Creatori di mondi nella fantascienza

Di Massimo Acciai Baggiani

DSC_0374

Massimo Acciai Baggiani (a sinistra) e Carlo Menzinger: due scrittori fiorentini, creatori di mondi. Foto di Italo Magnelli

Se è vero che qualsiasi opera di fiction, non solo di fantascienza, genera un mondo immaginario, quando pensiamo a un “creatore di mondi” abbiamo però in mente qualcuno che “disegna” uno sfondo molto dettagliato per le sue storie, tanto elaborato e affascinante da diventare spesso più importante della trama stessa: è ciò che Tolkien chiamava “mondo secondario” in un suo celebre saggio[1].

«È difficile determinare in cosa consiste attualmente un “universo immaginario”» leggiamo su Wikipedia «Il mondo immaginario è coeso con regole proprie e concetti funzionali, ma comprende solo un piccolo territorio o tutti i territori su alcuni mondi (anche dimensioni) non strutturati nel modo dell’astrofisica (su vari pianeti); mentre l’universo immaginario è invece globale planetario, stellare e addirittura galattici o intergalattici. Un universo immaginario può ugualmente essere interconnesso ad altri universi attraverso espedienti fantascientifici e una serie di universi interconnessi è chiamato multiverso. Questi multiversi sono stati caratterizzati prevalentemente nella fantascienza della metà del XX secolo.»[2]

Del concetto di multiverso ho parlato diffusamente nel mio saggio sulla narrativa ucronica di Carlo Menzinger, a cui rimando[3].

Image result for isaac asimov

Isaac Asimov

Forse il più famoso creatore di mondi è J.R.R. Tolkien (1892-1973) – la sua Terra di Mezzo è un capolavoro di dettagli coerenti che si estendono nello spazio e nel tempo per migliaia di anni, con una cronologia vertiginosa che affonda nella mitologia e una grande cura anche dal punto di vista linguistico[4] – ma possiamo trovare esempi celebri anche nella fantascienza: Menzinger (1964) ne è un buon esempio, anche se non celebre come Gene Roddenberry (1921-1991, creatore di Star Trek) o George Lucas (1944, ideatore della saga di Star Wars), o Frank Herbert (1920-1986, il cui il ciclo di Dune è stato molto influenzato da Tolkien) o ancora Isaac Asimov (1920-1992) e Philip K. Dick (1928-1982): tutti esempi di come un mondo immaginario sopravviva al proprio creatore (a parte Lucas, ancora vivo) attraverso l’utilizzo del mondo in questione da altri autori che vi hanno ambientato altre storie, riprendendone il lavoro e arricchendolo di nuovi dettagli.

Image result for thomas more

Thomas More

Quando possiamo iniziare a parlare di mondi immaginari, nell’accezione sopra indicata, nella letteratura fantascientifica? La risposta può sorprenderci: i creatori di mondi sono antichi! Thomas More (1478-1535) con la sua Utopia (del 1516) ci fornisce uno dei primi esempi di descrizione dettagliata di un mondo “altro”, seppur limitato a una sola isola (se escludiamo i vari inferni e paradisi delle religioni antiche, il viaggio dantesco della Commedia, e le mitiche Atlantide e Mu). L’uomo, scontento del mondo in cui si ritrova a vivere, immagina naturalmente mondi diversi in cui sarebbe più piacevole abitare. Nasce appunto l’utopia, termine coniato dallo stesso More da due parole greche che unite significano “nessun luogo”.

Come possiamo immaginare mondi “perfetti”, o comunque migliori, possiamo tuttavia anche ipotizzare mondi terrificanti, che ci consolano in qualche modo della nostra condizione o che ci mettono in guardia da un futuro che potrebbe portarci verso la distopia di turno. Sarebbe interessante domandarci come mai le utopie in letteratura e in filosofia nascono prima delle distopie: l’umanità è diventata più pessimista col passare dei secoli? Parrebbe proprio di sì, purtroppo, e c’è da temere le famose profezie negative che si autorealizzano. Tuttavia leggendo oggi l’Utopia di More ci sentiamo più di classificarla tra le distopie: chi vorrebbe vivere infatti in un mondo così rigido e autoritario, in cui ogni aspetto pubblico e privato della vita del cittadino è controllato dalle varie magistrature secondo principi antidemocratici e liberticidi?

Related image

Giacomo Casanova

Un’altra utopia, molto meno famosa, di cui mi sono occupato in un articolo[5] è il “paradiso terrestre” che si nasconde, secondo Giacomo Casanova (1725-1798), nelle viscere della Terra: nel monumentale Icosameron (1788) il celebre avventuriero veneziano immagina due ragazzi inglesi che finiscono all’interno della Terra Cava (altro spunto per creatori di mondi immaginari nei due secoli successivi) e fanno la conoscenza con la pacifica razza dei megamicri. Il romanzo va citato perché è forse la più dettagliata descrizione di un mondo immaginario precedente ai romanzi tolkeniani: l’Icosameron nella sua versione integrale conta 1800 pagine (più del Signore degli anelli!) e questa prolissità ne ha decretato il clamoroso insuccesso, causa della rovina finanziaria di Casanova, il quale considerava quest’opera il suo capolavoro, il suo biglietto per l’immortalità.

La triade delle celebri distopie del Novecento – Il mondo nuovo (1932) di Aldous Huxley (1894-1963), 1984 (1949) di George Orwell (1903-1950) e Fahrenheit 451 (1951) Ray Bradbury (1920-2012) – ha fatto scuola: rappresenta un punto di riferimento per tanti autori contemporanei.

Image result for verne

Jules Verne

Il XIX secolo ci regala opere fantascientifiche straordinarie: due giganti in particolare sono da ricordare anche come grandi creatori di mondi; il francese Jules Verne (1828-1905) e l’inglese H.G. Wells (1866-1946). Verne ha ripreso il tema della Terra Cava nel Viaggio al centro della Terra (1864), descrivendo paesaggi selvaggi e primitivi molto affascinanti, mentre Wells ha parlato di mondi extraterrestri reali (come ad esempio Marte e la Luna) ma ancora inesplorati all’epoca, quindi rivisitati con la straordinaria fantasia dell’autore, oltre a scenari futuri vividi e intriganti.

Un capitolo a parte meriterebbe il discorso sui luoghi reali “rivisitati” (il pianeta Marte di Ray Bradbury, di Edgar Rice Burroughs o di C.S. Lewis, ad esempio) e il discorso sarebbe lunghissimo, ma voglio concludere il mio intervento – che non ha alcuna pretesa di esaustività – citando un vecchio racconto di Ray Bradbury che considero la migliore storia sui viaggi nel tempo mai scritta, e che rappresenta anche un curioso esempio di creazione di un mondo all’interno di un mondo secondario.

