Il narratore di Rifredi

il narratore di rifrediE’ uscito “Il narratore di Rifredi” (Lulu, 2019), biografia letteraria di Massimo Acciai Baggiani, scritta da Carlo Menzinger. Il libro è acquistabile su Amazon, su Lulu e su Mondadori Store. Oppure liberamente scaricabile in formato digitale qui.

«Rifredi, un antico quartiere da scoprire, seguendo uno scrittore che ci vive, Massimo Acciai Baggiani, che ha scritto e pubblicato romanzi, racconti, commedie, poesie, saggi, articoli; amante del fantastico, ma con i piedi ben radicati nel territorio, che siano Firenze, il suo quartiere di Rifredi, il Casentino, il Mugello o le amate alpi friulane. Acciai da anni si muove con prolifica verve, affrontando i temi più disparati, collaborando con riviste e altri autori, realizzando opere a più mani, curando antologie e riviste. Questo volume cerca di farcelo conoscere e di lasciarci una testimonianza di Rifredi. Il volume, curato da Carlo Menzinger di Preussenthal, ospita oltre all’analisi delle opere di Acciai e una sua intervista, alcuni racconti, poesie e articoli di entrambi su Rifredi e le testimonianze di chi lo ha conosciuto, come Marco Bazzato, Matteo Nicodemo, Stefi Pastori, Simonetta Della Scala, Rossana D’Angelo, Francesco D’Agostino e Mariella Bettarini.La foto di copertina è di Italo Magnelli.»

INNAMORARSI DEGLI SCONOSCIUTI

Qualcuno con cui correre” (2000) di David Grossman (Gerusalemme, 25/01/1954) è davvero un libro particolare e interessante. Tutto parte con un ragazzo che per l’estate lavora in un ufficio comunale a Gerusalemme e si trova, come incarico, a dover seguire un cane abbandonato, per vedere se riesce a ritrovare i suoi padroni e riscuotere una multa per averlo lasciato incustodito.

La cagna (giacché è una femmina) comincia a correre e Assaf, tenendola al guinzaglio le corre dietro, infilandosi in una serie di avventure incredibili e spesso pericolose.

Nella sua missione incontra tante persone che riconoscono l’animale e pensano che lui conosca la padrona e spesso lo trattano come se lui fosse lei. Scopre così, poco per volta a chi apparteneva la cagna, una ragazza della sua età, di nome Tamar. Più conosce chi l’ha conosciuta, più cresce la sua amicizia “virtuale” o “platonica”, se preferite, verso questa sconosciuta e sembra quasi innamorarsene. Scopre che la ragazza si è infilata in un mare di guai.

In parallelo leggiamo proprio delle avventure di Tamar. Anche lei ha una “missione”, un obiettivo. Solo che la sua “missione” non è un incarico ricevuto da un ufficio, ma qualcos’altro di cui non vorrei parlare per non raccontare troppo.

La magia di questa storia è l’avvicinarsi di due anime sconosciute (mentre anche le loro essenze fisiche, i loro corpi, si cercano attraverso la città) per il tramite di un animale che entrambi amano, Tamar da sempre, Assaf da poche ore. Il fascino di questa storia è nell’alchimia che si crea tra Assaf e tanti sconosciuti, con cui, per il solo fatto di stare con Dinka (la cagna di Tamar) e per il suo buon carattere, riesce a creare amicizie profonde quando non rimane vittima di odii e malvagità di cui non dovrebbe essere il bersaglio.

Di Grossman avevo già letto “Che tu sia per me il coltello” (1999). Anche in questo romanzo ci parla di un amore a distanza, in entrambi c’è l’idea che ci si possa innamorare di qualcuno mai visto o appena intravisto, ma “Qualcuno con cui correre” mi è parsa opera migliore, per una serie di motivi, innanzitutto non è in forma epistolare (questo tipo di narrativa racconta troppo e mostra poco), poi i protagonisti sono più giovani e freschi, inoltre avevo trovato antipatico e maniacale il protagonista di “Che tu sia per me il coltello”, mentre i personaggi di “Qualcuno con cui correre” sono molto più genuini e simpatici, persino i “cattivi”.

Il tema dell’amore a distanza è quanto mai attuale, in questo tempo di web e chat (ne scrissi persino io in “Cybernetic love” con Simonetta Bumbi, pubblicato poi nel volume “Parole nel web”) in cui nascono amicizie e, talora, persino amori tra persone che si parlano attraverso lo schermo di un computer. Peculiare è la scelta di parlarne, in entrambi i casi, senza mai fare riferimento a internet, ma riferendosi solo alla vita “reale”.

