuscino, fra l’altro ben ornato e probabilmente di valore.  Seguì un momento di silenzio che avvicinò gli animi di tutti. Il proprietario nonché invitante accese il giradischi e vi introdusse un disco di musica classica. Nella stanza vi era anche un pianoforte.
Dopo il silenzio e la musica del giradischi riprese la discussione, ma più tiepida rispetto a quella della cena.
Venne così il momento di andarsene e felicemente i due vecchi amici si scambiarono  i rispettivi numeri di telefono, poco diffuso ma presente in quel tempo. Decisero di risentirsi al più presto: in onore della vecchia amicizia.
Tornato a casa James ripensò ad Arnold e quest’ultimo ripensò a James, mentre il tempo passava velocemente e  la lancetta dell’orologio segnava  le tre di notte.
 Il giorno seguente, il Professore si svegliò alle sette del mattino e prese un caffellatte con alcuni biscotti. Si recò al lavoro.
 Si trovò ad affrontare una dura mattinata. I suoi alunni erano già abbastanza grandi. Sapeva infondere passione fra gli studenti, nelle materie da lui insegnate.
 Ritornato stanco, si sdraiò sul divano. Prima di cena poi entrò in salotto e il suo sguardo si posò su di uno scaffale. Lì vi erano svariati libri e così cominciò a prenderne qualcuno in mano, osservandolo da vicino. Una volta era un famoso romanzo, la volta dopo un saggio di storia. Mentre s’affaccendava sui libri, spuntò dal nulla un  vecchio album di fotografie.  Come era finito lì ?Lo estrasse dallo scaffale e lo aprì. Saltò le foto dell’infanzia, quelle riguardanti i genitori e poco dopo si ritrovava davanti nientemeno che ad una vecchio foto di classe.  Appartenente alla terza ( ). Cominciò lentamente ad osservarla e riconobbe anche James, si il vecchio James che aveva rivisto la sera precedente e con il quale si era scambiato il rispettivo numero telefonico. Nella foto l’amico aveva i capelli lisci  castano chiari e sorrideva, abbracciato ai compagni.
 Erano passati molti anni…


Adesso veramente inizia, la storia…


 I due si erano risentiti per telefono ( che in pochi possedevano ) e si parlarono molto. Comunque sia l’incontro alla sontuosa cena, aveva colpito fortemente l’animo d’entrambi. Adesso si sarebbero messi in gioco; ognuno essendo se stesso, restando se stesso. Qualunque fosse il momento storico, le circostanze, gli imprevisti.
 Così una sera, qualche giorno dopo l’ avvenimento dove si erano ritrovati, il telefono del Professore si mise a squillare. Era il suo vecchio amico, che lo invitava a giocare a carte a casa di un  conoscente. Arnold  inizialmente rimase incerto, impaurito della pericolosità ma poi ripensandoci accettò felicemente; del resto il gioco delle carte rientrava nei propri interessi, almeno sino ad un certo punto. Fissarono  per  sabato seguente dopo cena, davanti alla chiesetta dove normalmente Arnold cantava nel coro. Arnold doveva aspettare tre giorni: mercoledì, giovedì e venerdì. Ma la cosa non lo disturbava affatto. Sicuramente avrebbe studiato, sia per la scuola che per il coro. Inoltre venerdì sera, dopo cena era stato organizzato un concerto proprio nella chiesetta da Smith frequentata. E partecipò anche a quell’impegno.
Puntuale arrivò sabato sera, il giorno fatidico, che entrambi aspettavano felicemente. James passò con la macchina a prendere l’amico, davanti il luogo di culto per andare a giocare a carte; il viaggio non fu per niente monotono. Cosa accadde ? I due  conversarono  e  molto; si rammentavano addirittura il periodo delle scuole, quando tutti e due erano molto vivaci. Il  ricordo creava a tutti e due un   sentimento forte nel cuore, una sensazione di grande felicità e affetto. Il banchiere ripensava quando Arnold fece la dichiarazione alla bambina più carina della loro classe. L’amico si ricordava ancora vari particolari, ad esempio che   quando successe quel fatto frequentavano l’’ultimo anno. Allo stesso tempo, anche Arnold si rammentava che una volta James leticò con un compagno di classe di cui però adesso non ricordava più il nome; chissà che fine avesse fatto. Ma ci sarebbero da dire tante altre cose anche su quel periodo,  che nei ricordi faceva ancora emozionare i due.
  La casa dell’altro amico di James era in città. Arrivarono a destinazione   in poco tempo. James presentò il compagno a John, così si chiamava e poco dopo arrivarono altri. John aveva un aspetto curioso, quasi caratteriale ma intelligente allo stesso tempo. Gli si notavano i baffi, lunghi e scuri, l’erre moscia e gl’occhiali. Inoltre  amava fumare e molto; bastava guardarlo un po’, per rendersi conto che era tabagista. Ma, non preoccupatevi troppo non era né mafioso, nè un delinquente. Gli piaceva giocare a carte, punto e basta. Anche se la cosa in se, insospettiva chiunque. Durante le partite non venivano fatte delle puntate di denaro, del resto era vietato. Giocavano quasi sempre a Poker ed il gruppo di base restava composto da quattro sei persone. Quella sera vinse per diverse volte un certo George, mentre James vinse soltanto due volte. Mentre stavano giocando  John, offrì a tutti un bicchiere di whyscky. Clark il banchiere lo bevve lentamente, sorseggiandolo per diverse minuti. Il fatto di bere gli conferiva un discreto senso di fiducia in se stesso e anche di allegria. Sentiva la necessità di bere, la voglia di divertirsi ancora di più, quasi di trasgredire. Tutti fumavano, tranne Arnold, che tra l’altro amava giocare a carte, ma   non vinse mai. Ma partecipò, tra le risate degli altri che lo sbeffeggiavano. Venne  però colpito dall’ atmosfera ed il luogo; mentre era tarda notte, nella loro stanza lentamente si formava una nebbiolina di fumo. Inoltre  uno dei partecipanti  sborniato, attirò l’attenzione di tutti. Il gioco si protrasse per ore, fino a notte fonda. Poi la serata volse al termine; mentre l’alba, faceva capolino, s’affacciava puntuale all’orizzonte, tutti se ne tornarono a casa.
 Il ritorno fu veloce, con l’amico che guidava a meraviglia la macchina, trasmettendo un senso di tranquillità.
 Il Professore veniva toccato dall’ atmosfera del momento, infatti si diffondeva un’aria vivace, accentuata anche dal fatto che stava sorgendo il sole, stava cominciando un altro giorno. Intanto James giunse alla porta della casa dell’amico, salutandolo. Quest’ultimo aprì il portone dell’edificio dove abitava, cercando di fare meno rumore possibile e rientrò con calma in casa. Si coricò stanco morto sul divano, mentre gli occhi gli si chiudevano ad intermittenza.  : “-Che nottata !-.”: Penso a voce alta, ma nessuno lo sentì visto che tutti dormivano e le lancette dell’orologio segnavano le quattro  del mattino.
 Poi si mise il pigiama e si coricò sul letto; aveva la finestra socchiusa, dalla quale si riusciva a vedere il cielo  e a sentire,a volte, il rumore di qualche macchina, di quelle poche che c’erano.
 Ma dentro si percepiva agitato ed irrequieto assai. Ma perché? In lui nasceva il timore  che l’amico di vecchia data lo potesse traviare facendolo giocare a carte, in ambienti poco ortodossi; ma per adesso era solamente timore. Per fortuna nessuno dei giocatori, quella notte aveva scommesso denaro.
 Le ore erano trascorse velocemente e così il giungere della mattina colpiva tutti. Il caro Professore, nel suo animo, nonostante tutto, anche con il passare del tempo, conservò un felice ricordo della serata. Forse perché era la prima volta che era uscito a James, il suo caro amico.


Arnold Smith e James Clark si sono oramai già rivisti e  dopo tanti anni erano tornati amici. La loro è una vicenda  di una grande amicizia.
Ecco che però il racconto si dimostra per quello che è. S’aggiunge un altro importante avvenimento. Quest’ultimo caratterizzerà l’insieme dell’opera.




