INNAMORARSI DEGLI SCONOSCIUTI

Qualcuno con cui correre” (2000) di David Grossman (Gerusalemme, 25/01/1954) è davvero un libro particolare e interessante. Tutto parte con un ragazzo che per l’estate lavora in un ufficio comunale a Gerusalemme e si trova, come incarico, a dover seguire un cane abbandonato, per vedere se riesce a ritrovare i suoi padroni e riscuotere una multa per averlo lasciato incustodito.

La cagna (giacché è una femmina) comincia a correre e Assaf, tenendola al guinzaglio le corre dietro, infilandosi in una serie di avventure incredibili e spesso pericolose.

Nella sua missione incontra tante persone che riconoscono l’animale e pensano che lui conosca la padrona e spesso lo trattano come se lui fosse lei. Scopre così, poco per volta a chi apparteneva la cagna, una ragazza della sua età, di nome Tamar. Più conosce chi l’ha conosciuta, più cresce la sua amicizia “virtuale” o “platonica”, se preferite, verso questa sconosciuta e sembra quasi innamorarsene. Scopre che la ragazza si è infilata in un mare di guai.

In parallelo leggiamo proprio delle avventure di Tamar. Anche lei ha una “missione”, un obiettivo. Solo che la sua “missione” non è un incarico ricevuto da un ufficio, ma qualcos’altro di cui non vorrei parlare per non raccontare troppo.

La magia di questa storia è l’avvicinarsi di due anime sconosciute (mentre anche le loro essenze fisiche, i loro corpi, si cercano attraverso la città) per il tramite di un animale che entrambi amano, Tamar da sempre, Assaf da poche ore. Il fascino di questa storia è nell’alchimia che si crea tra Assaf e tanti sconosciuti, con cui, per il solo fatto di stare con Dinka (la cagna di Tamar) e per il suo buon carattere, riesce a creare amicizie profonde quando non rimane vittima di odii e malvagità di cui non dovrebbe essere il bersaglio.

Di Grossman avevo già letto “Che tu sia per me il coltello” (1999). Anche in questo romanzo ci parla di un amore a distanza, in entrambi c’è l’idea che ci si possa innamorare di qualcuno mai visto o appena intravisto, ma “Qualcuno con cui correre” mi è parsa opera migliore, per una serie di motivi, innanzitutto non è in forma epistolare (questo tipo di narrativa racconta troppo e mostra poco), poi i protagonisti sono più giovani e freschi, inoltre avevo trovato antipatico e maniacale il protagonista di “Che tu sia per me il coltello”, mentre i personaggi di “Qualcuno con cui correre” sono molto più genuini e simpatici, persino i “cattivi”.

Il tema dell’amore a distanza è quanto mai attuale, in questo tempo di web e chat (ne scrissi persino io in “Cybernetic love” con Simonetta Bumbi, pubblicato poi nel volume “Parole nel web”) in cui nascono amicizie e, talora, persino amori tra persone che si parlano attraverso lo schermo di un computer. Peculiare è la scelta di parlarne, in entrambi i casi, senza mai fare riferimento a internet, ma riferendosi solo alla vita “reale”.

Carlo Menzinger

Firenze, 18/03/2018

Un giallo fiorentino “bagnato”

