Il Garibaldi divergente

Di Massimo Acciai Baggiani

Tra le ucronie italiane, una delle più interessanti è senza dubbio quella che riguarda la partecipazione di Giuseppe Garibaldi alle vicende della guerra civile americana. La battaglia epocale di Gettysburg, del 1863, ha ispirato Pierfrancesco Prosperi, veterano della fantascienza nostrana, per un paio di romanzi basati su un fatto storico reale – la richiesta, da parte di Lincoln, rivolta all’Eroe dei Due Mondi, di partecipare alla guerra contro gli stati del Sud, per la liberazione degli schiavi. Si tratta di un ciclo di due opere – Garibaldi a Gettysburg e Ritorno a Gettysburg – scritte a molti anni di distanza (il primo è stato pubblicato in origine nel 1993 da Editrice Nord) e riuniti in un numero di Urania Collezione (il 206, del marzo 2020, giusto all’inizio del lockdown); l’intervento di Garibaldi nella storia americana non ottiene, nell’ipotesi allostorica di Prosperi, l’effetto desiderato, anzi contribuisce involontariamente alla vittoria della Confederazione e al ribaltamento della Storia. A farne le spese, tra gli altri, il protagonista del ciclo ucronico: Andrea Venier, professore veneziano, che si ritrova catapultato in una realtà per lui da incubo, con Veneto e Trentino ancora sotto la dominazione austriaca, in un 1993 alternativo che però non presenta aspetti negativi (anzi: non si vedono cartacce a giro e, grazie all’efficienza teutonica, il MOSE funziona già perfettamente dagli anni Sessanta, salvando la città dall’acqua alta).

Andrea Venier però riscopre la sua vena patriottica e non ci sta: farà di tutto per ripristinare il “normale” corso della storia, che ha causato in effetti conseguenze negative negli USA, unificati sotto la bandiera sudista, dove ancora esiste una forma di “libertà limitata” basata sul colore della pelle. Ad aiutarlo ci penserà Pierfrancesco Felici (il nome ammicca all’autore stesso), scrittore per l’appunto di ucronie, che gli consiglierà di tornare negli USA. Nel frattempo Venier viene preso di mira dai servizi segreti austriaci e poi da quelli americani, entrando in un intrigo internazionale degno di Hitchcock. Riuscirà a rimettere la Storia sui giusti binari e ad uscirne vivo? E qual è il ruolo dei nazisti in questa curiosa guerra combattuta con le macchine del tempo?

Lascio le risposte ai lettori. Prosperi si conferma un grande narratore, molto accurato nei dettagli storici, con uno stile avvincente, in cui non manca l’ironia, ricco di colpi di scena ed azione. La lettura di questo ciclo mi ha fatto inevitabilmente pensare a un’altra opera costruita attorno a un’altra grande figura storica italiana che ha influenzato la storia del continente americano: il Cristoforo Colombo “divergente” di Carlo Menzinger[1], altro maestro della ucronia nostrana che non a caso è in buoni rapporti con Prosperi.

Di Pierfrancesco Prosperi ho avuto il piacere di leggere e recensire anche altri romanzi ascrivibili al fantastico e al thriller: Vlad 3.0 (Porto Seguro, 2019) e Annihilation (Helicon, 2020). Vale la pena leggere anche questi.

Firenze, 18 gennaio 2021

Bibliografia Prosperi P., Garibaldi a Gettysburg. Ritorno a Gettisburg, Milano, Mondadori, 2020.


[1] Menzinger C., Il Colombo divergente, Genova, Liberodiscrivere, 2001.

Candidature Premio Vegetti 2021

Di Massimo Acciai Baggiani

Cari amici amanti della fantascienza: si avvicina la scadenza per segnalare le opere uscite nel biennio 2019-2020 per il Premio Vegetti; entro il 31 gennaio 2021 i soci in regola potranno indicare due opere per ciascuna delle quattro categorie di cui si compone il prestigioso premio. Se volete segnalare qualcuno dei miei scritti pubblicati, o di altri scrittori di valore, vi suggerisco i seguenti, ringraziandovi in anticipo:

Uno dei libri più belli che ho letto

Di Massimo Acciai Baggiani

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Michael Ende (1929-1995) è universalmente noto per libri “per bambini” quali Momo e La storia infinita ma, come altri grandi narratori per l’infanzia (ad esempio Roald Dahl), ha scritto anche cose geniali per un pubblico più adulto, e anche la sua produzione per i più giovani è godibilissima anche dai “grandi”. È il caso di una raccolta di racconti uscita in Germania tre anni prima della scomparsa di questo straordinario autore: La prigione della libertà. Io ho letto l’edizione italiana proprio qualche settimana prima della morte di Ende, quando avevo vent’anni, e ho sentito il desiderio di rileggerla a un quarto di secolo di distanza, durante il nuovo lockdown dovuto alla seconda ondata del Covid. Una lettura che mi aveva entusiasmato da giovane e che mi ha emozionato di nuovo. Tanta acqua è passata sotto i ponti, e si dice giustamente che una seconda lettura di un testo a distanza di tanti anni è molto diversa: tante cose non notate allora le ho colte adesso, a partire dai riferimenti colti e le fonti che hanno ispirato Ende.

