Rifrediamo

Forse ti è già arrivata la notizia. Rifrediamo è la nuova scommessa che quattro ragazze hanno lanciato al quartiere, per aiutare la Cooperativa Sociale Macramè nei suoi progetti di inclusione e divertimento. Grazie a ImpactHub, Fondazione CR Firenze, FeelCrowd e Officine Valis, la cooperativa ha ideato una nuova iniziativa che unisce i suoi ragazzi con il valore del territorio. Un progetto di Rifredi per Rifredi, di cui la creatività di un laboratorio di scrittura è il primo riattivatore. Venti ragazzi gireranno sul quartiere con gli operatori della cooperativa in un weekend di questa primavera; incontreranno i cittadini nei luoghi simbolo e creeranno una mappa narrativa del quartiere da lasciare in punti strategici. Grazie a questa mappa cartacea, lasciata agli esercenti che ci sosterranno, e alla realtà aumentata sviluppata da una startup di Firenze, il percorso animato diventerà eredità del quartiere. In un periodo così difficile abbiamo scelto di scommettere su una nuova attività, con la voglia di ritrovarci e riscoprirci una comunità unita e aperta. La raccolta fondi si svolge su www.eppela.com/rifrediamo. Sono previste donazioni libere, ma anche prenotazioni di alcune ricompense che alcuni esercenti hanno offerto, per permetterti di sostenere con più slancio il progetto in cui loro stessi credono per primi. Troverai i cesti del Ceppo, le cene dai Fratelli Briganti e di Quarto Tempo, La Bottega di Arcetri… e le storie già pubblicate dei nostri ragazzi del Porto delle Storie della Cooperativa. Ci vogliono meno di due minuti per registrarsi alla piattaforma. La Fondazione CR Firenze darà valore alla tua fiducia: se raggiungiamo il nostro obiettivo, per ogni euro che avrai donato, Fondazione metterà altrettanto (!!). Sul sito, inoltre, troverai descritte con dettaglio le destinazioni di ogni spesa necessaria.

Gli uomini si ripetono sempre

Di Massimo Acciai Baggiani

«Secoli fa un saggio disse che la storia non si ripete mai, ma gli uomini si ripetono sempre» afferma, ad un certo punto, un personaggio del romanzo di Davide Del Popolo Riolo Il pugno dell’uomo, meritatissimo Premio Urania 2019. La trama sembra ricalcare infatti l’ascesa e il declino del nazismo, in chiave fantascientifica: su un non meglio precisato pianeta convivono quattro specie senzienti, tra cui quella umana, che si tramanda sia giunta in tempi remotissimi attraverso lo spazio. Ciò ha dato origine al culto degli Antichi, venerati quasi come dèi. La tecnologia spaziale pare però essere andata perduta – il livello di progresso è quello della prima rivoluzione industriale, tanto che il romanzo viene inserito nel filone steampunk, oltre che a quello distopico – e la storia dei terrestri pare non aver insegnato nulla.

Tutta la vicenda si svolge nell’unica Città del pianeta, abitata dalle quattro razze – tra cui i “pallidi”, specie di vampiri che comprano il sangue dagli umani: queste convivono pacificamente sotto la guida di una dinastia di sindache appartenenti alla Famiglia, fino a quando la sindaca Alex muore e lascia il posto alla sorella, a cui manca l’illuminazione e la tolleranza. Intanto avvengono due fatti paralleli che porteranno la Città a cadere in una dittatura ferocissima: una misteriosa epidemia, la “febbre del terzo giorno” (anche se uscito in tempi di pandemia, il romanzo è stato scritto prima e risulta quindi sinistramente attuale), e l’ascesa di Ian Derrick, ideatore del partito Il Pugno dell’Uomo; un personaggio carico d’odio verso gli “inumani” che ricorda il nostro Hitler e che dal nulla arriverà alla carica di cancelliere e quindi di sindaco, facendo leva sulla paura dell’epidemia («Non c’è movente più forte della paura nel cuore di un uomo» dirà un personaggio), incolpando i pallidi e mettendo in atto il suo programma di sterminio.

La narrazione procede attraverso vari punti di vista che si alternano: quello della sindaca Alex, di suo marito, dello stesso Derrick, della giornalista Clarke, del pallido Oleander Dick (omaggio a Philip K. Dick, maestro di distopie?), e altri. Altra evidente fonte di ispirazione dell’autore è il capolavoro di Fred Uhlman, L’amico ritrovato: l’amicizia tra il quindicenne Olenader “Olly” Dick e il coetaneo umano Ben, figlio di una famiglia patrizia vicina al dittatore, a mio parere la parte più interessante e commovente del romanzo.

Interessante anche la costruzione di questo mondo alieno e della sua organizzazione sociale. Davide Del Popolo Riolo è anche un ottimo creatore di mondi; l’ambientazione è credibile così come i personaggi, a cui non possiamo non affezionarsi o non provare odio profondo. Un romanzo per non dimenticare fa sempre bene, ha sempre il suo perché.

Firenze, 16 febbraio 2021

Bibliografia

Del Popolo Riolo D., Il pugno dell’uomo, Milano, Mondadori, 2020.

La figura del lupo in Cappuccetto Rosso e in altre fiabe italiane analoghe

Di Massimo Acciai Baggiani

Il lupo assume un ruolo per lo più negativo nelle fiabe, in particolare nella stranota vicenda di Cappuccetto rosso, dove appare metaforicamente in veste di seduttore di bambine ingenue. Due sono le versioni più popolari della celebre fiaba: quella di Charles Perrault (1628-1703) del 1697, e quella, di oltre un secolo posteriore, dei fratelli Jacob Ludwig (1785-1863) e Wilhelm Karl Grimm (1786-1859).