Vicino all’abitazione di Arnold rimaneva un  sontuoso e costoso Ristorante, dove lui  non vi era mai stato, ma assai rinomato. Una sera tutti e due  decisero di andare a cena proprio nel  medesimo Ristorante; fissarono per  le 20:00 davanti all’entrata. Erano incuriositi da quel luogo. Sapevano soltanto che si mangiava bene…
 Il Ristorante  “ Italian Food “ aveva esteriormente un aspetto severo, ma anche affascinante. Il portone aveva caratteristiche europee. Il proprietario del Ristorante, o meglio i possessori  erano italiani.
 Entrambi si ritrovarono sulla porta d’ingresso  e scambiarono due parole. Subito dopo entrarono. Squadrarono l’interno e rimasero affascinati dall’architettura interna del luogo.
E adesso cosa accadde? Vennero accolti immediatamente da una giovane, gentile e carina cameriera, che lì colpì, tutti e due, immediatamente;  lasciarono i cappotti, nel guardaroba, era inverno  e si accomodarono a tavola. I due, dopo alcuni secondi si guardarono subito  negl’ occhi colpiti dalla bellezza della giovane.   : “-E’ bellissima !!!-. “: pensarono entrambi. Lei ricambiò l’attenzione dei due con un sorriso, amichevole…
 Presero in mano il menù e cominciarono a consultarlo vivamente. Poco dopo arrivò la  cameriera a prendere le ordinazioni. Tutti i due la fissarono.
 Mangiarono molto. Un antipastino di mare, un primo e per secondo della carne arrosto, con contorno di patate arrosto. Poi alla fine un dolcetto. Alla fine della cena , poi James, che era un tipo molto sveglio, sicuramente maggiormente riguardo all’amico, riuscì a parlare  con la cameriera e le chiese come si chiamava.
 Intanto tutti e due  avendo anche un po’ bevuto del vino bianco di origine italiana,  brilli e vivaci mentalmente, cominciarono una  discussione che  cadde subito sulla bellezza della cameriera. I due , rimasero assieme, al tavolo del Ristorante ancora per un quarantina di minuti a parlare. Ma il tempo trascorreva così velocemente, che non s’accorsero di niente.
James:”- Come va adesso, amico? E Arnold:”- abbastanza bene; sono rimasto affascinato dalla cameriera, ecco tutto.
J:”- Anche io.-“: A:”- vorrei molto conoscerla, farci perlomeno amicizia.”:- J:”- A chi lo dici.-“: A:”.- Sei un grande, perché non ti fai dare il proprio numero di telefono ?-“:
 E cosi coraggiosamente James riuscì nell’intento. Si fece dare il numero da : Jane !
Tornato a casa Arnold si addormentò quasi subito. Sapeva che la mattina seguente doveva recarsi a scuola. Però fece un sogno molto inquietante. Sognò di essere nella chiesetta vicino a casa sua dove stava cantando nel coro. Ad un certo punto entrava nella chiesetta nientemeno che la cameriera del Ristorante. Proprio Jane. Era bellissima e cominciò a guardarlo. Poi dopo averlo guardato uscì. Nel sogno   ad  ascoltare Arnold cantare apparivano tra l’altro, anche alcuni suoi allievi.
Arrivò il sole mattiniero e tra i due l’amicizia continuava ad aumentare sempre di più, con il tempo.


Il lago appare la meta di un viaggio, ma rappresenta anche  un luogo di riflessione, di pausa tra la vita dei due e la loro sensibilità.


 Trascorsero alcuni giorni dalla cena all’ “ Italian Food “, così, una domenica mattina sempre lo stesso mese sul presto, i due si contattarono nuovamente per telefono. A. rispose velocemente anche se ancora leggermente addormentato. A.:”- Chi è?-“: Si trattava di James che in breve cercò di ricordargli  anche la propria passione per la pesca. Il banchiere invitò il compagno ad andare al lago più vicino, a pescare, proprio la medesima mattina. Era contentissimo e trasmetteva felicità. James :”- Inoltre, conoscendo la tua indole, vorrei aggiungere che ti porterò in un posto meraviglioso, dove sicuramente non sei mai stato. Si tratta del Lago Hanoy, non lontano da New York. Io ci vado spesso, quasi tutte le domeniche, almeno d’inverno. Sono innamorato da quel luogo, dalla tranquillità che trasmette.-“:
Arnold, rispose :”- Grazie, sei un amico a cercarmi. Sono molto curioso, di quanto mi stai dicendo. Anche se non so assolutamente, pescare. Ma accetto di venire.-“: Arnold assonnato, ma non disturbato, scese dal letto e mise sul fuoco la macchinetta del caffè. Era mattina presto, per essere Domenica. L’orologio scandiva le otto e quaranta. Per fortuna aveva preso la messa il giorno precedente. Così bevve una tazza di caffèlatte, si fece la barba e si vestì. Trascorso poco tempo, l’amico  suonò al campanello. Era passata più di un’ora dalla telefonata; scese le scale ed entrò nella macchina dell’ amico. Durante il viaggio i due parlarono  ancora e proprio  della bella cameriera. Arnold era  colpito per la bellezza del viso e delle mani; a James di lei piaceva molto anche il volto, la voce e la sensualità con cui si muoveva. Ma che tipo era? Si domandarono. Che carattere aveva e quali interessi?
Poi lo capiremo!
Arrivarono al lago abbastanza velocemente. La strada per giungervi era caratterizzata da due file di alberi che la costeggiavano. L’ultimo tratto era ameno,spoglio e con il terreno sassoso. Vi rimaneva, abbastanza grande un parcheggio
 Lo sguardo di Arnold si soffermava sulla superficie del lago. Era mattina, vicino a mezzogiorno. Splendeva in alto il sole, mentre parcheggiarono l’auto.
Il  lago rimaneva assai vasto, ma non grandissimo e lo si attraversava tutto con lo sguardo. Vi volavano sopra alcuni uccelli, che ogni qualvolta emettevano particolari suoni. Vi nuotavano alcune varietà di pesci. Inoltre c’è da specificare che  la pesca veniva ammessa, ma si doveva pagare una somma di denaro per praticarla. James, benestante,  si poteva permettere di pescare. Preparò l’occorrente, aprì la canna e pescò per un paio d’ore; Arnold solamente dieci minuti e poi si mise ad osservare l’amico e a pascersi nell’atmosfera di calma che il lago emanava.
 Poi, i due decisero di pranzare. Infatti lì vicino vi rimaneva un negozietto dove facevano degli ottimi panini. Il Professore si fece fare due panini con dell’affettato e formaggio, James un pezzo grande di schiacciata all’olio con il salame. E per finire, entrambi una barretta di cioccolato con nocciole e della frutta. Bevvero dell’acqua, niente alcolici per fortuna d’entrambi.
 Dopo mangiato si riposarono restando sulla riva del lago e sonnecchiarono, tutti e due. L’atmosfera emanava pace e calma. Durante il pomeriggio James ripescò per un’oretta. Arnold, sonnecchiò.
Quando il sole stanco stava per scomparire all’orizzonte, decisero di tornare a casa.
 Per Arnold la sera rimase accompagnata dall’effetto immaginario della giovane e carina Jane. Il ricordo vivo della ragazza s’intrecciava con l’oscurità a tratti prepotente della notte che stava arrivando; luci ed ombre, sguardi e gesti, curiosità ed affinità si mescolavano fra loro. Poi  il ricordo del lago, con la sua immancabile calma e luce del sole riflessa. Arnold chiuse gl’occhi più volte. Poco prima d’ addormentarsi del tutto gl’apparve il volto della ragazza Jane, la cameriera del Ristorante, mentre al Ristorante li serviva.


Il sole del giorno dopo,  alto, riscaldava tutta la città. Era trascorso un giorno soltanto la loro amicizia si rafforzava continuamente, ora dopo ora.   I due continuavano naturalmente a vedersi, a stare assieme, a discutere ed a chiacchierare. Quella mattina caratterizzata da una forte energia solare, scelsero d’incontrarsi lì proprio lì al Parco. Un luogo molto bello e assai conosciuto.