Carlo Menzinger

Firenze, 18/03/2018

Chi mai tesse la tela?

42857065_10217550266257685_2474628682711302144_nIl sipario si apre sulla scena di un’epica battaglia nel delta del Gange dove il potente Generale Archidamo Stanatis fronteggia le forze dell’Impero rivale di Nippon. A molti chilometri di distanza, nella città di Lacedemone, sua figlia Nymphodora continua a sognare una rivoluzione urbanistica e architettonica che riporti alla luce del sole le abitazioni spartane confinate nel sottosuolo. Ed è vicino a lei, nel ruolo di schiava e amante, che ritroviamo Aracne, la splen-dida eroina di cui abbiamo letto le peripezie nel primo volume di questa saga, “Il sogno del ragno”. Chi ha conosciuto Aracne, sa che la cifra della sua esi-stenza è la fuga; se però nella storia precedente il suo viaggio verso la libertà era stato “una fuga per la vita”, in questo secondo volume, “Il regno del ra-gno”, l’evasione dalla sua condizione di ilota è indirizzata principalmente verso la “conoscenza”. Di se stessa, del suo destino, del mondo e dei suoi so-gni. Ed è proprio all’inseguimento di un sogno e alla ricerca di una vita di-versa, libera dalla ragnatela intrusiva di Sparta, che Aracne, con il suo bam-bino nato da una violenza, con Nymphodora, e con Doukas, studente di Architettura, parte verso le terre del Nord insieme a Ingmunde, maestro di norreno. Da cosa fuggono tutti quanti? Dalla schiavitù e dall’insensatezza. Che cosa cercano? Il volo della libertà, il fuoco dell’amore, la risposta ai loro sogni.
“Non si dovrebbe morire prima dei nostri sogni” asserisce Lucius, lo schiavo di origine romana, quasi un Erodoto ucronico, incaricato di registrare le gesta di Archidamo Stanatis contro i samurai di Nippon, ma fermamente intenzio-nato a tramandare l’interpretazione dei fatti oltre alla loro semplice amplifica-zione voluta dal potere a scopi propagandistici; la frase è rivolta a un nuovo personaggio, la Seconda Educatrice, una sedicenne che, a dispetto della sua fun¬zione, relegata nella periferia dell’Impero, ignora tutto della nascita e della morte, ignora in cosa consista il potere dell’onnipresente apparato statale di Sparta, ne fraintende persino le agghiaccianti crudeltà e conosce solo l’orizzonte ristretto dell’Isola dei Donatori, dove accudisce i bambini predesti¬nati alla donazione degli organi e dove approdano i fuggitivi. Anche lei, lentamente e con fatica, impara che nell’isola dove è vissuta – una deforma¬zione macabra dell’Isola che non c’è in cui i bambini sperduti vive-vano una magica infanzia al fianco del bambino per eccellenza, Peter Pan – non c’è posto per nulla che non sia l’orrore. E l’orrore più grande, in tutti i tempi e in tutti i luoghi, non solo nella dimensione ucronica di Sparta, è l’ignoranza di sé, delle proprie origini, del mondo e dei suoi meccanismi.
Dunque il filo rosso che collega i personaggi, i loro pensieri, i dialoghi, è la ri¬cerca della verità in un mondo contrassegnato da letali menzogne e da un’onnipresente violenza. E questo mondo emerge dalle pagine del libro con una nettezza sorprendente: tra avventure e guerre, tra amore ed erotismo, tra colpi di scena e inseguimenti, domina incontrastata la fantasia felicemente sfre¬nata dell’Autore che ci dipinge un universo impensabile; come non ammi-rare l’invenzione dei “mutanti thalassiani”, sintesi felice di fantascienza e di classicità? Come non stupirsi per le “biobarche” trainate da delfini o per i “sal¬tadune”? In questo macrocosmo che oscilla tra rimandi alla storia, tra allu¬sioni al tempo presente – soprattutto per quanto riguarda la genetica e la rivoluzione informatica -, tra misteri inquie¬tanti, non ultimo quello che riguarda le origini di Aracne, brillano di luce propria i momenti lirici e le citazioni che sono un omaggio al mondo ome¬rico.
Un romanzo vario, avvincente, dove all’intreccio dinamico si affianca la malinco¬nica riflessione sulla “vita derubata” dalla dittatura e sull’espropriazione dei “sogni”.
Spicca, in ogni caso, la protagonista diventata madre, questa giovane donna che ha tatuato sulla fronte il disegno di un ragno e che alla fine del libro sco-prirà la verità sulle proprie origini; lei, “dagli occhi di prato”, lei che vive una sessualità senza consapevolezza, lei di cui seguiamo, passo passo, l’itinerario di formazione:
“E Aracne non sapeva più nulla. Non capiva la pioggia. Non capiva il proprio pianto e ancor meno il proprio riso. Non capiva se stessa e non capiva i sogni. Forse per questo piangeva. Forse per questo rideva.”
Di nuovo prigioniera, in una detenzione peggiore di quella di Neapolis, peg-giore di quella di Lacedemone, Aracne dà un appuntamento imperdibile ai suoi lettori nella prossima storia.
Non resta che aspettare l’uscita del terzo volume della saga per verificare se anche noi moderni, come l’immaginaria Aracne, siamo intrappolati nella ragna¬tela dei nostri stessi sogni. O in quella che tesse per noi Carlo Menzinger.