La prima è da considerarsi, secondo Bruno Bettelheim (1903-1990), meno interessante e meno “utile” rispetto alla seconda; Perrault ha banalizzato la storia e ne ha resa troppo esplicita la morale – ossia la raccomandazione, rivolta alle bambine, di non dare confidenze agli sconosciuti, soprattutto a quelli gentili e “seducenti”. La versione di Perrault, in cui alla fine la protagonista muore inghiottita dal lupo, lascia poco spazio all’immaginazione dei piccoli ascoltatori [1]: la scena in cui la piccola si spoglia, su invito del lupo, per andare a letto con lui, è troppo esplicita e allontana l’identificazione del lettore (il fatto che si presti senza reagire a questo tentativo di seduzione può essere interpretato come stupidità oppure come desiderio di essere sedotta).

I fratelli Grimm d’altro canto presentano una doppia versione [2] più complessa e affascinante, ricca di simbologie non così esplicite. Rimane, certo, centrarle il tema della paura di essere divorati (come anche in un’altra celebre fiaba, quella di Hänsel e Gretel) come metafora sessuale. Cappuccetto rosso è una bambina ingenua, che non teme il mondo e anzi ne viene sedotta dalla bellezza (si attarda a raccogliere fiori nonostante le raccomandazioni della madre), il che la espone al pericolo; seguire il principio di piacere anziché quello di realtà (le raccomandazioni materne) la porterà a farsi ingannare dal lupo (la parte animalesca del maschio, contrapposta a quella paterna e salvatrice rappresentata dal cacciatore). Non si può rimanere ingenui per tutta la vita, anche se l’ingenuità è un tratto che affascina.

Il rosso del cappuccio della protagonista «simboleggia le emozioni violente, naturalmente comprese quelle sessuali» [3]

Leggendo questa fiaba viene naturale chiedersi perché il lupo non “divori” subito la bambina appena la incontra nel bosco, anziché divorare prima la nonna (che è anche simbolo della madre). Perrault giustifica la cosa con la presenza, nel bosco, di altri uomini (i taglialegna) mentre nella versione dei Grimm emerge la necessità di sbarazzarsi prima della nonna/madre per godere appieno della sua conquista; è presente il riferimento al desiderio inconscio della figlia di essere sedotta da suo padre (il lupo)» [4]. L’atto sessuale viene visto dai bambini con un senso ambivalente di attrazione e repulsione, in quanto percepito come un atto di violenza ma anche di piacere: si veda la famosa illustrazione di Gustave Doré (1832-1883) che ritraee la bambina a letto con il lupo; mentre quest’ultimo appare tranquillo, Cappuccetto rosso è turbata da sentimenti ambivalenti, anche se le implicazioni sessuali rimangono preconsce, come è giusto.

Illustrazione di Gustave Doré per Cappuccetto Rosso

L’altra figura maschile, il cacciatore, è di segno diametricalmente opposta. Rappresenta il padre non nel lato seduttivo ma in quello salvifico e punitivo, il che esercita un grande fascino nei giovani lettori. Salva nonna e nipote sventrando il lupo e riempiendone lo stomaco di sassi, che poi lo uccideranno: nella mente del bambino l’uscita della protagonista dalla pancia è collegata inconsciamente al parto (al taglio cesareo) in quanto ipotizza che la madre sia rimasta incinta inghiottendo qualcosa. Perciò il lupo non muore durante lo sventramento: il bambino potrebbe associare il parto alla morte della madre e restarne traumatizzato. Questo “parto” simboleggia una rinascita a un livello superiore: la protagonista, benché inghiottita, non muore veramente ma si prepara a una seconda nascita, tornando in vita come una persona diversa. Il bambino capisce immediatamente questo processo di maturazione: «Cappuccetto Rosso perse l’innocenza dell’infanzia (…) e ne ebbe in cambio la saggezza che soltanto chi è “nato due volte” può possedere» [5].

La celebre fiaba ha avuto molte traduzioni, sia nella versione francese di Perrault che in quella tedesca dei Grimm. Riporto qui l’incipit in esperanto di Perrault (La Ruĝa-Ĉapeto) presente in rete, e a seguire l’incipit della versione, in esperanto, dei fratelli Grimm (Ruĝa Ĉapeto):

Estis iam en vilaĝo knabineto la plej bela kiun oni povis vidi; ŝia patrino kaj ankoraŭ pli ŝia avino amis ŝin ĝis freneziĝo. Tiu ĉi bona virino farigis al ŝi ruĝan ĉapeton, kiu plibeligis ŝin tiel, ke ĉie oni vokis ŝin: La Ruĝa-Ĉapeto.

En unu tago ŝia patrino farinte platajn kukojn, diris al ŝi: „Iru vidi kiel fartas via avino, oni diris al mi, ke ŝi estas malsana, portu al ŝi platan kukon, kaj tiun ĉi poteton da butero.“ La Ruĝa-Ĉapeto foriris tuj al ŝia avino, kiu loĝis en alia vilaĝo.

Transirante arbaron, ŝi renkontis Sinjoron Lupon, kiu forte deziris manĝi ŝin sed ne kuraĝis pro kelkaj arbohakistoj kiuj estis en la arbaro; li demandis ŝin kien ŝi iras. La malfeliĉa infanino ne scianta la danĝeron paroli kun Lupo, diris al li: „Mi iras viziti mian avinon kaj porti al ŝi platan kukon kaj poteton da butero, kiujn mia patrino al ŝi sendas. [6]

Iam estis dolĉa knabineto, kiun ĉiuj amis, kiu nur rigardis ŝin, sed ĉefe ŝia avino, kiu eĉ ne sciis, kion donaci al la infano. Iam ŝi donacis al ŝi kapuĉeton el ruĝa velura, kaj ĉar ĝi taŭgis al ŝi tiel bone kaj ĉar ŝi ne volis surhavi nenion ol ĝin, oni nomis ŝin nur Ruĝa Ĉapeto.
Iutage ŝia patrino diris al ŝi: “Venu, Ruĝa Ĉapeto, ĉi tie vi havas pecon da kuko kaj botelon da vino, alportu tion al via avino; ŝi estas malsana kaj malforta kaj ŝi refreŝiĝos per ili. Ekiru antaŭ ol ekvarmos, kaj kiam vi eliros, iru bele kaj bonkondute kaj ne forkuru de la vojo, alie vi falos kaj rompos la vitron kaj la avino havas nenion. Kaj kiam vi eniros ŝian loĝĉambron, ne forgesu diri bonan matenon kaj ne rigardu unue en ĉiujn angulojn!

