Racconti di fiorentini ambientati a Firenze

Di Massimo Acciai Baggiani

fiorentini per sempreFiorentini per sempre è un’antologia uscita in tempi di coronavirus, curata da Paolo Mugnai per la collana di Edizioni della Sera, dedicata alle città e regioni italiane: la stessa collana che comprende Toscani per sempre (a cui ho partecipato col mio Racconto casentinese), curata anch’essa dal Mugnai. Anche qui sono riuniti 24 autori, rigorosamente fiorentini (anche se non tutti di nascita), che hanno dato vita a un ritratto corale affascinante della loro città. Ovviamente l’opera non ha pretese di esaustività – gli scrittori fiorentini viventi sono ben più di 24 – ma rappresenta uno spaccato della nuova narrativa praticata nel capoluogo toscano. Tra questi autori ne figurano alcuni che conosco personalmente – oltre al curatore, Carlo Menzinger, Paolo Ciampi, Enrico Zoi… – e altri li ho scoperti per la prima volta leggendo queste pagine. Il filo conduttore dei 24 racconti, per altro molto eterogenei, è naturalmente l’amore per la propria città, declinata secondo le diverse sensibilità e generi narrativi. Ci sono racconti storici, altri ambientati nel presente, altri ancora di genere fantascientifico: non li ho trovati tutti ugualmente interessanti, devo essere sincero, ma ve ne sono davvero di notevoli.

Io sono fiorentino di nascita, anche se i miei genitori non sono cresciuti in questa città (sono comunque toscani), e il mio legame con Firenze inizia prestissimo. Firenze fa da sfondo a diverse mie opere letterarie: è il luogo che conosco meglio, che vivo quotidianamente, con cui ho un rapporto di “amodio”. Non sono per nulla campanilista, ma qui stanno le mie radici, i miei affetti, la maggior parte dei miei ricordi. Non ho partecipato a questa antologia solo perché avevo già preso parte all’altra (e non mi pareva giusto togliere spazio ad altri), ma pure io avrei potuto presentare più di un racconto che parlasse di questa piccola ma celebre cittadina nella vallata dell’Arno, forse un po’ troppo legata al suo passato e poco interessata ai suoi abitanti attuali. Sono tuttavia un fiorentino poco aderente allo stereotipo: non mi interessa il calcio (in costume o no), odio i sanpietrini in centro, detesto la folla di turisti, non amo molto le burle o il linguaggio sboccato, non vado matto per film quali Amici miei e non frequento il trippaio.

Tornando all’antologia, i racconti che mi sono piaciuti di più sono soprattutto quelli degli autori che conosco personalmente, in primis Carlo Menzinger che ha contribuito con un racconto futuribile catastrofico che non sarebbe stato male neanche nella sua raccolta Apocalissi Fiorentine (Carlo non ha mai avuto una visione positiva del futuro; giustamente ci mette in guardia dai danni ambientali causati dalla stupidità umana). Cosa succederebbe se i ghiacci si squagliassero e il mare salisse, come profetizzano gli scienziati, di 65 metri? Firenze, avendo un’altitudine media intorno ai 50 metri, finirebbe in buona parte sott’acqua, se non che… ma lascio al lettore il piacere di scoprire questo inquietante futuro.

Paolo Ciampi, grande narratore di viaggio, autore di libri ambientati in terre lontane, traccia nel suo racconto Il venditore di pere cotte il ritratto di un personaggio di altri tempi che pare reincarnarsi in un fiorentino di oggi. Livia Fabruccini invece si concentra su una nota piazza dal nome ambiguo, Piazza della Passera: nome che da bambino mi sono sempre rifiutato di associare a quella parte del corpo femminile – mi sembrava troppo volgare per un toponimo ufficiale – e dove sono tornato in tempi più recenti per presentazioni librarie al Caffè degli Artigiani. Il fantasma dell’Hotel Mayflower, di Alessandro Lazzeri, è uno dei racconti più belli, visto anche il mio interesse per le storie misteriose. Notevole anche Caccia al tesoro di Paolo Mugnai, dove vengono descritte le cose assolutamente da fare a Firenze: un racconto delizioso. Infine Sulla soglia di Enrico Zoi – che chiude il libro, ordinato alfabeticamente – pieno di citazioni cinematografiche e ricordi della vecchia Firenze.

Da leggere anche la prefazione di Marco Vichi, il celebre creatore del commissario Bordelli, e la postfazione di Luciano Artusi, studioso delle tradizioni toscane. Mi fermo qui. Se volete avere un’idea della trama degli altri racconti potete trovarla nell’esauriente articolo di Carlo Menzinger dedicato all’antologia.

Firenze, 7 giugno 2020

Bibliografia

Mugnai P. (a cura di), Fiorentini per sempre, Roma, Edizioni della Sera, 2020.