Nadia Bertolani

Recensione di Paolo Ninzatti del romanzo IL REGNO DEL RAGNO di Carlo Menzinger

42857065_10217550266257685_2474628682711302144_n“Il regno del Ragno”, la seconda parte della trilogia di Sparta, ci porta ora dentro scenari esotici. Kipling incontra Salgari in un Bengala alternativo nella descrizione delle fasi della guerra Greco-Nipponica. Un conflitto primitivo con dirigibili e armi da fuoco rudimentali ma a cui si aggiungono sprazzi che mi hanno ricordato Tolkien, con giapponesi che cavalcano animali mutati e anche volanti. Niente fantasy naturalmente perché le mutazioni sono frutto della scienza. L’autore ha combinato l’ucronia steampunkeggiante con la fantascienza che tratta di genetica. Laddove nel duemila alternativo e spartano ancora si gira in treni a vapore e dirigibili, quest’ultima ha superato quella del nostro universo. E qui mi fermo nello spoiler sperando di aver stuzzicato la voglia di leggere questo romanzo da un lettore che ami le scene spettacolari. Non solo quelle che si svolgono nella jungla ma anche quelle dell’odissea di Aracne e compagni nel mare del Nord. E quando dico Odissea, so quel che dico. Nonostante Salgari e Kipling conditi con Omero, una delle scene che mi è piaciuta di più è una discussione madre-figlia su un giovane pretendente alla mano di quest’ultima. Un classico in cui la giovane esprime chiaro e tondo quello che pensa del bellimbusto.
Scritto nello stile fedele a quello precedente questa seconda parte ci svela finalmente il perché del ragno tatuato e di chi sia in realtà Aracne. Lo sfondo è sempre quello di una Sparta totalitaria che denigra amore, individuo e famiglia, come nella prima. Una ragione per cui ho fatto il tifo non soltanto per gli sprazzi di ribellione di alcuni dei suoi cittadini, sia spartiati che iloti, ossia molti dei protagonisti, ma perfino per i giapponesi. Ben delineati anche i “cattivi” o anche quei personaggi meno simpatici. Un piccolo punto negativo: la storia si ferma proprio sul più bello lasciandoti insospeso con la curiosità di vedere come va a finire. Ma anche a questo c’è il rimedio: la terza parte uscirà entro breve e sazierà ogni appetito. Tutto sommato una saga che si appella non solo agli amanti dell’ucronia e della fantascienza, ma anche agli appassionati dell’avventura, della storia e della cultura greca, a chi tifa per gli oppressi, a chi ama i ribelli, a chi vorrebbe che l’amore trionfasse sulla guerra. Ceterum censeo: da leggere.
https://sites.google.com/…/via-da-sparta/il-regno-del-ragno…

