Il desiderio è per definizione insoddisfatto

Amore è donare quello che non si ha a qualcuno che non lo vuole, sosteneva Jacque Lacan. E Vincenzo Cardarelli, poeta, scrittore e giornalista, diceva che l’amore, sul nascere ha di questi improvvisi pentimenti. Se il desiderio è per definizione insoddisfatto e questo succedo siccome quando amiamo noi torniamo a sperimentare in modo abbastanza vivo il senso di solitudine. L’uomo nella sua vita deve pagare per crescere l’insoddisfazione.

Gli psicanalisti e i poeti conoscono che la crescita esiste verso una dimensione adulta’ e rimasta sempre legata anche al desiderio enorme di cogliere ciò che da bambini ci è stato precluso. L’amore (come il desiderio) è il vissuto dell’assenza, è come se noi – come sostiene Aldo Caratenuto – il percorso dell’esistenza, sperimentassimo continuamente un’insoddisfazione profonda nonostante tutto che riusciamo ad afferrare. Il senso d’illimitato è sempre nell’amore. Infatti noi sentiamo non solo un’ apparente pienezza, ma anche che quella pienezza è falsa secondo Aldo Caratenuto. Cosi l’amore è un’insoddisfazione. Misteri dolorosi e fertili della mancanza d’amore.

Il greco filosofo Christos Yannaras scrive: «Quando nasce, l’eros (amore) nasce la vita. Attoniti tocchiamo con mano come possa la povertà dell’esistere trasfigurarsi in ricchezza inattesa di vita. Momenti quotidiani di routine si mutano in esperienza di festa, poiché la quotidianità incarna, ora, la reciprocità della relazione. Non c’è un tempo con un passato e un futuro, né uno spazio più vicino e più lontano. Il tempo è solamente un presente, e lo spazio solamente immediatezza di presenza, Spazio senza spazio la vicinanza, che dimensioni non conosce, dell’Altro, e tempo senza tempo la natura, che conosce solo pienezza, della reciproca offerta di sé. Al primo segno di reciprocità che l’Altro ci accorda, investiamo tutto il nostro naturale istinto di vita. Senza riserve e senza misura. Viviamo solo per l’Altro e grazie l’Altro. Diamo tutto, giochiamo tutto. Ogni garanzia, ogni sicurezza. I nostri legami e i nostri doveri. Il nostro buon nome, il nostro prestigio o la nostra fame. I nostri progetti, le nostre speranze. Pronti a tutto, persino alla morte, a favore dell’essere amato.»

L’amore è la grande nostalgia, la grande assenza (insoddisfatto), perché anche la vita è una grande mancanza. Finalmente la mancanza è l’essenza della vita.  E come dirà Massimo Recalcati «La mancanza non è afflizione, pena, mutilazione della vita. Questa è una rappresentazione solo nichilistica. Non è quello che mi interessa. La psicoanalisi mette in luce che la mancanza è generativa, perché essa costituisce il nutrimento vitale del nostro desiderio, che non è solo rimpianto nostalgico per una pienezza irraggiungibile, ma una potenza, una forza, un’energia trasformativa che rende la mancanza condizione di un’apertura verso l’Altro ricca di vita e di mondo, capace di colmare, come scrive il poeta, il cuore dell’uomo… Il desiderio manifesta la mancanza che abita l’essere umano, né è la sua espressione più pura. Come accade agli innamorati che si incontrano dopo un certo periodo di lontananza: non si chiede all’amato cosa ci ha portato, non lo si investe con una domanda rivolta all’avere. La domanda d’amore è sempre la stessa: ti sono mancato? La mia assenza è stata per te una presenza? »

Apostolos Apostolou

Docente di Filosofia.

Stormvogel: una saga fantasy di Emiliano Buttaroni

Di Massimo Acciai Baggiani

stormvogel«Erano questi tempi di draghi, eroi e puttane.»[1] Stormvogel, la trilogia fantasy di Emiliano Buttaroni, è certo molto “fisica”, piena di azione ma anche di riflessioni senza tempo (e perciò sempre attuali). Nelle pagine del primo volume il sangue scorre a fiumi e la guerra acquista la sua dimensione reale, con i suoi odori, il sudore, le lacrime. Come le grandi saghe fantasy, anche Stormvogel è molto cinematografico – mentre leggevo l’opera di Buttaroni, in qualità di editor[2], vedevo davanti a me le scene di azione come su una pellicola: e questo è uno dei pregi di questa lettura; ne verrà mai tratto un film? Forse no, visti gli scarsi mezzi del cinema italiano rispetto a quelli che occorrerebbero per questo genere di romanzi, ma certo lo meriterebbe.