Image result for ray bradbury

Ray Bradbury

Viaggiatore del tempo[6] racconta la storia di Craig Bennett Stiles, un uomo che sostiene di aver viaggiato nel futuro e a riprova porta vari filmati, foto e documenti. Il presente del protagonista è un mondo al bivio: da una parte la distruzione causata da inquinamento, guerre e criminalità, dall’altra il superamento di tutto ciò e la creazione di un mondo utopico. L’umanità, osserva Craig, ha perso la fiducia nelle proprie possibilità e non riesce ad immaginare un futuro positivo: ci penserà quindi lui a “inventarsi” un viaggio nel tempo, falsificando le prove, infondendo così nei propri simili quell’ottimismo che mancava per fare la svolta. «Ce la possiamo fare!»: questo il messaggio. Il mondo futuro descritto da Craig diviene così realtà, e un ormai centenario Craig osserva divertito i propri concittadini – quelli del mondo ecologico e armonico che ha contribuito a creare nella realtà dopo averlo creato nella fantasia – aspettare lui stesso da giovane che magicamente compare dal passato. Ovviamente ciò non accadrà mai, ma l’inganno è stato a fin di bene e ha prodotto risultati stupefacenti. Una profezia autorealizzante di cui avremmo bisogno anche noi, oggi più che mai.

Intervento per il terzo incontro del Gruppo Scrittori Fiorentini “Creare mondi immaginari” (Firenze, ASD Laurenziana, 19 settembre 2019). Vedi video.

Firenze, 15 settembre 2019

 

19 settembre 2019

Vedi video dell’intera serata

Bibliografia

  • Acciai Baggiani M., Il sognatore divergente, Firenze, Porto Seguro, 2018.
  • Acciai Baggiani M., Casanova autore di fantascienza ovvero una lettura moderna dell’Icosameron, in «Segreti di Pulcinella» n. 49 (maggio 2016).
  • Acciai Baggiani M., Felici F. (a cura di), Ghimile ghimilama. Breve panoramica su alcune lingue artificiali, rivitalizzati e più o meno pazzamente manipolate, Venafro, Edizioni Eva, 2016
  • Bradbury, Ray, Fahrenheit 451, Milano, Mondadori, 1989.
  • Bradbury, Ray, Viaggiatore del tempo, Milano, Mondadori, 2006.
  • Casanova C. Jcosameron; a cura di Giuseppe Panella, Milano, La vita felice, 2001.
  • Huxley, Aldous, Il mondo nuovo. Ritorno al mondo nuovo, Milano Mondadori, 1991.
  • Menzinger C., Via da Sparta, Firenze, Porto Seguro, 2017-2019.
  • More T., Utopia, lo Stato perfetto, ovvero l’isola che non c’è, Bussolengo, Demetra, 1995.
  • Orwell, George, 1984, Milano, Mondadori,1989.
  • Tolkien J.R.R., Albero e foglia, Santarcangelo di Romagna, Rusconi, 1976.
  • Tolkien J.R.R., Il signore degli anelli, Santarcangelo di Romagna, Rusconi, 1979.
  • Verne J., Viaggio al centro della Terra, Torino. Einaudi, 1989.

 

Note

[1] Tolkien J.R.R., Albero e foglia, Santarcangelo di Romagna,Rusconi, 1976.

[2] https://it.wikipedia.org/wiki/Universo_immaginario.

[3] Acciai Baggiani M., Il sognatore divergente, Firenze, Porto Seguro, 2018.

[4] Per quanto riguarda la creazione di lingue nella fantascienza si veda Acciai Baggiani M., Felici F. (a cura di), Ghimile ghimilama. Breve panoramica su alcune lingue artificiali, rivitalizzati e più o meno pazzamente manipolate, Venafro, Edizioni Eva, 2016, in particolare pp. 25-82.

[5] Acciai Baggiani M., Casanova autore di fantascienza ovvero una lettura moderna dell’Icosameron, in «Segreti di Pulcinella» n. 49 (maggio 2016)

[6] Nella raccolta Viaggiatore del tempo (1988).

COME PUBBLICARE CON UN GRANDE EDITORE

di Carlo Menzinger

Giovedì 5 Settembre 2019 il GSF – Gruppo Scrittori Firenze ha ospitato presso la Laurenziana un accurato, meticoloso e molto illuminante intervento dello scrittore ed editor toscano Vanni Santoni.

Vanni Santoni, poliedrico autore la cui produzione spazia dal mainstream al fantastico, all’umoristico, passando per l’esperienza giornalistica, ha pubblicato con numerose case editrici di tutte le dimensioni (Mondadori, Feltrinelli, La Terza, Minimum Fax, Voland, Mattioli, Duepunti, GAMM), è editor per Tunuè (responsabile della narrativa), autore di articoli, saggi e interviste per Il Corriere della Sera, Internazionale, Linus, Il manifesto, Mucchio Selvaggio, Vice, Orwell, Le parole e le cose, Nazione Indiana, Carmilla, Nuovi Argomenti, Alfabeta2, minima&moralia, GAMMM, Rolling Stone, pagina99, docente di importanti scuole di scrittura creativa come la Scuola Holden, finalista del Premio Strega.

È insomma persona che ben conosce il mondo dell’editoria in tutti i suoi aspetti.

Il GSF è stato dunque onorato di averlo ospitato nella serie di incontri letterari organizzati da Barbara Carraresi e Carlo Menzinger presso l’ASD Laurenziana di Firenze.

Dopo che Barbara Carraresi ha illustrato questa serie di eventi e il Presidente dell’associazione Vincenzo Sacco ha raccontato le molteplici attività portate avanti dal GSF (concorsi letterari, corsi di scrittura, presentazioni letterarie, libri collettivi e libri d’arte…), Carlo Menzinger ha introdotto Vanni Santoni.

L’intervento di Vanni Santoni è partito dalla definizione di casa editrice “importante”, illustrando innanzitutto la composizione dei principali gruppi editoriali italiani (Mondadori, GEMS, Feltrinelli, Giunti), elencando e descrivendo le altre principali realtà editoriali (Adelphi, Nave di Teseo, Newton, Sellerio, Fazi, Neri Pozza, E/O, Minimum Fax, marcos y marcos, Add, Suv, Voland, Tunué, Keller, Nutrimenti…).

La serata è diventata particolarmente interessante quando Santoni ha spiegato quali siano le case editrici con cui merita pubblicare. Limitandosi a un accenno a quelle a pagamento, che non sono neanche da prendere in considerazione se si vuole puntare a raggiungere, prima o poi, la grande editoria, ha evidenziato che le sole case editrici che possono dare qualche speranza di successo sono quelle che distribuiscono in modo capillare i propri libri nelle librerie di tutto il territorio nazionale. Tra queste ci sono ovviamente i grandi editori, ma anche alcuni editori medi. Santoni ha spiegato come la mancanza di una massa critica di volumi in libreria decreti il pressoché sicuro flop di vendite del libro.

Avevo presente la suddivisione delle case editrici in piccole, medie e grandi in base al numero di volumi pubblicati e venduti, ma in questo modo ritroviamo come medie case editrici che pubblicano molti libri ma non li distribuiscono, limitandosi ad attendere che siano ordinati.

Per un autore, dunque, è più importante sapere quanto e come distribuisca una casa editrice piuttosto che quanti libri pubblichi.