Via da Sparta: atto secondo

di Massimo Acciai Baggiani

42857065_10217550266257685_2474628682711302144_nDel primo libro della trilogia del mondo alternativo di Carlo Menzinger, quello che vede il mondo dominato da un’inarrestabile impero spartiate, che fronteggia un altrettanto agguerrito impero nipponico, ho già scritto sul web e nella biografia dello scrittore mio concittadino (Il sognatore divergente), pubblicata di recente con Porto Seguro – lo stesso editore che si è preso carico di questa saga ucronica; è tempo di parlare del secondo capitolo. Il regno del ragno – Menzinger ama le allitterazioni – esce non a caso in contemporanea con Il sognatore divergente: durante la stesura del mio libro non avevo ancora letto il seguito delle avventure di Aracne, Nymphodora e compagnia, ma già intuivo che la saga, dopo le lunghe ma necessarie spiegazioni sulla storia alternativa pregressa – che avrebbe portato a questa distopia sanguinosa -, avrebbe subito un’accelerata verso l’azione e la trama si sarebbe infittita, rivelando insospettabili e inquietanti colpi di scena, rispondendo parzialmente (c’è ancora il terzo e ultimo capitolo, ancora inedito…) alle domande lasciate in sospeso ne Il sogno del ragno. Cosa significa il ragno tatuato sulla fronte della protagonista, in fuga per salvare la vita a se stessa e al figlio? Come si imposterà il rapporto tra la schiava ilota e la spartiate Nymphodora, che la compra alla fine del primo libro? Che ne sarà dei suoi compagni di viaggio? A queste e altre questioni il lettore, che si è già appassionato ai personaggi introdotti ne Il sogno del ragno, troverà una risposta. Come nel primo libro non mancano le scene di violenza e sesso, tipiche di questo mondo barbaro, ma anche prove di amicizia e speranza per un mondo migliore a cui Aracne sa di appartenere più che al crudele impero spartiate. Stavolta non voglio spoilerare troppo, preferisco lasciare il lettore alla narrazione scorrevole e accattivante di Menzinger, nell’attesa della conclusione della saga, che speriamo non si faccia attendere troppo.

Firenze, 28 novembre 2018

 

Bibliografia

Acciai Baggiani M., Il sognatore divergente, Firenze, Porto Seguro, 2018.

Menzinger C., Via da Sparta: il sogno del ragno, Firenze, Porto Seguro, 2017.

Menzinger C., Via da Sparta: il regno del ragno, Firenze, Porto Seguro, 2018.

LA SPINTA DELL’EVOLUZIONE

Ci sono libri la cui lettura lascia un segno dentro di noi. Credo che potrò ricordare tra questi “Evoluzione creatrice”.

Del resto, a quanto ci racconta wikipedia “la filosofia di Henri Bergson incise profondamente nella cultura del Novecento: ritroviamo elementi del suo pensiero nella filosofia di Michel Serres, Emmanuel Levinas, Gilles Deleuze, nella storiografia di Fernand Braudel, nella letteratura di Marcel Proust, nella epistemologia di Jacques Monod”. Perché allora non dovrei sentirmene, d’ora in poi, influenzato anche io, per quanto poco possa aver colto del suo pensiero? Di sicuro la lettura mi ha stimolato numerose riflessioni che in parte vorrei cercare di riportare qui.

Evoluzione creatrice” è un saggio di oltre un secolo fa (1907) scritto dal filosofo francese di origini ebraiche, premio nobel per la letteratura nel 1927, Henri-Louis Bergson (Parigi, 18 ottobre 1859 – Parigi, 4 gennaio 1941).

Quest’opera dal titolo che è volutamente un ossimoro, riprende il pensiero darwiniano reinterpretandolo filosoficamente, osservando i processi evolutivi da nuove angolature.

Centrale nel pensiero da cui parte è la distinzione tra tempo oggettivo e tempo soggettivo (in tal caso Bergson parla di “durata”). La “durata” degli eventi è soggettiva in quanto la mente umana ha un’intelligenza fatta per ragionare in un mondo di “solidi”. La nostra percezione della realtà è momentanea. C’è dunque difficile immaginare un processo evolutivo, in quanto questo è rappresentato da un succedersi di stati.

Credo che questo nostro modo di ragionare innato, abbia potuto allenarsi e mutare non solo grazie allo sviluppo di filosofie come quella darwiniana ma dalla nascita di media come il cinematografo e la TV. Un ragionamento “evolutivo” è, infatti, quasi un ragionamento cinematografico, un succedersi di fotogrammi, spesso uno molto simile al precedente. Nel 1907 il cinema era ancora ai suoi inizi e la TV doveva nascere e l’uomo faceva più fatica di oggi a immaginare una realtà progressiva. Certe serie TV, oggi, ancor più dei semplici film (quando non sono stereotipate) ci abituano a un progressivo mutamento dell’ambiente, della vicenda, dei personaggi, penso per esempio a “Lost” o a “The walking dead”, in cui persino chi era “cattivo” diventa “buono” o viceversa, in cui luoghi “sicuri” cessano di esserlo. In questo inizio di millennio siamo più pronti a ragionare in tal senso di quanto certo lo erano gli uomini dell’inizio del XX secolo, che non solo non avevano questi strumenti di “allenamento”, ma neppure avevano visto i drammatici rivolgimenti e le grandi menzogne di due guerre mondiali e una guerra fredda, il succedersi e il crollo delle ideologie. Eppure, più avanti, Bergson dedica un capitolo al cinema e parrebbe confutare questa mia riflessione!  Sebbene l’opera sia del 1907, Bergson usa il raffronto con le immagini cinematografiche, intese come succedersi dei fotogrammi e dice che la realtà non è così.