Un libro magico e filosofico, escheriano, che fa riflettere e sognare. L’ossimoro del titolo si spiega nell’omonimo racconto, il penultimo della raccolta, ma la riflessione sulla libertà dell’Uomo attraversa tutto il libro, insieme al tema del viaggio di ricerca. Il libro si apre con un capolavoro assoluto: Il traguardo di un lungo viaggio. Cyril, il protagonista, figlio di un lord inglese, non ha mai avuto una vera e propria casa, sempre in viaggio col padre da un albergo all’altro; tuttavia sente come una nostalgia cocente per qualcosa che non sa spiegare. Non è certo un eroe, il nostro Cyril, anzi è un personaggio tutt’altro che positivo: chiuso nel suo egoismo sarà fonte di dolore per chi gli sta accanto. Ma non è nemmeno una persona assolutamente malvagia. È un’anima ombrosa, questo sì, in pena, impegnata in una sorta di ricerca mistica del “paradiso”. Molti sono i punti di contatto con un altro grande giovane dannato inglese di fine Ottocento (da un indizio si ricava che il lungo racconto è ambientato in quegli anni): il Dorian Gray del capolavoro di Oscar Wilde (1854-1900). Il fascino di quest’ultimo fa da contraltare con l’aspetto tutt’altro che piacevole di Cyril, ma entrambi spezzano un cuore femminile, sono colpevoli di omicidio, sono insoddisfatti della vita, cercano qualcosa di più. Doria Gray legherà il suo destino a un quadro, così come Cyril, il quale scoprirà in un misterioso dipinto il suo destino: un palazzo fantastico in una landa desolata, un luogo che potrebbe chiamare “casa”. Un luogo che cercherà di raggiungere con qualsiasi mezzo, dopo essere stato indirettamente indirizzato da uno strano vecchio incontrato nel ghetto veneziano. Il diciannovesimo secolo, ricordiamo, è tempo di grandi esplorazioni: gli “spazi bianchi” sull’atlante vanno via via riempiendosi, restano sempre meno luoghi da scoprire. In uno di questi, precisamente tra le montagne dell’Hindu Kush, si trova il palazzo, che potrebbe essere creato proprio dalla fede incrollabile del protagonista: si confronti a tal proposito il dialogo tra Cyril e il vecchio ebreo con un racconto di Jorge Luis Borges (1899-1986), Tlön, Uqbar, Orbis Tertius[1]. Borges nel suo racconto lungo mostra come le idee possano manifestarsi nel mondo fisico, rifacendosi alle teorie del filosofo George Berkeley (1685-1753).

Il secondo racconto sarà dedicato esplicitamente al grande scrittore argentino: Il corridoio di Borromeo Colmi parla di un luogo impossibile, un corridoio progettato e fatto costruire, a Roma, dall’architetto-mago seicentesco (personaggio inventato da Ende) in modo che chi lo percorre diventa sempre più piccolo, fino a perdersi, forse, nel mondo subatomico o forse in un’altra dimensione. Il riferimento a Borges è presente soprattutto nello stile, nel gusto per le invenzioni biografiche e bibliografiche.

Un altro oggetto impossibile è il protagonista del terzo racconto, La casa in periferia: un edificio che esiste solo all’esterno. La scoperta è di due ragazzini, due fratelli, nella Germania nazista. Anche qui è forte l’impronta borgesiana, che attraversa tutti i racconti: il racconto tra l’altro si riallaccia direttamente al precedente, citando, all’inizio della lunga lettera del professore/io narrante della storia, proprio il corridoio di Colmi.

Anche il quarto racconto (Un po’ piccola, in effetti) presenta un paradosso spaziale: a Roma il protagonista accetta il passaggio da una famiglia locale a bordo della piccola utilitaria del capofamiglia che, all’interno, si rivelerà gigantesca e, di stranezza in stranezza, il protagonista arriverà a perdere il lume della ragione quando scoprirà, in fondo all’auto… un garage! Ende ha vissuto a lungo nella Capitale italiana; amava profondamente questa città e l’ha resa protagonista di varie opere (Momo ad esempio si svolge a Roma, anche se non viene fatto il nome della città). L’amava anche per il suo aspetto fantastico e misterioso.

Entrami i racconti, La casa in periferia e Un po’ piccola, in effetti, sfidano le leggi della fisica come le litografie e incisioni di Maurits Cornelis Escher (1898-1972)[2].

Le catacombe di Mizraim si svolge in un mondo sotterraneo dove vive il Popolo delle Ombre, sottomesso a una dittatura che ricorda un po’ quella del Mondo nuovo di Aldous Huxley: tutti vivono in una routine priva di senso, ma sono a loro modo felici, inconsapevoli della propria prigionia, sotto effetto di un fungo. L’unico su cui il fungo non produce oblio e felicità è il protagonista, Iwri, l’unico anche dotato di libero pensiero: cercherà la via per il mondo esterno, dove spera di trovare la Verità e la Libertà, e quando l’avrà trovata cercherà di portare il popolo alla ribellione contro il “benevolo” dittatore Bechmoth, dapprima privandolo della droga (si pensi alla scena in cui il Selvaggio distrugge le scorte di Soma nel romanzo di Huxley) e poi mettendosi alla guida dei ribelli. Come il dittatore mondiale Mustapha Mond (sempre in Huxley), anche Bechmoth è un personaggio ambiguo, che riesce a insinuare il dubbio nel popolo ribelle, e nello stesso lettore, che in realtà lui non ha fatto altro che proteggere i suoi “figli” dall’infelicità che avrebbero trovato all’esterno, luogo, a quanto dice, inadatto alla vita. Il popolo, dopo qualche attimo di smarrimento, si rivolta contro lo stesso Iwri e lo getta all’Esterno, dove non si sa se troverà il paradiso o l’inferno.

Dagli appunti di Max Muto, il viandante del sogno presenta la missione infinita del protagonista, il quale deve risolvere l’enigma di una città “vivente” nel deserto per poter compiere una missione precedente, che gli servirà per una missione ancora più vecchia, e così via, in una successione apparentemente senza fine, tanto che l’eroe stesso si è dimenticato il punto di partenza del suo viaggio. Alla fine riuscirà a sciogliere l’enigma ma prenderà coscienza che così potrà compiere tutte le sue missioni precedenti e preferirà quindi creare una nuova successione infinita, perché il senso del viaggio non è il punto d’arrivo ma l’azione stessa del viaggiare. Questa Città Bianca immaginata da Ende non sfigurerebbe tra le Città invisibili[3] di Italo Calvino (1923-1985).

