Giocare è importante

Di Massimo Acciai Baggiani

2019-11-01-082148Giovedì 28 ottobre è stato presentato all’SMS di Rifredi, a Firenze, il libro di Claudia Gusso, educatrice nella scuola e in associazioni sportive, Gioco Joke, edito da Corrado Tedeschi. Il libretto bilingue (italiano e inglese – la traduzione è curata da Clara Vella, ex insegnante e responsabile tra l’altro dei lunedì letterari presso l’SMS) nasce dall’esperienza diretta della Gusso con i bambini ed è indirizzato principalmente agli insegnanti; è arricchito da molte illustrazioni a colori e vuole essere uno spunto per attività linguistiche e motorie.

L’aspetto che più ha catturato il mio interesse è stato naturalmente quello linguistico. Da esperantista e glottoteta (ho creato una lingua artistica – la Lingua Indaco[1] – ed una filosofica – l’Utopiano) non potevo che apprezzare la poesia della stessa autrice “tradotta” in un idioma di sua invenzione, creato sul modello dell’Europanto di Diego Marani. Creare una lingua può essere un’attività ludica anch’essa: lo stesso Marani lo sostiene in un’intervista che gli ho dedicato anni fa[2] e io non posso che concordare; le lingue che ho creato mi hanno dato soddisfazione e divertimento. Altra cosa è l’Esperanto, su cui sono intervenuto durante la presentazione suddetta, dovendo difendere ancora una volta la lingua internazionale di Zamenhof dai pregiudizi che la circondano da quando è nata, quasi 140 anni fa: Esperanto ed Europanto sono molto diversi – il primo è un ideale pacifico e internazionalista mentre il secondo è appunto un gioco che mescola parole delle principali lingue europee.

L’ “europanto” della Gusso somiglia molto al francese ed ha una caratteristica che mi ha colpito: la “fluidità”. A differenza delle altre lingue artificiali, l’autrice non ha voluto fissare regole e neppure un lessico stabile, tanto che la parola “gioco” viene resa nella stessa poesia con ben tre termini diversi (jogo, jueg e jòk). Ecco la prima strofa[3]:

Jueg, bell jueg
diversion in el jueg
‘n exvolver com en fueg

Gioco bel gioco
il divertimento in quel gioco;
travolgimento come nel fuoco

Nel caso della mia Lingua Indaco e dell’Utopiano c’è sicuramente questa componente ludica lessicale, ma ho creato anche seriamente una grammatica. Le due cose non si escludono a vicenda.

Giocare è importante, dunque, come sostengono da sempre i pedagoghi, e non dovremmo smettere mai di farlo, neanche da adulti.

Firenze, 10 brumaio ’28 (1° novembre 2019)

 

Bibliografia

  • Acciai Baggiani M., Felici F. (a cura di), Ghimile ghimilama. Breve panoramica di alcune lingue artificiali, rivitalizzate e più o meno follemente manipolate, Venafro, Edizioni Eva, 2016
  • Gusso C., Gioco Joke, Firenze, Corrado Tedeschi Editore, 2019.

 

Note

[1] Acciai Baggiani M., Felici F. (a cura di), Ghimile ghimilama. Breve panoramica di alcune lingue artificiali, rivitalizzate e più o meno follemente manipolate, Venafro, Edizioni Eva, 2016, pp. 215-230.

[2] «Segreti di Pulcinella» n. 53, novembre 2017.

[3] Gusso C., Gioco Joke, Firenze, Corrado Tedeschi Editore, 2019, p. 13.

2019-11-01-081935

Una passeggiata nel bosco

Di Massimo Acciai Baggiani

IMG-20191027-WA0015Questa domenica fa così caldo che nessuno direbbe, giudicando solo dal sole estivo che splende in un cielo privo di nubi, di un azzurro intenso, che mancano meno di due mesi a natale. Gli escursionisti si liberano presto degli abiti pesanti, portati “perché non si sa mai”, rimanendo in mezze maniche, e tirando infine fuori i berretti per proteggersi dai raggi sulla testa, nelle parti più esposte. Nel bosco però si sta bene, tra l’ombra e le macchie di luce che fanno brillare il verde. L’autunno regala anche altri colori vivaci; l’inverno tuttavia pare lontanissimo.

