Fiorentini all’Inferno

Di Antonella Bausi

Bene amici, buona serata a tutti ed eccomi qui a cercare di fare un po’ di chiacchiere sui fiorentini presenti nella Divina Commedia. Tanti anni fa, circa cinquanta per la precisione, mio padre mi regalò un libro di Indro Montanelli intitolato “Dante ed il suo secolo”. Mi ci tuffai a pesce ed ovviamente lo lessi e lo rilessi perché allora ero una ragazzina e tante cose non le potevo capire. Ricordo però che una frase mi colpì ..”Dante per popolare l’inferno ed il paradiso non ebbe bisogno di cercare lontano da Firenze, per il purgatorio si”.

In effetti c’è del vero; Firenze è sempre stata una città dalle passione estreme e dai contrasti forti. Non per nulla dei toscani in generale e dei fiorentini in particolare si è detto che hanno “il paradiso negli occhi e l’inferno in bocca”. Dentro di noi si oscilla dalla preghiera alla bestemmia, dall’amore per il sublime alla battuta ribalda e triviale, dall’ascesi mistica al vizio e quindi non c’è da stupirsi che anche nella “Fiorenza sobria e pudica” rimpianta da Dante, vizi e virtù abbondassero, i primi forse più delle seconde.

Quindi partiamo con i… fiorentini all’inferno. Stranamente nei primi cerchi non se ne trovano, nemmeno tra i lussuriosi, come sarebbe logico aspettarsi. Bisogna arrivare al sesto canto, girone golosi, dove facciamo conoscenza con un certo Ciacco che giace sotto una pioggia fetida. Ciacco non è un nome vero ma un soprannome che significa porco e che fu dato ad un membro della famiglia dell’Anguillaia  “….Voi fiorentini mi chiamaste Ciacco..” dice lui. Si sa che fu un banchiere, ma godereccio com’era sperperò il patrimonio ed allora si trasformò in scroccone e parassita autoinvitandosi a feste e banchetti. Di sicuro quando lo vedevano avvicinare i malcapitati di turno si davano alla fuga perché quello era capace di mangiarsi in un giorno le provviste di una settimana. Ciacco si vendica dei suoi concittadini affermando che l’inferno è pieno di loro perché superbi, avari ed invidiosi.
Nel canto ottavo, girone iracondi, troviamo tutto pieno di fango, Filippo de’ Caviccioli detto Argenti, ricchissimo cavaliere che si guadagnò questo soprannome perché una volta fece ferrare il suo cavallo con zoccoli d’argento. Ricco ma superbo, attaccabrighe, violento tanto che sembra che durante una lite avesse preso a schiaffi lo stesso Dante
il quale non voleva prestarsi ai suoi maneggi. e Dante, giù nella palude stigia il riccone, tiè!!!

Canto decimo, girone eretici ..qui sono due e famosi! Cavalcante de’ Cavalcanti, padre del poeta Guido che ricco e raffinato com’era ebbe fama di epicureo e il grande Farinata degli Uberti. E’ indubbiamente uno dei canti più belli e dove Dante rende omaggio al nemico di parte si, ma gran signore e soprattutto ad un vero fiorentino. Su di lui non
spreco parole si sa che fu grande in tutto ed anche se fu artefice della più sanguinosa sconfitta fiorentina, fu anche colui che la “difese a viso aperto”. I suoi nemici per dirne male dovettero inventarsi l’accusa di eresia, cosa normale a quei tempi.

Girone suicidi canto tredicesimo: qui abbiamo un anonimo fiorentino che dice di essersi impiccato nella propria casa e nel quale è parso ravviare Lotto degli Agli giurista famoso che si uccise sembra per il rimorso di aver pronunciato una condanna ingiusta. Perla rara direi, certi magistrati di oggi sono pregati di prendere esempio!!!
Canti quindicesimo e sedicesimo, sodomiti… fiorentini a sfare! Nulla di strano del resto perché la sodomia allora era chiamata “vizio fiorentino”. Primeggia Brunetto Latini che Dante chiama maestro.
Notaio di parte guelfa, subì l’esilio dopo Montaperti e scrisse un trattatello di sapere universale detto “Il tesoretto”. Gli piacevano i ragazzi, e allora? Nessuno è perfetto così come piacevano al Conte Guido Guerra, valoroso cavaliere che fa compagnia a Ser Brunetto. Tegghiaio Aldobrandi degli Adimari fu uomo di grande buonsenso tanto che si adoperò affinché non fosse dichiarata la disastrosa guerra contro Siena, ma questo non lo salvò dal preferire la compagnia maschile. Invece l’ultimo signore che troviamo una scusa ce l’aveva. Pare infatti che Jacopo Rusticucci avesse per così dire, saltato il fosso, a causa della moglie brutta ed arpia che gli avevano imposto.

Canto diciassette usurai. Da notare la finezza del Sommo che per presentare i peccatori prima ci mostra il loro blasone. Leone azzurro in campo rosso per Catello de’ Gianfigliazzi guelfo nero oltre che strozzino, oca bianca, per Ciapo degli Obriachi e tre montoni in campo d’oro per Buiamonte de’ Becchi che fu gonfaloniere e banchiere ma
che per brama di guadagno, poi fallì venendo condannato per truffa. Bei tempi!!
Scendiamo ancora e nel venticinquesimo vanto fra i ladri si trovano Cianfa dei Donati, ladro di cose e di bestiame ed Agnolello de’ Brunelleschi che non contento di rubare anche ai propri genitori, passava dalla loro bottega ed attingeva alla cassa, così per gradire.
Troviamo anche Buoso Donati che non potendo più per limiti di età, lucrare grazie alla carica pubblica che ricopriva, fece in modo che tale carica la ricevesse un suo protetto (che gli avrà allungato di sicuro una sostanziosa bustarella), un certo Guercio de’ Cavalcanti che troviamo qui insieme al suo amico. Andiamo oltre e nel ventottesimo canto tra i seminatori di discordia troviamo discordia troviamo Mosca de’ Lamberti che “fu mal seme per la gente tosca”. Il signore in questione è ricordato per aver pronunziato la famosa frase cosa fatta capo ha” in merito all’uccisione di Buontelmonte dei Buontelmonti, si proprio di quel ragazzo che scatenò un putiferio a Firenze con i suoi sospiri amorosi. Mosca con le sue parole praticamente provocò quella scissione che fu detta fra guelfi e ghibellini. Non male neppure per quei tempi, visto quello che poi accadde.

Sempre fra i seminatori di discordia troviamo, ahimè un parente di Dante, Geri del Bello. I Del Bello era la casata che si era originata da un prozio di Dante ed infatti questo Geri era un cugino del padre del Sommo Poeta. Pare che fosse un rissoso ed un violento ed alla fine venne ucciso da un Sacchetti. Nessuno aveva vendicato questa morte e l’onta pesava ancora sulla famiglia Alighieri.

Trentesimo canto, troviamo Gianni Schicchi di cui vi ho parlato insieme
all’alchimista Capocchio, arso sul rogo. Coraggio, siamo al canto trentadue quello dei traditori, sia dei parenti che della patria, dove però si abbonda in fiorentini, segno che il  tradimento a Firenze era uno sport piuttosto diffuso. Il primo che Dante trova nel Cocito, il lago gelato è Bocca degli Abati, il ghibellino infiltratosi fra i guelfi a Montaperti e che recidendo con un colpo di spada, la mano al porta stendardo fiorentino, decretò in pratica la sconfitta di Firenze.. Di lui potrei parlarvi abbondantemente (gli ho dedicato un capitolo nel libro che ho scritto sulla sua famiglia) ma non vi annoierò oltre limitandomi a dire che sicuramente Bocca era parente stretto del nonno materno di Dante, il poeta Durante degli Abati e che questa parentela con un traditore doveva urtare parecchio il suscettibile Alighieri; infatti gli rifila un pedatone nel viso che neanche Ronaldo…e poi gli strappa i capelli…. Insomma un comportamento non certo da gentelman. Andiamo avanti e subito dopo troviamo i Conti Alberti fratelli che non seppero far altro che scannarsi fra loro, Sassol Mascheroni che per ereditare da uno zio
vecchio e malazzato ma che ahimè aveva un figlioletto pensò bene di farlo fuori ma si ritrovò poi senza testa quando il misfatto fu scoperto.
Ultimo, per fortuna Gianni Soldanieri, ghibellino ma che tradì i suoi compagni nel 1266 quando si trattò di cacciare i filo imperiali da Firenze.
Qui da l’inferno è tutto, passo e chiudo sperando di non aver dimenticato nessun dannato (non vorrei venissero a tirarmi i piedi stanotte.
Se vi ho annoiato, mandatemi pure all’inferno, troverò tanti concittadini.

COME PUBBLICARE CON UN GRANDE EDITORE

di Carlo Menzinger

Giovedì 5 Settembre 2019 il GSF – Gruppo Scrittori Firenze ha ospitato presso la Laurenziana un accurato, meticoloso e molto illuminante intervento dello scrittore ed editor toscano Vanni Santoni.

