Firenze Rivista 2019

Di Massimo Acciai Baggiani

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Dal 20 al 22 settembre 2019 Firenze ha ospitato il consueto festival dedicato alle riviste e alla piccola e media editoria: stavolta la scelta della location è caduta sull’ex carcere delle Murate, in centro. Non me la potevo perdere, così come non mi perdo mai un evento in cui si parla di libri e di scrittura, soprattutto se è a ingresso libero. Quest’anno poi era presente anche Giulio Perrone, l’editore romano con cui ho pubblicato due antologie della mia rivista Segreti di Pulcinella[1], che ho rivisto e salutato con piacere. I due spazi – quello delle riviste e quello delle case editrici – erano separati: ho visitato prima gli editori, dove ho trovato libri interessanti come quello degli haiku che riassumono trame di film famosi (che il lettore deve indovinare… io non ci sono riuscito)[2] o le traduzioni dall’inglese di Black Coffee, o i fumetti satirici di Gonzo Editore, eccetera…

Tra le riviste presenti, quasi tutte cartacee (ma anche un paio digitali, come Tre Racconti e Il Rifugio dell’Ircocervo), Digressioni, Settepagine (dell’editore Settepiani, dal famoso racconto di Buzzati), Neutopia, L’Eco del Nulla, Charta Sporca, Quanto, eccetera. C’era anche una rappresentante di una rivista di racconti erotici, Ossi. Il Rifugio dell’Ircocervo era stato di recente citato da Vanni Santoni durante un incontro organizzato dal Gruppo Scrittori Firenze[3] come una rivista da prendere in considerazione come trampolino di lancio per arrivare ai grandi editori. Nel complesso pochi le riviste e gli editori fiorentini o toscani: il più dell’editoria italiana, piccola o grande, sta a nord o a Roma.

Durante i tre giorni si sono svolti anche molti incontri letterari, presentazioni di libri ed eventi artistici vari.

Firenze, 22 settembre 2019

Note 

[1] Nel 2005 e nel 2018, in occasione dei 15 anni della rivista.

[2] Infugadallabocciofila, Fino all’ultimo haiku, Effequ.

[3] Come pubblicare con un grosso editore, presso l’ASD Laurenziana, 5 settembre 2019.

Creatori di mondi nella fantascienza

Di Massimo Acciai Baggiani

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Massimo Acciai Baggiani (a sinistra) e Carlo Menzinger: due scrittori fiorentini, creatori di mondi. Foto di Italo Magnelli

Se è vero che qualsiasi opera di fiction, non solo di fantascienza, genera un mondo immaginario, quando pensiamo a un “creatore di mondi” abbiamo però in mente qualcuno che “disegna” uno sfondo molto dettagliato per le sue storie, tanto elaborato e affascinante da diventare spesso più importante della trama stessa: è ciò che Tolkien chiamava “mondo secondario” in un suo celebre saggio[1].

«È difficile determinare in cosa consiste attualmente un “universo immaginario”» leggiamo su Wikipedia «Il mondo immaginario è coeso con regole proprie e concetti funzionali, ma comprende solo un piccolo territorio o tutti i territori su alcuni mondi (anche dimensioni) non strutturati nel modo dell’astrofisica (su vari pianeti); mentre l’universo immaginario è invece globale planetario, stellare e addirittura galattici o intergalattici. Un universo immaginario può ugualmente essere interconnesso ad altri universi attraverso espedienti fantascientifici e una serie di universi interconnessi è chiamato multiverso. Questi multiversi sono stati caratterizzati prevalentemente nella fantascienza della metà del XX secolo.»[2]

Del concetto di multiverso ho parlato diffusamente nel mio saggio sulla narrativa ucronica di Carlo Menzinger, a cui rimando[3].

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Isaac Asimov

Forse il più famoso creatore di mondi è J.R.R. Tolkien (1892-1973) – la sua Terra di Mezzo è un capolavoro di dettagli coerenti che si estendono nello spazio e nel tempo per migliaia di anni, con una cronologia vertiginosa che affonda nella mitologia e una grande cura anche dal punto di vista linguistico[4] – ma possiamo trovare esempi celebri anche nella fantascienza: Menzinger (1964) ne è un buon esempio, anche se non celebre come Gene Roddenberry (1921-1991, creatore di Star Trek) o George Lucas (1944, ideatore della saga di Star Wars), o Frank Herbert (1920-1986, il cui il ciclo di Dune è stato molto influenzato da Tolkien) o ancora Isaac Asimov (1920-1992) e Philip K. Dick (1928-1982): tutti esempi di come un mondo immaginario sopravviva al proprio creatore (a parte Lucas, ancora vivo) attraverso l’utilizzo del mondo in questione da altri autori che vi hanno ambientato altre storie, riprendendone il lavoro e arricchendolo di nuovi dettagli.

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Thomas More

Quando possiamo iniziare a parlare di mondi immaginari, nell’accezione sopra indicata, nella letteratura fantascientifica? La risposta può sorprenderci: i creatori di mondi sono antichi! Thomas More (1478-1535) con la sua Utopia (del 1516) ci fornisce uno dei primi esempi di descrizione dettagliata di un mondo “altro”, seppur limitato a una sola isola (se escludiamo i vari inferni e paradisi delle religioni antiche, il viaggio dantesco della Commedia, e le mitiche Atlantide e Mu). L’uomo, scontento del mondo in cui si ritrova a vivere, immagina naturalmente mondi diversi in cui sarebbe più piacevole abitare. Nasce appunto l’utopia, termine coniato dallo stesso More da due parole greche che unite significano “nessun luogo”.

Come possiamo immaginare mondi “perfetti”, o comunque migliori, possiamo tuttavia anche ipotizzare mondi terrificanti, che ci consolano in qualche modo della nostra condizione o che ci mettono in guardia da un futuro che potrebbe portarci verso la distopia di turno. Sarebbe interessante domandarci come mai le utopie in letteratura e in filosofia nascono prima delle distopie: l’umanità è diventata più pessimista col passare dei secoli? Parrebbe proprio di sì, purtroppo, e c’è da temere le famose profezie negative che si autorealizzano. Tuttavia leggendo oggi l’Utopia di More ci sentiamo più di classificarla tra le distopie: chi vorrebbe vivere infatti in un mondo così rigido e autoritario, in cui ogni aspetto pubblico e privato della vita del cittadino è controllato dalle varie magistrature secondo principi antidemocratici e liberticidi?