In merito alle case editrici che hanno una buona distribuzione, mi è parso di poter dedurre che queste siano anche quelle che non solo non chiedono contributi agli autori (orrore!) ma (a qualcuno forse parrà incredibile), pagano degli anticipi, come nelle storie di autori americani. E questo in Italia!

Ebbene, nota Santoni, tanto maggiore è l’anticipo che l’editore paga per un libro, tanto più ci crede e tanto più ci investe.

Verrebbe, dunque, da dire: evitiamo di pubblicare se non riceviamo un anticipo, perché questo è sintomo che non ci sarà sul nostro libro alcuna campagna promozionale.

Quando ha dovuto spiegare come si faccia a farsi pubblicare da un grande editore, Santoni è partito con dire che cosa non si deve fare.

Mi permetterei di riportare la simpatica metafora calcistica che ha usato per illustrare il più classico degli errori di approccio in cui temo molti di noi siano caduti: inviare il nostro romanzo all’editore!

Farlo, spiega Santoni, è come se volessimo giocare nel Milan e per farlo ci mettessimo in calzoncini con una palla in mano davanti a San Siro aspettando che qualcuno ci noti. Anche palleggiare un po’, aggiungo io, sarebbe del tutto inutile!

Una casa editrice che si vede recapitare un dattiloscritto da uno sconosciuto lo guarderà allo stesso modo, ovvero come uno sciocco che non ha capito nulla dell’editoria.

Altro classico errore in cui molti di noi incorrono, incluso il sottoscritto, è quello di credere che pubblicare con un piccolo editore sia un primo passo verso uno più grande.

Non solo non è vero (contrariamente a quanto ho comunemente sentito sostenere da tali piccoli editori), ma è addirittura deleterio, perché crea un curriculum negativo.

Se siamo esordienti, la casa editrice può solo valutare il nostro testo e come ci presentiamo come autore (aspetto forse più importante). Se, invece, malauguratamente, abbiamo già pubblicato due o tre libri (o peggio una ventina) con piccoli editori senza distribuzione (e che quindi non hanno piazzato almeno 2, 3 copie in ogni libreria che conta del nostro libro e quindi -logica conseguenza- abbiamo venduto solo qualche centinaio di copie o magari meno e, per giunta, per canali non ufficiali (le copie, per esempio, che vendiamo direttamente), ecco che quando e qualora l’editore importante ci prendesse in considerazione, prima ancora di guardare il nostro testo, andrà a vedere chi siamo e scoprirà, ahimè,  che pur avendo pubblicato, non siamo mai finiti nelle classifiche di vendita, ecco che sul nostro nome metterà una bella croce e il libro neppure lo aprirà.

Fin qui, quello che non si deve fare, ovvero:

  • mandare i testi al grande editore e
  • pubblicare con editori senza vera distribuzione (il fatto che i volumi, come per il self-pubblishing siano ordinabili in ogni libreria fisica o elettronica, non conta nulla: i volumi devono essere presenti in libreria).

Come fare, allora, per raggiungere i principali editori, quelli che contano davvero?

La cosa positiva è che, a sentire Santoni, questo non è impossibile, del resto lui, per esempio, c’è riuscito.

Di nuovo una metafora calcistica: invece, di palleggiare davanti San Siro, cominciamo a giocare in una piccola squadra locale, passiamo alle giovanili, arriviamo in serie C, in serie B e, infine, all’agognata serie A. Se saremo molto bravi, magari salteremo un po’ di passaggi, ma la gavetta, cari signori, va fatta! A meno che non siate nati dal lato giusto della barricata. Se siete già famosi, per esempio, potete anche puntare dritti a meta.

Fin qui, tutto ovvio, direte voi. Già. E la traduzione nel mondo editoriale parrebbe banale: prima pubblico con un editore piccolo, poi con uno più grande, fino ad arrivare dove voglio (a patto di valere, perché il nostro è un mondo meritocratico; qualcuno ne dubita forse?).

Troppo facile! Come detto, pubblicare con un editore così piccolo da non avere reale distribuzione e non dare anticipi, è peggio che non farlo.

Le nostre “giovanili”, infatti, non sono i piccoli editori, ma le riviste letterarie.

C’avevate pensato? Avete pensato che invece di sfornare subito un bel romanzo di mille pagine, forse prima occorre apparire sulle riviste che contano o pensavate che ci sareste finiti dopo, per effetto del vostro meritato e agognato successo?

Dobbiamo allora pubblicare sulle riviste. Qualunque rivista? Certo che no. Solo quelle che vengono lette. Lette da chi? Lette dagli addetti ai lavori. E questi chi sarebbero? Le case editrici che fanno scouting, che cercano “talenti”. Magari piccole case editrici (ma abbastanza grandi da aver distribuzione, va ripetuto. È un concetto basilare). Magari ti pubblicheranno. Se avrai successo, case editrici più grandi ti cercheranno e così via. Immaginerei, però, non troppi passaggi, forse dai due ai quattro, se si vuole aver successo.

E che libri pubblicano poi le case editrici? Altra sorpresa: non necessariamente libri già scritti. Individuato il nuovo autore, gli editori preferiscono dargli da scrivere qualcosa piuttosto che prendere un testo preconfezionato. Con le dovute eccezioni, sia chiaro.

Ma torniamo all’inizio del nostro percorso: le riviste.

Quali sarebbero queste riviste? Per esempio, l’Indice, Nazione Indiana, Il Rifugio del Ircoocervo, Le parole e le cose, GAMMM, Minima & Moralia, L’Indiscreto, Doppio Zero, Carmilla, Alfabeta 2, Poetarum silva, Nuovi argomenti, Zest, Crapula, Il tascabile, Il primo amore, Finzioni, Colla. A Firenze c’è Street Book Magazine, ma non ha rilevanza nazionale.

E che cosa dovremmo pubblicare nelle riviste? Verrebbe da dire: estratti del nostro romanzo, nostri racconti. Meglio di no. Si devono pubblicare invece recensioni di altri libri, se possibile libri su cui l’editoria punta ma poco recensiti. E come dovrebbero essere fatte? Non una paginetta e via. Belle corpose. Autentiche analisi di qualche testo, autori o nuova tendenza, cosa da una ventina di pagine (mi sembrano tante per essere letti).

Sembra una strada tortuosa per chi voglia farsi notare per la narrativa che scrive e non per come commenta quella degli altri, ma è così che si entra nel giro, pare. Prima qualche recensione sulle riviste, poi qualche racconto e poi, chissà, magari qualcuno ci nota. Un vero lavoro, non certo attività da dilettanti allo sbaraglio.

Sarà questa la ricetta per il successo letterario? Forse sì o forse è solo una delle possibili.

Di recente ho sentito lo scrittore Franco Forte, editor Mondadori per Urania che diceva che i testi, invece, vanno mandati alle case editrici e che l’importante è come lo si fa e, soprattutto a chi si mandano. Dobbiamo individuare, diceva Forte, l’editor della collana in cui riteniamo il nostro libro vada pubblicato e scrivere direttamente a lui. Secondo Forte, questo aumenterebbe molto le probabilità di essere letti, rispetto a invii generici che fanno fare lunghi giri al dattiloscritto.