Vanni Santoni, poliedrico autore la cui produzione spazia dal mainstream al fantastico, all’umoristico, passando per l’esperienza giornalistica, ha pubblicato con numerose case editrici di tutte le dimensioni (Mondadori, Feltrinelli, La Terza, Minimum Fax, Voland, Mattioli, Duepunti, GAMM), è editor per Tunuè (responsabile della narrativa), autore di articoli, saggi e interviste per Il Corriere della Sera, Internazionale, Linus, Il manifesto, Mucchio Selvaggio, Vice, Orwell, Le parole e le cose, Nazione Indiana, Carmilla, Nuovi Argomenti, Alfabeta2, minima&moralia, GAMMM, Rolling Stone, pagina99, docente di importanti scuole di scrittura creativa come la Scuola Holden, finalista del Premio Strega.

È insomma persona che ben conosce il mondo dell’editoria in tutti i suoi aspetti.

Il GSF è stato dunque onorato di averlo ospitato nella serie di incontri letterari organizzati da Barbara Carraresi e Carlo Menzinger presso l’ASD Laurenziana di Firenze.

Dopo che Barbara Carraresi ha illustrato questa serie di eventi e il Presidente dell’associazione Vincenzo Sacco ha raccontato le molteplici attività portate avanti dal GSF (concorsi letterari, corsi di scrittura, presentazioni letterarie, libri collettivi e libri d’arte…), Carlo Menzinger ha introdotto Vanni Santoni.

L’intervento di Vanni Santoni è partito dalla definizione di casa editrice “importante”, illustrando innanzitutto la composizione dei principali gruppi editoriali italiani (Mondadori, GEMS, Feltrinelli, Giunti), elencando e descrivendo le altre principali realtà editoriali (Adelphi, Nave di Teseo, Newton, Sellerio, Fazi, Neri Pozza, E/O, Minimum Fax, marcos y marcos, Add, Suv, Voland, Tunué, Keller, Nutrimenti…).

La serata è diventata particolarmente interessante quando Santoni ha spiegato quali siano le case editrici con cui merita pubblicare. Limitandosi a un accenno a quelle a pagamento, che non sono neanche da prendere in considerazione se si vuole puntare a raggiungere, prima o poi, la grande editoria, ha evidenziato che le sole case editrici che possono dare qualche speranza di successo sono quelle che distribuiscono in modo capillare i propri libri nelle librerie di tutto il territorio nazionale. Tra queste ci sono ovviamente i grandi editori, ma anche alcuni editori medi. Santoni ha spiegato come la mancanza di una massa critica di volumi in libreria decreti il pressoché sicuro flop di vendite del libro.

Avevo presente la suddivisione delle case editrici in piccole, medie e grandi in base al numero di volumi pubblicati e venduti, ma in questo modo ritroviamo come medie case editrici che pubblicano molti libri ma non li distribuiscono, limitandosi ad attendere che siano ordinati.

Per un autore, dunque, è più importante sapere quanto e come distribuisca una casa editrice piuttosto che quanti libri pubblichi.

In merito alle case editrici che hanno una buona distribuzione, mi è parso di poter dedurre che queste siano anche quelle che non solo non chiedono contributi agli autori (orrore!) ma (a qualcuno forse parrà incredibile), pagano degli anticipi, come nelle storie di autori americani. E questo in Italia!

Ebbene, nota Santoni, tanto maggiore è l’anticipo che l’editore paga per un libro, tanto più ci crede e tanto più ci investe.

Verrebbe, dunque, da dire: evitiamo di pubblicare se non riceviamo un anticipo, perché questo è sintomo che non ci sarà sul nostro libro alcuna campagna promozionale.

Quando ha dovuto spiegare come si faccia a farsi pubblicare da un grande editore, Santoni è partito con dire che cosa non si deve fare.

Mi permetterei di riportare la simpatica metafora calcistica che ha usato per illustrare il più classico degli errori di approccio in cui temo molti di noi siano caduti: inviare il nostro romanzo all’editore!

Farlo, spiega Santoni, è come se volessimo giocare nel Milan e per farlo ci mettessimo in calzoncini con una palla in mano davanti a San Siro aspettando che qualcuno ci noti. Anche palleggiare un po’, aggiungo io, sarebbe del tutto inutile!

Una casa editrice che si vede recapitare un dattiloscritto da uno sconosciuto lo guarderà allo stesso modo, ovvero come uno sciocco che non ha capito nulla dell’editoria.

Altro classico errore in cui molti di noi incorrono, incluso il sottoscritto, è quello di credere che pubblicare con un piccolo editore sia un primo passo verso uno più grande.

Non solo non è vero (contrariamente a quanto ho comunemente sentito sostenere da tali piccoli editori), ma è addirittura deleterio, perché crea un curriculum negativo.

Se siamo esordienti, la casa editrice può solo valutare il nostro testo e come ci presentiamo come autore (aspetto forse più importante). Se, invece, malauguratamente, abbiamo già pubblicato due o tre libri (o peggio una ventina) con piccoli editori senza distribuzione (e che quindi non hanno piazzato almeno 2, 3 copie in ogni libreria che conta del nostro libro e quindi -logica conseguenza- abbiamo venduto solo qualche centinaio di copie o magari meno e, per giunta, per canali non ufficiali (le copie, per esempio, che vendiamo direttamente), ecco che quando e qualora l’editore importante ci prendesse in considerazione, prima ancora di guardare il nostro testo, andrà a vedere chi siamo e scoprirà, ahimè,  che pur avendo pubblicato, non siamo mai finiti nelle classifiche di vendita, ecco che sul nostro nome metterà una bella croce e il libro neppure lo aprirà.

Fin qui, quello che non si deve fare, ovvero:

  • mandare i testi al grande editore e
  • pubblicare con editori senza vera distribuzione (il fatto che i volumi, come per il self-pubblishing siano ordinabili in ogni libreria fisica o elettronica, non conta nulla: i volumi devono essere presenti in libreria).

Come fare, allora, per raggiungere i principali editori, quelli che contano davvero?

La cosa positiva è che, a sentire Santoni, questo non è impossibile, del resto lui, per esempio, c’è riuscito.

Di nuovo una metafora calcistica: invece, di palleggiare davanti San Siro, cominciamo a giocare in una piccola squadra locale, passiamo alle giovanili, arriviamo in serie C, in serie B e, infine, all’agognata serie A. Se saremo molto bravi, magari salteremo un po’ di passaggi, ma la gavetta, cari signori, va fatta! A meno che non siate nati dal lato giusto della barricata. Se siete già famosi, per esempio, potete anche puntare dritti a meta.

Fin qui, tutto ovvio, direte voi. Già. E la traduzione nel mondo editoriale parrebbe banale: prima pubblico con un editore piccolo, poi con uno più grande, fino ad arrivare dove voglio (a patto di valere, perché il nostro è un mondo meritocratico; qualcuno ne dubita forse?).

Troppo facile! Come detto, pubblicare con un editore così piccolo da non avere reale distribuzione e non dare anticipi, è peggio che non farlo.

Le nostre “giovanili”, infatti, non sono i piccoli editori, ma le riviste letterarie.

C’avevate pensato? Avete pensato che invece di sfornare subito un bel romanzo di mille pagine, forse prima occorre apparire sulle riviste che contano o pensavate che ci sareste finiti dopo, per effetto del vostro meritato e agognato successo?

Dobbiamo allora pubblicare sulle riviste. Qualunque rivista? Certo che no. Solo quelle che vengono lette. Lette da chi? Lette dagli addetti ai lavori. E questi chi sarebbero? Le case editrici che fanno scouting, che cercano “talenti”. Magari piccole case editrici (ma abbastanza grandi da aver distribuzione, va ripetuto. È un concetto basilare). Magari ti pubblicheranno. Se avrai successo, case editrici più grandi ti cercheranno e così via. Immaginerei, però, non troppi passaggi, forse dai due ai quattro, se si vuole aver successo.

E che libri pubblicano poi le case editrici? Altra sorpresa: non necessariamente libri già scritti. Individuato il nuovo autore, gli editori preferiscono dargli da scrivere qualcosa piuttosto che prendere un testo preconfezionato. Con le dovute eccezioni, sia chiaro.

Ma torniamo all’inizio del nostro percorso: le riviste.

Quali sarebbero queste riviste? Per esempio, l’Indice, Nazione Indiana, Il Rifugio del Ircoocervo, Le parole e le cose, GAMMM, Minima & Moralia, L’Indiscreto, Doppio Zero, Carmilla, Alfabeta 2, Poetarum silva, Nuovi argomenti, Zest, Crapula, Il tascabile, Il primo amore, Finzioni, Colla. A Firenze c’è Street Book Magazine, ma non ha rilevanza nazionale.

E che cosa dovremmo pubblicare nelle riviste? Verrebbe da dire: estratti del nostro romanzo, nostri racconti. Meglio di no. Si devono pubblicare invece recensioni di altri libri, se possibile libri su cui l’editoria punta ma poco recensiti. E come dovrebbero essere fatte? Non una paginetta e via. Belle corpose. Autentiche analisi di qualche testo, autori o nuova tendenza, cosa da una ventina di pagine (mi sembrano tante per essere letti).

Sembra una strada tortuosa per chi voglia farsi notare per la narrativa che scrive e non per come commenta quella degli altri, ma è così che si entra nel giro, pare. Prima qualche recensione sulle riviste, poi qualche racconto e poi, chissà, magari qualcuno ci nota. Un vero lavoro, non certo attività da dilettanti allo sbaraglio.