Nel futuro che ci attende

Di Massimo Acciai Baggiani

romanin«Chi vuol esser lieto sia, di doman non v’è certezza» recita un celebre canto carnascialesco. In effetti poche sono le certezze sul nostro futuro personale, come su quello della razza umana, ma qualcosa si può affermarlo con ragionevole probabilità: se l’umanità continua su questa strada ha i giorni contati. D’accordo, non saranno giorni, neppure anni, ma si potrebbe trattare di decenni. Il monito viene dagli scienziati, a cui fa eco la letteratura più recente. Negli ultimi tempi è nato un nuovo genere narrativo denominato climate fiction: si tratta di un filone praticato da autori molto preparati sugli argomenti ecologici e ambientali, basato su serie ricerche scientifiche, e perciò ancora più inquietante: un’opera di tal genere ha le caratteristiche della profezia catastrofica e della distopia, e spesso è corredata da una bibliografia specialistica che la lega all’attualità.

Altra caratteristica comune alla climate fiction: è quasi sempre ambientata in un futuro prossimo, tanto vicino da riguardare non solo la prossima generazione ma perfino molti di noi lettori. Autori di best seller vi si sono dedicati, ne abbiamo interessanti esempi anche in Italia: conosco autori che portano avanti il loro messaggio ecologista attraverso i loro romanzi e racconti, come Carlo Menzinger, Piero Dolara, Gianni Marucelli e Francesco Verso. Alla fine di quest’anno dovrebbe anche uscire Psicosfera, romanzo scritto a quattro mani, da me e Carlo Menzinger, sempre su tematiche ambientiali-fantascientifiche. Ultimamente a queste conoscenze personali si è aggiunta un’altra paladina del nostro pianeta: la ferrarese Angelica Romanin, autrice di Nel futuro che ci attende, romanzo fantascientifico uscito quest’anno, ai tempi del Covid.

Si tratta di un romanzo appassionante, con un finale a sorpresa. Il tema è quello della prossima estinzione dell’umanità, ma il punto di vista non è quello che il lettore viene portato a credere. La storia inizia dal ritrovamento, tra i ghiacci antartici, di un manufatto antichissimo e misterioso, che parla di una catastrofe antidiluviana. L’idea alla base ricorda molto quella di Robin Cook nel romanzo Esperimento; la Romanin non esce comunque male dal confronto con lo scrittore americano, la sua opera ha una sua originalità, è ben scritta e soprattutto ha molti più richiami all’attualità. Confesso di averla letta non senza un certo turbamento: l’Uomo sembra non imparare mai dai propri errori, cieco ai campanelli d’allarme lanciati dalla scienza – la stessa in parte responsabile del disastro ma al tempo stesso possibile soluzione se usata con buonsenso –, eppure non tutte le speranze sono perdute, il punto di non ritorno non è stato raggiunto. Dipende tutto da noi, da cosa faremo, o non faremo, nei prossimi anni.

A partire da adesso.

Firenze, 4 giugno 2020

Bibliografia

  • Cook R., Esperimento, Milano, Sperling & Kupfer, 2000.
  • Dolara P., L’ultimo rifugio, Firenze, Porto Seguro, 2019.
  • Menzinger C., Apocalissi Fiorentine, Chieti, Tabula Fati, 2019.
  • Romanin A., Nel futuro che ci attende, autopubblicazione, 2020.
  • Verso F., Paura R., Antropocene – L’umanità come forza geologica, Future Fiction, 2018.

Storia della farfalla che sbatte le ali in Cina e altre storie sulla questione del libero arbitrio

Di Massimo Acciai Baggiani

codice celesteChi non si è mai fermato a riflettere, affascinato, sulla catena di cause ed effetti che, in modo complesso e imprevedibile, formano la trama della nostra esistenza e della storia dell’umanità – con i propri piccoli eventi personali e i grandi eventi storici? È un tema che attraversa tutta la filosofia e la letteratura, di ogni paese. Il cosiddetto “effetto farfalla” (una farfalla sbatte le ali in Cina e a New York piove) ha esercitato una forte attrazione anche su di me (in un mio racconto mi domandavo cosa accadesse se si potesse intervenire, con un gesto banale, in questa catena infinita e deviarne il corso in tutt’altra direzione[1]). Il giochino del “e se…” a livello storico ha dato vita al filone ucronico (ne sa qualcosa il mio amico e collega scrittore Carlo Menzinger[2]) e a un livello ridotto a film come Sliding doors. La riflessione ci porta lontano, fino a domandarci se il destino esista, se il nostro futuro sia effettivamente “già scritto”, e se quindi il nostro libero arbitrio non sia altro che una pietosa illusione. Non ho ovviamente una risposta a questa grande domanda, su cui si sono scontrati pensatori e religiosi fin dall’inizio dei tempi: certo, l’idea di essere solo un burattino nelle mani del Destino o di una divinità antropomorfa non mi piace affatto: preferisco pensare di essere padrone della mia vita e delle mie decisioni.