Del resto, anche la storia di Vanni Santoni, farebbe pensare che l’immagine del tipo a San Siro sia un po’ esagerata, offerta più che altro per rendere il concetto. “Gli interessi in comune” di Santoni, infatti, fu pubblicato da Feltrinelli proprio mediante l’invio di un manoscritto. Qual’era la differenza tra lui e l’aspirante giocatore del Milan? Non da poco.  Santoni non era sconosciuto: aveva pubblicato già “Personaggi precari”, aveva vinto due concorsi nazionali ed era apparso su Nazione Indiana, GAMMM e altre riviste.

Insomma, gli editori importanti se gli mandiamo i nostri testi ci guardano davvero come dei tipi fuori dal mondo o ci prendono in considerazione?

Sinceramente, tendo a credere di più alla versione di Santoni, se non altro perché immagino che più grande sia una casa editrice, più sia sommersa di testi e, dato che le redazioni non sono mai immense, leggerli tutti è impossibile. Penso sia già tanto se ricevono un’occhiata generica alla scheda di accompagnamento. Pubblicare, distribuire e promuovere costa. È un investimento. I libri da pubblicare e seguire vanno scelti con cura. Immagino che Forte, quando diceva che gli editor leggono i manoscritti si riferiva, forse, a quelli di gente come Santoni e non di perfetti sconosciuti.

E le agenzie letterarie? Se è vero che nel mondo anglosassone, spiega Santoni, si arriva agli editori tramite loro, questo in Italia è assai meno vero e, soprattutto, occorre stare attenti agli pseudo-agenti che chiedono soldi per rappresentare gli autori: la rappresentanza si paga ma in percentuale sui proventi dell’autore sulle vendite future (circa il 10%), non in importi predeterminati e anticipati. Altra cosa è la predisposizione di una scheda di presentazione del libro o un lavoro di editing. Inoltre, aggiungo io, alcuni agenti non lo sono per nulla, nel senso che non offrono il servizio fondamentale che è la rappresentanza dell’autore. Per raggiungere gli editori maggiori, direi poi che occorre farsi rappresentare dagli agenti maggiori e questi sono solo pochi nomi, altrettanto irraggiungibili delle grandi case editrici. Farsi rappresentare da un agente senza mercato (senza un track-record di autori pubblicati presso editori rilevanti) è, a mio avviso, una semplice perdita di denaro (a meno che non ci si ritenga totalmente incapaci di raggiungere un editore da soli, ma se avete contattato l’agente potete anche contattare l’editore, no?).

Per quanto riguarda i Premi Letterari che non siano di rilevanza nazionale, la mia impressione personale, è che siano del tutto inutili sia per farsi notare dalle case importanti, sia per incrementare le vendite dei libri.

Talora possono servire per raggiungere un editore.

Santoni, per gli esordienti, ha segnalato il Premio Italo Calvino e il Premio Neri Pozza. In particolare, dal Premio Calvino sono emersi alcuni importanti autori.

Credo che un altro concorso interessante sia quello del Gruppo Mauri-Spagnol IoScrittore. Chi vince viene pubblicato dalla casa editrice. A parte questo, trovo che meriti come esperienza, perché ogni autore oltre a essere giudicato, giudica i testi degli altri partecipanti in forma anonima. Si ricevono così giudizi sinceri e taglienti che sui social neppure i nickname riescono a rendere tanto espliciti.

Tra i concorsi minori, possono forse meritare quelli di genere.

E le scuole di scrittura servono? Più che per imparare a scrivere (cosa che si impara soprattutto leggendo e scrivendo molto) sono utili per conoscere altri autori e addetti ai lavori.

Per chi volesse approfondire ulteriormente Vanni Santoni consiglia il suo articolo “Guida dell’aspirante scrittore: tutti i segreti e retroscena dell’editoria per l’esordio”, pubblicato su “Il Rifugio dell’Ircocervo”.

Gli incontri letterari del GSF presso la Laurenziana, via Magellano 13 Rosso (Firenze Nova), continuano giovedì 19 Settembre 2019 alle ore 18,00 sul tema “Creare mondi immaginari”, un confronto tra autori su fantascienza, fantasy e ucronia. Introducono la tavola rotonda Barbara Carraresi, Carlo Menzinger, Massimo Acciai e Barbara Mancini.

Ingresso libero anche per i non iscritti. Vi aspettiamo.

Carlo Menzinger di Preussenthal

www.menzinger.it

www.grupposcrittorifirenze.it

 

Scrivere è un’attività piacevole?

Di Massimo Acciai Baggiani

1bnScriveva Natalia Ginzburg, riferendosi alla scrittura: «questo mestiere non è mai una consolazione o uno svago. Non è una compagnia. Questo mestiere è un padrone, un padrone capace di frustarci a sangue, un padrone che grida e condanna. Noi dobbiamo inghiottire saliva e lagrime e stringere i denti e asciugare il sangue delle nostre ferite e servirlo. Servirlo quando lui lo chiede. Allora anche ci aiuta a stare in piedi, a tenere i piedi ben fermi sulla terra, ci aiuta a vincere la follia e il delirio, la disperazione e la febbre. Ma vuol essere lui a comandare e si rifiuta di darci retta quando abbiamo bisogno di lui.»[1]

Questa affermazione, piuttosto forte, letta per caso in macchina aspettando il verde al semaforo, mi ha suscitato una serie di riflessione sulla mia attività preferita (non dico mestiere, in quanto non mi dà di che vivere): scrivere. Dirò innanzitutto che io la vedo in maniera praticamente opposta rispetto alla Ginzburg: per me l’atto di scrivere non è accompagnato da sofferenza, bensì da gioia, e non mi toglie energie, anzi me le dona. D’altra parte come potrebbe un anarchico come me accettare un padrone, per lo più autoimposto? Io scrivo cosa e quando voglio, seguendo l’ispirazione del momento (a meno che non si tratti di articoli o recensioni promesse a qualcuno) e questo è uno degli indubbi vantaggi di uno scrittore “non professionista” rispetto a chi è sotto contratto con la Mondadori o la Newton & Compton e deve magari consegnare un romanzo di quattrocento pagine entro due mesi, pena la perdita di denaro (molto denaro). Non a caso Paolo Cammilli[2] si dichiara d’accordo con la Ginzburg: il suo è infatti il punto di vista di uno scrittore professionista. Cammilli, anzi, distingue tra chi “fa lo scrittore” e chi “è uno scrittore”, indicando nel primo colui che si guadagna il pane attraverso il suo mestiere.[3]