Sarà questa la ricetta per il successo letterario? Forse sì o forse è solo una delle possibili.

Di recente ho sentito lo scrittore Franco Forte, editor Mondadori per Urania che diceva che i testi, invece, vanno mandati alle case editrici e che l’importante è come lo si fa e, soprattutto a chi si mandano. Dobbiamo individuare, diceva Forte, l’editor della collana in cui riteniamo il nostro libro vada pubblicato e scrivere direttamente a lui. Secondo Forte, questo aumenterebbe molto le probabilità di essere letti, rispetto a invii generici che fanno fare lunghi giri al dattiloscritto.

Del resto, anche la storia di Vanni Santoni, farebbe pensare che l’immagine del tipo a San Siro sia un po’ esagerata, offerta più che altro per rendere il concetto. “Gli interessi in comune” di Santoni, infatti, fu pubblicato da Feltrinelli proprio mediante l’invio di un manoscritto. Qual’era la differenza tra lui e l’aspirante giocatore del Milan? Non da poco.  Santoni non era sconosciuto: aveva pubblicato già “Personaggi precari”, aveva vinto due concorsi nazionali ed era apparso su Nazione Indiana, GAMMM e altre riviste.

Insomma, gli editori importanti se gli mandiamo i nostri testi ci guardano davvero come dei tipi fuori dal mondo o ci prendono in considerazione?

Sinceramente, tendo a credere di più alla versione di Santoni, se non altro perché immagino che più grande sia una casa editrice, più sia sommersa di testi e, dato che le redazioni non sono mai immense, leggerli tutti è impossibile. Penso sia già tanto se ricevono un’occhiata generica alla scheda di accompagnamento. Pubblicare, distribuire e promuovere costa. È un investimento. I libri da pubblicare e seguire vanno scelti con cura. Immagino che Forte, quando diceva che gli editor leggono i manoscritti si riferiva, forse, a quelli di gente come Santoni e non di perfetti sconosciuti.

E le agenzie letterarie? Se è vero che nel mondo anglosassone, spiega Santoni, si arriva agli editori tramite loro, questo in Italia è assai meno vero e, soprattutto, occorre stare attenti agli pseudo-agenti che chiedono soldi per rappresentare gli autori: la rappresentanza si paga ma in percentuale sui proventi dell’autore sulle vendite future (circa il 10%), non in importi predeterminati e anticipati. Altra cosa è la predisposizione di una scheda di presentazione del libro o un lavoro di editing. Inoltre, aggiungo io, alcuni agenti non lo sono per nulla, nel senso che non offrono il servizio fondamentale che è la rappresentanza dell’autore. Per raggiungere gli editori maggiori, direi poi che occorre farsi rappresentare dagli agenti maggiori e questi sono solo pochi nomi, altrettanto irraggiungibili delle grandi case editrici. Farsi rappresentare da un agente senza mercato (senza un track-record di autori pubblicati presso editori rilevanti) è, a mio avviso, una semplice perdita di denaro (a meno che non ci si ritenga totalmente incapaci di raggiungere un editore da soli, ma se avete contattato l’agente potete anche contattare l’editore, no?).

Per quanto riguarda i Premi Letterari che non siano di rilevanza nazionale, la mia impressione personale, è che siano del tutto inutili sia per farsi notare dalle case importanti, sia per incrementare le vendite dei libri.

Talora possono servire per raggiungere un editore.

Santoni, per gli esordienti, ha segnalato il Premio Italo Calvino e il Premio Neri Pozza. In particolare, dal Premio Calvino sono emersi alcuni importanti autori.

Credo che un altro concorso interessante sia quello del Gruppo Mauri-Spagnol IoScrittore. Chi vince viene pubblicato dalla casa editrice. A parte questo, trovo che meriti come esperienza, perché ogni autore oltre a essere giudicato, giudica i testi degli altri partecipanti in forma anonima. Si ricevono così giudizi sinceri e taglienti che sui social neppure i nickname riescono a rendere tanto espliciti.

Tra i concorsi minori, possono forse meritare quelli di genere.

E le scuole di scrittura servono? Più che per imparare a scrivere (cosa che si impara soprattutto leggendo e scrivendo molto) sono utili per conoscere altri autori e addetti ai lavori.

Per chi volesse approfondire ulteriormente Vanni Santoni consiglia il suo articolo “Guida dell’aspirante scrittore: tutti i segreti e retroscena dell’editoria per l’esordio”, pubblicato su “Il Rifugio dell’Ircocervo”.

Gli incontri letterari del GSF presso la Laurenziana, via Magellano 13 Rosso (Firenze Nova), continuano giovedì 19 Settembre 2019 alle ore 18,00 sul tema “Creare mondi immaginari”, un confronto tra autori su fantascienza, fantasy e ucronia. Introducono la tavola rotonda Barbara Carraresi, Carlo Menzinger, Massimo Acciai e Barbara Mancini.

Ingresso libero anche per i non iscritti. Vi aspettiamo.

Carlo Menzinger di Preussenthal

www.menzinger.it

www.grupposcrittorifirenze.it

 

Umorismo fiorentino

di Antonella Bausi 

“La storia fiorentina è la storia tipica di una città nella quale l’intelligenza predomina”. Premetto che questa frase non è mia, ma di Guido Piovene, e devo convenire  che mai espressione disegnò meglio la nostra città.

Eh si sa, noi fiorentini siamo un po’..come dire, superbi e maligni. O meglio, siamo talmente convinti di essere più intelligenti (oggi si direbbe, ganzi) degli altri che, specie se ci si trova davanti a qualcuno che sia “d’ingegno quieto più che vivo”, insomma uno di quelli che vengono chiamati con velato (ma non tanto) disprezzo, “merendoni”, ecco che subito ci scatta l’uzzolo di prenderlo in giro e perché no, giocargli qualche tiro birbone. Nulla di cattivo per carità, ma sotto sotto la voglia dello spregio c’è.

Basta pensare a come per traslitterazione, il cognome di una famiglia importante, i Bischeri, sia diventato il sinonimo per eccellenza per definire una persona non proprio brillante. Eh si, i Bischeri non avevano altro da fare che rifiutare di vendere le loro case per la bella cifra offerta dalla Repubblica fiorentina  che in quell’area voleva impiantare la fabbrica del Duomo.  Le case poi furono espropriate per un tozzo di pane e loro rimasero appunto come …bischeri!!

E che dire del Lica ormai diventato proverbiale a Firenze? L’espressione “guadagno del Lica” è da usata da secoli per definire un qualcosa dove il rapporto convenienza prezzo è inesistente. Pare infatti che questo Lica, giovane e belloccio garzone, fosse innamorato di una donnina di mercenaria virtù. Ma era povero, il suo salario era insufficiente e la signora non la dispensava certo gratis. Cosa fece allora il nostro baldo giovanotto per realizzare il suo sogno? Visto che era bello e preso di mira da certi  nobiluomini (eh si, certi vizi esistevano anche allora!) divenne un “prostituto”. Da qui il grezzo modo di dire …“ha fatto il guadagno del Lica che dava via il c… per pagarsi la..” e la rima si indovina facilmente.

Siamo tremendi ed addirittura c’è chi fa risalire l’origine del pesce d’aprile a Firenze, dove alla base di tutto, ovviamente, ci sarebbe un pesce e una piazza fiorentina verso la quale gli ingenui venivano inviati per acquistare una merce inesistente.

Inoltre noi fiorentini abbiamo il gusto della battuta irriverente che non porta rispetta a nulla e a nessuno e che ci fa scherzare anche quando siamo in articulo mortis. Abbiamo il viziaccio di ridimensionare tutto e tutti, autorità costituita in primis e, soprattutto, ci sentiamo investi dalla sacra missione di essere lo spillo che buca i… palloni gonfiati!!! Sapete, per intenderci, quei tipi magistralmente descritti dal Boccaccio… “appena usciti dalle troiate, vestiti di romagnolo con la penna in culo e le calze a campanile”. Ecco appunto, sono proprio questi “signori” che diventano i bersagli preferiti dei nostri scherzi. Non per nulla quando uno si è arricchito e posa a fare il signore lo si chiama “pidocchio rivestito”!!!

Probabilmente ce l’abbiamo nel DNA e gli esempi nella nostra storia abbondano, tanto che se ne trovano tracce ed anche belle nella letteratura.  Da dove vogliamo iniziare?

Beh lo stesso Decameron, ne porta degli esempi illustri e conosciuti a cominciare da due novelle dell’ottavo giorno dove il povero e sempliciotto Calandrino viene beffato dai suoi degni compari (novella dell’elitropia e quella del furto del porco). Nella terza novella della nona giornata,  Maestro Simone, messo su da Bruno e Buffalmacco, fa credere a Calandrino che è pregno, ovvero incinto!!!! Tra l’altro, lo stesso Buffalmacco, pittore minore ma buon pittore del trecento, era famoso per gli scherzi che organizzava e sicuramente al Boccaccio ne arrivarono i resoconti.

Anche le donne fiorentine sono argute e qui fanno egregiamente la loro parte, come quella signora che trovata quasi in flagrante adulterio, con mossa magistrale rovescia la situazione e mette il marito nei pasticci facendolo passare per visionario o ubriaco, oppure come la moglie di Gianni Lotterighi che nella novella della “Fantasima” riesce a far allontanare l’amante senza che il marito abbia il minimo sospetto.

