Scrivere è un’attività piacevole?

Di Massimo Acciai Baggiani

1bnScriveva Natalia Ginzburg, riferendosi alla scrittura: «questo mestiere non è mai una consolazione o uno svago. Non è una compagnia. Questo mestiere è un padrone, un padrone capace di frustarci a sangue, un padrone che grida e condanna. Noi dobbiamo inghiottire saliva e lagrime e stringere i denti e asciugare il sangue delle nostre ferite e servirlo. Servirlo quando lui lo chiede. Allora anche ci aiuta a stare in piedi, a tenere i piedi ben fermi sulla terra, ci aiuta a vincere la follia e il delirio, la disperazione e la febbre. Ma vuol essere lui a comandare e si rifiuta di darci retta quando abbiamo bisogno di lui.»[1]

Questa affermazione, piuttosto forte, letta per caso in macchina aspettando il verde al semaforo, mi ha suscitato una serie di riflessione sulla mia attività preferita (non dico mestiere, in quanto non mi dà di che vivere): scrivere. Dirò innanzitutto che io la vedo in maniera praticamente opposta rispetto alla Ginzburg: per me l’atto di scrivere non è accompagnato da sofferenza, bensì da gioia, e non mi toglie energie, anzi me le dona. D’altra parte come potrebbe un anarchico come me accettare un padrone, per lo più autoimposto? Io scrivo cosa e quando voglio, seguendo l’ispirazione del momento (a meno che non si tratti di articoli o recensioni promesse a qualcuno) e questo è uno degli indubbi vantaggi di uno scrittore “non professionista” rispetto a chi è sotto contratto con la Mondadori o la Newton & Compton e deve magari consegnare un romanzo di quattrocento pagine entro due mesi, pena la perdita di denaro (molto denaro). Non a caso Paolo Cammilli[2] si dichiara d’accordo con la Ginzburg: il suo è infatti il punto di vista di uno scrittore professionista. Cammilli, anzi, distingue tra chi “fa lo scrittore” e chi “è uno scrittore”, indicando nel primo colui che si guadagna il pane attraverso il suo mestiere.[3]

Dello stesso avviso è il giornalista pratese Raimondo Preti. In Tutti giù per terra scrive: «Chiariamo subito una cosa: scrivere non è un piacere. Non si tratta di cantare con una bella voce o di imbrattare una tela sperando che qualcuno dica che è un capolavoro. Scrivere è un gioco di capelli strappati, sigarette che bruciano fino al dito e unghie ciancicate.»[4] Di «lotta orribile ed estenuante, come un periodo di dolorosa malattia» parla anche George Orwell in un suo saggio del 1936[5]; il celebre scrittore inglese si riferisce in più punti alla «fatica di scrivere»[6], allo «sforzo descrittivo quasi contro la mia volontà, come una sorta di costrizione esterna»[7], eccetera, a cui lo scrittore è spinto da «egoismo», «entusiasmo estetico», «impulso storico» e «scopo politico»: quattro ragioni per scrivere che sono presenti, a suo dire, in ogni scrittore, pur se in proporzioni diverse, e che rispondono alla logica domanda “Ma allora chi glielo fa fare?”.[8]

Come tutte le cose che all’inizio si fanno per passione, inevitabilmente (pare) anche la scrittura “dilettantistica” quando diventa “professionale” – qualcuno direbbe “quando si fa sul serio” – muta la propria natura trasformandosi da “piacere” in “dovere”. Non essendo mai stato uno scrittore di professione – scrittore sì, ma solo per passione – non mi azzardo a fare un confronto tra i due approcci al foglio bianco…  posso solo dire che, dal mio punto di vista, la scrittura è godimento e soprattutto libertà; anzi è l’azione più libera che uno scrittore può fare. Scrivendo rompo le catene della realtà – forse anche per questo prediligo il genere fantastico – creo sulla carta mondi utopici, decido la sorte dei personaggi a cui do vita (come una sorta di divinità), elaboro trame e supero col pensiero e la fantasia i miei limiti geografici e temporali. Mi trovo insomma d’accordo con l’amico e collega Carlo Menzinger[9], il quale rifiuta perfino la definizione di “mestiere” applicato alla scrittura e replica: «Scrivere un mestiere? Dio no, no!!! Scrivere è un sogno. Scrivere è un gioco. Scrivere è creare mondi nuovi. Scrivere è essere Dei! Cosa c’entra il mestiere? Quello è per falegnami, avvocati, medici e idraulici. Però scrivere non è facile, né cosa lieve. Scrivere è tecnica e metodo e cultura e infinite letture.»[10]

Infatti non bisogna pensare che la scrittura non segua delle sue regole – in primis quella della coerenza interna e della verosimiglianza – se vuol essere efficace, e che non ci sia dietro un lavoro preparatorio fatto di ricerca e di letture. Ammetto che documentarsi per scrivere un libro può essere faticoso e a volte frustrante (anche se Internet ha facilitato molto le cose), ma lo scrivere in sé estremamente liberatorio. Il processo della scrittura, come giustamente nota Menzinger, è per molti aspetti affine al sogno[11]: la differenza sta nel fatto che il sogno non contiene nessuna logica (se non forse quella che vi scorgeva Freud[12]) mentre un buon romanzo o un buon racconto risponde a una logica ferrea, pena l’infrangersi della “sospensione dell’incredulità”. Personalmente infatti per le mie storie ho tratto ispirazione dai sogni in più occasioni, rielaborandoli e piegandoli alla scrittura. Tornando alla Ginzburg, credo piuttosto che sia lo scrittore il padrone e la scrittura l’umile serva – e non il contrario.