Appuntamento all’azienda agricola TerrAdoro alle dieci di mattina: io e i miei amici arriviamo con un certo anticipo. Abbiamo raggiunto il luogo di ritrovo con la macchina di Carlo Menzinger[1] e sua moglie. Con me c’è anche Miriam, la mia amica messicana. Più tardi arrivano anche Sergio Calamandrei[2] e consorte. Gli altri partecipanti non li conosco: l’unico altro volto noto è quello di mio cugino Pino Baggiani, la nostra guida, esperto di piante autoctone toscane.

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Il gruppo è composto da una quarantina di persone: Pino ci accompagna in questa escursione nel bosco di Sommaia, nella parte alta di Calenzano, con la sua esperienza e pazienza infinita con i bambini troppo vivaci. Insieme alla collega Silvia Mazzoni, con cui ha condotto il corso sulle piante officinali e commestibili che si conclude oggi, si ferma di tanto in tanto a darci qualche spiegazione su alcune specie vegetali incontrate lungo il sentiero – il pungitopo, il finocchio selvatico, il cipresso, il cerro, il frassino e l’alaterno.

«Guardate!» Pino indica una sfera marrone simile a una ghianda, attaccata al ramo di una quercia. «Questa conteneva un uovo di cinipede; l’albero lo ha rivestito con questa galla e l’insetto, una volta uscita dall’uovo, ha fatto un buco qui ed è andato via.»

Pino ci mostra un minuscolo foro nella “galla” legnosa. Affascinante.

Per quanto riguarda il cipresso, albero molto presente in Toscana ma associato in altre regioni soprattutto ai cimiteri[3], mio cugino ci mostra le differenze tra la forma “femminile” – più selvatica e con i rami più allargati – e quella “maschile” che conosciamo meglio per la sua classica forma a fiammella.[4]

«Sapete perché l’olivo nasce sotto il cipresso?» ci domanda Pino. Nessuno sa spiegare questa stranezza.

«Spesso le olive sono predate dagli uccelli, in particolare gli storni, mangiandoli nell’intimità del folto della chioma del cipresso e poi evacua il nocciolo dell’oliva del giorno prima proprio sotto il cipresso, sgrassato dall’intestino dell’uccello e favorendo così la germinazione.»

IMG-20191027-WA0028Lungo il cammino troviamo anche qualche fungo velenoso, da cui siamo messi in guardia. Saliamo fino a un’altitudine di circa 300 metri, quindi riscendiamo fino alla strada asfaltata. Abbiamo incontrato un agriturismo in mezzo al bosco, poi case e stradine di campagna. In meno di tre ore dalla partenza siamo di nuovo all’azienda TerrAdoro. Mi sorprendo piacevolmente di me stesso: la camminata, nonostante le molte salite, non mi ha stancato più di tanto. Vero è che siamo andati molto piano, fermandoci spesso per ascoltare le “lezioni” dei nostri accompagnatori. Abbiamo incontrato mole piante commestibili (tarassaco, rucola, cicoria, eccetera), illustrate da Silvia, così come di piante medicinali: è stato molto istruttivo. Ho scoperto che ad esempio le ghiande avevano un largo consumo alimentare nel passato, come è ben spiegato in un libro di Marco Giovannoni[5] che mio cugino ci consiglia come lettura. Sicuramente mio cugino, se si perdesse nel bosco, saprebbe sopravvivere: saprebbe cosa mangiare e cosa no (a differenza di me).

È ora di ristorarci con un buon pranzo vegetariano all’aperto, presso l’azienda: tutta roba genuina, prodotti locali – risotto di borragine, minestra di topinambur, tofu con verdure, frittata, pasticcio di melanzane, eccetera – e d’altra parte l’appetito certo non manca. È una buona occasione conviviale per commentare la nostra esperienza in mezzo alla natura. Dopo il caffè Pino ci propone di visitare il suo vivaio, distante pochi minuti d’auto.[6]

Il nostro gruppo intanto si è assottigliato; alcuni hanno preferito, dopo pranzo, rientrare a casa. Io e i miei amici invece siamo curiosi di vedere l’opera di mio cugino – anche se io l’avevo già visto in un’altra occasione – di cui parla anche in un articolo su «A.DI.PA.» e su «Bullettino».

