Fiorentini all’Inferno

Di Antonella Bausi

Bene amici, buona serata a tutti ed eccomi qui a cercare di fare un po’ di chiacchiere sui fiorentini presenti nella Divina Commedia. Tanti anni fa, circa cinquanta per la precisione, mio padre mi regalò un libro di Indro Montanelli intitolato “Dante ed il suo secolo”. Mi ci tuffai a pesce ed ovviamente lo lessi e lo rilessi perché allora ero una ragazzina e tante cose non le potevo capire. Ricordo però che una frase mi colpì ..”Dante per popolare l’inferno ed il paradiso non ebbe bisogno di cercare lontano da Firenze, per il purgatorio si”.

In effetti c’è del vero; Firenze è sempre stata una città dalle passione estreme e dai contrasti forti. Non per nulla dei toscani in generale e dei fiorentini in particolare si è detto che hanno “il paradiso negli occhi e l’inferno in bocca”. Dentro di noi si oscilla dalla preghiera alla bestemmia, dall’amore per il sublime alla battuta ribalda e triviale, dall’ascesi mistica al vizio e quindi non c’è da stupirsi che anche nella “Fiorenza sobria e pudica” rimpianta da Dante, vizi e virtù abbondassero, i primi forse più delle seconde.

Quindi partiamo con i… fiorentini all’inferno. Stranamente nei primi cerchi non se ne trovano, nemmeno tra i lussuriosi, come sarebbe logico aspettarsi. Bisogna arrivare al sesto canto, girone golosi, dove facciamo conoscenza con un certo Ciacco che giace sotto una pioggia fetida. Ciacco non è un nome vero ma un soprannome che significa porco e che fu dato ad un membro della famiglia dell’Anguillaia  “….Voi fiorentini mi chiamaste Ciacco..” dice lui. Si sa che fu un banchiere, ma godereccio com’era sperperò il patrimonio ed allora si trasformò in scroccone e parassita autoinvitandosi a feste e banchetti. Di sicuro quando lo vedevano avvicinare i malcapitati di turno si davano alla fuga perché quello era capace di mangiarsi in un giorno le provviste di una settimana. Ciacco si vendica dei suoi concittadini affermando che l’inferno è pieno di loro perché superbi, avari ed invidiosi.
Nel canto ottavo, girone iracondi, troviamo tutto pieno di fango, Filippo de’ Caviccioli detto Argenti, ricchissimo cavaliere che si guadagnò questo soprannome perché una volta fece ferrare il suo cavallo con zoccoli d’argento. Ricco ma superbo, attaccabrighe, violento tanto che sembra che durante una lite avesse preso a schiaffi lo stesso Dante
il quale non voleva prestarsi ai suoi maneggi. e Dante, giù nella palude stigia il riccone, tiè!!!

Canto decimo, girone eretici ..qui sono due e famosi! Cavalcante de’ Cavalcanti, padre del poeta Guido che ricco e raffinato com’era ebbe fama di epicureo e il grande Farinata degli Uberti. E’ indubbiamente uno dei canti più belli e dove Dante rende omaggio al nemico di parte si, ma gran signore e soprattutto ad un vero fiorentino. Su di lui non
spreco parole si sa che fu grande in tutto ed anche se fu artefice della più sanguinosa sconfitta fiorentina, fu anche colui che la “difese a viso aperto”. I suoi nemici per dirne male dovettero inventarsi l’accusa di eresia, cosa normale a quei tempi.

Girone suicidi canto tredicesimo: qui abbiamo un anonimo fiorentino che dice di essersi impiccato nella propria casa e nel quale è parso ravviare Lotto degli Agli giurista famoso che si uccise sembra per il rimorso di aver pronunciato una condanna ingiusta. Perla rara direi, certi magistrati di oggi sono pregati di prendere esempio!!!
Canti quindicesimo e sedicesimo, sodomiti… fiorentini a sfare! Nulla di strano del resto perché la sodomia allora era chiamata “vizio fiorentino”. Primeggia Brunetto Latini che Dante chiama maestro.
Notaio di parte guelfa, subì l’esilio dopo Montaperti e scrisse un trattatello di sapere universale detto “Il tesoretto”. Gli piacevano i ragazzi, e allora? Nessuno è perfetto così come piacevano al Conte Guido Guerra, valoroso cavaliere che fa compagnia a Ser Brunetto. Tegghiaio Aldobrandi degli Adimari fu uomo di grande buonsenso tanto che si adoperò affinché non fosse dichiarata la disastrosa guerra contro Siena, ma questo non lo salvò dal preferire la compagnia maschile. Invece l’ultimo signore che troviamo una scusa ce l’aveva. Pare infatti che Jacopo Rusticucci avesse per così dire, saltato il fosso, a causa della moglie brutta ed arpia che gli avevano imposto.