Non proprio così pare pensarla Franco Del Moro, direttore di Ellin Selae, autore di un delizioso libretto (anche dal punto di vista del formato editoriale) basato sulla chiromanzia – la divinazione effettuata attraverso la “lettura” del palmo della mano. Già il mio incontro con l’autore ha qualcosa che sembra avvalorare le sue teorie: ne avevo sentito parlare diversi anni fa da un comune “amico” (che poi, da parte mia, non si è rivelato tale), ma è solo grazie al Pisa Book Festival del 2019, quindi a un evento del tutto “casuale”, che ho fatto la conoscenza vis-à-vis con questo personaggio[3]. Franco Del Moro è un signore piuttosto fuori dagli schemi, a cui non piace seguire la corrente: musicista, ambientalista, appassionato bibliofilo, ha scritto e pubblicato diversi libri sulla spiritualità, sull’editoria e su tanti altri argomenti interessanti. Di lui ho letto Le vie dei libri[4] e altri articoli e racconti su «Ellin Selae», restando catturato dalla sua scrittura anche là dove non mi trovavo d’accordo. Certamente anche Codice Celeste[5] è stato spunto per me di confronto e riflessione su una tematica, quella del “destino”, su cui ho riflettuto a lungo nella mia vita.

Il volume comprende sei racconti, ispirati ciascuno ad una delle principali linee della mano. Ciascuno racconto è preceduto da una breve introduzione che chiarisce il legame della storia narrata con la chiromanzia – qualcosa che associo più alla narrativa gotica o dark (e lì mi piace) mentre sono molto scettico al riguardo per l’applicazione nel mondo reale. La spiegazione chiromantica quindi mi interessa poco; invece i racconti sono belli, interessanti, hanno catturato tutti quanti la mia attenzione, in particolare quello intitolato A cosa servono gli angeli, associato alla linea della vita.

Quest’ultimo riporta un dialogo tra un morente e il suo angelo custode, il quale gli confida di essere intervenuto più volte nella sua vita per modificarne il corso, in senso positivo. Gli angeli custodi infatti, secondo l’autore, hanno la capacità di conoscere quella catena di cause ed effetti di cui dicevamo prima, e scegliere tra i possibili “destini” (Menzinger parlerebbe di “universi divergenti”) che si andranno poi a concretizzare, mentre quelli “scartati” collasseranno (e qui Menzinger non si troverebbe d’accordo). Quindi esisterebbe un’unica linea temporale, quella “giusta”, guidata da una sorta di divinità che nel racconto rimane solo accennata[6]. Solo una divinità infatti può conoscere il tessuto infinitamente complesso delle vicende umane, come lascia presupporre l’angelo del racconto: «Vedi, il destino è come la trama di un tappeto: davanti è un disegno perfetto, ma dietro è tutto un groviglio di fili che apparentemente si incrociano casualmente, senza ordine. Non pensare che i grandi eventi dipendano sempre da grandi decisioni, a volte mentre cammini per la strada basta girare lo sguardo a destra anziché a sinistra e tutta la vita prende un altro corso!»[7]

È esattamente quanto teorizzano gli scrittori ucronici (me compreso), con la differenza che le varie linee temporali coesistono in universi paralleli (teoria del multiverso). In questo universo sono uno scrittore che ha pubblicato una ventina di libri, in un altro universo sono morto a vent’anni, in un altro ancora ho incontrato l’amore della mia vita e ho un figlio, oppure ho vinto il Nobel…

La tematica del piccolo evento che determina grandi effetti – come il “sacrificio” di un pettirosso che risana il rapporto ormai in crisi di una coppia – torna nell’ultimo racconto della raccolta, Il miracolo del pettirosso. «Io non credo» afferma uno dei due protagonisti «esistano i miracoli grandiosi, con apparizioni, materializzazioni ed effetti speciali stile Hollywood. Per me i miracoli sono queste coincidenze che si verificano in momenti molto speciali, la cui pregnanza con la situazione e il cui significato è tale da non poter lasciare spazio al dubbio»[8]: insomma quelle che Jung chiamava “sincronicità”. Le nostre vite sono piene di questi segni, come se l’universo – o la nostra stessa vita – volesse comunicarci qualcosa, mandarci un messaggio che richiede attenzione. Io, ripeto, non credo al destino già segnato, ma credo che nell’universo esista un grande mistero, ben lontano da quello promosso dalle varie religioni organizzate, che non riusciremo mai a comprendere del tutto.

Firenze, 24 maggio 2020

Bibliografia

Del Moro F., Codice celeste, Murazzano, Ellin Selae, 2000.

Note

[1] Acciai Baggiani M., Il meccanismo inconoscibile, inedito.