Il vivaio di Pino ci riserva molte sorprese; si vede la grande passione che ci ha messo nel raccogliere nei boschi toscani i semi delle varie specie, di cui conosce ogni segreto. La sua passione traspare dalle sue parole, mentre ci mostra i suoi tesori. La giornata volge ormai al termine; è tempo di rientrare. È stata senza dubbio un’esperienza interessante, così insolita per un abitante della città come sono io.

Firenze, 7 brumaio ’28 (29 ottobre 2019)

IUA-n°-10-Anno-VI-Novembre-2019 (N° 10, Anno VI, novembre 2019 de «L’Italia, l’Uomo, l’Ambiente».)

Note

[1] Scrittore fiorentino, autore di racconti e romanzi ucronici, a cui ho dedicato il mio libro biografico Il sognatore divergente (Porto Seguro, 2018).

[2] Altro scrittore fiorentino, amico di Carlo Menzinger, specializzato sul genere giallo.

[3] Il motivo lo chiariamo nel nostro libro sul Valdarno che stiamo attualmente preparando io, mio cugino e Italo Magnelli, terzo libro di una trilogia iniziata con Radici (Porto Seguro, 2017) e proseguita con Cercatori di storie e misteri (Porto Seguro, 2019).

[4] Vedi anche la storia del Cipresso di Campestri in Acciai Baggiani M., Baggiani P., Magnelli I., Radici, Firenze, Porto Seguro, 2017, pp. 64-66.

[5] Giovannoni M., Ghiande e uso alimentare umano, Arezzo, Compagnia delle foreste, 2019.

[6] Vivaio Massedonica, Località Baroncoli, Calenzano.

Come si cura un neonazista

Di Massimo Acciai Baggiani

Neonazi-Timo-F.-Einaudi-Ragazzi-9788866564577In Italia pullulano, impuniti, i neofascisti: le istituzioni non osano toccarli, anche se la Costituzione italiana – nata com’è noto su basi antifasciste – e la legge Scelba[1] dovrebbero in teoria punire il reato di “apologia di fascismo”. Lo sappiamo bene, e basta dare un’occhiata a Facebook per vedere che il neofascismo è ampiamente tollerato anche da Zuckemberg (salvo la decisione, attuata qualche tempo fa, dal social network di cancellare i profili di Casapound e di Forza Nuova: decisione che ha fatto scalpore e ha fatto gridare all’ “attentato alla libertà di espressione” proprio coloro che avevano fatto la loro bandiera della censura e dell’attacco violento a chi non la pensava come loro…). In Germania sono più seri da questo punto di vista: forse perché il nazismo è stata una cosa ben più “seria” del fascismo e le ferite della seconda guerra mondiale bruciano ancora: tuttavia i partiti di estrema destra non mancano neanche là, così come i giovani che si rifanno apertamente al movimento creato da Hitler.

Di “neonazi” ve ne sono di diverse specie – come apprendiamo dalla lettura del romanzo autobiografico di Timo F., Neonazi (edito in Italia nel 2018 nella bellissima traduzione di Marco Scaldini[2]) – tutte accomunate dall’odio verso il diverso, dal nazionalismo a oltranza e dall’amore per le armi e le divise. Il romanzo è scritto in prima persona da un ragazzo (che si è firmato, per ovvi motivi, con uno pseudonimo) entrato a quattordici anni (nel 2008) nel mondo dell’estrema destra e da questo uscito tre anni dopo grazie a un assistente sociale coscienzioso che lo ha aiutato a rifarsi una vita. Timo ci spiega come si diventa “neonazi”: nel suo caso il tramite è stata la madre: una donna snaturata e irresponsabile, con un passato da skinhead, di cui ha cercato sempre di conquistarsi l’amore (sentimento di cui lei non è capace). La famiglia di Timo è infatti disfunzionale: il vero padre non l’ha mai conosciuto, la madre passa da un compagno all’altro con disinvoltura, non è in grado ti tenere unita la famiglia (composta da altri due figli e una figlia, avuti tutti con uomini diversi), è anaffettiva ed egoista. Timo al contrario è un bambino intelligente, piuttosto solitario, insicuro, in cerca dell’approvazione degli adulti e dei coetanei: Inizia ascoltando musica di destra – che parla di cameratismo, di superiorità dei “veri tedeschi”, di odio verso gli ebrei – e inizia a frequentare “camerati” tra cui si sente un forte senso di appartenenza: si sente forte, importante, cerca di far carriera nel partito.