Ho sentito comunque altre voci di amici e colleghi scrittori. Marco Bazzato[13] ad esempio si dichiara concorde in parte con la Ginzburg, «visto che quando il demone di una storia reclama di uscire, alla fine è lui che conduce il gioco, noi siamo solo i veicoli della storia, non ne siamo gli effettivi signori e padroni. Questo almeno vale per me, sia quando scrivo, così come quando rileggo per correggere o per revisionare. È la storia stessa che dice in che direzione vuole andare, cosa vuole e cosa soprattutto non vuol fare. È una vita, una serie di vite, dentro lo scrittore, vite che emergono, vengono concepite, crescono nel ventre della nostra mente e poi sono espulse, a volte in modo anche doloroso, come un parto, dove sia la gestazione che l’espulsione a differenza di una gravidanza umana, non dura necessariamente nove mesi, ma può essere più breve o più lunga, così come il travaglio, prima della nascita, del termine ufficioso della gravidanza stessa, perché poi un libro inizia a vivere solamente quando l’opera diviene di dominio pubblico. Lì, allora inizia il suo percorso di vita. Percorso che potrebbe essere brevissimo oppure durare anche per secoli. Facendo però una ricerca etimologica del termine mestiere, tra i diversi significati, ho trovato che questa potrebbe essere la più calzante, se vogliamo associarla a ciò che la scrittrice forse intendeva: “dal fr. ant. mestier (mod. métier), che è dal lat. ministerĭu(m) ‘ministero, ufficio’, deriv. diminĭster ‘ministro, servo’.” Se naturalmente vogliamo escludere la componente economica, legata al termine più comune di svolgere un mestiere, per trarne principalmente un tornaconto economico. Quindi, la scrittrice poteva anche voler intendere una forma di servizio, essere servi del proprio bisogno, del proprio piacere interiore, della propria passione, dell’amore che si prova per la scrittura e anche per gli sforzi che, coloro che sono abituati a farlo, non sentono, ma che richiedono dispendi di energie intellettuali e fisiche, in certi momenti non indifferenti. Stephen King, autore che forse a molti può non piacere, disse grosso modo che, ora non ho il libro sottomano, che tutti coloro che scrivono sono scrittori, indipendentemente dal fatto che ne traggano un ricavo economico, ma qualsiasi persona che ha qualcosa da dire e soprattutto lo sa dire, può e deve considerarsi uno scrittore. […] Il processo creativo credo che sia un mistero per tutti, dove ci nascondiamo dietro diverse definizioni, ma la scintilla, l’input che abbiamo nel metterci innanzi ad un foglio word bianco e lasciare uscire le lettere, le parole, le frasi, per arrivare alla fine del percorso, mettendo il punto finale, rimarrà forse l’ultima frontiera, probabilmente per sempre inesplorata, perché, per quanto magari lo vogliamo, non possiamo essere contemporaneamente dentro e fuori noi stessi, senza mai poter avere una vera visone di insieme, ma forse è anche questo l’aspetto migliore, in quanto potrebbe essere una scoperta e una riscoperta quotidiana che si rinnova di volta in volta.»[14]

Scrive d’altro canto Michele Protopapas[15]: «Io pianifico tutto. La storia, prima di essere scritta è stata domata (altro che mostro, è docile come un gattino): scelgo quali tecniche e quali trucchi usare, determino numero di personaggi e definisco come devono interagire. Solo dopo che è stata pianificata, riassunta in scaletta, confezionata mentalmente, inizio a scrivere. E da lì è tutto in discesa.»[16]

La poetessa Mariella Bettarini è intervenuta nella discussione replicandomi che «se si scrive essendo felici, allora si è felici di scrivere. Se si è infelici, la scrittura allevia molto l’infelicità, e tuttavia non sappiamo se è la scrittura a farci stare meglio, o è il nostro stare meglio che ci permette di scrivere.»[17] Su questo non so rispondere, comunque mi pare una domanda interessante, così come mi pare degna di nota la definizione che fornisce Alessandro Franci nella sua citazione: «“Scrivere è tentare di sapere cosa si scriverebbe se si scrivesse” dice M. Duras[18]. Lo consiglio. D’altronde Rilke scrive al signor Kappus: “Ricordate la ragione che vi chiama a scrivere; esaminate s’essa estenda le sue radici nel più profondo luogo del vostro cuore, confessatevi se sareste costretto a morire, quando vi si negasse di scrivere. Questo anzitutto: domandatevi nell’ora più silenziosa della vostra notte: devo io scrivere? Scavate dentro voi stesso per una profonda risposta. E se questa dovesse suonare consenso, se v’è concesso di affrontare questa grave domanda con un forte e semplice ‘debbo’, allora edificate la vostra vita secondo questa necessità.”[19]»[20]

È interessante anche la definizione di Marco Di Bari, scrittore fiorentino: «La scrittura è una risorsa per il buio, il dubbio, la troppa gioia, l’illuminazione. Però ti allontana dalle persone reali, dal tangibile e dal restituire emozioni dirette. La scrittura parla di una vita ma rischia di confondersi con la vita stessa, senza esserlo.»[21]

Mi viene in mente a tal riguardo Pirandello quando affermava che «la vita o si scrive o la si vive; io non l’ho mai vissuta, se non scrivendola.»[22]

Con quest’aforisma d’autore, che penso possa mettere d’accordo un po’ tutti, chiudo questo breve articolo su un argomento su cui non si finirà mai di discutere, spesso scontrandoci, ma che continua ad appassionare generazioni di scrittori in cerca di una propria identità e di una ragione per spiegare a se stessi e agli altri perché si mettono davanti a un foglio bianco (sia esso cartaceo o elettronico) per riempirlo di parole, invece di occuparsi di attività più redditizie dal punto di vista economico.

