Neologiorno n.8: Stupidezia

di Stefi Pastori Gloss

[stu-pi-de-zia]

SIGN Che ha carattere di spumeggiante e poco impegnativa facezia, vagamente arguta. Condensazione di stupidità e inezia, [dal lat. stupidĭtas -atis, der. di stupĭdus «stupido»] e [dal lat. ineptia, der. di ineptus «inetto»; propr. «cosa da uomo inetto, da uomo sciocco»] Se la stupidità si rende versatile in due modi, come stato di torpore, insensibilità o sbalordimento, causato da condizioni fisiche o morali, oppure riferita allo “stupido”, esprimendo una condizione duratura di “carenza” e “lentezza” nel comprendere, è perché deriva dal verbo latino stupēre che, nella trasposizione in italiano, ha due accezioni distinte: una riguarda chi è “stupito”, in una condizione cioè d’incapacità o passività, indotta da stupore; l’altra, chi è minorato nella sua capacità di intelligere tra le cose.

D’altro canto, inèzia s. f. è cosa di poco conto, di scarso valore o importanza; talora usato per modestia, accennando a opere, letterarie o artistiche proprie, o anche di cose che comportano poca fatica o poca spesa, oppure ancora, con riferimento a fatti, esprime per lo più la futilità, la sproporzione tra la causa e gli effetti.

La signora che ha creato la stupidezia intendeva proprio questo: arguire argomentazioni assonanti alla assenza di acume, come a sottolineare la propria modestia d’ingegno, seppur presente.

Maestro di stupidezie fu Ennio Flaiano, con i suoi leggiadri aforismi, dove la parola aforisma, per l’appunto, può essere ragionevolmente sostituita da stupidezia: la stupidità degli altri mi affascina, ma preferisco la mia.

Con significato concreto, cioè detto, azione, comportamento vacuo, ma allegro, non necessariamente intelligente, ma simpatico.

Questa parola non è la più facile da padroneggiare, ma porta un pensiero raffinato, e saper distinguere e circoscrivere la stupidezia significa saper dominare un tipo speciale di vanità. Descrive un desiderio di auto affermazione, un’aspirazione che non può trovare attuazione per presunta incapacità. Lo zio ha delle velleità da pittore e dipinge stupidezie, il sindaco nell’esercizio della sua funzione amministrativa locale, compie stupidezie di politica nazionale, e “con questa stupidezia, ritenetevi augurati tutti quanti” cit. Grazia Talamonti.

Della stupidezia si hanno le prime attestazioni sul finire degli  anni ’10 del Duemila. È un termine che mette allo scoperto l’ego di chi la emette e scava nella psicologia di quella persona. Ci fa leggere una sua cifra importante, talvolta grave e pericolosa, talvolta solo vincitrice sulle peggiori faccende di vita karmica.

Neologiorno n.7: Cuoriciare

di Stefi Pastori Gloss

[cuo-ri-cià-re (io cuo-rì-cio)]

SIGN Esprimere gradimento, se non addirittura amore, sui Social tramite la ‘reazione del cuore’.

Che sia dal latino ‘cord, cordis’ o dal greco ‘ker, kear, kardia’, in entrambi i casi si origina perché non presente sui vocabolari italiani, quindi necessario all’attualità, che ci vede tutti e tutte protagonisti sui Social. Questa è una parola scivolosa, perché è affascinante ma ha un significato tutt’altro che limpido. Anche se il senso originale è chiaro, le sue interpretazioni prendono colori inattesi – e in una certa misura comuni e in effetti gagliarde. È insomma una terra viva da esplorare. Soprattutto nei melmosi territori delle relazioni interpersonali. Il sentimento da cui si svolge tutto il resto, e da cui possiamo provare a farci guidare, è l’adorare qualcosa o l’atteggiamento di qualcuno, se non persino l’amore, ingenerando in alcuni casi, in particolar modo quelli degli EmmeDiEffe, grandi situazioni grandemente equivoche. Mostrano una certa irruente abilità desultoria, perché il bambinopuò lasciarsi andare ad efferate espressioni amorose senza causare drammi o dilemmi, mentre l’adulto o l’adulta, ebbri, si riprendono solo arrampicandosi, se non addirittura piroettando sugli specchi, pur di recuperare la mala figura. Non sono movenze eleganti. Il cuoriciare è un moto certo, che sta nel tempo, e non dissimula l’intenzione. Insomma, l’atto del cuoriciare, derivato immantinente da quello del piaciare, ha avuto una gran presa sull’immaginario dei frequentatori di Social.