La madre dapprima lo incoraggia poi, vedendo che “l’allievo supera il maestro”, inizia a prenderlo in giro e a demolire le sue “bravate”. Timo partecipa alle manifestazioni, organizza “azioni” vandaliche notturne in cui strappa i manifesti elettorali della sinistra, sostituendoli con gli adesivi del partito, indossa magliette con slogan razzisti, si veste insomma da “vero ariano”. Stringe amicizie equivoche e si prodiga con grande fervore per la causa, finendo perfino nei guai con la polizia.

Qui inizia la svolta. Timo si rende conto che i suoi supposti amici non sono in realtà veri amici, che lo hanno sempre sfruttato e ingannato, che le idee negazioniste sull’Olocausto e le teorie della razza sono tutte stronzate: attraverso il dialogo con Oliver, l’assistente sociale che gli viene assegnato, comprende che non ha bisogno di appoggiarsi a certe compagnie per realizzarsi come persona.

Divenuto “traditore”, perfino agli stessi occhi di sua madre (con cui poi romperà ogni rapporto durante una scena intensissima), inizia a subire le rappresaglie dei suoi ex camerati, ma rimane fermo nella sua decisione di abbandonare l’estrema destra e riesce a costruirsi una vita normale, con una compagna e una famiglia sua.

Ciò che possiamo imparare da questo libro è che dietro l’atteggiamento di tanti neonazisti (ma lo stesso discorso vale per i neofascisti nostrani, e per tutti gli estremisti del mondo) c’è una grande insicurezza, la volontà di superare la solitudine, di sentirsi parte di qualcosa, insomma c’è un io non ben formato, una personalità fragile. Dovremo ricordarcelo quando vediamo tanti giovani e non più giovani che urlano slogan tipo “prima gli italiani!” o “negri di m***!” o “zecche comuniste!”. In fondo sono solo dei poverini, a molti di loro non gliene frega neanche niente della razza, del primato nazionale o in generale della politica: basta avere un nemico comune che li aggreghi… la mia visione del problema è cambiata leggendo questo libro; prima avrei dato loro una dose della loro stessa medicina, adesso mi fanno soprattutto pena. Sono persone che non stanno bene: non si curano con le bastonate (come pensavo) ma con l’istruzione e la presenza di adulti responsabili ed empatici.

Firenze, 8 brumaio ’28 (30 ottobre 2019)

Bibliografia

Timo F., Neonazi, Torino, Einaudi, 2018.

Note

[1] Legge n. 645/1952.

[2] Autore, membro, come me, del GSF (Gruppo Scrittori Firenze), presso cui ho ricevuto il libro dalle mani del traduttore, con dedica, in uno scambio tra autori.

ERA UN ANNO BISESTILE

Vi segnalo un libro a fumetti quasi inedito di cui ho curato le immagini, ovvero da me disegnato per la maggior parte, su testi di Filippo Pieri (sono miei i disegni di due capitoli e mezzo, su tre, e la copertina qui allegata). La storia in parte utilizza come contrappunto alle immagini il testo della poesia “La Morte Non è Niente” di Henry Scott Holland e posso solo dire che finora è uno dei fumetti più poetici a cui mi sia capitato di collaborare.
CoverKDP
ERA UN ANNO BISESTILE
La storia di un amore infinito
Testi: Filippo Pieri
Disegni: Kant & Ferretti
Copertina flessibile
54 pagine in bianco e nero
Prezzo in versione cartacea: € 4,99
Editore: Independently published (Amazon-KDP)
ISBN-10: 1696420466
ISBN-13: 978-1696420464
Il volume completo cartaceo può essere richiesto (o acquistato nel più economico formato digitale) a questa pagina:
Ne hanno parlato, per ora, sulle seguenti pagine web:
Andrea “Kant” Cantucci

Perché non siamo fatti per vivere in eterno? – Presentazione del 21/10/2019

Lunedì 21 ottobre 2019 dalle ore 17:00 alle 18:30

Sms Di Rifredi
Via Vittorio Emanuele II, 303, 50134 Firenze

Qua sotto il video della presentazione di questo delizioso horror gotico scritto a più mani: gli autori hanno deciso di devolvere i propri diritti all’associazione Progetto Arcobaleno.