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Giacomo Casanova

Un’altra utopia, molto meno famosa, di cui mi sono occupato in un articolo[5] è il “paradiso terrestre” che si nasconde, secondo Giacomo Casanova (1725-1798), nelle viscere della Terra: nel monumentale Icosameron (1788) il celebre avventuriero veneziano immagina due ragazzi inglesi che finiscono all’interno della Terra Cava (altro spunto per creatori di mondi immaginari nei due secoli successivi) e fanno la conoscenza con la pacifica razza dei megamicri. Il romanzo va citato perché è forse la più dettagliata descrizione di un mondo immaginario precedente ai romanzi tolkeniani: l’Icosameron nella sua versione integrale conta 1800 pagine (più del Signore degli anelli!) e questa prolissità ne ha decretato il clamoroso insuccesso, causa della rovina finanziaria di Casanova, il quale considerava quest’opera il suo capolavoro, il suo biglietto per l’immortalità.

La triade delle celebri distopie del Novecento – Il mondo nuovo (1932) di Aldous Huxley (1894-1963), 1984 (1949) di George Orwell (1903-1950) e Fahrenheit 451 (1951) Ray Bradbury (1920-2012) – ha fatto scuola: rappresenta un punto di riferimento per tanti autori contemporanei.

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Jules Verne

Il XIX secolo ci regala opere fantascientifiche straordinarie: due giganti in particolare sono da ricordare anche come grandi creatori di mondi; il francese Jules Verne (1828-1905) e l’inglese H.G. Wells (1866-1946). Verne ha ripreso il tema della Terra Cava nel Viaggio al centro della Terra (1864), descrivendo paesaggi selvaggi e primitivi molto affascinanti, mentre Wells ha parlato di mondi extraterrestri reali (come ad esempio Marte e la Luna) ma ancora inesplorati all’epoca, quindi rivisitati con la straordinaria fantasia dell’autore, oltre a scenari futuri vividi e intriganti.

Un capitolo a parte meriterebbe il discorso sui luoghi reali “rivisitati” (il pianeta Marte di Ray Bradbury, di Edgar Rice Burroughs o di C.S. Lewis, ad esempio) e il discorso sarebbe lunghissimo, ma voglio concludere il mio intervento – che non ha alcuna pretesa di esaustività – citando un vecchio racconto di Ray Bradbury che considero la migliore storia sui viaggi nel tempo mai scritta, e che rappresenta anche un curioso esempio di creazione di un mondo all’interno di un mondo secondario.

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Ray Bradbury

Viaggiatore del tempo[6] racconta la storia di Craig Bennett Stiles, un uomo che sostiene di aver viaggiato nel futuro e a riprova porta vari filmati, foto e documenti. Il presente del protagonista è un mondo al bivio: da una parte la distruzione causata da inquinamento, guerre e criminalità, dall’altra il superamento di tutto ciò e la creazione di un mondo utopico. L’umanità, osserva Craig, ha perso la fiducia nelle proprie possibilità e non riesce ad immaginare un futuro positivo: ci penserà quindi lui a “inventarsi” un viaggio nel tempo, falsificando le prove, infondendo così nei propri simili quell’ottimismo che mancava per fare la svolta. «Ce la possiamo fare!»: questo il messaggio. Il mondo futuro descritto da Craig diviene così realtà, e un ormai centenario Craig osserva divertito i propri concittadini – quelli del mondo ecologico e armonico che ha contribuito a creare nella realtà dopo averlo creato nella fantasia – aspettare lui stesso da giovane che magicamente compare dal passato. Ovviamente ciò non accadrà mai, ma l’inganno è stato a fin di bene e ha prodotto risultati stupefacenti. Una profezia autorealizzante di cui avremmo bisogno anche noi, oggi più che mai.

Intervento per il terzo incontro del Gruppo Scrittori Fiorentini “Creare mondi immaginari” (Firenze, ASD Laurenziana, 19 settembre 2019). Vedi video.

Firenze, 15 settembre 2019

 

19 settembre 2019

Vedi video dell’intera serata

Bibliografia

  • Acciai Baggiani M., Il sognatore divergente, Firenze, Porto Seguro, 2018.
  • Acciai Baggiani M., Casanova autore di fantascienza ovvero una lettura moderna dell’Icosameron, in «Segreti di Pulcinella» n. 49 (maggio 2016).
  • Acciai Baggiani M., Felici F. (a cura di), Ghimile ghimilama. Breve panoramica su alcune lingue artificiali, rivitalizzati e più o meno pazzamente manipolate, Venafro, Edizioni Eva, 2016
  • Bradbury, Ray, Fahrenheit 451, Milano, Mondadori, 1989.
  • Bradbury, Ray, Viaggiatore del tempo, Milano, Mondadori, 2006.
  • Casanova C. Jcosameron; a cura di Giuseppe Panella, Milano, La vita felice, 2001.
  • Huxley, Aldous, Il mondo nuovo. Ritorno al mondo nuovo, Milano Mondadori, 1991.
  • Menzinger C., Via da Sparta, Firenze, Porto Seguro, 2017-2019.
  • More T., Utopia, lo Stato perfetto, ovvero l’isola che non c’è, Bussolengo, Demetra, 1995.
  • Orwell, George, 1984, Milano, Mondadori,1989.
  • Tolkien J.R.R., Albero e foglia, Santarcangelo di Romagna, Rusconi, 1976.
  • Tolkien J.R.R., Il signore degli anelli, Santarcangelo di Romagna, Rusconi, 1979.
  • Verne J., Viaggio al centro della Terra, Torino. Einaudi, 1989.

 

Note

[1] Tolkien J.R.R., Albero e foglia, Santarcangelo di Romagna,Rusconi, 1976.

[2] https://it.wikipedia.org/wiki/Universo_immaginario.

[3] Acciai Baggiani M., Il sognatore divergente, Firenze, Porto Seguro, 2018.

[4] Per quanto riguarda la creazione di lingue nella fantascienza si veda Acciai Baggiani M., Felici F. (a cura di), Ghimile ghimilama. Breve panoramica su alcune lingue artificiali, rivitalizzati e più o meno pazzamente manipolate, Venafro, Edizioni Eva, 2016, in particolare pp. 25-82.