Dello stesso avviso è il giornalista pratese Raimondo Preti. In Tutti giù per terra scrive: «Chiariamo subito una cosa: scrivere non è un piacere. Non si tratta di cantare con una bella voce o di imbrattare una tela sperando che qualcuno dica che è un capolavoro. Scrivere è un gioco di capelli strappati, sigarette che bruciano fino al dito e unghie ciancicate.»[4] Di «lotta orribile ed estenuante, come un periodo di dolorosa malattia» parla anche George Orwell in un suo saggio del 1936[5]; il celebre scrittore inglese si riferisce in più punti alla «fatica di scrivere»[6], allo «sforzo descrittivo quasi contro la mia volontà, come una sorta di costrizione esterna»[7], eccetera, a cui lo scrittore è spinto da «egoismo», «entusiasmo estetico», «impulso storico» e «scopo politico»: quattro ragioni per scrivere che sono presenti, a suo dire, in ogni scrittore, pur se in proporzioni diverse, e che rispondono alla logica domanda “Ma allora chi glielo fa fare?”.[8]

Come tutte le cose che all’inizio si fanno per passione, inevitabilmente (pare) anche la scrittura “dilettantistica” quando diventa “professionale” – qualcuno direbbe “quando si fa sul serio” – muta la propria natura trasformandosi da “piacere” in “dovere”. Non essendo mai stato uno scrittore di professione – scrittore sì, ma solo per passione – non mi azzardo a fare un confronto tra i due approcci al foglio bianco…  posso solo dire che, dal mio punto di vista, la scrittura è godimento e soprattutto libertà; anzi è l’azione più libera che uno scrittore può fare. Scrivendo rompo le catene della realtà – forse anche per questo prediligo il genere fantastico – creo sulla carta mondi utopici, decido la sorte dei personaggi a cui do vita (come una sorta di divinità), elaboro trame e supero col pensiero e la fantasia i miei limiti geografici e temporali. Mi trovo insomma d’accordo con l’amico e collega Carlo Menzinger[9], il quale rifiuta perfino la definizione di “mestiere” applicato alla scrittura e replica: «Scrivere un mestiere? Dio no, no!!! Scrivere è un sogno. Scrivere è un gioco. Scrivere è creare mondi nuovi. Scrivere è essere Dei! Cosa c’entra il mestiere? Quello è per falegnami, avvocati, medici e idraulici. Però scrivere non è facile, né cosa lieve. Scrivere è tecnica e metodo e cultura e infinite letture.»[10]

Infatti non bisogna pensare che la scrittura non segua delle sue regole – in primis quella della coerenza interna e della verosimiglianza – se vuol essere efficace, e che non ci sia dietro un lavoro preparatorio fatto di ricerca e di letture. Ammetto che documentarsi per scrivere un libro può essere faticoso e a volte frustrante (anche se Internet ha facilitato molto le cose), ma lo scrivere in sé estremamente liberatorio. Il processo della scrittura, come giustamente nota Menzinger, è per molti aspetti affine al sogno[11]: la differenza sta nel fatto che il sogno non contiene nessuna logica (se non forse quella che vi scorgeva Freud[12]) mentre un buon romanzo o un buon racconto risponde a una logica ferrea, pena l’infrangersi della “sospensione dell’incredulità”. Personalmente infatti per le mie storie ho tratto ispirazione dai sogni in più occasioni, rielaborandoli e piegandoli alla scrittura. Tornando alla Ginzburg, credo piuttosto che sia lo scrittore il padrone e la scrittura l’umile serva – e non il contrario.

Ho sentito comunque altre voci di amici e colleghi scrittori. Marco Bazzato[13] ad esempio si dichiara concorde in parte con la Ginzburg, «visto che quando il demone di una storia reclama di uscire, alla fine è lui che conduce il gioco, noi siamo solo i veicoli della storia, non ne siamo gli effettivi signori e padroni. Questo almeno vale per me, sia quando scrivo, così come quando rileggo per correggere o per revisionare. È la storia stessa che dice in che direzione vuole andare, cosa vuole e cosa soprattutto non vuol fare. È una vita, una serie di vite, dentro lo scrittore, vite che emergono, vengono concepite, crescono nel ventre della nostra mente e poi sono espulse, a volte in modo anche doloroso, come un parto, dove sia la gestazione che l’espulsione a differenza di una gravidanza umana, non dura necessariamente nove mesi, ma può essere più breve o più lunga, così come il travaglio, prima della nascita, del termine ufficioso della gravidanza stessa, perché poi un libro inizia a vivere solamente quando l’opera diviene di dominio pubblico. Lì, allora inizia il suo percorso di vita. Percorso che potrebbe essere brevissimo oppure durare anche per secoli. Facendo però una ricerca etimologica del termine mestiere, tra i diversi significati, ho trovato che questa potrebbe essere la più calzante, se vogliamo associarla a ciò che la scrittrice forse intendeva: “dal fr. ant. mestier (mod. métier), che è dal lat. ministerĭu(m) ‘ministero, ufficio’, deriv. diminĭster ‘ministro, servo’.” Se naturalmente vogliamo escludere la componente economica, legata al termine più comune di svolgere un mestiere, per trarne principalmente un tornaconto economico. Quindi, la scrittrice poteva anche voler intendere una forma di servizio, essere servi del proprio bisogno, del proprio piacere interiore, della propria passione, dell’amore che si prova per la scrittura e anche per gli sforzi che, coloro che sono abituati a farlo, non sentono, ma che richiedono dispendi di energie intellettuali e fisiche, in certi momenti non indifferenti. Stephen King, autore che forse a molti può non piacere, disse grosso modo che, ora non ho il libro sottomano, che tutti coloro che scrivono sono scrittori, indipendentemente dal fatto che ne traggano un ricavo economico, ma qualsiasi persona che ha qualcosa da dire e soprattutto lo sa dire, può e deve considerarsi uno scrittore. […] Il processo creativo credo che sia un mistero per tutti, dove ci nascondiamo dietro diverse definizioni, ma la scintilla, l’input che abbiamo nel metterci innanzi ad un foglio word bianco e lasciare uscire le lettere, le parole, le frasi, per arrivare alla fine del percorso, mettendo il punto finale, rimarrà forse l’ultima frontiera, probabilmente per sempre inesplorata, perché, per quanto magari lo vogliamo, non possiamo essere contemporaneamente dentro e fuori noi stessi, senza mai poter avere una vera visone di insieme, ma forse è anche questo l’aspetto migliore, in quanto potrebbe essere una scoperta e una riscoperta quotidiana che si rinnova di volta in volta.»[14]

Scrive d’altro canto Michele Protopapas[15]: «Io pianifico tutto. La storia, prima di essere scritta è stata domata (altro che mostro, è docile come un gattino): scelgo quali tecniche e quali trucchi usare, determino numero di personaggi e definisco come devono interagire. Solo dopo che è stata pianificata, riassunta in scaletta, confezionata mentalmente, inizio a scrivere. E da lì è tutto in discesa.»[16]