La prigione della libertà è il più filosofico e borgesiano dei racconti, e anche il più inquietante della raccolta. Si parla nientemeno che del libero arbitrio. Intere biblioteche sono state scritte su questo argomento, liquidato dalle religioni monoteiste con un semplice abbandonarsi alla volontà di dio («Non cade foglia che Dio non voglia» dice il proverbio). Il mendicante cieco del racconto, ambientato nel mondo islamico (“islam”, ricordiamo, significa “sottomissione a Dio”) ha fatto una sorta di patto col diavolo (quello musulmano, ovviamente: Iblis) che lo imprigiona in una stanza enorme su cui si aprono 111 porte. Lui dovrà sceglierne una per uscire, ma non c’è alcun indizio su quale possa essere quella giusta, e la scelta sarà irrevocabile visto che, una volta aperta una porta, tutte le altre scompariranno. Dietro alla porta prescelta potrà esserci un mostro terribile o un giardino di delizie. Il protagonista è letteralmente paralizzato dalla scelta, sapendo che non c’è Allah a guidare la sua scelta ma ne sarà totalmente responsabile. Se anche non scegliere è una scelta, allora questa sarà la via “scelta” dal protagonista. Chiara è la metafora della nostra vita, fatta di innumerevoli “porte” che, una volta chiuse, scompaiono (un fisico quantistico direbbe che “le possibilità collassano”). Ogni porta si apre su un universo ucronico, “divergente” come direbbe il mio amico Carlo Menzinger: quante volte ci siamo domandati, una volta messa in atto una certa scelta, cosa sarebbe accaduto se avessimo preso una decisione diversa? Non lo sapremo mai, se non usando la fantasia. Solo a livello quantistico due possibilità possono coesistere nel medesimo universo (o, meglio, multiverso); non nella nostra quotidianità. A noi il “terribile peso” della libertà e della responsabilità delle nostre azioni, a cui io – da ateo convinto – non rinuncerei comunque mai.

Questo libro straordinario si chiude con un racconto sconcertante: La leggenda di Indicavia. Il racconto ripercorre l’intera esistenza di un “cercatore di miracoli”, la cui sete di conoscenza si corrompe nella ciarlataneria e nel vizio, tanto che quando finalmente trova l’accesso al Mondo dei Veri Miracoli non si sente degno di attraversarlo; preferirà indicarlo ad altri cercatori più puri di lui. Il cerchio si chiude: la ricerca di Hieronumus Horleiper, alias Matto, alias conte Athanasio d’Arcana, alias Indicavia (quanti nomi cambia, mutando di volta in volta identità!), si ricollega a quella di Cyril Abercomby, e a quella di tutte le anime sensibili che vivono nel fango ma guardano alle stelle (per dirla con Oscar Wilde).

Mi piace chiudere questo mio articolo, che vuole essere un invito a scoprire questi otto piccoli capolavori che compongono uno dei libri più interessanti (a mio parere) della narrativa del secolo scorso, con una citazione dall’ultimo racconto. Un brano in cui Ende riflette sul ruolo di fingitore dell’artista (scrittore compreso), il quale, come un prestigiatore, produce “miracoli” (fa emozionare il lettore con storie inventate) ma non ci crede in prima persona (quanto lavoro c’è dietro alle trame di un romanzo o di un racconto, ben dissimulato dalla bravura dell’autore!): «Un artista non deve credere ai miracoli, altrimenti non è in grado di produrli. Per questo, chi crede nei miracoli non diventerà mai un vero artista. […] il nostro mestiere è la bugia, l’illusione. Tutta l’arte è così. Un pittore dipinge un quadro[4], la gente l’osserva rapita, a volte paga anche molto denaro per esso, ma, in realtà, di che si tratta? Di un pezzo di tela e di un po’ di colori. Tutto il resto è niente, non esiste! […] e anche i poeti, che raccontano lunghe storie di fatti mai accaduto, e che mai sarebbero potuti accadere […] Il mondo vuole essere ingannato. […] Solo, vi sono bugiardi buoni e cattivi, e un vero artista ha da essere un maestro della menzogna.»[5] Si confronti con l’estetica di Oscar Wilde.

Firenze, 18 novembre 2020

Bibliografia

Ende M., La prigione della libertà, Milano, TEA, 1995.


[1] Nella raccolta Finzioni (1944).

[2] Una cui opera è giustamente riportata nella copertina dell’edizione italiana del libro di Ende.

[3] Libro del 1972.

[4] Altro punto di contatto con Il traguardo di un lungo viaggio.

[5] Ende M., La prigione della libertà, Milano, TEA, 1995, pp. 195-196.

Storie moderne di un Abruzzo leggendario

Di Massimo Acciai Baggiani

Ogni regione d’Italia ha i suoi abitanti leggendari e le sue superstizioni. Personalmente ne ho raccolte diverse nella mia Trilogia delle Radici [1], relative alle province di Firenze ed Arezzo – un esempio per tutti, il “badalischio” casentinese – ma se avessi esteso la mia ricerca ad altre province, o regioni italiane, avrei trovato cose non meno interessanti. In Abruzzo ad esempio troviamo personaggi mitologici antichissimi e dai nomi bizzarri – quali la “pandafeche” (un fantasma femminile) e i “mazzamurelli” (folletti boschivi) – che animano leggende la cui origine si perde nella notte dei tempi. La casa editrice abruzzese Tabula Fati [2] ha pubblicato quest’anno un’antologia curata da David Ferrante, abruzzese pure lui, a cui hanno partecipato anche autori di altre regioni, quali Carlo Menzinger. Suo il racconto Spirito di lupo, che parte da tempi preistorici fino ad arrivare a un “luparo” il quale nel secondo dopoguerra subisce l’ira del dio Mamerte (il Marte latino) per il suo scarso rispetto verso queste magnifiche creature selvagge. Quando Carlo si dedica al racconto storico si può star sicuri che lo fa con grande impegno e con adeguato studio della materia.