[5] Acciai Baggiani M., Casanova autore di fantascienza ovvero una lettura moderna dell’Icosameron, in «Segreti di Pulcinella» n. 49 (maggio 2016)

[6] Nella raccolta Viaggiatore del tempo (1988).

Fiorentini all’Inferno

Di Antonella Bausi

Bene amici, buona serata a tutti ed eccomi qui a cercare di fare un po’ di chiacchiere sui fiorentini presenti nella Divina Commedia. Tanti anni fa, circa cinquanta per la precisione, mio padre mi regalò un libro di Indro Montanelli intitolato “Dante ed il suo secolo”. Mi ci tuffai a pesce ed ovviamente lo lessi e lo rilessi perché allora ero una ragazzina e tante cose non le potevo capire. Ricordo però che una frase mi colpì ..”Dante per popolare l’inferno ed il paradiso non ebbe bisogno di cercare lontano da Firenze, per il purgatorio si”.

In effetti c’è del vero; Firenze è sempre stata una città dalle passione estreme e dai contrasti forti. Non per nulla dei toscani in generale e dei fiorentini in particolare si è detto che hanno “il paradiso negli occhi e l’inferno in bocca”. Dentro di noi si oscilla dalla preghiera alla bestemmia, dall’amore per il sublime alla battuta ribalda e triviale, dall’ascesi mistica al vizio e quindi non c’è da stupirsi che anche nella “Fiorenza sobria e pudica” rimpianta da Dante, vizi e virtù abbondassero, i primi forse più delle seconde.

Quindi partiamo con i… fiorentini all’inferno. Stranamente nei primi cerchi non se ne trovano, nemmeno tra i lussuriosi, come sarebbe logico aspettarsi. Bisogna arrivare al sesto canto, girone golosi, dove facciamo conoscenza con un certo Ciacco che giace sotto una pioggia fetida. Ciacco non è un nome vero ma un soprannome che significa porco e che fu dato ad un membro della famiglia dell’Anguillaia  “….Voi fiorentini mi chiamaste Ciacco..” dice lui. Si sa che fu un banchiere, ma godereccio com’era sperperò il patrimonio ed allora si trasformò in scroccone e parassita autoinvitandosi a feste e banchetti. Di sicuro quando lo vedevano avvicinare i malcapitati di turno si davano alla fuga perché quello era capace di mangiarsi in un giorno le provviste di una settimana. Ciacco si vendica dei suoi concittadini affermando che l’inferno è pieno di loro perché superbi, avari ed invidiosi.
Nel canto ottavo, girone iracondi, troviamo tutto pieno di fango, Filippo de’ Caviccioli detto Argenti, ricchissimo cavaliere che si guadagnò questo soprannome perché una volta fece ferrare il suo cavallo con zoccoli d’argento. Ricco ma superbo, attaccabrighe, violento tanto che sembra che durante una lite avesse preso a schiaffi lo stesso Dante
il quale non voleva prestarsi ai suoi maneggi. e Dante, giù nella palude stigia il riccone, tiè!!!

Canto decimo, girone eretici ..qui sono due e famosi! Cavalcante de’ Cavalcanti, padre del poeta Guido che ricco e raffinato com’era ebbe fama di epicureo e il grande Farinata degli Uberti. E’ indubbiamente uno dei canti più belli e dove Dante rende omaggio al nemico di parte si, ma gran signore e soprattutto ad un vero fiorentino. Su di lui non
spreco parole si sa che fu grande in tutto ed anche se fu artefice della più sanguinosa sconfitta fiorentina, fu anche colui che la “difese a viso aperto”. I suoi nemici per dirne male dovettero inventarsi l’accusa di eresia, cosa normale a quei tempi.

Girone suicidi canto tredicesimo: qui abbiamo un anonimo fiorentino che dice di essersi impiccato nella propria casa e nel quale è parso ravviare Lotto degli Agli giurista famoso che si uccise sembra per il rimorso di aver pronunciato una condanna ingiusta. Perla rara direi, certi magistrati di oggi sono pregati di prendere esempio!!!
Canti quindicesimo e sedicesimo, sodomiti… fiorentini a sfare! Nulla di strano del resto perché la sodomia allora era chiamata “vizio fiorentino”. Primeggia Brunetto Latini che Dante chiama maestro.
Notaio di parte guelfa, subì l’esilio dopo Montaperti e scrisse un trattatello di sapere universale detto “Il tesoretto”. Gli piacevano i ragazzi, e allora? Nessuno è perfetto così come piacevano al Conte Guido Guerra, valoroso cavaliere che fa compagnia a Ser Brunetto. Tegghiaio Aldobrandi degli Adimari fu uomo di grande buonsenso tanto che si adoperò affinché non fosse dichiarata la disastrosa guerra contro Siena, ma questo non lo salvò dal preferire la compagnia maschile. Invece l’ultimo signore che troviamo una scusa ce l’aveva. Pare infatti che Jacopo Rusticucci avesse per così dire, saltato il fosso, a causa della moglie brutta ed arpia che gli avevano imposto.

Canto diciassette usurai. Da notare la finezza del Sommo che per presentare i peccatori prima ci mostra il loro blasone. Leone azzurro in campo rosso per Catello de’ Gianfigliazzi guelfo nero oltre che strozzino, oca bianca, per Ciapo degli Obriachi e tre montoni in campo d’oro per Buiamonte de’ Becchi che fu gonfaloniere e banchiere ma
che per brama di guadagno, poi fallì venendo condannato per truffa. Bei tempi!!
Scendiamo ancora e nel venticinquesimo vanto fra i ladri si trovano Cianfa dei Donati, ladro di cose e di bestiame ed Agnolello de’ Brunelleschi che non contento di rubare anche ai propri genitori, passava dalla loro bottega ed attingeva alla cassa, così per gradire.
Troviamo anche Buoso Donati che non potendo più per limiti di età, lucrare grazie alla carica pubblica che ricopriva, fece in modo che tale carica la ricevesse un suo protetto (che gli avrà allungato di sicuro una sostanziosa bustarella), un certo Guercio de’ Cavalcanti che troviamo qui insieme al suo amico. Andiamo oltre e nel ventottesimo canto tra i seminatori di discordia troviamo discordia troviamo Mosca de’ Lamberti che “fu mal seme per la gente tosca”. Il signore in questione è ricordato per aver pronunziato la famosa frase cosa fatta capo ha” in merito all’uccisione di Buontelmonte dei Buontelmonti, si proprio di quel ragazzo che scatenò un putiferio a Firenze con i suoi sospiri amorosi. Mosca con le sue parole praticamente provocò quella scissione che fu detta fra guelfi e ghibellini. Non male neppure per quei tempi, visto quello che poi accadde.