Sostiene che la scienza sia antecedente all’intelligenza e non un suo prodotto.

Ho appena finito di leggere il romanzo di fantascienza “I mendicanti di Spagna” in cui si immagina un’evoluzione umana accelerata mediante la genetica. La differenza tra una generazione e l’altra, tra i cosiddetti Dormienti (gente come noi), gli Insonni (prima generazione di mutanti) e i Super (nuova generazione di mutanti) era nel modo di ragionare. Negli schemi di ragionamento (i Super ragionano per “stringhe”).

Singolare è che anche Bergson parli di schemi della conoscenza. Per Bergson ragioniamo per “solidi”, la scienza cerca di “isolare” i fenomeni, di descrivere le individualità, divide per comprendere, ma la materia non è isolata. Ogni cosa interagisce con le altre.

Importante è la riflessione di Bergson sul tempo. Il tempo soggettivo (la “durata”) non si può ripetere per vari motivi tra cui il fatto che se ripetiamo una serie di azioni, avendole già compiute siamo diventati diversi, la nostra percezione della realtà è mutata.

Un po’ come i bambini di Riggs ne “La casa per bambini speciale di Miss Peregrine”, imprigionati in eterno nella stessa giornata, da cui non possono uscire, che si ripete per sempre, ma che è ogni giorno diversa in qualcosa, perché anche se loro sono sempre bambini, il loro modo di vivere e comportarsi è rimasto da bambini hanno maturato un’esperienza da vecchi.

Nel mondo della materia tutto è connesso. Ogni cosa ha implicazioni in altre. È un artifizio della scienza quello di isolare singoli oggetti o ambienti o situazioni per studiarle e catalogarle.

Finiamo così per considerare anche il tempo come una successione di istanti, in cui un tempo t è preceduto da un tempo t-1, ma per quanto piccolo possa essere t, questo rimane falso (o meglio una semplificazione scientifica) perché anche il tempo è un tutto unico inscindibile, in cui passato, presente e futuro sono fusi. Visione del tempo assai diversa da quella ucronica di alcuni miei romanzi, in cui il tempo è un frattale, ma per me non meno affascinante e stimolante per possibili invenzioni narrative.

Allo stesso modo anche la vita è unitaria e scorre. La materia vitale può essere considerata sia come parte della “materia bruta” (inanimata) sia come parte fondamentale dell’intero universo.

Si può studiare la vita con i criteri del meccanicismo e del finalismo ma nessuno dei due descrive adeguatamente l’evoluzione.

Il meccanicismo si adatta a descrivere fenomeni individuali, non il loro insieme. Gli organismi viventi, invece, vanno visti in modo unitario come parti di un tutto che è la vita.

La visione finalistica non è individuale. Se applichiamo il finalismo all’individuo sbagliamo. Sarebbe come dire che un essere perfetto è così perché il fine dell’evoluzione è di crearlo tale, ma ogni organismo è un insieme di parti e quindi se l’individuo ha una finalità, allora la hanno anche le sue componenti?

All’essere umano ripugna creare nuovi concetti. Cerca di spiegare tutto con le categorie che conosce, un po’ come faceva Platone quando pensava di poter descrivere gli oggetti tramite le idee.

La vita è un unico slancio, anche se ogni specie ha preso sentieri divergenti. Eppure lungo linee evolutive diverse ritroviamo forme e strutture, anche complesse che si sono generate in modo molto simile autonomamente, come gli occhi dei vertebrati e di certi molluschi, occhi nati dopo che le due linee evolutive si erano separate, eppure molto simili nonostante la loro grande complessità.

Se avesse ragione Darwin e le mutazioni avvenissero per piccoli cambiamenti sarebbe troppo strano che certe mutazioni si ripetano in modo simili lungo linee evolutive disgiunte. Evoluzioni per salti sarebbero ancor meno spiegabili, perché, per esempio, un occhio, nello svilupparsi verso forme più complesse, se si mutasse per salti, rischierebbe non espletare più la sua funzione di visione.