Nei pressi del centro cittadino restava un non piccolo e famoso Parco e all’interno vi rimaneva addirittura un laghetto. Vi volavano tipici uccelli, che emettevano suoni, in continuazione. In città tutti lo conoscevano. Nessuno  poteva dire di non esserci mai stato.
Quel giorno il sole splendeva alto di giallo orgoglioso, mentre in lontananza si sentivano degli schiamazzi di bambini, che lì vi  giocavano.
 Era appena mezzogiorno.
 I due amici si erano dati appuntamento proprio lì…
Il primo ad arrivare, rimase il Professore, il signor Smith. Si salutarono calorosamente per poi rimanere una decina di minuti senza parlare. Il silenzio restava però solamente apparente, dentro conservavano una grande volontà di parlare e molto. Pur rimanendo senza parlare si trasmisero molte cose. A cominciare dalla gita al lago, per non parlare della cena al sontuoso e rinomato Ristorante. Nei loro animi era conservato il ricordo della cameriera Jane…
 Mentre stavano zitti ad un certo punto arrivò un gruppetto di ragazzi non ancora maturi e vivacissimi. Quest’ultimi cominciarono a scherzare e a giocare davanti a loro. Fecero capannello. Qualcuno addirittura urlava. Ma dopo qualche minuto lasciarono il posto, che tornò ad essere del tutto tranquillo. I due  cominciarono finalmente a chiacchierare. Discussero molto e di svariati argomenti. Il tema più importante rimase il  grande beneficio apportato al paese dalla Politica economica voluta dal Presidente  che entrambi asserivano di stimare moltissimo. Poi il tema del discorso piano piano scivolò sull’Europa. Entrambi erano d’accordo nel valutare ottimisticamente l’Europa. Si proprio l’Europa. Europa come luogo d’origine, Europa dei nascenti Totalitarismi, ma anche Europa della Rivoluzione Francese e del Rinascimento. Tutti e due si dilungarono molto, discussero tanto e ognuno dal proprio punto di vista, con la propria cultura ed esperienza. Trascorsa una mezz’orettta nella quale avevano esposto tante cose,  arrivarono  ad una conclusione. Di che conclusione si trattava ? Valutarono entrambi la bellezza di fare, prima o poi  un viaggio in Europa, magari anche assieme. Tra i due il professore restava quello  più affascinato e anche quello più deciso.
Ad un certo punto, mentre già avevano terminato di conversare da alcuni minuti, apparve davanti a loro un cagnolino al guinzaglio di una bella ma non più giovane signora, dall’aspetto appartenente all’alta borghesia. James:”-Come si chiama questo bel cagnolino ?-“: Domandò brillantemente. E la signora come annoiata dalla domanda, rispose :” .-Eveline .- “:un attimo dopo arrivò un’altra persona con un altro cane al guinzaglio. Il cane, molto grosso  aveva un aspetto cattivo, contrariamente al precedente. Appena vide Eveline, iniziò ad abbaiare. Successivamente anche Eveline si mise ad abbaiare. Poi i padroni li fecero calmare. Questo spezzò la giornata e anche la loro chiacchierata in due momenti.
 Velocemente giunsero le  15 e 30 del pomeriggio. Dopo una breve pausa di silenzio e riflessione, nata dall’incontro con i due cagnolini i due ripresero a parlare. Arnold  si mise a discutere della propria professione. Amava insegnare. Raccontava all’amico come gli alunni gli volevano un gran bene. Inoltre amava moltissimo la musica classica. Trascorreva il tempo libero anche ad applicarsi a tale materia; specialmente  gli piaceva il canto. Inoltre  il giovane Professore così tutti i martedì sera, dopo cena si recava nella chiesetta situata vicinissimo al proprio alloggio, per cantare. Faceva parte del coro. Questo lo rendeva felice e contento di se stesso. Quando il coro era ben funzionante vi era un eco bellissimo e i suoni si riflettevano sulle pareti; chi entrava nella piccola chiesa in quei momenti ne restava  come estasiato. Non appariva strano che vi entrassero  anche dei bambini accompagnati dai genitori. Faceva parte del coro anche un giovane ed una giovane ragazza, che  frequentavano la medesima scuola dove insegnava Arnold; i due non lo avevano come insegnante, ma lo conoscevano per fama. Aveva rinomanza di essere molto bravo. Arnold concluse la conversazione e prese la parola James. Quest’ultimo parlava della sua felicità antecedente al rischiato fallimento della propria banca. Per lui la crisi economica con le sue conseguenze era stata nettamente la fine di un sogno. Comunque sia, nel tempo  alla crisi si era contrapposta la politica economica del Presidente il quale aveva applicato un piano economico noto con il termine  di : Nuovo Corso. E di questo si doveva essere felici.
 Conclusa la discussione   optarono per abbandonare il Parco e tornarono alle dimore.
 Di nuovo sera, ancora inverno, faceva molto freddo. Dalla finestra di casa, al caldo il banchiere notava le svariate luci che provenivano dai moltissimi appartamenti vicino al suo, lo incuriosivano. S’interrogava sugli abitanti del suo condominio, il tutto lo incuriosiva, ma lo agitava un po’.
 Sua moglie era una discreta donna di 40 anni. Per adesso non avevano figli, anche se ne avrebbero voluti avere. A causa del periodo storico, come ho già detto avevano così già avuto molta preoccupazione, ma per adesso il momento peggiore era fortunatamente trascorso.
Comunque sia, dopo le otto cenarono. 


 Ma la bella cameriera che fine aveva fatto?
Siamo tutti sicuri che lei, si proprio lei  sia l’eroina di tutta la vicenda? Adesso tutti lo capiranno, nel bene e nel male.


 Ecco il terzo personaggio, del nostro racconto : Jane Miller, la cameriera.  Anche lei  restava di origine europea, precisamente inglese. Il padre era preside di una scuola, la mamma, maestra. Era di famiglia benestante. Curiosamente il nonno della giovane ragazza amava  molto la musica, classica e suonava due strumenti il pianoforte e la tromba. Tra la sua passione anche il blues e il jazz. Aveva trasmesso la passione alla nipote. Questa l’aveva conosciuto anche se adesso erano passati molti anni dalla sua morte. Lei però  conservava nel cuore un bellissimo ricordo e aveva di lui un’ottima immagine. Jane Miller aveva poco più di vent’anni ed abitava, come Arnold e James in New York. Era proprio una bella ragazza, giovane, alta abbastanza, aveva i capelli lisci marroni scuri e gli occhi neri. Aveva anche delle belle mani e  sapeva  suonare abbastanza bene il pianoforte che rappresentava il suo  strumento preferito. Le piaceva soprattutto la musica classica italiana, nello specifico Monteverdi, Bach, Vivaldi ecc… sapeva parlare bene e si muoveva anche seducentemente.   Jane aveva studiato per un periodo sino all’Università, ma poi non aveva continuato gli studi accademici. Comunque sia si era dedicata molto alla musica. Aveva anche lavorato come commessa o cameriera. Adesso era cameriera al Ristorante  “ Italian Food “ e restava felice.
 Oltre alla musica amava e s’interessava di cinema. Il cinema   nato da poco, si diffondeva proprio in quel periodo.  Amava come regista soprattutto Orson Welles. Aveva già visto  “Quarto Potere”, alcune volte e ne rimaneva affascinata.
 La sua vita sentimentale restava piuttosto piena di vicende amorose, per la sua età. Aveva infatti conosciuto molti ragazzi con qualcuno era stata anche fidanzata. Alcuni restavano nel tempo di lei, ancora innamorati. Gli stessi Arnold e James che avevano visto Jane solamente una volta,   rimanevano assai  colpiti  dal suo fascino e  erano quasi innamorati.


 Quando i due amici la conobbero, ne rimasero   sedotti. Inizialmente i due pensavano di fare una nuova amicizia, ma si trattava di un’analisi superficiale. Cosa gli aspettava?




 Trascorse l’inverno e giunse una bizzarra giornata di primavera, di sabato sera. I due amici  decisero di andare al cinema. Così, raggiunsero in macchina la sala cinematografica, che non si trovava molto lontano, dall’abitazione del signor Arnold. Quel giorno  proiettavano un film d’autore, un film di fantascienza, probabilmente il primo , precisamente del regista Fritz Lang, ovvero: Metropolis. La sala  piena, per non dire stracolma, non rimaneva grande. Fecero i biglietti ed entrarono molto incuriositi.
 A fare la  maschera vi era un giovane ragazzo di vent’anni che aveva dei tratti somatici duri. Lui li guardò attentamente, come per trasmettere ordine e disciplina, ma rimase immediatamente incuriosito dai due. Che  fosse geloso di qualcosa?
 Mentre si stavano per sedere,lo sguardo del Professore  notò immediatamente la dolce Jane. Proprio, la giovane cameriera del Ristorante. Tutto avvenne in un lampo, lasciando dentro i due un grande piacere. I due si salutarono molto calorosamente, come se si conoscessero da molto tempo. Qualche attimo dopo la notò anche James che la salutò velocemente. Il film in questione rimase interessante. Passato l’incontro caratterizzato da alcuni sguardi, apparvero le prime immagini del film e tutti stettero in silenzio; le immagini parlavano.
 Con il dispiacere di tutti il film terminava.
 All’uscita entrambi cercarono di rintracciare la giovane che però era uscita prima di loro.
Così non riuscirono a trovarla ed a parlarci e neanche la salutarono. James :”- Sarà per un’altra volta; cavolo, è così carina.-“: Arnold :”- Prima o dopo ce la facciamo a conoscerla meglio. Sarei già molto contento se diventasse nostra amica.-“:
 Ma cosa pensava Jane di tutto ciò? Era felice o turbata? Diciamo che rimaneva contenta dell’interesse nei loro riguardi.
 La sera prima di addormentarsi Arnold cominciò a pensare  intensamente alla  gentile cameriera. Si domandava fino a che punto avrebbe potuto diventare amica di lui e di James. Si percepiva comunque dentro di se titubante sul da farsi, anche perché non era mai stato veramente amico di una donna ne tanto meno fidanzato.


 Ecco chi è Jane da un certo punto di vista: un’artista. Una amante della musica.