Sempre fra i seminatori di discordia troviamo, ahimè un parente di Dante, Geri del Bello. I Del Bello era la casata che si era originata da un prozio di Dante ed infatti questo Geri era un cugino del padre del Sommo Poeta. Pare che fosse un rissoso ed un violento ed alla fine venne ucciso da un Sacchetti. Nessuno aveva vendicato questa morte e l’onta pesava ancora sulla famiglia Alighieri.

Trentesimo canto, troviamo Gianni Schicchi di cui vi ho parlato insieme
all’alchimista Capocchio, arso sul rogo. Coraggio, siamo al canto trentadue quello dei traditori, sia dei parenti che della patria, dove però si abbonda in fiorentini, segno che il  tradimento a Firenze era uno sport piuttosto diffuso. Il primo che Dante trova nel Cocito, il lago gelato è Bocca degli Abati, il ghibellino infiltratosi fra i guelfi a Montaperti e che recidendo con un colpo di spada, la mano al porta stendardo fiorentino, decretò in pratica la sconfitta di Firenze.. Di lui potrei parlarvi abbondantemente (gli ho dedicato un capitolo nel libro che ho scritto sulla sua famiglia) ma non vi annoierò oltre limitandomi a dire che sicuramente Bocca era parente stretto del nonno materno di Dante, il poeta Durante degli Abati e che questa parentela con un traditore doveva urtare parecchio il suscettibile Alighieri; infatti gli rifila un pedatone nel viso che neanche Ronaldo…e poi gli strappa i capelli…. Insomma un comportamento non certo da gentelman. Andiamo avanti e subito dopo troviamo i Conti Alberti fratelli che non seppero far altro che scannarsi fra loro, Sassol Mascheroni che per ereditare da uno zio
vecchio e malazzato ma che ahimè aveva un figlioletto pensò bene di farlo fuori ma si ritrovò poi senza testa quando il misfatto fu scoperto.
Ultimo, per fortuna Gianni Soldanieri, ghibellino ma che tradì i suoi compagni nel 1266 quando si trattò di cacciare i filo imperiali da Firenze.
Qui da l’inferno è tutto, passo e chiudo sperando di non aver dimenticato nessun dannato (non vorrei venissero a tirarmi i piedi stanotte.
Se vi ho annoiato, mandatemi pure all’inferno, troverò tanti concittadini.

COME PUBBLICARE CON UN GRANDE EDITORE

di Carlo Menzinger

Giovedì 5 Settembre 2019 il GSF – Gruppo Scrittori Firenze ha ospitato presso la Laurenziana un accurato, meticoloso e molto illuminante intervento dello scrittore ed editor toscano Vanni Santoni.

Vanni Santoni, poliedrico autore la cui produzione spazia dal mainstream al fantastico, all’umoristico, passando per l’esperienza giornalistica, ha pubblicato con numerose case editrici di tutte le dimensioni (Mondadori, Feltrinelli, La Terza, Minimum Fax, Voland, Mattioli, Duepunti, GAMM), è editor per Tunuè (responsabile della narrativa), autore di articoli, saggi e interviste per Il Corriere della Sera, Internazionale, Linus, Il manifesto, Mucchio Selvaggio, Vice, Orwell, Le parole e le cose, Nazione Indiana, Carmilla, Nuovi Argomenti, Alfabeta2, minima&moralia, GAMMM, Rolling Stone, pagina99, docente di importanti scuole di scrittura creativa come la Scuola Holden, finalista del Premio Strega.

È insomma persona che ben conosce il mondo dell’editoria in tutti i suoi aspetti.

Il GSF è stato dunque onorato di averlo ospitato nella serie di incontri letterari organizzati da Barbara Carraresi e Carlo Menzinger presso l’ASD Laurenziana di Firenze.

Dopo che Barbara Carraresi ha illustrato questa serie di eventi e il Presidente dell’associazione Vincenzo Sacco ha raccontato le molteplici attività portate avanti dal GSF (concorsi letterari, corsi di scrittura, presentazioni letterarie, libri collettivi e libri d’arte…), Carlo Menzinger ha introdotto Vanni Santoni.

L’intervento di Vanni Santoni è partito dalla definizione di casa editrice “importante”, illustrando innanzitutto la composizione dei principali gruppi editoriali italiani (Mondadori, GEMS, Feltrinelli, Giunti), elencando e descrivendo le altre principali realtà editoriali (Adelphi, Nave di Teseo, Newton, Sellerio, Fazi, Neri Pozza, E/O, Minimum Fax, marcos y marcos, Add, Suv, Voland, Tunué, Keller, Nutrimenti…).

La serata è diventata particolarmente interessante quando Santoni ha spiegato quali siano le case editrici con cui merita pubblicare. Limitandosi a un accenno a quelle a pagamento, che non sono neanche da prendere in considerazione se si vuole puntare a raggiungere, prima o poi, la grande editoria, ha evidenziato che le sole case editrici che possono dare qualche speranza di successo sono quelle che distribuiscono in modo capillare i propri libri nelle librerie di tutto il territorio nazionale. Tra queste ci sono ovviamente i grandi editori, ma anche alcuni editori medi. Santoni ha spiegato come la mancanza di una massa critica di volumi in libreria decreti il pressoché sicuro flop di vendite del libro.

Avevo presente la suddivisione delle case editrici in piccole, medie e grandi in base al numero di volumi pubblicati e venduti, ma in questo modo ritroviamo come medie case editrici che pubblicano molti libri ma non li distribuiscono, limitandosi ad attendere che siano ordinati.

Per un autore, dunque, è più importante sapere quanto e come distribuisca una casa editrice piuttosto che quanti libri pubblichi.

In merito alle case editrici che hanno una buona distribuzione, mi è parso di poter dedurre che queste siano anche quelle che non solo non chiedono contributi agli autori (orrore!) ma (a qualcuno forse parrà incredibile), pagano degli anticipi, come nelle storie di autori americani. E questo in Italia!

Ebbene, nota Santoni, tanto maggiore è l’anticipo che l’editore paga per un libro, tanto più ci crede e tanto più ci investe.