La poetessa Mariella Bettarini è intervenuta nella discussione replicandomi che «se si scrive essendo felici, allora si è felici di scrivere. Se si è infelici, la scrittura allevia molto l’infelicità, e tuttavia non sappiamo se è la scrittura a farci stare meglio, o è il nostro stare meglio che ci permette di scrivere.»[17] Su questo non so rispondere, comunque mi pare una domanda interessante, così come mi pare degna di nota la definizione che fornisce Alessandro Franci nella sua citazione: «“Scrivere è tentare di sapere cosa si scriverebbe se si scrivesse” dice M. Duras[18]. Lo consiglio. D’altronde Rilke scrive al signor Kappus: “Ricordate la ragione che vi chiama a scrivere; esaminate s’essa estenda le sue radici nel più profondo luogo del vostro cuore, confessatevi se sareste costretto a morire, quando vi si negasse di scrivere. Questo anzitutto: domandatevi nell’ora più silenziosa della vostra notte: devo io scrivere? Scavate dentro voi stesso per una profonda risposta. E se questa dovesse suonare consenso, se v’è concesso di affrontare questa grave domanda con un forte e semplice ‘debbo’, allora edificate la vostra vita secondo questa necessità.”[19]»[20]

È interessante anche la definizione di Marco Di Bari, scrittore fiorentino: «La scrittura è una risorsa per il buio, il dubbio, la troppa gioia, l’illuminazione. Però ti allontana dalle persone reali, dal tangibile e dal restituire emozioni dirette. La scrittura parla di una vita ma rischia di confondersi con la vita stessa, senza esserlo.»[21]

Mi viene in mente a tal riguardo Pirandello quando affermava che «la vita o si scrive o la si vive; io non l’ho mai vissuta, se non scrivendola.»[22]

Con quest’aforisma d’autore, che penso possa mettere d’accordo un po’ tutti, chiudo questo breve articolo su un argomento su cui non si finirà mai di discutere, spesso scontrandoci, ma che continua ad appassionare generazioni di scrittori in cerca di una propria identità e di una ragione per spiegare a se stessi e agli altri perché si mettono davanti a un foglio bianco (sia esso cartaceo o elettronico) per riempirlo di parole, invece di occuparsi di attività più redditizie dal punto di vista economico.

Firenze, 21 aprile 2019

Bibliografia

  • M. Acciai, Chi è davvero uno scrittore? Ovvero: poniamo che nessuno compri più libri…, Sìlarus, n. 274, marzo-aprile 2011
  • M. Acciai Baggiani, Il sognatore divergente, Porto Seguro, Firenze 2018.
  • M. Acciai Baggiani, I racconti di Michele Protopapas, tra horror e fantascienza, Passparnous n. 62, aprile 2018.
  • M. Duras, Scrivere, Feltrinelli, Milano 1994.
  • S. Freud, L’interpretazione dei sogni, Einaudi, Torino 2013.
  • N. Ginzburg, Le piccole virtù, Einaudi, Torino 1993.
  • C. Menzinger di Preussenthal, Il narratore di Rifredi, Porto Seguro, Firenze 2019.
  • G. Orwell, Nel ventre della balena e altri saggi, Bompiani, Milano 1996.
  • L. Pirandello, Il fu Mattia Pascal, Giunti, Firenze 1994.
  • R. Preti, Tutti giù per terra, Porto Seguro, Firenze 2019.
  • M. Rilke, Lettere a un giovane poeta, Adelphi, Milano 1980.

Note

[1] N. Ginzburg, Le piccole virtù, Einaudi, Torino 1993, p. 88.

[2] Direttore di Porto Seguro Editore e autore di bestseller quali Maledetta primavera (Newton & Compton, 2014), Io non sarò come voi (Sperling & Kupfer, 2015) e Conta fino a dieci (Sperling & Kupfer, 2017).

[3] Io ho dato una definizione diversa nel mio articolo Chi è davvero uno scrittore? Ovvero: poniamo che nessuno compri più libri…, Sìlarus, n. 274, marzo-aprile 2011.

[4] R. Preti, Tutti giù per terra, Porto Seguro, Firenze 2019, p. 157.

[5] G. Orwell, Nel ventre della balena e altri saggi, Bompiani, Milano 1996, p. 105.

[6] G. Orwell, op. cit., p. 104.

[7] Ivi, p. 99.

[8] Ivi, pp. 100-101.

[9] Autore fiorentino di cui ho scritto la biografia letteraria: M. Acciai Baggiani, Il sognatore divergente, Porto Seguro, Firenze 2018.

[10] Questa come altre testimonianze che seguono sono tratte da una conversazione sulla mia bacheca di Facebook, in data 19 marzo 2019 e giorni seguenti.

[11] Come sostengo anche nell’intervista che Menzinger mi ha fatto nel suo saggio su di me: C. Menzinger di Preussenthal, Il narratore di Rifredi, Porto Seguro, Firenze 2019.

[12] Ne L’interpretazione dei sogni (1900).

[13] Scrittore italiano trapiantato in Bulgaria, vedi http://marco-bazzato.blogspot.com/

[14] Vedi nota 10.

[15] «Classe 1980, palermitano d’origine greca, residente a Prato, laurea in Ingegneria Aerospaziale, insegnante di scrittura, matematica e scienze» M. Acciai Baggiani, I racconti di Michele ​Protopapas, tra horror e fantascienza.

[16] Vedi nota 10.

[17] Vedi nota 10.

[18] M. Duras, Scrivere, Milano, Feltrinelli 1994.

[19] M. Rilke, Lettere a un giovane poeta.

[20] Vedi nota 10.

[21] Vedi nota 10.

[22] L. Pirandello, Il fu Mattia Pascal.

I racconti di Michele Protopapas

Di Massimo Acciai Baggiani

Ho conosciuto Michele al Sit’n’breakfast, un piccolo e pittoresco bar-libreria nel centro di Firenze[1], un pomeriggio estivo: era seduto a un tavolino nel cortiletto, sotto l’ombrellone. Stava parlando ad un paio di ragazze del suo corso di scrittura, che avrebbe tenuto come insegnante, in quel locale. Il corso mi aveva incuriosito, così mi sedetti anch’io al tavolo – dietro suo invito – e mi unii alla conversazione.

seventeenClasse 1980, palermitano d’origine greca, residente a Prato, laurea in Ingegneria Aerospaziale, insegnante di scrittura, matematica e scienze (il rigore scientifico è infatti evidente nelle sue opere): ha pubblicato al momento tre volumi “in solitaria” oltre a molti racconti sparsi su antologie. Solo racconti. Niente romanzi o poesie. Ho avuto modo poi di leggere un suo testo pubblicato nell’antologia di una passata edizione del corso[2] e subito ho sentito un’affinità artistica, ho capito che era un autore da approfondire. Ho avuto questa occasione di recente, trovando un paio di suoi libri nello scaffale del libero scambio della già ricordata libreria, dove tiene i suoi corsi. Li ho presi e la lettura mi ha subito rapito, tanto che li ho finiti in un paio di giorni e uno me lo sono poi fatto prontamente autografare dall’autore, il quale mi ha voluto regalare anche un altro suo libro, Seventeen, di tutt’altro genere: uscito nel 2017, come suggerisce il sottotitolo (17 storie senza eroi di ordinaria meschinità) raccoglie diciassette racconti ispirati ai dieci comandamenti più i sette peccati capitali, prende la religione a pretesto per trattare di tematiche sociali ed è un vero pugno nello stomaco, perfino eccessivo per un lettore come me.[3]