In sintesi Boccaccio ci vuol comunicare che se si è scarsi di sale in zucca, ben ci sta ad essere beffati e chi legge inevitabilmente si ritrova a stare dalla parte di chi gioca il tiro birbone, più che da quella di chi lo subisce.

Anche il Sacchetti nel “Trecento novelle” ci fornisce esempi di questo spiritaccio toscano e soprattutto fiorentino. E che dire poi della famosa beffa di Gianni Schicchi di cui ho già altre volte parlato?

Nel secolo quindicesimo in questo campo primeggia il Pievano Arlotto, parroco della chiesa di San Cresci a Macioli, vicino  a Pratolino, il cui nome diventerà proverbiale per le burle che ha ordito, tanto da far pensare che l’espressione “scherzi da prete” prenda spunto da quello che combinava e che, nei secoli seguenti è stato ritratto in diversi quadri a testimoniare la sua duratura fama cittadina.

Era conosciuto e amato perché le sue facezie, anche se spinte per un ecclesiastico, rallegravano lo spirito e lo stesso Vescovo di Firenze, Antonino Pierozzi (futuro santo), dopo averlo bonariamente ripreso alcune volte, alla fine lo lasciò libero di continuare la sua vita che in fondo non offendeva nessuno. Il suo spiritaccio non si smentì neanche in punto di morte e volle che sulla sua  lastra tombale fosse scritto che “questa sepoltura la fece fare  il Pievano Arlotto per se e per tutte le persone che dentro vi volessero entrare” !

Andiamo avanti di un secolo e nel sedicesimo campeggia la beffa per eccellenza messa in commedia e diventata famosissima…. “La Mandragora”! Beffa tremenda, magistralmente architettata, che porterà una donna virtuosa a diventare, felicemente, l’amante del giovane innamorato di lei, alla faccia dell’anziano consorte ignaro di essere stato raggirato perché sicuro di diventare padre!!!

Continuerà la tradizione Antonfrancesco Grazzini dello il Lasca, che riprenderà la tradizione boccaccesca e che nelle commedie come “La Strega”, “Il frate” e “L’arzigogolo” farà largo uso del suo umorismo per prendere in giro gli sprovveduti (che di regola sono anche dei presuntuosi) e che alla fine risultano sempre inesorabilmente beffati.

Nel secolo diciassettesimo, secolo cupo e bigotto, specialmente a Firenze sotto la guida austera degli ultimi Medici, non si penserebbe di trovare traccia di burle ed invece ecco a voi Giovan Battista Fagiuoli spirito allegro quanto mai, che anche come commediografo seppe ridare nuova linfa ad un teatro di maniera e che non si peritava di rispondere in modo arguto pure all’austero Cosimo III, forse perché si sapeva protetto dal fratello di questi, il ridanciano ed obeso Cardinale Francesco Maria.

Una volta, con un senso dell’umorismo un po’ macabro, assistendo in diretta al volo disastroso di un povero acrobata che si esibiva in una piazza fiorentina, osservò che essendo presenti almeno cinquanta religiosi, il disgraziato doveva aveva ricevuto almeno trenta assoluzioni in articulo mortis prima ancora di precipitare al suolo!

Fine diciottesimo secolo, inizi del diciannovesimo; arriva Napoleone con i francesi che iniziano i proclami con il roboante “Nous voulons” ma il plurale maiestatis non impressiona certo i fiorentini che non ci mettono molto a ribattezzare i nuovi conquistatori “I nuvoloni” ribattendo poi, visto che i francesi non avevano portato nulla di positivo “accio accio gliera meglio il granducaccio”. Tanto si sa che non siamo mai contenti!!!

Facciamo un salto ancora ed arriviamo nella seconda metà del secolo diciannovesimo, anzi nel 1849. Gli austriaci hanno vinto su tutta la linea rimettendo i vari sovrani sui loro troni ed il Granduca Leopoldo II che ebbe la bella pensata di andare incontro a Pio IX di ritorno da Gaeta e che si fermò a Firenze, fu oggetto di un lazzo feroce. Il sovrano era religiosissimo ed quindi in segno di reverenza, prese la mula papale per la cavezza e camminò accanto al Pontefice. Bastò per far venir fuori alcune strofe irriverenti.. “Esempio d’umiltà sublime e raro, Cristo in Sionne entrò sovra un somaro. Entrò in Firenze il suo vicario santo, anch’ei col ciuco, ma l’aveva accanto”. Ed il Granduca è servito.

Povero Granduca detto anche dai suoi sudditi irriverenti “Canapone” a causa dei capelli biondo stoppa. E qui faccio una digressione. Quando ero bambina i miei genitori mi portavano spesso al micro zoo che era allestito nel Parco delle Cascine. Pochi animali spelacchiati, fra i quali un cammello che veniva chiamato appunto Canapone perché il labbro inferiore sporgente e il modo di incedere un po’ dondolante richiamavano alla mente la figura del vecchio Granduca!!! La presa di giro verso il bistrattato sovrano continuava ancora cent’anni dopo che da se n’era andato.

Sempre in quell’anno, il Lachera trippaio che non le mandava a dir dietro a nessuno e che ce l’aveva con il Granduca ritornato sotto la protezione degli austriaci, prese a pretesto la ripulitura il famoso bronzo del  porcellino per mettersi vicino alla statua e  berciare …e  l’hanno ripulito, ma gli è sempre un porco…”, ovviamente con il ben evidente doppio senso.  Ma mica solo con i Lorena se la prendeva il Lachera.

Nel 1861 era nato da poco il Regno d’Italia che secondo i roboanti proclami doveva essere una nuova età del benessere ed invece aveva accentuato la miseria; quindi il Lachera non si peritava di gridare e s’avea a notar nell’oro, e s’avea… …e invece gli è tutto rame… Lo dicean figliacci di puttane… ma per loro facendo tintinnare con la mano nella tasca del suo grembiule le poche monete che invece di essere d’oro erano spiccioli di rame!!

Siamo nel 1870, Firenze non è più capitale? Arrivata puntale la frecciata “Torino piange quando il prence parte e Roma ride quando il prence arriva; Firenze, gentil culla sell’arte l’ha in tasca quando arriva e quando parte”, non velata allusione allo scempio fatto dai piemontesi.

Il secolo ventesimo vede l’avvento del fascismo che ad un certo punto mette obbligatorio l’uso del “Voi”; un bel giorno la targa che indica il Viale Galileo Galilei si ritrova un frego sull’ultima parte del cognome dello scienziato ed in bella vista una correzione scritta con il  pennello nero ed il viale diventa “Galileo Galivoi” suscitando matte risate nei fiorentini!!! Un po’ meno avranno riso i fascisti che ahimè erano tristemente famosi per essere sprovvisti di ogni sens of humor.

Durante la guerra non si ha voglia di scherzare neppure a Firenze e soltanto nei confronti dei paracadutisti della Folgore ci si permette una battuta. Questi baldi giovani ogni tanto avvertono con dei volantini che caleranno a Firenze. Dato che però si continua a non vederli verranno ribattezzati “I calamai”!

Siamo nel novembre del 1966 e Firenze vive una delle sue più grosse tragedie, l’alluvione. Passato il primo momento di smarrimento i fiorentini si rimboccano le maniche e con la voglia di riscatto riaffiora il loro perverso senso del ridicolo. Appaiono cartelli con scritto (si tratta di un ristorante) “Oggi umido”, giocando sul doppio senso fra l’umidità portata dall’alluvione e la cucina fiorentina per la quale l’umido è il piatto dove la vivanda viene rifatta con il pomodoro,  mentre fuori da un negozio di stoffe si legge “Stoffe irrestringibili garantite; già bagnate”, oppure “Prezzi sott’acqua” per finire con la battuta pronunciata da un ignoto fiorentino la notte di Natale. Era venuto il Sommo Pontefice a celebrare la Messa di mezzanotte nella città martoriata, Messa che si svolgeva all’aperto, nella piazza di Santa Croce ed il Santo Padre vedendo la grande folla disse commosso: “Stanotte in cielo volano gli angeli”; al che sembra che uno spettatore abbia detto chiaramente “Per ora son volate solo di molte madonne”  ed i fiorentini sanno bene cosa si intenda nella nostra città con la parola madonne…bestemmie o meglio moccoli!!! Per fortuna Paolo VI non sentì sennò ci comminava l’interdetto e la scomunica. Non si sa se è vera, ma come si dice, se non è vera è ben trovata e rispecchia il nostro animo.

E dove vogliamo mettere l’ironia fiorentina di “Amici miei” sia la parte prima che seconda? La burla della tomba al povero vedovo è feroce e non è la sola.

E guai a ad essere un’autorità e sparare frasi appunto a..bischero.

Ne sa qualcosa Matteo Renzi sul quale riporto due battute. La prima, quando era ancora Sindaco e venne la famosa nevicata del 17 dicembre 2010. Il primo cittadino dichiarò con la solita aria un po’ sprezzante che lo contraddistingue, che le proteste non lo toccavano perché lui aveva la coscienza a posto in quanto aveva fatto spargere il sale per le strade. Bene, visti i risultati risibili, qualcuno scrisse e proclamò “O Renzi co ‘i sale che tu’ hai sparso un si condisce nemmeno l’insalata”!