Si può allora sospettare che l’ambiente influisca sulle mutazioni non (solo) per selezione negativa, escludendo i meno adatti, ma anche favorendo l’insorgere di date mutazioni?

La materia organica sarebbe dunque in grado di adattarsi all’ambiente?

Nella selezione non ci sarebbe una totale indeterminazione come potrebbe far pensare il modello darwiniano della selezione casuale dei caratteri, ma c’è uno “slancio” iniziale della vita che spinge il processo evolutivo in una direzione precisa, così che talora linee evolutive del tutto separate producono risultati simili, perché la tendenza è data dallo “slancio iniziale” (e non solo da un rapporto meccanicistico di cause ed effetti o per un qualche finalismo). Non sono in grado di valutarla scientificamente, ma trovo questa visione affascinante! Immaginare una sorta di big bang della vita, da cui partono tutte le linee evolutive, spinte da un unico slancio che le proietta ciascuna nella propria direzione! Forse non sarà corretta, ma è davvero una splendida descrizione dell’evoluzione! Per giunta mi fa pensare che si avvicini alla mia idea di una legge unica che regoli l’universo materiale e la vita: la possibilità di trovare una teoria unificatrice delle leggi fisiche che accolga al suo interno anche la vita e il suo sviluppo!

Come la vita umana è fatta di infinite scelte, ciascuna delle quali porta a percorsi diversi e a nuove scelte, così la selezione naturale ogni volta sceglie tra sviluppi alternativi, ma mentre la vita umana è una sola e una volta presa quella strada quell’individuo non può prenderne altre, la vita ha a disposizione innumerevoli organismi e mentre alcuni prendono certe strade, altri ne prendono altre, con il risultato che ciò che non realizza un percorso evolutivo, lo realizza un altro, creando il moltiplicarsi delle specie. Buffo, ma ci vedo un po’ la mia visione (fantasiosa) dell’ucronia, in cui abbiamo infiniti universi divergenti in ciascuno dei quali ogni presente o futuro  o passato trovano realizzazione.

La vita ha affrontato la sua sfida con la materia inorganica partendo da forme piccole, che riuscivano a sfuggire alla violenza dei fenomeni della materia inorganica, poi queste forme hanno preso a crescere di dimensioni, ma più gli organismi crescono più tendono a sdoppiarsi, a dividersi. La vita tende a sdoppiarsi. È così che si riproducono gli organismi asessuati. Creando innumerevoli divergenze. L’unità della vita è tutta nello slancio iniziale, che porta in una data direzione.

Aggiungo io che questa direzione pare essere quella della maggior complessità degli organismi e che questa complessità serve a colonizzare ambienti sempre nuovi. Mia idea è che anche lo sviluppo di un’intelligenza capace di prodotti tecnologici serva a questo, ovvero a popolare ambienti inospitali. La nostra civiltà segue questo slancio portandoci verso le stelle, trasformandoci in veicoli per portare la vita oltre la Terra?

Se vi è un’armonia nella natura, se vi è complementarietà tra gli organismi, questo per Bergson non è per un fine ultimo, ma per quello slancio iniziale, per quella spinta che sospinge la vita, come il big bang sospinge le stelle e le galassie ad espandersi e ad allargarsi popolando spazi un tempo vuoti. Non sarà che il fenomeno è lo stesso? Non sarà che in fondo lo slancio della vita era contenuto proprio in quel big bang e che la vita sia implicita nell’espansione dell’universo, mi chiedo io?

Bergson fa notare che la vita è così unitaria che persino la grande divisione tra regni, tra animali, vegetali e funghi è solo una convenzione classificatoria, perché ogni essere vivente ha in sé, potenzialmente, in minor o maggior misura tutti i caratteri che hanno anche gli altri. È solo una questione di proporzioni, dice Bergson. Insomma, gli ingredienti della vita sono sempre quelli, ma le quantità variano e il risultato è quel ricchissimo menù rappresentato da tutte le specie.

Se la distinzione principale tra animali e piante è che le seconde si nutrono di materiali inorganici e le prime di materiali organici (le stesse piante o altri animali che si sono nutriti, direttamente o indirettamente di piante), questa non è vera per tutte le specie e, per giunta, i funghi in questo sono pari agli animali, dato che anche per loro il nutrimento è organico.