Il primo libro in questione invece è uscito nel 2013 ed è l’opera di esordio di Michele Protopapas: I racconti del Behcet. Il titolo fa riferimento alla malattia rara di cui soffre che, come racconta lo stesso autore nella premessa, ha fatto sì che si dedicasse alla scrittura. Si compone di sette racconti di genere fantastico, tra l’horror e la fantascienza. Lo stile è avvincente, semplice, piano, senza fronzoli ma non piatto o banale; si sente lo stile dello scrittore, i personaggi sono vivi, tridimensionali.

i racconti del becht

Nel primo racconto, dopo un inizio “normale” (una donna d’affari deve tornare a Parigi dalla Polonia per una riunione di lavoro) siamo presto catapultati dapprima in un’atmosfera inquietante (la strana agenzia di viaggi dove la protagonista riesce a trovare un biglietto per il treno, con un criptico riferimento alla trappola del ragno) e successivamente in una vicenda da Ai confini della realtà, con la povera Sylvie prigioniera in un luogo fuori dallo spazio e dal tempo, in un incubo senza via d’uscita con la compagnia di altri viaggiatori sfortunati come lei, presi anch’essi nella trappola di un “ragno” avvolto nel mistero ma che intuiamo essere potentissimo e malvagio. Il crescendo di angoscia e di orrore è magistrale.

Non meno raccapricciante, e in qualche modo legato al primo per la tematica dell’entità “superiore” che gioca con la vita degli umani, è il racconto successivo. Qui si parla di alieni che “coltivano” esseri umani su vari pianeti a scopo alimentare e periodicamente tornano per il macabro “raccolto”. Qui lo sterminio riguarda sì molta più gente che nel primo racconto, ma in compenso il metodo di uccisione è indolore e le vittime sono in qualche modo messe al corrente dei loro “diritti” riconosciuti da una lega aliena per «i diritti del bestiame». Una chiara favola nera animalista che non mi sento di condividere in toto ma che fa riflettere.

Un altro racconto ha per protagonista e un tipo particolare di serial killer: ossessionato dai messaggi che inconsciamente trova nelle sue letture, è spinto a uccidere la vittima designata per far cessare questo supplizio. Si tratta per lo più di persone emarginate che in buona parte si meritano di morire; tutti tranne una, la sua ultima vittima mancata; una giovane prostituta che gli racconta la sua tragica vita, facendolo commuovere. Come va a finire non lo rivelerò, ma aspettatevi un finale sorprendente.

Si parla poi di uno strano cristallo con cui è meglio non avere a che fare.

I due racconti finali sono quelli più lunghi, più complessi e a mio parere anche più notevoli per i molti spunti di riflessione che offrono. La generatrice di mostri, recentemente rivisto profondamente (come gli altri racconti) in vista di una prossima ripubblicazione, è quasi un romanzo breve sotto forma di lettere, diari e appunti, di genere horror in cui si mescola superstizione, genetica ed esotismo, e ricorda per lo stile e la tematica i migliori racconti di H.P. Lovecraft. La vicenda si svolge in Siberia dove una misteriosa «Sposa di Satana» mette al mondo una prole mostruosa che fornisce materia di studio a un gruppo di scienziati sopra le righe; il lettore non può fare a meno di interrogarsi sul concetto di “mostro” e su chi sia il vero mostro.[4]

Il racconto finale è il mio preferito, anche perché tratta tematiche che ho frequentato anch’io spesso nella mia scrittura: quella del viaggio nel tempo e dell’utopia futura. A differenza di Carlo Menzinger, scrittore ucronico e apocalittico su cui sto scrivendo un saggio, Protopapas ha una visione molto più ottimista. Nel 2140 gli Ambientalisti saranno arrivati al potere e avranno creato una società avanzata tecnologicamente ma al tempo stesso saggia e stabile. Sulla Terra regna il benessere e la giustizia sociale: non c’è più criminalità, non ci sono carestie, niente povertà, vengono premiati la curiosità scientifica e il pensiero, viene applicato un efficace controllo delle nascite, il sesso ha raggiunto la completa liberazione, tutti sono felici. Ma, conclude sconsolato il protagonista – giunto dal 2008 in seguito a un incidente con l’LHC[5] – questo paradiso non potrà durare: unica nota amara in un racconto altrimenti perfetto. Tra l’altro questa visione rosea del futuro dell’Umanità è presente anche in diversi miei racconti[6] e in un romanzo breve, ancora inedito, intitolato Lettere da uno strano mondo: a mio parere l’Uomo, oggi a un bivio, imboccherà la strada giusta e costruirà davvero in futuro un mondo oggi solo nella mente dei sognatori, e sarà a mio parere destinato a durare almeno fin quanto durerà la specie umana. Ci sarà un punto di non ritorno che l’Uomo dovrà raggiungere in un futuro che non saprei quantificare (ma che sicuramente non vedrò)[7].

incidenti di consapevolezzaLa raccolta successiva, uscita due anni dopo con la stessa casa editrice palermitana, è qualcosa di diverso (ma non troppo). Gli undici racconti di Incidenti di consapevolezza sono accomunati da un’improvvisa “rivelazione”, una “presa di coscienza” provocata da banali “incidenti” che capitano ai protagonisti – uomini e donne comuni, in un caso perfino un “potenziale” uomo: uno spermatozoo che, dopo una visione profetica di ciò che lo attende se feconderà l’ovulo, rinuncia con la speranza che la vita generata da un altro “concorrente” sia più degna di essere vissuta.

Da buddista non posso fare a meno di leggere queste “rivelazioni” come manifestazioni dell’ottavo dei dieci mondi di cui parlano gli insegnamenti di Nichiren Daishonin, quello detto di “illuminazione parziale” che «potrebbe corrispondere alla saggezza o all’intuizione, quello stato che ci permette di arrivare a una comprensione che deriva direttamente dalle nostre osservazioni, esperienze e riflessioni […] riguardante cose tanto grandiose quanto il funzionamento dell’universo o tanto umili quanto installare una presa di corrente. Ciò che conta […] e che arriviamo a tale comprensione tramite i nostri sforzi personali»[8] Un tentativo di illuminazione senza seguire un Budda, dunque. L’autore comunque non è buddista, bensì cattolico, e la credenza monoteista traspare in alcuni racconti. Ma andiamo con ordine.

Il primo racconto è narrato in prima persona da qualcuno che, per un banale scatto d’ira dell’anziano avo, comprende «quella disgustosa natura umana» e inizia a provare disgusto per se stesso. È un racconto pessimista e a mio parere debole rispetto agli altri.

Neanche il successivo lascia molta speranza: Max torna dopo molti anni nella sua terra d’origine, la Sicilia, per partecipare ad una veglia funebre. Qui percepisce la distanza ormai incolmabile tra lui, americanizzato, e i suoi conterranei: tornerà deluso negli States, «la terra dove aveva trovato moglie e generato dei figli e dove quel viticcio portato dalla Sicilia aveva creato delle nuove radici»[9].