Firenze, 21 aprile 2019

Bibliografia

  • M. Acciai, Chi è davvero uno scrittore? Ovvero: poniamo che nessuno compri più libri…, Sìlarus, n. 274, marzo-aprile 2011
  • M. Acciai Baggiani, Il sognatore divergente, Porto Seguro, Firenze 2018.
  • M. Acciai Baggiani, I racconti di Michele Protopapas, tra horror e fantascienza, Passparnous n. 62, aprile 2018.
  • M. Duras, Scrivere, Feltrinelli, Milano 1994.
  • S. Freud, L’interpretazione dei sogni, Einaudi, Torino 2013.
  • N. Ginzburg, Le piccole virtù, Einaudi, Torino 1993.
  • C. Menzinger di Preussenthal, Il narratore di Rifredi, Porto Seguro, Firenze 2019.
  • G. Orwell, Nel ventre della balena e altri saggi, Bompiani, Milano 1996.
  • L. Pirandello, Il fu Mattia Pascal, Giunti, Firenze 1994.
  • R. Preti, Tutti giù per terra, Porto Seguro, Firenze 2019.
  • M. Rilke, Lettere a un giovane poeta, Adelphi, Milano 1980.

Note

[1] N. Ginzburg, Le piccole virtù, Einaudi, Torino 1993, p. 88.

[2] Direttore di Porto Seguro Editore e autore di bestseller quali Maledetta primavera (Newton & Compton, 2014), Io non sarò come voi (Sperling & Kupfer, 2015) e Conta fino a dieci (Sperling & Kupfer, 2017).

[3] Io ho dato una definizione diversa nel mio articolo Chi è davvero uno scrittore? Ovvero: poniamo che nessuno compri più libri…, Sìlarus, n. 274, marzo-aprile 2011.

[4] R. Preti, Tutti giù per terra, Porto Seguro, Firenze 2019, p. 157.

[5] G. Orwell, Nel ventre della balena e altri saggi, Bompiani, Milano 1996, p. 105.

[6] G. Orwell, op. cit., p. 104.

[7] Ivi, p. 99.

[8] Ivi, pp. 100-101.

[9] Autore fiorentino di cui ho scritto la biografia letteraria: M. Acciai Baggiani, Il sognatore divergente, Porto Seguro, Firenze 2018.

[10] Questa come altre testimonianze che seguono sono tratte da una conversazione sulla mia bacheca di Facebook, in data 19 marzo 2019 e giorni seguenti.

[11] Come sostengo anche nell’intervista che Menzinger mi ha fatto nel suo saggio su di me: C. Menzinger di Preussenthal, Il narratore di Rifredi, Porto Seguro, Firenze 2019.

[12] Ne L’interpretazione dei sogni (1900).

[13] Scrittore italiano trapiantato in Bulgaria, vedi http://marco-bazzato.blogspot.com/

[14] Vedi nota 10.

[15] «Classe 1980, palermitano d’origine greca, residente a Prato, laurea in Ingegneria Aerospaziale, insegnante di scrittura, matematica e scienze» M. Acciai Baggiani, I racconti di Michele ​Protopapas, tra horror e fantascienza.

[16] Vedi nota 10.

[17] Vedi nota 10.

[18] M. Duras, Scrivere, Milano, Feltrinelli 1994.

[19] M. Rilke, Lettere a un giovane poeta.

[20] Vedi nota 10.

[21] Vedi nota 10.

[22] L. Pirandello, Il fu Mattia Pascal.

I racconti di Michele Protopapas

Di Massimo Acciai Baggiani

Ho conosciuto Michele al Sit’n’breakfast, un piccolo e pittoresco bar-libreria nel centro di Firenze[1], un pomeriggio estivo: era seduto a un tavolino nel cortiletto, sotto l’ombrellone. Stava parlando ad un paio di ragazze del suo corso di scrittura, che avrebbe tenuto come insegnante, in quel locale. Il corso mi aveva incuriosito, così mi sedetti anch’io al tavolo – dietro suo invito – e mi unii alla conversazione.

seventeenClasse 1980, palermitano d’origine greca, residente a Prato, laurea in Ingegneria Aerospaziale, insegnante di scrittura, matematica e scienze (il rigore scientifico è infatti evidente nelle sue opere): ha pubblicato al momento tre volumi “in solitaria” oltre a molti racconti sparsi su antologie. Solo racconti. Niente romanzi o poesie. Ho avuto modo poi di leggere un suo testo pubblicato nell’antologia di una passata edizione del corso[2] e subito ho sentito un’affinità artistica, ho capito che era un autore da approfondire. Ho avuto questa occasione di recente, trovando un paio di suoi libri nello scaffale del libero scambio della già ricordata libreria, dove tiene i suoi corsi. Li ho presi e la lettura mi ha subito rapito, tanto che li ho finiti in un paio di giorni e uno me lo sono poi fatto prontamente autografare dall’autore, il quale mi ha voluto regalare anche un altro suo libro, Seventeen, di tutt’altro genere: uscito nel 2017, come suggerisce il sottotitolo (17 storie senza eroi di ordinaria meschinità) raccoglie diciassette racconti ispirati ai dieci comandamenti più i sette peccati capitali, prende la religione a pretesto per trattare di tematiche sociali ed è un vero pugno nello stomaco, perfino eccessivo per un lettore come me.[3]