 Dopo la serata al cinema, che aveva divertito tutti Arnold provò a contattarla telefonicamente cosa che piacque molto alla carina amante della musica e cameriera. Ella si era comunque scusata dell’uscita veloce dal cinema. Confessò al Professore di essere timida. Arnold la rassicurò.
 Intanto, pochi giorni dopo invitò i due amici a sentire un suo concerto in una chiesa, alla periferia di New York. James si congratulò fortemente con Arnold per la sua abilità nel relazionarsi con Jane. I tre stavano per divenire dei buoni amici? Sicuramente e forse qualcosa di più, chissà… Il futuro nascondeva delle sorprese. La vita si dimostrava imprevedibile…
Il concerto fu molto bello e brillante. I pezzi suonati da Jane erano autori importanti. La giovane ragazza era bravissima, anche per il fatto che  studiava il pianoforte sin da piccola. Fra li spettatori si percepiva una sensazione di forte passione e  l’atmosfera all’interno della piccola chiesa restava molto intensa e romantica. Arnold e James rimasero sbalorditi. Si notava una non indifferente bravura.
 Alla fine del concerto, James fumò una  sigaretta e lo stesso fece Arnold per una volta. Poi fuori dalla chiesa i due riuscirono finalmente a parlarci.  Ebbero modo di conoscere definitivamente la giovane. Tutti insieme decisero di rivedersi e al più presto possibile.
Gentilmente James propose a Jane di accompagnarla, con la macchina gentilmente all’abitazione. Lei acconsentì felicemente.
 Per la strada del ritorno  parlottarono tra di loro e risero. Si salutarono dandosi calorosamente la mano. Un altro giorno era trascorso: adesso era giunto il momento di dire che la loro amicizia si era allargata. Nel bene e nel male…
 Come accadeva però quasi sempre la sera, ad Arnold cominciarono ad apparire i primi dubbi, le prime preoccupazioni. Avvertiva che Jane avesse la possibilità un giorno di fare litigare lui e James. Nonostante tutto il Professore si stava già innamorando di Jane e percepiva che la cosa pian piano sarebbe aumentata. Anche lo stesso James ebbe modo di ripensare all’accaduto, ma giudicò sostanzialmente positiva tutta la vicenda. James aveva sicuramente un carattere più calmo di Arnold. Lo si notava spesso.

Un alfabeto poetico

Di Massimo Acciai Baggiani

A casa di Mariella bettarini, insieme al suo libro fresco di stampa.

Mariella Bettarini instancabile continua a produrre da decenni poesia di alta qualità, sperimentando anche generi estranei alla tradizione italiana: lo fa ad esempio in questa piccola silloge di haiku, uscita quest’anno per la neonata casa editrice Il ramo e la foglia, che raccoglie un discorso poetico in cinque haiku (i famosi brevi componimenti di origine giapponese, nella formula 5-7-5 sillabe) per ogni lettera dell’alfabeto, comprese le lettere straniere (w, x, y, k, j). Un’opera uscita in tempi di pandemia ma scritta anni addietro, arricchita dai disegni di Graziano Dei (collega redattore de L’Area di Broca) e dalla postfazione di Annamaria Vanalesti. Molti e vari i temi toccati da Mariella, dagli Animali (non manca una poesia dedicata all’amato cane Tommy) allo Zenith, passando per i versi dedicati alla madre scomparsa, Elda Zupo (M di Madre), già oggetto di molte liriche e di un intero libro a lei dedicato (Poesie per mamma Elda, Secop edizioni).

Il genere haiku richiede una straordinaria concisione; non è un genere semplice, soprattutto per noi italiani (altre lingue possiedono un lessico più monosillabico), ma Mariella padroneggia bene anche questa metrica orientale, tra folgorazioni («Dono e per-dono: / donare e per-donare / sono parenti?») e domande esistenziali («E perché vai? / E dove vai – tempo / e noi con te?»); seguire uno schema obbligato è di stimolo, una sfida ricercata dall’autrice, una sfida vinta.

Firenze, 23 febbraio 2021

Bibliografia

Bettarini M., Haiku alfabetici, Roma, Il ramo e la foglia, 2021.

Viaggi mistici di un occultista svedese

Di Massimo Acciai Baggiani

Io con la copia che mi ha appena regalato Sara Ballini

Dopo La Bibbia dell’Avversario e Akhkharu: magia vampirica di Michael W. Ford, ho avuto di recente il piacere di leggere un altro libro edito da Hekate, la casa editrice fiorentina specializzata nell’occulto [1]: sto parlando di Tra Mistici e Maghi a Stoccolma di Thomas Karlsson, autore svedese, fondatore dell’Ordo Draconis et Atri Adamantis, meglio conosciuto come Dragon Rouge (da non confondere con l’omonimo studioso italiano di stregoneria e neopaganesimo [2]). Il testo di Karlsson è piuttosto diverso da quelli di Ford, che si configurano come grimori: l’autore svedese si muove invece su un piano narrativo, tra romanzo e saggio, per raccontare le origini del suo ordine internazionale, con sede a Stoccolma, volto allo studio della magia, dell’occultismo e del gotico, anche a livello pratico.

Tutto nasce da una piccola libreria nella capitale svedese e da un incontro che porterà l’autore, già profondo conoscitore, fin da ragazzino, del mondo dell’occulto, a fare un viaggio mistico e avventuroso a Marrakech e in altre località del nord Europa, alla ricerca di maghi e amuleti, oltre che a viaggi mentali, ricchi di visioni fantastiche («l’occultismo si muove in una zona intermedia tra il sonno e la veglia, la fantasia e la realtà» [3] scrive Karlsson).

Nel libro, ricco di riferimenti letterari e musicali, sono presenti molti dialoghi su tematiche filosofiche per me interessantissime (sono anch’io uno studioso di religioni, senza preconcetti, anche se non sono un luciferiano o un satanista). Mi ha colpito ad esempio la metafora della falena che si ostina a cercare la luce e a sbattere contro una superficie di plastica, e quella delle pecore, guidate dal “buon pastore”, che saranno alla fine macellate (mi è tornata in mente una vecchia canzone dei Pink Floyd, Sheep [4]), mentre il Sentiero della Mano Sinistra opta per la libertà e la conoscenza come valore, rovesciando l’episodio della tentazione di Eva da parte del serpente («Le pecore scelgono la sicurezza, le capre la libertà» [5]). D’altra parte William Blake sosteneva che occorre leggere “al contrario” la Bibbia per comprenderla appieno [6], scoprendo magari che, come sostengono alcuni gnostici, Lucifero e Cristo sono la stessa cosa [7].

Questo e molto altro è presente in questo straordinario libro; al lettore scoprire di più, a prescindere dalle proprie idee religiose ne uscirà alla fine sicuramente arricchito.

Firenze, 18 febbraio 2021

Bibliografia

Karlsson T., Tra Mistici e Maghi a Stoccolma, Firenze, Hekate, 2020.


[1] Si veda anche la mia intervista alla fondatrice, Sara Ballini.

[2] Di cui ho letto La vecchia religione (Aradia edizioni, 2014).

[3] Karlsson T., Tra Mistici e Maghi a Stoccolma, Firenze, Hekate, 2020, p. 132.

[4] Dall’album Animals (1977).

[5] Karlsson, op. cit., p. 145.

[6] Ibidem, p. 146.

[7] Ibidem, p. 160.

Rifrediamo

Forse ti è già arrivata la notizia. Rifrediamo è la nuova scommessa che quattro ragazze hanno lanciato al quartiere, per aiutare la Cooperativa Sociale Macramè nei suoi progetti di inclusione e divertimento. Grazie a ImpactHub, Fondazione CR Firenze, FeelCrowd e Officine Valis, la cooperativa ha ideato una nuova iniziativa che unisce i suoi ragazzi con il valore del territorio. Un progetto di Rifredi per Rifredi, di cui la creatività di un laboratorio di scrittura è il primo riattivatore. Venti ragazzi gireranno sul quartiere con gli operatori della cooperativa in un weekend di questa primavera; incontreranno i cittadini nei luoghi simbolo e creeranno una mappa narrativa del quartiere da lasciare in punti strategici. Grazie a questa mappa cartacea, lasciata agli esercenti che ci sosterranno, e alla realtà aumentata sviluppata da una startup di Firenze, il percorso animato diventerà eredità del quartiere. In un periodo così difficile abbiamo scelto di scommettere su una nuova attività, con la voglia di ritrovarci e riscoprirci una comunità unita e aperta. La raccolta fondi si svolge su www.eppela.com/rifrediamo. Sono previste donazioni libere, ma anche prenotazioni di alcune ricompense che alcuni esercenti hanno offerto, per permetterti di sostenere con più slancio il progetto in cui loro stessi credono per primi. Troverai i cesti del Ceppo, le cene dai Fratelli Briganti e di Quarto Tempo, La Bottega di Arcetri… e le storie già pubblicate dei nostri ragazzi del Porto delle Storie della Cooperativa. Ci vogliono meno di due minuti per registrarsi alla piattaforma. La Fondazione CR Firenze darà valore alla tua fiducia: se raggiungiamo il nostro obiettivo, per ogni euro che avrai donato, Fondazione metterà altrettanto (!!). Sul sito, inoltre, troverai descritte con dettaglio le destinazioni di ogni spesa necessaria.