Un altro grosso pregio di quest’opera è la sua originalità: attinge a fonti tra le più disparate, in una curiosa geografia fantastica – il continente di Palissandra con i suoi cinque regni – che si mescola a luoghi reali, citati qua e là. Il “dove” è quello delle fiabe, ma anche il tempo si annulla in un’epoca mitica che non sappiamo se collocare nel passato o nel futuro remoti, o più probabilmente fuori da qualsiasi linea temporale. Cavalieri che citano Hemingway e che combattono divinità bibliche (come Moloch) a cavallo di draghi (mitologia nordica), affiancati da minotauri (mitologia greca) contro giganti e altre creature fantastiche attinte alla letteratura fantastica mondiale.

Si tratta di un’opera di ampio respiro, sviluppata in più volumi come tradizione del genere fantasy[3], piena di luoghi e personaggi, indicati nelle prime pagine del libro. Il mondo di Palissandra è ben progettato, con tanto di mappe con popolazioni e rispettive storie: emerge la cura dei dettagli e il lungo studio. Entriamo in questo «mondo secondario» – come lo definirebbe Tolkien – con quel gusto della scoperta che accompagna l’esplorazione della Terra di Mezzo ed altri mondi immaginari più o meno celebri: qui incontriamo personaggi profondamente umani e ben delineati, mossi da sentimenti forti e primitivi quali la sete di gloria, di potere o di vendetta. I Vikinghi di cui parla Buttaroni non saranno quelli storici ma non sono certo meno interessanti: i valori in cui credono sono quelli eroici degli antichi poemi cavallereschi e delle saghe nordiche, che l’autore dimostra di conoscere bene così come l’epica mediterranea. I suoi eroi viaggiano in continuazione e affrontano situazioni sempre movimentate: pure – come dicevo – non mancano le pause riflessive, anche amare, sulla guerra e sul senso della vita.

Rispetto ad altre saghe fantasy di giovani autori italiani contemporanei che ho avuto occasione di leggere e recensire (ad esempio La maledizione di Bes di Luigi De Rosa[4] e Il Canto delle Montagne di Cristian Vitali[5]), l’opera di Buttaroni è più varia e complessa, e gli scontri sia di eserciti che ti singoli eroi sono il piatto forte della narrazione (al contrario del mio fantasy “pacifista” Sempre ad est[6]): da appassionato della narrativa fantastica mi sento di consigliarlo per trascorrere qualche ora lieta, lontano dalla frenesia purtroppo reale del «mondo primario», ben poco eroico, in cui ci è dato vivere.

L’opera è corredata da stupende illustrazioni in bianco e nero di Giammarco Pandolfini, il quale ha lavorato a stretto contatto con l’autore – fiorentino DOC, classe 1970, attore e poeta. Buona lettura!

Firenze, 17-21 aprile 2019

Bibliografia

Note

[1] E. Buttaroni, Stormvogel: Vikings, l’alba dei giganti, Porto Seguro, Firenze 2019, p. 59.

[2] Lavoro come editor per Porto Seguro e il libro di Buttaroni mi è stato assegnato in quanto anch’io, come lui, appassionato di fantasy e autore di un romanzo appartenente a questo genere.

[3] Mentre sto scrivendo il secondo volume è in preparazione: l’uscita è prevista nel 2020 e sarà seguita, a distanza di un anno circa, dal volume conclusivo. L’autore dichiara di avere già in mente la trama generale dell’intera trilogia.

[4] M. Acciai Baggiani, Una guerra fratricida, in «Passparnous» n. 66.

[5] M. Acciai Baggiani, Due opposte concezioni del Fantasy: il caso Sempre ad Est e la saga del Canto delle montagne, in «Passparnous» n. 44.

[6] M. Acciai, Sempre ad est, Faligi, Aosta 2011.