Interessanti anche gli altri racconti (di Giovanni D’Alessandro, Laura Di Nicola, David Ferrante, Melania Fusconi, Silvia Ganzitti, Annalisa Marcellini, Angelo Marenzana, Annarita Petrino, Nicoletta Romanelli e Manuela Toto), tra fate, fantasmi, folletti dispettosi e lupi mannari, che coinvolgono perfino il poeta Ovidio. Il bello di questo genere di narrativa, sospesa tra folklore e modernità (si tratta infatti di autori tutti contemporanei), è quel gusto della scoperta antropologica e fantastica che sta dietro le fiabe, le quali incantano a qualsiasi età.

Firenze, 3 ottobre 2020

Bibliografia

AA.VV., Fate, pandefeche e mazzamurelli. Storie di miti, superstizioni e leggende d’Abruzzo, Chieti, Tabula Fati, 2020.


[1] Acciai Baggiani M., Baggiani P., Magnelli I., Trilogia delle Radici, Firenze, Porto Seguro, 2017-2020 (composto da Radici, Cercatori di storie e misteri e Due passi indietro).

[2] Con cui uscirà a brevissimo un’antologia di racconti ambientati dell’universo narrativo di Via da Sparta, creato dal mio amico Carlo Menzinger (già autore presso Tabula Fati di un altro libro di racconti suoi): Sparta Ovunque (a cui ho partecipato anch’io).

Sta per uscire “Sparta ovunque”

Sta per uscire un libro che mi vede figurare tra nomi importanti della fantascienza italiana. È superfluo dire che ne sono onorato, e anche un po’ intimorito: il mio contributo non stonerà tra quello di scrittori così noti? Ai lettori la risposta, intanto ecco in anteprima la copertina. Si tratta, come comprenderanno al volo i lettori del mio amico Carlo Menzinger, di uno spin off della sua saga Via da Sparta (Porto Seguro, 2017-2019): anzi, per la precisione di un’opera di fanfiction a cui ha partecipato lo stesso Carlo, grande creatore di mondi ucronici e fantastici. Siamo stati alla sua altezza? Anche questo saranno i lettori a deciderlo, ma posso comunque dire che mi sono divertito molto a buttar giù il mio racconto Lo scisma, scritto e ambientato nella “mia” Sappada (anzi, ambientato in una versione ucronica della nota località dolomitica). Piccola anticipazione e curiosità: in un’altra antologia di prossima uscita, edita anch’essa da Tabula Fati e curata da Vittorio Piccirillo, ho inserito il prequel de Lo scisma

Massimo Acciai Baggiani

Fiera del Thriller & Noir 2020

Di Massimo Acciai Baggiani

Il 2020 sarà senz’altro ricordato, nell’ambiente letterario, anche per il gran numero di eventi online che hanno sostituito, causa Covid, gli incontri in presenza. Certo, per quanto ben organizzata, una fiera da seguire davanti a uno schermo è un’altra cosa: non si possono toccare i libri, sfogliarli, stringere la mano agli autori, magari scambiare due parole con loro. La Fiera del Thriller & Noir di Claudio Secci tuttavia non ha fatto sentire troppo la mancanza di queste piccole cose: è stato un incontro entusiasmante, ricchissimo e intenso. Una maratona iniziata alle 10 di domenica mattina e terminata nove ore dopo, quando il sole era già calato oltre le nubi temporalesche di questa serata di finestate [1].

La preparazione di quest’evento, che ha visto coinvolti 24 autori, non deve essere stata cosa da poco per il CSU (Collettivo Scrittori Uniti); Claudio ha avuto infatti validi aiutanti, che ha ringraziato poi nel finale. Il tutto si è svolto tra Facebook e Youtube; Claudio è stato presente con diverse dirette FB: ai saluti iniziali, per spiegare i due momenti ludici con il CRUCSU (un cruciverba ispirato a due autori partecipanti – io ho vinto il primo [2]), il punto alla ripresa pomeridiana della fiera (giusto il tempo di un pranzo veloce) e naturalmente alle considerazioni finali con le premiazioni (al video più visto, all’autore che ha venduto più copie e a quello che ne ha acquistate di più [3]).

Un bilancio molto positivo per tutti noi autori e per gli organizzatori. Diversi i colleghi che conoscevo già (come Mala Spina) e che ho suggerito io stesso a Claudio (Carlo Menzinger, Renato Campinoti, Lorenza Mori) e molti di più quelli che ho conosciuto in questa occasione. Tanti quindi gli autori della scuderia di Porto Seguro [4]. Carlo ha parlato de La bambina dei sogni, un thriller soprannaturale pubblicato diversi anni fa, nato dal web [5]. Renato è intervenuto sul suo poliziesco Non mollare Caterina, citando tra l’altro la recensione che gli avevo dedicato. Lorenza ha presentato il suo romanzo I misteri della porta accanto, di cui avevo curato l’editing. Naturalmente conoscevo anche le opere di Claudio Secci, da me recensite: Claudio ad un certo punto è infatti passato da intervistatore a intervistato, “sedendosi” in via eccezionale tra noi autori. Non poteva essere altrimenti, essendo Claudio un grande autore di thriller: sua ad esempio la recente trilogia di Gisèle.

Il mio intervento, videoregistrato in precedenza come quasi tutti gli altri, consisteva in un’intervista che mi ha fatto Claudio, dandomi l’occasione di parlare brevemente di un genere letterario che ho praticato anch’io occasionalmente e di un mio progetto narrativo un po’ insolito: il romanzo collettivo, scritto con la tecnica del round robin, Perché non siamo fatti per vivere in eterno? (tra gli undici autori che ho chiamato a raccolta per questo esperimento figura lo stesso Claudio Secci).