Canto diciassette usurai. Da notare la finezza del Sommo che per presentare i peccatori prima ci mostra il loro blasone. Leone azzurro in campo rosso per Catello de’ Gianfigliazzi guelfo nero oltre che strozzino, oca bianca, per Ciapo degli Obriachi e tre montoni in campo d’oro per Buiamonte de’ Becchi che fu gonfaloniere e banchiere ma
che per brama di guadagno, poi fallì venendo condannato per truffa. Bei tempi!!
Scendiamo ancora e nel venticinquesimo vanto fra i ladri si trovano Cianfa dei Donati, ladro di cose e di bestiame ed Agnolello de’ Brunelleschi che non contento di rubare anche ai propri genitori, passava dalla loro bottega ed attingeva alla cassa, così per gradire.
Troviamo anche Buoso Donati che non potendo più per limiti di età, lucrare grazie alla carica pubblica che ricopriva, fece in modo che tale carica la ricevesse un suo protetto (che gli avrà allungato di sicuro una sostanziosa bustarella), un certo Guercio de’ Cavalcanti che troviamo qui insieme al suo amico. Andiamo oltre e nel ventottesimo canto tra i seminatori di discordia troviamo discordia troviamo Mosca de’ Lamberti che “fu mal seme per la gente tosca”. Il signore in questione è ricordato per aver pronunziato la famosa frase cosa fatta capo ha” in merito all’uccisione di Buontelmonte dei Buontelmonti, si proprio di quel ragazzo che scatenò un putiferio a Firenze con i suoi sospiri amorosi. Mosca con le sue parole praticamente provocò quella scissione che fu detta fra guelfi e ghibellini. Non male neppure per quei tempi, visto quello che poi accadde.

Sempre fra i seminatori di discordia troviamo, ahimè un parente di Dante, Geri del Bello. I Del Bello era la casata che si era originata da un prozio di Dante ed infatti questo Geri era un cugino del padre del Sommo Poeta. Pare che fosse un rissoso ed un violento ed alla fine venne ucciso da un Sacchetti. Nessuno aveva vendicato questa morte e l’onta pesava ancora sulla famiglia Alighieri.

Trentesimo canto, troviamo Gianni Schicchi di cui vi ho parlato insieme
all’alchimista Capocchio, arso sul rogo. Coraggio, siamo al canto trentadue quello dei traditori, sia dei parenti che della patria, dove però si abbonda in fiorentini, segno che il  tradimento a Firenze era uno sport piuttosto diffuso. Il primo che Dante trova nel Cocito, il lago gelato è Bocca degli Abati, il ghibellino infiltratosi fra i guelfi a Montaperti e che recidendo con un colpo di spada, la mano al porta stendardo fiorentino, decretò in pratica la sconfitta di Firenze.. Di lui potrei parlarvi abbondantemente (gli ho dedicato un capitolo nel libro che ho scritto sulla sua famiglia) ma non vi annoierò oltre limitandomi a dire che sicuramente Bocca era parente stretto del nonno materno di Dante, il poeta Durante degli Abati e che questa parentela con un traditore doveva urtare parecchio il suscettibile Alighieri; infatti gli rifila un pedatone nel viso che neanche Ronaldo…e poi gli strappa i capelli…. Insomma un comportamento non certo da gentelman. Andiamo avanti e subito dopo troviamo i Conti Alberti fratelli che non seppero far altro che scannarsi fra loro, Sassol Mascheroni che per ereditare da uno zio
vecchio e malazzato ma che ahimè aveva un figlioletto pensò bene di farlo fuori ma si ritrovò poi senza testa quando il misfatto fu scoperto.
Ultimo, per fortuna Gianni Soldanieri, ghibellino ma che tradì i suoi compagni nel 1266 quando si trattò di cacciare i filo imperiali da Firenze.
Qui da l’inferno è tutto, passo e chiudo sperando di non aver dimenticato nessun dannato (non vorrei venissero a tirarmi i piedi stanotte.
Se vi ho annoiato, mandatemi pure all’inferno, troverò tanti concittadini.