Tra le fiabe italiane raccolte da Italo Calvino (1923-1985), a ragione considerato l’equivalente italiano dei fratelli Grimm, ho scelto tre brevi testi in cui ricompare la figura del lupo e della nonna e della mamma: Tre ragazze e il lupo (fiaba 26), Zio lupo (49)e La finta nonna (116).

La prima fiaba, raccontata dalle parti del Lago di Garda, vede tre sorelle alle prese col lupo goloso, che a differenza della fiaba dei Grimm, è più interessato a mangiare torte che carne umana (ma la simbologia è la stessa). Al posto della nonna, troviamo la mamma delle ragazze: la donna viene ingoiata e il lupo si mette a letto in attesa della minore, certo più sveglia di Cappuccetto rosso, la quale aveva tenuto testa al lupo nel bosco – là dove le altre due sorelle avevano fallito.

C’era tre sorelle, a lavorare in un paese. Gli venne la notizia che la loro mamma, che abitava a Borgoforte, stava mal da morte. Allora la sorella maggiore si preparò due sporte con dentro quattro fiaschi e quattro torte e partì per Borgoforte. Per strada trovò il lupo che le disse: – Dove corri così forte?

– Da mia mamma a Borgoforte, che le è preso mal da morte.

– Cosa porti in quelle sporte?

– Quattro fiaschi e quattro torte.

– Dàlle a me se no, alle corte, ch’io ti mangi è la tua sorte.

La ragazza diede tutto al lupo, e tornò dalle sorelle a gambe levate. Allora la seconda riempì la sporta lei e partì per Borgoforte. Trovò il lupo.

– Dove corri così forte?

– Da mia mamma a Borgoforte, che le è preso mal da morte.

– Cosa porti in quelle sporte?

– Quattro fiaschi e quattro torte.

– Dàlle a me se no, alle corte, ch’io ti mangi è la tua sorte.

Anche la seconda sorella vuotò le sporte e tornò via di corsa. Allora la più piccola disse: – Adesso ci vado un po’ io, – preparò le sporte e partì. Trovò il lupo.

– Dove corri così forte?

– Da mia mamma a Borgoforte, che le è preso il mal da morte.

– Cosa porti in quelle sporte?

– Quattro fiaschi e quattro torte.

– Dàlle a me se no, alla corte, ch’io ti mangi è la tua sorte.

Allora la più piccola prese una torta e la buttò al lupo che stava a bocca aperta. Era una torta che lei aveva preparato prima apposta, con dentro tanti chiodi. Il lupo la prese al volo e la morse e si punse tutto il palato. Sputò la torta, fece un balzo indietro, e scappò dicendo alla bambina: – Me la pagherai!

Di corsa, per certe scorciatoie che sapeva solo lui, il lupo arrivò a Borgoforte prima della bambina.

Entrò in casa della madre ammalata, la mangiò in un boccone, e si mise a letto al suo posto. Arrivò la bambina, vide la mamma che faceva appena capolino dalle lenzuola, e le disse: – Come sei diventata nera, mamma!

– Sono stati tutti i mali che ho avuto, bambina, – disse il lupo.

– Come t’è venuta la testa grossa, mamma!

– Sono stati tutti i pensieri che ho avuto, bambina.

– Lascia che t’abbracci, mamma, – disse la bambina e il lupo, ahm!, se la mangiò in un boccone. Inghiottita che ebbe la bambina, il lupo scappò fuori. Ma appena sulla via i paesani, a vedere un lupo uscire da una casa, gli si misero dietro con forche e badili, gli chiusero tutte le strade e l’ammazzarono.

Gli tagliarono subito la pancia e ne uscirono madre e figlia ancora vive. La mamma guarì e la bambina tornò dalle sorelle a dire: – Avete visto che io ce l’ho fatta.[7]

In Zio Lupo, fiaba romagnola, troviamo un altro ammonimento verso le bimbe disubbidienti e golose (che antepongono il principio di piacere, come direbbe Bettelheim). La bambina protagonista fa la fine di Cappuccetto rosso nella versione di Perrault: viene divorata senza che nessun cacciatore la salvi.

C’era una bambina golosa. Un giorno di Carnevale la maestra dice alle bambine: – Se siete buone a finire la maglia, vi do le frittelle.

Ma quella bambina non sapeva fare la maglia, e chiese d’andare al camerino. Si chiuse là dentro e ci s’addormentò. Quando tornò in scuola, le altre bambine s’erano mangiate tutte le frittelle. E lei andò a piangere da sua madre e a raccontarle tutta la storia.

– Sta’ buona, poverina. Ti farò io le frittelle, – disse la mamma. Ma la mamma era tanto povera che non aveva nemmeno la padella. – Va’ da Zio Lupo, a chiedergli se ci presta la padella.

La bambina andò alla casa di Zio Lupo. Bussò: “Bum, bum”.

– Chi è?

– Sono io!

– Tanti anni, tanti mesi che nessuno batte più a questa porta! Cosa vuoi?

– Mi manda la mamma, a chiedervi se ci prestate la padella per fare le frittelle.

– Aspetta che mi metto la camicia.

“Bum, bum”.

– Aspetta che mi metto i mutandoni.

“Bum, bum”.

– Aspetta che mi metto i pantaloni.

“Bum, bum”.

– Aspetta che mi metto la gabbana.

Finalmente Zio Lupo aperse e le diede la padella. – Io ve la presto, ma di’ alla mamma, che quando me la restituisce me la mandi piena di frittelle, con una pagnotta di pane e un fiasco di vino.

– Sì sì, vi porterò tutto.

Quando fu a casa, la mamma le fece tante buone frittelle, e ne lasciò una padellata per Zio Lupo.