Verrebbe, dunque, da dire: evitiamo di pubblicare se non riceviamo un anticipo, perché questo è sintomo che non ci sarà sul nostro libro alcuna campagna promozionale.

Quando ha dovuto spiegare come si faccia a farsi pubblicare da un grande editore, Santoni è partito con dire che cosa non si deve fare.

Mi permetterei di riportare la simpatica metafora calcistica che ha usato per illustrare il più classico degli errori di approccio in cui temo molti di noi siano caduti: inviare il nostro romanzo all’editore!

Farlo, spiega Santoni, è come se volessimo giocare nel Milan e per farlo ci mettessimo in calzoncini con una palla in mano davanti a San Siro aspettando che qualcuno ci noti. Anche palleggiare un po’, aggiungo io, sarebbe del tutto inutile!

Una casa editrice che si vede recapitare un dattiloscritto da uno sconosciuto lo guarderà allo stesso modo, ovvero come uno sciocco che non ha capito nulla dell’editoria.

Altro classico errore in cui molti di noi incorrono, incluso il sottoscritto, è quello di credere che pubblicare con un piccolo editore sia un primo passo verso uno più grande.

Non solo non è vero (contrariamente a quanto ho comunemente sentito sostenere da tali piccoli editori), ma è addirittura deleterio, perché crea un curriculum negativo.

Se siamo esordienti, la casa editrice può solo valutare il nostro testo e come ci presentiamo come autore (aspetto forse più importante). Se, invece, malauguratamente, abbiamo già pubblicato due o tre libri (o peggio una ventina) con piccoli editori senza distribuzione (e che quindi non hanno piazzato almeno 2, 3 copie in ogni libreria che conta del nostro libro e quindi -logica conseguenza- abbiamo venduto solo qualche centinaio di copie o magari meno e, per giunta, per canali non ufficiali (le copie, per esempio, che vendiamo direttamente), ecco che quando e qualora l’editore importante ci prendesse in considerazione, prima ancora di guardare il nostro testo, andrà a vedere chi siamo e scoprirà, ahimè,  che pur avendo pubblicato, non siamo mai finiti nelle classifiche di vendita, ecco che sul nostro nome metterà una bella croce e il libro neppure lo aprirà.

Fin qui, quello che non si deve fare, ovvero:

  • mandare i testi al grande editore e
  • pubblicare con editori senza vera distribuzione (il fatto che i volumi, come per il self-pubblishing siano ordinabili in ogni libreria fisica o elettronica, non conta nulla: i volumi devono essere presenti in libreria).

Come fare, allora, per raggiungere i principali editori, quelli che contano davvero?

La cosa positiva è che, a sentire Santoni, questo non è impossibile, del resto lui, per esempio, c’è riuscito.

Di nuovo una metafora calcistica: invece, di palleggiare davanti San Siro, cominciamo a giocare in una piccola squadra locale, passiamo alle giovanili, arriviamo in serie C, in serie B e, infine, all’agognata serie A. Se saremo molto bravi, magari salteremo un po’ di passaggi, ma la gavetta, cari signori, va fatta! A meno che non siate nati dal lato giusto della barricata. Se siete già famosi, per esempio, potete anche puntare dritti a meta.

Fin qui, tutto ovvio, direte voi. Già. E la traduzione nel mondo editoriale parrebbe banale: prima pubblico con un editore piccolo, poi con uno più grande, fino ad arrivare dove voglio (a patto di valere, perché il nostro è un mondo meritocratico; qualcuno ne dubita forse?).

Troppo facile! Come detto, pubblicare con un editore così piccolo da non avere reale distribuzione e non dare anticipi, è peggio che non farlo.

Le nostre “giovanili”, infatti, non sono i piccoli editori, ma le riviste letterarie.

C’avevate pensato? Avete pensato che invece di sfornare subito un bel romanzo di mille pagine, forse prima occorre apparire sulle riviste che contano o pensavate che ci sareste finiti dopo, per effetto del vostro meritato e agognato successo?

Dobbiamo allora pubblicare sulle riviste. Qualunque rivista? Certo che no. Solo quelle che vengono lette. Lette da chi? Lette dagli addetti ai lavori. E questi chi sarebbero? Le case editrici che fanno scouting, che cercano “talenti”. Magari piccole case editrici (ma abbastanza grandi da aver distribuzione, va ripetuto. È un concetto basilare). Magari ti pubblicheranno. Se avrai successo, case editrici più grandi ti cercheranno e così via. Immaginerei, però, non troppi passaggi, forse dai due ai quattro, se si vuole aver successo.

E che libri pubblicano poi le case editrici? Altra sorpresa: non necessariamente libri già scritti. Individuato il nuovo autore, gli editori preferiscono dargli da scrivere qualcosa piuttosto che prendere un testo preconfezionato. Con le dovute eccezioni, sia chiaro.

Ma torniamo all’inizio del nostro percorso: le riviste.

Quali sarebbero queste riviste? Per esempio, l’Indice, Nazione Indiana, Il Rifugio del Ircoocervo, Le parole e le cose, GAMMM, Minima & Moralia, L’Indiscreto, Doppio Zero, Carmilla, Alfabeta 2, Poetarum silva, Nuovi argomenti, Zest, Crapula, Il tascabile, Il primo amore, Finzioni, Colla. A Firenze c’è Street Book Magazine, ma non ha rilevanza nazionale.

E che cosa dovremmo pubblicare nelle riviste? Verrebbe da dire: estratti del nostro romanzo, nostri racconti. Meglio di no. Si devono pubblicare invece recensioni di altri libri, se possibile libri su cui l’editoria punta ma poco recensiti. E come dovrebbero essere fatte? Non una paginetta e via. Belle corpose. Autentiche analisi di qualche testo, autori o nuova tendenza, cosa da una ventina di pagine (mi sembrano tante per essere letti).

Sembra una strada tortuosa per chi voglia farsi notare per la narrativa che scrive e non per come commenta quella degli altri, ma è così che si entra nel giro, pare. Prima qualche recensione sulle riviste, poi qualche racconto e poi, chissà, magari qualcuno ci nota. Un vero lavoro, non certo attività da dilettanti allo sbaraglio.

Sarà questa la ricetta per il successo letterario? Forse sì o forse è solo una delle possibili.