La fiera è stata anche l’occasione per gli autori di smaltire le copie personali, offrendole scontate a chi ne avesse fatto richiesta tramite un commento sotto il rispettivo video: un valore aggiunto, dato dalla possibilità di avere una copia autografata e qualche gadget dell’autore ad un buon prezzo. Alcuni autori hanno venduto davvero molto. Tuttavia questa fiera è stata soprattutto l’occasione per uno scambio: quello che è sempre utile e prezioso tra artisti, mettendo da parte le rivalità e le manie di protagonismo che purtroppo abbondando in questo ambiente. Ho percepito autentica unione, vera fratellanza, e questa è stata la cosa più bella.

Firenze, 20 settembre 2020

Bibliografia

Acciai Baggiani M., Il sognatore divergente, Firenze, Porto Seguro, 2018.
Campinoti R., Non mollare Caterina, Firenze, Porto Seguro, 2019.
I Già Dimenticati, Perché non siamo fatti per vivere in eterno?, Firenze, Porto Seguro, 2019.
Menzinger C., La bambina dei sogni, autopubblicazione in copyleft, 2012.
Mori L., I misteri della porta accanto, Firenze, Porto Seguro, 2019.
Secci C., A piedi nudi, Sanremo, Edizioni Lucotea, 2017.
Secci C., Occhi lucidi, Sanremo, Leucotea, 2019.

Lista autori presenti e libri presentati

Claudio Secci “Disincanto”
Emanuela Navone “L’uomo con il berretto rosso”
Laura Gronchi “Ossessione”
Rossella Cirigliano “Locus Iste”
Bruno Balloni “Innocent”
Edoardo Guerrini “Il quaderno del Fato”
Marina Cappelli “Il Male Poeta”
Anna Nihil “Confessioni tra donne”
Carlo Amedeo Coletta “Jerry Comano”
Carlotta Amerio “Al limite del sogno”
Luca Serra “Novanta. Quando il calcio non è più un gioco”
Mala Spina “Victorian Horror Story”
Alessandro Del Gaudio “Tenebra Lux”
Diego Pitea “L’ultimo rintocco”
Maria Fonte Fucci “Accad(d)e”
Diego Altobelli “Omega ha tradito il mondo”
Simone Filoso Fiocco “L’ago di Cibele”
Gabriele Farina “Ancora pochi passi”
Angela Gagliano “La paziente zero
Elvira Mastrangelo “Di luce e di ombre. Mi ricorderò di non ricordarti”
Luisa Colombo “Legami pericolosi”
Renato Campinoti “Non mollare Caterina
Lorenza Mori “I misteri della porta accanto”
Carlo Menzinger “La bambina dei sogni”


[1] Ovviamente sto parlando delle condizioni meteo di Firenze.

[2] Consistente in una copia gratuita e autografata del romanzo di Angela Gagliano, La paziente zero, che leggerò con piacere.

[3] Quest’ultimo vinto dal mio amico Carlo Menzinger.

[4] Presso cui ho lavorato come editor dal 2019.

[5] Ne ho parlato nella biografia letteraria, Il sognatore divergente, Firenze, Porto Seguro, 2018.

La Città di Carta

Di Massimo Acciai Baggiani

Presso lo stand del GSF

Domenica 30 agosto andai con Carlo Menzinger all’ultima giornata della fiera libraria Lucca Città di Carta, presso il Real Collegio. Splendida location per un evento purtroppo non molto frequentato: ancora la paura del Covid era tanta. I chiostri dell’antico palazzo settecentesco presso le mura cittadine erano occupati da decine di stand, per lo più di case editrici provenienti da tutta Italia, perfino da San Marino (ma non mancavano i singoli autori e le associazioni culturali), mentre le sale ai piani superiori erano riservate alle presentazioni di libri ed eventi vari.

La giornata non era delle migliori: fummo accolti da pioggia torrenziale, che tuttavia lasciò presto il posto a un ventoso ma soleggiato e fresco pomeriggio di finestate. Presso lo stand del GSF (Gruppo Scrittori Firenze) ci attendevano i nostri amici e colleghi che avevano già disposte le loro opere sul banchino, alle quali aggiungemmo le nostre (io avevo portato una copia di: Perché non siamo fatti per vivere in eterno, Sempre ad est, La Compagnia dei Viaggiatori del Tempo, Letture per la quarantena e Il sognatore divergente). Poche mascherine a giro, per lo più abbassate, e pessimo servizio di ristorazione: la prima edizione di questa manifestazione mostrava molti punti deboli, da attribuire credo all’inesperienza degli organizzatori, i quali difettavano pure nell’informazione sui vari eventi della fiera.

Massimo Acciai Baggiani parla delle proprie opere durante la presentazione del GSF
Carlo Menzinger parla delle proprie opere durante la presentazione del GSF.

In attesa della presentazione del GSF, in tarda mattinata, feci colazione al bar e poi iniziai il mio giro esplorativo. Anche stavolta riuscii a parlare con molti editori e autori: la fiera era più piccola di quella di Pisa, ma non mancarono gli incontri interessanti, alcuni anche un po’ surreali. Da parte mia mi proponevo in veste di autore, editor, impaginatore e recensore: un’editrice mi informò che loro retribuivano gli editor “col metodo tedesco”, ossia dando loro una percentuale sulle vendite del libro curato (mai sentita prima una cosa del genere…) e quando dissi loro che chiedevo un compenso per il mio lavoro di recensore (a meno che non si trattasse di amici o autori che leggevo di mia iniziativa) mi guardò scandalizzata e disapprovante. «Noi siamo contro le recensioni a pagamento.» Fine del discorso, passai allo stand successivo.