Prima di sera disse alla bambina: – Porta le frittelle a Zio Lupo, e questa pagnotta di pane e questo fiasco di vino.

La bambina, golosa com’era, per strada cominciò ad annusare le frittelle. “Oh, che buon profumino! E se ne assaggiassi una?” E una due tre se le mangiò tutte, e per accompagnarle si mangiò tutto il pane e per mandarle giù si bevve anche il vino.

Allora, per riempire la padella, raccolse per la strada delle polpette di somaro. E il fiasco, lo riempì d’acqua sporca. E per pane fece una pagnotta con la calcina d’un muratore che lavorava per la strada. E quando arrivò da Zio Lupo gli diede tutta questa brutta roba.

Zio Lupo assaggia una frittella. – Puecc! Ma questa è polpetta di somaro! – Va subito per bere il vino per togliersi il sapore di bocca. – Puecc! Ma questa è acqua sporca! – Addenta un pezzo di pane e: – Puecc! Ma questa è calcina! – Guardò la bambina con occhi di fuoco e disse: – Stanotte ti vengo a mangiare!

La bambina corse a casa da sua mamma: – Stanotte viene Zio Lupo e mi mangia!

La mamma cominciò a chiudere porte, a chiudere finestre, a chiudere tutti i buchi della casa perché Zio Lupo non potesse entrare, ma si dimenticò di chiudere il camino.

Quando fu notte e la bambina era già a letto, si sentì la voce di Zio Lupo da fuori: – Adesso ti mangio! Sono vicino a casa! – Poi si sentì un passo sulle tegole: – Adesso ti mangio! Sono sul tetto!

Poi si sentì un gran rumore giù per il camino: – Adesso ti mangio! Sono nel camino!

– Mamma mamma, c’è il lupo!

– Nasconditi sotto le coperte!

– Adesso ti mangio! Sono nel focolare!

La bambina si rincantucciò nel letto, tremando come una foglia.

– Adesso ti mangio! Sono nella stanza!

La bambina trattenne il respiro.

– Adesso ti mangio! Sono ai piedi del letto! Ahm, che ti mangio! – E se la mangiò.

E così Zio Lupo mangia sempre le bambine golose. [8]

Infine in La finta nonna, fiaba abruzzese, si ripropone la scena del lupo nel letto della nonna, con la differenza che in questo caso non si tratta di un lupo ma di un’Orca, e alla bambina protagonista va meglio che a Cappuccetto rosso, in quanto si avvede in tempo di non trovarsi a letto con la nonna ma con un mostro e riesce a scappare, aiutata da altri personaggi secondari (il fiume e la porta) che ne favoriscono la fuga in quanto beneficiati dalla generosità della piccola, che viene così premiata.

Una mamma doveva setacciare la farina. Mandò la sua bambina dalla nonna, perché le prestasse il setaccio. La bambina preparò il panierino con la merenda: ciambelle e pan coll’olio; e si mise in strada.

Arrivò al fiume Giordano.

– Fiume Giordano, mi fai passare?

– Sì, se mi dài le tue ciambelle.

Il fiume Giordano era ghiotto di ciambelle che si divertiva a far girare nei suoi mulinelli.

La bambina buttò le ciambelle nel fiume, e il fiume abbassò le acque e la fece passare.

La bambina arrivò alla Porta Rastrello.

– Porta Rastrello, mi fai passare?

– Sì, se mi dài il tuo pan coll’olio.

La Porta Rastrello era ghiotta di pan coll’olio perché aveva i cardini arrugginiti e il pan coll’olio glieli ungeva.

La bambina diede il pan coll’olio alla porta e la porta si aperse e la lasciò passare.

Arrivò alla casa della nonna, ma l’uscio era chiuso.

– Nonna, nonna, vienimi ad aprire.

– Sono a letto malata. Entra dalla finestra.

– Non ci arrivo.

– Entra dalla gattaiola.

– Non ci passo.

– Allora aspetta -. Calò una fune e la tirò su dalla finestra. La stanza era buia. A letto c’era l’Orca, non la nonna, perché la nonna se l’era mangiata l’Orca, tutta intera dalla testa ai piedi, tranne i denti che li aveva messi a cuocere in un pentolino, e le orecchie che le aveva messe a friggere in una padella.

– Nonna, la mamma vuole il setaccio.

– Ora è tardi. Te lo darò domani. Vieni a letto.

– Nonna ho fame, prima voglio cena.

– Mangia i fagioletti che cuociono nel pentolino.

Nel pentolino c’erano i denti. La bambina rimestò col cucchiaio e disse: – Nonna, sono troppo duri.

– Allora mangia le frittelle che sono nella padella.

Nella padella c’erano le orecchie. La bambina le toccò con la forchetta e disse: – Nonna, non sono croccanti.

– Allora vieni a letto. Mangerai domani.

La bambina entrò in letto, vicino alla nonna. Le toccò una mano e disse: – Perché hai le mani così pelose, nonna?

– Per i troppi anelli che portavo alle dita.

Le toccò il petto. – Perché hai il petto così peloso, nonna?

– Per le troppe collane che portavo al collo.

Le toccò i fianchi. – Perché hai i fianchi così pelosi, nonna?

– Perché portavo il busto troppo stretto.

Le toccò la coda e pensò che, pelosa o non pelosa, la nonna di coda non ne aveva mai avuta. Quella doveva essere l’Orca, non la nonna. Allora disse: – Nonna, non posso addormentarmi se prima non vado a fare un bisognino.

La nonna disse: – Va’ a farlo nella stalla, ti calo io per la botola e poi ti tiro su.

La legò con la fune, e la calò nella stalla. La bambina appena fu giù si slegò, e alla fune legò una capra.

– Hai finito? – disse la nonna.

– Aspetta un momentino -. Finì di legare la capra. – Ecco, ho finito, tirami su.

L’Orca tira, tira, e la bambina si mette a gridare: – Orca pelosa! Orca pelosa! – Apre la stalla e scappa via. L’Orca tira e viene su la capra. Salta dal letto e corre dietro alla bambina.