Risultati immagini per il rumore della pioggia

Articolo di Massimo Acciai Baggiani

Firenze, si sa, ha più di un volto. C’è la Firenze dei turisti, che ne conoscono soprattutto il centro (dove si intrecciano i più svariati idiomi), e c’è quella di chi vi abita e vi lavora. Secondo il protagonista de Il rumore della pioggia, recente giallo di Gigi Paoli, Firenze è in fondo una città «terribilmente gotica», con quei palazzi antichi di pietra che incombono e tolgono il respiro alle viuzze strette del centro. Anche il recente e discusso Palazzo di Giustizia, sorto nella periferia nord, proietta un’ombra inquietante sulla città rinascimentale, tanto che lo stesso protagonista del romanzo, il giornalista Carlo Alberto Marchi, l’ha soprannominato «Gotham», come Gotham City, la città di Batman. Proprio tra i vicoli del centro e il gigante postmoderno, continuamente bagnati da una pioggia cupa e incessante, è ambientata la vicenda, narrata in parte in prima persona dal Marchi e in parte dal punto di vista delle forze dell’ordine. Naturalmente c’è un omicidio misterioso alla cui soluzione si arriva passo passo, fino al colpo di scena finale. È sempre difficile recensire un giallo perché si rischia di spoilerare o di non dire nulla di sostanziale: mi limiterò quindi a dire che è un romanzo ben scritto, scorrevole, in cui la suspense e l’ironia si bilanciano perfettamente. Marchi, divorziato, è alle prese con i problemi pre-adolescenziali della figlia Donata che gli rimprovera in continuazione, e a ragione, di non avere mai tempo per lei: il giornalista del Nuovo infatti è un vero stacanovista e non si arrende mai finché non ha trovato la notizia sensazionale. Il romanzo è anche uno spaccato della vita nella redazione di un quotidiano e in quella del Palazzo di Giustizia, tanto dileggiato da Carlo Monni in un suo contrasto, ma amato dall’autore. Gigi Paoli è a sua volta un giornalista, ex responsabile della cronaca giudiziaria de La Nazione e oggi caposervizio nella redazione di Empoli, quindi si può ben dire che sa di cosa parla. Le avventure giornalistiche di Carlo Alberto Marchi continuano col successivo Il respiro delle anime e con La fragilità degli angeli in uscita il 19 settembre.

Firenze, 1° settembre 2018

Bibliografia

  • Paoli G., Il rumore della pioggia, Firenze, Giunti, 2016.
  • Paoli G., Il respiro delle anime, Firenze, Giunti, 2017.
  • Paoli G., La fragilità degli angeli, Firenze, Giunti, 2018.

 

LA MAGIA MISTICA DI MERLINO

Andrea Foschini ha scritto un (breve) romanzo sulla mitica figura di Merlino (ovvero Myrdin, figlio di Adramelech), il mago che aiutò Re Artù, quello di Excalibur che tutti conosciamo. Il suo “Merlino – L’ultimo dei Danaan” è però un libro particolare, che ci restituisce un’immagine di questa figura resa ancor più magica da un linguaggio che non saprei come definire se non mistico.

Forse la cosa migliore per render l’idea di questo approccio è riportare le parole dell’incipit:

La mia vita è una favola rovesciata.

Camminai sulle orme del drago, le orme del drago erano pietre taglienti. Conficcai le unghie aguzze nella quercia corrusca e imponente, e il mio nome fu l’oro dei re”.

Ma non è solo un giocare con le parole: incontriamo figure mitiche e magiche, centauri, uomini tigre e uomini leone, dei, streghe e maghi, che si mescolano ai personaggi del mito e della storia, ad Artù, Percifal, Lancilotto, Galvano, Ginevra, Mordered.

Si parla del mito di Excalibur e di quello del Graal.

Ci muoviamo tra queste pagine con un certo sconcerto e disorientamento anche perché l’autore, forse per rendere meglio questa strana aura, fa un uso del tutto personale della punteggiatura, accosta e spezza le frasi a modo suo, con salti improvvisi che spiazzano il lettore. Ho notato persino un doppio sostantivo usato alla maniera dei futuristi (ma forse ce ne sono altri), in sostituzione degli aggettivi.

Troviamo, per esempio, già nella prima pagina frasi sconcertanti come “il letto caldo che marcisce cadaveri in bocca esplosi nere zanne della sapienza segni: erano la polvere di ciò che il mondo irrotto dalla terra in querceti, castelli, piramidi in supremità di splendore, una cascata che si fonda sulla morte vedeva verificarsi il crollo e lo scroscio della cascata del mondo, della vita luna piena di zoccoli ardenti che si spezza appuntita nel petto” che pare quasi una frase oracolare.

Poco più avanti, per fare un altro esempio, siamo colti dalla straniante immagine “ “Miti morti di bambole amare. Una vergine mozzata senz’ali. Occhi di balena sfiorano gli uccelli della morte”, quasi un testo poetico ermetico in un contesto in prosa.

In questo romanzo si parla della contrapposizione tra gli antichi dei celtici e la nuova divinità cristiana che stava invadendo la Britannia (il “Nulla Crisitco come una voragine che tutto inghiotte”).