La seconda fu un  chiaro messaggio a lui come premier e al ministro Maria Elena Boschi (ex Cda di Publiacqua, la municipalizzata nel mirino di diverse indagini), entrambi impegnati nella campagna referendaria per il  al quesito sulle riforme istituzionali, mentre la rete idrica cittadina faceva, è il caso di dirlo, acqua da tutte le parti. Sapete che scrissero le nostre linguacce?  “Cambia i tubi, non la Costituzione”. Visto come gli è andata dopo, i fiorentini avevano ragione.

Massimo Acciai intervista Simone Frasca (settembre 2019)

«Simone Frasca è un illustratore italiano di libri per bambini. Nato a Firenze, vive ormai da molti anni a Sesto Fiorentino (FI). Scrittore e illustratore di libri per l’infanzia, ha pubblicato con tutte le principali case editrici italiane. Il suo personaggio più conosciuto, Bruno lo Zozzo (Piemme) è stato adottato come mascotte dall’Ospedale Pediatrico Meyer di Firenze.» (Da Wikipedia)

Ho avuto il piacere e l’onore di conoscerlo una sera a casa di mio zio Siro, di cui è amico. Una persona squisita, disponibile, brillante. Abbiamo realizzato la seguente intervista tramite e-mail.

Sito: www.simonefrasca.it

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  • Partiamo dalla tua formazione culturale: quali scuole hai frequentato?

Sono nato a Firenze, in via Guicciardini, e ho fatto i primi due anni delle elementari in una scuola in zona Cure. Quando avevo 7 anni la mia famiglia si era trasferita a Pistoia e qui ho finito le elementari e più tardi ho studiato lingue al liceo Pacini.

All’università invece ho studiato lettere con indirizzo storia dell’arte.

A proposito: mi manca solo la tesi per laurearmi… un’inezia.

  • Ci sono dei “maestri” che ti hanno ispirato?

Ho sempre letto molto: libri e fumetti. E Carl Barks e Jacovitti si sono contesi il mio cuore e i miei occhi. Jacovitti per la generosità con cui riempiva ogni più piccolo spazio delle sue vignette, Barks per la capacità di costruire storie appassionanti e divertenti.

  • Quali sono stati i tuoi primi personaggi?

Ho iniziato a fare fumetti (per processo imitativo) già alle elementari: le mie storie erano o tragicomiche o avventurose. Un giorno in edicola ho scoperto l’esistenza dei Fantastici Quattro e da quel momento nelle mie vignette hanno iniziato a comparire i super-eroi.

  • Quando hai capito che la tua passione per il disegno sarebbe diventata il tuo mestiere?

Ho sempre pensato che da grande avrei fatto il fumettista… ma anche il paleontologo, l’archeologo e il contadino. Sì. Perché vivevo accanto a una casa di contadini e, quando non ero a scuola o a leggere e disegnare nella mia stanza, il mio tempo lo passavo con loro.

  • Com’è nato il personaggio di Bruno lo zozzo?

Questa vita molto libera, in mezzo a campi, mucche e trattori ha poi ispirato la storia del mio primo libro: Bruno lo zozzo.

Bruno è un bambino di 5-6 anni che vive in campagna, ha molta fantasia (il suo compagno di scorribande è un maiale invisibile), corre e si arrampica dappertutto, fa megamerende e odia lavarsi: la storia della mia vita a quella età, praticamenteJ

  • C’è un’opera o un personaggio a cui sei più legato, che senti come più rappresentativo?

Bruno lz è anche il mio libro più conosciuto e, pur avendone scritti tanti dopo e continuandone a scrivere, è grazie a lui che sono diventato un “illustrautore”: per questo se mi chiedi qual è il mio libro preferito o quello a cui sono più legato non posso non rispondere Bruno lo zozzo.

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  • Molte tue opere sono scritte a quattro mani: come si realizza in concreto questo tipo di collaborazione?

Per anni ho scritto solo libri per bambini del primo ciclo.  Qualche anno fa mi è venuta in mente un’idea per una serie di libri più scritti, per bambini del secondo ciclo. Per scrivere e sviluppare questa serie ho coinvolto una mia amica che è anche una bravissima scrittrice per ragazzi: Sara Marconi.

La serie si intitola I Mitici Sei (Giunti editore) ed è stata accolta con grande entusiasmo e interesse dai bambini. Così io e Sara abbiamo continuato e inventare e scrivere storie insieme per bambini dai sette ai nove anni.

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La serie che stiamo scrivendo adesso si intitola Agenzia Enigmi (Raffaello editore) ed è un omaggio a un certo tipo di letteratura avventurosa e fantastica che andava molto di moda negli anni ‘80: extraterrestri, misteri archeologici, Atlantide, L’isola di Pasqua…

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Ci divertiamo molto a scriverla e abbiamo messo a punto un sistema per scrivere insieme che ci permette di scrivere molto velocemente e con profitto.

Discutiamo della trama insieme, poi si “cola” la trama nei capitoli che compongono il libro.

La trama è più o meno definita, meno forse che più, anche perché dettagliare troppo leva gusto alla scrittura. A volte i dettagli del finale li precisiamo dopo, a seconda della piega che prende la storia.

A quel punto uno dei due scrive il primo capitolo (in genere è Sara) e lo manda all’altro. L’altro lo legge, interviene se e dove gli sembra sia il caso e rimanda il capitolo indietro. La regola è che non ci si arrabbia se le cose che abbiamo scritto sono state cambiate, anche radicalmente: il fine di scrivere insieme è creare una scrittura terza, che non sia né la mia né quella di Sara, ma la somma di entrambe.

  • Quali consigli ti sentiresti di dare a un giovane illustratore che vuole intraprendere questo mestiere?

A chi vuole fare l’illustratore dico che non è facile, specialmente in Italia dove il nostro mestiere non è apprezzato e retribuito come dovrebbe essere. Ci sono sempre più scuole private che hanno corsi di illustrazione e anche per questo, mediamente, la qualità si è alzata negli ultimi anni. Questo deve spingere chi inizia nel mio mestiere a fare sempre meglio e a guardarsi intorno con curiosità.  A questo proposito Instagram e internet in generale sono ottime porte sull’illustrazione di tutto il mondo.

  • Da molti anni vivi a Sesto Fiorentino; qual è il tuo rapporto col territorio?

Vivo a Sesto e ci sto molto bene: è una realtà vivace, c’è una bellissima biblioteca e un’amministrazione in gamba.

Per il Comune di Sesto Fiorentino e altri comuni dell’area fiorentina ho realizzato, insieme allo studio Jumon, un cartone animato per spiegare cosa sono le tasse ai bambini e perché è importante pagarle. Io ho scritto la sceneggiatura e visualizzato i personaggi, impostando lo stile grafico.

Protagonista del cartone animato è un mammuth e questo credo rende buffi anche i passaggi dove il rischio di essere pedanti era alto.

È stata un’esperienza divertente e se volete visionarlo, il link è questo:

https://www.youtube.com/watch?v=ua4KNfDluEo

  • Progetti per il futuro?

Nel futuro i progetti sono tanti e tutti da realizzare in fretta: a fine ottobre consegnerò il mio nuovo libro per bambini per il battello a Vapore: Sofia Tantepaure. Una storia sulle paure e sulla diversità scritta di getto in un periodo in cui le paure si sfruttano per governare.

Ho appena finito di scrivere (e illustrare) con Sara Marconi una strenna natalizia sulle creature fantastiche e mitologiche che uscirà per Giunti.

Sto finendo si scrivere e di illustrare i nuovi episodi di Agenzi Enigmi che usciranno a febbraio 2020.

Insomma il lavoro e il divertimento non mancano.

I figli di Ferdinando

Di Antonella Bausi

La storia di Ferdinando, primo granduca Medici di questo nome, è fatta di improvvisi colpi di scena. Quarto figlio maschio di Cosimo, sembra destinato ad un’esistenza ricca e doviziosa ma oscura quando improvvisamente le cose si rovesciano. Nel 1562, a causa delle febbri malariche che imperversavano sulla costa toscana, muoiono repentinamente Giovanni e Garzia i due fratelli che lo precedono e Ferdinando eredita, è il caso di dirlo, il cappello cardinalizio che Giovanni aveva ricevuto giovanissimo.

Anche lui è un ragazzo, tredici anni circa, ma ormai è avviato ad una vita da porporato piena di agi e vicina al potere. Ferdinando, almeno in apparenza, ne sembra appagato e si costruisce una solida fama di mecenate ed esteta. Muore il padre, Francesco diviene Granduca e lui é discretamente al fianco del fratello, pago di essere l’eminenza grigia del granducato.

Nel 1587, altro capovolgimento e questa volta davvero grosso. Improvvisamente (?) muoiono in simultanea il fratello Francesco e la sua seconda e amatissima moglie, Bianca Cappello. Che la veneziana gli stia sulle scatole non è un segreto per nessuno e gli fa rabbia vedere il granduca così asservito alla donna; quindi, quando entrambi se ne vanno al creatore, le voci di veleno si sprecano. Comunque niente lo tocca e diventa Granduca.