Alla Porta Rastrello, l’Orca gridò da lontano: – Porta Rastrello, non farla passare!

Ma la Porta Rastrello disse: – Sì, che la faccio passare, perché m’ha dato il pan coll’olio.

Al fiume Giordano l’Orca gridò: – Fiume Giordano, non farla passare!

Ma il fiume Giordano disse: – Sì che la faccio passare, perché m’ha dato le ciambelle.

Quando l’Orca volle passare, il fiume Giordano non abbassò le sue acque e l’Orca fu trascinata via. Sulla riva la bambina le faceva gli sberleffi. [9]

Firenze, 3 febbraio 2021

Bibliografia

Bettelheim B., Il mondo incantato, Milano, Euroclub, 1983.

Calvino I., Fiabe italiane, Milano, Mondadori, 2005.


[1] «Per il bambino il valore di una fiaba è distrutto se qualcuno gliene chiarisce dettagliatamente il significato. Perrault fa qualcosa di peggio: ne limita il contenuto» Bettelheim B., Il mondo incantato, Milano, Euroclub, 1983, p. 166.

[2] Nella seconda versione, dopo il salvataggio del cacciatore, la protagonista viene adescata da un altro lupo, ma stavolta si comporta più saggiamente e riesce ad affrontarlo alleandosi con la nonna.

[3] Ibidem, p. 170.

[4] Ibidem, p. 172.

[5] Ibidem, p. 180.

[6] Traduzione di Sarpy, sul web.

[7] Calvino I., Fiabe italiane, Milano, Mondadori, 2005, pp. 111-112.

[8] Ibidem, pp. 223-225.

[9] Ibidem, pp. 603-605.

Gli incubi automobilistici di Pierfrancesco Prosperi

Di Massimo Acciai Baggiani

Ricevere per posta i romanzi di Pierfrancesco Prosperi, con dedica e autografo, è diventata ormai una piacevole consuetudine da cui sta maturando l’idea di scrivere una sua biografia, sul modello di quella che ho già scritto per il nostro comune amico Carlo Menzinger. Vedremo, intanto desidero parlarti, caro lettore appassionato di fantascienza di qualità, di Autocrisi: un romanzo scritto ben mezzo secolo fa, nel 1971, eppure così attuale, precedendo il bellissimo album del 1976 di Lucio Dalla, Automobili, di cui consiglio l’ascolto prima o dopo la lettura del romanzo di Prosperi.

L’autore fa un abbinamento piuttosto originale fondendo una storia di automobili con una di alieni. Ambientato nei primi anni Novanta (non quelli che conosciamo noi, ovviamente, ma quelli che l’autore immaginava vent’anni prima), Autocrisi inizia con delle trattative commerciali tra l’ONU e il governo dakopiano. Sul pianeta Dakopi, distante 300 anni luce dalla terra ma raggiungibile in un attimo con astronavi che viaggiano nell’iperspazio, l’industria automobilistica non si è sviluppata di pari passo con altri settori, in cui gli alieni sono superiori ai terrestri: volendo colmare questa lacuna, iniziano ad importare automobili terrestri, di qualità molto superiori a quelle locali, e a costruire autostrade che colleghino in tempi rapidi le principali città del loro mondo.

Intanto sulla Terra sorge un movimento che si oppone all’abuso dell’automobile, per motivi ambientali e soprattutto di sicurezza (in questo il romanzo è molto attuale): la Lega, presieduta da un leader carismatico, mette in crisi i grandi colossi dell’auto su entrambi i pianeti. Gli alieni, simili per certi versi agli indiani d’America, non sono infatti preparati alla velocità che i mezzi terrestri possono raggiungere; manca loro la cultura del buon uso dell’auto, cosa che evidentemente manca anche sulla Terra, visto il grande numero di incidenti mortali. Il tema della sicurezza è centrale nel romanzo; il problema potrebbe essere risolto con strade automatiche che guidino le auto senza l’intervento umano, ma… qui mi fermo per non spoilerare troppo.

Autocrisi è una storia di fantascienza e di spionaggio industriale, ricca di idee e colpi di scena, da leggersi tutta d’un fiato per riflettere sul nostro presente. Il romanzo è accompagnato, nell’edizione Urania del 2011, da altri tre racconti a tema automobilistico e distopico: Una cadillac per Natale (1964) è una feroce critica verso il consumismo insensato, mentre ne La pratica 203 (1994) il bersaglio è l’inquinamento e la pericolosità del “nuovo mezzo” che il protagonista vorrebbe proporre (in un universo alternativo in cui le auto sono tutte elettriche), ma il più inquietante, e anche quello che mi ha colpito di più, è Autogrill (1971). Un mondo suddiviso in caste in base alla cilindrata dell’automobile posseduta lo avevo già trovato in un numero di Martin Mystère (ricordiamo che Prosperi è anche un prolifico sceneggiatore di fumetti[1]) e come allora è salito il mio sdegno per questa apartheid, non più assurda di quelle reali a ben pensarci.

Il volume è corredato da un’intervista all’autore e dalla corposa biografia del nostro autore, il quale proviene dal meraviglioso mondo delle riviste specialistiche degli anni Sessanta.

Firenze, 5 febbraio 2021

Bibliografia

Prosperi P., Autocrisi, Milano, Mondadori, 2011.


[1] E mentre io, da bambino, ero un accanito collezionista di Topolino, ancora non conoscevo di persona l’autore di storie meravigliose che mi avevano tanto affascinato.

Mondi paralleli

Di Massimo Acciai Baggiani

Quattordici interessanti racconti (più un quindicesimo, senza parole, se contiamo l’immagine di copertina) in questa antologia curata da Carmine Treanni, uscita in tempo di Covid ma con testi che si riferiscono all’anno precedente – il 2019 – quando ancora quest’incubo pandemico era fantascienza. Non si parla di pandemie in nessuno dei racconti (sarebbe stata una coincidenza macabra…) ma di una grande varietà di altri argomenti; vediamoli uno per uno.