Gli uomini si ripetono sempre

Di Massimo Acciai Baggiani

«Secoli fa un saggio disse che la storia non si ripete mai, ma gli uomini si ripetono sempre» afferma, ad un certo punto, un personaggio del romanzo di Davide Del Popolo Riolo Il pugno dell’uomo, meritatissimo Premio Urania 2019. La trama sembra ricalcare infatti l’ascesa e il declino del nazismo, in chiave fantascientifica: su un non meglio precisato pianeta convivono quattro specie senzienti, tra cui quella umana, che si tramanda sia giunta in tempi remotissimi attraverso lo spazio. Ciò ha dato origine al culto degli Antichi, venerati quasi come dèi. La tecnologia spaziale pare però essere andata perduta – il livello di progresso è quello della prima rivoluzione industriale, tanto che il romanzo viene inserito nel filone steampunk, oltre che a quello distopico – e la storia dei terrestri pare non aver insegnato nulla.

Tutta la vicenda si svolge nell’unica Città del pianeta, abitata dalle quattro razze – tra cui i “pallidi”, specie di vampiri che comprano il sangue dagli umani: queste convivono pacificamente sotto la guida di una dinastia di sindache appartenenti alla Famiglia, fino a quando la sindaca Alex muore e lascia il posto alla sorella, a cui manca l’illuminazione e la tolleranza. Intanto avvengono due fatti paralleli che porteranno la Città a cadere in una dittatura ferocissima: una misteriosa epidemia, la “febbre del terzo giorno” (anche se uscito in tempi di pandemia, il romanzo è stato scritto prima e risulta quindi sinistramente attuale), e l’ascesa di Ian Derrick, ideatore del partito Il Pugno dell’Uomo; un personaggio carico d’odio verso gli “inumani” che ricorda il nostro Hitler e che dal nulla arriverà alla carica di cancelliere e quindi di sindaco, facendo leva sulla paura dell’epidemia («Non c’è movente più forte della paura nel cuore di un uomo» dirà un personaggio), incolpando i pallidi e mettendo in atto il suo programma di sterminio.

La narrazione procede attraverso vari punti di vista che si alternano: quello della sindaca Alex, di suo marito, dello stesso Derrick, della giornalista Clarke, del pallido Oleander Dick (omaggio a Philip K. Dick, maestro di distopie?), e altri. Altra evidente fonte di ispirazione dell’autore è il capolavoro di Fred Uhlman, L’amico ritrovato: l’amicizia tra il quindicenne Olenader “Olly” Dick e il coetaneo umano Ben, figlio di una famiglia patrizia vicina al dittatore, a mio parere la parte più interessante e commovente del romanzo.

Interessante anche la costruzione di questo mondo alieno e della sua organizzazione sociale. Davide Del Popolo Riolo è anche un ottimo creatore di mondi; l’ambientazione è credibile così come i personaggi, a cui non possiamo non affezionarsi o non provare odio profondo. Un romanzo per non dimenticare fa sempre bene, ha sempre il suo perché.

Firenze, 16 febbraio 2021

Bibliografia

Del Popolo Riolo D., Il pugno dell’uomo, Milano, Mondadori, 2020.

La figura del lupo in Cappuccetto Rosso e in altre fiabe italiane analoghe

Di Massimo Acciai Baggiani

Il lupo assume un ruolo per lo più negativo nelle fiabe, in particolare nella stranota vicenda di Cappuccetto rosso, dove appare metaforicamente in veste di seduttore di bambine ingenue. Due sono le versioni più popolari della celebre fiaba: quella di Charles Perrault (1628-1703) del 1697, e quella, di oltre un secolo posteriore, dei fratelli Jacob Ludwig (1785-1863) e Wilhelm Karl Grimm (1786-1859).

La prima è da considerarsi, secondo Bruno Bettelheim (1903-1990), meno interessante e meno “utile” rispetto alla seconda; Perrault ha banalizzato la storia e ne ha resa troppo esplicita la morale – ossia la raccomandazione, rivolta alle bambine, di non dare confidenze agli sconosciuti, soprattutto a quelli gentili e “seducenti”. La versione di Perrault, in cui alla fine la protagonista muore inghiottita dal lupo, lascia poco spazio all’immaginazione dei piccoli ascoltatori [1]: la scena in cui la piccola si spoglia, su invito del lupo, per andare a letto con lui, è troppo esplicita e allontana l’identificazione del lettore (il fatto che si presti senza reagire a questo tentativo di seduzione può essere interpretato come stupidità oppure come desiderio di essere sedotta).

I fratelli Grimm d’altro canto presentano una doppia versione [2] più complessa e affascinante, ricca di simbologie non così esplicite. Rimane, certo, centrarle il tema della paura di essere divorati (come anche in un’altra celebre fiaba, quella di Hänsel e Gretel) come metafora sessuale. Cappuccetto rosso è una bambina ingenua, che non teme il mondo e anzi ne viene sedotta dalla bellezza (si attarda a raccogliere fiori nonostante le raccomandazioni della madre), il che la espone al pericolo; seguire il principio di piacere anziché quello di realtà (le raccomandazioni materne) la porterà a farsi ingannare dal lupo (la parte animalesca del maschio, contrapposta a quella paterna e salvatrice rappresentata dal cacciatore). Non si può rimanere ingenui per tutta la vita, anche se l’ingenuità è un tratto che affascina.

Il rosso del cappuccio della protagonista «simboleggia le emozioni violente, naturalmente comprese quelle sessuali» [3]

Leggendo questa fiaba viene naturale chiedersi perché il lupo non “divori” subito la bambina appena la incontra nel bosco, anziché divorare prima la nonna (che è anche simbolo della madre). Perrault giustifica la cosa con la presenza, nel bosco, di altri uomini (i taglialegna) mentre nella versione dei Grimm emerge la necessità di sbarazzarsi prima della nonna/madre per godere appieno della sua conquista; è presente il riferimento al desiderio inconscio della figlia di essere sedotta da suo padre (il lupo)» [4]. L’atto sessuale viene visto dai bambini con un senso ambivalente di attrazione e repulsione, in quanto percepito come un atto di violenza ma anche di piacere: si veda la famosa illustrazione di Gustave Doré (1832-1883) che ritraee la bambina a letto con il lupo; mentre quest’ultimo appare tranquillo, Cappuccetto rosso è turbata da sentimenti ambivalenti, anche se le implicazioni sessuali rimangono preconsce, come è giusto.

Illustrazione di Gustave Doré per Cappuccetto Rosso

L’altra figura maschile, il cacciatore, è di segno diametricalmente opposta. Rappresenta il padre non nel lato seduttivo ma in quello salvifico e punitivo, il che esercita un grande fascino nei giovani lettori. Salva nonna e nipote sventrando il lupo e riempiendone lo stomaco di sassi, che poi lo uccideranno: nella mente del bambino l’uscita della protagonista dalla pancia è collegata inconsciamente al parto (al taglio cesareo) in quanto ipotizza che la madre sia rimasta incinta inghiottendo qualcosa. Perciò il lupo non muore durante lo sventramento: il bambino potrebbe associare il parto alla morte della madre e restarne traumatizzato. Questo “parto” simboleggia una rinascita a un livello superiore: la protagonista, benché inghiottita, non muore veramente ma si prepara a una seconda nascita, tornando in vita come una persona diversa. Il bambino capisce immediatamente questo processo di maturazione: «Cappuccetto Rosso perse l’innocenza dell’infanzia (…) e ne ebbe in cambio la saggezza che soltanto chi è “nato due volte” può possedere» [5].

La celebre fiaba ha avuto molte traduzioni, sia nella versione francese di Perrault che in quella tedesca dei Grimm. Riporto qui l’incipit in esperanto di Perrault (La Ruĝa-Ĉapeto) presente in rete, e a seguire l’incipit della versione, in esperanto, dei fratelli Grimm (Ruĝa Ĉapeto):

Estis iam en vilaĝo knabineto la plej bela kiun oni povis vidi; ŝia patrino kaj ankoraŭ pli ŝia avino amis ŝin ĝis freneziĝo. Tiu ĉi bona virino farigis al ŝi ruĝan ĉapeton, kiu plibeligis ŝin tiel, ke ĉie oni vokis ŝin: La Ruĝa-Ĉapeto.

En unu tago ŝia patrino farinte platajn kukojn, diris al ŝi: „Iru vidi kiel fartas via avino, oni diris al mi, ke ŝi estas malsana, portu al ŝi platan kukon, kaj tiun ĉi poteton da butero.“ La Ruĝa-Ĉapeto foriris tuj al ŝia avino, kiu loĝis en alia vilaĝo.