La Bhagavad Gīta: un invito alla violenza?

Di Massimo Acciai Baggiani

bhagavad-gita-cosi-comeMentre il mio amico e collega scrittore Carlo Menzinger si leggeva l’intera Bibbia, tutta d’un fiato, per poi recensirla[1], io facevo qualcosa di analogo con un altro testo sacro: la Baghavad Gīta. Confesso che, a differenza di Carlo, io non ho avuto lo stomaco per portare fino in fondo la lettura[2]: dopo le prime 160 pagine sono saltato alle ultime tre. Non credo tuttavia di aver perso molto: come il testo sacro dei cristiani, anche quello degli induisti è pieno di ripetizioni – anzi di più. Gli insegnamenti che Kṛṣṇa impartisce all’amico guerriero Arjuna (l’intero poema è costituito da un dialogo tra i due) sarebbero sintetizzabili in una pagina. Si tratta quindi di un testo prolisso, scritto in uno stile piuttosto oscuro per chi è a digiuno di filosofia indiana: infatti la maggior parte delle 692 pagine è occupata dalla spiegazione. Sì, avete indovinato: si tratta della versione commentata da Swami Prabhupāda (1896-1977), il santone indiano dall’aspetto poco rassicurante che ha fondato l’ISKON (gli “Hare Kṛṣṇa”) negli anni Sessanta, portandoli in tutto il mondo con il loro famoso mantra, le teste rasate e gli abiti a colori vivaci. La Gīta è il loro testo di riferimento, così come quello di milioni di seguaci di quella strana religione (o piuttosto insieme di sette e scuole yogiche) che è l’induismo moderno.

Si tratta di una parte del Mahābhārata, uno dei più grandi e famosi poemi epici dell’India antica, il quale descrive la guerra per il trono da parte di due gruppi di cugini di stirpe reale: i Kaurava e i Pāṇḍava. Tra i secondi c’è appunto Arjuna, appartenente alla casta dei kṣatriya (sì, già allora c’erano le caste… non bisogna stupirsene, semmai bisognerebbe meravigliarsi che ci siano ancora ai giorni nostri!). Accanto a lui, sul carro da guerra, c’è l’amico e maestro Kṛṣṇa, la “Persona Suprema”; per intenderci, quel giovane dalla pelle bluastra che figura in tante illustrazioni, spesso circondato da belle ragazze indiane, oppure in versione infantile-pucciosa sulle copertine di dischi hippies[3].

La Gīta si apre con gli opposti eserciti schierati sul campo di battaglia di Kurukṣetra. Tutto è pronto per il massacro. Arjuna all’improvviso ha dei ripensamenti; umanamente si domanda se valga poi la pena sterminare i propri parenti per salire su un trono. Ci aspetteremmo che l’ “essere supremo” lo lodi per la sua posizione non-violenta – ciò che definisce, a mio parere, una religione degna di rispetto[4] – e che finisca tutto con un abbraccio corale tra i soldati degli opposti fronti. Macché. Il dio Kṛṣṇa non è affatto contento degli scrupoli di Arjuna, anzi lo rimprovera aspramente per l’idea di voler venir meno ai suoi doveri di soldato. Il massacro deve avvenire, così vuole Kṛṣṇa. Impossibile sottrarsi al compito di sbudellare consanguinei e amici.