Non mancano animali parlanti, come la tigre, che fanno pensare a creature metaforiche di dantesca memoria.

Potente si sente il respiro del fato: “maestosi e tragici erano i passi del destino”.

Leggo dalla biografia di Andrea Foschini, che ha scritto anche di Giovanna d’Arco (“La passione di Giovanna D’Arco”) e mi incuriosisce sapere come potrà aver trattato l’eroina del mio “Giovanna e l’angelo”!

Del resto, anche questo suo “Merlino – L’ultimo dei Danaan” si può considerare un esempio di “mitologia cristiana, toccando il tema del Graal.

Carlo Menzinger

Firenze, 16/03/2018

Viaggio letterario nel Cadore

Di Massimo Acciai Baggiani

I miei lettori sanno che amo la montagna e che da molti anni ormai passo le mie vacanze a Sappada, sulle Dolomiti ora friulane (venete fino a qualche mese fa), dove ho scritto e ambientato i racconti fantastici di Un fiorentino a Sappada (la prima edizione è del 2012, la seconda del 2017). Ogni anno, nella seconda metà di luglio, prendo il treno da Firenze insieme a un mio amico, fortunato possessore di una multiproprietà in un residence sappadino, il quale mi ospita per due settimane. Dopo una serie di cambi di treno arriviamo infine a Calalzo di Cadore, in riva all’omonimo lago, dove ci liberiamo i polmoni dall’afa opprimente di città e li riempiamo con quella fresca e frizzante delle Alpi. Appena scendiamo dal regionale entriamo in un altro mondo, fatto di paesaggi incantati antichissimi e sempre suggestivi. Da Calalzo il pullman della Dolomitibus ci porta, in un’oretta, alla nostra meta, percorrendo boschi e vallate che sembrano appartenere a un mondo di fiaba. Attraversiamo località con i nomi bilingui sui cartelli, quali Domegge, Lozzo, Santo Stefano, Campolongo (tutti rigorosamente con la dicitura “di Cadore”) dove salgono e scendono turisti e locali.

Frequentando per tanti anni questi luoghi, ed essendo un accanito lettore, praticamente un drogato di libri, era inevitabile mi venisse la curiosità di leggere qualcosa di ambientato lassù. Le mie ricerche nella biblioteca comunale di Sappada mi hanno portato a due nomi femminili: quelli di Francesca Bertuzzi e di Barbara Pascoli. A queste gentili donzelle si è affiancato anche Francesco D’Agostino, scovato da qualche parte sul web. Non ho trovato altro nella narrativa contemporanea ambientata nel Cadore, ma è comunque un buon inizio per scoprire come questa regione alpina ha ispirato scrittori non autoctoni (stranamente di autoctoni invece non ne ho trovati…).

francesco d'agostinoIniziamo proprio dal D’Agostino, autore di La porta di Sabàsa (2017). Comincio da questo perché è ambientato proprio tra Calalzo e Pieve di Cadore, la “porta” delle mie vacanze dolomitiche. Francesco D’Agostino è un autore palermitano che, come me, ama queste regioni e le conosce bene: nel romanzo, un thriller soprannaturale, vengono citate varie figure mitologiche locali (i crodères, i salvàn, le anguànes e le stries) ed altre più antiche e inquietanti, dal sapore lovecraftiano, quali Tuxul-lùgh e la dea preistorica Trumusiate. Divinità crudeli e sanguinarie, demoniache, con cui devono confrontarsi i troppo curiosi protagonisti – Aldo e Franz. Si tratta di due amici di vecchia data: il primo è un pittore omosessuale appassionato di esoterismo, che vive isolato nel Cadore, il secondo è l’amico forestiero che condivide la passione per l’alpinismo e viene introdotto da Aldo ai misteri della mitica città sotterranea di Sabàsa, da cui verrà la dannazione per entrambi. L’ambientazione è contemporanea ma lo stile e l’atmosfera fanno l’occhiolino ai grandi classici del gotico anglosassone, in primis Lovecraft e Poe. Tra gli autori nostrani con cui fare un confronto mi viene invece in mente Landolfi. Si tratta insomma di un romanzo breve piuttosto tradizionale, da leggersi in una serata (ideale sarebbe farlo proprio in montagna, magari durante uno dei frequenti e spettacolari temporali alpini che ricreano la giusta atmosfera).