Umorismo fiorentino

di Antonella Bausi 

“La storia fiorentina è la storia tipica di una città nella quale l’intelligenza predomina”. Premetto che questa frase non è mia, ma di Guido Piovene, e devo convenire  che mai espressione disegnò meglio la nostra città.

Eh si sa, noi fiorentini siamo un po’..come dire, superbi e maligni. O meglio, siamo talmente convinti di essere più intelligenti (oggi si direbbe, ganzi) degli altri che, specie se ci si trova davanti a qualcuno che sia “d’ingegno quieto più che vivo”, insomma uno di quelli che vengono chiamati con velato (ma non tanto) disprezzo, “merendoni”, ecco che subito ci scatta l’uzzolo di prenderlo in giro e perché no, giocargli qualche tiro birbone. Nulla di cattivo per carità, ma sotto sotto la voglia dello spregio c’è.

Basta pensare a come per traslitterazione, il cognome di una famiglia importante, i Bischeri, sia diventato il sinonimo per eccellenza per definire una persona non proprio brillante. Eh si, i Bischeri non avevano altro da fare che rifiutare di vendere le loro case per la bella cifra offerta dalla Repubblica fiorentina  che in quell’area voleva impiantare la fabbrica del Duomo.  Le case poi furono espropriate per un tozzo di pane e loro rimasero appunto come …bischeri!!

E che dire del Lica ormai diventato proverbiale a Firenze? L’espressione “guadagno del Lica” è da usata da secoli per definire un qualcosa dove il rapporto convenienza prezzo è inesistente. Pare infatti che questo Lica, giovane e belloccio garzone, fosse innamorato di una donnina di mercenaria virtù. Ma era povero, il suo salario era insufficiente e la signora non la dispensava certo gratis. Cosa fece allora il nostro baldo giovanotto per realizzare il suo sogno? Visto che era bello e preso di mira da certi  nobiluomini (eh si, certi vizi esistevano anche allora!) divenne un “prostituto”. Da qui il grezzo modo di dire …“ha fatto il guadagno del Lica che dava via il c… per pagarsi la..” e la rima si indovina facilmente.

Siamo tremendi ed addirittura c’è chi fa risalire l’origine del pesce d’aprile a Firenze, dove alla base di tutto, ovviamente, ci sarebbe un pesce e una piazza fiorentina verso la quale gli ingenui venivano inviati per acquistare una merce inesistente.

Inoltre noi fiorentini abbiamo il gusto della battuta irriverente che non porta rispetta a nulla e a nessuno e che ci fa scherzare anche quando siamo in articulo mortis. Abbiamo il viziaccio di ridimensionare tutto e tutti, autorità costituita in primis e, soprattutto, ci sentiamo investi dalla sacra missione di essere lo spillo che buca i… palloni gonfiati!!! Sapete, per intenderci, quei tipi magistralmente descritti dal Boccaccio… “appena usciti dalle troiate, vestiti di romagnolo con la penna in culo e le calze a campanile”. Ecco appunto, sono proprio questi “signori” che diventano i bersagli preferiti dei nostri scherzi. Non per nulla quando uno si è arricchito e posa a fare il signore lo si chiama “pidocchio rivestito”!!!

Probabilmente ce l’abbiamo nel DNA e gli esempi nella nostra storia abbondano, tanto che se ne trovano tracce ed anche belle nella letteratura.  Da dove vogliamo iniziare?

Beh lo stesso Decameron, ne porta degli esempi illustri e conosciuti a cominciare da due novelle dell’ottavo giorno dove il povero e sempliciotto Calandrino viene beffato dai suoi degni compari (novella dell’elitropia e quella del furto del porco). Nella terza novella della nona giornata,  Maestro Simone, messo su da Bruno e Buffalmacco, fa credere a Calandrino che è pregno, ovvero incinto!!!! Tra l’altro, lo stesso Buffalmacco, pittore minore ma buon pittore del trecento, era famoso per gli scherzi che organizzava e sicuramente al Boccaccio ne arrivarono i resoconti.

Anche le donne fiorentine sono argute e qui fanno egregiamente la loro parte, come quella signora che trovata quasi in flagrante adulterio, con mossa magistrale rovescia la situazione e mette il marito nei pasticci facendolo passare per visionario o ubriaco, oppure come la moglie di Gianni Lotterighi che nella novella della “Fantasima” riesce a far allontanare l’amante senza che il marito abbia il minimo sospetto.

In sintesi Boccaccio ci vuol comunicare che se si è scarsi di sale in zucca, ben ci sta ad essere beffati e chi legge inevitabilmente si ritrova a stare dalla parte di chi gioca il tiro birbone, più che da quella di chi lo subisce.