Oddio, lui per la verità sarebbe sempre Cardinale di Santa Romana Chiesa, ma a quei tempi diventare Cardinale non voleva dire prendere gli ordini sacri. Il rosso cappello era una prebenda, una sinecura familiare che di solito veniva riservata al secondogenito delle famiglie che dominavano. Però si era previdenti e, visto che la nera signora con la falce colpiva indiscriminatamente, a prendere gli ordini sacri si aspettava perché poteva accadere che si dovesse rinunciare al cardinalato per prendere il posto del primogenito defunto. E così fu anche per Ferdinando, cardinale ma non sacerdote, ed il suo caso non sarà il primo ne l’ultimo nelle case regnanti del tempo.

Dato l’addio alla porpora però bisogna pensare a sposarsi e fare figli altrimenti l’unico erede è il fratello Don Pedro. Non sia mai, Pedro o Pietro che dir si voglia, è uno sciagurato, vizioso e pervertito che ha anche all’attivo l’omicidio della moglie; per motivi di onore ma sempre omicida è. Inoltre è corrotto e legato a doppio filo alla Spagna. Lasciar fare a lui vorrebbe dire rendere la Toscana ancor più suddita di Filippo II e della sua politica restrittiva.

Quindi darsi da fare e guardarsi intorno. La cosa non è facile; occorre valutare bene i pro ed i contro delle varie candidate, non offendere la potentissima Spagna ma nemmeno legarsi a lei a doppio filo. Comunque Ferdinando è un ottimo partito anche se non più giovanissimo (sfiora i quaranta, ma che fa) ed anche se da tempo ha un legame neppure troppo segreto con la bellissima Clelia Farnese, vedova di un Cesarini e figlia naturale del potentissimo cardinale Alessandro. E’ un legame che a Roma tutti conoscono e che produrrà uno dei più velenosi epigrammi di Pasquino; “Il medico cavalca la mula Farnese”, si trova scritto alludendo così alla nascita bastarda della bella donna.

Ma l’amore passa in secondo piano rispetto alla politica e così salutata Clelia, che si risposerà disastrosamente con un Pio di Sassuolo, Ferdinando intavola trattative con la Francia o meglio con la sua lontana parente Caterina, che regge le sorti del paese d’oltralpe. Guarda caso Caterina ha sottomano la sposa giusta, sua nipote Cristina, figlia della sua defunta figlia Claudia sposata al Duca di Lorena. Non è più giovanissima per i canoni dell’epoca, ha circa ventiquattro anni, non è certo una bellezza, ma l’affare va in porto.

Cristina arriva dunque a Livorno e diventa la nuova granduchessa. Porta una bella dote ma anche un’austerità ed un bigottismo che infetteranno tutta Firenze.

Basta guardarne i ritratti sia giovanili che quelli fatti in età matura; dignitosa, rigida, impettita con il viso sfigurato da un naso che definire importante è un eufemismo ed un’espressione talmente acida che la imbruttisce ancora di più. Sarà da lei che i Medici futuri prenderanno certe fattezze lorenesi le quali, unite a quelle non proprio belle ereditate dagli antenati fiorentini, faranno di loro tra i più brutti regnanti d’Europa. Come se non bastasse, Cristina, che sopravvive al figlio ed alla nuora, avrà un influsso deleterio anche sul nipote Ferdinando e sul governo del granducato. Grazie a lei la corte medicea diventerà ciò che di più simile ad un convento si possa vedere. Preti, frati, suore, ecclesiastici impiccioni la faranno da padrone con conseguenze disastrose anche per il piccolo stato. Inoltre si rivela un vero “sepolcro imbiancato” nei confronti della quasi cognata, Livia Vernazza, la donna di piccola virtù che Don Giovanni de’ Medici (il bastardo di Cosimo) aveva sposato. Disgustata all’idea di averla come parente, riuscirà a spogliarla di quasi tutti gli averi che il marito le aveva lasciato, confinandola in un convento. Una condotta veramente cristiana non c’è che dire.

Come moglie e come madre forse sarà stata brava, nel senso che ha inculcato principi cristiani ai figli ed ha saputo educarli ma ha anche trasmesso loro grettezza morale ed una religione esasperatamente formale e non sentita.

Per quanto riguarda i figli nati da questo connubio, nessuno di loro ebbe una gran salute o vivacità d’ingegno quasi che il glorioso sangue mediceo, attraverso lei, si fosse annacquato in modo irreparabile.

Cominciamo dai maschi: Cosimo, il primogenito, secondo granduca del suo nome. Esile, pallido, nasuto, morirà a trent’anni consumato dalla tubercolosi e, secondo le malelingue, sfinito dalla robusta moglie Maria Maddalena d’Austria con la quale riesce a fare (però!) ben nove figli in pochi anni; apprezza Galileo con il quale ha studiato, per quanto la sua coscienza di cattolico retrivo glielo consente ma è conosciuto soprattutto perché (sempre dietro consiglio materno) fa chiudere il pluri centenario Banco Mediceo. Non sia mai che il puzzo di bottega inquini la recente dignità granducale.

Francesco, quartogenito e secondo maschio, vorrebbe fare il soldato contro i Turchi ma non ci riesce perché muore a vent’anni prima ancora di riuscire ad impugnare un’arma. Bruttino pure lui e soprattutto, almeno all’aspetto, privo di linfa vitale che sparisce così dal panorama storico sanza infamia e sanza lode.

Carlo, che viene subito dopo, è creato Cardinale ed è noto come amante delle arti che indubbiamente ama più della vita ecclesiastica anche se mai il suo nome verrà legato a scandali o intemperanze. A Roma lo vedono poco perché preferisce, e questo gli va ad onore, restaurare le antiche ville medicee che gli sono arrivate in eredità. Il suo ritratto ce lo mostra abbastanza pingue e questo serve ad addolcirne i lineamenti sgraziati. Dagli occhi bulbosi traluce il sorriso ironico e fine di chi ha compreso come vanno le cose nel mondo ed ha cercato di prendere il meglio che la vita possa offrire. Rispetto ai fratelli morirà anziano (settantenne) e non lascerà un brutto ricordo.

Lorenzo, il più giovane dei maschi, che preferì sempre la caccia e i cavalli alla carriera diplomatica e militare, ebbe anche lui salute malferma, che però trascurò per accompagnare le sorelle Claudia e Caterina nei loro viaggi nuziali. Non si sposò mai, non si sa se per mancanza di candidate adatte o per pigrizia, e morì cinquantenne forse a causa dei troppi medicamenti ingeriti.

A questi va anche aggiunto Filippo morto a quattro anni ma si sa che la morte falciava anche nelle culle delle case regnanti.

Passiamo ora alle femmine che purtroppo assomigliavano parecchio alla madre e quindi non erano delle belle donne. Avevano tutte il naso e la bocca dei Lorena con in aggiunta la curva delle guance squadrata e pendula, piene di sussiego, acide … Insomma non proprio delle miss.

Eleonora, secondogenita e prima delle femmine, viene proposta in moglie a Filippo III di Spagna dopo la morte della sua prima moglie, Margherita d’Austria nel 1611, ma viene cortesemente rifiutata perché inadatta. Rimane a casa  e muore all’età di ventisei anni, forse di vaiolo.

Caterina, avrebbe dovuto sposare il primogenito di Giacomo I d’Inghilterra ma  si vedrà bocciare il matrimonio addirittura dal Papa perché lo sposo era protestante. Si sarà consolata presto anche perché il giovane Stuart morì poco dopo il fallimento della trattativa. Si effettua per lei un matrimonio di ripiego con il parente Ferdinando Gonzaga duca di Mantova, anche lui scardinalato dopo la morte del fratello Francesco. Peccato che Ferdinando avesse già contratto un matrimonio neanche tanto segreto con la bella Camilla Faà (dalla quale ha anche un figlio) e non amasse per niente la rigida Medici. Matrimonio glaciale (e forse neppure valido) dal quale non nascono  ne amore ne figli. Ferdinando muore giovane e Caterina si ritira in un monastero. Tuttavia è una donna intelligente ed il nipote Ferdinando II la richiama a corte e le conferisce l’incarico di governatrice di Siena, incarico che svolge egregiamente prima di andarsene all’altro mondo ancora giovane a trentacinque anni.

Peggior sorte tocca a Maddalena che nasce deforme o forse ritardata e quindi viene collocata, pur senza mai prendere i voti, nel  Convento della Crocetta in Via Laura, o meglio in un palazzo attiguo al convento. Per consentirle si spostarsi nella sua residenza senza fare le scale che per lei presentavano difficoltà, questa fu dotata di passaggi sopraelevati che le permettevano anche di andare in Chiesa e nell’attiguo monastero senza scendere per strada in modo che nessuno la potesse vedere e speculare sul suo aspetto disgraziato. Di quest’opera fatta per un’infelice principessa, ancor oggi rimangono quattro archi che si possono vedere in Via Laura ed in Via della Pergola. Anche lei se va giovane, a trentatre anni avvolta in vita ed in morte dal silenzio e dall’oblio, ma fa in tempo ad educare e non nel modo migliore, la giovanissima nipote Vittoria la quale porterà sempre in se l’impronta delle piccinerie monastiche e l’arroganza e la superficialità di un credo religioso vissuto solo proforma e mai sentito.