francesca bertuzziRimanendo negli stessi luoghi tra Pieve, Calalzo e Domegge, vale senz’altro la pena di leggere il thriller di Francesca Bertuzzi, La Belva (2013), di base ambientato a Domegge nel 2012. Protagoniste sono quattro amiche, ragazze molto giovani (di età compresa tra gli undici e i diciassette anni) che sono solite passare le vacanze ospiti della nonna della narratrice: Livia, Stella, Valentina e Rebecca (Bi). La vicenda è raccontata in prima prima persona da quest’ultima, testimone dei fatti misteriosi e paurosi di un’estate che l’ha vista abbandonare improvvisamente l’infanzia per entrare nel duro mondo degli adulti.

Le “cugy” sono molto unite tra loro, nonostante gli inevitabili battibecchi tra ragazzine, e dovranno fare ricorso a tutto il loro coraggio per affrontare la misteriosa “belva” che si aggira nei boschi uccidendo ragazzini. Ma si tratta di una belva soprannaturale, magari un’epidemia di zombi, o qualcosa di molto più “umano”? Al lettore lascio la soluzione dell’enigma: dirò solo che lo stile è moderno, rapido, accattivante, e la storia ti prende quasi subito per non lasciarti un attimo di respiro fino alla fine. È un romanzo che volendo si legge in una giornata, non importa dove dal momento che l’ambientazione montana non è centrale (potrebbe essere ambientata anche in campagna o comunque in un piccolo centro di vacanza, al limite anche al mare: insomma non c’è nulla di tipicamente cadorino), ma è anche a suo modo un romanzo di formazione, in cui le protagoniste diventano grandi attraverso le prove sapientemente narrate. L’autrice, nata a Roma nel 1981, è d’altronde un’esperta di scrittura: nel suo curriculum spiccano il master presso la Scuola Holden di Torino, le esperienze nel mondo del cinema e altri due romanzi precedenti (Il carnefice e Il sacrilegio): dei tre autori che cito in questo articolo e l’unica che ha pubblicato con un editore importante: Newton & Compton.

Dopo Domegge proseguiamo il nostro viaggio letterario, passando vicino ad Auronzo (anch’esso citato, con il suo bellissimo lago, sia nel romanzo della Bertuzzi che in quello di Barbara Pascoli, ma ben conosciuto anche dal D’Agostino), verso il Comelico Superiore. Dopo Presenaio oltrepassiamo ufficialmente il confine tra Veneto e Friuli, che fino al novembre 2017 si trovava tra Sappada e Forni Avoltri. Tra Presenaio e Sappada non c’è granché: una segheria, una galleria, e l’orrido dell’Acquatona (che ben si presta a qualche storia da brivido).

barbara pascoliArriviamo in paese. Fino al 2014, ossia per due anni, potevo dirmi l’unico scrittore vivente che avesse ambientato un libro a Sappada; questo prima che arrivasse la friulana (di Monfalcone) Barbara Pascoli a contendermi il primato col suo giallo L’uomo sbagliato. In realtà Sappada è solo una delle molteplici località in cui è ambientato il romanzo (Trieste, Gorizia, Grado, Atene, Londra…) ma è quella dove si svolge il clou della narrazione. A differenza degli altri due romanzi citati, qui non ci sono scene truculente e c’è anche molta ironia: si parla di storie sentimentali, di tradimenti, di viaggi. Neanche qui purtroppo Sappada è descritta in dettaglio, tuttavia il romanzo è godibile e lo stile avvincente. Trattandosi di un giallo non è bene spoilerare, quindi mi fermo qui.

marcovalerio bianchiSuccessivamente alla Pascoli c’è un altro autore che ha citato Sappada in un suo libro: si tratta di Marcovalerio Bianchi, scrittore fiorentino, e del suo Le cinque vite di Simone Bosco. Uscito nel 2017, è un romanzo dal sapore fantastico, il cui protagonista si trova a rivivere cinque vite consecutive, concessegli da dio, per riscattarsi dai propri errori. In un punto c’è un accenno alla cittadina dolomitica che vale comunque una citazione in questa breve panoramica sulla letteratura cadorina: un ricordo di una settimana bianca1.