Anche il Sacchetti nel “Trecento novelle” ci fornisce esempi di questo spiritaccio toscano e soprattutto fiorentino. E che dire poi della famosa beffa di Gianni Schicchi di cui ho già altre volte parlato?

Nel secolo quindicesimo in questo campo primeggia il Pievano Arlotto, parroco della chiesa di San Cresci a Macioli, vicino  a Pratolino, il cui nome diventerà proverbiale per le burle che ha ordito, tanto da far pensare che l’espressione “scherzi da prete” prenda spunto da quello che combinava e che, nei secoli seguenti è stato ritratto in diversi quadri a testimoniare la sua duratura fama cittadina.

Era conosciuto e amato perché le sue facezie, anche se spinte per un ecclesiastico, rallegravano lo spirito e lo stesso Vescovo di Firenze, Antonino Pierozzi (futuro santo), dopo averlo bonariamente ripreso alcune volte, alla fine lo lasciò libero di continuare la sua vita che in fondo non offendeva nessuno. Il suo spiritaccio non si smentì neanche in punto di morte e volle che sulla sua  lastra tombale fosse scritto che “questa sepoltura la fece fare  il Pievano Arlotto per se e per tutte le persone che dentro vi volessero entrare” !

Andiamo avanti di un secolo e nel sedicesimo campeggia la beffa per eccellenza messa in commedia e diventata famosissima…. “La Mandragora”! Beffa tremenda, magistralmente architettata, che porterà una donna virtuosa a diventare, felicemente, l’amante del giovane innamorato di lei, alla faccia dell’anziano consorte ignaro di essere stato raggirato perché sicuro di diventare padre!!!

Continuerà la tradizione Antonfrancesco Grazzini dello il Lasca, che riprenderà la tradizione boccaccesca e che nelle commedie come “La Strega”, “Il frate” e “L’arzigogolo” farà largo uso del suo umorismo per prendere in giro gli sprovveduti (che di regola sono anche dei presuntuosi) e che alla fine risultano sempre inesorabilmente beffati.

Nel secolo diciassettesimo, secolo cupo e bigotto, specialmente a Firenze sotto la guida austera degli ultimi Medici, non si penserebbe di trovare traccia di burle ed invece ecco a voi Giovan Battista Fagiuoli spirito allegro quanto mai, che anche come commediografo seppe ridare nuova linfa ad un teatro di maniera e che non si peritava di rispondere in modo arguto pure all’austero Cosimo III, forse perché si sapeva protetto dal fratello di questi, il ridanciano ed obeso Cardinale Francesco Maria.

Una volta, con un senso dell’umorismo un po’ macabro, assistendo in diretta al volo disastroso di un povero acrobata che si esibiva in una piazza fiorentina, osservò che essendo presenti almeno cinquanta religiosi, il disgraziato doveva aveva ricevuto almeno trenta assoluzioni in articulo mortis prima ancora di precipitare al suolo!

Fine diciottesimo secolo, inizi del diciannovesimo; arriva Napoleone con i francesi che iniziano i proclami con il roboante “Nous voulons” ma il plurale maiestatis non impressiona certo i fiorentini che non ci mettono molto a ribattezzare i nuovi conquistatori “I nuvoloni” ribattendo poi, visto che i francesi non avevano portato nulla di positivo “accio accio gliera meglio il granducaccio”. Tanto si sa che non siamo mai contenti!!!

Facciamo un salto ancora ed arriviamo nella seconda metà del secolo diciannovesimo, anzi nel 1849. Gli austriaci hanno vinto su tutta la linea rimettendo i vari sovrani sui loro troni ed il Granduca Leopoldo II che ebbe la bella pensata di andare incontro a Pio IX di ritorno da Gaeta e che si fermò a Firenze, fu oggetto di un lazzo feroce. Il sovrano era religiosissimo ed quindi in segno di reverenza, prese la mula papale per la cavezza e camminò accanto al Pontefice. Bastò per far venir fuori alcune strofe irriverenti.. “Esempio d’umiltà sublime e raro, Cristo in Sionne entrò sovra un somaro. Entrò in Firenze il suo vicario santo, anch’ei col ciuco, ma l’aveva accanto”. Ed il Granduca è servito.