Il motivo di tanta crudeltà? Semplice: il mondo materiale non ha alcuna importanza, l’anima è immortale e il suo compito inderogabile è ubbidire al Signore Supremo. Tutto è finalizzato a quello, non c’è altro scopo all’esistenza umana. Tutto ciò ci ricorda qualcosa…[5]

Dunque Kṛṣṇa non è “immorale” nell’approvare, anzi ordinare, la guerra: «la Bhagavad Gīta insegna la più alta moralità […] Si deve diventare devoti di Kṛṣṇa e l’essenza di tutte le religioni è l’abbandono a Lui.»[6] Parole forti quelle che Prabhupāda mette alla fine del suo lungo commento al poema. L’affermazione secondo cui tutte le altre religioni non sono altro che una variante (o corruzione) dell’unica vera – in questo caso dal punto di vista induista – non è nuova: qualcosa del genere lo hanno detto anche Bahá’u’lláh (1817-1892), fondatore del movimento Bahá’í, e più recentemente Raël (1973- ). Chiedere alle varie religioni di rispettare quelle altrui è chiedere troppo, a quanto pare.

Ma da dove nasce quest’odio viscerale per la “materia”? Insomma, per la “ciccia”, di cui sono fatti in modo incontrovertibile i nostri corpi? Perché tutto questo disprezzo per l’appagamento dei sensi? Dalla lettura della Gīta non è chiaro: si insiste fino allo sfinimento che la materia è brutta e cattiva, mentre l’anima spirituale è pura, ma non si capisce perché uno dovrebbe mortificarsi come gli asceti, rinunciando a tutto quello che c’è di bello nel mondo – sesso compreso, per chi ha la fortuna di poterlo praticare. L’assunto della letteratura vedica, che viene dato per scontato, è che “tu non sei il tuo corpo” (come in tutte le religioni d’altronde), che insomma la ciccia sia solo una specie di abito che uno deve togliersi a un certo punto, per prenderne magari un altro (come prevedono le religioni basate sulla reincarnazione, buddismo compreso), a logica non porterebbe automaticamente a liberarsi il prima possibile di questo “abito”, ma anzi a goderselo il più possibile, finché l’abbiamo, sempre nel rispetto degli altri ovviamente. Perché ad esempio fare sesso solo a scopo riproduttivo, esclusivamente nel vincolo matrimoniale? Chi ha inventato questa cosa? Come gli è venuto in mente?

Non ho risposte, ma certo quelle che si possono dedurre dai testi sacri non sono molto convincenti. Se esiste un dio che ha creato i sensi, penso che lo abbia fatto proprio per soddisfarli, altrimenti sarebbe un dio sadico, quantomeno schizofrenico. Con ciò non affermo che potrebbe esistere un dio – nego del tutto questa possibilità – sto parlando per assurdo. Mi convince di più l’assunto che corpo e anima (qualunque cosa questa parola indichi) sono inscindibili e che, come scriveva Valerio Negrini «l’anima e il corpo se li stacchi non sai più chi sei»[7]. La violenza quindi mirata a separare queste due entità – sia con la spada che con il lavaggio del cervello – è sempre condannabile. Non esiste guerra giusta, tantomeno se ordinata da una divinità: su questo sono arcisicuro.

Ci sono poi altre cose discutibili, dal mio punto di vista, nella fede degli Hare Kṛṣṇa: dietro i loro sorrisi un po’ ebeti c’è questa violenza (che deriva appunto dalla Gīta) e il loro vegetarianismo in questo senso mi puzza non poco: se provi compassione per gli animali macellati come puoi approvare la macellazione di esseri umani su un campo di battaglia? C’è qualcosa che non torna, così come l’affermazione del guru indiano che se proprio non si vuole rinunciare alla carne è consigliabile almeno limitarsi ad ammazzare i maiali (per via della loro “immoralità sessuale”… di nuovo la fobia del sesso dei religiosi) oppure nutrirsi dei cadaveri di animali già morti (magari per malattia?)[8] e che il guru (Prabhupāda si riferisce ovviamente a se stesso) va adorato come un Dio[9]. No, non era ironico il nostro santone: diceva sul serio. I suoi seguaci l’hanno preso in parola, almeno per la sua venerazione come divinità (se poi vadano a giustiziare suini perché fanno ciò che loro vorrebbero fare ma non possono, oppure a mangiare carcasse di vacche putrefatte, non so… spero per loro di no).