Più avanti mi imbattei in una signora sulla cinquantina che aveva disposto sul banco la sua amplia produzione narrativa, composta da romanzi ucronici e in generale di fantascienza. Notando un suo romanzo che sembrava quasi un plagio di Romanitas di Sophia McDougall, pensai di presentarle Carlo (purtroppo non ce ne fu l’occasione). Mi misi a discutere con lei di utopie e distopie: lei negava che la speranza fosse qualcosa di positivo, i suoi romanzi erano molto pessimisti sul destino dell’umanità (e sul merito che questa ha di salvarsi), in pratica degli incubi orwelliani carichi di misantropia. Io al contrario nelle mie opere cerco sempre di infondere fiducia nel futuro del genere umano, prediligendo le utopie, pur consapevole – come ripeto sempre – che l’Uomo si trova a un bivio (se continua su questa strada andrà verso l’estinzione), mentre lei la vede proprio nera.

«Perché sul fondo del vaso di Pandora rimase la Speranza? Perché il mito la considera uno dei mali dell’Umanità?» mi domandò. Senza attendere risposta proseguì: «Perché sperare è un’illusione, porta a non fare niente per cambiare il mondo, aspettando che questo cambi da sé.»

Non potei che essere d’accordo, se vista in quest’ottica, ma le spiegai che per me la speranza è proprio il contrario: deve portare a rimboccarsi le maniche per migliorare il mondo. La disperazione, per come la vedo io, porta alla rassegnazione, all’immobilità. Le citai un bellissimo racconto di Ray Bradbury, Viaggiatore del tempo, e un aforisma di Oscar Wilde: «Una carta del mondo che non contiene il Paese dell’Utopia non è degna nemmeno di uno sguardo, perché non contempla il solo Paese al quale l’Umanità approda di continuo. E quando vi getta l’ancora, la vedetta scorge un Paese migliore e l’Umanità di nuovo fa vela. Il progresso altro non è che il farsi storia delle utopie.»

Concordammo sul fatto che la gente comune è fondamentalmente stupida e che esiste il rischio concreto di un disastro nel futuro prossimo.

«Speriamo di no» conclusi. «Speriamo che la gente prenda consapevolezza di questo rischio e che cambi paradigma mentale, andando verso un futuro che sarebbe comunque migliore di quello che ci aspetta se si continua col razzismo, il capitalismo e il disprezzo per l’ambiente.»

Alcuni autori ed editori si mostrarono interessati alla mia offerta di recensire i loro libri, come ad esempio Andrea Delìa e Nicoletta Riato, i quali avevano un banco tutto per il loro romanzo L’incanto del silenzio, edito da una minuscola casa editrice, molto curato dal punto di vista grafico. Anche M.T. mi regalò una copia del suo libro, fresco di stampa, Mimì e gli altri, autopubblicato sotto lo pseudonimo di Felice Felino & Margherita Pink: il gatto raffigurato in copertina non poteva non catturare l’attenzione di un amante dei mici come me. Infine l’editore di Toutcourt, di Roma, mi diede una copia del saggio di Emiliano Sabadello sul celebre romanzo di Stephen King, It, che a suo tempo apprezzai moltissimo. Con questo “bottino” tornai a Firenze, ripromettendomi di leggere questi tre libri nei giorni successivi (magari durante la mia breve vacanza presso il Santuario della Verna).

Firenze, 30 agosto 2020

Bibliografia

Bradbury, Viaggiatore del tempo, Milano, Mondadori, 2018.
Felice Felino & Margherita Pink, Mimì e gli altri, Autopubblicazione, 2020.
Riato N, Delìa A., L’incanto del silenzio, Edizioni Federica, s.d.
Sabatello E., Pennywise. Stephen King: It, realtà, infanzia, amicizia, Roma, Toutcourt, 2019.

Autori del GSF presso lo stand

Se nasco un’altra volta…

Di Massimo Acciai Baggiani

simone bosco«Se nasco un’altra volta rifaccio la mia strada» cantavano i Pooh[1]; Simone, protagonista del romanzo di Marcovalerio Bianchi Le cinque vite di Simone Bosco, non la pensa certo così, e chi d’altronde, potendo rinascere, vorrebbe vivere una vita identica alla precedente? Lo aveva già dichiarato Giacomo Leopardi nel Dialogo tra un passeggere e un venditore di almanacchi [2], che la vita è meglio prenderla come viene, senza conoscere il futuro, e io mi trovo abbastanza d’accordo. Se qualcuno chiede a un buddista perché non ricordiamo neanche una delle nostre infinite esistenze passate, probabilmente si sentirà rispondere: «Perché sarebbe traumatico tenere memoria di tutti i dolori che abbiamo subito, morte compresa, e le gioie non avrebbero più il sapore della novità».

Queste sono ovviamente solo ipotesi: nessuno ha vissuto più di una vita, se non in senso metaforico (si dice che chi conosce due lingue vive due vite…). L’ipotesi fantastica da cui parte l’amico Marcovalerio nel suo primo romanzo apre la strada a infiniti sviluppi e a molteplici morali che possiamo trarne. Simone Bosco nella prima vita è un rappresentante di medicinali che tradisce la moglie Giovanna e, scoperto da quest’ultima, viene abbandonato: per la disperazione il nostro Simone si dà all’alcol e si lancia in una folle corsa in auto che si conclude con un incidente fatale. A 31 anni si presenta davanti a Dio, pentito per la sua infedeltà verso una donna che comunque amava, e questi gli concede una seconda possibilità per spendere meglio la sua esistenza. Lo rimanda quindi nella Firenze del 1974, quando, quattordicenne, frequenta il primo anno del liceo scientifico, ma con il famoso “senno di poi”. All’inizio cerca di seguire il solco della vita precedente ma finisce presto per deviarne, accorgendosi che, se si comporta come nel passato, anche le altre persone avranno reazioni analoghe, mentre se fa qualcosa di diverso influisce anche sul futuro degli altri. Un futuro ucronico, ben inteso: d’altra parte che senso avrebbe rinascere per rifare gli stessi errori?