un fiorentino a sappada 2 piccola

Una curiosità: sia L’uomo sbagliato, secondo libro dell’autrice friulana, sia Le cinque vite di Simone Bosco sono stati pubblicati da Porto Seguro2; lo stesso editore fiorentino con cui ho pubblicato il mio saggio-romanzo Radici (nel 2017). In quello stesso 2017 è uscita la seconda edizione del mio Un fiorentino a Sappada, raccolta di racconti, poesie e saggi tutti rigorosamente scritti e ambientati nella località alpina, teatro delle mie vacanze estive fin dal 1995. A differenza delle opere citate fin qui, il mio libro è profondamente ancorato al territorio e lo descrive nel dettaglio. Frutto di ricerche nella locale biblioteca (dove sono conservate le due edizioni, oltre ad altri miei libri) e di anni di osservazione “sul campo”, il mio libro è prima di tutto un atto d’amore verso queste montagne e i suoi abitanti. Un fiorentino a Sappada non rientra propriamente nel genere thriller come gli altri tre romanzi “cadorini” (anche se la dicitura in copertina dice il contrario) ma si rifà al fantastico, alla fiaba, all’horror e alla fantascienza (di cui sono avido lettore): questa vena visionaria mi avvicina di più al romanzo gotico di Francesco D’Agostino, il quale ha letto successivamente e commentato il mio libro3. Con le altre autrici invece ho avuto un rapporto epistolare tramite il Web, mentre stavo leggendo le loro opere circondato dallo stupefacente scenario dolomitico.

ilaria tutiPer completezza cito anche un altro thriller, uscito proprio quest’anno, ambientato sulle Dolomiti friulane, nell’immaginario paesino di Travenì (che, come dichiara l’autrice, esiste davvero sotto un altro nome: quel nome potrebbe essere proprio quello del suo paese d’origine, Gemona del Friuli, situato anch’esso in provincia di Udine ma più a sud rispetto a Sappada). Il romanzo è Fiori sopra l’inferno di Ilaria Tuti: è un buon giallo noir che però esula un po’ dal viaggio letterario nel Cadore, pur avendo la comune cornice dolomitica. Si tratta di un’indagine del commissario di polizia Teresa Battaglia, specializzata in profiling.

Firenze, 12 agosto – 3 settembre 2018

Note

  1. «Ogni anno partecipava alla settimana bianca della scuola e i suoi genitori, anche in virtù del fatto che portava sempre a casa degli ottimi voti, non potevano certo negargli questo piacere. Per Simone fu veramente memorabile la settimana bianca del febbraio del 1979, che la scuola aveva organizzato per le terze quarte e quinte, a Sappada, un paesino di circa un migliaio di abitanti della provincia di Belluno, in Veneto. Il primo giorno tutti i ragazzi della scuola furono portati a una pista per principianti dove erano attesi da diversi maestri di sci intenti ad esaminarli.» (Cfr. M. Bianchi, Le cinque vite di Simone Bosco, Firenze, Porto Seguro, 2017, p. 124).
  2. Sono stato proprio io a indirizzare Marcovalerio Bianchi, amico di un mio amico, presso l’editore fiorentino.
  3. https://segretidipulcinella.wordpress.com/2018/08/22/un-fiorentino-a-sappada/

Bibliografia

  • M. Acciai Baggiani, Un fiorentino a Sappada, Martina Franca, Lettere Animate, 2017.
  • M. Acciai Baggiani, P. Baggiani, I. Magnelli, Radici, Firenze, Porto Seguro, 2017.
  • F. Bertuzzi, La belva, Roma, Newton & Compton, 2013.
  • M. Bianchi, Le cinque vite di Simone Bosco, Firenze, Porto Seguro, 2017.
  • F. D’Agostino, La porta di Sabàsa, Sanremo, Leucotea, 2017.
  • B. Pascoli, L’uomo sbagliato, Firenze, Porto Seguro, 2014.
  • I. Tuti, Fiori sopra l’inferno, Milano, Longanesi, 2018.