Il primo libro in questione invece è uscito nel 2013 ed è l’opera di esordio di Michele Protopapas: I racconti del Behcet. Il titolo fa riferimento alla malattia rara di cui soffre che, come racconta lo stesso autore nella premessa, ha fatto sì che si dedicasse alla scrittura. Si compone di sette racconti di genere fantastico, tra l’horror e la fantascienza. Lo stile è avvincente, semplice, piano, senza fronzoli ma non piatto o banale; si sente lo stile dello scrittore, i personaggi sono vivi, tridimensionali.

i racconti del becht

Nel primo racconto, dopo un inizio “normale” (una donna d’affari deve tornare a Parigi dalla Polonia per una riunione di lavoro) siamo presto catapultati dapprima in un’atmosfera inquietante (la strana agenzia di viaggi dove la protagonista riesce a trovare un biglietto per il treno, con un criptico riferimento alla trappola del ragno) e successivamente in una vicenda da Ai confini della realtà, con la povera Sylvie prigioniera in un luogo fuori dallo spazio e dal tempo, in un incubo senza via d’uscita con la compagnia di altri viaggiatori sfortunati come lei, presi anch’essi nella trappola di un “ragno” avvolto nel mistero ma che intuiamo essere potentissimo e malvagio. Il crescendo di angoscia e di orrore è magistrale.

Non meno raccapricciante, e in qualche modo legato al primo per la tematica dell’entità “superiore” che gioca con la vita degli umani, è il racconto successivo. Qui si parla di alieni che “coltivano” esseri umani su vari pianeti a scopo alimentare e periodicamente tornano per il macabro “raccolto”. Qui lo sterminio riguarda sì molta più gente che nel primo racconto, ma in compenso il metodo di uccisione è indolore e le vittime sono in qualche modo messe al corrente dei loro “diritti” riconosciuti da una lega aliena per «i diritti del bestiame». Una chiara favola nera animalista che non mi sento di condividere in toto ma che fa riflettere.

Un altro racconto ha per protagonista e un tipo particolare di serial killer: ossessionato dai messaggi che inconsciamente trova nelle sue letture, è spinto a uccidere la vittima designata per far cessare questo supplizio. Si tratta per lo più di persone emarginate che in buona parte si meritano di morire; tutti tranne una, la sua ultima vittima mancata; una giovane prostituta che gli racconta la sua tragica vita, facendolo commuovere. Come va a finire non lo rivelerò, ma aspettatevi un finale sorprendente.

Si parla poi di uno strano cristallo con cui è meglio non avere a che fare.

I due racconti finali sono quelli più lunghi, più complessi e a mio parere anche più notevoli per i molti spunti di riflessione che offrono. La generatrice di mostri, recentemente rivisto profondamente (come gli altri racconti) in vista di una prossima ripubblicazione, è quasi un romanzo breve sotto forma di lettere, diari e appunti, di genere horror in cui si mescola superstizione, genetica ed esotismo, e ricorda per lo stile e la tematica i migliori racconti di H.P. Lovecraft. La vicenda si svolge in Siberia dove una misteriosa «Sposa di Satana» mette al mondo una prole mostruosa che fornisce materia di studio a un gruppo di scienziati sopra le righe; il lettore non può fare a meno di interrogarsi sul concetto di “mostro” e su chi sia il vero mostro.[4]

Il racconto finale è il mio preferito, anche perché tratta tematiche che ho frequentato anch’io spesso nella mia scrittura: quella del viaggio nel tempo e dell’utopia futura. A differenza di Carlo Menzinger, scrittore ucronico e apocalittico su cui sto scrivendo un saggio, Protopapas ha una visione molto più ottimista. Nel 2140 gli Ambientalisti saranno arrivati al potere e avranno creato una società avanzata tecnologicamente ma al tempo stesso saggia e stabile. Sulla Terra regna il benessere e la giustizia sociale: non c’è più criminalità, non ci sono carestie, niente povertà, vengono premiati la curiosità scientifica e il pensiero, viene applicato un efficace controllo delle nascite, il sesso ha raggiunto la completa liberazione, tutti sono felici. Ma, conclude sconsolato il protagonista – giunto dal 2008 in seguito a un incidente con l’LHC[5] – questo paradiso non potrà durare: unica nota amara in un racconto altrimenti perfetto. Tra l’altro questa visione rosea del futuro dell’Umanità è presente anche in diversi miei racconti[6] e in un romanzo breve, ancora inedito, intitolato Lettere da uno strano mondo: a mio parere l’Uomo, oggi a un bivio, imboccherà la strada giusta e costruirà davvero in futuro un mondo oggi solo nella mente dei sognatori, e sarà a mio parere destinato a durare almeno fin quanto durerà la specie umana. Ci sarà un punto di non ritorno che l’Uomo dovrà raggiungere in un futuro che non saprei quantificare (ma che sicuramente non vedrò)[7].

incidenti di consapevolezzaLa raccolta successiva, uscita due anni dopo con la stessa casa editrice palermitana, è qualcosa di diverso (ma non troppo). Gli undici racconti di Incidenti di consapevolezza sono accomunati da un’improvvisa “rivelazione”, una “presa di coscienza” provocata da banali “incidenti” che capitano ai protagonisti – uomini e donne comuni, in un caso perfino un “potenziale” uomo: uno spermatozoo che, dopo una visione profetica di ciò che lo attende se feconderà l’ovulo, rinuncia con la speranza che la vita generata da un altro “concorrente” sia più degna di essere vissuta.