Di recente ho sentito lo scrittore Franco Forte, editor Mondadori per Urania che diceva che i testi, invece, vanno mandati alle case editrici e che l’importante è come lo si fa e, soprattutto a chi si mandano. Dobbiamo individuare, diceva Forte, l’editor della collana in cui riteniamo il nostro libro vada pubblicato e scrivere direttamente a lui. Secondo Forte, questo aumenterebbe molto le probabilità di essere letti, rispetto a invii generici che fanno fare lunghi giri al dattiloscritto.

Del resto, anche la storia di Vanni Santoni, farebbe pensare che l’immagine del tipo a San Siro sia un po’ esagerata, offerta più che altro per rendere il concetto. “Gli interessi in comune” di Santoni, infatti, fu pubblicato da Feltrinelli proprio mediante l’invio di un manoscritto. Qual’era la differenza tra lui e l’aspirante giocatore del Milan? Non da poco.  Santoni non era sconosciuto: aveva pubblicato già “Personaggi precari”, aveva vinto due concorsi nazionali ed era apparso su Nazione Indiana, GAMMM e altre riviste.

Insomma, gli editori importanti se gli mandiamo i nostri testi ci guardano davvero come dei tipi fuori dal mondo o ci prendono in considerazione?

Sinceramente, tendo a credere di più alla versione di Santoni, se non altro perché immagino che più grande sia una casa editrice, più sia sommersa di testi e, dato che le redazioni non sono mai immense, leggerli tutti è impossibile. Penso sia già tanto se ricevono un’occhiata generica alla scheda di accompagnamento. Pubblicare, distribuire e promuovere costa. È un investimento. I libri da pubblicare e seguire vanno scelti con cura. Immagino che Forte, quando diceva che gli editor leggono i manoscritti si riferiva, forse, a quelli di gente come Santoni e non di perfetti sconosciuti.

E le agenzie letterarie? Se è vero che nel mondo anglosassone, spiega Santoni, si arriva agli editori tramite loro, questo in Italia è assai meno vero e, soprattutto, occorre stare attenti agli pseudo-agenti che chiedono soldi per rappresentare gli autori: la rappresentanza si paga ma in percentuale sui proventi dell’autore sulle vendite future (circa il 10%), non in importi predeterminati e anticipati. Altra cosa è la predisposizione di una scheda di presentazione del libro o un lavoro di editing. Inoltre, aggiungo io, alcuni agenti non lo sono per nulla, nel senso che non offrono il servizio fondamentale che è la rappresentanza dell’autore. Per raggiungere gli editori maggiori, direi poi che occorre farsi rappresentare dagli agenti maggiori e questi sono solo pochi nomi, altrettanto irraggiungibili delle grandi case editrici. Farsi rappresentare da un agente senza mercato (senza un track-record di autori pubblicati presso editori rilevanti) è, a mio avviso, una semplice perdita di denaro (a meno che non ci si ritenga totalmente incapaci di raggiungere un editore da soli, ma se avete contattato l’agente potete anche contattare l’editore, no?).

Per quanto riguarda i Premi Letterari che non siano di rilevanza nazionale, la mia impressione personale, è che siano del tutto inutili sia per farsi notare dalle case importanti, sia per incrementare le vendite dei libri.

Talora possono servire per raggiungere un editore.

Santoni, per gli esordienti, ha segnalato il Premio Italo Calvino e il Premio Neri Pozza. In particolare, dal Premio Calvino sono emersi alcuni importanti autori.

Credo che un altro concorso interessante sia quello del Gruppo Mauri-Spagnol IoScrittore. Chi vince viene pubblicato dalla casa editrice. A parte questo, trovo che meriti come esperienza, perché ogni autore oltre a essere giudicato, giudica i testi degli altri partecipanti in forma anonima. Si ricevono così giudizi sinceri e taglienti che sui social neppure i nickname riescono a rendere tanto espliciti.

Tra i concorsi minori, possono forse meritare quelli di genere.

E le scuole di scrittura servono? Più che per imparare a scrivere (cosa che si impara soprattutto leggendo e scrivendo molto) sono utili per conoscere altri autori e addetti ai lavori.

Per chi volesse approfondire ulteriormente Vanni Santoni consiglia il suo articolo “Guida dell’aspirante scrittore: tutti i segreti e retroscena dell’editoria per l’esordio”, pubblicato su “Il Rifugio dell’Ircocervo”.

Gli incontri letterari del GSF presso la Laurenziana, via Magellano 13 Rosso (Firenze Nova), continuano giovedì 19 Settembre 2019 alle ore 18,00 sul tema “Creare mondi immaginari”, un confronto tra autori su fantascienza, fantasy e ucronia. Introducono la tavola rotonda Barbara Carraresi, Carlo Menzinger, Massimo Acciai e Barbara Mancini.

Ingresso libero anche per i non iscritti. Vi aspettiamo.

Carlo Menzinger di Preussenthal

www.menzinger.it

www.grupposcrittorifirenze.it

 

Umorismo fiorentino

di Antonella Bausi 

“La storia fiorentina è la storia tipica di una città nella quale l’intelligenza predomina”. Premetto che questa frase non è mia, ma di Guido Piovene, e devo convenire  che mai espressione disegnò meglio la nostra città.

Eh si sa, noi fiorentini siamo un po’..come dire, superbi e maligni. O meglio, siamo talmente convinti di essere più intelligenti (oggi si direbbe, ganzi) degli altri che, specie se ci si trova davanti a qualcuno che sia “d’ingegno quieto più che vivo”, insomma uno di quelli che vengono chiamati con velato (ma non tanto) disprezzo, “merendoni”, ecco che subito ci scatta l’uzzolo di prenderlo in giro e perché no, giocargli qualche tiro birbone. Nulla di cattivo per carità, ma sotto sotto la voglia dello spregio c’è.

Basta pensare a come per traslitterazione, il cognome di una famiglia importante, i Bischeri, sia diventato il sinonimo per eccellenza per definire una persona non proprio brillante. Eh si, i Bischeri non avevano altro da fare che rifiutare di vendere le loro case per la bella cifra offerta dalla Repubblica fiorentina  che in quell’area voleva impiantare la fabbrica del Duomo.  Le case poi furono espropriate per un tozzo di pane e loro rimasero appunto come …bischeri!!