Povero Granduca detto anche dai suoi sudditi irriverenti “Canapone” a causa dei capelli biondo stoppa. E qui faccio una digressione. Quando ero bambina i miei genitori mi portavano spesso al micro zoo che era allestito nel Parco delle Cascine. Pochi animali spelacchiati, fra i quali un cammello che veniva chiamato appunto Canapone perché il labbro inferiore sporgente e il modo di incedere un po’ dondolante richiamavano alla mente la figura del vecchio Granduca!!! La presa di giro verso il bistrattato sovrano continuava ancora cent’anni dopo che da se n’era andato.

Sempre in quell’anno, il Lachera trippaio che non le mandava a dir dietro a nessuno e che ce l’aveva con il Granduca ritornato sotto la protezione degli austriaci, prese a pretesto la ripulitura il famoso bronzo del  porcellino per mettersi vicino alla statua e  berciare …e  l’hanno ripulito, ma gli è sempre un porco…”, ovviamente con il ben evidente doppio senso.  Ma mica solo con i Lorena se la prendeva il Lachera.

Nel 1861 era nato da poco il Regno d’Italia che secondo i roboanti proclami doveva essere una nuova età del benessere ed invece aveva accentuato la miseria; quindi il Lachera non si peritava di gridare e s’avea a notar nell’oro, e s’avea… …e invece gli è tutto rame… Lo dicean figliacci di puttane… ma per loro facendo tintinnare con la mano nella tasca del suo grembiule le poche monete che invece di essere d’oro erano spiccioli di rame!!

Siamo nel 1870, Firenze non è più capitale? Arrivata puntale la frecciata “Torino piange quando il prence parte e Roma ride quando il prence arriva; Firenze, gentil culla sell’arte l’ha in tasca quando arriva e quando parte”, non velata allusione allo scempio fatto dai piemontesi.

Il secolo ventesimo vede l’avvento del fascismo che ad un certo punto mette obbligatorio l’uso del “Voi”; un bel giorno la targa che indica il Viale Galileo Galilei si ritrova un frego sull’ultima parte del cognome dello scienziato ed in bella vista una correzione scritta con il  pennello nero ed il viale diventa “Galileo Galivoi” suscitando matte risate nei fiorentini!!! Un po’ meno avranno riso i fascisti che ahimè erano tristemente famosi per essere sprovvisti di ogni sens of humor.

Durante la guerra non si ha voglia di scherzare neppure a Firenze e soltanto nei confronti dei paracadutisti della Folgore ci si permette una battuta. Questi baldi giovani ogni tanto avvertono con dei volantini che caleranno a Firenze. Dato che però si continua a non vederli verranno ribattezzati “I calamai”!

Siamo nel novembre del 1966 e Firenze vive una delle sue più grosse tragedie, l’alluvione. Passato il primo momento di smarrimento i fiorentini si rimboccano le maniche e con la voglia di riscatto riaffiora il loro perverso senso del ridicolo. Appaiono cartelli con scritto (si tratta di un ristorante) “Oggi umido”, giocando sul doppio senso fra l’umidità portata dall’alluvione e la cucina fiorentina per la quale l’umido è il piatto dove la vivanda viene rifatta con il pomodoro,  mentre fuori da un negozio di stoffe si legge “Stoffe irrestringibili garantite; già bagnate”, oppure “Prezzi sott’acqua” per finire con la battuta pronunciata da un ignoto fiorentino la notte di Natale. Era venuto il Sommo Pontefice a celebrare la Messa di mezzanotte nella città martoriata, Messa che si svolgeva all’aperto, nella piazza di Santa Croce ed il Santo Padre vedendo la grande folla disse commosso: “Stanotte in cielo volano gli angeli”; al che sembra che uno spettatore abbia detto chiaramente “Per ora son volate solo di molte madonne”  ed i fiorentini sanno bene cosa si intenda nella nostra città con la parola madonne…bestemmie o meglio moccoli!!! Per fortuna Paolo VI non sentì sennò ci comminava l’interdetto e la scomunica. Non si sa se è vera, ma come si dice, se non è vera è ben trovata e rispecchia il nostro animo.

E dove vogliamo mettere l’ironia fiorentina di “Amici miei” sia la parte prima che seconda? La burla della tomba al povero vedovo è feroce e non è la sola.

E guai a ad essere un’autorità e sparare frasi appunto a..bischero.