Da buddista non posso fare a meno di leggere queste “rivelazioni” come manifestazioni dell’ottavo dei dieci mondi di cui parlano gli insegnamenti di Nichiren Daishonin, quello detto di “illuminazione parziale” che «potrebbe corrispondere alla saggezza o all’intuizione, quello stato che ci permette di arrivare a una comprensione che deriva direttamente dalle nostre osservazioni, esperienze e riflessioni […] riguardante cose tanto grandiose quanto il funzionamento dell’universo o tanto umili quanto installare una presa di corrente. Ciò che conta […] e che arriviamo a tale comprensione tramite i nostri sforzi personali»[8] Un tentativo di illuminazione senza seguire un Budda, dunque. L’autore comunque non è buddista, bensì cattolico, e la credenza monoteista traspare in alcuni racconti. Ma andiamo con ordine.

Il primo racconto è narrato in prima persona da qualcuno che, per un banale scatto d’ira dell’anziano avo, comprende «quella disgustosa natura umana» e inizia a provare disgusto per se stesso. È un racconto pessimista e a mio parere debole rispetto agli altri.

Neanche il successivo lascia molta speranza: Max torna dopo molti anni nella sua terra d’origine, la Sicilia, per partecipare ad una veglia funebre. Qui percepisce la distanza ormai incolmabile tra lui, americanizzato, e i suoi conterranei: tornerà deluso negli States, «la terra dove aveva trovato moglie e generato dei figli e dove quel viticcio portato dalla Sicilia aveva creato delle nuove radici»[9].

Il terzo racconto è per certi aspetti simile al precedente: anche qui si parla di un figlio che si è allontanato dalle proprie origini contadine, a cui desiderava legarlo suo padre. Rivedrà l’odiato genitore solo sul letto di morte quando, inaspettatamente, non si raccomanda di occuparsi dei terreni – come aveva fatto negli anni passati – ma domanda scusa al figlio per avergli dato la vita e, in inevitabile “eredità”, la morte, con la relativa consapevolezza della finitudine della vita, raccomandandosi quindi di non generare altri figli destinati a un tale dolore universale. È un racconto che dà davvero da pensare: ubbidendo ciecamente all’istinto riproduttivo, l’uomo non riflette sulla responsabilità che comporta mettere al mondo un nuovo essere umano – e non parlo solo dell’assurda prolificità nel Terzo Mondo, o del sovraffollamento globale, ma di qualcosa di più profondo: si comincia a morire già dal momento in cui si nasce, come ci ricorda l’autore tramite il suo personaggio. Tiziano Terzani sulla sua tomba avrebbe voluto come epitaffio «Morto perché nato», e non aggiungo altro.

I due racconti seguenti sono collegati e formano una sorta di trilogia insieme al penultimo brano. Protagonista del primo è Leonard, un giovane autistico che finisce i suoi giorni in una casa di riposto, nello stesso giorno e per la stessa causa – un ictus – della sua compagna di stanza, Margaret, protagonista del secondo racconto. Margaret è una scienziata che, in punto di morte, si interroga sul senso della vita e su ciò che distingue un essere vivo da un oggetto inanimato: una differenza su cui scienziati e filosofi sono discordi. Il concetto di Eternità e di Tempo – a cui l’Uomo ha sempre cercato una definizione – viene infine compreso dalla moribonda la quale, prima di lasciare questo mondo, ha tempo di incidere sul mobiletto un «Sia santificato il Tuo nome» che sinceramente mi pare un po’ forzato e illogico, così come rimane non chiarito il misterioso legame tra la donna e il ragazzo autistico. Ritroviamo Margaret nel sequel: qui Protopapas immagina cosa potremmo trovare nell’Aldilà e il percorso per ricongiungersi con il Tutto. La visione dell’autore è teista senza dubbio: lontana da quanto ho invece immaginato io in un mio racconto che tenta di descrivere un viaggio ultraterreno che – buddisticamente – conduce alla reincarnazione. In Oltre[10] immagino che la testimonianza “impossibile” sia scritta su dei fogli da un malato di mente; fogli che verranno poi distrutti.

Il sesto è forse il racconto più sconcertante: Dave vive in un mondo affetto da una strana pandemia che, tra gli effetti collaterali, dona preveggenza. La “malattia” può essere curata con l’assunzione di un farmaco che il protagonista si guarda bene dal prendere, nonostante sia invitato da tutti. Non voglio rivelare oltre, ma il finale è sorprendente, solipsistico.

Si parla spesso di “intelligenza aliena” riferendoci ad abitanti di pianeti lontani, ma… e se fosse da cercare molto più vicina a noi? Il tema dell’intelligenza artificiale nasce nel secolo scorso ma è in questo secolo che ha conosciuto gli sviluppi maggiori: le macchine acquisiranno infine un’autocoscienza? Secondo l’autore ciò potrebbe avvenire nel 2038, come recita il titolo di un suo racconto, ma non avrà i contorni inquietanti di Terminator: sarà bensì un’intelligenza transumana benefica che aiuterà l’Uomo a evolversi e a comprendere che forse l’universo non è altro che un immenso cervello con pianeti al posto dei neuroni…

Altra ipotesi, stavolta non scientifica ma comunque affascinante: e se il personaggio di un racconto acquisisse coscienza? Se domandasse ragione della sua esistenza al suo Autore? Ho sempre trovato la metafora dello scrittore-dio, soprattutto dopo aver letto il bellissimo romanzo-saggio di Jostein Gaarder Il mondo di Sofia, su cui ho scritto anche un articolo mettendolo in relazione con La storia infinita di Michael Ende[11].