Il libro si apre con un racconto lungo di Linda de Santi, Cornucopia, di stampo animalista, anche se gli animali in questione provengono da un’altra dimensione; sono destinati a uso alimentare e per ragione di marketing sono stati battezzati prendendo spunto da miti e leggende (nel ristorante dove lavora la protagonista, Elettra, si può gustare sashimi di unicorno, tartara di fate, bistecca di drago, e poi grifoni, gnomi, eccetera). Inquietante ma geniale.

Il Grande Errore, di Claudio Chillemi, tratta di immortalità – tematica che mi ha sempre affascinato e che ricorre anche nella mia narrativa. Il corpo, di Luigi Musolino, mi ha fatto pensare a un racconto visionario di J. G. Ballard, Il gigante annegato: Musolino pare aver fatto una versione aliena (le vicende si svolgono su Marte) molto più inquietante e splatter del racconto di Ballard. La descrizione del processo di putrefazione del misterioso corpo gigantesco apparso sulle cupole dei coloni marziani, fuggiti da una Terra morente solo per riprodurre gli stessi errori sul nuovo pianeta.

Da gattofilo quale sono non poteva non piacermi Un rifugio a Baba Yaga di Massimo Citi. Interessante anche il giallo fantascientifico di Monica Serra, Mi prenderò ogni cosa. Uno dei miei racconti preferiti della raccolta è Collasso domotico, non tanto perché l’autore è il mio amico e collega Carlo Menzinger (avevo già letto il racconto in Apocalissi fiorentine, da cui è tratto e che avevo a suo tempo recensito): Menzinger fa un’amara riflessione sulla nostra dipendenza dalla robotizzazione, sulla fragilità dei sistemi complessi di cui parlava anche il futurologo Roberto Vacca in La morte di Megalopoli.

Gran Vintage Bazaar è un racconto di Alessandro Napolitano che, come sottolinea anche il curatore, pare tratto da un episodio di Ai confini della realtà. Il vecchio Blaterone, di Nicola Catellani, è un omaggio alle opere fantasy con cui siamo cresciuti (la saga di Harry Potter, La storia infinita, Alice nel paese delle meraviglie…) raccontate all’infinito da una sorta di computer (il “blaterone” del titolo) sopravvissuto a un esodo su un altro pianeta. Un inno alla fantasia e all’arte della narrazione.

Serena Maria Barbacetto, una dei tre autori antologizzati che conosco di persona (oltre a Menzinger e a Ortino), l’ho incontrata alla presentazione di Fantaetruria, l’antologia di fantascienza toscana da cui è tratto il racconto Incantesimo di fuoco: un interessante incontro spaziotemporale sullo sfondo di Firenze, la nostra città, durante la seconda guerra mondiale.

Paolo Aresi propone anche lui un giallo, La scomparsa di Matteo Sanniti, mentre Andrea Viscusi, in Hype, ci mette in guardia dai rischi, soprattutto per i più giovani, di una vita iperstimolata. Il futuro prossimo in cui è ambientato il racconto pare già presente. Massimiliano Prandini ambienta anch’esso il suo racconto in un futuro vicino, in cui le compagnie informatiche rivali, la Zoogler e la Softer (da cui il titolo del racconto), si dividono la popolazione mondiale e danno la spunto per una curiosa rivisitazione in chiave fantascientifica della vicenda di Romeo e Giulietta.

Una storia d’amore è anche Emancipazione di M. Caterina Mortillaro: in questo scenario le donne sono al potere e gli uomini, dopo millenni di predominio basato sulla violenza e il possesso, sono posti in secondo piano. È possibile evitare i due estremi e giungere a una reale parità tra i sessi? È quello che voglio sperare.

Infine Le sette mogli di Ilarius Pantemous di Luca Ortino (che colgo l’occasione di ringraziare per la prefazione al mio saggio La comunicazione nella fantascienza), è un delizioso racconto umoristico che controbilancia la drammaticità del racconto di apertura, chiudendo con un sorriso un’antologia sicuramente degna dell’attenzione di un amante della fantascienza, ma non solo.

Firenze, 1° febbraio 2021

Bibliografia

AA.VV., Mondi paralleli. Il meglio della fantascienza italiana indipendente 2019, Milano, Delos, 2020.

Parole che guariscono

Di Massimo Acciai Baggiani

Ci sono autori che avremmo avuto piacere di conoscere di persona: a volte non è possibile perché sono passati, come si suol dire, “a miglior vita”. È il caso, per me, di Giuliano Fantechi (1958-2017), toscano, vissuto in un’area di cui mi sono occupato in due miei libri (Due passi indietro e Cercatori di storie e misteri), con cui condivido la passione per le fiabe e la convinzione che queste possano in un certo senso “guarire” un’anima sofferente. Giuliano è morto per un tumore ma il suo animo giullaresco gli ha permesso di affrontare questa terribile prova – terribile soprattutto per lo spirito – con l’arma della risata e della leggerezza del suo “bambino interiore”. Fortunati quegli adulti che si ricordano di essere stati bambini, che conservano quella freschezza e quella vitalità! Giuliano non solo ha saputo “curare” se stesso da questo brutto “drago” che lo stava uccidendo nella speranza, ma ha fatto dono di questo “segreto” di guarigione anche agli altri, condividendolo sotto forma di fiabe “curative” anziché in un noioso e/o banale saggio di autoaiuto come ce ne sono molti.

Ne sono nati due libri: Solo briciole di pane (2009) e Vivere la Magia del Tuttopossibile (2016), edito quest’ultimo dalla comunità cristiana di Romena, località casentinese che mi ha sempre affascinato (pur essendo io ateo e anticlericale). Il senso religioso c’è, ma è un senso condivisibile anche da chi è lontano dal cattolicesimo; un senso universale, appunto, fatto di consigli per vivere meglio la vita che ci è stata data in sorte, traendone il meglio. Ogni fiaba si apre con una citazione incoraggiante di qualche grande scrittore e pensatore (José Saramago, Pablo Neruda, Soren Kirekegaard, Nelson Mandela, Epitteto, eccetera) e si chiude con una serie di “istruzioni” da mettere in atto per vivere questa strana forma di magia nemica della disperazione: tornare bambini, raccontarci storie, credere ai propri sogni per quanto possano apparire “impossibili”, abbracciare la propria e altrui sofferenza, valorizzare chi ci sta vicino, eccetera.