Un fiorentino a Sappada

un fiorentino a sappada 2 piccola

Cosa porta un fiorentino a Sappada? Dalla grigia pietra Serena, alla solida pietra Dolomia, dal corso dell’Arno, al sacro Piave. Non lasciamoci fuorviare dalla scontata constatazione, perchè, la spiegazione non la troveremo nelle cose; neanche nella diversa orografia geografica.Massimo Acciai non è uno scrittore materico, lui tende a trascendere, sino ad astrarsi. Anche se la scelta di campo la fornisce in questi versi:- Uno sguardo a questi monti pallidi – prima di tornare all’afa di Firenze – ripromettendomi di rivederli coperti di neve. – In realtà basta leggerlo per individuare che in parallelo, oltre al suo amore per il luogo, matura, anche l’intimo e complesso viaggio iniziatico individuale. Offre un lessico aggraziato, essenziale, senza bloccarsi in descrizioni esteriori; bensì, come per magia, agisce nello smuovere e creare nuove dolci emozioni. Le maestose alture dolomitiche lo attraggono, lo catturano, al contempo, lo agevolano ad elevarsi verso la continua ricerca della maggiore purezza e illuminazione compositiva. Giocoso intrattenitore, ora ti racconta avventurose esperienze oniriche: straordinarie e oscure escursioni alpestri, fiabe, amori singolari, rapporti un po’ tormentati. Ora sotto il manto del cielo stellato, tenderà bene il suo orecchio verso le remote propaggini dell’universo; e, captare dalle mitiche onde gravitazionali, lontani messaggi da decifrare,regalandoci altre storie fantascientifiche. Saranno le liriche sappadine, il suo piatto forte, che ti trascina all’incanto del sublime intento. Spetterà al lettore accostare bene i propri sensi e, rendersi testimone: dell’aver Visto e Udito, Odorato e Assaporato, l’invitante convivio; e lì in ultimo, ne condividerà l’uguale mistero.

Francesco D’Agostino

RADICI: LIBRO DI VIAGGIO, TESTIMONIANZA DI VITA CONTADINA E GUIDA TURISTICA

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Radici”, il libro scritto da Massimo Acciai Baggiani, con la collaborazione di suo cugino Pino Baggiani e le foto di Italo Magnelli è tante cose assieme.

Innanzitutto è un libro di viaggio, giacché racconta di una giornata trascorsa assieme dai tre, partendo da Rifredi, a Firenze, verso e attraverso il Mugello alla ricerca delle radici della famiglia Baggiani, dei luoghi in cui visse per tanti anni la loro famiglia, o meglio quella della madre di Massimo Acciai, che ha aggiunto al proprio cognome quello materno per ricordare la comunanza che sente con questo ramo della famiglia.

I Baggiani erano gente di campagna, mezzadri e questo libro, oltre che racconto di un breve viaggio, è narrazione della vita contadina di quei tempi, con annotazioni sui metodi di coltivazione, sulle piante e gli animali alle basi dell’economia di quella terra e persino sulle tradizioni culinarie.

Radici”, poi, forse non è una vera guida turistica, ma leggendolo vien voglia di prendere questo libro e tenendolo in mano seguire le orme di questo terzetto, ripercorrere le strade di cui parlano. Non sarà una vera guida turistica ma le informazioni che dà su questi luoghi a volte sono forse persino più interessanti di quelle di certe guide.

Si parte, si diceva, da Rifredi, dove sia Massimo Acciai che io viviamo, e si arriva alla fortezza medicea di San Martino a San Piero a Sieve e già ci stupiamo di scoprire una simile roccaforte a quella distanza dalla città. Nell’andare sono molti i luoghi che riconosco. Si arriva poi al castello di Trebbio, si visita il lago artificiale di Bilancino con i suoi reperti preistorici, si prosegue per Cafaggiolo, la pieve di San Giovanni in Petroio, Borgo San Lorenzo, Vicchio e i luoghi di Giotto e Cimabue, Ci si ferma per un po’ a parlare della famiglia Baggiani e del Podere del Colle in cui risiedevano, per poi riprendere il cammino verso Barbiana, il luogo della scuola di Don Milani, il prete ribelle, si ritrova altri luoghi della famiglia al Podere Albereta a Santa Maria a Vezzano e al podere Ontaneta a San Cresci e si chiude con un appendice sulla fortezza di San Martino.