[2] Acciai Baggiani M., Il sognatore divergente, Firenze, Porto Seguro, 2018.

[3] Acciai Baggiani M., Pisa Book Festival 2019, in «Segreti di Pulcinella»

[4] Del Moro F., Le vie dei libri, Milano, La Vita Felice, 2006.

[5] Del Moro F., Codice celeste, Murazzano, Ellin Selae, 2000.

[6] L’angelo però tiene a prendere le distanze dalla religione organizzata, infatti non mette piede in chiese e cattedrali, luoghi dove la vera spiritualità, a cui crede l’autore, è più lontana.

[7] Del Moro F., Codice celeste, Murazzano, Ellin Selae, 2000, p. 66.

[8] Ivi, pp. 105-106.

Undici novelle e cinque racconti di Gianni Marucelli

Di Massimo Acciai Baggiani

marucelliTra le scoperte libresche di questa quarantena, che da una parte mi ha dato tanto tempo per rimettermi in pari con i libri rimasti indietro, c’è una deliziosa raccolta di racconti il cui titolo mi ha colpito subito (i titoli sono importanti): Undici novelle per l’ora del tè e altri racconti. Un po’ perché amo prendere il tè mentre leggo[1], un po’ perché è un titolo che incuriosisce (che tipo di racconti sono adatti all’ora del tè?), mi sono messo a leggerlo e l’ho finito appunto nell’intervallo di due tè (ossia due giorni).

L’autore è Gianni Marucelli, da cui ho avuto in dono il libro. Si tratta di un signore fiorentino che si divide tra gli interessi letterari e saggistici e l’attivismo ambientalista (è infatti direttore della rivista «L’Uomo, l’Italia, l’Ambiente», organo dell’associazione Pro Natura: rivista a cui collaboro anch’io): l’ho conosciuto tramite il comune amico Carlo Menzinger agli incontri alla Laurenziana del GSF[2] e alle presentazioni letterarie presso la Allianz Bank[3]. L’interesse per le tematiche ambientali unisce Marucelli e Menzinger ed è presente nella narrativa di entrambi gli autori.

Si tratta di testi molto vari, ambientati nel passato e nel futuro, che spaziano tra la favola e la fantascienza; lo stile è agile, scorrevole, accattivante. Anche la lunghezza dei singoli testi è varia: alcuni sono brevissimi, altri più articolati. Vediamo dunque nel dettaglio queste undici novelle (prima parte) e cinque racconti (seconda parte), almeno quelli che ho trovato più interessanti.

Il libro si apre con una sorta di frammento apocrifo della vita di Gesù: un Gesù inedito, animalista, coerente con il suo messaggio di amore per tutte le creature. Giuliana invece ci presenta una storia inquietante, paranormale: è un racconto lungo, che attraversa molti anni. Tra le storie più “animaliste” mi è piaciuta molto Fata Dorina e i suoi angeli, e non poteva essere altrimenti per un gattofilo come me: gli “angeli” felini del racconto sono tenerissimi e aprono il cuore. La seconda parte presenta più vicende fantascientifiche: la visione del futuro di Marucelli si accorda con quella di Menzinger; entrambe sono piuttosto pessimistiche. L’Uomo, ci mettono in guardia entrambi gli autori, finirà col rovinare il pianeta a causa della sua ottusità e avidità. Io voglio sperare che l’Umanità sappia ravvedersi a tempo e creare un mondo migliore; nelle mie opere sono sempre stato più portato per l’utopia piuttosto che per la distopia, come i miei colleghi. Il gatto è un racconto molto rappresentativo in tal senso: questa umanità disperata, ridotta a vivere nel sottosuolo che si contende con i ratti, è una metafora agghiacciante di ciò che ci aspetta se non cambiamo paradigma mentale. Ma la speranza non manca mai, ed è nei bambini, nelle nuove generazioni, capaci ancora di sognare.

Firenze, 7 maggio 2020

Bibliografia

Marucelli G., Undici novelle per l’ora del tè e altri racconti, Genova, Liberodiscrivere, 2012.

Note

[1] Tè verde deteinato, con qualche goccia di dolcificante, con biscotti integrali o fette biscottate spalmate di marmellata (questa la mia merenda).

[2] Il Gruppo Scrittori Firenze si è riunito periodicamente all’ASD Laurenziana tra maggio 2019 e febbraio 2020.

[3] Dove tra l’altro ho presentato il libro di Menzinger Apocalissi fiorentine (Tabula Fati, 2020).