Così Simone riesce a conquistare di nuovo la sua Giovanna e stavolta di prefigge di esserle fedele. Purtroppo sarà proprio lei a tradirlo, qualche anno dopo il matrimonio, mostrando un lato che il nostro innamorato protagonista non aveva notato nella prima vita e di cui è costretto a prendere atto. Dopo una dura vita di umiliazioni e dispiaceri, ma anche di amicizie vere, Simone muore in tarda età e si ritrova di nuovo davanti al Padreterno: stavolta è sicuro di non aver commesso grandi peccati, quindi si stupisce quando viene di nuovo rispedito indietro.

Nella terza vita Simone incontra il grande, vero amore, – Miriam – ma lei muore per un tumore e lui crede di aver ritrovato l’amore in Vera, una donna divorziata con un figlio straviziato che finirà in carcere per droga e tentato omicidio. Neanche nella quarta vita gli va tanto meglio, anche se diventa un uomo ricco e si toglie qualche soddisfazione. Solo con la quinta e ultima vita Simone realizzerà pienamente la propria esistenza e troverà finalmente la felicità.

Simone Bosco ha molte cose in comune con Giacomo Perotti, protagonista del secondo romanzo di Marcovalerio, Il precipizio [3]: entrambi maturano attraverso varie esperienze dolorose, partendo da una visione poco seria dell’amore e superficiale della vita, ed entrambi si trovano a gestire grosse somme di denaro che non sempre utilizzano al meglio (ma spesso Simone dà prova di grande generosità). Entrambi i romanzi sono quindi dei bildungsroman, ma Le cinque vite di Simone Bosco rientra anche nel genere dell’ucronia: non quella che coinvolge la Storia dei libri di scuola, ma le molte storie personali di persone anonime. A differenza di quanto teorizza Carlo Menzinger [4] nei suoi romanzi, rifacendosi al famoso “effetto farfalla” [5], non pare che le azioni di Simone creino linee temporali molto diverse su vasta scala: quella più notevole si ha nell’ultima vita, quando scopre che Miriam in quell’esistenza non è morta di tumore. Nel romanzo ci sono anche elementi fantascientifici, visto che parte degli eventi si svolge nei decenni futuri del XXI secolo [6].

Simone mi è tuttavia più simpatico di Giacomo; anche lui ha i suoi difetti, è un personaggio molto umano in questo, ma viene dal basso, non ha alle spalle una vita di privilegi, quindi ha anche più cuore, soprattutto alla fine. Come Giacomo, anche Simone vive molte avventure sessuali frivole, ma conosce anche l’amore nel suo senso più puro.

Lo stile narrativo di Marcovalerio possiede l’ampio respiro degli autori russi ottocenteschi: qualcuno lo ha rimproverato di essere troppo prolisso, ma io non lo trovo un difetto. I suoi romanzi scorrono bene e appassionano, anche perché sono ricchi di colpi di scena e azione. Tra i molti luoghi in cui quest’opera prima è ambientata ce n’è uno che mi è particolarmente caro, anche se viene solo accennato di sfuggita: Sappada [7]. Molto interessanti anche le dettagliate descrizioni dei luoghi visitati dal protagonista (dalla Romania, al Brasile, al Perù, eccetera) che fanno di questo libro anche un interessante esempio di narrativa di viaggio.

Il primo romanzo di Marcovalerio è uscito in contemporanea al mio Radici, con lo stesso editore (da me consigliatogli): Porto Seguro. Lo stesso del secondo. So che l’autore sta lavorando a un terzo libro, ispirato al Covid… aspetto con ansia di leggerlo.

Corezzo, 16 agosto 2020

Bibliografia

Bianchi M., Le cinque vite di Simone Bosco, Firenze, Porto Seguro, 2017.
Bianchi M., Il precipizio, Firenze, Porto Seguro, 2019.

Note

[1] Se nasco un’altra volta, in Asia non Asia (1985).

[2] Leopardi G., Operette morali.

[3] Vedi il mio articolo Il precipizio.

[4] Anche lui ha dedicato un articolo al romanzo di Marcovalerio.

[5] Una farfalla sbatte le ali in Sudamerica e dopo qualche tempo si sviluppa un uragano dall’altra parte del mondo, per una serie inconoscibile di eventi concatenati.

[6] Penso che in questo sia stato aiutato dall’amico comune Marco Martino, citato tra l’altro nei ringraziamenti accanto al mio nome.

[7] Bianchi M., Le cinque vite di Simone Bosco, Firenze, Porto Seguro, 2017, p. 124. Vedi anche i miei racconti sappadini in Un fiorentino a Sappada, Lettere Animate, 2017.

Il Precipizio

Di Massimo Acciai Baggiani

il precipizioCol suo secondo romanzo Marcovalerio Bianchi si conferma un narratore di grande spessore, e non mi riferisco solo allo spessore dei suoi libri (corposi ma scorrevoli): dopo Le cinque vite di Simone Bosco (2017) Marcovalerio, fiorentino, amico di vecchia data, si è cimentato con un romanzo di tipo realistico, ambientato per lo più a Milano, che racconta la caduta e la successiva nuova ascesa di un industriale vittima di un raggiro ad opera della moglie infedele che con un piano criminale gli porta via tutto il patrimonio. Il titolo, Il precipizio, riassume bene l’idea alla base, un “precipitare” sempre più in basso prima della risalita.