Nell’andare si parla di arte, di letteratura, di animali, di piante, di vita familiare e di duro lavoro dei campi.

Radici”, infine, è un’altra cosa ancora: un’occasione per riscoprire quell’esistenza antica attraverso le parole di chi l’ha vissuta, attraverso i versi dello zio Giuliano Baggiani (che andrebbe aggiunto come quarto autore di questo volume), che con parole semplici, schiette e dirette ci mostrano nel modo migliore una testimonianza vivace e fresca di quel che era vivere in queste campagne, delle sensazioni che dava l’incontro quotidiano con la natura.

Radici” è, infine, un libro che si legge con piacere e curiosità e scorre via veloce, arricchito dalle foto di Italo Magnelli ma anche da alcuni documenti del tempo, come articoli di giornale.

Una prova letteraria per Massimo Acciai assai diversa da quella de “La compagnia dei viaggiatori del tempo”, nientemeno che una raccolta di racconti di fantascienza, ma non per questo meno coinvolgente.

Carlo Menzinger

Firenze, 16/03/2018

Una guerra fratricida

bes

Di Massimo Acciai Baggiani

Il mito di Caino e Abele rivive, in chiave fantasy, nella trilogia di Luigi De Rosa dedicata alla guerra tra Uomini e Nani. Entrambe le razze derivano, secondo la mitologia di Soluna (così si chiama il “mondo secondario”, per dirla con Tolkien, creato da De Rosa), da una coppia di fratelli, Thoror e Bes. Fin dai capitoli iniziali del primo romanzo, La maledizione di Bes, comprendiamo che i “cattivi” sono proprio gli Uomini, mentre quello nanico è il popolo aggredito: le nostre simpatie di lettori non possono che andare verso questi ultimi, anche se, scopriremo più avanti, non tutti i Nani sono di animo puro, così come non tutti gli Uomini sono malvagi (altro punto su ci è bene riflettere, soprattutto oggi). Ad ogni modo è sorprendente come due fratelli – l’umano Thoror e il nano Bes – abbiano avuto la stessa origine: Nani e Uomini infatti non potrebbero essere più diversi! I primi sono potenzialmente immortali (vivono comunque centinaia di anni), padroneggiano le arti magiche, vivono in una comunità unita e vagamente comunista (anche se hanno un re, tuttavia eletto dal popolo e lontano dalla figura autoritaria che ci si aspetterebbe da un sovrano). I secondi invecchiano, hanno un re crudele, sono guerrafondai e arroganti. Anche i Nani sono versati nell’“arte” della guerra, ma vi ricorrono solo per difesa, mentre gli Umani sono avidi e catturano i lontani “cugini” per schiavizzarli nelle miniere.

Ma tutto ciò è destinato a cambiare. Lo stesso Bes, il capostipite della razza nanica, ha profetizzato che il figlio di un re umano sarà un “nano” che porrà fine all’eterna guerra tra le due razze. Dal punto di vista umano invece si tratta di una “maledizione”: così è infatti vissuta dal re Aldebaran, il cui primogenito è appunto il nano Elnath, il quale sarà oggetto di odio feroce da parte del padre che lo vuole morto. I suoi perfidi consiglieri elaborano piani per mettere in atto il delitto, finché il povero Elnath – il quale ha l’unico torto di essere basso di statura – finisce come schiavo in una delle miniere del regno, insieme ai suoi “compagni” Nani. Riunito a quella che sente come la sua vera famiglia – anche se Elnath non è un vero e proprio Nano, nel senso razziale (tutti i cultori di fantasy sanno che la razza nanica non va confusa con i nani umani) – riesce a fuggire e insieme ai suoi nuovi amici, e alla Nana di cui si è invaghito, arriva sul Monte Bianco, la patria dei discendenti di Bes, dopo varie avventure. Mentre Elnath impara ad essere un vero Nano e a vincere le iniziali diffidenze dei suoi compagni, il padre snaturato si prepara alla battaglia finale con l’odiato popolo.