«Diffidate dei buddisti che mangiano carne» diceva una seguace di Prabhupāda, durante una conferenza a cui ho assistito. Io piuttosto diffido di chi non mangia carne ma approva il sistema delle caste, la fede cieca nel guru e la guerra di religione.

Firenze, 14 marzo 2020

Bibliografia

  • A.C. Bhaktivedanta Swami Prabhupāda (a cura di), La Bhagavad Gīta così com’è, The Bhaktivedanta Book Trust, 2013.
  • A.C. Bhaktivedanta Swami Prabhupāda, Viaggio alla scoperta del sé, The Bhaktivedanta Book Trust, 1997.
  • Satsvarupa dasa Goswami, Śrila Prabhupada, The Bhaktivedanta Book Trust International, 1994.

Note

[1] https://carlomenzinger.wordpress.com/2020/03/10/leggere-la-bibbia-tutta-dun-fiato

[2] Neanche la Bibbia ho letto per intero e tutta di seguito, perché farmi del male fino a tal punto?

[3] Ad esempio sulla copertina dell’album di Cesare Cremonini Bagus (2002).

[4] Vedi il mio articolo La vera religione.

[5] Krishna e Geova hanno diversi tratti in comune, a partire dalle idee sanguinarie…

[6] A.C. Bhaktivedanta Swami Prabhupāda (a cura di), La Bhagavad Gīta così com’è, The Bhaktivedanta Book Trust, 2013, p. 655.

[7] Anima e corpo, in Facchinetti R., Fai col cuore (1993).

[8] Queste “perle” di trovano in A.C. Bhaktivedanta Swami Prabhupāda, Viaggio alla scoperta del sé, The Bhaktivedanta Book Trust, 1997.

[9] Satsvarupa dasa Goswami, Śrila Prabhupada, The Bhaktivedanta Book Trust International, 1994.

Neologiorno n.6: Frattaim

di Stefi Pastori Gloss

[frat-tàim]

SIGN Avverbio non indispensabile per sostituire ‘frattempo’ nella locuzione ‘nel frattempo’.

Dall’unione di ‘frat-’ come prefisso – sebbene inesistente, almeno nel lemma prescelto, perché sarebbe ‘fra-’ , dell’avverbio italiano ‘frat-tempo’ e della traslitterazione fonetica del nome inglese ‘time’ ovvero ‘tempo’.

È curioso vedere per la glossopoieta come un inglese appreso in tenera età da mamma (non compassionevole, ma alessitimica, il cui obiettivo precipuo non era tanto la cultura dei figli, quanto il poter dimostrare a tutti la propria bravura nell’esercizio – solo presunto – della sue mansioni di madre trasmettendo loro non affetto ma nozionismo), dicevamo curioso per lei come sia rimasta condizionata da questo inglese appreso in fanciullezza.

Si può solo supporre che la nascita di ‘frattaim’ sia precocissima almeno quanto l’apprendimento sia dell’inglese sia dell’ironia da usare come scudo contro le violenze e soprusi della vita (tra cui, quelli appunto della madre). Digressioni personali a parte, volendo comunque recuperare un valore grammaticale della lingua italiana, in questo neologiorno quel suffisso ‘fra-’ (tra diverse cose, in mezzo) ci dà nette prescrizioni spazio-temporali, gestendo le nostre attività o complementari nell’azione, o adiacenti nello spazio o contemporanee nel tempo, attingendo dalla fisica di Einstein e della sua Teoria della relatività la propria forza intrinseca, senza scadere nella quantistica, tanto vituperata da movimenti New Age e/o pseudo buddisti, senza offesa per i Devoti e le Devote del Sutra del Loto.

Possiamo dunque dire che se aspettiamo qualcosa da qualcuno, nel frattaim ci esercitiamo nella pazienza, che ascoltiamo musica nel frattaim dell’esercizio delle nostre attività lavorative e che nel frattaim della lettura di questo neologiorno vi siete annoiati, nevvero?