Le fiabe possono certo divertirci, ma anche insegnare quella saggezza contadina, di altri tempi, che conoscevano bene anche i miei antenati mugellani e casentinesi, quando si riunivano nel canto del camino per tramandare storie e leggende (come riporto anche nella mia Trilogia delle radici [1]). Gli ostacoli e i demoni che incontriamo nella vita possono essere anche occasione di crescita, come bene spiegava anche Nichiren Daishonin: «Si verifica sempre qualcosa fuori dal comune all’alzarsi e all’abbassarsi delle maree, al comparire e scomparire della luna, al passaggio dalla primavera all’estate, dall’estate all’autunno e all’inverno; lo stesso avviene quando una persona comune consegue la Buddità. In quel momento i tre ostacoli e i quattro demoni invariabilmente appariranno: il saggio si rallegrerà, mentre lo stolto indietreggerà» [2].

Firenze, 30 gennaio 2021

Bibliografia

Fantechi G., Vivere la magia del Tuttopossibile, Romena, Romena Accoglienza, 2016.


[1] Composta da Radici (2017), Cercatori di storie e misteri (2019) e Due passi indietro (2020), tutti editi da Porto Seguro Edizioni, firmati da me e da Pino Baggiani e Italo Magnelli.

[2] Dal Gosho n. 77 “I tre ostacoli e i quattro demoni” (Raccolta degli scritti di Nichiren Daishonin, volume I, pag. 568)

Not my cup of tea

Di Massimo Acciai Baggiani

Foto di Italo Magnelli

I poeti, quelli veri,
che passeggino tra acanti o limoni
parlano il loro linguaggio speciale
e apprendono bene dai loro maestri.
I poeti, quelli veri,
hanno orecchio musicale;
per la metrica e la rima
hanno un senso mica male.
Anche quelli che ignorano,
i nomi greci dei loro strumenti
li sanno usare da veri portenti.
Il poeta si diverte,
ma sa le regole del gioco:
il poeta è un bimbo triste
che beve le proprie lacrime
come nettare dolcissimo.
E come un gatto vuole attenzione,
anche se chiuso sta nella sua torre.
I poeti, quelli veri,
si conoscono tra loro:
rivaleggiano e son buffi.

No, non è nelle mie corde,
non è la mia tazza di tè
e nemmeno il mio forte
scriver versi con tutti i crismi:
lascio quest’arte
a chi legge classici e moderni,
e li ama, e li imita, e li fa propri.
Io sì mi commuovo
davanti a un tramonto,
ma non…

Firenze, 3 piovoso ’29 (22 gennaio 2021)

No es mi taza de té

Los poetas, los verdaderos,
que pasean entre acantos o limoneros
hablan su lenguaje especial
y aprenden bien de sus maestros.
Los poetas, los verdaderos,
tienen oído musical;
para la métrica y la rima
tienen buen oído.
Incluso los que ignoran
los nombres griegos de sus instrumentos
Pueden usarlos muy bien.
El poeta se divierte,
pero conoce las reglas del juego:
el poeta es un niño triste
que bebe sus propias lágrimas
como un néctar dulcísimo.
Y como un gato quiere atención,
aunque esté encerrado en su torre.
Los poetas, los verdaderos,
se conocen entre sí:
compiten y son graciosos.

No, no es mi estilo,
no es mi taza de té
y ni siquiera mi fuerte
escribir versos buenos:
dejo este arte
a quien lee clásicos y modernos,
y los ama, y los imita, y los hace suyos.
yo sí me conmuevo
ante una puesta del sol,
pero yo no…

Grazie a Miriam Reyes

Breve nota su due romanzi di Andrea Vaccari

Di Massimo Acciai Baggiani

Andrea Vaccari, mio concittadino, è un uomo dai molti interessi: artistici e scientifici. Creatore di un alfabeto fonoanalogico e fonosimbolico – il Fonic – è anche uno scrittore di romanzi e un musicista oltre che un linguista e un informatico. Io l’ho conosciuto proprio tramite il Fonic, proposto all’interno del gruppo esperantista fiorentino su WhatsApp durante i lunghi mesi di quarantena: un’esperienza molto interessante, che già rivela la sensibilità e la profondità intellettuale di Andrea.

Ho avuto poi il piacere di leggere due suoi romanzi, autopubblicati su Amazon: il primo (in ordine di lettura) è Quasi in paradiso. Il punto di vista è quello di una donna che, partita per una passeggiata nel bosco con alcuni sconosciuti incontrati sul web, si trova in una situazione piuttosto spiacevole: in seguito all’incontro con un orso, è la prima del gruppo a darsela a gambe e la prima a restare indietro, separata dai compagni che non la considerano proprio. Questa situazione di pericolo è lo spunto per una lunga autoanalisi alla Italo Calvino di Ti con zero (là con il protagonista minacciato da una tigre che, nel momento adrenalinico, fa considerazioni filosofiche sullo spaziotempo e sul senso dell’esistenza). Scioccata e costretta a confrontarsi con le proprie paure più profonde, la protagonista vive un’avventura interiore ed esterna di grande intensità, che non vado ovviamente a spoilerare.

Anche il secondo romanzo è molto introspettivo e riflessivo, anche se la situazione è completamente diversa. In Prima che tramonti il sole troviamo un altro anonimo personaggio femminile che racconta in prima persona: si tratta della voce interiore di una donna malata di Alzheimer, colpita da ictus, che registra i suoi pensieri, le sue sensazioni nella condizione di immobilità forzata in cui si trova. Un viaggio onirico in cui immaginazione e realtà si confondono, che porterà a una nuova consapevolezza.

Firenze, 20 gennaio 2021

Bibliografia

Vaccari A., Quasi in paradiso, Amazon, 2018.