Vladimir Jankélévitch: L’innocenza è fatta per essere perduta

       Nella filosofia dell’Occidente non c’è innocenza. Nascere – secondo la filosofia dell’Occidente significa- è comparire in giudizio.  Secondo Jean Jacques Rousseau questo è il dramma originale. Non siamo mai accettati come tali nell’innocenza delle nostre apparizioni. Dobbiamo incessantemente provare ciò che siamo. E Jean Paul Sartre, parla di Alterità degli Altri. L’Altro si pone come un “non me”, e come scrive nella sua opera “L’essere e il nulla” p, 279, gli altri sono la negazione radicale della mia esperienza. “L’ inferno sono gli altri” come dirà Jean Paul Sartre, sicuramente ma in questo inferno ci dobbiamo e vogliamo vivere. Cosi l’innocenza non c’è.  Esistere è espiare pagare indefinitamente l’audacia di parlare in prima persona secondo Jean Jacques Rousseau. Il tribunale degli altri non formula alcun verdetto definitivo. Se io non sono mai condannato non può mai espiare fino al mio ultimo respiro.

Cosi l’innocenza è fatta per essere perduta. Secondo pensiero greco non esiste l’innocenza né alla verità, né alla speranza. Esiste solo nel giogo. Perciò Eraclito dice: «αιών παις έστι παίζων πεσσεύων΄παιδός ή βασιληίη» cioè evo di vita bimbo che per gioco pedine sposta sovrano potere di bimbo. E’ l’’innocenza dei bambini  una magica sensazione che lo fa vivere in un mondo tutto suo; un mondo così semplice, così fantastico dove tutto sembra essere una spettacolare magia. E il gioco dei bambini e l’ innocenza. Perché il gioco dei bambini come scrive anche Don Miguel Ruiz, “l’ essenza della padronanza  dell’ amore” esprime la libertà assoluta  e l’amore assoluta “Se osservate i bambini di due o tre anni, vedrete che giocano e ridono tutto il tempo.       La loro immaginazione è potente, il loro modo di sognare è un’avventura e un’esplorazione. Quando qualcosa non va per il verso giusto reagiscono e si difendono, ma poi non ci pensano più e si concentrano di nuovo sul momento presente, tornando a giocare e a divertirsi. Vivono nel momento. Non si vergognano del passato e non si preoccupano del futuro. Esprimono ciò che sentono e non hanno paura di amare. I momenti più felici della nostra vita sono quando giochiamo come bambini. Da piccoli eravamo innocenti, e ci veniva naturale esprimere l’amore.” Ecco perché Platone sostiene che il gioco è la potenza dell’anima è il dono dei Dei. Scrive: «Io dico che dobbiamo occuparci di ciò che è serio, e non di ciò che serio non è: e per natura ciò che è divino è degno di ogni interesse, come un essere beato, mentre l’uomo, come dicevamo prima, è soltanto un giocattolo fabbricato dagli dèi, ed in effetti questa è la sua parte migliore. In conseguenza di questa concezione, ogni uomo e ogni donna devono vivere giocando al meglio possibile questo gioco, pensando il contrario di ciò che oggi si pensa».(Leggi, 803c, traduzione di Enrico Pegone).

L’innocenza oggi non esiste. E questo perché come dice Nietzsche io non so da che lato voltarmi. Sono tutto quello che non può trovare sfogo. La vita oggi ha sempre la struttura di una promessa e l’innocenza dell’esistenza,o del reale genera inevitabilmente delusione. Accusare paranoicamente, un oscuro sistema di tutti i mali che ci tocca subite. Cosi l’innocenza è fatta per essere perduta come sosteneva Vladimir Jankélévitch.

Apostolos Apostolou

Docente di Filosofia

Vi presento Elvis

Di Massimo Acciai Baggiani

elvis donaElvis Dona, oggi trentaquattrenne, si racconta in questa breve ma densa autobiografia: un libro di un centinaio di pagine che si legge in un’oretta – io me lo sono divorato poco prima della presentazione a San Salvi, nell’ambito del Festival Storie Interdette (10-12 maggio 2019) promosso dai Chille de la Balanza. L’autore lo avevo incontrato per la prima volta nel mio ruolo di editor presso Porto Seguro, durante una presentazione collettiva: una faccia da bravo ragazzo, gioviale, pieno di vita. La sua origine albanese non traspare dal suo italiano, impeccabile e privo di accento: d’altronde si trova nel nostro paese ormai da molto tempo, nonostante la sua giovane età. Nel suo libro, il primo che ha scritto ma probabilmente non l’unico, ripercorre la sua vita, dalla drammatica situazione dell’Albania degli anni Novanta alla decisione di partire, su un gommone, alla volta dell’Italia, in cerca di fortuna come tanti migranti – oggi come ieri. La vicenda di Elvis pare uscita da un romanzo picaresco: la traversata è piena di pericoli, poi l’arresto e infine l’esperienza drammatica del carcere criminale di Montelupo, di cui l’autore ci descrive la quotidianità fatta di violazioni continue dei diritti. Elvis si trova così a condividere la cella con omicidi, lui che ha avuto la sola colpa di “resistenza a pubblico ufficiale”, senza aver commesso nessun crimine degno di una pena così severa: qui vive i mesi più terribili, si sente sconfitto, abbandonato, in completo isolamento. Tuttavia trova la forza di reagire, di risollevarsi: vedendolo oggi non si direbbe che sia passato attraverso un simile vissuto.