Ne sa qualcosa Matteo Renzi sul quale riporto due battute. La prima, quando era ancora Sindaco e venne la famosa nevicata del 17 dicembre 2010. Il primo cittadino dichiarò con la solita aria un po’ sprezzante che lo contraddistingue, che le proteste non lo toccavano perché lui aveva la coscienza a posto in quanto aveva fatto spargere il sale per le strade. Bene, visti i risultati risibili, qualcuno scrisse e proclamò “O Renzi co ‘i sale che tu’ hai sparso un si condisce nemmeno l’insalata”!

La seconda fu un  chiaro messaggio a lui come premier e al ministro Maria Elena Boschi (ex Cda di Publiacqua, la municipalizzata nel mirino di diverse indagini), entrambi impegnati nella campagna referendaria per il  al quesito sulle riforme istituzionali, mentre la rete idrica cittadina faceva, è il caso di dirlo, acqua da tutte le parti. Sapete che scrissero le nostre linguacce?  “Cambia i tubi, non la Costituzione”. Visto come gli è andata dopo, i fiorentini avevano ragione.

I figli di Ferdinando

Di Antonella Bausi

La storia di Ferdinando, primo granduca Medici di questo nome, è fatta di improvvisi colpi di scena. Quarto figlio maschio di Cosimo, sembra destinato ad un’esistenza ricca e doviziosa ma oscura quando improvvisamente le cose si rovesciano. Nel 1562, a causa delle febbri malariche che imperversavano sulla costa toscana, muoiono repentinamente Giovanni e Garzia i due fratelli che lo precedono e Ferdinando eredita, è il caso di dirlo, il cappello cardinalizio che Giovanni aveva ricevuto giovanissimo.

Anche lui è un ragazzo, tredici anni circa, ma ormai è avviato ad una vita da porporato piena di agi e vicina al potere. Ferdinando, almeno in apparenza, ne sembra appagato e si costruisce una solida fama di mecenate ed esteta. Muore il padre, Francesco diviene Granduca e lui é discretamente al fianco del fratello, pago di essere l’eminenza grigia del granducato.

Nel 1587, altro capovolgimento e questa volta davvero grosso. Improvvisamente (?) muoiono in simultanea il fratello Francesco e la sua seconda e amatissima moglie, Bianca Cappello. Che la veneziana gli stia sulle scatole non è un segreto per nessuno e gli fa rabbia vedere il granduca così asservito alla donna; quindi, quando entrambi se ne vanno al creatore, le voci di veleno si sprecano. Comunque niente lo tocca e diventa Granduca.

Oddio, lui per la verità sarebbe sempre Cardinale di Santa Romana Chiesa, ma a quei tempi diventare Cardinale non voleva dire prendere gli ordini sacri. Il rosso cappello era una prebenda, una sinecura familiare che di solito veniva riservata al secondogenito delle famiglie che dominavano. Però si era previdenti e, visto che la nera signora con la falce colpiva indiscriminatamente, a prendere gli ordini sacri si aspettava perché poteva accadere che si dovesse rinunciare al cardinalato per prendere il posto del primogenito defunto. E così fu anche per Ferdinando, cardinale ma non sacerdote, ed il suo caso non sarà il primo ne l’ultimo nelle case regnanti del tempo.

Dato l’addio alla porpora però bisogna pensare a sposarsi e fare figli altrimenti l’unico erede è il fratello Don Pedro. Non sia mai, Pedro o Pietro che dir si voglia, è uno sciagurato, vizioso e pervertito che ha anche all’attivo l’omicidio della moglie; per motivi di onore ma sempre omicida è. Inoltre è corrotto e legato a doppio filo alla Spagna. Lasciar fare a lui vorrebbe dire rendere la Toscana ancor più suddita di Filippo II e della sua politica restrittiva.

Quindi darsi da fare e guardarsi intorno. La cosa non è facile; occorre valutare bene i pro ed i contro delle varie candidate, non offendere la potentissima Spagna ma nemmeno legarsi a lei a doppio filo. Comunque Ferdinando è un ottimo partito anche se non più giovanissimo (sfiora i quaranta, ma che fa) ed anche se da tempo ha un legame neppure troppo segreto con la bellissima Clelia Farnese, vedova di un Cesarini e figlia naturale del potentissimo cardinale Alessandro. E’ un legame che a Roma tutti conoscono e che produrrà uno dei più velenosi epigrammi di Pasquino; “Il medico cavalca la mula Farnese”, si trova scritto alludendo così alla nascita bastarda della bella donna.