Transirante arbaron, ŝi renkontis Sinjoron Lupon, kiu forte deziris manĝi ŝin sed ne kuraĝis pro kelkaj arbohakistoj kiuj estis en la arbaro; li demandis ŝin kien ŝi iras. La malfeliĉa infanino ne scianta la danĝeron paroli kun Lupo, diris al li: „Mi iras viziti mian avinon kaj porti al ŝi platan kukon kaj poteton da butero, kiujn mia patrino al ŝi sendas. [6]

Iam estis dolĉa knabineto, kiun ĉiuj amis, kiu nur rigardis ŝin, sed ĉefe ŝia avino, kiu eĉ ne sciis, kion donaci al la infano. Iam ŝi donacis al ŝi kapuĉeton el ruĝa velura, kaj ĉar ĝi taŭgis al ŝi tiel bone kaj ĉar ŝi ne volis surhavi nenion ol ĝin, oni nomis ŝin nur Ruĝa Ĉapeto.
Iutage ŝia patrino diris al ŝi: “Venu, Ruĝa Ĉapeto, ĉi tie vi havas pecon da kuko kaj botelon da vino, alportu tion al via avino; ŝi estas malsana kaj malforta kaj ŝi refreŝiĝos per ili. Ekiru antaŭ ol ekvarmos, kaj kiam vi eliros, iru bele kaj bonkondute kaj ne forkuru de la vojo, alie vi falos kaj rompos la vitron kaj la avino havas nenion. Kaj kiam vi eniros ŝian loĝĉambron, ne forgesu diri bonan matenon kaj ne rigardu unue en ĉiujn angulojn!

Tra le fiabe italiane raccolte da Italo Calvino (1923-1985), a ragione considerato l’equivalente italiano dei fratelli Grimm, ho scelto tre brevi testi in cui ricompare la figura del lupo e della nonna e della mamma: Tre ragazze e il lupo (fiaba 26), Zio lupo (49)e La finta nonna (116).

La prima fiaba, raccontata dalle parti del Lago di Garda, vede tre sorelle alle prese col lupo goloso, che a differenza della fiaba dei Grimm, è più interessato a mangiare torte che carne umana (ma la simbologia è la stessa). Al posto della nonna, troviamo la mamma delle ragazze: la donna viene ingoiata e il lupo si mette a letto in attesa della minore, certo più sveglia di Cappuccetto rosso, la quale aveva tenuto testa al lupo nel bosco – là dove le altre due sorelle avevano fallito.

C’era tre sorelle, a lavorare in un paese. Gli venne la notizia che la loro mamma, che abitava a Borgoforte, stava mal da morte. Allora la sorella maggiore si preparò due sporte con dentro quattro fiaschi e quattro torte e partì per Borgoforte. Per strada trovò il lupo che le disse: – Dove corri così forte?

– Da mia mamma a Borgoforte, che le è preso mal da morte.

– Cosa porti in quelle sporte?

– Quattro fiaschi e quattro torte.

– Dàlle a me se no, alle corte, ch’io ti mangi è la tua sorte.

La ragazza diede tutto al lupo, e tornò dalle sorelle a gambe levate. Allora la seconda riempì la sporta lei e partì per Borgoforte. Trovò il lupo.

– Dove corri così forte?

– Da mia mamma a Borgoforte, che le è preso mal da morte.

– Cosa porti in quelle sporte?

– Quattro fiaschi e quattro torte.

– Dàlle a me se no, alle corte, ch’io ti mangi è la tua sorte.

Anche la seconda sorella vuotò le sporte e tornò via di corsa. Allora la più piccola disse: – Adesso ci vado un po’ io, – preparò le sporte e partì. Trovò il lupo.

– Dove corri così forte?

– Da mia mamma a Borgoforte, che le è preso il mal da morte.

– Cosa porti in quelle sporte?

– Quattro fiaschi e quattro torte.

– Dàlle a me se no, alla corte, ch’io ti mangi è la tua sorte.

Allora la più piccola prese una torta e la buttò al lupo che stava a bocca aperta. Era una torta che lei aveva preparato prima apposta, con dentro tanti chiodi. Il lupo la prese al volo e la morse e si punse tutto il palato. Sputò la torta, fece un balzo indietro, e scappò dicendo alla bambina: – Me la pagherai!

Di corsa, per certe scorciatoie che sapeva solo lui, il lupo arrivò a Borgoforte prima della bambina.

Entrò in casa della madre ammalata, la mangiò in un boccone, e si mise a letto al suo posto. Arrivò la bambina, vide la mamma che faceva appena capolino dalle lenzuola, e le disse: – Come sei diventata nera, mamma!

– Sono stati tutti i mali che ho avuto, bambina, – disse il lupo.

– Come t’è venuta la testa grossa, mamma!

– Sono stati tutti i pensieri che ho avuto, bambina.

– Lascia che t’abbracci, mamma, – disse la bambina e il lupo, ahm!, se la mangiò in un boccone. Inghiottita che ebbe la bambina, il lupo scappò fuori. Ma appena sulla via i paesani, a vedere un lupo uscire da una casa, gli si misero dietro con forche e badili, gli chiusero tutte le strade e l’ammazzarono.

Gli tagliarono subito la pancia e ne uscirono madre e figlia ancora vive. La mamma guarì e la bambina tornò dalle sorelle a dire: – Avete visto che io ce l’ho fatta.[7]

In Zio Lupo, fiaba romagnola, troviamo un altro ammonimento verso le bimbe disubbidienti e golose (che antepongono il principio di piacere, come direbbe Bettelheim). La bambina protagonista fa la fine di Cappuccetto rosso nella versione di Perrault: viene divorata senza che nessun cacciatore la salvi.

C’era una bambina golosa. Un giorno di Carnevale la maestra dice alle bambine: – Se siete buone a finire la maglia, vi do le frittelle.

Ma quella bambina non sapeva fare la maglia, e chiese d’andare al camerino. Si chiuse là dentro e ci s’addormentò. Quando tornò in scuola, le altre bambine s’erano mangiate tutte le frittelle. E lei andò a piangere da sua madre e a raccontarle tutta la storia.

– Sta’ buona, poverina. Ti farò io le frittelle, – disse la mamma. Ma la mamma era tanto povera che non aveva nemmeno la padella. – Va’ da Zio Lupo, a chiedergli se ci presta la padella.

La bambina andò alla casa di Zio Lupo. Bussò: “Bum, bum”.

– Chi è?

– Sono io!

– Tanti anni, tanti mesi che nessuno batte più a questa porta! Cosa vuoi?

– Mi manda la mamma, a chiedervi se ci prestate la padella per fare le frittelle.

– Aspetta che mi metto la camicia.

“Bum, bum”.

– Aspetta che mi metto i mutandoni.

“Bum, bum”.

– Aspetta che mi metto i pantaloni.

“Bum, bum”.

– Aspetta che mi metto la gabbana.

Finalmente Zio Lupo aperse e le diede la padella. – Io ve la presto, ma di’ alla mamma, che quando me la restituisce me la mandi piena di frittelle, con una pagnotta di pane e un fiasco di vino.

– Sì sì, vi porterò tutto.

Quando fu a casa, la mamma le fece tante buone frittelle, e ne lasciò una padellata per Zio Lupo.

Prima di sera disse alla bambina: – Porta le frittelle a Zio Lupo, e questa pagnotta di pane e questo fiasco di vino.

La bambina, golosa com’era, per strada cominciò ad annusare le frittelle. “Oh, che buon profumino! E se ne assaggiassi una?” E una due tre se le mangiò tutte, e per accompagnarle si mangiò tutto il pane e per mandarle giù si bevve anche il vino.

Allora, per riempire la padella, raccolse per la strada delle polpette di somaro. E il fiasco, lo riempì d’acqua sporca. E per pane fece una pagnotta con la calcina d’un muratore che lavorava per la strada. E quando arrivò da Zio Lupo gli diede tutta questa brutta roba.

Zio Lupo assaggia una frittella. – Puecc! Ma questa è polpetta di somaro! – Va subito per bere il vino per togliersi il sapore di bocca. – Puecc! Ma questa è acqua sporca! – Addenta un pezzo di pane e: – Puecc! Ma questa è calcina! – Guardò la bambina con occhi di fuoco e disse: – Stanotte ti vengo a mangiare!

La bambina corse a casa da sua mamma: – Stanotte viene Zio Lupo e mi mangia!

La mamma cominciò a chiudere porte, a chiudere finestre, a chiudere tutti i buchi della casa perché Zio Lupo non potesse entrare, ma si dimenticò di chiudere il camino.

Quando fu notte e la bambina era già a letto, si sentì la voce di Zio Lupo da fuori: – Adesso ti mangio! Sono vicino a casa! – Poi si sentì un passo sulle tegole: – Adesso ti mangio! Sono sul tetto!

Poi si sentì un gran rumore giù per il camino: – Adesso ti mangio! Sono nel camino!

– Mamma mamma, c’è il lupo!

– Nasconditi sotto le coperte!

– Adesso ti mangio! Sono nel focolare!