L’ultimo racconto in realtà non è nemmeno un racconto ma una sorta di boutade composta da tre parole e due punti: «Domani. Se esisterà.» Ecco la domanda: ci domandiamo spesso come sarà il futuro, raramente mettiamo in dubbio se esisterà o meno. Ma il Tempo, così ci dicono alcune teorie scientifiche moderne, potrebbe avere un termine, quando sarà raggiunta la massima entropia. La morte dell’universo. Preferisco stemperare questo pessimismo vertiginoso con una citazione da una bellissima canzone dei Pooh, «Perché il mondo finirà… ma non domani!»[12] e con la celeberrima «chi vuol esser lieto sia, di doman non v’è certezza».

Firenze, 3 aprile 2018 – 11 aprile 2019

Bibliografia

  • M. Protopapas, I racconti del Behcet, Palermo, Antipodes, 2013.
  • M. Protopapas, Incidenti di consapevolezza, Palermo, Antipodes, 2015.
  • M. Protopapas, Seventeen, Poggibonsi, 13Lab Edition, 2017.

Note

[1] Dove ho presentato il mio libro Radici, nel 2017. Vedi M. Acciai Baggiani et al., La compagnia dei viaggiatori del tempo, Firenze, Porto Seguro, 2017.

[2] Il racconto si intitolava Oggetti e lo si trova, in una versione più vecchia in Premio letterario Il fascino del racconto – edizione 2016 (5° posto in quel concorso) ALA libri, e in una versione più recente in «Segreti di Pulcinella» n. 53, novembre 2017, vedi http://www.segretidipulcinella.it/sdp53/let_04.htm

[3] Vedi anche l’articolo di Carlo Menzinger: https://carlomenzinger.wordpress.com/2018/09/10/gente-cattiva/

[4] Di questo racconto ne ha parlato anche Carlo Menzinger nel suo blog: https://carlomenzinger.wordpress.com/tag/michele-protopapas/

[5] Il Large Hadron Collider, l’acceleratore di particelle del CERN di Ginevra, entrato in funzione proprio nel 2008 tra l’apprensione generale per il pericolo di formazione di mini buchi neri.

[6] Vedi ad esempio M. Acciai Baggiani, La compagnia dei viaggiatori del tempo, Milano, ABEditore, 2017.

[7] Non la stabilità della società “perfetta” del futuro immaginata da Aldous Huxley in Il mondo nuovo (1932) in quanto quella è una distopia.

[8] R. Causton, I dieci mondi. Introduzione al buddismo di Nicheren Daishonin, Milano, Esperia, 2006, pp. 38-39.

[9] Mi viene in mente il libro che ho scritto con mio cugino e Italo Magnelli, Radici (Porto Seguro, 2017), dove tuttavia la ricerca delle radici familiari è di segno decisamente opposto.

[10] In «L’Area di Broca» n. 104-105 (luglio 2016 – giugno 2017).

[11] M. Acciai, Il dio ateo: realtà e fantasia tra Gaarder ed Ende, in «Segreti di Pulcinella» n. 49 (maggio 2016): http://www.segretidipulcinella.it/sdp49/let_18.htm

[12] Domani, dall’album Ascolta (2004).

Il narratore di Rifredi

il narratore di rifrediE’ uscito “Il narratore di Rifredi” (Lulu, 2019), biografia letteraria di Massimo Acciai Baggiani, scritta da Carlo Menzinger. Il libro è acquistabile su Amazon, su Lulu e su Mondadori Store. Oppure liberamente scaricabile in formato digitale qui.

«Rifredi, un antico quartiere da scoprire, seguendo uno scrittore che ci vive, Massimo Acciai Baggiani, che ha scritto e pubblicato romanzi, racconti, commedie, poesie, saggi, articoli; amante del fantastico, ma con i piedi ben radicati nel territorio, che siano Firenze, il suo quartiere di Rifredi, il Casentino, il Mugello o le amate alpi friulane. Acciai da anni si muove con prolifica verve, affrontando i temi più disparati, collaborando con riviste e altri autori, realizzando opere a più mani, curando antologie e riviste. Questo volume cerca di farcelo conoscere e di lasciarci una testimonianza di Rifredi. Il volume, curato da Carlo Menzinger di Preussenthal, ospita oltre all’analisi delle opere di Acciai e una sua intervista, alcuni racconti, poesie e articoli di entrambi su Rifredi e le testimonianze di chi lo ha conosciuto, come Marco Bazzato, Matteo Nicodemo, Stefi Pastori, Simonetta Della Scala, Rossana D’Angelo, Francesco D’Agostino e Mariella Bettarini.La foto di copertina è di Italo Magnelli.»

INNAMORARSI DEGLI SCONOSCIUTI

Qualcuno con cui correre” (2000) di David Grossman (Gerusalemme, 25/01/1954) è davvero un libro particolare e interessante. Tutto parte con un ragazzo che per l’estate lavora in un ufficio comunale a Gerusalemme e si trova, come incarico, a dover seguire un cane abbandonato, per vedere se riesce a ritrovare i suoi padroni e riscuotere una multa per averlo lasciato incustodito.