E che dire del Lica ormai diventato proverbiale a Firenze? L’espressione “guadagno del Lica” è da usata da secoli per definire un qualcosa dove il rapporto convenienza prezzo è inesistente. Pare infatti che questo Lica, giovane e belloccio garzone, fosse innamorato di una donnina di mercenaria virtù. Ma era povero, il suo salario era insufficiente e la signora non la dispensava certo gratis. Cosa fece allora il nostro baldo giovanotto per realizzare il suo sogno? Visto che era bello e preso di mira da certi  nobiluomini (eh si, certi vizi esistevano anche allora!) divenne un “prostituto”. Da qui il grezzo modo di dire …“ha fatto il guadagno del Lica che dava via il c… per pagarsi la..” e la rima si indovina facilmente.

Siamo tremendi ed addirittura c’è chi fa risalire l’origine del pesce d’aprile a Firenze, dove alla base di tutto, ovviamente, ci sarebbe un pesce e una piazza fiorentina verso la quale gli ingenui venivano inviati per acquistare una merce inesistente.

Inoltre noi fiorentini abbiamo il gusto della battuta irriverente che non porta rispetta a nulla e a nessuno e che ci fa scherzare anche quando siamo in articulo mortis. Abbiamo il viziaccio di ridimensionare tutto e tutti, autorità costituita in primis e, soprattutto, ci sentiamo investi dalla sacra missione di essere lo spillo che buca i… palloni gonfiati!!! Sapete, per intenderci, quei tipi magistralmente descritti dal Boccaccio… “appena usciti dalle troiate, vestiti di romagnolo con la penna in culo e le calze a campanile”. Ecco appunto, sono proprio questi “signori” che diventano i bersagli preferiti dei nostri scherzi. Non per nulla quando uno si è arricchito e posa a fare il signore lo si chiama “pidocchio rivestito”!!!

Probabilmente ce l’abbiamo nel DNA e gli esempi nella nostra storia abbondano, tanto che se ne trovano tracce ed anche belle nella letteratura.  Da dove vogliamo iniziare?

Beh lo stesso Decameron, ne porta degli esempi illustri e conosciuti a cominciare da due novelle dell’ottavo giorno dove il povero e sempliciotto Calandrino viene beffato dai suoi degni compari (novella dell’elitropia e quella del furto del porco). Nella terza novella della nona giornata,  Maestro Simone, messo su da Bruno e Buffalmacco, fa credere a Calandrino che è pregno, ovvero incinto!!!! Tra l’altro, lo stesso Buffalmacco, pittore minore ma buon pittore del trecento, era famoso per gli scherzi che organizzava e sicuramente al Boccaccio ne arrivarono i resoconti.

Anche le donne fiorentine sono argute e qui fanno egregiamente la loro parte, come quella signora che trovata quasi in flagrante adulterio, con mossa magistrale rovescia la situazione e mette il marito nei pasticci facendolo passare per visionario o ubriaco, oppure come la moglie di Gianni Lotterighi che nella novella della “Fantasima” riesce a far allontanare l’amante senza che il marito abbia il minimo sospetto.

In sintesi Boccaccio ci vuol comunicare che se si è scarsi di sale in zucca, ben ci sta ad essere beffati e chi legge inevitabilmente si ritrova a stare dalla parte di chi gioca il tiro birbone, più che da quella di chi lo subisce.

Anche il Sacchetti nel “Trecento novelle” ci fornisce esempi di questo spiritaccio toscano e soprattutto fiorentino. E che dire poi della famosa beffa di Gianni Schicchi di cui ho già altre volte parlato?

Nel secolo quindicesimo in questo campo primeggia il Pievano Arlotto, parroco della chiesa di San Cresci a Macioli, vicino  a Pratolino, il cui nome diventerà proverbiale per le burle che ha ordito, tanto da far pensare che l’espressione “scherzi da prete” prenda spunto da quello che combinava e che, nei secoli seguenti è stato ritratto in diversi quadri a testimoniare la sua duratura fama cittadina.

Era conosciuto e amato perché le sue facezie, anche se spinte per un ecclesiastico, rallegravano lo spirito e lo stesso Vescovo di Firenze, Antonino Pierozzi (futuro santo), dopo averlo bonariamente ripreso alcune volte, alla fine lo lasciò libero di continuare la sua vita che in fondo non offendeva nessuno. Il suo spiritaccio non si smentì neanche in punto di morte e volle che sulla sua  lastra tombale fosse scritto che “questa sepoltura la fece fare  il Pievano Arlotto per se e per tutte le persone che dentro vi volessero entrare” !

Andiamo avanti di un secolo e nel sedicesimo campeggia la beffa per eccellenza messa in commedia e diventata famosissima…. “La Mandragora”! Beffa tremenda, magistralmente architettata, che porterà una donna virtuosa a diventare, felicemente, l’amante del giovane innamorato di lei, alla faccia dell’anziano consorte ignaro di essere stato raggirato perché sicuro di diventare padre!!!

Continuerà la tradizione Antonfrancesco Grazzini dello il Lasca, che riprenderà la tradizione boccaccesca e che nelle commedie come “La Strega”, “Il frate” e “L’arzigogolo” farà largo uso del suo umorismo per prendere in giro gli sprovveduti (che di regola sono anche dei presuntuosi) e che alla fine risultano sempre inesorabilmente beffati.

Nel secolo diciassettesimo, secolo cupo e bigotto, specialmente a Firenze sotto la guida austera degli ultimi Medici, non si penserebbe di trovare traccia di burle ed invece ecco a voi Giovan Battista Fagiuoli spirito allegro quanto mai, che anche come commediografo seppe ridare nuova linfa ad un teatro di maniera e che non si peritava di rispondere in modo arguto pure all’austero Cosimo III, forse perché si sapeva protetto dal fratello di questi, il ridanciano ed obeso Cardinale Francesco Maria.

Una volta, con un senso dell’umorismo un po’ macabro, assistendo in diretta al volo disastroso di un povero acrobata che si esibiva in una piazza fiorentina, osservò che essendo presenti almeno cinquanta religiosi, il disgraziato doveva aveva ricevuto almeno trenta assoluzioni in articulo mortis prima ancora di precipitare al suolo!

Fine diciottesimo secolo, inizi del diciannovesimo; arriva Napoleone con i francesi che iniziano i proclami con il roboante “Nous voulons” ma il plurale maiestatis non impressiona certo i fiorentini che non ci mettono molto a ribattezzare i nuovi conquistatori “I nuvoloni” ribattendo poi, visto che i francesi non avevano portato nulla di positivo “accio accio gliera meglio il granducaccio”. Tanto si sa che non siamo mai contenti!!!