La bambina si rincantucciò nel letto, tremando come una foglia.

– Adesso ti mangio! Sono nella stanza!

La bambina trattenne il respiro.

– Adesso ti mangio! Sono ai piedi del letto! Ahm, che ti mangio! – E se la mangiò.

E così Zio Lupo mangia sempre le bambine golose. [8]

Infine in La finta nonna, fiaba abruzzese, si ripropone la scena del lupo nel letto della nonna, con la differenza che in questo caso non si tratta di un lupo ma di un’Orca, e alla bambina protagonista va meglio che a Cappuccetto rosso, in quanto si avvede in tempo di non trovarsi a letto con la nonna ma con un mostro e riesce a scappare, aiutata da altri personaggi secondari (il fiume e la porta) che ne favoriscono la fuga in quanto beneficiati dalla generosità della piccola, che viene così premiata.

Una mamma doveva setacciare la farina. Mandò la sua bambina dalla nonna, perché le prestasse il setaccio. La bambina preparò il panierino con la merenda: ciambelle e pan coll’olio; e si mise in strada.

Arrivò al fiume Giordano.

– Fiume Giordano, mi fai passare?

– Sì, se mi dài le tue ciambelle.

Il fiume Giordano era ghiotto di ciambelle che si divertiva a far girare nei suoi mulinelli.

La bambina buttò le ciambelle nel fiume, e il fiume abbassò le acque e la fece passare.

La bambina arrivò alla Porta Rastrello.

– Porta Rastrello, mi fai passare?

– Sì, se mi dài il tuo pan coll’olio.

La Porta Rastrello era ghiotta di pan coll’olio perché aveva i cardini arrugginiti e il pan coll’olio glieli ungeva.

La bambina diede il pan coll’olio alla porta e la porta si aperse e la lasciò passare.

Arrivò alla casa della nonna, ma l’uscio era chiuso.

– Nonna, nonna, vienimi ad aprire.

– Sono a letto malata. Entra dalla finestra.

– Non ci arrivo.

– Entra dalla gattaiola.

– Non ci passo.

– Allora aspetta -. Calò una fune e la tirò su dalla finestra. La stanza era buia. A letto c’era l’Orca, non la nonna, perché la nonna se l’era mangiata l’Orca, tutta intera dalla testa ai piedi, tranne i denti che li aveva messi a cuocere in un pentolino, e le orecchie che le aveva messe a friggere in una padella.

– Nonna, la mamma vuole il setaccio.

– Ora è tardi. Te lo darò domani. Vieni a letto.

– Nonna ho fame, prima voglio cena.

– Mangia i fagioletti che cuociono nel pentolino.

Nel pentolino c’erano i denti. La bambina rimestò col cucchiaio e disse: – Nonna, sono troppo duri.

– Allora mangia le frittelle che sono nella padella.

Nella padella c’erano le orecchie. La bambina le toccò con la forchetta e disse: – Nonna, non sono croccanti.

– Allora vieni a letto. Mangerai domani.

La bambina entrò in letto, vicino alla nonna. Le toccò una mano e disse: – Perché hai le mani così pelose, nonna?

– Per i troppi anelli che portavo alle dita.

Le toccò il petto. – Perché hai il petto così peloso, nonna?

– Per le troppe collane che portavo al collo.

Le toccò i fianchi. – Perché hai i fianchi così pelosi, nonna?

– Perché portavo il busto troppo stretto.

Le toccò la coda e pensò che, pelosa o non pelosa, la nonna di coda non ne aveva mai avuta. Quella doveva essere l’Orca, non la nonna. Allora disse: – Nonna, non posso addormentarmi se prima non vado a fare un bisognino.

La nonna disse: – Va’ a farlo nella stalla, ti calo io per la botola e poi ti tiro su.

La legò con la fune, e la calò nella stalla. La bambina appena fu giù si slegò, e alla fune legò una capra.

– Hai finito? – disse la nonna.

– Aspetta un momentino -. Finì di legare la capra. – Ecco, ho finito, tirami su.

L’Orca tira, tira, e la bambina si mette a gridare: – Orca pelosa! Orca pelosa! – Apre la stalla e scappa via. L’Orca tira e viene su la capra. Salta dal letto e corre dietro alla bambina.

Alla Porta Rastrello, l’Orca gridò da lontano: – Porta Rastrello, non farla passare!

Ma la Porta Rastrello disse: – Sì, che la faccio passare, perché m’ha dato il pan coll’olio.

Al fiume Giordano l’Orca gridò: – Fiume Giordano, non farla passare!

Ma il fiume Giordano disse: – Sì che la faccio passare, perché m’ha dato le ciambelle.

Quando l’Orca volle passare, il fiume Giordano non abbassò le sue acque e l’Orca fu trascinata via. Sulla riva la bambina le faceva gli sberleffi. [9]

Firenze, 3 febbraio 2021

Bibliografia

Bettelheim B., Il mondo incantato, Milano, Euroclub, 1983.

Calvino I., Fiabe italiane, Milano, Mondadori, 2005.


[1] «Per il bambino il valore di una fiaba è distrutto se qualcuno gliene chiarisce dettagliatamente il significato. Perrault fa qualcosa di peggio: ne limita il contenuto» Bettelheim B., Il mondo incantato, Milano, Euroclub, 1983, p. 166.

[2] Nella seconda versione, dopo il salvataggio del cacciatore, la protagonista viene adescata da un altro lupo, ma stavolta si comporta più saggiamente e riesce ad affrontarlo alleandosi con la nonna.

[3] Ibidem, p. 170.

[4] Ibidem, p. 172.

[5] Ibidem, p. 180.

[6] Traduzione di Sarpy, sul web.

[7] Calvino I., Fiabe italiane, Milano, Mondadori, 2005, pp. 111-112.

[8] Ibidem, pp. 223-225.

[9] Ibidem, pp. 603-605.

Gli incubi automobilistici di Pierfrancesco Prosperi

Di Massimo Acciai Baggiani

Ricevere per posta i romanzi di Pierfrancesco Prosperi, con dedica e autografo, è diventata ormai una piacevole consuetudine da cui sta maturando l’idea di scrivere una sua biografia, sul modello di quella che ho già scritto per il nostro comune amico Carlo Menzinger. Vedremo, intanto desidero parlarti, caro lettore appassionato di fantascienza di qualità, di Autocrisi: un romanzo scritto ben mezzo secolo fa, nel 1971, eppure così attuale, precedendo il bellissimo album del 1976 di Lucio Dalla, Automobili, di cui consiglio l’ascolto prima o dopo la lettura del romanzo di Prosperi.

L’autore fa un abbinamento piuttosto originale fondendo una storia di automobili con una di alieni. Ambientato nei primi anni Novanta (non quelli che conosciamo noi, ovviamente, ma quelli che l’autore immaginava vent’anni prima), Autocrisi inizia con delle trattative commerciali tra l’ONU e il governo dakopiano. Sul pianeta Dakopi, distante 300 anni luce dalla terra ma raggiungibile in un attimo con astronavi che viaggiano nell’iperspazio, l’industria automobilistica non si è sviluppata di pari passo con altri settori, in cui gli alieni sono superiori ai terrestri: volendo colmare questa lacuna, iniziano ad importare automobili terrestri, di qualità molto superiori a quelle locali, e a costruire autostrade che colleghino in tempi rapidi le principali città del loro mondo.

Intanto sulla Terra sorge un movimento che si oppone all’abuso dell’automobile, per motivi ambientali e soprattutto di sicurezza (in questo il romanzo è molto attuale): la Lega, presieduta da un leader carismatico, mette in crisi i grandi colossi dell’auto su entrambi i pianeti. Gli alieni, simili per certi versi agli indiani d’America, non sono infatti preparati alla velocità che i mezzi terrestri possono raggiungere; manca loro la cultura del buon uso dell’auto, cosa che evidentemente manca anche sulla Terra, visto il grande numero di incidenti mortali. Il tema della sicurezza è centrale nel romanzo; il problema potrebbe essere risolto con strade automatiche che guidino le auto senza l’intervento umano, ma… qui mi fermo per non spoilerare troppo.

Autocrisi è una storia di fantascienza e di spionaggio industriale, ricca di idee e colpi di scena, da leggersi tutta d’un fiato per riflettere sul nostro presente. Il romanzo è accompagnato, nell’edizione Urania del 2011, da altri tre racconti a tema automobilistico e distopico: Una cadillac per Natale (1964) è una feroce critica verso il consumismo insensato, mentre ne La pratica 203 (1994) il bersaglio è l’inquinamento e la pericolosità del “nuovo mezzo” che il protagonista vorrebbe proporre (in un universo alternativo in cui le auto sono tutte elettriche), ma il più inquietante, e anche quello che mi ha colpito di più, è Autogrill (1971). Un mondo suddiviso in caste in base alla cilindrata dell’automobile posseduta lo avevo già trovato in un numero di Martin Mystère (ricordiamo che Prosperi è anche un prolifico sceneggiatore di fumetti[1]) e come allora è salito il mio sdegno per questa apartheid, non più assurda di quelle reali a ben pensarci.