Il terzo racconto è per certi aspetti simile al precedente: anche qui si parla di un figlio che si è allontanato dalle proprie origini contadine, a cui desiderava legarlo suo padre. Rivedrà l’odiato genitore solo sul letto di morte quando, inaspettatamente, non si raccomanda di occuparsi dei terreni – come aveva fatto negli anni passati – ma domanda scusa al figlio per avergli dato la vita e, in inevitabile “eredità”, la morte, con la relativa consapevolezza della finitudine della vita, raccomandandosi quindi di non generare altri figli destinati a un tale dolore universale. È un racconto che dà davvero da pensare: ubbidendo ciecamente all’istinto riproduttivo, l’uomo non riflette sulla responsabilità che comporta mettere al mondo un nuovo essere umano – e non parlo solo dell’assurda prolificità nel Terzo Mondo, o del sovraffollamento globale, ma di qualcosa di più profondo: si comincia a morire già dal momento in cui si nasce, come ci ricorda l’autore tramite il suo personaggio. Tiziano Terzani sulla sua tomba avrebbe voluto come epitaffio «Morto perché nato», e non aggiungo altro.

I due racconti seguenti sono collegati e formano una sorta di trilogia insieme al penultimo brano. Protagonista del primo è Leonard, un giovane autistico che finisce i suoi giorni in una casa di riposto, nello stesso giorno e per la stessa causa – un ictus – della sua compagna di stanza, Margaret, protagonista del secondo racconto. Margaret è una scienziata che, in punto di morte, si interroga sul senso della vita e su ciò che distingue un essere vivo da un oggetto inanimato: una differenza su cui scienziati e filosofi sono discordi. Il concetto di Eternità e di Tempo – a cui l’Uomo ha sempre cercato una definizione – viene infine compreso dalla moribonda la quale, prima di lasciare questo mondo, ha tempo di incidere sul mobiletto un «Sia santificato il Tuo nome» che sinceramente mi pare un po’ forzato e illogico, così come rimane non chiarito il misterioso legame tra la donna e il ragazzo autistico. Ritroviamo Margaret nel sequel: qui Protopapas immagina cosa potremmo trovare nell’Aldilà e il percorso per ricongiungersi con il Tutto. La visione dell’autore è teista senza dubbio: lontana da quanto ho invece immaginato io in un mio racconto che tenta di descrivere un viaggio ultraterreno che – buddisticamente – conduce alla reincarnazione. In Oltre[10] immagino che la testimonianza “impossibile” sia scritta su dei fogli da un malato di mente; fogli che verranno poi distrutti.

Il sesto è forse il racconto più sconcertante: Dave vive in un mondo affetto da una strana pandemia che, tra gli effetti collaterali, dona preveggenza. La “malattia” può essere curata con l’assunzione di un farmaco che il protagonista si guarda bene dal prendere, nonostante sia invitato da tutti. Non voglio rivelare oltre, ma il finale è sorprendente, solipsistico.

Si parla spesso di “intelligenza aliena” riferendoci ad abitanti di pianeti lontani, ma… e se fosse da cercare molto più vicina a noi? Il tema dell’intelligenza artificiale nasce nel secolo scorso ma è in questo secolo che ha conosciuto gli sviluppi maggiori: le macchine acquisiranno infine un’autocoscienza? Secondo l’autore ciò potrebbe avvenire nel 2038, come recita il titolo di un suo racconto, ma non avrà i contorni inquietanti di Terminator: sarà bensì un’intelligenza transumana benefica che aiuterà l’Uomo a evolversi e a comprendere che forse l’universo non è altro che un immenso cervello con pianeti al posto dei neuroni…

Altra ipotesi, stavolta non scientifica ma comunque affascinante: e se il personaggio di un racconto acquisisse coscienza? Se domandasse ragione della sua esistenza al suo Autore? Ho sempre trovato la metafora dello scrittore-dio, soprattutto dopo aver letto il bellissimo romanzo-saggio di Jostein Gaarder Il mondo di Sofia, su cui ho scritto anche un articolo mettendolo in relazione con La storia infinita di Michael Ende[11].

L’ultimo racconto in realtà non è nemmeno un racconto ma una sorta di boutade composta da tre parole e due punti: «Domani. Se esisterà.» Ecco la domanda: ci domandiamo spesso come sarà il futuro, raramente mettiamo in dubbio se esisterà o meno. Ma il Tempo, così ci dicono alcune teorie scientifiche moderne, potrebbe avere un termine, quando sarà raggiunta la massima entropia. La morte dell’universo. Preferisco stemperare questo pessimismo vertiginoso con una citazione da una bellissima canzone dei Pooh, «Perché il mondo finirà… ma non domani!»[12] e con la celeberrima «chi vuol esser lieto sia, di doman non v’è certezza».

Firenze, 3 aprile 2018 – 11 aprile 2019

Bibliografia

  • M. Protopapas, I racconti del Behcet, Palermo, Antipodes, 2013.
  • M. Protopapas, Incidenti di consapevolezza, Palermo, Antipodes, 2015.
  • M. Protopapas, Seventeen, Poggibonsi, 13Lab Edition, 2017.

Note

[1] Dove ho presentato il mio libro Radici, nel 2017. Vedi M. Acciai Baggiani et al., La compagnia dei viaggiatori del tempo, Firenze, Porto Seguro, 2017.

[2] Il racconto si intitolava Oggetti e lo si trova, in una versione più vecchia in Premio letterario Il fascino del racconto – edizione 2016 (5° posto in quel concorso) ALA libri, e in una versione più recente in «Segreti di Pulcinella» n. 53, novembre 2017, vedi http://www.segretidipulcinella.it/sdp53/let_04.htm

[3] Vedi anche l’articolo di Carlo Menzinger: https://carlomenzinger.wordpress.com/2018/09/10/gente-cattiva/

[4] Di questo racconto ne ha parlato anche Carlo Menzinger nel suo blog: https://carlomenzinger.wordpress.com/tag/michele-protopapas/

[5] Il Large Hadron Collider, l’acceleratore di particelle del CERN di Ginevra, entrato in funzione proprio nel 2008 tra l’apprensione generale per il pericolo di formazione di mini buchi neri.

[6] Vedi ad esempio M. Acciai Baggiani, La compagnia dei viaggiatori del tempo, Milano, ABEditore, 2017.

[7] Non la stabilità della società “perfetta” del futuro immaginata da Aldous Huxley in Il mondo nuovo (1932) in quanto quella è una distopia.

[8] R. Causton, I dieci mondi. Introduzione al buddismo di Nicheren Daishonin, Milano, Esperia, 2006, pp. 38-39.

[9] Mi viene in mente il libro che ho scritto con mio cugino e Italo Magnelli, Radici (Porto Seguro, 2017), dove tuttavia la ricerca delle radici familiari è di segno decisamente opposto.

[10] In «L’Area di Broca» n. 104-105 (luglio 2016 – giugno 2017).

[11] M. Acciai, Il dio ateo: realtà e fantasia tra Gaarder ed Ende, in «Segreti di Pulcinella» n. 49 (maggio 2016): http://www.segretidipulcinella.it/sdp49/let_18.htm

[12] Domani, dall’album Ascolta (2004).