Detta così non sembra giustificare le 562 pagine dell’opera: in realtà succedono tante cose e i colpi di scena non mancano di certo. La psicologia del protagonista, l’ingegner Giacomo Perotti, è ben approfondita e dinamica: da figlio di papà, abituato a vivere nella bambagia, si ritrova catapultato in un mondo a lui ignoto, quello di chi fa fatica ad arrivare a fine mese, per tornare poi nel suo mondo con un nuovo bagaglio umano e una maturità che fa rientrare Il precipizio tra i bildungsroman o romanzi di formazione. Se nella prima opera Simone Bosco vive ben cinque vite diverse, il nostro Giacomo ne vive in un certo senso due: quella prima della caduta nel “precipizio” e quella dopo il tragico evento.

Ho letto questo romanzo con grande interesse ma non senza una certa sofferenza viste le tematiche sociali che mi stanno molto a cuore. La tesi sostenuta, che condivido in pieno, riguarda la grande povertà dal punto di vista umano che si trova nel mondo dei ricchi, come se quantità di denaro posseduto e ricchezza interiore fossero inversamente proporzionali. Giacomo non fa eccezione: all’inizio è un personaggio piuttosto frivolo, interessato più al sesso e a godersi la sua posizione di privilegiato, anche se mostra dei lati sensibili – come quando prende le difese della cuoca maltrattata dalla prima moglie, Helga, per una piccola sbadataggine, e interviene alla cena per arginare le odiose invettive del marchese ospite contro il mondo operaio. Tuttavia solo quando si troverà dall’altra parte inizierà a comprendere le difficoltà dei poveri – gli unici che, dopo la caduta, si comporteranno gentilmente con lui: ma fino a che punto? Quando riavrà indietro il suo patrimonio e i cattivi saranno puniti, diventerà un filantropo, o almeno rinuncerà al lusso per accontentarsi di uno stile di vita più sobrio? Parrebbe di no: la natura delle persone non cambia così radicalmente, Giacomo riprenderà la vita di prima, pare che la sua disavventura gli abbia insegnato meno di quello che il lettore sperava… (almeno io come lettore).

Non è cattivo Giacomo, anche se non è certo un eroe senza macchia. Se le donne che conosce non sono dei modelli di fedeltà, neppure lui lo è, anche se si dichiara innamorato della seconda moglie Elisa (quella che lo pugnalerà alle spalle), qualche scappatella se la concede sempre volentieri, è fatto così.

I personaggi più generosi e più autentici li troviamo nelle “classi basse”. Le persone altolocate sono dominate infatti dall’avidità e dall’ipocrisia: la corsa al denaro e al potere è tutto. Mi viene in mente un accostamento con due romanzi letti tempo fa: Fiorirà l’aspidistra di George Orwell e Papalagi di Tuiavii di Tiavea, a cui ho dedicato un articolo [1]. Nel romanzo di Orwell il protagonista, Gordon, ha un rapporto ambivalente col denaro: di totale rifiuto ma anche di bisogno. È presente un marcato masochismo, riscontrabile anche in Giacomo Perotti che, dominato dall’orgoglio, pur di nascondere le sue condizioni miserabili alla ex moglie e ai figli, si priva di denaro che farebbe molto più comodo a lui. Quanto al romanzo-saggio di Tuiavii (in realtà un falso letterario di Erich Scheurmann), questa folle adorazione del denaro è descritta benissimo e non c’è da aggiungere altro. Confesso che il mio totale disprezzo per il lusso e la mia idea romantica di fedeltà in amore mi impediscono di provare una totale simpatia per Giacomo, che pure mostra molti lati positivi: non si arrende mai, affronta con determinazione e ottimismo tutte le difficoltà e le tragedie, e certo ho fatto il tifo per lui nella sua rivincita degna di un novello Conte di Montecristo.

Il precipizio è un romanzo ad ampio respiro, che abbraccia oltre cinquant’anni di vita del protagonista – si sente la lezione delle grandi storie russe dell’Ottocento – attraverso gli eventi storici dell’epoca che arrivano a toccare il nostro Giacomo (come il tristemente famoso tsunami del 2004 nel sud est asiatico, dove perde i genitori) oppure i molteplici personaggi secondari con cui viene in contatto (c’è anche un accenno alla strage dell’Heysel). Dietro l’opera si vede chiaramente un enorme lavoro di ricerca e documentazione; interessanti a tal proposito le notizie storiche sui navigli di Milano [2] e il capitolo marinaro sulla traversata dell’Atlantico in barca. Questo vale anche le per località più esotiche in cui è ambientata la storia (la Thailandia, l’America Centrale). Per quanto riguarda la parte più finanziaria, Marcovalerio si è avvalso della consulenza di un esperto, Carlo Menzinger, non a caso citato in fondo al libro tra i ringraziamenti. Carlo ha pure lui dedicato un articolo a questo libro [3]. Non si ripeterà mai abbastanza che un buon libro è fatto di tanta, tanta ricerca preparatoria.

Dunque un romanzo corale, in cui moltissime vite si intrecciano (come d’altronde avviene anche nella vita reale) e gli eventi si combinano in un sapiente meccanismo narrativo che porta al meritato lieto fine. Un’opera seconda alla cui presentazione, nel dicembre 2019 all’Antico Caffè a Firenze, ho fatto da relatore con grande piacere [4].

Firenze, 6 agosto 2020

presentazione precipizio

Bibliografia

Bianchi M., Il precipizio, Firenze, Porto Seguro, 2019.

Note

[1] Acciai Baggiani M., La battaglia contro il denaro, in «Le stanze di carta»

[2] Milano, a differenza dell’autore, non mi ha mai affascinato come città; la ricordo soprattutto perché ci viveva il mio caro amico prematuramente scomparso Alessandro Rizzo.

[3] Menzinger C., Le disavventure di un imprenditore, nel suo blog

[4] https://www.youtube.com/watch?v=Q-53Zxbv1GI