Porto Seguro Show, 29 febbraio 2020

Massimo Acciai Baggiani e Italo Magnelli presentano “Due passi indietro” – Carlo Menzinger presenta “Il narratore Rifredi” (finalista al premio Vegetti) – Massimo Acciai Baggiani presenta Gabriele Pardini (“Calunnia”) e Sabrina Rizzello (“Gocce di ricordi e di attese”). Porto Seguro Show, Il Conventino, Firenze, 29 febbraio 2020

Il Cimitero degli Inglesi nei racconti di due autori fiorentini contemporanei

Di Massimo Acciai Baggiani

ciampi tra una birra e una storiaTra i libri che Paolo Ciampi mi ha donato in occasione dell’incontro a lui dedicato dal GSF alla Laurenziana c’è un curioso volumetto uscito qualche mese fa con l’editore senese Betti. Si intitola Tra una birra e una storia e raccoglie otto racconti inediti o usciti in precedenza in antologie. Ciampi, instancabile viaggiatore in terre remote, ha rivolto stavolta la sua attenzione alla sua regione: la Toscana. Una terra ricca di passato e di storie, appunto, che pur svolgendosi nel presente richiamano storie molto più antiche e, ovviamente, tutte autentiche. Tutti gli otto racconti sono a loro modo interessanti, ma quello che mi ha catturato di più è quello dedicato al Cimitero degli Inglesi, definito affettuosamente da Ciampi «la mia Spoon River». La «montagnola» del celebre cimitero monumentale, nato nella prima metà dell’Ottocento per ospitare gli stranieri “acattolici” che hanno trovato a Firenze la loro ultima dimora, richiama in effetti l’altrettanto celebre “collina” del capolavoro di Edgar Lee Masters. Io l’ho visitato una sola volta, per caso, un pomeriggio primaverile. Il cancello, che di solito trovo chiuso, quel giorno era aperto e un richiamo irresistibile mi ha spinto ad attraversarlo. È stato come uscire dal prosaico traffico dei viali di circonvallazione ed entrare in un altro mondo; un mondo di silenzio, di raccoglimento, di poesia. Un mondo che parla di altri luoghi, di altri tempi, quando ancora la mia città aveva le sue mura – là dove adesso corrono le automobili – e c’era più poesia. È utile ricordare che il Cimitero degli Inglesi ha ispirato un grande e controverso artista, lo svizzero Arnold Böcklin, per la sua più celebre serie di dipinti: L’isola dei morti. I morti nella narrazione di Ciampi riprendono vita, metaforicamente parlando, e continuano a parlarci, attraverso i secoli, ripetendo il loro monito a goderci il dono preziosissimo della vita finché di questa non resterà che una lapide e forse la memoria nei posteri.

apocalissifiorentineLa letteratura sepolcrale vanta grandi capolavori, a partire dai Sepolcri foscoliani, ma è con gli epitaffi di Masters (e più ancora con i versi di De André, che ad essi si ispirano, superando il modello) che viene toccato l’apice, e non a caso Ciampi cita entrambi. Io aggiungerei all’elenco anche un bel racconto di Carlo Menzinger, Il ritorno degli inglesi, dalla raccolta Apocalissi fiorentine, uscita anch’essa nel 2019, a cui ho dedicato un articolo. È interessante un confronto tra i due racconti, dedicati allo stesso tema: entrambi gli autori conoscono bene la storia del Cimitero e dei suoi “inquilini” ma, mentre Ciampi fa rivivere questi ultimi attraverso la lente della Storia, Menzinger li fa risuscitare letteralmente. Sono due generi letterari diversi: il primo è narrativa di viaggio, il secondo è fantascienza. Conosco e apprezzo entrambi gli scrittori – Ciampi e Menzinger – che a loro volta sono amici tra loro; mi piacerebbe vederli un giorno ambedue in un medesimo reading in cui leggono a turno i propri racconti (o l’uno il racconto dell’altro). Il Cimitero degli Inglesi sarebbe la location perfetta: sono sicuro che apprezzerebbero anche i cari estinti, se avessero ancora orecchie.

Firenze, 7 gennaio 2020

Bibliografia

  • Ciampi P., Tra una birra e una storia, Siena, Betti, 2019.
  • Menzinger C., Apocalissi fiorentine, Chieti, Tabula Fati, 2019.

Presentazione di “Apocalissi fiorentine”

Massimo Acciai Baggiani presenta “Apocalissi fiorentine” di Carlo Menzinger, una raccolta di racconti distopici di fantascienza, climate fiction e ucronia, ambientati a Firenze, che ci parla di fragilità urbane e ambientali. Un’occasione per riflettere sul nostro passato e il nostro incerto futuro.
http://sites.google.com/site/carlomenzinger/home-1/home/apocalissi-fiorentine

Mercoledì 13 novembre 2019 dalle ore 17:00
Allianz Bank – Piazza Savonarola 6 – Firenze

Pisa Book Festival 2019

di Massimo Acciai Baggiani

Mattina fredda e nebbiosa, già invernale. Io e Carlo Menzinger ci siamo dati appuntamento alla stazione di Rifredi intorno alle otto: andremo insieme a Pisa col primo regionale. Destinazione: il Palazzo dei Congressi, dove si tiene l’edizione 2019 del Pisa Book Festival, importante fiera libraria per le case editrici indipendenti.