Gli esseri viventi sono capaci di movimenti riflessi e volontari. Sono i movimenti volontari a generare la coscienza. L’essere assume coscienza di sé e della propria posizione nello spazio per muoversi di conseguenza.

Associamo spesso al termine “coscienza” significati “morali”: trovo stupendo vederla qui usata come semplice “coscienza della propria posizione nello spazio”. Dunque quando invochiamo la nostra coscienza, in realtà stiamo banalmente dicendo che sappiamo quale sia il nostro posto nello spazio! La cosa mi fa sorridere.

La vita si è divisa tra regno animale e vegetale, dove il primo è caratterizzato per la capacità di muoversi e il secondo per l’immobilità, ma entrambi i regni hanno le due funzioni in nuce. I vegetali traendo nutrimento dal terreno non hanno bisogno di muoversi, mentre gli animali, dovendosi nutrire di vegetali, non essendo in grado di elaborare i minerali, si devono spostare.

Mi chiedo allora quale sia il regno “superiore”? Quello animale che si nutre del vegetale o quello vegetale che è in grado di vivere autonomamente? Ovviamente il concetto di “superiore” in natura è solo una distorsione umana, la stessa che ci porta a considerare l’uomo come essere superiore, in quanto il “migliore” nella classe dei mammiferi, a sua volta, classe superiore tra i vertebrati e così via.

Una nuova grande distinzione evolutiva si crea nel regno animale tra intelligenza e istinto, che sono entrambi espressione della mente ed entrambi presenti in ogni organismo ma, come visto in altri casi, in proporzioni differenti. Ci sono specie che si sono sviluppate privilegiando ora l’una ora l’altra. Non necessariamente uno dei due è maggiormente efficace dal punto di vista evolutivo. Bergson insiste molto sul concetto che la vita è unitaria. Tutti i cammini evolutivi intrapresi sono solo tanti diversi modi per coprire lo spazio, per avere organismi adatti a ogni realtà ambientale.

Bergson tende a distinguere l’intelligenza dall’istinto per la sua capacità di usare o creare strumenti, teoria che mi pare solo parzialmente accettabile.

Se l’intelligenza si avvale di memoria e logica, mi chiedo se l’evoluzione potrebbe privilegiare, in futuro o in altri mondi, lo sviluppo di forme di intelligenza che usano di più l’una o l’altra.

Un’altra riflessione che mi induce l’affermazione di Bergson che l’intelligenza costruisce utilizzando materia organica o inorganica, ma sempre come se fosse inorganica, indifferente alla vita che contiene è se, essendoci sviluppati sinora in tal senso, il prossimo passo verso un’evoluzione dell’uomo non possa essere nell’usare l’intelligenza per manipolare la materia inorganica considerandola tale, ovvero manipolare la vita stessa. Insomma, mi pare che la genetica possa essere non solo la prossima frontiera della scienza, ma anche la prossima frontiera dell’evoluzione umana.

Bergson poi analizza il linguaggio evidenziando che le parole sono state create per descrivere oggetti materiali e che quindi quando trattano altro lo fanno come se trattassero dei solidi. L’uomo ragiona in termini di geometria tridimensionale.

Bergson evidenzia che l’istinto non è un riflesso ma una sorta di “simpatia” in senso lato, ovvero di corrispondenza o di relazione dell’organismo con l’ambiente.

Quanto alla coscienza, questa opera con intelligenza o con intuito. L’intelligenza funziona per similitudini, per sovrapposizione di oggetti simili, ma la natura non misura, non calcola, non conta. L’intelligenza pretende di misurare, ma non è così che funziona la vita.

La conoscenza mira all’ordine e quindi crea la categoria opposta del disordine, ma ordine e disordine sono entrambe nel pensiero umano, sono costruzioni intellettuali, aliene alla natura.

La materia, come la vita è un tutto unico, sono unitarie e sono nate assieme. Nel big bang che ha generato la materia c’era già l’impulso della vita. Dove c’è materia deve esserci, se non la vita, il suo impulso.

La materia tende all’entropia e la vita compensa questa tendenza (come possiamo non tenerne conto per una teoria unificatrice delle forze della natura?). L’unione di materia e vita creano organizzazione, mentre la complessità è un invenzione dell’intelligenza umana.

Lo sviluppo del sistema nervoso ha portato allo sviluppo simultaneo delle attività volontarie e di quelle automatiche. Negli organismi queste sono presenti in contemporanea e si bilanciano. La strada per lo sviluppo umano, dicono io, potrebbe trovarsi proprio qui, nel trasformare in automatiche certe attività, liberando energie per attività “volontarie”. L’automazione, insomma, dico io, potrebbe favorire nuove capacità nell’uomo.