«Inizio anni Novanta. Sette amici liceali decidono di marinare la scuola e, seguendo l’invito di uno di loro, trascorrere una settimana in un autentico castello della Transilvania. Sarà l’inizio di un’esperienza inquietante e ignota, così simile a un incubo a occhi aperti.» (dalla quarta di copertina)

I Già Dimenticati sono un gruppo di scrittori italiani riuniti tra il 2018 e il 2019 da Massimo Acciai Baggiani per questo progetto letterario. Essi sono: Massimo Acciai Baggiani, K. Von Zin, Barbara Pascoli, Claudio Secci, Marco Bazzato, Federica Milella, Luigi De Rosa, Andrea Cantucci, Italo Magnelli, Francesco D’Agostino, Barbara Mancini.

Gregoria, la giovane regina di Casetta

Di Massimo Acciai Baggiani

la-regina-di-casetta-1hpa49Capita, talvolta, in campo cinematografico, di scoprire dei piccoli gioielli per puro caso. Così è stato per me la visione, prima della stessa uscita ufficiale del DVD, della docuficion La regina di Casetta (regia di Francesco Fei), presso il circolo Arci dell’Isolotto, a Firenze. La proiezione era accompagnata dalla presentazione dell’antologia di racconti Toscani per sempre, curata da Paolo Mugnai (con prefazione di Eugenio Giani e postfazione di Alessandro Benvenuti), alla quale ho partecipato con Un racconto casentinese (che apre la raccolta), mercoledì 16 ottobre 2019. Quella sera autunnale mi trovavo dunque nella duplice veste di scrittore e di spettatore del film, introdotto dal produttore Alessandro Salaorni, presente insieme a Enrico Zoi (moderatore) e allo stesso Paolo Mugnai.

Molte sono le cose che mi hanno colpito favorevolmente di questo documentario, della durata di 79 minuti: la fotografia stupenda, la colonna sonora, l’attenzione anche all’aspetto linguistico (Casetta è una sorta di isola linguistica sospesa tra toscano e romagnolo – i sottotitoli erano indispensabili), i rituali antichi dei montanari (tranne la caccia al cinghiale, in quanto non sono amante di tale “sport”) e la poesia che traspare da certe inquadrature, da certi silenzi, da certi sguardi.

Le tematiche sono le stesse che ho toccato anch’io nei libri che ho scritto sul Mugello e sul Casentino (Radici e Cercatori di storie e misteri), in primis la situazione di certi piccoli borghi toscani sull’Appenino Tosco-Emiliano che rischiano la scomparsa per spopolamento. Casetta di Tiara, frazione del comune di Palazzuolo sul Senio, ha molto in comune con Corezzo (in Casentino): entrambi sono piccoli borghi sui 700 metri i cui residenti si contano sulle dita delle mani, ed entrambi sono abitati per lo più da persone anziane che scompaiono a poco a poco: ambedue si sono spopolati infatti a partire dal dopoguerra, quando i giovani emigravano in città in cerca di lavoro e di una vita più comoda (tra questi mio padre). Mentre Corezzo ha saputo rinascere, negli anni Novanta, grazie alla Sagra del Tortello alla Lastra, il futuro di Casetta lo vediamo molto incerto…

Il boghetto montano è lo sfondo su cui si muove la protagonista del docufiction: la quattordicenne Gregoria, una ragazza come tante, con i suoi sogni per il futuro (vorrebbe diventare cuoca), le sue amicizie e affetti e un fortissimo legame col suo paese natale. Tra i versi di Dino Campana (il poeta di Marradi ha lasciato la sua impronta profonda) e il succedersi delle stagioni in montagna, la telecamera accompagna per un anno la ragazzina che, nel ruolo di se stessa, appare nella sua spontaneità e genuinità. È stata una precisa scelta stilistica del regista: l’audio in presa diretta, la troupe ridotta al minimo, tutto per mettere a proprio agio gli attori – la gente del luogo – e restituirci uno spaccato autentico della vita in un paese che ancora eroicamente resiste. Gregoria alla fine del film dovrà lasciare a malincuore Casetta, che sente come casa propria, per motivi di studio, ma siamo sicuri che se lo porterà per sempre nel cuore.

Firenze, 17 ottobre 2019

toscana al centro locandina