La cagna (giacché è una femmina) comincia a correre e Assaf, tenendola al guinzaglio le corre dietro, infilandosi in una serie di avventure incredibili e spesso pericolose.

Nella sua missione incontra tante persone che riconoscono l’animale e pensano che lui conosca la padrona e spesso lo trattano come se lui fosse lei. Scopre così, poco per volta a chi apparteneva la cagna, una ragazza della sua età, di nome Tamar. Più conosce chi l’ha conosciuta, più cresce la sua amicizia “virtuale” o “platonica”, se preferite, verso questa sconosciuta e sembra quasi innamorarsene. Scopre che la ragazza si è infilata in un mare di guai.

In parallelo leggiamo proprio delle avventure di Tamar. Anche lei ha una “missione”, un obiettivo. Solo che la sua “missione” non è un incarico ricevuto da un ufficio, ma qualcos’altro di cui non vorrei parlare per non raccontare troppo.

La magia di questa storia è l’avvicinarsi di due anime sconosciute (mentre anche le loro essenze fisiche, i loro corpi, si cercano attraverso la città) per il tramite di un animale che entrambi amano, Tamar da sempre, Assaf da poche ore. Il fascino di questa storia è nell’alchimia che si crea tra Assaf e tanti sconosciuti, con cui, per il solo fatto di stare con Dinka (la cagna di Tamar) e per il suo buon carattere, riesce a creare amicizie profonde quando non rimane vittima di odii e malvagità di cui non dovrebbe essere il bersaglio.

Di Grossman avevo già letto “Che tu sia per me il coltello” (1999). Anche in questo romanzo ci parla di un amore a distanza, in entrambi c’è l’idea che ci si possa innamorare di qualcuno mai visto o appena intravisto, ma “Qualcuno con cui correre” mi è parsa opera migliore, per una serie di motivi, innanzitutto non è in forma epistolare (questo tipo di narrativa racconta troppo e mostra poco), poi i protagonisti sono più giovani e freschi, inoltre avevo trovato antipatico e maniacale il protagonista di “Che tu sia per me il coltello”, mentre i personaggi di “Qualcuno con cui correre” sono molto più genuini e simpatici, persino i “cattivi”.

Il tema dell’amore a distanza è quanto mai attuale, in questo tempo di web e chat (ne scrissi persino io in “Cybernetic love” con Simonetta Bumbi, pubblicato poi nel volume “Parole nel web”) in cui nascono amicizie e, talora, persino amori tra persone che si parlano attraverso lo schermo di un computer. Peculiare è la scelta di parlarne, in entrambi i casi, senza mai fare riferimento a internet, ma riferendosi solo alla vita “reale”.

Carlo Menzinger

Firenze, 18/03/2018

Chi mai tesse la tela?