Guardiamo il ritratto di Claudia, ultima della covata. Anche lei ha il naso lungo e bulboso della madre e la brutta mascella lorenese ma gli occhi chiari, il labbro turgido ma non troppo, la rendono la più carina fra le sorelle.

A diciassette anni le fanno sposare il quindicenne Federico Ubaldo della Rovere, figlio del duca d’Urbino, giovane vizioso che farà appena in tempo a darle una figlia, Vittoria, che due anni dopo muore, sfinito dalle malattie veneree e dagli stravizi.

Il ducato d’Urbino alla morte del vecchio Duca privo di eredi maschi, passerà così alla Chiesa e Claudia torna a Firenze con la figlioletta che viene promessa al cugino Ferdinando. Matrimonio disastroso dal punto di vista sentimentale ma che porterà a Firenze la collezione dei tesori d’arte urbinati. Meglio che nulla…

Claudia è una donna fredda senza slanci per nessuno, figlia compresa. Quando nel 1626 sposa Leopoldo V d’Austria, fratello dell’imperatore Ferdinando II, dandogli quattro figli e diventando così per  matrimonio contessa del Tirolo, se ne andrà senza voltarsi indietro e senza un pensiero per la figlioletta che lascia a Firenze sotto le cure della madre e della cognata e che lei non rivedrà mai più. Bigotta come la madre sarà una paladina della Chiesa Cattolica e della Controriforma.

Beh, direi che nell’aldilà Francesco insieme a Bianca Cappello si sarà fregato le mani all’indirizzo del poco amato fratello dicendosi … “ma guarda quest’imbecille. Per produrre sti sgorbi mi doveva avvelenare.. Poveri Medici”!!

La battaglia contro il denaro

Di Massimo Acciai Baggiani

aspidistraPrima di raggiungere l’immortalità letteraria con capolavori quali La fattoria degli animali e 1984, George Orwell (1903-1950) aveva dato alle stampe un curioso romanzo, Fiorirà l’aspidistra (1936), che anticipa in certi elementi la celebre distopia del Grande Fratello, come vedremo.

Questo romanzo me lo sono letto in macchina, aspettando il verde ai semafori: mi ci sono voluti quasi quattro mesi.[1] Devo dire che è una lettura piuttosto lontana dai miei gusti, anche per questo l’ho affrontata “a piccoli sorsi”, tuttavia mi ha ispirato varie riflessioni su un tema che tocca la maggior parte delle persone a questo mondo: il Denaro.

Il protagonista, Gordon Comstock, è un perfetto idiota. La sua vena masochistica risulta sempre più fastidiosa mano a mano che si va avanti con la lettura. La sua puerile “battaglia contro il denaro”, il suo voler sprofondare sempre più in basso, sempre più «nel fango» aliena progressivamente la simpatia del lettore: in altre parole è uno di quei romanzi moderni in cui manca l’eroe positivo, sostituito da un “antieroe” che alla fine perde la sua sfida personale contro la “rispettabilità borghese”, il conformismo e la ricerca di un «buon posto». Tutte cose simboleggiate, nella mente di Gordon, dall’aspidistra del titolo: una pianta molto diffusa nelle abitazioni borghesi, appunto.

Trentenne con velleità artistiche, Gordon porta avanti un interminabile poema durante il tempo libero dal suo impiego di commesso in una libreria di infimo grado, nella lurida stanza in affitto dove non gli è permesso neppure farsi un tè in santa pace (è costretto a patetici stratagemmi per eludere la sorveglianza dell’arcigna padrona di casa). Giovane promettente originario di una famiglia di persone umili, dopo essersi licenziato da un posto ben retribuito presso una nota agenzia pubblicitaria, dove impiegava la sua creatività per slogan che promuovevano ciò che detestava – il consumismo e la rincorsa al benessere economico – si ribella e si licenzia per seppellirsi nella libreria di cui sopra. Nemmeno qui trova la sua dimensione: è assillato dal «maledetto denaro» di cui non può fare a meno. Senza soldi non ha nemmeno un posto dove passare del tempo con la fidanzata Rosemary, una sorta di crocerossina non meno masochista di lui dal momento che sopporta le sue deliranti invettive contro i soldi e il sistema economico inglese: una ragazza moderna lo avrebbe mandato a quel paese per molto meno. L’amore che gli dimostra è mal riposto; lui non la merita, così come non merita il fidato amico Ravelston, appartenente a quella borghesia che Gordon tanto disprezza.

La prima parte del romanzo oscilla tra narrazione e saggio, rappresentato dalle elucubrazioni del protagonista. La svolta avviene quando una delle poesie di Gordon viene accettata da un’importante rivista e pagata ben dieci sterline. La “ricchezza” raggiunta dà subito alla testa al nostro “eroe” che, anziché utilizzare il denaro per ripagare qualche debito che aveva con la sorella-martire Julia e mettere da parte per i tempi bui, si dà alla pazza gioia, si ubriaca di brutto e finisce in carcere dopo aver sperperato ogni cosa. Sarà Ravelston a pagare la cauzione e tirarlo fuori dalle sbarre, offrirgli una sistemazione presso casa sua e mantenerlo finché non si fosse trovato un altro lavoro (nell’Inghilterra perbenista degli anni Trenta dello scorso secolo si poteva benissimo essere licenziati per molto meno): invece di essere grato all’amico che cerca di tirarlo fuori dalla fogna, Gordon desidera invece sprofondare sempre più fino adesso che ha iniziato a cadere nel baratro. Troverà nonostante tutto un nuovo lavoro in un’altra libreria, meno retribuito del precedente, e vivrà in una stanzetta ancora più sporca e squallida dopo che la padrona di casa, saputo dei suoi guai con la legge, l’ha buttato fuori.

Anche l’adorante Rosemary farà di tutto per risollevare l’amato dalla sua triste, ma voluta, situazione: arriverà perfino a chiedere al suo vecchio datore di lavoro, quello dell’agenzia pubblicitaria, di riprenderlo: Gordon però non ne vuol sapere, preferisce vivere nell’immondizia.

Quando il lettore inizia a pensare che Rosemary e Ravelston sono due idioti pure loro a non lasciare il masochista a cuocere nel suo brodo, c’è la seconda svolta del romanzo: Rosemary è incinta (il concepimento risale al loro primo rapporto sessuale, non protetto perché Gordon è contrario al «controllo delle nascite» imposto dalla morale moderna) e deve scegliere se tenere il bambino o meno. Nel primo caso dovrebbe sposarsi, perché così richiede la morale inglese dell’epoca, e sposarsi con qualcuno che possa mantenerla, nel secondo caso non resta che un aborto clandestino, con grave pericolo per la vita della ragazza. A questo punto Gordon “rinsavisce” e, obtorto collo, si fa riassumere all’agenzia pubblicitaria, si sposa e inizia una normale e tranquilla vita borghese accettando la “vittoria” dell’aspidistra e distruggendo le sue tanto sudate poesie.

In cosa, dicevamo, questo romanzo anticipa 1984? Che rapporto può esserci tra Winston Smith e Gordon Comstock? Più di quelli che possono apparire a una lettura frettolosa. Innanzitutto entrambi i romanzi esprimono un forte pessimismo nei confronti della natura umana; in entrambi il protagonista è destinato alla sconfitta e all’omologazione sociale, in entrambi usa le parole per manipolare il popolo (l’agenzia di pubblicità, la “revisione” della stampa), in entrambi la sorella del protagonista è destinata a sacrificarsi, e infine in entrambi ritorna il tema “maledetto” del denaro (il Grande Fratello sa che può mantenere il controllo della popolazione solo mantenendola in condizioni di povertà) e della “letteratura spazzatura” per tener buone le masse. Anche il protagonista di 1984 ha una infelice vena autolesionista. Ci sono altri richiami, come la scena di Gordon portato in prigione per ubriachezza molesta – in particolare la scena dei servizi igienici senza privacy – e l’alcol che abbrutisce sia Gordon che Winston (nel finale, quando viene infine giustiziato dal regime). Il resto lo lascio scoprire al lettore, al quale consiglio una lettura parallela dei due romanzi.