A Pisa ci attende un bel sole. Rimettere piede in questa città, dopo tanti anni, mi suscita una valanga di nostalgici ricordi. Qui venivo tutti i fine settimana a trovare il mio amico Francesco Felici e, in tempi più recenti, Brunetto Casini – titolare di Edistudio, casa editrice specializzata nell’Esperanto (una delle due esistenti oggi in Italia, insieme a Eva Edizioni): adesso Francesco vive in Irlanda e Brunetto è un po’ che non lo sento…

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In un quarto d’ora a piedi siamo alla sede del festival: compriamo il biglietto e ci avventuriamo tra i numerosi affollatissimi stand, riservandoci di visitarli con calma più tardi. Siamo infatti già in ritardo per l’incontro con Francesco Verso – lo scrittore più volte premio Urania – su “Come gli scrittori di fantascienza interpretano una delle grandi emergenze del nostro tempo”. Si parla di temi ecologici di scottante attualità, di apocalissi future e delle possibili soluzioni escogitate dagli scrittori (soprattutto cinesi) per scongiurarle.

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Alla fine della presentazione Carlo si mette a chiacchierare con Verso, mentre io scambio due parole con Stefano – uno dei miei ex compagni del corso di editoria che ho seguito tra il 2017 e il 2018 (e che mi ha lasciato deluso… il corso, non Stefano!) – incontrato per caso. Passiamo poi allo stand del Collettivo Scrittori Uniti, fondato dall’amico torinese Claudio Secci che vedo per la prima volta, dopo anni di scambi tramite Internet (e diverse recensioni ai suoi romanzi): ci salutiamo calorosamente, quindi Claudio mi propone di fare una video intervista – con Federica Martina de L’isola di Skye – (si propone poi anche Carlo). Il CSU, nato nel giugno 2018, è una libera associazione di scrittori che portano insieme i loro libri nelle fiere librarie, per aiutarsi vicendevolmente: sul tavolo infatti sono disposti moltissimi libri di vari generi letterari, pubblicati da varie case editrici. Non possiamo che augurare a Claudio e ai suoi compagni scrittori grande successo!

pisa book festival 1

pisa book festival 2

Davanti allo stand del CSU c’è quello di Arpeggio Libero, editore lodigiano con cui ho pubblicato, nell’ormai lontano 2014, la raccolta di racconti scritti a quattro mani (con Lorenzo Spurio) Apologia del perduto. Si trattava di racconti su temi borderline, piuttosto lontani dal mio genere. È un po’ che non ci sentiamo: è un piacere passarli a salutare. Si ricordano bene di me, per fortuna… Sarà l’occasione per organizzare una nuova presentazione a Firenze, in futuro. Con l’occasione facciamo anche la conoscenza di un loro prolifico autore, Antonio Borghesi.

A questo punto io e Carlo ci separiamo, per ritrovarci poi a pranzo nell’area ristorazione in un tendone all’aperto. Al tavolo con noi, tra gli altri, c’è Paolo Ciampi, giornalista e scrittore nostro concittadino, a cui parlo del mio “trittico” sulle memorie (Radici, Cercatori di storie e misteri e, nel 2020, il terzo capitolo ancora senza titolo). Anche il Ciampi ha frequentato la narrativa di viaggio, quindi è interessato a questo nostro progetto editoriale; è un tipo cordiale, alla mano. Accanto a Carlo siede, invece un altro autore rifredino come noi, Massimiliano Scudeletti.

Dopo pranzo facciamo un giro insieme tra gli stand degli editori, prima che Carlo vada a sentire gli incontri con Marco Vichi, presentato da Leonardo Gori, con Paolo Ciampi, presentato dall’editore Luca Betti e con Vanni Santoni (che sarà ospite del GSF martedì prossimo), presentato da Gaia Rau e Alberto Casadei. Di editori ce ne sono moltissimi e molto vari; da quelli più noti a quelli più piccoli e di nicchia. Varia è anche la provenienza geografica: molti sono toscani ma ve ne sono anche dal nord, dal sud e dalla Capitale. C’è perfino un editore còrso, con sede ad Ajaccio, con cui scambio due parole, rammaricandomi della non esistenza di un corso di còrso in italiano (solo un Assimil in francese che ho studiato anni fa…). Al banchino di Ediciclo, di Portogruaro, saluto un’altra ex compagna del suddetto corso per redattori (ma neanche lei è assunta fissa), mentre a quello di Carmignani mi danno notizie di Greta, altra ex corsista, e di Emanuele Martinuzzi, il mio amico poeta di cui hanno pubblicato un libro tempo fa.