Luigi De Rosa, nato nel 1995, è un giovane scrittore fiorentino che vive nel mio stesso quartiere: l’ho infatti conosciuto durante la manifestazione Il libro del vicino qualche mese fa1, e sono rimasto colpito dal suo romanzo avendo scritto e pubblicato anch’io un romanzo appartenente a questo genere2. La maledizione di Bes è un fantasy piuttosto convenzionale, con creature fantastiche già presenti nella mitologia nordica da cui De Rosa – esperto nella materia – attinge a piene mani come già Tolkien prima di lui: Nani, draghi, goblin, eccetera. Già in Tolkien le varie razze che popolano i mondi secondari non vanno propriamente d’accordo: nella saga di Soluna l’odio è particolarmente marcato, così come la crudeltà del re Aldebaran e dei suoi consiglieri. Lo stile è avvincente e maturo, considerando anche la giovane età dell’autore: curiosi i toponimi ripresi da luoghi realmente esistenti, trasportati in un mondo del tutto fantastico (la città di Ivrea, il Monte Bianco…). Manca il contorno linguistico tanto caro a Tolkien (sono presenti sono pochi accenni a parole naniche) e l’aspetto geografico è piuttosto abbozzato: in compenso l’intreccio prevale sull’aspetto bellico (che non ho mai apprezzato in letteratura, e che pure è il piatto forte del genere) e alcune invenzioni di De Rosa – come ad esempio il “calderone delle lacrime” e la “criomagia” – sono interessanti. Il tema dell’accettazione del diverso e della guerra fratricida è molto attuale: mi piace la presa di posizione dell’autore a favore di una soluzione che non preveda la scomparsa di una delle due razze in lotta, ma una ritrovata pacifica convivenza che, già anticipata dalla “profezia”, riunirà la progenie dei due mitici fratelli. Naturalmente il primo libro dà solo una soluzione parziale: bisognerà aspettare gli altri due capitoli – non ancora scritti3 – per sapere esattamente come la profezia troverà la sua realizzazione. Mi è piaciuto anche l’approfondimento psicologico di Elnath che non riesce a trovare una sua collocazione: rifiutato dagli Uomini e anche da una parte dei Nani, non essendo “né carne né pesce”, trova infine il suo senso di appartenenza presso questi ultimi, ma a caro prezzo. Lo smarrimento della solitudine è grande; tuttavia non credo che bisogna per forza sentirsi parte di qualcosa per sentirsi in pace con se stessi (ma questa è una mia opinione personale).

Quale morale potremmo insomma trarre da questa vicenda? Che la guerra fa schifo? Che il male non è interamente da una sola parte? Che esistono monarchi stupidi quanto malvagi così come ne esistono di saggi quanto giusti? Certo, tutto questo, e anche che i legami di sangue non sempre contano di più di quelli di libera elezione, e infine che la storia ha il brutto vizio di ripetersi in ogni luogo e in ogni epoca, finché esisteranno nazioni e barriere.

Sappada, 1 agosto 2018

Note

  1. Manifestazione organizzata dal Comune di Firenze e dal Quartiere 5 nel mese di maggio 2018.
  2. M. Acciai, Sempre ad est, Aosta, Faligi, 2011. Per un confronto tra il mio romanzo e la saga fantasy di Cristian Vitali Il canto delle montagne si veda anche il mio articolo Due opposte
    concezioni del Fantasy: il caso 
    Sempre ad Est e la saga del Canto delle montagne, in «PASSPARnous» n. 44 (http://www.psychodreamtheater.org/rivista-passparnous-ndeg-44—due-opposte-concezioni-del-fantasy-il-caso-strade-ad-est-e-la-saga-del-canto-delle-montagne—articolo-di-massimo-acciai-baggiani.html).
  3. Attualmente Luigi De Rosa è impegnato nella scrittura di un romanzo fantasy con protagonista Leonardo Da Vinci; opera commissionatagli dal museo presso cui lavora.

Bibliografia

De Rosa, La maledizione di Bes, Vicenza, Abra Books, 2017