Facciamo un salto ancora ed arriviamo nella seconda metà del secolo diciannovesimo, anzi nel 1849. Gli austriaci hanno vinto su tutta la linea rimettendo i vari sovrani sui loro troni ed il Granduca Leopoldo II che ebbe la bella pensata di andare incontro a Pio IX di ritorno da Gaeta e che si fermò a Firenze, fu oggetto di un lazzo feroce. Il sovrano era religiosissimo ed quindi in segno di reverenza, prese la mula papale per la cavezza e camminò accanto al Pontefice. Bastò per far venir fuori alcune strofe irriverenti.. “Esempio d’umiltà sublime e raro, Cristo in Sionne entrò sovra un somaro. Entrò in Firenze il suo vicario santo, anch’ei col ciuco, ma l’aveva accanto”. Ed il Granduca è servito.

Povero Granduca detto anche dai suoi sudditi irriverenti “Canapone” a causa dei capelli biondo stoppa. E qui faccio una digressione. Quando ero bambina i miei genitori mi portavano spesso al micro zoo che era allestito nel Parco delle Cascine. Pochi animali spelacchiati, fra i quali un cammello che veniva chiamato appunto Canapone perché il labbro inferiore sporgente e il modo di incedere un po’ dondolante richiamavano alla mente la figura del vecchio Granduca!!! La presa di giro verso il bistrattato sovrano continuava ancora cent’anni dopo che da se n’era andato.

Sempre in quell’anno, il Lachera trippaio che non le mandava a dir dietro a nessuno e che ce l’aveva con il Granduca ritornato sotto la protezione degli austriaci, prese a pretesto la ripulitura il famoso bronzo del  porcellino per mettersi vicino alla statua e  berciare …e  l’hanno ripulito, ma gli è sempre un porco…”, ovviamente con il ben evidente doppio senso.  Ma mica solo con i Lorena se la prendeva il Lachera.

Nel 1861 era nato da poco il Regno d’Italia che secondo i roboanti proclami doveva essere una nuova età del benessere ed invece aveva accentuato la miseria; quindi il Lachera non si peritava di gridare e s’avea a notar nell’oro, e s’avea… …e invece gli è tutto rame… Lo dicean figliacci di puttane… ma per loro facendo tintinnare con la mano nella tasca del suo grembiule le poche monete che invece di essere d’oro erano spiccioli di rame!!

Siamo nel 1870, Firenze non è più capitale? Arrivata puntale la frecciata “Torino piange quando il prence parte e Roma ride quando il prence arriva; Firenze, gentil culla sell’arte l’ha in tasca quando arriva e quando parte”, non velata allusione allo scempio fatto dai piemontesi.

Il secolo ventesimo vede l’avvento del fascismo che ad un certo punto mette obbligatorio l’uso del “Voi”; un bel giorno la targa che indica il Viale Galileo Galilei si ritrova un frego sull’ultima parte del cognome dello scienziato ed in bella vista una correzione scritta con il  pennello nero ed il viale diventa “Galileo Galivoi” suscitando matte risate nei fiorentini!!! Un po’ meno avranno riso i fascisti che ahimè erano tristemente famosi per essere sprovvisti di ogni sens of humor.

Durante la guerra non si ha voglia di scherzare neppure a Firenze e soltanto nei confronti dei paracadutisti della Folgore ci si permette una battuta. Questi baldi giovani ogni tanto avvertono con dei volantini che caleranno a Firenze. Dato che però si continua a non vederli verranno ribattezzati “I calamai”!

Siamo nel novembre del 1966 e Firenze vive una delle sue più grosse tragedie, l’alluvione. Passato il primo momento di smarrimento i fiorentini si rimboccano le maniche e con la voglia di riscatto riaffiora il loro perverso senso del ridicolo. Appaiono cartelli con scritto (si tratta di un ristorante) “Oggi umido”, giocando sul doppio senso fra l’umidità portata dall’alluvione e la cucina fiorentina per la quale l’umido è il piatto dove la vivanda viene rifatta con il pomodoro,  mentre fuori da un negozio di stoffe si legge “Stoffe irrestringibili garantite; già bagnate”, oppure “Prezzi sott’acqua” per finire con la battuta pronunciata da un ignoto fiorentino la notte di Natale. Era venuto il Sommo Pontefice a celebrare la Messa di mezzanotte nella città martoriata, Messa che si svolgeva all’aperto, nella piazza di Santa Croce ed il Santo Padre vedendo la grande folla disse commosso: “Stanotte in cielo volano gli angeli”; al che sembra che uno spettatore abbia detto chiaramente “Per ora son volate solo di molte madonne”  ed i fiorentini sanno bene cosa si intenda nella nostra città con la parola madonne…bestemmie o meglio moccoli!!! Per fortuna Paolo VI non sentì sennò ci comminava l’interdetto e la scomunica. Non si sa se è vera, ma come si dice, se non è vera è ben trovata e rispecchia il nostro animo.

E dove vogliamo mettere l’ironia fiorentina di “Amici miei” sia la parte prima che seconda? La burla della tomba al povero vedovo è feroce e non è la sola.

E guai a ad essere un’autorità e sparare frasi appunto a..bischero.

Ne sa qualcosa Matteo Renzi sul quale riporto due battute. La prima, quando era ancora Sindaco e venne la famosa nevicata del 17 dicembre 2010. Il primo cittadino dichiarò con la solita aria un po’ sprezzante che lo contraddistingue, che le proteste non lo toccavano perché lui aveva la coscienza a posto in quanto aveva fatto spargere il sale per le strade. Bene, visti i risultati risibili, qualcuno scrisse e proclamò “O Renzi co ‘i sale che tu’ hai sparso un si condisce nemmeno l’insalata”!

La seconda fu un  chiaro messaggio a lui come premier e al ministro Maria Elena Boschi (ex Cda di Publiacqua, la municipalizzata nel mirino di diverse indagini), entrambi impegnati nella campagna referendaria per il  al quesito sulle riforme istituzionali, mentre la rete idrica cittadina faceva, è il caso di dirlo, acqua da tutte le parti. Sapete che scrissero le nostre linguacce?  “Cambia i tubi, non la Costituzione”. Visto come gli è andata dopo, i fiorentini avevano ragione.