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Narrafood, con i suoi libriccini abbinati a bustine di tè, da leggersi nei cinque minuti necessari all’infusione, mi è sempre piaciuta per l’originalità dell’idea. Interessante è stato anche l’incontro con Franco Del Moro, responsabile della rivista Ellin Selae, di cui ho ascoltato un cd di musica in stile Mike Oldfield anni Settanta: anche lui lo incontravo di persona per la prima volta, ho trovato con lui una certa affinità di gusti musicali e letterari. L’occhio mi è caduto su un cd esposto, col titolo in Esperanto di Serenakoro (in realtà in Esperanto andrebbe scritto staccato, ma è una grafia voluta): Franco non parla la lingua di Zamenhof ma la conosce e ne condivide gli ideali. Gli manderò un articolo sulla letteratura esperantista, da pubblicare sulla sua testata. Altra cosa che ci accomuna è l’amore per la montagna, in particolare per le Dolomiti – dove sono solito trascorrere le mie vacanze estive: conosce bene Sappada e si è dichiarato disposto a pubblicare il libro che ho intenzione di scrivere sulla nota cittadina friulana. Lui invece abita dalle parti di Agordo, nel bellunese (dove si trovava Sappada fino a un paio di anni fa).

artificinaL’ultimo incontro interessante della giornata, prima di riprendere la via di casa, è proprio con Francesco Verso, incontrato al nostro arrivo stamani: il cerchio si chiude. Con lui parlo di fantascienza non anglofona (quella ingiustamente ignota al grande pubblico) e del suo progetto editoriale Future Fiction, attraverso il quale propone ai lettori italiani opere tradotte da ben otto lingue (tra cui cinese, il russo, il portoghese, eccetera…) appartenenti a quel filone nato negli anni Ottanta che va sotto il nome di “cyberpunk”. L’argomento mi interessa molto: mi offro di recensire un’antologia bilingue di racconti cinesi (ArtifiCina) di cui mi dona una copia. Da parte mia gli parlo della fantascienza in Esperanto, suscitando a mia volta il suo interesse. Gli consiglio di leggere La lingua fantastica, a cura di G. Cappa (Keltia, 1994) – ormai un classico per i profani che voglio avvicinarsi alla SF in questa lingua – quindi ci stringiamo la mano promettendoci di restare in contatto.

In giro tra gli stand sono numerosi, gli incontri. Salutiamo l’autore fantascientifico pluripremiato Lukha B. Kremo, Carlo saluta il direttore della rivista l’Indiscreto, Francesco D’Alia, e si intrattiene con l’autrice Rosa Belladonna, ora impegnata in lunghi viaggi per la stesura del suo prossimo libro.

Sul treno di ritorno io e Carlo ci mostriamo a vicenda il nostro “bottino”: lui ha comprato diversi libri su tematiche “apocalittiche” (argomento su cui sta scrivendo in questo periodo, vedi anche Apocalissi fiorentine – la sua raccolta di racconti uscita recentissimamente con Tabula Fati). È stato senza dubbio un viaggio proficuo per entrambi.

Firenze, 20 brumaio ’28 (11 novembre 2019)

Una passeggiata nel bosco

Di Massimo Acciai Baggiani

IMG-20191027-WA0015Questa domenica fa così caldo che nessuno direbbe, giudicando solo dal sole estivo che splende in un cielo privo di nubi, di un azzurro intenso, che mancano meno di due mesi a natale. Gli escursionisti si liberano presto degli abiti pesanti, portati “perché non si sa mai”, rimanendo in mezze maniche, e tirando infine fuori i berretti per proteggersi dai raggi sulla testa, nelle parti più esposte. Nel bosco però si sta bene, tra l’ombra e le macchie di luce che fanno brillare il verde. L’autunno regala anche altri colori vivaci; l’inverno tuttavia pare lontanissimo.

Appuntamento all’azienda agricola TerrAdoro alle dieci di mattina: io e i miei amici arriviamo con un certo anticipo. Abbiamo raggiunto il luogo di ritrovo con la macchina di Carlo Menzinger[1] e sua moglie. Con me c’è anche Miriam, la mia amica messicana. Più tardi arrivano anche Sergio Calamandrei[2] e consorte. Gli altri partecipanti non li conosco: l’unico altro volto noto è quello di mio cugino Pino Baggiani, la nostra guida, esperto di piante autoctone toscane.

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Il gruppo è composto da una quarantina di persone: Pino ci accompagna in questa escursione nel bosco di Sommaia, nella parte alta di Calenzano, con la sua esperienza e pazienza infinita con i bambini troppo vivaci. Insieme alla collega Silvia Mazzoni, con cui ha condotto il corso sulle piante officinali e commestibili che si conclude oggi, si ferma di tanto in tanto a darci qualche spiegazione su alcune specie vegetali incontrate lungo il sentiero – il pungitopo, il finocchio selvatico, il cipresso, il cerro, il frassino e l’alaterno.