Elvis si mette a nudo durante la presentazione, a cui partecipa anche il professore che lo ha seguito nel suo cammino, Francesco Petri, il quale insiste molto sul concetto di “alterità” e sul fatto di poter contare sugli altri per uscire dal tunnel. L’autore poi risponde alle domande del pubblico, composto da operatori del settore psichiatrico. Interviene anche Claudio Ascoli (che ho avuto modo di intervistare anni fa) con interessanti annotazioni. Quando ha parlato dell’Albergo Popolare, la struttura di accoglienza per persone indigenti nel cuore di Firenze, ho drizzato le orecchie: ci ho infatti lavorato per alcuni mesi in amministrazione, nel 2004, e solo di poco ho mancato di conoscere Elvis in quell’occasione. Mentre parlava rivedevo quell’ambiente e mi tornavano alla mente le tante storie degli ospiti, per molti aspetti simili a quella dell’autore: storie che mi sono state raccontate da chi le ha vissute, vicende che sembrano anch’esse uscite da un romanzo di Dickens, lontanissime dal nostro mondo privilegiato eppure vicinissime geograficamente.

Io Elvis, immigrato albanese è scritto con un linguaggio semplice, scorrevole: come dicevo si legge in un baleno ma lascia un’impressione persistente: quella di aver fatto la conoscenza con una persona straordinaria che ha vissuto eventi particolari che non dovremmo ignorare, soprattutto di questi tempi.

Firenze, 11 maggio 2019

Bibliografia

  • E. Dona, Io Elvis, immigrato albanese, Firenze, Porto Seguro, 2016.

pres elvis

presentazione elvis dona a san salvi 10 maggio 2019 (2)

Il mondo secondo Raimondo Preti

Di Massimo Acciai Baggiani

pretiRaimondo arriva alla sede della Porto Seguro un freddo pomeriggio di fine inverno, sorridente e cordiale, per discutere gli ultimi dettagli prima della pubblicazione. Finalmente stringo la mano e guardo in faccia l’autore del libro che sono stato incaricato di leggere e correggere, nel mio ruolo di editor. Raimondo Preti non è alla prima pubblicazione: ha un curriculum letterario e lavorativo di tutto rispetto, ma è anche una persona alla mano con cui mi sono sentito subito a mio agio.

Il titolo finale, Tutti giù per terra, è frutto di una lunga trattativa tra editore e autore, il quale aveva pensato in origine a un enigmatico Liason pop: si sposa bene alla copertina pensata da Lucrezia Neri, raffigurante un elefante in precario equilibrio su un ramo. Quando Raimondo mi ha chiesto «Secondo te a quale genere letterario appartiene questo libro?» confesso di aver avuto difficoltà a rispondere. Non è solo narrativa, non è solo saggistica, non è solo poesia: è piuttosto un mix, un ibrido di versi, racconti e riflessioni; una sorta di “diario pop” in cui l’autore spazia tra gli argomenti più disparati, dal rapporto uomo/donna alla pornografia, dagli scontri interculturali al consumismo, dagli animali ai figli, dalla politica al libero arbitrio, dal cibo al linguaggio, dalla «finitudine» alla felicità, e così via. I mille temi sono trattati tutti con sguardo ironico che scivola a volte nell’umorismo nero: i vari testi fanno sorridere ma anche riflettere, e si può concordare o meno col punto di vista dell’autore ma gli si deve riconoscere un’acutezza particolare e una capacità di suscitare dibattiti che rende interessante questo libro.

Da appassionato di lingue ho trovato particolarmente interessanti le sue note sul vernacolo pratese, da cui proviene Raimondo, ben adatto a quell’anima dissacrante tipica di noi toscani e che unisce tutti i capitoli come una collana di autentiche perle.

Firenze, 9 maggio 2019

Bibliografia

  • R. Preti, Tutti giù per terra, Firenze, Porto Seguro, 2019.