Vaccari A., Prima che tramonti il sole, Amazon, 2018.

Vaccari A., Fonic: Un alfabeto fonoanalogico e fonosimbolico, Amazon, 2018.

In uscita “La straordinaria nevicata dell’85”

Con grande gioia vi annuncio l’uscita, il 22 gennaio, del mio romanzo di genere fantastico “La straordinaria nevicata dell’85”, edito con Gli Elefanti. Ecco qui la copertina e il booktrailer realizzato dall’editore. Il libro è acquistabile anche su Amazon.

Booktrailer realizzato da Gli Elefanti edizioni

Firenze, 2015. Un uomo di quarant’anni che ha perso i suoi ricordi d’infanzia stringe amicizia con Guidalberto, un sessantenne impiegato alle poste con cui condivide gli interessi per la psicologia e le scienze occulte. Guidalberto ha una figlia ventiduenne, Amarilli, la quale ha elaborato una sua originale tecnica di ipnosi regressiva che potrebbe permettere all’anonimo protagonista di rivivere gli anni perduti dell’infanzia, di quando aveva dieci anni ed assistette alla storica nevicata e gelata del 1985, un evento eccezionale che aveva occupato le prime pagine di tutti i quotidiani nazionali per diversi giorni. In una Firenze stretta dalla morsa della neve e delle temperature polari si dipana una vicenda che riporta il protagonista nei luoghi cari della memoria, fino ad incontrare se stesso bambino e dialogare con lui. Ma il viaggio a ritroso nel tempo non è privo di pericoli: strane creature dalle sembianze umane gli danno la caccia ed attentano alla sua vita. Interverrà Amarilli e quindi il padre Guidalberto a svelare il mistero, non prima di un nuovo viaggio nel tempo, stavolta nel futuro: in un futuro però strano ed incomprensibile, in cui si trova di nuovo faccia a faccia con se stesso bambino. Stavolta sarà il bambino a meravigliarsi, nel bene e nel male, di come sia cambiato il mondo in trent’anni. Tra colpi di scena, inseguimenti, combattimenti, amori e teorie mentali si giunge infine ad una soluzione ed ad una riconciliazione tra presente e passato.Il romanzo è basato su un’attenta ricostruzione storica degli anni ’80 ed in particolare della famosa nevicata che fa da sfondo alla vicenda, tra una grande quantità di riferimenti letterari e cinematografici. Un libro costato tre anni e mezzo di lavoro e ricerca da parte dell’autore.

Il Garibaldi divergente

Di Massimo Acciai Baggiani

Tra le ucronie italiane, una delle più interessanti è senza dubbio quella che riguarda la partecipazione di Giuseppe Garibaldi alle vicende della guerra civile americana. La battaglia epocale di Gettysburg, del 1863, ha ispirato Pierfrancesco Prosperi, veterano della fantascienza nostrana, per un paio di romanzi basati su un fatto storico reale – la richiesta, da parte di Lincoln, rivolta all’Eroe dei Due Mondi, di partecipare alla guerra contro gli stati del Sud, per la liberazione degli schiavi. Si tratta di un ciclo di due opere – Garibaldi a Gettysburg e Ritorno a Gettysburg – scritte a molti anni di distanza (il primo è stato pubblicato in origine nel 1993 da Editrice Nord) e riuniti in un numero di Urania Collezione (il 206, del marzo 2020, giusto all’inizio del lockdown); l’intervento di Garibaldi nella storia americana non ottiene, nell’ipotesi allostorica di Prosperi, l’effetto desiderato, anzi contribuisce involontariamente alla vittoria della Confederazione e al ribaltamento della Storia. A farne le spese, tra gli altri, il protagonista del ciclo ucronico: Andrea Venier, professore veneziano, che si ritrova catapultato in una realtà per lui da incubo, con Veneto e Trentino ancora sotto la dominazione austriaca, in un 1993 alternativo che però non presenta aspetti negativi (anzi: non si vedono cartacce a giro e, grazie all’efficienza teutonica, il MOSE funziona già perfettamente dagli anni Sessanta, salvando la città dall’acqua alta).

Andrea Venier però riscopre la sua vena patriottica e non ci sta: farà di tutto per ripristinare il “normale” corso della storia, che ha causato in effetti conseguenze negative negli USA, unificati sotto la bandiera sudista, dove ancora esiste una forma di “libertà limitata” basata sul colore della pelle. Ad aiutarlo ci penserà Pierfrancesco Felici (il nome ammicca all’autore stesso), scrittore per l’appunto di ucronie, che gli consiglierà di tornare negli USA. Nel frattempo Venier viene preso di mira dai servizi segreti austriaci e poi da quelli americani, entrando in un intrigo internazionale degno di Hitchcock. Riuscirà a rimettere la Storia sui giusti binari e ad uscirne vivo? E qual è il ruolo dei nazisti in questa curiosa guerra combattuta con le macchine del tempo?

Lascio le risposte ai lettori. Prosperi si conferma un grande narratore, molto accurato nei dettagli storici, con uno stile avvincente, in cui non manca l’ironia, ricco di colpi di scena ed azione. La lettura di questo ciclo mi ha fatto inevitabilmente pensare a un’altra opera costruita attorno a un’altra grande figura storica italiana che ha influenzato la storia del continente americano: il Cristoforo Colombo “divergente” di Carlo Menzinger[1], altro maestro della ucronia nostrana che non a caso è in buoni rapporti con Prosperi.

Di Pierfrancesco Prosperi ho avuto il piacere di leggere e recensire anche altri romanzi ascrivibili al fantastico e al thriller: Vlad 3.0 (Porto Seguro, 2019) e Annihilation (Helicon, 2020). Vale la pena leggere anche questi.

Firenze, 18 gennaio 2021

Bibliografia Prosperi P., Garibaldi a Gettysburg. Ritorno a Gettisburg, Milano, Mondadori, 2020.


[1] Menzinger C., Il Colombo divergente, Genova, Liberodiscrivere, 2001.