«Guardate!» Pino indica una sfera marrone simile a una ghianda, attaccata al ramo di una quercia. «Questa conteneva un uovo di cinipede; l’albero lo ha rivestito con questa galla e l’insetto, una volta uscita dall’uovo, ha fatto un buco qui ed è andato via.»

Pino ci mostra un minuscolo foro nella “galla” legnosa. Affascinante.

Per quanto riguarda il cipresso, albero molto presente in Toscana ma associato in altre regioni soprattutto ai cimiteri[3], mio cugino ci mostra le differenze tra la forma “femminile” – più selvatica e con i rami più allargati – e quella “maschile” che conosciamo meglio per la sua classica forma a fiammella.[4]

«Sapete perché l’olivo nasce sotto il cipresso?» ci domanda Pino. Nessuno sa spiegare questa stranezza.

«Spesso le olive sono predate dagli uccelli, in particolare gli storni, mangiandoli nell’intimità del folto della chioma del cipresso e poi evacua il nocciolo dell’oliva del giorno prima proprio sotto il cipresso, sgrassato dall’intestino dell’uccello e favorendo così la germinazione.»

IMG-20191027-WA0028Lungo il cammino troviamo anche qualche fungo velenoso, da cui siamo messi in guardia. Saliamo fino a un’altitudine di circa 300 metri, quindi riscendiamo fino alla strada asfaltata. Abbiamo incontrato un agriturismo in mezzo al bosco, poi case e stradine di campagna. In meno di tre ore dalla partenza siamo di nuovo all’azienda TerrAdoro. Mi sorprendo piacevolmente di me stesso: la camminata, nonostante le molte salite, non mi ha stancato più di tanto. Vero è che siamo andati molto piano, fermandoci spesso per ascoltare le “lezioni” dei nostri accompagnatori. Abbiamo incontrato mole piante commestibili (tarassaco, rucola, cicoria, eccetera), illustrate da Silvia, così come di piante medicinali: è stato molto istruttivo. Ho scoperto che ad esempio le ghiande avevano un largo consumo alimentare nel passato, come è ben spiegato in un libro di Marco Giovannoni[5] che mio cugino ci consiglia come lettura. Sicuramente mio cugino, se si perdesse nel bosco, saprebbe sopravvivere: saprebbe cosa mangiare e cosa no (a differenza di me).

È ora di ristorarci con un buon pranzo vegetariano all’aperto, presso l’azienda: tutta roba genuina, prodotti locali – risotto di borragine, minestra di topinambur, tofu con verdure, frittata, pasticcio di melanzane, eccetera – e d’altra parte l’appetito certo non manca. È una buona occasione conviviale per commentare la nostra esperienza in mezzo alla natura. Dopo il caffè Pino ci propone di visitare il suo vivaio, distante pochi minuti d’auto.[6]

Il nostro gruppo intanto si è assottigliato; alcuni hanno preferito, dopo pranzo, rientrare a casa. Io e i miei amici invece siamo curiosi di vedere l’opera di mio cugino – anche se io l’avevo già visto in un’altra occasione – di cui parla anche in un articolo su «A.DI.PA.» e su «Bullettino».

Il vivaio di Pino ci riserva molte sorprese; si vede la grande passione che ci ha messo nel raccogliere nei boschi toscani i semi delle varie specie, di cui conosce ogni segreto. La sua passione traspare dalle sue parole, mentre ci mostra i suoi tesori. La giornata volge ormai al termine; è tempo di rientrare. È stata senza dubbio un’esperienza interessante, così insolita per un abitante della città come sono io.

Firenze, 7 brumaio ’28 (29 ottobre 2019)

IUA-n°-10-Anno-VI-Novembre-2019 (N° 10, Anno VI, novembre 2019 de «L’Italia, l’Uomo, l’Ambiente».)

Note

[1] Scrittore fiorentino, autore di racconti e romanzi ucronici, a cui ho dedicato il mio libro biografico Il sognatore divergente (Porto Seguro, 2018).

[2] Altro scrittore fiorentino, amico di Carlo Menzinger, specializzato sul genere giallo.

[3] Il motivo lo chiariamo nel nostro libro sul Valdarno che stiamo attualmente preparando io, mio cugino e Italo Magnelli, terzo libro di una trilogia iniziata con Radici (Porto Seguro, 2017) e proseguita con Cercatori di storie e misteri (Porto Seguro, 2019).

[4] Vedi anche la storia del Cipresso di Campestri in Acciai Baggiani M., Baggiani P., Magnelli I., Radici, Firenze, Porto Seguro, 2017, pp. 64-66.

[5] Giovannoni M., Ghiande e uso alimentare umano, Arezzo, Compagnia delle foreste, 2019.

[6] Vivaio Massedonica, Località Baroncoli, Calenzano.