Sorprende pensare che per Bergson, già oltre un secolo fa fosse chiaro che la vita può nascere ovunque, anche da materie diverse da quelle che ne sono la base sulla terra come il carbonio e l’azoto. Una vita basata su altri elementi e una diversa chimica sarebbe del tutto diversa ma seguirebbe il medesimo impulso. Potremmo trovare vita nei mari di metano di Titano?

Se fosse vero quanto sostiene Bergson sul fatto che la vita nasca assieme alla materia e che possa essere generata da materie e processi diversi, ne dovremmo dedurre che l’universo ne sia colmo.

La vita è una corrente ma non è diretta da alcuna finalità.

La coscienza, composta di intelligenza e intuito, si è realizzata solo nell’uomo. L’intuito comprende la vita, mentre l’intelligenza comprende la materia. Nell’uomo vi è più intelligenza che intuito.

Immaginiamo cose come il disordine e l’assenza ma sono costruzione delle mente umana. Percepiamo disordine dove ci attendiamo un certo tipo di ordine  e non lo troviamo. Immaginiamo un’assenza quando qualcosa non c’è più, ma se qualcosa scompare rimane sempre qualcos’altro, fosse anche l’assenza di quella medesima cosa.

L’assenza non può essere percepita da un’intelligenza istantanea ma solo da chi ha memoria del passato o è capace di prevedere il futuro.

Vedendo il moto come unità lo considera indivisibile in punti caratterizzati da immobilità

Esamina poi l’opera di vari filosofi del passato da Platone e Aristotele fino a quelli più moderni.

La ricerca di una descrizione unitaria dei fenomeni ci porta a qualcosa di simile al pensiero del pensiero in Platone, nel quale ritroviamo l’immobilità che le singole cose non hanno e neppure le loro idee.

La continuità la ritroviamo anche pensando che tra il nulla e la perfezione ci sono tutti i possibili gradi intermedi, anche se la scienza, che mira all’utile, al vantaggio per l’uomo, guarda gli estremi e non quello che sta nel mezzo e quindi tende a vedere il nulla come alternativo alla perfezione. In particolare, la scienza antica mirava ai singoli oggetti, mentre i moderni dividono il tempo all’infinito, usando il tempo come variabile.

Il tempo non è rilevante nelle opere di ricostruzione (come un puzzle), ma è un elemento della creazione artistica, che non ne può prescindere.

La seconda parte del volume è meno interessante della prima e, a tratti, Bergson appare pesante, quando, per esempio, si mette a fare un po’ troppo il proprio mestiere di filosofo, come quando filosofeggia su essere e non essere o sul concetto di soggettività della negazione.

In ogni caso, anche se forse non è proprio una lettura da spiaggia, questo penso sia un libro che davvero merita di essere letto e di essere oggetto di riflessioni e meditazione.

Ho più volte detto che spesso sono rimasto deluso dall’assegnazione degli ultimi premi nobel di letteratura. Bergson l’ha vinto nel lontano 1927. Sebbene il suo sia un caso che affiancherei a quelli di Dylan e Fo, chiedendomi se le loro opere si possano davvero dire di letteratura, comunque, questa lettura è una di quelle che mi riconciliano con il premio. Gli fu conferito “per le sue ricche e feconde idee» sia «per la brillante abilità con cui ha saputo presentarle”.

Di Bergson, in passato avevo già letto “Il riso – Saggio sul significato del comico”, che mi aveva impressionato meno di questo.

Carlo Menzinger

Firenze, 02-15/05/2018

Finalmente è uscita l’antologia per i 15 anni di Segreti di Pulcinella!

nessun altro

Finalmente è uscita l’antologia per i 15 anni di Segreti di Pulcinella!!

Autori presenti (in ordine alfabetico):

Acciai Baggiani Massimo
Apostolou Apostolos
Balò Roberto
Cantucci Andrea
D’Angelo Rossana
Dragotescu Lucia
Ferrari Alessandra
Ferrari Emanuela
Gherardotti Erika
Guglielmino Francesco
Gurrado Salvatore
Martinuzzi Emanuele
Menzinger Carlo
Panizzo Francesco Luigi
Strinati Fabio

Il prezzo, per una curiosa coincidenza, è 15 euro, come il numero degli autori presenti e il numero degli anni della rivista

Presto organizzeremo delle presentazioni a FIRENZE.