42857065_10217550266257685_2474628682711302144_nIl sipario si apre sulla scena di un’epica battaglia nel delta del Gange dove il potente Generale Archidamo Stanatis fronteggia le forze dell’Impero rivale di Nippon. A molti chilometri di distanza, nella città di Lacedemone, sua figlia Nymphodora continua a sognare una rivoluzione urbanistica e architettonica che riporti alla luce del sole le abitazioni spartane confinate nel sottosuolo. Ed è vicino a lei, nel ruolo di schiava e amante, che ritroviamo Aracne, la splen-dida eroina di cui abbiamo letto le peripezie nel primo volume di questa saga, “Il sogno del ragno”. Chi ha conosciuto Aracne, sa che la cifra della sua esi-stenza è la fuga; se però nella storia precedente il suo viaggio verso la libertà era stato “una fuga per la vita”, in questo secondo volume, “Il regno del ra-gno”, l’evasione dalla sua condizione di ilota è indirizzata principalmente verso la “conoscenza”. Di se stessa, del suo destino, del mondo e dei suoi so-gni. Ed è proprio all’inseguimento di un sogno e alla ricerca di una vita di-versa, libera dalla ragnatela intrusiva di Sparta, che Aracne, con il suo bam-bino nato da una violenza, con Nymphodora, e con Doukas, studente di Architettura, parte verso le terre del Nord insieme a Ingmunde, maestro di norreno. Da cosa fuggono tutti quanti? Dalla schiavitù e dall’insensatezza. Che cosa cercano? Il volo della libertà, il fuoco dell’amore, la risposta ai loro sogni.
“Non si dovrebbe morire prima dei nostri sogni” asserisce Lucius, lo schiavo di origine romana, quasi un Erodoto ucronico, incaricato di registrare le gesta di Archidamo Stanatis contro i samurai di Nippon, ma fermamente intenzio-nato a tramandare l’interpretazione dei fatti oltre alla loro semplice amplifica-zione voluta dal potere a scopi propagandistici; la frase è rivolta a un nuovo personaggio, la Seconda Educatrice, una sedicenne che, a dispetto della sua fun¬zione, relegata nella periferia dell’Impero, ignora tutto della nascita e della morte, ignora in cosa consista il potere dell’onnipresente apparato statale di Sparta, ne fraintende persino le agghiaccianti crudeltà e conosce solo l’orizzonte ristretto dell’Isola dei Donatori, dove accudisce i bambini predesti¬nati alla donazione degli organi e dove approdano i fuggitivi. Anche lei, lentamente e con fatica, impara che nell’isola dove è vissuta – una deforma¬zione macabra dell’Isola che non c’è in cui i bambini sperduti vive-vano una magica infanzia al fianco del bambino per eccellenza, Peter Pan – non c’è posto per nulla che non sia l’orrore. E l’orrore più grande, in tutti i tempi e in tutti i luoghi, non solo nella dimensione ucronica di Sparta, è l’ignoranza di sé, delle proprie origini, del mondo e dei suoi meccanismi.
Dunque il filo rosso che collega i personaggi, i loro pensieri, i dialoghi, è la ri¬cerca della verità in un mondo contrassegnato da letali menzogne e da un’onnipresente violenza. E questo mondo emerge dalle pagine del libro con una nettezza sorprendente: tra avventure e guerre, tra amore ed erotismo, tra colpi di scena e inseguimenti, domina incontrastata la fantasia felicemente sfre¬nata dell’Autore che ci dipinge un universo impensabile; come non ammi-rare l’invenzione dei “mutanti thalassiani”, sintesi felice di fantascienza e di classicità? Come non stupirsi per le “biobarche” trainate da delfini o per i “sal¬tadune”? In questo macrocosmo che oscilla tra rimandi alla storia, tra allu¬sioni al tempo presente – soprattutto per quanto riguarda la genetica e la rivoluzione informatica -, tra misteri inquie¬tanti, non ultimo quello che riguarda le origini di Aracne, brillano di luce propria i momenti lirici e le citazioni che sono un omaggio al mondo ome¬rico.
Un romanzo vario, avvincente, dove all’intreccio dinamico si affianca la malinco¬nica riflessione sulla “vita derubata” dalla dittatura e sull’espropriazione dei “sogni”.
Spicca, in ogni caso, la protagonista diventata madre, questa giovane donna che ha tatuato sulla fronte il disegno di un ragno e che alla fine del libro sco-prirà la verità sulle proprie origini; lei, “dagli occhi di prato”, lei che vive una sessualità senza consapevolezza, lei di cui seguiamo, passo passo, l’itinerario di formazione:
“E Aracne non sapeva più nulla. Non capiva la pioggia. Non capiva il proprio pianto e ancor meno il proprio riso. Non capiva se stessa e non capiva i sogni. Forse per questo piangeva. Forse per questo rideva.”
Di nuovo prigioniera, in una detenzione peggiore di quella di Neapolis, peg-giore di quella di Lacedemone, Aracne dà un appuntamento imperdibile ai suoi lettori nella prossima storia.
Non resta che aspettare l’uscita del terzo volume della saga per verificare se anche noi moderni, come l’immaginaria Aracne, siamo intrappolati nella ragna¬tela dei nostri stessi sogni. O in quella che tesse per noi Carlo Menzinger.

Nadia Bertolani

Recensione di Paolo Ninzatti del romanzo IL REGNO DEL RAGNO di Carlo Menzinger

42857065_10217550266257685_2474628682711302144_n“Il regno del Ragno”, la seconda parte della trilogia di Sparta, ci porta ora dentro scenari esotici. Kipling incontra Salgari in un Bengala alternativo nella descrizione delle fasi della guerra Greco-Nipponica. Un conflitto primitivo con dirigibili e armi da fuoco rudimentali ma a cui si aggiungono sprazzi che mi hanno ricordato Tolkien, con giapponesi che cavalcano animali mutati e anche volanti. Niente fantasy naturalmente perché le mutazioni sono frutto della scienza. L’autore ha combinato l’ucronia steampunkeggiante con la fantascienza che tratta di genetica. Laddove nel duemila alternativo e spartano ancora si gira in treni a vapore e dirigibili, quest’ultima ha superato quella del nostro universo. E qui mi fermo nello spoiler sperando di aver stuzzicato la voglia di leggere questo romanzo da un lettore che ami le scene spettacolari. Non solo quelle che si svolgono nella jungla ma anche quelle dell’odissea di Aracne e compagni nel mare del Nord. E quando dico Odissea, so quel che dico. Nonostante Salgari e Kipling conditi con Omero, una delle scene che mi è piaciuta di più è una discussione madre-figlia su un giovane pretendente alla mano di quest’ultima. Un classico in cui la giovane esprime chiaro e tondo quello che pensa del bellimbusto.
Scritto nello stile fedele a quello precedente questa seconda parte ci svela finalmente il perché del ragno tatuato e di chi sia in realtà Aracne. Lo sfondo è sempre quello di una Sparta totalitaria che denigra amore, individuo e famiglia, come nella prima. Una ragione per cui ho fatto il tifo non soltanto per gli sprazzi di ribellione di alcuni dei suoi cittadini, sia spartiati che iloti, ossia molti dei protagonisti, ma perfino per i giapponesi. Ben delineati anche i “cattivi” o anche quei personaggi meno simpatici. Un piccolo punto negativo: la storia si ferma proprio sul più bello lasciandoti insospeso con la curiosità di vedere come va a finire. Ma anche a questo c’è il rimedio: la terza parte uscirà entro breve e sazierà ogni appetito. Tutto sommato una saga che si appella non solo agli amanti dell’ucronia e della fantascienza, ma anche agli appassionati dell’avventura, della storia e della cultura greca, a chi tifa per gli oppressi, a chi ama i ribelli, a chi vorrebbe che l’amore trionfasse sulla guerra. Ceterum censeo: da leggere.
https://sites.google.com/…/via-da-sparta/il-regno-del-ragno…