Venendo invece al tema del denaro, cosa si può dire di questa visione così negativa? Gordon inconsciamente teme la ricchezza perché sa che averne un po’ gli farebbe perdere il controllo (come infatti accade): ciò mi ricorda un mio racconto ancora inedito Un problema di soldi[2] il cui protagonista si ritrova improvvisamente in possesso di una somma considerevole e ne è terrorizzato, non sa come gestirla perché: a) non vuole vivere da ricco perché ha sempre disprezzato il lusso e i ricchi, b) vorrebbe darla in beneficienza ma b1) non si fida delle associazioni umanitarie in quanto le sospetta corrotte e dubita che siano in grado di far avere gli aiuti a chi davvero li merita e b2) fare tutto da solo, conoscere personalmente i possibili beneficiari del suo aiuto, gli porterebbe via troppo tempo e comunque barboni e mendicanti non si fidano di lui e non gli danno confidenza.

papalagiMi viene in mente un altro libro uscito in Germania nel decennio precedente a Fiorirà l’aspidistra. In Papalagi (1920) di Tuiavii di Tiavea (in realtà un falso letterario di Erich Scheurmann). Trovo utile fare un confronto tra le riflessioni sul denaro del saggio samoano con quelle deliranti di Gordon, il quale per tutto il romanzo non fa che lamentarsi del fatto che non ha denaro e quindi deve vivere una vita miserabile senza amici e amore (eppure ha entrambi) e al tempo stesso ricerca di proposito l’indigenza, dimostrandosi alquanto schizofrenico e bipolare. Apro a caso il romanzo di Orwell, alle prime pagine:

«Gordon pensò a Ravelston, il suo ricco amico simpaticissimo, direttore di Anticristo, di cui era smodatamente entusiasta e che non vedeva se non una volta ogni quindici giorni; e a Rosemary, pensò, la sua ragazza, che lo amava, – lo adorava, così lei diceva – e che, ciò nonostante, non era mai venuta a letto con lui. I quattrini, ancora una volta; tutto è denaro. Tutti i rapporti umani devono essere acquisiti coi quattrini. Se non hai quattrini, la gente non si cura di te, le donne non ti amano; non si curano cioè di te o non ti amano quell’ultimo zinzino che conti. E quanto hanno ragione, dopo tutto! Perché, senza soldi, non sei da amare.»[3]

La povera Rosemary fa di tutto per dimostrargli il contrario, così come l’amico Ravelston, ma siccome Gordon è un idiota incaponito nelle sue idee, ed è pure un ingrato, i discorsi affettuosi di chi davvero gli vuol bene cadono nel vuoto. Vediamo cosa dice Tuiavii/Scheurmann:

«Senza denaro in Europa sei un uomo senza testa, un uomo senza membra. Un niente. Devi avere denaro. Ne hai bisogno per il cibo, per l’acqua da bere, per il sonno. Quanto più denaro possiedi, tanto migliore è la tua vita. Se hai denaro puoi avere in cambio tutto il tabacco che vuoi, gli anelli o i panni più belli. Hai molto denaro? Puoi avere molto. Perciò tutti ne vogliono avere molto. E ciascuno vuole averne di più degli altri. Da qui l’avidità e l’occhio teso al denaro in ogni ora del giorno. Getta un tondo metallo nella sabbia e i bambini vi si lanceranno sopra, lotteranno fra di loro per prenderlo e chi lo afferra e lo tiene, il vincitore, è felice. Ma raramente qualcuno getta denaro nella sabbia. […] Ora, quando uno ha molto denaro, molto più della maggior parte degli altri uomini, così tanto che potrebbe con esso rendere il lavoro più facile a cento, mille uomini, lui non dà loro nulla; mette le mani sopra il metallo rotondo e siede sopra la carta pesante e c’è avidità e voluttà nei suoi occhi. E se gli chiedi «Che cosa vuoi fare con tutto quel tuo denaro? Qui sulla terra non puoi fare molto più che rivestirti, placare la tua fame e la tua sete», allora non sa che cosa rispondere, oppure dice: «Voglio averne ancora di più. Sempre di più. E ancora di più». E, così, ben presto ti avvedi che il denaro lo ha fatto ammalare e che tutti i suoi sensi sono posseduti dal denaro. È malato e invasato perché ha dato la sua anima al metallo rotondo e alla carta pesante, e non ne ha mai abbastanza e non può smettere di desiderarne sempre di più. Non è più capace di pensare: «Voglio andarmene dal mondo senza molestie e senza ingiustizie, così come ci sono venuto, poiché il Grande Spirito mi ha inviato nel mondo anche senza metallo rotondo e senza carta pesante». Assai pochi pensano a questo. Per lo più restano nella loro malattia, non guariscono mai nel loro cuore e godono del potere che dà il molto denaro. Si gonfiano d’orgoglio come frutti marci sotto le piogge tropicali. Con voluttà lasciano che molti dei loro fratelli facciano i lavori più duri, per poter essi stessi ingrassare nella pigrizia e prosperare. E fanno questo senza che la loro coscienza si ammali. Si vantano delle loro belle dita pallide che ora non si sporcano più. Il pensiero di derubare continuamente gli altri delle loro energie e di usarle per se stessi non li disturba e non toglie loro il sonno. Non pensano affatto di dare agli altri una parte del tanto denaro che hanno, per rendere loro più facile il lavoro e più lieve la fatica. Così in Europa c’è una metà che deve fare molto lavoro sporco, mentre l’altra metà lavora poco o niente del tutto. La prima metà non ha mai tempo per starsene al sole, la seconda ne ha molto. Il Papalagi dice: «Non tutti gli uomini possono avere ugualmente tanto denaro e mettersi tutti contemporaneamente seduti al sole». Secondo questa dottrina egli si prende il diritto di essere crudele, per amore del denaro. Il suo cuore è duro e il suo sangue freddo, sì, egli mente, inganna, è sempre disonesto e pericoloso quando la sua mano si tende verso il denaro. Spesso un Papalagi ne uccide un altro per denaro. Oppure lo uccide con il veleno delle parole, lo stordisce con esse per rapinarlo. Perciò di rado uno si fida di un altro, perché tutti sono consapevoli della loro grande debolezza. Per questo tu non sai mai se un uomo che ha molto denaro è buono nel fondo del suo cuore, perché potrebbe anche essere molto cattivo. Noi non sappiamo mai come e dove ha preso i suoi tesori.»[4]

verneI due personaggi sono in parte sulla stessa linea di pensiero, ma mentre il samoano vive in una società che per millenni ha vissuto senza il “tondo metallo” (e sta iniziando ad essere corrotta) ed è giustamente convinto che il valore di un uomo non si misura in base al denaro da esso posseduto, Gordon vive nell’Inghilterra del ventesimo secolo è convinto del contrario. La vicenda del poeta che insegue i suoi sogni d’arte in una società votata al guadagno economico mi fa tornare in mente anche un altro libro, letto anni fa: un interessante romanzo di Jules Verne (1828-1905) scritto nel 1863 ma rimasto inedito per oltre un secolo: Parigi nel XX secolo. La tragicomica vicenda umana del protagonista Michel Dufrénoy nella futuribile capitale francese, dove il profitto è il nuovo dio e l’arte è disprezzata, si conclude tragicamente: Dufrénoy rimane fermo nelle sue posizioni, a differenza di Gordon, e muore di fame portando il suo discorso alle estreme conseguenze.[5]

Come i due autori anch’io sono piuttosto scettico riguardo al denaro: quando è poco ovviamente ci sono problemi, ma anche quando è troppo non va bene. Una giusta quantità di denaro potrebbe essere quella che permette di avere un tetto accogliente sopra la testa, pasti regolari e sufficienti per non sentire il morso della fame, accesso alle cure mediche e allo svago, senza mai cadere nel lusso. Il lusso è il male: presuppone che alcune persone abbiano più diritti di altre, che possano derubare i più poveri accaparrandosi le risorse per sé, egoisticamente. Un uomo che vive nel lusso ha il mio disprezzo, lo considero senza mezzi termini un ladro; non importa quanta beneficienza faccia. Qualcuno ha detto che se – per ipotesi assurda – ridistribuissimo equamente le ricchezze, nel giro di poco tempo i poveri tornerebbero poveri e i ricchi, ricchi. È possibile, perciò metterei per legge un tetto massimo al denaro che un singolo uomo può possedere e un tetto minimo garantito per tutti (ovviamente per tutti quelli che, essendo nelle condizioni di farlo, lavorano, e che non sprechino soldi in beni voluttuari o dannosi quali il tabacco o l’alcol – e denaro a sufficienza anche per invalidi di vario tipo che non possono lavorare, non per pigrizia ma per impossibilità oggettiva).

Utopia? Forse, oggi forse è così, ma nel futuro dovrà diventare realtà altrimenti l’avidità umana distruggerà il pianeta e porterà all’estinzione della specie. A un certo punto i poveri non accetteranno più, giustamente, di vedere gente che si paga viaggi turistici nello spazio mentre popolazioni intere muoiono di fame e di malattie curabili con pochi spiccioli. Non siamo più nel medioevo; anche gli ultimi del mondo stanno acquisendo la consapevolezza dell’ingiustizia della loro condizione.

Si chiama progresso ed è inevitabile.

Corezzo-Firenze, 14-16 agosto 2019

 Bibliografia

  • Acciai Baggiani M., Un altro punto di vista, in «Segreti di Pulcinella» (blog).
  • Acciai Baggiani M., Denaro e letteratura: tra utopia e distopia, in «L’area di Broca», n. 84-85, Lug. 2006 – Giu. 2007.
  • Orwell G., Fiorirà l’aspidistra, Milano, Mondadori, 1966.
  • Orwell G., 1984, Milano, Mondadori, 1999.
  • Tuiavii di Tiavea, Papalagi, Millelire stampa alternativa, 1992.
  • Verne J., Parigi nel XX secolo, Roma, Newton, 1995.

Note

[1] Odio sprecare tempo e odio i semafori, per fortuna ho i libri e ogni occasione è buona per leggere (come il protagonista dell’episodio di Ai confini della realtà intitolato Tempo di leggere).

[2] Scritto nel 2019.

[3] Orwell G., Fiorirà l’aspidistra, Milano, Mondadori, 1966, pp. 23-24.

[4] Tuiavii di Tiavea, Papalagi, Millelire stampa alternativa, 1992, pp. 17-19.

[5] Vedi anche il mio articolo Denaro e letteratura: tra utopia e distopia, in «L’area di Broca», n. 84-85, Lug. 2006 – Giu. 2007.