Ubriaconi scandinavi e cianfrusaglie varie

Di Massimo Acciai Baggiani

paasilinnaOgni tanto mi capita di trovare negli scaffali del libero scambio, dove sono solito rifornirmi di letture gratuite, qualche libro che mi colpisce particolarmente, nel bene o nel male. È il caso di La prima moglie e altre cianfrusaglie di Arto Paasilinna (1942-2018), magistralmente tradotto dal mio amico Francesco Felici – la “voce italiana” del celebre scrittore finlandese fino al 2017, per conto di Iperborea. La traduzione non è stata semplice, come mi ha confidato il mio amico: «Ogni capitolo era un patimento, perché al cambiare delle cianfrusaglie si presentava tutta una serie nuova di problemi tecnici. Mi ci ero svenato.»[1] In effetti la scrittura di Paasilinna è estremamente ricca dal punto di vista lessicale e denota una grande competenza nei campi più disparati, frutto immagino un po’ di ricerche e un po’ di esperienze dirette. Di converso l’idea del romanzo – i cui capitoli sono piuttosto racconti collegati tra loro – è piuttosto semplice: il protagonista, l’assicuratore Volomari Volotinen, è un collezionista di oggetti bizzarri ma soprattutto delle storie che stanno dietro agli oggetti stessi. L’autore ce ne narra la vita, dalla nascita nel 1942 (coetaneo dunque dell’autore) alla morte della moglie Laura, di vent’anni più grande di lui: una vita avventurosa in patria e all’estero, non proprio onesta (per arricchire la propria collezione non disdegna il furto di una reliquia sacra, e in un’altra occasione si dà al commercio illegale di scheletri disseppelliti in una fossa comune della seconda guerra mondiale) ma comunque ricca di eventi fuori dal comune. Agli scrittori nordici piace particolarmente la narrazione di aneddoti e storie curiose, cosa che ho riscontrato anche leggendo Peter Høeg e Jostein Gaarder, che piace molto anche a me.

Un romanzo quindi interessante; confesso tuttavia di non apprezzare particolarmente l’umorismo scandinavo basato sul consumo smodato di alcol: il prototipo dell’uomo del nord che pensa solo a ubriacarsi «come un tegolo» non lo trovo molto buffo, anzi. L’alcolismo – una vera piaga sociale di nazioni altrimenti molto avanzate sotto altri aspetti – è qualcosa di molto serio e spiacevole: davanti a un ubriacone non posso che provare disgusto e rabbia, forse per questo i personaggi di Paasilinna, compreso il protagonista, non mi riescono mai del tutto simpatici nonostante le loro trovate a volte geniali e la loro bonarietà.

Paasilinna ritrae bene il vizio dei suoi connazionali: i suoi romanzi sono tipicamente finlandesi, anche se piacciono molto pure in Italia a giudicare dalle vendite, e lo sguardo sull’alcolismo è in fondo indulgente. Non viene mai mostrato il lato tragico e ributtante, che ben conosce invece chi ha un amico o un parente abbrutito dalla bottiglia. Il vero ubriacone non fa ridere, e chi ride di lui non mostra maggiore intelligenza: scriveva bene Pirandello, nel suo saggio sull’umorismo[2], a proposito della differenza tra «avvertimento del contrario» e «sentimento del contrario»; l’umorismo è sempre meno spietato del comico, che è per natura superficiale, perché nasce da una maggiore riflessione. Ecco, mi pare che Paasilinna si fermi al comico: il vizio del bere, nelle sue opere, non nasce da una situazione di disagio interiore o esteriore, dalla povertà o dalla depressione, ma dalla semplice ottusità, presente paradossalmente anche in persone scaltre e intelligenti come Volomari. Permettetemi quindi di non ridere dello stereotipo alcolico e di apprezzare ben altre caratteristiche dei grandi popoli nordeuropei: ad esempio il senso civico, la coscienza ecologica (grande Greta!), il self control (quando i freni inibitori non sono ancora stati allentati dall’acquavite), l’onestà e il rispetto del prossimo. Tutto ciò che manca all’italiano medio, purtroppo…

Firenze, 6 maggio 2019

Bibliografia

  • A. Paasilinna, La prima moglie e altre cianfrusaglie, Milano, Iperborea, 2016.
  • L. Pirandello, Umorismo, Lanciano, Carabba, 1908.

[1] Come mi scriveva in un messaggio su Whatsapp.

[2] L. Pirandello, Umorismo, Lanciano, Carabba, 1908.