Il volume è corredato da un’intervista all’autore e dalla corposa biografia del nostro autore, il quale proviene dal meraviglioso mondo delle riviste specialistiche degli anni Sessanta.

Firenze, 5 febbraio 2021

Bibliografia

Prosperi P., Autocrisi, Milano, Mondadori, 2011.


[1] E mentre io, da bambino, ero un accanito collezionista di Topolino, ancora non conoscevo di persona l’autore di storie meravigliose che mi avevano tanto affascinato.

Mondi paralleli

Di Massimo Acciai Baggiani

Quattordici interessanti racconti (più un quindicesimo, senza parole, se contiamo l’immagine di copertina) in questa antologia curata da Carmine Treanni, uscita in tempo di Covid ma con testi che si riferiscono all’anno precedente – il 2019 – quando ancora quest’incubo pandemico era fantascienza. Non si parla di pandemie in nessuno dei racconti (sarebbe stata una coincidenza macabra…) ma di una grande varietà di altri argomenti; vediamoli uno per uno.

Il libro si apre con un racconto lungo di Linda de Santi, Cornucopia, di stampo animalista, anche se gli animali in questione provengono da un’altra dimensione; sono destinati a uso alimentare e per ragione di marketing sono stati battezzati prendendo spunto da miti e leggende (nel ristorante dove lavora la protagonista, Elettra, si può gustare sashimi di unicorno, tartara di fate, bistecca di drago, e poi grifoni, gnomi, eccetera). Inquietante ma geniale.

Il Grande Errore, di Claudio Chillemi, tratta di immortalità – tematica che mi ha sempre affascinato e che ricorre anche nella mia narrativa. Il corpo, di Luigi Musolino, mi ha fatto pensare a un racconto visionario di J. G. Ballard, Il gigante annegato: Musolino pare aver fatto una versione aliena (le vicende si svolgono su Marte) molto più inquietante e splatter del racconto di Ballard. La descrizione del processo di putrefazione del misterioso corpo gigantesco apparso sulle cupole dei coloni marziani, fuggiti da una Terra morente solo per riprodurre gli stessi errori sul nuovo pianeta.

Da gattofilo quale sono non poteva non piacermi Un rifugio a Baba Yaga di Massimo Citi. Interessante anche il giallo fantascientifico di Monica Serra, Mi prenderò ogni cosa. Uno dei miei racconti preferiti della raccolta è Collasso domotico, non tanto perché l’autore è il mio amico e collega Carlo Menzinger (avevo già letto il racconto in Apocalissi fiorentine, da cui è tratto e che avevo a suo tempo recensito): Menzinger fa un’amara riflessione sulla nostra dipendenza dalla robotizzazione, sulla fragilità dei sistemi complessi di cui parlava anche il futurologo Roberto Vacca in La morte di Megalopoli.

Gran Vintage Bazaar è un racconto di Alessandro Napolitano che, come sottolinea anche il curatore, pare tratto da un episodio di Ai confini della realtà. Il vecchio Blaterone, di Nicola Catellani, è un omaggio alle opere fantasy con cui siamo cresciuti (la saga di Harry Potter, La storia infinita, Alice nel paese delle meraviglie…) raccontate all’infinito da una sorta di computer (il “blaterone” del titolo) sopravvissuto a un esodo su un altro pianeta. Un inno alla fantasia e all’arte della narrazione.

Serena Maria Barbacetto, una dei tre autori antologizzati che conosco di persona (oltre a Menzinger e a Ortino), l’ho incontrata alla presentazione di Fantaetruria, l’antologia di fantascienza toscana da cui è tratto il racconto Incantesimo di fuoco: un interessante incontro spaziotemporale sullo sfondo di Firenze, la nostra città, durante la seconda guerra mondiale.

Paolo Aresi propone anche lui un giallo, La scomparsa di Matteo Sanniti, mentre Andrea Viscusi, in Hype, ci mette in guardia dai rischi, soprattutto per i più giovani, di una vita iperstimolata. Il futuro prossimo in cui è ambientato il racconto pare già presente. Massimiliano Prandini ambienta anch’esso il suo racconto in un futuro vicino, in cui le compagnie informatiche rivali, la Zoogler e la Softer (da cui il titolo del racconto), si dividono la popolazione mondiale e danno la spunto per una curiosa rivisitazione in chiave fantascientifica della vicenda di Romeo e Giulietta.

Una storia d’amore è anche Emancipazione di M. Caterina Mortillaro: in questo scenario le donne sono al potere e gli uomini, dopo millenni di predominio basato sulla violenza e il possesso, sono posti in secondo piano. È possibile evitare i due estremi e giungere a una reale parità tra i sessi? È quello che voglio sperare.

Infine Le sette mogli di Ilarius Pantemous di Luca Ortino (che colgo l’occasione di ringraziare per la prefazione al mio saggio La comunicazione nella fantascienza), è un delizioso racconto umoristico che controbilancia la drammaticità del racconto di apertura, chiudendo con un sorriso un’antologia sicuramente degna dell’attenzione di un amante della fantascienza, ma non solo.

Firenze, 1° febbraio 2021

Bibliografia

AA.VV., Mondi paralleli. Il meglio della fantascienza italiana indipendente 2019, Milano, Delos, 2020.

Parole che guariscono

Di Massimo Acciai Baggiani

Ci sono autori che avremmo avuto piacere di conoscere di persona: a volte non è possibile perché sono passati, come si suol dire, “a miglior vita”. È il caso, per me, di Giuliano Fantechi (1958-2017), toscano, vissuto in un’area di cui mi sono occupato in due miei libri (Due passi indietro e Cercatori di storie e misteri), con cui condivido la passione per le fiabe e la convinzione che queste possano in un certo senso “guarire” un’anima sofferente. Giuliano è morto per un tumore ma il suo animo giullaresco gli ha permesso di affrontare questa terribile prova – terribile soprattutto per lo spirito – con l’arma della risata e della leggerezza del suo “bambino interiore”. Fortunati quegli adulti che si ricordano di essere stati bambini, che conservano quella freschezza e quella vitalità! Giuliano non solo ha saputo “curare” se stesso da questo brutto “drago” che lo stava uccidendo nella speranza, ma ha fatto dono di questo “segreto” di guarigione anche agli altri, condividendolo sotto forma di fiabe “curative” anziché in un noioso e/o banale saggio di autoaiuto come ce ne sono molti.

Ne sono nati due libri: Solo briciole di pane (2009) e Vivere la Magia del Tuttopossibile (2016), edito quest’ultimo dalla comunità cristiana di Romena, località casentinese che mi ha sempre affascinato (pur essendo io ateo e anticlericale). Il senso religioso c’è, ma è un senso condivisibile anche da chi è lontano dal cattolicesimo; un senso universale, appunto, fatto di consigli per vivere meglio la vita che ci è stata data in sorte, traendone il meglio. Ogni fiaba si apre con una citazione incoraggiante di qualche grande scrittore e pensatore (José Saramago, Pablo Neruda, Soren Kirekegaard, Nelson Mandela, Epitteto, eccetera) e si chiude con una serie di “istruzioni” da mettere in atto per vivere questa strana forma di magia nemica della disperazione: tornare bambini, raccontarci storie, credere ai propri sogni per quanto possano apparire “impossibili”, abbracciare la propria e altrui sofferenza, valorizzare chi ci sta vicino, eccetera.

Le fiabe possono certo divertirci, ma anche insegnare quella saggezza contadina, di altri tempi, che conoscevano bene anche i miei antenati mugellani e casentinesi, quando si riunivano nel canto del camino per tramandare storie e leggende (come riporto anche nella mia Trilogia delle radici [1]). Gli ostacoli e i demoni che incontriamo nella vita possono essere anche occasione di crescita, come bene spiegava anche Nichiren Daishonin: «Si verifica sempre qualcosa fuori dal comune all’alzarsi e all’abbassarsi delle maree, al comparire e scomparire della luna, al passaggio dalla primavera all’estate, dall’estate all’autunno e all’inverno; lo stesso avviene quando una persona comune consegue la Buddità. In quel momento i tre ostacoli e i quattro demoni invariabilmente appariranno: il saggio si rallegrerà, mentre lo stolto indietreggerà» [2].

Firenze, 30 gennaio 2021

Bibliografia

Fantechi G., Vivere la magia del Tuttopossibile, Romena, Romena Accoglienza, 2016.


[1] Composta da Radici (2017), Cercatori di storie e misteri (2019) e Due passi indietro (2020), tutti editi da Porto Seguro Edizioni, firmati da me e da Pino Baggiani e Italo Magnelli.

[2] Dal Gosho n. 77 “I tre ostacoli e i quattro demoni” (Raccolta degli scritti di Nichiren Daishonin, volume I, pag. 568)