Ma l’amore passa in secondo piano rispetto alla politica e così salutata Clelia, che si risposerà disastrosamente con un Pio di Sassuolo, Ferdinando intavola trattative con la Francia o meglio con la sua lontana parente Caterina, che regge le sorti del paese d’oltralpe. Guarda caso Caterina ha sottomano la sposa giusta, sua nipote Cristina, figlia della sua defunta figlia Claudia sposata al Duca di Lorena. Non è più giovanissima per i canoni dell’epoca, ha circa ventiquattro anni, non è certo una bellezza, ma l’affare va in porto.

Cristina arriva dunque a Livorno e diventa la nuova granduchessa. Porta una bella dote ma anche un’austerità ed un bigottismo che infetteranno tutta Firenze.

Basta guardarne i ritratti sia giovanili che quelli fatti in età matura; dignitosa, rigida, impettita con il viso sfigurato da un naso che definire importante è un eufemismo ed un’espressione talmente acida che la imbruttisce ancora di più. Sarà da lei che i Medici futuri prenderanno certe fattezze lorenesi le quali, unite a quelle non proprio belle ereditate dagli antenati fiorentini, faranno di loro tra i più brutti regnanti d’Europa. Come se non bastasse, Cristina, che sopravvive al figlio ed alla nuora, avrà un influsso deleterio anche sul nipote Ferdinando e sul governo del granducato. Grazie a lei la corte medicea diventerà ciò che di più simile ad un convento si possa vedere. Preti, frati, suore, ecclesiastici impiccioni la faranno da padrone con conseguenze disastrose anche per il piccolo stato. Inoltre si rivela un vero “sepolcro imbiancato” nei confronti della quasi cognata, Livia Vernazza, la donna di piccola virtù che Don Giovanni de’ Medici (il bastardo di Cosimo) aveva sposato. Disgustata all’idea di averla come parente, riuscirà a spogliarla di quasi tutti gli averi che il marito le aveva lasciato, confinandola in un convento. Una condotta veramente cristiana non c’è che dire.

Come moglie e come madre forse sarà stata brava, nel senso che ha inculcato principi cristiani ai figli ed ha saputo educarli ma ha anche trasmesso loro grettezza morale ed una religione esasperatamente formale e non sentita.

Per quanto riguarda i figli nati da questo connubio, nessuno di loro ebbe una gran salute o vivacità d’ingegno quasi che il glorioso sangue mediceo, attraverso lei, si fosse annacquato in modo irreparabile.

Cominciamo dai maschi: Cosimo, il primogenito, secondo granduca del suo nome. Esile, pallido, nasuto, morirà a trent’anni consumato dalla tubercolosi e, secondo le malelingue, sfinito dalla robusta moglie Maria Maddalena d’Austria con la quale riesce a fare (però!) ben nove figli in pochi anni; apprezza Galileo con il quale ha studiato, per quanto la sua coscienza di cattolico retrivo glielo consente ma è conosciuto soprattutto perché (sempre dietro consiglio materno) fa chiudere il pluri centenario Banco Mediceo. Non sia mai che il puzzo di bottega inquini la recente dignità granducale.

Francesco, quartogenito e secondo maschio, vorrebbe fare il soldato contro i Turchi ma non ci riesce perché muore a vent’anni prima ancora di riuscire ad impugnare un’arma. Bruttino pure lui e soprattutto, almeno all’aspetto, privo di linfa vitale che sparisce così dal panorama storico sanza infamia e sanza lode.

Carlo, che viene subito dopo, è creato Cardinale ed è noto come amante delle arti che indubbiamente ama più della vita ecclesiastica anche se mai il suo nome verrà legato a scandali o intemperanze. A Roma lo vedono poco perché preferisce, e questo gli va ad onore, restaurare le antiche ville medicee che gli sono arrivate in eredità. Il suo ritratto ce lo mostra abbastanza pingue e questo serve ad addolcirne i lineamenti sgraziati. Dagli occhi bulbosi traluce il sorriso ironico e fine di chi ha compreso come vanno le cose nel mondo ed ha cercato di prendere il meglio che la vita possa offrire. Rispetto ai fratelli morirà anziano (settantenne) e non lascerà un brutto ricordo.

Lorenzo, il più giovane dei maschi, che preferì sempre la caccia e i cavalli alla carriera diplomatica e militare, ebbe anche lui salute malferma, che però trascurò per accompagnare le sorelle Claudia e Caterina nei loro viaggi nuziali. Non si sposò mai, non si sa se per mancanza di candidate adatte o per pigrizia, e morì cinquantenne forse a causa dei troppi medicamenti ingeriti.