Il diario di Angela: una riscrittura moderna di De Amicis

Di Massimo Acciai Baggiani

a-scuola-con-angelaProprio qualche giorno fa scrivevo un articolo[1] sulla lettura nelle scuole elementari auspicando, come gli autori del saggio Il leggere inutile[2], l’adozione di testi che non offendessero l’intelligenza e i diritti dei bambini. Ecco, penso che A scuola con Angela, dell’amico e collega scrittore Andrea Carraresi, risponda a questo criterio: adottato in diversi istituti didattici toscani, è un buon libro da dare in mano a un allievo di quarta elementare. L’autore, nato a Calenzano e residente a Sesto Fiorentino, è stato non a caso insegnante prima che scrittore: in questo libretto, sapientemente illustrato da Marco Campostrini, la protagonista racconta in prima persona il suo primo anno scolastico in Italia, presso la Edmondo De Amicis. Il sottotitolo recita Diario, un po’ segreto, di una bambina di quarta elementare tra favole e realtà: Angela è quella bambina, nata in Russia, cresciuta in un orfanotrofio che, come in un romanzo dickensiano, trova il suo riscatto presso un’amorevole famiglia italiana adottiva che vive nella Piana sestese, all’ombra di Monte Morello[3]. Angela è una bambina intelligente e sensibile; apprende rapidamente la “lingua del sì” (dimenticandosi la sua lingua madre, con cui taglia ogni rapporto, per lei doloroso) e si integra benissimo tra i suoi compagni. Altre figure importanti, oltre a quelle della maestra e dei compagni, sono quelle dei genitori e soprattutto del nonno Andrea: da quest’ultimo la nostra Angela apprende molte cose, oltre all’italiano, che le saranno utili nella vita.

Il modello di questo “diario” è chiaramente il libro più noto di De Amicis, Cuore (curiosa la coincidenza col nome della scuola frequentata da Angela[4]): un libro che ho sempre trovato orrendo, al contrario di questa riscrittura moderna di Carraresi. A scuola con Angela è sì centrato sui sentimenti e sugli affetti, riprende lo schema delle storie, raccontate dalla maestra, che intervallano la narrazione della protagonista – storie che contengono sempre una morale –, ma non è un libro melenso né moralista. La storia di Angela è quella di una bambina autentica, che vive le paure e le contraddizioni delle sue coetanee, che matura nel corso dell’anno scolastico e a cui non possiamo fare a meno di voler bene.

L’ho letto con piacere, pur avendo frequentato la quarta elementare ormai da 35 anni, e penso che adesso lo passerò a mio nipote Manuel, che invece la sta frequentando adesso. Tante cose sono cambiate nella didattica (non abbastanza, secondo me[5]) ma l’animo dei bambini è sempre lo stesso: di meraviglia davanti alla natura e di perplessità davanti al mondo incomprensibile degli adulti. Oggi bisogna parlare loro di cose attuali, come il rispetto per l’ambiente, ma anche di cose valide in tutte le epoche storiche come l’amore immenso dei genitori nei loro confronti.

Firenze, 13 marzo 2020

Bibliografia

  • AA.VV., Il leggere inutile: indagine sui testi di lettura della scuola elementare, Milano, Emme Edizioni, 1975.
  • Acciai M., La nevicata e altri racconti, Tolentino, Edizioni Montag, 2013.
  • Carraresi P.A., A scuola con Angela, Firenze, Florence Art Edizioni, 2014.

Note

[1] Acciai M., Quando leggere diventa inutile, in «Segreti di Pulcinella»

[2] AA.VV., Il leggere inutile: indagine sui testi di lettura della scuola elementare, Milano, Emme Edizioni, 1975.

[3] Luogo che mi è molto caro, dove ho trascorso solitarie ore di lettura e scrittura quando ero giovane, e a cui ho dedicato diversi racconti e poesie: si tratta di un’altura nei pressi di Firenze.

[4] Scuola che esiste davvero.

[5] Vedi il mio racconto La nevicata, in Acciai M., La nevicata e altri racconti, Tolentino, Edizioni Montag, 2013.