A questi va anche aggiunto Filippo morto a quattro anni ma si sa che la morte falciava anche nelle culle delle case regnanti.

Passiamo ora alle femmine che purtroppo assomigliavano parecchio alla madre e quindi non erano delle belle donne. Avevano tutte il naso e la bocca dei Lorena con in aggiunta la curva delle guance squadrata e pendula, piene di sussiego, acide … Insomma non proprio delle miss.

Eleonora, secondogenita e prima delle femmine, viene proposta in moglie a Filippo III di Spagna dopo la morte della sua prima moglie, Margherita d’Austria nel 1611, ma viene cortesemente rifiutata perché inadatta. Rimane a casa  e muore all’età di ventisei anni, forse di vaiolo.

Caterina, avrebbe dovuto sposare il primogenito di Giacomo I d’Inghilterra ma  si vedrà bocciare il matrimonio addirittura dal Papa perché lo sposo era protestante. Si sarà consolata presto anche perché il giovane Stuart morì poco dopo il fallimento della trattativa. Si effettua per lei un matrimonio di ripiego con il parente Ferdinando Gonzaga duca di Mantova, anche lui scardinalato dopo la morte del fratello Francesco. Peccato che Ferdinando avesse già contratto un matrimonio neanche tanto segreto con la bella Camilla Faà (dalla quale ha anche un figlio) e non amasse per niente la rigida Medici. Matrimonio glaciale (e forse neppure valido) dal quale non nascono  ne amore ne figli. Ferdinando muore giovane e Caterina si ritira in un monastero. Tuttavia è una donna intelligente ed il nipote Ferdinando II la richiama a corte e le conferisce l’incarico di governatrice di Siena, incarico che svolge egregiamente prima di andarsene all’altro mondo ancora giovane a trentacinque anni.

Peggior sorte tocca a Maddalena che nasce deforme o forse ritardata e quindi viene collocata, pur senza mai prendere i voti, nel  Convento della Crocetta in Via Laura, o meglio in un palazzo attiguo al convento. Per consentirle si spostarsi nella sua residenza senza fare le scale che per lei presentavano difficoltà, questa fu dotata di passaggi sopraelevati che le permettevano anche di andare in Chiesa e nell’attiguo monastero senza scendere per strada in modo che nessuno la potesse vedere e speculare sul suo aspetto disgraziato. Di quest’opera fatta per un’infelice principessa, ancor oggi rimangono quattro archi che si possono vedere in Via Laura ed in Via della Pergola. Anche lei se va giovane, a trentatre anni avvolta in vita ed in morte dal silenzio e dall’oblio, ma fa in tempo ad educare e non nel modo migliore, la giovanissima nipote Vittoria la quale porterà sempre in se l’impronta delle piccinerie monastiche e l’arroganza e la superficialità di un credo religioso vissuto solo proforma e mai sentito.

Guardiamo il ritratto di Claudia, ultima della covata. Anche lei ha il naso lungo e bulboso della madre e la brutta mascella lorenese ma gli occhi chiari, il labbro turgido ma non troppo, la rendono la più carina fra le sorelle.

A diciassette anni le fanno sposare il quindicenne Federico Ubaldo della Rovere, figlio del duca d’Urbino, giovane vizioso che farà appena in tempo a darle una figlia, Vittoria, che due anni dopo muore, sfinito dalle malattie veneree e dagli stravizi.

Il ducato d’Urbino alla morte del vecchio Duca privo di eredi maschi, passerà così alla Chiesa e Claudia torna a Firenze con la figlioletta che viene promessa al cugino Ferdinando. Matrimonio disastroso dal punto di vista sentimentale ma che porterà a Firenze la collezione dei tesori d’arte urbinati. Meglio che nulla…

Claudia è una donna fredda senza slanci per nessuno, figlia compresa. Quando nel 1626 sposa Leopoldo V d’Austria, fratello dell’imperatore Ferdinando II, dandogli quattro figli e diventando così per  matrimonio contessa del Tirolo, se ne andrà senza voltarsi indietro e senza un pensiero per la figlioletta che lascia a Firenze sotto le cure della madre e della cognata e che lei non rivedrà mai più. Bigotta come la madre sarà una paladina della Chiesa Cattolica e della Controriforma.

Beh, direi che nell’aldilà Francesco insieme a Bianca Cappello si sarà fregato le mani all’indirizzo del poco amato fratello dicendosi … “ma guarda quest’imbecille. Per produrre sti sgorbi mi doveva avvelenare.. Poveri Medici”!!